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LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

LET’S MOVIE 343 FROM NYC – commenta “LOVING VINCENT”

Finisco Fellows

in un appartamento a Bushwick, la zona di Brooklyn immediatamente sotto Williamsburg, più o meno a sud di Flatbush Avenue. Segmentizzare Brooklyn e definire i suoi quartieri è un compito al quale persino i geometri comunali di New York City hanno rinunciato. Ogni volta che chiedo a qualcuno dove comincia Bushwick e dove finisce Bed-Stuy, oppure qui è ancora Ridgewood o siamo a Greenepoint, ottengo solo risposte vaghe “mmm dunno exactly”.
Il profilo di Bushwick somiglia molto a quello di Bed-stuy —che di secondo nome, lo ricordo, fa “Do or die”. Mi dicono che le Bushwick Houses sono gemelle delle Marcy Houses di Bed-Stuy, quelle che chiamano “public housing projects”. Da quello che mi spiegano sono le nostre case ITEA, però con molto molto spaccio, fancazzismo, microcriminalità. Mi dicono anche che lì è nato Jay-Z. Cerco di mascherare la mia bocca spalancata con del campanilismo tutto made in Sugar Hill. “Are you sure? I thought he was born in Harlem”.
Sì, sì, mi assicurano. Right there.
Quando ascolti il rap di NYC, e poi ti ritrovi in quelle strade sputate da quelle voci, e vedi certi spettacoli, capisci quello che quei testi ti riversano addosso. L’altro giorno correvo nella parte assolutamente non turistica del Bronx, tra Plimpton e Jesup Avenue. Sono passata davanti a un tratto di strada da fegati preparati. Una fila di rifiuti, lattine, sporcizia, avanzi di cibo, pantofole del 1998, cuscini gonfi con chissà quanti incubi, cerchioni di automobili orfani di pneumatici, e scheletri di biciclette senza sella né ruote. Accanto a questa striscia di macerie del nostro millennio, o meglio, in mezzo a questa striscia, delle persone. Non so se definirle senzatetto. Magari un tetto lo hanno, e passano la giornata a guardare le macchine passare — come il train-spotting di Danny Boyle — e poi tornano sotto quel tetto, a guardare le pareti. Sono uomini e donne dai contorni indefiniti. Hanno visi serissimi e tetri. Può capitare che si aprano in un sorriso, vedendo una bianca correre per quella parte di NYC che certo non conosce corridori, tantomeno bianchi. Ma sopravvivono un metro sotto il livello di povertà che noi italiani abbiamo in mente quando prendiamo le misure della povertà. E se ne stanno lì, in mezzo alla spazzatura, senza fare nulla, senza dire nulla. Da quanto? Per quanto? In quanti? Sono tutte domande a cui non trovo risposta. Non so nemmeno a chi rivolgerle, per il momento.
Correndo per quel tratto sventurato di Plimpton Avenue, mentre in cielo si staglia un sole da 30 gradi, ripenso a una conversazione con Erik, un amico newyorkese, originario del Minnesota. Gli racconto di quanto NYC mi sorprenda, spesso, per il livello di degrado in certe sue zone. Specifico che l’Italia non è da meno, che abbiamo esempi raccapriccianti in fatto di incuria e rapporto “difficoltoso” con l’immondizia. Ma che stiamo imparando, piano piano piano, a differenziare, a riciclare. E a cominciare a fare quello che in Germania e nel Nord Europa fanno da trent’anni.
“Why is it so?”. Chiedo, rimarcando che siamo nella città che dovrebbe trainare tutti nel futuro, per lo strardinario patrimonio di etnie e nazionalità che la popolano, facendo di lei il modello vivente di convivenza possibile. New York patrimonio DI umanità, come amo dire.
Concordiamo insieme su una possibile ragione.
Rage.
Rabbia. Verso un sistema che non li considera, o peggio, che li considera feccia. E che non si pone il problema di prevenire il loro disagio, ma che lo ignora, fomentandolo. Se convertiamo in potenziale elettorale questi individui, che presentano livelli diversi di degrado — fisico, psichico, fisico-psichico — avremo, come per magia, gli elettori di Trump. Quelli che distruggono tutto ciò che sta loro intorno perché altri l’hanno costruito per loro: altri che li hanno sempre collocati ai margini. Spazzatura a bordo strada. Quindi è lì, paradossalmente, che sono destinati a stare, realizzando la profezia che si autoavvera. Rottami e macerie, organico e inorganico. Un unicuum senza distinzioni.
“America is a country of angry people”, dice, più a se stesso che a me, Erik.

Scendendo dalla metro sopraelevata di Myrtle Avenue, a Bushwick, non penso alla rabbia, che non trovo negli occhi delle persone che incontro. Ma guardando verso le Bushwick Houses, quei condomini dalle dimensioni disumane che hanno dato i natali al re del rap, non posso fare a meno d’immaginare gli anfratti, i sottoscala, gli appartamenti sgangherati, e quel cuore che pulsa incandescente.
L’orizzonte, là in fondo, è rosso rabbia.

Ma non posso portare tanta serietà in un party! Specie in un party così stereotipicamente alternativo che rido solo all’idea della fauna umana che incontrerò. E quando poi la incontro, ci rido sopra una seconda volta.
Patrick è un fotografo che, nella sua carriera ne ha fotografati di tutti e di più. Mick Jagger, Ray Charles, Kate Moss, Salman Rushdie e Viggo Mortensen, per dirne alcuni. E’ un tipo di poche e strampalate parole che fatico ad afferrare. Il suo studio è casa sua, o casa sua è il suo studio. Un grosso telo grigio copre tutt’una parete, e quello è il set. Macchine fotografiche, qualche riflettore, un divano di pelle nera, una cucina a vista molto sciatta, un soppalco che nasconde un letto, l’immancabile bici parcheggiata in corridoio e il caschetto accanto alle scarpe — previdente Patrick. Al terrazzo si può accedere da una finestra del salotto, oppure passando per il corridoio esterno all’appartamento. E il terrazzo è qualcosa che tutti sognano, a New York City. Quello di Patrick è incastonato fra altre brownstones, quindi non c’è panorama o vista o alcunché. Ma fa comunque scena. Mattoni in vista, barbecue, vicini permissivi che tollerano una musica strana, fra il tribale e l’indie, valla a definire se sei capace…
Ah sì, la fauna umana è tipicamente newyorkese. Due ragazze dietro il lavandino stanno tagliando dei peperoni e delle melanzane in un modo assolutamente bbq-unfriendly. Ma chi sono io per dire come tagliare cosa a chi.
Scordo i loro nomi nell’istante in cui li pronunciano, e lo stesso avverrà per tutti quelli che incontrerò, tranne due. Anka, immigrata dalla Russia con la famiglia a 13 anni e a NYC da trenta. Fa qualcosa nell’ambito della moda e della fotografia, ma non ho capito bene cosa.
Spero di ritrovarla, ha un modo di parlare pacato e dolce. C’è Europa in lei. Ma anche nuovo mondo, e la combinazione è molto gradevole.
L’altro di cui mi ricordo il nome è June.
“Like the month?”, diciamo in coro io e Anka, quando ce lo presentano.
Sì, come il mese. Biondo berlinese, secco come un nerd, gay che più gay non si può. Dice di occuparsi di PR, ma lascia tutto sul vago.
Ho capito che esistono due tipologie di newyorkesi. Quelli arrivati, che ti scandiscono a chiare lettere il loro lavoro e per chi lavorano, e se per caso non l’hai capito ti fanno pure lo spelling. E quelli che sono ancora per strada, e stanno cercando il modo di arrivare. La strada, meglio occultarla, per ora, in una nebbia indistinta. Tanto prima o poi arriverà il momento. Sure as hell.
Io e Anka ci avviciniamo a Liv, o forse Luke, per capire cosa diamine stia facendo. All’apparenza sta piantando due assi di legno alle estremità di un tavolo, per trasformarlo in una specie di U. Liv/Luke ci assesta un abbraccio di quelli hippie: molto fumo prima, molto nonsense dopo, sguardo volante e sorriso beato nel mezzo.
Anka chiede “Does Patrick know what you are doing?”.
Liv/Luke annuisce e se la ride.
Mentre Anka va ad accertarsi che Patrick sappia davvero cosa Liv/Luke stia facendo, io gironzolo tra la folla. So già che non rimarrò molto. I due bbq accesi stanno mandando esalazioni tossiche che in nessun modo uccideranno l’outfit da Annie Hall che indosso.

Quando dico che sono italiana, noto che una delle possibili reazioni dell’interlocutore medio newyorkese è quella di dimostrare quanta conoscenza dell’Italia possiede. E via che mi si sciorinano piccoli borghi della Toscana e specialità emiliano-romagnole e angoli dispersi della Sicilia… Io, che vanto un “gravemente insufficiente” in geografia e usi&costumi dell’Italia centro-meridionale, a volte lo faccio presente “Mai messo piede in Sicilia, shame on me” — e quel “shame on me” racchiude davvero tutta la mia vergogna.
A volte faccio la spavalda e indago per vedere fino a che punto si spinge tanta conoscenza del bel paese. Di solito l’interlocutore si arena cercando di ricordare il nome del borgo e della specialità. A volte invece ti trovo il batterista di una jazz band che canta le lodi degli Autogrill italiani, come quella sera a casa di Patrick. Mister X — potrebbe essersi chiamato Joe, ma non metterei la mano sul bbq — mi racconta che quando è in tour in Europa con la band, di solito si fanno tre-quattro tappe italiane e si fermano molto lungo le autostrade. “I love the autogrill!”, esclama, reggendo insalata di cavolo nero e torta di mirtilli tutti nello stesso piatto (l’orrore senza fine). Io naturalmente scoppio a ridere perché per noi italiani, il camogli all’autogrill ti ricorda gli 883 in rotta per casa di Dio (!!), oppure camionisti solitari che tentano di soffocare in un panino la tristezza della lontananza da casa.
Ecco, mi sono resa conto di non sopportare molto quelli che se la tirano perché conoscono il Mirto sardo oppure Santa Margherita Ligure. La gara a chi ce l’ha più lungo — l’elenco di cose-viste-mangiate in Italia, maliziosi! — non sortisce alcun effetto su di me. Ma del resto quella del showing-off turistico è una pratica universale che non riguarda solo i newyorkesi, ma tutti quelli che in un viaggio vedono il modo — assai piccino — di impressionare il prossimo.
Una newyorkese dai tratti asiatici che non avrà più di 35 anni, discorre con Anka.
“I try to work less now, to do what I really like to do. And to enjoy life, d’ you know what I mean? I’ve got a house in the Catskills. Now everyone has a house in the Catskills… You grow up, you know. You don’ wan’ to mess around with the party shit anymore. And it is so fuc*ing quite up there. I really need it. I need a break from the City. To enjoy life, d’ you know what I mean?”. Accanto a lei una splendida lesbica nera con la casacca dei New York Yankees annuisce. Ha i capelli rasati ai lati, una birra in mano, sneakers ai piedi.
Le Catskills sono le montagne appena fuori New York City. Un po’ come comprarsi una seconda casa sul Bondone, immagino.
Qualche settimana fa ho abilmente rifiutato un invito ad andarci, nelle Catskills.
Non è che chiedi a Mandela di visitare Robben Island dopo 27 anni di prigionia. Capitemi. Per il momento, le uniche vette che riesco ad affrontare, sono quelle del Chrysler e dell’Empire, che mi fanno da bussola in caso mi perda nella selva oscura di Gotham City.
Saluto il padrone di casa, che prima di andarmene mi illumina su cosa serviva la U che Liv/Luke stava costruendo. Liv/Luke ha aggiunto un’asse in cima, in modo da formare una specie di cubicolo. Ha sistemato uno spargi-fumo in fondo, creando così una specie di strano sfondo misty-hazy per foto. Patrick mi dice sit down there.
I sit down there.
Scatta una foto. Chissà che fine farà.
La 35enne asiatica mi abbraccia prima che me ne vada “It was so great meeting you”.
Non ci siamo nemmeno rivolte la parola.
It was great meeting you too, Lady Catskills. Enjoy the fuc*ing quiet.

Dunque, questa settimana, a rigor di NY Film Festival, dovrei parlarvi di qualche film che ho visto durante la kermesse. Tipo l’ultimo di Woody Allen, “Wonder Wheel”, girato nella mia amata Coney Island. Uscirà a dicembre nelle sale. Stavolta Woody raggiunge la sufficienza, e si discosta da certe pellicole di dubbio gusto degli utlimi anni. Diciamo che sembra una pièce teatrale che ribalta “Blue Jasmine”, ci butta dentro un po’ di “Match Point” e aggiunge la patina nostalgica di “Café Society” lucidata dalla mano di Vittorio Storaro, che dirige una fotografia al sapor di luci color miele e azzurro. Oppure dovrei raccontarvi di “Piazza Vittorio”, lo splendido documentario che Abel Ferrara — il figlio ribelle del cinema indipendente newyorkese trapiantato in Italia — ha girato nelle piazza romana. In un’ora di documentario ha riassunto la questione dell’immigrazione a livello locale e globale, l’identità italiana “messa a rischio” dai flussi migratori, l’istinto di apertura dell’animo italiano verso l’accoglienza ma la frustrazione di convivere con situazioni al limite della decenza.
Abel ha pure mandato a fancubo il Lincoln Center nel Q&A. E detto da dentro il Lincoln Center, be’, it is no peanuts.

Invece decido di parlarvi di “Loving Vincent”, di Dorota Kobiela e di Hugh Welchman, perché è il primo film d’animazione interamente dipinto a mano. Ci hanno lavorato 125 pittori ad olio —di gomito anche— che si sono messi letteralmente a dipingere il film, fotogramma per fotogramma, pennellata su pennellata. 62.450 inquadrature, 12 dipinti a olio per ogni secondo. 80 minuti di film. Fate voi i vostri conti e ditemi se l’olio non è anche di gomito.
I due registi hanno fatto prendere vita alle tele del pittore olandese, portando in scena i protagonisti di quei quadri. Dalla tela allo schermo, insomma. Se amate l’arte di Van Gogh, e la persona di Van Gogh, tanto quanto li amo io, “Loving Vincent” è assolutamente imperdibile: materializza davanti ai vostri occhi i ritratti di personaggi che vi sono familiarissimi. Il postino Roulin, il Dottor Gachet e la figlia, i contadini, l’Arlesiana. E poi ancora i corvi, gli iris, le case dalle imposte verdi sotto un cielo altrattanto verde, le caffettiere, le bottiglie, le notti stellate… E tranquilli, non è una sviolinata all’opera dell’artista e alla sua triste fine. “Loving Vincent” è costruito come un giallo, una detective story — non un biopic.
E’ ambientato nel 1891, un anno dopo la morte di Vincent. Ve lo ricordate Roulin, il postino? Ecco, Roulin incarica il figlio Armand di consegnare una lettera che il pittore scrisse al fratello Theo prima di morire. Armand, assai riluttante, si mette in viaggio, ma ben presto scopre che, nel corso di quell’anno, anche Theo è morto. Allora deve trovare un nuovo destinatario per questa lettera… E si mette sul cammino degli ultimi giorni di Vincent a Auvers, passando per Arles e Saint-Remy-de-Provence, incontrando tutti i personaggi che hanno popolato la vita — e le tele — del pittore. E qui comincia il giallo. Chi ci assicura che Vincent si sia tolto la vita? Dopotutto il foro del proiettile nel fianco è innaturale: chi si suicida puntandosi una pistola in area fegato? E come può un paziente essere dimesso da una clinica psichiatrica come “guarito” e, nel giro di poche settimane, ripiombare nella depressione e decidere di togliersi la vita? Che rapporto aveva il dottor Gachet con Vincent? E la figlia di Gachet?
Armand infila i panni del detective e ripercorre le ultime settimane di vita del pittore, e noi con lui. In posti, per altro, che mi sono personalmente molto cari. Il mio agosto 2016 è trascorso ad Arles, dove Vincent visse il suo penultimo anno di vita. E certo non potevo farmi mancare la visita al manicomio di Saint Paul de Mausole, a Saint-Remy-de-Provence, a un’oretta di distanza.
In “Loving Vincent”, troverete tutto. Soprattutto la lotta dell’artista contro i propri demoni, la furia della creatività, che lo colse a tarda età — 28 anni — e che lo portò a dipingere più di 800 tele in dieci anni scarsi. Troverete tutte le ultime 150 tele che dipinse nel cortile di lavanda e nei dintorni di grano del manicomio. Snocciolo cifre perché nei giorni arlesiani mi sono documentata in maniera febbrile su Vincent, e lui, Vincent, mi è stato accanto in una maniera quasi fisica. Quei colori feroci, spesso inconsueti — cieli verdi, campi blu. Il giallo che ferisce gli occhi, tanto è abbacinante, i cieli vorticanti che vorticano e inghiottono. Van Gogh cammina sul filo e dalla tenebra salva degli spettacoli inquietanti e incantevoli. Così è la bellezza, talvolta. Una donna splendida con addosso un manto nero.
Centrale anche lo sguardo degli altri su di lui, l’altro per antonomasia, zimbello e bersaglio di critiche, angherie di ogni sorta. Coloro i quali lamentano il bullismo, più o meno cyber, del mondo 2.0, mitizzando il passato, forse non ricordano la lunghissima lista di artisti presi di mira nel corso dei secoli dai benpensanti. Vincent era lo straniero matto. Dylan Thomas l’inglese ubriacone. Oscar Wild il debosciato perverso. Ed è stato un sollievo che i due registi abbiano accennato giusto en passant all’orecchio tagliato e al rapporto controverso di Vincent con Gaugain, ben consci che quella è la parte di bio-letteratura che riempie le bocche delle cronache ma che rivela solo in minima parte chi fosse veramente Van Gogh. Ancora oggi Vincent viene ancora additato come quello che si è tagliato l’orecchio e che faceva il diavolo a quattro con Gaugain. Sad but true.
Questo film è un modo per conoscere di più di lui, ma anche del rapporto con il fratello. Se non l’avete fatto, procuratevi la raccolta di lettere che si scambiarano. E’ un libro prezioso. E se c’è una cosa che mi manca dell’Italia, Moviers, ve lo confido, è la mia libreria. Perché quando ti trasferisci dall’altra parte dell’oceano puoi portarti tanto, ma non tutto. I tuoi libri, rimangono dalla parte sbagliata dell’oceano. E i libri che ti hanno formato sono la tua spina dorsale. Lasciandoli, lasci un po’ di te.
Anyway, reputatevi fortunati che non abbia sottomano la mia copia delle lettere, altrimenti vi seppellirei di citazioni. 🙂
Spero di avervi convinto ad andare nelle sale a vederlo. In Italia esce solo per tre giorni, oggi, domani e dopodomani.
Vi vorrei anche parlare di “Visages/Villages”, di Agnès Varda e JR, credo il documentario più bello degli ultimi anni, ma vedo che uscirà in Italia a maggio 2018 (!), quindi c’è tempo per pipponi.

In onore di Vincent, mon amour, ho aggiunto nel Frunyc II alcune fotografie che scattai lo scorso anno ad Arles e a Saint-Remy-de-Provence. So di fare la felicità degli amanti della Provenza 🙂

E anche per oggi è tutto, Moviers. Grazie della pazienza, della resilienza, della costanza, e saluti, (in)finitamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 336 da NYC commenta “CROWN HEIGHTS” e “SOUTHSIDE WITH YOU”

LET’S MOVIE 336 da NYC commenta “CROWN HEIGHTS” e “SOUTHSIDE WITH YOU”

Fame Fellows,

Ho fame Fellows. Di tutto, chilometri, strade, nomi di strade, di negozi, di matti su due, quattro, sei, dodici ruote o più. Andare in bici nel centro di NYC è come essere dentro un videogame, in cui l’avatar sei tu. Il che ha dei risvolti non trascurabili sulla tua incolumità — ed è un dettaglio questo, che non va rivelato mai a tua madre, nemmeno sotto tortura — ma dall’altra, oh man, è di un divertimento oltre qualsiasi gioco immersivo possiate immaginare.
Io naturalmente sono ancora molto nella fase beginner, ovvero loser. Il newyorchese medio è capace di prodezze da BMX World Championship. S’infila tra qualsiasi tipo di mezzo, in qualsiasi tipo di spazio, dribbla i semafori pur rispettando rossi e verdi, s’inventa la corsia per ciclisti quando la corsia per ciclisti è un miraggio oltre qualsiasi Camelot. Non esita mai, fila sicuro come una modella in passerella. Io lo guardo con l’ammirazione di un bambino che guarda un supereroe sul suo cavallo meccanico. Quando ne trovo uno non troppo supersonico, mi ci metto dietro, lo seguo. Riformulo. Cerco di seguirlo. E non per approfittare dell’aria che taglia. Ma del traffico, che taglia. Ogni volta, come una qualche legge matematica che viene dimostrata ogni matematica volta, lo perdo. Lo vedo sfrecciare via lontano, una traversa davanti alla mia, poi due, tre. Ciao, è stato bello finché è durato.
Questo, come dicevo, non succede dappertutto. Ci sono strade, o parti di strade, in cui ti capita di non trovare nemmeno una macchina. Il che è assurdo. Un istante prima sei imbottigliato fra camion, taxi, suv, bici, skateboard, monopattini a motore e qualsiasi tipo di mezzo motorio dotato di ruote, e poi, in un istante, sei solo con te stesso e il nulla. Devo ancora capire come questo possa succedere, ma fidatevi, succede.
Il videogame in cui l’avatar siete voi accade sulle Avenue principali: la Quinta, la Sesta, la Settima e l’Ottava in modo particolare, o anche la Madison e Park Avenue. Hanno sei corsie, e sono attraversate da qualcosa come 59 streets da Battery Park fino a Central Park. La Madison e Park Avenue addirittura se ne vanno fin su su nel Bronx.
Quando il traffico si blocca, non è che tu, ciclista, con quel potere che le due ruote ti conferiscono, te ne stai fermo in coda. Sgusci come un’anguilla tra le macchine ferme e raggiungi il traguardo del semaforo. Quando il traffico scorre a bassa velocità, sgusci come un’anguilla per raggiungere il traguardo del semaforo. E quando il traffico corre a velocità normale, tu sgusci come un’anguilla per raggiungere il traguardo del semaforo prima di loro. Mi sembra tutto abbastanza chiaro.
I guidatori non prestano molta attenzione, a te, bruscolino di un biker. Vanno per la loro strada, anzi, si fanno strada, cercando di avanzare prima del vicino, o del guidatore a fianco, di racimolare il centimetro che li farà arrivare prima a destinazione. E’ una lotta. Homo Homini Lupus. Per fare questo fanno tutto quello che è al limite del consentito. Suonano, tagliano corsie, occupano la corsia dei ciclisti, sorpassano con dei sorpassi magistrali. Tu, bruscolino d’un biker, fai lo stesso. Con la differenza che sei un bruscolino. Il tuo vantaggio però, sta nell’agilità. Tu sgusci. Sfuggi. E ho capito che tutto sta nell’arancione: te la devi giocare sempre sull’arancione. Quando scatta il rosso, loro sono fermi al traguardo. Tu l’hai superato, ce l’hai fatta. E’ la sensazione di Lupin III che prende il mare o il cielo mentre Zenigata rimane bloccato a terra. Quel momento — succede una volta su mille — in cui le macchine sono ferme al rosso, tu hai guadagnato il nuovo isolato, non hai nessuno a fianco, hai sei corsie tutte per te. Nel cuore di Manhattan. Sei corsie nel cuore di Manhattan. Dura il tempo di un verde, ma darn it, it’s bliss.
Me-on-my-bike non è soltanto il mio videogioco preferito. E’ il modo che ho di tastare la geografia di questa città. Con la metro perdi il senso dello spazio e del tempo. In bici riacquisti tutto, e tracci nuovi collegamenti. Ora so che Washington Square Park e Union Square stanno a cinque minuti di distanza. Che fendere Midtown Manhattan non richiede ore, ma una ventina di minuti, se un’onda di semafori arancio-verdi ti spinge avanti.
Ho scoperto che i ponti di questa città celano tutti un animo prima in salita e poi in discesa, Manhattan Bridge in testa, ma anche quello di Williamsburg non se la cava male. E che da casa mia a Wall Street, impieghi, con il vento contro, una cinquantina di minuti. Ora so che tra lo Zoo del Bronx e i Giardini Botanici di New York ci sono non più di dieci minuti di pedalata. E che Van Cortland Park, il capolinea della metro 1 sulla 242esima, è un parco talmente grande, talmente all’altezza del fratello ricco Central Park, da sembrare uno stato verde all’interno di New York City. So anche che farsi dalla 242esima alla 150esima — casa — fa più impressione a dirlo che a pedalarlo.

La bici permette anche l’accesso a spettacoli a dir poco “coloriti”. Ieri passando sulla mia amata Riverside Drive, che è tutta fiancheggiata da giardini e panchine, ho visto un giapponese portare a spasso, al guinzaglio, una testuggine. Non le tartarughe da giardino grandi come una noce di cocco, di cui per altro sono pieni i laghi di Central Park (vedasi Frunyc). Una testuggine vera e propria, grande come… come….be’ come una testuggine da passeggio. Una quindicina di kg, guscio incluso. E mi è tornato in mente quello che mi ha detto, qualche giorno fa, un newyorkese. A NYC trovi tutto. Nel bene e nel male. Sei un cannibale che vuol pasteggiare a carne umana? Qui trovi l’associazione che si prende cura dei tuoi bisogni.
Sei un amante dei carapaci? Qui trovi il passante con il carapace al posto di Fido.
A ogni modo, la domanda che ancora mi tormenta è. Ma il guinzaglio??

E comunque, tornando alla bici — e poi chiudo. Ci sono due contesti. Quello urbano e quello extraurbano. In quello urbano che vi ho descritto poc’anzi, è il Far West, la giungla, e vale il principio del vale-tutto, à la guerre comme à la guerre. Sulla ciclabile vera e propria, invece, tra gli altri tuoi simili, le regole si rispettano manco fossimo in Liechtenstein. Tutti disciplinati, tutti rispettosi. Insomma, bisogna adattarsi all’ambiente e al suo variare. E in ogni caso, ogni volta che dietro di me sento una sirena della polizia, rea come sono di aver combinato qualche scelleratezza, sudo freddo e penso, ecco, ora mi fermano. Guantanamo.

Questa settimana volevo raccontarvi di Governors Island, ma deve aspettare. Questa è stata la settimana dell’eclisse solare. Ed ha la precedenza perché non è che mi succeda proprio tutti i mesi, un’eclissi solare a New York City.
La mattina di mercoledì, mi ricordano dalla vecchia Europa che è il giorno dell’eclissi.
Shoot, come posso averlo scordato? Posso. Ma rimedio. Scopro che l’Hotel Americano, a Chelsea, ha organizzato il “Solar Eclipse Poolside Viewing Party” sul rooftop dell’albergo, a bordo piscine — lo scrivono in francese sull’invito, del resto fa sooo classy. Free admission with RSVP. Perfetto. Faccio RSVP. Infilo il trikini — si tratta pur sempre de la piscine di un rooftop a Chelsea — e infilo naturalmente la bicicletta. Arrivo a destinazione e l’Event Manager, un gay allo stato brado, si profonde in apologies: purtroppo il rooftop è overbooked e non possono ospitare tutti gli ospiti che hanno prenotato.
Stando a NYC ho imparato che questi incidenti di percorso capitano spessissimo — devi dribblare gli ostacoli, come in bici — quindi è sempre bene avere un Piano B, o qualcosa che gli somigli, con cui mettere una pezza al naufragio del Piano A. Un altro posto consigliato dal NY Times per godere di una visuale rialzata e libera è la High Line. E la High Line è a un passo dall’Hotel Americano. Quindi, High Line sia.

Lì trovo personaggi preparatissimi. Un bro con una lunga treccia grigia si è portato da casa il telescopio, e invita i passanti a guardarci dentro. Si scusa perché la lente ha due piccoli puntini nella parte bassa. Io me lo abbraccerei — altruismo e premura sono una coppia più unica che rara. Io sto lì una decina di minuti, profondendomi in ringraziamenti: lo spettacolo è davvero unico. Poi però mi spingo oltre, e poco più in là del punto in cui stanno costruendo l’ultimo edificio della compianta Zaha Hadid, ecco che trovo una folla di newyorkesi armati di occhialini — i “Get Eclipsed” — e alcuni appassionati ingegnosi, che hanno seguito le istruzioni in internet: prendi una scatola (di cereali, scarpe, any box), trattala male (!), forala in un determinato punto, mettici della carta stagnola qui e dello scotch là, et sei a posto, ti vedi l’eclisse senza bisogno di occhialini — per altro sold-out in tutta la contea. Incredibile come funzioni.

Dell’evento mi è piaciuta la condivisione. Tutti si prestavano gli occhialini, le scatole dei Cheerios per l’occasione trasformate in attrezzatura astronomica. Un “Oh my God” dietro l’altro, e tutti assai insoddisfatti della resa deludente delle fotografie: l’eclissi non è per nulla fotogenica.
Ho scordato in fretta la potenziale eclissi posh della piscine sul rooftop e mi sono goduta quella plebea sulla High Line. Marx annuisce soddisfatto.

L’eclissi fa qualcosa al mondo. E’ vero che si alza uno strano vento. Ed è vero che quella penombra insolita nel primo pomeriggio di un giorno di agosto si porta con sé come uno stato di sospensione. O di ritorno al passato, che magari poi è futuro. Il presente si congela, si prende una pausa per una manciata di minuti. Tu te ne stai lì, ad aleggiare in quel non-tempo da pura science-fiction. E ti chiede se finirà, oppure se continuerà in eterno, costringendoci in una parentesi temporale non chiudibile.
Io sulla High Line da qui a l’eternità — non male, come prospettiva, direi.

Questa settimana, Fellows, ho visto troppi film per poterne scegliere uno. Il Metrograph, una sala super artsy tra il Lower East Side e Chinatown, mi ha offerto una retrospettiva su Antonioni. Quindi “Le amiche”, “Deserto rosso”, “Zabriskie Point” e “L’avventura”. Poi “Crown Heights” in spiaggia a Coney Island. Poi “Southside with you” al Frederick Douglass Playground dell’Upper West Side. E vi dovrò parlare anche, prima o poi, di cosa sia l’esperienza delle proiezioni all’aperto qui, per altro tutte gratuite.

Sarei tentata di osare un pippone su Antonioni. Ho dovuto trasferirmi a NYC per vedere i suoi film. In Italia le retrospettive sui maestri del cinema italiano si organizzano nei Festival/Mostre del Cinema, ma è rarissimo trovarle in sala. Uno stato delle cose che è un sacrilegio, se pensate alla grandezza di Antonioni.
Ho profondamente amato “Deserto rosso”. La storia di una donna alienata, persa nel labirinto della sua depressione, e intrappolata in un mondo industrializzato, asettico, rumoroso e fastidioso: una specie di ergastolo per ogni sensibilità non omologabile. Allo stesso modo ho amato “L’avventura”, una storia da cui esce una visione implacabile della società degli anni ’60. Vuota, immorale, annoiata, incapace di qualsiasi sentimento autentico, se non forse, alla fine, del perdono.
Monica Vitti non è mai stata cantata abbastanza per le sue doti. In “Deserto rosso” avrebbe meritato qualsiasi statuetta, nastro, palma, leone, tutti i premi di questo cine-mondo. La adoro profondamente, sin dai tempi de “La ragazza con la pistola”.

Ma Let’s Movie si prefigge di parlare di film nuovi, quindi vi dico qualcosa di “Crown Heights” di Matt Ruskin, vincitore del Sundance di quest’anno.
Il film racconta la vera storia di Colin Warner, un ventenne afroamericano, accusato, nel 1980, di aver commesso un omicidio che non commise. C’era bisogno di un capro espiatorio, di un nome. E quel nome fu, malauguratamente, il suo. Nei primi anni di galera — ne sconterà venti — Colin cerca di trovare una soluzione legale, ma tutti i ricorsi in appello vengono sistematicamente bocciati. Il capro espiatorio deve espiare. E’ il suo fedelissimo amico d’infanzia, Carl King, a non perdere la speranza: investe vita e risparmi nel tentativo di dimostrare l’innocenza di Colin. Alla fine, aiutato da un avvocato illuminato, ci riuscirà. Ma questa vittoria ha il sapore amaro di una giustizia fallace come quella americana che non solo lascia i suoi figli a marcire, nel fiore degli anni, dietro le sbarre, ma che dietro le sbarre ce li vuole proprio, se sono figli neri.
Storie come queste ne abbiamo già viste al cinema, purtroppo, quindi non c’è nulla d’inesplorato. Se non Crown Heights. Crown Heights è un piccolo quartiere di Brooklyn abitato soprattutto da afroamericani di discendenza caraibica, come Colin, originario di Trinidad. Cinematograficamente, il quartiere è rappresentato in maniera neutra, distaccata. Lo stesso vale per la regia. Pulita, asciutta, ai limiti dello scarno. Ruskin non vuole far piangere il pubblico. Vuole farlo riflettere, ed eventualmente, agire affinché tragedie come questa non si ripetano — ma tanto si ripetono…
Come altro vuoi chiamarli, 20 anni di galera da innocente? Tragedie.
C’è qualcosa che non mi torna completamente del film, a tratti troppo documentaristico. Forse, anche, l’interpretazione incolore del protagonista. Ricordo cos’era stato Denzel Washington in “Hurricane”, e be’, il paragone non è nemmeno ipotizzabile.

Ho chiesto al produttore, presente sulla spiaggia di Coney Island a fine proiezione, se il film verrà distribuito in Europa, in Italia — sì, ho visto il film spaparanzata in spiaggia, con il mare a sorvegliare noi del pubblico…non so cosa si possa volere di più della combinazione mare + cine, onestamente. Lui ha confermato, quindi lo potrete trovare in sala nei prossimi mesi. Andateci con un amico che ha una visione fiabesca di New York City. E fategli vedere che New York City sono anche periferie semideserte, ripicche tra bande, e gente che stenta molto a tirare a fine mese — “to make ends meet”, come si dice da queste parti. Penso che ogni tanto in Italia si dimentichi quanto sia difficile qui, specie in certi quartieri. Certo, se poi si aggiungono le innamorate urbane che sviolinano di domenica in domenica… Prometto di essere più obbiettiva, Moviers. Lo faccio anche per lei, il mio amore. NYC.

Per farmi del male sono andata a vedere “Southside with you” di Richard Tanne, anche questo presentato al Sundance — anche questo visto all’aperto. Il film è ambientato in un giorno: il giorno del primo appuntamento di due giovani. Barack Obama e Michelle Robinson.
Ok, ammetto che il film sfiora il televisivo e il didascalico in certi punti. Ciononostante, vedere questi due che poi diventeranno POTUS and FLOTUS — President Of The United States e First Lady, caso mai stiate annaspando in cerca del significato — be’, ti tocca. Hanno trovato quest’attore, Parker Sawyers, che somiglia a Barack da giovane in maniera impressionante. Nelle gestualità, nel modo di parlare.
L’episodio del loro primo appuntamento è stato reso pubblico sia da Barack che da Michelle, quindi, nulla di scandalistico. Il film si prende alcune libertà, ma sostanzialmente è fedele alle loro versioni.
Vi racconto solo un aneddoto, vero, molto gustoso. E questa è storia.
Durante l’appuntamento, Barack apprende che Michelle è golosa di gelato al cioccolato.
A fine serata, dopo una schermaglia — due caratterini, i due… — lui entra in una gelateria e le compra un cono di gelato al cioccolato, a mo’ di trattato di pace.
Poi i due si baciano.
Una giornalista, anni dopo chiederà a Mr President Obama. “And how was it?”
Mr President Obama, con tutta la capacità di oggettività, sintesi, evocazione, metafora con cui ha confezionato fior fiore di discorsi, risponde: “It tasted like chocolate”.
Michelle ha appena mangiato quel gelato, quindi la risposta appare quasi un truismo. Ma pensateci bene. Michelle è nera. Michelle è dolce. Michelle è quella che gli fa girare la testa. Quale migliore risposta? Oggettiva e allegorica allo stesso tempo.
Abbiamo avuto otto anni un tipo così come Presidente. E adesso, adesso… Ora capite perché ho detto che sono andata a vedere il film per farmi male…
Per fortuna ci sono quei cervelli burloni del New Yorker. Leggete i possibili slogan della prossima campagna elettorale di Donald. Il mio preferito “I’m the President, So You’re All Losers”, “Building a Bridge to the Nineteenth Century” e “She’s Running Again, Right?” 🙂

Ok Moviers, stasera è davvero tutto. Mi sono dilungata quel tanto che basta per rendermi detestevole ai vostri occhi. Ma poi voi, buoni buoni che siete, attingete al potere da Movier, e mi perdonate 😉

Ah Fellows, non ci crederete, ma ho raggiunto il limite massimo di foto da inserire in un Album di Google. Questo non è un problema — fa solo molto ridere. Basta crearne un altro. Da oggi, parte ufficialmente il Frunyc II.
Con la foto “Lupin III e Zenigata”…. 😉

Grazie tante dell’ascolto, e saluti, stasera, famelicamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 313 FROM NYC commenta A UNITED KINGDOM

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Mary and Mou Moviers,

Sono stati loro a dirmi della bufera. Perché diciamocelo, New York City può essere anche quello. Per l’Italia è indubbiamente anche quello. Ricordo bene le immagini che i TG mandano in onda, o i video che i giornali mettono online. Nel mostrare scene di malcapitati alle prese con l’inferno di cristallo, semafori dindolanti nella tormenta, c’è un perverso quanto mai noto gusto mediatico. Sensazionalismi a parte, s’innesca l’effetto “menomale che sono qui guarda quelli come sono messi là”… Il caldo di casa propria non è mai così caldo fin quando non si sente, anche solo visivamente, il freddo di casa altrui. Questo principio, portato all’estremo, porta all’esaltazione della patria — ve lo lascio come esercizio di stretching mentale…
Quando sei in Italia e vedi tutto questo ti chiedi, ma com’è possibile? Come fanno? Le risposte sono: è possibile, fanno. I newyorkesi hanno un gran spirito pratico e dei gran piedi piantati per terra. Io ho saputo della snowstorm con due giorni d’anticipo. Martedì Mary mi ha disdetto un film che avremmo dovuto vedere il giovedì, giorno della bufera. “Hanno previsto snowstorm, quindi non esco, lavoro da casa”, mi scrive, aggiungendo l’intraducibile quanto usatissimo “Stay warm”.
E qui funziona così per tutti. Mou, che insegna matematica in un liceo del Jersey — la Dwight Morrow High School, dove per altro studiò Sarah Jessica Parker, se volete aggiungere una meta alle vostre mete americane (!) — è stato avvertito dalla scuola che di lì ha due giorni gli elementi si sarebbero scatenati e che le lezioni sarebbero state sospese. Lo stesso è capitato alla mia Vice-Direttrice, con un preavviso di tre giorni. Lezione nel Jersey annullata per maltempo.

Ora io, da brava europea che cova sempre quel briciolo di disincanto nel cuore, come ogni europeo che si rispetti, ho riso un po’ di tutto questo al-lupo al-lupo stelle-e-strisce, e di questa attitudine ottocentesca di mettersi al riparo dalla natura e dagli elementi, non più con fiocina e Pequod, come Melville proponeva contro Moby Dick, ma con bollettini meteo e avvisi alla popolazione. E già calcolavo, fra me e me, le perdite in fatto di ore-uomo che questo allarmismo avrebbe causato — sulla degenerazione della mia mente che si mette a elucubrare circa le perdita ore-uomo discuteremo in separata sede (clinica, presumo). Tra l’altro il giorno precedente era stato tiepido come una primavera inaspettata. Una bufera? Domani? Ma ci faccia il piacere, ci faccia! Accurateweather.com, be accurate, please!
Invece, come da brava europea post-Brexit che si rispetti, sono stata smentita alla stragrande. La bufera si è presentata puntuale come l’avevano annunciata. Nell’arrivo e nella durata. Dal primissimo mattino, fino alle 3 pm, seguita poi da un vento nordico e un cielo tersissimo che ricordavano vagamente certe regioni dell’antartico battute dalle spedizioni che non hanno fatto più ritorno a casa.

Come funziona durante la bufera? Funziona che NON si esce. E’ semplicemente, elementarmente impossibile. Non tanto per la neve in sé, quanto, l’avete capito, per il vento. Non c’è modo. Vince lui. Quindi, che vinca. Qui hanno imparato a rinunciare a tavolino e a fargli fare quello che vuole per tutto il tempo che vuole. Se sai che il mondo finirà giovedì 9 febbraio, ti organizzi. E loro, abbiano detto, si organizzano. Tanto comunque c’è il telelavoro, il telecomando, la tele.
Mi si dice che in passato bufere di questo tipo duravano anche giorni e giorni. Negli ultimi anni, gli inverni sono molto più miti — e questo, statemi tranquilli, non ha nulla a che vedere con il cambiamento climatico, giacché, Trump puntualizza, il cambiamento climatico non è che una bufala messa in giro da quei buffoni degli scienziati. Si consideri piuttosto il surriscaldamento terrestre come una naturale evoluzione degli eventi… Una specie di acne giovanile.

Per tornare alla bufera… Durante il giorno, sembra di stare sospesi nel chissaquando, circondati dal chissadove. Potresti essere nel Wyoming, a pochi passi dalla Locanda di Minnie (!), oppure in pieno Hell’s Kitchen, a quattrocento passi da Times Square.
Fuori vedi il vento fare le sue follie in mezzo alla neve. Se vivi con una finestra che dà su un vialetto interno, senti gli ululati, ma lontani, come se uscissero, solo per metà, da un racconto di Tolstoj. Tu stai dentro, il riscaldamento sparato a mille — non per tua scelta ma per quella della centralizzazione — e aspetti. Aspetti anche che passi l’influenza da bue che ti ha steso — l’influenza newyorchese è potente come le sue bufere, anche lei vince sempre, e anche con lei bisogna arrendersi a tavolino.

Il bello è il giorno dopo. Il giorno dopo il cielo è talmente lustro, la neve talmente bianco shocking, da far male agli occhi. Credo che in alta montagna sia così, ma qui siamo nel bel mezzo dell’urbano metropolitano, quindi quell’abbinamento sembra ancora più improbabile — un cielo dolomitico fra i grattacieli?? Ebbene sì.
Il day-after è la via crucis delle macchine. Gli spazzaneve, che non smettono mai il loro lavoro durante la bufera — sicuramente telecomandati a distanza da un sistema centralizzato, come il riscaldamento, azionato dal Pentagono — spazzano la neve contro le macchine parcheggiate lungo le strade. Questo, capirete, le mette in uno stato di totale prigionia, dal quale liberarle, al mattino, risulta un’impresa di ostetricia avanzata. Centinaia e centinaia di automobilisti alle prese con la povera creatura intrappolata che non vuole saperne di uscire. Gli strilli dei motori — ecco cosa associo al mattino post-bufera. Un coro di partorienti, alle prese col partorire se stesse.

E i newyorchesi? I newyorchesi, tutto scarponi e long johns (=mutande lunghe che i newyorchesi maschi pare portino d’inverno sotto i pantaloni, con sommo giubilo), i newyorchesi spingono, e tirano e mollano. Ma mantenendo una loro calma serafica — ostetrici professionisti. Ho immaginato noi italiani… A imprecare e stendere tanto di geremiadi — popolo d’inventori, esploratori, poeti e prefiche che siamo. Teatralizzeremo anche quello. Loro invece, easy easy. Come se aiutare la tua macchina a partorire se stessa in una mattina di febbraio, con i figli da mandare a scuola e qualche riunione che ti aspetta al lavoro, fosse l’ordine delle cose e non ci sia tanto da scomporsi, you see.
Per tirare le somme, è vero che New York City è la casa dello spirito metropolitano — anzi è lo spirito metropolitano fatto urbano, una trinità in cui madre e padre sono non-pervenuti e si trova solo l’unigenito figlio. Ma è anche vero che la natura è sempre la Natura del Nuovo Mondo, quella che sfidava gli europei appena sbarcati e che ha fatto tribolare migliaia di coloni. Quella natura lì torna fuori ogni bufera e, con uno sguardo ti dice, ché, ti stai dimenticando di me? E ci mette 6 ore di tempo a farti tornare la memoria. Quella Natura non è cambiata di una virgola. Sempre la stessa virulenza indomita, sempre la stessa spietatezza. E noi siamo sempre gli stessi ometti, gli stessi piccoli cowboy dall’ego smisurato. Solo che al posto della Colt abbiamo l’iPhone e cavalchiamo Citibike anziché Mustang.

Dopo l’infRuenza che mi ha steso, mi sono rimessa in piedi con due film due. 🙂 Uno, uno splendido documentario sul blues che solo gli esperti potranno apprezzare — Fellow Lumière in testa — dal titolo “Two Trains Running”, di Sam Pollard, ovvero, la ricerca di due leggende del blues, Skip James e Son House, nel profondo Mississippi durante le tensioni conseguenti al movimento per i diritti civili negli anni ‘60. Ma non è di quello che intendo parlarvi qui, anche se il film che sto per proporvi è sempre black-oriented. Ho visto “A United Kingdom” di Amma Asante, all’Angelika Film Center, sala molto rinomata tra SoHo e NoHo — piccola precisazione da National Geographic: SoHo sta per South of Houston Street, un mega stradone che parte dall’East River, taglia la pancia di Manhattan e sbuca nell’Hudson River; NoHo sta per North of Houston Street…così abbiamo le coordinate 🙂

Sul film in sé, be’, potrebbe essere catalogato come l’ennesimo biopic che racconta l’ennesimo capitolo lasciato in ombra dalla Storia che tutti impariamo a scuola — dovremmo imparare a scuola. Il film, se lo sfiliamo dalla realtà — racconta una storia vera — e se mi si permette di fare un po’ la burlona, comincia come “Il principe cerca moglie” (sì, quello con Eddie Murphy…).

Londra anni ‘50. Seretse è l’erede al trono del Botswana, pronto a tornare in patria e a regnare dopo essersi laureato in una facoltosa università. Ruth è una cara ragazza dell’Inghilterra bene, ma lavoratrice, che Seretse incontra una sera in un locale. Il colpo è di fulmine: il Principe ha trovato moglie! Non fosse che Eddie Murphy la cercava, mentre Seretse proprio no, specie se la fanciulla è bianca come il Granarolo. Siamo nell’Inghilterra in cui i darkie sono darkie e non possono nemmeno sognarle di notte, le bianche. E siamo in un Botswana in cui gli ingressi ai luoghi pubblici sono distinti per razza, i neri non possono ordinare alcol in un locale e il parterre dei cinema è pieno zeppo di visipallidi — e siamo in un paese di neri. Apriti o cielo! Un erede al trono di un paese black che sposa una white… Praticamente “Indovina chi viene a cena?” ma con implicazioni governative al seguito. Sì perché oltre a sconvolgere le rispettive famiglie, scandalizzate da quella temeraria miscela interrazziale, poi ci si mettono la politica e l’economia, visti i rapporti d’interdipendenza tra il governo britannico colonialista e quello africano. Si arriva addirittura all’esilio del re mentre lei, Ruth, è in Botswana. Due anni di separazione, finché, dopo una cordata parlamentare a favore di Seretse e qualche bella gola profonda, finalmente, il re può raggiungere la moglie in Africa, e il suo popolo, sul quale regnerà fino al 1980. A rendere tutta questa realtà ancora più fiabesca, le idee illuminate di questo re, che credeva fermamente nella democratizzazione del suo paese, nell’indipendenza dal Commonwealth (ottenuta poi nel 1960) e nell’uguaglianza di ogni individuo — dal suo speech, “nessun uomo è libero se non è padrone di se stesso”. Praticamente il progenitore di Obama — may He be praised.
E non scordiamoci di Ruth, l’inglesina, tanto carina quando ca*zuta. E’ rimasta a fianco del suo Seretse per tutta la vita, dedicandosi ad attività filantropiche e alla lotta contro l’Aids.

Come dicevo, il film trasuda romance dall’inizio alla fine. La regista sceglie le tinte sfumate — Londra quasi come una Parigi anni ’20 — e l’Africa brulla e aranciotrump sembra quella di Robert Redford e Meryl Streep in “La mia Africa”… Quel senso crepuscolare, quei colori fumé… Ovviamente non mancano gli stereotipi del film in terra esotica. I balli, i canti, gli aerei che sorvolano le piane cotte dal sole, gli sguardi livorosi verso l’inglesina quando sbarca in Botswana, e poi teneri come il burro quando capiscono che la ragazza “giunge in pace”.
La musica, immaginatela… Trionfo d’archi su letto di viole. E poi be’, quell’insistenza sull’archetipo Romeo e Giulietta. L’amore contrastato da tutto e da tutti — qui pure con la componente raziale in mezzo. Però, il film si guarda volentieri, alla fine. E proprio perché ti parla di una storia che non conosci. Una storia che è la Storia. E per una volta, una storia, che è la Storia, finisce bene, e noi posteri, poveri di figure come queste, raccogliamo questi due bei personaggi, Ruth e Sereste, e li archiviamo nella memoria accanto a figure che hanno fatto della loro vita una missione più alta delle loro stesse vite e che servono, per questo, come esempio, come faro. Oggi come oggi, queste vite, questi fari, ci servono più che mai, nella tenebra in cui stiamo riprecipitando dal punto di vista della convivenza interraziale.
Oggi mi rendo conto che il cinema deve servire anche a questo. A insegnare. Puro didattismo. Pensate ai ragazzi delle scuole superiori che vanno a vedere “A United Kindgom”. Forse cominceranno a famigliarizzare con realtà a loro assolutamente ignote, come l’apartheid, e a capire quanti sforzi ci vogliono per fare un metro avanti, e con quanta facilità si può precipitare km indietro — si pensi a oggi, a tutto quello che si sta dicendo, dall’Europa all’America, a quanto ci sia ancora da camminare…
Nel documentario “Two Trains Running”, questo è chiaro più che mai, e lì siamo in Mississippi, dove i neri, negli anni ’60 non solo non votavano, ma dovevano abbassare il capo in segno di rispetto ogni volta che passava un bianco…
Ho visto il docu alla School of Visual Arts, zona Gramercy, prima di dirigermi all’Angelika e vedere “A United Kingdom”, e infilare un Biathlon certo coerente ma assai pesante. Pur sempre un Biathlon, però… 😉

Parlando di km, anche per stasera vi ho propinato la solita maratona settimanale. Meglio che mi congedi, allora, col rammarico per le innumerevoli storie che non ho spazio di raccontarvi… Non prima di avervi proposto il Frunyc aggiornato e avervi spediti nel Maelstrom, dove troverete un approfondimento…

Moviers, per stasera è tutto, ma solo per stasera. Poi torniamo, si sa. Ed è bello, saperlo 🙂
Ringraziamenti incommensurati (!) e saluti, stasera, preventivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vi ricordate la Maratona di Filosofia alla Brooklyn Library? Ecco, se volete saperne più, ci ho scritto sopra un articoletto, “La veglia della filosofia nella notte della democrazia” … Se volete sapere com’è andata nel dettaglio… 😉

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LET’S MOVIE 310 From NYC – commenta THE FOUNDER

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Finisco Fellows

in un vagone sfortunato, nella tratta Trento-Verona, domenica all’alba, diretta in aeroporto. Oppure sul più fortunato che potesse capitarmi — ogni esperienza fa sapienza.

Prendo posto. La carrozza mi sembra vuota. Non mi accorgo che nello scomparto avanti sulla destra, c’è qualcuno che dorme: io mi fermo nello scomparto prima, sulla sinistra.
Il treno si avvia e entrano una marmaglia di individui fra cui due adolescenti. 17 anni circa. Bomber nero, cerchi neri nelle orecchie, anelli lisci di metallo, piercing al sopracciglio e capelli rasati sopra le orecchie con quelle stripes orizzontali che sembrano un errore del rasoio e di cui non si capisce affatto il valore aggiunto che possano avere in un’ottica hair-style. Brufolame sparso su una pelle bianchissima. Sguardo malevolo e uno straordinario odio nei confronti del mondo che non presenti le suddette caratteristiche.
Sì, l’odore nell’aria è quello di Forza Nuova.
Uno dei due annaffia con del Gatorade il sedile nello scomparto avanti al mio, sulla destra. Quello su cui io non ho una visuale. E i due ridono come due adolescenti riderebbero dopo un atto di vandalismo travestito da bravata. Ma da lì, dal nulla — e da sotto una coperta, poi scoprirò — spunta una donna.
Nera.
La donna si arrabbia, giustamente. Perché mi avete fatto questo?, chiede, incredula. Perché’?
La risposta di uno dei due, che potrebbe essere il perfetto rampollo di casa Calderoli-Le Pen, è una sequela di luoghi comuni della Lega vecchia scuola.
Taci, negra di mer*a. Le paghi le tasse? Tornatene a casa. Che ca**o parli tro*a, continua a dormire, str*nza…
Un italiano di mezz’età seduto nello scomparto avanti, si alza e dice ai ragazzi di moderare i toni.
I ragazzi lo ignorano e continuano.
“Io non ho fatto niente”, dice uno dei due ragazzi. “Non so che ca**o dice quella negra. Mi hai visto fare qualcosa?”, chiede il Piccolo Lord nazi al signore, che non aveva visto la scena, essendo nello scomparto avanti.
Io però ero nello scomparto dietro.
Io, la scena, l’ho vista. Ho visto l’arco arancio del Gatorade precipitare nel vuoto. Ma mai avrei immaginato che quel vuoto fosse occupato da un essere umano.
“Io ti ho visto”, dico, alzandomi in piedi, senza nemmeno pensarci. E lo guardo dritto negli occhi e non tolgo gli occhi dai suoi per tutto il tempo. E’ lo sguardo freddissimo che fulmina e incenerisce. So di averlo. E’ lo sguardo da tenere sotto chiave come la bomba H e da non utilizzare mai. Tranne che in questi casi.
Lo colgo alla sprovvista: né lui né il suo amico mi avevano notato, entrando.
E per una frazione di secondo esce fuori il ragazzo che è in lui. Quando cogli alla sprovvista gli adolescenti, fai crollare loro il cm quadrato di sicurezza su cui poggiano le loro All Stars.
Passato quell’istante, arriva l’ignoranza, l’animalità, il razzismo, con tutta la violenza che queste bestie portano con sé, specie se accompagnate dalla giovinezza.
Non sa a cosa appigliarsi ovviamente. Si sente incastrato. Allora si attacca all’età, e alle scuse da serie televisiva.
“Tu non hai visto un ca**o, magari è stato il mio amico e ti sbagli, che ne sai, hai le prove di quello che dici? Vedi abbiamo una Coca e un Gatorade…magari è stato lui…”, indica vittorioso una Coca e il Gatorade.
“No, io ti ho visto”, dico io, sempre con lo sguardo bomba H.
“E che ca**o vuoi fare sono minorenne e poi quella tro*a non ha diritto di parlare”…e va avanti con tutta una serie di improperi illogici che non voglio ripetere, nemmeno tappezzando la sua malalingua di asterischi**.
Il signore si arrabbia e comincia a rimproverarli come un padre, minacciando di andare a chiamare il controllore. La donna, nel frattempo, continua a lamentarsi “perché mi avete fatto questo? Razzisti, razzisti, brutti razzisti, chiamo la polizia…”
Io sono in piedi calmissima, ma attacco con la veemenza che mi contraddistingue — e che ben conoscete quando discuto con il WG Mat! E comincio a dire cose che mi ribollono dentro da centinaia di anni e contro cui loro due non possono ribattere, né lui né il suo compare, che ha gli occhi maligni, ma che segue il boss e senza boss, forse, sarebbe diverso.
Lo guardo dritto negli occhi tutto il tempo. Tutto il tempo con lo sguardo all’idrogeno.
Dico tutto quello che c’è da dire. Che il colore non c’entra niente, che lei è una persona come loro, che ha gli stessi di vivere in Italia o altrove esattamente come loro. E chiedo “ma in che razza di mondo volete vivere?? Nemmeno gli animali si comportano così. Volete essere meno degli animali??”.
Il boss farfuglia qualcosa ma non osa insultarmi — del resto io sono bianca e probabilmente trentina, faccio parte degli eletti — ed esce dallo scomparto, sbrodolando insulti razzisti molto pesanti verso la donna. Lo scagnozzo lo segue e mi dice, un sorrisino post-LSD, “Io non ho fatto niente”. Io gli dico “Se tu avvalli quello che fa lui, è come se lo facessi anche tu”. Lui mi guarda senza aver capito. E io mi rendo immediatamente conto di parlare con un adolescente con un vocabolario medio di 100 parole articoli inclusi, e che non può sapere cosa significa “avvallare”. Riformulo.
Se tu gli permetti di farlo, tu sei come lui.
Mi guarda, e so che ha capito. Ma non vuole capire.
Nel frattempo arriviamo alla stazione di Rovereto e i due scendono.
Dal binario, forti della distanza e del finestrino in mezzo, cominciano a ridere. Il boss si avvicina allo scomparto di mezzo e indirizza un dito medio alla donna di colore.
Non guarda dalla mia parte.
Il treno finalmente riparte.
La donna si alza e mi ringrazia. Io sono mortificata. Mi scuso per quello che è successo. Mi scuso per queste persone (?). Per questo Trentino, quest’Italia, questi bianchi, questi eletti.
Le dico che mi vergogno. E che mi spiace tanto. Lei mi sorride un sorriso di sconfitta che io non scorderò mai.
Certo non mi aspettavo di trovare questo, tornando in Italia. Dopo tanto parlare di razzismo USA, ecco che incappo nel più banale episodio di xenofobia nella mia stessa città, come mai mi era capitato.

Che il razzismo sia una malattia pressoché inguaribile connaturata all’essere umano purtroppo è una realtà con cui devo fare i conti — benché io abbia in tasca tutta una serie di ideali che mi piace portarmi appresso e tastare di quando in quando, sentire che sono lì, sempre con me, pronti a sbocciare.
Parliamo delle reazioni, invece. Se non possiamo eliminare il razzismo in quanto fenomeno imperituro dentro un sistema umano, almeno possiamo combatterlo con il nostro agire. Cominciamo a guarire prima l’organo per poi guarire l’organismo.
Nel vagone era presente anche un altro ragazzo, sui venticinque. Timoroso. Non ha proferito parola.
E’ colpevolizzabile per questo? Nella pratica, le sue parole avrebbero cambiato qualcosa?
No.
Le mie hanno cambiato qualcosa?
No.
Allora perché parlare, rischiare, esporsi?
La risposta è difficile e traballa su un filo di lana.
Per contrastare la legge del tacito assenso. Il mio silenzio accetta il detto altrui, e finché si fa la scimmia che si tappa gli occhi, gli orecchi e non parla, il mondo perpetuerà questi episodi.
Credere che parlare sia un atto eroico è anche sbagliato. Io penso di aver fatto quello che tutti avrebbero fatto e che sta scritto nella più grande Costituzione che sia mai stata vergata: quella della coscienza di ognuno.
Se mi chiedete come si contrasta la vergogna, questo proprio non lo so. E non ho ancora trovato il modo di scoprirlo.

Per complicare ulteriormente il resoconto, potrei aggiungere che il resto della marmaglia entrata nello scomparto con i due nazi, era gente dell’Est Europa fieramente senza biglietto. Conoscevano i due nazi, ma non hanno mosso un dito né detto nulla.
Sono rimasti a bordo fino a Verona, passando tutto il viaggio sul chi va là, pronti a scendere all’arrivo del controllore e decidendo quale scusa raccontargli in caso di controllo.
Quindi non pensiate che io creda nel mito dell’Immigrato Santo — come una volta c’era il mito del “Bon Sauvage”. Ma meglio non mettere troppa carne al fuoco…

Passano le mille miglia che devono passare e arrivo dal mio amore, New York City.
Alla fermata dell’A train, alla 145esima, la mia, non c’è alcun ascensore, ma tre rampe irte di scale, lo so. Ci penso sin dall’aeroporto di Venezia. Tre rampe con 23 kg di valigia più 12 di bagaglio a mano tra zaino e borsa. E purtroppo nessuna stazza Mike Tyson intorno al mio essere.
Quando mi ritrovo ai piedi delle tre rampe, valutando il daffarsi e maledicendomi come sempre, ecco che mi si affianca un latino. Alto più o meno come un Pitufo, ovvero un Puffo alla latina — courtesy Fellow Killer. 😉 Ha un trolley versione puffo. Guarda il mio trolley versione Bue Grasso.
“What if I take yours and you take mine?”, mi dice, con un inglese che sa di Puerto Vallarta. Io sospiro ciò che mi avete sentito già sospirare in un’altra occasione nel Jersey.
“You are an angel”.
Mi sorride. E facciamo tre rampe così. Io con il suo trolley, lui con il mio.
In cima, non so come ringraziarlo.
“De nada, de nada”, cinguetta.
Sono a casa. E i nazi sono due punti neri che satellitano in giro alla ricerca di pericolosi elenchi…

Ora cerco di scavalcare il buio oltre la siepe trentino e le sfaticate post-viaggio e di buttarmi nella luce del cine.
Avevo lanciato un Let’s Movie da New York prima di partire, proponendo “Acquarius”. Poi il Mastro ha pensato bene di evitarci un film di 149 dubbi minuti e mi ha messo sul piatto una portata che volevo servirmi in qualche sala newyorkese una volta rientrata. La gola è stata troppa e quindi con il WG Mat, l’Onassis Jr e l’[A]ndy/ynda(C) — i miei Cavalieri con lo Zodiaco ma senza Paolo Fox — ci siamo fiondati da “The Founder” di John Lee Hancock.
Qui negli USA si dice che il film farà faville agli Oscar il mese prossimo. Per il momento non si è portato a casa nemmeno un Golden Globe, che si sa, è il premio Cassandra delle competition stelle&strisce: vinto quello, la statuetta è praticamente in mano tua — se non ti chiami Leonardo No-Oscar No-Cry Di Caprio… A ogni modo, il film è presto detto: racconta la storia, in maniera assai piatta e incolore, di Ray Kroc, il venditore di frullatori porta-a-porta che, grazie alla sua scaltrezza e soprattutto ai suoi 2 metri di pelo sullo stomaco, riuscì a portare via il marchio MacDonald’s dai due fratelli, Mac e Dick McDonald’s, che quel marchio lo idearono aprendo il primo storico fast-food nella San Bernardino Valley.

Un biopic tutto sommato mediocre, senza nessun particolare fuoco d’artificio nella sceneggiatura né nell’interpretazione di Michael Keaton, che mi aveva convinto molto di più in “Birdman”. Ma a sua discolpa possiamo dire che il personaggio da interpretare non lasciava molto agio. Quando ti trovi a vestire i panni di un individuo assolutamente privo di coscienza, un opportunista interessato al proprio profitto e incurante dei desideri e delle volontà altrui. Quando ti devi calare in quel ruolo be’ non hai molta scelta. Cerchi di lasciar filtrare il meno possibile, con il rischio di passare per gli strali della recitazione monotonica — one man, one tone. Ray Krroc si è comportato in maniera talmente bassa con i due fratelli McDonald, portandogli via il loro amato ristorante con astuzia, perizia e forse anche un poco di furbizia, — giusto per rigirarsi un po’ gli anni ’80 animati in bocca — talmente meschina e, diciamocelo, bastarda, che non c’è molto da dire su di lui. Rappresenta quel lato dell’America tutta greed&grit che, guarda un po’, è ben incarnata dal nostro nuovo Presidente Eletto… L’arrivista che calpesta e non guarda in faccia nessuno e che propone l’“upgrade” della filosofia dog-eat-dog con quella del rat-eat-rat.

Siccome io sono crescita con JR Ewin di “Dallas” e credendo che quello fosse l’Hannibal Lecter degli affari americani, trovandomi davanti Ray Kroc capisco che c’è di molto peggio. Capisco anche che magari lo scopo di “The Founder” è proprio informativo: far conoscere il dark side dell’impero MacDonald’s a chi non ne sa nulla. E di questo bisogna dar atto al regista. Fossi una cliente, dopo la visione del film, passerei a Burger King — esiste ancora, per altro?? Ma come dicevo, dal punto di vista dello spessore del film, viaggiamo a zero metri sul livello del mare…

Ci sarebbe anche un discorso da fare sul ruolo del villain — il cattivo — negli affari. Come mai JR Ewin era un GFDP, ovvero un Greatsonofabitch del business petrolifero texano, eppure ci piaceva? Come mai alcuni spietati ci intrigano, nella loro malignità, e altri invece ci stanno solo sulle scatole, tipo Ray Kroc? Pensate al Jocker in Batman, a Jack Torrence in Shining a Drugo di Arancia Meccanica, a Dracula, e a lui, il sommo e unico Padre-Io-Sono-Tuo-Padre di tutti i Cattivi, Darth Vader… Perché a volte funziona e a volte no? Forse in “The Founder” c’è la storia vera dietro, e allora il nostro inconscio dice, ehi wait a minute, questo farabutto è esistito davvero. Tutte queste carognate, le ha fatte sul serio. Ma allora come mai il farabutto Jordan Belfort di “The Wolf of Wall Street”, farabutto realmente esistito, in fondo in fondo alla fine un po’ ci piaceva, come Lupin? Canaglia, ma in fondo simpatica? Come mai alcuni cattivi sono ottimi, e altri cattivi sono pessimi?
Mmm… Magari anche la caratterizzazione dei due MacDonald brothers ha inciso. Sono troppo troppo orsacchiottoni con animo Winnie Da Pooh per essere attaccati in alcun modo… Insomma, c’è qualcosa che non mi quadra nel film. Se Hancock, il regista, era convinto dello scopo didattico del film, allora sarebbe stato apprezzabile maggior materiale di repertorio —immagini, voci, filmati— durante tutto il film, e non solo alla fine.
Mah, sarà anche il rimando a una tipologia di aggressività commerciale che evoca incubi trumpiani, forse…

Moviers, oggi la mia giornata è durata 48 ore e due continenti, quindi credo sia ora che giunga al termine. Voi invece state per cominciarne un’altra, il tempo burlone…

Oggi il Frunyc non è aggiornato, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88. Potrei mettere le foto di Trentoville imbiancata a lutto (!), ma quella la conoscete bene anche senza foto… 🙂
Però nel Maelstrom getto un articolo su Pirandello 150 che potrebbe interessare centomila di voi, o magari nessuno, ma speriamo almeno uno… 😉
E per oggi è tutto (!), come sempre GRAZIE e saluti, stasera terminatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

E a voi Moviers, Giganti della Montagna, Così è (se vi piace) … 😉
http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2017/01/11/pirandello-150-a-birthday-celebration-at-film-forum/

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LET’S MOVIE 306 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

LET’S MOVIE 306 NEW YORK CITY – Fru From Far Off

Mispancio Moviers

dalle risate quando New York mi spiazza così. Venerdì è arrivato. E’ arrivato il freddo. Quello autentico. Nero come la notte e vivo come la vita. Quello che non ti fa respirare se non hai qualche forma di riparo davanti alla bocca per filtrare l’aria e scaldartela un pochino. Quello che se decide di mettersi in combutta con il vento, sei spacciato.
Il vento. Per dieci secondi fa il diavolo a quattro e ti spazza come se dovesse ripulirti da capo a piedi. E’ un vento gelido, come mai ne ho provati, se non quando venni qui negli anni scorsi. E dopo dieci secondi di diavolo a quattro sparisce per tre. E in quei tre secondi tu ti rendi conto di quanto sia benedetto il mondo senza vento. Tutto tranquillo, vivibile. Quando ti stai per abituare all’idea, e ti coccoli con il pensiero “ok è passato”, ecco che riprende. Lo shock fisico si aggiunge allo smacco morale — me l’ha fatta un’altra volta. Screwed!
Non ero pronta, naturalmente — non lo sono mai. Uscita di corsa con un paio di guanti mingherlini e quando sono a Central Park, capisco che le dita non vanno bene. Cerco di muoverle tutto il tempo, ma non è che hai molto margine di movimento mentre corri con un cellulare in mano…
Quando arrivo a casa, la faccia bordeaux e le orecchie finite chissà dove, cerco di allontanarmi mentalmente dalle mie dita: non vuoi sentire i diavoli ballare la rumba all’interno delle tue falangi. E sono rimasta così, cercando di ignorare quel dolore potente che solo chi l’ha provato può capire. I diavoli hanno ballato mezz’ora. Io ho aspettato, maledicendomi tutto il tempo.
Quella sera, a un evento nel West Side raggiunto con grande coraggio, mi dicono che fa meno 12 gradi.

E ieri mattina sento che qualcosa non quadra. Troppo silenzio. Come a Trento, quando nevica, c’è uno strano silenzio. Vale anche qui. Mi affaccio e whaddafa*k, nevica. Per strada ci sono già cinque sei centimetri. Allora aspetto. Mi hanno insegnato che a New York vale la regola del New England: if you do not like the weather, wait five minutes. Ne ho aspettati un po’ di più…Ma poi ha smesso. I fiocchi si sono trasformati in drizzle, e il manto bianco in pantano. Io mi sono avventurata fuori — cosa siamo qui a fare sennò, la calza?? Nel giro di un paio d’ore la temperatura si è alzata di brutto, e la neve si è sciolta. Mi sono messa a fare quello che da un po’ avevo in mente di fare. Prendere le misure di questa città.

Vedete, la metro falsa le distanze. Ti fa credere che da qui a là ci siano miglia e miglia, quando invece non ci sono che dieci minuti di passeggiata.
Ho capito che da Central Park sud (altezza 59esima strada) al Greenwich Village (Washington Square, per capirci, altezza 8ava strada), ci sono tipo quaranta minuti a passo svelto. Certo, le condizioni ieri non erano proprio ottimali, ma tant’è. Lo stesso ho fatto dopo aver visto “Neruda” al Lincoln Center, 66esima Strada — “Neruda” è il film di oggi. 🙂 Da lì, ho camminato su e su e su e su per tutta la Broadway e sono arrivata a casa mia, 150esima strada. La temperatura si era alzata e passeggiare era come passeggiare dentro un film.

New York deve ancora perdere quest’aurea cinematografica per me. I diners che passi, con dentro il bancone, e seduto al bancone l’uomo solo che affoga i dispiaceri in una tazza di brodaglia, oppure il gruppo di amici un tavolo rotondo che chiacchierano e che potrebbero essere Friends di passaggio dopo il Central Perk… Stamane, visto che non volevo ripetere l’esperienza dei diavoli nelle falangi, mi sono bardata con strato e doppio strato di tutto, prontissima per la corsa contro il freddo. Ecco, esco di casa, e un phön che potrebbe benissimo spirare dritto da Tripoli, m’investe, mentre la radio mi dice che ci sono 57 Fahrenheit — tipo 14 gradi. Io scoppio a ridere, perché non ne azzecco mai una! E perché New York mi spiazza sempre. E’ la creatura che mi frega più di tutte quelle che io abbia mai contrato, umane incluse. Mi testa in continuazione. E’ sempre un passo più avanti di te, ma non è cattiva. Si gira, ti guarda, sorride un po’, come a dire “vieni?”, con quello sguardo a cui non puoi oggettivamente resistere, e tu cosa puoi fare se non correrle dietro? Le corri dietro. Questa città è quello che è — frenetica, pazza, adrenalinica— perché ci sono 8 milioni e mezzo d’innamorati che le corrono dietro. Ed è un po’ come la vita: te ne fa capitare di tutti i colori, ti fa arrabbiare, e imprecare anche, ma poi ti porta un vento africano in mezzo al gelo natalizio. E ti guarda con quell’aria innocente, e tu ti sciogli. E sì, cominci a correrle dietro — nel vento subsahariano, nella pioggerella tiepida, e who cares about the wrong outfit…

Ero al Lincoln Center ieri per vedere “Neruda”, di Pablo Larrain. E sono contenta perché so che al momento è dal Mastro e quindi siamo ufficialmente in sync! Mi è capitato questo, durante la visione. Per metà buona del film — forse anche un po’ di più — ho litigato con il regista. Ma checcavolo, decidi di fare un film su Neruda, il Poeta di tutti i tempi, di tutti mondi. Il Poeta forse più conosciuto, letto, abusato, scimmiottato ma senza alcun dubbio amato del ‘900, e ne tiri fuori un film così noioso? Tutto il tempo a litigare non è un bel guardare, converrete con me. Poi però, piano piano — sono lenta, lo sapete — ho capito dove voleva portarmi. E mi ci ha portato — Larrain 1 Board 0.

Partiamo con il dire che la storia che “Neruda” racconta è inventata. Il contorno è vero — 1948, Cile, Neruda è costretto all’esilio per sfuggire al governo di Gabriel Gonzalez Videla, presidente filo-americano e anti-comunista. Il plot proposto è un’invenzione larraniana — per sfuggire alla cattura, Neruda deve depistare Oscar Peluchonneau, l’ispettore di polizia che Videla gli mette alle calcagna. Il film è sostanzialmente una caccia-al-ladro: Lupin Neruda sfugge a Zenigata Peluchonneau. Questa trama non è che un pretesto di cui Larrain si serve per fare un film “nerudiano” non “su Neruda”: Neruda crea il personaggio dell’ispettore — così come tutto ciò che crea nella sua poesia. E’ come se il Poeta fosse il Dio che partorisce l’uomo che gli dà la caccia… Ed è come se questa creatura, a un certo punto, prendesse consapevolezza e vita propria — il mostro creato dal Dr Frankenstein?? — e rivendicasse la propria esistenza, il proprio diritto a esistere.

“Neruda” è un film sottilissimo, per spettatori che sanno apprezzare uno stravolgimento delle regole classiche del biopic, in cuj il regista rispetta un patto di verità, o per lo meno di verosimiglianza, nei confronti della vita del personaggio storico che racconta. Larrain sovverte lo schema e realizza un film di finzione su un personaggio vero, ricorrendo agli stilemi del noir americano anni ’40. Inoltre inserisce il rapporto onirico tra carnefice e vittima in una cornice assolutamente realistica — quella del Cile in dittatura di quegli anni. E più il film progredisce, più ti rendi conto del piano del regista: fare del film una creazione uscita dalla mente di Neruda, e non già un film su di lui. Non scordiamoci che Larrain è nelle sale anche con “Jackie”, di cui abbiamo parlato due settimane fa. Il biopic è senz’altro un genere che lo affascina molto e che gli permette di scardinarne le basi classiche. Anche “Jackie” non segue le regole. Invece che costruire un quadro chiaro della persona e della personalità di questa donna, ci restituisce una figura piena di contraddizioni, ambigua. E noi usciamo dalla sala con moltissimi dubbi.
Lo stesso dicasi per “Neruda”. Alla fine chi è Neruda? Il grande cantore del mondo moderno, oppure un dissoluto a cui piaceva correre dietro alle donne? Oppure un egocentrico tale da arrivare a creare la sua stessa nemesi pur di sconfiggerla e vincere? Oppure un semplice esule, come un po’ tutti i poeti? Ed è interessante notare come i due biopic, in fondo, non raccontino la Storia, ma la interroghino. Chi erano questi personaggi? Larrain, con i suoi film, sembra dirci che non è più possibile realizzare biografie che diano una visione monodimensionale o univoca del personaggio, o una semplice resa cronachistica degli eventi. E’ come se la sua cinepresa frantumasse lo specchio dentro cui la Storia ha sempre proiettato l’immagine di queste figure di spicco. Larrain ci propone un’altra prospettiva.
Bravo, gli ho detto, dopo averlo tanto rimbrottato. Però c’è un però. “Neruda”, così come era stato “Jackie”, è un film freddo. E’ celebrale, esce dritto da un piano programmatico, è scritto con il bisturi. Se da un lato questo mi lusinga molto — come ogni operazione dell’intelletto — dall’altro manca di quella parte calda, palpitante che ogni forma d’arte deve contenere. Se non la contiene, what’s the point in enjoying any art?

Quindi consiglio Larrain per gli intenditori, per quelli a cui piace il metalavoro che un regista può attuare consapevolmente su un genere. E’ un film un po’ per secchioni, ecco… Per questo lo dico a voi, Moviers. In fondo voi siete quelli che collezionano i Cahiers du Cinéma sin dal 1951, no? 🙂

Ecco, mi sembra di avervi detto non-tutto anche per oggi — ogni volta che devo salutarvi mi sento assai frustrata perché ho la lista di cose a cui non ho nemmeno fatto accenno che mi preme sul groppone…

Come sempre ho aggiornato il Frunyc, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88. Purtroppo non sono stata in grado di scattare nessuna foto al Whitney Museum per via del freddo di venerdì sera — l’idea di togliere due paia di guanti e sfidare il vento dell’Hudson per fotografare il palazzo di Renzino Piano mi è sembrata semplicemente impraticabile. Però ho fotografato una foto di Madonna che più bella di così non si poteva…  Ritornerò senz’altro nel Meatpacking District, dove il nuovo Whitney si trova… e magari rimarrò anche più impressed dalle nuove mostre, visto che questa, be’ insomma, anche no… http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2016/11/18/dreamlands-il-mondo-dei-sogni-in-mostra-al-whitney/

Nel Maelstrom vi mando un articolino, se vi piace l’arte al cine… E un altro cine-regalo che vi consiglio di non perdere… Direttamente dal Fellow Lumière 🙂

E ora saluti, spiritosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Po’ ‘nteressà? 🙂
http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2016/12/16/art-stars-on-screen-at-casa-italiana-nyu/

Questo di sicuro… https://www.youtube.com/watch?v=bF2cBloiYT8
E’ un corto rimusicato da quei talenti dei Radio Days, che scovano — God knows how — tutte queste perle dal passato e ce le restituiscono, corredandole di musica… We are so damned lucky, Fellows!
Grazie Lumière!

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