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LET’S MOVIE 385 da NYC commenta “LA FAVORITA” di Yorgos Lanthimos

LET’S MOVIE 385 da NYC commenta “LA FAVORITA” di Yorgos Lanthimos

Forse Fellows

dovrei limitarmi al caso che sta tenendo gli americani con il fiato sospeso sin da quando è scoppiato, qualche settimana fa. Mi riferisco a Brett Kavanaugh, candidato alla Corte Suprema proposto da Trump contro Christine Blasey Ford, la dottoressa che lo ha accusato di aggressione quando lei aveva 15 anni, lui 17. Un’udienza, quella di giovedì pomeriggio, seguita da milioni di americani.

Io, che il giovedì finisco a mezzogiorno all’FIT, e spalanco braccia e porte al weekend, ho approfittato del sole e delle temperature paraestive per farmi una corsa via dalle strade trafficate, e ascoltarmi l’udienza in santa pace.
Ho sentito parte della deposizione di lei, Christine, la voce un filo, rotto molto spesso dall’emozione. E poi ho sentito lui, Kavanaugh. Prima la sua rabbia, poi la sua voce, rotta, nel suo caso, dal pianto.

Il caso è spinosissimo. Entrambi sono molto credibili, ma uno dei due sta platealmente mentendo. La Commissione di Giustizia del Senato ha deciso di avviare un’indagine dell’FBI.
Sono passati trent’anni, cosa troveranno i cops, mi chiedo.

Ora, a prescindere da tutto.
Kavanaugh ha ammesso di aver fatto uso di alcolici al liceo e all’università, di aver fatto, detto e scritto — nei suoi diari — cose sciocche, di cui si vergogna.
Chi non le ha fatte, dette e scritte, in gioventù, mi viene da assentire, in un moto di perversa comprensione. Ma il fatto è che la Corte Suprema è il più alto organo giuridico degli Stati Uniti. Uno dei nove giudici è la nostra Ruth Bader Ginsburg — ricordate la Notorious RBG? — la personificazione dell’irreprensibilità, dell’integrità morale e comportamentale. Una vita di dedizione, sacrificio. Non ce la vedo, Ruth, a tappezzare il diario di ritagli di Cioè (!) e a giocare al gioco della bottiglia.
Quei nove dovrebbero essere degli Ubermensch — RBG una donna bionica lo è di certo — i più irreprensibili, i più integerrimi del paese. Devono decidere e legiferare sulle macro questioni legali, etiche, esistenziali del paese. Al di sopra di loro c’è solo Dio. E per abitare un piano sotto Dio non puoi assolutamente essere coinvolto in questioni d’immoralità. Ti giochi il loft. Kavanaugh se l’è giocato. Ha fatto una figura povera, davvero povera.
Non vuoi sentire un coinquilino di Dio piagnucolare “I did many stupid things when I was a teenager, as any teenager does”, non vuoi sentirgli dire “I cringe with shame” — rabbrividisco dalla vergogna — anche se si tratta di gare di meteorismo… E non vuoi sentirgli dire “Mi piace la birra, come a chiunque”.

La sua posizione si è aggravata ulteriormente dopo che una sua ex compagna ai tempi di Yale, lo ha accusato, qualche giorno fa, di aggressione. Pure lei.

È giusto condannare trent’anni dopo una presunta aggressione?
I reati non cadono in prescrizione?
Sì e no, mi viene da rispondere nell’ordine. Il nome di un giudice, a maggior ragione se supremo, non dovrebbe nemmeno entrare nella stessa frase con parole tipo molestie e aggressione. Voi direte, eh ma siamo tutti umani. Eh ma ricordate, i Forensici Nove stanno un gradino sotto il living-room di Dio — questo pensano gli americani — quindi no, non sono umani nel senso letterale del termine. Sono la coscienza bianca del paese, la rettitudine incarnata. Quindi imbattersi in comportamenti sconvenienti non è accettabile.

Ho capito che questo caso non solo sta infiammando la quotidianità di tutti — giornali, giornaletti della metro, tv, internet — ma anche l’immaginario. È come un film, ma vero, e in fieri.
Il rispettabilissimo repubblicanissimo Brett Kavanaugh, dopo anni di rispettabilissimo repubblicanissimo servizio, anche a fianco del presidente Bush, è finito nel girone dei Weinstein.
Meriterà di stare lì? Chi dice la verità? Chi mente? Se mente lui, è da Coppa Volpi come miglior attore: un’interpretazione di quel livello è da premio internazionale della critica. Se mente lei, è da Palma d’Oro: un’interpretazione di quel livello è anche da premio internazionale della critica.
Attaccateci l’indagine che in queste ore l’FBI sta portando avanti. E non si scordino i risvolti politici con cui è fasciato questo caso: se Kavanaugh viene confermato giudice, la parte repubblicana schiaccia la parte democratica con sei giudici su nove. Questo potrebbe portare a un pericoloso scenario di squilibrio per i prossimi trent’anni: la carica di giudice supremo è a vita. Kavanaugh ha 53 anni. RBG né ha 84. Trent’anni sono da mettere in conto.
I repubblicani urlano al complotto: il caso è stato allestito ad arte dai democratici per screditare il candidato repubblicano e protrarre la ricerca di un nuovo candidato.
I democratici s’indignano, cavalcano l’onda e stanno a vedere.

Tutto questo — nessuno me lo toglie dalla testa — puzza di cinema. Tuttavia, i newyorkesi sono davvero in apprensione. Il mioi pupil settantenne, Stephen, mi ha detto che è indietro con tutto perché il caso lo prende così tanto da costringerlo a leggere qualsiasi articolo pubblicato. E credetemi, gli articoli, specie quelli del New York Times sono così lunghi, oh-my-God-so-long, che per leggerli dovete disdire tutto quanto avete in agenda, o dovete costruirvi l’agenda intorno alla lettura. Questo succede per la maggior parte dei newyorkesi, per i quali la lettura del loro giornale è un momento inviolabile e sacro.
Bob, il mio housemate, vi dedica due ore, al mattino. Certo, lui non ha un piffero di altro da fare, ma mi ha detto che lo faceva anche quando lavorava — e qui, vagli a credere… Tuttavia, perché non credergli? I newyorkesi tendono a non gonfiare numeri e fatti. Preferiscono l’omissione, credo.
Lo capisco anche dal numero di copie del NYT davanti alle porte degli appartamenti accanto al mio — e davanti al mio. A NY il paper-boy non può lanciare i giornali dalla bicicletta. Gli tocca prendere un sacco di ascensori. Perlustra la verticalità, mentre l’orizzontalità è lasciata al Wisconsin.

Mi chiedo se in Italia Blasey Ford contro Kavanaugh stia avendo l’impatto che sta avendo qui. Se la Botteri stia facendo il suo lavoro.

Ecco, forse avrei dovuto limitarmi a parlarvi di questo, e saltare subito a parlarvi della mia serata cinematografica di venerdì.
Ma prima c’è un “prima” per cui devo necessariamente passare.

Venerdì, mentre mi apprestavo a uscire, diretta al Morrison Hotel and Art Gallery a SoHo per una mostra di cui un dì vi parlerò, la mia marcia e la sua tabella hanno subito un piacevolissimo slittamento di orario. Apro la porta per uscire, e vedo avanzare, nel lunghissimo corridoio “Shining” del piano — mai corridoio fu più splendidamente orrorrosamente cinematografico — vedo avanzare Bob, la sporta della sua spesa a sinistra, e una voluminosa scatola di cartone sotto al braccio destro.
“Mail for you”, annuncia.

Io appoggio la borsa e sento correre quel guizzo che corre lungo la schiena e accende tutto il corpo quando qualcosa di piacevole succede.
So cosa contiene quel pacco.

Arriva direttamente dallo stampatore. Il mio editore mi ha fatto stampare dieci copie del mio libro di poesie, “Bitter Bites from Sugar Hills”, la cui uscita ufficiale cade l’11 dicembre.
Mi appoggio alla consolle dell’ingresso, e Bob è persino più agitato di me. Il suo passato da agente letterario emerge e gli fa elencare tutta una serie di specifiche contrattuali a me assolutamente sconosciute. Fingo di ascoltare — e l’Oscar all’interpretazione stavolta spetta a me — ma la mia testa è tutta altrove.
Sotto volute di carta da imballo — più voluminosa del contenuto stesso — eccolo lì, il mio pargolo, il mio baby boy. Sembra gracilino e fragile, uno scricciolo, ma no, non lo è! Lo prendo in mano.
È forte, e solido, in tutta la sua esilità. Mi ricorda qualcuno…

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Bob continua a parlare, in sottofondo. Io sento tutta me stessa nei miei occhi sgranati. Ho perso tutto il mio corpo, oppure tutto il mio corpo è finito dentro i miei occhi sgranati.
Esco di casa, diretta a SoHo. Sbaglio metro per due volte. Sud, nord, City Hall. Non capisco più niente. Ho solo un gran sorriso in faccia e la testa completamente vuota.

Come ho detto alla persone in questi due giorni passati, avvertendole del lieto evento, non è tanto la sensazione di bovina felicità che provo e a cui, francamente, non sono interessata. È l’indicibile sollievo, reggendo quel centinaio di pagine fra le mani. Sollievo perché noi, tutti siamo esseri delicati e indifesi. Di tutto può capitare, e impedirti di fare quello che devi fare. Un banale incidente, una malattia, una depressione — la peggiore di tutte le malattie: l’anima è immune alla chemio — oppure, ancora più banale, il lavoro, le piccole incombenze quotidiane. Ci sono talmente tanti ostacoli che possono frapporsi tra voi e il vostro parto da renderlo un evento mitico alla mercé degli eventi.
Quindi sì, adesso, posso anche morire. Non ne ho l’intenzione, e tranquilli, non lo farò 🙂 Ma l’idea che succeda mi trova in uno stato di tranquilla accettazione: un po’ di quello che avevo da dire l’ho detto, ed è lì fuori, al sicuro. Non è più in pericolo, dentro di me, soggetto a tutte le sciagure che possono capitare.
Per questo il sollievo.

Ci si deve affidare a tanta resilienza e fede per “bring the baby home”, come mi piace dire. E sì, la metafora è quella della gestazione perché è come dar luce a un pargolo.
Ogni essere umano trova il suo modo di creare, nella vita. Il più naturale è sfornare un bimbo. Siamo programmati dalla natura a farlo: ed è per questo che fare figli è una pratica così diffusa. Poi ci sono gli esseri umani che non sono programmati per farlo. Non ho ancora capito bene se loro — noi — apparteniamo a un settore diverso del grande stabilimento dell’umanità, oppure se il nostro sia un difetto di fabbricazione. Questa è una mia curiosità, incide poco sui fatti: il fatto è che non farai figli.
Lo sai sin da quando hai cinque anni, guardi tutte le bambine far da mamme al loro Cicciobello mentre tu rassicuri la tua Barbie: tranquilla, a te non succederà.
Se appartieni a quel settore dello stabilimento, devi trovare un altro modo di creare, di mettere al mondo, di restituire al mondo. L’atto del generare porta con sé una salvifica dose di senso e scopo. I genitori lo sanno bene: vivono per i figli.
Se il figlio non c’è, hai infinite altre possibilità per usare il tuo talento poietico. Tutto sta a trovare la tua.

Al generare è legata anche l’idea dell’immortalità. So che suona molto Clan dei MacLeod e Highlander. Ma questo in fondo cerchiamo, con i nostri discendenti — continuare noi stessi attraverso di loro.
Aver scritto una virgola che rimarrà nel libro del tempo per sempre, cascasse il mondo dal suo asse e rotolasse vie, aggiunge appagamento al sollievo.
Anche il 2018956515 lo fa.
Il 2018956515 è il Library of Congress Control Number di “Bitter Bites from Sugar Hills”.
Il librino ora riposa accanto a libroni dei giganti della letteratura, tutti a riposare nella Library of Congress. Twain, Roth, MacCarthy, Plath.
Sotto le loro stazze gulliveriane, un lillipuziano italiano 🙂
Due parole sulla copertina, a cui tengo tanto quanto alle poesie raccolte.
Io e la mia amica artista Patricia Brett, un ex architetto dell’Upper East Side che tre anni fa ha smesso l’architettura e ascoltato cosa le sussurrava la sua voce — “arte, arte, arte” — ci siamo incontrate per cinque mesi per tirare fuori quello che vedete sulla copertina. Lei a farmi domande, io a fare il punto su me stessa. L’essenza della newyorkesità e della mia newyorkesità. Le scale antincendio, la cisterna dell’acqua, in basso, forse, una metropolitana — per me è un metropolitana. Quella è la mia finestra su New York.
Il titolo dell’opera è “The Poet’s Window”.
E poi lei, Patricia, straordinaria, ha inserito due Sarefruner nel palazzo. Ed io sono incontrovertibilmente due. Sempre presa fra gli opposti, sedotta da ossimori e contrasti, con un piede di qua e uno di là dell’oceano. Due patrie e nessuna.
Anzi, i poeti sono tre.
Se guardate in cima alla alla torre con sopra la cisterna dell’acqua, vedete una figurina piccola piccola che guarda lontano. Per me quello era il Piccolo Principe — il piccoletto mi accompagna ovunque 🙂 — ma per Patricia, che ho incontrato ieri, sono io.
E io ho osservato meglio.
La figurina guarda a est.
Guarda verso l’Italia.
Allora forse sono davvero io.

Per capire Bitter Bites from Sugar Hills bisogna leggerlo. 🙂
A breve uscirà il link per pre-ordinarlo via Amazon e Barnes&Nobles. Link che ovviamente vi manderò.
È una raccolta che canta New York City — come potete leggere qui. Ma anche tutte le altre mie ossessioni, che poi sono le ossessioni dell’arte. Il dolore, la speranza, lo stupore, dio, l’amore. E poi ovviamente il momento storico che stiamo vivendo — subendo.
Dato che il libro esce a dicembre, spero vi — mi! — facciate questo piccolo regalo. E che sosteniate la poesia spuntata fra due oceani.
12 miseri dollari… 😉

Questa settimana mi è andata di super lusso. Si è aperta, sempre venerdì sera — venerdì giornata da olimpo delle giornate — la 56esima edizione del NY Film Festival. Film di apertura, “La Favorita” di Yorgos Lathimos, quel Lathimos che ci ha fatto tanto sognare attraverso l’incubo “Il sacrificio del cervo sacro”, e che, con “La favorita”, ha vinto il Premio della Giuria a Venezia.
Il biglietto per partecipare alla prima all’Alice Tully Hall del Lincoln Center — forse la sala cinematografica più maestosa di New York — costava un testone. 100 dollari.
Però se ti metti in fila un’ora prima e sei fra la manciata di pochi fortunati che si prendono la manciata di posti rimasti, il biglietto te lo danno a 35 dollari. E se avete un amico che omaggia l’arrivo del vostro piccolo lillipuziano a casa in una scatola di cartone regalandovi l’ingresso, l’ingresso diventa un regalo 🙂

Perché tutti vogliono partecipare alla prima?
Be’, perché oltre allo speech della Chairwoman del Lincoln Center Ann Tenenbaum e del Preseidente Daniel Stern, ecco che sul palco sale lui, Yorgos Lathimos. E loro, le incredibili protagoniste del film, Emma Stone e Rachel Weisz, e parte del cast.
Ho avuto la fortuna — venerdì giornata da olimpo delle giornate! — fortuna più che sfacciata di finire in galleria, con una vista portentosa sul palco e lo schermo giù a sud, ma soprattutto sul palchetto via a est, altezza galleria. A fine film, dal palchetto a est, si sono affacciati Yorgos, Emma e tutto il cast. Capirete che per un Board drogato di cinema, tutto questo è stato un’overdose d’amore. 🙂

“La favorita” è molto più di una commedia nera e dissacrante. È un sogno travestito da incubo in cui le donne sono colombe ferite trasformate in avvoltoi. La carica antitetica di quanto appena detto vi fanno capire che il film ha fatto centro nel mio cuore. Anche se, devo ammettere, ho impiegato qualche ora a digerirlo e a oggi ho ancora dei dubbi su chi vinca, nel mio cuore, fra lui e “Il sacrificio del cervo sacro”. Credo, tuttavia, quest’ultimo, che mi aveva letteralmente spazzato via 🙂

“La favorita” è la storia di un triangolo al femminile. Anna è la regina, Sarah la sua favorita — consigliera, dama di compagnia, amante, tuttofare insomma — e Abigail, l’ultima arrivata a palazzo. Abigail è l’arrampicatrice sociale nobiliare. Prima diventa “maid” di Sarah, ma il suo scopo è far fuori Sarah e puntare alla regina, e diventare lei stessa, la sua consigliera, dama di compagnia, amante, tuttofare insomma.

La fabula, in soldoni, è tutta qui. Ma l’intreccio fa la differenza, un intreccio a trois farcito da discorsi politici, dibattiti di corte, pettegolezzi, attacchi isterici della sovrana, rivalità fra Sarah e Abigail.
Più che un film sui fatti, questo è un film sugli atteggiamenti, e sulle grandi umane emozioni. Lo definisco letterario per questo. Balzacchiano, mi verrebbe da dire, e non a caso, le ambientazioni e i costumi, nonché i personaggi storici, richiamano prorio la Francia settecentesca.
Le umane emozioni protagoniste sono la sete di potere, l’ambizione, l’invidia, ma anche i loro dolcissimi opposti. Il desiderio d’amore, di protezione, la solitudine. Struggente il ritratto di questa regina sola, diabetica, che sfoga nei capricci e nel cibo compulsivo una fame d’amore che nessuna saint-honoré riuscirà mai a colmare.
Eppure, come sempre in Lathimos, non c’è condiscendenza verso di lei, così come verso la tremendissima tostissima duchessa di Molbourgh, Sarah. La sua sete di potere le si ritorcerà contro, e questo succederà alla stessa Abigail, che certo scalerà le scale di palazzo, ma farà la stessa misera fine delle altre sue due compagne di sventura.
Lathimos è spietato, ma con ironia, e con quell’umorismo nerissimo che da sempre contraddistingue il suo cinema — ricorderete “The Lobster”. E se da un lato tratteggia un trio di donne magnificamente megere, certo non risparmia gli uomini, dei pupazzi vacui e stolidi, bambocci buoni solo a portare a spasso imponenti parrucche e null’altro. Di uomini così, il trio di valchirie sopra descritto non ha bisogno. E infatti se la giocano da sole, perdendo, tutte e tre, alla fine.
“La favorita” è anche un grande lavoro estetico. E questa volta, il noto distopico lathimosiano esce fuori proprio nel lato visivo. L’uso abbondantissimo del grandangolare restituisce immagini distorte, riprese dagli angoli, oppure riflesse su superfici convesse. L’effetto è straniante, fastidioso alla lunga — ma questo è l’intento del film, sconvolgere la percezione, anche attraverso lo stomaco.

Se volete la mia opinione, per quanto Olivia Coleman sia suprema nei panni della regina, la Coppa Volpi l’avrei data a Emma Stone. Buffissima, convincentissima, parte innocente e finisce corrotta, e tu spettatore la osservi in tutto il suo cadere, e ne rintracci i cambiamenti. Ancora più suprema della Weisz e della Coleman.

C’è qualcosa di kubrickiano in questo film, che mi ha ricordato “Barry Lindon”. Certo l’ambientazione, e le luci delle tantissime candele — anche se lui, Sir Stanley, aveva usato solo le candele per illuminare il suo film, mentro Lathimos fa un ampio e voluto uso di illuminazione artificiale. Ma anche l’ironia amarissima, il grottesco che sfocia nel lugubre… Sarah è solita sparare agli uccelli, e lo insegne a Abigail. C’è una scena in cui il sangue schizza sul viso di Sarah, e lei non fa una piega.
Non so perché, ma io ho visto Sir Stanley, sia nella caccia che nello schizzo di sangue.

Avrei apprezzato i sottotitoli. Lathimos ha scelto un British English strettissimo, e ho faticato a star dietro a tutto. Ma in un film così, con delle attrici di tale livello, un’occhiata o un cenno del viso valgono più delle classiche mille parole.
Consigliatissimo per chi ama il cinema di qualità.

E anche per stasera è tutto.
Nel Frunyc IV trovate immagini di “Bitter Bites” e di tutto un po’, as usual 🙂

Vi ringrazio molto dell’attenzione e vi mando dei saluti, probabilmente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 351 da NYC – commenta “DOWNSIZING” di Alexander Payne

LET’S MOVIE 351 da NYC – commenta “DOWNSIZING” di Alexander Payne

FM Fellows Moviers,

La radio è una presenza cara nella mia vita newyorkese. Un parente che non ha nulla del serpente. Che ti accompagna senza chiederti assolutamente nulla in cambio.
Ci avete mai pensato, a quanto la radio sia il mezzo più discreto e meno avido della comunicazione? La tivù ci droga sin dai tempi della réclame, un fustino al prezzo di due, mangiar bene per sentirsi in forma con il gusto pieno della vita. Il web ormai ci ha risucchiato. Non possiamo più nulla senza.
Come guariremo da una dipendenza di queste proporzioni? Qui negli USA c’è un programma che ti aiuta a disintossicarti, una rehab per tossici da www. Mi sa tanto che dovremmo ricoverarci tutti, dal momento che non riusciamo più a stare senza comunicarci. Non per fare il Zichici della situazione, ma cosa significherà quest’ansia che abbiamo?
Voi potreste girare la domanda a me. Da dove viene quest’ansia che hai di mandarci il pippone lezmuviano settimanale dopo otto anni — otto anni! — di pipponi settimanali? Ebbene per me è il gusto — pieno! — della narrazione. E’ un modo per tenere un filo collegato a una fonte di energia che sta dall’altra parte dell’Atlantico, mentre sopra di me brilla di luce propria New York City. Per il resto del mondo che ha bisogno di comunicarsi continuamente via facebook, twitter e altro, non so quale sia lo sprone. Forse abbiamo definitivamente scansato gli esistenzialisti, che avevano postulato la precedenza dell’esistenza sull’essenza. Forse oggi esistiamo se e solo se CI comunichiamo. Fabbrichiamo tante copie di noi che distribuiamo in giro, nel timore di ammettere che l’originale è andato perso chissà dove e non riusciamo più a trovarlo.
Ma tornando alla radio, il mezzo senza immagini che da più di cent’anni campa d’immaginazione.
Qui due sono le mie stazioni di riferimento, che ascolto correndo. WNYC, la stazione simbolo di New York City, alla frequenza 93.9, e WQHT anche nota come Hot 97, che è l’epicentro della cultura hip-hop, R&B e rap e che si trova alla frequenza 97.1. Ho impiegato un po’ a intercettarle e a capire che queste sono le mie DUE stazioni.
Ce n’è anche una terza, per i momenti balenghi, quelli in cui né l’una né l’altra paiono soddisfarmi. E’ nei paraggi del 94.2, e ci fanno una trasmissione mattutina tanto divertente quanto meschina: uno spettatore chiama e racconta un appuntamento andato storto, dando la propria versione dei fatti e ponendosi solitamente come “oh me tapino, dove ho sbagliato, ero un saccobbello, ho fatto tutto da manuale! Perché mi avrà scaricato?” interrogando se stesso e i due presentatori. Poi i due presentatori telefonano in diretta al partner in questione per sentire l’altra campana. Di solito quest’ultimo ne dice pesta e corna e dà una versione dell’appuntamento assolutamente opposta rispetto a quella del tapino che ha chiamato. E dopo che questa — di solito è una lei — ha rovesciato fuori tutto il rovescaibile possibile, i due presentatori le chiedono, goduriosamente vigliacchi, indovina un po’ chi abbiamo qui con noi in linea? ….E poi i due piccioncini-non-piccioncini cominciano in sordina, timidi-timidi, e finiscono col dirsene di tutti i colori, difendendo ciascuno la propria tesi, e alla fine tu, ascoltatore, capisci che la verità è una pura allucinazione.
Ogni volta che m’imbatto in questo programma, oltre a farmi delle sonore risate mentre corro, penso sempre a quanta ipocrisia aleggi nel mondo dei “date”, degli appuntamenti. “Sì ci sentiamo. Ti chiamo. Rivediamoci eh.”  E poi il nulla. Penso anche a quanto uomini e donne siano, molto spesso, galassie lontanissime le cui rotte s’incrociano ogni 1.763 anni. Sperando che i due guardino dalla stessa parte.
L’amore avrà anche il petto di Maciste ma cammina su gambette da passero.

Di solito funzionava che ascoltavo WNYC nei miei giri a Central Park. E questo per una questione prettamente acustica. A Central Park regna il silenzio. Gli unici rumori che sentite sono le scarpe da ginnastica degli altri corridori che di solito ti/mi superano sempre — diavoli di newyorkesi! — oppure i freni delle bici a nolo dei pedicab, i risciò a tre ruote che portano a spasso i turisti, oppure gli zoccoli della versione equina, con tanto di calesse. Central Park è perfetto per la WNYC, che è un’emittente di approfondimenti, interviste, punti della situazione, e gli argomenti, oltre all’attualità e alla politica, spaziono dal cinema alla letteratura, dalla musica alla scienza –e la musica vi offre Judie Garland, Tony Bennet oppure Sinatra. C’è bisogno di sentire bene, di prestare attenzione. Niente traffico, clacson, sirene.
Mi è capitato di sentire trasmissioni sugli acquedotti nell’antica Roma (!), oppure “gravidanza trigemellare: una madre con tre gemelli ormai grandi, pronti per il college, parla a una madre che ha appena scoperto di aspettare tre pargoli in sync: esperienze a confronto”.
Hanno sempre un modo molto particolare di organizzare gli interventi, e io mi perdo ad ascoltare, mentre corro e imparo una quantità di termini assurdi — tipo “elusive” che non equivale al nostro raffinato “elusivo”, ma al ben più terra-terra “fuorviante/depistante” detto per esempio di un sentiero che ti porta fuori strada (i trentini se lo potranno rigiocare spesso visto il folto sentierame tutt’intorno). Poi li scordo eh. Ma ogni tanto mi capita di ripescarli quando meno me l’aspetto.

WQHT, invece, è la radio da Bronx. E’ rap non-stop, e si sposa divinamente bene con la parte di Bronx in cui di solito corro, oltrepassato lo Yankee Stadium, Mullaly Park, e Grand Concourse, e giù giù per McClellan Street, e via via per Morris Avenue, fino ad arrivare al Claremont Park, il parco a forma di cornucopia da cui l’estate fuoriescono bbq accesi e latini bassi e sorridenti, o solo bassi.
Un giorno, ridiscendendo per McClellan Street, vedo un tipo che tira a lucido la sua macchina — una di quelle bellezze truzzissime, con i finestrini oscurati, che vanno di gran moda, e i cerchioni che costeranno un mutuo. La macchina bomba la stessa canzone che bomba nelle mie orecchie. Stesso momento. Metto pausa, rischiaccio play, e ho la conferma: stiamo acoltando entrambi WQHT.
E’ stato un momento di gnoseologia da strada non da poco.

Ultimamente però non nascondo di prediligere sempre più WNYC. Mi piace l’effetto sorpresa. Più che altro mi piace trovare Leonard Lopate. Leonard Lopate è uno degli speaker più longevi dell’emittente. Ha 77 anni, e sa tutto. Può discettare del miglior ripieno del tacchino per il Thanksgiving, a intervistare Barak lov-ya Obama come se lo conoscesse sin da bambino hawaiano. Ha una voce che sa di vissuto, di divani in pelle marrone e di ore e ore a prepararsi. Che sa di tempo rubato al tempo e barba incolta, mozziconi di sigaretta, qualche carboidrato di troppo e di tracolla sempre piena di libri. Un padre putativo radiofonico. Una figura virgilia, direi, il cui curriculum puà vantare interviste al citato Barak, a John McCain, Joe Biden, Henry Kissinger, Lech Walesa, Orhan Pamuk, Ang Lee, Catherine Deneuve, Doris Lessing, Francis Ford Coppola, Sarah Jessica Parker (per quanto la stimi, stona un tantino in mezzo a tutti questi big, lo ammetto), Alice Munro, Robert Altman, Mel Brooks, e tanti altri.
Ora, capita che mi chiedano di coprire un’intervista che Madame Isabella Rossellini ha rilasciato stasera al 92nd Stret and Y, una no-profit culturale che sta nell’Upper East Side che organizza sempre eventi culturali di livello top. Io ho risposto tutto d’un fiato certo-come-no-vado-io. E non tanto per Madame Rossellini — o meglio, sì anche per lei, e per la memoria di cotanta madre Ingrid (Bergman) e di cotanto padre Roberto (Rossellini). Ho risposto certo-come-no-vado-io perché sapevo che l’intervistatore sarebbe stato lui, Leonard. E davvero al posto di Isabella Rossellini avrebbe anche potuto esserci Ignazio Moser — che a quanto capisco tirerà su le sorti dell’economia trentina dopo le prestazioni al Grande Fratello… Poco importa, l’importante era Leonard.
Ebbene. Il mio sogno è stato infranto dalla più barbara delle notizie. Leonard padre-putativo Lopate è finito nel tritacarne delle accuse sessuali. Quattro giorni fa è stato sospeso “con effetto immediato” per “comportamenti inappropriati”, insieme a Jonathan Schwartz, un’altra colonna portante di WNYC. Non è trapelato nulla, né sulle vittime, né sulla natura delle ipotetiche molestie. Leonard si dice allibito e non ha idea di chi abbia mosso queste accuse.
Io sono allibita quanto lui. Lui non può essere un altro Kevin Spacey, Dustin Hoffman — Dustin Hoffman! Harvey Weinstein non lo nomino nemmno perché lì sconfiniamo nel patologico suino, branca del porcilismo di cui non ho conoscenza alcuna. Ma Leonard, no. Please.
Di due giorni fa sono anche le dimissioni del senatore democratico Al Franken, uccasato da sei donne, mentre cinque donne stanno facendo ballare la poltrona sotto il sedere del senatore repubblicano Roy Moore. I numeri fanno la differenza. Una, due… Ma undici? Non si transige nemmeno su una o due, ma undici?
Assicurando sempre il beneficio del dubbio, e lasciando ai giudici il dovere di giudicare, io ribadisco, con molto sang-froid, l’acqua calda che questo putiferio sta scoprendo. Ma certo un conto è scoprirne una bacinella, un conto un mare.
Quindi la sessualizzazione degli ambienti di lavoro è a un livello tale per cui la maggior parte degli uffici di tutto il mondo sono stati e sono sfondo di comportamenti di questo tipo. Certo se impera un modo di pensare come questo “Provarci fa parte dell’uomo da quando è nato, la violenza è ben altra cosa” (cit. Carlo Verdone), se davvero legittiamo il “provarci dell’uomo” allora per forza finiamo dove siamo finiti. E il punto non è il provarci. Il punto è dove e quando, il contesto insomma, e naturalmente l’abuso di potere.
Mah… io nutro la speranza che un giorno le gambe arriveranno dopo del cervello, e che la parte animale dell’uomo verrà prima o poi scalzata da quella razionale, almeno nell’ambiente professionale.
Sono una sognatrice, you know.

Questa settimana sono stata baciata dalla fortuna di Gofobo. Gofobo è un sito in cui v’iscrivete e vi mandano, ogni tanto, degli annunci di biglietti omaggio. Il trucco sta nel fatto che dovete essere Flash Gordon, e “redeem the tickets”, ovvero prenotare il vostro posto, entro un minuto e giù di lì da quando vi arriva l’email. Se passano due minuti, “Sorry, the event is fully booked”.
Ciccia.
Sono riuscita a infilarmi quattro-cinque volte. Spesso si tratta di preview, spesso film ancora non terminati che vengono sottoposti al giudizio del pubblico, che a fine proiezione compila un modulo pieno di domande tipo cosa cambieresti, cosa terresti, lo consiglieresti, ecc.
Molto spesso le proiezioni sono a orari impossibili, al mattino, o il primo pomeriggio.
Capita che sia stata Flash Gordon questa volta, e che avessi il venerdì mattina libero. Quindi me ne vado un mattino alle 9:30 am nello studio della Paramount a Times Square, tronfia come un gallo cedrone — e già difficilmente vado a Times Square, andarci alle 9:30 am è un’esperienza a dir poco ultraterrestre.
Al 1515 Broadway, al terzo piano di un grattacielo come tanti altri, trovate una sede della Paramount con un teatro di una ottantina di posti sprofondato nel velluto bordaeux. Lì, ho avuto la fortuna di vedere l’ultimo film di Alexandre Payne, “Downsizing”.
Payne è il regista di “Aproposito di Smith”, “Sideways”, “Nebraska” e di “Paradiso amaro” — quest’ultimo poteva pure risparmiarselo, ma va be’, errare humanum…
Aspettavo “Downsizing” già da Venezia, doveva aveva aperto la Mostra ed era stato accolto bene, ma non benissimo come i due film di apertura degli anni precedenti, “Birdman” e “La La Land”.
La trama è presto detta. Il protagonista Paul Safranek — Matt Damon dietro la sua pancia — è un uomo comune di Omaha, sposato, che non riesce a mettere via un centesimo — il carovita, you see. Per far fronte alle difficoltà del mondo, Paul decide di sottoporsi, insieme alla moglie, ad una nuovissima tecnologia scoperta in Norvegia che permette di rimpicciolirsi in maniera esponenziale fino a far diventare se stesso un vero puffo di Paul, alto due mele o poco più. Dato che i risparmi del mondo dei “giganti” valgono infinitamente di più nel mondo dei ridotti, Il rimpicciolimento permette alle mini-persone di potersi permettere uno stile di vita pieno di lusso e villoni. Purtroppo però le cose non vanno esattamente come previsto e Paul si trova immischiato in un’avventura che lo porterà a riflessioni ben più grandi del mini che è.
L’idea di fondo è geniale. Un po’ dèjà-vue, anche, è vero. La letteratura e il cinema hanno esplorato spesso le potenzialità dei rimpicciolimenti. Pensiamo a “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi”, classico del fun in famiglia degli anni ’90, oppure “Arietty”, in cui il genio di Miyazaki immagina tutt’un popolo di nomadi esserini che vivono fra gli interstizi della nostra quotidianità. E be’, non tiriamo in ballo altri cartoni animati, partendo daggli storici Puffi, David Gnomo, Memole-folletto-sono-io. Ma davanti a tutti, come sempre, spicca la letteratura. Jonathan Swift aveva raccontato di Gulliver e Lillipuziani ancora nel 1726 — 1726, qualche bell’anno prima che Puflandia venisse scoperta da Gargamella.
Noi esseri umani siamo affascinati dall’ipotesi di poterci rimpicciolire, e sballare tutte le prospettive e tutte le proporzioni con la nostra quotidianità. E il film gioca molto su questo sogno, e sui vantaggi INCREDIBILI che questo potrebbe apportare. Rifiuti, energia, spazio. Tutto ridimensionato. Tutto più facile, meno costoso, meno inquinante.
La prima metà del film funziona alla grande. E’ divertente, intelligente, provocatoria e meschinamente comica — meschinamente contro il protagonista che dopo essersi sottoposto al processo di rimpicciolimento, scopre che la moglie non ne ha avuto il coraggio e l’ha lasciato solo nel mondo dei piccoli.
Straordinaria sopra ogni cosa la partecipazione di Cristoph Waltz, che dimostra un assunto: dategli qualsiasi parte, tragica o grottesca, e lui, pam, vi ripaga con un’interpretazione da Oscar. Solo che il suo ruolo, insieme all’incontro di Paul con una rifugiata vietnamita senza una gamba (!), e alla sua conseguente storia d’amore con lei, portano il film in acque troppo miste, e non si capisce più bene dove voglia andare a parare.
A nessuno piacciono le etichette, quindi, può essere un bene che il film ondeggi fra il fantasy, il dramma, la commedia, la satira, e la riflessione a sfondo ecologico “look where mankind is heading to”, però in questo caso, siamo davvero troppo sballottati e non sappiamo più leggere il personaggio e cosa gli stia capitando. Paul incontra questa dissidente vietnamita che gli apre gli occhi su certe realtà — povertà, disagio sociale, ineguaglianza — che prima non aveva minimamente considerato. Dal sociale, all’ecologico: si perché la specie umana “dei grandi” è minacciata dallo scioglimento dei ghiacci incombente, che la spazzerà via dalla terra e Paul può decidere se rimanere e affrontare il suo destino, oppure rintanarsi in una specie di bunker naturale per preservare la specie…
Insomma, un po’ troppi argomenti tutti insieme.
Tuttavia “Downsizing” is worth a try. Sarebbe stato un film azzeccato per Natale — e qui uscirà infatti il 22 dicembre. Ma in Italia dovrete pazientare fino al 2018 — il mese è ancora ignoto.

E anche per oggi è finita qui, Moviers. Parlo sempre troppo, I know.
Frunyc II aggiornato, e saluti, radiofonicamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 344 from NYC – commenta “THE KILLING OF A SACRED DEER” di Yorgos Lathimos

LET’S MOVIE 344 from NYC – commenta “THE KILLING OF A SACRED DEER” di Yorgos Lathimos

Mipiace Moviers

una cosa in particolare dell’isola di Manhattan. Che lei è la protagonista incontrastata, lei, la regina del reame, e tutto il resto, tutti gli altri, well, meglio che si abituino al secondo gradino. Me ne sono accorta durante i giorni del New York Film Festival, con tante celebrities in giro, tra attori, registi, professionisti del settore. Niente folle in delirio, svenimenti collettivi al passaggio di un attore, o di un regista.
Questa attitudine al low-key distingue per l’ennesima volta New York City da Los Angeles, dove il movie business è costruito intorno al mito della star da red carpet. Più è inarrivabile e più è circondata da fan strillanti, più la star è star.
Succede anche al Festival di Venezia — immagino anche a Cannes. Il red carpet al Lido è transennato e protetto da omoni della security pronti ad intervenire sui vostri menischi qualora intendiate avvicinarvi all’attore del vostro cuore. Se da un lato questo atteggiamento, incrementando la distanza tra “loro” e “noi”, rafforza l’aura onirica intorno al divo, dall’altra crea tutto quel polverone di nulla che si solleva ogni volta che l’attore in questione muove un passo. Ecco, a New York City non vedrete nulla di tutto ciò. Ed è per questo che moltissime star di Hollywood abitano qui, o hanno una seconda casa qui. A NYC sono liberi di uscire per strada, andare da Starbucks, fare shopping, raggiungere il Lincoln Center senza una scorta di omoni a minacciare i menischi di nessuno. Noah Baumbach, Richard Linklater, Greta Gerwig, Luca Guadagnino, Vittorio Storaro, Ed Lachman, Kate Winslet, Dustin Hoffmann, Adam Sandler si sono alternati senza problemi. Spike Lee a settembre con lo zainetto sulle spalle — ricordate? Renée Zellweger che guarda la notte degli Oscar al Samsung 837 a Chelsea, a un metro da me e da altre decine di persone.
E’ tutta gente che fa un mestiere, alla fin fine. Sono artigiani dei sogni. Dei sogni, certo, ma pur sempre artigiani.
Nei giorni del NYFF non ho visto nessuno, NESSUNO, che abbia chiesto una foto, che abbia scattato un selfie, chiesto un autografo. Le celebrities venivano, facevano il loro bravo talk, la loro brava conferenza stampa, e via, se ne andavano tranquille tranquille.
A Venezia, al termine delle conferenze stampa, le star e i registi dietro il tavolo, vengono letteralmente presi d’assalto dai giornalisti, che si fiondano come mandinghi su di loro, smart-phone alla mano per guadagnare qualche centimetro di vicinanza in più.
Ricordo che rimasi sconcertata quando assistetti — assistei?? — allo scatto selvaggio della mandria giornalistica verso Jude Law, Mel Gibson, Amy Adams.
Mah, un conto sono gli stormi di adolescenti con l’ormone sbalestrato. Un conto sono i giornalisti professionisti sul luogo di lavoro. Un po’ di decoro, via.
Tornando al NYFF. Dopo la proiezione del documentario “Arthur Miller: Writer”, esco dalla sala e mi trovo davanti una schiena felpata che avreste riconosciuto tra centinaia di schiene felpate. Chi porta sempre la felpa nel mondo documentaristico statunitense? E quando dico sempre, intendo proprio sempre sempre, no matter the occasion?
Iniziali M.M.
Micheal Moore.
Indovinato.
Bravi.
Se ne stava lì, appoggiato a un tavolino, circondato da una gran ressa di gente in attesa di entrare in sala per lo spettacolo successivo. E tutti si facevano i fattacci propri e non lo degnavano di uno sguardo. Lui parlottava con qualcuno, tranquillo tranquillo. A un certo punto, un tipo è passato e gli ha detto tipo “Ehi man, I love your stuff” — commento da Cahiers du Cinéma, come vedete… Lui ha ringraziato con un sorriso che, nel mio immaginario, l’ha avvicinato ancora di più a una tartaruga — non so se avete mai fatto caso a quanto somigli a una tartaruga — e poi ha continuato a parlottare con l’amico.
Immaginate in Italia cosa sarebbe successo. Probabilmente di lui sarebbe rimasto qualche brandello di felpa e null’altro.
In questi giorni, poi, si è svolto l’Italy On Screen Today, una rassegna di cinema italiano dedicata alle proiezioni di film che hanno riscosso particolare successo nel corso dell’ultimo anno. Siccome, guarda caso, cadeva anche la 27esima edizione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo (e qui i miei Guys di Los Angeles attaccano con lo scompiscio), si è pensato bene di far arrivare a NYC una squadra di supporto capeggiata dal Ministro Franceschini, con Nanni Moretti attaccante titolare e Sergio Castellitto in difesa.
Questi due nomi sono grossi, in Italia. Qui a NYC, non fosse per la comunità italo-americana, sono pressoché sconosciuti. Vi dico solo che il giornalista — per altro italiano! — incaricato di intervistare Castellitto durante una serata all’NYU, ha esordito chiamandolo Claudio al posto di Sergio… In Italia sarebbe scattata la querela.
Quanto al Nanni nazionale. Al Metrograph, sala cinematografica intellectual-chic del Lower East Side — che proprio oggi ho scoperto appartenere, in parte, a Quentin Tarantino — hanno organizzato una piccola rassegna su di lui, con lo zampino dell’Istituto Italiano di Cultura, e del contribuente italiano.
Mi è piaciuto molto vedere Moretti in un contesto fuori Grande Raccordo Anulare. Dentro il Grande Raccordo Anulare, e più in generale, dentro i confini italo-francesi, Moretti è considerato un’istituzione. E forse un po’ lo è. Ma certo un bagno di umiltà nelle acque dell’Hudson non fa male a nessuno. Nanni ha presenziato a ogni proiezione e ha fatto il mattatore ironico e stralunato che gli riesce tanto bene.
“Anch’io ho una sala cinematografica a Roma. Certo non è così ‘cool’ come il Metrograph, ma ce la caviamo abbastanza…”, commenta, calcando pesantemente su “cool”, tra fiero e rosico.
Tutto ciò serve anche a me. Per minare qualche piedistallo e riportare sulla terra chi ci avevo messo sopra. Per ricordarmi che sono esseri umani. E ricordarlo anche a loro.
Per rimanere in argomento… Domenica scorsa ero invitata a uno spettacolo teatrale, del genere molto Off-Broadway, che si teneva all’Alliance Française, nell’Upper East Side. Uno di quegli spettacoli in cui il pubblico viene fatto sedere su tappeti e cuscini bianchi, scalzo — perché cuscini e tappeti bianchi devono ovviamente rimanere tali — e gli attori si mescolano fra di loro. Off-Broadway, appunto, ovvero sperimentale, ovvero dall’altissimo potenziale di imperscrutabilità e buio cosmico.
Uno degli spettatori era lui, Mathieu Amalric, protagonista di film tipo “Lo scafandro e la farfalla”, “Venere in pelliccia”, “Pollo alle prugne”, “Gli amori folli”, “Grand Budapest Hotel”, nonché vincitore di una sfilza di riconoscimenti e collaborazioni con registi tipo Cronenberg, Polanski, Spielberg, Resnais. Amalric era in città per il NYFF, e l’Alliance Française avrà pensato bene di invitarlo. Ebbene, nessuno se lo filava, le pauvre garçon. Nemmeno lo staff dell’Alliançe, par bleu. Io vado a scambiarci due chiacchiere: faceva tenerezza, lì tutto sparuto, alto un soldo di cacio. Dopo la pièce — della quale conservo un giudizio ambivalente, tra il dubbioso e il waddafu*k — finiamo nello stesso ascensore, e una signora bene della New York molto Upper East Side, con un taglio corto mascolino e un migliaio di dollari di completo addosso, gli dice, candida, “You know, you look familiar…”. Io scoppio a ridere — prima o poi dovrò imparare a gestire il riflesso incondizionato della risata — e le bisbiglio che è un attore e regista francese molto noto. Anche lui ride. Ma il suo non è un riflesso incondizionato, e nemmeno un riso di piacere. E’ più una risata isterica, uscita fuori al posto di un “lei non sa chi sono io”, anzi “vous ne savez pas qui je suis”, con dito brandito nell’aere — un transfert, insomma.
Non so fino a che punto non essere riconosciuto gli faccia piacere. Non so fino a che punto faccia realmente piacere a certi attori/registi, anche se si spendono molto a sostenere il contrario.
A volte si vuole A ma poi, chissà perché, si dice di volere B.
In questo caso avrà giocato l’ignoranza/dimenticanza della signora. Tuttavia, anche se lei l’avesse riconosciuto, non si sarebbe sciolta ai suoi piedi, non l’avrebbe fatto sentire sovrano in terra. Perché dicevamo, è Manhattan, la regina del reame. Gli omini e le donnine che s’industriano e si dannano l’anima per rubarle la scena, anche solo per i cinque famosi minuti di celebrità, sono destinati a fallire. Meglio aspettare che sia lei, a concederteli, quando le pare. E questa è una legge che devi conoscere e farti andar bene, se vuoi vivere qui. Ma è un patto che non ti costa sottoscrivere, se la ami.
After, anything for love.

Questa settimana sono andata a vedere “The Killing of a Sacred Deer” di Yorgos Lathimos, talento greco di cui forse ricordete lo scomodissimo “The Lobster”, un paio di anni fa. Ecco, se avete trovato difficoltà con quello, oppure con “Madre!”, l’ultimo capolavoro di Darren Aronofsky, forse questo film non fa per voi. “The Killing of a Sacred Deer” è una tragedia venata da un umorismo nero che più nero non si può ambientata nell’alta borghesia di una non ben precisata città americana. Con “tragedia”, intendo proprio quella greca, quella di Sofocle ed Euripide, “Ifigenia”, “Andromaca” e compagnia bella, con il peso del fato a gravare sulle spalle dell’individuo. Ma come se non bastasse, sulla tragedia del film grava anche la cappa biblica, con il grande monito dell’occhio per occhio, del non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te, che rinserra i personaggi in una morsa etica da cui non possono sfuggire. Mettete insieme questi due venti che spirano da lontano, tragos ellenica e angst biblica, e i vostri poveri piccoli personaggi, come quelli di Lathimos, verranno spazzati via da un uragano al cui confronto Irma è una brezza primaverile.
Così come in “Madre!” la scena iniziale — rosso sangue e nero pece, ricordiamo — sintetizzava il film, qui un intervento a cuore aperto fa lo stesso, portando il chirurgico dell’operazione a livello sacrificale, e rinviando alla piega che la storia prenderà.

Padre di famiglia e marito devoto, il chirurgo Stephen Murphy si trova spesso a pranzo con Martin, un ragazzo, a cui porta regali, dona soldi. Non capiamo, lì per lì, chi sia questo ragazzo. Pensi immediatamente si tratti di un figlio avuto da una relazione extraconiugale. E Martin è figlio sì, ma di un ex paziente che Stephen non è riuscito a salvare. Più in là, scopriamo che non solo Stephen non è riuscito a salvarlo, ma anche che ha contribuito a provocarne la morte, operandolo da ubriaco.
Nel momento in cui Stetphen cerca di allontanarsi da Martin, Martin, che è un personaggio misterioso e inquietante come un Miles di “Giro di vite” o come i due ragazzi protagonisti di “Funny Games” di Haneke, non ci sta. E scaglia su Stephen una specie di maledizione: tutti i membri della tua famiglia si paralizzeranno, smetteranno di mangiare, sanguineranno dagli occhi e poi moriranno, a meno che tu non ne uccida uno. Che poi è il cervo sacro del titolo. Che poi ricorda i sacrifici biblici e la condanna all’espiazione attraverso l’indicibile sofferenza della perdita di un caro.
E tu guarda caso, proprio quando Martin profetizza questo quadro in tutto e per tutto bockliniano, i due figli del dottore cominciano a manifestare strani sintomi. Perdono l’uso delle gambe e l’appetito. Deperiscono.
Stephen, uomo di scienza, e con lui la moglie, oftalmologa, consultano i migliori specialisti, cercano una spiegazione logica e biologica. E questo anche nell’ottica della tradizione culturale occidentale moderna, che si rifiuta di riporre nel destino le cause della propria sventura/fortuna: l’uomo accede al libero arbitrio, ha facoltà di scelta, può manovrare il timone della propria vita, per dinci.
Eppure, gli specialisti non trovano nulla, i figli peggiorano di giorno in giorno, fino ad arrivare alle lacrime di sangue sulle guance del piccolo Bob… Fino ad arrivare al giorno del Giudizio che vede Stephen costretto all’unica decisione possibile… e quando non ci sono alternative, scopri che il libero arbitrio non è che un’illusione, e che siamo intrappolati da sbarre che non abbiamo i mezzi di contrastare…
Immaginate tutto questo raccontato con una musica splendidamente fastidiosa, umorismo black, oh-boy sooo black, con dialoghi assurdi, situazioni tra il grottesco e il drammatico, movimenti di macchina da Stanley Kubrick, con riprese dall’alto verso il basso, steady-cam dentro lunghi corridoi per ricreare un effetto di costrizione — attraverso lo sguardo e attravero il personaggio di Stephen che quei corridoi li percorre — all’interno di canali prestabiliti. Treni su binari da cui non si può deragliare, salvandosi.
Oltre a Kubrick, c’è Haneke, con la sua disinfettata spietatezza, il rigore formale che nasconde il macello etico. Ma c’è anche, come dicevo prima, l’Aronofsky di “Madre!”, con la sua allegoria distopica a tinte apocalittiche. La distopia, che da sempre caretterizza il cinema di Lathimos, è ovviamente la cifra attraverso la quale leggere questo film. Lo capiamo sin dalle prime scene: l’universo dentro il quale lo spettatore cade non ha nulla del paradiso di cartapesta borghese che il regista ci allestisce. E’ un inferno, ma dalle forme famigliari. Ed è proprio la famiglia, il luogo che pensiamo come il massimo riparo dalle intemperie del mondo, è proprio la famiglia, la coltura che alimenta la caduta verso l’irreparabile. E’ lì, tra moglie e marito, tra genitori e figli, che spuntano i non-detti, le piccole grandi menzogne, che poi portano a dove Stephen arriverà — e dove arriva anche, con le differenze del caso, il protagonista di “Eyes Wide Shut”…
“The Killing of a Sacred Deer” è un film meravigliosamente disturbante, in cui si ride a denti stretti, in cui lo spettatore senziente è un antropofago che banchetta sulle macerie di un’umanità meschina e perdente, nella quale, se sufficientemente onesto, vede se stesso, e le macchie che tingono giornalmente la bella copia della sua vita.
Una volta detto questo, capite perché, esattamente come “Mother!”, non sia un film per tutti.
Dovete accettare la sfida di vedere tanta miseria allo specchio.
Siete pronti?

E su questa domanda, a cui spero risponderete con un coro di “you bet it, Board”, mi congedo, lasciandovi il Frunyc II aggiornato. 🙂
Al solito grazie, e saluti, gustosamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 318 FROM NYC – commenta RAW

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Michiedevo Moviers

cosa ci facessero tutte quelle senior — impariamo a utilizzare il termine al posto di “anziane/i” — in piscina. Soprattutto di colore, visto che la mia piscina sta nel cuore pulsante di Harlem. E quanto al complesso in cui la piscina si trova, per me è un miracolo di edilizia e occultamento di cadavere. Mi hanno spiegato che una ventina d’anni fa, sul sito dove ora sorge il Riverbank State Park — uno spazio di terreno enorme con campi di tutti i tipi, e perfino una pista di pattinaggio dove ovviamente suonano “Dancing Queen”, canzone da pista di pattinaggio e glitter sugli occhi — su quell’enorme lotto di terra, sorgeva un’enorme discarica. Allora cos’hanno fatto, questi americani. Ci hanno costruito sopra un centro sportivo. Questa filosofia del riciclare luoghi e trasformare spazi non è solo pratica americana o newyorkese, per la verità. E’ un nuovo modo di guardare all’edilizia urbana ed extraurbana che permette non solo ai luoghi di rinascere, ma anche agli architetti di sbizzarrirsi — pensate alla High Line.
Ogni tanto, quando spira certo vento, senti un odore inequivocabile di depuratore — i depuratori non conoscono nazionalità e parlano la stessa fetida lingua ovunque, Riva del Garda o Harlem. Il che ti ricorda ciò che quel luogo è stato. Quindi per una volta, l’odore più che il terreno, custodisce la memoria del luogo. E mi piace l’idea. Il Riverbank State Park, inoltre, da Harlem, si trasforma in una splendida ciclabile che corre giù giù fino a Midtown, Battery Park e prosegue fino a Brooklyn. Quindi non vi stupite se a NYC trovate un botto di ciclisti. Tra Central Park e questo tratto di costa a Ovest della città, i biker possono ben dirsi contenti.

Tornando alla piscina, che sto frequentando assiduamente in questi giorni in cui l’Armata Russa dell’inverno ha ripreso il potere. Vedevo tutte queste senior nello spogliatoio, ma poi non le vedevo nuotare. Una volta. Due volte. Tre volte. Un giorno stavo mettendo le mie cose nell’armadietto — sempre il numero 3650 per ricordarmi quanto bello sarebbe se gli anni avessero un migliaio di giorni in più — e accanto a me c’era una di loro. Non ho avuto bisogno di guardarla. Mi è bastato sentire l’odore. Non molto diverso, temo, di quello sollevato dal vento e memore della discarica sepolta… Non voglio fare il Grenouille della situazione, ma ci vedevi di tutto, in quel tanfo. Stazioni fredde, angoli sporchi, centri di assistenza alla periferia di qualche quartiere su a Fordham Road o Mosholu Parkway. Tappezzerie macchiate e materassi sfondati. Biancheria messa e rimessa, girata e rigirata. C’era dentro tutto. Allora ho capito. E guardando, ho trovato la mia conferma. Accanto alla senior, visibilmente in sovrappeso, un carretto della spesa sgangherato, pieno di effetti personali. Non certo un borsone da piscina.
Queste donne vengono in piscina per fare la doccia. Pagano il biglietto — 2 dollari, e questo è uno degli aspetti più dolci della piscina al Riverbank State Park, 2 dollari (l’unica cosa cheap nello Stato di New York). Entrano, si lavano e se ne vanno. 2 dollari, anche un clochard li mette insieme facilmente. La donna dal tanfo micidiale si stava rivestendo. Ed era il suo pastrano, ad emanare il tanfo micidiale, non lei.
Ho pensato a quanto è contro natura, rinfilare un capo sporco e puzzoso, quando tu invece sei lustro come un bebé. Ho pensato anche che quella donna, poi, sarebbe tornata fuori in quel gelo doloroso di marzo, nella dittatura ripristinata dell’Armata Russa — il vero inverno è ora, Fellows, credetemi, altroché gennaio — e trovarsi un posto dove trascorrere la sua vita. E forse lei no, non vorrebbe che gli anni avessero un altro migliaio di giorni…
Se raccontassi questa storia a mia madre, da cui ho ereditato tutto il mio esser schizzinosa, storcerebbe la faccia e mi direbbe, “ma Sara, ma tu poi ti fai la doccia dove se la sono fatta loro??”, per poi ritrattare spinta da un’umanità che penso sia l’altro lascito che ho avuto da lei. “Pòre donne, ma dove vanno a mangiare?”…

Io non mi scandalizzo sulla questione della doccia. L’acqua porta via tutto, e se hai un paio d’infradito ai piedi, che problema c’è. Mi scandalizzo un po’ dal numero di homeless che ricamano questa città. Mi affascinano terribilmente, lo confesso. E non so se questa sia la perversione di una fortunata viziata italiana, oppure se sia la deriva di una curiosità verso tutto ciò che è umano e che, da quando sono qui, ha raggiunto un’intensità massima. Dico che questi senzatetto “ricamano” la città, perché le loro storie non dette sono un fiume di parole silenziose per le strade della città. E non serve avere un orecchio fino per ascoltarle. Basta guardarsi un po’ intorno mentre aspetti la metro. Oppure sbirciando dentro le anticamere delle banche, dove ci sono i bancomat, la notte, e dove loro trovano il modo — God knows how — d’infilarsi. Alcuni di loro sembrano millenari, hanno facce come quelle maschere in bronzo dell’antichità. Altri sono giovani e magri come chiodi. Bianchissimi o nerissimi. Affamati. Tanti chiedono “spare change”. Ma tanti altri chiedono proprio da mangiare — any snack, sandwich, leftover? Questo è quello che li distingue dai poveracci italiani. In Italia la sussistenza non è un problema. Qui può essere un problema.

Per concludere il capitolo sul Riverbank State Park, di cui vado assai fiera, ve lo dico, devo aggiungere che è un parco vero e proprio. Ma non come Parco Gocciadoro o Sempione o Gardaland. E’ un parco come lo Yellowstone National! All’ingresso c’è una guardiola, e dentro la guardiola una guardia — si danno il cambio in tre. Ormai mi conoscono — quando non faccio la spola per la piscina, attraverso il parco da runner, quindi hanno la mia conformazione piantata nella testa. La guardia di turno mi saluta con un sorriso, un cenno del capo. Io penso ogni volta a Yoghi e alle sequoie. Poi guardo sotto il ponte che sto attraversando, vedo le tre corsie della 9A, la Hudson Parkway, l’interstatale che costeggia l’Hudson River e il Parco, e torno con i piedi per terra…

Il film che sono andata a vedere questa settimana è Raw, di Julia Ducournau, che in Italia uscirà con il titolo “Grave” in questi giorni. E’ stato presentato nella sezione Settimana Internazionale della Critica al Festival di Cannes 2016, dove ha vinto il premio FIPRESCI, ma qualche mese dopo è stato presentato al Toronto Film Festival, dove alcuni spettatori sono svenuti ed è stato necessario chiamare un’ambulanza (!).
Venerdì, all’Angelika Film Center, un responsabile del cine, prima della proiezione, ci ha messo in guardia sulla crudezza — appunto — di molte scene e ci ha indicato l’ubicazione dei bagni…
Ecchessarà mai, mi direte voi…
Eh… Confermo che il film non è per stomachi deboli. E io mi stupisco sempre di quanto forte sia il mio, visto che sì, certe scene mi disgustano, ma non per questo svengo o esco dalla sala. Ammetto che con “Raw”, anche il più resistente dei duodeni, è messo a dura prova.

Il film racconta la storia di Justine, una giovane studentessa vegetariana, proveniente da una famiglia di vegetariani, in procinto di cominciare il primo anno in un istituto per veterinari dove studia anche la sorella, e dove si sono formati anche i genitori. Vittima di spiacevolissimi riti d’iniziazione come ogni matricola, Justine comincia a cambiare. La carne, da cibo temuto e odiato, diventa la sua unica fonte di sostentamento. Da vegetariana a carnivora nel giro di 24 ore. La voglia irrefrenabile per la carne, che la sveglia nel cuore della notte e le fa addentare petti di pollo crudi, o che la porta a gustare l’anulare della sorella (oops, ho detto troppo?), si trasforma in altro… Una voglia irrefrenabile di mangiare solo carne umana. Justine si scopre cannibale, così come cannibale è la sorella — e apprenderemo, tutta la famiglia.

Se vi fa impressione l’idea che qualcuno mangi della carne umana, no, “Raw” non è per voi. Ma io difendo il film perché per me parla di tutto fuorché di cannibalismo. L’ho detto anche alla regista, presente in sala a fine proiezione, una francesina con la faccia da topmodel, la lingua tagliente e il cervello molto fino. “Raw” è un film imbevuto di violenza dall’inizio alla fine, ma non la violenza delle scene cruenti — che ci sono. La violenza, per esempio, dei riti d’iniziazione, del bullismo, della brutalità nei confronti degli animali. Un atteggiamento che rinvia alla violenza e alla brutalità della nostra società. E per me il film è proprio un racconto distopico sul mondo in cui viviamo, nel quale ci cibiamo di carne umana nel momento in cui leggiamo un quotidiano o sfogliamo Vanity Fair. Del resto si sa che i corpi, specie se femminili, sono spesso ridotti a carne da macello, siano essi rifatti dalla testa ai piedi, o ròsi fino alle ossa quando sfilano in passerella. Certo, la regista usa le maniere forti, nel senso che non va per il sottile. Non si risparmia nulla. Dita mozzate e mangiate con gusto, cosce scarnificate, guance azzannate, capelli vomitati… Ma, ripeto, sono le scene non esplicitamente cruente a rimanerci dentro. Una colata di sangue animale che piove sulle teste degli studenti del primo anno per “iniziarli” all’iniziazione. Scene di animali deformati in vasi di formaldeide nel laboratorio dell’istituto, Justine che, appena arrivata, sviluppa un rush cutaneo che la scortica viva e che sembra più vero che verosimile. Per non parlare poi dei rave che gli studenti organizzano e nei quali ballano, sudano, si devastano, si fanno (narcoticamente e reciprocamente) e si disfano, letteralmente si sfiniscono, acquisendo un’animalità più animale di quella degli animali.

La regista ha confessato che le interessava anche mostrare il lato umano del cannibalismo. I cannibali, ha detto, non sono altro da noi, non sono marziani. Sono umani. Mostrarli senza giudicarli era quello che ricercava. E mostrare anche il rapporto che si genera fra carnalità, desiderio e distruzione. Non è un caso — ha confessato — che la protagonista si chiami Justine… Ora, non so come siate messi in letteratura francese, ma io, che sono costretta a raggiungere la sufficienza per dovere scolastico (francese seconda lingua di laurea sul piano di studi universitari Fruner), devo sapere che Justine è la protagonista di “Justine o le disavventure della virtù”, del Marchese De Sade — quello da cui discende il termine “sadismo” — romanzo erotico in cui, alla casta Justine, ne capitano di tutte le sfumature di grigio. Fortunatamente per la mia sufficienza, avevo riconosciuto il riferimento, che la regista ha confermato: la protagonista si chiama “Justine” proprio per via dell’opera sadiana.
Se volete il cinema per rilassarvi, no, questo film non è per voi. Ma se riuscite ad affrontare del gore — questo non è splatter, è proprio gore — e se pensate come me che in fondo il cinema è anche questo, spingere i nostri limiti aldilà di ciò che è comodo e rassicurante, allora rimanete a stomaco vuoto, armatevi di coraggio e andate a vederlo.

Riconoscerete con piacere, le note del successo di Nada, tra l’altro in una sequenza apprezzabilmente molto pulp del film.
Considero “Raw” un film molto più utile e onesto di certa chincaglieria sonnolenta da viaggi in crociera tipo “La luce sugli oceani” — il film NO di Michael Fassbender, ma lo perdono perché un film NO può starci…uno…

E per stasera, purtroppo, è già tutto.
Trovate il Frunyc aggiornato  — adoro il modo in cui mi controcommentate i commenti…Keep doing it!

Visto che li WG Mat e le “due righe” su “Beata ignoranza” non si vedono, nel Maelstrom trovate un articolino sul Vino Nobile di Montepulciano — a riprova che di tutto sì, posso scrivere di qualsiasi cosa, anche di cose che si degustano e del cui gusto io non ho … 🙂
Sempre grazie dell’attenzione che mi dimostrate e saluti, perplessamente cinematografici.

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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, http://www.lavocedinewyork.com/food/2017/03/12/la-sera-che-la-valdichiana-fece-sognare-new-york/
E lo dedico a Davide, il Fellow Testone dei Guys di Los Angeles, senese DOC della Contrada del Nicchio… 😉

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