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LET’S MOVIE 389 da NYC commenta “FIRST MAN” di Damien Chezelle

LET’S MOVIE 389 da NYC commenta “FIRST MAN” di Damien Chezelle

Mani magiche, Moviers,

è di queste che vi parlo questa settimana.
Giovedì prossimo, al Center for Italian Modern Art (CIMA) — che ormai conoscete benissimo, nel cuore cantante di SoHo — si terrà la premiazione del Bridge Book Award.
Questo riconoscimento è il Giano bifronte dei riconoscimenti: premia due opere scritte in italiano che verranno tradotte in inglese e due opere in inglese che verranno tradotte in italiano. E il premio in sé, oltre al prestigio, consiste nella copertura dei costi di traduzione. Se l’è inventato, questo award a doppio senso di circolazione linguistica, l’AIFIC, l’American Initiative for Italian Culture, in collaborazione con la Casa delle Letterature di Roma.
So tutte queste cose perché l’anno scorso ho fatto da interprete durante la cerimonia di premiazione. E mi hanno chiesto di fare lo stesso quest’anno, giovedì 1 novembre.
Quest’anno ci sarà anche un panel, moderato dal nostro Console, e vedremo come ce la caveremo. Intanto, i due vincitori, italianissimi all’asciutto d’inglese, hanno preparato il loro discorso, che leggeranno in italiano, e che io ho provveduto a tradurre in inglese, e che leggerò in inglese.

Mentre traducevo il discorso di Luciano Funetta, vincitore con il romanzo “Il grido”, lui racconta di come si sia ispirato, per la protagonista del romanzo alla pittrice e scrittrice Leonora Carrington, moglie del pittore surrealista Max Ernst.
Funetta nomina proprio un libro che per lui è stato fondamentale, “Down Below”, una specie di viaggio negli inferi dell’immaginario di Leonora mentre trascorreva un periodo nel manicomio di Santander, Spagna. Funetta arriva al punto di chiamare la sua protagonista Lena, tanto è debitore a Leonora Carrington.

“Down Below” non è “Il codice Da Vinci”. È un libretto di nicchia, 69 pagine in tutto, pubblicato nel 1988 dalla New York Book Review. Uno di quei libricini stampati in un numero che non punta alle migliaia, ma che si accontenta dei due zeri delle centinaia. Quante persone, se non addette ai lavori, conoscono l’opera pittorica della moglie di Max Ernst, a parte se stessa e Max Ernst?

Ora, cosa direste se vi dicessi che un mio caro carissimo amico, poco meno di un mese fa, mi ha regalato una copia di quelle centinaia di “Down Below”? Cosa direste se vi dicessi che lo sto leggendo adesso? Cosa pensate immaginandomi al computer, mentre traduco il discorso di Funetta, m’imbatto nel suo elogio a “Down Below”, e giro la testa verso il mio divanetto dove campeggia la mia copia di “Down Below”’?
Quante possibilità ci sono che questo accadda? Una su un trilione? È opera del caso? Normale amministrazione con cui comunica al mondo la sua esistenza e il suo operato?

Questa cosa del caso m’incasina. Nel senso. Okay, posso credere che sia lui —il caso— in azione. Ma questo non sarebbe un po’ banalizzare questa trama tessuta ad arte da chissà quali mani? Non è troppo semplicistico — comodo? — riparare sempre dietro al caso, quando questi accadimenti accadono? Insomma, la mia domanda è: le coincidenze sono fatti biologici dell’umano esistere, processi basilarmente cellulari, congeniti all’organismo dell’esistenza, oppure sono altro, e dobbiamo interrogare altre forze?

Personalmente, mi sono sempre considerata un’animista. Credo che il mondo, soprattuto quello inanimato, brulichi di vita. E che ci siano dei movimenti, degli schemi mobili attorno a noi, a cui noi non facciamo caso, ma che agiscono nella nostra vita. Questo non implica necessariamente una presenza divina vecchio- o nuovo-testamentaria, biblica. Implica, invece, l’ipotesi che ci siano delle mani magiche che operano nell’ombra. Mi piace pensare che operino a fin di bene, o a fin di commedia.
Quando ho visto “Down Below” citato nel discorso di Funetta, quando ho girato la testa e ho visto la mia copia di “Down Below” guardarmi angelica, come se niente fosse, mi sono guardata intorno, nettissima la sensazione che qualcuno/qualcosa se la spassasse a vedere quest’umanoide italo-newyorkese alle prese con una “coincidenza”.
Mi sono sentita la beffa, di cui poi io stessa ho riso.

In quel momento avrei voluto frugare l’aria, e arrivare al di là, in quel non-spazio dove forse queste mani magiche tramacciano, architettando le loro incursioni nel nostro mondo tridimensionale. La fisica lo chiama in modi diversi. Quarta dimensione, buco bianco, wormhole. Il credente lo chiama Dio.
Ho sussurrato un “Whaddeffac…” d’ordinanza, con un sorriso di meraviglia. Come non sorridere? Come non immaginare, di là dal buio, qualcuno che a sua volta guarda e ride?
Nell’antichità si diceva che gli dei avessero creato gli uomini per divertirsi, fargliene di tutti i colori, e ridere di loro — di noi. Quindi nessuna legge di Murphy, nessuna scalogna, nessuna sfiga o congiunzione avversa degli elementi. Solo un Grande Fratello Olimpico che guarda impazzire i piccoli omuncoli nella casa del mondo.
Mi piace di più credere alle mani magiche.

Da quando sono qui a New York, quelle mani si stanno dando un gran daffare. Incontro persone che conosco nei posti più improbabili. Oppure mi capita di visitare la Westbeth Artist Community, al 55 di Bethune Street — mai sentita, Bethune Street, in due anni che sono qui — un complesso residenziale per artisti che, negli anni ’60, offriva un tetto agli artisti dietro il pagamento di un affitto davvero rappresentativo, considerata la zona — pieno West Village. In quegli appartamenti, d’interesse anche architettonico giacché includono un progetto dell’architetto Richard Meier — hanno alloggiato nomi come Robert De Niro, Diane Arbus — che proprio lì si tolse la vita — Merce Cunningham, Vin Diesel, e tantissimi altri.

Lì accanto, al 27 di Bethune Street, abita una lady 94enne di nome Otis Kidwell Burger, che dagli anni ’60 tiene un salotto letterario da cui è passata tantissima intelligentia newyorkese. Proprio nel salotto di casa sua. Ecco, proprio grazie al maneggiare magico di quelle mani di cui sopra, domenica 11 novembre alle 6 pm, io sarò in quel salotto. Lo immagino come quello di Gertrude Stein al 27 di Rue des Fleurus, a Parigi, in cui la matrona americana trapiantata a Parigi ospitava gente della Lost Generation, tipo Hemingway, accanto a Picasso, James Joyce, Henri Matisse, Franics Scott Fitzgerald…
Cosa si porta alle regine 94enni della poesia? Che il New York Times ha definito, in uno splendido articolo, “West Village Warrior”? Cosa si porta alle Otis Kidwell Burger? Basteranno i miei versi?

E capirete, questo è il risultato del lavoro delle mani magiche. Perché una me qualunque, una me qualunque schizzata fuori da un Garda di lago e sopravvissuta a anni di morse montane trentine, una così, non può arrivare a New York City e finire lì, nel tempio domestico della poesia newyorkese senza un qualche piano sotterraneo i cui dettagli io ignoro. Mi rifiuto di crederlo 🙂
Ovviamente questo, l’11 novembre al 27 di Bethune Street, sarà oggetto di un prossimo pippone, quindi vi consiglio sempre di aderire allo stay tuned e di non muovervi da lì.

La visione del film di oggi parla d’incredibile ultra-terreno, quindi ben si sposa con quanto detto. Ed è d’obbligo per tutti i Lezmuviani frequentanti — anche per i non frequentanti. “First Man” di Damien Chezelle. Lo ricordate quello di “Whiplash” e di “La La Land”, vero? Ecco, lui.

Il primo uomo del film è, ovviamente, il primo uomo che ha messo piede sulla luna, Neil Armstrong. E la storia la sappiamo tutti, bene o male. Potremmo dimenticarci giorno e anno — 20 luglio 1969, così non li dimenticate più. Potremmo dimenticarci dei dettagli — Apollo 11, la navicella, da non confondersi con il 13 di Steven Spielberg. Ma non scordiamo quello zompettare tipicamente lunatico, quelle parole che Neil si è preparato lungo il tragitto, per essere pronunciate lì, sulla luna, insieme al suo zompettare lunatico.
“Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”, la cui traduzione deve aver mandato in paranoia Tito Stagno e il suo entourage, quando dovettero tradurlo in tempo reale per la RAI Radio Televisione Italiana: “A small step for a man, a giant leap for mankind”. E adesso? Come lo traduciamo “leap”?! “Leap” è un balzo, non è un passo, caro Tito. Si sarebbero salvati in corner mettendo “avanti” dop il secondo “passo”… Ma va be’, non stiamo qui a fare le pulci a una telecronaca che portò 400 milioni di persone in tutto il mondo davanti agli schermi.
Da quando ho appreso quella cifra, nel film, non posso fare a meno d’immaginare 400 milioni di esseri umani — all’epoca!— che smettono di fare quello che stanno facendo, che si raccolgono davanti ai preziosi rari televisori di tutto il mondo, per assistere a un evento che ha del fantascientifico ancora oggi, dopo che abbiamo conosciuto Sir Stanley Kubrick. Oppure Star Wars.

Chezelle si è dimostrato il talento che è. Poteva fare il classico polpettone biografico grondante American pride. L’elogio all’eroe e all’eroismo americano. Se c’è una cosa in cui gli americani sono riusciti — e gliene va dato atto — è proprio quella di aver portato l’uomo sulla luna in un momento in cui certo la scienza aveva fatto passi da gigante, ma in cui le strutture, i marchingegni, erano strutture e marchingegni che oggi definiremo rudimentali. Flintstone. FIAT! (Battuta). Mancavano assolutamente della sofistificazione di oggi.

E Chezelle è stato proprio intelligente perché non vuole mostrarci la grandeur dell’impresa, la navicella enorme vista da sotto in su, bianca e scintillante, gli interni spaziosi in cui gli astonauti flottano beati. Ci mostra tutto il contrario. Banderuole e bulloni, interruttori manuali, cavi alla luce del sole, l’abitacolo grande come quello di una Smart. Strategia vincente perché lo spettatore passa tutto il tempo a chiedersi per quale miracolo divino — o meglio, come cavolo— questi tre uomini siano arrivati sulla luna a bordo di una Smart, e a ragionare, tutto il tempo sulla precarietà, la fragilità dell’essere umano. Che tuttavia riesce, per qualche miracolo divino, o cavolo — mani magiche? — a fare grandi cose.

Quindi a Chezelle non interessa proprio il sensazionalismo, l’eroismo, l’universalismo. Interessa la storia dell’uomo Neil, il piccolo, il particolare. Ma il regista è sufficientemente brillante, da creare un meccanismo cinematografico per cui l’unverso/ale si rifrange nel particolare della storia personale di Neil e del suo dolore.

“First Man” è il racconto, anche e soprattutto, del lutto mai totalmente elaborato — forse alla fine, ma non siamo proprio sicuri — della morte della figlia degli Armstrong, per un tumore al cervello. Carol aveva due anni. Questo indicibile dolore è il motore che spinge avanti Neil, un talentuoso ingegnere della NASA con l’ambizione di andare sulla luna. Così “First Man” non è il film del primo uomo sulla luna. E’ il film di un padre privato di un figlio che cerca nella luna il modo di fare i conti con la propria disgrazia.

E c’è una scena, sulla luna, con un braccialetto, che credo sia una delle scene più commoventi e strazianti della cinematografia mondiale, e che dentro di me continua a svolgersi. La rivedo costantemente. Il calvario di Neil diventa nostro, così come lo diventa la sua impresa. La grandezza del film si concentra lì: nell’averci raccontato il grande attraverso il piccolo, la gioia attraverso e dopo la sofferenza, e di averci portato tutti lassù e laggiù con lui.
Quindi Niel, con il suo nucleo di dolore, è il fulcro che tiene unito questo film dal respiro letteralmente galattico.

Ovviamente tutto questo non sarebbe stato possibile senza la straordinaria interpretazione di Ryan Gosling. Un attore che, ne ho avuto la conferma con questo film, parla con il silenzio come pochissimi altri sanno fare. Questo sin dal piccolo capolavoro “Drive”, passando per “Come un tuono”, e arrivando qui, a questa sceneggiatura, in cui pronuncia pochissime parole. Ha un modo, Ryan, di traghettare le emozioni dal suo punto interiore più profondo fino al tuo punto interiore più profondo. Non so come faccia, ma in pochissimi attori riescono, senza salire sulle scialuppe delle parole. Ryan ce la fa. Sia benedetto.

Un grandissimo asset del film sta nella musica. Damien Chezelle collabora con il musicista Justin Hurwitz sin da “Whiplash” — i due, pensate, erano compagni universitari, si sono trovati a Princeton e non si sono più mollati. Mai come in questo film la musica è lingua. La musica parla quando Neil non parla. La musica racconta la pena, e non solo quando Neil perde la figlia, ma anche quando Neil perde tre cari amici astronauti, nell’incendio che si portò via l’Apollo 1 ancora prima di staccarsi da terra.
La musica è il muscolo che porta avanti il film, così come il silenzio è il codice espressivo che ci permette il tentativo di decodificare uno spazio nuovo come quello della luna. Nessun rumore si sente, quando i tre terminano l’allunaggio. Quel silenzio, davanti a una terra — volevo dire una luna — intatta, ignota, ricorda tantissimo il silenzio kubrickiano in “2001 Odissea nello spazio”. E’ un silenzio denso di arcano. Riempie la scena come un vero e proprio personaggio, una presenza imponente, e lo spettatore si trova così ad affrontare un’esperienza simile, almeno in parte, a quella affrontata da questi piccoli grandi uomini del ’69. L’affaccio sull’ignoto, i primi passi letteralmente fuori dal mondo.

Alcuni critici beceri discesi dalle stelle e dalle strisce americane, hanno criticato il film per aver sminuito l’impresa. Per non aver inserito, per esempio, la scena dalla posa della bandiera — in realtà, critici beceri, la posa c’è, basta fare un po’ di attenzione.
Il vero valore del film, secondo me, sta proprio in questo girare le spalle alla patria di Superman, in questo abbracciare un voluto understatement, e nel riposizionare il riflettore non già sull’impresa in sé, ma su quanto sia costata, in termini emotivi, psicologici, relazionali — non scordiamoci che Neil aveva una moglie e altri due figli, e una missione sulla luna con un 50% di possibilità di fallire/morire non gli ha certo facilitato la vita. Un film che mi racconta della fragilità umana raccontandomi un successo di un’impresa, mi insegna che noi umanità possiamo moltissimo, in questa nostra piccola grande esistenza, ma che siamo sempre, sempre, a un passo dal fallimento, dall’ombra, dal nero eterno. E questo, a casa mia, lo fanno Bergman. Welles. Kubrick.

In ultimo, “First Man” ha una raffinatezza d’insieme che speriamo venga colta e premiata dall’Academy Awards, il prossimo febbraio. Speriamo non premino solamente l’emo-entertainment di massa come “A Star Is Born”, e che rintraccino in “First Man” un nuovo modo di narrare l’ambizione e il desiderio di spingersi oltre i confini.

E anche per stasera è tutto, cari i miei Fellows.
Il Frunyc IV aggiornato contiene degli scatti dell’allestimento Halloween della hall del mio palazzo.
Se questo è l’allestimento per Halloween, mi chiedo se per Natale ospiteremo il vero Santa Klaus con la vera Rudolph dietro il bancone del doorman.
Tanta serietà nel fun mi lascia senza parole…

I saluti, stasera, sono manualmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 387 da NYC commenta “AT ETERNITY’S GATE” di Julian Schnabel

LET’S MOVIE 387 da NYC commenta “AT ETERNITY’S GATE” di Julian Schnabel

Maledetta me Moviers

che ho aspettato fino all’ultimo weekend.
Il weekend peggiore, e non solo perché l’ultimo — non si aspetta mai l’ultimo, in nulla, finisci sempre per rimetterci — ma perché la pioggia. Lo scorso finesettimana la pioggia ha spinto tutta la popolazione residente nello Stato di New York, tutti i turisti in visita, tutti i businessman di passaggio, tutti quanti tutti, al MET, sfruttando l’ultima occasione di vedere “Heavenly Bodies: Fashion and Catholic Imagination”.
Vi parlai della mostra a maggio, raccontandovi del MET Gala, con tutte le celebrities vestite in base al tema della mostra, che quest’anno, era, appunto, il rapporto fra moda e cattolicesimo.

Mi sono fatta sfuggire i mesi così, come la prima delle principianti che affronta NY senza sapere che a NY non puoi dire “massì oggi che faccio? Vado al MET”. No! Il last-minute è banditissimo qui. Tutto si dimentica. E questo non lo dico solo io. Lavoisier ha riscritto le sue leggi per adattarle a questa città: tutto si crea, tutto si distrugge e tutto si dimentica. Quindi qui funziona che qualsiasi azione, anche la più piccola, anche la più insignificante, come andare in un museo, finisce in agenda, anche se poi finisce che ci vai da solo, e non corri il rischio di dar buca a qualcuno.

Cosa è successo ai miei mesi prima di ottobre? Cosa è successo a giugno? A luglio? A settembre? L’unico a passarla liscia è agosto, grazie alla Spagna e alle sue residenze che mi hanno portato via alla città. Ma gli altri? Ho cercato di fare mente locale. Un po’ come esercizio dal volere psicologico, e un po’ per incastrarmi — ecco, davanti a questa prova, l’imputata appare evidentemente colpevole.
A maggio ero impegnata a tornare a respirare. L’inverno si è protratto così a lungo, quest’anno.
Giugno? Giugno è stato il mese dei concerti all’aperto a Central Park, dei film sotto le stelle lungo l’Hudson River.
Luglio? Luglio è stato il mese dei weekend in bicicletta a Brighton Beach e del caldo assassino — il mio killer preferito.
Poi settembre? Settembre il mese del lutto nazionale. L’estate trucidata da un manipolo di farabutti travestiti da monsoni.
Un lutto lungo un mese?
Sì, un lutto lungo un mese. Lo ricordo alla perfezione.
E poi ottobre subito qui.

Questa difesa fa acqua da tutte le parti.
Per questo, camminando a velocità sostenuta alla volta del MET, sabato scorso, sotto una pioggia autunnale, mi sono maledetta tutto il tempo. E così ho continuato a fare quando sono arrivata e ho trovato una fila senza capo né coda alle biglietterie.
Non potevo sprecare 45 dei 60 minuti che avevo a disposizione per visitare la mostra stando in una fila — per giunta senza capo né coda.
Allora confido nella mia residenza newyorkese. Se risiedi a New York, e puoi provarlo — con la NY ID, per esempio — puoi entrare beneficiando del pay-as-you-wish. 🙂
Ma al banco informazioni mi dicono che purtroppo anche i residenti devono fare la fila.
Allora, come si dice da queste parti, I tried my luck.

Mi presento al banco dei MET Members, ben conscia del fatto che la mia membership è scaduta a febbraio 2018. Non ho alcun titolo per rivolgermi a quel desk.
La signorina di là dal bancone a cui offro il tesserino da Member, mi dice che è scaduto, e che devo fare regolare biglietto alle biglietterie.
“Oh, even if I am a Newyorker?”
“I am afraid so”.
Al ché io faccio un po’ la drama, ma senza piazzate. Come farebbe un newyorkese. E dico, oh no, non ce la farò mai a fare la coda e a visitare la mostra…Ho un impegno fra un’ora…
Aggiungo anche un’espressione dispiaciuta, ma contenuta. Non da Europa dal Sud. Da Danimarca.
La signorina abbocca.
“Ok, I’ll do it for you, Captain”.
Mi chiama “Captain”.
Trattengo l’ilarità solo perché sono nel mezzo del mio film e non posso mandare tutto in malora per una risata.
Mi chiama “Captain” perché il titolo che compare sul mio tesserino da Membro MET scaduto c’è il titolo “Captain”.
“Posso scegliere ‘captain’?” Avevo chiesto, da canaglia, all’addatto delle Membership quando avevo compilato il modulo, scartando “Dr”, “Miss” e “Mrs”.
“Sure”, mi aveva risposto lui, con un sorriso da canaglia complice.
Da allora, che lo crediate o no, per il MET, io sono Captain Fruner. 🙂

Baciata dalla fortuna come mai prima, entro nell’ala di arte medievale e bizantina che ospita la mostra. E giù fioccano le maledizioni.
Capisco l’unicità di ciò che sto per vedere. “Heavenly Bodies” è un evento che non si ripeterà e che rimarrà scolpito nella memoria delle mostre non solo del MET, ma a livello mondiale — è stata la terza mostra più visitata della storia del MET.
Sono davanti a una fila di manichini sospesi a due metri d’altezza, vestiti con abiti di lamé d’oro by Gianni Versace. Lì accanto, calici e piatti e monili d’oro arrivati direttamente dal Vaticano. La conversazione che intessono oscilla fra sacro e profano e sarà sostenuta in tutte le sale che visiterò. Quindi ho presente il valore di ciò a cui assisto. E questo valore — che la memoria traduce in ricordo, la valuta più preziosa di tutte le valute — è intaccato dagli stormi di visitatori che, uccelli neri, invadono le sale. E i miei esuli pensieri sono tutti rivolti a maledire me stessa.
A fatica cerco di isolarmi in una mia dimensione personale che permetta ai capolavori della moda di tutti i tempi di raggiungermi, e parlarmi. A fatica, ce la faccio.
Ci sono modelli di tutte le epoche, stilisti da tutto il mondo. Ma la presenza italiana è ovviamente massiccia. E non solo con i soliti noti che mi aspetto di trovare. Dolce e Gabbana, Valentino e Riccardo Tisci. Ma anche quei nomi italiani che hanno scritto la storia della moda ben prima di loro. Come le Sorelle Fontana, presenti nella mostra con un modello chiamato “Il Pretino”: un abito semplice semplice, inequivocabilmente rassomigliante a quello portato dai preti, che impazzò alla fine degli anni ’50 perché fu indossato e amato da una certa Ava Gardner. Ed Elsa Schiapparelli, la prima vera competitor di Coco Chanel, presente in mostra con una mantellina corta del 1938 in tutto e per tutto somigliante alla zimarra che indossano i chierici.

E poi manichini trasformati in monache. Qualcosa di simile alle monache. Se guardati bene da vicino, si capisce che non sono abiti da novizia, né da badessa. Le linee ricordano conventi e monasteri, ma le reinterpretazioni, insieme a tessuti preziosissimi e linee precise al millimetro, fanno di queste creature — molto più di creazioni — dei veri e propri luoghi di seduzione dove aleggia, da qualche parte, il desiderio. E quando l’immaginario cattolico incontra seduzione e desiderio, capite che l’estasi è inevitabile.

Una mostra così era ad altissimo rischio scivolone.
I curatori avrebbero potuto facilmente cadere nel pruriginoso o nella facile iconografia del proibito e del peccaminoso. Nulla di tutto ciò. La sfera sessuale non è minimamente tirata in ballo. La sensualità che trasuda dai lunghi pudicissimi abiti è data dall’eleganza e dalla solennità stessa dell’abito, tanto che il corpo che lo indossa, è un mezzo per evocare una dimensione superiore, celeste. Proprio come era per i paramenti ecclesiastici nel passato.
Se date un’occhiata al Frunyc IV, potrete capire di cosa parlo.

Dior, Yves St Laurent, Thomas Brown, Raf Simons, Givenchy, Christian Lacroix, Jean Paul Gautier, Alexander Mc Queen (Dio l’abbia in gloria per l’eternità, Amen) si sono tutti ispirati, in determinati momenti della loro carriera, all’immaginario cattolico: ogni artista, dopotutto, persegue il sacro. Farlo attraverso un linguaggio estetico che ha funzionato per secoli, sembra la più naturale delle scelte.

Dopo essere uscita in uno stato mistico che mi ha reso sorella di Caterina da Siena e Benedetto da Norcia, so che non è finita qui.
Sì perché il MET non ha adibito solo le gallerie medievali e bizantine sulla Quinta Strada alla mostra, ma anche The Cloisters, una sede distaccata che sta nella parte alta di Manhattan, intorno alla 190esima Strada.
Ma cos’è The Cloisters? E perché al plurale?
Sentite che storia da Regina Coeli (!)

Nel 1927, New York si mette in testa l’idea di realizzare un sito di bellezza medievale.
E come si fa?
Si ringrazia un certo Rockefeller Jr per le cospicue donazioni, si parte per l’Europa, si saccheggiano — potete anche dire raccolgono se volete — parti di chiese e monasteri, colonne, fontane, frontoni, pietre, vetrate, altari, porte, portoni, persino campane, da Francia, Spagna e Italia, e si portano via nave nella parte alta di Manhattan. Gli si costruisce attorno una struttura molto cistercense di gusto e di forma, et voilà, Manhattan ha il suo sito di bellezza medievale.
Il plurale di “Cloisters” è proprio per via dei cinque chiostri medievali spagnoli e francesi la cui struttura, dopo essere stata trasportata a NY, è stata incorporata nella costruzione del museo.
Questa, a casa mia, si chiamerebbe appropriazione indebita, ma ora casa mia è New York, e forse a New York questa si chiama scambio culturale. Una specie di Erasmus a senso unico che ha degli oggetti d’arte per soggetti.
Certo, tante nazioni sono tristemente unite dalla pratica del saccheggio di opere d’arte. Ma nel ’27? Un’epoca così recente? E soprattutto, con un piano così lucido, da Lupin III? Sotto la luce del sole?
Ancora stento a credere che un taglia-e-cuci, anzi, uno scomponi-ricomponi come The Cloisters sia stato permesso.
Ma magari c’è una causa aperta di cui ignoro l’esistenza.

Mi ritaglio tre ore di tempo e vado a The Cloisters lunedì, ultimo giorno possibile — l’8 ottobre. È vano sperare che il lunedì possa facilitare una visita meno affollata. L’8 ottobre è stato il Columbus Day.
Ciononostante, arrivo a un orario ragionevole, e la vera mandria arriva quando io me ne vado — qualche Santo, forse Versace, nel paradiso della moda deve aver guardato giù.

Se l’effetto degli abiti nella galleria medievale e bizantina al MET sulla Quinta Strada mi aveva fatto provare provare emozioni di mistico delirio, provate immaginare cosa ho provato incontrando modelli di Alexander McQueen, Dior, Balenciaga d’ispirazione cattolica in una cornice come quella di un convento…
Ho girovagato per tre ore in uno stato di grazia mariana, conscia che se la morte fosse giunta lì, l’avrei accolta con il sorriso sulle labbra e le braccia aperte: la bellezza fa bella anche la morte — forse anche le turiste con le Birkenstock e i calzini bianchi.
Cheddirvi? Una cappella è stata riservata a un abito da sposa di Dior — “Hymnée”. L’abito davanti a un crocifisso, una luce sistemata in maniera furba, in modo da gettare un’ombra tattica tutt’intorno. La musica di Schubert in sottofondo.
Cheddirvi? Una sezione del piano interrato ospitava “Il Giardino dell’Eden”: una decina di pezzi Alexander McQueen (Dio l’abbia sempre in gloria per l’eternità, Amen) con motivi memori di Hyeronimus Bosch e de Chirico.
Cheddirvi? Un abito in oro e tulle di seta by Valentino, evoca i campi di grano dipinti da Van Gogh. E un abito in seta vermiglia e chiffon nero sboccia come una rosa rossa dall’anima dark dentro un confessionale di legno risalente al Medioevo.
Cheddirvi? Un chiostro interno dal cui soffitto pendono lunghi mantelli neri by Valentino, e l’effetto è quello di quando incontrate l’arte di Magritte, che tante volte ha riempito il cielo dei suoi quadri di omini sospesi in abito scuro.
Cheddirvi? Questa è, by far, la mostra migliore a cui sia mai stata.

Un unico rammarico — a parte averla vista con troppa mandria turistica attorno. Il rammarico si rivolge, ancora una volta, all’Italia. L’Italia che non solo ha gli stilisti, ma che avrebbe i luoghi 100% original in cui ospitare una mostra come questa, e che non dovrebbe saccheggiare nessuna Francia, nessuna Spagna. L’Italia ha gli originali!
Eppura l’Italia non se ne esce con un’idea come “Heavenly Bodies”. Non le passa nemmeno per la testa di rileggere l’estetica clericale attraverso la lente della moda — in cui peraltro eccelle da secoli! — e di sfruttare una delle infinite location a sua disposizione per ospitarla. Ma nulla. Dobbiamo aspettare che l’America si porti qui l’Europa per fare quello che noi potremmo — dovremmo — fare. Dobbiamo ringraziare il MET e i suoi curatori sempre più avanti di tutti, quando gli italiani potrebbero già essere talmente avanti da mettere le crisi d’identità al futuro.
Questi pensieri, tuttavia, non hanno minato la mia estasi. Nella mia immaginazione, ho indossato ogni singolo abito visto — persino la corona di spine disegnata da Alexander McQueen e chiamata “Dante”.

Questa settimana è proseguito il NY Film Festival, che mi ha messo sul piatto proiezione e conferenza stampa
Di “At Eternity’s Gate”, il film di Julian Schnabel su Vincent Van Gogh che è valso la Coppa Volpi a Willem Dafoe all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Ci ho scritto un articolone che è uscito su La Voce di New York, e che più o meno dice così…

Cosa succede quando un artista decide di fare un film su un artista? Alcuni pensano sia un cortocircuito che sprigiona troppa energia, e optano per lo scetticismo. Altri, come noi, che amiamo le centrali elettriche in forma di talento, e mettiamo in preventivo il rischio sovraccarichi, sono andati alla proiezione di At Eternity’s Gate con curiosità e fiducia: quando un artista decide di fare un film su un altro artista, semplicemente lo segui. Se poi non ti porta da nessuna parte, avrai semplicemente perso un paio d’ore.
Julian Schnabel, in questo caso, non solo ti porta da qualche parte. Ma per due ore ti fa essere Van Gogh. Perché At Eternity’s Gate non è il biopic lineare che ci si potrebbe aspettare da qualsiasi regista invaghito dalla vita del pittore — chi, obbiettivamente, non ne subisce il fascino? Ma, come abbiamo avuto modo di confessare al regista dopo la proiezione, At Eternity’s Gate è il film che avrebbe girato Van Gogh su se stesso se Van Gogh fosse stato regista. E questo non lo rende un’opera per tutti, ma per coloro che sono disposti a lasciare la propria corazza di sanità e di intraprendere un viaggio di due ore sulle vette dell’estasi creativa e giù nei meandri dell’incubo, dell’alienazione.
l film è stato presentato all’interno della Main Slate, la categoria dei film principali del NYFF, e ha portato, sul palco del Walter Reade Theater, sia il cast con Willem Dafoe, Oscar Isaac, Ruper Friend, sia il trio che ne ha firmato la sceneggiatura — Julian Schanbel, Jean-Claude Carrière e Louise Kugelberg — che si sono prestati a commentare, pur brevemente — troppo brevemente! — il making-of del film.

“Non volevo fare un film su Van Gogh”, confessa Schnabel, “Io e Jean-Claude eravamo al Musée d’Orsay, e Jean-Claude ebbe un’epifania…”, aneddoto che Carrière prosegue a raccontare, “Grazie a Julian, abbiamo goduto di una visita privata al museo. Eravamo soli. E ci siamo trovati davanti a un autoritratto molto triste di Vincent. Un autoritratto in cui aveva usato tre tipi diversi di blu per marcare il contorno dei suoi occhi, e un rosso vermiglio. Era come sentire il battito del suo cuore. Non ho mai provato una sensazione simile in vita mia. Era come se Van Gogh ci stesse seguendo”. La parola torna a Schnabel, “Allora abbiamo buttato giù il copione. Ma non ho pensato in termini di struttura. Ho pensato a delle vignette, come se lo spettatore uscisse dal cinema così come uscirebbe da un museo — portandosi con sé delle vignette delle cose che ha visto”.
E in effetti la cronologia della vita dell’artista è rispettata a grandi linee, ma quello che interessa a Schnabel è più che altro restituire l’esperienza di Vincent uomo e artista, il suo percorso che rasenta la follia e che poi ci finisce dentro, per poi riuscirne, e per poi rifinirci dentro di nuovo, in un in-and-out che lo condannerà a uno stato di turbe momentanee, consacrandolo, ciononostante, all’eternità della storia dell’arte.

Quindi abbiamo il periodo trascorso Arles, dove Vincent vive una stagione di furore artistico, ma dove al contempo subisce le angherie dei paesani piccoli e diffidenti, che vedono in lui il matto da punire e allontanare — “mi sento un esule, un pellegrino… Del resto anche Gesù era totalmente sconosciuto e perseguitato quando era in questo mondo”, deduce Van Gogh, lettore delle Sacre Scritture. Abbiamo l’anno trascorso presso l’istituto psichiatrico di Saint-Rémy de Provence, dove Vincent dipinge qualcosa come centocinquanta dipinti tra il 1889 e il 1890. E gli ultimi due mesi a Auvers-sur-Oise, dove ne dipinse ottanta, in una furia creativa che supera persino gli anni arlesiani. Tutto questo è inframezzato dagli eventi salienti che hanno puntellato la biografia — e la sua sanità — del pittore. L’amicizia complicata con Paul Gauguin, l’episodio del taglio dell’orecchio, il rapporto tenerissimo con il fratello Theo — colui che più di tutti tentò di proteggere e incoraggiare il talento di Vincent. Tutti questi elementi, legati alla sfera biografica ed emotiva, occupano lo schermo in maniera frammentata. Così abbiamo un frammento — struggente, mirabile — del legame fortissimo con Theo in un momento d’infinita dolcezza: Vincent assopito nel letto dell’ospedale psichiatrico, Theo sdraiato accanto a lui, la cinepresa vicinissima ai loro volti, come per restituirci il calore che solo un rapporto fraterno autentico può sprigionare. E abbiamo frammenti di vita quotidiana. Le peregrinazioni per i campi inondati di sole, nel più classico dell’immaginario vangoghiano — l’estasi fanciullesca del pittore. Oppure le finestre intrise di pioggia, gli scarponi malandati che diventeranno soggetto di un suo quadro, le radici degli alberi, i matti che camminano in circolo dentro un manicomio — lui insieme a loro.

La soggettiva è il linguaggio che Schnabel sceglie di adottare. La cinepresa sta addosso ai personaggi, assume prospettive scomode, l’occhio si fa sfocato, la pellicola sgranata. La sensazione è quella di trovarsi in un mondo deformato, disturbato da qualcosa che incombe e che non sappiamo spiegare. Quel qualcosa è la follia, che bracca Vincent, e che, in base agli intenti “transfert” del regista, insegue noi.
“Ci sono moltissime parti di questo film che sono in silenzio, e moltissime parti narrate in prima persona. È come se non stessimo guardando un film su Van Gogh, ma come se fossimo Van Gogh”, commenta Schnabel in conferenza stampa. E ricorre anche a una tagliente, doverosa battuta ironica, quando una giornalista gli chiede se la scelta di sfocare certe immagini, specie all’inizio, sia stata voluta. “Voluta? Nah, sarà stata un svista…”, butta lì, sornione. Ebbene, non solo è voluta, ma ricercata con cura maniacale, attraverso immagini fuori fuoco, camera a spalla, inquadrature sottosopra.
“Mi era capitato di comprare per sbaglio un paio di occhiali bifocali. Li ho messi per gioco davanti alla lente della cinepresa. E quello era l’effetto che ricercavo per rendere la follia, e catturare la paura che deve aver provato Vincent. Penso che fosse spaventato a morte dall’idea di diventare pazzo”.
Ineccepibile l’interpretazione di Willem Dafoe, le cui rughe e il cui viso scavato di sessantenne cantano benissimo l’anima vecchia del giovane trentasettenne Vincent. Racconta l’attore, “Avevamo una sceneggiatura robusta a cui affidarci. Andavamo sul set la mattina presto, giravamo in fretta, e poi avevamo il pomeriggio per camminare nella natura e farci ispirare. È stato tutto molto naturale, e il pensiero che avevo era quello di godere a pieno dell’esperienza che stavo vivendo”.

In conferenza stampa anche Oscar Isaac, che sullo schermo, nel ruolo poco incisivo di Paul Gauguin, ci ha fatto rimpiangere il sanguigno, credibilissimo Anthony Quinn: la sua interpretazione in Brama di vivere (Lust for Life) di Vincente Minnelli, gli valse l’Oscar come miglior attore non protagonista nel 1956, e gli bastarono una manciata di minuti di recitazione per guadagnarselo — Dafoe, di contro, tiene testa a Kirk Douglas, che di Vincent diede un’interpretazione parimenti convincente.

È evidente che i tre sceneggiatori hanno saccheggiato a piene mani lo splendido epistolario fra Theo e Vincent. Le citazioni sulla pittura, sulla vita, Dio, la bellezza, la malattia, l’emarginazione, l’esistenza sono sparse per tutto il film, e molto spesso vengono ripetute due volte, quasi per dar modo allo spettatore di capirle a fondo, e di non lasciarle scivolare via insieme allo scorrere della pellicola. “Volevo far dire a Van Gogh cose sulla pittura che volevo sentirgli dire”, ammette Schnabel. Il rischio, in alcuni punti, è quello di scendere nella deriva del citazionismo e mettere a repentaglio l’equilibrio volutamente squilibrato che At Eternity’s Gate persegue. E di scivolare nell’accademico. Ciò non succede. Schnabel si salva: il tipo di spettatore che sceglie di vedere questo film sul pittore sa di trovare pane per i suoi denti, tanto che potrebbe uscire con le mani piene di perle, avesse la pazienza di raccoglierle su un taccuino, cosa che ho fatto per voi, e che condivido di seguito.

“Quando mi trovo davanti a un paesaggio, vedo l’eternità. Magari sono il solo a vederla, ma la vedo.”
“A volte la mente mi sfugge… Sente di perderla. A volte vedo fiori, angeli, esseri umani, a volte mi parlano. Quando sono in quello stato, non mi rendo conto di ciò che potrei fare. Potrei anche uccidere. O gettarmi da un burrone”.
“Mi sento perduto quando non sono nella natura. Quando la guardo, vedo i legami che ci uniscono tutti”.
“Ho bisogno di uscir fuori e scordar me stesso. Ho trascorso tutta la vita da solo in una stanza. E ho bisogno di dipingere veloce. Ho bisogno di trovarmi in uno stato febbrile. Più dipingo in fretta, più sono felice.”
“C’è qualcosa in me, non so cosa sia. Vedo cose che nessuno vede, e voglio condividerle con gli altri, per mostrare loro com’è veramente la vita”.
“Dipingo la luce del sole”
“Sono un pittore. Non riesco a far nient’altro. Dio mi ha dato questo dono. Forse Dio ha scelto il periodo sbagliato, io sono per le persone che non sono ancora nate”.
“Dipingo per smettere di pensare. Penso al rapporto con l’eternità. Stazionano molte distrazioni e fallimenti, al limitare di un dipinto riuscito”.

E anche per oggi, eccoci in fondo –siete arrivati fino in fondo??
🙂

Consiglio vivamente quattro passi nel Frunyc IV per capire “Heavenly Bodies”.
Vi ringrazio sempre tanto e vi porgo dei saluti, stasera, maledettamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 386 da NYC commenta “ROMA” di Alfonso Cuaron

LET’S MOVIE 386 da NYC commenta “ROMA” di Alfonso Cuaron

Mental Moviers,

ci sono dei momenti, in qualsiasi lingua, in cui le parole, perdono il primato della parola più trendy e lasciano il posto a nuove parole. Io immagino ci sia un ospizio per le parole passate di moda, ma certo non posso dirlo con sicurezza. Questo capita a tutte le lingue. La pischella e il paninaro, per esempio, due perle degli anni ’80 che, guardate da vicino nel 2018, hanno perso tutto lo smalto. Lo stesso dicasi per “ganzo”, che ha fatto di me una teenager mono-aggettivale per tutto il biennio1995-96.
Capita anche all’inglese. Pensavate voi che “insane”, oppure “crazy”, fossero sempiterni? No, non lo sono.
Oggi sono minacciati da “mental”.

“This week was absolutely mental for me”. Così mi dice Vivek.
Vivek è indiano di nascita — non nativo indiano, indiano dell’India. Trasferito in Canada all’età di tre anni. Poi spostato a Phoenix, Arizona, e da un annetto qui a New York. Fa il Business Intelligence Director alla Columbia Univerity, se vi interessa. E mi ha rivelato dei segreti mica da ridere su quanto gli americani — specie gli ebrei americani — facciano donazioni da milioni e milioni e milioni di dollari all’ateneo… E senza nemmeno dover insistere troppo. Lo fanno di natura.
Ma torniamo alle parole…
“Mental” sta per “fuori di testa”. E ci sta.

Barba da talebano e animo hip-hop, Santek, a un’opening di una mostra presso la Municipal Art Society, nel Greenwich Village, mi butta lì un “You are dope, maaaan” quando gli spiego un po’ la mia storia — e su “instagrammable” per il momento soprassiedo…
Ora vi prego di sostituire “cool” con “dope”, oppure di affiancarglielo se siete troppo affezionati.
“Dope” sta per “da droga”, “da paura”. Non siate troppo sentimentali quando toglierete il primato di “cool” dal vostro lessico di quotidiano stupore.
Io sono ben felice che gli americani ricorrano a un altro modo per dire che qualcosa è fico, perché, parliamoci chiaro, lo abusano in maniera impropria, anche in contesti in cui un italiano farebbe uno sforzo per trovare aggettivi più consoni.
Ho dovuto far scrivere ai miei studenti del Mercy College un paper: “Vai in un posto italiano, frequenta un evento italiano e descrivi cosa ti ha colpito dell’esperienza” — questa, sostanzialmente, la traccia, per un paper assolutamente inutile, giacché da scriversi in inglese.
Thomas, molto meritoriamente, è andato a visitare Magazzino Italian Art, il bel contenitore che contiene tanta Arte Povera del secondo ‘900 italiano a Cold Spring.
A parte rimanere molto stupita della briga che si è preso di andare Upstate NY, in tre paginette ho contato cinque “cool”, per descrivere opere d’arte, di un’importanza assai capitale, e non solo per l’Italia — One thing I forgot to add was that a lot of artwork used shadows which was really cool… I spent a good while at the art museum giving thought to each piece of work and overall it was definitely really cool how they pushed subtleties in work
Definitely really cool.

Ma quando noi scrivevamo un tema d’italiano alle superiori, o un essay all’università, ma dicevamo “Penso che sia molto fico che” o “a mio parere è fico che l’artista voglia…”. Non mi risulta, ma magari ero solo io che mi arrampicavo sulla scala della sinonimia, chissà.

Non solo Santek mi ha nominato “dope”. Ed è questo che mi ha acceso una spia. Quando senti una parola una volta, fai la faccia basita. Quando la senti la seconda volta, fai la faccia dell’uomo ricco che s’intasta un assegno.
Parola nuova, tesoro nuovo.
Dovevo dirvi di una micro mostra che sono andata a vedere a SoHo. Ecco.
Il venerdì olimpico in cui ho ricevuto le copied di Bitter Bites from Sugar Hills — e ora, udite udite, lo potete pre-ordinare su Amazon e ammirare su Small Press Distribution 🙂 — mi sono diretta al Morrison Hotel and Art Gallery, 116 Prince Street.
Il Morrison funziona un po’ come lo spazio Domenico Vacca — ricordate? Un accostamento di attività diverse, tutte sotto lo stesso tetto. Ma devo ancora capire se il Morrison sia un hotel di fatto oltre che di nome, e se sì, dove si nasconda. Credo nel suo caso si realizzi il fenomeno del name-displacement, come quando chiamano un risporante “La sacrestia”, o “Il convento”, e tu non è che devi domandarti dove si saranno mai cacciati preti e suore.

Quando arrivo, salgo una scala strettissima e mi ritrovo in una stanza assai grande, ma non certo il MoMA. Un ufficio, con tre tavoli, pareti bianchissime, legno per terra, le finestre ricamate all’esterno dalle scale antincendio. A SoHo, tante scale antincendio sono bianche, e questo fa di SoHo, SoHo. Nel resto di New York, le scale antincendio sono nere. E questo fa di New York, New York.

Mi accoglie Matthew, un gayissimo gentilissimo che, appena dico, “I am Italian”, sbotta in un “OMG, Italy is sooo dope”.
E lì, si accende la spia di cui sopra: “dope” entrato nel quotidiano lessicale della città.

Da quando sono qui, è sempre un po’ un problema dire da dove vengo.
Vengo dall’Italia ma abito a New York. Quanto tempo dovrà passare prima di poter dire “Sono di New York”? Ma poi, voglio proprio dirlo, “Sono di New York”? Me lo chiedo perché ogni volta mi sento sempre in dovere di rivelare che sono italiana. Lo infilo ogni volta. Mi chiedo il perché.
Tutto il mondo capisce dal mio aspetto che non sono americana. Alcuni sentono che c’è un accento nel mio inglese. Ma non un accento italiano. Per questo rimangono stupefatti quando dico, “I am Italian”.
E poracci, questi americani. Non è che se sei italiano si aspettano che parli l’inglese del Padrino o dei Good Fellas, ma cerchiamo di capirli. Il 98% degli expat parla un inglese con un fortissimo accento italiano.
Non c’è da meravigliarsi se gli autoctoni strabuzzano gli occhi quando sentono un’italiana con una pronuncia inglese accettabile.
Dire che si è italiani è sempre un piacere, a New York. Ma penso un po’ dappertutto, all’estero. Si aprono dei gran sorrisi, si rimestano ricordi “Oh Italy! I have been there to…” e via con la brochure dell’Ufficio del Turismo. Oppure si sgranano occhi sognanti, ma vaghi — “Oh Italy…”, e chissà quali immagini riempiono quei puntini di sospensione quando sospirano “Oh Italy…”.

Per omaggiare il bel paese, Matthew mi dice, “I am Matteo”. Come il mio amico Hemingway, anche lui pronto a rinnegare Matthew e passare alla sua controparte italiana.
È originario di Montreal. E lo lusingo, decantando la città. In realtà ci sono stata tre giorni qualcosa come dodici anni fa or so, sotto una pioggia torrenziale, in cui ho maledetto il Canada ogni singolo minuto. Quindi ho dei ricordi nebulosi della città. Ma ricordo, tuttavia, la gran concentrazione museale, e un senso d’Europa, da qualche parte. Lo stesso che pulsa a Boston.
Matteo mi spiega della micro mostra che hanno allestito. S’intitola semplicemente “Hip Hop” e raccoglie una trentina di scatti fatti ad artisti hiphop e rap negli ultimi trent’anni. Fra loro Biggie, Tupac, Eminem, Run-DMC, NWA, Public Enemy, Dr. Dre, Lil’ Kim, Beastie Boys, 50 Cent, Kendrick Lamar, OutKast, Snoop Dogg, Jay-Z, Nicki Minaj, Kanye West, ASAP Rocky, Wiz Khalifa.
Le foto sono quasi tutte in bianco e nero, tranne tre o quattro. Fra queste, ne spicca una che porta l’arancio della tuta e l’oro della zecca che Jay-Z si porta addosso, in uno scatto in cui aveva 18 anni — e sicuramente 18 kg — in meno.
Lo scatto è un cimelio.
Al fotografo, il noto Thimothy White — quel Thimothy White che immortalò i Guns’ N Roses nella loro prima copertina di Rolling Stones — capita di ospitare l’amico Jay-O nel suo loft di Los Angeles. Siamo nel 1988. Noi si guardava “La casa nella prateria” e Sarah Ferguson dava alla luce la sua primogenita — non fate domande, non so perché lo ricordo. Jaz-O deve farsi scattare delle foto da Timothy. E si porta appresso questo bro, questo ragazzone che in realtà è un ragazzetto di 18 anni. Dice a Thimothy “Oh, hey, this is my friend”, un bro da New York, che sto seguendo, lo produco, gli ho trovato un nome. Jay-Z.
Thimothy scatta delle foto a Jaz-O e Jay-Z, e a Jay-Z da solo. Poi le mette via in una cartella. E se ne scorda per trent’anni. Poi come sempre succede quando fai repulisti, ecco che la cartella spunta fuori dal nulla. Ecco le foto. Ecco la foto di Jay-Z a 18 anni.

Se lo guardate, lo vedete che è lui. Quell’aria da “ne vedo di tutti i colori ma non mi compatite ve la canto e ve la suono come mi pare”. Quelle labbra che sono cuscini, sopra cui saranno rimbalzati dei gran pugni, quando Jay-Z viveva e spacciava al Marcy Project di Bushwick — che sta a New York come le Vele stanno a Napoli. Oggi i cuscini accolgono la bocca di Byoncé, e per un periodo anche quella di qualcun’altra — un tradimento che quel dritto del nostro rapper ha trasformato in un successo colossale con l’album e il tour 4:44. E poi l’arancio della tuta, che a stento s’intravede sotto tutto quell’oro — vero — che lo ricopre. Una corazza dorata contro un mondo di fakeness.

Io sono incantata. Certo dal ritrovato Jay-Z. Certo dallo scatto a Eminem, our beloved baby Bunny boy, nel 2002, quando era nella sua fase inkazzosissima. Capello ossigenato, due ditoni medi davanti a sé e dietro il suo ghigno da bad boy che convince solo i suoi detrattori: i suoi estimatori lo estimano perché vedono ancora più dietro di tutto.
Perché con tutte le mega mostre a disposizione, questa micro mostra?
Per l’intuizione. Un’intuizione che è stata replicata anche alla Municipal Art Society, dove ho conosciuto Santek, il cantante hiphop molto “dope”.
L’opening, lì, era per “Close to the Edge: The Birth of Hip hop architecture”, un’altra micro mostra che osserva come l’hiphop abbia influenzato l’architettura urbana dagli anni ’80 in poi.

Questi sono dei segnali. Prima o poi arriverà anche il MoMA con la sua mega mostra sull’hiphop. E allora avremmo finalmente la consacrazione nell’olimpo dell’arte.
Sarà molto dope.
E anche un po’ mental.
🙂

Questa settimana è stata graziata anche dalla visione per la stampa di “Roma”, all’interno del NY Film Festival. E dalla conferenza stampa post-proiezione con lui, il regista, Alfonso Cuaron. Oltre a essere un genio assoluto del cinema contemporaneo, Cuaron ha anche quel fascino stropicciato dell’uomo d’intelletto che si nasconde dentro l’uomo del sentimentale. Non so come la pensate voi, ma per me la combinazione è fatale.

È andata così. Contatto il mio contatto al Lincoln Center per sentire se ci sono posti per i due film italiani in programma, e in aggiunta, “Roma” e “At Eternity’s Gate” di Julian Schnabel — il film su Van Gogh che muoio dalla voglia di vedere.
Il contatto mi dice, spiecente Sara, i due film italiani sono sold-out, ma se vuoi ho un posto per l’anteprima stampa di Cuaron e Schnabel.
Secondo voi potrei mai non aver voluto?
Ed eccomi venerdì mattina ad andare al Walter Reade Theater. Sala gremita di giornalisti. Mi piazzo in seconda fila.
Cuaron ha da gustarsi da vicino.

“Roma” è un capolavoro. C’è poco da dire. Di film belli ne ha fatti, ma questo è il suo capolavoro, e a Venezia c’hanno visto giusto, assegnandogli il Leone d’Oro. Lo capisci già dalla scena iniziale: un pavimento bagnato di acqua saponata, il rumore di una ramazza che ramazza. Cinque minuti passano così, e in quei cinque minuti Cuaron scrive la sua regola di poetica numero uno per questo film: rendere omaggio al passare naturale del tempo.
Ce l’ha detto lui in conferenza stampa.

Roma è il quartiere di Città del Messico in cui Cuaron ha vissuto infanzia e giovinezza. Roma lo celebra partendo dall’interno di una casa, di una famiglia borghese che ha moltissimo della sua famiglia, a cominciare dall’amatissima domestica Libo, Cloe nella finzione del film, il centro attorno al quale il film gravita.
Tutto sembra perfetto nella grande casa sullo schermo. Sofia, la madre, biochimica di formazione ma casalinga di lusso per badare alla famiglia, il padre, stimato medico, quattro bei figli, la nonna, e la domestica devota. Ma questo apparente quadretto di perfezione Mulino Bianco s’incrina dopo poche scene, quando scopriamo il poco di buono di cui Cloe s’invaghisce, e che farà di lei una sedotta e abbandonata con tanto di gravidanza non voluta. Quando scopriamo, anche, l’infedeltà del marito di Sofia, e la sua decisione di lasciare la famiglia — altro aneddoto autobiografico del regista.
Accanto alla storia personale vissuta dai protagonisti, con la delusione di Cloe, il sogno infranto di Sofia, la Storia sfila nel film attraverso episodi collettivamente drammatici, come il Massacro del Corpus Christi del 10 giugno 1971, quando un numero imprecisato di studenti manifestanti furono uccisi da un gruppo paramilitare.
Tuttavia è l’interno, il luogo che Cuaron vuole esplorare con la sua macchina da presa: l’intimo domestico — la casa — e l’intimo suo, l’archivio della sua memoria.
“È un film sui miei ricordi. Personale. E sugli strumenti emotivi a cui ho attinto”, ci dice nella conferenza stampa dopo la proiezione del film. “Ho cullato il progetto per molti anni, ma non ero pronto a lasciare andare le cose. Dovevo affrontare del materiale della mia vita personale che mi risultava difficile affrontare”.
Lo spettatore capisce immediatamente che ciò che sta guardando non è la semplice narrazione di un racconto, come tanti racconti. Da subito, si percepiscono la vita e il suo svolgersi, con i tempi e i ritmi veri, naturali, dello scorrere del tempo, come dicevo prima.
“Volevo onorare il senso del tempo, e volevo onorare lo spazio. Lo spazio e il tempo ci lasciano, alla fine, ma segnano la nostra vita. Per me la memoria funziona esattamente così.”
La quotidianità della famiglia è osservata con una meticolosità e una cura che non hanno nulla di morboso, e nemmeno di semplicemente naturalistico. Un piatto con del cibo, i panni lavati e stesi al sole, un’automobile che fa manovra in un garage per non toccarne le pareti, persino le cacche del cane di famiglia nel cortile. Tutto è annotato, con grazia ma senza giudizio, dalla macchina da presa, dietro cui c’è l’occhio di Cuaron che ri-guarda un passato ancora chiaramente presente e vivissimo dentro di lui. E allo sguardo che abbraccia il grande urbano di Città del Messico così come il piccolo domestico della casa —uno sguardo che ha molto, moltissimo del poeta, in grado di cogliere il macro tanto quanto il micro — si affianca la dimensione del suono, impiegata con attenzione ed estro dal regista.
“Se per Proust era il sapore che azionava il grilletto della memoria, per me è l’odore. E l’ho ricreato, cinematograficamente, attraverso il suono, cercando di catturare i rumori di una città, e la musica di una società in un determinato momento storico”.

Oltre a spazio e tempo, Roma celebra anche le donne. Non eroine, non sgualdrine, ma anime che sopravvivono, con grazia, alle asperità contro cui le loro vite si trovano a sbattere, chi, come Cloe, scoprendo nel ragazzo appena incontrato l’uomo decisamente sbagliato, e chi, come Sofie, scoprendo lo stesso nel proprio marito.
Un film dal patrimonio genetico femminile, ma non femminista, che si limita a porgere una realtà narrativa allo spettatore, lasciando a lui il compito di decifrarla come meglio crede — ovvero ciò che ogni regista dovrebbe fare. “Non volevo dare alcun tipo di risposta”, commenta Cuaron, e quando gli faccio notare — sì io, pazza — che gli uomini, in questo mirabile affresco emotivo del Messico degli anni ’70 — che potrebbe essere benissimo l’Italia degli anni ’70 — gli uomini risultano piccoli, ridicoli e violenti, come il ragazzo di Cloe, codardi e deboli, come il marito di Sofia, Cuaron risponde, “Non c’è mai stato un progetto intellettuale dietro questo film. È un lavoro puramente emotivo. E sì, è vero, è proprio un affresco, un murale su cui è dipinta la storia di una famiglia. E sì, potrebbe essere l’Italia. E potrebbe essere l’India di Bombay, come qualcuno mi ha fatto notare”. Io naturalmente stavo per morire, ma come diceva Gabriel Garçia Marquez, ho vissuto per raccontarlo. 🙂

Eppure, nonostante lo scavo nella memoria al lavoro in Roma, Cuaron non indulge nella nostalgia, anzi, la rifugge, ricorrendo a un linguaggio visivo che potrebbe superficialmente far pensare il contrario. “Ho usato il bianco e nero, ma non è un bianco e nero nostalgico, è digitale. È un punto di vista dal presente sul passato, non del passato su se stesso”.
Questa scelta stilistica aumenta notevolmente il peso estetico del film, il cui nitore ricorda quello della fotografia di Sebastiao Salgado. La sensazione è quella di trovarsi in una galleria d’arte mobile e, per una volta, guardare le opere d’arte scorrere davanti ai propri occhi — noi fermi, loro in movimento. Le opere d’arte sono gli oggetti della quotidianità. Un telefono, un piatto, un canale di scolo con un omino giocattolo abbandonato a se stesso.
Roma è drammatico, penosamente, dolorosamente drammatico: durante un momento molto cruento del film, il parto di Cloe, la sala del Walter Reade del Lincoln Center ha risuonato distintamente di singhiozzi — dietro di me un giornalista alto due metri per 100 kg, il suo pianto inconsolabile. Ma non è una tragedia.
“La vita è un posto di solitudine. Ma la vita ti sorprende. Ci sono elementi che sfuggono al nostro controllo. Nelle relazioni, puoi esercitare il controllo, ma solo fino a un certo punto. Devi imparare a trattare con la casualità”.
Per tutti quelli che hanno l’occhio un po’ clinico, non sarà difficile notare quanto l’acqua, tra tutti gli elementi presenti, sia quello che s’infiltra, letteralmente, in tutto il film — per lavare un pavimento, spegnere un incendio, portarsi via due bambini.
Alla conferenza stampa erano presenti anche le due protagoniste, Yalitza Aparicio — nei panni di Cloe — bravissima attrice non professionista alla sua prima esperienza attoriale, e Marina de Tavira — Sofia. Entrambe hanno raccontato l’approccio assai spiazzante di Cuaron alla recitazione, “Abbiamo lavorato senza copione: Alfonso arrivava al mattino e ci dava la descrizione delle scene del giorno. Solo quelle. Abbiamo lavorato giorno per giorno. È stato difficilissimo per me, all’inizio. Ma poi ho capito: la vita ti sorprende, e per restituirla in maniera naturale, dovevamo farci sorprendere. Quello è stato il processo che abbiamo adottato”, ha raccontato Marina de Tavira.
Struggente e nello stesso tempo pieno di vita e di speranza, con una geometria narrativa ineccepibile che apre il film sulla terra bagnata dall’acqua e lo chiude sul cielo, Roma è proiettato a Los Angeles, dove gli auguriamo tutti gli Oscar che l’edizione 2019 potrà portargli, orgogliosi che Venezia l’abbia consacrato per prima 😉

E anche per stasera abbiamo pipponato alla grande… Sarete ancora lì, vivi, oppure sarete caduti sul campo?
Io, dei Moviers, dico sempre, ma chi li ammazza quelli?, quindi ho la risposta.
Frunyc IV aggiornato e saluti, schizzatamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 353 DA NYC – commenta “BORG McENROE” e “LA BATTAGLIA DEI SESSI”

LET’S MOVIE 353 DA NYC – commenta “BORG McENROE” e “LA BATTAGLIA DEI SESSI”

Miami Moviers e Florida Fellows,

E’ lì che trascorrerò la prima settimana del 2018. Nello stato delle arance, dei pensionati svernanti, e dei motel con piscina d’uno squallore pop pari a quello di Las Vegas. Contrariamente a quanto state pensando — “Miami?? Maledetto d’un Board, la tintarella a gennaio!” — non vado a South Beach per la tintarella, maledetto d’un Board che sono. Mi ospitano in una residenza per scrittori: ormai avrete capito, dopo tutti questi anni di Lez Muvi, che le residenze per scrittori sono una costante della mia vita. 🙂

Sentite qua cosa si sono inventati quelli del Betsy Hotel.
Il Betsy Hotel è uno degli alberghi più iconici e posh di Miami Beach, incluso nella Traveler Gold List stilata da Condé Nast con gli hotel più luxury di tutto il mondo. Ma come possiamo distinguerci, noi del Betsy, dagli altri?, si sono chiesti quelli del Direttivo dell’hotel.
Si sono risposti ideando un programma per scrittori che valorizzasse il loro coté filantropico. E se ne sono usciti con “The Writer’s Room”: una suite riservata a uno scrittore cui viene gentilmente offerto di risiedere per una settimana, beneficiando di tutti i comfort possibili — e man, i comfort sono comfort da hotel a sei stelle. Questo per dare la possibilità allo scrittore di trascorrere una settimana in paradiso, due passi da San Pietro, e di creare in santa pace senza le seccature della vita quotidiana — gettare l’immondizia, passare lo straccio, fare ore di fila alla cassa da Trader’s Joe. In cambio, lo scrittore tiene un incontro con la comunità culturale del posto — come sarà la comunità culturale di South Beach? Infradito ai piedi, camice palmifere e mariuana nel taschino? — durante la quale l’autore presenta il proprio lavoro e risponde alle domande dei più curiosi.
La Writer’s Room è stata aperta nel 2012, e da allora ha ospitato più di 400 scrittori. Ditemi se questo non è un modo molto smart per una struttura ricettiva di costruirsi un ruolo attivo nel mondo della cultura, attirarsi le simpatie della città e dello stato, e pubblicizzare la propria immagine mecenatistica worldwide, che si sa, fa sempre molto classy.
Nelle passate settimane sono stata contattata più volte dal comparto filantropico dell’hotel: mi hanno comunicato che avrò accesso a “fitness room, rooftop pool deck, library, beach services and meditation Wednesdays” — ho fatto sapere che il mercoledì mi sembra un ottimo giorno per iniziarmi alla meditazione. E naturalmente una diaria per i pasti — e guardando le foto dell’hotel, potrei diventare una buongustaia pure io!

Ma come sono capitata davanti allo zerbino della Writer’s Room del Betsy? Be’, unite insonnia e irrequietezza a tante notti trentine e vi siete risposti da soli. Ho cercato, scritto un progetto, inviato, accettata, ancora nel 2016. In realtà il mio pianomalefico era aggiungerci anche una settimana nelle Keys, isole da mille e una notte a sud di Miami. Ma le Keys dovranno aspettare, anche perché dopo il passaggio dell’Uragano Irma, ben poco di loro è rimasto.
Ho tenuto l’opzione della camera per un anno. E a settembre mi sono detta, perché non iniziare il 2018 al caldo? Perché non suscitare un po’ di nostalgia in New York City? E così, ho confermato il soggiorno. 🙂 Del resto siete abituati, no, alle mie partenze natalizie? E questo vale anche se ora abito a NYC.
Sono molto contenta perché alla comunità culturale di South Beach, portatrice sana, e un po’ baccana, di spinelli e palme 100% acrilico, potrò leggere le poesie della mia raccolta “Bitter Bites from Sugar Hills”.

E qui devo raccontarvi una storia.
In questa storia non ci sono sparatorie né sceriffi tristi, né sventole da bar che fanno precipitare, al loro passaggio, le mascelle degli avventori. C’è solo un essere umano che chiameremo B., che un giorno ha deciso che forse era arrivata l’ora di cambiare la direzione alla sua vita, per farla andare dov’era giusto che andasse. Allora smonta baracca e burattini e si trasferisce in una grande città, piena di luci e di ombre, di palazzi svettanti e tombini profondissimi.
B. non crede di essere né meglio né peggio di nessuno. Sente solo del mare dentro. E anche del fuoco. La sua bocca ospita spesso il silenzio, ma è in grado di travestirlo con gli infiniti colori delle parole.
Nel mondo di prima, B. aveva bussato a talmente tante porte, con i manoscritti sotto al braccio, e talmente tante porte chiuse erano rimaste chiuse, che aveva cominciato a credere di non essere all’altezza, di non avere il tocco magico, e a dirsi che forse c’era una ragione per cui quelle porte rimanevano chiuse. Tanti mesi seguirono e tanto sconforto, camuffato da tinte pagliacce. Perché B. indossa la tuta di arlecchino ma sotto nasconde l’anima da Pierrot. Allora un giorno, B. arriva nella grande città di luci e ombre. Tutto è incredibilmente intenso, nella città. Gli odori, i rumori. La bellezza balla con l’orrore a tutte le ore del giorno e della notte.
B. è in estasi. La poesia sgorga dalle fogne e B. non fa che raccoglierla e metterla in un contenitore che chiamerà “Bitter Bites from Sugar Hills”.
B. non scorda il suo capo chino davanti alle porte chiuse, nel paese di origine. Ma si dice, qui sono in un altro paese. Proviamo, what the hell. E prova a bussare, il manoscritto sotto al braccio.
In quel paese, una porta si apre. Praticamente subito.
“We are delighted to tell you we are happy to publish your collection ‘Bitter Bites From Sugar Hills’. We will send you the contract”.

B. siede in metropolitana quando riceve la notizia. Fosse stato in piedi, sarebbe stramazzato al suolo — certe notizie tolgono la forza alle gambe e la spingono tutta dentro il cuore.
E’ il compleanno di B., e certo, B. può pensare che quella sia una pura coincidenza. Oppure che sia una briciola caduta dalla tovaglia degli dei. In ogni caso ora B. si sente molto strano. Ha cercato di pubblicare la sua poesia nel paese di origine per più di quattro anni. Arriva nella città delle luci e delle ombre, di palazzi e tombini, scrive una raccolta in una lingua non sua, e nel giro di due mesi, trova un editore.
B. vorrebbe tanto prendere il paese che lo ha partorito e scuoterlo da capo a piede, da nord a sud. Gridargli, “ma che diavolo stai facendo coi tuoi figli? CHE DIAVOLO STAI FACENDO?”.
Ma poi si ricorda di un libro che lesse qualche anno fa, di Irene Némirowsky, “Jezabel”. Nella tragedia classica, Jezabel è la madre crudele che appare in sogno ad Athalie, protagonista dell’omonima tragedia di Racine. Nel libro della Nemirovsky, la protagonista si chiama Gladys: è una donna bellissima, corteggiatissima — una Belen Rodriguez prima che il mondo si stufasse della sua vacuità — talmente angosciata dall’idea di invecchiare da uccidere pur di non rivelare la sua età. Gladys ha una figlia, Marie-Thérèse, che ama di un amore superficiale, pressapochista. Gladys è così concentrata sulla propria bellezza e su di sé, da disinteressarsi completamente del benessere della ragazza che, guarda caso, farà una brutta fine.

Ogni volta che B. pensa al suo paese, pensa a Gladys. Una creatura bellissima — forse la più bella del mondo, no, indiscutibilemente la più bella del mondo — che non bada ai suoi figli, che se ne infischia, e pensa solo al mantenimento della propria eterna bellezza.
La casa editrice è la Bordighera Press. Piccola, raffinata, universitaria, pubblica letteratura italo-americana dal 1989.
Il paese d’origine è l’Italia.
B. sta per Board.
Io 🙂

Non aggiungo altro perché avete capito tutto. Anche lo stato di grazia in cui il mio spirito viaggia. 🙂

I film della settimana sono due. E non chidetemi perché il tennis, uno sport che non pratico, ma a cui guardo con grande ammirazione, per l’eleganza, la potenza e quegli outfit che stanno un amore alle tenniste, persino a quella montagna mobile di nome Serena Williams.
Mi è capitato di vedere a poche ore di distanza lo splendido “Borg McEnroe” di Janus Metz e “La battaglia dei sessi”, di Jonathan Dayton e Valerie Faris, registi dell’adorato “Little Miss Sunshine”.
Il primo merita più del secondo, ma anche il secondo non se la cava male. Ho pensato di parlarvi brevemente di entrambi anche perché tendo a spalleggiare i film con tematica sportiva: sono difficilissimi da realizzare per il pericolo di scivolare nel trionfalismo, nel patetismo e nel telenovelismo — in -ismi che è bene evitare.

Presentato al Festival di Toronto e alla Festa di Roma, “Borg McEnroe” racconta la rivalità che infiammò i campi da tennis negli anni ’70 fra il campione svedese Bjon Borg e il campione americano John McEnroe. I due rappresentavano due modi diversissimi di vivere e concepire il tennis. Controllatissimo, apparentemente glaciale e impassibile lo svedese, quanto irascibile, passionale e testacalda l’americano. Non a caso all’epoca erano conosciuti come “Ice and Fire”. Il biopic ruota attorno alla storica finale di Wimbledon del 1980, con Borg a un passo dal quinto titolo, e McEnroe a dargli battaglia fino all’ultimo — 5 set dopo più un tie-break al quarto set al cardiopalma conclusosi 18-16 per l’americano.

Il film è un po’ sbilanciato nel senso che tende più a gravitare intorno alla figura di Borg e al suo nordico sanguefreddo, soggetti evidentemente più intriganti per il regista rispetto ai colpi di testa forse un po’ infantili di McEnroe. Non posso che concordare con la scelta registica. L’autocontrollo dello svedese fu il risultato di anni e anni di duro lavoro con un allenatore che gli diceva cose del tipo “Debutterai in Coppa Davis a patto che non mostrerai più una singola fottuta emozione: tutta la rabbia, la paura e il panico che potrai provare le racchiuderai in ogni colpo”… Ma la piacevole scoperta di questo film sta nella scelta di non affidarsi a immagini di ripertorio, ma di girare il match così come si disputò.
La suspance è palpabile e se non conoscete l’esito — io non lo conoscevo — be’, rimarrete col fiato sospeso fino all’ultimo rimpallo.

Con “La battaglia dei sessi” dobbiamo fare un piccolo passo temporale-logistico indietro e andare agli inizi degli anni ’70, in California. Anche qui, storia vera. Billie Jean King, tennista e campionessa in carica, combatte per ottenere la stessa retribuzione dei colleghi tennisti maschi. Per farlo, accetta e affronta la sfida lanciatale da Bobby Riggs, ex campione a riposo. Maschilista, scommettitore incallito, Riggs vuole dimostrare sul campo la superiorità degli uomini sulle donne — “nello sport, negli affari e in politica le donne sono inferiori, non c’è nulla da fare”….
Come se non bastasse, Billie Jean si trova ad affrontare una grana personale non da poco: sposata con il proprio manager, si innamora di Marilyn, una ragazza che incontra per caso in tour. Pensate essere lesbiche nei primi anni ’70 — se vi sembra dura oggi, immaginate allora, circondati da un mondo sessista e maschiocentrico.
Il 20 settembre 1973 a Houston in Texas si disputa “la battaglia dei sessi”, la partita di tennis più famosa della storia. Indovinate chi vince… 😉

La lotta condotta da Billie Jean King sul campo e fuori per ridurre la distanza economica tra uomini e donne nel mondo sportivo ci mostra una società, non poi così lontana dalla nostra, dove il sessismo era cosa data e sistematica, e veniva tranquillamente supportato da uomini che lo praticavano con una tracotanza da porci oops volevo dire proci… Se il tono del film è giocoso, leggero, quasi da commedia, la materia che tratta pesa come un macigno e sconfina nel dramma. E questo perché, allo scontro per conquistare l’uguagalianza in campo sportivo-professionale, “La battaglia dei sessi aggiunge anche la ricerca identitaria di una donna che scopre di essere lesbica in un’epoca eterofila sprofondata nell’omofobia. Mentre il tono scanzonato è appannaggio di Steve Carell, che interpreta il macho-man Riggs incarnando il linguaggio ludico della commedia attraverso sfottò e battute sessiste, la materia è tutta di Emma Stone, che, nei panni di Billy Jean, risponde al sarcasmo dell’avversario con le palle da tennista femminista.
Il film non è male, ma questo rimpallo fra ludico e serio disorienta lo spettatore come un palleggio lungo un’ora e mezza. I registi avrebbero forse dovuto fare una scelta più netta, magari più coraggiosa, e prediligere l’uno o l’altro — avrei preferito il registro comico, dissacrantemente comico per una faccenda così scottante. Tenendo il piede in due scarpe, questa volta non sono riusciti a realizzare quella fatale combinazione di riso triste che era riuscito loro con “Little Miss Sunshine”.
Tuttavia consiglio il film. Io non sapevo nulla, nulla di nulla, né di Billy Jean King né di Bobby Riggs, né della storica “Battaglia dei Sessi” del 1973. E il cine, come dico sempre, serve anche da manuale di storia, quando certa storia non si studia sui manuali.

E ora Moviers, non mi rimane che

  • ricordarvi che Lez Muvi riprenderà dopo la Florida, a metà gennaio — niente 911 o Farnesina, quindi, se non mi sentite
  • spedirvi nel Frunyc II
  • augurarvi merry Christmas, da parte mia e di New York City, che guarda a voi con infinita curiosità, e vorrebbe tanto stringervi fra le sue braccia di acciaio e vetro, e non lasciarvi più
  • augurarvi buon inzio 2018. Possa essere l’anno in cui realizzerete un vostro sogno o ne aggiungete uno nuovo alla lista — one dream more boosts energy for sure
  • rinviarvi a questa piccola poesia natalizia che mi hanno chiesto di scrivere per Italian.Poetry.org 🙂

E ringraziarvi: Let’s Movie ha compiuto otto anni. E siete ancora lì!
E mandarvi tanti saluti, stasera, floridamente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

Finisco Fellows

in un appartamento a Bushwick, la zona di Brooklyn immediatamente sotto Williamsburg, più o meno a sud di Flatbush Avenue. Segmentizzare Brooklyn e definire i suoi quartieri è un compito al quale persino i geometri comunali di New York City hanno rinunciato. Ogni volta che chiedo a qualcuno dove comincia Bushwick e dove finisce Bed-Stuy, oppure qui è ancora Ridgewood o siamo a Greenepoint, ottengo solo risposte vaghe “mmm dunno exactly”.
Il profilo di Bushwick somiglia molto a quello di Bed-stuy —che di secondo nome, lo ricordo, fa “Do or die”. Mi dicono che le Bushwick Houses sono gemelle delle Marcy Houses di Bed-Stuy, quelle che chiamano “public housing projects”. Da quello che mi spiegano sono le nostre case ITEA, però con molto molto spaccio, fancazzismo, microcriminalità. Mi dicono anche che lì è nato Jay-Z. Cerco di mascherare la mia bocca spalancata con del campanilismo tutto made in Sugar Hill. “Are you sure? I thought he was born in Harlem”.
Sì, sì, mi assicurano. Right there.
Quando ascolti il rap di NYC, e poi ti ritrovi in quelle strade sputate da quelle voci, e vedi certi spettacoli, capisci quello che quei testi ti riversano addosso. L’altro giorno correvo nella parte assolutamente non turistica del Bronx, tra Plimpton e Jesup Avenue. Sono passata davanti a un tratto di strada da fegati preparati. Una fila di rifiuti, lattine, sporcizia, avanzi di cibo, pantofole del 1998, cuscini gonfi con chissà quanti incubi, cerchioni di automobili orfani di pneumatici, e scheletri di biciclette senza sella né ruote. Accanto a questa striscia di macerie del nostro millennio, o meglio, in mezzo a questa striscia, delle persone. Non so se definirle senzatetto. Magari un tetto lo hanno, e passano la giornata a guardare le macchine passare — come il train-spotting di Danny Boyle — e poi tornano sotto quel tetto, a guardare le pareti. Sono uomini e donne dai contorni indefiniti. Hanno visi serissimi e tetri. Può capitare che si aprano in un sorriso, vedendo una bianca correre per quella parte di NYC che certo non conosce corridori, tantomeno bianchi. Ma sopravvivono un metro sotto il livello di povertà che noi italiani abbiamo in mente quando prendiamo le misure della povertà. E se ne stanno lì, in mezzo alla spazzatura, senza fare nulla, senza dire nulla. Da quanto? Per quanto? In quanti? Sono tutte domande a cui non trovo risposta. Non so nemmeno a chi rivolgerle, per il momento.
Correndo per quel tratto sventurato di Plimpton Avenue, mentre in cielo si staglia un sole da 30 gradi, ripenso a una conversazione con Erik, un amico newyorkese, originario del Minnesota. Gli racconto di quanto NYC mi sorprenda, spesso, per il livello di degrado in certe sue zone. Specifico che l’Italia non è da meno, che abbiamo esempi raccapriccianti in fatto di incuria e rapporto “difficoltoso” con l’immondizia. Ma che stiamo imparando, piano piano piano, a differenziare, a riciclare. E a cominciare a fare quello che in Germania e nel Nord Europa fanno da trent’anni.
“Why is it so?”. Chiedo, rimarcando che siamo nella città che dovrebbe trainare tutti nel futuro, per lo strardinario patrimonio di etnie e nazionalità che la popolano, facendo di lei il modello vivente di convivenza possibile. New York patrimonio DI umanità, come amo dire.
Concordiamo insieme su una possibile ragione.
Rage.
Rabbia. Verso un sistema che non li considera, o peggio, che li considera feccia. E che non si pone il problema di prevenire il loro disagio, ma che lo ignora, fomentandolo. Se convertiamo in potenziale elettorale questi individui, che presentano livelli diversi di degrado — fisico, psichico, fisico-psichico — avremo, come per magia, gli elettori di Trump. Quelli che distruggono tutto ciò che sta loro intorno perché altri l’hanno costruito per loro: altri che li hanno sempre collocati ai margini. Spazzatura a bordo strada. Quindi è lì, paradossalmente, che sono destinati a stare, realizzando la profezia che si autoavvera. Rottami e macerie, organico e inorganico. Un unicuum senza distinzioni.
“America is a country of angry people”, dice, più a se stesso che a me, Erik.

Scendendo dalla metro sopraelevata di Myrtle Avenue, a Bushwick, non penso alla rabbia, che non trovo negli occhi delle persone che incontro. Ma guardando verso le Bushwick Houses, quei condomini dalle dimensioni disumane che hanno dato i natali al re del rap, non posso fare a meno d’immaginare gli anfratti, i sottoscala, gli appartamenti sgangherati, e quel cuore che pulsa incandescente.
L’orizzonte, là in fondo, è rosso rabbia.

Ma non posso portare tanta serietà in un party! Specie in un party così stereotipicamente alternativo che rido solo all’idea della fauna umana che incontrerò. E quando poi la incontro, ci rido sopra una seconda volta.
Patrick è un fotografo che, nella sua carriera ne ha fotografati di tutti e di più. Mick Jagger, Ray Charles, Kate Moss, Salman Rushdie e Viggo Mortensen, per dirne alcuni. E’ un tipo di poche e strampalate parole che fatico ad afferrare. Il suo studio è casa sua, o casa sua è il suo studio. Un grosso telo grigio copre tutt’una parete, e quello è il set. Macchine fotografiche, qualche riflettore, un divano di pelle nera, una cucina a vista molto sciatta, un soppalco che nasconde un letto, l’immancabile bici parcheggiata in corridoio e il caschetto accanto alle scarpe — previdente Patrick. Al terrazzo si può accedere da una finestra del salotto, oppure passando per il corridoio esterno all’appartamento. E il terrazzo è qualcosa che tutti sognano, a New York City. Quello di Patrick è incastonato fra altre brownstones, quindi non c’è panorama o vista o alcunché. Ma fa comunque scena. Mattoni in vista, barbecue, vicini permissivi che tollerano una musica strana, fra il tribale e l’indie, valla a definire se sei capace…
Ah sì, la fauna umana è tipicamente newyorkese. Due ragazze dietro il lavandino stanno tagliando dei peperoni e delle melanzane in un modo assolutamente bbq-unfriendly. Ma chi sono io per dire come tagliare cosa a chi.
Scordo i loro nomi nell’istante in cui li pronunciano, e lo stesso avverrà per tutti quelli che incontrerò, tranne due. Anka, immigrata dalla Russia con la famiglia a 13 anni e a NYC da trenta. Fa qualcosa nell’ambito della moda e della fotografia, ma non ho capito bene cosa.
Spero di ritrovarla, ha un modo di parlare pacato e dolce. C’è Europa in lei. Ma anche nuovo mondo, e la combinazione è molto gradevole.
L’altro di cui mi ricordo il nome è June.
“Like the month?”, diciamo in coro io e Anka, quando ce lo presentano.
Sì, come il mese. Biondo berlinese, secco come un nerd, gay che più gay non si può. Dice di occuparsi di PR, ma lascia tutto sul vago.
Ho capito che esistono due tipologie di newyorkesi. Quelli arrivati, che ti scandiscono a chiare lettere il loro lavoro e per chi lavorano, e se per caso non l’hai capito ti fanno pure lo spelling. E quelli che sono ancora per strada, e stanno cercando il modo di arrivare. La strada, meglio occultarla, per ora, in una nebbia indistinta. Tanto prima o poi arriverà il momento. Sure as hell.
Io e Anka ci avviciniamo a Liv, o forse Luke, per capire cosa diamine stia facendo. All’apparenza sta piantando due assi di legno alle estremità di un tavolo, per trasformarlo in una specie di U. Liv/Luke ci assesta un abbraccio di quelli hippie: molto fumo prima, molto nonsense dopo, sguardo volante e sorriso beato nel mezzo.
Anka chiede “Does Patrick know what you are doing?”.
Liv/Luke annuisce e se la ride.
Mentre Anka va ad accertarsi che Patrick sappia davvero cosa Liv/Luke stia facendo, io gironzolo tra la folla. So già che non rimarrò molto. I due bbq accesi stanno mandando esalazioni tossiche che in nessun modo uccideranno l’outfit da Annie Hall che indosso.

Quando dico che sono italiana, noto che una delle possibili reazioni dell’interlocutore medio newyorkese è quella di dimostrare quanta conoscenza dell’Italia possiede. E via che mi si sciorinano piccoli borghi della Toscana e specialità emiliano-romagnole e angoli dispersi della Sicilia… Io, che vanto un “gravemente insufficiente” in geografia e usi&costumi dell’Italia centro-meridionale, a volte lo faccio presente “Mai messo piede in Sicilia, shame on me” — e quel “shame on me” racchiude davvero tutta la mia vergogna.
A volte faccio la spavalda e indago per vedere fino a che punto si spinge tanta conoscenza del bel paese. Di solito l’interlocutore si arena cercando di ricordare il nome del borgo e della specialità. A volte invece ti trovo il batterista di una jazz band che canta le lodi degli Autogrill italiani, come quella sera a casa di Patrick. Mister X — potrebbe essersi chiamato Joe, ma non metterei la mano sul bbq — mi racconta che quando è in tour in Europa con la band, di solito si fanno tre-quattro tappe italiane e si fermano molto lungo le autostrade. “I love the autogrill!”, esclama, reggendo insalata di cavolo nero e torta di mirtilli tutti nello stesso piatto (l’orrore senza fine). Io naturalmente scoppio a ridere perché per noi italiani, il camogli all’autogrill ti ricorda gli 883 in rotta per casa di Dio (!!), oppure camionisti solitari che tentano di soffocare in un panino la tristezza della lontananza da casa.
Ecco, mi sono resa conto di non sopportare molto quelli che se la tirano perché conoscono il Mirto sardo oppure Santa Margherita Ligure. La gara a chi ce l’ha più lungo — l’elenco di cose-viste-mangiate in Italia, maliziosi! — non sortisce alcun effetto su di me. Ma del resto quella del showing-off turistico è una pratica universale che non riguarda solo i newyorkesi, ma tutti quelli che in un viaggio vedono il modo — assai piccino — di impressionare il prossimo.
Una newyorkese dai tratti asiatici che non avrà più di 35 anni, discorre con Anka.
“I try to work less now, to do what I really like to do. And to enjoy life, d’ you know what I mean? I’ve got a house in the Catskills. Now everyone has a house in the Catskills… You grow up, you know. You don’ wan’ to mess around with the party shit anymore. And it is so fuc*ing quite up there. I really need it. I need a break from the City. To enjoy life, d’ you know what I mean?”. Accanto a lei una splendida lesbica nera con la casacca dei New York Yankees annuisce. Ha i capelli rasati ai lati, una birra in mano, sneakers ai piedi.
Le Catskills sono le montagne appena fuori New York City. Un po’ come comprarsi una seconda casa sul Bondone, immagino.
Qualche settimana fa ho abilmente rifiutato un invito ad andarci, nelle Catskills.
Non è che chiedi a Mandela di visitare Robben Island dopo 27 anni di prigionia. Capitemi. Per il momento, le uniche vette che riesco ad affrontare, sono quelle del Chrysler e dell’Empire, che mi fanno da bussola in caso mi perda nella selva oscura di Gotham City.
Saluto il padrone di casa, che prima di andarmene mi illumina su cosa serviva la U che Liv/Luke stava costruendo. Liv/Luke ha aggiunto un’asse in cima, in modo da formare una specie di cubicolo. Ha sistemato uno spargi-fumo in fondo, creando così una specie di strano sfondo misty-hazy per foto. Patrick mi dice sit down there.
I sit down there.
Scatta una foto. Chissà che fine farà.
La 35enne asiatica mi abbraccia prima che me ne vada “It was so great meeting you”.
Non ci siamo nemmeno rivolte la parola.
It was great meeting you too, Lady Catskills. Enjoy the fuc*ing quiet.

Dunque, questa settimana, a rigor di NY Film Festival, dovrei parlarvi di qualche film che ho visto durante la kermesse. Tipo l’ultimo di Woody Allen, “Wonder Wheel”, girato nella mia amata Coney Island. Uscirà a dicembre nelle sale. Stavolta Woody raggiunge la sufficienza, e si discosta da certe pellicole di dubbio gusto degli utlimi anni. Diciamo che sembra una pièce teatrale che ribalta “Blue Jasmine”, ci butta dentro un po’ di “Match Point” e aggiunge la patina nostalgica di “Café Society” lucidata dalla mano di Vittorio Storaro, che dirige una fotografia al sapor di luci color miele e azzurro. Oppure dovrei raccontarvi di “Piazza Vittorio”, lo splendido documentario che Abel Ferrara — il figlio ribelle del cinema indipendente newyorkese trapiantato in Italia — ha girato nelle piazza romana. In un’ora di documentario ha riassunto la questione dell’immigrazione a livello locale e globale, l’identità italiana “messa a rischio” dai flussi migratori, l’istinto di apertura dell’animo italiano verso l’accoglienza ma la frustrazione di convivere con situazioni al limite della decenza.
Abel ha pure mandato a fancubo il Lincoln Center nel Q&A. E detto da dentro il Lincoln Center, be’, it is no peanuts.

Invece decido di parlarvi di “Loving Vincent”, di Dorota Kobiela e di Hugh Welchman, perché è il primo film d’animazione interamente dipinto a mano. Ci hanno lavorato 125 pittori ad olio —di gomito anche— che si sono messi letteralmente a dipingere il film, fotogramma per fotogramma, pennellata su pennellata. 62.450 inquadrature, 12 dipinti a olio per ogni secondo. 80 minuti di film. Fate voi i vostri conti e ditemi se l’olio non è anche di gomito.
I due registi hanno fatto prendere vita alle tele del pittore olandese, portando in scena i protagonisti di quei quadri. Dalla tela allo schermo, insomma. Se amate l’arte di Van Gogh, e la persona di Van Gogh, tanto quanto li amo io, “Loving Vincent” è assolutamente imperdibile: materializza davanti ai vostri occhi i ritratti di personaggi che vi sono familiarissimi. Il postino Roulin, il Dottor Gachet e la figlia, i contadini, l’Arlesiana. E poi ancora i corvi, gli iris, le case dalle imposte verdi sotto un cielo altrattanto verde, le caffettiere, le bottiglie, le notti stellate… E tranquilli, non è una sviolinata all’opera dell’artista e alla sua triste fine. “Loving Vincent” è costruito come un giallo, una detective story — non un biopic.
E’ ambientato nel 1891, un anno dopo la morte di Vincent. Ve lo ricordate Roulin, il postino? Ecco, Roulin incarica il figlio Armand di consegnare una lettera che il pittore scrisse al fratello Theo prima di morire. Armand, assai riluttante, si mette in viaggio, ma ben presto scopre che, nel corso di quell’anno, anche Theo è morto. Allora deve trovare un nuovo destinatario per questa lettera… E si mette sul cammino degli ultimi giorni di Vincent a Auvers, passando per Arles e Saint-Remy-de-Provence, incontrando tutti i personaggi che hanno popolato la vita — e le tele — del pittore. E qui comincia il giallo. Chi ci assicura che Vincent si sia tolto la vita? Dopotutto il foro del proiettile nel fianco è innaturale: chi si suicida puntandosi una pistola in area fegato? E come può un paziente essere dimesso da una clinica psichiatrica come “guarito” e, nel giro di poche settimane, ripiombare nella depressione e decidere di togliersi la vita? Che rapporto aveva il dottor Gachet con Vincent? E la figlia di Gachet?
Armand infila i panni del detective e ripercorre le ultime settimane di vita del pittore, e noi con lui. In posti, per altro, che mi sono personalmente molto cari. Il mio agosto 2016 è trascorso ad Arles, dove Vincent visse il suo penultimo anno di vita. E certo non potevo farmi mancare la visita al manicomio di Saint Paul de Mausole, a Saint-Remy-de-Provence, a un’oretta di distanza.
In “Loving Vincent”, troverete tutto. Soprattutto la lotta dell’artista contro i propri demoni, la furia della creatività, che lo colse a tarda età — 28 anni — e che lo portò a dipingere più di 800 tele in dieci anni scarsi. Troverete tutte le ultime 150 tele che dipinse nel cortile di lavanda e nei dintorni di grano del manicomio. Snocciolo cifre perché nei giorni arlesiani mi sono documentata in maniera febbrile su Vincent, e lui, Vincent, mi è stato accanto in una maniera quasi fisica. Quei colori feroci, spesso inconsueti — cieli verdi, campi blu. Il giallo che ferisce gli occhi, tanto è abbacinante, i cieli vorticanti che vorticano e inghiottono. Van Gogh cammina sul filo e dalla tenebra salva degli spettacoli inquietanti e incantevoli. Così è la bellezza, talvolta. Una donna splendida con addosso un manto nero.
Centrale anche lo sguardo degli altri su di lui, l’altro per antonomasia, zimbello e bersaglio di critiche, angherie di ogni sorta. Coloro i quali lamentano il bullismo, più o meno cyber, del mondo 2.0, mitizzando il passato, forse non ricordano la lunghissima lista di artisti presi di mira nel corso dei secoli dai benpensanti. Vincent era lo straniero matto. Dylan Thomas l’inglese ubriacone. Oscar Wild il debosciato perverso. Ed è stato un sollievo che i due registi abbiano accennato giusto en passant all’orecchio tagliato e al rapporto controverso di Vincent con Gaugain, ben consci che quella è la parte di bio-letteratura che riempie le bocche delle cronache ma che rivela solo in minima parte chi fosse veramente Van Gogh. Ancora oggi Vincent viene ancora additato come quello che si è tagliato l’orecchio e che faceva il diavolo a quattro con Gaugain. Sad but true.
Questo film è un modo per conoscere di più di lui, ma anche del rapporto con il fratello. Se non l’avete fatto, procuratevi la raccolta di lettere che si scambiarano. E’ un libro prezioso. E se c’è una cosa che mi manca dell’Italia, Moviers, ve lo confido, è la mia libreria. Perché quando ti trasferisci dall’altra parte dell’oceano puoi portarti tanto, ma non tutto. I tuoi libri, rimangono dalla parte sbagliata dell’oceano. E i libri che ti hanno formato sono la tua spina dorsale. Lasciandoli, lasci un po’ di te.
Anyway, reputatevi fortunati che non abbia sottomano la mia copia delle lettere, altrimenti vi seppellirei di citazioni. 🙂
Spero di avervi convinto ad andare nelle sale a vederlo. In Italia esce solo per tre giorni, oggi, domani e dopodomani.
Vi vorrei anche parlare di “Visages/Villages”, di Agnès Varda e JR, credo il documentario più bello degli ultimi anni, ma vedo che uscirà in Italia a maggio 2018 (!), quindi c’è tempo per pipponi.

In onore di Vincent, mon amour, ho aggiunto nel Frunyc II alcune fotografie che scattai lo scorso anno ad Arles e a Saint-Remy-de-Provence. So di fare la felicità degli amanti della Provenza 🙂

E anche per oggi è tutto, Moviers. Grazie della pazienza, della resilienza, della costanza, e saluti, (in)finitamente cinematografici.

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