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LET’S MOVIE 277 propone ASCENSORE PER IL PATIBOLO e commenta IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI

LET’S MOVIE 277 propone ASCENSORE PER IL PATIBOLO e commenta IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI

ASCENSORE PER IL PATIBOLO
di Louis Malle
Francia, 1957, ‘92
Lunedì 4 / Monday 4
21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

Fregoli Fellows,

In questi giorni, scavando sotto il film “Anomalisa” per scriverci sopra, e cercare di livellare il terreno su cui poggiano le mie giornate post-rientro, mi sono imbattuta in questa bizzarra sindrome di cui non avevo mai sentito parlare, la Sindrome di Fregoli. A  seguito di questo disturbo il paziente è convinto che le persone siano in realtà tutte lo stesso individuo, con diverse fattezze. E crede di riconoscere come amici persone estranee o che persone note abbiano alterato la loro fisionomia per non farsi riconoscere, sentendosi molto spesso minacciato da loro. Per chi non lo sapesse ― me first ― Leopoldo Fregoli era un famoso trasformista vissuto nella prima metà del ‘900.
Se guardo alla società post-post-industriale e iper-iper-standardizzante di oggi, in cui tutti vogliono essere disperatamente “diversi”, ma finiscono tutti per essere catastroficamente uguali, questa sindrome mi sembra funzionare bene come presagio patologico di oggi. Prendete Donald Duck Trump. Dicendo “le donne oops volevo dire i medici dovrebbero essere puniti se scelgono l’aborto”, crede di distinguersi, di spiccare tra la massa incolore dei suoi avversari di partito, e di essere diverso da quelli che bruciavano le donne sui roghi nel 1200 perché starnutivano accanto a un gatto nero. Invece il papero in questione è banalmente una replica di quei medievali. Che delusione sei, Donald, gli direi io, un semplice duck dejà-vu, Donald… Attaccarlo lo gasa, ma bisognerebbe sgonfiargli l’ego. Facendogli notare che è solo una copia di mille riassunti, forse non lo farebbe desistere dalla corsa alla Casa Bianca, ma almeno gli farebbe notare il canotto bucato che è.
Questo non c’entra nulla, ovviamente, con il Lez Muvi di martedì. Era solo un modo per ribadire quanto il cine c’insegni a guardare e guardarci attraverso delle lenti che non avevamo in mano e che non avremmo mai pensato di avere, prima di averle. Chi si sarebbe mai immaginato che da Leopoldo Fregoli io avessi un giorno farneticato un po’ su questi anni 2000 e su “Paperi in politica ai tempi del 2.0”?

Il Lez Muvi di martedì, all’attenta presenza della Vanilla e del WG Mat ― e alla penosa assenza del resto dei Moviers, impegnati in chissà quali faccende di Stato ― ha segnato il mio ritorno al cine in pieno jet lag. Il ritorno è andato benissimo, il jet lag un po’ meno, con quello sfarfallio diffuso in tutto il corpo che il lag produce e che ti fa credere di essere invaso all over da uno sciame di macaoni. Ci sono stati pertanto dei momenti in cui io chiedevo alla madama butterfly di turno di spostarsi dai miei occhi ed evitare, please, di distrarmi…

“Asphalte” sarebbe “Il condominio dei cuori infranti”, e capite già che il titolo italiano penalizza l’originale e costringe il film in una categoria che certo non gli appartiene: quella della commedia dalle tonalità rosa confetto… Non mi fermo a criticare solo la traduzione del titolo ― condannando il pressapochismo italiano ― ma anche la locandina. Il titolo rosa con il cuore disegnato al posto della O di “cuori”… Insomma, dico io, non è Moccia! Gli amori adolescenti, così come le delusioni sentimentali a cui associamo immediatamente l’espressione “cuori infranti” sono quanto di più distante possiate immaginare dal film.
E non è nemmeno l’ennesimo film sulle ennesime solitudine che scontatamente si trovano. I personaggi sono soli, this is true, ma non ne fanno un dramma, e non c’è nemmeno la drammatizzazione aggiunta dalla mano del regista. Se la solitudine c’è, è metafisica, e il film, nella rappresentazione della realtà che mette in scena, la restituisce in maniera puntuale. La periferia francese che viene rappresentata potrebbe essere qualsiasi periferia di qualsiasi stato. E i personaggi stessi, più che persone in carne ed ossa, sono ruoli. Non c’è ricerca alcuna di realismo: tutto è volutamente artificiale e artificioso. L’obbiettivo non è quello di stimolare l’empatia dello spettatore, quanto piuttosto quello di puntare al suo straniamento attraverso quadretti a loro volta stranianti. È un po’ la via battuta da Roy Anderson in “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” ― e qui sono certa partirà un coro di risate da parte degli Anti-Moviers 🙂 Ma ci torna in mente anche il plastico surrealismo di Kaurismaki e di Wes Anderson. È un cinema, quello di Betrichet, che persegue una forma, e io sono ben contenta ogni volta che incontro sulla mia strada registi che si impongono questo tipo di ricerca e che non si accontentano del “cosa” di una storia ― i fatti, gli eventi, il significato ― ma anche del “come” di una storia ― la struttura, l’involucro, il significante. Quindi, ridano pure gli Anti-Moviers. 🙂 🙂
Ma chi sono questi personaggi? Dunque, c’è un inquilino del primo piano di un condominio che si rifiuta di pagare la quota per istallare l’ascensore ― lui sta al primo, what’s the point? ― ma si vede beffare dalla cyclette: dopo aver pedalato per 100 km ―lo vedo solo io, il gusto del iperbolico favolistico qui? Probabilmente sì… ― l’inquilino è ridotto su una sedia a rotelle e si trova davanti alla necessità di usare l’ascensore, e di usarlo all’alba, per non farsi scoprire dagli altri inquilini… Il cyclettista infermo, finisce poi per innamorarsi di un’infermiera seria, abbastanza provata dalla vita.
Un’attrice sul viale del tramonto si trasferisce nell’appartamento di fronte a quello in cui abita un adolescente i cui genitori sono sempre assenti. Tra i due nascerà una complicità da buddies che sulle prime sembra improbabile, ma che poi, come si suol dire, ci sta tutta.
Un astronauta americano precipita sul tetto del palazzo e trova ospitalità presso un’inquilina, una nonna algerina che lo ospita come se fosse un figlio mentre la NASA si organizza per andare a riprenderlo.

Queste coppie di personaggi hanno tutti un qualcosa da risolvere, un sospeso con cui fare i conti: c’è chi, infermo, deve trovare il modo di uscire di casa e procurarsi da mangiare, e troverà una donna triste dietro la quale ci sarà tutta una storia da scoprire, ma prima di tutto c’è un sorriso da incoraggiare e fotografare. C’è chi è semplicemente rimasto chiuso fuori dalla porta, come l’attrice, e deve trovare il modo per rientrare, e non solo in casa ma anche nella recitazione. C’è chi è adolescente e si trascina tra casa-banlieu-scuola senza un vero perché ― un po’ come tutti gli adolescenti del mondo ― e lo trova, momentaneamente, nell’aiutare questa nuova vicina a risolvere i suoi piccoli grandi drammi. C’è chi cade giù dal cielo e deve tornare a casa e c’è chi forse spera che qualcosa cada giù dal cielo e la salvi dalle puntate di Beautiful e dai suoi manicaretti, come la nonna algerina.
È come se queste sei vite fossero tre coppie di pianeti storti che gravitano l’uno attorno all’altro e trovano, in questo strampalato, anti-logico sistema gravitazionale, il modo di rimanere a galla nello spazio dell’esistenza. L’uno legato all’altro, questi mondi umani, galleggianti in un’atmosfera di degrado urbano, riescono a sopravvivere, per questo o quel motivo, proprio grazie all’altro. Ed è evidente, non si tratta di problemi standard, non è questione di vita o di morte. Eppure, senza l’intervento dell’altro materializzatosi in quel preciso momento, la vita rimarrebbe incastrata in uno spazietto di piccoli intoppi senza senso contro cui il personaggio non smetterebbe mai di sbattere la testa. Grazie all’altro, un infermo riuscirà ad alzarsi in piedi e a percorrere qualche isolato per raggiungere la sua innamorata, una serratura si aprirà, un vuoto lasciato da un figlio sarà riempito da un uomo dello spazio.

C’è, in questo piccolo film, una gran bella pagina sul valore della solidarietà, ma una solidarietà 100% laica, scevra da qualsiasi risvolto etico. Credo che il regista abbia scelto di percorrere il registro sul filo dell’assurdo proprio per non finire giù per la china del catto-buonismo attraverso manifesti strillati di “aiutiamoci tutt’insieme” da pubblicità progresso. L’empatia che s’instaura tra i personaggi, proprio grazie alle situazioni fuori dalla norma di cui sono protagonisti, e grazie anche al fatto che non è strettamente necessaria, acquisisce ancora più valore e ribadisce il concetto che sopravvivere non basta. Il sorriso di una persona che ti piace è tanto importante e vitale quanto il pacchetto di patatine dal distributore automatico che ti metti in pancia. E sapete, per una volta mi piace che il film sia senza musica, e solo scandito da un rumore metallico che nessuno dei personaggi capisce cosa sia e da dove provenga. Tutti s’interrogano, noi c’interroghiamo. E alla fine, colpo di coda del regista, viene fuori che è lo sportello di un cassone che sbatte per il vento… Nulla più di uno sportello di metallo… Un bellissimo modo per notare il potenziale sovrannaturale in seno alla realtà…

E ora Fellows, indossiamo il vestito della festa, s’il vous plait. Ho in serbo per voi un paio di eventi che esigono un dress code “black tie and long dress”. Cominciamo qui con il film della settimana.

ASCENSORE PER IL PATIBOLO
di Louis Malle

Il Mastro ci propone il nuovo appuntamento nella rassegna “Il Cinema Ritrovato”: un classico dei classici in versione originale sottotitolata, restaurata e digitalizzata. Ora capite perché il dress code è di rigore.
Credo che “Ascensore per il patibolo” sia quanto di meglio le sale propongano al momento. E un po’ di cinema d’essai non farà certo Malle a nessuno ― si l’ho detta, avrei potuto tenerla per me, ma l’ho detta…

Rimanete in smoking e abito lungo anche mercoledì ― martedì potete pure infilare una tuta, ma mercoledì no, venite vestiti da pinguini e principesse perché andiamo a vedere questo: “HITCHCOCK – TRUFFAUT”, un documentario imperdibile sui due giganti del cinema moderno.
Quando c’è un’occasione così, Fellows, la si coglie al volo. Io sarò molto in ghingheri, siatelo anche voi… Dobbiamo rendere omaggio a questi due Signori del Cine…
Let’s make an event out of it! 😉

HITCHCOCK – TRUFFAUT
di Kent Jones
USA, 2015, ‘85
Mercoledì 6 / Wednesday 6
20:30 / 8:30 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Per maggiori dettagli, consultare il Maelstrom. 😉

Prima di dedicarvi al bricolage della domenica sera, vi obbligo ad accettare questi ringraziamenti e questi saluti, illusionisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Di seguito qualche info sul docu in programma: “Diversi cineasti discutono di come il libro di Francois Truffaut Il cinema secondo Hitchcock (1966) abbia influenzato il loro lavoro. La visione singolare di Hitchcock viene riproposta, nel film di Kent Jones, da alcuni tra i più grandi registi d’oggi: Martin Scorsese, David Fincher, Arnaud Desplechin, Kiyoshi Kurosawa, Wes Anderson, James Gray, Olivier Assayas, Richard Linklater, Peter Bogdanovich e Paul Schrader. La conversazione tra i due uomini cambiò profondamente la critica nei confronti dell’approccio del cinema di Hitchcock nel mondo, ma non solo. Da allora il concetto stesso di “cinema” cambiò per sempre”.
No, non possiamo perderlo, lo so, ve l’avevo detto… 😉

ASCENSORE PER IL PATIBOLO: Da un romanzo di Noel Calef: dopo aver ucciso il principale su istigazione della di lui moglie, rimane bloccato in ascensore. Brillante esordio di Malle con un film noir in cui più che l’azione, pur tesa come un cavo dell’energia elettrica, contano l’atmosfera (fotografia di H. Decae, stupenda colonna musicale jazz di Miles Davis) e l’analisi dei sentimenti. D’antologia la camminata di J. Moreau nella notte parigina. Premio Delluc 1957.

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LET’S MOVIE 273 propne NOSFERATU e commenta THE HATEFUL EIGHT

LET’S MOVIE 273 propne NOSFERATU e commenta THE HATEFUL EIGHT

NOSFERATU
di Friedrich Wilhelm Murnau
Germania, ’95, 1921
Lunedì 15/ Monday 15
21:00 / 9:00 pm
Multisala Astra / Dal Mastro

 

Madalina Moviers and Frank Fellows,

Sì lei, quella Venere d’una perfezione illegale che recitò in “Youth” di Sorrentino e venne giustamente definita “Dio” da Harvey Keitel nella scena della spa, e che in questi giorni spunta fuori in tutti i giornali perché spuntata sul palco di Sanremo.

E sì lui, Gehry, l’archistar di cui avrete senz’altro presente gli edifici: le sue onde d’acciaio cullano i cieli di tutto il mondo e le sue punte li svegliano di soprassalto. Il Guggenheim di Bilbao, la Walt Disney Concert Hall a Los Angeles, la Fondazione Louis Vuitton a Parigi, giusto per citarne tre. Su di lui spendo qualche parolina in più che sulla Venere illegale, ma solo perché non la conosco ― spero non se la prenda.
L’architettura di Gehry non è architettura: è scultura abitativa. Ha sempre ignorato il funzionalismo, assieme a tutti i sacramenti che gli hanno tirato addosso i funzionalisti. Lui non costruisce case per essere abitate, musei per essere visti. Li decostruisce, e fa un meta-discorso sull’architettura. Quando sei davanti a uno di quegli edifici, rimani abbagliato dalla forma, da quelle curve, da quelle case che sembrano riflesse dentro specchi deformanti e sul punto di cadere vedetevi un po’ il Ray and Maria Stata Center. Le sue opere aprono il mondo a un altro mondo, e chissene importa poi se la manutenzione dello stabile è un gran casino. Te ne freghi abbastanza anche di ciò che ospitano al loro interno, se la Cinemathèque Française o uno studentato o un centro commerciale di dubbia etica.
L’effetto Gehry, che poi è l’effetto delle curve di Madalina, è esattamente quello che mi ha fregato con l’ultimo film di Tarantino. Sono rimasta completamente assuefatta dalla forma. Dai suoi incastri perfetti, dagli accostamenti che richiamano non solo il suo cinema, ma i generi che ama sempre frequentare, come il western e il poliziesco anni ’70.
Sedotta dalle forme, ho abbandonato il contenuto. Per come costruisce le scene, per la precisione con cui tira su dal nulla una struttura narrativa e metanarrativa, Tarantino puo’ essere definito un architetto del cinema, e non fa dei film per essere banalmente consumati, così come l’architetto matto dell’Ontario non fa case per essere banalmente abitate. Entrambi fanno altro.
Ma prima di entrare in merito, voglio ringraziare i Moviers che hanno condivissuto l’evento con me, lunedì: il CandyMan, il WG Mat, il Pizzo, il Magnocarlo, e, perso nel mare di spettatori che affollava il Pornoroma, un nuovo Fellow, che siamo onorati di accogliere nella society lezmuviana. Si chiama Michele, ma ora il suo nome gli verrà strappato per sempre da queste mie mani ladymacbeth e rinchiuso PER SEMPRE nella cella del suo nomino: il Fellow Lumière ― mica brutta come cella però eh 😉 Dedico il Maelstrom a spiegarvi cosa fa con il cinema grazie al gruppo musicale dei Radio Days: siamo onorati, sì, di avere un esperto di cinema muto di questi livelli tra noi Muviani, che siam gente ruspante e senza formazione muta ― il mutismo non c’appartiene. Ma nel nostro piccolo cerchiamo di migliorarci: la cine-proposta della settimana proverà questo nostro impegno sapientino… 😉
Un pensiero anche alla Vaniglia, vittima di un pienone in realtà prevedibile: gli Odiosi Otto e i 5.50 euri sono una combinazione letale. Ma siamo certi che, da cinefila livello Advanced qual è, recupererà il film 😉

The Hateful Eight. E cominciamo dall’aggettivo, “hateful”. Odiosi, e pieni di odio, questi otto che finiscono all’Emporio di Minnie per ripararsi da una tempesta di neve. Senza una morale, senza un briciolo di umanità. Otto personaggi che puntano a soverchiarsi a vicenda per raggiungere il proprio scopo: intascare il gruzzolo ― “gruzzolo” dovevo dirlo, fa troppo Pekinpah ― delle taglie che pendono sulle teste dei criminali che devono scortare a Red Rock. Ci sono John il Boia, con la sua prigioniera Daisy Domergue, c’è il Maggiore Marquis Warren, un ex soldato nero nordista diventato anche lui un cacciatore di taglie con un paio di teste da portare a Red Rock. C’è Chris Mannix, il futuro nuovo sceriffo della cittadina.
Ad accoglierli all’Emporio, però non c’è Minnie, la gestora ―gestrice? ― ma ci sono il messicano Bob, il boia di Oswaldo Mobray, il mandriano Joe Gage e il vecchio generale sudista Sanford Smithers. Ed è strano che Minnie non ci sia… E infatti questo è il mistero su cui dovranno ragionare gli Otto Odiosi per capire quale stramaledetto trick si nasconda dietro la sua stramaledetta scomparsa ― sì anche “stramaledetto” dovevo dirlo, a un certo punto, capirete.
Già a un primo sguardo, vi risulta lampante che questi qua non sono altro che una sporca dozzina meno quattro. Sono i bastardi senza gloria di qualche anno fa, o le iene di qualche anno prima. Non ci passa molta differenza. E questo è uno dei punti da affrontare.
Lo sappiamo, no, che un’artista fa sempre la stessa opera. Ci mette salse diverse, ma la sostanza è più o meno sempre quella. Questo non è sinonimo di ripetitività: è il modo degli artisti di gestire, elaborare, sublimare e forse lasciar andare temporaneamente le proprie ossessioni.
Si ma gli artisti che si rinnovano ogni volta, mi contraddite voi, con una sicumera che parmi (parmi??) quasi brianzola. Quegli artisti, i versatili, in realtà sono molto bravi a cambiare la pelle ma se voi andate a investigare la carne, vedrete che quella è sempre la stessa. È questo, anche, che costituisce l’identità di un artista.
Allora che problemi ho con questo film di Tarantino? Il problema è che si autocita troppo, e con evidente compiacimento, e ripetendo degli espedienti già usati in passato. Rimaniamo per un secondo alla trama e non facciamo un discorso metacritico su questa questione.
Esempio micro. Il fratello di Daisy è nascosto nel seminterrato dell’emporio, e attende il momento propizio per uscir fuori e liberare la sorella. L’idea del nascondiglio in un interrato, così come l’inquadratura che cala dall’alto in basso denudando i due piani della casa e svelando la presenza del fratello nel piano interrato, le avevamo già viste in “Bastardi senza gloria”: la famiglia di Shoshanna si nasconde sotto il pavimento di casa per sfuggire ai nazisti. La fine che faranno sarà la stessa del fratello di Daisy…
Esempio macro. L’abitudine tarantiniana ― ormai è diventata un’abitudine― di rinchiudere in un luogo indoor stragi della peggior specie. Vedasi il teatro in cui viene appiccato il fuoco per arrostire i nazi sempre in Bastardi senza gloria, oppure il massacro nel ristorante giapponese in Kill Bill, oppure la sparatoria di Django a Candyland. E non vi cito le doppie pistole, gli scoppi di materiale organico, il taglio di arti, e l’esubero di sangue, che richiamo bene o male il ricettario completo tarantiniano, basato sugli spaghetti western di Sergio Leone e Corbucci e lo splatter dei B-movies anni ‘70. Se guardiamo poi i personaggi stessi, non ditemi che nel ruolo interpretato da Tim Roth non avete riconosciuto un po’ il personaggio di Christoph Waltz sempre in “Bastardi senza Gloria”…. Potremmo bollare tutto ciò con il “marchio di fabbrica” di Tarantino e chiudere la questione, ma io la lascio aperta, e lo assommo a quello che dicevo prima circa il “Madalina and Gehry effect”, cioè l’estasi davanti a un corpo esterno talmente ben costruito, talmente celeste nel modo in cui poggia a terra ― o, in questo caso, scorre su uno schermo ― con un’estetica così rifinita e meticolosa, che tutto il resto scende in secondo piano. Il contenitore ruba la scena al contenuto.
Quindi durante il film la mia attenzione era quasi completamente rivolta a notare l’impeccabilità con cui Tarantino gira e monta: l’inizio magistrale con l’occhio della cinepresa puntato su quel crocifisso da cui sbuca la diligenza laggiù, sullo sfondo, o la bufera che, in una scena, rincorre la diligenza; e poi i movimenti di macchina senza una sbavatura all’interno dell’emporio, gli stacchi e le riprese da più punti di vista, il teorema che sta scritto dietro l’impiego della luce nell’emporio, che non è un emporio e nemmeno un set cinematografico: è un palcoscenico teatrale. Sulla luce ci sarebbe da scrivere un pippone a parte, notandone quando e come si manifesta, i fasci luminosi che scendono, sapientemente artificiali dal tetto ―siamo in mezzo a una tempesta di neve, soprattutto di notte, non ci sono raggi solari che possano filtrare dal tetto― e come sia sapientemente artificialmente azzurra fuori dalle finestre, a riprova che quello che stiamo guardando non è la realtà: è una rappresentazione, una recita, che i personaggi sono chiamati a interpretare. Una recita con elementi volutamente inverosimili, non credibili: non è credibile che un nero avesse tanta libertà di parola intorno al 1870 come Marquis Warren, il personaggio interpretato da Samuel L. Jackson, così come non è credibile che all’epoca una nera, Minnie, gestisse un emporio (una donna? Nera? Are we kidding?!). E anche qui ci sarebbe un altro discorso moooolto lungo su come Tarantino chieda ai suoi personaggi d’interpretare una finzione: i quattro presenti nell’emporio accolgono gli altri quattro recitando una sceneggiata ― così come succedeva nel teatro (!) alla fine di “Bastardi senza Gloria”. Quindi vedete, potremmo svolgere un gran bel lavoro di speleologia tarantiniana e non usciremo più dai meandri della sua cinematografia. E infatti in tutto questo ti perdi, ti lasci trascinare da “A richiama B che rievoca C che riporta a D” in una concatenazione in cui finiamo tutte le lettere dell’alfabeto. Io, l’avete capito, ci vado a nozze e sarei disposta anche a inventarmi un nuovo alfabeto pur di concatenare senza fine, ma così ho perso quello che Tarantino voleva dirmi, sempre in metafora come fa sempre, attraverso questa storia. Ho dovuto ricostruirlo a posteriori. Ovvero cosa si nasconde dietro questi Odiosi Otto.
E proprio a questo proposito mi dico. La storia in sé dovrebbe conquistarmi tanto quanto le parole (ovvero la forma) che scegli per raccontarmela. Se al posto di “Maria ama Carlo” dico “Maria s’impossessa dell’anima di Carlo per piantarvi un seme rosso”, ovvero due modi diversissimi per dire la stessa cosa, e mantengo quel registro lì per tutto il film, richiedo allo spettatore un grande sforzo di concentrazione: nel film siamo ipnotizzati dalla forma di cui s’è detto, in più passiamo il tempo a districarci nei sempre pazzeschi dialoghi di Tarantino ― forse un po’ meno pazzeschi stavolta ― e nel mystery che lui ha architettato, ma così perdiamo di vista il cuore della metafora. Quegli odiosi otto non sono otto odiosi còlti da una tempesta in Wyoming nel post-guerra di Secessione. Sono tutt’un paese che si è appuntato sul petto la coccarda “Democrazia” con la mano destra, e che impugna un cannemozze con la sinistra. L’odio è materia viva negli Stati Uniti. Odio represso, sentito, subito, agito, fomentato, sedato, esaltato. Gli otto sono quelli che escono dai loro squallidi appartamenti della periferia di Tucson o di Detroit, entrano in un drugstore e ammazzano per un incasso da fame. Sono quelli che riempiono una sala di candidati ai Premi Oscar in cui non figura una sola faccia di colore, e dimostrano che la Guerra di Secessione non si è conclusa, è ancora in corso, solo che devasta altri campi. E Tarantino cosa può fare se non ricorrere a una violenza furibonda per raccontarci visivamente tutto questo? Ci meravigliamo di scoppi di vomito, laghi di sangue, crani esplosi e tocchi di materia grigia? Pensiamoci un istante, con la testa tarantina. Non sembra tutto invece molto logico?
Ci avesse ricamato sopra meno con l’inchiostro dell’autocompiacimento, l’avrei apprezzato di più. Ma del resto, se Sorrentino sorrentina, Tarantino tarantina: è una legge della linguistica virtuosistica. 🙂

È ovvio che questi otto basterds e l’infamia di cui si fanno portatori chiamano, per contrasto, la questione della giustizia. Il boia interpretato da Tim Roth a un certo punto dice: “L’assenza di passione è la vera essenza della giustizia”. Tarantino Quentin scrive questa battuta e la mette in bocca a un suo personaggio sapendo che verrà udita nel suo paese, e che batterà sul dente che duole: nel suo paese la legge del taglione è ancora praticata attraverso la pena di morte che vive, vegeta e trionfa istituzionalizzata ancora oggi. Cos’è la pena di morte se non “la presenza di passione nella giustizia”? Il ricercare non la correzione di un individuo che ha sbagliato, bensì l’occhio-per-occhio, la vendetta ai tempi del Far West, che non riporterà mai un assassinato in vita e che, s’è visto, non funziona da deterrente negli stati in cui vige?  In questo film Tarantino mostra questa e altre verità troppo scomode.
C’è una scena in cui un bianco ― figlio del generale sudista Smithers― è costretto a praticare un lavoretto di bocca (!) al personaggio interpretato da Samuel L. Jackson. Ora Fellows, quale paura ossessiona la mente dell’americano bianco medio più di quella di immaginare uno costretto a sottomettersi a un maschio nero e a praticargli un lavoretto di bocca, rivedendo in quell’uno, se stesso? Tarantino qui mostra l’in-mostrabile, ovvero il mostruoso. E vi chiedete come mai il film non sia piaciuto in America? Naturale che non sia piaciuto. Nella terra in cui il politically-correct è nato e protetto, tirare fuori le paure ancestrali dalle menti dei suoi connazionali e stuzzicare pensieri incorrect non è ammissibile. Specie se aggiungi del sarcasmo ― “non hai idea di cosa sia disposto a fare un uomo quando ha freddo”, gongola Jackson descrivendo la scena al padre del ragazzo costretto al lavoro di bocca… (e prima di gongolare, lo prepara con un “Tuo figlio si è trovato dalla parte sbagliata della pisotola”…quando Quentin se ne esce con queste battute all’odore di spaghetti western capisci quanti spaghetti western dev’essersi divorato nel corso della vita).
Quindi ho capito che se spogli il film dalla sua scintillante armatura ― ovvero dal suo armamentario formale― al suo interno trovi un corpo marcescente: il cadavere dell’etica americana. Tarantino, col suo sorrisetto da piccola canaglia mai cresciuta, ci invita a guardarlo. E dato che lui porta tutto all’estremo sempre, riesce a scardinare le censure dietro cui ci proteggiamo, e a sbatterci in faccia il tabù con un linguaggio visivo altrettanto estremo. E questo sì che mi piace, così come, in definitiva, il coraggio di uccidere la speranza ― uno dei film più spietati di Tarantino, questo.
Ho capito tutto questo non a fine spettacolo, ma covandomi il film in testa per tutta la settimana. Questo, per me, depone a favore dell’opera, ma è la mia opinione. Voi potete essere della scuola istantaneista e pensare che un film debba essere immediato, che debba dirci tutto e subito. Ed è una posizione legittima e più che comprensibile. Per come la vedo io, però, più un film mi rimane fra pensieri e viscere, più ha fatto bingo.
Adesso mi aspetta l’infame compito di scrivere al caro Quentin e spiegargli la mia opinione, dell’armatura scintillante con il corpo in putrefazione dentro ― questo gli piacerà ― e dell’autocompiacimento troppo spinto ― questo NON gli piacerà. E naturalmente glisserò su quanto Django Unchained mi avesse divertito di più…
Un fuc*ing dirty job m’aspetta, goddammit…

E ora, Fellows, vi confesso che l’idea era quella di proporvi un’altra storia scomoda per le Stars&Stripes, ovvero “L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo”. Poi però ho pensato che avere a disposizione il film che fra poco svelerò in versione originale, restaurata e sottotitolata, era un’occasione troppo unica per ignorarla

NOSFERATU
di Friedrich Wilhelm Murnau

Let’s Movie sostiene da sempre la Rassegna “Il cinema ritrovato”, all’interno della quale figura il film. Avrei potuto andarci da sola ― non avendolo mai visto, scandaloso Board ― ma decido di proporlo in Lez Muvi per promuovere la conoscenza dei classici, che si possono vedere, e pure rivedere: non è che vai al Pergamon una volta nella vita, giusto? Ci ritorni 🙂

Ora me ne fuggo via e vi lascio a quel colonialista di San Valentino, che ogni anno invade il 14 febbraio dei Moviers e impone loro il suo regime rosa confetto 😉
Riassunto inutile e saluti, stasera, formalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

I Radio Days, http://www.radiodays.tn.it/wp/, sono una di quelle realtà che s’industriano nel sottobosco della cultura di qualità, illuminandola con la loro inventiva. Rimusicare dal vivo film muti del primo ‘900 che altrimenti rimarrebbero chiusi dentro le cineteche e le menti ― e prima o poi l’oblio ― degli addetti ai lavori non è solo un gesto di archeologia cinematografica a beneficio divulgativo sociale, ma anche un modo di reinventare quei film rivestendoli di un abito sonoro di cui non potevano avvalersi quando furono realizzati.
Io vi regalo la loro rimusicazione di “Fantasmagorie”, un corto di Emile Cohl del 1908 che mi fece rimanere letteralmente a bocca aperta quando lo vidi a un evento by Radio Days. Dura poco più di un minuto, e vi invito ― no, obbligo 🙂 ― a guardarlo: lo considero come la nascita del cinema d’animazione, ed è davvero incredibile, ma proprio proprio incredibile, vedere cosa Cohl sia riuscito a inventarsi con un semplice filo bianco, nel 1908…
https://www.youtube.com/watch?v=jGrLeBreNws
Grazie Radio Days!
E voi Moviers, seguiteli, da bravi 😉

NOSFERATU: “Il film capitale del cinema muto”. Dal Dracula di Bram Stoker, la storia immortale di Nosferatu, il non-morto che semina la peste, assorbe e spegne le forze vitali, attenta all’equilibrio dell’universo, finché un sacrificio femminile fara sorgere l’alba sulla città liberata. “Sul piano formale, il film si allontana dall’espressionismo e lo trascende: prima d’ogni altra cosa per l’importanza che vi ha la Natura, per l’impressionante varieta di esterni reali che ne accrescono il romanticismo magico. Murnau s’abbandona totalmente al suo gusto della polifonia e del contrappunto, sul piano drammatico e cosmico. Nosferatu è prima di tutto un poema metafisico nel quale le forze della morte mostrano la vocazione – una vocazione inesorabile – ad attirare a sé, aspirare, assorbire le forze della vita, senza che nella descrizione di questa lotta intervenga alcun manicheismo moralista” (Jacques Lourcelles).

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LET’S MOVIE 225 – propone IL GRANDE LEBOWKSI e commenta MOMMY

LET’S MOVIE 225 – propone IL GRANDE LEBOWKSI e commenta MOMMY

IL GRANDE LEBOWSKI
di Joel ed Ethan Coen
USA, 1998, ‘117
Lunedì 15/Monday 15
Ore 21:30/9:30 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

Fineanno Fellows,

A dicembre si tirano sempre un po’ le somme di quello che è stato durante gli 11 mesi passati. Noi di Lez Muvi saremmo contro le righe rosse dei bilanci, contro il verde dei fogli Excel. Noi non bazzichiamo le modalità dei budget: quello lo lasciamo là fuori, in quel mondo dove valgono i numeri e tutto a volte è così platealmente (dis)storto, tutto così iniquo, grezzo e sciatto da fornirci l’alibi per coltivare quest’altro mondo. Questo.
Nel miglior Lez Muvi e nel peggior Lez Muvi dell’anno i numeri, alla fin fine, non contano. Certo ci siamo esaltati tutti ―MI sono esaltata tutta― quando vi ho visti in 12 o 8 a qualche programmazione. Ma l’esaltazione era pari anche quando vedevo all’orizzonte un solo Movierino, uno soltanto, -ino -ino. 🙂
Questi discorsi da cena aziendale non perché io sia tipa da cene aziendali ―e s’era capito― ma perché guardacaso, la fine dell’anno coincide con il quinto compleanno di Let’s Movie, e questo mi porta ad assumere un linguaggio un po’ rendicontativo. 🙂
Fellows, esistiamo da un lustro. Non so se questa evidenza sia più da neuro o da circonvenzione di capaci, di sicuro qualche significato ce l’ha.
Let’s Movie è un colibrì. Il colibrì è uno schizzo di essere vivente, un puntolino in movimento tra una nuvola e l’altra, eppure le sue ali sono fra le più potenti del mondo pennuto. Let’s Movie è un po’ così. Potrà anche essere fragile dal punto di vista business ―NON ha un punto di vista business― ma ha ali forti da sognatore palestrato, e questo lo rende inabattibile. Moviers, siamo inabattibili. 🙂

Scorrevo i post passati e ho scoperto che ne abbiamo visti, di film… Tosti, pacchi, grandi, piccolissimi, incomprensibili, inutili, non c’è mancato nulla. Tra quelli che ci hanno fatto sgranare tanto d’occhi per ragioni varie ed eventuali: Ida, The Wolf of Wall Street, 12 anni schiavo, Nymphomaniac, Medeas, S’alza il vento, La febbre dell’oro, Synecdoche New York (per la felicità del D-Bridge :-)), Her, Smetto quando voglio, Il sale della terra, Il giovane favoloso, Class Enemy. Abbiamo visto anche della gran bella spazzatura, e ci scusiamo del disagio arrecato, ma del resto, se non provi un po’ di orrori come distingui i tesori? (Obiezione respinta, Board). Tra questi, Clown (non mi verrà mai perdonato!), Monuments Men (ma ve lo ricordate, Monuments Men?? La morte di George-No-Martini-No-Party-Clooney in diretta) e La mia classe ―mammamia. Ricordate tuttavia che vi siete salvati dal Kotionkin turco di 169 minuti, “Il regno d’inverno” e dalla depressione dardenniana “Due giorni, una notte”.
Per la serie, piccoli cine-esperimenti crescono, all’attivo abbiamo un’intervista zoppicant-imbarazzante, a tratti esilarante su RAI 3. 🙂

E sono lieta di anticiparvi “LET’S MOVIE ALLA DANTE“, una micro-rassegna di tre film tra la carta e lo schermo, ovvero sbocciati dal “far letteratura”, che il vostro tremeBoard (=tremendo e tremebondo) presenterà presso la Dante Alighieri. Per chi non lo sapesse (tipo me poco tempo fa), la Dante Alighieri è un’associazione culturale fondata da Carducci (sì, lui, Giosuè) con sedi sparse in tutta Italia ― ed ebbene sì, una pure a Trentoville, in Via Dordi 8, http://ladante.it. 🙂
Il primo film, “The Hours” :-), verrà proiettato il 20 gennaio alle 4 pm ―orario mooolto unfriendly, ma facciamo uno sforzo.
Vedere una forma di partnership tra Let’s Movie e Dante Alighieri ha dell’incredibile, se non del sacrilego. Ma questo è bene, molto bene. E questo ci fa capire quanto il mondo possa essere incredibile, e sì, sacrilego anche, e anche questo è bene, molto bene.
Details will follow 🙂

Nella lista dei film che ci hanno fatto sgranare gli occhi durante l’anno non ho aggiunto “Mommy” perché “Mommy” merita spazio e lustro, e ben più che quinquennale. E la cosa sorprendente è che gli occhi, li ha fatti sgranare a tutti i Moviers, ed erano una moltitudine, lunedì! Nonostante la vacanza, la città presa d’assalto dal turista milanese medio in crisi d’astinenza “datemi del brulé, datemi delle gigiate natalizie”, nonostante la programmazione cinematografica che offre film ben più relaxed, eccola, l’onda lezmuviana riversarsi sul lido del Mastro ―detto anche Mastrolido, da non confondersi con il gel liquido. Con tutta la forza cinemarina di cui sono dotati: il Fellow D-Bridge, la Fellow Vanilla, la Fellow Chocolate, il Movier Matteo the Magician, il Fellow Felix, il Movier Onassis Jr, e pure la Honorary Member Mic, da Vicenza 🙂
Tutti, chi più chi meno (io molto troppo più) rimaniamo a bocca aperta davanti a “Mommy” e per una serie di motivi che ora vado ad elencare, un po’ in stile collettobianco, di seguito:

1. La storia di “Mommy” è una storia anche abbastanza riducibile ai minimi termini, se volete: una madre coraggio, Diane, alle prese con un figlio adolescente, Steve, affetto da sindrome da deficit di attenzione, il che vuol dire: iperattivo, iperviolento, ipersboccato, ipersensibile, tutto quello che vi passa per la testa declinato in versione iper. La madre è vedova, il figlio orfano di padre. La madre tira fuori il figlio dall’ennesimo istituto e se lo porta a casa. La madre sa il destino che l’aspetta: il figlio è una mina vagante, una bomba a orologeria sempre sul punto di scoppiare. Ma ecco che a questa coppia famigliare che litiga dalla mattina alla sera, e fa pace dalla sera alla mattina, s’inserisce un terzo, una terza, Kyla, una vicina di casa con una famiglia apparentemente Mulino Bianco. Figlioletta e maritino, ambiente domestico sempre lindo più del Mastro (no, non il nostro). Ma c’è sempre un ma. In una manciata di fotogrammi o battute ―nemmeno scene intere, giusto frammenti― il regista Dolan, Dio Dolan, ci fa capire che un lutto s’è portato via il figlio maggiore e che la capacità dialogica del maritino si ferma al che-prepari-per-cena-cara. La prigionia che Kyla sente in questa gabbia dorata famigliare e probabilmente per la perdita del figlio, è stata trasportata a livello fisico in una forma di balbettio che, per quanto migliori durante il film, non l’abbandonerà mai ―Kyla non abbandonerà né cambierà mai la sua famiglia.
Tuttavia, nonostante la riducibilità ai minimi termini, la storia diventa unica per come è raccontata. “Mommy” è un esempio di come la forma agisca sull’emozione, di come un gesto, un’azione, se guardati in un certo modo dalla macchina da presa e montati in un certo modo dalla mano del regista, cambino il valore di un narrato. E sui 140 minuti del film, l’emozione sgorga in un flusso costante, caratterizzato da picchi in cui è portata al massimo, ma mai da interruzioni. Non smettiamo mai di sentire, in tutto il film? Ma Board, chettintendi con “sentire”? Intendo seguire, ipnotizzati e teneri, tutte le baruffe tra Diane e Steve, parteggiare ora per l’uno ora per l’altra, giustificare la madre che cerca in ogni modo di sopravvivere a un figlio malato e capire il figlio che è malato, ma anche sveglissimo, furbo che più furbo non si può. Questo è stato possibile perché Dolan, nonostante i suoi 25 anni, è in grado di costruire due persone. Diane e Steve vanno oltre l’esser personaggi. Entrambi suscitano in noi tanta compassione quanta frustrazione. In certi momenti vorresti prenderli a schiaffi: l’irriverenza di Steve sfiora la brutalità in certi punti, e la superficialità di Diane in certi comportamenti ti farebbe venir voglia di chiamare il Telefono Azzurro; come pretendi che un figlio non fumi se gli fumi in faccia? Che smetta di dire parolacce se gli dici “ca**o Steve smetti di dire ‘ste c**o di parolacce”… Ma ti senti tremolare l’anima davanti a certi istanti di amore carnale (letteralmente) e di tenerezza tra madre e figlio. E quando Steve sembra volare di felicità dietro un carrello della spesa spinto a tutto gas sulla statale, o quando fende il cuore della periferia sulla sua long-board (che non sono io, né uno skate, ma una tavola più lunga), tu spettatore, gli sei attacco alle calcagna, voli e fendi e sei felice con lui. Siamo quindi parte integrante del film, patiamo e gioiamo con i protagonisti, in maniera del tutto naturale e coinvolta. Ed è per questo che alla fine, vorresti uscire e incontrarle per strada, queste due persone, pazze scatenate succubi di un amore sformato ― i.e. fuori da ogni forma― che li déstina al destino cui Steve va incontro, correndo, libero e condannato, un’uscita di vetro che lo attende in fondo a un corridoio…

2. Lo sperimentalismo di Dolan il Dio, non si limita a delle semplici scelte stilistiche sparpagliate quà e là, le classiche trovate sensazionali gettate una tantum nel corso del film. C’è una progettualità visiva dietro alla costruzione delle scene. Quella più evidente riguarda il formato. Dolan decide per l’1:1, che vuol dire una scena quadrata anziché rettangolare. Due bande nere costringono i personaggi dentro la loro esistenza tribolata, come se fossero incastrati lì. La genialità di Dolan dove sta? Sta nell’allargare il formato quando i personaggi vivono un momento felice, o quando credono nella speranza, o quando immaginano la vita che potrebbe essere ―ma che alla fine non sarà mai. Ecco allora che assistiamo a una distensione grafica ed emotiva, l’inquadratura sgranchisce le gambe e rioccupa i suoi 4:3 canonici, i personaggi credono, sperano, ridono. Questa fisarmonica grafica che rispecchia quella emozionale dei personaggi, pardon, delle persone del film, è solo l’esempio più lampante all’interno del piano stilistico di Dolan. Ci sono certe carrellate, o primi piano, certi stacchi di montaggio o contrasti di sfumato-nitido che più che essere raccontati dovrebbero essere visti. Per non parlare poi di certa potenza cinetica che il regista riesce a cavar fuori da un parcheggio vuoto, Steve nel mezzo a far vorticare un carrello della spesa mentre la macchina da presa gli gira intorno nel senso opposto… Si rimane letteralmente speechless…

3. La colonna sonora. Ora, quando si dice che di un film ti piacciono colonna sonora e fotografia, si corre sempre il rischio di passare per quelli cui piace vincere facile ―colonna sonora e fotografia, quando ben realizzate, sono evidenze inattaccabili. In questo caso, la colonna sonora ha fatto impazzire un po’ tutti, sia perché comprende canzoni degli anni ’90 con cui siamo cresciuti e che sentiamo “vicine”. Sia perché non c’è solo un uso esterno della musica, ma anche incorporato nel narrato: Steve decide di cantare “Vivo per lei” di Bocelli, e Steve mette un pezzo di Celine Dion che finisce per ballare con la madre e Kyla. Quindi la musica piove dall’alto sul film, e sgorga fuori dal fondo del film. 🙂
E poi c’è Steve accompagnato sullo skate da un pezzo che ha fatto la storia della musica come “Wonderwall”, o la scena in cui lo vedi sempre a bordo dello skate, mentre rèppa tutta la sua rabbia ―probabilmente sta sbrodolando insieme a qualche rapper incazzoso― ma senti in sottofondo una ballata malinconica e struggente come “Colour blind” dei Counting Crows. Ma sono certe parole di “Born to die” di Lana De Rey, su cui il film si chiude, che diventano la tua colonna sonora, quella che ti accompagna a casa dopo il film. “Sometimes love’s not enough when the road gets tough”…Alla luce di come finisce il film, queste parole suonano oltremodo vere e dolenti.
Comunque nel Movie Maelstrom trovate anche una hit che dà energia al film e che vi ricorderà l’estate di qualche annetto fa (1997!)…

4. I tre attori, soprattutto Steve e Diane, funzionano a meraviglia. L’attore che interpreta Steve è bravissimo nell’andare su e giù per la scala della bipolarità comportamentale del proprio ruolo. E al contempo ha la faccia e il biondume da cherubino: una specie di Maculay Culkin versione psycho 2.0. L’attrice che interpreta Diane è perfetta: trash e sexy, fortissima e furba, sboccata e tenerissima. A parte la quantità di parolacce che sbraita, pari a quelle di Steve, i due condividono un amore reciproco totalizzante, ossessivo, al limite dell’incesto, al limite della morte. Eros e Thanathos, Elettra e Medea. Tanta roba.

5. Dio Dolan, come già detto e ridetto, ha 25 anni. Èun genio del far cinema, lo vedi, bastano poche scene e hai già capito tutto. Non abbiamo avuto il piacere di vedere qui in Italia i suoi primi quattro film ― sì, quattro. Speriamo che “Mommy” convinca her Majesty la Distribuzione a procurare anche i suoi successi pregressi. Ma sapete cosa mi piace in modo particolare di questo enfant prodige? Che ama l’azzardo. Siamo abituati ai registi fatti con lo stampino, prodotti anche buoni, ma in fondo, polli da batteria. Dolan è un esemplare ruspante. Ci vuole fegato per gettarsi dentro il casino di rapporto fra un ragazzo “speciale” e la madre, riemergere con tutta la zavorra intorno, e renderla aerea, visibile e pure godibile per il pubblico, come ha fatto lui con “Mommy”. Credete sia facile scrivere il dolore con un inchiostro leggibile? È un cavolo di casino, let me tell you! Quindi, long live Xavier, le roi du Quebec! 🙂

L’ondata benigna di Moviers si è riversata fuori dal cine con quella sensazione di levità che ti viene quando hai visto qualcosa di potente. Magari fa male, magari è spiacevole, ma la levità data dal godimento della qualità, non la confondi e non ha pari. Almeno per me.
E quale miglior modo, Fellows, di festeggiare il successo di “Mommy” e il lustro lezmuviano de

IL GRANDE LEBOWSKI
di Joel ed Ethan Coen

Per una volta, lo Smelly fa qualcosa di buono e ci propone, in un’unica data, il capolavoro dei Coen su cui non devo spendere nessun tipo di parola. Devo solo pronunciare l’esortazione Let’s be Dudes, let’s lebowski!

Siccome è successo, in maniera del tutto eccezionale, che il commento sopra abbia assunto delle dimensioni pippone, è meglio che vi accompagni al Movie Maelstrom e al riassunto, giacché mi sembra di avvertire del malumore serpeggiare fra voi… 🙂
Stasera i ringraziamenti a voi, Moviers, assumono un tono più solenne. Ogni maledetta domenica voi sopportate il peso di un Board, da cinque anni. Questo vi darà sicuramente diritto a qualche tipo di agevolazione nella vostra prossima vita. Di che tipo do agevolazione si tratti, devo ancora scoprirlo, ma non appena lo scopro, sarà mia cura informarvi. 🙂 Sillyness a parte, GRAZIE Fellows. Let’s Movie saves my life any passing week 🙂

E ora dei saluti, stasera, consuntivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, ecco gli Eiffel 65, una band-una-hit-ma-che-hit, https://www.youtube.com/watch?v=b7aNJuwQmMQ
ed anche i Counting Crows, https://www.youtube.com/watch?v=y0s7ycdUcHk...
Brividi diversi, ma pur sempre brividi…

Se invece cercate un film d’animazione per questi giorni, scegliete i Pinguini della Dreamworks. Quando la cuteness incontra la comicità e un’ironia da schiantarvi contro la poltrona davanti alla vostra a furia di risate. 🙂 🙂

IL GRANDE LEBOWSKI: Straordinario film cult surreale, dove al protagonista Jeffrey “Dude” Lebowski tutto appare grottesco, dove la realtà diventa un rimescolamento visionario, dove tutto gli scivola più o meno addosso e niente sembra toccarlo in modo particolarmente serio.

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LET’S MOVIE 223 – propone GIOVENTU’ BRUCIATA e commenta CLOWN

LET’S MOVIE 223 – propone GIOVENTU’ BRUCIATA e commenta CLOWN

GIOVENTU’ BRUCIATA
di Nicholas Ray
USA,1955, ‘111
In lingua originale sottotitolato 🙂
Lunedì 24/ Monday 24
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/ Dal Mastro
Prenotatevi/Book your seat: 0461-829002

 

Fear Fellows,

No però, cavolo. Uno (il Board) si prepara a guardare un film dell’horror in assetto da combattimento. La check-list sottomano, tutta orgogliosamente depennata:

– Iperventilazione: fatta
– Visione preparatoria del personaggio più angosciante dopo IT, il nano di “Twin Peaks”: fatta (giuro ― youtube, filmato di 44 scary seconds, check it out if you dare, https://www.youtube.com/watch?v=gCfvtuSRVPY)
– Training autogeno: nontroverainessunmovierallosmellyenonperquestorinunceraiavedereilfilm,
nontroverainessunmovierallosmellyenonperquestorinunceraiavedereilfilm,
nontroverainessunmovierallosmellyenonperquestorinunceraiavedereilfilm: fatta

Ero pronta a qualsiasi cosa, inclusi possibili risvolti con nani ballerini che parlano al rovescio (brrr) ―nulla di personale contro i nani eh, ma capirete, dopo “Twin Peaks”, hanno perso la ludica circense e si sono trasformati in creature dello spavento.
Il training autogeno aveva pure fatto il suo bravo effetto, e io arrivo allo Smelly con la certezza tolemaica che sarebbe stato “Me and the Clown”, io carica molto più del solito ―che è già abbastanza impressionante come wattaggio (wattaggio?).
E tutto si svolge diversamente da quanto previsto, nel bene e nel male.
Nel bene: allo Smelly m’attendono due power-rangers (parlando di wattaggio) di proporzioni cosmiche (ma NON interstellari): il Fellow Onassis Jr e il Fellow Candy [the] Andy, anche loro alquanto ringalluzziti dalla proposta horror e pronti alla battaglia. Poi s’è vociferato d’un felino fuggi-fuggi davanti a questo scary movie, ma di più non c’è consentito dire: vige il segreto istruttorio. 😉
Nel male: il film si rivela essere pari alla corazzata Kotionkin per Fantozzi. La paura più grande provata durante la visione e rimasta anche dopo la fine, è stata la minaccia che del film possa essere realizzato un sequel.

Un pater familias di quelli mulinobianco s’immola per la familias: si traveste da pagliaccio per rimpiazzare il Clown ingaggiato per la festa di compleanno del figlioletto, che ha disdetto all’ultimo minuto ―e statene certi, il pater familias non si rivolgerà mai più alla Clown&Co Party Services. Trova questo costume da clown in un baule tipo quelli dell’800 che li guardi e ti dicono “se mi apri son tutti cavoli tuoi”. Ovviamente lui lo apre, s’infila il costume, e son tutti cavoli suoi. Il costume è maledetto: chiunque lo indossi subisce piano piano una mutazione che lo porta a incarnare il demone del Clown, creatura satanica a cui i bambini piacciono moltissimo, specie se serviti come crudité. Il film segue il processo di clownizzazione-perversione a livello fisico, e la solita meccanica della moglie-eroina (ovviamente incinta) che cerca disperatamente di liberare il marito posseduto dal demone, e al contempo di salvare il figlioletto dalle sue grinfie da pagliaccio pazzo molto ma molto goloso di crudité ―lo sceneggiatore era anche tentato di farle disinnescare un campo di mine in Congo, ma ha preferito farla rimanere in territorio americano.
Si passa, soprattutto dalla seconda metà in poi, al “gore”. Adesso voi state pensando al vicepresident regista con la fissa per l’ambiente, invece no, mi riferisco al sostantivo inglese per indicare lo splatter, il “gore” (così potete alternare i sinonimi, ye eh eh). L’unico modo per liberarsi dal demone, è proporgli una dieta con numero 5 bambini da assumersi come crudité. Quattro se li procura un po’ di riffa e di raffa ―e noi vediamo gli amabili resti sparsi in giro― sul quinto ha qualche difficoltà.
Capirete, non siamo mica nati ieri, noi Lezmuviani. Non è che ci si spaventa per un braccino o una mini-tibia su un tappeto. Anche perché è tutto talmente non-pauroso, che quasi quasi ti vien voglia di invitare il demone a quelle feste di compleanno in cui gli indemoniati sono proprio i bambini, e un po’ di “ucci ucci sento odor di cristianucci” farebbe giusto bene.

Sapete, ci sono rimasta male dalla scarsezza del film. Sussiste il 99.2% delle possibilità che il Fellow The Andy Candy si tolga dalla mailing-list di Let’s Movie 🙂 e il 99.3% delle possibilità che il Fellow Onassis Jr, per controbilanciare l’eccesso di gore, non esca mai più dal romanticismo di “Trois Coeurs” (e solo la pronuncia da 3° Arrondissement potrà impedire che si disiscriva anche lui dalla mailing-list :-)).
E poi l’idea di partenza era intrigante ―è proprio da quella mi son fatta fregare. Immaginare una maledizione che affonda le radici in una vera leggenda nordica ― quella del Cloyne, un demone di montagna dal volto bianco che attira i bambini nella sua caverna per divorarli― è un elemento prelibatissimo. Pensate a cosa poteva essere questo spunto nelle mani di un regista più esperto dell’esordiente John Watts. E non mi spingo agli dei Lynch o Argento, basta anche solo un Cronenberg. Se lo scopo era quello di far paura, l’obbiettivo non è stato affatto centrato. Sapete perché? Perché si vede troppo. Quando vedi troppo, la paura fugge via ―se temi il buio, accendi la luce. La paura cresce nell’ombra, nell’angolo in cui non vedi bene e che potrebbe nascondere chissà quali insidie…
Anche lo splatter è nemico della paura. Vedere arti o sangue, in sé, non spaventa ― schifa. Disgusto e terrore sono due sentimenti diversi. Pertanto definire “Il Clown” un horror psicologico, è un doppio errore: il film non fa paura e non porta nulla sul piano cerebrale ―l’unico piano cerebrale, casomai, è la mensola su cui finisce la materia grigia di un cristianuccio (so grose, I know :-)).

Certo è parecchio assurdo, l’essere umano. Passiamo la vita a proteggerci da tutto, pericoli, problemi, preoccupazioni. Dai mostri, insomma, che popolano la nostra quotidianità, siano essi in forma di spigoli che combattiamo con i para, siano essi veicoli che muniamo di gomme da neve. Eppure ―parlo di me, almeno― non possiamo fare a meno di sentire un brivido di trepidazione davanti alla prospettiva di vedere un film come quello che la mia immaginazione aveva costruito per me. Un clown satanico che compare e scompare, che minaccia una famiglia tranquilla, ma senza uscire subito allo scoperto. Tutto molto vedo-non-vedo, come quella scena meravigliosamente orrorosa in cui IT s’intravede tra le lenzuola stese in giardino, mosse dal vento. Ora c’è, ora non c’è…ma c’è o non c’è? Paura eh…
Certo, anche “IT” non è immune alla deriva noooo-non-può-finire-così… Il finale, IT trasformato in un aracnide gigantesco con le zampe del Meccano, è assai deludente. Ma tutta la prima parte, in cui la caulrofobia del povero spettatore caulrofobo monta e monta, la prima parte è semplicemente indimenticabile.
Ho scelto questo film proprio perché a volte senti il bisogno di bagnarti in un fiume infestato di caimani… Sai che i caimani ci stanno, eppure non puoi fare a meno di volerti buttare. Sai che i clown ti fanno paura ―perfino Krusty dei Simpson!― eppure li cerchi. Peccato che la paura sia stata disattesa…Ma ci saranno altri horror, Fellows… Questa è una promessa.
Anzi, una minaccia…
Uah uah uah uah 🙂
E tuttosommato, non è stato malaccio ―non lo è stato affatto!― incontrare i miei due Fellows, e cercare di arginare l’indignazione del Fellow The Andy Candy 🙂 (non riuscendoci!) e capire che l’essere umano (o anche solo un Board, senza universalizzare troppo) è pavido (molto), ma dentro, ha un potenziale d’impavidità che lo porta a mettere in discussione la propria comfort-zone.
Non è forse questo che spinge oltre il limite?
La paura è un motore potente tanto quanto la passione…

E se volete provarla veramente, la paura, andate a vedere “Torneranno i prati”, il film di Ermanno Olmi ambientato durante la prima guerra mondiale. Un’opera asciutta, zero lacrime, agghiacciante ―in senso metaforico e fisico, la catastrofe umana vissuta dai soldati  in trincea cristallizzata in metri di neve e freddo siderale. Una tinta livida, spettrale, quasi cianotica colora, anzi, scolora la tela del film. Le bombe sganciate dagli aerei sembrano vere: le senti in petto. E avverti la paura di poterti trovare in un posto così. E anche la paura, l’altra, quella per cui i campi d’erba rispunteranno dopo la neve e nessuno ricorderà tutto quello che è stato… Il terrore dell’oblio… Sta a noi fare in modo che questo non accada… Go and watch this movie, Fellows!

E questa settimana, basta flop, finalmente si torna seri, si torna dal Mastro…e guardate con che po’ po’ di serietà

GIOVENTU’ BRUCIATA
di Nicholas Ray

Serve un classico per rimettersi in piedi dopo cadute interstellari e pagliacciate varie ―faccio ammenda, Let’s Movie sometimes sucks, lo riconosco, but most of the time rocks, dai 🙂
Quanto a “Gioventù bruciata” credo sia il primo caso in cui il titolo italiano suona meglio dell’originale, “Rebel Without a Cause”…Il film, come usa dire, ha consacrato James Dean a icona del ribelle impenitente ―mmm forse il titolo originale in effetti era meglio…
Quindi si va e lo si vede, no excuses. 🙂

Comunicazione di servizio: il WG Mat sta lavorando al Baby Blog, quindi non chiamate in preda al panico Cupertino o luoghi similari di concentrazione nerd per risolvere il problema… Lo troverete presto up&running online. 🙂

Nel Movie Maelstrom trovate un video-scompiscio segnalataci sia dall’Anarcozumi che dal Movier Scaccomatto ―e questo dimostra che i Moviers son fatti della stessa pasta. S’intitola “Italstellar” e no(la)n serve che aggiunga altro… 🙂

Il riassunto lo lancio lontano lontano, di modo che raggiunga gli abissi abissi e voi non lo leggiate, ma i ringraziamenti, quelli ve li appoggio sul comodino, così li avete sottomano durante la notte. 🙂 I saluti, stasera, sono paurosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dall’Anarcozumi e dal Fellow Scaccomattohttps://www.youtube.com/watch?v=vgMOvmNRMeA&feature=share

GIOVENTU’ BRUCIATA: Jim, Judy e Plato, tre studenti universitari, vengono fermati, con altri giovani, perché sospettati di aver bastonato un uomo, abbandonandolo poi svenuto sul ciglio della strada. Judy viene ricondotta a casa della madre. Plato, che non vive con i genitori, che sono divorziati, viene affidato alla sua governante di colore. Per Jim arrivano al Commissariato i genitori e la nonna, che inscenano un litigio familiare. L’indomani Judy rifiuta un passaggio in automobile offertole da Jim. Più tardi egli la vede in mezzo ad un gruppo di studenti capeggiati da Buzz, che si mostrano ostili con lui. Dopo aver assistito ad una conferenza, Buzz e i suoi amici aspettano Jim: Buzz lo schernisce e lo schiaffeggia. Alla fine i due stabiliscono di misurarsi in una gara detta “chickle run”: si tratta di correre in auto a grande velocità, verso il margine di uno spiazzo roccioso, oltre il quale il terreno scende a precipizio nel mare. Dei due concorrenti quello che, saltando dalla macchina, si troverà più vicino al precipizio, sarà il vincitore.

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LET’S MOVIE CXCXIII – LA GRANDE ILLUSIONE

LET’S MOVIE CXCXIII – LA GRANDE ILLUSIONE

LA GRANDE ILLUSIONE
di Jean Renoir
Francia, 1937, 114′
Martedi’ 11/Tuesday 11
21:00 / 9:00 pm
Astra / Dal Mastro

 

“La cosa andrà come s’è detto che deve andare, vero?”
“Positivo, Board, è già tutto stabilito”
“Non è che poi vien fuori che vince il cambogiano. No percé’ il cambogiano, no eh. Passi il danese, ma il cambogiano, NO!”
“No, no, i giochi sono fatti”
“Bene. ‘Sta settimana ho combinato un casino con date e proiezioni e l’Anarcozumi s’è molto risentita, e anche il Mastro, e se Sorrentino non vince, mi ci gioco pure la faccia”
“L’Anarcozumi?? Quella che ha fatto tremare i piani alti della telefonia mobile la settimana scorsa?
“Sì lei”
“Azz… Tientela in buona quella”

“Anfatti”
“E il Mastro?? Quello che ha compiuto 28 anni il 3 marzo?
“Si’, lui, e la Fellow Cap. Il 3 del 3… sono due… trini”
“Trini?? Ma di cavallo?”
“Si vabbe’…Era proprio n’antra l’Academy dei Lincei eh”…

Phone Fellows!

Questa è stata la telefonata di domenica notte con il contatto che abbiamo all’interno dell’Academy a Los Angeles ― detto Er Cima, come avrete intuito… 🙁
Certo speravamo di fare qualcosa per Leonardo Oscarmancoaparlarne DiCaprio…Ma è stato tutto inutile. Leo sta sul gozzo (usate “gozzo” quando volete essere prude&rude in un colpo solo) un po’ a tutti lì dentro e non si capisce bene il perché. Il talento ce l’ha, i registi grandi alle spalle, pure. Insomma, poraccio. Praticamente una candidatura all’anno, e ogni anno arriva il Matthew McCaunaghy di turno a soffiargli la statuetta ―in mondovisione! 🙁 Altroché tunnel della depressione e porte aperte alla rehab!
Certo McCaunaghy è stato un gran dritto. Dieta dimagrante selvaggia, copione vincente, e Dallas spazza via Wall Street. Tra l’altro i suoi ringraziamenti da timorato di Dio e son-of-a-preacher, con accenno strappalcrime a “mio padre da lassù mi guarda felice” mi sono stati proprio sul…. gozzo.
Ho zompato di gioia quasi quanto Steve McQueen ―ma può un uomo di quel peso zompare con tanta leggiadria, mi chiedo? La fisica non smette mai di stupirmi― quando ho sentito dell’Oscar come miglior attore non protagonista a Jared Leto, il famoso efebo perduto di “Dallas Buyers Club”, ricordate? Quando il talento si palesa così palesemente, non rimane altro da fare che palesemente riconoscerlo.
Lo stesso dicasi per il premio a “Dodici anni schiavo”, miglior film ― il pippone della settimana scorsa ce l’avrete ancora sul gozzo (!)― e gradita anche la statuetta all’attrice kenyota Lupita Nyong’o che ha interpretato la schiava martoriata Patsey… Certo, dicevo bonariamente alla Honorary Member Mic, Lupita s’è spaccata la schiena per portarsi a casa l’Oscar… (umorismo nero…appunto). 🙂
Rimango perplessa dal successo di “Gravity”, che l’inverno scorso snobbai galatticamente; me la rido invece per le statuette mancate a “Philomena” ―forse i melodrammoni hanno stomacato pure l’Academy.
Ma veniamo a “…And the Oscar goes to ‘The Great Beauty'”!
Ma povero Sorrentino, dico io. Ma lo vogliamo far festeggiare in pace, ‘sto quaglione?? Ma com’è che in Italia, quando facciamo qualcosa di benfatto, che può piacere o meno, ma E’ indiscutibilmente benfatto, ed è di respiro internazionale, e può quindi riportare il cinema italiano nel mondo in maniera qualitativa (e non quantitativa), perché, mi chiedo io, quando facciamo questo, noi italiani siamo sempre scontenti, vincitori, perdenti, no matter, siamo sempre lamentevolemente scontenti?? Io vorrei proprio capire il masochismo di questo nostro paese, che sente la necessità impellente di prendere la zappa e tirarsela sui piedi anche quando potrebbe ballare sul mondo dalla gioia e fare pure un po’ di fandango. E vorrei anche capire la furia e il livore delle polemiche che hanno accompagnato il film dal momento della nomination, alla proclamazione, e che ancora oggi lo perseguitano.
“Fa vedere la solita italietta, per questo piace così tanto all’estero, dove si rimane sempre legati allo stereotipo dell’Italia”. Questa, in soldoni, la critica più ricorrente.
Terrei a far notare che l’Italia mostrata da Sorrentino è certamente l’Italia, ma altrettanto certamente il mondo occidentale. Impariamo a leggere le allegorie di un film dai lineamenti chiaramente allegorici, please. E terrei a far notare anche che la nostra Italia E’ anche l’Italietta, che ci piaccia oppure no. Cafona, vuota, bella.
Ovvio, come dicevo, il film divide, può non piacere. Io, per esempio, rimango sempre perplessa sul finale fenicottero ―non riesco a comprenderne bene la traiettoria, diciamo… Possiamo discutere anche sull’eccesso di calligrafismo, sulla tendenza al virtuosimo, alla grandiloquenza scenica. Possiamo parlarne delle ore, e a me non farebbe che piacere: il confronto fa bene alla salute del parlante e del parlato. 🙂
Ma per adesso prendiamo ‘sto premio, e portiamocelo a casa! S’è mai sentito di una Coppa del Mondo rinnegata perché durante la finale non s’è giocato nel modo in cui sarebbe piaciuto a noi? Ma godiamocela!
A ogni modo non voglio scrivere qui un’altro pippone sul film ―avevamo, ehm, AVEVATE, già dato il maggio scorso. Mi premeva solo sollevare il caso, e il mistero dell’Italia scontenta, che spero di sviscerare con voi Moviers alla pima occasione utile ―con la Fellow Francesca-ae.f. l’abbiamo già fatto, molto proficuamente lunedì, insieme ai suoi due Guests molto bright e molto Sicily. 🙂

Riguardo alla notte degli Oscar invece. Quest’anno io e l’Honorary Member Mic eravamo departed, quindi non sono saltata in macchina alle 2 del mattino alla volta di Roncabronx per la riunione del CdA lezmuviano davanti alla premiazione losangelina. 🙁 Il rito m’è mancato… Ma dato che non voglio essere l’ennesima portabandiera dell’Italia sempre scontenta, mi sono fatta andare bene i commenti del post-premiazione: anche la Mic si dice molto preoccupata per la salute psichica di Leonardo Oscarmancoamparlarne DiCaprio e incorona Jared Leto “Mister Outfit/Whatever 2014” (come darle torto).
Se vi siete persi la serata, don’t worry, rimediate tranquillamente con “Gli Oscar in 2 minuti”, http://video.repubblica.it/dossier/oscar-2014/oscar-tutta-la-cerimonia-in-soli-due-minuti/157873/156366. Funny, isn’t it? 😉

E ora “TIR”…Quando ci sono questi film un po’ borderline, un po’ ostici, state certi che la Fellow Chocolate, dimensioni minute e spalle larghe, arriva. 🙂 E questa volta pure accompagnata dal Guest Stefano ―di dimensioni un po’ più gigantiche. 🙂
Mi rendo conto che il film sia un bel prodotto, che rappresenta un’apprezzabile terza via che sfrutta il linguaggio documentaristico per raccontare una storia di fiction; mi rendo conto che mostri un lato del mondo dell’autoarticolazione (??) che non siamo abituati a vedere (ovvero calendari pieni di donnine nude, tatuaggi e Autogrill); mi rendo conto che osserviamo il lato “domestico” del camion: Branko (il protagonista) che si cucina le verdure a bordo strada, che si fa la doccia o lava i piatti; mi rendo conto che il mondo della strada, anzi, SULLA strada, sia alienante e che l’individuo al volante non sia più un individuo, ma un paio di braccia che portano un carico di mele o maiali da qui a lì; mi rendo conto che a Fasulo non interessi guardare il paesaggio, che vediamo pochissimo oltre il nastro d’asfalto su cui corre il camion, e che lo sguardo della macchina da presa sia introspettivo ―dentro la cabina del camion― più che ex-pansivo ―rivolto all’esterno; mi rendo conto che questo si svincoli dal solito modo d’intendere l'”on the road” classico, vòlto ad abbracciare paesaggi e geografia; mi rendo conto che la solitudine di questi autisti(ci) della modernità dipenda sia dall’essere sempre in movimento in solitaria, sia dall’essere lontani da casa, e crei in loro una condizione di estraneità da tutto quello che li riguarda, soprattutto nell’ambito famigliare; mi rendo conto che l’occhio del cinema debba anche registrare queste realtà particolari, le rughe intorno a due occhi stanchi, o il tempo di un’esistenza scandita da carichi-scarichi e consegne, o la tristezza di un insegnante costretto a rinunciare a una cattedra per via dello stipendio troppo basso e accettare un lavoro su 12 ruote (16?? Quante??).
Mi rendo conto di tutto. But still, the movie doesn’t hit me. 🙁 Guardo l’esistenza di questo individuo, e m’immalinconisco (immalinconisco??), come no, ma non empatizzo. Non so se questo sia riconducibile al linguaggio documentaristico, che cerca di oggettivizzare il materiale trattato, riuscendovi, e ottenendo appunto l’oggettività, che si sa, non agevola il processo simpatetico. Sarà che dopo aper visto “Dodici anni schiavo” (non riesco a togliermelo dalla mente), i problemi di Branko ―che poi sono i nostri problemi, ma tradotti nella lingua della SUA vita― ci sembrano così piccoli…
Oppure sarà questa nouvelle vague di docu-euforia cominciata con “Sacro GRA” dentro cui io non c’ho visto sto GRAnché…
Non ho risposte certe, sto elaborando mentre scrivo. Ma so per certo che la mia reazione nei confronti di TIR è stata tiepida, per quanto dignitoso il lavoro del regista. E so che il film allungherà la lista dei “Comè che s’intitolava quel film…” 🙁

…And the Tuesday goes to

LA GRANDE ILLUSIONE
di Jean Renoir

Il film è proposto sempre nell’ambito del progetto di distribuzione dei classici restaurati “Il Cinema Ritrovato”, che finora ci ha permesso di vedere al cine capolavori senza tempo. E Jean Renoir ci aveva regalato quel po’ po’ di “Les Enfants du Paradis” ―col mio mimo Baptiste!― quindi ci fidiamo di lui… Come al solito, non lasciatevi spaventare da “1937”…Molto molto MOLTO meglio il ’37 (del 900) al 14 (del 2000) di un “Monuments Men” ―che, ricordiamo, di monumentale ha solo lo strazio che arreca alla vita altrui. 🙁
Oggi lo ammetto, niente parole in meno. Ma c’era la telefonata lassù…e gli Oscar… E sì va be’, ho la credibilità di Pierino (Prokofiev pero’, mica Fenech!).

E finalmente il Movie Maelstrom assolve allo scopo per cui è stato concepito: far circolare consigli/sconsigli dei Moviers in materia cine. Non perdetevi quindi lo Sconsiglio del Fellow Presidente in merito ad “Allacciate le cinture”. 😉
Il riassunto, come sempre lo boicotto. E come sempre, vi ringrazio, e vi lancio dei saluti, vittoriosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dopo aver sofferto in sala per due ore, il Fellow Presidente ha sentito il dovere morale di condividere con noi lo scandalo dell’ultimo film di Ozpetek. Speriamo che questa sua anamnesi accuratissima eviti simili pene ai Moviers, esortandoli a investire gli 8 Euro del biglietto in altri modi/film.
Lez Muvi è gratissimo al Presidente, che potrebbe tranquillamente sostituirsi al Board, non ci fosse di mezzo il solito conflitto d’interesse ― Board e Presidenti non possono ricoprire contemporaneamente due cariche manageriali (mai chiesti perché io non stia a Montecitorio?? :-))

Ozpetek o Vanzina?
“La domanda non è meramente peregrina perché quando esci dalla sala dopo avere visto l’ultima fatica del regista turco, ti viene veramente da chiederti se per caso entrando al cinema non hai sbagliato gate e non sei finito a vedere uno dei famigerati cinepanettoni di scuola vanziniana.
Il film appare destrutturato, prevedibile in molte parti, frettoloso nel montaggio, a tratti volgare (quando il regista indugia sui nudi maschili del protagonista sembra di essere in uno spot di dolce e gabbana), privo di quell’afflato che normalmente riscontri nei film di un regista di questo calibro; persino gli attori, normalmente a loro agio in altre pellicole di genere, appaiono qui ridotti a ridicoli camei che ne deprimono la loro personalità artistica fino a divenire delle vere e proprie macchiette.
Forse il titolo è inappropriato: Non allacciate le cinture quindi perchè il film in realtà non decolla mai!!”

LA GRANDE ILLUSIONE: Durante la guerra 1914-18 due aviatori francesi prigionieri, un aristocratico e un proletario, sono inviati in un castello trasformato in campo di concentramento, comandato da un asso dell’aviazione tedesca. Alcuni prigionieri evadono.
Un capolavoro di J. Renoir, e dell’umanesimo al cinema. La verità dei fatti, dei personaggi, dell’atmosfera si fa poesia in un accorato messaggio pacifista più che antimilitarista che non trascura le differenze sociali.

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