Posts Tagged "commedia"

LET’S MOVIE 403 da NYC squarta “GREEN BOOK” di Peter Farrelly

LET’S MOVIE 403 da NYC squarta “GREEN BOOK” di Peter Farrelly

Melissa, Moviers,

la incontro a La Colombe, un caffè che sta in Vandam Street, una via abitata da Jean Claude e dalla sua cinematografia da strapazzo, almeno nel mio immaginario.
Non è quella SoHo a cui state pensando quando sentite “SoHo”.
SoHo si sviluppa da Crosby Street sul lato est, fino al Pier 40 sull’Hudson, lato ovest, quindi non soltanto il fazzoletto di viuzze lastricate d’oro che si concentra nel mezzo, ma anche quella parte anonima che comprende strade anonime come Varick Street e Hudson Street, e che avvicinano il quartiere al fiume. Non è un’area che frequento molto, quindi l’occasione — un appuntamento in zona — e il mio arrivo straordinariamente in anticipo mi permettono di fare quattro passi nell’anonimato.

Di New York è buffa la tempistica. Puoi trovarti letteralmente nel cuore di Manhattan — I mean, SoHo — e imbatterti in una rimessa abbandonata dietro un cancello arrugginito che sfoggia pure un bigodino di filo spinato in cima. Stile DDR. Puoi imbatterti in camion parcheggiati, probabilmente dal 1970, e gabbiotti “Park Here” risalenti probabilmente al secondo dopoguerra, quando il traffico newyorkese aveva ancora da palesarsi in tutta la sua diossica maestosità.
Se camminate lungo Hudson Street, fino alla traversa di Canal Street, c’è questo tipo di New York. Case di mattoni in cui i mattoni hanno tappato anche le finestre. Il bordo della finestra si vede ancora, ma al posto dell’aria, ci sono loro, i mattoni.
A me, quel tipo di vista, mette un ché di tristezza. Penso al sole bandito dalla stanza — Sonne, raus. Alla fine delle infiltrazioni della luce.
Penso sempre che la luce dovrebbe poter filtrare ovunque.

Ma su una parete, lì accanto, trovi anche un gigantesco murales raffigurante un acrobata, colto mentre si srotola dal suo telo aereo giù per tutta la facciata di un edificio — imparo in questo momento che “i tessuti aerei” sono una vera e propria disciplina circense.
Un acrobata che si allena in pieno anonimato, lungo la verticalità di un edificio: la bellezza trova il modo di filtrare anche qui.
Allora penso che la bellezza è persino più forte della luce: davanti a una coltre di mattoni la luce non può nulla. La bellezza ci si sdraia sopra.

Torno indietro a La Colombe — il mio anticipo è finito.
L’esotismo esercita ancora un fascino potente sui gestori dei locali: New York è invasa da ristoranti, caffeterie, paninerie, pizzerie, ogni sorta di -ie del dizionario della ristorazione con nomi stranieri. Il francese e l’italiano sono tutt’ora garanzia di sogno. Facciamo sognare il cliente, l’obbiettivo. Le Cirque, Le Monde, La Colombe. Che poi il posto in sé non offra assolutamente nulla di francofono non è importante. Tu stai già sognando Montmartre sulle note de La vie en rose mentre lo dici, e quello, è l’importante.
La Colombe è la più classica delle cafeterie americano-britanniche. Tavoli in legno dolce, di cui alcuni, piccoli piccoli, in vetrina. Un’infinità di tipi di caffè possibili ordinabili, e tre tipi di tè — il tè rientra nelle minoranze da bar.
Mi siedo in attesa di Melissa.

Mentre aspetto e mi guardo intorno, vedo una ragazza seduto a un tavolinetto, uno di quelli con l’affaccio sulla vetrata e sull’esterno. Lei è rivolta verso di me. Ha un Mac aperto davanti, e gli occhi puntati sul cellulare. Si sta mettendo il burrocacao. Lo fa distrattaemente — ha la testa altrove — eppure con una sensualità che le farebbe vincere qualche premio, se un premio riconoscesse la sensualità di una ragazza che si mette il burrocacao in un luogo pubblico.
Fra me e me dico che questa ragazza finirà nei miei scritti, da qualche parte, un giorno.
Per ora finisce qui in Lez Muvi. Ma questa è giusto la stanza d’attesa.
Tiro un sospiro di sollievo tutto mentale costatando che la noia è bandita dai locali pubblici. Che c’è sempre qualcuno da guardare, e dietro cui rovistare.

Ecco che arriva Melissa.
Melissa non è un’amica. È una che potrebbe farmi un colloquio, se decidessi di mandare la mia candidatura per un certo posto di lavoro.
Questo incontro è un incontro “informale”, precisa. Ci tiene a precisarlo, durante l’arco dell’incontro, nove-dieci, forse undici volte.
Una tipa precisa, Melissa.

Dato che è una cosa non ufficiale, non possiamo parlare della futura ipotetica posizione se non in termini vaghissimi. Né può chiedermi mie specifiche abilità in materia.
Non so bene quale sia lo scopo di un incontro informale pre-candidatura con tutti questi veti, ma chi sono io per negare a Melissa un’ora del mio tempo, un’ora che mi permette anche di esplorare la New York anni ‘70 e incontrare sulla mia via la sensualità intorno a uno stick di burrocacao?
Va bene allora Melissa, visto che di lavoro non si può parlare, parliamo di noi.
E io racconto, in breve la rivoluzione copernicana che ha stravolto l’universo tolemaico in cui ho vissuto fino al 2016. Il mio arrivo a New York. L’esperienza del visto. Trovare un lavoro. Cambiare casa. Lasciare tutto e ripartire.

Quando racconto la mia storia, mi rendo conto che possa essere letta in termini fastidiosamente eroici. Io credo non ci sia nulla di eroico. È tutto abbastanza normale. Se un posto non va, cambi posto. Il resto, in fondo, è logistica.
Ma non scordo mai di dire che New York è stata per me un’idea fissa per un decennio, e se un’idea ti si fissa in testa per un decennio, be’, allora qualcosa, a un certo punto, devi proprio farla.
Quando dico questo, vedo un’ombra passarle rapida sul viso; di lì a poco avrei capito perché.
Cerco di ridurre la mia parte al minimo. Voglio far parlare lei. Voglio vedere chi si nasconde dietro a questa donna di mezza età, la ricrescita prima dei capelli rossicci, tante piccole rughe su tutta la faccia, e due occhi azzurri dietro due lenti sottili.   
Non so se Melissa aspettasse un’immigrata italiana con una spiccata curiosità per raccontare quanto orribili sono stati il 2017 e il 2018 per lei. Oppure se lo racconti a tutti. Di certo, si è sentita sufficientemente a suo agio per parlare abbondantemente della sua vita nel dettaglio.
Tanto ché ora so molto, di Melissa. Moltissimo. Vedete un po’.
 
Melissa non abita a New York, ma in un paese che lei stessa definisce “boring and uneventful, houses, houses, just houses” alla perifieria di Boston. Lavora da remoto, e viene a NY una volta ogni due mesi, o giù di lì.
Le sarebbe tanto piaciuto trasferirsi a NY, anni fa, insieme al merito. Ma i figli erano alle superiori. E come si fa a sradicare i figli dalle superiore e trascinarli via?
Non lo so, Melissa. A quanto vedo non si fa.
Infatti, non si fa, quindi sono rimasti in periferia. Che comunque ha i suoi aspetti positivi. Vita tranquilla, figli liberi di giocare fuori, di andare in giro da soli. Ora però loro sono cresciuti e se ne sono andati di casa. Lei continua a lavorare da remoto, e suo marito è fuori casa dodici ore al giorno per il suo lavoro.
Alché Melissa, che ha dovuto uccidere il sogno di New York, ma che di questo, per fortuna non è morta, ha trovato il modo di mettere una pezza. Quindi sprizza orgoglio da tutte le rughe quando, dopo circa sei minuti dal nostro incontro, mi informa che la scorsa estate lei e il marito hanno comprato una seconda casa nel Maine. E quello è stato il loro salto nel buio, il loro leap of faith, soprattutto per l’investimento economico, perché non sai mai da che parte va il mercato e l’economia e se da un giorno all’altro ti ritrovi under the water, come nel 2008.
E via che prende a parlarmi della casa: disposta su piani diversi, il terzo piano per i figli, perché adesso sono giovani e non apprezzano una seconda casa nel Maine, ma quando invecchieranno, allora sì, allora sì che capiranno…
Niente vista mare — a quella hanno dovuto rinunciare — ma ci sono gli alberi, e anche quelli sono una bella vista, no? E poi il mare è a dieci minuti a piedi, quindici dai, quindi non è male.
No, Melissa, non è affatto male.
Certo il suo capo, che anche abita in Maine, ha la vista sull’oceano… Ma lei non si lamenta. Sono stati abbastanza fortunati da potersi permettere la casa, grazie anche, e va detto, ai soldi che le ha lasciato la madre.
I am sorry, Melissa.
La madre è venuta a mancare all’inizio del 2018.
È caduta. Il giorno stesso in cui è entrata in casa nuova, è caduta per terra, è entrata in coma, e non si è più svegliata.
Io sono un po’ confusa con tutte queste case. Come? Quale casa?
Melissa mi spiega che sua madre, nonostante l’età, il vizio dell’alcol e una demenza senile galoppante, voleva a tutti i costi cambiare casa. Allora, da donna volitiva e combattente, nonostante il vizio dell’alcol e la demenza senile galoppante, aveva comprato una casa.
Il giorno stesso del trasferimento scivola per terra. E non si rialza più.

Dico a Melissa che la vita è proprio infame delle volte, si accanisce. Se poi ci si mette anche la sfortuna, be’, quella è una cecchina, e se ti punta, non ti molla finché non preme il grilletto.
Mi dispiace molto, ripeto. E le chiedo se la caduta fosse in qualche modo causata dall’alcol — a volte non riesco proprio a dominare il lato forense — e se bevesse da molto.
Melissa butta la testa indietro, alza gli occhi al cielo. “Oopf, since when I was a child”, aggiunge. Però aggiunge anche che ha cercato per tutta la vita di non farlo pesare, di nasconderlo.
Il che forse è pure peggio, secondo me. Ma vedo di non aggiungerlo.

Dalla madre alcolizzata, alla tragedia nella casa nuova di zecca, passiamo ai figli.
Melissa ha due figli grandi, entrambi fuori casa. Ma è di uno che non vede l’ora di parlarmi. Di quello che si è sposato nell’estate del 2017, e che l’ha stressata molto durante i preparativi del matrimonio.
“How am I supposed to know how to take care of a wedding?”.
Non lo so, Melissa.
Ma evidentemente, dopo il drama iniziale, tutto è andato liscio. Mi dice che il compagno del figlio è un great guy. Aggiunge anche che non era mai stata a un matrimonio di quel tipo — that kind of wedding — e che è stata una cerimonia meravigliosa. I due, a quanto pare, si completano: il figlio è più come il marito di lei, persona solida coi piedi per terra, mentre il great guy, à più come lei, Melissa, più da testa per aria. Ed è bene trovarsi e completarsi, no?
Sì, Melissa, certo.

Allora.
In mezz’ora di Melissa, ho scoperto che aveva un sogno nel cuore di nome New York, ma che non ha avuto l’ardire di realizzare per via dei figli, che certo non incolpa. Incolpa, invece, se stessa. Questa cosa non le è ancora andata giù, lo vedi dal modo in cui si smarrisce rigirandosi la tazza del tè in mano.
Tuttavia non è stata lì a rimuginare. Ha cercato di darsi una smossa. Si è fatta trent’anni in periferia a Boston, vagheggiando il momento della rivalsa, che è arrivata travestita da una casina nella periferia del Maine, che certo, non è come la casa dei suoi sogni — niente ocean view — ma va bene dai, e le permetterà di andarci nei weekend e in estate — e com’è l’estate in Maine, Melissa? Corta e fredda, Sara — e anche di ospitarci i figli, e insomma, di vivere questo nuovo inizio, dopo lo strazio degli ultimi due anni appresso alla madre, incombenza che certo si divideva con il fratello, ma un fratello di cui in realtà non si poteva fidare al 100%, visto che la sera in cui la madre è scivolata, proprio quella prima sera, lui, il fratello, aveva deciso di non rimanere a tenerla d’occhio, mentre Melissa, che la osservava da un po’ e da un po’ aveva capito che c’era qualcosa che non andava, lei, Melissa, non l’avrebbe mai lasciata sola, e forse oggi, chissà, magari la madre sarebbe ancora viva, ubriaca e demente, ma viva, e si godrebbe la casa nuova di zecca, anche se questo non avrebbe permesso a lei di ereditare, e comprarsi la sua casa nuova nel Maine.
Quindi alla fine forse tutto ha un senso, no?
Sì, Melissa, forse tutto ha un senso.

L’ottimismo degli americani è un fatto più complesso e meno beota di quel che si pensi. Esce fuori da circostanze battute dalle sciagure, come in questo caso. Invece di arroccarsi sul destino tragico della madre, Melissa vi trova l’occasione del suo riscatto.
Certo è un punto di vista individualista.
Ma com’è, secondo voi, l’uomo occidentale?
Come siamo noi, davvero?

Prima di passare al film della settimana, che ha a che fare con la Notte degli Oscar, fatemi parlare della Notte degli Oscar.
A parte l’esultanza per “Roma”, che si è strameritato le statuette per miglior fotografia, miglior film straniero e miglior regista a Cuaron. A parte l’Oscar a Olivia Colman, miglior attrice in “La favorita” — per quanto anche Glenn Close l’avrebbe meritato. Ho dissentito con talmente tante premiazioni, che la mia serata nella sala cinematografica del Roxy Hotel è passata tutta sulle note di “Whaaaat??”.
Per inciso, la sala cinematografica del Roxy Hotel, al momento, risulta essere la migliore di New York City — ce ne sono ancora tante da vedere, ma questa è un tesoro. Teatro con file decrescenti, poltroncine pulitissime, sodissime, foderate di velluto rosso, moquette di colore gestibile, sipario di velluto rosso in pendant. Atmosfera ’20. Se venite in città, controllate la programmazione e concedetevi una serata al Roxy Hotel Cinema 😉

Ma oltre la contrarietà di superficie per dei premi non vinti da film che li avrebbero meritati — RBG, “Island of Dogs”, “The Ballad of Buster Scruggs” —la delusione più cocente, quella proprio che mi è rimasta attaccata addosso per 48 ore filate dopo la premiazione, con invariata intensità, è stata causata da due Oscar.
Miglior attore protagonista a Rami Malek (il Freddie Mercury di “Bohemian Rapsody”) e Miglior Film a “Green Book” di Peter Farrelly.

Quanto a Malek, io rimango della mia posizione. La sua interpretazione scimmiotta Freddie, non tende a Freddie. Credo che il pubblico e l’Academy siano rimasti abbagliati dai denti — di certo — dalle mossette, e da una vaghissima somiglianza nei tratti del viso. Ma questi elementi non bastano, non dovrebbero bastare per fare un’interpretazione.

E poi, un’altra considerazione. Io sono dell’opinione che un Oscar si debba guadagnare. Cioè, parliamoci chiaro. Leonardo DiCaprio, per portarsi a casa la benedetta statuetta da Best Leading Actor ha fatto l’autistico in “Buon compleanno Mister Grape”, l’affogato nel mare d’amore di “Titanic”, il wolf bastardissimo di Wall Street, per non parlare di tutti i lavori con quelli sconosciuti di Scorsese, Spielberg, Scott, Eastwood, Allen, Nolan, Luhrmann, Tarantino.
Per portarsi a casa la statuetta, Leonardo ha dormito dentro un orso. Non metaforicamente. Letteralmente dentro un orso. Morto. Almeno il lupo di Cappuccetto era vivo. L’orso di Leonardo era morto!
Glenn Close, 71 anni e cinquanta di carriera sulle spalle, si è vissuta qualcosa come sette candidature, e sette statuette sfumate.
Quindi non è che tu, Rami Malek, dopo aver fatto una manciata di film tra cui spiccano tre — tre — “Una notte al museo”, arrivi, t’infili una dentiera, impari due mosse e ti porti a casa l’Oscar.

Ma il premio ancor più dolente è davvero quello di Miglior Film a “Green Book”.
Come forse avrete notato, non ci ho scritto sopra nessun pippone. Mi sono guardata bene dall’andarlo a vedere, perché sin dal trailer, che ero stata costretta a tollerare un paio di volte, mi aveva fatto venire l’orticaria.
I film che mi fanno venire l’orticaria sono quelli che prendono una tematica — in questo caso il razzismo — li intingono nell’umorismo, ci costruiscono attorno delle vicende semplici semplici, di quelle con sopra i cartelli lampeggianti “giusto” e “sbagliato”, così da renderti tutto facile facile, e che ti fanno pensare solo alle risate. Quei film programmati per ucciderti il pensiero.

Green Book”, in questo, eccelle. Sono andata a vederlo questa settimana, per poterlo squartare come si conviene.
Non solo è divertente, ma è anche ben recitato: Viggo Mortensen è il miglior italo-americano interpretato da un danese-americano della storia cinematografica mondiale, e Maershala Ali è un talento a cui l’Oscar come miglior attore non-protagonista fa giustizia — anche se io l’avrei dato ad Adam Driver in “BlackKlansman”.

Il libro verde del titolo è una specie di guida che negli anni ‘60 i neri potevano consultare per “viaggiare tranquilli”: vi trovavano elencati tutti i motel, ristoranti, locali, “for colored”, in modo da aggirare l’inaccessibilità di motel, ristoranti, locali, “for white only”.
Partiamo dal genere. Ben definito, senza problemi di classificazione. Commedia brillante abbinata a un road movie. Qualcuno si è azzardato ad avvicinarla alla Commedia all’Italiana, pensando, magari a quel viaggio di risate e tragedia che racconta il rapporto tra Vittorio Gassman e Jean-Luc Trintignant ne “Il Sorpasso”.
Pazzi!

L’italoamericano canotta-chiazzata Tony Lip Vallelonga viene assunto come autista personale del sofisticatissimo musicista afroamericano, genio del piano, Don Shirley. Il suo compito è quello di accompagnarlo in una tournée nel sud del paese, attraversando stati sedotti dal Ku Klux Klan e abbandonati dalla ragione come Kentucky, Virginia, Alabama, ecc.
I due non potrebbero essere più diversi: il bifolco e l’erudito, il bianco e il nero. Eppure, guarda caso, durante il viaggio, viene fuori che non sono poi così diversi, che il bifolco può aiutare l’erudito e l’erudito il bifolco. Che il bianco, quando sei un italo-americano, non è proprio così bianco, e che il nero, quando sei un artista di fama e successo, non è poi così nero.
I due attraversano tutto il manuale delle classiche situazioni discriminatorie: il ricco mecenate bianco che idolatra il talento di Shirley ma che gli vieta l’uso del bagno padronale, indicandogli la latrina in giardino. La serata nel locale di neri in cui Shirley suona jazz facendo impazzire tutti. L’abuso di potere delle forze dell’ordine e la telefonata dall’alto che risolverà la situazione.
Quanta prevedibilità.
La tournée si conclude con Shirley al volante che dà il cambio a un Tony stanchissimo, in una corsa contro il tempo e la neve, per raggiungere New York in tempo per il cenone della vigilia in casa Vallelonga, che accoglierà a braccia aperte anche Shirley, altrimenti destinato a un Natale in totale solitudine scroogiana nel suo attico in cima alla Carnegie Hall.

“Green Book” ha diritto di esistere e di divertire le platee. Ma a mio parere, non ha diritto di vincere l’Oscar come Miglior Film. Soprattutto se paragonato a opere come “Roma”, “Black Panther”, BlackKlansman”, “La Favorita” e persino “Vice”, che non ho amato molto personalmente, ma che almeno cerca di far riflettere su una parte della storia molto recente — operazione sempre molto molto difficile.
Se spogliate “Green Book” della comicità, vero asset del film per cui diamo a Ferrelly quel che è di Farrelly — regista di “Scemo più scemo” e “Tutti pazzi per Mary”, pellicole che, al tempo, mi fecero sbellicare — se lo spogliamo del fun, ciò che ci rimane in mano, è preoccupante.

Il film mostra il razzismo come se fosse un problema rappresentabile, e risolvibile, attraverso semplici incroci di componenti antitetiche, che poi si dis-crociano durante il corso degli eventi. Il nero acculturato diventa il nero solo e con crisi identitarie superabili con l’aiuto di un vero amico al suo fianco, mentre il bianco testa di legno diventa il bianco che apre gli occhi e capisce come va il mondo per gli altri da sé. I poliziotti razzisti che discriminano Shirley perché nero e Tony perché italo-americano — quindi un nero bianco — diventano il poliziotto buono che soccorre la coppia durante la tormenta di neve e che permette loro di continuare il viaggio.
Tutto è sistematico, matematico. L’ingiustizia è sempre seguita dalla presa di coscienza dell’ingiustizia, e poi raddrizzata, spesso a suon di botte — Tony è una specie di Bud Spencer che mena le mani per proteggere il proprio padrone/amico genio — così come la mancanza di cultura e di modi è sempre raddrizzata dalla conoscenza, e dalla didattica — Shirley che obbliga Tony a recuperare un bicchiere che Tony getta fuori dal finestrino, oppure Shirley che scrive le lettere d’amore per la moglie di Tony al posto suo.
Questo andamento porta all’happy-ending più happy della storia, in una giornata che non è una giornata qualunque, ma Natale. I mean, Natale! A New York!
Frank Capra applaude dalla tomba il discepolo Farrelly.
E io, fraKamente, do di stomaco.

Per me, un’operazione del genere non è solo mediocre: è dannosa. Primo perché dà del passato una visione distorta, assolutamente errata. Gli anni ’60 negli Stati Uniti sono stati un decennio fra i più violenti della storia, in cui gli scontri razziali negli Stati del Sud stavano hanno raggiunto picchi di tensione altissima. Darne una versione così edulcorata fa un torto alla Storia.
Secondo, perché il razzismo esce fuori come un fenomeno facilmente visibile, classificabile, risolvibile. Cose che, lo sappiamo tutti, non è, e non è mai stato.
È come insegnare ad andare in bici a un bambino e poi, d’un tratto, farlo salire su un’astronave e dirgli, ecco, guidala.
La bici è “Green Book”, il mondo l’astronave.
 
Ma datti una calmata, Board. Il cinema è anche intrattenimento.
Sì, vero, il cinema è anche intrattenimento. Ma ci si può intrattenere anche parlando di questioni spinose. Prendete “Lui è tornato – Er is ist wieder da”, la commedia surreale che immaginava un ipotetico ritorno di Hitler. Insieme al razzismo, il nazismo è senza dubbio una delle questioni più spinose con cui la nostra era ha a che fare. In quel film ridevamo di gusto, e stavamo male alle stesso tempo.
In “Green Book” si ride e basta. Si esce con la testa vuota vuota, o zeppa zeppa di false idee. È come rimpinzarsi di Big Mac: esci da MacDonald’s con il pieno di grassi, ma zero sostanze veramente nutritive.
Per questo dico che è dannoso. Cerca di mostrare l’errore degli stereotipi, ma lo fa perpetrando quegli stereotipi.
Prendete per esempio l’insopportabile, trita rappresentazione dell’italo-americanità nel film. Gli italo-americani sono sempre ripresi a mangiare, o a parlare di mangiare — lo stesso Tony mangia in continuazione in maniera animalesca. Sono sempre immischiati in amicizie losche o lavoretti criminali, sono fissati con la famiglia, non sanno parlare l’inglese. Tony è rozzo, volgare, portato al furto, ma di buon cuore.
A questo punto, sono meglio i cinepanettoni, che non ambiscono a insegnare o mostrare nulla, soprattutto un mondo che non è mai esistito.
“BlackKlansman” — ritorno agli Oscar — che invece mostra il razzismo in tutta la sua complessità, e che radica il passato nel presente con l’ultima scena sulla strage di Charlottesville, è onesto: ci manda per strada con la testa piena di dubbi. Non ci fa girare in bici per 150 minuti e poi salire sull’astronave del mondo.
Ci fa entrare dentro l’astronave.

Questa statuetta, proprio questa statuetta, mi ha dimostrato che l’appiattimento e la semplificazione non sono solo proposte e adottate, ma sono anche premiate.
Per questo mi rode. Che siano proposte, va bene — free market — e che siano adottate ci sta — free will — ma che siano premiate, no.
Non va bene.
E questo è il mio free thinking.

E su questo no affermativo, siamo arrivati in fondo, Moviers.
Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti sentiti e saluti, negativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 290 propone IL PIANO DI MAGGIE, commenta SEGRETI DI FAMIGLIA e introduce LET’S MOVIE POP UP

LET’S MOVIE 290 propone IL PIANO DI MAGGIE, commenta SEGRETI DI FAMIGLIA e introduce LET’S MOVIE POP UP

IL PIANO DI MAGGIE
di Roberta Miller
USA 2016, ‘92
Lunedì / Monday 4
21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

 

Mal di Mare Moviers,

Ecco, questo potrebbe essere l’unico aspetto un po’ negativo di quella meraviglia galleggiante che è (stata) the Floating Piers ― nell’immaginario che mi deriva dalla Bibbia, Gesù godeva di maggior stabilità sul lago di Tiberiade.
Del resto non potrebbe essere altrimenti. L’acqua è un animale. Se gli cammini sulla schiena, come puoi non sentirla muovere, sotto di te? E’ questo che sentite, Moviers, camminando sulle passerelle. Una creatura che respira viva, sotto di voi. 🙂
Ah diavolo d’un Christo! Che razza d’idea gli è venuta ed è riuscito a mettere in piedi ― ehm a sdraiare! Nonostante tutte le critiche che gli piovono addosso e da cui io vorrei proteggerlo con uno scudo bellico o termico, ma basta anche solo l’ombrello di Jene Kelly.
E guardate la scelta più geniale è stata quella della stoffa che ricopre le passerelle. Non è tesa, ma è lasciata volutamente abbondante, in modo che si creino delle pieghe, come quelle di un drappo grande adagiato su uno spazio più piccolo. L’effetto è quello della sabbia del deserto. E il colore. Oro da asciutta e albicocca da bagnata. Ora, immaginate di percorrere una strada di sabbia d’oro e albicocca con l’azzurro intorno, raggiungendo un’isoletta in mezzo al lago con una villa da favola sopra, altrimenti inarrivabili a piedi. È semplicemente una magia. Che poi è parte della ricerca della land art e dell’arte povera, che così tanto amo. Cavar fuori lo straordinario dall’ordinario.
E sapete una cosa? Mentre ero lì, un po’ instabile ma con un sorriso ebete stampato in faccia, davanti a me passa una barca, “Il Capitano”, una di quelle tipo veliero su cui non ti stupiresti di scorgere dei bucanieri e delle gambe di legno. E sul ponte sapete chi c’era? Lui, Christo… Sorvegliava il suo miracolo… 😉

The Floating Piers mi ha distratto per un giorno dal putiferio che sta succedendo in casa UK. E scusate se torno sull’argomento, ma da anglofila, anglofona, anglo, la questione mi tocca sul vivo.
Non riesco a non pensare alla “povera” Queen Elizabeth. È Queen Elizabeth ormai da 50 anni o giù di lì e credo ne abbia viste passare tante sotto i suoi regali occhi, comprese due nuore che le devono aver fatto girare molto le regali scatole. Adesso, arrivata al pensionamento ― prima o poi lo mollerà ‘sto scettro benedetto, si alzerà da ‘sto trono ― le scoppia nel Regno di casa una Brexit che lo fa letteralmente saltare per aria nella sua identità geopolitica di “Union”.
La regina si trova davanti a un quadro da Risiko e brivido. La Scozia e l’Irlanda non vedono l’ora di trovare il modo di metter su un Referendum per l’indipendenza che sognano sin dai tempi di William Wallace detto Braveheart e Michael Collins ― e ditemi se il cine non serve a imparare la storia :-). Il Galles, terra poverella, sta supplicando l’Unione Europea affinché non tagli i fondi di cui beneficia. Londra, con il suo nuovo sindaco molto multi-cultural, minaccia addirittura di trovare una forma di città-stato staccato dal Regno ― tipo San Marino, il Vaticano, Atlantide ― in modo da godere di una sua autonomia e rimanere nell’UE. Fra i Tory non sanno che pesci pigliare ― e scusate il gioco di parole animalesco. Immaginate tutte le imprecazioni che Elizabeth the Second avrà senz’altro gettato al cielo della sua camera da letto, la notte del Referendum ― così come i ricchi piangono, i regali imprecano eh. Dopo 400 anni di gloriosi ancorché sanguinosi successi colonialisti e Union Jack, ecco che questi qua mi fanno un casino della Stuarda e mi sfasciano il regno unito…
Onestamente non ha tutti i torti, la Regina. E l’UK non ci sta facendo una gran bella figura. Farange, Johnson, ma anche Cameron & Co. sono riusciti in un’impresa che ha del sensazionale, e che è entrata nel Guinness dei Primati prima che nella storia, alla voce “Come mettere il cuBo nelle pedate in ambito nazionale, internazionale, globale”.
A prescindere dai negoziati e dalla definizione dei nuovi rapporti fra UK e UE, ora l’UK si ritrova nel bel mezzo di un casinò royal colossale, con malesseri intestini che ricordano quelli del tredicesimo secolo. I ragazzi, fra un decennio, studieranno il 2016 come l’anno in cui l’UK fece il passo più lungo della Manica per starsene per conto suo.
Insomma, Dio salvi la Regina…dall’esaurimento nervoso…

E che fosse una settimana cinematograficamente storta, s’è capito da subito. Anche le 4/quattro persone ― io compresa ― che c’erano al cine martedì, l’hanno confermato. S’è tenuto un vertice informale con il Mastro in cui abbiamo convenuto che la desertificazione dei cine l’estate è un fenomeno contro il quale non c’è iniziativa né Board che tenga. E m’è dispiaciuto in modo particolare, visto che “Segreti di famiglia” è un film giusto. Giusto non nel senso paninaro del termine ― o forse anche in quello. Ma giusto nel senso di misurato, contenuto, nordico, che mette in scena un sacco di roba emotiva ma senza versare una lacrima. E questo, ormai lo sapete, ha un forte ascendente su di me: credo che televisione e web e barbari d’urso e di sorta siano sufficientemente efficienti nell’inseguire la sensation del cuore. Il cine deve ragionare tarandosi su altri valori, e non vuol dire tagliar fuori il cardio, vuol dire affiancarlo alla dura madre che ci pulsa in testa.
Questo ha fatto il regista Trier ― ho scoperto essere lontano cugino di Lars Von, quindi sì, genes matter ― ha scritto e diretto un film molto tosto e toccante ma senza scendere giù per la china “Alabama Monroe”…

Famiglia bene del New England. Isabelle è una fotoreporter di guerra. È sposata con un bel marito ― ex attore, ora insegnante ― ha due figli, Jonah, giovane e brillante professorino, nonché neopadre, e Cameron, teenager della tipologia lonely geek tutto videogiochi, cervello e inadeguatezza adolescenziale. Ah, una cosa: Isabelle non c’è più. È morta da tre anni, e non ha visto la nascita della nipotina, né l’inadeguatezza adolescenziale di Cameron. Un incidente stradale se l’è portata via. Ma scopriamo che il caso e i camion sulla carreggiata opposta o un capriolo in mezzo alla strada non c’entrano: è lei, che ha cercato la morte. Il film inizia nel momento in cui una mostra delle sue foto artistiche sta per essere allestita, e un articolo che rivela del suo suicidio pubblicato.
Quindi il film ricorre al flashback per farci conoscere la storia di questa famiglia. E si serve anche ― ed efficacemente ― di scene raccontate da punti di vista diversi a cui corrispondono la diversa percezione dei personaggi, e brevi filmati di scenari bellici ― i teatri lontani fotografati dall’obbiettivo di Isabelle ― e naturalmente delle foto stesse, e poi di video tratti dal web, sequenze di videogame e spezzoni dal diario di Cameron letti in voice-over dal ragazzo. Eppure tutti questi diversi mezzi espressivi non incasinano la storia: sono impiegati in maniera sapiente ed equilibrata. Non si è mai sopraffatti dal mezzo: recepiamo e godiamo del messaggio ― e taccia, per una volta, MacLuhan. E credo che per capire questa storia, che stilla dolore da ogni parte, ma che sceglie la via del silenzio per farlo filtrare e raggiungere lo spettatore, il titolo originale ne porti in sé la chiave di lettura. “Louder than bombs”, più forte delle bombe ― mi piacerebbe prendere quel criminale che ha proposto “Segreti di famiglia”, come si trattasse dell’ultima soap-opera made in Argentina. Cos’è più forte delle bombe? Il silenzio. Quello in cui questa famiglia alto-borghese è sepolta. Non un silenzio dettato dal “cosa direbbe la gente se si sapesse che lei si è suicidata”, bensì dal “dire fa troppo male, meglio tacere”.
E allora il padre, nel tentativo di comprendere l’incomprensibile figlio adolescente, non solo lo segue da lontano per strada ― so sweet! ― ma si spinge anche nel virtuale. In una delle scene più tenere del film ― che peraltro abbonda di non scontata tenerezza ― entra nel videogioco online a cui il figlio sta giocando, si costruisce un avatar, e lo segue anche lì.
Il silenzio è la protezione che un padre sceglie per proteggere il figlio da una notizia che potrebbe devastarlo, e che sta per essere rivelata e sbattuta in prima pagina di un giornale. Il silenzio è quello di una madre che non riesce a confessare alla sua famiglia il disagio che prova vivendo una vita in cui si sente ovunque fuori posto. Sì perché se è vero che non c’è un vero protagonista fra questi quattro bellissimi personaggi ― e bravissimi attori ― è pur vero che la vita di Isabelle è ricca di fascino, mistero e tristezza, e spicca un po’ sulle altre.

Attraverso i ricordi, i flashback, le foto, e alcuni suoi pensieri presi dal passato e sentiti fuoricampo, entriamo in contatto e ricostruiamo le cause della sua depressione: Isabelle vive un forte tormento. Sente la responsabilità del suo lavoro, il drive che la spinge nei territori di guerra a immortalare l’orrore, e al contempo si sente in colpa perché per fare tutto ciò è costretta a lasciare la famiglia, e a diventare un’estranea per i suoi figli. È in guerra, Isabelle, e non troppo paradossalmente finisce per trovare la pace nella pace eterna…
Decideste di recuperare il film, come mi auguro, ciò che vi salterà agli occhi è la sua completezza. L’obbiettivo di Trier non si concentra solo su Isabelle o su Cameron, i due personaggi apparentemente più fragili, ma guarda con la stessa attenzione anche gli altri due membri della famiglia, ugualmente alle prese con le loro debolezze. Il padre cerca di fare chiarezza nel passato della moglie, e allo stesso tempo di andare avanti con la sua vita da uomo, trovandosi una nuova compagna e vivendone i relativi problemi ― quando la compagna è l’insegnante di tuo figlio, i problemi sorgono sempre…
E Jonah, il figlio posato, quello che sembra avere tutto sotto controllo, maritino, professorino, daddy-daddy, in realtà si sente soffocare in quella vita e cerca di fuggirla in ogni modo: non riesce nemmeno a tornare a casa dalla moglie e dal pargolo e a metter fine alla visita al padre e al fratello.
Il film si chiude proprio su questa riuscitissima scena: il padre, che capisce questa difficoltà del figlio, prende la macchina, carica a bordo anche Cameron, e accompagna Jonah a casa. La bomba è scoppiata, il silenzio è stato infranto. Ora una nuova normalità può costituirsi, un nuovo dialogo.

Quindi rapporti coniugali, rapporti fra fratelli, rapporti genitoriali. Tutto spogliato da qualsiasi incursione nel melodramma, nella lacrima facile. Un film nordico, ma non freddo, sia chiaro. I momenti toccanti sono davvero davvero tanti. Cameron che decide di regalare alla ragazza per cui ha una cotta, il suo diario ― peraltro scritto benissimo. E la passeggiata che fanno insieme, lui e lei, all’alba, entrambi un po’ goffi nella loro inesperienza, ma teneri, anche, nel modo in cui intuiamo si raccontino ― il regista silenzia, discreto, il dialogo fra i due. E ancora il discorsetto del fratello maggiore che consiglia al minore “geek”, non mescolarti con la massa di cheerleaders e football champs che popolano la mediocrità: resisti ancora un paio d’anni. Come a dire, aspetta di uscire da questo microcosmo di ruoli, aspetta di uscire fuori nel mondo vero. La commozione che “Segreti di famiglia” suscita è sottile, e le corde che fa vibrare non smettono dopo un istante: continuano anche dopo che siete usciti dalla sala e continuano continuano, sottili….

E per questa settimana, dopo l’arrivederci al Mastro e buone vacanze e torna presto ti prego e oggi cominciano quaresima e lutto, viriamo su una commedia di quelle brillanti, eleganti, intelligenti

IL PIANO DI MAGGIE
di Roberta Miller

Roberta Miller è la figlia di Arthur Miller ― sì lui, nientepopodimeno. Ho sentito dire che è una scrittrice e regista molto brillante, con qualcosa di alleniano nel suo modo di rapportarsi al mondo. Poi ho una gran simpatia per l’attrice protagonista, Greta Gerwig ― l’avevo vista in un gran bel filmetto di Noah Baumbach, “Mistress America”. Poi c’è Ethan Hawke. Poi c’è Julianne Moore. Poi se volete saperlo, il film è passato con successo al Festival di Toronto nel 2015, al Sundance lo scorso gennaio e al 66° Festival di Berlino lo scorso febbraio…
Oro che cola, viste le programmazioni estive…

Oggi ho blaterato un sacco e su un sacco. Ma va così, in questi giorni. Tante cose da dire…
Anche questa settimana, come la scorsa, vi riporto nel Maelstrom una rassegna estiva di cine all’aperto, per fare concorrenza al Cinema in Cortile alle Crispi e come alternativa al Cinema Sotto le Stelle di Sardagna… Questa rassegna s’intitola “Azonzo”, e vi pregherei di prestare particolare attenzione al film del 19 luglio ― sono caduta dalla sedia quando l’ho visto sull’elenco… 🙂

E naturalmente l’arrivederci al Mastro, che chiude l’Astra domani, apre per noi la stagione di pena e stenti, e apre altresì LET’S MOVIE POP UP, la versione summer di Lez Muvi. 🙂 Funziona che Let’s Movie spunterà dalla calura estiva ogniqualvolta si presenti un film degno di essere proposto. In caso contrario, non possiamo fare altro che tacere e cercare altri svaghi, inclusi il petanque (!), la canasta e il trainspotting, un’attività collettiva che secondo me ha del potenziale, oltreché una storia di tutto rispetto ― origini nella Sicilia verista e trionfo post-Danny Boyle.

E infine,  l’addio a un grande ribelle della cinematografia di tutti i tempi. Michael Ciminoci ha lasciato. E per tante malelingue ci ha lasciato solo con “Il cacciatore”. Io dico che anche nel caso in cui quello fosse stato il suo unico film degno di essere ricordato ― e questo è tutto da verificare ― va bene così. Se l’avete visto, concorderete con me.
La settimana scorsa se n’è andato anche Bud Spencer, con i cui cazzotti e fagioli al sugo siamo cresciuti, e pazienza se non aveva un diploma dell’Actors’ Studio. Apprendere la notizia è stato come assistere al volo nel buio dei ricordi perduti di Bing Bong, l’amico immaginario con le fattezze da elefantino in “Inside Out”…

Ora scappo via, prima che mi lynchiate… 😉 E no, tranquilli, non sparisco per ora…
Vi lascio questi innumerevoli ringraziamenti, e questi saluti, ondosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

“Azonzo – Cinque film e una deviazione per viaggiare attraverso gli Stati Uniti”, http://trento.impacthub.net/event/azonzo/
Questo è il nome per esteso della rassegna organizzata da Impact Hub. I film sono proiettati il martedì, alle 9:30 pm, in Via Sanseverino 95, al costo di 5 Eurini ― e dalle 6:30 pm c’è pure l’aperitivo…
E save the date, il 19 luglio…  “ANOMALISA”… 😉

IL PIANO DI MAGGIE: Greta Gerwig è Maggie Hardin, un’allegra e affidabile trentenne newyorkese, che lavora come insegnante. La vita di Maggie è pianificata, organizzata e calcolata. Maggie non ha molto successo in amore ma decide comunque che è arrivato il momento di avere un figlio. Da sola. Ma quando conosce John Harding, uno scrittore/antropologo in crisi, Maggie s’innamora per la prima volta, e così è costretta a modificare il suo piano di diventare mamma. a rendere tutto ancora più complicato c’è il fatto che John è infelicemente sposato con Georgette Nørgaard, una brillante professoressa universitaria danese. Mentre i suoi amici, gli eccentrici ed esilaranti Tony e Felicia, stanno a osservare sarcasticamente dalle retrovie, Maggie mette in atto un nuovo piano che la lancia in un ardito triangolo amoroso con John e Georgette, e così le loro vite s’intrecciano e si uniscono in modi inaspettati e divertenti. Maggie apprende in prima persona che a volte il destino dovrebbe essere lasciato indisturbato.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 288 propone NICE GUYS e commenta THE NEON DEMON

LET’S MOVIE 288 propone NICE GUYS e commenta THE NEON DEMON

NICE GUYS
di Shane Black
USA, 2016, ‘98
Lunedì 20 / Monday 20
22:00 / 10 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Victoria
Ingresso 5 Euri

Floating Fellows,

Avrei una sporta piena di questioni impellenti da riversare su questo tavolo domenicale. Una guardia giurata con del farneticante nel cervello, entra in un Seven-Eleven di Orlando e, insieme a birra e patatine, si compra anche fucile e pistola, e poi entra in un bar e realizza il sogno di tanti mentecatti omofobi terroristi. La moglie sapeva tutto e non ha detto niente.
Il candidato alle Presidenziali Donald Duck se la prende con la sbadataggine degli avventori del bar: se anche loro avessero avuto la loro brava Beretta con sé, le cose sarebbero andate diversamente. Certo Donald, armi pari, altrimenti che Far West è?
Poi naturalmente la beatificazione di un ex premier che si sottopone a un intervento, e la telecronaca minuto per minuto del pre, del durante e del post perché ormai tutto è un potenziale reality, anche un intervento di un ex premier come LUI, e i giornalisti dimenticano tutto e sbavano dietro il dettaglio morboso con la lingua penzoloni e la fregola a mille.
E poi ci sarebbe anche da parlare della Borsa che crolla davanti allo spettro Brexit, e il fenomeno per cui un’altra borsa ― la Birkin ― non crolla mai, ma mai mai, anzi, se n’è appena venduta una per 300.000 dollari. E io mi dico va bene il collezionismo, ma le liste d’attesa anche di sei anni e più per averne una, quelle, vanno bene? Dovrei ringraziare il superlusso che fa circolare i capitali, oppure fare l’etica utopica e boicottare in qualche modo Hermès?

Invece guardate, tengo tutto ben chiuso nella sporta e preferisco guardare dalle parti del bresciano, per la precisione Sulzano, sul lago d’Iseo, dove il land-artist Christo ― l’avrete sentito ― ha realizzato un’opera che ha del miracoloso. E lo dico sia per la quota sacra che l’artista si porta nel nome, sia per l’opera in sé, The Floating Piers, http://www.thefloatingpiers.com/.
Christo ― quello che ha impacchettato il Reichstag a Berlino e la Porta Pinciana a Roma, per capirci ― ha posato 4,5 km di passerelle galleggianti sull’acqua del lago d’Iseo, collegando Sulzano, Monte Isola e l’Isola di San Paolo. L’ha ricoperto di un tessuto giallo zafferano ― zafferano dei pistilli, non di risotto ― e ha invitato tutti a provare la sensazione di camminare sulle acque. L’istallazione è stata inaugurata ieri e verrà smontata il 3 luglio, quindi abbiamo due settimane per ripetere l’esperienza del lago di Tiberiade.
Naturalmente i miei occhi sbrilluccicano tutti: quest’opera non è solo suggestiva in sé ― camminare sull’acqua equivale a volare ― ma dimostra quanto l’arte sia il vero ambito in cui investire ― basta start-up e information technology! Tutte le strutture ricettive della zona sono sold-out e si prevedono oltre 1 milione di visitatori ― con le solite “ricadute positive sul territorio”. Certo sarebbe stato molto fico che Christo avesse scelto il Lago di Garda ― anche per dimostrare che oltre la Notte di Fiaba ci sarebbe di più. Ma poco importa. Io non mi faccio toccare dalle polemiche ― si grida alla disorganizzazione ma le malelingue, si sa, sibilano sempre in questo genere di eventi ― e voglio assolutamente farmi quattro passi sull’oro e sull’acqua. E spero che anche voi non vi lasciate scappare l’occasione. Qui trovate tutte le info pratiche http://www.iseolake.info/it/eventi/the-floating-piers#progetto  😉

E vedete “The Neon Demon” cade a pennello, essendo un’opera d’arte…
Martedì temevo la solitudine di “Marco se n’è andato e non ritorna più”, e invece laVanilla e il D-Bridge si sono materializzati al cine molto prima della solita ritardataria me, e insieme abbiamo affrontato questo trip senza pari che è il film di Nicolas Winding Refn. Conoscendo il regista per “Drive”, avevo il sentore che la storia non sarebbe stata “la solita storia” e che le modalità con cui l’avrebbe raccontata si sarebbero parimenti discostate del già visto, già dato, già passato next, please. Ma certo ci sono livelli e livelli d’innovazione, e uno ci va cauto, si aspetta il 3-4% sul totale girato: il 96-98% ― il valore d’innovazione di “The Neon Demon” ― è una quota da capagira.
Io sono uscita dalla sala ― e ho i miei due Moviers per testimoni ― come se mi fossi appena fatta di qualche sostanza stupefacente. Stupefacente nel senso di magnifica, onirica, non psicotropa con deriva lisergica eh.

Jesse è uno spettacolo di sedicenne che lascia la Georgia ai suoi redneck e si trasferisce a Los Angeles, in cerca di fortuna nella moda. Se siete degli estimatori del cinema lynchiano, non faticherete a trovare una somiglianza con la Betty di Mulholland Drive, anche lei innocente che lascia la campagna per la Città degli Angeli con l’obbiettivo di sfondare a Hollywood. Ed entrambe finiscono dentro un viaggio da incubo in cui perderanno non solo l’innocenza…
Jesse ha qualcosa di speciale. “Una luce”, come dice una truccatrice lesbica con cui stringerà amicizia. È una bellezza autentica, che si distingue dalle bambole fatte, rifatte ― e strafatte ― che bazzicano il mondo del fashion. E di questa sua luce si accorgono tutti. Modelle, agenti, fotografi, stilisti, tutti.
Il film sviscera in maniera allegorica e profondamente articolata il percorso verso l’oblio e la distruzione a cui porta l’esaltazione/ossessione della bellezza in un ambiente come quello della moda. Jesse è oggetto d’invidia da parte delle modelle “mediocri” che le stanno intorno: tutte vogliono essere come lei, essere lei, avere quella luce pura che fa di lei una Birkin in mezzo a uno stuolo di Carpisa.

E proprio la luce è la chiave d’interpretazione e di accesso al senso del film. In un ambiente illuminato dall’artificialità ― quindi neon ― e riflettori e spotlight, la luce di Jesse che spicca sopra tutto, è concupita in maniera morbosa e criminale, ma è anche, e perversamente, fonte della rovina della stessa ragazza. Nel momento in cui lei si rende conto di esercitare questo immenso potere sugli altri, si trasforma. E nell’iconografia voltaica che il regista Refn sceglie, la luce azzurra di quel triangolo luminoso che Jesse incontra ― e che simboleggia, come dicevamo, l’artificialità di quel mondo ― si fa rossa, come il sangue. Sangue finto, come quello che la ricopre nel suo primo servizio fotografico in apertura al film, e sangue vero, come quello che scorrerà dal suo corpo e che abbevererà le wanna-be che sperano di essere come lei.
Eh già, perché il film, Moviers, nella seconda metà assume delle tinte horror che farebbero impazzire il caro D(i)ario Argento. Jesse fa troppa gola. E le mediocri, nel loro delirio di successfulness, credono che interiorizzandola, fagocitando una parte di lei ― sangue e occhi in modo particolare ― permetterebbe loro di essere lei. Pertanto la tolgono di mezzo.
In realtà, scopriranno e scopriremo che non è così facile, togliere di mezzo la bellezza genuina: diciamo che rimane indigesta ― se decidete di cibarvi di qualcuno, vedete di evitare i bulbi oculari: tendono a stare sullo stomaco… E “The Neon Demon” propone una conclusione/visione spietata e lucida sull’abuso contemporaneo dell’apparire. Alla fine è la bellezza finta, posticcia ― ovvero la modella mediocre ― che vince, realizza il servizio fotografico e occuperà le copertine.
Il film si chiude con una panoramica kubrickiana su una terra desolata e scabra, rimando tanto concreto quanto allegorico ed efficacissimo a un futuro di aridità: se coltiviamo l’oggi con questo tipo di credo/azioni, il domani che ci attende non può essere che questo: una landa brulla, priva di umanità, su cui non spunta nulla, se non un corpo finto e criminale come quello della modellaccia mediocre.

Ciò che lascia stupefatti, di questo film, è la totale originalità del linguaggio allegorico costruito dal regista. Tutto è molto evocato, più che detto esplicitamente. Eppure non ho trovato nulla di fumoso o poco chiaro. Tutto si lega in maniera coerente, assolutamente non didattico, prevedibile o didascalico.
Un esempio è il ricorso ad immagini che richiamano l’aggressività. Una sera Jesse, rincasando nel suo squallido motel di Pasadina, trova un giaguaro ad attenderla in camera. WTF ― che sta per What The Fu*k! ― esclamiamo noialtri spettatori. Checcifa un giaguaro in una camera da letto?! Non te l’aspetti.
Ecco, se fate attenzione, noterete che felini imbalsamati sono presenti in molti luoghi del film, così come presenti sono le immagini che rinviano al braccare, all’assalto. C’è una scena da pelle d’oca ― e qui l’influenza di Lynch è chiarissima ― in cui vedete delle unghie/artigli che spingono dall’interno della tappezzeria della camera, come se volessero bucarla e attentare a Jesse.

La bellezza è, ovviamente, centrale, ma si accompagna sempre a immagini volutamente ambigue e ambivalenti. La stessa Jesse non è l’angelo che immaginate. La bellezza in sé è come la natura, come la verità e l’etica ― è buona nell’in sé. Ma il potere che essa genera nel corpo di chi la possiede e la agisce, specie in un contesto che trae profitti ― enormi profitti ― dallo sfruttamento dell’apparire, fa letteralmente girare la testa al portatore di bellezza. E infatti Jesse passa da uno stato di inconsapevolezza a uno stato di consapevolezza e, come dicevamo, cambia. Cambia il suo atteggiamento nei confronti del tenero ragazzo che l’ha aiutata appena arrivata a Los Angeles, e le permette anche di comprendere ciò che le diceva la madre quando era piccola. “Sei pericolosa”, le diceva. E in effetti, i portatori di bellezza lo sono proprio per quel grande potere che si ritrovano per le mani. Jesse porta in sé il demone (daimon) della bellezza, e di converso le mediocri modelle che la invidiano sono delle vampire, letteralmente pronte a fare il pieno del suo sangue (la sua sostanza vitale) per poter vivere, esistere, essere visibili nel giorno dello showbiz, e non sparire al crepuscolo…
La riflessione su questo argomento è pertanto trattata in maniera composita e in tutta la sua contraddittorietà, e supera le già calcolate equazioni di bello=innocente=buono. La bellezza si lega qui a doppio filo con la morte e con le perversioni che le girano attorno. Non è un caso che l’amica truccatrice si chiuda a chiave nell’obitorio e approfitti di un cadavere di giovane donna. Refn è coraggioso anche in questo: sfida il tabù della necrofilia e fa vedere ciò che non si può vedere, sintetizzando in un’unica potente scena, bellezza perduta (=il corpo deturpato della morta), l’eros oltre il confine (il desiderio di un corpo privo di vita quando il corpo in vita è negato ― la notte precedente Jesse ha rifiutato le sue avances), la morte (materializzata sul lettino). Trovo che questa scena sia centrale, assolutamente necessaria per esprimere la visione che il regista ha di questa società: una società malata che pratica trasfert dalla mattina alla sera ― la truccatrice si rifa sul cadavere per compensare al rifiuto di Jesse ― e che è vittima senza speranza di ogni sorta di dipendenze. Dall’apparire al piacere, dalla ricchezza ostenta al botox. E c’è un giudizio, forte, su questo, da parte del regista ― finalmente uno che prende posizioni. Ma il suo non è uno sguardo beghino, né sensazionalistico o redentivo ― non c’è il giustizionalismo del giustiziere della notte, e non c’è la volontà di trovare delle soluzioni. C’è solo lo spietato, and again lucidissimo, stato dell’arte delle cose tradotto in un’allegoria che non sarà scalfita dal tempo. “The Neon Demon” è come un quadro di Hieronymus Bosch, oppure quei memento mori post-medievali, o i mystery plays del ‘400-500 in cui l’uomo veniva rappresentato a confronto con temi quali l’idea della morte, della solitudine, della caducità delle cose terrene, e nella lotta tra il bene e il male per il possesso dell’anima dell’uomo.
Di qui l’effetto ipnotico che il film emana dal primo all’ultimo minuto. Sei stregato da questa storia che, ti rendi conto, non parla semplicemente della bella campagnola che scappa dalla campagna ― la vita l’amore e le vacche ― arriva nella metropoli, fa fortuna e ne paga il prezzo.  E rimani avvinto fino alla fine, legato da una specie d’incantesimo che ti tiene gli occhi incollati allo schermo, il desiderio e il timore di vedere come va a finire. Visto che questo racconto, in fondo, parla di noi molto più di quello che possiamo immaginare…

Oltre che essere un profondo conoscitore dei meccanismi scenici, Nicolas Winding Refn è anche un esteta. Lo si vede da come costruisce certe scene ― prendete quella del casting fotografico: una ventina di donne mozzafiato sedute in lingerie e tacchi mentre attendono il verdetto “you are in, no you are out” per lo shooting del servizio. Non c’è l’ombra della volgarità, ma non c’è nemmeno l’asettico virtuosismo di Sorrentino. Tutto è essenziale, lo spettatore lo sente, ed è questo che distingue Refn dal regista di “La grande bellezza”: l’assoluta necessità di quella scena di quella durata in quel momento, e non l’asservimento e il capo chino alla mera portata estetica di una scena che, lo sappiamo, infarciscono l’ultimo cinema sorrentiniano. La stessa immagine d’apertura, che poi è il primo servizio fotografico di Jesse, non è altro che la premonizione della fine che farà la ragazza: una bellezza sgozzata e sanguinante, un agnello sacrificale, il corpo scomposto su un divanetto ―così come sarà il suo sul fondo della piscina vuota dove le mediocri la getteranno ― e il viso perfetto, bellissimo, iperglitterato, da bimba e bambola.

Oltre a Lynch, “The Neon Demon” si avvicina anche alla cinematografia danese contemporanea, a cui Refn appartiene. C’è qualcosa che lega indissolubilmente il film a Nymphomaniac ― forse i risvolti molto brutti che il bello comporta. E senz’altro la capacità di stupire e provocare in maniera intelligente, nuova, non etichettabile, come fa sempre Von Trier.
In ultimo, l’effetto mesmerizzante è garantito anche da una riuscitissima musica ― del newyorkese Cliff Martinez ― tra lo psichedelico, l’elettronico e il tribale, con delle sonorità da preistoria contemporanea dove le 21enni sono considerate vecchie, e dove tutto sembra fondarsi su un insanabile ossimoro, un concetto espresso da un fotografo: “La bellezza non è l’unica cosa. È tutto”… Infatti la colonna sonora si è aggiudicata il Cannes Soundtrack Award”, premio alla migliore colonna sonora.
Anche il suo film precedente, “Drive”, si era avvalso di una colonna sonora azzeccata, e questo conferma la consapevolezza di Refn che l’aspetto visivo è fondamentale, ma non può prescindere da quello sonoro. E quanto a “Drive”, ritroverete in “The Neon Demon” lo stesso approccio di parlato scarno, lo stesso trattamento del tempo, che predilige lo slow-motion alle sveltine degli action movies che esauriscono il bello in due, tre scene madri e poi non fai che guardare l’orologio per fuggire dalla sala…
Quindi, se siete amanti spinti del cinema di qualità e volete imbarcarvi in un viaggio tra bellezza e paura, orrore e piacere, vi prego, VI PREGO, non perdetevi “The Neon Demon”. Credo sarà l’ultima prelibatezza prima del digiuno estivo.

E questa settimana un film che voglio vedere da un po’ e che propongo, anche, per esclusione

NICE GUYS
di Shane Black

Ora, io so che non sarà il film dell’anno. Perdipiù arrivo dal capolavoro “The Neon Demon”, figuratevi…
Però, ci sono molti però.

  • Il film è stato presentato a Cannes ed è piaciuto persino a quei critici tignosi che alzano il nasino se un film dura meno di 4 ore e non ha almeno una tigre Tamil come regista e un nord-coreano come sceneggiatore.
  • La coppia Crow-Gosling sembra funzionare molto bene e far ridere. Naturalmente Gosling è “quando la bellezza sposa il talento” ― peccato poi che abbia pure sposato Eva Mendez.
  • Non scordiamo che una commedia non si vedeva in Let’s Movie sin dai tempi di Buster Keaton… Quindi forse, è ora di un po’ di entertainment 😉
  • E poi, e ve lo confesso, ho avuto la sfortuna di leggere quattro righe sul film con Penelope Cruz che si contendeva il Let’s Movie della settimana ― “Ma ma – tutto andrà bene”. Ve le riporto per correttezza nel Maelstrom, così capirete anche voi che NON s’aveva da fare, e che un film del genere, il vegetarian Board, avrebbe finito per passarlo nel tritacarne della cucina lezmuviana…

E ora, dopo aver solitamente abusato del vostro tempo mi defilo, ma non prima di avervi detto che la settimana prossima lancerò una sorpresa di quelle, ma di quelle, che sette giorni di attesa sono più che doverosi… Stay tuned! 😉

E ora Maelstrom, riassunto ― solo per i dipendenti da riassunti ― ringraziamenti e saluti, oggi, flottantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Sentite qua cos’è “Ma Ma – tutto andrà bene”… “Magda è una giovane madre coraggiosa e risoluta che si trova ad affrontare una delle sfide più difficili quando le viene diagnosticato un tumore al seno. Recentemente abbandonata dal marito, può però contare sull’affetto di Arturo, talent-scout del Real Madrid conosciuto per caso proprio nel giorno in cui le hanno comunicato la diagnosi. Il legame tra i due si rafforza sempre più e, proprio quando la salute di lei sembra peggiorare irrimediabilmente, si accende una luce di speranza nella meravigliosa occasione di una nuova maternità.”

Difficile farsi venire in mente un anello da aggiungere a una simile catena di disgrazie, vero? 🙁
No, in Let’s Movie non s’ha proprio da fare…

NICE GUYS: Nella Los Angeles degli anni ’70, libertina, stravagante e decisamente trendy, un investigatore privato, Holland March, e un detective senza scrupoli, Jackson Healy, si alleano per risolvere il caso di una ragazza scomparsa e la morte di una porno star che apparentemente non sembrerebbero correlate: scopriranno che un semplice omicidio nasconde il caso del secolo!

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 262 – propone TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY e commenta FRANCOFONIA e THE WALK

LET’S MOVIE 262 – propone TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY e commenta FRANCOFONIA e THE WALK

TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY
di Peter Bogdanovich
USA, 2014, ‘93
Lunedì 2 / Monday 2
21:30 / 9:30 pm
Astra / Dal Mastro

 

 

Fantozzi Fellows,

E’ d’obbligo dedicargli l’overture.
40 anni dal primo, a cui poi sono seguiti Secondi Tragici e Super e alla riscossa e pronti alla pensione. Chissà se Paolo Villaggio si sarebbe immaginato, 40 anni fa, che il suo Rag. Ugo, sarebbe sbarcato indenne ― anzi, in formissima ― nel terzo millennio? Di lui si potrebbero scrivere pagine e pagine, come personaggio che incarna l’italiano ― no, l’uomo ― medio moderno, quello piccolo piccolo e non borghese, quello timido, pavido ma che alla fine, sotto sotto, c’ha una tenerezza dentro e un cuore che te lo spezzano, il cuore. L’empatia che provi per lui, la provi perché ti rivedi in scene tipo il tuo corpo sprofondato in una poltrona in pelle umana davanti al Megadirettore e al suo ficus, oppure in gita a Venezia, dove un sacchetto di mais per piccioni ti costa 30.000 lire (e tu le paghi!) o nel sogno “Lasignorinasilvani”, l’alternativa fantastica allo sveglia&caffè / barba&bidet della dimensione domestica ― con una moglie molto pina e una figlia molto mariangela (diventati aggettivi di uso corrente). Ma Fantozzi Rag. Ugo, la vittima più illustre della legge di Murphy ― se la parte di una bici deve staccarsi, tranquillo che sarà il sellino ― colui che sempre si nasconde e sempre viene scovato ― lei, sì, lei, ci facci vedere… ― non smette di provarci. Scene irresistibili come Fantozzi dal dietologo tedesco e l’accusa “Tu mancia” davanti a un piatto di polpette mezzo vuoto, oppure Fantozzi alle prese con il Kotionkin della Corazzata, non attenuano minimamente la malinconia con cui lo guardiamo sospettare il tradimento della moglie davanti alla casa stipata di sfilatini, oppure a prendere le difese della sua babbuina, ehm bambina, derisa da tutti. Fantozzi ― Tozzi-Fan nella versione giappo ― c’est nous. E dato che non sono riuscita a rendergli omaggio andando a rivederlo al cine questa settimana ― era nelle sale con la versione restaurata di “Fantozzi” ― lo faccio qui con un micropippone.
Moltoumanalei.

Ma veniamo a noi, e vi avviso, andrà per le lunghe qui, perché oggi va così e c’ho troppe cose da dire. Il mio Buddha di riferimento mi ha già prospettato 18 reincarnazioni per espiare l’abuso che faccio del vostro tempo. Ha anche aggiunto, con quella sua espressione di lipidica trance, “18 è meglio di 19”.
Ecche gli vuoi dire, al Buddha?

Nella querelle “è la spazzatura ad esserci somministrata o siamo noi a lasciarcela somministrare”, io non sono per la prima. Credo nella volontà di potenza del singolo, e voglia Nietzsche lasciarmi la giacchetta, bitte. Non credo ci sia un circolo vizioso dentro cui siamo trascinati, senza possibilità di opporre la nostra forza. No. La nostra Forza ha la F maiuscola come quella di Star Wars, ed è un muscolo, più che un’entità astratta. Un deltoide, sort-of.
Sono tuttavia ben consapevole che se l’altro-da-trash non viene agevolato ― dalle case di distribuzione, dalle sale cinematografiche, dalla TV di Stato, dall’editoria ― e il piatto propone solo prodotti stupidi e istupidenti, allora le cose si complicano. E la Forza singola vacilla.
Nello specifico. Se a un film come “Francofonia” viene riservata la fine dei vostri jeans con le pinces (si legge “pèns”) ovvero un angolino remoto in soffitta, ovvero una proiezione UNA ― e per grazia del Santo Mastro e il suo accordo con la Settimana della Critica ― e se a un film come “Il sopravvissuto – The Martian” sono riservate 500 sale in tutta Italia e proiezioni a tutte le ore, siamo costretti a fare uno sforzo in più, ingegnarci con misure alternative. Tipo scaricare Francofonia da qualche piattaforma ― Netflix il primo della classe ― e tipo boicottare il Marziano così come sto facendo io da quando l’ho visto.
Questa settimana ho avuto la riprova della Forza. Il pezzo da 90 “Francofonia”, il cine d’essai spinto, ha portato in sala ben quattro Moviers: l’abbinamento sempre juicyVanilla & Chocolate, il Pizzo con Teresa, una Guest diventata immediatamente la Movier Modenella, e non solo perché, lo vedete, ha delle evidenti origini emiliano-romagnole, ma anche perché è bella come una top ― fenotipo di riferimento: Afef. Tutt’intorno una sala discretamente popolata: tenete sempre a mente che si tratta di Sokurov, inferiore, quanto a timore suscitato, al centroavanti di sfondamento Tarkovskij.
Il pezzo da 180 “The Walk”, il cine d’entartainment, stacco-la-mente-e-stop, al quale mi aspettavo folle e folle di giubilanti Muviani, ha portato in sala la Vanilla, la Honorary Member Mic da Vicenza ―in un Let’s Movie In-Sync calcolato al millimetro 🙂 ― e una manciata di altri spettatori, tanto manciata da farci sentire dei dispersi nella sala grande dello Smelly Modena.

I comportamenti della massa possono davvero interdire. Certo, “Francofonia” era gratis, e “The Walk” è capitato in una notte buia e tempestosa. Però questo non m’impedisce di bearmi nell’evidenza che il cinema d’essai spinto l’abbia spuntata ― possa spuntarla― sui pop-corn.

Com’era “Franconcofonia”? Mi sono sentita chiedere nei giorni successivi alla visione.
Eh, una roba mai vista, ho risposto io, regredendo alla prima media nella padronanza espositiva. Non mi spingerei fino a dire che Sokurov reinventa un genere. Ma posso con sicurezza affermare che scava uno spazio tra il documentario e la fiction, la museologia, la storia e la storia dell’arte a cui nessuno prima di lui aveva pensato. Sokurov fruga il Louvre e porta sullo schermo un episodio che credo solo gli addetti ai lavori conoscano: la collaborazione, e l’intesa, che il direttore del museo Jacques Jaujard e l’ufficiale tedesco Franziskus Wolff-Metternich strinsero durante l’occupazione nazista della Francia.
Non si pensa mai alle opere d’arte quando studi o rifletti su una guerra. La guerra è conseguenze pratiche, numero di vittime tra i soldati, condizioni penose per i civili, effetti psichici su tutti quanti. L’arte slitta in secondo piano, e non solo nella contingenza degli eventi, ma anche nella loro analisi postuma. Parlo per me, naturalmente: non mi sono mai domandata: ma il Louvre, il museo più visitato al mondo, il più conosciuto (se proprio non il più grande, che l’Hermitage quanto a km, non lo batte nessuno), il Louvre e i tesori che si porta appresso da secoli, come ha fatto durante la Seconda Guerra Mondiale? Ovviamente la domanda si estende a tutti i musei. E l’estensione prosegue ancora all’arte. Come fa, l’arte, durante la guerra?
Nella storia tra questi due individui illuminati, Jaujard e Metternich, è proprio il fatto che abbiano agito da soggetti pensanti, incuranti delle rispettive ideologie nazionali, e non da oggetti manovrati da ordini bellici, troviamo una grandissima prova di coscienza umana: questi due hanno trovato il modo di accordarsi affinché l’arte custodita nel Louvre non venisse toccata e potesse proseguire nel suo cammino verso il futuro, arrivando fino a noi. Allora, vi prego, aggiungiamo a Batman e Capitan Harlock questi due eroi, che magari non avranno avuto la bat-mobile in garage e navigato i mari del cosmo, ma che hanno garantito al cuore dell’umanità ― l’arte è il cuore dell’umanità― di continuare a battere.
Sokurov lega a questo filo narrativo principale ―ben distinguibile stilisticamente dal bianco e nero e da una banda laterale zigzagante― un paio di video-telefonate molto disturbate con il capitano di una nave che sta trasportando dei container pieni di opere d’arte, il mare forza 9 (o 18, insomma, grosso). Il nodo che unisce questi due fili, lo vedete, è quello della salvezza dell’arte: Jaujard e Metternich fecero in modo che i tesori millenari del Louvre traversassero incolumi la tempesta della guerra e l’oceano del tempo, così come il capitano di marina sta facendo con il suo cargo. Tutto questo è accompagnato da immagini di repertorio, ritratti ripresi all’interno del Louvre, filmati d’epoca, foto di Tolstoj e Stalin, e l’interno del Louvre stesso, e soprattutto dalla voce del regista, una presenza sonora fondamentale nel film, più di quella di un personaggio in carne e ossa. Il regista compare anche fisicamente nel suo studio e in altre scene, e questo suo mettere se stesso dentro il film, voce e corpo, per me è un modo di dire allo spettatore, “sono qui”. Non faccio un documentario su una materia esterna da me. È una materia che mi tocca, è una materia di cui faccio parto, sia come artista sia come uomo. È una materia che CI tocca, tutti, europei, non-europei, mondo. Mi casa es tu casa.

Ma a Sokurov non basta. È un visionario, non può accontentarsi di immaginare i dialoghi fra due personaggi storici realmente esistiti ma sconosciuti ― che sarebbe stato già tanto. Si diverte anche a trasformare la Marianna di Francia ― nientepopodimenoche ― in un disco rotto che ripete senza sosta il ritornello Liberté-Egalité-Fraternité. Come se l’unico concetto che le riuscisse d’articolare sia questo. O forse, come se quella triade fosse l’UNICA cosa che contasse. Interpretazione splendidamente aperta… Sta di fatto che questa Marianna pappagalla è molto comica, e fa da spalla ad un altro personaggio che par uscito dal Derby ―non Milan-Inter, mi riferisco allo storico locale di Milano in cui si formarono i comici dell’assurdo degli anni ’70, Jannacci, Cochi&Renato, Gaber…  Un Napoleone tronfio e borioso, pinguino come non mai nella sua classica uniforme beige e blè, il cappello a goletta, l’ego mastodontico dentro la statura inesistente. Così come la pappagalla Marianna è ferma su Egalité-Liberté-Fraternité, Napoleone ha un’unica idea fissa in testa: “C’est moi”, che ripete over and over, con un effetto esilarante, e molto emblematico sul tipo di (d)io che l’imperatore si portava a spasso. Dopotutto basta un “c’est moi” ripetuto con piglio bonapartiano, a sintetizzare non solo il personaggio, ma anche, per analogia, la campagna di saccheggio che la Francia napoleonica organizzò ai danni di Italia, Africa, tutti i paesi che subirono il passaggio francese e l’avidità del piccoletto.
“Francofonia” fa della controversia, e della controversia iscritta nella storia, un argomento centrale del suo dire. La storia è una ruota, sembra dirci Sokurov. La Francia ha depredato paesi e ora viene depredata dal nazismo, ma la storia non ha alcun ruolo educativo ― il famoso tormentone della magistra vitae. Se possiamo fare qualcosa è prenderci cura della memoria, e dell’arte. Perché sono loro, memoria, arte, e quindi cultura, a salvare le generazioni dalla barbarie a cui le generazioni, masochisticamente e insensatamente, si sottopongono. Solo arte e cultura travalicano la politica, la trincea, mettono a un tavolo un tedesco e un francese in piena guerra ― non in una barzelletta ― e li fanno giungere a un accordo. E non c’è alcuna nostalgia o afflato passatista nella voce di Sokurov. Benché maneggi la storia e incoraggi la preservazione della memoria, il film è radicato nel presente, tanto che uno dei suoi primi statement è “Non voglio parlare del passato. Parliamo solo del presente”. Gli artisti veri sono quelli con le spalle cariche e lo sguardo avanti.
Non so se ho reso l’idea. Forse bastava mi fermassi a “roba mai vista” per commentare “Francofonia”…. Ma mi andava di farvi venire voglia di non scordarlo. Se non proprio di vederlo, almeno di non scordare che esiste.

Ho citato prima “gli eroi” Metternich e Jaujard. Be’, in misura diversa e in contesto diverso e con le dovute cautele, anche Philippe, il protagonista di “The Walk” è un eroe, una specie. Provatevi voi a: tirare 42 m di fune da Torre Gemella a Torre Gemella mentre le Gemelle sono ancora in corso d’opera (siamo nel 1974); passeggiare da una Torre all’altra per 8 volte, non una, OTTO, e, nel corso delle otto passeggiate, inchinarvi, sdraiarvi ― sdraiarvi! ― sul filo e ignorare l’elicottero dei cops che ti vola sopra la testa con quel leggero spostamento d’aria di cui gli stolidi cops s’infischiano.
Un eroe è uno che fa cose eroiche. Ho trovato che queste cose ― il piano rocambolesco per sistemare il filo e le otto passeggiate a 100 m d’altezza ― siano, a loro modo, eroiche.
Confesso che in “The Walk” la componente “storia vera” è fondamentale. Non sarei mai andata a vederlo se si fosse trattato di pura finzione. Vai a vederlo per guardare con i tuoi occhi la follia di compiere un gesto del genere, così privo di senso e paradossalmente con così tanto senso che sei a rischio schizofrenia tutto il tempo. E il senso deriva dal considerare tutta l’operazione un gesto artistico, una specie di happening, un’opera d’arte in movimento.
Si consideri quel che si consideri, questa storia ti fa raggiungere una conclusione elementare, “Se s’è camminato per otto volte su un filo tra due torri alte 100 m, allora si può fare tutto” ― una conclusione che a tanta americanità piace. E anche a noi europei disincantati un po’ piace, ammettiamolo…
Per quanto Joseph Gordon-Leavitt mi garbi molto come attore, il suo personaggio ha un taglio troppo da buffoncello per i miei gusti ― immagino ritagliato sul vero Philippe Petite, funambolo e pazzo di professione ― e nemmeno il ripercorre la storia della sua vita raccontandocela dalla torcia della Statua della Libertà (!) attraverso un flash-back a tinte assai fiabesche e autocompiaciute incontra il mio gusto.
Ma Zemeckis sa come costruire una tensione difficilmente costruibile: dato che Philippe ci racconta la storia, sappiamo sin dall’inizio che non si schianterà, quindi il rischio “noia” sarebbe sempre in agguato. Invece, no, non ti annoi, e se riesci a far pace con delle indubbie ridicolaggini proprie di Philippe e delle forzature nei personaggi che lo circondano, l’ultima mezz’ora è entertainment duro e puro!
Siamo al fianco di un funambolo, mentre cammina a 100 metri d’altezza e sotto di lui si stende New York, pronta ad accogliere la frittata in cui potrebbe trasformarsi a ogni passo. Siamo lì accanto a lui ― e questo cos’è se non cinema? L’effetto è davvero impressionante ― chi soffre di vertigini o scappa dalla sala o guarisce ― grazie anche al 3D, un benefit a cui rinunciare sarebbe davvero da braccini troppo corti, e per una volta tanto non mi ha fatto rimpiangere nessun Travelgum. Io e la Vanilla non riuscivamo a credere ai nostri occhialini. Soprattutto, non riesci a credere che Philip, quello vero, possa averlo fatto. Otto volte avanti e indietro. Semplicemente non puoi crederci.
Il film non ti chiede altro: non risponde a domande più grandi, per esempio cosa stia dietro l’ossessione di quest’uomo per spingerlo a compiere un gesto che ha il 99.9% delle possibilità di finire in tragedia. Di quelle domande dicono se ne sia occupato “Man on Wire”, il documentario che James Marsh girò nel 2008, e che vinse l’Oscar.
Va bene così. In “The Walk” mi si dà questo, thrill&fun, non mi viene promesso nient’altro. I take what I buy.
Quindi se magari vi capita una serata buia e tempestosa ― fuori e dentro ― quattro passi fra le nuvole di Wall Street e del sano cardiopalma potrebbero rimettervi in sesto. 🙂

E ora Fellows, lo attendiamo da Venezia 2014 (un anno!)

TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY
di Peter Bogdanovich

È una commedia, Muviani! Una di quelle sullo stile Lubitch, che ci piace tanto ― ricordate “Ninotchka” e “Vogliamo ridere?”. Il titolo originale, con cui mi riferirò al film d’ora e per sempre amen, è “She is funny that way”, ben più felice dei soliti fatalistici accadibili di cui non se ne può più.
Il film stese dalle risate le platee critiche della Mostra del Cinema lo scorso anno. Io me l’ero appuntato, conscia che vederlo sul grande schermo avrebbe richiesto mesi e mesi di santa pazienza, visti i qui-comando-io della distribuzione. Ma alla fine questa-è-casa-mia, e l’abbiamo spuntata 🙂
La domanda che ciascuno di voi si deve porre è. Voglio perdermelo?
Ecco, se sollevate lo sguardo in questo istante, ci sono io che vi guardo con l’espressione “Ma ché stai a scherzà??”. 🙂

Prima di salutarvi, sempre con quel misto di dispiacere e contrizione (per aver abusato di voi), vi annuncio, con napoleonica soddisfazione, che il Fellow vostro collega, il The Shoe-Must-Go-On (che razza di spettacolo di cine-identità!), ha risposto al mio appello della settimana scorsa su “The Lobster”! Ricordate le mie perplessità? Il mio “Mi fate la cortesia di andare a vederlo e di dirmi cosa ne pensate? [email protected]”. Be’, il nostro Fellow ha fatto la cortesia di vederlo e dirmi cosa ne ha pensato 🙂 E con quanta dovizia, ragazzi! Io m’inchino. Leggete per credere.
Muviers, fate anche voi come lui. Riducetemi a un eterno inchino, fate di me un Bow Board! 😉

Ora scappo proprio. Il menu prevede riassunto sbobba, Maelstrom crème de la crème, ringraziamenti per ammazzacaffé e saluti, questa sera moltoumanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

The Shoe-Must-Go-On, ecco, i Muviani sono tuuuuuutti tuoi 🙂

Caro Board,

non posso esimermi dal commentare l’ultimo Lanthimos dopo aver letto la tua richiesta odierna. Iniziamo col dire che a me lui piace, il suo cinema d’autore credo faccia parte della categoria: “o li odi o t’incuriosiscono parecchio”, tesi confermata in parte dal Mastro che mi ha raccontato di gente che è uscita dalla sala schifata a metà film o molto contrariata a fine pellicola in risposta ad altri (come me) che sono usciti, si sono presi un caffè e sono rimasti su uno sgabello a pensare. Tornando allo stile del regista io lo adoro perchè avevo già visto il suo primo lungometraggio: Kynodontas (“Dogtooth” in inglese), che in quanto a “orrore e spaesamento” è in realtà molto simile a The Lobster, basta vedere il trailer per credere: https://www.youtube.com/watch?v=QFtDzK64-pk
Devo ancora vedere “Alps” per essere sicuro al 100% di quello che sto per dire, ma credo che il regista usi molto la violenza e giochi molto su crudeltà e rigidità oltre ad ogni limite per dare un’impronta forte al suo messaggio, per attirare quindi l’attenzione di chi dovrebbe ascoltare il suo parere e la sua visione sul mondo. Con Lobster secondo me vuole mettere in discussione gli schemi predefiniti della società odierna, basata (spesso ma non sempre) sulle cose che gli altri si aspettano da te e su schemi rigidi pre-fabbricati che vengono talvolta donati o imposti in maniera velata alle persone come “dogmi-esistenziali” spesso ingiusti e che tendono a reprimere le peculiarità ed i sogni dei singoli, anche se in realtà molto fragili se sollecitati a dovere. Lanthimos secondo me vuole andare contro la pubblicità della Pampers, quella che diceva: nasce, cresce, corre… “Perchè devo correre??? Io voglio nascere, crescere e giocare coi Lego, no di certo fare running come mi obbliga la pubblicità!!!”.
Scherzi a parte, in definitiva credo che questo regista greco sia l’espressione di un paese di pensatori e uomini di cultura che sta soffrendo ed ha sofferto molto negli ultimi decenni di malanni economici ed è per questo che usa le “maniere forti” per portare al mondo il proprio messaggio di sdegno. A supporto di quest’ultima affermazione c’è la “violenza cinematografica” utilizzata anche da un suo connazionale (Alexandros Avranas) con il film Miss Violence.

Pippone in salsa tzatziki finito.

Applausi e inchino!

TUTTO PUO’ ACCADERE A BRODWAY: Isabella “Izzy” Patterson (Imogen Poots) è una giovane squillo che aspira a diventare attrice. O piuttosto una giovane attrice che si arrangia a sbarcare il lunario. Una notte s’imbatte in Arnold Albertson (Owen Wilson), affermato regista con passioni da filantropo. Arnold le offre 30.000$ per coltivare i suoi sogni e realizzare se stessa. Si innesca così una girandola di eventi inaspettati ed incredibili equivoci che cambieranno la vita di tutte le persone che Izzy conosce, dalla sua stralunata psicanalista (Jennifer Aniston) fino ad un misterioso detective (George Morforgen).

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 235 – propone THE REPAIRMAN e commenta VIZIO DI FORMA

LET’S MOVIE 235 – propone THE REPAIRMAN e commenta VIZIO DI FORMA

THE REPAIRMAN
di Paolo Mitton
Italia, 2015, ’89
Lunedì 9/Monday 9
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/Dal Mastro

 

Fiji Fellows,

Boeing 747 e in sedici ore o poco più potrei essere a Suva, con un bel mai-tai in mano, il sole a picco sopra la testa, la recensione su “Vizio di forma”, un pensiero lontano sprofondato nel Vecchio Mondo.
Questa manfrina per il puro gusto d’immaginarmi a Suva con un mai-tai in mano ―goduria non da poco. Però, per quanto la sola idea di mettersi a scrivere su “Vizio di forma” abbia atterrito gran parte dei Moviers presenti lunedì, in realtà la recensione potrebbe essere la sfida più Annapurna della storia lezmuviana, e questo si sa, stuzzica molto i ramponi del Board. 😉

Avrete tutti dimestichezza con Raymond Chandler, immagino. Se non c’avete dimestichezza, e il cosiddetto genere hard-boiled (=poliziesco) degli anni ’30 non è esattamente il vostro ambiente perché voi siete più che altro tipi da Nouvelle Vague e ingannate il tempo alla fermata dell’autobus leggiucchiando i Cahiérs du Cinéma, be’ allora vi dico per vostra informazione e cultura personale che lo strambissimo protagonista di “Vizio di Forma”, Larry “Doc” Sportello, è il diretto discendente di Philip Marlowe, il detective chandleriano che bazzicava i bassifondi di Los Angeles negli anni ’30 e risolveva i casi più disparati, come il nostro Larry. Ma certo, se Marlowe è il trisavolo di Larry, suo fratello gemello è senz’altro il Grande Drugo Leboswski, entrambi loser dichiarati ―dichiarati con un certo orgoglio sopratutto nel caso del Drugo coeniano― entrambi sfatti ―soprattutto nel caso del Doc andersoniano.
Ma mi sono precipitata senza prima dare il giusto spazio all’affollamento di Moviers di lunedì! Abbiamo eguagliato il record storico della (s)porca dozzina, con i seguenti Moviers: Vanilla & Chocolate (golose, sempre, messe così vicine) e, a ricalcare la sfumatura bruna e-basta-col-grigio, la Lady Brown; il Fellow The Candy The Andy post-vasca, il Movier micro magnate Onassis Jr, finalmente il Fellow Felix, il WG Mat, il Fellow Giusenzaccento, il Magno Carlo e due Moviers nuovi nuovi, pargoli pargoli, Adriano detto Pizzo (macramé, in caso, zero collusioni con mafia o robe simili) e Matteo detto Granpa (pronunciato con inflessione del Cumberlandshire, mi raccomando :-)). A loro abbiamo già spiegato come funzica la res lezmuviana, e hanno assistito, se non proprio proprio al film dell’anno, a quella bella atmosfera di accapigliamenti post-proiezione di cui io personalmente vado molto fiera.

Non ci si capisce molto, nel parlatissimo “Vizio di forma”. Cercare di tratteggiarne un riassunto, pur indefinito e vago, non s’ha da fare ―e già dicendo così accontento Leopardi e Manzoni. Posso dirvi che il protagonista, il nostro detective post-Marlowe co-Lebowski, viene contattato dalla sua ex fidanzata, Shasta, che gli chiede di evitare che Mickey Woolfman, il milardiario che sta frequentando, venga fatto internare in manicomio dalla moglie e dall’amante di questa.
Ecco, fin qui ci sono arrivata, e questo viene esplicitato circa entro il settimo minuto dall’inzio. Ma questo fatto non è che la cosidetta punta dell’iceberg: Sportello accetta di aiutare Sashta, ma il caso si complica includendo tutta una serie di sotto-casi, para-casi, intra-casi che, dall’ottavo minuto in poi, vi fanno perdere il filo, l’orientamento, la bussola, tutto ciò che di perdibile il vostro zainetto da boyscout lezmuviano contiene. Una voce fuori campo ―in pieno stile noir― introduce un affastellarsi di nomi, situazioni improbabili, personaggi assurdi fra cui trafficanti di droga, poliziotti frustrati, black panthers, energumeni filo-ariani, madri strafatte e prostitute asiatiche, milionarie sharonstoniane con addosso trikini neri da sballo e consulenti spirituali di molto fisico e ben poco spirito.
Il collante che unisce questi fili narrativi che costituiscono la matassa del film è la droga, in ogni forma, supporto, stato ―solido, liquido, gassoso, erboso. E la stessa esperienza cinematografica vissuta dallo spettatore è quella del trip, inteso non come tragitto da A a B ma come viaggio psicotropo in assenza di mutazioni lisergiche alcune. “Vizio di forma” si collaca all’interno di quella categoria cinematografica in cui devi lasciare a casa la logica, smettere di tracciare collegamenti tra fatti e nomi, premesse e conclusioni. Se applichi quel metro, ne esci sconfitto ―o semplicemente frustrato, come il nostro Movier Magno Carlo, la cui insofferenza al film è stata espressa nella votazione “meno 10” (le votazioni sotto lo zero erano pratica comune ad Aquisgrana, si sa :-)). Il prezzo richiesto allo spettatore da parte di questi film, tra cui citerei “Paura e delirio a Las Vegas” e “Pasto nudo”, è quello del “lasciate ogni speranza (di capirci) voi ch’entrate” ―e così accontentiamo pure il Sommo. Con la differenza che in “Vizio di forma” l’allucinogeno non deforma la realtà in senso fisico, come nel caso dei due film citati ―nessuna macchina da scrivere che si tramuta in scarafaggio, per intenderci― ma distorce le relazioni fra i personaggi. Anderson non si lascia trascinare in discese oniriche che piacciono tanto, per dire, a un Terri Gilliam (“Parnassus” è un altro film da mettere accanto ai due sopracitati): non percorre la strada della trasposizione visiva dell’allucinogeno. E’ la distorsione dello spazio mentale ―riflesso di un’epoca― che interessa al regista. E questo è da apprezzarsi: è come cercare un’altra via, una strada nuova.
Per darvi un’idea, una scena: Larry, stravaccato sul divano di casa a rollarsi uno spinello ―pratica che lo vede spesso impegnato. Ecco che il poliziotto Bigfoot (un po’ la sua nemesi in formato cop) fa irruzione in casa sua mandando in frantumi la porta a vetri ―e già ridi: un tizio Bigfoot di nome e di fatto, che sfascia una porta fa ridere (è il cosiddetto Bud Spencer Effect). Dopo un breve monologo abbastanza nonsense, Bigfoot prende il vassoio di erba (non graminacea, oppiacea) da cui Larry si stava servendo e ne divora, letteralmente a manciate, il bendiddio che ci sta sopra. Poi, di punto in bianco, prende e se ne va.
Larry rimane lì, seduto per terra, incredulo e attonito.
Cosa c’è di più distorto di un poliziotto che si strafoga di marijuana nella casa di un loser fatto che pratica il suo stesso lavoro?
Larry appare così tutto il film, stralunato e malinconico, ma riesce comunque a mantenere una specie di distacco dalle cose, e questo deriva direttamente dalla penna di Pynchon, che ha abbozzato il detective Sportello sul modello del detective anni ’30 ―il Philip Marlowe di prima che tutti conoscete benissimo― pur inserendolo in un periodo di transizione assai complesso: il film è pieno di riferimenti alla cultura hippie degli anni ’60, tutta marijuana, dreadlock e piedi scalzi (e sozzi), di cui Larry è il portatore number one. Al contempo però, è radicato negli anni ’70, la decade dell’eroina, degli speculatori edilizi ricchi e spietati, di Nixon ―il cui volto è sempre presente, alla televisione oppure alle pareti degli interni che si vedono― e di Charles Manson, anche lui citato spesso nel film. E il vizio del titolo, erroneamente definito “di forma” dalla traduzione italiana, in realtà è un vizio “inherent” ovvero “intrinseco”, un difetto di funzionamento delle cose che non può essere risolto ―nelle polizze assicurative marittime, ci viene spiegato, è tutto ciò che non può essere assicurato in quanto impossibile da evitare, come “le uova che si rompono, la cioccolata che si scioglie, ecc…”.
Il vizio intrinseco porta con sé una profonda malinconia, come di cose inevitabilemente fallate e perdute, e questo sapore di gone-baby-gone, di solitudine, si sente in tutto il film. E anche nel personaggio stesso di Larry, nel suo amore con Sashta che non è più e non tornerà più, e nei suoi anni ’60 di mariuana e piedi scalzi, che nemmeno quelli, torneranno più. La nostalgia è un gas nervino che si spande dall’inizio alla fine, e questa, forse, è la sostanza a cui il film risulta più addicted…

Se però riusciamo a superare tutto l’intrico di informazioni, fatti, (collega)menti labili, eventi storici, luoghi geografici dentro cui perdiamo le coordinate, possiamo godere di momenti semplicemente esilaranti. You see, i film sono fatti anche di singole scene che valgono da perle e anche più: e pazienza se del film scorderai il 98% una volta a casa. Quel 2% che ti rimane basta a ripagarti, anche solo del prezzo del biglietto.
C’è una scena che è qualcosa in più, per me, del 2%. Larry a casa di una tossica che lo assolda per rintracciare il marito scomparso (e tossico, of course). Dopo avergli raccontato le circostanze estremamente burroughsiane in cui ha conosciuto il marito (non scendo in dettagli ma c’entrano poo&puke), la tossica spiega a Larry i danni che l’eroina ha causato alla figlioletta mostrandogli una fotografia della piccola. A noi spettatori la foto non è concessa: ma basta il grido di stupore/orrore di Larry a farcela “vedere”. La fila in cui i Moviers stavano leboswskianamente spaparanzati è stata scossa da una risata collettiva che ricorderò vita natural durante ―e vale BEN PIU’ del 2%, e anche di una messa…
Non tornerei a vedere questo film. Così come non rivedrei i polizieschi degli anni ’70, in cui, concordavamo io e il WG Mat, non ci si raccapezzava molto: rincorrevi tutto il tempo la ragnatela di fatti e nomi appuntati sul taccuino del detective sgarruppato di turno, battevi con lui le periferie squallide delle metropoli americane minori tipo Detroit o Atlanta, la macchina piena di bicchieri di caffé e mozziconi di sigarette. E quello, in fondo, bastava.
No, nn tornerei a vedere questo film, ma, ci crediate oppure no, il fun c’è stato. E non so se questo sia dipeso da certi istanti buffissimi (l’indimenticabile scena della foto-con-urlo), oppure dall’estasi della calca lezmuviana intorno a me, oppure dall’entusiasmo con cui la Fellow Vanilla difendeva il film insieme alla Lady Brown, oppure per il verdetto laconinco-matematico del Fellow Giussenzaccento ―”Vizio di forma” sta a Anderson come “Il grande Lebowski” sta ai Coen”, Amen― oppure per quello tarantiniano del Candy ―“Una combinazione di “Le Iene” e “Jackie Brown”― oppure per il Fellow Onassis Jr, che vorrebbe tanto la smettessi con piccionate&pipponate e virassi una volta per tutte sullo Smelly. 🙂 Tutto questo senz’altro ha avuto il suo bel peso. Ma il peso l’hanno anche avuto un’incertezza di categorizzazione del film. “Vizio di forma” non è una commedia, non è un dramma, non è un noir. E’ tutt’e tre. E quando non sai bene dove collocare un film, allora c’è qualcosa di appetitoso che bolle in pentola, e non c’è rien à faire, non puoi che aspettare di affondarci il cucchiaio…

Alla fine è stata ‘na passeggiata, ‘sta Annapurna…sarà stato il mai-tai…
E per festeggiare al campo-base, ci facciamo tutti una commedia

THE REPAIRMAN
di Paolo Mitton

Eh sì, dopo volatili hollywoodiani, piccioni svedesi e trip allucinati, un po’ di comedy ci vuole ―e dalle tribune un boato di giubilo spazzò via il Board 🙂
So solo che “The Repairman” ha un sottotitolo interessante ―”Perché cambiare la vita se puoi aggiustare quella che hai?”― e un nerd per protagonista. Essendo io segretamente innamorata di Sheldon Cooper (Big Bang Theory, per chi non sapesse), non posso lasciarmi scappare una comedy in cui potrei ritrovarne il doppelganger italiano (sì, ho detto doppelganger)… Poi non so, sarà che avrei tanto voluto proporvi “Superfast & Superfurious” ma voi leggete le Cahiérs du Cinéma alla fermata dell’autobus, e mi sono fatta qualche scrupolo…
🙂

Cerco di riemergere dal mare d’idiozia che amo tanto navigare, e vi consiglio di dare uno sguardo al Movie Malestrom, evitando il riassunto.
Vi ringrazio tanto della pazienza (mammamia, tanto tanto) e vi saluto mandandovi dei saluti oceanicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Lo volete un bel film da un regista esordiente? Aspettate una settimanella e poi andate dal Mastro a vedervi “Cloro“, di Lamberto Sanfelice, lanciato in anteprima mercoledì scorso all’Astra ―con il regista presente in sala!― all’interno di Avvicinamenti, la rassegna che ci accompagna, anzi, avvicina, al Trento Film Festival Edizione 2015 (1-10 maggio) 🙂 http://trentofestival.it/tff-365/calendario/avvicinamenti/
Finalmente un regista che vede la montagna come ostile ―non dimentichiamoci che Trento, prima di diventare “Trentoville” e assumere quell’aria da paesone in mezzo alla prateria, fu per molto tempo nota come “Trentostile”― un regista che non ha paura di descrivere la montagna in questo modo, svicolando dai soliti approcci che la leggono in termini neo-romantici o post-apocalittici o panora-mistici…
“Cloro” racconta la storia di un’adolescente, Jennifer, trascinata via dalla città e costretta a vivere nel middle-of-nowhere montano, dove non può praticare la passione della sua vita: il nuoto sincronizzato.
Madre morta, padre perso nel proprio dolore, fratellino da tirar su, compongono il quadro.
Un film duro e puro, come il freddo che gela baite e piedi sradicati da marciapiedi urbani. E come la mancanza del mare, mai così presente pur nella sua fisica assenza.
Film assolutamente da segnare sul taccuino del bravo Movier.  🙂

THE REPAIRMAN: Scanio Libertetti, un mancato ingegnere che si guadagna da vivere riparando macchine da caffè, segue un corso di recupero punti in un’autoscuola di provincia. Chiamato a spiegare come abbia perso la patente, travolge insegnante e compagni di corso con il racconto del suo ultimo anno di vita. Tra amici ormai realizzati che non perdono occasione per criticarlo, lo squillo insistente di un vecchio telefono e lo zio panettiere che lo incoraggia sempre a valorizzare le sue doti, Scanio si muove in equilibrio precario fra le contraddizioni del mondo moderno. Solo Helena, giovane inglese trasferitasi in Italia per lavorare come esperta di risorse umane, pare essere la presenza in grado di capirlo e di rassicurarlo. Almeno per un po’.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More