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LET’S MOVIE 337 da NYC – commenta “CALIFORNIA TYPEWRITER”

LET’S MOVIE 337 da NYC – commenta “CALIFORNIA TYPEWRITER”

Mr Muscolo Moviers,

No non Ryan Gosling. Il gel per sgorgare le tubature. Quello forse avrei potuto addurre, ma non l’ho addotto.

Ho due coinquiline. Vie, asiatica di nascita, newyorkese di adozione. Una combinazione micidiale se unite la disciplina orientale con la proattività occidentale.
E Isa, dolce come una frolla, nata e cresciuta a Los Angeles, con quella easiness, quell’awesome sempre in bocca, che contraddistingue i californiani.
Qualche giorno fa Vie mi ferma in corridoio e mi dice, dobbiamo liberare il tubo di scarico della doccia: è ostruito dai capelli.
Attimo di panico che si protrae ben più di un attimo evocando uno scenario apocalittico. Un tubo di scarico della doccia ostruito da mesi e mesi — anni? — di capelli è meno spaventoso solo di noi stessi che ci apprestiamo a ripulirlo.
“Io mi lavo i capelli sempre in palestra proprio per non doverlo fare qui a casa e riempire di capelli lo scarico”, scarica il barile, Vie. Il che, tuttavia, è vero. Mai vista con un turbante di spugna in testa in tutto il tempo che sono di casa qui.
Stando a NYC, ho capito che uno deve essere sempre pronto. Schivare gli ostacoli — ricordate la bicicletta in mezzo al traffico? Ecco. Stesso identico approccio.
“Be’, a pensarci, nemmeno io… Li lavo sempre in piscina”, ribatto, con una prontezza mai avuta in vita mia, e frutto del terrore suscitato dall’immagine di me stessa ad armeggiare con lo scarico.

Sì, ho preso l’abitudine di nuotare all’alba, nella piscina sulla 145esima che ormai conoscete bene. Sia perché il mignolo del piede è ancora convalescente. Sia perché c’è qualcosa di pristino, miracoloso e matto in un corpo che esce dal nido alle 6 am, vede l’alba rosa e gialla lusingare l’Hudson, i grattacieli del Jersey, il George Washington Bridge, e poi s’infila in un altro nido, azzurro e cloridrico. E ci nuota dentro, scortato, bracciata dopo bracciata, dal fiume, dai grattacieli e dall’alba.
La piscina del Riverbank State Park si affaccia direttamente sul fiume, e l’inizio e la fine della vasca danno su due vetrate che vi regalano tutto questo. Tale e quale ad Amsterdam, nel Centro Sportivo Het Marnix dello studio Meecano, che mai, mai, scorderò: nuotare è come risalire direttamente il canale, alla vostra destra.

Se Vie e io ci siamo costruite due vie di fuga grazie allo sport, Isa, la seicentesca burrosa Isa, che corre forse forse una volta al mese, e con un milkshake in mano, purtroppo, non ha scampo.
“Isaaa”, cinguetto dal corridoio, più dolce della frolla che è.
“Pensa la fortuna! Sei stata selezionata per un incarico di grande responsabilità…”. Non sarò una campionessa di nulla, ma quanto a fasciare l’orrido con strati di fuffa dorata, non ho rivali 😉
Nel frattempo Vie ha estratto da camera sua uno strumento che ti fa pensare a quanto gli americani siano delle menti o indiscutibilmente geniali o irrimediabilmente malate. Devo ancora decidere quale delle due.
Lo strumento si chiama Mr Drain Weasel — weasel in inglese significa donnola, l’animale agile agile con la coda lunga lunga, tenetelo a mente.
Un bastoncino flessibile collegato a una manovella. Voi, anzi lei, Isa, sostanzialmente, infila il bastoncino nello scarico, gira la manovella e, più o meno per lo stesso principio dell’arricciacapelli, tutto l’orrore di capelli — e chissà cos’altro — presente nello scarico si attorciglia intorno al bastoncino. Poi voi, anzi lei, Isa, lo sfila, e si ritrova con tutto l’orrore intorno al suo bastoncino.
Voilà.
Sulle prime ho molto faticato per non uscirmene con un ben poco elegante “ARE YOU SERIOUS??”, e per tenere a bada un’ondata d’ironia di portata australiana. Come resistere, davanti a uno strumento del genere, acquistato su Amazon??
Ho faticato, believe me.
Poi però, vedendo la serietà con cui l’operazione veniva trattata, e la serietà del concept dietro a Mr Drain Weasel, ho pensato che ogni paese sviluppa il proprio approccio ai problemi. Gli americani hanno ideato Mr Drain Weasel. Noi italiani Mr Muscolo.
Sempre di un Mister si tratta, dopo tutto.
Solo che il nostro attenta molto meno alla nostra schizzinosità nazionale. Quando mai, una casalinga italiana, che pulisce il pavimento in media due volte al giorno e pattina sulle pattine per non lasciare impronte, potrebbe mai avere l’ardire di maneggiare Mr Drain Weasel?
Noi semplicemente rovesciamo un gel, trasparente e profumato, nelle tubature. Quello fa il suo dovere e si porta via tutto. Noi non tocchiamo nulla. Soprattutto, non vediamo nulla.

Vedere certe cose, certe cose brutte, a noi Italiani, proprio non va — sarà forse legato a tutta la bellezza in mezzo a cui siamo nati? Anche per questo gli standard della nostra pulizia sono ben diversi da quelli americani, da quelli britannici — dio ci salvi dalla moquette made-in-UK! — e suppergiù da quelli di tutto il mondo, dall’Africa all’Asia passando per l’America del Sud.
Forse sarà anche per questo che tendiamo a non riportare l’illegalità? Noi, storicamente, giriamo la testa e facciamo finta di niente. Questo nel grande e nel piccolo, nel bene e nel male. Non ci sogneremo mai di riprendere qualcuno che fa qualcosa di sbagliato, qualcosa di piccolo e insignificante, come per esempio, pedalare su un tratto di parco dove si dovrebbe accompagnare la bici… Giusto per farvi un esempio
Qui lo spirito di correttezza è molto radicato. C’è un cop in ogni americano — “you have to walk your bike here”, “you are supposed to stand in line”… Il che mi costringe a dei notevoli sforzi di autocontrollo, non ve lo nascondo. Sono italiana. C’è un complice in ogni italiano.
E questo, nel grande e nel male, si chiama mafia.

Quindi sì, avrei potuto addurre il nostro Mr Muscolo. Magari anche chiedere se esiste un Mr Muscle, un suo gemello americano. Poi ho pensato alle tubature americane, agli infissi americani, alle generali strutture edili degli americani: in questo paese le trombe d’aria portano via le case, e non solo perché le trombe d’aria sono oggettivamente potenti, ma perché le case sono di aria tanto quanto le trombe. Un Mister Muscolo, una soda caustica, insieme ai capelli, corroderebbero la tubatura!
Quindi no, meglio non rischiare di corrodere la doccia di casa. Non vorrei mai essere costretta a frequentare la piscina per l’igiene personale anziché per il nuoto e l’alba.

Governors Island dovrà aspettare anche questa settimana. Priorità alla notizia di ieri. De Blasio ha deciso di smantellare la statua di Colombo che domina Columbus Circle — appunto — sulla 59 esima.
Sapevo che prima o poi si sarebbe arrivati a questo. Se studiate letteratura inglese postcoloniale, prima o poi vi capiterà di chiedervi. Sì ma Colombo allora, e Magellano, tutti gli esploratori con cui siamo cresciuti tra manuali di storia e Monopoli, tutti loro sono eroi o bastards? E se sono bastards, cosa facciamo? Revisionismo storico? Columbus Circle si chiamerà Circle e basta?
Già la settimana scorsa, davanti alla City Hall, si è tenuta una manifestazione della comunità italo-americana, che, immaginate, si oppone strenuamente alla rimozione della statua. Ovviamente la questione, come ogni brava questione nell’anno dell’elezione del sindaco, si strumentalizza. Ma questo non fa scalpore. Lo scalpore, piuttosto, viene dal tempismo. A Charlottesville è successo quel che è successo — avrete sentito dei tafferugli tra i membri del KKK che protestavano contro la rimozione della statua del Generale Lee e dei manifestanti antirazzisti, protesta finita nel sangue.
Un generale sudista, quindi schiavista, come Lee è uguale a Colombo? Per tanti evidentemente sì. Sta di fatto che nell’area metropolitana newyorkese ci sono altre quattro statue dedicate all’esploratore genovese, 24 nello stato di New York, e 32 in New Jersey. Le togliamo tutte?
A Los Angeles, intanto, hanno tolto a Columbus il suo Day, il secondo lunedì di ottobre, e l’hanno sostituito con l’“Indigenous and Native People Day”, la festa delle popolazioni indigene, aborigene e native, “vittime del genocidio”.
Questa patata bollente — immaginate che effetto domino si creerebbe se davvero smantellassero la statua a Columbus Circle — è sintomo di un dissidio ben più grave e profondo all’interno di questo paese. Un dissidio identitario. Se gli USA rimuovono Colombo, anche solo attraverso una ruspa, rimuovono una parte della loro storia. Una parte assai importante, direi. E la storia non puoi rimuoverla. Puoi correggere il rapporto che hai con essa, ma rimuoverla è un gesto vacuo e pericoloso. Cosa dovremmo fare, allora, noialtri? Abbattere la Macchina da Scrivere a Roma? La stazione ferroviaria di Milano, perché celebrano l’idea di grandeur fascista? Dovremmo togliere le vie e le borse di studio intitolate a Fermi perché le sue ricerche hanno portato alla bomba atomica? Condanniamo Touring perché oggi esiste la pedopornografia online? E i francesi? Togliere tutti i monumenti dedicati a Napoleone perché ha saccheggiato mezzo mondo?

Le domande da farsi sono innumerevoli, ma sconfinano nel campo dell’esperimento mentale, e si fermano, pertanto nel nulla-di-fatto. Se Colombo avesse saputo dei genocidi e delle barbarie a cui la sua scoperta — per altro casuale, come da bravo italiano pressapochista —a cui la sua scoperta avrebbe portato, avrebbe gridato “Terra! Terra!”, oppure avrebbe tirato dritto? Se Einstein avesse saputo a cosa avrebbe portato E=mc2, avrebbe divulgato la formula oppure l’avrebbe tenuta per sé?
Sono ròsa dai dubbi, Fellows. Forse sarebbe meglio dedicare piazze e strade agli artisti, agli attori, ai pittori. Come hanno cominciato a fare negli ultimi decenni a Roma, con Largo Mastroianni e Via Alberto Sordi. But here again, di Pirandello, che per un periodo aderì al Fascismo, che facciamo? Escludiamo un Premio Nobel dalla toponomatisca urbana?

La macchina da scrivere mi porta a parlarvi di “California Typewriter”, di Doug Nichol, documentario godibilissimo che ho visto al Lincoln Center Plaza, un cinema che mi ricorda piuttosto un locale a luci rosse degli anni ’80. Interrato, moquette macchiata, odore di chiuso e capelli. Una specie di Pornoroma, ma sulla 66esima, Broadway.
E con il Lincoln Center davanti. 🙂

Il documentario è un discorso molto intrigante tra tecnologia, creatività, nostalgia e futuro, tutti raccordati dalla macchina da scrivere, strumento solo apparentemente sorpassato, specie per i “type-writers’ addicts”, che sono molti più di quanto ci si aspetta.
“California Typewriter” è anche il nome di un negozio di Berkeley che sopravvive nonostante l’avvento prima dei pc, e di tutte le derivazioni/perversioni che ne sono conseguite — I-pod, I-pad, I-anything. Oltre alla storia di questo negozio ormai leggendario, il film combina sostanzialmente le opinioni di persone che sono legate, per un motivo o per l’altro, alla macchina da scrivere, e lo raccontano alla macchina da presa. Tom Hanks, per esempio, ne possiede 250, e non scrive mai email. Solo lettere.
“Se vi prendete 7 secondi per scrivermi una mail, io impiegherò un secondo per cancellarla. Se invece ne impiegate 70 per dattiloscrivermi un biglietto, io terrò quel biglietto per sempre”, dice l’attore. E qui dobbiamo tutti fare uno sforzo e sorvolare sul fatto che Mr Hanks avrà qualcuno che si occupa di andare alla posta a spedire la sua posta. Mentre noi, Mr and Mrs Mortals, dobbiamo andarci coi mezzi e fare la fila. Ho apprezzato i contributi di John Meyer, il cantante, che è un pischello della generazione 2.0. Ebbene, un giorno, in tv, ha visto Bob Dylan battere a macchina. “E’ come se suonasse il piano”, ha pensato. E si è detto. La mia arte sta tutta in un hard-disk. Non ho nulla in mano. In mano davvero. E sai anche che c’è? Non sono mai tornato su un file che avevo salvato dicendomi “ora ci metto mano e lo approfondisco”. E’ “high-concept trash”.
Così John è andato su eBay e si è comprato una macchina da scrivere. Da allora tutte le sue canzoni le scrive a macchina.
E poi c’è la storia di un altro Meyer, Jeremy, un artista che costruisce le sue sculture utilizzando pezzi di macchine da scrivere rottamate. Solo ed esclusivamente pezzi di macchine da scrivere. E da quei rottami, crea opere meravigliose. Vedere per credere.
Vengo a sapere che c’è addirittura un movimento con tanto di manifesto, “The Typewriter Revolution”, che raccoglie adepti in tutto il mondo, promuovendo il ritorno alla scrittura analogica, senza per questo rinnegare i mezzi tecnologici. Quelli servono, ma fino a un certo punto, sostengono loro… Quel punto è stato superato dall’addiction — ahimè, vero. La dimensione umana, tattile, va ritrovata. E cosa c’è di più umano e tattile di una macchina da scrivere, con il suo errare, con il suo tac-tac-tac cantante?
Là fuori, lo sappiate o meno, c’è tutt’un mondo di collezionisti, estimatori, conoscitori di macchine da scrivere, che non hanno nulla a che fare con la moda hipster del ripescare tutto quello che è vintage per farlo diventare, appunto, hipster. E’ più simile a una filosofia di vita. Come essere vegetariani o buddisti. Loro, semplicemente, battono a macchina.

“California Typewriter” batte (!) anche sul processo della creazione. Con il fatto che puoi cancellare e riscrivere, il computer si porta via tutto. Non rimane nessuna traccia del percorso mentale che ti porta a scegliere quella parola, quell’ordine di frasi. E questo è vero. Scrivendo al pc, hai la sensazione, ogni tanto, di non sapere come sei arrivato a ciò a cui sei arrivato. E’ come percorrere una strada che si cancella alle tue spalle man mano che la cammini.
Spero tanto che il documentario esca in Italia e vi esorto ad andare a vederlo. Mi ha fatto ripensare alla terza elementare, quando chiesi per il mio compleanno una macchina da scrivere e mi vidi arrivare della carta da lettera.
La lapidaria chiarezza delle madri di una volta, eh… 🙂

E anche per stasera è tutto, Fellows.
Perdonate il fiume in piena… E vi vedete arrivare pure il Maelstrom…
Frunyc II aggiornato, ringraziamenti tanti, e saluti, idraulicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vi riporto due articolini che ho scritto per La Voce, sul Maestro Antonioni (in inglese) e su Easy – Un viaggio facile facile (in italiano).
Evviva il bilinguismo.
🙂

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LET’S MOVIE 327 – propone LAURENCE ANYWAYS e COMMENTA PUSSY RIOTS

LET’S MOVIE 327 – propone LAURENCE ANYWAYS e COMMENTA PUSSY RIOTS

Manaturalmente Moviers,

le infrastrutture a New York sono davvero in uno stato pietoso, dove pietoso non è il nome di uno stato, ma potrebbe diventarlo — con il suo comune, la sua scuola, la sua banca e il suo fast-food. Se dovete attraversare Manhattan in verticale, cioè da sud a nord, e percorrete la Statale 9A, vi capita di essere bloccati certo dai semafori, ma anche dall’effetto domino di una galleria, l’Holland Tunnel, che non si sa bene come mai, non scorre e blocca tutto. Collega New York a il New Jersey, e un sacco di newyorkesi sono collegati al Jersey. Quindi il tunnel non fa che rispecchiare questo legame.
Allora certo potete prendere la metropolitana. Ma che non sia nel weekend. Il weekend stravolge le leggi delle direzione, i colori delle linee, le corse locali ed espresse — che più o meno sono come i regionali e gli interregionali italiani. Il weekend è l’anarchia del sistema sotterraneo metropolitano. E non c’è che da sperare nelle buona sorte. Se poi piove, be’, ci si prepari a trovare stupefacenti esemplari di bacini idrici nei sottopassaggi e nelle zone con della pendenza. Gli esperti di orografia di tutto il mondo accorrono per studiare il fenomeno, armati di stivali e fucili derattizzanti. Perché sì, i ratti sono gli autoctoni della metro. Amano il rischio, e questo permette loro di alloggiare fra i binari dei treni, incuranti dei treni, e persino dei fucili deratizzanti degli esperti di orografia di tutto il mondo. Del resto è semplice consequenzialità. Così come Neo di “Matrix” (devo specificarlo?!) schivava le pallottole, i ratti, schivano i treni.
Poi non occorre che dica della rush hour, tra le 5 e le 6 pm, quando tutta la newyorkesità si riversa, solitamente nella linea rossa — la mia. O quella verde, quando devo prendere la verde. O l’arancio, o la blu. A seconda della linea che devo prendere, quella, per magia, attira a sé i passeggeri. In questo caso, la legge è della fisica. O forse, semplicemente, di Murphy.
Stare accalcati ha i suoi vantaggi. Puoi sbirciare le conversazioni altrui su Whatsapp, Indovinare il regime alimentare di una famiglia contando i litri di succo d’arancia o Coca Cola nelle buste della spesa. Se la bottiglia è quadrata e incartata in un sacchetto di solito è Jack Daniels, e in quel caso il regime è un altro. Puoi chiederti come sia possibile che un numero inverosimile di passeggeri insospettabili giochi con la versione 2017 di Super Mario Bros o Tetris durante i loro spostamenti. Oggi i colori sono più sgargianti, le forme arrotondate, la scenografia è molto accattivantemente miyazakiana. Forse per questo anche le pensionate ci smanettano con una concentrazione da far perdere la fermata.

Gli aspetti negativi dello stare accalcati non occorre che li elenchi. L’olfatto è il senso che ha la peggio e soccombe sistematicamente sotto zaffate che, avessero un colore, li avrebbero tutti. Però anche lì, te la giochi con la fisica, o meglio, il fisico — o forse, semplicemente, con Murphy, anche lì. Puoi imbatterti nel vagone che sa di mandarino, perché qualcuno ha avuto bisogno di fare il pieno di vitamina C. I miei preferiti sono i vagoni che sanno di capelli e corpi appena docciati. Mi par di vederli, appena usciti dal bagno di casa loro, ancora fumanti, tuffarsi giù nello scarico della metropolitana e finire a profumare di Badedas tutto il treno. La maggior parte delle volte gli odori sono altri. Quelli della massa umana. Scarpe bagnate, dreadlock risalenti al secolo scorso, giacche a vento che liberano nell’aria il fritto misto catturato nel ristorante cinese la sera prima.
E poi ci sono gli odori metaforici. L’odore del sonno, quello dell’ansia. L’odore dell’indifferenza e quello della scocciatura.
Le infrastrutture arrancano e le strade sprofondano. I romani si lamentano delle buche nella capitale. I newyorkesi non si lamentano delle voragini che divorano il loro manto urbano solo perché hanno lo stoicismo e il senso pratico tatuati nel DNA. A che pro lagnarsi? Bypassarle fa risparmiare tempo e coronarie. Questo non toglie che le voragini rimangano con la bocca spalancata giorno e notte e sta a voi, evitarla con cura.
E se si vuole prendere un taxi, uno deve fare un corso lampo di tutte le microlingue del Kerala, del Bangladesh e del Senegal. I taxisti appartengono a questi ceppi non propriamente romanzi o indogermanici o autoctoni.
Poi Trump. Trump è sempre Trump, no? Non è che da gennaio a oggi sia cambiato. E’ sempre lui.
E Melania. Anche lei, naturalmente non è cambiata. Sicuramente non naturalmente per lo meno.

Ma naturalmente fallisco Fellows, in tutto questo. Marciare sulle sventure di NYC è come prendere il Cenacolo di Leonardo e accusarlo di cadere a pezzi. Cadrà anche a pezzi, ma è pur sempre il Cenacolo!
Quindi no, non ce la faccio, Vostro Onore.
Mi dichiaro colpevole di concupiscenza nei confronti della Città.
Mi si mandi pure in qualche colonia penale, magari verdissima, magari pulitissima, dove tutto sembra perfetto e nell’aria c’è uno strano sentore di occult(at)o…
😉

Questa settimana, come anticipato, abbiamo servito ART POT, il calderone in cui i Radio Days e la sottoscritta hanno rimestato cinema, musica e poesia. Ovviamente non farò la cronaca di cosa è stato, per non incappare nel principio numero 2 di Archimede secondo il quale chi si loda s’imbroda. Un foltissimo numero di Moviers & Anti hanno popolato il Social Stone, e quella è stata la soddisfazione più grande. Non farò la cronaca anche perché, se Paganini non ripete, noi invece sì, convinti come siamo del trattamento “repetita iuvant”. 🙂 Per chi non ha potuto esserci riproporremo la serata mercoledì 17 maggio alle 21:00 alla Bookique.

Venerdì sono tornata, dopo un paio d’anni, al Centro Sociale Bruno. La rassegna che la nostra Movier Lady Brown ha organizzato, prevedeva “Pussy Riot”, il documentario di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin, 2013. E la ringrazio per averlo proposto perché io, con tutto il post-post-femminismo che ho in circolo e la fissa con il dissenso e la fascinazione per i flash mob, mi sono assolutamente persa il fenomeno delle pussy riots, che scoppiò nel 2012. Ho passato gran parte del documentario a chiedermi dove diamine fosse il mio radar post-post-femminista nel 2012, e ancora devo darmi una risposta. A volte gli accadimenti ci passano accanto, silenziosi anche se fanno rumore — come nel caso delle Pussy Riots, appunto — e solo se c’è qualcuno che ci tira per la giacchetta ci voltiamo a guardarli. Let’s Movie esiste un po’ anche per questo.

Queste Pussy Riots sono un collettivo punk-femminista politicamente impegnato nato in Russia per dare addosso al regime di Vladimir Putin e difendere democrazie e libertà. Ragazze giovani e scatenate, provenienti da ambienti diversi, che decidono, un bel giorno, d’infilarsi un passamontagna colorato, vestitini dalle tonalità acidissime, e improvvisare incursioni in luoghi simbolo, come le chiese ortodosse, la Piazza Rossa, il tetto di un carcere, ecc… La performance consiste in un pezzo punk strimpellato, cantato e ballato alla selvaggia. Solitamente il testo del pezzo è un’invettiva contro il governo e un incitamento a ribellarsi. Scopo della modalità “invasione di campo”? Attirare quanta più attenzione possibile e, in qualche modo, costringere i passanti o i presenti, a sentire cosa hanno da dire. Nel 2012, tre di queste pussy riots, hanno fatto irruzione nella chiesa ortodossa di Cristo Salvatore di Mosca, in pieno servizio religioso, e ne hanno letteralmente cantate di tutti i colori: il ritornello, per darvi l’idea, recitava “Madre Maria, Bandisci Putin!”, e altri contenuti ben più volgari.
Il documentario racconta i due anni che le tre ragazze hanno trascorso in carcere e il processo che le ha viste protagoniste.
Il film in sé non ha nulla di particolare. Fa ciò che un documentario deve fare. Documenta. E tira la giacchetta, oltreché in ballo una serie di macro questioni. Le tre, e tutto il collettivo, si definiscono “artiste”. Fin dove arriva l’arte e comincia altro?, mi chiedo. Qual è il rapporto tra arte e legalità? Ho sempre pensato che l’arte sia l’unica sovvertitrice legale dell’ordine costituito, ma non è così: talvolta, infrange la legge per manifestarsi. Pensiamo a Banksy, alla violazione di proprietà o all’“abuso” di luogo pubblico di cui si “macchia” con ogni sua opera. Oppure a Cattelan, che impicca tre bambini fantocci a un albero di un parco, o che solleva un dito medio davanti alla Borsa, che schiaccia un papa sotto un meteorite, e che inginocchia un Hitler bambino e credente. L’arte può anche armarsi di metodi non accettati dal sistema e dalla morale: questo perché, con la sua potenza ciclonica, dovrebbe scuotere entrambe. Come dice la citazione del maestro Majakovskij in testa al film, “L’arte non è lo specchio che riflette la società, ma il martello che serve per forgiarla”.
Nel caso delle Pussy Riots la questione si complica. Le loro incursioni sconvolgono ma non rimangono. Sono circoscritte alla reazione che suscitano lì per lì negli spettatori, come gli happening negli anni ’60-70. E rimarranno nella storia come eventi “disruptive”. Ma temo di non considerare queste ragazze delle artiste, le considero ribelli politiche. Ribelli politiche che scelgono una strada originale per esprimere il loro dissenso e la loro lotta per la libertà. In questo loro percorso di rivolta, sono con loro.
E il mio timore che il loro movimento si fosse spento in questi anni è stato piacevolmente smentito. Non solo continuano con le loro imboscate e le loro performance anche pericolose — provatevi voi, a sfidare il gelo russo in un vestitino di nulla, braccia e gambe nude! 🙂 — ma hanno rivolto il passamontagna anche oltreoceano, contro Trump. Vedere per credere.

Parlando di legalità, mi fa piacere citare un bell’evento che si è svolto sabato, La Giornata della Legalità, nella cui organizzazione il nostro Fellow Presidente ha avuto un ruolo quanto mai presidenziale. 🙂 La Giornata si è conclusa sul cui palco del Teatro Sociale dove classi di licei del trentiname si sono ritrovate a riflettere su un argomento come la violenza contro le donne. E per condividere le loro riflessioni hanno utilizzato il medium della performance artistica.
C’è forse un modo migliore di riflettere? 🙂
Spero che questa serata sia servita. In un mondo in cui Il 35% delle donne è destinato a subire violenze nell’arco della vita, fare tutto il fattibile possibile mi sembra il minimo.
E proporrei una mozione parlamentare per modificare due modi di dire, sbagliati come la matematica. “Chi si batte non si ama. Si mena”.

E per questa settimana, mi sciolgo davanti alla programmazione del Mastro, che per un giorno, un giorno soltanto, ci spalanca le porte del paradiso offrendoci

LAURENCE ANYWAYS
di XAVIER DOLAN
Canada 2012, ‘158
Martedì 16 maggio
21:00/9 pm
ASTRA/dal MASTRO
INGRESSO 5 EURO!

Lui, Xavier, solamente lui. Il piccolo enfant prodige regista di “ Mommy”, cucciolo di panda dall’intelligenza einsteiniana, dalla sensibilità proustiana.
Non serve che aggiunga altro. Kant scrisse del suo imperativo categorico solo dopo aver saputo di questa serata.

E anche questa seconda settimana d’esilio è trascorsa. Si sopravvive. Mi si dice che New York faccia altrettanto. Ma sopravvivere non è vivere…
🙂
Vi aspetto al cine martedì, vi ringrazio sempre della pazienza e dell’ascolto, vi lascio con un articolino nel Maelstrom e vi porgo dei saluti, stasera, ovviamente cinematografici.

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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se pianificate di andare al Whitney, vedete un po’ che ve ne pare della mostra “Where We Are”.

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LET’S MOVIE 325 from NYC commenta “CHASING TRANE”

LET’S MOVIE 325 from NYC commenta “CHASING TRANE”

Malva Moviers,

E’ questo il cielo che mi ha accompagnato ieri sera mentre rincasavo. Non viola, non rosa. Quella via di mezzo che, ad annusarla sa di lavanda.
Il mio punto preferito della 1, la metro che corre lungo la Broadway, da South Ferry, la punta a sud di Manhattan fin su su alla 242esima, è tra la 110ima e la 125esima. Lì, la metro sbuca fuori da sottoterra e fende il cielo, in sopraelevata. Ho visto ogni sorta di meteo accogliere quei dieci isolati. Ma un cielo non viola, non rosa, ma malva, no, quello era la prima volta che lo vedevo.
New York City quest’anno ha deciso d’ignorare la primavera ed è passata direttamente all’estate. Ieri è stata  la mia ultima sera e per la prima volta da novembre, avevo la finestra con la ghigliottina completamente alzata, pronta ad abbattersi solo sul caldo. Fuori si sentivano i rumori dell’estate. Non chiedetemi quali sono i rumori dell’estate. Qualche ragazzino che strilla. Il traffico attutito dal caldo, l’acciottolio dei piatti dagli appartamenti intorno. E un ronzio di fondo che forse è semplicemente l’avvio collettivo dei condizionatori, ma che a me piace pensare sia il respiro di Harlem tornato a respirare dopo l’apnea invernale.
Non è sempre così, mi si dice. La primavera esiste anche qui. Io preferisco credere che New York ignori le mezze stagioni. E’ una città talmente estrema, talmente “o bianco o nero”, o ricco o povero, o mi ami o mi odi, che non vedo il motivo per cui l’estate dovrebbe trascolorare nell’autunno e l’inverno nella primavera.
Per il mio ultimo pomeriggio qui — prima del ritorno qui, intendiamoci — mi sono dedicata a SoHo. E no, non per lo shopping — cioè, un vestito c’è scappato, ma quello è un obbligo stabilito per legge.
Abbattiamo un luogo comune. SoHo non è solo Prince Street e Spring Street, che sono un po’ il Corso Vittorio Emanuele II e Piazza San Babila di Milano. SoHo si estende, in orizzontale, dalla Sesta Avenue a Crosby Street e, in verticale, da Houston Street fino a Canal Street. Cinque isolati per quattro, in cui non c’è solo fashion e glamour, ma anche molta molta arte.
E ho capito che anche New York organizza eventi fratelli che finiscono coltelli: si fanno la guerra, cannibalizzandosi a vicenda. Un po’ come il Salone del Libro a Torino e la nuova fiera “Tempo di Libri” a Milano, se non ho capito male…
Oggi si è tenuto sia il SoHo Art Network, http://www.sohoarts.org/DCW-map-lowres.pdf, sia la Madison Avenue Gallery Walk, nell’Upper East Side, http://www.artnews.com/madavegallerywalk/.
Due iniziative gocce d’acqua. Self-tour per le gallerie del quartiere con eventi fissati a ore stabilite — la macchina organizzativa di questa città mi sciocca ogni volta che la vedo in azione. Eppure, entrambe nello stesso giorno, entrambe from 11 am to 6 pm.
Dubito si sia trattato di una svista, di una fatale coincidenza. Io ci vedo una competition fra quartieri… Le contrade a Siena, Montecchi versus Capuleti a Verona. Quella rivalità tra rioni che c’è in ogni paese — New York ha solo qualche milione di abitanti in più, ma le dinamiche sono le stesse.
Muoio dalla voglia di trovare qualcuno dell’Amministrazione newyorkese e, quasi prendendomela con i miei limiti, buttar lì un “I was actually wondering why the two events took place the very same day… There must be some scheme I am missing…”.
Ih ih ih…
E non è esattamente che potete oscillare fra i due quartieri. Fra l’Upper East Side e SoHo ci stanno, nell’ordine, Midtown con la sua Times Square, il Garment District, Koreatown, il Flatiron District, il Greenwich Village e NoHo. Non c’è piede in due scarpe che tenga: ti devi schierare. Io, che nell’Upper East Side ci vado per correre il Museum Mile e infilarmi o al MET o alla Neue Galerie — uno dei musei più piccoli e più belli di NYC — non mi ci sento molto affezionata. Portofino va bene, ma per qualche giorno. SoHo invece ti fa sorridere già anche solo a pensarlo, con quel nome dalla vaga sonorità sushi che richiama Londra ma che vuol semplicemente dire SOuth of HOuston Street. Allora che SoHo sia.
Anche l’idea del “self-tour” è molto intelligente. Ai newyorkesi non piace sentirsi costretti a rispettare orari e ritrovi anche durante il finesettimana — hanno già l’agenda sufficientemente fitta durante la settimana, il weekend, give me some space, please.
Il concept è perfetto: ti fornisco una mappa con tutte le gallerie che aderiscono al progetto, ti propongo delle presentazioni e dei walkthrough accompagnati a determinate ore, ma per il resto, sentiti pure libero di gestirti come vuoi.
Io, che comprendo assai bene l’insofferenza verso tutto ciò che può ricordare Alpitour coi suoi viaggi organizzati, ho fatto quello che mi interessava, quando m’interessava — altroché statua, la libertà… La libertà deve camminarti a fianco il più possibile.
Di tutte le location suggerite, ho apprezzato sopra tutte la Judd Foundation.
Sapete chi era Donald Judd? Il minimalista che faceva tutti quei parallelepipedi in metallo, gli “Stacks”, uguali e in serie, e li appendeva alle pareti… Mi sa che il MART ha qualche sua opera nella collezione permanente. Ebbene, nel 1965 Judd ebbe la lungimiranza di comprare un edificio di cinque piani al 101 di Spring Street, e di farci il suo studio. Rimase la sua base newyorkese anche quando era in giro per il mondo e, dopo la sua morte (1994), i figli decisero di trasformare il posto in una Fondazione. Tutto quello che si vede è autentico, disposto come lo dispose Judd prima di morire. Al secondo piano — solo i primi due piani sono visitabili — c’è un open space che oggi è normale amministrazione. Ma immaginate cosa voleva dire, nel 1965, mettere un lavandino, nudo, senza mobili intorno, con i tubi a vista, verso la parte adibita a salotto…
Il pavimento è rigorosamente di legno — il legno imperfetto delle case newyorkesi di una volta, non le distese impeccabili del Mar d’IKEA. Anche i vetri sono 100% vintage, quelli di certi bicchieri che, guardandoci attraverso, deformano le sagome. In mezzo al salotto, una stufa di ghisa che sembra piombata da qualche montagna svizzera. E poco distante, maioliche siciliane — il contrasto sarà anche casuale, ma è comunque forte. Nessuna antina o cassetto o sportello. Tutto a vista.
Si legge molto della sua arte nella sua casa.
Aggiungete anche la Judd Foundation nelle vostre mete.

Cinematograficamente è stata una settimana all’insegna del documentario. Sono indecisa su quale dei due parlarvi. Opto per quello che forse avrete modo di vedere in Italia: un personaggio come John Coltrane è amato da tutti gli amanti del jazz di tutto il mondo: “Chasing Trane” di John Scheinfeld contribuirà a farlo amare, se possibile, anche di più. Già il titolo è una poesia che farà impazzire i distributori per la sua meravigliosa intraducibilità. “Trane”, come lo chiamavano, è omofono di “train”, e “chasing” significa “inseguire”… Good luck, translators…
Premessa. Io non ho una formazione musicale. Non suono nessuno strumento, sono immoderatamente stonata, e per me Sol-fa-mi è un personaggio dei Puffi. Ma mi piace il jazz. Miles Davis, John Coltrane, Dizzie Gillespie, Duke Ellington, Thelonius Monk. Datemi loro, e sto zitta e buona come una bambina.

Il documentario ripercorre la vita di questo genio supremo che spinse il jazz in territori mai esplorati prima. Era schivo e timido, Coltrane, talmente tanto da non aver mai rilasciato un’intervista televisiva. Si hanno degli spezzoni alla radio, qualche suo scritto, ma per il resto sono opinioni di chi conobbe lui, oppure la sua musica, tra cui, Kamasi Washington, Common, Carlos Santana, Wynton Marsalis, Sonny Rollins. C’è pure Bill Clinton, che sappiamo, strimpella il sax, e, come apprendiamo, ha un vero e proprio culto per Coltrane. E questo dicasi anche per Common — rapper e attore, per chi non sapesse — e Wynton Marsalis — trombettista, compositori, nonché Direttore Artistico del Lincoln Center che diventerà il nuovo Louis Armstrong, per chi non sapesse.
Santana spende delle parole alte per Coltrane. “Some people play jazz, some people play blues, some  people play hip hop. Coltrane plays life”.
Santana ci sa fare con la chitarra, ma anche con le parole non scherzo eh. Commentando il suo pezzo “Supreme”, Carlos dice: “It is a vortex of possibilities. It is the sound of light and of love”. E aggiunge: “You cannot describe music with words. You hear it. And you wanna cry”.
Non c’è verità più vera. Descrivere una musica con le parole è persino più difficile che descrivere un sapore. E ve lo dico da paroliera — una che gioca con le parole a tutte le ore. Coltrane non si ferma alle note. C’è un’irrequietezza che lo porta a sfidare l’ignoto. Molte delle sue ultime produzioni rimasero incomprese proprio per quello: era avanti rispetto ai suoi tempi, ma non ebbe mai paura di osare e di cambiare.
Proprio come nella vita privata. S’innamorò di una donna molto più giovane di lui, divorziò dalla prima moglie e si costruì una nuova famiglia. Sono scelte difficili che pochissimi uomini hanno il coraggio di fare.
Così come smise completamente alcol e droga. Nel primo periodo della sua carriera, Coltrane visse schiavo di queste due idre. Quando capì che stavano compromettendo la sua musica, smise completamente. Decisione non facile, specie in certi ambienti.
Ma quello che mi affascina di Coltrane, è che la sua ricerca era volta alla risoluzione dei grandi dilemmi dell’esistenza. I quesiti einsteiniani del “cosa facciamo qui e dove stiamo andando?”, a cui cercava di rispondere frugando fra le note.
“My music is to uplift and inspire people to find meaning to life. Because that’s what is all about”. Con questo suo statement in testa, pezzi come “A Kind of Blue”, “A Love Supreme” e “Acknowledgement” hanno acquisito un nuovo senso per me. Non sono solo un patrimonio di bellezza sonora dell’umanità, ma sono anche dei tentativi filosofici attraverso i quali il musicista-filosofo Coltrane cerca di trovare il senso del tutto.

Perché questi documentari sono così importanti? Perché non solo mi raccontano un gigante che ha cambiato la storia della musica, ma anche la Storia. Per esempio, non sapevo che “Alabama”, un suo pezzo famosissimo, fosse stato scritto dopo il discorso che Martin Luther King tenne in seguito al massacro di Birmingham. “Pain and hope are there”, commenta la voce di Denzel Washington, che racconta, fuori campo la vita di Coltrane.
Non importa quindi se di jazz non sapete molto. “Chasing Trane” è un’opera per scoprire John l’uomo, Coltrane il mito. Assolutamente imperdibile. E usciranno, nel corso dell’anno molti film su personaggioni della musica, a cominciare da “Bohemian Rhapsody”, il biopic su His Majesty, the King&Queen Freddie Mercury, e “All eyez of me” su Tupac — may He be always blessed. In ambito jazz, mi si dice che sia uscito Miles Ahead”, su Miles Davis. Cerchiamolo!

Prima di lasciarvi vorrei dirvi del Crowdfunding che abbiamo lanciato il 25 aprile per La Voce di New York su Kickstarter. Siccome La Voce è libero e indipendente, e vuole continuare a esserlo, contribuite alla causa!
https://www.kickstarter.com/projects/1697005818/liberty-meets-beauty
Grazie Moviers 🙂

E ora devo proprio chiudere casa e andare a prendere l’aereo… 🙁
Menomale che Trentoville mi accoglie in pieno Trento Film Festival.
A questo proposito mi preme far sapere al Signor Bobby De Niro che il TFF è il Trento Film Festival. Perché il Tribeca avrà anche compiuto 16 anni, ma il Trento Film Festival ne ha 65. You got that, Bobby?? Sixty-five…
Parla pure con la nostra Anarcozumi se vuoi saper come si fa… 😉

Nel Maelstrom stavolta vi metto il video di cos’è La Voce di New York… Vedete se mi trovate… 😉

Ho aggiornato il Frunyc, con nuovi scatti, e i titoli, pian piano arrivano anche quelli… 😉

E per oggi è tutto, my Moviers… Ci vediamo in esilio… 🙂
Ringraziamenti e saluti, stasera, cromaticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board
    
Eccolo qui, il video de La Voce di New York… https://youtu.be/pk8GLKdC11M
Insomma, per parlare un po’ di trentino-rivano dovevo venire a NYC! 🙂

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LET’S MOVIE 324 FROM NYC – commenta “GILBERT” all’interno del TRIBECA FILM FESTIVAL 2017

LET’S MOVIE 324 FROM NYC – commenta “GILBERT” all’interno del TRIBECA FILM FESTIVAL 2017

Matrioske Moviers,

Ormai vivo dipinta all’Istituto Italiano di Cultura, l’avete forse intuito. 686 Park Avenue.
Io che me ne scendo da Harlem, mi sento ogni volta Arnold, che dalla 130esima aveva trovato casa del Signor Drummond nell’Upper East Side. E quello, l’Upper East — UE come lo chiamano qui — è un posto davvero singolare. Si alterna fra Park Avenue e la Madison. La Lexington, per qualche strano motivo, fa più cheap, perde quella signorilità delle altre due Avenue. Avedue — forever silly ©.
Mi è capitato di percorrerle una domenica mattina, e l’orizzonte cambia completamente rispetto a quello che sono abituata a vedere io. Qui le facce sono naturalmente tutte bianche — tranne la mia, che dentro è più nera di Whoopi Goldberg. Le donne, o in tenuta ginnica con il tappetino dello yoga sottobraccio e un beverone verde in mano, oppure che azzardano, nel timidissimo caldo affacciatosi qualche giorno fa, quei completi più da barca che da borough newyorkese. Scamiciati azzurri stirati di fresco da una qualche Graçiela — non la bici, la donna di servizio — occhialoni da sole, qualcosa di vagamente portofino nel look. Forse l’Upper East è proprio la Portofino di New York. I dog-sitter che vedete a Central Park, e in molta letteratura soprattutto cinematografica, qui non si vedono. Qui i cani sono preziosi quanto i membri della famiglia e sono i membri della famiglia che li portano a spasso — o viceversa, devo ancora capirlo.
Ci sono le signore intorno alla sessantina con mocassini evidentemente italiani e spolverini evidentemente giapponesi. Sicuramente i loro studi sono pieni di cataloghi d’arte, i loro frigoriferi di Acqua Panna. Gli uomini sono altissimi e magrissimi. E di solito hanno un dubbio gusto nel vestire, ma mascherato bene da anni di mascheramenti, o da mogli molto capaci.
Qui e là notate discrete insegne “townhouse for rent”. Ad Harlem, si usano i lampioni o le fermate degli autobus per pubblicizzare, di solito in maniera assai rumorosa, una “Open house!!!!!! Come on over and check this crib out, folks!!!!”, che poi è un appartamento di pochi metri quadri, che di solito va via come il pane — i cartelli non durano più di un pomeriggio. Se la townhouse è “for sale”, significa che dovete sborsare qualche milione. Ma del resto siamo a Portofino.
Da quando frequento praticamente giornalmente il Bronx —il cui richiamo sta a me come la foresta stava a Jack —ogni volta che vado all’Istituto Italiano di Cultura, penso che Park Avenue continua su e su e su e su fino alla 168esima, proprio nel cuore del Bronx. E’ sempre lei, ma cambia tutto. Mi fa impressione pensare che, nel giro di tre-quattro miglia, una strada stravolga i propri connotati in maniera così radicale. Ma anche questo rientra nel dogma dell’“everything is possible in New York”.

Insomma, dicevamo, Istituto Italiano di Cultura. Tre giorni fa una conversazione fra due candidati al Nobel, uno dei quali di casa nostra. Claudio Magris. E l’altro, Norman Manea, forse il più importante scrittore rumeno vivente, da anni trasferito a NYC (mica scemo).
S’è parlato più che altro di “Non luogo a procedere”, romanzo di Magris di cui è appena uscita la traduzione in inglese, “Blameless”. Voi potete immaginare cosa possono essere due papabili Nobeliari in conversazione. E vedete un po’ lo spreco. La sala era assai sguarnita. Una trentina di persone, metà della capienza della stanza, a star larghi.
E questo forse, di New York, risento. C’è talmente tanto là fuori, talmente tanto bendiddio, che gli eventi duplicano, triplicano, quintuplicano nelle vostre agende come i Gremlins a contatto con l’acqua. Vorresti essere due, tre, cinque persone contemporaneamente. Scinderti e sparpagliarti in giro per la città e prendere tutto. Non è semplice FOMO, Fear Of Missing Out, la paura di perdersi qualcosa di importante. E’ piuttosto come salvare un Caravaggio da un incendio e lasciar bruciare un Botticelli. Scegliere, a volte, è esattamente così penoso.
Tornando ai Nobeliari… Ho fatto una domanda al sommo Magris, che mi rigira in testa da molto tempo. E l’ho fatta a lui perché lui è tutt’uno con Trieste, sua città d’origine ma anche luogo centrale nella sua letteratura. Chemmi dici dell’appartenenza? Dell’attaccamento a Trieste? No perché io sono non poco spaventata dal passo brevissimo che divide appartenenza e nazionalismo, nazionalismo e protezione del suolo patrio, suolo patrio e muri sorti sul confine messicano… At the back of my mind, naturalmente, pulsa anche il caso del Trentino, che sul radicamento al territorio ha fatto la sua campagna di etica e marketing ormai da anni, cheddico, Amministrazioni.
“Dobbiamo tenere sempre in mente l’immagine delle matrioske. Noi non siamo una identità, ma siamo molte identità insieme. Le une dentro le altre. Io sono triestino, certo. Ma sono italiano. Sono europeo. Sono mitteleuropeo… Sono una matrioska”.
Alla fine del Q&A io ho applaudito con vigore hooligan per via di quell’immagine. La matrioska. In un tempo in cui l’Italia viene a Washington e piega la testa a Toro Seduto — non so se avete seguito il nostro Presidente del Consiglio alla Casa Bianca — e in un tempo in cui la Francia, terra di Liberté-Egalité-Fraternité corre il serissimo rischio di spalancare le porte a Marine Le Pen, chiudendosi dietro le spalle quelle europee in pieno stile UK, giugno 2016. In un tempo così, non dovremmo forse fabbricare centinaia di migliaia di milioni di piccole matrioske e cominciare a far passare il concetto che siamo come loro? Contenitori che contengono culture? E che non c’è nessun cuore puro al centro, che invece siamo proprio tutto il contorno: l’incastro di tutte quante le piccole diverse matrioske che siamo?
Avrò anche bruciato tre-quattro Botticelli, quella sera all’Istituto, ma in questo istante sto ancora apprezzando il valore del Caravaggio che mi sono portata a casa…
Comunque stay tuned perché scriverò un articolino sull’evento per La Voce di New York che vi linkerò domenica prossima 😉

Questa settimana per quanto folle — la settimana o io, troppo comodo, disambiguare — sono riuscita a vedere un numero quasi preoccupante di film. Di solito, da quando sono qui, riesco a ricavarmi a stento una sera a settimana — con profondo sconforto, evidentemente. Ma questa settimana è partito il Tribeca Film Festival.
Sono già passati 16 anni da quando Bobby De Niro, dopo l’11 settembre 2001, decise di mobilitare la macchina di conoscenze sopra cui poggia il sedere e mettere in piedi un festival internazionale a NYC. Non che qui i festival manchino, anzi, ne spuntano a ogni angolo, e tutti con il proprio premio, premio della giuria, premio del pubblico, pass, press, red carpet e annessi e connessi. Ma del Tribeca ti rimangono impresse le proporzioni.
98 film in programmazione, provenienti da 30 paesi, 78 premiere mondiali, 37 opere prime e 32 registe donne su 98 film totali — sempre poche, ma comunque sempre di più rispetto ad altri Festival/Feste/Mostre… Ho letto che quest’anno il Tribeca Film Festival ha ricevuto oltre 8.000 proposte di film.
In questo weekend ho visto un documentario — “Gilbert” — una spin-off da una serie televisiva firmate da Michael Winterbottom — “The Road to Spain” — e un film di finzione — “Flower”. Parto e fulmino con un “inclassificato” quest’ultimo, una banalissima storiella della banalissima teenager bisbetica e lolitesca, con il padre in galera e la madre più figlia di lei, che si ritrova un fratellastro depresso del quale però finisce per innamorarsi.
Scusate, ma frugare meglio nelle 7999 proposte cestinate, no?
“The Road to Spain” mette insieme due mostri di recitazione comica, Rob Brydon e Steve Coogan, che erano già stati protagonisti di “The Trip to Italy”. Ma oltre a quello, il nulla cosmico.

Fortunatamente il documentario, “Gilbert”, di Neil Berkeley ha risollevato il mood e anche il ranking che sto preparando per valutare il lavoro di Bobby De Niro. 😉 “Gilbert” è Gottfrid, uno dei comici più famosi, scomodi, dissacranti che l’America abbia mai prodotto. Una specie di Roberto Benigni al cubo, ma molto più volgare, disinibito, cavallopazzo del nostro Benigni. Gottfrid, nella sua carriera, ha cercato di far ridere su tutto il risibile possibile. Olocausto, 11 settembre, bambini e tsunami inclusi.
Il regista l’ha seguito nella sua vita famigliare, nella sua dimensione da piccole — grandi — manie e idiosincrasie. Ne è uscito un ottimo prodotto che spero sbarcherà in Italia, anche per farci conoscere un livello di satira che noi, in Italia, non ci sogniamo nemmeno. Ma non solo. Berkeley ha saputo guardare dietro il personaggio che Gottfrid si è costruito e al quale obbedisce ancora oggi, a 62 anni, portandolo in giro per i locali a ripetere le stesse battute, gli stessi spettacoli. Alla fine l’idea è proprio quella che più il comico dimostra di essere completamente sprovvisto di peli sulla lingua quando è sul palco, più è malincomico, taciturno e impacciato nella vita quotidiana. Woody Allen semper docet, dopotutto.
Quando si parla della libertà dell’America, forse bisognerebbe tenere a mente anche questo aspetto. In Italia, ci sono degli intoccabili, dei tabù talmente tabù su cui ridere non è assolutamente concepibile né consentibile. Fossimo in un’aula magna, aprirei qui il dibattito e modererei con gran gusto. Quello che mi interesserebbe capire non sarebbe soltanto se ci sia un limite oltre il quale non si possa eticamente andare. Mi interesserebbe capire perché qui in America quel limite venga sfidato e rinegoziato — come per esempio da Gottfrid — mentre in Italia non riusciamo ad andare oltre Crozza e Celentano. Oppure finiamo nell’eccesso perverso opposto per cui i comici si mettono a fare politica… Ecco, nella stand-up comedy americana, nel Saturday Night Live, nella satira televisiva, c’è una benedetta sospensione della correttezza politica. Come già fatto notare, imperversa poi nella vita newyorkese quotidiana, ma in televisione no, tutto è permesso. Questa contraddizione non smette un attimo di stuzzicarmi il cervello. E di mandarmi ai matti, anche.
Quanto alla presenza italiana al Tribeca, un unico cortometraggio, “Viola, Franca” di Marta Savina, che domani incontrerò allo Smyth, nel cuore di Tribeca. Un corto è meglio di nessun corto, certo. Però i metraggi lunghi arrivano più lontano, e questo è un dato matematico.

Allora Moviers, questa è l’ultima settimana newyorkese per il momento. Domenica prossima torno in Italia per il numero inferiore di settimane possibili (3 o 4) in attesa — e nella beata speranza — che l’Immigration Office USA mi conceda il visto O1 — dove “O1” sta per “Ohvvvipregodatemene1”. Vi ho risparmiato l’Apocalisse che è stata la raccolta di tutta la documentazione necessaria. Preferisco stupirvi con un’Annunciazione, a tempo debito — e scusate la china biblica giù per la quale sto scivolando…
Per ora cercherò di vivere l’Italia come luogo di villeggiatura — il miglior modo di vivere l’Italia. E poi, in qualche maniera, I will go back to my love. New York. 🙂
Quindi può essere che il prossimo Lez Muvi arrivi lunedì, direttamente dall’esilio (!). Oppure chissà, domenica, prima di chiudere la casa dolce casa di Sugar Hill.

Nel Maelstrom, Moviers, c’è l’intervista numero due a Sara Cavazza Facchini, la direttrice artistica di Genny, che ha presentato a NYC la nuova collezione autunno-inverno. E non è un articolo che interesserà solo i fashionisti fra voi, ma anche gli architetti… 😉
Il Frunyc verrà aggiornato nelle prossime ore, abbiatemi pazienza 🙂

E ora Fellows, grazie dell’ascolto, e saluti, stasera, dasvidaniamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccolo, 🙂

http://www.lavocedinewyork.com/lifestyles/fashion/2017/04/19/art-deco-e-anni-ottanta-per-la-donna-genny-autunno-inverno-2017-2018/

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LET’S MOVIE 323 FROM NYC – commenta “MAURIZIO CATTELAN: BE RIGHT BACK” di MAURA AXELROD

LET’S MOVIE 323 FROM NYC – commenta “MAURIZIO CATTELAN: BE RIGHT BACK” di MAURA AXELROD

Minvitano Moviers

a una di quelle cene newyorkesi, in quegli appartamenti da AD — tutto di design, ma meravigliosamente funzionale e sottotono, niente eccessi, nulla di troppo. Cynthia e Ali, una coppia di architetti a dir poco adorabili. Mi fanno subito sentire a casa, appeno metto le mie scarpe architettoniche dentro dalla porta. Sì, per l’occasione ho indossato le scarpe architettoniche, quelle disegnate dal nipote di Rem Koolhaas — con le scarpe il funzionale funziona diversamente. Non sono passate inosservate, naturalmente, né dalla coppia di architetti, né dal ballerino naturalmente gay fra gli ospiti, né da una quantità di altri taxisti, gay e passanti che ho incontrato nel raggiungere il 285 Lafayette.
Nolita. A due passi due dall’Angelika Film Center e dalla Old St Patrick Cathedral di Little Italy, la chiesa della mafia anche solo cinematografica di NYC.
I newyorkesi hanno un modo molto “mild” di fare con le persone. Ti mettono a tuo agio senza farti percepire che stanno mettendoti a tuo agio, il che è il modo più azzeccato. Non conoscevo nessuno — uno di quegli inviti spuntati dal cilindro del networking. Giusto il tempo di farmi aprire dal concierge e di dirigermi all’ascensore, e lì, in ascensore, incontro tutti gli invitati. Quando arriviamo al nostro piano, siamo già tutti bell’e amiconi.
Due parole, please, lasciatemele spendere sul ballerino. La bellezza a volte può essere dolorosa. Ecco, questo è il caso. E tranquilli, non ho incolpato la natura, il fato, i geni per il fatto che fosse gay. L’ho accettato. Con cordoglio, ma l’ho accettato.
A un certo punto la padrona di casa ci invita a seguirla sul “rooftop” perché deve cucinare il pesce alla griglia, quindi, se andiamo a farle compagnia è contenta. Io ovviamente mi aspetto uno di quei tetti piatti un po’ incolti e scassati, con il barbecue ovulo-portatile in un angolo e una piscinetta del 1992 bucata nell’altro. Una sedia zoppa anche, e in lontananza, oltre campi di cemento e bidoni della spazzatura, il traffico newyorkese. Ovviamente ho fatto male i conti. Primo perché mi trovo a Nolita, e non a Bushwick (deep Brooklyn), e la skyline mozzafiato comprende il New Museum sulla Bowery e tutto l’East Village.
Il rooftop, poi, è un’altra pagina rubata da AD. Cucina a vista in acciaio, con un fuoco vivo e vegeto da far invidia a Cracco, un patio con un lungo tavolo per le giornate estive, un angolo con sedute in tek e strutture in acciaio alle quali ho immaginato delle gran tende di lino bianco ed ecru, l’estate… Distolgo lo sguardo dalla sagoma del New Museum e lo porto giù, in basso, sui terrazzi degli appartamenti sottostanti.
Il ballerino, e tutta la sua dolorosa bellezza mi si avvicinano, e mi dicono “Sai chi abitava lì?”.
Scuoto il capo, e mi preparo — ma non c’è preparazione che tenga. Lui e i due architetti sono amici da tanti anni: è come uno di famiglia, quindi conosce bene il building.
“David Bowie. He was such a nice guy”.
E me lo dice non per far sfoggio o per farlo fare al proprietario di casa. Me lo dice per farmi capire che Bowie era un vicino in gamba.
Ecco, la differenza tra New York City e Los Angeles. A Los Angeles avrebbero inserito la location sulla Map of the Stars che ti indica il tour delle ville dei vip tra Beverly Hills e Bel Air.
A New York queste cose non interessano. Non è città da paparazzi e scoop. Per questo tante celebrities si trasferiscono qui. Tra parentesi, ho passato la serata degli Oscar con René Zelwegger (=Bridget Jones) seduta al mio fianco, tranquilla come la Pasqua di oggi…
Il padrone di casa non mi avrebbe mai detto che al piano di sotto di casa sua abitava David Bowie. Semplicemente perché lo showing-off non interessa. Sono ciance. E i newyorkesi sono low-profile.
Lo stesso ballerino mi ha appena detto “Era un tipo in gamba”.
Ora, stiamo parlando di uno dei mostri sacri della musica del 21esimo secolo.
Un tipo in gamba.
Adoro NYC.

Dopo aver grigliato il pesce spada, ritorniamo giù nell’appartamento e parliamo di tutto e di più. Tra gli ospiti, due restauratori di opere d’arte moderne e contemporanee, una giornalista italiana, un immobiliarista, il ballerino, io. Finiamo ad un certo punto a parlare della Biennale al Whitney, un evento che non è passato inosservato, essendo la prima nella nuova sede by Renzo Piano. Forse ricorderete, ve ne parlai, qualche Let’s Movie fa. Vi dicevo “Tanti déjà-vu, soprattutto tante scopiazzatura in zona Arte Povera e Arte Astratta. Ma anche qualcosa di bello. Segnatevi Dana Schutz, Samara Golden”.
Dovete sapere che nei giorni scorsi è scoppiata un’enorme polemica intorno ai quadri di Dana Schutz. L’artista — bianca — è stata accusata di essersi appropriata del dolore nero nel quadro “Open Casket”, un dipinto in cui la Schutz ritrae la bara aperta con dentro il corpo di Emmett Till, un ragazzo afroamericano ucciso barbaramente e sfigurato da un bianco, nel 1955. L’artista è stata accusata di aver sfruttato il trauma nero per motivi commerciali ed è stata richiesta la rimozione del dipinto. Un’artista di colore, Hannah Black, ha addirittura inviato una lettera al Direttore del Whitney chiedendo la distruzione dell’opera. E un gruppo di attivisti neri, un paio di settimane fa, hanno bloccato la visione del quadro, mettendosi in piedi davanti all’opera.
La Shutz ha rilasciato una dichiarazione. “I intended to convey the universal horror of the murder and acknowledge the country’s lingering racism. I made this painting to engage with the loss. It was never for sale and never will be”.
La polemica qui è corsa su tutte le pagine del New York Times e del New Yorker, e, come vedete, è filtrata anche nelle cene a Nolita. L’argomento, durante la cena, è stato introdotto con la political correctness che subodoro sin da quando sono arrivata a novembre. “It is difficult to say who’s right and who’s wrong”… Al che io, che vedo nella correttezza politica il tappeto sotto cui prolifera la cancrena del razzismo, mi schiarisco la voce e spiattello quello che penso di tutta questa polemica.
“Il dolore ha un colore? No perché se allora decidiamo anche chi ha il diritto o meno di raccontare il trauma, facciamo discriminazione ideologico-creativa bella e buona. Il gran dono degli artisti è l’empatia — sentire come. Se li accuso di impadronirsi della sofferenza altrui, accuso l’essenza stessa del loro talento.
Cioè, arriviamo al punto di chiedere la distruzione dell’opera d’arte?? Chi siamo, i nazisti in pieno 1939? Entartete Kunst e i falò a Berlino alimentati con le tele delle avanguardie??”.
Lo sapete come sono quando m’infervoro…
Al tavolo è caduto il silenzio, e il tonfo è stato bello forte. Forse tirare in ballo i nazisti, in una NYC 80% ebrea, è stato un po’ fortino… Quando finisco di parlare, gli ospiti mi guardano con occhi diversi. Non sono più la bella italiana con l’architettura ai piedi. Sono un cervello con una lingua tagliente.
Mission accomplished, mi dico. E speriamo che non l’abbiano presa male…
Ebbene, siamo andati avanti a parlare fino all’una di notte… 🙂

E questo, mi rendo conto, è un Lez Muvi tutto artistico. Il mio film newyorkese della settimana è stato “Maurizio Cattelan: Be Right Back”, un documentario di Maura Axelrod sulla vita e l’opera del nostro artista forse più rappresentativo sulla scena mondiale. In Italia arriverà solo per due giorni, il 30 e il 31 maggio, quindi mi raccomando, non perdetelo.
Attraverso una serie di interviste a curatori, collezionisti e savi del mondo dell’arte, ma anche figure famigliari e affettive dello stesso Cattelan — come la sorella, l’attuale fidanzata e la ex fidanzata, Victoria Cabello — Mara Axelrod si è cimentata nell’impresa di raccontare uno degli artisti più discussi, controversi, ironici, dissacranti dei nostri tempi, mente di opere a metà strada fra l’happening, la scultura e la performance live.
So far so good. Ma c’è di più. A un certo punto capiamo che “Be Right Back” non è un semplice documentario. Uno dei protagonisti è Massimiliano Gioni, ex Direttore Artistico del MoMA PS1, e ora del New Museum — quello sulla Bowery di poco fa — e prima ancora grande amico di Cattelan.
Sentite qua. I due s’incontrano e diventano amici nel 1998, quando un giovanissimo Gioni deve intervistarlo per la rivista Flash Art. Cattelan si dimostra recalcitrante a rispondere e per ogni domanda ricicla frasi altrui. I due si divertono così tanto che l’artista, timido in pubblico ai limiti del patologico, propone a Gioni di sostituirlo in tutte le occasioni che richiederebbero la sua presenza. E quindi lo delega a rilasciare interviste, conferenze, interventi al suo posto, facendo di lui una sorta di suo alter ego/controfigura/portavoce. Cosa che Gioni ha fatto per i successivi dieci anni. E che fa ancora.
Il documentario è una sorta di mockumentary, fakeumentary, o forse fun-umentary in cui quanto viene raccontato potrebbe essere vero oppure completamente inventato. La regista ha tenuto a precisarlo, alla fine. Gioni si spaccia per Cattelan per tre quarti del girato e solo verso la fine il giochetto è svelato. In realtà non è un giochetto. E’ tutto frutto della mente ludica, lucida e geniale di Cattelan che trasforma una sua ossessione personale — quella di farsi vedere in pubblico — in un momento artistico. Io sparisco e al mio posto creo un altro da me — Gioni — che interpreta me, ma che non è me. Il gioco tra verità e finzione — centrale nell’arte e nell’interpretazione dell’arte — è portato qui all’estremo.
Ben nota è la ricerca di Cattelan verso la frammentazione dell’io e la serializzazione della propria identità — non so se avete presente tutti i pupazzi-bambini che lui crea hanno una faccia che è una specie di suo alter ego. Ma è anche famoso per la sua elusività. Cerca sempre di sfuggire e ha messo in atto, soprattutto all’inizio della sua carriera, tutta una serie di strategie di evasione che si sono dimostrate vincenti e hanno attirato l’attenzione su di lui. Il titolo del film — “Be right Back” — origina da Torno subito, il nome dal cartello che Cattelan aveva attaccato al muro della galleria d’arte che doveva ospitare una delle sue prime esposizione. Nessun opera, nessun dipinto. Solo il cartello “Torno subito”.
L’ironia, dunque, è fondamentale nelle opere cattelaniane. Ma sbaglieremo a giudicarle come dei semplici passatempi pop-artistici. I tre bambini fantoccio appesi in un parco a Milano, il papa atterrato da un meteorite (“La nona ora”), il corpo riverso di Pinocchio dentro una piscina — annegato, affogato, perso? — di “Daddy Daddy”. Una mano aperta con un solo dito, il medio, che si staglia davanti alla Borsa di Milano (L.O.V.E ), e ancora Hitler bambino inginocchiato con le mani incrociate (“Him”), i cavalli che pendono dal soffitto, Charlie con le mani inchiodate a un banco. Queste opere NON fanno ridere. Ingenerano un senso di smarrimento, come se vedessimo qualcosa di todorovianamente fantastico davanti a noi — sconosciuto. Ma anche comprensibile, in un certo senso. Questa coesistenza di comprensibile e incomprensibile — Hitler sta pregando? Chiede perdono? Trama altri misfatti davanti a un suo qualche malefico dio? — ci spiazza completamente. Ed è questo, alla fine, il senso dell’arte. Mostrarti l’immostrabile.
L’arte di Cattelan, dopo un primo istante di dubbio — ma questo ci è o ci fa? — mi parla. Sarà perché affonda le radici nell’arte concettuale e povera di un Piero Manzoni o un Kounellis. Sarà perché riesce a sovvertire il non-sovvertibile e a frugare orrori dell’inconscio collettivo — bambini impiccati agli alberi e Pinocchi affogati — la sua opera esercita un forte effetto su di me.

E qui devo dare a Guggenheim quel che di Guggenheim. Nel 2011 il museo ha realizzato “All”, una personale che sintetizza tutta l’opera dell’artista padovano. Sapete cosa hanno architettato? Hanno riprodotto tutte le opere più note e rappresentative dell’artista e le hanno appese a una struttura metallica in cima alla spirale del Guggenheim. L’effetto — anche solo guardarlo in video — è strepitoso. Tutto Cattelan lì, per aria — per altro una posizione che piace molto all’artista, che è solito appendere ogni sorta di oggetto/animale — e lo spettatore al pianterreno, con il naso in su, a guardare questa nuvola Cattelan tra meraviglioso e orroroso aleggiare sopra la sua testa… Ma dov’ero nel 2011?? Ma come ho potuto perderla??
Il Guggenheim sarà anche sopravvalutato, ma poi ti fa queste iniziative. Del Q&A post-proiezione mi è rimasta impressa l’angoscia della Direttrice: temeva un qualche errore nei calcoli degli ingegneri, e un crollo di tutta l’istallazione, edificio di Frank Llyod Wright compreso. Quindi anche il Guggenheim ogni tanto fa del bene, e io dovrei starmene zitta.
Gioni, anche lui presente, sembra una simpatica canaglia. Di quelle molto molto furbe. Aveva 24 anni quando incontrò Cattelan. E senz’altro quest’amicizia speciale ha contribuito alla sua scalata nel mondo della direzione museale. Non ha solo diretto MoMA PS1 e ora il New Museum, ma anche la Fondazione Trussardi di Milano, e collabora con ruoli direzionali anche a tutte le Biennali che vi vengono in mente. Fortuna e scaltrezza.
E un’ultima domanda. Ma perché, un documentario su Cattelan, non l’ha fatto un italiano, dico io?!?

Un altro motivo, ve lo confesso, per cui sono stata a vedere il documentario è la sala in cui si è tenuto. Ha riaperto, proprio venerdì sera, il QUAD, cinema storico del Greenwich Village, chiuso la scorsa estate per ristrutturazione. Il QUAD nacque nel 1972, e fu il primo multisala d’essai della East Coast. Una specie di Astra, ma con il Greenwich Village intorno. Ora gli interni sono molto rosso-cool e minimal. Molto nero, troppi neon e non si respira più nulla di vintage. Ma vale la pena di aggiungerlo alle sale newyorkesi con programmazione interessante. Pensate che adesso, per quindici giorni, ospitano una retrospettiva sulla nostra Lina Wertmuller… 😉
Come sempre e perennemente ho parlato troppo. E ancora devo rimandare racconti-incontri paranormali… Poi mi si chiede “perché New York?”…

Ho aggiornato il Frunyc, al solito, e nel Maelstrom vi metto un articolo che credo di non avervi mandato, lo scorso mese… Così vedete cosa fanno all’ONU per le donne 😉

Grazie, sempre, per l’ascolto e la lettura. Raccolgo incredula delle testimonianze che mi seguite e leggete con un’attenzione commovente. Keep doing it!
I saluti, stasera, sono ricettivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccolo qui, c’è pure l’Astrosamantha nostrana, impossibilitata a raggiungere NYC dalla tormenta di neve…
http://www.lavocedinewyork.com/en/un/2017/03/16/empowered-italian-women-at-the-united-nations-csw61/

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