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LET’S MOVIE 313 FROM NYC commenta A UNITED KINGDOM

LET’S MOVIE 313 FROM NYC commenta A UNITED KINGDOM

Mary and Mou Moviers,

Sono stati loro a dirmi della bufera. Perché diciamocelo, New York City può essere anche quello. Per l’Italia è indubbiamente anche quello. Ricordo bene le immagini che i TG mandano in onda, o i video che i giornali mettono online. Nel mostrare scene di malcapitati alle prese con l’inferno di cristallo, semafori dindolanti nella tormenta, c’è un perverso quanto mai noto gusto mediatico. Sensazionalismi a parte, s’innesca l’effetto “menomale che sono qui guarda quelli come sono messi là”… Il caldo di casa propria non è mai così caldo fin quando non si sente, anche solo visivamente, il freddo di casa altrui. Questo principio, portato all’estremo, porta all’esaltazione della patria — ve lo lascio come esercizio di stretching mentale…
Quando sei in Italia e vedi tutto questo ti chiedi, ma com’è possibile? Come fanno? Le risposte sono: è possibile, fanno. I newyorkesi hanno un gran spirito pratico e dei gran piedi piantati per terra. Io ho saputo della snowstorm con due giorni d’anticipo. Martedì Mary mi ha disdetto un film che avremmo dovuto vedere il giovedì, giorno della bufera. “Hanno previsto snowstorm, quindi non esco, lavoro da casa”, mi scrive, aggiungendo l’intraducibile quanto usatissimo “Stay warm”.
E qui funziona così per tutti. Mou, che insegna matematica in un liceo del Jersey — la Dwight Morrow High School, dove per altro studiò Sarah Jessica Parker, se volete aggiungere una meta alle vostre mete americane (!) — è stato avvertito dalla scuola che di lì ha due giorni gli elementi si sarebbero scatenati e che le lezioni sarebbero state sospese. Lo stesso è capitato alla mia Vice-Direttrice, con un preavviso di tre giorni. Lezione nel Jersey annullata per maltempo.

Ora io, da brava europea che cova sempre quel briciolo di disincanto nel cuore, come ogni europeo che si rispetti, ho riso un po’ di tutto questo al-lupo al-lupo stelle-e-strisce, e di questa attitudine ottocentesca di mettersi al riparo dalla natura e dagli elementi, non più con fiocina e Pequod, come Melville proponeva contro Moby Dick, ma con bollettini meteo e avvisi alla popolazione. E già calcolavo, fra me e me, le perdite in fatto di ore-uomo che questo allarmismo avrebbe causato — sulla degenerazione della mia mente che si mette a elucubrare circa le perdita ore-uomo discuteremo in separata sede (clinica, presumo). Tra l’altro il giorno precedente era stato tiepido come una primavera inaspettata. Una bufera? Domani? Ma ci faccia il piacere, ci faccia! Accurateweather.com, be accurate, please!
Invece, come da brava europea post-Brexit che si rispetti, sono stata smentita alla stragrande. La bufera si è presentata puntuale come l’avevano annunciata. Nell’arrivo e nella durata. Dal primissimo mattino, fino alle 3 pm, seguita poi da un vento nordico e un cielo tersissimo che ricordavano vagamente certe regioni dell’antartico battute dalle spedizioni che non hanno fatto più ritorno a casa.

Come funziona durante la bufera? Funziona che NON si esce. E’ semplicemente, elementarmente impossibile. Non tanto per la neve in sé, quanto, l’avete capito, per il vento. Non c’è modo. Vince lui. Quindi, che vinca. Qui hanno imparato a rinunciare a tavolino e a fargli fare quello che vuole per tutto il tempo che vuole. Se sai che il mondo finirà giovedì 9 febbraio, ti organizzi. E loro, abbiano detto, si organizzano. Tanto comunque c’è il telelavoro, il telecomando, la tele.
Mi si dice che in passato bufere di questo tipo duravano anche giorni e giorni. Negli ultimi anni, gli inverni sono molto più miti — e questo, statemi tranquilli, non ha nulla a che vedere con il cambiamento climatico, giacché, Trump puntualizza, il cambiamento climatico non è che una bufala messa in giro da quei buffoni degli scienziati. Si consideri piuttosto il surriscaldamento terrestre come una naturale evoluzione degli eventi… Una specie di acne giovanile.

Per tornare alla bufera… Durante il giorno, sembra di stare sospesi nel chissaquando, circondati dal chissadove. Potresti essere nel Wyoming, a pochi passi dalla Locanda di Minnie (!), oppure in pieno Hell’s Kitchen, a quattrocento passi da Times Square.
Fuori vedi il vento fare le sue follie in mezzo alla neve. Se vivi con una finestra che dà su un vialetto interno, senti gli ululati, ma lontani, come se uscissero, solo per metà, da un racconto di Tolstoj. Tu stai dentro, il riscaldamento sparato a mille — non per tua scelta ma per quella della centralizzazione — e aspetti. Aspetti anche che passi l’influenza da bue che ti ha steso — l’influenza newyorchese è potente come le sue bufere, anche lei vince sempre, e anche con lei bisogna arrendersi a tavolino.

Il bello è il giorno dopo. Il giorno dopo il cielo è talmente lustro, la neve talmente bianco shocking, da far male agli occhi. Credo che in alta montagna sia così, ma qui siamo nel bel mezzo dell’urbano metropolitano, quindi quell’abbinamento sembra ancora più improbabile — un cielo dolomitico fra i grattacieli?? Ebbene sì.
Il day-after è la via crucis delle macchine. Gli spazzaneve, che non smettono mai il loro lavoro durante la bufera — sicuramente telecomandati a distanza da un sistema centralizzato, come il riscaldamento, azionato dal Pentagono — spazzano la neve contro le macchine parcheggiate lungo le strade. Questo, capirete, le mette in uno stato di totale prigionia, dal quale liberarle, al mattino, risulta un’impresa di ostetricia avanzata. Centinaia e centinaia di automobilisti alle prese con la povera creatura intrappolata che non vuole saperne di uscire. Gli strilli dei motori — ecco cosa associo al mattino post-bufera. Un coro di partorienti, alle prese col partorire se stesse.

E i newyorchesi? I newyorchesi, tutto scarponi e long johns (=mutande lunghe che i newyorchesi maschi pare portino d’inverno sotto i pantaloni, con sommo giubilo), i newyorchesi spingono, e tirano e mollano. Ma mantenendo una loro calma serafica — ostetrici professionisti. Ho immaginato noi italiani… A imprecare e stendere tanto di geremiadi — popolo d’inventori, esploratori, poeti e prefiche che siamo. Teatralizzeremo anche quello. Loro invece, easy easy. Come se aiutare la tua macchina a partorire se stessa in una mattina di febbraio, con i figli da mandare a scuola e qualche riunione che ti aspetta al lavoro, fosse l’ordine delle cose e non ci sia tanto da scomporsi, you see.
Per tirare le somme, è vero che New York City è la casa dello spirito metropolitano — anzi è lo spirito metropolitano fatto urbano, una trinità in cui madre e padre sono non-pervenuti e si trova solo l’unigenito figlio. Ma è anche vero che la natura è sempre la Natura del Nuovo Mondo, quella che sfidava gli europei appena sbarcati e che ha fatto tribolare migliaia di coloni. Quella natura lì torna fuori ogni bufera e, con uno sguardo ti dice, ché, ti stai dimenticando di me? E ci mette 6 ore di tempo a farti tornare la memoria. Quella Natura non è cambiata di una virgola. Sempre la stessa virulenza indomita, sempre la stessa spietatezza. E noi siamo sempre gli stessi ometti, gli stessi piccoli cowboy dall’ego smisurato. Solo che al posto della Colt abbiamo l’iPhone e cavalchiamo Citibike anziché Mustang.

Dopo l’infRuenza che mi ha steso, mi sono rimessa in piedi con due film due. 🙂 Uno, uno splendido documentario sul blues che solo gli esperti potranno apprezzare — Fellow Lumière in testa — dal titolo “Two Trains Running”, di Sam Pollard, ovvero, la ricerca di due leggende del blues, Skip James e Son House, nel profondo Mississippi durante le tensioni conseguenti al movimento per i diritti civili negli anni ‘60. Ma non è di quello che intendo parlarvi qui, anche se il film che sto per proporvi è sempre black-oriented. Ho visto “A United Kingdom” di Amma Asante, all’Angelika Film Center, sala molto rinomata tra SoHo e NoHo — piccola precisazione da National Geographic: SoHo sta per South of Houston Street, un mega stradone che parte dall’East River, taglia la pancia di Manhattan e sbuca nell’Hudson River; NoHo sta per North of Houston Street…così abbiamo le coordinate 🙂

Sul film in sé, be’, potrebbe essere catalogato come l’ennesimo biopic che racconta l’ennesimo capitolo lasciato in ombra dalla Storia che tutti impariamo a scuola — dovremmo imparare a scuola. Il film, se lo sfiliamo dalla realtà — racconta una storia vera — e se mi si permette di fare un po’ la burlona, comincia come “Il principe cerca moglie” (sì, quello con Eddie Murphy…).

Londra anni ‘50. Seretse è l’erede al trono del Botswana, pronto a tornare in patria e a regnare dopo essersi laureato in una facoltosa università. Ruth è una cara ragazza dell’Inghilterra bene, ma lavoratrice, che Seretse incontra una sera in un locale. Il colpo è di fulmine: il Principe ha trovato moglie! Non fosse che Eddie Murphy la cercava, mentre Seretse proprio no, specie se la fanciulla è bianca come il Granarolo. Siamo nell’Inghilterra in cui i darkie sono darkie e non possono nemmeno sognarle di notte, le bianche. E siamo in un Botswana in cui gli ingressi ai luoghi pubblici sono distinti per razza, i neri non possono ordinare alcol in un locale e il parterre dei cinema è pieno zeppo di visipallidi — e siamo in un paese di neri. Apriti o cielo! Un erede al trono di un paese black che sposa una white… Praticamente “Indovina chi viene a cena?” ma con implicazioni governative al seguito. Sì perché oltre a sconvolgere le rispettive famiglie, scandalizzate da quella temeraria miscela interrazziale, poi ci si mettono la politica e l’economia, visti i rapporti d’interdipendenza tra il governo britannico colonialista e quello africano. Si arriva addirittura all’esilio del re mentre lei, Ruth, è in Botswana. Due anni di separazione, finché, dopo una cordata parlamentare a favore di Seretse e qualche bella gola profonda, finalmente, il re può raggiungere la moglie in Africa, e il suo popolo, sul quale regnerà fino al 1980. A rendere tutta questa realtà ancora più fiabesca, le idee illuminate di questo re, che credeva fermamente nella democratizzazione del suo paese, nell’indipendenza dal Commonwealth (ottenuta poi nel 1960) e nell’uguaglianza di ogni individuo — dal suo speech, “nessun uomo è libero se non è padrone di se stesso”. Praticamente il progenitore di Obama — may He be praised.
E non scordiamoci di Ruth, l’inglesina, tanto carina quando ca*zuta. E’ rimasta a fianco del suo Seretse per tutta la vita, dedicandosi ad attività filantropiche e alla lotta contro l’Aids.

Come dicevo, il film trasuda romance dall’inizio alla fine. La regista sceglie le tinte sfumate — Londra quasi come una Parigi anni ’20 — e l’Africa brulla e aranciotrump sembra quella di Robert Redford e Meryl Streep in “La mia Africa”… Quel senso crepuscolare, quei colori fumé… Ovviamente non mancano gli stereotipi del film in terra esotica. I balli, i canti, gli aerei che sorvolano le piane cotte dal sole, gli sguardi livorosi verso l’inglesina quando sbarca in Botswana, e poi teneri come il burro quando capiscono che la ragazza “giunge in pace”.
La musica, immaginatela… Trionfo d’archi su letto di viole. E poi be’, quell’insistenza sull’archetipo Romeo e Giulietta. L’amore contrastato da tutto e da tutti — qui pure con la componente raziale in mezzo. Però, il film si guarda volentieri, alla fine. E proprio perché ti parla di una storia che non conosci. Una storia che è la Storia. E per una volta, una storia, che è la Storia, finisce bene, e noi posteri, poveri di figure come queste, raccogliamo questi due bei personaggi, Ruth e Sereste, e li archiviamo nella memoria accanto a figure che hanno fatto della loro vita una missione più alta delle loro stesse vite e che servono, per questo, come esempio, come faro. Oggi come oggi, queste vite, questi fari, ci servono più che mai, nella tenebra in cui stiamo riprecipitando dal punto di vista della convivenza interraziale.
Oggi mi rendo conto che il cinema deve servire anche a questo. A insegnare. Puro didattismo. Pensate ai ragazzi delle scuole superiori che vanno a vedere “A United Kindgom”. Forse cominceranno a famigliarizzare con realtà a loro assolutamente ignote, come l’apartheid, e a capire quanti sforzi ci vogliono per fare un metro avanti, e con quanta facilità si può precipitare km indietro — si pensi a oggi, a tutto quello che si sta dicendo, dall’Europa all’America, a quanto ci sia ancora da camminare…
Nel documentario “Two Trains Running”, questo è chiaro più che mai, e lì siamo in Mississippi, dove i neri, negli anni ’60 non solo non votavano, ma dovevano abbassare il capo in segno di rispetto ogni volta che passava un bianco…
Ho visto il docu alla School of Visual Arts, zona Gramercy, prima di dirigermi all’Angelika e vedere “A United Kingdom”, e infilare un Biathlon certo coerente ma assai pesante. Pur sempre un Biathlon, però… 😉

Parlando di km, anche per stasera vi ho propinato la solita maratona settimanale. Meglio che mi congedi, allora, col rammarico per le innumerevoli storie che non ho spazio di raccontarvi… Non prima di avervi proposto il Frunyc aggiornato e avervi spediti nel Maelstrom, dove troverete un approfondimento…

Moviers, per stasera è tutto, ma solo per stasera. Poi torniamo, si sa. Ed è bello, saperlo 🙂
Ringraziamenti incommensurati (!) e saluti, stasera, preventivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vi ricordate la Maratona di Filosofia alla Brooklyn Library? Ecco, se volete saperne più, ci ho scritto sopra un articoletto, “La veglia della filosofia nella notte della democrazia” … Se volete sapere com’è andata nel dettaglio… 😉

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LET’S MOVIE 310 From NYC – commenta THE FOUNDER

LET’S MOVIE 310 From NYC – commenta THE FOUNDER

Finisco Fellows

in un vagone sfortunato, nella tratta Trento-Verona, domenica all’alba, diretta in aeroporto. Oppure sul più fortunato che potesse capitarmi — ogni esperienza fa sapienza.

Prendo posto. La carrozza mi sembra vuota. Non mi accorgo che nello scomparto avanti sulla destra, c’è qualcuno che dorme: io mi fermo nello scomparto prima, sulla sinistra.
Il treno si avvia e entrano una marmaglia di individui fra cui due adolescenti. 17 anni circa. Bomber nero, cerchi neri nelle orecchie, anelli lisci di metallo, piercing al sopracciglio e capelli rasati sopra le orecchie con quelle stripes orizzontali che sembrano un errore del rasoio e di cui non si capisce affatto il valore aggiunto che possano avere in un’ottica hair-style. Brufolame sparso su una pelle bianchissima. Sguardo malevolo e uno straordinario odio nei confronti del mondo che non presenti le suddette caratteristiche.
Sì, l’odore nell’aria è quello di Forza Nuova.
Uno dei due annaffia con del Gatorade il sedile nello scomparto avanti al mio, sulla destra. Quello su cui io non ho una visuale. E i due ridono come due adolescenti riderebbero dopo un atto di vandalismo travestito da bravata. Ma da lì, dal nulla — e da sotto una coperta, poi scoprirò — spunta una donna.
Nera.
La donna si arrabbia, giustamente. Perché mi avete fatto questo?, chiede, incredula. Perché’?
La risposta di uno dei due, che potrebbe essere il perfetto rampollo di casa Calderoli-Le Pen, è una sequela di luoghi comuni della Lega vecchia scuola.
Taci, negra di mer*a. Le paghi le tasse? Tornatene a casa. Che ca**o parli tro*a, continua a dormire, str*nza…
Un italiano di mezz’età seduto nello scomparto avanti, si alza e dice ai ragazzi di moderare i toni.
I ragazzi lo ignorano e continuano.
“Io non ho fatto niente”, dice uno dei due ragazzi. “Non so che ca**o dice quella negra. Mi hai visto fare qualcosa?”, chiede il Piccolo Lord nazi al signore, che non aveva visto la scena, essendo nello scomparto avanti.
Io però ero nello scomparto dietro.
Io, la scena, l’ho vista. Ho visto l’arco arancio del Gatorade precipitare nel vuoto. Ma mai avrei immaginato che quel vuoto fosse occupato da un essere umano.
“Io ti ho visto”, dico, alzandomi in piedi, senza nemmeno pensarci. E lo guardo dritto negli occhi e non tolgo gli occhi dai suoi per tutto il tempo. E’ lo sguardo freddissimo che fulmina e incenerisce. So di averlo. E’ lo sguardo da tenere sotto chiave come la bomba H e da non utilizzare mai. Tranne che in questi casi.
Lo colgo alla sprovvista: né lui né il suo amico mi avevano notato, entrando.
E per una frazione di secondo esce fuori il ragazzo che è in lui. Quando cogli alla sprovvista gli adolescenti, fai crollare loro il cm quadrato di sicurezza su cui poggiano le loro All Stars.
Passato quell’istante, arriva l’ignoranza, l’animalità, il razzismo, con tutta la violenza che queste bestie portano con sé, specie se accompagnate dalla giovinezza.
Non sa a cosa appigliarsi ovviamente. Si sente incastrato. Allora si attacca all’età, e alle scuse da serie televisiva.
“Tu non hai visto un ca**o, magari è stato il mio amico e ti sbagli, che ne sai, hai le prove di quello che dici? Vedi abbiamo una Coca e un Gatorade…magari è stato lui…”, indica vittorioso una Coca e il Gatorade.
“No, io ti ho visto”, dico io, sempre con lo sguardo bomba H.
“E che ca**o vuoi fare sono minorenne e poi quella tro*a non ha diritto di parlare”…e va avanti con tutta una serie di improperi illogici che non voglio ripetere, nemmeno tappezzando la sua malalingua di asterischi**.
Il signore si arrabbia e comincia a rimproverarli come un padre, minacciando di andare a chiamare il controllore. La donna, nel frattempo, continua a lamentarsi “perché mi avete fatto questo? Razzisti, razzisti, brutti razzisti, chiamo la polizia…”
Io sono in piedi calmissima, ma attacco con la veemenza che mi contraddistingue — e che ben conoscete quando discuto con il WG Mat! E comincio a dire cose che mi ribollono dentro da centinaia di anni e contro cui loro due non possono ribattere, né lui né il suo compare, che ha gli occhi maligni, ma che segue il boss e senza boss, forse, sarebbe diverso.
Lo guardo dritto negli occhi tutto il tempo. Tutto il tempo con lo sguardo all’idrogeno.
Dico tutto quello che c’è da dire. Che il colore non c’entra niente, che lei è una persona come loro, che ha gli stessi di vivere in Italia o altrove esattamente come loro. E chiedo “ma in che razza di mondo volete vivere?? Nemmeno gli animali si comportano così. Volete essere meno degli animali??”.
Il boss farfuglia qualcosa ma non osa insultarmi — del resto io sono bianca e probabilmente trentina, faccio parte degli eletti — ed esce dallo scomparto, sbrodolando insulti razzisti molto pesanti verso la donna. Lo scagnozzo lo segue e mi dice, un sorrisino post-LSD, “Io non ho fatto niente”. Io gli dico “Se tu avvalli quello che fa lui, è come se lo facessi anche tu”. Lui mi guarda senza aver capito. E io mi rendo immediatamente conto di parlare con un adolescente con un vocabolario medio di 100 parole articoli inclusi, e che non può sapere cosa significa “avvallare”. Riformulo.
Se tu gli permetti di farlo, tu sei come lui.
Mi guarda, e so che ha capito. Ma non vuole capire.
Nel frattempo arriviamo alla stazione di Rovereto e i due scendono.
Dal binario, forti della distanza e del finestrino in mezzo, cominciano a ridere. Il boss si avvicina allo scomparto di mezzo e indirizza un dito medio alla donna di colore.
Non guarda dalla mia parte.
Il treno finalmente riparte.
La donna si alza e mi ringrazia. Io sono mortificata. Mi scuso per quello che è successo. Mi scuso per queste persone (?). Per questo Trentino, quest’Italia, questi bianchi, questi eletti.
Le dico che mi vergogno. E che mi spiace tanto. Lei mi sorride un sorriso di sconfitta che io non scorderò mai.
Certo non mi aspettavo di trovare questo, tornando in Italia. Dopo tanto parlare di razzismo USA, ecco che incappo nel più banale episodio di xenofobia nella mia stessa città, come mai mi era capitato.

Che il razzismo sia una malattia pressoché inguaribile connaturata all’essere umano purtroppo è una realtà con cui devo fare i conti — benché io abbia in tasca tutta una serie di ideali che mi piace portarmi appresso e tastare di quando in quando, sentire che sono lì, sempre con me, pronti a sbocciare.
Parliamo delle reazioni, invece. Se non possiamo eliminare il razzismo in quanto fenomeno imperituro dentro un sistema umano, almeno possiamo combatterlo con il nostro agire. Cominciamo a guarire prima l’organo per poi guarire l’organismo.
Nel vagone era presente anche un altro ragazzo, sui venticinque. Timoroso. Non ha proferito parola.
E’ colpevolizzabile per questo? Nella pratica, le sue parole avrebbero cambiato qualcosa?
No.
Le mie hanno cambiato qualcosa?
No.
Allora perché parlare, rischiare, esporsi?
La risposta è difficile e traballa su un filo di lana.
Per contrastare la legge del tacito assenso. Il mio silenzio accetta il detto altrui, e finché si fa la scimmia che si tappa gli occhi, gli orecchi e non parla, il mondo perpetuerà questi episodi.
Credere che parlare sia un atto eroico è anche sbagliato. Io penso di aver fatto quello che tutti avrebbero fatto e che sta scritto nella più grande Costituzione che sia mai stata vergata: quella della coscienza di ognuno.
Se mi chiedete come si contrasta la vergogna, questo proprio non lo so. E non ho ancora trovato il modo di scoprirlo.

Per complicare ulteriormente il resoconto, potrei aggiungere che il resto della marmaglia entrata nello scomparto con i due nazi, era gente dell’Est Europa fieramente senza biglietto. Conoscevano i due nazi, ma non hanno mosso un dito né detto nulla.
Sono rimasti a bordo fino a Verona, passando tutto il viaggio sul chi va là, pronti a scendere all’arrivo del controllore e decidendo quale scusa raccontargli in caso di controllo.
Quindi non pensiate che io creda nel mito dell’Immigrato Santo — come una volta c’era il mito del “Bon Sauvage”. Ma meglio non mettere troppa carne al fuoco…

Passano le mille miglia che devono passare e arrivo dal mio amore, New York City.
Alla fermata dell’A train, alla 145esima, la mia, non c’è alcun ascensore, ma tre rampe irte di scale, lo so. Ci penso sin dall’aeroporto di Venezia. Tre rampe con 23 kg di valigia più 12 di bagaglio a mano tra zaino e borsa. E purtroppo nessuna stazza Mike Tyson intorno al mio essere.
Quando mi ritrovo ai piedi delle tre rampe, valutando il daffarsi e maledicendomi come sempre, ecco che mi si affianca un latino. Alto più o meno come un Pitufo, ovvero un Puffo alla latina — courtesy Fellow Killer. 😉 Ha un trolley versione puffo. Guarda il mio trolley versione Bue Grasso.
“What if I take yours and you take mine?”, mi dice, con un inglese che sa di Puerto Vallarta. Io sospiro ciò che mi avete sentito già sospirare in un’altra occasione nel Jersey.
“You are an angel”.
Mi sorride. E facciamo tre rampe così. Io con il suo trolley, lui con il mio.
In cima, non so come ringraziarlo.
“De nada, de nada”, cinguetta.
Sono a casa. E i nazi sono due punti neri che satellitano in giro alla ricerca di pericolosi elenchi…

Ora cerco di scavalcare il buio oltre la siepe trentino e le sfaticate post-viaggio e di buttarmi nella luce del cine.
Avevo lanciato un Let’s Movie da New York prima di partire, proponendo “Acquarius”. Poi il Mastro ha pensato bene di evitarci un film di 149 dubbi minuti e mi ha messo sul piatto una portata che volevo servirmi in qualche sala newyorkese una volta rientrata. La gola è stata troppa e quindi con il WG Mat, l’Onassis Jr e l’[A]ndy/ynda(C) — i miei Cavalieri con lo Zodiaco ma senza Paolo Fox — ci siamo fiondati da “The Founder” di John Lee Hancock.
Qui negli USA si dice che il film farà faville agli Oscar il mese prossimo. Per il momento non si è portato a casa nemmeno un Golden Globe, che si sa, è il premio Cassandra delle competition stelle&strisce: vinto quello, la statuetta è praticamente in mano tua — se non ti chiami Leonardo No-Oscar No-Cry Di Caprio… A ogni modo, il film è presto detto: racconta la storia, in maniera assai piatta e incolore, di Ray Kroc, il venditore di frullatori porta-a-porta che, grazie alla sua scaltrezza e soprattutto ai suoi 2 metri di pelo sullo stomaco, riuscì a portare via il marchio MacDonald’s dai due fratelli, Mac e Dick McDonald’s, che quel marchio lo idearono aprendo il primo storico fast-food nella San Bernardino Valley.

Un biopic tutto sommato mediocre, senza nessun particolare fuoco d’artificio nella sceneggiatura né nell’interpretazione di Michael Keaton, che mi aveva convinto molto di più in “Birdman”. Ma a sua discolpa possiamo dire che il personaggio da interpretare non lasciava molto agio. Quando ti trovi a vestire i panni di un individuo assolutamente privo di coscienza, un opportunista interessato al proprio profitto e incurante dei desideri e delle volontà altrui. Quando ti devi calare in quel ruolo be’ non hai molta scelta. Cerchi di lasciar filtrare il meno possibile, con il rischio di passare per gli strali della recitazione monotonica — one man, one tone. Ray Krroc si è comportato in maniera talmente bassa con i due fratelli McDonald, portandogli via il loro amato ristorante con astuzia, perizia e forse anche un poco di furbizia, — giusto per rigirarsi un po’ gli anni ’80 animati in bocca — talmente meschina e, diciamocelo, bastarda, che non c’è molto da dire su di lui. Rappresenta quel lato dell’America tutta greed&grit che, guarda un po’, è ben incarnata dal nostro nuovo Presidente Eletto… L’arrivista che calpesta e non guarda in faccia nessuno e che propone l’“upgrade” della filosofia dog-eat-dog con quella del rat-eat-rat.

Siccome io sono crescita con JR Ewin di “Dallas” e credendo che quello fosse l’Hannibal Lecter degli affari americani, trovandomi davanti Ray Kroc capisco che c’è di molto peggio. Capisco anche che magari lo scopo di “The Founder” è proprio informativo: far conoscere il dark side dell’impero MacDonald’s a chi non ne sa nulla. E di questo bisogna dar atto al regista. Fossi una cliente, dopo la visione del film, passerei a Burger King — esiste ancora, per altro?? Ma come dicevo, dal punto di vista dello spessore del film, viaggiamo a zero metri sul livello del mare…

Ci sarebbe anche un discorso da fare sul ruolo del villain — il cattivo — negli affari. Come mai JR Ewin era un GFDP, ovvero un Greatsonofabitch del business petrolifero texano, eppure ci piaceva? Come mai alcuni spietati ci intrigano, nella loro malignità, e altri invece ci stanno solo sulle scatole, tipo Ray Kroc? Pensate al Jocker in Batman, a Jack Torrence in Shining a Drugo di Arancia Meccanica, a Dracula, e a lui, il sommo e unico Padre-Io-Sono-Tuo-Padre di tutti i Cattivi, Darth Vader… Perché a volte funziona e a volte no? Forse in “The Founder” c’è la storia vera dietro, e allora il nostro inconscio dice, ehi wait a minute, questo farabutto è esistito davvero. Tutte queste carognate, le ha fatte sul serio. Ma allora come mai il farabutto Jordan Belfort di “The Wolf of Wall Street”, farabutto realmente esistito, in fondo in fondo alla fine un po’ ci piaceva, come Lupin? Canaglia, ma in fondo simpatica? Come mai alcuni cattivi sono ottimi, e altri cattivi sono pessimi?
Mmm… Magari anche la caratterizzazione dei due MacDonald brothers ha inciso. Sono troppo troppo orsacchiottoni con animo Winnie Da Pooh per essere attaccati in alcun modo… Insomma, c’è qualcosa che non mi quadra nel film. Se Hancock, il regista, era convinto dello scopo didattico del film, allora sarebbe stato apprezzabile maggior materiale di repertorio —immagini, voci, filmati— durante tutto il film, e non solo alla fine.
Mah, sarà anche il rimando a una tipologia di aggressività commerciale che evoca incubi trumpiani, forse…

Moviers, oggi la mia giornata è durata 48 ore e due continenti, quindi credo sia ora che giunga al termine. Voi invece state per cominciarne un’altra, il tempo burlone…

Oggi il Frunyc non è aggiornato, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88. Potrei mettere le foto di Trentoville imbiancata a lutto (!), ma quella la conoscete bene anche senza foto… 🙂
Però nel Maelstrom getto un articolo su Pirandello 150 che potrebbe interessare centomila di voi, o magari nessuno, ma speriamo almeno uno… 😉
E per oggi è tutto (!), come sempre GRAZIE e saluti, stasera terminatamente cinematografici.

Let’s Movie
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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

E a voi Moviers, Giganti della Montagna, Così è (se vi piace) … 😉
http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2017/01/11/pirandello-150-a-birthday-celebration-at-film-forum/

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LET’S MOVIE 306 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

LET’S MOVIE 306 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

Mispancio Moviers

dalle risate quando New York mi spiazza così. Venerdì è arrivato. E’ arrivato il freddo. Quello autentico. Nero come la notte e vivo come la vita. Quello che non ti fa respirare se non hai qualche forma di riparo davanti alla bocca per filtrare l’aria e scaldartela un pochino. Quello che se decide di mettersi in combutta con il vento, sei spacciato.
Il vento. Per dieci secondi fa il diavolo a quattro e ti spazza come se dovesse ripulirti da capo a piedi. E’ un vento gelido, come mai ne ho provati, se non quando venni qui negli anni scorsi. E dopo dieci secondi di diavolo a quattro sparisce per tre. E in quei tre secondi tu ti rendi conto di quanto sia benedetto il mondo senza vento. Tutto tranquillo, vivibile. Quando ti stai per abituare all’idea, e ti coccoli con il pensiero “ok è passato”, ecco che riprende. Lo shock fisico si aggiunge allo smacco morale — me l’ha fatta un’altra volta. Screwed!
Non ero pronta, naturalmente — non lo sono mai. Uscita di corsa con un paio di guanti mingherlini e quando sono a Central Park, capisco che le dita non vanno bene. Cerco di muoverle tutto il tempo, ma non è che hai molto margine di movimento mentre corri con un cellulare in mano…
Quando arrivo a casa, la faccia bordeaux e le orecchie finite chissà dove, cerco di allontanarmi mentalmente dalle mie dita: non vuoi sentire i diavoli ballare la rumba all’interno delle tue falangi. E sono rimasta così, cercando di ignorare quel dolore potente che solo chi l’ha provato può capire. I diavoli hanno ballato mezz’ora. Io ho aspettato, maledicendomi tutto il tempo.
Quella sera, a un evento nel West Side raggiunto con grande coraggio, mi dicono che fa meno 12 gradi.

E ieri mattina sento che qualcosa non quadra. Troppo silenzio. Come a Trento, quando nevica, c’è uno strano silenzio. Vale anche qui. Mi affaccio e whaddafa*k, nevica. Per strada ci sono già cinque sei centimetri. Allora aspetto. Mi hanno insegnato che a New York vale la regola del New England: if you do not like the weather, wait five minutes. Ne ho aspettati un po’ di più…Ma poi ha smesso. I fiocchi si sono trasformati in drizzle, e il manto bianco in pantano. Io mi sono avventurata fuori — cosa siamo qui a fare sennò, la calza?? Nel giro di un paio d’ore la temperatura si è alzata di brutto, e la neve si è sciolta. Mi sono messa a fare quello che da un po’ avevo in mente di fare. Prendere le misure di questa città.

Vedete, la metro falsa le distanze. Ti fa credere che da qui a là ci siano miglia e miglia, quando invece non ci sono che dieci minuti di passeggiata.
Ho capito che da Central Park sud (altezza 59esima strada) al Greenwich Village (Washington Square, per capirci, altezza 8ava strada), ci sono tipo quaranta minuti a passo svelto. Certo, le condizioni ieri non erano proprio ottimali, ma tant’è. Lo stesso ho fatto dopo aver visto “Neruda” al Lincoln Center, 66esima Strada — “Neruda” è il film di oggi. 🙂 Da lì, ho camminato su e su e su e su per tutta la Broadway e sono arrivata a casa mia, 150esima strada. La temperatura si era alzata e passeggiare era come passeggiare dentro un film.

New York deve ancora perdere quest’aurea cinematografica per me. I diners che passi, con dentro il bancone, e seduto al bancone l’uomo solo che affoga i dispiaceri in una tazza di brodaglia, oppure il gruppo di amici un tavolo rotondo che chiacchierano e che potrebbero essere Friends di passaggio dopo il Central Perk… Stamane, visto che non volevo ripetere l’esperienza dei diavoli nelle falangi, mi sono bardata con strato e doppio strato di tutto, prontissima per la corsa contro il freddo. Ecco, esco di casa, e un phön che potrebbe benissimo spirare dritto da Tripoli, m’investe, mentre la radio mi dice che ci sono 57 Fahrenheit — tipo 14 gradi. Io scoppio a ridere, perché non ne azzecco mai una! E perché New York mi spiazza sempre. E’ la creatura che mi frega più di tutte quelle che io abbia mai contrato, umane incluse. Mi testa in continuazione. E’ sempre un passo più avanti di te, ma non è cattiva. Si gira, ti guarda, sorride un po’, come a dire “vieni?”, con quello sguardo a cui non puoi oggettivamente resistere, e tu cosa puoi fare se non correrle dietro? Le corri dietro. Questa città è quello che è — frenetica, pazza, adrenalinica— perché ci sono 8 milioni e mezzo d’innamorati che le corrono dietro. Ed è un po’ come la vita: te ne fa capitare di tutti i colori, ti fa arrabbiare, e imprecare anche, ma poi ti porta un vento africano in mezzo al gelo natalizio. E ti guarda con quell’aria innocente, e tu ti sciogli. E sì, cominci a correrle dietro — nel vento subsahariano, nella pioggerella tiepida, e who cares about the wrong outfit…

Ero al Lincoln Center ieri per vedere “Neruda”, di Pablo Larrain. E sono contenta perché so che al momento è dal Mastro e quindi siamo ufficialmente in sync! Mi è capitato questo, durante la visione. Per metà buona del film — forse anche un po’ di più — ho litigato con il regista. Ma checcavolo, decidi di fare un film su Neruda, il Poeta di tutti i tempi, di tutti mondi. Il Poeta forse più conosciuto, letto, abusato, scimmiottato ma senza alcun dubbio amato del ‘900, e ne tiri fuori un film così noioso? Tutto il tempo a litigare non è un bel guardare, converrete con me. Poi però, piano piano — sono lenta, lo sapete — ho capito dove voleva portarmi. E mi ci ha portato — Larrain 1 Board 0.

Partiamo con il dire che la storia che “Neruda” racconta è inventata. Il contorno è vero — 1948, Cile, Neruda è costretto all’esilio per sfuggire al governo di Gabriel Gonzalez Videla, presidente filo-americano e anti-comunista. Il plot proposto è un’invenzione larraniana — per sfuggire alla cattura, Neruda deve depistare Oscar Peluchonneau, l’ispettore di polizia che Videla gli mette alle calcagna. Il film è sostanzialmente una caccia-al-ladro: Lupin Neruda sfugge a Zenigata Peluchonneau. Questa trama non è che un pretesto di cui Larrain si serve per fare un film “nerudiano” non “su Neruda”: Neruda crea il personaggio dell’ispettore — così come tutto ciò che crea nella sua poesia. E’ come se il Poeta fosse il Dio che partorisce l’uomo che gli dà la caccia… Ed è come se questa creatura, a un certo punto, prendesse consapevolezza e vita propria — il mostro creato dal Dr Frankenstein?? — e rivendicasse la propria esistenza, il proprio diritto a esistere.

“Neruda” è un film sottilissimo, per spettatori che sanno apprezzare uno stravolgimento delle regole classiche del biopic, in cuj il regista rispetta un patto di verità, o per lo meno di verosimiglianza, nei confronti della vita del personaggio storico che racconta. Larrain sovverte lo schema e realizza un film di finzione su un personaggio vero, ricorrendo agli stilemi del noir americano anni ’40. Inoltre inserisce il rapporto onirico tra carnefice e vittima in una cornice assolutamente realistica — quella del Cile in dittatura di quegli anni. E più il film progredisce, più ti rendi conto del piano del regista: fare del film una creazione uscita dalla mente di Neruda, e non già un film su di lui. Non scordiamoci che Larrain è nelle sale anche con “Jackie”, di cui abbiamo parlato due settimane fa. Il biopic è senz’altro un genere che lo affascina molto e che gli permette di scardinarne le basi classiche. Anche “Jackie” non segue le regole. Invece che costruire un quadro chiaro della persona e della personalità di questa donna, ci restituisce una figura piena di contraddizioni, ambigua. E noi usciamo dalla sala con moltissimi dubbi.
Lo stesso dicasi per “Neruda”. Alla fine chi è Neruda? Il grande cantore del mondo moderno, oppure un dissoluto a cui piaceva correre dietro alle donne? Oppure un egocentrico tale da arrivare a creare la sua stessa nemesi pur di sconfiggerla e vincere? Oppure un semplice esule, come un po’ tutti i poeti? Ed è interessante notare come i due biopic, in fondo, non raccontino la Storia, ma la interroghino. Chi erano questi personaggi? Larrain, con i suoi film, sembra dirci che non è più possibile realizzare biografie che diano una visione monodimensionale o univoca del personaggio, o una semplice resa cronachistica degli eventi. E’ come se la sua cinepresa frantumasse lo specchio dentro cui la Storia ha sempre proiettato l’immagine di queste figure di spicco. Larrain ci propone un’altra prospettiva.
Bravo, gli ho detto, dopo averlo tanto rimbrottato. Però c’è un però. “Neruda”, così come era stato “Jackie”, è un film freddo. E’ celebrale, esce dritto da un piano programmatico, è scritto con il bisturi. Se da un lato questo mi lusinga molto — come ogni operazione dell’intelletto — dall’altro manca di quella parte calda, palpitante che ogni forma d’arte deve contenere. Se non la contiene, what’s the point in enjoying any art?

Quindi consiglio Larrain per gli intenditori, per quelli a cui piace il metalavoro che un regista può attuare consapevolmente su un genere. E’ un film un po’ per secchioni, ecco… Per questo lo dico a voi, Moviers. In fondo voi siete quelli che collezionano i Cahiers du Cinéma sin dal 1951, no? 🙂

Ecco, mi sembra di avervi detto non-tutto anche per oggi — ogni volta che devo salutarvi mi sento assai frustrata perché ho la lista di cose a cui non ho nemmeno fatto accenno che mi preme sul groppone…

Come sempre ho aggiornato il Frunyc, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88. Purtroppo non sono stata in grado di scattare nessuna foto al Whitney Museum per via del freddo di venerdì sera — l’idea di togliere due paia di guanti e sfidare il vento dell’Hudson per fotografare il palazzo di Renzino Piano mi è sembrata semplicemente impraticabile. Però ho fotografato una foto di Madonna che più bella di così non si poteva…  Ritornerò senz’altro nel Meatpacking District, dove il nuovo Whitney si trova… e magari rimarrò anche più impressed dalle nuove mostre, visto che questa, be’ insomma, anche no… http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2016/11/18/dreamlands-il-mondo-dei-sogni-in-mostra-al-whitney/

Nel Maelstrom vi mando un articolino, se vi piace l’arte al cine… E un altro cine-regalo che vi consiglio di non perdere… Direttamente dal Fellow Lumière 🙂

E ora saluti, spiritosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Po’ ‘nteressà? 🙂
http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2016/12/16/art-stars-on-screen-at-casa-italiana-nyu/

Questo di sicuro… https://www.youtube.com/watch?v=bF2cBloiYT8
E’ un corto rimusicato da quei talenti dei Radio Days, che scovano — God knows how — tutte queste perle dal passato e ce le restituiscono, corredandole di musica… We are so damned lucky, Fellows!
Grazie Lumière!

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LET’S MOVIE 304 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

LET’S MOVIE 304 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

Micromondo Moviers,

L’America mi regala una quantità di dubbi quotidiani che sto considerando l’ipotesi di ritirarmi in una botte come il filosofo scorbutico Diogene e da lì meditare a tutte le risposte su cui non faccio in tempo a meditare — quanto al capitolo “Il tempo nella città senza tempo”, rimando a un saggio di prossima stesura che quando avrò TEMPO scriverò. Uno di questi dubbi è. Ma com’è che nella città emblema dell’occidentalità, del progresso, del capitalismo. In una città in cui il primo dei senzatetto ha l’ultimo degli iPhone e in cui lo spreco è talmente diffuso da farmi credere che sia protetto da qualche emendamento della Costituzione. In una città così, com’è possibile che la lavatrice sia considerata ancora oggi un elettrodomestico di lusso, e che possedere una Zoppass in bagno equivalga ad avere un Cayenne in zona Brera?

Visto che qui le cose stanno così, i comuni mortali che non vantano alcuna Zoppass, hanno due possibilità. O un laundromat più o meno vicino casa in cui andare a fare il bucato — con questa abitudine siete entrati in contatto attraverso tutti i film con tutti i personaggi comuni mortali che vanno a fare il bucato “all’angolo”. Oppure, se il comune mortale è fortunato, ha la zona lavanderia nell’interrato del proprio condominio. Ecco, io sono una comune mortale fortunata e non devo andare all’angolo. Mi basta premere G sulla tastiera dell’ascensore e dal quarto piano arrivo direttamente in lavanderia.

L’altro notte però, anziché premere G, ho premuto la B di Basement. Era la prima volta che mi serviva la lavanderia, non avevo dimestichezza. Naturalmente era mezzanotte — quando fai il bucato a New York, “la città senza tempo” se non a mezzanotte?? E sono finita chissadove — Dunnowhere. Dunnowhere è un luogo il cui pavimento è tutto storto, come se, sotto il linoleum color blu velvet, ronfasse un qualche animale preistorico e tu gli camminassi ora sulla colonna vertebrale ora giù per il coppino. Mi sono inoltrata in questo posto credendo che la lavanderia fosse lì da qualche parte, in una di quelle stanze con le porte chiuse, circondate da una quantità imbarazzante di elettrodomestici più o meno dismessi, più o meno 80s, 90s, millennial. Frigoriferi, televisori, schermi ultrapiatti, piatti o schermi e basta. Frullatori, lampade, testiere di letti, sedie e poltrone, tavoli zoppi e tavoli dalla postura perfetta. Mentre mi chiedevo madovecavolosonofinita, sento delle voci, e d’un tratto compare un uomo, con delle carte da gioco in mano. Latino. Ma avrebbe anche potuto essere italiano. Io dico, Sorry, I was looking for the laundry and got lost — sul “getting lost in NYC” promettiamo l’uscita di un saggio a parte. Lui, con fare molto deferente chiama un tizio, che esce da una stanza da cui sento provenire altre voci, tante voci, e mi dice, con un gran sorriso, yu gat to press the G to go to the londry, miss. Io ringrazio e mi sento assai idiota come tutte le volte che ricevo un’indicazione che avrei dovuto sapere. I due se ne spariscono nella stanza. Io percorro i metri di Dunnowhere che mi separano dall’ascensore.

Una volta arrivata nella laundry scopro che è un luogo con un neon da obitorio, le asciugatrici che t’interrogano con quella bocca spalancata e le lavatrici chiuse nel loro religioso silenzio. La presenza di Jack Torrence  o di qualche spaventoso personaggio kubrickiano/lynchiano è evidente, e io spero solo che non decida di materializzarsi proprio mentre io sto facendo il bucato. Quando capisco come funziona la tessera del bucato e tutto sembra filare liscio, ripenso all’interrato e al dovecavolosonofinita.
Che razza di posto era quello? E che ci facevano a mezzanotte passata questi a giocare a carte in un interrato, circondati da un cimitero di elettrodomestici? Inservienti del palazzo? In servizio a mezzanotte? For what? Poi faccio qualche associazione.
Ogni piano del palazzo affaccia su un giroscale tramite una porta a molla. Ogni pianerottolo ha tre bidoni per i rifiuti. E qui esce fuori tutta l’indisciplinatezza dei newyorkesi. Questi tre bidoni contengono indifferentemente carta, plastica e metallo: non ce n’è uno singolo per ogni singolo materiale. Tutto randomizzato. Il mio primo giorno la mia coinquilina, molto green nel cuore, mi aveva detto, con un piglio inkazzoso, che “ci pensava il palazzo”. “The building takes care of sorting the trash…”.

E così è. Qualcuno si prende la briga di differenziare la spazzatura che i condomini randomizzanti mescolano piano per piano, e di portarla via. Per noi questa è pura follia. A Trento se non differenzi giusto ti arriva la polizia sotto casa. Qui hai una popolazione che vive nell’interrato che lo fa per te.
Mi sono chiesta spesso, in questi giorni, ma usciranno, queste persone, da Dunnowhere? Vedranno la luce? Staranno lì solo la notte e dormiranno di giorno? Vivranno fra tutti i mobili che tutte le generazioni di affittuari e subaffittuari hanno lasciato lì negli anni? Cosa faranno oltreché smistare la spazzatura e aiutare nei traslochi e direzionare sbadate straniere che si perdono fra ground e basement?

Da quando ho scoperto questa cosa, non prendo più l’ascensore. Faccio sempre le scale. Scopro cose stupefacenti. Letteralmente. L’altro giorno, su uno scalino, ho trovato un cuoricino minuscolo di nylon trasparente. Grande non più di un’unghia. Bianco — immaginate come spiccava sulle scale nere.  Polverina bianca all’interno.
Un cuore di cocaina che pulsava su una scalinata nera, in pieno giorno.
Ieri c’era un ventilatore da soffitto, con le pale da elicottero, stile salotto anni 90, in uno dei bidoni “del riciclo”. Il giorno prima una sedia da computer. Quello prima ancora un materasso arrotolato.

Adoro il mio palazzo, per tutto questo. L’imperfezione. Alcuni dei portinai e delle portinaie che coprono le 24 ore di servizio vengono dall’Europa dell’Est, dal Montenegro. Faticano a parlare inglese. Ma mi dicono “we are neighbours”, alludendo al fatto che sono italiana. Sono adorabili e mi fanno una tenerezza infinita. Sono la carne che finirà nel macello di Trump. La parte che vive nell’ombra, underground. La gente umile che sta a Forest Hills, nel Queens, oppure su a Wakefield, nel nord.
Chi ci penserà, a loro?

Cinematograficamente questa settimana sono andata al Sunshine Theater, sulla Second Avenue, nell’East Village, a vedermi “Jackie” di Pablo Larrain. Ce l’avevo in mente dall’ultima Mostra del Cine di Venezia. La storia la sapete: è la Storia. Uccisione di JFK. La moglie Jackie affronta l’omicidio, il post-omicidio, il funerale. Il film ruota attorno all’intervista personale che un reporter realizza con la vedova, una settimana dopo i funerali. Jackie vorrebbe una parata spettacolare, tipo quella che era stata per Lincoln, poi però rinuncia all’idea quando capisce che non sarebbe sicuro per il nuovo presidente Lyndon Johnson. Ma alla fine ci ri-ripensa e decide di organizzare i funerali che poi sarebbero passati alla storia.

E’ un film scritto con grande intelligenza. Larrain arriva là dove la Storia non può arrivare. Mentre Jackie rilascia l’intervista, confessa dei pensieri e delle opinioni che subito censura. “Questo non lo scriverà nell’articolo”, “Non le permetterò mai di inserire quello che ho appena detto nell’articolo”. Tuttavia le ha appena rivelate a noi, uditori privilegiati. Così facendo il personaggio storico Jackie Kennedy rimane personaggio, il suo silenzio intatto, ma noi conosciamo qualcosa di più della persona, che si confessa —a un giornalista, a un prete, e appunto, tramite loro, a noi.

Jackie esce fuori in tutta la sua fragilità — immaginatevi il momento — nella sua ansia di apparire sposa perfetta, madre perfetta, first lady first. Questo suo lato prende forse più spazio, quindi a volte Jackie ci risulta distante, come se nemmeno il dolore grandissimo che ha provato — e che Natalie Portman restituisce in maniera impeccabile — colmasse quella lontananza. In qualche modo ci risulta fredda, controllata. Ma forse la Kennedy era veramente così — qui ci vorrebbe un jaquelinista, qualcuno che l’ha studiata. E non mi stupirei che così fosse stata. Il film è estremamente mimetico. Fin troppo. Natalie Portman, che adoriamo e adoreremo da qui all’eternità e che in ogni film supera se stessa, qui imita pedissequamente il modo di parlare di Jackie, la sua mimica, il suo incedere. E’ come se avesse imparato a memoria il documentario originale in qui la Kennedy apriva, per la prima volta nella storia, le porte degli appartamenti privati della Casa Bianca alle telecamere. Quel documentario fece storia e Jackie appare effettivamente come la prima donna che apre le porta della Casa Bianca al mondo: è molto impostata, innaturale, scandisce le parole come se stesse parlando a un bambino — milioni di bambinoni americani… Il documentario ritorna nel film, con Natalie Portman in bianco e nero nei panni di Jackie Kennedy, che parla come Jackie Kennedy e cerca di fare Jackie Kennedy. Ma per quanto brava e per quanto suprema, Natalie Portman non è Jackie Kennedy, e lo scarto, per quanto minimo, si nota. Se nel doppiaggio in italiano, il parlato della Portman vi sembrerà artificioso e innaturale, sappiate che anche l’originale, una volta tanto, è così.

Un’altra componente che forse sarà un po’ difficile da digerire per lo spettatore è la musica. Archi, praticamente tutto uno stridio d’archi dall’inizio alla fine. Come se il regista avesse voluto trasmettere, attraverso una musica ai limiti della cacofonia, i contrasti all’interno e all’esterno del personaggio. Concettualmente, o metaforicamente, la scelta potrebbe anche essere azzeccata, ma forse se si fosse tolto qualche inserto, l’effetto sarebbe stato meno invadente, meno disturbante e più tollerabile. Così si fatica un po’.
Mi sono piaciuti invece i primi piani, la macchina da presa che sta addosso alla figura di Jackie, soprattutto il viso, come se non volesse mollarla per un secondo: l’avranno fatta sentire così, quei giorni, braccata, dall’America, dalle responsabilità, da “quello che si aspettava da lei”. La pressione che lei sente addosso, noi la sentiamo standole fisicamente addosso. E mi è piaciuta l’onestà di Larrain, che non la censura nei difetti, nelle sue debolezze, come la vanità — la vanità è parte integrante del personaggio, per quanto il personaggio abbia sempre lavorato molto per allontanarvisi. E nemmeno censura l’intento di Jackie di “dare una versione” delle cose che non corrispondeva proprio alla realtà delle cose, ma a quello che stava meglio dire — del resto eravamo negli anni ’60: nascondere la polvere sotto il tappeto era una pratica che non escludeva certo il tappeto della Casa Bianca.

Però ho visto biopic migliori di questo, più coinvolgenti, lo devo dire — e mi perdonerà Natalie, la straordinaria Natalie. “Marilyn”, con Michelle Williams, mi aveva convinto di più. Forse per via della figura 100% tragica, quindi 100% umana, della Monroe.
Vi consiglio tuttavia di vedere “Jackie”, che rimane, a oggi, una delle icone del ‘900.

Ecco Fellows, anche per questa domenica sono arrivata a fondo pagina.
Ho aggiornato il Frunyc, se vi va di dare un’occhiata a New York, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88.
E a questo punto non mi resta che porgervi dei saluti, minimamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

E per i vostri momenti down, qualche articolino dal vostro Board… 🙂
http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2016/11/28/la-gr-gallery-canta-la-grande-bellezza-di-venezia/
http://www.lavocedinewyork.com/arts/spettacolo/2016/11/30/harrys-bar-il-mitico-locale-veneziano-diventa-un-film/
http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2016/11/30/italian-political-cinema/

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LET’S MOVIE 297 propone ELVIS & NIXON e commenta DEMOLITION

LET’S MOVIE 297 propone ELVIS & NIXON e commenta DEMOLITION

ELVIS & NIXON
di Liza Johnson
USA, 2016, ‘85
Lunedì 26 / Monday 26
21:30 / 9:30 pm
Cinema Astra / Dal Mastro

 

Focalizziamoci Fellows,

giusto per un istante, sulla notizia che ha riempito le bocche e i giornali di mezzo mondo nell’ultima settimana. La rottura tra Brad e Angelina non è l’ennesimo gossip da giornaletto all’odor di lacca. Angelina non è Belen e Brad non è il marito di Belen ― che per altro nessuno sa più come si chiami da quando non è più il marito di Belen. La fine del sodalizio Jolie-Pitt segna un’era, e ci riporta alla mente la fine di un altro amore cinematografico che negli anni ’90 aveva fatto sognare pubblico e teenager. Tom Cruise e Nicole Kidman. Fico lui, mozzafiato lei ― poi lui si è rincitrullito appresso a Scientology, ma prima è stato pur sempre Top Gun.
La dinamica e i soggetti, se ci pensate, sono gli stessi. Coppia di belli, ma non solo belli, anche talenti. E nel caso di Brad e Angelina, soprattutto Angelina, anche impegnati nel sociale. Belli, talentati ed etici. Too good to be true, viene da pensare… Scopriamo oggi che Angelina è depressa, Brad beve e fuma ed è un violento ― stenterei a crederlo se non sapessi che le vie delle botte sono infinite ― e in casa loro il caos regna sovrano.
Ci piace vedere questo lato delle star? Il lavandino della cucina in cui proliferano piatti sporchi e blatte? I letti perennemente sfatti? Ciabatte tirate da un capo all’altro della sala, quando i piatti del servizio buono sono finiti in frantumi contro i muri del salotto?
O preferiremmo vivere con l’immagine che Hollywood ci vende? Il red carpet con i due miti sopra, super Angelina ambasciatrice UNICEF che salva i bambini in Cambogia mentre Brad sta a casa a preparare i cookies con il melting-pot che si ritrova al posto dei figli. Siamo pronti a scambiare il film della loro vita con la fotocopia delle nostre vite? Le beghe, le recriminazioni, le meschinità?
Non lo so. Io sono una Walter Mitty quindi del day-dreaming salvo il dreaming e cancello il day…
Torniamo al parallelismo con Cruise-Kidman e al rapporto che la fine della storia di entrambi sia collegata indissolubilmente al cinema. Entrambe le coppie sono scoppiate dopo aver girato un film che ruotava attorno alla crisi di un matrimonio, “Eyes Wide Shut” e “By the Sea”. Il secondo non è minimamente all’altezza del primo ― per quanto stimi l’impegno della Jolie come regista, gli abissi perlustrati da Kubrick nel suo ultimo film non sono lontanamente paragonabili agli screzi tra la moglie e il marito rappresentati in “By the Sea”. Però trovo sia perversamente interessante che il colpo di grazia a due storie d’amore che hanno quattro attori per protagonisti avvenga in un set cinematografico, e che la finzione anticipi ― e alimenti, addirittura acceleri ―ciò a cui la realtà, con il suo passo strascicato, l’andatura neghittosa (neghittosa??) perverrà solo in un secondo momento. L’arte anticipa la vita, Fellows.

Su queste conclusioni, mi sposto verso quello che è stato il Lez Muvi delle sorprese. Sì perché lunedì mi è toccata una diserzione generale annunciata. Quindi mi sono diretta dal Mastro con quel mood “tanto non troverò nessuno” che ha fatto di me una outcast, una di quelle creature da margini della società, in bilico fra pasti alla Caritas e notti all’addiaccio ― salviamo “addiaccio” dalla galera dell’obsolescenza, please.
Invece si realizza la magia lezmuviana ― Lez Muvi perde il pelo ma non lo smalto, a quanto pare 🙂
Ritrovo, direttamente in sala, dei Moviers fedelissimi. Magari un po’ latitanti ― latitanti giustificati, tuttavia!― ma fedelissimi quanto a lettura pippone e curiosità cinematografica. La July Jules ― architetto, superdonna, supermamma, super ― con la Guest Michela, il Woodstock ― chirurgo degli occhi …riuscite a immaginare mano più aerea di quella che opera su uno sguardo?? Io no 🙂  ― e poi lo Strawberry Field e il McDuck, due presenze simbiotiche che perlustrano campi di frutta irrigati da conti correnti e concimati da molto cinema d’essai. 🙂

Sono stata contenta di aver potuto condividere un film rivelazione con loro. Per me l’inaspettato trasforma l’esperienza cinematografica in qualcosa ai limiti del taumaturgico.
“Demolition”, sulla carta della locandina, sembra il tipico film con l’attore di grido del momento ma che non ha molto da dire. Il bel faccione di Gyllenhall, cuffiette, barba incolta e occhiali, non promette molto. Poi andate a vederlo e il film demolisce la vostra sufficienza, scena riuscita dopo scena riuscita…

Davis è in macchina con Julia. Sono marito e moglie e battibeccano sul nulla come tante coppie sposate. Sembrano una bella coppia, di quelle rodate, ma che si divertono ancora, anche se lei si lamenta di lui e lui sbuffa un po’.
Dal nulla, anzi da sinistra, una macchina piomba sulla loro macchina e centra in pieno Julia, che muore sul colpo.
All’ospedale, Davis, senza versare una lacrima, vorrebbe prendersi una confezione di M&Ms da un distributore automatico. Il distributore s’inceppa sul più bello ― sapete no, quando la confezione rimane impigliata nel fusillo di metallo… Davis allora si mette a scrivere una lettera di protesta alla ditta rifornitrice dei distributori automatici per lamentarsi del malservizio. Il padre di Julia, la famiglia, gli amici, tutti piangono la morte della giovane, e Davis comincia a corrispondere con Karen, l’operatrice del Servizio Clienti della ditta…
Ora so cosa state pensando. Ma che razza di trama è??
Una razza di trama ORIGINALE, finalmente! Che continua in un modo sempre più imprevedibile con Davis che subisce una trasformazione. Diventa l’esatto opposto di quello che è sempre stato: il WASP controllato, financial operator a Wall Street, scarpe di fattura e pellame italiani, la vita tranquilla voluta e cantata da Tricarico.
Poi piano piano, e senza ragione apparente ― ma la ragione c’è eccome ― Davis comincia a smontare tutto quello che gli capita sotto mano. Elettrodomestici, porte dei bagni, computer, impianti elettrici. Tutto ciò che può essere smontato, Davis lo smonta. E non lo rimonta.
Il peso metaforico di questo comportamento che diventa ossessivo-compulsivo è facilmente spiegabile. Quando qualcosa s’inceppa ―come il dolore che dovrebbe provare per la moglie e che, per qualche ragione non prova, e non muove verso lo sfogo ― quel qualcosa deve essere riparato. “Se vuoi aggiustare qualcosa, devi smontare tutto e capire cos’è veramente importante”, dice a un certo punto Davis. Così lui prende e smonta. Ma dato che non riesce a capire comunque dov’è il malfunzionamento, dato che forno, computer e lavastoviglie non gli bastano più, Davis prende una mazza ― noleggerà pure un’escavatrice! ― e demolisce, letteralmente rade al suolo, la casa in cui vive. Una casa che rappresenta il suo stile di vita prima dell’incidente. Villa di design, tutto molto essenziale, piani in marmo, tavoli di vetro, l’immancabile mobile baroccheggiante in felice contrasto con l’estetica contemporanea… Davis, aiutato dal figlio di Karen, che nel frattempo è diventata una specie di consigliera, spazza via tutto ciò che è stato il suo prima.
Davis capisce che c’era qualcosa di rotto in quel prima, che non gli permetteva nemmeno di soffrire per la perdita della moglie. Si scoprirà, nel corso del film, che questo qualcosa, questo difetto di sistema, era una menzogna, LA Menzogna, su cui la sua storia con Julia si è basata. Un tradimento scoperto, un aborto nascosto.
Cosa fai allora quando scopri che il tuo matrimonio perfetto, la tua casa perfetta, il lavoro perfetto non poggiano che su una bugia? Prendi una mazza e spacchi tutto. Sgombri e fai spazio al nuovo. Quindi la metafora della demolizione subisce un’evoluzione nel corso del film. All’inizio serve a provare che il personaggio sta cercando di comprendere ― il soggetto smonta un oggetto che non funziona (=il suo dolore inceppato) per trovare la causa del malfunzionamento. Poi, trovato il guasto, il soggetto fa tabula rasa. Prepara lo spazio per qualcosa che verrà. O forse non verrà, chissà, ma di certo è bene preparare il posto per accoglierlo…
La metafora della distruzione si accompagna anche ad altri comportamenti similmente evocativi e “sopra le righe” di cui Davis si fa protagonista. A un certo punto, cambia letteralmente pelle. Toglie giacca e cravatta dell’azionista che era, le scarpe italiane, i completi Boggi, infila un meraviglioso paio di baggy cargo by Carrhart ― che stanno d’incanto intorno a sedere e gambe di Jake Gyllenhaal ― un paio di bretelle, scarponcini da lavoro, e passa di cantiere in cantiere per offrire i suoi servizi da “demolition man”. Il quadro è completato dalla scena ― fichissima! ― di Davis, cuffiette in testa e musica a palla nelle orecchie, che prende a girare New York e a ballare per strada. In mezzo alla fiumana di passanti sulla Quinta Strada, nei cantieri edili, su e giù per le scalinate della città. Davis balla. E tutti sappiamo che mai prima di allora aveva fatto una cosa del genere. Che non è pensabile, per un yuppie di Wall Street, scatenarsi downtown NYC… La sua è una danza dionisiaca, da baccante del nuovo millennio, in mezzo a un mondo controllato dal tecnologico-apollineo.
Il regista non si fa bastare la storia di Davis, e ci affianca quella di Chris, il figlio adolescente di Karen, alle prese con la sua omosessualità in boccio e con i risvolti che questa genera in una società adolescenziale fatta di bulli/buzzurri. La tematica gender potrebbe sembrare un’aggiunta di troppo. Invece la figura molto originale di questo teenager cazzuto e tenero insieme, aiuta Davis a uscire dal suo momento distruttivo, e costruire con lui, anche solo temporaneamente, una relazione autentica.

Consiglio caldamente il film a tutto il mondo. A chi ha appena passato un dolore. A chi non capisce perché a volte le lacrime rimangono incastrate fra il male e il bene e non ne vogliono sapere di scendere. A chi ama il talento duro e puro di Jake Gyllenhall, che non sbaglia un’espressione, che è semplicemente perfetto per interpretare questo angelo sterminatore in guerra con i suoi demoni. E più che perfetto ― direi quasi imperativo ― quando balla per New York in tenuta da muratore griffato sulle note di “I am just swinging through”… vedere per credere https://www.youtube.com/watch?v=tXo52-_Zv04 😉
Un film con tanta originalità dentro non lo si perde per nessuna ragione al mondo.

E per questa settimana uno scontro mooolto insolito…

ELVIS & NIXON
di Liza Johnson

Presentato in anteprima al Biografilm Festival di Bologna, questo biopic ricostruisce l’incontro tra Elvis Presley e Richard Nixon avvenuto nel 1970 ― ma ve li immaginate, due più diversi di questi?? Ne ho sentito parlare così bene, di questo film, che abbiamo il dovere morale di andare a vederlo. Anche così, a scatola chiusa.
Ora vi saluto di fretta frettissima e vi lascio con un cine-suggerimento infrasettimanale nel Maelstrom 🙂

Ringraziamenti e saluti, stasera, istantaneamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se siete appassionati di Beatles e della loro storia, non vi perderete il documentario che Ron Howard (=Ricky Cunningham), ha girato su di loro, “The Beatles. Eight Days A Week”, mercoledì, 19:30 allo Smelly Modena. È considerato un “evento”, quindi probabilmente vi spareranno 10 Euri di biglietto… Ma se siete dei veri appassionati, sono certa che investirete il deca senza drama… 😉

ELVIS & NIXON: La vera storia dell’incontro tra Elvis Presley, il Re del Rock ‘n Roll, e il presidente Richard Nixon. Elvis voleva diventare un agente sotto copertura per aiutare l’America ad affrontare piaghe come la droga e l’anarchia dilagante. L’unica testimonianza di quell’incontro è una fotografia diventata negli anni oggetto di culto.

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