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LET’S MOVIE 351 da NYC – commenta “DOWNSIZING” di Alexander Payne

LET’S MOVIE 351 da NYC – commenta “DOWNSIZING” di Alexander Payne

FM Fellows Moviers,

La radio è una presenza cara nella mia vita newyorkese. Un parente che non ha nulla del serpente. Che ti accompagna senza chiederti assolutamente nulla in cambio.
Ci avete mai pensato, a quanto la radio sia il mezzo più discreto e meno avido della comunicazione? La tivù ci droga sin dai tempi della réclame, un fustino al prezzo di due, mangiar bene per sentirsi in forma con il gusto pieno della vita. Il web ormai ci ha risucchiato. Non possiamo più nulla senza.
Come guariremo da una dipendenza di queste proporzioni? Qui negli USA c’è un programma che ti aiuta a disintossicarti, una rehab per tossici da www. Mi sa tanto che dovremmo ricoverarci tutti, dal momento che non riusciamo più a stare senza comunicarci. Non per fare il Zichici della situazione, ma cosa significherà quest’ansia che abbiamo?
Voi potreste girare la domanda a me. Da dove viene quest’ansia che hai di mandarci il pippone lezmuviano settimanale dopo otto anni — otto anni! — di pipponi settimanali? Ebbene per me è il gusto — pieno! — della narrazione. E’ un modo per tenere un filo collegato a una fonte di energia che sta dall’altra parte dell’Atlantico, mentre sopra di me brilla di luce propria New York City. Per il resto del mondo che ha bisogno di comunicarsi continuamente via facebook, twitter e altro, non so quale sia lo sprone. Forse abbiamo definitivamente scansato gli esistenzialisti, che avevano postulato la precedenza dell’esistenza sull’essenza. Forse oggi esistiamo se e solo se CI comunichiamo. Fabbrichiamo tante copie di noi che distribuiamo in giro, nel timore di ammettere che l’originale è andato perso chissà dove e non riusciamo più a trovarlo.
Ma tornando alla radio, il mezzo senza immagini che da più di cent’anni campa d’immaginazione.
Qui due sono le mie stazioni di riferimento, che ascolto correndo. WNYC, la stazione simbolo di New York City, alla frequenza 93.9, e WQHT anche nota come Hot 97, che è l’epicentro della cultura hip-hop, R&B e rap e che si trova alla frequenza 97.1. Ho impiegato un po’ a intercettarle e a capire che queste sono le mie DUE stazioni.
Ce n’è anche una terza, per i momenti balenghi, quelli in cui né l’una né l’altra paiono soddisfarmi. E’ nei paraggi del 94.2, e ci fanno una trasmissione mattutina tanto divertente quanto meschina: uno spettatore chiama e racconta un appuntamento andato storto, dando la propria versione dei fatti e ponendosi solitamente come “oh me tapino, dove ho sbagliato, ero un saccobbello, ho fatto tutto da manuale! Perché mi avrà scaricato?” interrogando se stesso e i due presentatori. Poi i due presentatori telefonano in diretta al partner in questione per sentire l’altra campana. Di solito quest’ultimo ne dice pesta e corna e dà una versione dell’appuntamento assolutamente opposta rispetto a quella del tapino che ha chiamato. E dopo che questa — di solito è una lei — ha rovesciato fuori tutto il rovescaibile possibile, i due presentatori le chiedono, goduriosamente vigliacchi, indovina un po’ chi abbiamo qui con noi in linea? ….E poi i due piccioncini-non-piccioncini cominciano in sordina, timidi-timidi, e finiscono col dirsene di tutti i colori, difendendo ciascuno la propria tesi, e alla fine tu, ascoltatore, capisci che la verità è una pura allucinazione.
Ogni volta che m’imbatto in questo programma, oltre a farmi delle sonore risate mentre corro, penso sempre a quanta ipocrisia aleggi nel mondo dei “date”, degli appuntamenti. “Sì ci sentiamo. Ti chiamo. Rivediamoci eh.”  E poi il nulla. Penso anche a quanto uomini e donne siano, molto spesso, galassie lontanissime le cui rotte s’incrociano ogni 1.763 anni. Sperando che i due guardino dalla stessa parte.
L’amore avrà anche il petto di Maciste ma cammina su gambette da passero.

Di solito funzionava che ascoltavo WNYC nei miei giri a Central Park. E questo per una questione prettamente acustica. A Central Park regna il silenzio. Gli unici rumori che sentite sono le scarpe da ginnastica degli altri corridori che di solito ti/mi superano sempre — diavoli di newyorkesi! — oppure i freni delle bici a nolo dei pedicab, i risciò a tre ruote che portano a spasso i turisti, oppure gli zoccoli della versione equina, con tanto di calesse. Central Park è perfetto per la WNYC, che è un’emittente di approfondimenti, interviste, punti della situazione, e gli argomenti, oltre all’attualità e alla politica, spaziono dal cinema alla letteratura, dalla musica alla scienza –e la musica vi offre Judie Garland, Tony Bennet oppure Sinatra. C’è bisogno di sentire bene, di prestare attenzione. Niente traffico, clacson, sirene.
Mi è capitato di sentire trasmissioni sugli acquedotti nell’antica Roma (!), oppure “gravidanza trigemellare: una madre con tre gemelli ormai grandi, pronti per il college, parla a una madre che ha appena scoperto di aspettare tre pargoli in sync: esperienze a confronto”.
Hanno sempre un modo molto particolare di organizzare gli interventi, e io mi perdo ad ascoltare, mentre corro e imparo una quantità di termini assurdi — tipo “elusive” che non equivale al nostro raffinato “elusivo”, ma al ben più terra-terra “fuorviante/depistante” detto per esempio di un sentiero che ti porta fuori strada (i trentini se lo potranno rigiocare spesso visto il folto sentierame tutt’intorno). Poi li scordo eh. Ma ogni tanto mi capita di ripescarli quando meno me l’aspetto.

WQHT, invece, è la radio da Bronx. E’ rap non-stop, e si sposa divinamente bene con la parte di Bronx in cui di solito corro, oltrepassato lo Yankee Stadium, Mullaly Park, e Grand Concourse, e giù giù per McClellan Street, e via via per Morris Avenue, fino ad arrivare al Claremont Park, il parco a forma di cornucopia da cui l’estate fuoriescono bbq accesi e latini bassi e sorridenti, o solo bassi.
Un giorno, ridiscendendo per McClellan Street, vedo un tipo che tira a lucido la sua macchina — una di quelle bellezze truzzissime, con i finestrini oscurati, che vanno di gran moda, e i cerchioni che costeranno un mutuo. La macchina bomba la stessa canzone che bomba nelle mie orecchie. Stesso momento. Metto pausa, rischiaccio play, e ho la conferma: stiamo acoltando entrambi WQHT.
E’ stato un momento di gnoseologia da strada non da poco.

Ultimamente però non nascondo di prediligere sempre più WNYC. Mi piace l’effetto sorpresa. Più che altro mi piace trovare Leonard Lopate. Leonard Lopate è uno degli speaker più longevi dell’emittente. Ha 77 anni, e sa tutto. Può discettare del miglior ripieno del tacchino per il Thanksgiving, a intervistare Barak lov-ya Obama come se lo conoscesse sin da bambino hawaiano. Ha una voce che sa di vissuto, di divani in pelle marrone e di ore e ore a prepararsi. Che sa di tempo rubato al tempo e barba incolta, mozziconi di sigaretta, qualche carboidrato di troppo e di tracolla sempre piena di libri. Un padre putativo radiofonico. Una figura virgilia, direi, il cui curriculum puà vantare interviste al citato Barak, a John McCain, Joe Biden, Henry Kissinger, Lech Walesa, Orhan Pamuk, Ang Lee, Catherine Deneuve, Doris Lessing, Francis Ford Coppola, Sarah Jessica Parker (per quanto la stimi, stona un tantino in mezzo a tutti questi big, lo ammetto), Alice Munro, Robert Altman, Mel Brooks, e tanti altri.
Ora, capita che mi chiedano di coprire un’intervista che Madame Isabella Rossellini ha rilasciato stasera al 92nd Stret and Y, una no-profit culturale che sta nell’Upper East Side che organizza sempre eventi culturali di livello top. Io ho risposto tutto d’un fiato certo-come-no-vado-io. E non tanto per Madame Rossellini — o meglio, sì anche per lei, e per la memoria di cotanta madre Ingrid (Bergman) e di cotanto padre Roberto (Rossellini). Ho risposto certo-come-no-vado-io perché sapevo che l’intervistatore sarebbe stato lui, Leonard. E davvero al posto di Isabella Rossellini avrebbe anche potuto esserci Ignazio Moser — che a quanto capisco tirerà su le sorti dell’economia trentina dopo le prestazioni al Grande Fratello… Poco importa, l’importante era Leonard.
Ebbene. Il mio sogno è stato infranto dalla più barbara delle notizie. Leonard padre-putativo Lopate è finito nel tritacarne delle accuse sessuali. Quattro giorni fa è stato sospeso “con effetto immediato” per “comportamenti inappropriati”, insieme a Jonathan Schwartz, un’altra colonna portante di WNYC. Non è trapelato nulla, né sulle vittime, né sulla natura delle ipotetiche molestie. Leonard si dice allibito e non ha idea di chi abbia mosso queste accuse.
Io sono allibita quanto lui. Lui non può essere un altro Kevin Spacey, Dustin Hoffman — Dustin Hoffman! Harvey Weinstein non lo nomino nemmno perché lì sconfiniamo nel patologico suino, branca del porcilismo di cui non ho conoscenza alcuna. Ma Leonard, no. Please.
Di due giorni fa sono anche le dimissioni del senatore democratico Al Franken, uccasato da sei donne, mentre cinque donne stanno facendo ballare la poltrona sotto il sedere del senatore repubblicano Roy Moore. I numeri fanno la differenza. Una, due… Ma undici? Non si transige nemmeno su una o due, ma undici?
Assicurando sempre il beneficio del dubbio, e lasciando ai giudici il dovere di giudicare, io ribadisco, con molto sang-froid, l’acqua calda che questo putiferio sta scoprendo. Ma certo un conto è scoprirne una bacinella, un conto un mare.
Quindi la sessualizzazione degli ambienti di lavoro è a un livello tale per cui la maggior parte degli uffici di tutto il mondo sono stati e sono sfondo di comportamenti di questo tipo. Certo se impera un modo di pensare come questo “Provarci fa parte dell’uomo da quando è nato, la violenza è ben altra cosa” (cit. Carlo Verdone), se davvero legittiamo il “provarci dell’uomo” allora per forza finiamo dove siamo finiti. E il punto non è il provarci. Il punto è dove e quando, il contesto insomma, e naturalmente l’abuso di potere.
Mah… io nutro la speranza che un giorno le gambe arriveranno dopo del cervello, e che la parte animale dell’uomo verrà prima o poi scalzata da quella razionale, almeno nell’ambiente professionale.
Sono una sognatrice, you know.

Questa settimana sono stata baciata dalla fortuna di Gofobo. Gofobo è un sito in cui v’iscrivete e vi mandano, ogni tanto, degli annunci di biglietti omaggio. Il trucco sta nel fatto che dovete essere Flash Gordon, e “redeem the tickets”, ovvero prenotare il vostro posto, entro un minuto e giù di lì da quando vi arriva l’email. Se passano due minuti, “Sorry, the event is fully booked”.
Ciccia.
Sono riuscita a infilarmi quattro-cinque volte. Spesso si tratta di preview, spesso film ancora non terminati che vengono sottoposti al giudizio del pubblico, che a fine proiezione compila un modulo pieno di domande tipo cosa cambieresti, cosa terresti, lo consiglieresti, ecc.
Molto spesso le proiezioni sono a orari impossibili, al mattino, o il primo pomeriggio.
Capita che sia stata Flash Gordon questa volta, e che avessi il venerdì mattina libero. Quindi me ne vado un mattino alle 9:30 am nello studio della Paramount a Times Square, tronfia come un gallo cedrone — e già difficilmente vado a Times Square, andarci alle 9:30 am è un’esperienza a dir poco ultraterrestre.
Al 1515 Broadway, al terzo piano di un grattacielo come tanti altri, trovate una sede della Paramount con un teatro di una ottantina di posti sprofondato nel velluto bordaeux. Lì, ho avuto la fortuna di vedere l’ultimo film di Alexandre Payne, “Downsizing”.
Payne è il regista di “Aproposito di Smith”, “Sideways”, “Nebraska” e di “Paradiso amaro” — quest’ultimo poteva pure risparmiarselo, ma va be’, errare humanum…
Aspettavo “Downsizing” già da Venezia, doveva aveva aperto la Mostra ed era stato accolto bene, ma non benissimo come i due film di apertura degli anni precedenti, “Birdman” e “La La Land”.
La trama è presto detta. Il protagonista Paul Safranek — Matt Damon dietro la sua pancia — è un uomo comune di Omaha, sposato, che non riesce a mettere via un centesimo — il carovita, you see. Per far fronte alle difficoltà del mondo, Paul decide di sottoporsi, insieme alla moglie, ad una nuovissima tecnologia scoperta in Norvegia che permette di rimpicciolirsi in maniera esponenziale fino a far diventare se stesso un vero puffo di Paul, alto due mele o poco più. Dato che i risparmi del mondo dei “giganti” valgono infinitamente di più nel mondo dei ridotti, Il rimpicciolimento permette alle mini-persone di potersi permettere uno stile di vita pieno di lusso e villoni. Purtroppo però le cose non vanno esattamente come previsto e Paul si trova immischiato in un’avventura che lo porterà a riflessioni ben più grandi del mini che è.
L’idea di fondo è geniale. Un po’ dèjà-vue, anche, è vero. La letteratura e il cinema hanno esplorato spesso le potenzialità dei rimpicciolimenti. Pensiamo a “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi”, classico del fun in famiglia degli anni ’90, oppure “Arietty”, in cui il genio di Miyazaki immagina tutt’un popolo di nomadi esserini che vivono fra gli interstizi della nostra quotidianità. E be’, non tiriamo in ballo altri cartoni animati, partendo daggli storici Puffi, David Gnomo, Memole-folletto-sono-io. Ma davanti a tutti, come sempre, spicca la letteratura. Jonathan Swift aveva raccontato di Gulliver e Lillipuziani ancora nel 1726 — 1726, qualche bell’anno prima che Puflandia venisse scoperta da Gargamella.
Noi esseri umani siamo affascinati dall’ipotesi di poterci rimpicciolire, e sballare tutte le prospettive e tutte le proporzioni con la nostra quotidianità. E il film gioca molto su questo sogno, e sui vantaggi INCREDIBILI che questo potrebbe apportare. Rifiuti, energia, spazio. Tutto ridimensionato. Tutto più facile, meno costoso, meno inquinante.
La prima metà del film funziona alla grande. E’ divertente, intelligente, provocatoria e meschinamente comica — meschinamente contro il protagonista che dopo essersi sottoposto al processo di rimpicciolimento, scopre che la moglie non ne ha avuto il coraggio e l’ha lasciato solo nel mondo dei piccoli.
Straordinaria sopra ogni cosa la partecipazione di Cristoph Waltz, che dimostra un assunto: dategli qualsiasi parte, tragica o grottesca, e lui, pam, vi ripaga con un’interpretazione da Oscar. Solo che il suo ruolo, insieme all’incontro di Paul con una rifugiata vietnamita senza una gamba (!), e alla sua conseguente storia d’amore con lei, portano il film in acque troppo miste, e non si capisce più bene dove voglia andare a parare.
A nessuno piacciono le etichette, quindi, può essere un bene che il film ondeggi fra il fantasy, il dramma, la commedia, la satira, e la riflessione a sfondo ecologico “look where mankind is heading to”, però in questo caso, siamo davvero troppo sballottati e non sappiamo più leggere il personaggio e cosa gli stia capitando. Paul incontra questa dissidente vietnamita che gli apre gli occhi su certe realtà — povertà, disagio sociale, ineguaglianza — che prima non aveva minimamente considerato. Dal sociale, all’ecologico: si perché la specie umana “dei grandi” è minacciata dallo scioglimento dei ghiacci incombente, che la spazzerà via dalla terra e Paul può decidere se rimanere e affrontare il suo destino, oppure rintanarsi in una specie di bunker naturale per preservare la specie…
Insomma, un po’ troppi argomenti tutti insieme.
Tuttavia “Downsizing” is worth a try. Sarebbe stato un film azzeccato per Natale — e qui uscirà infatti il 22 dicembre. Ma in Italia dovrete pazientare fino al 2018 — il mese è ancora ignoto.

E anche per oggi è finita qui, Moviers. Parlo sempre troppo, I know.
Frunyc II aggiornato, e saluti, radiofonicamente cinematografici.

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LET’S MOVIE NEW YORK CITY 308 – Frum From Far Off commenta TONI ERDMANN

LET’S MOVIE NEW YORK CITY 308 – Frum From Far Off commenta TONI ERDMANN

Fulmicotone Fellows,

Credevo di essere sufficientemente preparata alla mania che gli americani hanno per gli acronimi. Invece no. Qui devo farmi strada ogni giorno tra domande tipo “do you have an SSN?”, o “Your EAT?”.
La sensazione data dalla mancata comprensione somiglia molto a quando annaspi in mare, o pedali a vuoto. Ecco fate conto che mi capita spesso, quando ci sono di mezzo gli acronimi.
Nel primo caso, SSN, ci si riferisce all’agognato Social Security Number — i soldi possono magari non comprare la felicità, ma è sicuro che non possono comprare il Social Security Number, e la Green Card…
Nel secondo caso, EAT, mi sono scervellata non poco quando me l’hanno chiesto via sms. Alla fine ho dovuto arrendermi e domandare, con somma vergogna della just-landed.
“Estimated Arrival Time”
(Certo, ecchi non c’arriva??)

Noi chiediamo “quando conti di essere qui?”, “per quando pensi di arrivare?”. Loro digitano “Your EAT?”
E badate, questo non è dovuto al linguaggio millennial/social, in cui si punta ad accorciare tutto o a rottamare le CH in K (!!). Questo è proprio un modo tutto americano di esprimersi, a cui, volente o nolente, devo abituarmi.
L’esempio più incredibile di sintesi fulminante in cui sono incappata è l’ENT.

Nell’ultima settimana ho avuto qualche piccolo incidente di percorso con la gola e le detestevoli orecchie, tanto da non potermi arrangiare con i rimedi della granny, e costringermi a sentire il medico. Noi in Italia andiamo dall’otorinolaringoiatra — se cominciate a contare le sillabe ora finite per il capodanno 2018. Loro, qui, vanno dall’ENT, che sta per Ears Nose Throat.
Paragonando Otorinolaringoiatria a ENT, mi viene in mente l’Azzeccagarbugli, e la tendenza tutta italiana a complicare sempre tutto, quando tutto potrebbe essere “that simple”. Burocrazia e incartamenti che poi, lo sappiamo, costringono il furbo di turno ad aggiungere l’ennesimo ingranaggio alla macchina del “fatta la legge, trovato l’inganno”. Non faccio manifesti per l’ipersemplificazione linguistica — lo immaginate, da linguacciuta (!) qual sono — eppure questo paragone mi fa riflettere.

Certo, all that glitters is not gold… Se per caso vi trovate nella posizione di dover richiedere un visto e dovete affrontare la trafila che esso comporta, possa qualsiasi santo in Paradiso assistervi — possa quindi qualsiasi santo del Paradiso assisterMi. Temo che la tendenza a complicare questo o quell’aspetto della società possa nascondere una meschina volontà di selezione naturale: chi possiede la conoscenza per infilarsi nel dedalo e uscirne vittorioso, allora possiede le caratteristiche giuste per farcela, per essere premiato con questo documento, quel visto…Chi si arena a metà percorso, fa la fine delle giraffe con il collo troppo corto — estinte! Questo non ha nulla a che fare con l’americanità o l’italianità: è una tendenza universale, che forse solo Darwin potrebbe spiegarci…

Quello che posso spiegarvi, io, tutt’al più, è che il vero Capodanno NYC 2017 non si è svolto a Times Square, con il milione di persone che avrete sicuramente visto al TG. Il vero Capodanno NYC 2017 si è svolto a Coney Island!
Ieri sera ho avuto la riprova che Coney Island spacca più della ball drop sulla 42esima Strada 🙂
C’è una community, molto diversificata nelle etnie ma molto coesa negli intenti, che vive in quel quartiere sul mare a sud di Brooklyn, e che sta facendo di tutto per farlo sbocciare. Hanno organizzato un party accanto al molo, e al Luna Park storico — io non lo sapevo ma “Luna Park” prende il nome dal primo parco di divertimenti della storia aperto proprio qui a Coney Island nel 1895, chiamato così in onore della sorella di uno dei proprietari: il Parco di Luna 🙂 — per il New Year’s Eve 2017 hanno aperto una delle giostre storiche e chiamato band e deejay davvero hot. E’ stato molto divertente vedere come la piccola Coney Island sfidasse il gigante Times Square — e con quale pride degli abitanti!

New Year’s Eve a parte, Coney Island è un luogo che dovete inserire nella lista delle vostre destinazioni newyorchesi. E’ un posto pagliaccio. Colori fuori, anima triste dentro. Dopo i fasti della fine dell’‘800 quando il Luna Park aprì, dopo la costruzione della Wonder Wheel nel ‘20— la famosa Ruota Panoramica, you know what I am talking about — e di Cyclone, l’ottovolante in legno, nel ‘27, Coney Island ha subito un graduale, inesorabile degrado. Da lì si origina la tristezza clownesca di cui vi dicevo. E’ un posto nato per far divertire, ma è invecchiato, abbruttito dalla vita. E’ un artificio, qualcosa di fake — c’è qualcosa di più fake di un luna park??— ma anche assolutamente vero e onesto nel modo in cui vi si presenta. Un ossimoro metropolitano. E poi come dimenticare il poeta beat Lawrence Ferlighetti che scrisse la raccolta “Coney Island of the Mind”, costruendo un correlativo onirico-poetico del luogo??
Insomma, un giorno che vi capiterà di passare da queste parti, riservatevi un paio di orette per questo posto — per raggiungerlo in metro da Midtown impiegate un’ora buona — e trovare il pontile camminato da chissà quanti freaks dall’800 in poi — fenomeni prima da circo, e poi solo fenomeni — e disseminato da chissà quanti popcorn, l’odore di zucchero filato ancora nell’aria, e poi Nathan’s (dove l’hot dog, udite udite, ufficialmente nacque) e la spiaggia modesta ad accompagnarvi, lungo il Boardwalk.
Ecco, forse è questo che mi piace di Coney Island. Dietro i panni dell’esibizionista, la modestia.

Per quanto riguarda il film della settimana, decisamente “Toni Erdmann”, di Maren Ade, che fece ridere un sacco Cannes e che uscirà in Italia questo mese con il titolo “Vi presento Tony Erdmann”.
Winfried, un padre burlone, e Ines, una figlia businesswoman, che non si parlano da anni. Loro due sono i protagonisti. Il film ruota tutto attorno al complicatissimo ma tenero rapporto di questa donna “che non deve chiedere mai” e vede solo successo e carriera, e il padre, un insegnante di musica in pensione che fa di tutto per farle tornare il senso dell’umorismo e della leggerezza.
Immaginate cosa voglia dire per una control-freak apparentemente fredda come il ghiaccio vedersi piombare in casa, senza preavviso, il padre, che ha avuto la brillante idea di farle visita e di passare qualche giorno con lei. Giorni imbarazzantissimi per Ines: tra i due c’è disagio, il suo lavoro che ostacola i momenti insieme, oltre a regali sbagliati, frasi non dette… Tutto sembrerebbe finire così, miseramente, non fosse che Winfried non si arrende: si mette una parrucca e una dentiera artificiale e comincia irrompere nella vita della figlia facendosi passare per Toni Erdmann. Prima quando lei è con una coppia di amiche, e poi quando lei è sul posto di lavoro. Lì per lì Ines rimane completamente senza parole — scioccata! — ma poi, capisce il gioco, e comincia, lei stessa, a stare al gioco.

“Toni Erdmann” è un film assolutamente spiazzante. Non ti aspetteresti mai di trovare quello che trovi in questa pellicola, a prescindere da tutti i riassunti&commenti che possiate leggere in merito. E’ una storia commovente — e divertentissima — su un padre che vede una figlia annaspare nel mare del liberismo e nel gelo umanitario che esso comporta, e che cerca di salvarla, e di riportarla al mondo del sorriso, e soprattutto della sdrammatizzazione. Per farlo, si sdoppia, letteralmente. Assume un’identità inventata, diventa un altro — addirittura “un animale”, nel finale, esilarante a dir poco… Lo spettatore assiste al graduale scioglimento della ice-woman Ines, che dalla frustrazione nei confronti di questo genitore imbarazzante/ingombrante passa piano piano alla comprensione e alla condivisione del suo atteggiamento nei confronti della vita. L’agnizione massima di Ines si ha con una delle scene clou del film, in cui lei intona la canzone “Greatest Love of All” di Whitney Houston, accompagnata al piano dal padre — comicissima! Oppure quando Ines decide di trasformare un cocktail-party di lavoro a casa sua in un evento dressless-code (ovvero nude-look!), e il padre fa il suo ingresso travestito da enorme mostro peloso. Scena spassosissima che si concluderà nel più giocoso dei modi.

Abbiamo detto che Winfried alias “Toni Erdmann” insegna alla figlia a non prendersi troppo sul serio e a lasciarsi andare di più alla vita. Detta così potrebbe sembrarvi una missione che rischia di spingere il film verso derive sentimentaloidi. E invece no, ed è lì che sta la specialità del film, che rimane pure sempre un film tetesco-ja! Riprese rigorose, stile che è stato definito “antiestetico”, nulla che veramente invogli a vederlo… Eppure è imperdibile… Non a caso ha ottenuto una sfilza di nomination a vari premi e concorrerà come film per la Germania ai prossimi Oscar nella sezione “Film Straniero”, giocandosela con “Fuocammare” — e non chiedetemi chi preferirei che vincesse tra i due perché sarei costretta a passare per esterofila… E’ più facile, quando Italia-Germania se le danno in campo, lì non ci sono dubbi su chi tifare…

E ora, Moviers tutti, vi saluto come ogni domenica/lunedì, con il Frunyc aggiornato, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88 e dimenticavo… Happy New Year!
Auguriamoci che il 2017 porti tanto rosso, giallo, arancio, rosa, porpora, oro, celeste, ma soprattutto tanto tanto verde greencard, nella vita di tutti! 🙂

Vi ringrazio dell’attenzione e porgo saluti, sinteticamente cinematografici.

Let’s Movie
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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Visto che il WG Mat non si palesa con la sua lettura critica di Star Wars – Rogue One, ci penso io, a riempire il Maelstrom 😉

Se avete una passione per Dino Risi, come quelli del MoMA, vogliate pure gradire, http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2016/12/23/the-bitter-sweet-taste-of-dino-risi-cinema-at-moma/

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LET’S MOVIE 276 propone IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI e commenta LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

LET’S MOVIE 276 propone IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI e commenta LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI
di Samuel Benchetrit
Francia 2016, ‘100
Martedì 29/Tuesday 29
21:30 / 9:30 pm
Astra/Dal Mastro

 

Maori Moviers,

Ecco, se c’è una cosa che della Nuova Zelanda non ho capito molto bene sono loro. Cioè li vedi ma non sembrano i Maori che millenni di immaginario collettivo hanno dipinto. Pochi tatuaggi, pochi occhi spiritati ed espressione da unni, così come vengono descritti ― vengono descritti così, assai bellicosi e molto Haka, se avete presente la danza degli Old Blacks. Ho chiesto a un neozelandese se la “questione Maori” sia ancora aperta, se siano integrati oppure sempre oggetto di discriminazione dalla maggioranza anglo-white. Laconicamente, il neozelandese mi ha risposto che non c’è nessuna questione maori, che non è come il razzismo negli USA ― lì sì, sono ancora impelagati con il colore della pelle, ha tenuto a precisare. Casomai si può parlare di “cultural discussion”…
“Cultural discussion” ― sei una pivella quanto a eufemismi, mi sono detta fra me e me, davanti a quel volo pindarico nei cieli della dialettica bianca. In verità il problema è forse più economico e legato ancora all’interpretazione di un vecchio trattato fra Maori e Regno d’Inghilterra: i primi pensano che la terra sia di loro proprietà, e i  secondi che pensano la stessa cosa… Le “solite schermaglie” tra coloni e colonizzati…

A ogni modo, Moviers, la Nuova Zelanda è la terra dei giganti, in cui i giganti, timidi, si mimetizzano per bene nel paesaggio, e tu non li vedi. Tu vedi solo il paesaggio, green&clean, come lo definiscono in loco. Il luogo dove, non a caso, hanno girato “Il Signore degli Anelli”, e secondo me senza far ricorso a effetti speciali di sorta. Lì è tutto un effetto speciale.! Le foreste di palme fittissime ― mastodontiche, carnose come certa ciccia di certe piante grasse, che qui naturalmente non sono grasse, ma obese. E altri alberi con un tronco tutto radici e insenature e cunicoli e ripari, quelli in cui vorresti nasconderti e non farti trovare mai più.
E il mare, che io ho già definito ad alcuni di voi, l’animale, o come dico io, l’animaRe… È stata una lotta in cui ho sempre praticamente avuto la peggio. Sempre. Le uniche volte in cui mi ha lasciato credere di potermi fidare, era tutto frutto della mia immaginazione, e lui, Lui, si faceva beffe di quel microbo di corpo estraneo italiano che cercava di farsi strada nel suo organismo blu. Durissima, all’inizio, sì, riuscire a farmi accettare… Poi piano piano capisci come funziona e lui ti concede un po’ pietà. Ma servono muscoli (tanti), e concentrazione (tanta), e sopravvivenza (una). Non puoi distrarti un attimo. E vorrei fare la silly di sempre e buttarla sul ridere, ma davvero non c’è niente da ridere con un tipo così suscettibile… C’è da avere paura. Vera. Poi quando regala un po’ di piatta, quando senti che il montare delle onde si prende due minuti di pausa e tu fili spedito, è un’esperienza che ti ripaga di tutta la fatica ― e della gran strizza. Tenete presente che è il mar dei surfisti, ed anche quelli sono uno spettacolo― e no, non per via dei fisici statuari, cosa andate a pensare! 🙂 Per via della danza che danzano sulla cresta dell’onda, e per via della pazienza con cui aspettano quell’onda. Li vedi uscire, a decine e decine, ragazzi, ragazze, vecchi, ragazzini. Armati di qualsiasi tipo di supporto, tavole da 2 metri, o boogie non più lunghe di metà gamba. Escono incontro a quell’animale, ci lottano un po’. Aspettano. E quando lei arriva, The Wave, si buttano, tra il matto e il macistico, e fanno tutto il possibile per starci in cima, and hold the surf… C’è un istante che potrebe durare secoli, in cui ti pare ci sia una mano tanto gigantesca (!) quanto invisibile che usa loro e la loro tavola come ago e filo per ricamare la cresta. Dura poco, ma che sartoria da haute couture!

A Muriwai Beach è tutto molto scandito dalla luce e dal buio, dai minuti che sgrani dall’orologio a seconda delle maree e del movimento del sole nel cielo. Le persone vivono molto l’outdoor, è vero, ma per rientrare poi indoor verso le 8 pm, e non muoversi più. Sono stata immersa in un cuore verde per quasi tre settimane, e quel verde, i suoi infiniti sfumati che non riuscirei mai a descrivervi qui se non cominciando un “50 Shades of GREEN” ― ma questo, dopo il GREY di E.L. James, non lo vuole nessuno ― quel verde lì, per la maggiore, è molto simile all’Irish green. Se avete visitato le coste a sud dell’Irlanda, sapete bene di che parlo. Quel colore che brilla anche quando ti diluvia addosso il diluvio universale, anche quando la nebbia è talmente fitta da renderlo un catarifrangente che t’illumina la via. Ecco, il verde neozelanda è più o meno così. Però declinatelo negli scuri della giungla fitta fitta, e negli oliva delle piante grasse grosse e nei pallidi di certa microboscaglia che costeggia le dune delle spiagge…
Auckland, se posso, è la parte incolore della Nuova Zelanda. Sarà che un paese così non concentra la sua forza nel metropolitano. Il suo dio, abbiamo detto, è altrove, negli elementi. L’ho vagata propositiva, nella speranza di trovare un centro che potesse fungere da cardine, e io da porta. O qualcosa che potesse somigliarci anche lontanamente. Me lo sarei fatta andare bene. You know, ci sono quelle città sprovviste di centro ― e non mi riferisco alla banale “piazza” all’italiana. Intendo il punto metaforico, la Stella Polare/Croce del Sud civica. Prendete l’immagine del compasso: Auckland non affonda l’ago da nessuna parte, non è àncorata a nessun tratto distintivo. È come se avesse quella gambina che traccia cerchi su cerchi, ma senza avere una colonna identitaria su cui poggiare. Succede molto spesso con le città del Nuovo Mondo. Ma per esempio se andate a Chicago, farete tutt’altro tipo di esperienza… E anche a Toronto, Montreal.
Ma se avete la fortuna di prendere un ferry e salpare alla volta di Waiheke Island, a 45 minuti dalla città, rieccovi, in pieno Borneo ― dove non sono mai stata, ma quella è l’idea che ho di lui. Vegetazione subtropicale, umidità potente, mare pulito ma un po’ da pirahana. Un posto da Conrad e Colonnello Kurz… Un posto che non scorderò.

E salvo assolutamente Devonport, un quartiere-isola che raggiungete sempre in ferry, a nord di Auckland. Lì si respira tutt’altra aria. È piena di quelle casette che fanno Nuova Inghilterra o Vecchia Europa, a seconda da che parte del mappamondo colonialista lo guardate. Ho passeggiato fotografando steccati color pastello e scandole in coordinato, prati perfetti e dondoli in veranda. Ho sbirciato dalle porte aparte per far passare la brezza dell’una. Solo sbirciato. Chissà quanti cadaveri sezionati in porzioni uguali e diverse riempiranno i freezer di quegli scantinati… Del resto nulla è quello che sembra. Devonport mi è piaciuta proprio per quello. Immaginare il sordido dietro il candido, dopo la prevedibilità di Auckland, mi ha galvanizzata tutta.
Se poi decidete di andarci, preparatevi un bel portafogli gonfio di dollari neozelandesi. È molto cara, non solo la città, ma tutta la Nuova Zelanda. In tutto. Dagli affitti al supermercato. Ma posso darvi delle dritte su certi shops vintage affatto male ― Tatty’s, per esempio… 😉

E i neozelandesi. Riservatezza e timidezza sono i tratti distintivi principali. Sono come i kiwi, i volatili che li rapprensentano, che esistono, ma nessuno li vede, dato che preferiscono disertare la luce del giorno e frequentare il cuore della notte. I kiwi ― gli umani ― sono esattamente così. Timidi fino allo schivo. Solitari ― me and my bike, me and my hiking boots, me and my board (inteso come tavola da surf, non io!). Lo sport è molto più di una religione ―e forse per questo la Nuova Zelanda non ha una religione, ne ha infinite e nessuna, e una su tutte, lo Sport. O meglio, l’attività fisica outdoor. In ogni forma e declinazione che vi passano per la mente. Voi credete che io sia una sportiva? Be’, per lo standard neozelandese sono una beginner! Ma proprio proprio matricola da primo anno alla festa d’iniziazione della confraternita Sigma Alpha… Vi risparmio il mio primo sabato mattina, trascinata a fare mountain-bike estremo a Woodhill, temibile percorso in mezzo al bosco concepito per i pazzi. Mi sono chiesta, per ogni singolo metro di sterrato pedalato ― in salita e in discesa ― se fosse quello il modo in cui le stelle avevano scritto “Dipartita Board, Woodhill, marzo 2016”…
Poi ovviamente ci sono le eccezioni ― le eccezioni, Dio le abbia in gloria, perchè hanno il potere di rovesciare tutto, di portare dello speziato persino dentro il blando apporto vitaminico di un Kiwi… E allora incontri Robin, un bagnino di 80 anni con 50 anni di servizio alle spalle, un ironman, un numero infinito di maratone e mezze maratone e triathlon all’attivo, che t’insegna come fare a non soccombere troppo platealmente al mare. E ti dice, let the wave slide over you… E tu lo guardi, e damn it, lui nuota con l’eleganza di un sirenetto, e tu, gosh, sei goffa come un nerd in un negozio di Victoria Secret, e ti fai accartocciare e gettare via come un compito da “gravemente insufficiente”. Lui, Robin, dopo una prima figlia avuta a 68 anni, decide di mettere al mondo due figli via inseminazione artificiale, alla tenera età di 73 e 75 anni ― quando la meccanica fa i capricci, la scienza ti salva…
E poi ti racconta dei suoi 14 mesi nell’Antartico, a catalogare pennuti vari.
Io: “What?!? 14 months??”
Lui: “Yeah, not that much”.

Ho scordato di dirvi che i neozelandesi sono per il profilo bassissimo. Se mostrate loro le ruote su cui la Santa Inquisizione torturava gli eretici, vi diranno, “Could have been worst…”. I neozelandesi sono anche per il “comfy”, che temo, ai miei occhi, sconfini nel trucido. E qui devo essere onesta. Anche in piena “city”, dove ti aspetteresti un po’ di forma, non vedi un bel portamento a pagarlo cash. Non vedi una ragazza che si ravvia i capelli in quel certo modo parigino che potrebbe stendere milioni di maschi, non vedi un ragazzo che cammina come se fosse Child Rowland ― non sapete chi è, ok, ma vi basterà sapere che per Robert Browning era un gran fico diretto a una torre scura… I neozelandesi camminano scalzi. Per la città. A tutte le età, dai 0 ai 90 anni. A me par di prendere le verruche anche solo posando a terra lo sguardo, figuriamoci i piedi, quindi li guardavo con della serissima riverenza. Questa è la “New Zealand way”… “Laid-back” si dice, se volete segnarvi il termine. Scarpe da ginnastica sotto il tailleur.
Però, come dicevo all’inizio, quella è la terra della Natura, e alla Natura non può fregar di meno di risvolti e passamanerie. In quel paese ci si va per sentirsi minuscoli e ascoltare gli scazzi del mare quando non ne può più e sbotta in una sequenza di lamentele senza fine, che noi prendiamo per onde, ma che in realtà sono certe sue patturnie. E ci vai semplicemente per capire che lo spazio può piegarti in due, oppure farti respirare come se avessi dei polmoni nuovi e potessi sentire dentro, anche solo per una frazione di secondo, tutto quel paesaggio che esiste fuori ― una sensazione che avvertite in determinati momenti, guardando certe scogliere, o certi tratti di spiaggia obbiettivamente troppo estesi, obbiettivamente troppo inspiegabili. E lì, in quegli istanti lì, decifri certi messaggi che il mondo esterno ti manda nella loro pristina incommensurabilità, li recepisci, ma non a livello cerebrale. Li senti sottopelle.

Il mio consiglio è: andateci prima dei 40, o dei 50, o dei 60, insomma, prima. È una terra che paghi col corpo, quindi, più è “fit” per esperire il luogo, più il fun sarà commisurato ― io c’ho rimesso un piede, a furia di correre a piedi nudi sulla battigia… Be prepared…
Ma fatemi tornare adesso all’ultimo Lez Muvi, “Lo chiamavano Jeeg Robot”, con una sequenza di Moviers molto più che binaria di presenti che mi ha fatto partire confusa e felice. La Vanilla, l’Onassis JR (come si firma ora), il Magnocarlo, il C.A.N.D.Y., laMore, il Bridge e il Pizzo pre-Japan. E tu Felix, c’eri o non c’eri? Questo è il dilemma, e la mia memoria a singhiozzo… 😉

E non avrebbe potuto esserci film più felice e affatto confuso prima della partenza. “Lo chiamavano Jeeg Robot” è una di quelle perle rare, no, rarissime, e non solo nel cinema “di casa nostra”, come piace dire a tanti, ma anche del cinema di casa “loro”, ovvero di tutti gli altri del mondo. L’originalità non ha bandiera.
In tanti hanno provato a definire il film, ma come sapete, io cerco di non rimanere impigliata nella maglia dei generi. Forse andranno bene per indirizzare il pubblico o stilare cataloghi o scrivere saggi nerd, ma nel nostro tempo, in cui i confini tra questo e quel genere sfumano l’uno nell’altro e creano nuove realtà e nuovi stili, possiamo anche proporre un nuovo modo di parlare criticamente di un film senza per questo andare a frugare lo scatolone impolverato delle etichette. Anche perché, se avete avuto la fortuna di vedere questo film, avete capito immediatamente che non è il solito film di un supereroe, né il solito action movie con il buono e il cattivo e la pupa. Questi elementi ci sono, tutti e tre, ma il movie sfugge allo scontato con lo stesso successo con cui ripara in un nuovo territorio, quello della sperimentazione spinta ― quella genuina, senza paura, che si butta nel vuoto come il Jeeg Robot, nell’ultima campale scena del film. “Lo chiamavano Jeeg Robot” ci piace da morire perché il Jeeg in questione è un eroe spuntato fuori da un balordo di periferia. Enzo Ceccotti è un tipo anonimo e un filo sgradevole ― come tanti, e non lo siamo anche noi, in fondo? Passa le giornate mangiando yogurt e gurdando porno. Non ha amici. Non gl’importa niente di nessuno. Poi un giorno, finisce ammollo nel Tevere, ed entra in contatto con una sostanza tossica che gli dona una forza straordinaria. L’aspetto che lo differenzia dai supereroi by Marvel è l’utilizzo che di questi super poteri intende fare: sradicare bancomat e comprarsi kg di yogurt e di dvd. Un supereroe per sé, non per gli altri. All’inizio.
Poi il caso e un tramaccio di droga finito male lo portano a conoscere Alessia, un personaggio a metà fra una Samantha, una ragazzina dei fumetti manga e una Jessica di “Viaggi di nozze”… Una specie di Alice nel paese delle Meraviglie, senza meravigliE, con molto meraviglioso negli occhi e molto, moltissimo accento coatto in bocca.
Agli occhi fanciulli di Alessia, Enzo non è la nullità di Torbellamonaca che vive di espedienti e spazzatura hard: è Hiroshi Shiba, ovvero, Jeeg Robot. Lì per lì, Enzo pensa che Alessia sia una mezza sciroccata ― come dargli torto del resto ― e piano piano le si affeziona. E poi piano pano si innamora. E anche qui, come dargli torto. Bambina e bomba sexy suo malgrado, Alessia è colei che porta dentro di sé l’innocenza, nonostante tutte le brutture che hanno fatto di tutto per fargliela perdere ― la morte della madre, l’omicidio del padre, lo squallore in cui è stata cresciuta. Alessia è l’innocenza che percola (oh mamma “percola”!) sul bordo dell’esperienza e che fa di tutto per fuggire alla sua presa. E dove può scappare se non nel mondo dei cartoni animati, in cui i supereroi sono super non tanto per i poteri o l’invincibilità, quanto piuttosto perché aiutano quelli che sono in difficoltà? Abbiamo detto di come Enzo, prima di conoscere Alessia, sia sostanzialmente un apatico, un indifferente al quale gli altri stanno indifferenti e che inizia e finisce in sé e per . Quando si rende conto di sentire qualcosa per lei, lì per lì non sa bene come reagire ― immaginatevi un po’ cosa può essersi detto, dentro di sé “io, ‘nnamorato, macché stamo a scherzà??― e risponde a questo scombussolamento interiore attraverso l’animalità, il puro istinto ― emblematica la scena nel camerino, forse la più violenta di tutto il film, per altro visivamente molto violento nell’insieme. Ed è proprio lì che Enzo comincia a diventare Jeeg. La sostanza tossica che ha bevuto nel Tevere non è che un pretesto, ma la vera mutazione avviene quando un orco incontra un fiore e se ne innamora, e allora diventa un po’ fiore anche lui… Il risultato è ben rappresentato dall’incidente in cui s’imbatte: un bambino intrappolato nella classica macchina che da un momento all’altro salterà in aria. Enzo se ne sarebbe infischiato; Jeeg no. Si getta e salva il bambino. E quando poi la principessa muore, e purtroppo non è resuscitabile né con un bacio, né con una magia da santo sepolcro (oggi è pur sempre Pasqua), Jeeg trova nella “lotta contro il male” ― condivisa con l’Uomo Tigre e Batman ― trova la vera ragione della sua esistenza. Se hai perso l’amore, dei tuoi ― come capitava a Bruce Wayne ― o della donna che ami ―come in questo caso ― cosa ti resta da fare se non vegliare sulla città e cercare di proteggerla dai Jocker che la minacciano? Nello specifico, dall’eccellente Luca Marinelli, nei panni de “Lo Zingaro”, un delinquente ossessionato dalla popolarità e dalla sua immagine. “Lo chiamavano Jeeg Robot” non sarebbe stato lo stesso film senza questo personaggio contrapposto a Jeeg, malato di sé stesso, eccessivo eppure ammaliante. Furbissimo, il regista Mainetti, ad adombrare il cattivo con questa nuova patologia del 21esimo secolo: la fama. La ricerca spasmodica del riconoscimento altrui, quasi come se la sua assenza precludesse qualsiasi esistenza. Lo Zingaro ne è vittima: reduce da una comparsata in Buona Domenica qualche anno prima, dove pensava di poter sfondare, ora passa le giornate a massacrare il prossimo e a cantare canzoni di Anna Oxa e Loredana Bertè, approdando all’ultima spiaggia di delirante narcisismo dentro il quale rivediamo tutta la selvaggina di tronisti, lelemori, costantini e xfattori fuoriusciti da quei programmini senza speranza della daily tv, quei macchinari diabolici che da dieci anni a questa parte alimentano sogni e aspettative ― vedi appunto lo Zingaro ― e fabbricano mostri. I nuovo mostri.

Ciò che rende speciale questo film è anche il setting. Siamo nella periferia più grigia e ‘nfame della capitale. Torbellamonaca, quella che aveva esplorato così bene Caligari in “Non essere cattivo” ― e anche Caligari, guarda caso, aveva scelto lui, Marinelli per interpretare uno dei due protagonisti. Un luogo che potrebbe ricordare Coney Island, in cui la bellezza va ricercata nelle crepe di un tessuto sociale e urbano visibilmente deturpato. Oppure va costruita, immaginata altrove, proprio come fa Alessia, quando trova la bellezza in un vestito da principessa, di quelli talmente acrilici che pigliano fuoco anche se li avvicinate anche solo con l’idea di un fiammifero.
Il film racconta e celebra il possibile, ovvero il fatto che lì, proprio lì, in un posto in cui non ti aspetteresti mai, tra centri commerciali, parcheggi con dentro risse, condomini bollenti d’estate e gelati d’inverno, non solo si aggira un supereroe ― confermato anche dai murales di sapore banksyano che istoriano il quartiere e la narrazione ― lì, proprio lì, Enzo Ceccotti ha cambiato destino. Il fate-switching è un argomento portante del film. A volte succedono cose imprevedibili nella nostra esistenza: possiamo finire in un Tevere e riempirci i polmoni di un liquido radiattivo, oppure possiamo uscire e innamorarci sul pianerottolo di casa. E allora tutto cambia. Anche bene e male, in una realtà così composita e complessa, sono colori sfumati. Enzo non era senza macchia, prima di diventare Jeeg. E anche da Jeeg, come abbiamo visto, può avere dei comportamenti “non appropriati”. Lo stesso vale per lo Zingaro. C’è una parte di te che prova pena per questo figlio che per padre ha il crimine organizzato e per madre la trash tv d’intrattenimento. Così come avevi pena per le vite passate dei nemici di Batman ― il Jocker, ma anche Scarface, per esempio.

Come se tutto ciò non bastasse, il film poggia su un supporto comico-ironico che ve lo fa amare sin dall’inizio ― si ride molto più di quanto si pensi. È come uno di quei cagnoni grossi che trovi per strada, con un occhio guercio e l’andatura scaNcagnata, a cui ti affezioni nel giro di un minuto. Quindi vedete, quando in un film troviamo tutto questo, una periferia metropolitana che luccica di lirismo, la comicità romana che non sconfina ner coatto fine a sé stesso, e quando ci sono il male da sconfiggere e i deboli da aiutare ― più che il bene da far trionfare ― be’, non possiamo resistere. Io personalmente spero che “Lo chiamavano Jeeg Robot” esca presto in dvd per correre a rivederlo. Se ci pensate, è azzeccato sin dal titolo, che ha qualcosa delle magie ―a me viene in mente Houdini ― ma che non può NON far pensare al Trinità di Sergio Leone, il suo non-eroe sgarruppato e donchisciottesco: se Jeeg è la versione 1990s urban-fantasy dell’hero, Trinità era la versione spaghetti-western di un centinaio d’anni prima. La cultura cinematografica di Mainetti non è quindi solo “manga” o cartone made-in-Japan, ma si pregia anche di numerose altre risonanze, che non si fermano al citazionismo puro ― come può fare un Tarantino ― ma infiltrano il terreno del film e fanno spuntare il nuovo.
Se non vi bastasse tutto questo, potete fare affidamento ai David di Donatallo: a quanto leggo ne ha portati a casa 6… Tutta la vita Jeeg Robot!

E ora Fellows, finalmente, torniamo finalmente in sala con…

IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI
di Samuel Benchetrit
Francia 2016, ‘100
Martedì 29/Tuesday 29
21:30 / 9:30 pm
Astra/Dal Mastro

Ho scelto una commedia non solo perché sono una ruffiana senza macchia e senza pudore, ma perché di questa, ne ho sentito parlare benebene… Mi raccomando tornatemi al cinema. Gli Anti-Moviers sono stati mooolto attivi durante la mia assenza… Vediamo di essere alla loro altezza. 🙂
E ora, Fellows ritrovati, vi lascio al Maelstrom con un paio di DROP mie ― ma che fine hanno fatto le DROPS vostre, che mi avevano accolto copiose nel post-Tasmania? 🙁 Tutte perse nei sette mari che dividono l’Italia dalla Nuova Zelanda?! Forse ora sono lì, ad abbellire i fondali, chissà…
Per stasera vi ringrazio anticipo: so che farete le ore piccole per finire questa mail, ma vedete, l’ho inviata a poche ore dal landing-back-home, con la forza che solo il jet lag può dare ― e che poi ti toglie ― e vi porgo dei saluti, postcolonialmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Prima di partire vi avevo accennato ad “Anomalisa” il film di animazione del genio schizzato Charlie Kaufaman…di quanto sperassi di vederlo in aereo. La sorte si è organizzata e ha fatto di meglio. 🙂 Unica proiezione mercoledì sera all’Academy, la sala cinematografica “artsy”, ovvero d’essai, di Auckland ― un cinema nel basement della Biblioteca Pubblica, molta puzza di chiuso, molta. Lasciatemi aprire una parentesi: delle tante non tantissime sale cinematografiche di Auckland (più piscine che teatri), l’Academy è quella meno cara. Ingresso regolare, 15,50 dollari, ingresso il Wednesday a 5 dollari ― per i braccini come noi. Mi si dice che per un 3D richiedano anche 35 dollari… Non una forma d’entertainment per tutti, il cine, quindi…
Anomalisa è un film difficile da vedere, eppure non vorresti finisse mai. È la storia di Micheal Stone, un esperto di Custom Service, che arriva a Cincinnati per parlare a una conferenza. Nella notte che trascorre in albergo prima dell’evento, Michael capisce mooolte cose di sé stesso, dell’amore, delle maschere che portiamo, della minaccia del conformismo e del valore dell’essere “anomali”, nonche’ dell’amare una Lisa, un altro simile a noi e diverso dagli altri.
Io l’ho letto come un canto al being different, e spero POTENTEMENTE che qualcuno ― tipo il Mastro ― lo porti a Trentoville. 😉

In aereo, invece, ho visto quest’altro filmettino niente male che vi consiglio per una seratina 100% inquitudine da social… S’intitola “Ratter”, dello sconosciuto Branden Kramer: una studentessa universitaria si trasferisce a New York e conduce una vita normale e tranquilla e felice ― il film è costruito bene, con tutta la prima parte impegnata nel dipingerti un quadro a fiorellini della sua esistenza. Eppure qualcuno trama nel buio, nello specifico, uno stalker, che riesce a intrufolarsi nella sua quotidianità viral, ovvero a entrare nel suo pc, nella sua posta, nei suoi social…tutto… Da virtuale, lo stalker, passerà al reale, in un finale da 10 e lode… Ah scordavo di dirvi la parte più importante: il nostro punto di vista è quello dell’occhio dello stalker: il cellulare in borsetta, il computer appoggiato sulle gambe, l’ipad sul tavolo… Segnatevelo 😉

IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI: Un palazzo di periferia in una anonima cittadina francese. Un ascensore in panne. Tre incontri improbabili. Sei personaggi insoliti. Il vecchio Sternkowitz e l’infermiera, l’attrice in pensione Jeanne, il giovane Charly, l’astronauta McKenzie e la signora Hamida. Dei solitari che si troveranno uniti da un grande sentimento di tenerezza, rispetto, compassione.

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Let’s Movie CLIX

Let’s Movie CLIX

AMICHE DA MORIRE
di Giorgia Farina
Italia 2013, 103′
Mercoledì 13/Wednesday 13
Ore 20:00/8:00pm
Multisala Modena/Lo Smelly

Feuilleton Fellows,

Che angoscia martedì! Innanzitutto tu, Board-dei-miei-stivali, devi ancora imparare a risolvere il problema di pag. 11 “Scarpe-spazio-tempo” che il testo “Fisica Creativa” ti propone a ogni Let’s Movie. 🙁 Non puoi uscire di casa quando il campanile non-sai-dove rintocca le OTTO quando il film attacca alle OTTO! E soprattutto NON puoi infilare quei trampoli lì con una caviglia mezza gonfia ― questa è una storia troppo lunga anche per voi amanti dei romanzi d’appendice ― e sperare di correre allo Smelly come se niente fosse, you, Board-dei-miei-stivali-anzi-trampoli che non sei altro! Ringrazia che il Sergente Fed FFF s’è organizzato 54 secondi prima di te ed è riuscito a prenderti il biglietto e a vederti sopraggiungere, con andatura dik-dik* (qui o tentate di indovinare o consultate le note a pié di pagina o mi mandate a) e la solita aria da Bertha Mason** (anche qui o tentate a indovinare o consultate le note a pié di pagina o mi mandate a). 🙁
Per me vedere il Sergente là, dietro la vetrata, che mi guarda sopraggiungere tra dik-dik e Bertha Mason, scuote il capo e se la ride, è stato come tornare sana e salva a Naboo dopo aver perlustrato la Morte Nera… 😉
Ci precipitiamo senza precipitarci in sala ― tanto ormai eravamo sani e salvi a Naboo ― per scoprire che la Sala 2 dello Smelly, la più importante in termini di posti&puzza, conta tipo 5 spettatori. “Un pienone di Moviers stasera eh”, commenta il Sergente, con navigata ironia. Il Board non riesce a soffocare una risata raffaellacarrà che rotola giù per tutto il pendio desolato della sala…Uah uah uah… 🙂
Purtroppo il Fellow Andy Candy s’è visto negare l’accesso alla Sala 2 per via del misero ritardino con cui s’è presentato alla porta… Lui ha avuto qualche difficoltà con il problema di pag 12 “Ufficio-spazio-tempo”…  Lo ringraziamo tuttavia della picchiata downtown: per noi la picchiata tentata vale quanto la picchiata riuscita. Ritenta, Andy Candy, e vedrai che sarai più fortunato! 😉

“Tutti contro tutti” ci ha fatto: sor&ridere, preoccupare, riflettere, stupire, e s’è guadagnato la promozione da parte del comitato straordinario Sergente+Board (che “Troupa d’Elite”! Che terrore! :-)). Sono stata così contenta, ma così contenta, di trovare Gulliver in un film Lilliput! L’opera prima di Ravello testimonia quanto il low-budgeting non sia la morte nera (aridajje) del far cinema. L’idea è tutto ― e lo dice David Lynch, non Silvio Muccino. E se la tua idea non è mostrare esseri azzurri che zompettano in una foresta fuori dal tempo (no, non i Puffi, quelli erano molto più cheap&done degli avatar di Zemeckis), non è che servano grandi finanziarie per fare un film.
Sì Mister Lynch, l’idea è proprio tutto. 😉
Rolando Ravello ha tratto ispirazione dalla vicenda assurda capitata a un suo amico ed è riuscito a coglierne e restituirne lo spirito di quella che oggi i critici che ne sanno chiamano “dramedy”, quella combinazione 50% drama, 50% comedy che risulta in un 100% lacrime di fun&pain. Il fatto che sia tratta da una storia vera non è un elemento funzionale alla riuscita del film ― il film sarebbe riuscito anche se la storia fosse stata finzione pura ― ma il fatto che l’episodio trattato sia vero contribuisce ad accrescere l’angoscia… Cercate di immaginarvi cosa succede al protagonista, e immedesimatevi un po’…Di ritorno dalla Comunione del figlio, la serratura di casa non risponde più alle chiavi… Accostando l’orecchio alla porta, Agostino sente che dentro casa sua ci sta qualcun’altro…. Persone (be’, parassiti) che gli hanno rubato casa!

Uno non ci pensa, al furto della casa. Possono portarti via la macchina, la bici (Angel R.I.P.), il lavoro (very bad anche quello), ma NON le mura domestiche! Cavolo, è calcestruzzo! L’idea che non basti più chiudere a chiave una porta per chiudere sottochiave il tuo spazio, proteggere quella manciata di metri quadri che l’immobiliarità strozzina a stento ti concede oggigiorno, be’, mette in discussione una delle poche “certezze” che ci raccontiamo.
Noi italiani siamo fissati col mattone, e si sa. Nella mentalità anglosassone una casa vale l’altra. Il cambio-casa è una pratica molto più easy, meno “drama”, anche burocraticamente. Qui in Italia ― forse anche per via del burocraticamente ― cambiare casa diventa più complesso… E poi noi di solito ci mettiamo il piezz ‘e còre, tendiamo ad attaccarci emotivamente allo spazio… Insomma, facciamo dello sturm-und-drang anche a livello catastale! Pensate se vi sottraessero casa senza avervi dato il tempo di elaborato il distacco. Un colpo (al cuore) e via, di punto in bianco la casa, andata, gone baby gone. Per tutta la durata del film io non ho fatto che sussurrare al povero Sergente “matirendiconto??? cioématirendiconto???”. E io l’unico mattone con cui sto in fissa è quello del ballo!
Il regista è stato molto bravo con le dosi. Humour abbondante, tragedia nei limiti (ma presente), un bel po’ di reale&iperreale (le scarpe da comprare al figlio che costano 89 dolorosissimi Euro; il pacchetto di biscotti del Discount…tutti dettagli che costruiscono il quadro della situazione senza tante parole), una buona spolverata di surreale (il Sergente suggeriva giustamente che si respira un certo mood di “L’erba di Grace”, e concordo a pieno ;-)).

Gli è riuscito questo film che mette in piazza il nuovo volto dell’homo-homini-lupus: di solito lo vediamo declinato nel lavoro ma non nell’ambito immobiliare… E ha individuato delle gran questioni presenti nella nostra società, come quella della lotta per lo spazio (il metro quadro), e della prevaricazione sulle persone, che si calpestano in base alla logica “mors-tua-vita-mea”… La prepotenza tocca tanti personaggi del film, ma non si tratta solo di una “semplice” prepotenza fine a se stessa, il bullismo (che peraltro il ragazzino cotto della figlia di Agostino subisce), è una prepotenza nuova, dettata dalla disperazione, come il finale GENIALMENTE propone (il finale è davvero da bocca spalancata, 100 punti per Ravello!). E finiamo per essere effettivamente “tutti contro tutti”… Italiani contro italiani, extracomunitari contro italiani, italiani contro extracomunitari, cognati contro cognati, tre tigri contro tre tigri (you silly Board)…
Mi piace molto anche la disposizione nucleare dei personaggi. Nucleare?? Sì, nucleare… Il nucleo famigliare di Agostino, quello della sorella, quello degli strozzini razzisti, quello dei tre perdigiorno seduti sulla panchina fuori dal condominio dove i fatti si svolgono, che osservano, inerti, il dramma in corso…Micro nuclei che agiscono non individualmente, ma nuclearmente… In quello del trio dell’accidia ― che ben rappresenta l’ozioso italiano medio, colui che osserva i fatti senza muovere un dito ― c’è più società italiana che qualsiasi Muccino (Gabriele stavolta) possa sperare di mettere insieme. Quando alla fine i tre daranno una mano al protagonista, ci si accende un barlume di speranza… Forse aiutarsi, in quest’Italia da far west, è ancora possibile… Se non sempre, almeno a momenti…
Coraggiosa e giusta la scena in cui Agostino perde la fede. La Chiesa a volte è davvero fuori luogo con i suoi consigli teorici quando stiamo soffocando in una melma (altrimenti detta…) di problemi pratici….

E altri 100 punti per i titoli di coda, inseriti in un bel montaggio di campanelli animati, davanti ai quali io e il Sergente abbiamo sgranato tanto d’occhi.
W Lilliput, Moviers! 😉

E per questa settimana, in onore della settimana scorsa e dell’8 marzo e delle donne che dell’8 marzo se ne fregano ma se voi uomini Moviers ci fate degli auguri non ci offendiamo anzi siamo contente perché ora vi rivelo una gran rivelazione, se ci fate degli auguri non vuol dire che ci consideriate esseri inferiori o che ignoriate gli accomplishment del femminismo e la parità dei sessi e blahblahblah, no, se ci fate degli auguri vuol dire che vi siete fermati un attimo nella vostra giornata di frenetici Fellows e avete pensato a noi, nulla di più e nulla di meno (l’ho detta tutta d’un fiato perché ce l’avevo lì che ribolliva), insomma, per questa settimana propongo, impongo e sostengo

AMICHE DA MORIRE
di Giorgia Farina

28. Gli anni di Giorgia Farina, la regista, che debutta con un film tutt’altro che commediola usa-e-getta. In più, a quanto sento, le protagoniste funzionano alla grande insieme ― e io sono una sostenitrice della Sabrina Impacciatore (sì, “della”), che ci faceva scompisciare già dai tempi di “Non è la Rai” (perdonatemi) e Lara Croft.
Un’unica cosa…Non definiamola “commedia al femminile”, please… Avete mai sentito definire “al maschile” una commedia interpretata da attori uomini?? …Questo ce la dice lunga su chi sia IL canone. Chi sia dominante e chi recessivo..
Ovviamente mi sto riferendo ai piselli di Mendel.
🙂

E anche per oggi ho cianciato abbastanza, credo… Prima del Movie Maelstrom più panciuto della storia, e del riassunto più inutile della storia, prima di ricordare al mio Mastrantonio che è sempre deep in my heart 🙂 nonostante la lontananza, vi faccio trovare, come promesso, le note a pié di pagina, a cui voi, lettori accaniti del romanzo d’appendice siete usi… E ovviamente ecco i miei grazie, countless&endless, e i miei saluti, pickwickianamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

*Il termine dik-dik indica le piccole (adorabili) antilopi del genere Madoqua, così minute su quelle zampette di nulla, che si teme crollino da un secondo all’altro. http://www.animalinelmondo.com/animali/mammiferi/524/dik-dik.html

** Pazza esagitata del romanzo “Jane Eyre” di Charlotte Bronte, passata alla storia per la sua esagitata pazzia.

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non fossi andata a vederlo quand’ero a New York, il film che proporrei-imporrei-sosterrei questa settimana sarebbe “Il lato positivo – Silver Linings Playbook” di David Russell. I tre attori che ci recitano, Bradley Cooper, Quella-caduta-agli-Oscar (Jennifer Lawrence) e Bobby De Niro sono eccezionali. Sarà che ho visto il film in lingua originale quindi la pirotecnia dei dialoghi non era smorzata in alcun modo dal doppiaggio, sarà che i due protagonisti fanno la parte di due loser, due sbandati (nel senso che “hanno sbandato” uscendo dalla careggiata del “normale” sociale) e io subisco molto il fascino e la fascinazione dei loser, sarà che vi farete delle grasse risate, sarà che finalmente Bobby ritrova il piglio del grande attore dopo aver presenziato scialbo in scialbe commedie, sarà che il titolo viene da un detto che in inglese mi piace proprio, “every cloud has a silver lining”, che suona un po’ come “non tutto il male viene per nuocere” in italiano, ma volete mettere la poesia che c’è nell’evocare il bordo argenteo di una nuvola?, sarà che stavo all’Angelika Film Center e tutto sembra un po’ angeliko all’Angelika Film Center al 18 di W Houston Street, sarà che se penso a un film da consigliarvi per farvi passare una serata in cui farvi divertire ma anche imparare che i loser possono essere più winner dentro di qualsiasi winner autentico mi viene in mente proprio questo film, sarà per tutti questi motivi, ma a me il film è proprio piaciuto. In alcuni punti è molto americano, e anche il finale, e ci sono delle imperfezioni eh…. Ma lo consiglio convinta: il botta-e-risposta tra i protagonisti e la bravura dello sceneggiatore dietro quel botta-e-risposta, vale di certo il prezzo del biglietto.
E quella-caduta-agli-Oscar, che poi ha vinto l’Oscar proprio per questa interpretazione, è davvero DAVVERO brava! 🙂

La Fellow Cap ci segnala proativissimamente un evento a cui noi parteciperemo di sicuro, organizzando un “Let’s Movie to Theater” in movier-massa a Verona, sabato 16 marzo, grazie allo spettacolo “Amleto in salsa piccante”.

Maggiori info qui, http://www.teatrosantateresa.org/TESTI/Volantino%20festivaluilt_fisarmonica.pdf

Grazie Cap! E voi, Moviers del veronese, nello specifico, Fellow Deportami, Fellow Reverendo e Fellow Tecnico, questa è l’occasione per rivedersi e fare il punto della situazione dopo uno storico capodanno all’insegna dello SporTmaggiore dalla Fellow Lover Killer… 😉

AMICHE DA MORIRE: Il film racconta una storia che si svolge d’estate su un’isoletta del sud Italia. In questa realtà, divisa tra modernità e retrogrado tradizionalismo, si snodano le vite di tre donne, che malgrado le notevoli diversità si trovano costrette a far fronte comune per salvarsi la pelle. Gilda (Claudia Gerini), una bellezza verace venuta dal continente, che da anni sbarca il lunario facendo il mestiere più antico del mondo; Olivia (Cristiana Capotondi), una giovane moglie da manuale, bella ed elegante che suscita le invidie delle donne per la sua vita idilliaca accanto a un bel marito; Crocetta (Sabrina Impacciatore) il brutto anatroccolo che si mormora porti iella a qualsiasi sventurato le si avvicini e tenti di conquistarla. A complicare la loro vita arriva un fiero quanto brusco commissario di polizia, Nico Malachia (Vinicio Marchioni). Il commissario intuisce che le tre nascondono un segreto…

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