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LET’S MOVIE 413 da NYC – commenta “MEETING GORBACHEV” di Werner Herzog e André Singer

LET’S MOVIE 413 da NYC – commenta “MEETING GORBACHEV” di Werner Herzog e André Singer

Mistero, Moviers,

per me questo che vi sto per raccontare rientra nella categoria degli X-files, quei casi che Mulder e Scully si dannavano l’anima a risolvere negli anni ’90, ignari che gli spettatori non aspettavano altro che i due scoprissero la reciproca chimica, piuttosto che quella nel tessuto cellulare rinvenuto su un possibile corpo alieno.

La prendo larga, e mi avvicino a poco a poco.
Il mio palazzo sta subendo tutta una serie di lavori di manutenzione esterni di cui non capisco né la natura né il senso. Siamo stati allertati di tutto ciò da quello che qui chiamano “Super” — credo stia per “Superintendent” — una specie di tuttofare che sovrintende al buon funzionamento del palazzo.
In Italia non abbiamo nulla di simile. Per questo tradurlo risulta così arduo. “Tuttofare” è impreciso, anche se la versatilità della sua figura lo spingerebbe a pieno diritto dentro quell’etichetta.
Il Super si occupa di tutt’un po’, quindi. Il problema può riguardare l’idraulica o l’elettricistica. Può trattarsi del pavimento in tek del rooftop da verniciare — tan season approaching… pista!— oppure gli ascensori gemelli da mettere a posto. Per ogni cosa, ecco il Super pronto a intervenire.

Mi documento un po’, e capisco che il nostro Super non lavora unicamente per il nostro palazzo. Lavora per un’impresa, la Century NYC, che si occupa di amministrare gli edifici a gestione coop. Faccio un giro sul loro sito, e non ti ritrovo il mio roftop in bella vista?? — che è sempre una bella vista 🙂
Da quanto capisco, questi di Century NYC gestiscono tutto. Anche i lavori di manutenzione alla facciata del mio edificio, il Rockfall.
Al mio occhio, miope magoo in opere murarie ma discreto falco in estetica, nulla sembrava richiedere l’istallazione di un ponteggio al livello del primo piano, e l’avvolgimento nel Domopack della nostra bella tenda tondeggiante sopra il portone dell’ingresso, che fa molto New York anni ’20 — e adesso fa solo molto Domopack. Non mi pareva fosse nemmeno il caso di chiamare una squadra di operai e di impegnarli nella ristrutturazione. Tutto sembrava a posto.
Poi mi è stato detto che questi lavori sono imposti dalla Città di New York. E quando un’imposizione s’impone, in questo paese, non trovi — come in Italia per esempio — una strada alternativa.
Qui esegui.
Il Rockfall esegue.

Allora da un mesetto a questa parte siamo presi d’assedio. L’obbiettivo è quello di rimuovere la calce dei davanzali e sostituirla con della calce nuova. Posso assicurare che la calce del mio davanzale non aveva nulla di male, che avrebbe potuto farsi un’altra decina d’anni d’intemperie newyorkesi senza batter ciglio. Ma again, qui si fa come la Città di New York vuole.
Il Super ci aggiorna sullo stato dei lavori tramite messaggi che affigge negli ascensori.
I lavori non vanno per piani. Vanno per linee, ovvero per file alfabetiche di appartemanti: la finestra della mia camera appartiene alla linea J. Quando sulla nota affissa in ascensore, oppure sullo zerbino, trovi la tua linea, devi aspettarti il montacarichi carico di operai far fermata fuori dalla tua finestra, e lì sostare e lavorare al tuo davanzale.
Se sei in camera, la convivenza, sulle prime, risulta assai imbarazzante. Tu dentro che cerchi di lavorare facendo finta di nulla, e loro fuori, che lavorano, facendo finta di nulla. Se trovate la differenza tra queste due proposizioni, trovate anche il perché dell’imbarazzo. Io mi sforzo di fare come se nulla fosse. Loro fanno come se nulla fosse.
Nei giorni che hanno preceduto il montacarichi davanti alla mia camera, il montacarichi ha sostato davanti ad altre linee, davanti ad altri piani. E il trapano l’ha puntualmente annunciato.

Non sentirete lamenti, ora, circa i rumori molesti. Vivere a New York significa convivere con un cantiere aperto che non conosce chiusure. Se non sta bene, quello è il JFK, tanti saluti.
Impossibile contare il numero di lavori in corso attualmente in corso d’opera a Midtown, oppure a Hudson Yards, oppure intorno all’FIT.
Nella pausa durante le mie lezioni, mentre gli studenti cercano di riaversi un po’ ingurgitando una quantità di cibo che potrebbe risolvere i problemi alimentari dell’Angola, io uccido il tempo guardando giù dall’ottavo piano. Vedo queste formichine d’uomini guidare ruspe e armeggiare terra, foderare palazzi, e cercare di tirare fuori da mattoni e cemento, l’idea che un architetto ha messo nero su bianco.
Il mio pensiero va ogni volta agli appartamenti circostanti. La pazienza che gli inquilini portano come un peso, tutti i giorni, e il lavoro in ufficio, che ringraziano, perché li porta fuori casa.

Una mia conoscente ha un loft da favola a Hell’s Kitchen, tre isolati da Times Square. Disposto su due piani, mobili italiani di pregio, stile ricercato ma non sfrontato — la casa dei sogni. Il tutto infranto in un incubo dall’orchestra di martelli pneumatici che fanno del circondario il loro teatro e degli inquilini, spettatori forzati a sorbirsi quella sinfonia in loop. La volta che andai a trovarla, parlare fu un’avventura. Capirsi, tutto di guadagnato.
“Vanno avanti giorno e notte”, mi disse, rassegnata.

Pertanto, il piccolo Black&Decker che fa il proprio dovere sulla facciata del Rockfall, è giusto un flauto magico. La cosa che mi dava noia, non era, quindi il trapanio, quanto l’imprevedibilità del montacarichi.
Se il tempo si guastava, guastava i piani agli operai, che non potevano operare. E questa primavera matta — voi, in Italia, mi par ne sappiate qualcosa — ha guastato molto, nelle ultime settimane.
Quindi un giorno, sentivi il cigolio del montacarichi passare accanto alla tua finestra, e poi il lamento del trapano. Il giorno dopo, se pioveva, nulla. Silenzio, deserto. Questo on-and-off poteva verificarsi anche durante il giorno. Mattina motacarichi, pomeriggio niente montacarichi. O viceversa.
Mi sono ritrovata a vivere in balia del meteo, e della tabella di marcia degli operai.

Il giorno in cui il mio davanzale è stato sottoposto alla trapanatura e alla stesura della nuova calce, era un venerdì, e l’FIT mi ha reclamato in facoltà.
La sera, rincasata, ho notato il lavoro fatto. Se mi chiedete di quantificare la differenza tra prima e dopo da 0 a 10, in cui 10 è il massimo della differenza, direi -1. Ma me ne sono stata zitta e non ho detto nulla. Quando, l’anno scorso, mi avevano ritinteggiato il bagno — 3 metri per 2, non la Domus Aurea — e io avevo avanzato delle perplessità circa i quattro giorni pieni impiegati dall’imbianchino latino Mario, Bob aveva buttato lì un laconico “Ci mette il tempo che serve”.
Allora stavolta, zitta e muta.

Il mistero, che ho preso il giro largo per raccontare, riguarda una piantina di rose che avevo sul davanzale.
Dunque, io non possiedo piante. Nulla di vivente. Non perché non mi piacciano. Il contrario semmai, mi piacciono troppo, e non voglio vedermele morire tra le mie goffe mani.
Perché io uccido. Nulla di premeditato, Vostro Onore. Sono semplicemente incapace. Inetta, o forse solo distratta. Ho ucciso ripetutamente. Orchidee, basilico, persino la salvia. Anche i cactus, che sopravvivono nel deserto. Mi sono chiesta spesso come si comporterebbe un esemplare di ginestra in casa mia: probabilemente sognerebbe le lave dell’Etna coi versi di Leopardi in sottofondo.
Visti questi precedenti, mi guardo bene dal portare dell’altra morte nel mondo, e resisto alla tentazione di colorarmi la stanza con delle primule, che fanno rima con tremule anche senza il mio intervento, figurarsi con il mio.
Ma quella piantina di roselline rosse, una settimana fa, da Trader’s Joe, se ne stava lì con quell’aria smarrita, fra le tronfie orchidee, con quella spocchia da Miss Orchidee che si ritrovano, quella divinità nel nome, come a dire, ce l’abbiamo scritto addosso, che siamo dee.
Peggio di così, a questa piantina alla deriva in un mare di smorfiose, non può andare, ho pensato. La morte sarà la più dolce delle ultime spiagge, ho aggiunto.
Allora ho portato la piantina di roselline a casa, e ho fatto del davanzale con la calce nuova di zecca, la sua nuova casa.

Il problema in passato con le altre piante di mia proprietà stava nell’acqua. Non che mi scordassi di dar loro da bere. È che ogni volta pensavo, be’ ma può resistere ancora un giorno. Sicuro che ce la fa. E così poi i giorni passavano. E poi sì, Vostro Onore, a volte, lo confesso, capitava che mi scordassi. E mi rendo conto che l’associazione di oblio e privazione scriva praticamente l’ora del decesso sul certificato di sopravvivenza di una pianta.
Anche qui, sul suolo americano, ho commesso lo stesso errore.
Lo scorso inverno Bob è andato a sciare per cinque giorni.
Una volta tornato, trovando lo stato agonizzante delle piante in casa, se n’è uscito con un’interpretazione antigonea. “My plants! You let my plants die!”
Io, che sono più da commedia all’italiana, ho cinguettato “They are not dead, Bob, they are just experiencing… the thrill of thirst”…
Evidentemente l’ebrezza della sete non l’ha convinto.
Tornata seria, gli ho detto, “La prossima volta ricordamelo, e lo faccio”.
E così è stato. Lo scorso febbraio, nei suoi quattro giorni di sci nelle Catskills, io ho annaffiato le piante ben due volte.
Al suo ritorno, niente Sofocle.

Con questa rosellina, in quel suo vaso di latta bianca dai bordi traforati — più il colletto di una camicetta che il bordo di un vaso — mi sono ripromessa di scacciare l’oblio, e soprattutto, la prova di endurance: la rosellina non deve affrontare nessun thriatlon, non deve prepararsi a nessua carestia, quindi può anche permettersi dell’acqua tre volte alla settimana.
I primi due giorni ho guardato la sua chioma verde e rossa far capolino dal colletto bianco. Il terzo giorno pareva più mogia, quindi le ho dato dell’acqua. Tempo due minuti, riecco il capolino fiero.
Bene, andiamo, bene, mi sono detta.

Sono stata parecchie volte sul punto di fotografarla, così come facciamo un po’ tutti con tutto, da un po’ di smart-phone a questa parte. Ma qualcosa mi ha sempre frenato. Scaramanzia, oppure, solo il semplice desiderio di godere di un soggetto soltanto con gli occhi, senza l’interferenza di un corpo estraneo, che, con il suo click, inserisce il tempo nel rapporto spaziale.
Dopo una settimana, sembrava proprio essersi acclimatata. E anch’io. Giravo la testa dalla mia scrivania, e la vedevo lì, sul supporto di acciaio che d’estate supporta un condizionatore che non voglio — forse proprio lui, il supporto può essere responsabile di quanto seguirà.
Lei se ne stava lì, accoglieva il mio sguardo senza pretendere nulla, se non un goccio d’acqua ogni tanto.

Poi un giorno di bizze metereologiche, ma nemmeno troppo accentuate, rincaso. Raggiungo la mia camera, e lei, la rosellina, non c’è più.
Sparita.
Mi ci vuole qualche minuto per riprendermi. Mi ero abituata alla sua presenza tricolore fuori dalla finestra. Ogni presenza che diventa assenza richiede un tempo di elaborazione, anche se il soggetto è un vegetale.
Dopo il senso di perdita, rammarico, riconoscimento di essere fatalmente legata a un destino di killer in fatto di natura d’appartamento, comincio a valutare le ipotesi.
Suicidio, omicidio, rapimento.
Ritengo di poter escludere il suicidio. Troppo presto. Non aveva ancora raggiunto lo stadio di malnutrizione e depressione delle mie condannate del passato.
Il rapimento per mano di uno degli operai è un’ipotesi che regge. L’occasione rende l’uomo flower-snatcher, quando un montacarichi ti scarica dritto dritto davanti a quella Lolita di piantina tutto rosso e pizzi.
Il movente? Be’, magari portarla alla propria bella. O alla propria mamma — vista la Festa di, molto sentita qui in America. O magari farla semplicemente atterrare sul proprio davanzale: i fiori fanno gola a tutti.   

L’omicidio, solo il vento avrebbe potuto commetterlo. Abito al settimo piano, e non è agevole raggiungerlo al solo scopo di buttar di sotto una pianta di roselline.
Quanto agli operai, è vero che la letteratura investigativa insegna che bisogna sospettare di tutti, ma honestly, degli operai che buttano di sotto una piantina di rose for fun? Seriously??
No, l’omicidio preterintenzionale è da escludersi. Quanto al vento, quel giorno, non era così forte. Forse la posizione rialzata sul supporto porta-condizionatore potrebbe aver agevolato zefiro, e il suo caratteraccio. Ma lo dubito.
Ho tirato su la mia finestra a ghigliottina e mi sono affacciata per perlustrare con lo sguardo il ponteggio montato dagli operai, e vedere se il cadavere della rosellina fosse lì, insieme al vaso bianco.
Niente.
Ho setacciato ogni centimetro, controllato ogni tettuccio di macchina parcheggiata in strada, ogni pezzo di marciapiede in vista.
Niente.
C’è da dire che ero sporta fuori in maniera tanto sconsiderata che, una volta resamene conto, sono rientrata di scatto e ho panicato per cinque minuti buoni.

Per me questo rimane un mistero irrisolto. Le piante non spariscono nel nulla. Se è caduta, deve essere da qualche parte.
Ma non c’è.
Nei giorni seguenti ho chiesto a tutti i miei doormen, che hanno alternato reazioni scettiche, scocciate, incredule, solidali, divertite, senza mai azzeccare quella che avrei voluto ricevere. Quella “andremo in fondo a questa storia”.

L’altro giorno e anche oggi, passando davanti allo scaffale dei fiori, da Trader’s Joe, non ho potuto fare a meno di notare, che quelle roselline non sono più in vendita. Timidissimi tulipani, orchidee da schiaffi, mazzi di fiori confezionati, tremule primule. Ma di roselline, neanche l’ombra.
Ricapitolando. Nessuno ha visto la mia pianta di roselline, e queste roselline non si vendono più. Non ho una foto che ne provi l’esitenza. Non ne ho parlato a nessuno.
Un dubbio mi assale. Un dubbio armato da una fondatezza di ferro.
E se la piantina non fosse mai esistita?
La materia, gli oggetti, esistono in sé, oppure è la nostra esistenza che li fa esistere?
La filosofia si arrovella su questo dilemma da qualche bell’anno.
Se un albero cade in mezzo alla foresta, fa rumore?
Se un albero cade in mezzo alla foresta, esiste?
Se una piantina di roselline ospitata da un davanzale al settimo piano di un palazzo dell’Upper West Side, scompare in mezzo a una città di otto milioni e mezzo di persone, e non ci sono prove del suo transitare nella vita del soggetto ospitante, essa ha transitato oppure no?

Non so se rivolgermi, con questo mistero filosofico, al Dipartimento di Filosofia della Columbia, alla Centrale di Polizia del mio distretto, oppure all’Octagon, il New York Lunatic Asylum, che ospitò questi dubbi, e molti altri, nella seconda metà dell’800, su Roosevelt Island.

Questa settimana sono stata al Film Forum a vedere “Meeting Gorbachev” di Werner Herzog e André Singer. Un documentario che è meglio di qualsiasi film di finzione visto ultimamente. La Storia meglio della storia.

Fate conto di vedere Herzog che si siede davanti a uno dei più importanti leader politici del ‘900, e gli pone delle domande. Il leader politico in questione ha 87 anni. Non è più il Michail della Perestroika e del Glasnot che riempiva gli schermi televisivi negli anni ’80. È un anziano che si divide tra l’ospedale e la Fondazione a lui intitolata. È solo, anche. La morte dell’amatissima moglie, Raissa, ha lasciato un vuoto incolmabile nella sua vita.
Per me il documentario è stato utilissimo per conoscere una parte della Storia che mi ha visto troppo piccola per ricordare, e che era troppo recente per essere scritta e studiate nei libri di scuola. Quindi trovarla sfilare sullo schermo, è stato come apprenderla per la prima volta. Sarà per questo, anche, che “Meeting Gorbachev” mi ha colpito tanto positivamente. Ha riempito una pagina piena di righe bianche.

Herzog comincia con l’infanzia del leader, in un paesino sperduto della Russia, in cui la gente moriva di fame — come successe, letteralmente, a una coppia di suoi zii. Michail intuisce che c’è altro oltre piatti vuoti e stalle fredde. Studente molto dotato, si trasferisce a Mosca, frequenta l’università, si laurea in legge, ma capisce subito che il suo destino è la politica.
Diventa responsabile del comitato centrale per l’agricoltura del Partito Comunista. E fa una cosa che nessun politico russo aveva mai fatto prima. Comincia a viaggiare. Inghilterra, Germania, Francia, Italia, Stati Uniti, Canada. Gorbachev vuole capire come gli altri stati affrontino certi problemi, che soluzioni applicano. Domanda, chiede, s’informa, studia. Dietro quell’atteggiamento di apertura e interesse, si può intravedere il suo porsi politico degli anni successivi, improntato al dialogo, all’apertura, all’incontro.

Tanti funerali attraversano il documentario. Funerali russi — riuscite a pensare a qualcosa di più agghiacciante di un funerale russo? Temperature siberiane — appunto — parate militari con austere marce in grado di tingere di nero anche la più rossa delle piazze. E poi il kitsch, la pompa magna, lo sfarzo baccano dell’estetica socialista in versione a lutto. Le esequie sono quelle di Breznev, Andropov e Černenko, i suoi predecessori. Ma c’è un altro funerale cardine nella vita di Gorbachev: quello di Raissa, morta di leucemia nel 1999.
Al suo funerale, si vede un giovane Putin, rendere omaggio alla sua bara.

La morte è molto presente, nel documentario. Tutti i personaggi che vediamo Gorbachev incontrare — la Thatcher, Reagan, Busch Senior, Kohl — sono tutti morti. E purtroppo lo spettatore sa che anche per lui, Gorbachev, il tempo è contato.
Si vede che Herzog è innamorato — intendo intellettualmente — di quest’uomo. Pone le domande giuste, attorno alle quali il documentario si sviluppa, ma risparmia le più scomode.
Ho atteso tutto il film che gli chiedesse “Cosa ne pensa, Presidente, di Putin?”.
Ma forse anche Herzog avrebbe voluto porgliela, quella domanda, e forse, per rispetto, pudore, o buon cuore, si è autocensurato. Oppure Gorbachev non ha voluto rispondere. Chissà.
Ovviamente non ricordavo il Colpo di Stato del 1991, i tre giorni in cui Gorbachev rimase chiuso nella villa presidenziale in Crimea, mentre Eltsin cavalcava il malcontento russo e prendeva il potere.
Riguardo proprio a quell’evento, che cambio la storia russa e non solo, “Meeting Gorbachev” svela un interessante dietro le quinte della ripresa televisiva del discorso di dimissioni di Gorbachev, che si rifiutò di firmare le dimissioni in onda, e non si piegò, così, alle esigenze mediatiche.

C’è anche posto per parlare di nucleare. Michail fu una delle forze politiche che negli anni ‘80 spinse con convinzione al disarmo. Ed è ancora convinto della necessità che le potenze mondiali la smettano di sostenere il nucleare. Se uno sceglie il disarmo, anche l’altro lo fa. Se uno sceglie di armarsi, anche l’altro lo fa. Così dice, Michail. Semplice. Eppure così difficile.

Nel film sono inserite anche immagini di Raissa, e il dolore di Gorbachev, dopo la sua scomparsa. “La vita è morta quel giorno”, ha commentato, quando Werner gli ha chiesto della perdita della moglie. Non è stato solo questo, a farmi piangere — io che non piango mai al cinema. Ma Gorbachev in sé, l’uomo e il personaggio storico, una figura tragica: guardato in modo molto positivo in Occidente, criticato spietatamente in Russia. Un uomo sul cui capo pesa lo smembramento dell’URSS.
“È il mio più grande rimpianto”, confessa, candido, quasi indifeso, a Herzog. “Non me lo perdonerò mai”.
Davanti alle figure tragiche arrivate al tramonto della loro vita, io non so trattenere il pianto.

Il documentario ha aperto il Trieste Film Festival di quest’anno, e penso verrà distribuito presto in Italia. Se avete modo, non perdetelo. Sia perché Herzog è pur sempre Herzog. Sia perché conoscere la Storia attraverso il cinema è un otttimo modo per imprimersela ben bene nella mente.

Eccoci in fondo, anche questa domenica, my Moviers.
Frunyc IV aggiornato dove sapete voi, ringraziamenti di rito e saluti, inspiegabilmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 410 da NYC – commenta “HAIL SATAN?” di Penny Lane

LET’S MOVIE 410 da NYC – commenta “HAIL SATAN?” di Penny Lane

Flora e Miles, Fellows e Moviers,

li ritrovo dopo averli persi di vista per anni.
Sono due personaggi di un romanzo breve di Henry James. Una delle opere migliori mai scritte su questa terra benedetta dalla letterattura e condannata ai social networks.
Magari Henry James lo conoscete, autore inglese della fine dell’‘800, nato a New York e morto a Londra — quale fortunato pendolo esistenziale, dico io. Se studiate letteratura inglese in qualche punto della vostra vita, Henry James incrocia sicuramente il vostro percorso.

I fratelli Flora e Miles sono due personaggi de “Il giro di vite”, ovvero “The Turn of the Screw”. Se siete più per gli adattamenti cinematografici, ne hanno fatti parecchi. Dal più classico dei classici del 1951, al più “ispirato a”, come “The Others” (2001) di Alejandro Amenabar, che fa assai sgomento e propone una piacevolmente spaventosa Nicole Kidman.
Come sono ripiombati nella mia vita newyorkese, Flora e Miles?

Qui devo fermarmi un attimo e dire dell’abitudine che ho ripreso da un paio di mesi a questa parte. Era già in auge in Italia. Poi l’ho smarrita. Poi è tornata.
Le abitudini hanno molto, in loro, del noumeno kantiano.

Mentre corro, o faccio le pulizie, o lunghi tratti in metropolitana — tipo Upper West e Brooklyn, oppure 215esima e Upper West — io ascolto i libri. Classici della letteratura. Grazie ad Alta Voce, piattaforma della RAI che mette a disposizione una bella selezione di testi, letti e interpretati da autori teatrali o cinematografici — da Massimo Popolizio a Toni Servillo, da Iaia Forte ad Anna Bonaiuto.
In Italia ero un’affezionata dell’audio-libro.
Ho impresso nella memoria un mio rientro in bicicletta Riva-Trentoville, con Remo Girone nelle mie orecchie, i capitoli conclusivi de “La peste” di Camus nella sua bocca, le lacrime nei miei occhi.

New York è città delle opzioni. Non smette mai di mettertele nel piatto. E tu, appena arrivata, non puoi far altro che ingozzarti. È l’ordine naturale delle cose. Quindi, come sapete, ho cominciato subito ad ascoltare WNYC, oppure l’hip-hop sulla frequenza 97.7. E poi a fare zapping tra le tante stazioni radio offerte in questo paese composto da 50 stati, e un numero imprecisato di stazioni radiofoniche.

Poi però, ultimamente, mi mancavano, i miei audiolibri. Anche perché New York, oltre a essere la città delle opzioni, è la città delle distrazioni. Spesso, il tempo per la lettura, è cannibalizzato da altri eventi, e ridotto all’osso. Quello per i classici poi, è il desaparecido numero uno.
I classici rimangono sempre in fondo alla lista. Ma dovrebbero essere su, ai primi posti, altroché nuove uscite.
Gli audiolibri ti permettono una gran libertà: agire con il corpo e impegnare la mente. Sono un oggetto del multi-tasker, o meglio, del double-tasker. Due azioni contemporaneamente. Camminare e ascoltare. Correre e ascoltare. Pulire e ascoltare. Viaggiare e ascoltare.  
La seconda, è la mia combo preferita.
Correre e ascoltare.

Quando dico di questa abitudine, la reazione di molti è, ah io non riesco a fare due cose contemporaneamente.
Spesso lo si dice degli uomini: avrebbero delle difficoltà definite “congenite” con la pratica del multi-tasking. Io dico sempre che la genetica non c’entra un tubo, che nessuno nasce imparato in qualcosa. Che la miglior pratica è la pratica.
Dico anche che la tendenza di tutti è distrarsi — anche la mia, che sono una fra tutti. Corri e vedi qualcosa che ti colpisce. Allora la tua attenzione viene deviata. Allora cosa fai mentre l’audiolibro continua la narrazione? Ricominci dall’inizio del capitolo. Lì per lì ti frustra. Ma poi, come con tutto ti abitui, e impari ad apprezzare il riascolto, a ritornare su certi dettagli che magari ti erano sfuggiti.

La gioia che provo durante l’ascolto di un classico mentre corro Central Park, oppure Harlem, oppure mentre la metro mi scarrozza da nord a sud e da sud a nord dell’isola più trafficata del mondo, quella gioia è semplice, basilare. Non deriva da grandi acquisti, da complicati apparati tecnologici o fenomenali incontri. È frutto di una voce e due orecchie. In mezzo, una penna gigantesca che ha scritto parte della storia della letteratura.

Allora in questi ultimi due mesi, ho potuto capire cosa c’è dietro alla sete di vendetta di Edmond Dantes, che tutti, a un certo punto, presero a chiamare “Il Conte di Montecristo”. Oppure ridere con le storie surreali che Gogol dedica al naso, o a un mantello. Oppure stupirmi dell’amore assurdo di Dostojevsky nelle “Notti Bianche”. Oppure finire nel mondo perverso di Anthony Burgess e del suo best-seller “Arancia Meccanica”, sempre ignorato perché quello che Kubrick ha fatto di quella storia ti basta e avanza fino al 2080, ma in realtà il libro ti dà tanto in più, iniziandoti a una nuova lingua — Floriana Bossi, la traduttrice che ha tradotto quello slang slavo britannico chiamato Nasdat in italiano, dovrebbe essere beatificata seduta stante.
Oppure le sinistre avventure di Gordon Pym, il suo tribolato vagabondare per mare e il suo approdare davanti a un’oscura creatura bianca. Oppure Bartleby lo Scrivano, una micro storia di Melville — sì sì, proprio lui, quello di “Moby Dick” — che è minuscola, non più di quattro capitoli, ma che è un trattato sull’impossibilità di sondare l’animo umano. E fino ai classici contemporanei. Quelli buffissimi e micidiali, come il saggio che Dio David Foster Wallace scrisse sulle navi da crociera, “Una cosa divertente che non farò mai più”, oppure il romanzo buffissimo e altrettanto micidiale che Sir Alan Bennet s’inventa trasformando la Regina Elisabetta, notoria non lettrice, nel suo opposto in “La sovrana lettrice”.
Oppure “Dracula”, l’originale di Braham Stocker, che sto ascoltando in questi giorni, e che è un esempio di come la suspense si costruisce esattamente come il desiderio: alludendo all’oggetto bramato in maniera periferica, non mostrandolo in maniera diretta.

Non so dire se i libri mi accompagnino per New York, oppure se New York mi accompagni in questi viaggi. Preferisco vederlo come un eccitante peregrinare del corpo e della mente.
La settimana scorsa ho deciso di schiacciare play su “Il giro di vite”. L’avevo studiato, al primo anno di università, in un corso di storia del teatro e dello spettacolo. Fu lì, in quel corso, più che in qualsiasi altro corso di letteratura, che credo di aver capito il potere della parola letteraria.

La storia è apparentemente molto semplice. Una sontuosa — ma sinistra — residenza di fine ‘800 nell’Essex, cuore dell’Inghilterra. Una giovane istitutrice è assunta per prendersi cura dei due piccoli di famiglia, Flora e Miles, orfani di genitori. Due pargoli da pubblicità: intelligentissimi, istruiti, bellissimi. Il quadretto sembra roseo. E più il quadretto sembra roseo, più l’ombra avanza scura. L’istitutrice comincia a vedere delle strane figure aggirarsi per la proprietà. Un uomo e una donna. L’uomo sarebbe l’ex maggiordomo dello zio dei due bambini, e la donna sarebbe Miss Jessel, ex istitutrice dei due bambini.
Il problema è che entrambi sono morti.

E qui il lettore-ascoltare è preso in un dilemma, che poi è lo stesso che prende l’istitutrice. Ma come? Se sono morti, allora quelli sono… fantasmi?? Ma può essere? L’istitutrice comincia anche a credere che i bambini stessi li vedano, e che siano stati in qualche modo corrotti da queste presenze.
Sempre più in preda al terrore, l’istitutrice si perde nei suoi deliri fino a un finale tragico.

La straordinarietà del racconto sta in quello che il mio prof all’università aveva definito “incertezza di giudizio”. James ha calibrato il racconto in modo tale che entrambe le letture siano possibili, ovvero: non esiste nessun fantasma e tutto si trova nella testa dell’istitutrice, una matta esaltata che forse si è letta troppi romanzi gotici. Oppure sì, i fantasmi esistono eccome, i bambini sanno tutto, li hanno incontrati e chissà quale rapporto hanno avuto con loro.
I dialoghi tra i personaggi possono essere letti assecondando entrambe le interpretazioni — genio James. Alla fine della lettura-ascolto, voi rimanete sprofondati nell’incertezza di giudizio, e non c’è modo di uscirne.
È proprio “Il giro di vite” che mi torna in mente quando assisto al meeting annuale dell’International Authors Forum (IAF), lunedì scorso.
Anche lì, m’inabisso nell’incertezza di giudizio più totale.

L’IAF è un’associazione internazionale che rappresenta oltre 700.000 autori in tutto il mondo, promuovendone e tutelandone gli interessi in materia di diritti d’autore. L’IAF è supportato dalla Authors Guild, che fa un po’ quello che fa l’IAF: cerca di proteggere i diritti degli autori, offre consulenza legale gratuita ai suoi membri e si batte per un uso corretto della proprietà intellettuale.
Sono molto fiera di essere stata fatta professional member della Authors Guild 🙂

Il meeting annuale dell’IAF è itinerante nel mondo. Cambia città ogni anno. Nel 2019, tocca a New York City. Posso io, residente a New York City, non andarci? Evidentemente no, quindi lunedì ci vado.

La sede prescelta è il Grolier Club, 60esima tra Madison e Lexington — più Upper East Side di così, si muore. Il Grolier è il club di bibliofili più vecchio d’America — aperto nel 1884, che per l’America corrisponde alla nostra Età dei Comuni. Lo scopo è quello di promuovere lo studio e la raccolta e l’apprezzamento delle opere su carta, e i suoi membri sono librai, stampatori, grafici, tutti quelli che operano nel mondo del libro. Il Club in sé è la quintessenza dell’Upper East. Pavimenti a scacchi bianchi e neri, fiori freschi in vasi di porcellana, maniglie dorate su porte bianche, stemmi e marchi un po’ ovunque. Libri antichi in bella mostra. Scale rivestite di moquette spessa e pareti con quadri dai soggetti neutri. Si respira un’aria della vecchia New York.

Vado al meeting sia per mettere il naso nel Grolier, sia per capirci qualcosa in più del PLR, il Public Lending Right, argomento clou dell’incontro. Ma prima dell’argomento clou, mi sorbisco un panel con un argomento davvero boo: “Views from Across the Pond: The Proposed New EU Copyright Directives and Brexit”. Nemmeno la spigliatezza e l’humour della speaker londinese hanno potuto nulla contro le direttive UE sui diritti d’autore in contesto Brexit.
Ma poi è arrivato Jim Parker, Coordinatore della PLR International Network. E ha fatto luce sulla questione del diritto al prestito pubblico.
Cos’è il PLR? È, appunto, il diritto degli autori di ricevere un pagamento dal prestito pubblico. Io non avevo idea che una tal manna esistesse.
Nella maggior parte degli stati europei, e in qualche altro paese in giro per il mondo ma non ancora negli USA, si è deciso che all’autore di opera d’ingegno vada corrisposta una quota in denaro per ogni prestito che l’opera accumula nelle biblioteche.
Una manna.

Alla domanda che rimbalza nella testa di tutti, ma da dove arrivano questi soldi? La risposta è, dalle regioni, dalle province, dai comuni e dallo stato — una cordata comune.

La mia bocca acquolina quando afferro la portata win-win di questa direttiva. L’autore è contento perché si vede ripagato del suo lavoro, le biblioteche sono contente perché possono far circolare i libri con l’animo in pace. Lo stato è contento perché finanzia la cultura in maniera concreta. Tutti contenti.

Jim ci spiega che il PLR esiste dal 1946: la prima a istituirlo fu la Danimarca, seguita dalla Norvegia e dalla Svezia — evidentemente i paesi nordici non sono avanti solo quanto a libertà sessuale, asili nido, differenziazione dei rifiuti.
A oggi, hanno aderito ai sistemi di PLR 30 paesi dell’Europa, l’Australia, il Canada, la Nuova Zelnada e Israele. Sono lì lì per aderire al progetto, Grecia Malawi, Turchia e Hong Kong.
“Direi che sia giunta l’ora anche per gli Stati Uniti, giusto?” Questo è il commento frustrato della Direttrice dell’Authors Guild, che sta studiando il modo di portare la questione a Washington e far votare un disegno di legge al Congresso: a vedere il livello battagliero che sfoggia, ho piena fiducia nella riuscita della sua missione — sui tempi però, non posso dire.

Siccome Jim ha citato tutti i maggiori stati europei — Francia, Germania, UK (sempre che l’UK possa considerarsi Europa), Belgio, Paesi Bassi — ma siccome non ha mai nominato l’Italia, ho pensato, ahia, qui c’è puzza di Italietta. Le presentazioni power-point seguono le stesse regole del Risiko: vuoi mettere in bella mostra quanti più paesi hai conquistato, e poi vuoi dirli ad alta voce. Le bandierine bastano fino a un certo punto: ci vuole la voce per sbandierare davvero l’impresa.
Perché l’Italia non trova la voce di Jim?
Ormai un po’ mi conoscete.
Aspetto il Q&A.
🙂

Dopo Jim, sale in cattedra un olandese che ci parla della situazione in Olanda, snoccialando dati che volano i cieli del segno positivo, ma con quel low-profile da paese nordico che apprezzo tanto.
Il confronto con l’Italia mi getta in un imbarazzo tale da farmi tenere gli occhi bassi tutto il tempo. Gli olandesi leggono in media 8 libri all’anno. Vedete un po’ la fonte del mio imbarazzo: in un’intervista dell’ISTAT del 2017 in materia lettura, 23 milioni di italiani hanno dichiarato di aver letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti.
In Olanda non ci sono più di 8 km senza una biblioteca. Anche in Trentino è così, ma nel resto dell’Italia, mi chiedo, come siamo messi?

Quando è ora del Q&A, presento a Jim il mio caso, e chiedo dell’Italia.
Visto che non l’hai menzionata, caro Jim, posso considerarla nel progetto oppure ha dato forfait?
Mi aspetto il secondo scenario, e invece no, sbaglio.
Jim si apre in un sorriso e mi dice, certo, l’Italia ha aderito al PLR.

E io, in quell’istante ho visto dolci colline ondeggiare per tutto il corpo del nostro Bel Paese, e mari ricchi di pesci e tesori e monti verdeggianti e botteghe d’artista sfornare Cosmè Tura e Piero della Francesca e Antonello da Messina, prima ancora dei soliti noti che hanno prestato i nomi alle Tartarughe Ninja. E poi vedo i paradisi della lingua abitati da Petrarca e Cielo d’Alcamo, lo scranno su cui è seduto l’Alighieri, ma anche il parco giochi della lingua in cui si sono divertiti Aldo Palazzeschi, Guido Gozzano e Tommaso Marinetti. Vedo anche le acque salpate dagli eploratori italiani, i cieli solcati da navicelle spaziali con la targa NASA, ma il brand Made-in-Italy. Vedo apparecchi telefonici inventati in Italia e trafugati in America, e passerelle calcate da architetture uscita da mani Ferré, Ferragamo, Gucci e Pucci. Vedo Fellini salutare Antonioni, e Renzo Piano a spasso con Carlo Scarpa.
Una frazione di secondo di orgoglio italiano.

Il mio sorriso si spalanca all’unisono con il suo. Pregusto i futuri proventi che un giorno mi arriveranno dalle biblioteche. Nulla che renderebbe ricco alcuno, intendiamoci — in Olanda pagano 13 centesimi per ogni prestito, che non è male, ma comunque non ti paga l’affitto — ma tanto di cui essere fieri: far parte di un sistema che finalmente riconosce il lavoro dello scrittore, e il ruolo delle biblioteche.

But…
Ecco il rintocco della sveglia che mi riporta alla realtà.
Jim spiega che però, l’Italia ha optato per un altro tipo di gestione. Al posto della retribuzione a ogni autore da parte delle biblioteche, ha istituito un fondo generale per la promozione culturale.

Io, in quell’istante, vedo mani grasse agguantare fette di torta comune, acrobazie descrittive per far passare questo per quello e pigiare un progetto in una categoria a cui non appartiene. Vedo patti non detti ma sanciti con una pacca sulla spalla. Vedo telefonate piene di opportunismo e tornaconti personali. Vedo i do ut des che rendono felici due parti, escludendo tutte le altre.
La frazione di orgoglio italiano spazzata via dalla solita trovata italiana di stampo statalista. Facile far rientrare qualsiasi tipo di attività in “attività di promozione” all’interno del fondo, e mungere la mammella collettiva.

Una volta a casa avrei approfondito l’argomento, e scoperto di più su questo fondo. Istituito nel 2006 dal Ministero per i beni e le attività culturali per un totale — quell’anno — di 250.000 Euro, il fondo è ripartito dalla SIAE tra gli aventi diritto, e può essere utilizzato per vari scopi. Tra questi, cito, “il finanziamento di attività di promozione e sostegno di autori, traduttori, artisti e anche iniziative volte a promuovere attività di conoscenza del diritto d’autore”.
Ovvero, invece di retribuire i singoli autori in maniera mirata e diretta come fanno tutti gli stati aderenti al programma, facciamo una cassa comune da cui si può più o meno liberamente pescare.
Italian style, insomma.

Jim sembra sinceramente contento del sistema alternativo che l’Italia ha trovato per “personalizzare” la legislazione europea sul PLR.
Ma lui non sa bene come vanno queste cose in Italia.
Io, che qualche anno di esperienza italiana ce l’ho, non posso fare a meno di vedere la manipolazione nel disegno italiano, il complicare una cosa nata semplice per dotarla d’inghippi e scappatoie, quell’azzeccagarbuglismo proprio delle nostre istituzioni, e quel detto che tanto bene descrive un lato della nostra personalità legislativa e comportamentale: fatta la legge, trovato l’inganno.

Dopo il Meeting dell’IAF, io leggo l’Italia e mi ritrovo con due interpretazioni contrastanti, valide entrambe. Esattamente come con “Il giro di vite”, dove l’istitutrice poteva essere completamente pazza, Flora e Miles due bambini normalissimi, nessun fantasma dai-siamo-seri. Oppure altrettanto valida poteve essere la lettura per cui l’istitutrice aveva proprio ragione, Flora e Miles due anime perdute dalla testa ai piedi, e la casa infestata dagli spettri.

La cosa positiva di tutto ciò è la riconferma che la letteratura vive nella vita di tutti i giorni.
Nella mia, di sicuro.

Certo, un giorno qualcuno dovrà spiegare a Jim cos’è l’azzeccagarbuglismo.

Questa settimana sono andata all’IFC a vedere un documentario diabolico “Hail Satan?” di Penny Lane.
Presentato con grandissimo successo al Sundance, il documentario s’interroga — e ci interroga — su un fenomeno che ha preso piede nel 2013 e che da allora conta più di 50.000 iscritti e sedi in tutto il mondo. Il fenomeno è quello del Satanic Temple, un gruppo religioso — o anti-religioso — che si pone contro la monocrazia cristiana imperante negli USA, e propone un proprio culto per Satana, attraverso la rivisitazione del Satanismo storico.
Adesso so cosa state pensando. La solita banda di pervertiti esaltati con la fissa di Belzebù. In realtà, nulla è mai semplice, nemmeno i pervertiti esaltati con la fissa di Belzebù.

Perché i membri di questa congrega non bevono il sangue, non fanno messe nere e non inneggiano al male. Sono piuttosto delle persone che combattono una battaglia personale, quella contro le autorità, contro il canone, contro chi dice che esiste una religione, un dio, un modo di vivere la propria vita, e che lo applica alle leggi del paese.
In sostanza, sono dei diversi che hanno visto in Satana un simbolo di ribellione, l’espressione dell’altro da sé, e l’hanno fatto loro. Satana come “l’anti” per eccellenza.
Dal momento che non sgozzano animali — anche se la frangia più estremista, infila teste di maiale come olive sugli stuzzicadenti… — e perseguono la non-violenza, i satanisti sembrano, paradossalmente, dei paladini della pluralità e del rispettare chi la pensa in maniera diversa da te, piuttosto che dei votati al 666.

Capeggiati da tale Julian Greaves — il cui occhio di vetro, qualcosa di luciferino lo ha — i membri del Satanic Temple, per alcuni giornalisti intervistati nel documentario, “sono un gruppo che sfida le autorità per avere parità di diritti”. Ma il documentario non ascolta solo la campana — rovesciata! — di Mefisto. Ne ascolta anche altre. Alcuni li vedono come degli sballati che vogliono portare morte e distruzione.
A sentire i protagonisti stessi, però, voler combattere l’ingiustizia è una delle espressioni di questa loro fede. Si oppongono alla teocrazia cristiana, giacché si fa largo nel governo degli USA, governo che dovrebbe essere laico. E sentono come un loro dovere fare qualcosa.

Questo punto sulla cristianità degli Stati Uniti è molto molto interessante, ed è difficile non dar loro ragione. Come ben mostra il documentario, gli Stati Uniti si considerano una nazione cristiana, ma così non è. Primo perché la pluralità religiosa di questo paese è sotto gli occhi di tutti. Secondo, perché la Costituzione non reca alcun riferimento a Dio o al Cristianesimo. L’associazione tra stato e Cristianesimo è cominciata negli anni ’50, quando ci si voleva difendere dal pericolo rosso del Comunismo. Allora si sono presi dei provvedimenti per avvicinare stato e cristianesimo. Sulle banconote si è cominciato a scrivere “In God We Trust” (nel 1957, per la precisione), così come all’interno dei tribunali. Si cominciano a piantare tavole della legge con i Dieci Comandamenti in giro per l’America. Ma non si dice mai che queste statue raffiguranti le tavole della legge, hanno cominciato a spuntare nel periodo in cui uscì, nel 1956, “I Dieci Comandamenti”, il colossal con Charlton Heston.
Quindi nacquero come materiale per far pubblicità al film, e non come momumento celebrativo al bignami preferito da Mosé.   

“Dovremmo essere una nazione che non lascia decidere al governo quale debba essere l’espressione religiosa appropriata”, dice un membro del Satanic Temple. E su questo, again, è difficile dar loro torto.
Così come è difficile dar loro torto quando tirano fuori tutte le turpitudine perpetrate dalla Chiesa, e citano soprattutto i casi di pedofilia insabbiati, gli alti prelati protetti, come si vede benissimo nel film “Spotlight”.
Dove sta il male, lì?

Per come la vedo io, a far acqua, non è la loro voglia di porsi contro il sistema e a favore di chi sta ai margini — facciano pure, in questo senso. A far acqua è il legame con Satana. È vero che Satana è il simbolo massimo “dell’anti”, ma non è Che Guevara. Non è Ghandi. Satana, oltre all’effige della ribellione, è l’effige anche dell’anti-bene. Non so quanto la riscrittura del diavolo possa riuscire, o essere interessante. Sarebbe forse più interessante scrivere da zero una nuova figura, che prenderne una già così pesantemente connotata, e riversare su di lei il proprio desiderio di giustizia.

Detto questo, “Hail Satan?” rimane un documentario di grande interesse, che mostra cosa muove questi outsider spesso presi per matti, e soprattutto la volontà di una parte sempre crescente della società di mettere in dicussione certi luoghi comuni su cui la nostra società poggia.
Chissà se il documentario arriverà mai in Italia…

Non so se avete notato che questo pippone intriso d’oscuro, gotico e satanico vi arriva, assai perversamente, a Pasqua…
Coincidenze?
😉

E su questo, Fellows, concludo qui…
Frunyc IV aggiornato dove sapete voi e saluti, ambiguamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 380 da NYC commenta “GENERATION WEALTH” di Lauren Greenfield e augura HAPPY SUMMER!

LET’S MOVIE 380 da NYC commenta “GENERATION WEALTH” di Lauren Greenfield e augura HAPPY SUMMER!

Forty-four Fellows,

appartamento N, al 124 della 60esima Strada, West Side. Questo è l’indirizzo.
Arrivando all’edificio, mi chiedevo se, essendo quarantaquattro, vigesse la regola dei gatti in fila per sei. Poi mi sono fatta distrarre dalla categoria “oro zecchino” del palazzo, e lo Zecchino d’Oro è slittato in secondo piano.
Se dico 60esima Strada West Side, ora che siete un po’ pratichi della città, sapete dove collocarlo. Columbus Circle, Warner Center — quel palazzo di vetro che dà sulla tanto problematica statua di Cristoforo Colombo — e naturalmente l’ingresso a sud di Central Park, la zona più battuta dai turisti che affliggono, ehm affollano, la città. I calessi partono da lì, così come i pedicab — quei risciò a pedali importati direttamente da Saigon, ma orfani di Mekong — e le bici a nolo partono da lì. Mano a mano che vi spostate al centro e al nord di Central Park, il parco diventa sempre più local, sempre meno global. Meno selfie, meno stick. Praticamente un ritorno graduale all’analogico dopo isolati digitali.

Mi s’invita per interposta persona, che non può presenziare all’evento. Questo significa che non conosco nessuno, e non so assolutamente cosa aspettarmi. A dirlo con il senno di poi, fa sempre molto Miami Vice, ma con il senno del durante, fa sempre molto, chissà dove capito adesso.
Le perplessità, tuttavia, sfumano appena infilo la testa nella fessura della porta lasciata socchiusa dell’interno N. Innanzitutto nessun cartello “please remove your shoes” — una rarità che potrebbe finire in qualche rubrica del New Yorker.
Con i tacchi ben ancorati ai piedi, entro nell’appartamento.
Mi accoglie Gretchen, un’artista di video istallazioni che comincia subito a parlarmi della sua arte, con termini tipo “intersection of aloneness and togetherness”, puntualizzando che recentemente si sta occupando di “narrative multisfaccettate che rimandano a vicende umane e di violenza, insistendo sulle lotte di potere attorno ai concetti di razza, classe genere e sessualità” — o qualcosa del genere.
Il talento degli americani di farti un pitch tutto d’un fiato in sessanta secondi mi sbalordisce ogni volta. Capisco da subito che è un cervello con del corpo intorno.
Mi piace da subito.
Se questo è l’inizio, cosa avrà in serbo il proseguio?, mi chiedo, mentre prendo le misure dello spazio in cui mi trovo.

Lo spazio in cui mi trovo non è un loft da mille metri quadrati. E’ un loft con uno zero, in meno, 100 metri quadrati, o qualcosa in più, ma organizzati talmente bene, talmente intelligenti, che qui si vede la mano di un esperto.
La parete a ovest è tutta di vetro. Il che significa che soltanto quella parete di vetro vi separa dalla Columbus Avenue, dalla Broadway, da Columbus Circle.
Mentre Gretchen parla, noto, sulla destra, una porta finestra. No kidding…, mi dico. E da quel momento non faccio altro che pensare al balcone di fuori, e ai 43 piani di dislivello sotto, e alla voglia carnale che ho di sperimentare il trovarmi sospesa nel vuoto urbano, con una misera ringhiera come riparo.

Ricerco sempre l’ebrezza dell’altezza metropolitana — non essendo interessata a quella montana, ho trovato la sostituta cittadina. Tante città hanno la loro brava torre o il loro bravo marchingegno verticale, su cui poter testare la (forza di) gravità delle vertigini. Torino ha la sua Mole, Venezia ha San Marcocon la sua Torre, Vienna la Donau Turm, Parigi l’Eiffel, Londra il Millennium Wheel, Amsterdan l’A’DAM Lookout, Boston ha la colonna del Bunker Hill Monument, Chicago la Willis Tower, Toronto la CN Tower, Auckland la Sky Tower. A New York non avete che l’imbarazzo della scelta, ma la lotta è un po’ fra il passato e il presente, fra l’Empire State Building e la Freedom Tower.
Quelle altezze mi hanno attirato tutte tutte. La più spaventosa — e la più fun — è la Willis di Chicago, che ha degli inserti di vetro nel pavimento che ti permettono di sostare sostanzialmente nel vuoto. Anche la Sky Tower di Auckland non se la cava male: le vetrate a sbalzo sul nulla sono inclinate, quindi i turisti che non soffrono di vertigini posso semisdraiarsi sui vetri e immaginare di riposare lì, sul nulla.
Ma in tutti i casi di cui sopra, c’è sempre un vetro o una grata a proteggervi dal sottostante.
Non mi è mai capitato un appartamento al 44esimo piano con un balcone.

Prima di uscir fuori però, conosco il padrone di casa, Carlos. Dato che è stata Gretchen a darmi il benvenuto, deduco sia lei, la first lady. E invece prendo un granchio grande e grosso quanto quelli del Maine.
La first lady è Jeff!
Avrei dovuto capirlo immediatamente: un allestimento impeccabile come quello che mi si para davanti può essere solo frutto di menti e mani gay.
Ho raggiunto questa conclusione. Qui a New York, il massimo di raffinazza si ha solo da menti e mani gay. Gli etero newyorkesi potranno sforzarsi per tutte le generazioni a venire, ma commetteranno sempre quell’errorino, quell’imperfezione, che li farà retrocedere di uno scalino rispetto alla vetta raggiunta dai gay. Se questo vi sembra discriminatorio, va be’, mi si consideri una discriminatrice.

Innanzitutto l’arredamento non ha nulla di immediatamente riconoscibile e per questo replicabile ad infinitum dall’IKEA. Niente Mies Van Der Rohe, niente lampade Floss. Niente dèjà-vu, per quanto di classe. Lo stile è moderno, ma ha qualcosa di caldo. Certe forme smussate, certi legni dolci, che il minimal di massa che siamo abituati a vedere non osa. Il divano non è bianco: i padroni di casa sanno che il bianco è il peggior colore per l’ospitalità: se vuoi invitare gli amici, il bianco ti schiavizza. Meglio un tabacco che si sposa con delle sedie in legno dalle linea contemporanee, but again, morbide, anni luce da Rietveld.

Il cibo è disposto con cura certosina. Di quella che solo in certi ristorante in Italia. La coppia si è appoggiata certamente a un catering perché non c’è odore di cibo, eppure il tavolo ospita gamberoni alla griglia, bocconcini vari e finger food che certo non sono usciti dalla cucina di Jeff e Carlos.
Le fragole sono disposte a ottaedro — grazie Momath! — su un alzata di vetro, in religiosa attesa della vostra bocca.
Noto le porcellane. Mi viene da dire tedesche. Un filo d’oro percorre le circonferenze dei piatti e sfocia in due lettere: C e J. Plastica e carta banditissime: in casa di Carlos e Jeff si mangia sulla porcellana e si beve nel vetro — prendiamo tutti lezione.
Jeff si dà un gran daffare ad assicurarsi che gli ospiti abbiano il bicchiere pieno di quello che preferiscono. Rosso, bianco o rosé. Ma lo fa con discrezione, senza insistere. Quando mi si avvicina e fa per riempirmi il bicchiere, io chiedo perdono, come sempre faccio — l’avversione per il vino è una colpa urbi et orbi con cui convivrò per sempre — e gli chiedo dell’acqua. Lui mi rassicura e fa spuntare una caraffa d’argento con dell’acqua leggermente frizzante al suo interno.
L’acqua minerale nella caraffa d’argento.
Jeff, ti amo.

Una signora sulla -ina — sessantina? Settantina? Difficile dirlo — mi racconta di lui, Jeff. E’ un real estate broker che le ha trovato casa, nel Garment District, quartiere in cui non abiterei mai, se me lo chiedete, troppo vicino a Hell’s Kitchen, troppo vicino a Times Square, ma certo la signora sembra felicissima dell’acquisto. “Ho visto cinque agenti prima di lui. Niente da fare. A lui ho parlato dieci minuti, ha capito cosa io e mio marito cercavamo, e ci ha proposto tre case, fra cui, la nostra. Da allora ci frequentiamo sempre. E’ una persona magnifica”. E ho come l’impressione che lo sia davvero.
Con Carlos, fanno una coppia da rivista. E non per via dell’estetica — Jeff ha quella costituzione ovaleggiante di Humpty Dumpty prima della caduta dal muro e Carlos, qualcosa, ma non so cosa, di Robin Williams nei panni di Mrs Doubtfire. Ma la rivista sarebbe per immortalare la loro sintonia. Entrambi con camicia di lino, bordeaux per Carlos, verde oliva per Jeff. A loro agio tra la folla eterogenea che popola casa loro.
Carlos direttore di un programma di sostegno per artisti. Jeff il real estate broker. Un incastro perfetto.

Dopo una chiacchierata con un artista di Amsterdam — un Ronald qualcosa — in visita in città con la moglie, finalmente esco sul balcone. Ronald mi dice di no, che lui non se la sente. Anche gli altri, chi seduto sul divano, chi in piedi, non si avventurano fuori.
In effetti l’impatto è…impattante. Se tenete lo sguardo in orrizzontale, non ci sono problemi. Anzi, è una passeggiata dello sguardo en plein air. Davanti a voi, sulla sinistra, si stende Central Park, alla vostra destra spunta, vicinissimissimo, l’Empire — del resto da lì lo separano solo una ventina di isolati. Dritta avanti a voi, la Trump Tower, di cui tutti faremmo a meno. Se poi portate lo sguardo su, verso sinistra, incontrate il Lincoln Center e il MET. Se lo portate ancora più su, ecco l’Upper West Side, e poi il profilo di Harlem. Laggiù, davanti, l’East Side. E a destra intravedete la selva di grattacieli di Midtown.
So far so good, si dice così.
Il problema nasce se abbassate lo sguardo. Quarantaquattro piani senza una protezione davanti non sono come l’immaginavo. Immaginavo tanta altezza, ma non così tanta. Le macchine risultano grandi come il vostro dito mignolo — del piede. Il globo di Colombus Circle come una biglia.
La sensazione è quella dell’“e se”.
E se adesso la ringhiera crollasse e io la seguissi? E se mi sporgessi troppo e mi cappottassi? E se il cellulare mi sfuggisse di mano mentre scatto questa foto, povero cellulare, morto sul lavoro?
Sono tutte domande che tutti si fanno quando accostati al nulla, nothing special in them.
Ma io mi chiedo se non ci siano mani invisibili che ti reclamano da sotto e che ti trascinano giù, come in certi disegni medievali che raffigurano i cimiteri.
Il panorama è mozzafiato e la vista indicibile. Ma riuscirei a vivere con tutte quelle mani da sotto, tutti i giorni? Il rooftop di casa mia è solo al decimo piano, e ha dei muri di cinta che mi arrivano più o meno alle spalle: non c’è modo di sporgersi. Lo ringrazio per questo.

Rientro in casa e fingo di avere bisogno del bagno. I am curious as a cat, after all.
Fossi un pittore, avrei bisogno di quattro colori. Il bianco delle piastrelle, il grigio perla degli asciugamani, un viola magenta della dea orchidea che spunta sul trono massimo del WC, e il giallo “Acqua di Parma” — se in soggiorno avevamo l’acqua frizzante in caraffa d’argento, in bagno abbiamo ovviamente Acqua di Parma.
Uscendo, sbircio nella stanza di fronte, e no, non è una stanza per gli ospiti. E’ la stanza tv, con la tv, un divanetto e una chaise long davanti alla vista di cui sopra.

Torno da Gretchen, dall’artista olandese e parliamo di politica. Proprio quel giorno, lunedì, si è tenuto l’incontro fra Trump e Putin. Corsa volle, che io l’abbia ascoltato tutto, sentendo WNYC, su nel Bronx. E mentre correvo e ascoltavo, pensavo, be’, se Trump di qualcosa è maestro, è l’arte di leccare il cu*o ai russi.
Ridiamo del nuovo soprannome che a New York, in quelle poche ore, ha preso piede. Un soprannome che mai fu più azzeccato per Donald.
Putin’s bitch.
L’artista di Amsterdam continua a farmi notare che noi in Italia sappiamo cosa vuol dire.
Wuah ah ah.
“You have had twenty years of Berlusconi!”

Wuah ah ah.
Ogni volta che mi viene rivolto questo commento — e capita spessissimo — io mi trovo nella scomoda posizione, mai lontanamente immaginata prima, di togliere Berlusconi dalle peste del paragone, e puntualizzare che almeno lui, Berlusconi, di un qualche perverso talento e di un certo dubbio carisma è dotato. Con Trump navighiamo nel nulla cosmico. Non siamo nemmeno nella galassia del mono-neurone. Non c’è nessuna galassia in cui navigare.
Chi l’avrebbe mai immaginato che un giorno avrei dovuto “prendere le parti” di Berlusconi? E questo certo non lo faccio per salvare la faccia al Cavalliere. Lo faccio per salvare l’Italia. Gli italiani.
Tra le tante sfumature che tingono il mio rapporto con il balpease, c’è anche quella. Una sorta di protettività. Che capirete, fa a botte con certa selvaggia frustrazione che provo nei suoi confronti. Se doveste immaginare la posizione mia verso l’Italia in termini olimpici, utilizzate pure un campo di lotta libera.

L’artista di Amsterdam continua a ridere whuah ah ah di Berlusconi e a ripetere “How did you do, for twenty years? How did you cope?”.
Wuah ah ah. Wuah ah ah.
“We have coped with 2000 years of history, and a dictator in the 20th century. We have some experience on our side, you know…Wuah ah ah.
Wuah ah ah”. Rido-rispondo io, e non faccio nessun riferimento al colonialismo olandese in Africa e a come abbiano fatto loro, a sopportarlo. Non lo faccio perché sono una signora.
Gretchen, lì accanto, ha capito tutto, e viene in mio soccorso. “No one is in any way comparable to Trump”.
E questo per spiegarvi che la tenerezza per un paese esce fuori anche al 44esimo piano di un loft sulla Columbus.

Prima di passare al film della settimana, vi devo aggiornare su Lez Muvi. La settimana prossima il vostro Board vola alla volta del Vecchio Mondo, dopo un anno di Brand-New World. Come sarà, non è dato dire al momento.
Devo ringraziare due residenze per scrittori. Passerò la prima metà di agosto all’Hannah Creative Center di Castellvì de la Marca, nella crema di campagna catalana a 60 km da Barcellona. E la seconda parte di agosto salperò alla volta di La Gomera, che ho ribattezzato il soldino d’isola che è la più piccola delle Canarie.
Un movier a cui tengo molto, un po’ di tempo fa mi ha detto, farai Corto Maltese.
Sì, farò Corto Maltese! 🙂
Quindi, come ogni estate da nove anni a questa parte — nove!— Lez Muvi si prende una pausa e ritornerà a settembre, più forte e tonico che mai.
Non vi nascondo di avere una certa preoccupazione nel lasciare New York per quasi un mese. Non temo tanto il ritorno alla natura, quanto l’astinenza da metropoli. Quando hai ricevuto il morso della vita di New York, chi ti guarisce più?
Comunque, voi Moviers, nel frattempo, continuate a coltivare il cinema, e l’arte. E anche, soprattutto, l’umorismo. Siamo salvi anche grazie a loro.
Naturalmente spero di mancarvi fortissimamente. Così a settembre sarà ancora più bello ritrovarsi 🙂

Questa settimana sono stata al Lincoln Center a vedere un documentario che aspetto da febbraio — febbraio! “Generation Wealth” della celebre fotografa Lauren Greenfield. Quando aspetti da così tanti mesi, le aspettative schizzano alle stelle. E ci vuole un nulla a precipitare nel basement delle stalle. Non è questo il caso, ma ci sono dei ma.

Il documentario è un lavoro mastodontico che Lauren ha fatto riprendendo in mano qualcosa come mezzo milione di scatti realizzati nel corso di una vita professionale e personale. Greenfield ha sempre investigato, con sguardo antropologico, il ruolo della ricchezza nella società degli ultimi trent’anni, fotografando gli adolescenti di Beverly Hills (quelli proprio di 90210), oppure coppie di tycoon russi o cinesi immortalati dentro le loro magioni d’oro — che fanno passare Trump per un frugale. O ancora bambine di tre anni che ne dimostrano trenta, ai concorsi di bellezza in cui le madri sarebbero da denunciare. Anoressiche guarite, pornostar pentite, camioniste con la fissa della chirurgia plastica, businesswoman newyorkesi che hanno dedicato la vita ad accumulare soldi a palate e che, arrivate ai quaranta, fanno di tutto pur di avere un figlio.
Greenfield ha realizzato ottimi lavori fotografici nel corso degli anni su tutti questi soggetti, e ha deciso di tracciare un filo tra tutti e cercarvi un senso, partendo dal denominatore comune: la ricchezza. Dove ricchezza non è soltanto l’accumulo di denaro e possedimenti, ma anche un sistema per valorizzarci, darci valore. E il passo a vedere il corpo — e i corpi umani, ovvero le persone — come una merce, è brevissimo.
L’avete già capito: la carne al fuoco è tantissima. Giaigantico l’intento di Greenfield — una delle fotografe più stimate dell’ultimo ventennio, con mostre nei musei più importanti al mondo.
Le storie che vediamo sullo schermo e le domande che ci poniamo sono troppe, e non c’è il tempo di somatizzarle e digerirle in un’ipotesi di risposta perché subito siamo impegnati con il nuovo caso umano, il nuovo dilemma esistenziale.
Greenfield ha la foga di voler dire tutto, di voler far vedere tutto, e questo s’invera in una disorganicità che tuttavia comprendiamo. Scegliere cosa inserire e cosa scartare della propria carriera, progetti che l’hanno appassionata nel corso degli anni, dev’essere stata un’operazione molto faticosa. Come se non bastasse Greenfield ci mette del suo, nel senso che, parallelamente al discorso sulla ricchezza come fenomeno globale, inserisce la propria esperienza personale. Quella di una donna fotografa che, in nome della propria carriera ha sacrificato l’infanzia dei propri figli, affidandoli all’amato marito, e viaggiando per il mondo. Una fotografa figlia a sua volta di una fotografa altrettanto ambiziosa che aveva fatto la stessa cosa con lei, lasciandola al padre mentre inseguiva la sua carriera all’estero.
“Generation Wealth”, quindi diventa anche una specie di viaggio personale in cui la regista intervista la madre, il padre e i due figli adolescenti, per tirare un po’ le somme e capire come stanno le cose. Sua madre ha fatto danni con lei? Lei ha perpetrato questi danni con i suoi figli? L’ambizione è una trappola in cui entrambe sono cadute e che le mette sullo stesso piano dei ricchi che non riescono a uscire dalla spirale “I want more”?
Se da un lato la componente biografica della regista ci fa capire le rinuncie fatte e le perdite subite, dall’altro ci distrae dalla riflessione sul fenomeno wealth. E associare la dipendenza da lavoro alla dipendenza da denaro non fa che allargare ancora di più il girovita del corpo argomenti proposto. Per altro l’ultima mezz’ora risulta troppo smaccatamente nostalgica per i miei gusti: la nostalgia e il personale minano la lucidità con cui un documentarista dovrebbe guardare all’oggetto che sta trattando. E questo purtroppo succede anche a Greenfield che, in più, fatica a trovare dei legami fra le singole storie. E fatica anche a trovare una tesi che non sia la banale “i soldi non fanno la felicità”.

Forse una struttura a capitoli avrebbe conferito alla regista un contenitore in cui ordinare gli argomenti e le riflessioni. Invece così, siamo un po’ dei natanti trascinati nelle varie storie, senza una vera e propria direzione.
Malgrado tutti questi punti a sfavore, “Generation Wealth” è una grande radiografia che rivela quanto sia malato il mondo, e di quante malattie. Di tante dipendenze, soprattutto. Dal denaro, dallo status da mantenere, dal corpo — il rifacimento del corpo come versione del nuovo sogno americano è un punto molto interessante sollevato dal documentario — dal valore attribuito al voler rimanere eternamente giovani, ricorrendo alla schiavitù (inutile) della chirurgia plastica, dal sesso — sesso come estensione del commerciale e commerciabile in un contesto di cultura della pornografizzazione a cui siamo sottoposti — dalla dipendenza dalla tv e, oggi, dal web, che un esperto nel documentario definisce “forme di violenza per via del senso di inadeguatezza che si prova nei confronti dei modelli proposti.

Quindi quando arriverà in Italia, dateci uno sguardo. C’è sempre del piacere a vedere la decadenza nel suo farsi. E a proposito di decadenza, nel documentario uno studioso sostiene che le più grandi civiltà, dai romani agli egizi, hanno creato le loro più monumentali opere un momento prima di crollare. Questo ci fa guardare al livello di ricchezza a cui stiamo arrivando, con un occhio molto più preoccupato di quello occupato a valutarne la correttezza e il senso.

Qui trovate l’articolo su “Sorry to Bother You”, il film della settimana scorsa. Martedì il regista Boots Riley ha tenuto un talk al Lincoln Center. Non so per quale fortunoso meccanismo, ma sono riuscita a spuntare un biglietto tra la miriade di persone accorse. Che personaggio, Boots!

Ed eccoci arrivati alla fine. Tranquilli, un mese passerà in fretta e non vi accorgerete nemmeno che manco… O no? 😉

Frunyc III aggiornato al solito posto e saluti, stasera, vertiginosamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 377 da NYC commenta “THREE IDENTICAL STRANGERS” di Tim Wardle

LET’S MOVIE 377 da NYC commenta “THREE IDENTICAL STRANGERS” di Tim Wardle

Mentre, Moviers,

pedalavo alla volta di Brighton Beach, ieri, godendomi a pieno quest’ondata di caldo subsahariano che per qualche ragione geotermica sta benedicendo New York — i newyorkesi, tuttavia, tendono a credere alla teoria della maledizione, ed emettono un comunicato di “emergenza caldo” dietro l’altro— mentre costeggiavo l’Hudson, solleticavo la pancia a Battery Park, scalavo il Brooklyn Bridge —facendo slalom fra i manifestanti anti-Trump e pro-immigration— facevo il punto della settimana, e mi sono ritrovata davanti a uno stato dei fatti piacevolmente sconcertante.
New York City è una città socialista.
Di più.
New York City è una citta comunista.

Accostando la Grande Mela a Falce e Martello, non punto a fare la macedonia (!), e spero di non finire in qualche lista nera, maccartista o trumpiana che sia. Ma ripeto, l’evidenza delle cose, mi porta ad affermare il fino-a-ora inaffermabile.

Scesa dal Brooklyn Bridge ho dovuto mettere in pausa i pensieri per qualche km, e concentrarmi sul percorso. Il traffico lungo Flatbush Avenue rasenta le vette della Quinta Strada. Poi una volta che siete arrivati a Prospect Park — Prospect Park sta a Brooklyn come Central Park sta a Manhattan — quando arrivate lì, e prendete Ocean Parkway, procedete dritti dritti e tranquilli per quaranta minuti, fino ad arrivare al mare, dopo 40 km da che siete partiti dall’Upper West Side.
Se fate collidere i boulvard di Parigi e Wilshire Blvd di Los Longeles, come risultato avrete Ocean Parkway. Un viale interminabile che da Brooklyn vi porta all’oceano — Brighton Beach, Coney Islands rimane sulla destra, e Manhattan Beach sulla sinistra. E’ una gran bella strada alberata, con la sua ciclabile da un lato, il suo percorso pedonale dall’altro, e tutta una sfilza di casine bonton che fanno a botte con l’idea che ti fai della Brooklyn profonda, quella dello spaccio nei corridoi dei casoni popolari e delle sparatorie fra bande di rapper cattivissimi. Le casine bonton — anche bonbon, se vi piacciono i dolci — sono di mattoni rossi, hanno il tetto a punta che ti porta in Carinzia — proprio nell’intimo — due metri quadri di “giardino” inutilizzabile ma verdissimo, la bandiera americana a completare il quadretto. E naturalmente, il cop del quartiere che mi guarda ringhiando quando scatto un paio di foto alle casine.
Lungo la strada, tanti, tantissimi ebrei con la kippah sulla testa, oppure quei cappelli neri che si chiamano shtreimel, e quei completi di feltro nero che riescono a non far squagliare il corpo al suo interno nonostante i 35 gradi esterni.
Sfilando davanti a queste casine, mi chiedevo, ma questi, votano per Trump? Hanno le credenze in sala da pranzo piene di argenti mai usati, il cellophan sul divano e il frigo stipato di cibo “nutriente”? Oppure sono talmente democratici, talmente progressisti, talmente “let’s go back to the countryside”, da fuggire Manhattan per ritirarsi a una vita “più a misura d’uomo”, come dicono gli amanti dei righelli?
Non so dare una risposta a questo dubbio.

A ogni modo, quando siete su Ocean Parkway, potete lasciar il pensiero libero di correre spensierato (!). Anzi, vi consiglio di farlo. Il viale è talmente lungo, talmente interminabile, che star dietro alle corse dei vostri pensieri vi farà arrivare a destinazione senza nemmeno accorgervene.

E penso che questa settimana le 54 piscine pubbliche di New York hanno ufficialmente aperto i cancelli ai newyorkesi, che, dicevo, fanno la guerra al caldo con ogni modo e mezzo. New York è grande, ma 54 piscine a me sembrano tantissime. Tuttavia, per quanto il numero potrebbe passare come il pezzo forte della notizia, il vero pezzo forte della notizia sta nel “pubbliche”.
“Pubbliche” significa gratuite.
In 54 complessi acquatici all’aperto, da fine giugno a fine agosto, dalle 9 am alle 7 pm, potete andare a farvi il bagno a gratis. E qui non c’entra lo sport. L’iniziativa serve per dare refrigerio ai newyorkesi sul piede di guerra, e raffreddare animi e corpi, in senso fisico e figurato. Quindi l’immagine che dovete immaginarvi è quella di un rettangolo azzurro, più o meno olimpionico, straripante corpi. Un litro di acqua per 100 kg di carne, la proporzione, se volete cucinarvi una piscina newyorkese.
Il nuoto, ovviamente, non è concepito in vasche da ammollo di quel livello. I natanti parcheggiano i loro sederi nell’acqua e ce li tengono il più a lungo possibile. Poi naturalmente c’è la categoria “argento vivo”, e no, non sono i senior, sono i bambini/gli adolescenti che, come tutti i bambini/gli adolescenti del mondo, non stanno fermi un secondo e fanno impazzire tutti, genitori, tate, bagnini, Board, tutti.
Se un po’ mi conoscete, già sapete che questo quadro non corrisponde esattamente all’idea di arte balneare che ho io, e che tanti newyorkesi appassionati di nuoto hanno. E figuratevi se New York trascura i suoi nuotatori.
In otto di queste 54 piscine c’è il programma “lap swim” — il far vasche senza essere disturbati dall’umanità in ammollo e dall’argento vivo. Il programma è al mattino, dalle 7 am alle 8:30 am, ovvero prima dell’apertura al pubblico. Basta iscriversi: il numero è chiuso, quindi bisogna agire in fretta. Ti rilasciano una tessera, e tu ti presenti e nuoti, anche tutti i giorni.
Gratis.
Se siete un po’ pratici della città, avrete notato che nella parte a nord di Central Park, accanto all’Harlem Meer — un lago verde che del mare non ha nulla — si trova la Lasker Pool, una specie rarissima di piscina. Un’olimpionica tonda. In tutta la mia non-carriera di nuotatrice, non ho mai incontrato un’olimpionica tonda.
Oltre ad essere un gran colpo d’occhio — immaginate il lago, gli alberi tutt’intorno, e questo grosso punto celeste che mette fine a ogni questione sul caldo — la piscina è anche double-façe: l’inverno si trasforma in un perfetto campo da hockey e ice-rink per i pattinatori.
L’indirizzo della Lasker Pool è 110th Street & Lenox Avenue. Io abito alla 111th Street & Broadway. Questo vuol dire che devo soltanto far scivolare la bici per sei isolati verso est, e arrivo alla Lasker Pool, che, come dicevo, è una specie rarissima. E non solo per la rotondità tra il giottesco e il michelangiolesco, ma anche perché offre due turni: early bird e night owl. Dalle 7 am alle 8:30 am del mattino, e dalle 7 pm alle 8:30 pm la sera, i nuotatori hanno la piscina tutta per loro.
Ovviamente mi sono iscritta. Ovviamente non vedo l’ora di cominciare, il 5 luglio, con il nuoto mattutino — quello serale anche no, dopo che la piscina ha raccolto umanità per tutta la giornata…

Non vi racconto tutto questo per sottolineare la fortuna sfacciata di vivere a sei isolati dalla Lasker Pool, ma per inquadrare il discorso “NYC socialista/comunista”. Questo è un esempio.
Accanto alle iniziative legate alle piscine — sorvolo i programmi fitness, acqua-gym, acqua-gym for senior e fun for kids — ci sono le iniziative culturali. Tante volte vi ho nominato i film all’aperto. E certo, le arene ci sono anche in Italia. Ma in Italia, nella maggior parte delle arene, paghi il biglietto. Qui i film sono gratuiti, e in location spettacolari che vanno dal rooftop di un bar a Williamsburg, al ponte dell’Intrepid, la portarei attiva nella Seconda Guerra Mondiale e oggi attraccata al Pier 86, Chelsea.
Oltre ai film, i concerti. Ogni sorta di, con professionisti di fama mondiale, come l’Orpheus Orchestra, che si è esibita, lo scorso giovedì, nella cornice del Numberg Bandshell di Central Park, con più di 500 persone imbambolate ad ascoltarli — Board incluso — e diretta radiofonica. Gli eventi all’aperto sono una questione seria, e non si chiama il primo artista disperato per riempire uno spazio.

Dopo il culturale, il mio discorso ora vira sul sanitario.
Avendo bisogno di un dentista per un paio di piccole carie che non desideravo diventassero grandi carie, chiedo consiglio a Bob, il mio house-mate.
Bob mi indica il Ryan Health Community Center, 97esima & Amsterdam Avenue. Vicinissimo a casa.
“E’ una no-profit storica. Esiste dal 1967. Sono in gamba. Telefona”.
Adoro il tagliar-corto newyorkese, per quanto Bob sia anche un maestro del digredire.
Al telefono mi dicono di portare le mie ultime tre buste paga, e prova del mio indirizzo. Io faccio i compiti e porto tutto.
Al Ryan Health Community Center, calcolano il prezzo della visita che richiedi a seconda del tuo reddito. Più guadagni, più paghi. L’anno successivo porti le tue ultime tre buste e ti rifanno il calcolo.
Ti rilasciano una tessera — ‘nantra — e tu, per ogni visita che prenoti e per tutte le prestazioni di cui beneficerai in quelle visite, pagherai la stessa cifra. Una specie di ticket italiano, ma personalizzato. E in soldoni (!), per due carie e un’igiene pago un terzo di quello che pagherei in Italia.
Certo, c’è un certo. Se vi servono un intervento (surgery), una devitalizzazione (root canal) o una capsula (crown), vi spediscono automaticamente in un altro centro, i cui prezzi saranno verosimilmente spaventosi. Ma se avete necessità di un’otturazione (filling) per una carie (cavity) o di un’igiene dentale (cleaning), potete tranquillamente rivolgervi al Ryan Health. Per un appuntamento aspettate in media 3 giorni. Vi danno un account che funge da cartella clinica aggiornata in tempo reale, l’app per il telefono, e vi mandano tre sms (3!) per ricordarvi l’appuntamento. E non solo denti. Vedete un po’ qui quanti servizi offrono. Hanno un bacino annuale di 50.000 pazienti.
Al Ryan non vi chiedono l’assicurazione sanitaria, non vi domandano il visto. Chissà quanti immigrati non proprio legalmente immigrati si presentano. Eppure loro non si scompongono, e visitano.

Tornando alla nostra questione socialista/comunista… New York passa sempre per la città di Wall Street, del money-making sfrenato. La città in cui Jordan Belfort giocava a pallacanestro con il cestino e i biglietti da cento dollari — (ri)guardatevi “The Wolf of Wall Street”, please. New York è anche la città in cui tutto costa, tutto è caro. Dall’insalata al monolocale. Però New York ha anche posti come il Ryan Health. O come il College of Dental Medicine, la facoltà di studi odontoiatrici della Colombia University che unisce l’utile al ragguardevole. I pazienti portano le loro bocche malandate, e i giovani laureati della Columbia gliele curano — c’è sempre un docente con loro, tranquilli. I prezzi sono vantaggiosi, il servizio è di altissima qualità — la Columbia University rimane pur sempre un’ivy league — i giovani dentisti fanno il loro tirocinio, i pazienti si curano a prezzi modici, e tutti vivono felici e contenti.

Questo per dirvi e dirci di non cadere nel luogo comune del “se ti ammali in America son doppi dolori”. Diciamo che anche qui come altrove, fatta la legge (pessima), trovato l’inganno (passabile). Si cerca di aggirare il sistema, e di aiutare i pazienti. Non so quante strutture ci siano come il Ryan Health, che, oltre al Quartier Generale nell’Upper West Side, ha altre cinque filiali sparse in tutta Manhattan. Ma la filosofia su cui si basa è senz’altro di pasta socialista.
Una filosofia condivisa anche dai tantissimi Sindacati, le “Unions”, che qui hanno fama di essere molto potenti. Appena ho cominciato a lavorare all’FIT, la Chair del mio Dipartimento mi ha fatto iscrivere immediatamente a quello degli insegnanti, e ora sono ufficialmente membro del NYSUT, il New York State United Teachers, con tanto di numero di matricola, accesso a benefit, rivista mensile e tessera — ovviamente.
Quindi vedete come anche la patria del capitalismo possa inaspettatamente tingersi di rosso?

Pensare e pedalare ti porta lontano. O anche solo a Brighton Beach, la spiaggia del quartiere che si chiama ancora Little Odessa, e in cui la lingua ufficiale è il russo. La spiaggia è sconfinata e il mare, be’, il mare non è Sardegna, non è Caraibi, è più Jesolo. Quindi se decidete di nuotare, siate pronti a imbattervi nel cadavere di qualche malavitoso originario di Minsk fatto fuori dalla mafia russa e buttato a mare — quest’immagine agghiacciante mi ha impedito di nuotare più di un quarto d’ora, si sappia.

Questa settimana ho rincorso il film della settimana. “Three Identical Strangers” di Tim Wardle sta facendo impazzire i newyorkesi, che in questi giorni, complice anche il caldo, hanno preso d’assalto le sale dell’Angelika Film Center, lasciandomi per ben due volte con un sold-out. La terza è stata quella fortunata — ieri, dopo la pedalata a Brighton Beach.
Capisco l’entusiasmo per il documentario. Quella raccontata è una storia vera che coinvolge, appassiona e mette i brividi — il cocktail perfetto per un thriller, ma anche per un documentario.

E’ il 1980 e Bob sta per cominciare il college, Upstate New York. E’ il suo primo giorno. Arrivato nel campus, gli studenti si comportano tutti in modo strano. Lo trattano come se lo conoscessero. Abbracci, pacche sulle spalle, gimme five man. Ma quello è il suo primo giorno. Che diavolo succede?, si chiede Bob.
Bastano pochi minuti e si scopre che Bob ha un sosia. Un sosia preciso identico a lui. Talmente preciso identico da poter essere il gemello. Bob e Eddy si incontrano e, damn it, sono gemelli!
Entrambi sono stati adottati appena nati, quindi il fatto è biologicamente spiegabile, ma probabilisticamente rimane un caso di “uno su un milione”. La storia fa il giro di tutti i giornali dello Stato di New York. “Gemelli separati alla nascita si ritrovano dopo 18 anni”.
E se già la storia così com’è ha dello straordinario, quando ai due gemelli se ne unisce un terzo, David, dallo straordinario si passa all’incredibile.

Bob, Eddy e David sono tre gemelli — “triplets” si dice in inglese — nati il 12 luglio 1960 da una madre che non poteva tenerli e che li ha dati in adozione attraverso la Louise Wise Adoption Agency.
“Nessuna famiglia sarebbe stata disposta ad accogliere tre bambini in un colpo solo”, la spiegazione con cui si è giustificata l’Agenzia. E così sono stati assegnati a tre famiglie. Tre famiglie con background molto diversi: la famiglia operaia, la famiglia medio-borghese, la famiglia benestante.
Il trio diventa un fenomeno nazionale. Forse il primo caso di popolarità virale nell’era pre-social network. I gemelli sono tre fotocopie, si muovono allo stesso modo, parlano allo stesso modo, hanno gli stessi gusti. Televisione e giornali fanno a gara per averli nei loro talk-show o sulle loro pagine.
La prima parte del documentario documenta tutto ciò: il successo, i bagordi, le occasioni — famoso il cameo che girarono in “Cercasi Susan disperatamente”.
Ma dietro alla favola dei tre bambini magicamente riuniti dopo 18 anni, cominciamo a intravedere un’altra storia. Quella di tre bimbi separati alla nascita. I gemelli sono bambini speciali. Separarli può causare loro disfunzioni psicologiche, attacchi di panico, crisi isteriche, patologie di cui, apprandiamo, Bob, Eddy e David soffrirono da piccoli.

Mentre a New York i tre se la spassano alla grande, in Texas, un giornalista del New Yorker, James Wright, sta approfondendo il mondo gemellare — per la stesura del libro che gli farà poi vincere il Pulitzer. Mentre fa le sue brave ricerche, s’imbatte in un articolo sibillino dove si racconta di un esperimento condotto dallo psicologo Peter Neubauer, una specie di luminare della psicologia newyorkse dell’epoca. L’eseprimento dice: proviamo a osservare cosa succederebbe se prendessimo dei gemelli, li facessimo crescere in contesti famigliari completamente diversi e li osservassimo nella loro crescita. Proviamo a farlo. Raccoglieremo dati preziosissimi sull’eterno dibattito nature vs nurture, ovvero quanto influiscano la genetica e l’ambiente nello sviluppo di un individuo.
E l’ha fatto. Il dottor Neubauer ha fatto l’esperimento. Bob, Eddy e David sono una delle cavie — “case study”, si dice in gergo tecnico. Dietro la loro separazione, c’è un disegno dall’odor horror genetico che mette i brividi. Non voglio svelarvi troppo — il documentario arriverà sicuramente in Italia, visto il successo che sta mietendo qui, e voi andrete sicuramente a vederlo 🙂 — ma pensate. E se i triplets Bob, Eddy e David, non fossero state le uniche cavie, e ci fossero altri gemelli all’interno dell’esperimento?
Sono certa che abbiate già indovinato la risposta a questa domanda.

La favola dei gemelli ritrovati subisce quindi una svolta genetic-dark che fa inorridire — e amare molto “Three Identical Strangers”. Questi tre bambini sono stati scientemente divisi e monitorati durante tutta la loro infanzia e adolescenza, i genitori adottivi, tenuti all’oscuro di tutto. I dati raccolti avrebbero dovuto uscire in una pubblicazione, ma il dottor Neubauer è morto qualche anno fa, lasciando sotto sigillo più di 60 scatole di documenti presso l’Archivio Universitario di Yale, con una clausola: apertura consentita solo dopo il 2066.
Si sa per certo che altri casi come quello di Edy, Bob e David sono esistiti. Ma quanti? E chi c’è veramente dietro questi esperimenti? Cosa c’entra il Jewish Board of Family and Children’s Services in tutto questo?
Il documentario vi lascia con queste golosissime domande, non prima però di avervi mostrato la triste china discesa dai fratelli. Dopo la visibilità e il wild-partying degli anni ’80, e l’apertura di un ristorante a SoHo — il “Triplets”, ovviamente — il loro rapporto si è deteriorato, con degli esiti drammatici che non vi svelo…
Il film non vi molla, quando uscite dalla sala. Le questioni che scopre sono troppo eticamente grandi per essere liquidate in un sonno tranquillo. Fino a che punto noi siamo noi? Quanto incide la famiglia? E la classe della famiglia? E l’istruzione? Noi decidiamo chi voler essere oppure siamo quello che diventiamo a seguito dei geni e/o dell’ambiente in cui veniamo cresciuti? Il destino è già scritto dentro di noi, indipendentemente dalle varianti esterne? Contano più i geni o i genitori? Per non parlare poi della macchinazione tra “Grande Fratello” e genetica filo-nazista-stalinista dell’intero esperimento, che getterebbe la storia nel distopico fantascientifico, se non sguazzasse invece nella pura realtà dei fatti.
Tenete a mente “Three Identical Strangers”, e non perdetelo, quando arriverà in Italia!

Anche per oggi, ho tirato lungo e tardi… Spero non finirete per volermene, un giorno o l’altro…
Per farmi perdonare, eccovi il Frunyc III aggiornato –con la skyline del rooftop al crepuscolo, il mio rifugio newyorkese 🙂 — i ringraziamenti e i saluti, simultaneamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 376 da NYC commenta “THE KING” di Eugene Jerecki

LET’S MOVIE 376 da NYC commenta “THE KING” di Eugene Jerecki

Fatico Fellows

a impedire che l’immaginazione corra nel modo in cui corre dentro tutti i turisti bisonti che sccorrazzano allo stato brado in questa città. O anche solo dentro tutti quelli che coltivano il mito di questa città.
Quando ti trasferisci a NYC, immagini — o speri — che ti capiteranno degli eventi fortunati, o anche solo fortunosi. Questo fatto alimenta da sempre le chiacchiere, le aspettative e i cliché intorno alla città. E questo trasforma un po’ tutti in bisonti — Board compreso, s’intende.
“Everything is possible in NYC” non è solo un detto, è una credenza dalle dimensioni nazionalpopolari come “Paris ville de l’amour”. E noi esseri umani, bambini e bisonti, se ci innamoriamo a Parigi, strizziamo l’occhio alla nazionalpopolarità e diciamo, toh, ecco, visto?!
Analogamente, se qualcosa di straordinario ci capita a New York, diciamo, toh, everything is possible in NYC, ecco, visto?!
Forse questo vale per tutte le metropoli, e dipende semplicemente dalle misure. Aumentando il numero di abitanti, aumenta la possibilità di intrecciare più cammini, d’incappare in più occasioni.

Queste parole sono il mio piccolo tentativo di razionalizzare New York, di riportarla all’interno di un meccanicismo da Schleiermacher (!) ed evitarmi di iper-romanticizzarla, di vederla come una specie di Narnia — cosa che invece tendo a fare, sistematicamente.
Siedo, pertanto, su questa altalena che oscilla tra raziocinante e vaneggiante.
Oggi mi trovate dal lato mi(s)tico, quello che venera il potere taumaturgico di Gotham City e delle porte che ti apre lungo le sue street e avenues.

La street, nel caso di venerdì, era la 70esima. West. Sull’angolo con la Broadway. Pieno Upper West Side. La casa, un casa signorile. Il piano, il numero 10.
Uscita dall’ascensore, noto che la porta dell’appartamento è aperta. Avvicinandomi, vedo che incornicia il padrone di casa.
Si chiama Norman. Ha 82 anni. E’ immigrato come me. Lui dalla Romania, nel 1988. E’ fuggito al regime di Causescu, e a cinque anni ha subito la deportazione in un campo di concentramento ebraico quando le leve dello stato rumeno erano mosse da un generale fascista di nome Antonescu. Dal Vecchio Mondo, Norman ha portato in quello nuovo un grosso fardello. Due regimi non sono mai meglio di uno.
Norman è il candidato rumeno al Nobel per la Letteratura. E per quanto il ciclone che ha investito il Premio qualche mese fa abbia un po’ stinto la sua aurea celeste, rimane pur sempre il premio che ti colloca nel paradiso degli achievements, in questo caso letterari.
Il celesete potrà anche sbiadire, ma non si cancella.

Ho conosciuto Norman nell’aprile 2017. Aveva fatto da moderatore al lancio di Blameless, traduzione in inglese del romanzo “Non luogo a procedere” di Claudio Magris, il nostro candidato al Premio Nobel.
Quando ti ritrovi con due giganti così in una stanza, qualsiasi dubbio sul tuo trasferimento a New York, nel caso improbabile di averne qualcuno, fugano — cioè si danno alla fuga.

Norman è un junior nel corpo di un senior. Ha gli occhi velocissimi della gioventù. Un’ironia e un senso dell’umorismo che non gli permetteranno di invecchiare mai, nemmeno quando taglierà la soglia dei cento. Come tutti gli scrittori, è un curioso cronico. Affascinato dai nomi.
In uno dei primi scambi via mail, mi chiede il significato del mio cognome, e l’origine.
Mi coglie impreparata, naturalmente. Io so solo che il popolo dei Fruner — popolo, si crede, di minatori — scese dalla Bavaria nel 17esimo secolo, e si piazzò inizialmente in Val dei Mocheni per poi sparpagliarsi nel basso Trentino, e poi in giro per il mondo. Per me questo, lo stop-over nella Valle dei Mocheni, luogo che nel mio immaginario ha i contorni terrificanti di Kamauz, e gli odori ancor più terrificanti reperibili tra l’alpeggio e il taleggio, per me, urbana fino al midollo, cementifera per partito, rappresenta il massimo contrappasso esistenziale. L’assurdo, e il suo colpo di coda, che mi scaraventano altrove, perché , dove dovrei essere, non è proprio il mio posto. L’assurdo, con la sua innegabile comicità, anche.
Insomma per Norman, e grazie a lui, faccio una ricerchina su “Fruner”, e guardate cosa vi scopro. Il cognome arriverebbe da “Fraunthof”, ovvero “paese posto davanti al sole, “dal lato soleggiato”. All’inzio gli abitanti si chiamavano Frontner, Fruntner o Frudner. Dai lì si è passati al più comodo Fruner (comodissimo…).
Scuserete per questo trip nella toponomastica trentina, ma la storia dei minatori che dal cuore del carbone finiscono dritti davanti al sole, mi pareva degna di due righe, o almeno di un sorriso. 🙂

Norman e la moglie Cella mi invitano a casa loro. Per fare quattro chiacchiere. Io non riesco naturalmente a contenere tutto l’entusiasmo che un corpo può accumulare dentro il suo perimetro, ma fortunatamente la conferma è via mail, quindi conservo un briciolo di dignità.
Norman mi dà il benvenuto sulla porta, e nel salotto mi aspetta Cella. Sono persone affettuose e calorose, di quelle che ti accolgono con baci e abbracci come se la nostra amicizia avesse già superato le intemperie degli anni, e adesso tirasse il fiato, al riparo, in un appartamento dell’Upper West Side, e si godesse la tranquillità del navigato.
Parliamo di tutto. Ridiamo di tutto. Curioso, Norman, sì. Vuole sapere tutto. Del mio viaggio qui, della mia famiglia, di come sono stata accolta a New York.
Io parlo e parlo e parlo.
Capisce subito di me che sono “very emotional and very rational”.
Io gli confermo che sì, quello è l’essere entropico che sono, e che no, non è facile essere me, credo. Lui scoppia a ridere. Guarda la moglie, gli dice qualcosa in rumeno il cui significato non avrò mai il privilegio di conoscere, e anche lei ride.
Io rido con loro, ovviamente.

E poi parliamo, insieme, di cinema, di libri. Di grappa! Che riceve ogni anno dall’Italia, lui, vincitore del Premio Nonino. E ancora ride quando gli dico che io sono una schiappa con l’alcol, che potrei sbronzarmi anche solo sentendo l’odore di quella schnapps, figurarsi poi se è quella autentica, quella con cui puoi disinfettare le cadute dalla bicicletta così come le ferite di guerra.

Parlo, parlo, parlo. In punta a quella poltrona, mi sento a casa, in famiglia. Non ho timore di dire che mi sento strana nei confronti dell’Italia. Che la mia carne appartiene a quel posto, ma che non so viverci, che ci sto scomoda. Che sono stata molto infelice. E che qui, in mezzo alla bolgia newyorkese, sento come la vita nel suo farsi, tutti i giorni.
Allora parliamo di esilio.
Lui è considerato lo scrittore europeo dell’esilio. Sia perché l’ha vissuto in prima persona, sia perché ci ha scritto sopra per tutta una vita.
“Do you know Cioran?”, mi chiede.
Conosco Emil, il filosofo di nichilismo e pessimismo, da brevi letture troppo giovanili e febbrili — quando salti da Schopenhauer a Sartre, cercando conferme al tuo estremismo cosmico — e certo non posso vantare nessuna conoscenza approfondita.
“Well, yes, but I wouldn’t say I am an expert”, rispondo.
“You don’t need to be an expert of Cioran. The only thing you need to be an expert of is love.”
Io lo guardo dritto in quei suoi occhi briganti e gli dico, in forma di domanda, “You know that I will never forget that line, don’t you?
“I bet you won’t” — “Te lo credo”. Mi risponde, negli occhi un lampo da colpita-e-affondata.
“Cioran used to say that exile is an honor”.
Io sento le rotelle del mio cervello che ruotano velocissime.

La questione dell’esilio è parte della mia vita quotidiana. Quando si dice esilio, si pensa immediatamente a Napoleone, alla politica. All’esilio subìto. Norman è un esiliato volontario, anche se nella Romania comunista non avevi molta scelta, se, come lui, eri uno scrittore dalla penna affilatissima.
Anch’io sono un’esiliata volontaria. Io ancora più volontaria di lui. Self-induced, dico io — il ceppo è lo stesso di quello di Norman. Nessun regime mi ha impedito la libertà, o ha fatto passare i miei scritti attraverso le feritoie della censura. Eppure ho scelto un altro paese.
E da lì, da Cioran, finiamo a parlare di come il dolore sia fonte di creatività, di come lo sia sempre stato.
Gli chiedo se, arrivati ai trent’anni (!) — e lui mi corregge, pronto alla gag come il miglior comico del Saturday Night Live, “thirty-one, Sara, don’t flatter me” — se, arrivati ai trent’un anni (!!) abbiamo pietà verso noi stessi e la nostra storia. Insomma, se diventiamo più “merciful”.
Lui mi dice. “Up to a certain point”.
Si accorge che voglio di più.
Mi cita un poeta rumeno, che purtroppo non conosco. Norman racconta. Quel poeta, alla domanda di come avesse fatto ad arrivare alla vecchiaia, ha risposto con una parola.
“Bitterness”.
Norman mi guarda.
Io lo guardo, in qualche modo appagata.
Ci siamo capiti.
Parliamo anche della lingua. Lui scrive in rumeno. E’ arrivato in America a 50 anni senza aver mai studiato inglese. L’ha imparato sul posto, come tutti gli immigrati di questo mondo. “La mia lingua letteraria è il rumento. Per il resto uso l’inglese come strumento”.
Mi chiede di me, della mia lingua.
Io dico che l’inglese è una scelta e un piacere. Che mi piace sentirlo in bocca, come una caramella che non mi stufo mai di succhiare. L’italiano è comunque una parte fondamentale del mio essere qui: lo insegno. Esporto la parte migliore della nostra cultura — la lingua.
Lui si gira e dice a Cella, stavolta in inglese, “This is the poet in her”, come se non ci fossi. Ma ci sono.
Fortunatamente, ci sono.

Norman mi fa dono di due testi che gli ho chiesto. La sua bibliografia include più di venticinque opere. Ho scelto “Il rifugio magico” e “Conversazioni dall’Est”. Editi da Il Saggiatore.
Norman fa Manea di cognome.
Ho fatto una ricerchina. “Manea” deriva dal turko “mâni”. Canto popolare.

Chissà se Norman lo sa.
Glielo dirò.

Così vedete, Moviers. Io non so se si tratti di New York City, oppure del caso, oppure degli eventi che s’incastrano, oppure di San Benedetto Giuseppe Labre, patrono dei vagabondi. Ma questa cosa, io a casa di Norman, è successa a New York City, venerdì 22 giugno, Anno Domini 2018.

Quello stesso giorno, la sera, è stato coronato dalla visione di The King, il documentario imperdibile di Eugene Jarecki su lui, il Re, Elvis the Pelvis.
Non sapevo nulla del documentario, e pochissimo di Elvis. Per questo ho optato per il film. E anche perché sapevo che sarebbe passato dall’IFC Center, quindi ho detto, ok aggiudicato, e sono andata.

Presentato al Festival di Cannes nel 2017, al Sundance Film Festival e all’ultima Festa del Cinema di Roma, “The King” nasce da una domanda, semplice e originale insieme. Perché non fare un road movie che attraversa tutta l’America, from coast to coast, New York City to Los Angeles, come nel più classico dei miti americani, a bordo della Rolls Royce appartenuta a Elvis, e raccontare il Re, raccontando l’America? Perché non mettere il regista alla guida e farlo incontrare con personaggi vicini al Elvis, oppure suoi ammiratori comuni, oppure suoi ammiratori famosi, tra cui Alec Baldwin, Ashton Kutcher, Ethan Hawke, Mike Myers? Perché, lungo il percorso, non caricare a bordo della Rolls Royce gente normale, che il Re, l’hanno visto magari in tv, o ascoltato alla radio, o conociuto “solo” attraverso la sua musica?
Nessuno se n’è uscito con risposte negative a tutti quei perché, quindi il documentario è stato girato. Per fortuna, aggiungo, perché “The King” non è il classico biopic che riporcorre peddissequamente la vita del padre del rock&roll, ma è la metafora di un’America che scopre il fallimento del sogno americano. La parabola di una star che per tanti anni ha rappresentato il mito supremo del sovvertitore che entra nella stanza della musica e cambia le regole, convincendo praticamente tutto il mondo che l’ordine nuovo, quello del rock, è quello giusto, quella parabola di vita, disseminata di tantissime ombre, sfruttamenti, e tante balle, coincide fatalmente con la caduta del sogno di una nazione.
Gli Stati Uniti hanno plasmato per decenni — well, secoli — il modello di paese che volevano essere. Il paese della libertà e della ricerca della felicità individuale. Ci hanno creduto sin dal primo momento, tanto da infilare quei due punti d’oro — libertà e ricerca della felicità individuale — nella Costituzione. La convinzione per cui se lavori sodo, in questo paese, puoi diventare tutto ciò che vuoi, è la spina dorsale su cui questa nazione s’è retta in piedi dal Far West(ern) avanti. Per tanti anni, questa convinzione ha trovato un riscontro nella pratica. Milioni di immigrati da ogni dove hanno ascoltato questo ritornello, vi hanno intravisto una possibilità, e sono saliti sulla prima nave con destinazione USA. Ma una volta arrivati in questo paese hanno capito che no, le monete non crescono, gigantesche, sugli alberi — come Emanuele Crialese ci ha mostrato, magistralmente, nel suo meraviglioso “Nuovomondo”. L’America è sempre stata landy of plenty, terra dell’abbondanza, fino a un certo punto. Per tutte le occasioni che ti mette sul piatto, in qualche modo, ti presenta il conto. Questo succede in ogni stato, beninteso. Diciamo che in America, per molti anni, le occasioni sono sembrate molto vantaggiose in proporzione al conto. Questo grazie allo straordinario lavoro narrativo che l’America ha fatto di sé — draghi del marketing che sono sempre stati. La boccia scintillante di questo sogno, se guardata bene da vicino, presenta tutta una serie di incrinature così profonde da spingere a una revisione radicale del fenomeno. Elvis ne è l’esempio.
Nato nella poverissima Tupelo, Mississippi, e trasferito con i genitori a Launderdale Courts, quartiere popolare, e nero di Memphis, Elvis cresce con il blues tutt’intorno, che poi sarà la fonte principale della sua msica.
Questo è un punto molto dibattuto intorno alla figura di Presley. C’è chi sostiene che Elvis fece tutto da solo, che inventò il rock, e che se proprio proprio vogliamo andare a cercare il pelo nell’uovo e far polemica, l’arte funziona così da che post-modernismo è post-modernismo: si ruba, si cambia, si personalizza.
Di tutt’altro avviso buona parte della comunità — e dell’intellighenzia — nera, che giudica invece indebita l’appropriazione di Elvis della musica black. Se per esempio chiedete al rapper Chuck D dei Public Enemy, lui vi dirà, come dice fuori dai denti nel documentario, che Elvis si è approfittato della musica nera senza mai sprecarsi in un “grazie”, né schierarsi in momenti in cui lo schieramento politico di una star del suo calibro avrebbe potuto fare un’enorme differenza: Elvis non ha mai preso parte a manifestazioni di alcuna sorta, preferendo trincerarsi invece dietro al paravento dell’“io faccio l’artista, non mi occupo di politica”.
Elvis è il cantante che, all’età di 20 anni, quando cominciava a mietere successi a destra e a manca, riceve la chiamata dello zio Sam, si addestra, e parte convintissimo per la Germania. Il ribelle che ha portato il rock sui palchi, nei juke-box e soprattutto nei corpi e nelle menti di una generazione, quel ragazzo diventa il “good soldier boy” che parte per difendere il suo paese. Una volta rientrato in patria, Elvis non è più quello di prima: dicono di lui che, “He left as James Dean. He came back from the war as John Wayne”.
E per dieci anni, Elvis si mette a girare commediole romantiche di poco conto a Hollywood, perché Hollywood gli piace da morire e vuole far parte di quel mondo. Il suo indubbio sex appeal, accompagnato alla sua musica nuova e alla presenza prezzemolina sul grande schermo gli regalono una celebrità forse mai conosciuta prima da nessuno. Intanto l’America diventa l’America delle cose: Caddillac lustre come caramelle dentro drive-in pieni di film made-in-Hollywood, villette a due piani con la moglie e il suo grembiule, il marito in ufficio a lavorare sodo per comprare lavatrici e vacanze, e i figli con le dita nel burro di noccioline e un piede al college. L’America della mercificazione, che non risparmia i suoi miti, anzi, ne fa il loro primo strumento. Elvis diventa un prodotto. Un ciuffo, una tuta di pelle bianca. L’immagine si scolla dalla realtà e la persona finisce nel baratro in mezzo.
Le scene di Elvis alla sua ultima apparizione pubblica, gonfio, sudato, farfugliante, pochi giorni prima della morte, a 42 anni — 42 anni! Sono rimasta sotto shock per mezz’ora: pensavo fosse sull’orlo dei 60 — quei fotogrammi, ci suggerisce il regista, sono il parallelo di quello che è capitato all’America. Un sogno che fiorisce su una terra d’incubo —piagata dalle ingiustizie sociali, per non parlare di quelle razziali — e che finisce per infrangersi, guess where?, contro un certo Donald Trump. Il documentario si conclude proprio su di lui: alla fine di questo viaggio attraverso l’America del capitalismo spinto ai massimi livelli, rodei frequentatissimi e diner fermi al 1960, l’America di eroi tragici che vedono la propria persona soccombere al propio personaggio, come Elvis, non ci meravigliamo di trovare, come presidente, un Donald Trump. It makes sense, a hell of a lot.
Un americano che guarda “The King”, esce dalla sala abbattuto. L’ho visto nel pubblico — e i newyorkesi hanno il pelo sullo stomaco, oltreché una gran consapevolezza della loro storia. Anche un’immigrata esce dalla sala abbattuta — checché estasiata dalla qualità del film. Per quanto il sogno americano sia ormai un oggetto da museo, vederlo rottamare così, lucidamente ma anche poeticamente — ci sono delle riprese molto toccanti nella loro semplicità — assesta l’ennesimo colpo nel corpo del mondo malandato che siamo.

Ho chiesto al regista se il film sarà distribuito in Italia. E sì, ha confermato che sarà distribuito, quindi non perdetelo per nessun motivo nessuno.

E anche per stasera sono stata lunghissima. Ma ho finito. 🙂
Ho aggiornato il Frunyc III. Troverete moltissime opere di Alberto Giacometti. Si è inaugurata al Guggenheim una personale talmente personale da piantarci le tende e non schiodarsi più dal percorso spiralitoso del museo.
Troverete anche degli scatti “naviganti”… Domenica in barca, con minuto di silenzio accanto a Ellis Island, saluto alla Statua della Libertà, puntata a Freshkills Park, e circumnavigazione di Staten Island.
Un weekend così generoso ne porterà uno sciagurato per riportare gli equilibri in zona commedia-tragedia?
Speriamo di no … 🙂

Ora i ringraziamenti, e i saluti, stentatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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