Posts Tagged "Christopher Nolan"

LET’S MOVIE 335 from NEW YORK CITY – commenta DUNKIRK, in anteprima!

LET’S MOVIE 335 from NEW YORK CITY – commenta DUNKIRK, in anteprima!

Mare Moviers!

C’è il mare a NYC. Ora so cosa state immaginando. Quello che immaginavo io. Marghera. O le spiagge post-nucleari di qualche paese dell’Est in cui le vecchine zoppicano per le strade battute dal vento portando patate e vodka nella sporta (!). Oppure una Coney Island, con la sua tristezza pagliaccia di cui avevo già raccontato. Oppure gli Hamptons super posh, stipati di ville extra bourgeois, dove mettere piede non è per ora il mio desiderio.
No. NYC mi guarda e se la ride. Me l’ha fatta di nuovo.

Domenica scorsa — e oggi — la mia meta è stata Far Rockaway, una strisciolina tipo Giudecca ai piedi del Queens. Non è esattamente dietro l’angolo. Ma dipende da dove siete di casa. Per me, che di casa sono sulla 150esima, il tragitto ha richiesto un’ora e 40 minuti, ma non tutti in metro, vè. Con il sole fuori e una bici scalpitante in casa, non puoi startene un’ora e 40 minuti chiuso in metro. Allora cicletti lungo l’Hudson, attraversi il Ponte di Brooklyn e raggiungi la fermata della metro di Jay Street. Un 13 miglia, suppergiù. Lì, carichi la bici sulla metro, la A, quella che tutti prendono per il JFK quando devono riprendere l’aereo, con la tristezza nel cuore — stavolta non c’entro: mica l’ho cantato io che leaving New York never easy…
Se proseguite oltre il JFK, la metro vi porta sulla penisola lunga e stretta di Far Rockaway. Lì potete scegliere qualsiasi fermata. Vi si prospettano un’ottantina di isolati di spiaggia. E non post-atomica. Una spiaggia californiana, di quelle larghe, molto sabbiose, in cui i piedi sprofondano, e il mare è muscoloso e sabbioso, niente Caraibi.
Ma prima di accedere alla spiaggia, una striscia larga di pianticelle piantate da poco. Prima di accedere alla spiaggia e alle pianticelle, un quartiere tutto nuovo nuovo con case bianche e di tutte le tonalità dei pastelli — gialline, verdine, azzurrine. Non ho potuto non pensare a Martha’s Vineyard, quell’atmosfera da isola di mare esclusiva, i turisti benestanti con i maglioni di cotone grezzo, i pantaloni di lino e quell’aria serena delle persone arrivate. Questa è la versione newyorkese. NON è Martha’s Vineyard. Ma c’è qualcosa che la ricorda. Forse anche solo il colore di questi villini tutti uguali, tutti Wisteria Lane — qui vi voglio, con la citazione… — che mi proiettano dritta dritta in un clima balneare 100% americano.
Prima di prendere possesso del mio posto sulla spiaggia, percorro in bici tutto il lungomare. Tutto nuovo nuovo, dicevo. L’Uragano Sandy, nel 2012, ha spazzato via tutto, qui. Noi non abbiamo percepito quanto disastroso sia stato per NYC, quest’uragano. Ma lo è stato. Praticamente tutti i lavori di manutenzione che ti rallentano i weekend se devi prendere la metro, sono per rimettere a posto il diavolo a quattro che Sandy deve aver fatto nel giro di poche ore.
Qui, hanno rimesso tutto a nuovo. Il percorso pedonale e ciclabile che si snoda lungo il mare, locali, servizi. Tutto brand-new. Rimango sbalordita.
A NYC uno si abitua al “basic”. La metropolitana, l’abbiamo già detto è sporca, incasinata, alcune fermate sono l’avamposto della fine civica. Nulla a che vedere con il bonton di quella parigina. Con la precisione di quella londinese. I bus sono assai provati. I sedili hanno accomodato troppi sederi, troppo sovrappeso per non riportarne memoria. NYC ti abitua a questo tipo di essenzialità. Questo, se da un lato ti costringe a rivedere le tue abitudini, dall’altro, ti consente di apprezzare ciò che di meglio trovi in giro. Ti fa anche capire che con l’essenziale puoi farcela. Tutto il resto è un extra. Lusso.
Allora non ti aspetti una zona balneare con bagni in strutture avveniristiche in legno e acciaio, fontanelle per l’acqua, docce, docce per i piedi e persino i dispenser di crema solare — davanti alla lotion-to-go volevo chiamare in Svizzera e chiedere se sul Ticino hanno approntato questo tipo di servizio, loro che sono sempre così servizievoli…
Ma non sono solo il mare e i localini pieni di infradito, profumo di olio di cocco, e le bancarelle con prezzi così cheap da ricordarmi che nonostante tutto esiste, in questa città, un’evidenza di cheapness, che brilla come il sorriso buono della fata Turchina. Sono i newyorchesi, a fare di Far Rockaway, un’esperienza “Surfin’ USA”. Perché qui si surfa, ed è una cosa seria.
Donne, uomini, di qualsiasi età. D’un bianco latte come solo gli irlandesi. La tintarella non interessa, anzi, il sole è nemico. Indossano il costume e sopra il mutino, o una maglia a maniche lunghe. Hanno delle strisce rosa, azzurre e verdi sul volto: orizzontali sotto gli occhi, e una verticale lungo il naso. Come quelle nere dei rugbisti australiani, gli All Black, per interpretare un Haka più convincente. Vedo un surfista passare uno stick a un bambino. Gli dice, “try it”. In un attimo il bambino diventa un lottatore maori, ma del clan dei Puffi. Capisco che è per proteggere le parti particolarmente sensibili dal sole nemico. Penso che i newyorkesi abbiano un talento particolare nel trasformare una cosa silly in una cosa cool. Sarei quasi disposta a barattare la mia protezione 10 con questa loro invenzione colorata a protezione con uno zero in più della mia. Poi però penso che loro non sono qui per abbronzarsi. Sono qui per surfare. A ciascuno le proprie priorità.

Ora, dopo aver visto ciò che fanno i surfisti neozelandesi con l’oceano assassino che si ritrovano, non penso di stupirmi per le abilità atletiche dei surfer dello Stato di New York. E infatti non mi stupisco. Ma è la serietà con cui approcciano il tutto, a meravigliarmi. Le biciclette sono dotate di ganci laterali che permettono loro di scarrozzarsi dappertutto la tavola su due ruote. Prendono il mare e ci stanno dentro delle ore — delle ore — in attesa dell’onda perfetta. Ripeto, siamo nel Queens, non a Bondai Beach.
Sono le donne, tuttavia, ad attirare la mia attenzione — oddio, anche un paio di toraci usciti dritti dritti dall’indubbio talento di Dio non sono passati inosservati. Ma le donne… Stazza surfista. Niente “skinny bitches” — così si apostrofano qui le magre, non dite nulla… Spalle solide, piedi grandi, camminata valchiria. Dicevo, qualsiasi età. Dai 18 ai 60, e più.
Penso all’Italia. Le 60enni in Italia fanno jogging, trekking. Magari nuotano. Ma surfare? Con il mare grosso? Mmm, non ce le vedo molto. Qui invece lo fanno. Non so perché. Mi piacerebbe saperlo. Non credo sia una questione di parità sessuale. Quella è stata superata. E’ più per senso di libertà, credo. Lo capisci da come si buttano in mare. Non un istante di esitazione. Prendono il mare, letteralmente.
Se le nonne/zie sono così, immaginate come crescono le nipoti. Si parla tanto di come siano toste le newyorkesi. Ed è vero, lo sono. Forse nei decenni passati aveva a che fare con l’adattamento e la sopravvivenza. Vivere in una metropoli richiede “stamina”. Energia, grinta, anticorpi. Ora che tutto questo è stato processato e interiorizzato a livello di specie e gender, si tratta di “semplice” libertà. Di agire la libertà. Fare quello che si vuole. Anche un’ora e mezza di metro, stare in acqua un paio d’ore e poi tornare a Manhattan. Anche a sessant’anni. Settanta. Who cares.

Ma naturalmente non c’è solo quel tipo di donna. La tosta, indipendente, un filo androgina che si butta fra le onde. Ci sono anche le madri di famiglia. E qui sì, tutto il mondo è paese.
Vedo arrivare una famiglia di afroamericani. Padre, madre e tre figli. La maggiore potrebbe essere la prossima Halle Berry. L’età di Lolita. Gazzella, inconsapevole di esserlo, a differenza di Lolita. Il piccoletto è una briciola di un anno o poco più, e il ragazzino di mezzo è quello che definirei moccioso. Sette anni, trouble-maker. Ma sono i genitori, a impressionarmi. Lui avrà non più di 35-38 anni. Corporatura montana. Nel senso che è una montagna. Canottiera bianca, pantaloni da basket sotto il ginocchio, scarpe da ginnastica, barba talebana e capello rasato. La moglie, anche lei, non più di 32-35 anni. Il costume azzurro la strizza tutta. Quando si alza per accompagnare la briciola in riva al mare, vedo quanto il junk food possa danneggiare un corpo. Fatica a camminare, le cosce fanno attrito l’una contro l’altra. Anche il marito fatica, ma lui più per pigrizia. Dal broncio che porta capisco che la domenica in spiaggia è stata un’idea della moglie. Lui vorrebbe piuttosto annegare in un divano di patatine e Playstation, salvato, di tanto in tanto, dalle notizie sportive. Invece si è scarrozzato borsa-frigo, sedie, giochi, e tutto l’armamentario da spiaggia davanti al quale siamo tutti uguali — italiani, americani, francesi, tedeschi, forse gli unici a fare eccezione sono gli svedesi perché l’IKEA permette loro di montarsi la casa in spiaggia.
Più tristezza di tutti, comunque, me la fa un gruppo di latine, dietro la famiglia afroamericana. Radio con “Despacito” e sim., una pizza gigante in mezzo al lenzuolo — gli asciugamani sono troppo piccoli e siamo pur sempre in America, dove la grandezza è tutto. Sono le 3:30 pm, quindi suppongo che la pizza sia da considerarsi l’ammazzacaffé?
Anche sui loro corpi il junk food ha scritto un verdetto difficilmente emendabile. Ma non è una questione di peso. Sono truccate in maniera molto vistosa, passano il tempo a mettersi in posa per il fuoco di fila di selfie che si sparano a vicenda, mentre flirtano con l’unico maschio — sicuramente alfa — del gruppo. C’è qualcosa che aleggia sopra di loro. L’urgenza di espletare bisogni fisici, pratici — mangiare, bighellonare, cuccare. La mancanza assoluta di visioni alt(r)e è presente più di una presenza.

In mare, davanti a me, ho il prototipo della donna che tutte le donne dovrebbero avere la possibilità di diventare. Libera, selvaggia e se stessa. Dietro di me, ho quello che le donne non dovrebbero più voler diventare. Brutte copie di modelli con cui i media ingozzano e inquinano i loro sogni.
Mi trovo esattamente in mezzo a questi due estremi. Gli occhi guardano avanti, ma c’è una mano che tira indietro.
NYC è anche questo.

…E questa settimana è stata la settimana del Village East Cinema, nel Lower East Side, una sala che per la mia sopravvivenza non abusa dell’aria condizionata come qualsiasi luogo pubblico — metro compresa — in questa città. Fra le “cose su cui NYC deve lavorare”, sicuramente il rapporto malato con il condizionamento dell’aria.
Parte del mio ferragosto è trascorsa a “Dunkirk”, grazie a un Christopher Nolan che si è dimostrato il grande regista che è. L’abbiamo ammirato sin da “Memento”, passando per la trilogia di Batman, “Insomnia”, “The Prestige”, “Inception” — quando le architetture cerebrali sfiorano il lisergico. Gli abbiamo perdonato “Interstellar” — proprio non lo digerisco. “Dunkirk” diventerà uno spartiacque nella storia del cinema bellico. Così come c’è un prima “Salvate il soldato Ryan” e un dopo “Salvate il Soldato Ryan”, ci sarà un prima “Dunkirk” e un dopo “Dunkirk”. Se il film di Spielberg aveva svelato il lato umano della guerra — il sangue, i corpi dilaniati, il dolore fisico — così come mai era stato mostrato prima, il film di Nolan accende si concentra sul tempo. Perché la guerra sovverte e perverte tutto, a partire dalla percezione del tempo. Specie se siete 400.000 soldati inglesi ritiratisi sulle spiagge francesi di Dunquerke, dopo la prima grande offensiva lanciata dalla Germania nazista. 400.000 soldati in attesa di essere evacuati, di attraversare la Manica e tornare in patria.

“Dunkirk” racconta i fatti avvenuti durante l’evacuazione dalla cittadina francese, fra il 27 maggio e il 4 giugno del 1940. Con i tedeschi a impedire l’impresa, ovviamente. Dire che “Dunkirk” racconta, è inesatto. “Dunkirk” architetta tre spazi-sequenze, “Il molo”, “Il mare”, “Il cielo”, in cui ambienta tre storie che finiscono per sovrapporsi. Tommy è un soldato inglese che sopravvive all’attacco dei tedeschi e cerca in ogni modo di raggiungere un’imbarcazione che lo riporti in Inghilterra. Nel frattempo, per riportare in patria i soldati, la Royal Navy ordina ai civili proprietari di barche di qualsiasi tipo di dirigersi a Dunkerque e di caricare quanti più soldati possibile. Mr. Dawson accetta e parte con il figlio e un amico del figlio con la sua barca. In cielo, un duo di piloti tipo Goose e Maverick (!!), cercano di dare una mano come possono. Uno dei due viene affondato mentre l’altro, Farrier, prosegue il volo e arriva sopra Dunkerque, dove è in corso l’evacuazione a bordo delle navi civili sotto il continuo attacco degli aerei tedeschi. Farrier riesce a colpire uno degli aerei, salvando così le truppe alleate e le navi… Però finisce il carburante e lui, be’… ma non faccio spoiler.

Il film è tutto di corsa, perché così storicamente fu. Una corsa contro il tempo. Ovviamente lo spettatore rimane con il fiato sospeso tutto dall’inizio alla fine. Primo perché non ricorda esattamente quell’episodio della Seconda Guerra Mondiale — oppure magari lo ricorda, molto più decorosamente della pessima sottoscritta. E secondo perché quello è esattamente l’effetto ricercato da Nolan. Non già la pietas, l’empatia, ricercata da Spielberg o da Malick in “La sottile linea rossa”. Quanto piuttosto l’angoscia di non farcela, di non correre abbastanza veloce — come Tommy quando scappa dai proiettili tedeschi — oppure di non riuscire a prendere quella scialuppa, quella nave che ti porterà a casa, o di non nuotare abbastanza bene e riemergere a galla dopo che un sottomarino ha fatto saltare la pancia dell’imbarcazione in cui ti trovi.
Nolan costruisce una macchina claustrofobica nella quale rinchiude non solo i suoi protagonisti, i 400.000 soldati inglesi spiaggiati, ma noi tutti. Si serve di una colonna sonora che fa un uso oculatissimo del silenzio, dei bassi e di parti stridenti, quasi cacofoniche nei momenti di massima tensione, per poi virare nel melodico quando la situazione si sta per sciogliere.
E’ un “bring-the-boys-back-home” movie, quindi c’è una componente emotiva forte, che tuttavia, a parte il finale, esce fuori con misura e compostezza. Mi riferisco al fotogramma in cui il capitano britannico interpretato da Kenneth Branagh, si commuove, vedendo arrivare sulle spiagge di Dunquerke centinaia di barche civili inglesi di ogni dimensione e foggia. “Riesco a vederla…. Casa”, sussurra. Quel fotogramma gli varrà l’Oscar, perché passare dalle nubi di morte che gli hanno oscurato il viso fino a quel momento, alla luce, al sereno, alla speranza, alla vita, vale certamente una statuetta.
E quanto all’emotività. Questo genere di film mi solleva sempre un dubbio. Ma i tedeschi di oggi, vedendo tutto ciò, come si sentiranno? Perfettamente a loro agio, tanto il passato è passato e loro non portano sulle spalle le colpe dei loro padri? Oppure a disagio, a vedersi come i nemici, i cattivi, quelli da cui bisogna disperatamente fuggire? Magari questo dubbio è fuori luogo, ma io ci penso ogni volta che mi capita un film sulla Seconda Guerra Mondiale.

Visivamente, “Dunkirk” è uno spettacolo di quelli che si vedono di rado. Niente effetti speciali cheap, niente computer grafica, “solo” tecnologia Imax per assicurare la massima verosimiglianza delle scene — leggo da Wikipedia “IMAX è un sistema di proiezione che ha la capacità di mostrare immagini e video con una grandezza e una risoluzione molto superiore rispetto ai sistemi di proiezione convenzionali”. E caspita se ci riesce! Tutto è estremamente realistico. La scena in cui la nave viene colpita da un razzo sottomarino vi fa tremare i polsi per mezz’ora. E lo stesso dicasi per le scene sott’acqua, per le cabrate dello Spitfire in cielo, per l’incendio che si scatena in mare quando il petrolio fuoriuscito dalla nave prende fuoco, e gli uomini con lui.
Eppure dicevo, non una goccia di sangue. Niente pancia. Niente Melgibsonate alla “Hacksaw Ridge”… Siamo dentro la scena e non grazie al 3D, o a questo IMAX, ma grazie alla maestria di un regista-architetto che taglia, monta, costruisce le singole scene con l’idea di fare dello spettatore il centro della scena. Questo, capirete, non solo crea quell’effetto claustrofobico di cui vi parlavo, ma anche di correre contro il tempo.
Nolan vuole lasciare il segno. E ha capito che membra d’uomini, moncherini e facce scoppiate forse lì per lì impressionano, ma non s’imprimono nella memoria. Siamo troppo abituati, oggi, alla pornografia della barbarie: l’orrore ci viene sbattuto in faccia continuamente, in tv, su youtube, ovunque. Dalla barbarie bisogna derivare delle icone. E’ soltanto attraverso di esse, che fissiamo un’esperienza nel nostro archivio personale a lungo termine. La potenza metaforica di una spiaggia con sopra una distesa di elmi riversi vale più di qualsiasi corpo smembrato. Non dimentichiamo quanto scalpore fecero, nel 2009, le immagini delle bare ricoperte dalle bandiere americane con i corpi dei marines morti durante la “lotta al terrorismo” in Medio Oriente. Abbiamo sempre bisogno dell’allegoria se vogliamo tenere in pugno l’immaginario collettivo. Le religioni lo sanno sin dalla notte dei tempi. Anche la poesia, ovviamente.

Piace del film di Nolan, anche la storia del sopravvissuto. Tommy è una specie di Oliver Twist a cui ne capitano di tutti i colori, ma che alla fine, riesce ad arrivare in patria. Piace anche la meticolosità psicologica con cui costruisce le azioni e i pochissimi dialoghi — quello che accade sulla barca di Mr Dawson con i due ragazzi è un film-nel-film. Piace, infine, imparare qualcosa di nuovo, storicamente, emotivamente, personalmente, umanamente. Quando il cinema fa tutto questo, be’, possiamo dirci ben più che soddisfatti.
E se un film di guerra ha conquistato me, da sempre recalcitrante al genere bellico, voi, my Moviers, belli, ribelli e bellici, non potete assolutamente perdervelo. In Italia esce il 30 agosto.

E anche per oggi è tutto. Governors Island, la prossima settimana… E i movies outdoors, naturalmente 😉

Il Frunyc è qui. I titoli delle foto arriveranno prima o poi… 🙂

Vi ringrazio dell’attenzione e vi mando dei saluti, balnearmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 220 – propone INTERSTELLAR e commenta IL SALE DELLA TERRA

LET’S MOVIE 220 – propone INTERSTELLAR e commenta IL SALE DELLA TERRA

INTERSTELLAR
di Christopher Nolan
USA, 2014, ‘169
Lunedì 10 / Monday 10
20:40 / 8:40 pm   
Cinema Nuovo Roma/Il Pornoroma

 

Flash(ati) Fellows,

Mi rapisce, Wenders, sin dai primi istanti, no, sin dalle primissime parole: una citazione filologica che apre “Il sale della terra”, e che non avevo mai preso in considerazione. Poi mi direte voialtri, se l’avete mai presa in considerazione…
“Fotografare deriva da “fotos”, “luce”, e “grafein”, “scrivere”. Scrivere con la luce”.
C’è modo migliore di definire quest’arte se non “scrivere con la luce”? A volte non serve fare tanta strada con il linguaggio: basta sbirciare in petto alla parola per trovare il cuore del suo significato ― buongiorno Board, si chiama “etimologia”…
Scrivere con la luce.
O forse dovrei dire che è stato Salgado, a rapirmi. Perché lo confesso a tutti voi Moviers: mi sono perdutamente innamorata di Sebastiao Ribeiro Salgado Junior –lo capite anche da questo mio inzio in medias res, credo. E non è questione di ferormoni. Credo che chiunque possa innamorarsi della sua storia, del suo coraggio, della sua ricerca ―il fatto che sia pure dotato di fascino fisico è irrilevante ai fini del falling-in-love. È una di quelle figure umane che hanno qualcosa di extra-umano dentro di loro, e che si percepisce subito. Provate a guardare dentro gli occhi di questo fotografo, il modo che ha di muoversi, di dire, mo’ parto e sto in Papua Nuova Guinea per 8 anni, e poi lui lo fa, prende e parte.
Dire che qualcuno ha un’aura, è un’espressione new-age abusata che fa un sacco “age-of-acquarious”. Quindi preferisco dire che Salgado è uno di quegli esseri umani con il corpo al centro e l’anima intorno, che distingui immediatamente.

E prima di inoltrarmi nella storia in cui Wenders ci accompagna, devo fare ammenda. Avevi ragione, Mastro, sono stata cauta nel modo in cui ho proposto “Il sale della terra”, mi sono lasciata intimidire dal fatto che fosse un documentario, che i Fellows avrebbero preferito alternative tipo “Guardiani della galassia” ― passare 100 minuti in classe, macché siamo matti??
La questione con i documentari è un po’ questa, la sensazione di stare a scuola, a farsi caricare di informazioni e vedersi mutilata la parte del “piacere” che si gusta attraverso l’esperienza cinematografica. In verità negli ultimi anni il genere ha esplorato linguaggi nuovi e raggiunto livelli di cura narrativa ed estetica altissimi ―ma chiedete all’Anarcozumi, massima esperta in materia. 🙂
Per l’ennesima volta, Wenders dimostra quanto la sua idea di documentario si discosti completamente da qualsiasi finalità scolastica. L’idea è quella di illuminare tratti della vita di un essere speciale ― Salgado, Pina Bausch, Compay Segundo ― e di accompagnarti per alcune strade che questi personaggi hanno percorso. Del resto se i fotografi “scrivono con la luce”, gli uomini di cinema scrivono con il movimento.

Ho dovuto ricredermi quanto a partecipazione lezmuviana. Al grido “Il sale della terra” hanno risposto due Fellows che si stanno rivelando molto top, e anche pop, e pure un po’ vip, vista la cadenza con cui frequentano Lez Muvi. Il Fellow Felix mi arriva dritto dritto in giacca e cravatta dal lavoro ― prendete nota. Il Movier Magno Carlo non poteva proprio mancare, da appassionato di fotografia qual è. E devo dire che il film di Wenders, per chi ha la passione-ossessione di guardare il mondo attraverso un obbiettivo, è un regalo piovuto giù dal cinefoto-cielo. E dato che SO che in mezzo a voi si nascondono molti appassionati di/ossessionati da questa forma d’arte, spero di convincerli a non lasciarsi sfuggire “Il sale della terra”, che è, a tutti gli effetti, una personale in movimento su Salgado. Oltre che il luogo in cui il Board cadde innamorato di lui 🙂

Immaginatevi un laureato in economia che si appresta ad affrontare il suo destino di lavoro nella finanza dalla sua comoda fazenda brasiliana. Al suo fianco una fidanzata fantastica che in poco tempo diventa una moglie fantastica. Tutto come dev’essere, no?
No.
C’è una meravigliosa anomalia nel sistema standard del soggetto Salgado Sebastiao: questo tizio decide che l’amore per la fotografia non può sottostare alle leggi della finanza. E intende mollare tutto, numeri, grafici e fazende e seguire la chiamata. La moglie fantastica capisce al volo che non si tratta di un abbaglio ―è fantastica proprio per questo― e si butta con lui in quest’avventura. I due si trasferiscono a Parigi e cominciano da zero. Sebastiao sostituisce la cravatta con la Canon ― uno scambio che ci ha fatto guadagnare un artista ― e comincia a viaggiare, e a fotografare.
Ma cosa distingue Salgado da qualsiasi altro fotoreporter? Cosa fa di Salgado, Salgado? Queste sono le domande che ci facciamo, e a cui troviamo una risposta guardando i suoi scatti, che ci scorrono davanti agli occhi, dicevo come se fossimo in un museo magico in cui, per una volta, noi stiamo fermi e le opere si muovono, e non il contrario. Ti rendi immediatamente conto di essere davanti a delle opere che, oltre a raccontarti parte della storia del ‘900 ― Salgado è stato in più di 100 paesi, documentando genocidi, catastrofi, comunità di local dalla citata Papua Nuova Guinea, al Kuwait alla Siberia e naturalmente l’Africa e l’Amazzonia― ti porge opere che sono un momento nello spazio e nel tempo dotate di carica etica ed estetica. I vostri compagni greci antichi si sbracciano in fondo alla classe, urlando “la so, la so!”. Kalòs kai agathòs, l’unione di bellezza e valore morale. Nella miseria, nell’orrore, Salgado coglie un momento assoluto e puro di verità, e tale verità, per quanto terrificante e disumana, per quanto dolorosa e anche aberrante, proprio perché vera, e proprio perché dotata di un grande senso etico, è bella. Ed ecco che anche il nostro John Keats attacca a sbracciarsi con la risposta pronta, “Beauty is Truth, Truth Beauty”…
E non a caso Salgado viene definito un “fotografo sociale”: uno che gira IL mondo per cogliere e girare AL mondo le situazioni che necessitano di essere viste: guerre, indigenza, dolore. Ma anche spettacoli naturali, animali bellissimi, sorrisi e corpi.
Il risultato è estremamente potente. Ammutoliamo davanti a occhi sparuti, disastri ambientali, davanti a elefanti dotati d’una grazia coreutica, davanti alla zampa di un lucertolone le cui squame ricordano l’arto di un soldato mediavale coperto dalle maglie di una corazza. Davanti a corpi magri, visi sofferenti. In tutto questo non siamo mossi al pianto, non si richiede e non si punta a una compartecipazione sentimentaleggiante ― grande Wenders che non si lascia prendere la mano da facili drammatizzazioni. Rimaniamo zitti, rincorriamo le parole che vorrebbero esprimere tutto il miscuglio di sensazioni che queste immagini complesse ci suscitano dentro. E siamo preda a un incanto che definirei ―se non cambiate canale― quasi primigenio, quello che i primitivi provavano davanti agli spettacoli sublimi della natura, benigna e matrigna che fosse, prato in fiore o tempesta. Natura a parte, è solo davanti all’arte che rimaniamo così, perché l’arte è la voce dell’indicibile e davanti all’indicibile che viene detto, non puoi che incantarti.
Questo miscuglio di sensazioni contrastanti che ci invade, guardando le immagini di Salgado, origina anche da un antinomia che si cela dietro ai suoi soggetti. Una donna intensa e profonda, eppure cieca. La miniera di Sahel, pressa d’assalto da un orda di disperati in cerca d’oro―vero e metaforico. Le costole che affiorano da un torace nero, gli occhioni grandi e pieni di speranza di uno scricciolo di bambina, la luce e l’ombra sulla faccia di un guerriero africano, la pinna di una balena che volteggia un istante sull’acqua. Tutto ci passa davanti, ma a una giusta velocità. Senza fretta. Wenders è un maestro del tempo, sa che un’opera ha bisogno di un tempo fisiologico per entrarti nel profondo e rimanerti dentro.
Ed è riuscito anche il gioco fra i due, una specie di amichevole giocata tra il regista e il fotografo, entrambi a osservarsi e a cogliersi attraverso un obbiettivo che parla due lingue sorelle, anzi l’una ―la fotografia ―progenitrice dell’altra ―il cinema.
Molto spesso i fotografi affermano di cercare se stessi in ogni scatto che scattano. Ecco, io penso che la fotografia di Salgado sia l’opposto. Salgado si toglie di mezzo, mette in primo piano la complessità del mondo, dell’animo umano, e dell’umano esistere. Non c’è un progetto egocentrico nella sua ricerca. Naturalmente noi riconosciamo la sua mano, il suo stile, ma il riconoscimento non è il suo obbiettivo. La sua fotografia è centrifuga: parte da un centro ― lui― per raggiungere l’altro ― noi. È il braccio della sua coscienza sociale.
“È la persona che ti offre la foto. Non sei tu che fai la foto”, ci rivela Sebastiao. È una prospettiva che ribalta l’assunto del (d)io fotografo che immortala (=dona immortalità, vita eterna) l’oggetto della foto: l’oggetto si fa soggetto e porge se stesso e si determina. Al fotografo il ruolo di accettarlo ― mi piace questa generosità che vede Salgado negli altri, che si offrono a lui, e che lui, a sua volta, riceve ed offre noi… In questo universo dominato dalla distonia, s’instaura una sintonia fra noi e il soggetto attraverso il filtro del fotografo: forse è anche questo che rende immediata e grande la sua arte. L’estetica si fa tutt’uno con l’etica ― e qui anche un certo Benedetto Croce avrebbe da commentare. 🙂
Chi vede “Il sale della terra” si accorgerà anche della natura quasi sacra che ha la missione di Salgado ―ne parlavamo con i miei due Fellows. Salgado ha affrontato una quantità di viaggi durissimi, lunghissimi: è stato lontano da casa per 8-10 anni di fila ―8-10 anni via da casa, con a casa una moglie e un bambino in crescita, capite, again, perché lei sia fantastica… Ha accettato di sacrificare parte della sua vita personale per fare quello che si sentiva di fare. E il film, che è girato da Wenders in collaborazione con Juliano Ribeiro Salgado, che è il figlio di Sebastiao, è anche la realizzazione di un progetto a quattro mani tra padre e figlio.

Guardare l’uomo che distrugge se stesso e la natura non può lasciare indifferenti ― prendo a prestito un’espressione del grande Franz Fanon e dico che tutti noi, tutti, siamo “i dannati della terra”. Ma indifferenti non possono lasciare nemmeno la bellezza, o la speranza, la potenzialità della natura e dell’individuo…
E così, usciti dal cine, ci portiamo a casa il mistero della sciagurata, splendida umanità che siamo…
Non lo perdete, Moviers, do it for your Board 🙂

Qual è il miglior modo per sconfiggere i “Guardiani della galassia” e rispolverare un genere che abbiamo un po’ trascurato negli ultimi tempi? Be’, per esempio costringervi a vedere

INTERSTELLAR
di Christopher Nolan

NOlan che non lo perdiamo! 🙂
Dopo Memento, la trilogia del Cavalliere Oscuro ed Inception, ecco l’ultima fatica cosmica di Christopher, che aspettavamo dal 2012. Non mi pare proprio il caso di fare i difficili sui 169 minuti… Dopo “Boyhood”, “Il giovane favoloso” e “Winter Sleep” (visione privata del masochista Board), 169 minuti sono l’abitudine ormai.

Ma questa settimana non è solo la settimana della rassegna “Tutti nello stesso piatto. Festival Internazionale di Cinema, Cibo e Bio-diversità”, 5-29 novembre ― con programmazione piatto-ricco-mi-ci-ficco, http://www.tuttinellostessopiatto.it.

E non c’è solo “Umberto D” restaurato, di Vittorio De Sica, allo Smelly Modena, martedì alle ore 21:15, all’interno della rassegna “Le Giornate della Mostra. Orizzonti e Venezia Classici” ― con ingresso a 3 Euri.

Questa settimana c’è anche l’uscita nelle sale di “La foresta di ghiaccio”, un noir di Cluadio Noce con Emir Kusturica girato interamente in Trentino grazie al supporto dell’Anarcozumi, ovvero la Trentino Film Commission. (Ovvero l’Anarcozumi.) 🙂
Il film verrà lanciato giovedì 13 allo Smelly Modena, alla presenza del regista Claudio Noce ed altri interpreti ― per l’orario definitivo telefonate al Modena.
Trovate alcune preziose info giù nel Movie Maelstrom 😉

…E poi non dite che Let’s Movie non viene incontro a tutte le esigenze alimentari dei suoi Movier, tutti con dei palati talmente diversi che, per accontentarli, tocca cucinare dalla sera alla mattina eh. 🙂

Dunque stasera, nel Movie Maelstrom, oltre alle info gentilmente prodotte (prodotte?) dall’Anarcozumi, troviamo il commento della Movier More su “Torneranno i prati”, l’ultimo parto di Ermanno Olmi. Il Mastro s’è organizzato in modo da far precedere alla proiezione un evento live-incontro con il regista, trasmesso in diretta via satellite dall’Anteo SpazioCinema di Milano. Ringrazio la Movier More per essere stata l’inviata sul campo in luogo di un Board che tende a disertare gli Olmi degli ultimi anni… 🙂

E per oggi, apples of my eye, è tutto. Un giorno o l’altro smetterò di disincentivarvi a leggere il riassunto, e non lo includerò più. Ma credo non siate ancora pronti a fronteggiare un cambiamento così radicale, quindi riassunto da non leggere sotto il Maelstrom, e Maelstrom sopra.
E tanti tanti ringraziamenti, stasera, canon-icamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dall’Anarcozumi, prendo e giro a voi, Fellows, un po’ di news relative al film che ha pure partecipato all’ultimo Festival del Cinema di Roma, dove è stato accolto da un lungo applauso 🙂

“Oltre al talento Emir Kusturica, tra gli altri interpreti del film, Ksenia Rappoport, Adriano Giannini, Domenico Diele e il roveretano Giovanni Vettorazzo.
Distribuito da Fandango, “La foresta di ghiaccio” è stata interamente girato in Trentino nella Valle del Chiese, nella Centrale di Cimego, nei boschi di Roncone e in Valle di Daone, tra gli imponenti sbarramenti delle dighe di Bissina e Boazzo e nel piccolo agglomerato di baite in località Limes, che è diventato il paese dove si sviluppa la storia.
Il film racconta un incredibile mistero che si sviluppa dietro l’apparente serenità di un piccolo paese alpino. Con una tempesta che incombe minacciosa sullo sfondo, Pietro, un giovane tecnico specializzato, arriva nella valle per riparare un guasto alla centrale elettrica in alta quota, e si trova improvvisamente di fronte ad una strana sparizione. Si consuma quindi lo scontro fra il giovane Pietro e due fratelli, Lorenzo e Secondo, che vivono e lavorano nella zona. Quando il ragazzo comprende l’origine dei segreti nascosti nel cuore della valle, le tensioni esplodono e comincia un gioco di specchi deformanti in cui nessuno è immune dal sospetto, neppure Lana, la zoologa esperta di orsi…

Dalla Movier More, basitissima… 🙂 🙂

“Sono rimasta basita 😉 dalla Tua ingiustificata assenza ieri sera alla prima de “Torneranno i prati”. Ma non è tornato Olmi unfortunately, dacché si collega con un videomessaggio dall’ospedale dove si trova ricoverato in questi giorni: sono 83 e mi inchino a lui, mostro sacro, che non si allontanava mai e poi mai dal set – nemmeno per il “rancio”, eppoi con quelle condizioni atmosferiche????!?
Tornando a noi: è un film che ti entra nella pelle, perché gli uomini protagonisti non sono in guerra, ma “dentro la guerra”: dall’intrepida attesa della posta da parte dei soldati (unico momento in cui questi vengono chiamati per nome e cognome), alle bombe, al gelo, alla neve (“siamo sepolti sotto la neve” – così esordisce il film e qui viene già la pelle d’oca) alla disperazione, alla rassegnazione, ancora alla disperazione.”

 INTERSTELLAR: In un futuro imprecisato, un drastico cambiamento climatico ha colpito duramente l’agricoltura. Un gruppo di scienziati, sfruttando un “whormhole” per superare le limitazioni fisiche del viaggio spaziale e coprire le immense distanze del viaggio interstellare, cercano di esplorare nuove dimensioni.
Il granturco è l’unica coltivazione ancora in grado di crescere e loro sono intenzionati a trovare nuovi luoghi adatti a coltivarlo per il bene dell’umanità.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

Let’s Movie CXXXIII

Let’s Movie CXXXIII

IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO
di Christopher Nolan
USA 2012, 160’
Martedì 21/Tuesday 21
21:00/9:00 pm
Smelly Modena/Multisala Modena

Ferro&Fuoco Fellows,

Assetto bellico questa domenica!!

“Il giorno 16/08, mentre mi trovavo all’interno della piscina comunale, ignoti mi hanno asportato la bicicletta, regolarmente chiusa”. Così scrivono i Carabinieri nelle denuncie quando ti fregano la Angel mentre nuoti nella Foggy, la piscina più Laos che possiate immaginare.
Insomma esco fuori dopo XXX vasche e non la trovo più! 🙁 🙁

“Eeeeeccchessssaràmmmai!” mi direte voi, cercando di rincuorarmi, e ben consci che la Angel aveva i suoi begli anni e presto sarebbe stata da rottamare. E avete ragione eh. Ma vedete, io  ci ho fatto di tutto su quella bici! Riso, pianto, litigato, chiacchierato (al telefono e non), cantato, ballato, volato (ricorderete), infranto abbondantemente la legge. Con ogni condizione atmosferica (e quando dico “ogni”, voglio dire “ogni”).
Nata a Torbole, cresciuta ad Arco, trasferita a Trentoville, la Angel mi fu regalata subito dopo il mio rientro in Italia dagli USA, e non a caso portava Los Angeles nel nome… Ci ho macinato un numero imprecisato e scandaloso di km ― Busa Bel-air, passi stelviari, e Venezia per non parlare degli off-roads intorno a Trento e delle tratte Trento-Riva per lavorare sull’abbronzatura al Lago… Insomma, avete presente la canzone di Neffa “Io e la mia signorina stiamo bene insieme”. Ecco, same kind of relationship. 🙁
Ora io mi auguro di non incrociare l’Arsenio Lupin della situazione in giro per la città: in zona Board siamo dotati di un discreto scatto nonché di braccia risaputamente lunghe… Mi aguro per lui che si faccia gazzella e cominci a correre…In centrale il Zenigata di turno mi ha detto di avvisare loro prima di farmi leone e intervenire, ma io ho nicchiato ― come garantire sulla reazione che avrei lì per lì???

Se per caso i responsabili Let’s Movie nell’Est Europa avvistano qualche Borat con stivaletto bianco e gilé di pelle su una Ghost ridipinta, be’ mi avvisino… 😉

E comunque, le bici stanno a Trentoville come i Rolex a Napoli. Quindi non voglio più sentire discorsi razzisti di alcun tipo sulla criminalità partenopea e sul Trentino-oasi-della-legalità. Ricorderete che la Honorary Member Mic aveva subito il furto di una ruota in pieno centro in pieno giorno qualche tempo fa. Ora io… Ma sarà mica del boicottaggio ai danni del CdA di Lez Muvi??? Mmm… Cavolo, questo non l’ho detto a Zenigata, e lui ha scritto per conto mio: “Non ho sospetti sul conto di alcuno”… 🙁

Ad ogni modo, il Board di una volta avrebbe mobilitato la Yakuza, i Corleonesi, la mafia russa e la Spett. Fam. Provenzano… Ma un’anima buona, che lasciamo circonfusa nell’anonimato, ha addolcito la pillola, scegliendo una bici dal suo parco-bici e prestandola al Board, che così potrà valutare con calma l’acquisto della futura Angel. Lucky Board, I know. 😉

Detto questo, veniamo a “Bed Time”. Mammamia che film, Moviers! La Honorary Member e il Fellow Truly Done, che si sono presentati con largo anticipo (4-5 minuti) all’appuntamento pre-ferragostano, sono rimasti entusiasti tanto quanto il Board ― siamo usciti tutti molto gongolanti, molto Husain-Bolt-dopo-la-staffetta-at London 2012. E guardate, lo Smell dello Smelly era pure sopportabile: sarà che in sala eravamo in 10 anime, e solo due delle quali sfoderavano l’armamentario chimico “junk food al bacon”… 🙂

Devo  confessarvi che  concordo appieno con quanto sentito in giro in merito al film. Non è affatto un horror: è un thriller con la THR maiuscola. Una volta superato lo spaesamento dato dalla somiglianza del protagonista César con Elio (quello delle storie tese, chi altri?), vedrete che il personaggio è perfetto nel ruolo di individuo anonimo-e-normale-ma-perfidissimo-e-per-questo-inquietantissimo che ricopre. César lavora come portiere in  uno stabile alto-borghese di Barcellona e sembrerebbe davvero the-plainest-guy-ever, non fosse per quella piccola “simpatia” che nutre in gran segreto per Clara, ragazza bella-simpatica-allegra insomma la joie-de-vivre fatta persona che gli ricorda in continuazione, con tutta quella sua joie-de-vivre lì, quanto lui sia condannato a un plumbeissimo stato d’infelicità cronica… Peggio. Non solo César ammette di non essere mai stato felice, ma di non essere nemmeno in grado di provarla, la felicità. Si considera menomato: “Come un cieco o un sordo sono privati di vista e udito, così io sono privo della facoltà di essere felice”, ammette all’inizio, con una sincerità disarmante. E la vera quest di ’sto povero ragazzo è quella di trovare tutti i giorni un motivo per uscire dal letto e vivere, giacché la morte è il gorgo più logico verso cui un essere destinato all’infelicità tenderebbe. E guardate, quello che vi manda in estasi del film è l’effetto della lezione hitchcockiana messa in pratica dal bravo regista: renderci “simpatico” un matto da legare… Perché César, credetemi sulla parola, è un matto da legare a livelli Jack-“WendyWendy”-Nickolson-in-Shining…. Ne combina di tutti i colori a questa povera Clara, una Polyanna che l’originale sfigura al suo confronto. Quando dico di tutti i colori, intendo proprio tutte le gradazioni dell’arcobaleno…
Non svelo nulla perché altrimenti vi rovino lo spettacolo… Comunque, la bravura del regista sta nell’averci reso questo Ivandrago, una specie di simpatica canaglia… A un certo punto vogliamo a tutti i costi che se la cavi, che esca da una situazione in cui potrebbe essere incastrato… E in quel momento lo spettatore è assolutamente sconcertato: si dice, ma wait a minute, he is the bad guy… God, sto tifando per il bad guy?? E la risposta è sì! Stai tifando per il bad guy! Perché abbiamo pietà di lui, della sua disgrazia esistenziale che non gli permette di vivere la vita che invece Clara ― la Polyanna della Rambla ― vive. Siamo talmente dalla sua parte che speriamo la faccia franca. E questo, proprio questo, sconcerta una cifra! È la prova che il male sboccia, inaudito e inaspettato, da terre normali, comuni…Non necessariamente il soggetto che compie il male ha subito a sua volta del male (di film con mostri dall’infanzia difficile sono piene le videoteche di tutto il mondo). E il gesto più spietato che compie César non è fisico: il gesto più spietato che compie César è quello di togliere ―con ogni mezzo e modo ― il sorriso dalla faccia di qualcuno. Qui entra in ballo l’invidia, sentimento che va per la maggiore nel nostro sistema sociale e che il regista ha saputo vivisezionare con acume e profondità. César è invidioso di ciò che non ha, e dato che non può averlo, s’industria ― oh se s’industria! ― per toglierlo a chi ce l’ha. C’è qualcosa di più spietato, vi chiedo? (A parte l’asportazione della bicicletta in un dì di festa??).

“Bed Time” smuove anche delle paure ataviche che tutti più o meno abbiamo o abbiamo sperimentato. Chi non ha provato un po’ di angoscia nella propria camera, pensando alle creature che possono aggirarsi sotto il letto? Non mi riferisco alle semplici paure infantili, ma a quelle più complesse e inspiegabili… Perché a mente lucida lo sai che lì sotto non c’è nessuno, che se ti chinerai e alzerai lo scampolo di copriletto che ti separa da quella fessura di buio alta non più di venti cm, non troverai nulla se non una fessura di buio alta non più di una ventina di cm… Ma non è quello, è come la parte oscura della tua mente arreda quello spazio di tenebra e ignoto… E nel caso del film, il sottoletto diventa il covo di César, cioè il covo dell’invidia e del male. Ma è anche il rifugio di un uomo solo, e condannato alla propria depressione…
Vorrei davvero che tutti vedeste questo film (è ancora nelle sale) anche perché è molto summery. Ha i tipici ingredienti da thriller: soprassalto garantito, un paio di colpi di scena assestati ad arte, la classica vasca da bagno con del classico sangue (cercate di capire il regista: cioè, fai un thriller, vuoi non metterci la vasca da bagno col sangue? Dai siamo seri, è come andare a Gardaland e schifare Prezzemolo). E poi davvero, vi rigireranno in testa un sacco di domande a fine film… E vi assicuro, una sbirciatina in camera, una volta rincasati, non ve la leverà nessuno… 😉

Riguardo al Let’s Movie di questa settimana, un’anteprima nazionale di grande valore ci aiuta a combattere il male e la solita fiacca cinematografica del periodo (mamma mia, tornerà anche BatMa(n)strantonio a salvarci eh… 😉 ).

IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO
di Christopher Nolan

Non si può proprio perdere l’ultimo capitolo della trilogia di quel genietto di Nolan, ne converrete. A quanto si dice l’intenzione del regista è quella di concludere la mitologia di Bruce Wayne/Batman, chiudendo tutti i conti in sospeso… Mmm, mui gustosa come operazione direi… Se il WG Mat, grande estimatore della figura di Batman e di quel genietto di Nolan, non si presenta all’anteprima, giocheremo tutti i Jocker del mazzo contro di lui… 😉

Ah prima di passare&chiudere, lasciatemi battezzare ufficialmente Kgely, la gran greca conosciuta a Naxos di cui tanto bene vi parlai la settimana scorsa. 🙂 Sapete che Kgely, di qui in avanti Captain Kgely (per lo splendido cappello cortomaltesiano che indossava e che tanto piacerebbe a qualcun’altro oltre a me…), è andata sul Baby Blog e si è gettata da sola in Let’s Movie?!? (Oddio detta così sembra un suicidio…e in effetti forse…)…Lasciatemi dirle una cosina in inglese…
Captain Kgely, new Movier, fantastic travel-agent and thesis-writer, thank you so much for joining Let’s Movie ― and with no “gentle persuasion” from the Board, that’s EXTRAORDINARY! 🙂 You will be the Head of “Let’s Movie in Greece”: what you have to do is just to try and watch the movies we recommend. Sinc is not mandatory, though ideal ― just try to share the title sooner or later, at your convenience. 🙂 And then,  please post your comments on the Baby Blog ― please do that, your Fellow Moviers are that lazy and are likely to “forget” this practice… 🙁 But you are a movie-coneissuer and expert: I count on you! 😉

Insomma, miei pazientissimi Moviers, eccoci giunti in chiusura. Scusate se ho mono(ciclo)polizzato il Let’s Movie di questa sera con la faccenda del sinistro, ma mi ha toccato…
Sono più leggera di due ruote, è vero. E mentirei se vi dicessi che non ci sono rimasta male… Ma sapete, ho capito una cosina… La Angel non c’è più, è vero ― a quest’ora qualche bad ass la starà cavalcando, e io spero che lei sia indomita come sempre e lo disarcioni… Ma io la porto con me nella testa. E nessuno me la può portare via da lì: quello è il garage più inespugnabile che si possa immaginare. 😉 Poi diciamocelo, no way che mi faccio venire il sangue amaro per un Lupin da strapazzo che si cimenta nell’Angel-kidnapping…
E guardate, l’esperienza alla centrale dei Carabinieri con un Zazà di 122 kg per 2 m alle prese con un programma per pc che non capiva, ha riservato molta, MOLTA, ilarità… 🙂 🙂

Adesso fermatevi un secondino nel Maelstreom prima di proseguire verso il riassunto in guardiola, e vi prego, vogliate accettare questi saluti, che stasera sono lestofantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Voi non ci crederete (che è crazy, lo so), ma una delle ultime canzoni ascoltate in sella alla Angel, rigorosamente alla radio, è questa http://www.youtube.com/watch?v=rWbH5T3BZQ0

Youtube, grazie di esistere. 🙂

IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO: Terzo capitolo della trilogia di Batman di Christopher Nolan. Da quello che ha rivelato il regista Christopher Nolan, la storia di Il Cavaliere Oscuro – il ritorno si svolge 8 anni dopo quella del capitolo precedente. Secondo le parole del regista: “Quello che ritroviamo in questo film è un Bruce Wayne (Christian Bale) più vecchio, non in grandissima forma. Con la nostra scelta del cattivo (Bane) e della trama abbiamo deciso di mettere duramente alla prova Batman, sia fisicamente sia piscologicamente”. E proprio il personaggio di Bane (interpretato da Tom Hardy) avrà un ruolo molto importante nel film. Non per niente a lui è dedicato un prologo di 7 minuti in cui viene presentata la sua storia.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

Let’s Movie XXXVIII

Let’s Movie XXXVIII

Spavaldi Fellows,

Scarpe da ginnastica e via, si comincia…

Mercoledì scorso il Board era davvero convinto che avrebbe condiviso le proprie impressioni sul film con il primo sconosciuto malcapitato vicino di poltrona… Confessiamo che il primo freddo ottobrino e le mille scuse solitamente accampate dalle canagliemoviers per saltare Let’s Movie hanno fatto vacillare il Board… E invece… E invece eccoli, direttamente dal quartier generale di Movie-Baywatch i miei due salvatori di sempre… La Fellow Giuls e il Fellow Pilo, lì con il loro bravo biglietto già in tasca, il boccone ancora in bocca (questo Astra Restaurant è molto done), pronti prontissimi per il film. La Fellow Giuls ha interiorizzato al massimo la cine-philosophy di Let’s Movie precipitandosi all’Astra dopo aver sputato l’anima in un’ora di spinning con il nostro istruttore di fiducia, il Fellow Fritz detto Vogue ? che oltre ad essere un latitante provetto è anche un biker provetto… Quindi Giuls e Pilo, grazie! Siete proiettati verso il Best of Ever Award, non c’è storia!

Ne “La passione” si ride. Sono risate qualitative più che quantitative. A parte Silvio Orlando, che interpreta il loser come sempre in maniera magistrale, Battiston dà vita a un Ramiro che non scorderò tanto facilemente ? innocente sognatore dai trascorsi criminali e dall’umanità evangelica che compare in scena in una inguardabile, ma indimenticabile, tutina argento Domopak… E che dire della formidabile presenza comica di Corrado Guzzanti? Manlio, il suo personaggio, passerà alla storia per questa scena campale http://videos.wittysparks.com/id/3448236146, durante la quale le risate del Board sono rotolate fin giù a Trento Sud… Per certi versi “La Passione” mi ha riportato alla mente “La ricotta” di Pasolini (ricordi, Fellow archibugia Katrin? Tre anni orsono, Cine d’Essai a Palazzo Panni?!). Anche lì c’era la messa in scena della Passione di Cristo attraverso personaggi improbabili e grotteschi, ma se Pasolini mirava a denunciare la decadenza etica dell’uomo moderno, Mazzacurati denuncia più che altro l’inadeguatezza (il termine lo utilizza proprio Mazzacurati) di certi individui “diversi” ? il protagonista, ma anche Ramiro ? in una società superficiale, mercificatrice e sostanzialmente vuota. Comunque il finale ha una nota positiva che non è affatto dispiaciuta al Board, nemico acerrimo delle note positive…. L’spirazione risorge, a volte….

Quanto a “Benvenuti al Sud” nell’ambito del “Let’s Movie to the Weekend” indetto dalla Honorary Member Mic, preferisco non commentare… Il Board non smaltirà in fretta l’indigestione di buonismo accusata… Ma i Fellows accorsi (una cifra! Qui siamo al panem et circenses…), la Cap, Fra, Carmine, Milena e la Mic non sembravano dello stesso avviso ? l’anarco-zumi invece, per una volta, ha concordato col Board…

L’applauso finale in sala ha scatenato pensieri contrastanti nella mente del Board (da “Ma allora non ci capisco nulla di cinema” con crisi identitaria annessa, a “Caspita, Sartre aveva ragione quando diceva che l’inferno sono gli altri”). Per la verità il Board non sentiva applausi in sala dal giornò in cui mise piede in una sala cinematografica per la prima volta, all’età di sei anni, insieme al Fellow Big suo fratello, per la prima dei “Goonies”. Ma non vorremmo mica paragonare l’inarrivabile Banda Fratelli alla commediucola di ieri??

Vi informo inoltre che l’Anarco-Zumi e la Honorary Member Mic si sono scambiate il numero di cellulare per organizzare future sommosse, e che l’aria era satura di inquietanti rumours tipo “Si potrebbe deporre il Board…farlo sparire”. Ora, se per caso domenica prossima non ricevete la mail settimanale, me lo fareste per favore un colpo di telefono al 911? Grazie assai…

Ma basta Board!! Passa al film della settimana! (Me lo dico da sola, fate voi…).

INCEPTION
di Cristopher Nolan
USA 2010, 142′
Giovedì/Thursday
Ore 21:00/9:00 pm
Cinema Nuovo Roma
Corso Tre Novembre 35

Siamo certi che il Fellow Big apprezzerà la scelta…

Prima di concludere, voglio condividere con voi la soddisfazione per la trasferta di Let’s Movie in terra belga! Il Fellow D e il guest Elio hanno realizzato un trans-esperimento grazie al quale Let’s Movie è magicamente sbarcato a Brussels (la Ryanair ci ha messo del suo, in effetti). Il film prescelto ? vedasi il marchio “Yes, you can” impresso dal Board ? è stato “La doPPia ora” di Giuseppe Capotondi. Ringraziamo il Fellow D per la trasmigrazione e per aver postato il commento che potete leggere qui http://www.letsmovie.it/2010/10/let%E2%80%99s-movie-goes-to-brussels/ … Non ti preoccupare, naughty Fellow D, l’Arcignissimo-Amorevolissimo Board sta tenendo conto di tutti i punti che il Movier WG Mat sta accumulando per aggiudicarsi il WOE Award, dato che diserta le proiezioni, trascura il sito e lancia il sasso (“Organizziamo un ‘Let’s Movie to Brussels’”!) e poi ritira la mano (“Bidoniamo il ‘Let’s Movie to Brussels’ per un PigiamaAnticoncezionaleInBeautySleep”). Il Movier WG Mat potrebbe combattere il cazziatone e riconquistare un po’ di terreno rivedendo “Inception”, per esempio…

Ok, se siete arrivati svegli (vivi?) alla fine di questo messaggio (21 km), vi faccio i miei complimenti, e vi premio con un bel riassuntino in calce e con dei saluti inverosimilmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

INCEPTION: L’acclamato regista Christopher Nolan dirige un cast internazionale in un’originale avventura fantascientifica intorno al globo e dentro l’intimo ed infinito mondo dei sogni. Dom Cobb (Leonardo DiCaprio) è un abile ladro, il migliore in assoluto nella pericolosa arte dell’estrazione, ovvero il furto di importanti segreti dal profondo subconscio durante lo stato onirico, quando la mente è maggiormente vulnerabile. La rara abilità di Cobb ne ha fatto una figura molto ricercata nell’ambiente del nuovo spionaggio industriale, ma anche un ricercato internazionale, facendogli perdere tutto ciò che ha amato. Ora a Cobb è stata offerta la chance di redimersi. Un ultimo lavoro potrebbe restituirgli la sua vita, se solo saprà ottenere l’impossibile – “inception”. Invece del furto perfetto, Cobb e la sua squadra di specialisti dovranno riuscire nell’opposto: il loro compito non sarà rubare un’idea ma impiantarne una. Se avranno successo, potrebbe trattarsi del crimine perfetto.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More