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LET’s MOVIE 378 da NYC commenta “LEAVE NO TRACE” di Debra Granik

LET’s MOVIE 378 da NYC commenta “LEAVE NO TRACE” di Debra Granik

My First Fourth Moviers,

il primo 4 luglio newyorkese.
Ho capito che questa festa ruota attorno a tre F. Food, Fun, Fireworks. Le trovate in infinite declinazioni — New York città del senza-fine in tutto — ma la più classica, la più tradizionale è quella che coinvolge un contest alimentare. Celeberrimo il Nathan’s Fourth of July International Hot Dog Eating Contest — quando hai finito di pronunciarlo sei al 4 luglio dell’anno dopo.

Nathan è un diner molto molto famoso di Coney Island dove si vocifera che l’hotdog sia nato, nel 1916. Oggi è diventata una catena, un colosso, con più di 1.400 punti vendita negli Stati Uniti. L’amore dei newyorkesi per l’hotdog è cosa nota e materia di humor. Una battuta che circola suona così: “3 milioni di newyorkesi mangiano regolarmente hotdog. I restanti 5 milioni sono negli hotdog”.
In un sabato estivo di bel tempo, Nathan’s a Coney Island è letteralmente preso d’assalto. Mi è capitato di vederlo personalmente un paio di settimane fa. Le persone sono disposte ad aspettare delle ore pur di mettere le mani su un “Nathan’s” originale.
Ma capirete, per quanto Coney Island sia per me una specie di mecca a cui pellegrino a ogni buona occasione, non avrei avuto l’ardire di assistere alla gara di chi ingolla più hotdog. E nemmeno a quella di chi ingolla più hamburger, che si svolgeva parallelamente in un bar di Bushwick, a Brooklyn.
Non mi andava nemmeno di trovare qualche parco, infilarmici e guardare le orde newyorkesi allestire picnic monegaschi — dei Windsor non se ne può più nemmeno in forma aggetivale — con tanto di griglie professionali, angolo dolci e pianobar. Che poi, intervistando varie persone del posto, apprendo che il 4 luglio è proprio questo. Cibo e natura, sciallo allo stato puro. Sia essa una spiaggia, un parco, il metro quadrato di giardino in una brownstone di Harlem o in una townhouse di Brooklyn, 4 luglio vuol dire lasciarsi andare al junk food più sfrenato, senza sentirsi in colpa. Perché è il giorno dell’Indipendenza, e quindi ci si può concedere di far schizzare i trigliceridi. Tanto poi c’è sempre il 5 luglio per alternare digiuno all’Alcaseltzer.

Sul coté cinematografico, il Videology, un bar/cinema di Williasmburg molto hipster, proiettava in loop, dalle 12 pm alle 12 am, “Indipendece Day”.
Ma non avranno altri film più degni per festeggiare il 4 luglio?, mi sono chiesta. E ho fatto il gioco, trovane uno tu, Board. Ho giocato e mi è venuto in mente solo “The Patriot”, un film banalmente patriottico in cui l’etereo Heath Ledger purtroppo non può nulla contro il borioso Mel Gibson. Tanto valeva allora proiettare “Nato il 4 luglio”, con un Tom Cruise ancora decente e non sotto l’effetto anfetaminico di Mission Impossible.
Poi, per puro caso, vengo a sapere che il 4 luglio si festeggia il compleanno di Louis Armstrong — anche se si è scoperto che lui, proprio louis, era nato il 4 agosto. Qui lo festeggiano con un concerto jazz nel giardino di casa sua, a Corona, un quartiere nel Queens sperduto più della Val di Vizze (!).
Ormai è diventato una tradizione. Ma dato che i newyorkesi sono un popolo di affamati di eventi — oltreché di hotdog — prevedevo il soldout. Quindi mi sono diretta alla volta del 34-56 della 107esima Strada di Corona, Queens, con l’idea di snobbare il concerto e visitare la sua casa, che è rimasta tale e quale sin dalla sua scomparsa e da quella dell’amata moglie Lucille.

Per arrivarci, dall’Upper West Side, dovete calcolare un viaggio di quasi un’ora e mezza in metro. C’è tutto il Queens da attraversare — e il bello, però, è che lo attraversate in sopraelevata, non con un viaggio al centro della terra. E quando arrivate, arrivate al limitare di Flushing Meadows, il quartiere famoso perché ospita i campi da tennis in cui si svolgono gli US Open.
Il Queens, devo dire, non ospita molto altro — ma sentitela, la viziata di Manhattan… Ciò detto, la casa di Louis, basta e avanza.

Quando arrivo il concerto è come-volevasi-dimostrare soldout. E quello è il destino anche dei tour della casa. Ma questa volta mi metto d’impegno nell’estorcere un’eccezione al popolo che preferisce le regole, e per la prima volta da quando abito qui, funziona!
M’infilano, per compassione, nel tour delle 2:30 pm.
Se capitate a New York, un tour alla casa di Satchmo è da mettere in cima ai vostri must-do e non per dire “sono stato a casa di Satchmo”. Ma per capire il tipo di uomo che era. La casa lo rispecchia totalmente. Questo anche grazie alla moglie, Lucille Wilson, una ballerina del Cotton Club che sposò nel 1942. La casa, la comprò lei, nel ‘43. “Passi da hotel a hotel, sei sempre in tournée. Ti serve capire cosa sia avere una casa”, così gli dice Lucille, otto mesi dopo averla comprata (!).

E lì, nella casetta di Corona, a due passi dall’aereoporto perché così Louis viaggiava comodo, i due hanno abitato fino alla fine, nel 1971 Louis e nel 1983 Lucille. Avrebbero potuto permettersi Manhattan, di certo qualche loft nell’Upper West Side, dove tanti musicisti abitavano. Ma no, hanno deciso di stare lì. “We are right out here with the rest of the colored folks and the Puerto Ricans and Italians ane the Hebrew cats. We don’t need to move out to some big mansion with lots of servants, yardmen and things. What for?”
La casina ha un sapore di modern comfort e dubbio gusto delle persone nate poverissime e arrivate all’agio dopo averne passate di cotte e di crude. Satchmo nacque in uno slum di New Orleans, raccattando il cibo in giro per non costringere la madre a prostituirsi. S’infilava i penny che trovava per strada in bocca per non farseli rubare dai bambini più grandi; di qui il nome “satchel mouth”, contratto in Satchmo, bocca-borsello.
Il bagno è in stile che una volta si definiva Luigi XV, oggi, Donaldtrump: rubinetti a collo di cigno placati oro, specchi ovunque, oro ovunque. Del resto, dopo anni nelle latrine di mezza America, non c’è da stupirsi che Louis volesse trattarsi bene.
La cucina è un’altra stanza che rimane impressa. Rifatta nel 1970, spendendo 8.000 dollari, ovvero quanto il prezzo di acquisto della casa nel 1943. Color turchese vivissimo, con gli angoli smussati, super attrezzata, un gas a sei fuochi fatto su misura, elettrodomestici di design che oggi sarebbero firmati KitchenAid, scaffali a scomparsa, lavastoviglie e frigo in tinta, e ampia rientranza utilizzata come saletta da pranzo separata. Una cucina così, in Italia, sarebbe arrivata non prima degli anni ’90. Sbirciando, ho visto che, su un ripiano nascosto, c’era ancora la scatoletta con dentro le ricette di Lucille.
L’altro fiore all’occhiello della casa è lo studio. L’unica stanza in cui la moglie gli permetteva di fumare l’erba — “a thousand times better than whiskey”, parola di Satchmo. 🙂

Louis faceva tutto nello studio. Registrava, ascoltava, leggeva, si esercitava, scriveva, accoglieva chi veniva a trovarlo, conservava la sua collezione di dischi che spaziavano da Rachmaninov ai Beatles. “Ascolto tutto, bisogna ascoltare tutto”, diceva.
In mezzo al mondo Armstrong, mi sono stupita di trovare tanta Italia. I marmi, fatti arrivare appositamente da lì. Un disegno di Toscanini sopra il pianoforte in sala — lo considerava un maestro supremo. Una gondola in vetro di Murano, in bella vista sulla credenza, dono ricevuto quando venne per suonare a Sanremo — l’idea di Satchmo sul palco dell’Ariston fa assai impressione. Un abito di Emilio Pucci indossato da Lucille per incontrare Ella Fitzgerald, e che è conservato nella sua cabina armadio. Un ritratto di Satchmo schizzato da Tony Bennett, a firma “Benedetto”, perché quello era il vero cognome di Tony Bennett — i suoi genitori originavano da Reggio Calabria. E poi la registrazione di Louis con Enrico Tomasso. Enrico Tomasso era un bambino inglese, ma di evidenti origini italiane, così appassionato della musica di Satchmo, che lo accolse all’aeroporto di Leeds, tromba alla mano, per omaggiarlo con “Basin Street Blues”, il famoso pezzo del suo mito. Lui, Armstrong, rimase talmente colpito dal talento di questo bambino di sette anni, che lo invitò a tutti i concerti del tour in UK.
Enrico sarebbe diventato uno dei suoi più cari amici di penna, oltreché uno dei più stimati trombettisti del Regno Unito.

Ogni volta che m’imbatto in qualcosa d’italiano in contesto in cui l’Italia sembrerebbe appartenere a una galassia lontanissima, ecco che l’Italia spunta fuori in forma di un vestito, un ritratto, un cognome. Un avvertimento, quindi. Se uno vuole lasciare l’Italia e dimenticarla, New York è l’ultimo posto in cui trasferirsi. Se uno vuole avere sempre sotto gli occhi quanto l’Italia abbia fatto e significato e dato in tutti questi anni, New York è il primo posto in cui trasferirsi.
🙂

Dai racconti di tutti quelli che lo conobbero, Louis era un’anima solare, estremamente generosa con tutti, specie con i “kids from the block”, i ragazzini del quartiere: se fate attenzione, compaiono anche nel capolavoro di tutti i tempi “What a Wonderful World”, composto proprio lì, nello studio di Corona, guardando portoricani, italiani, ebrei, sfilare davanti alla sua finestra…
Malgrado il successo e la fama planetari, Louis ha sempre vissuto una vita relativamente semplice, fatta di musica, amici fidati, l’amatissima Lucille, fagioli rossi e riso — il suo piatto preferito.
“I don’t need what I don’t have”, diceva.

Mentre facevo il tragitto al contrario, alla volta di Manhattan e della terza F della giornata — Fireworks — “I don’t need what I don’t have” continuava a rimbalzarmi in testa.
Oggi viviamo assuefatti dalla soddisfazione del bisogno. L’asticella delle necessità si è alzata vertiginosamente, e vertiginosamente si è alzata anche quella delle aspettative. Tirato nel mezzo di questi due estremi, l’omino di gomma che siamo noi.
Sto notando però, che da quando sono qui, l’ansia di avere le cose, di soddisfare i bisogni superflui, è nettamente diminuita. Non so se sia per via di New York, o dell’età che avanza. Forse la seconda (!): in genere New York alimenta la fame di cose. Ma è anche vero che a New York hai tutto a portata di mano. Questa accessibilità al desiderio in alcuni è fonte di logorio e perenne tribolazione — quelli che vogliono arrivare, conquistare, accumulare tanti zeri. Ad altri, tipo me, assicura l’euforia data dal “tutto a portata di mano”. Uno stato talmente estatico e appagante, che inibisce la foga del possedere. Le cose sono lì, non ho bisogno di averle, le vedo. Nei miei occhi, nella mia memoria e nelle mie parole, saranno mie per sempre. Il possesso effettivo degli oggetti ha talmente le ore contate che, alla fin fine, il gioco non vale la candela. Nel posto in cui tutti finiremo, non ti porti bagagli, container di effetti personali. Sei obbligato a viaggiare leggero.
Meglio abituarsi subito, no?
Mi rendo conto, tuttavia, che la società americana — occidentale, allargando lo spettro — stia andando nella direzione opposta. La società del bisogno appagato nel più breve tempo possibile. Fast food. Easy pay. Quick everything.
Prendete il caldo e l’aria condizionata. Abbiamo avuto una settimana abbastanza complessa per via dell’afa e dell’umidità. 35 gradi con un’umidità al 99% porta il caldo percepito intorno ai 40 gradi. I newyorkesi, dei lupi contro i rigori dell’inverno, si squagliano in agnellini quando si tratta di canicola (!!). Per questo i negozi, i luoghi pubblici e i vagoni della metro prevedono un condizionamento dell’aria intorno ai 20-22 gradi.
Ora, se il vostro corpo passa dal percepire i 40 gradi del mondo esterno ai 20 gradi del mondo interno, nello spazio dell’apertura di una porta, nell’ingresso di un locale, capirete cosa rischia. Congestioni, torcicolli, e tutte le magagne da raffreddamento troppo repentino. Eppure i newyorkesi non si scompongono. Anzi, lo ricercano. Questo è un esempio di come, in questa società, l’accesso alle agevolazioni apportate dal progresso venga sconsideratamente abusato, causando danni. E non parlo solo di congestioni e torcicolli. Il corpo perde la facoltà di sopportare e gestire il calore: se viene posto in quella situazione reagisce in modi inconsulti — ovvero, dà di matto. E più lo abitui a non sopportare il caldo, più freddo vorrà.
Ma una volta, figli miei newyorkesi, come facevate? Come facevate vent’anni fa, quando a casa non avevate il condizionatore? Morivate? No, siete vissuti e sopravvissuti per raccontarlo. Allora adesso perché mi siete diventati così suscettibili, così mammole? Così mammole da non correre nemmeno più (Central Park all’ora di pranzo, un deserto surreale in cui solo un’italiana correva…).
Siccome non sono talebana fino al punto di vietare l’aria condizionata, io, fossi in politica, farei una proposta di legge che imporrebbe il limite massimo di raffredamento ambientale a 25 gradi. Un mio amico qui mi ha riso in faccia e mi ha detto che nessuno mi voterebbe. Io ho risposto che anche il fumo era l’abitudine più diffusa a NYC fino agli anni 2000 e poi è stata stroncata grazie a una politica restrittiva. I cambiamenti comportano sempre un periodi di assestamento collettivo. E tante risate in faccia.
Il trucco che adotto io contro il caldo qui è molto semplice. Ricordo quanto freddo ho patito lo scorso inverno, la scorsa primavera, lo scorso maggio (!!). Il vento infame, i vestiti sconfitti. Allora, il caldo diventa una manna dal cielo, una liberazione dopo mesi di morsa.
Ecco vedete, la memoria salva sempre. O quasi.

Per concludere sul 4 luglio… I fuochi d’artificio nell’East River Park, a Williamsburg, sono stati come li immaginate. Ma mentre tutti erano con il naso all’insù, a controllare i fiori pirotecnici che sbocciavano in cielo, io guardavo orizzontale. Dritto avanti a me l’Empire vestito di bianco, rosso e blu — praticamente un francesino — e poi laggiù il Chrsyler, silenzioso ed elegante come sempre. E poi tutto il resto della skyline più famosa del mondo.
Trovo che scoppiare fireworks a New York sia un po’ ridondante.
New York City is the fire that works. 😉

Il film che sono andata a vedere questa settimana è “Leave No Trace” di Debra Granik — la regista del bel “Winter’s Bone”, forse lo ricorderete. Era prevista anche la regista dopo la proiezione. Questo vuol dire soldout, ovviamente. Mi sono salvata solamente perché ho fatto uno stopover al ritorno da Coney Island. Ed è bello, ogni tanto, non dipendere dalla metro ma dalla tua bici, farle fare una deviazione a SoHo, agguantare un biglietto e poi proseguire verso l’Upper West Side. La metro, poi, deve essersi risentita. Mi ha fatto arrivare in sala con il film appena partito, e io l’ho “visto” tutto in prima fila.
Più che visto, piovuto, bevuto, o come si consuma un film con la testa tutta all’indietro, la nuca parcheggiata sul coppino.

Devo dire che questo film farebbe il suo figurone al Trento Film Festival 2019. Quindi spero che l’Anarcozumi, il Fellow Fant(stico) e il Movier Zadramat leggano quanto segue e si operino per contattare la regista, che mi ha assicurato: il film, distribuito dalla Sony, arriverà in Italia, prima o poi. 😉

Il film è basato su un romanzo, “My Abandomnent”, e il romanzo è basato su una storia vera. Non capisco cosa mi stia succedendo, ma ultimamente sto oscillando fra documentari e storie vere. Forse perché l’ultimo film di fiction che mi ha scosso le viscere è stato “Isle of Dog”, ormai tre mesi fa — un’animazione.
Presentato all’ultimo Sundance, “Leave No Trace” racconta la storia di Bill, un padre veterano — e affetto da PTS, Post Trauma Syndrome — e Tom, la figlia tredicenne. Della madre non si sa nulla. Bill e Tom vivono in un grande bosco pubblico accanto a Portland, Oregon. Quando dico che vivono in un bosco significa proprio che vivono accampati. Una tenda, un fornelletto, teli idrorepellenti. Tutto il tempo con le orecchie rittissime per non farsi beccare dai Rangers. Non sono gli unici a vivere così. Altri veterani nei dintorni hanno abbracciato quello stile di vita. Una tenda, pochissimi effetti personali, il cuore della natura e il bando della civiltà.

Il paradiso finisce quando un runner intravede Tom e allerta la sicurezza. Il padre e la figlia vengono presi e sottoposti a tutta una sfilza di test sulla persoanlità, questionari psicoattitudinali. Tutte quelle procedure da cui avevano tanto strenuamente preso le distanze in quegli anni. I servizi sociali organizzano il rientro dei due nella società. Una nuova casa, un lavoro per Bill, una scuola per Tom. Vestiti, bicicletta, cose. Tom comincia ad adeguarsi a questo nuovo stile di vita, mentre Bill no, Bill non ce la fa. E’ una creatura in gabbia. Ogni volta che appare in scena, la scena si riempie di tensione. Come se l’inquadratura stessa fosse una costrizione, una prigione, e il personaggio non vedesse l’ora di evaderla. Complimenti alla regista per aver scarnificato il corpo del parlato, concentrandosi invece sui primi piani dei due personaggi, sui loro sguardi intensissimi, i menti tremolanti di una tredicenne, e gli occhi che hanno visto troppo di un ex-soldato.
Le cose sembrano avviarsi alla normalità quando Bill di punto in bianco sbotta e ordina a Tom di prepararsi, si riparte. Mannaggia no papà, le dice Tom, che ha cominciato a stringere amicizia, a “settle down and fit in”. Ma Bill non vuole sentire ragioni, e non offre ragioni. Il pubblico non sa perché Bill viva così e obblighi la figlia a vivere così, da un bosco all’altro. Ma grazie a Dio il film non fa spiegoni di alcuni tipo. Niente flash-back a frugare nel passato bellico, o sentimentale, di Bill. Niente traumi visualizzati. Questo gioca a favore del potere immaginativo su cui la storia conta.
Come spettatori, solitamente, veniamo ingozzati di dettagli, dati, effetti speciali. “Leavo No Trace” lavora per sottrazione e centellina al pubblico lo stretto necessario. Il resto, è lavoro del pubblico. La regista, tuttavia, ha selezionato le scene in maniera così abile, che il lavoro non richiede troppo sforzo. Tantissimo è lì, davanti ai nostri occhi, dentro pochissimo. Perché per comprendere il senso del volo non occorre studiare il progetto di un boeing 747. Basta guardare l’ala di un passero.

Dopo l’ennesima fuga, Bill rimane vittima di un incidente che lo immobilizzarà per alcuni giorni.
Altra sosta forzata in una comunità in cui le persone sono molto molto simili a loro due: vivono dentro roulotte o ogni sorta di mezzo, sempre in foresta ma organizzati in una specie di villaggio, condividendo il condivisibile.
Bill guarisce, e stessa storia: Tom, prepara i bagagli che ce ne andiamo. Però in Tom è cambiato qualcosa, e ha il coraggio di affrontare il padre. “Se qualcosa è rotto dentro di te, non è rotto anche dentro di me”. E Bill capisce. Capisce che quella è la sua scelta di vita, ma che non può imporla alla figlia.
“Leave No Trace” finisce nel modo in cui immaginate finisca. Nonostante il legame di affetto tra i due sia potentissimo, ognuno deve prendere la propria strada.

Siamo davanti a un film molto esistenziale, nel senso che tira in ballo questioni come il modo in cui viviamo, e il modo, anche, in cui giudichiamo quelli che non vivono come noi. Tom è un facile bersaglio per i suoi coetanei. Come concepire una vita senza smart-phone, senza computer, senza abiti più o meno fancy e uscite con gli amici? Ma certo è anche un film che mostra le devastazioni della guerra, dopo che la guerra è finita. I danni irreparabili che porta. L’inquietudine di Bill non è irrequietezza degli artisti. Non ci sono demoni che l’arte espia attraverso il fare artistico. Il malessere di Bill produce solo l’adrenalina che lo spinge a muoversi in continuazione, in un andare senza sosta, destinato a un eterno non arrivare. Ed è questo che differenzia “Leave No Trace” da un film simile all’apparenza, ma totalmente diverso nella sostanza, “Captain Fantastic”, con Viggo Mortensen, nel quale la scelta di uno stile di vita alternativo rispetto a quello della massa era un aspetto rilevante della storia.
A me Bill e Tom hanno ricordato un po’ il padre e il figlioletto di “Sulla strada” di Cormac McCarthy — il romanzo, il film non l’ho visto. Anche se in quel caso la coppia fuggiva a un mondo distopicamente in rovina, il legame profondo che lega genitore e figlia, è lo stesso. E anche la fuga da un qualcosa d’incomprensibile che ci sta col fiato sul collo e non ci dà requie.

“I don’t need what I don’t have”, le parole di Louis Armstrong, colgono alla perfezione lo stile di vita scelto da Bill e Tom, e da tantissime persone negli Stati Uniti. E il film offre uno sguardo dentro quelle realtà. Uomini e donne che rifuggono città e centri abitati e si rifugiano in mezzo ai boschi, come a volersi riappropriare di una dimensione propria, staccata da qualsiasi vincolo sociale precostituito.

Potremmo parlare per ore del concetto di casa, di cosa ci faccia sentire “casa” il posto in cui viviamo, e di quanto potente sia il lavaggio del cervello che subiamo in merito alla cosiddetta costruzione del nido. Io, poi, ho idee molto poco convenzionali al riguardo. Credo che la casa sia più che altro un’idea impalpabile che inseguiamo per tutta la vita, una falena dalle ali fragilissime, e che forse faremo nostra soltanto in prossimità del buco ultimo che ci aspetta.
Casa mia è la lingua che parlo. Casa mia siete voi a cui racconto. Casa mia è il palazzo che ancora deve essere costruito.
E casa vostra, qual è?

Su questa domanda facile facile (!), vi saluto e vi ricordo che il Frunyc III è aggiornato –poche e rubate le immagini della casa di Satchmo: fotografare era ganz verboten…
I ringraziamenti sono copiosi, e i saluti, stasera, sono festivamente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 373 da NYC commenta “AMERICAN ANIMALS” di Bart Layton

LET’S MOVIE 373 da NYC commenta “AMERICAN ANIMALS” di Bart Layton

Manhattanhenge Moviers,

Sembra una delle mie solite idiozie linguistiche, vero?
E invece no. E’ un’idiozia linguistica 100% made by New York City. 🙂
Descrive un fenomeno, la cui esistenza è stata l’ennesima riprova di quanto questa città sia, nell’ordine:

1. Avanti mille miglia, sempre con gli occhi a rovistare il futuro
2. Creativa. Semplicemente creativa. Suonerà banale o scontato, ma l’inventiva di questi newyorkesi ha il potere di spiazzarmi ogni volta
3. Burlona. Quando capirete di che si tratta, non potrete che concordare su questo suo lato totò-dariofo che ho scoperto solo vivendoci. Siamo tutti abituati all’entertainement per turisti — molto spesso di dubbio gusto — che offre in ogni forma e dimensione. Ma non mi sto riferendo a quelle carabattole. Il Manhattanhenge è un evento architettato dai newyorkesi per i newyorkesi. Può capitare che i turisti vi s’imbattano per caso, ma sono rari. La maggioranza dei presenti all’evento sono autoctoni — “metroctoni”, direi.

Il Manhattanhenge origina da una domanda. Cosa penseranno le civiltà del futuro quando approderanno/atterreranno sull’Isola di Manhattan e, scavando nel sottosuolo, troveranno la famosa griglia composta da Street e Avenue? Sicuramente le imputeranno dei significati astronomici reconditi, proprio come facciamo noi con le strutture monolitiche nel Vecchio Mondo, prima fra tutte Stonhenge.
Per lui, il cerchio di pietre verticali che spunta nella pianura inglese vicino a Salisbury, il giorno magico è il solstizio d’estate: il 21 giugno, il sole sorge e si allinea perfettamente con alcune delle pietre perennemente sull’attenti. Millenni e secoli si sono spremuti le meningi per capire cosa si nasconda dietro a Stonhenge. Alcuni pensano addirittura che sia un sito alieno, una specie di punto di sbarco di creature extraterrestri in visita sul nostro pianeta — un parcheggio, insomma. 🙂
Se la piana di Salisbury ha Stonhenge, Manhattan ha Manhattanhenge.
E il momento speciale, cade tre volte all’anno, ovvero quando il sole sta per tramontare e si allinea perfettamente alla griglia di strade manhattiane, dando luogo a una luminescenza aranciolimone da Incontri ravvicinati del terzo tipo — altroché parcheggio! Fate conto che il sole sia come una fetta d’anguria capovolta sul piatto dell’orizzonte.
I giorni fortunati cadono intorno al Memorial Day (che quest’anno è stato lunedì 28 maggio), il mercoledì successivo, e il Baseball’s All Star Game — una partita, a quanto mi si dice, di gran rilievo, tipo finale di Champion’s League— che si tiene a metà luglio.
Gli antropologi del futuro — dicono i newyorkesi convinti — potrebbero giungere alla conclusione che il popolo degli Americani venerava la guerra e il baseball…

Per godere al massimo del Manhattanhenge, il consiglio è quello di posizionarsi nella parte più a est possibile della 14esima, 23esima, 34esima, 42esima e 57esima, preferendo la 34esima e la 42esima. Queste street sono l’ideale perché, in caso di cielo terso, il vostro occhio taglierà tutta Manhattan e arriverà fino all’Hudson.
Ovviamente non potevo farmi sfuggire quest’occasione aliena a Gotham City — la concentrazione fantasy era semplicemente troppo ghiotta per fare come se niente fosse.
Scelgo la 42esima. Errore madornale, se siete Robert Capa e aspirate a raccogliere materiale per la vostra prossima mostra. Io non sono Robert Capa, ma certo non disdegno qualche bello scatto. Tuttavia, quando sono arrivata, ho capito che l’evento andava vissuto come momento di mistica congregazione, e non di portfolio fotografico.
Scendo dalla metro a Grand Central Station, e l’idea è quella di proseguire sulla 42esima, e camminare giù giù fino alle Nazioni Unite, in modo da vedermi lo spettacolo e includervi anche il Chrysler Building, l’edificio che, ormai lo sapete, fa di New York Gotham City. Ovviamente faccio l’errore che faccio sempre. Ogni volta che scopro qualcosa di folle, o anomalo, o strambo — tipo Manhattanhenge — mi convinco, in maniera automatica e idiotica, di essere fra i pochi che ne sono a conoscenza. “Massì, chi vuoi che lo sappia, chi vuoi che ci vada…”, qualunqueggio io, e, con quello spirito avventato e sconsideratamente ingenuo, vado incontro al mio destino, che è tutto l’opposto.
Emersa dalla metro, capisco infatti che l’idea originaria va a farsi benedire. Vengo accolta da decine e decine e decine di persone lungo la stradea, rivolte a ovest, con il braccio sollevato e armato di cellulare, per immortalare la luminescenza. In corrispondenza del semaforo, i pedoni aspettano il verde non già per attraversare, ma per piazzarsi in mezzo alla strada e beneficiare di una visuale quattro terzi. E questo è nulla. Mi avvicino al ponte sopra Pershing Square, e vedo che è preso d’assalto. Letteralmente invaso di persone che attendono i sei minuti, dalle 8:12 alle 8:18 pm, in cui la sfera del sole che galleggia sull’Hudson, sarà perfettamente incastrata fra i grattacieli.
Mando all’aria l’idea delle Nazioni Unite e mi dirigo nella zona d’assalto. Sia per il solito masochismo che mi abita, sia perché tutti un po’ sognamo di essere degli inviati speciali in zone di massima tensione (!), sia perché quello sopra Pershing Square, non è un ponte pedonale. Ci transitano anche le macchine. Ma come fanno a transitare se il ponte è invaso di gente??
Siccome la curiosià è Board, vado a vedere.
Le persone hanno invaso una corsia, trasformando il ponte in un senso unico alternato, che non è stato visto proprio bene da taxi e Uber. Un concerto di clacson e una mandria di guidatori imbufaliti da una parte, e una schiera di devoti al dio sole imbambolati dall’altro — inclusa la qui presente, che ha seriamente rischiato l’asportazione del fianco sinistro da parte di un taxista un po’ contrariato dalla mia posizione.

Un cinico mi chiederebbe. Ma a che pro? Ma cosa c’è di speciale?
Nulla e tutto, risponderei io.
Nulla perché in fondo, qualsiasi città che frigge l’estate su una griglia di strade, assiste a questo fenomeno — in America ce ne sono tante, giacché quella è la planimetria urbana fatta con lo stampino e riprodotta in ogni centro abitato. Ma il barbecue da solo non basta. Serve anche una visuale sgombra dell’orizzonte, e Manhattan ce l’ha, e Manhattan, laggiù, ha pure una gran vista sull’Hudson, e laggiù laggiù, dopo il fiume, pure sul New Jersey. In più, i grattacieli, incastonano il sole in un gioiello che solo Golia potrebbe indossare, ma che noi tutti possiamo ammirare, anche nel nostro essere piccoli di Davide. Quindi Manhattan non è qualsiasi città.

Una volta scesa dal ponte, mi sposto sulla 41esima. E lì non c’è nessuno. Ma il colpo d’occhio è altrettanto suggestivo. Il fumo dai tombini, i coni arancioni dei lavori in corso, i taxi gialli che sfrecciano, e il sole allineato.
Sempre per rispondere al cinico… Di speciale c’è una nuova tradizione. “Nuova tradizione” suona come una contraddizione in termini, ma può essere, e scrive una ritualità altra. Più personale, non imposta da usi e costumi e da religioni, oppure dalla società. Ma creata dalla strada, dalla voglia, anche, di riconoscere alla propria città la magia che ha da offrire.

Questa settimana sono andata al LOEWS sulla 68esima e Broadway, a vedere un film per cui gli americani andranno matti. Ne ho avuto conferma all’uscita dalla sala. Non facevo altro che sentire “Freakin’ awesome!”, “Hysterical!”. Caso rappresentativo di entertainment di qualità.
Il LOEWS è un multisala ma di quelli ibridi: propone blockbuster e film d’essai e a volte ti stupisce con dei Q&A che non pubblicizza, non capisco bene il perché. Ieri è stato uno di quei treat random, e dopo la proiezione ci siamo ritrovati con due dei protagonisti del film.
Parliamo di “American Animals” di Bart Layton.
Presentato all’ultimo Sundance, il film comincia con “This is based on a true story”. Non fai nemmeno in tempo a finire di leggere che “based on” viene cancellato e rimane “Questa è una storia vera”.
E sì, è proprio la storia vera di Warren, Spencer, Chas, ed Eric, quattro ragazzi della Transylviana University, Kentucky, che decidono di mettere in atto una rapina ai danni della biblioteca universitaria, dove sono conservati testi preziosissimi come “The Birds of America” di James Aubedon e “L’Origine della Specie” di Charles Darwin, insieme ad altri classici di inestimabile valore — navighiamo intorno a una decina di milioni di dollari, pagina più, pagina meno.
L’idea, in realtà, viene a Spencer, studente dotato di talento artistico, irrequieto e solitario. L’amico Warren è messo anche peggio. E’ all’università grazie a una borsa di studio per meriti sportivi, ma non si presenta mai in palestra. Vorrebbe essere speciale in qualcosa, o fare (succedere) qualcosa di speciale, ma non sa bene cosa. Spencer getta il seme dell’ipotesi “e se rapinassimo la biblioteca?” nella mente delirante di Warren, e ne spunta fuori un fiasco colosale che conta molti illustri predecessori — la marea di Ocean 11, tutti gli episodi di Lupin, “Scuola di ladri 1 e 2” (!), “Le iene”, “The Italian Job” e naturalmente l’inarrivabile “I soliti ignoti”, capolavoro indiscusso del colpaccio finito in beffa.
Spencer e Warren cominciano a studiare nel dettaglio la biblioteca, i movimenti del personale, le telecamere e a buttare giù un piano di massima del colpo. Si rendono presto conto di avere bisogno di altri due soci, altrimenti non hanno possibilità di riuscita. Assoldano quindi Chas, palestrato col pallino del business ed Eric, nerd che più nerd non si può.
I quattro studiano il piano nei minimi dettagli — o così credono — finché arriva il giorno della rapina. E i quattro si rendono conto di aver sottovalutato il fattore S — Strizza, Sfiga, Sanguefreddo (mancanza di). Per passare più inosservati, i quattro si truccano e travestono da vecchi — assumendo un’aria assai ridicola. Ma il primo tentativo fa cilecca.
Il giorno dopo ci riprovano, e questa volta riescono ad andare fino in fondo. Tuttavia faranno la fine dei ladri inetti Gassman, Mastroianni & Co. che tanto ci avevano fatto riderepiangere nel film di Monicelli.

La particolarità di “American Animals” è quella di alternare alla ricostruzione cinematografica della vicenda attraverso un cast di attori, i quattro ragazzi — ora uomini — che realmente hanno organizzato la rapina e sono finiti in galera, nel 2004. Non è una novità, quella di affiancare immagini di repertorio alla fiction, oppure protagonisti veri di una storia e attori che li interpretano. Pensiamo al recente — splendido — “I, Tonya”. Ma in “American Animals” ci sono istanti in cui il personaggio vero e l’attore condividono la scena, o si parlano. L’effetto lascia interdetti e diverte.
E’ proprio attorno a questo doppio registro che il film si sviluppa. Nella prima parte domina il fun e il lato “bravata”, e lo spettatore, per quanto sempre consapevole che i ragazzi stiano prendendo tutto sottogamba e siano sul punto di commettere la più grande cavolata della loro vita, si diverte. In sala ridevamo come matti. Nella seconda parte, invece, s’insinua nei ragazzi la coscienza, e la mole di esitazioni che si porta appresso. Se Warren rimane il trascinatore delirante fino a poco prima del colpo, Spencer si fa prendere dal senso di colpa e, in qualche modo si defila, richiedendo un compito meno oneroso in termini di coinvolgimento emotivo — finirà per fare il palo.

La sequenza della rapina è godibilissima, girata con un ritmo serrato che traduce il panico di questa armata brancaleone universitaria che cerca di fregare il sistema ma rimane inevitabilemente fregata. Ovviamente i ragazzi non sono all’altezza, e ovviamente ci saranno delle conseguenze che tutti potete facilmente immaginare.
A parte il lato molto molto fun di cui si è detto — la prova generale della rapina è accompagnata da “A Little Less Conversation” di Elvis che accompagnava anche un Ocean 11 — il film racconta di una tragedia americana. Un gruppo di studenti bianchi, senza trascorsi drammatici, senza genitori particolarmente pessimi o altri tipi di traumi alle spalle, decidono di mettere a repentaglio tutto. Il perché di questa decisione, non è molto sviscerato. Voglia di evasione dalla realtà kentuckyiana — e come biasimarli? — desiderio di svoltare, l’assoluta certezza del “we can do it”, fomentato dal senso di onnipotenza della gioventà sconsiderata, o semplicemente, la fame di soldi? Forse di tutto questo un po’. Il film si rivolge a tutti — non solo ai lestofanti con un sogno di rapina nel cuore — perché parla del prendere decisioni.
La domanda è, sappiamo rinunciare a una tentazione che potrebbe sfociare nel criminale e ledere l’innocente (la bibliotecaria)? La risposta dei protagonisti è no, non rinunciamo, ma l’epilogo dimostra il loro errore, quindi il film ha un retrogusto esemplare, nel senso di “exemplum”: mostrando il danno, educa. Ecco perché un commento dal pubblico lodava il film e sottolienava la necessità di farlo vedere agli adolescenti.
I due protagonisti presenti alla fine della proiezione erano Evan Peters, l’attore che interpretava il delirante Warren, e Warren Lipka, il delirante vero, in carne e ossa — quello che si è fatto la galera. Lipka ha scontato quello che doveva scontare e adesso studia cinema all’università. Definisce tutta la storia “una tragedia americana”, e io credo proprio che lo sia. Nonostante il racconto a tratti molto comico, Lipka ha tenuto a precisare che all’epoca, la realtà della situazione era terribile. E non ho stentato a crederlo.

Spero che “American Animals” esca presto in Italia. Un theft-docu-thriller ben fatto è quello che ci vuole per arredare una serata estiva.

Prima di lasciarvi al vostro lunedì, vi dico che questi giorni sono ricchi, cinematograficamente parlando. Al Lincoln Center si sta svolgendo “Open Roads 2018”, una retrospettiva che porta in USA i film italiani più meritevoli dell’ultimo anno. Non so se vi sia capitato di vedere “La terra dell’abbastanza”, “The Place” oppure “Cuori puri”. Il regista di quest’ultimo, Roberto De Paolis, è finito tra le nostre cine-grinfie 🙂 Qui trovate intervista e recensione al film. Magari lo trovate in qualche arena estiva.
Abbiamo avuto qui un po’ tutti, Ozpeteck, Marco Tullio Giordana, Paolo Genovese, Vincenzo Marra… Bello vederli in una terra in cui non sono le primedonne, ma uomini qualsiasi.

Riapro il Maelstrom giù di sotto proprio per parlarvi brevemente di un film di Open Roads che ho visto stasera e che spero, in qualche modo, riusciate a trovare sulla vostra strada.
E anche per stasera, Fellows, siamo arrivati alla fine. Frunyc III aggiornato, con le foto del Manhattanhenge, del Memorial Day al cine-cimitero di Greenwood, Brooklyn, e della Italy Run, corsa di 5 miglia che abbiamo corso questa mattina — sperando di portare un po’ di fortuna all’Italia che, politicamente, ne ha davvero bisogno.

Ora ringraziamenti e saluti, neoliticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Mi fa piacere segnalarvi un film che non so se avrete modo di recuperare. Ma anche solo sapere che “Beautiful Things” di Giorgio Ferrero esiste là fuori, e che è stato plasmato da mano italiana, mi fa stare bene.
“Beautiful Things” è filosofia, letteratura, musica, tutto insieme e visto attraverso la lente dell’arte. Soprattutto, non è un film che ha la presunzione di insegnare nulla. Vuole far pensare, come il regista ha affermato nel Q&A — non avessi avuto un contegno da mantenere, mi sarei alzata in piedi e avrei esultato sulle poltrone come Benigni agli Oscar 1999.
Non c’è una trama, in “Beautiful Things” — o meglio c’è, ma è latente, non patente. Il film è costruito come un’opera musicale, seguendo una scansione per atti — il regista è un compositore, e si sente. Par di stare davanti a una sinfonia in cui gli strumenti musicali sono le immagini.
Il film segue le vite di quattro lavoratori che operano nel mondo industriale: un manutentore di pozzi petroliferi, un capo macchina su una nave cargo, uno scienziato e un responsabile di una discarica sotterranea. E tutto ruota attorno al processo di nascita, trasformazione e morte degli oggetti: dalla prima scena, all’interno di una casa piena di cose — come tutte le nostre case — all’ultimissima, in cui si intravede un robottino giocattolo fra le macerie, che avevamo visto nella prima scena. Ma la trasformazione non contiene quella nota di positiv(istic)o ottimismo incisa nella legge di Lavoisier. La trasformazione è come un’anitcamera che porta all’ennesimo sfruttamento. La domanda, che ci scotta in bocca, è una, “ma come ci siamo ridotti?”.
Il bello di questo film è che non c’è la morale ambientalista dietro agli intenti del regista. C’è solo il tentativo di riflettere sull’(in)utilità del tutto. E il film si traduce quindi in un white paper, in cui si raggranellano frammenti di risposte possibili, attraverso certe sequenze visive, certe piogge di note acide che ti rovinano addosso e ti costringono a chiederti “perché tutto questo?”.
In mezzo a tanto meraviglioso dubbio, una scena finale struggentemente vitale che nasconde molte allegorie. Una danza sfrenata in un centro commerciale vuoto, di notte. Perché come ha detto il regista “la vita va avanti” e “serve catarsi” — io avrei una mia teoria più oscura, ma do fiducia al regista.
Servono film così.
“Beautiful Things”. Ricordatelo.

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LET’S MOVIE 371 da NYC commenta “FIRST REFORMED” di Paul Shrader

LET’S MOVIE 371 da NYC commenta “FIRST REFORMED” di Paul Shrader

Meghan Markle, Moviers,

tocca parlare di lei — il mondo intero l’ha già fatto, ora lo facciamo anche noi. Si è scomodato persino Noam Chomsky, lui, l’ultimo dei luminari del ‘900, il linguista e pensatore di sinistra osannato negli USA come un dio.
“Meghan Markle potrebbe scuotere la monarchia britannica”, disse Noam, lo scorso dicembre. Lo disse non perché all’epoca Miss Markle fosse al centro dei suoi pensieri, ma perché gli venne fatto notare che Meghan aveva letto il suo libro “
Who Rules the World” commentandolo su Instagram con “great read” e “highly recommended”.
Noam ha risposto, grato che il testo le fosse piaciuto, e aggiungendo la frase sulla scossa alla monarchia.
Insomma, un balletto di carinerie. Si noti che Miss Markle ha scritto quattro parole di commento al libro, non una tesi di dottorato. Se con quattro parole — quattro di numero — si scomoda una delle figure intellettuali più influenti della contemporaneità, be’, allora dobbiamo preoccuparci un po’ del livello di narcisismo di certi luminari, e della eco che quattro parole possono riscuotere.

Ed è questo che mi è parso il royal wedding, alla fin fine. La danza del fair play. Sarà che sto coi piedi immersi nella political correctness newyorkese 24×7, ma il matrimonio mi è sembrato proprio quello. La Cattedrale di St George un parlamento, e al posto delle quote rosa, le quote nere. Peccato che la parte black sia stata relegata al solito coro gospel e al solito predicatore, il Vescovo Evangelista Michael Curry — un filo invasato, come tradizione comanda — e a pochi altri invitati, tra cui, Oprah Winfrey, Serena Williams e Idris Elba. Non i cugini e gli zii di parte materna, i comuni mortali che vivranno nei sobborghi di Culver City, Los Angeles. Ma i “cool” black, quelli di talento, quelli ispirati, quelli di potere e che ce l’hanno fatta. La ciliegina sulla torta è stata, ovviamente, l’esibizione del violoncellista diciannovenne, l’afroamericano enfant prodige Sheku Kanneh-Mason.

Se avete visto la cerimonia, forse avrete notato gli sguardi perplessi, i sorrisini soffocati o le espressioni condiscendenti del monarchiame bianco, mentre il Vescovo Curry predicava. Nessun giornale ne ha parlato, presi come sono stati a narrare la favola della principessa e del principe convolati a nozze multirazziali — imbottendo il lettorato medio con informazioni di interesse planetario, come il numero di limoni amalfitani usati nella torta nuziale (!).
Ma io proprio non posso togliermi dalla testa quei sorrisini lì. E quanta strada ci sia ancora da fare prima di demolire tutti gli stereotipi che accompagnano certe categorie, etnie — o come volete chiamarle — nella società.
Gli afroamericani cantano, pregano e suonano. Fanno colore, insomma.
Poi ovviamente si vuole far passare l’immagine della coppia che rivoluziona Buckingham Palace, della nuova “principessa del popolo”, ambientalista, equa, solidale e soprattutto femminista — se hai un padre un po’ sciagurato e cammini la navata di St George da sola, acquisisci lo status di “femminista”, segnamocelo. E certo, il beneficio del dubbio non si nega a nessuno. Eppure, se proprio proprio la Duchess to-be avesse voluto fare un gesto nobile, avrebbe potuto rivolgersi a uno stilista nero per almeno uno dei due abiti sfoggiati, assicurandogli la visibilità di cui certo Givenchy e Stella MacCartney non hanno bisogno. La butto lì, eh, Meghan, senza offesa…
Ovviamente per le cose veramente importanti, tipo gli outfit del giorno del tuo matrimonio, si va sulla tradizione. Givenchy e Stella MacCartney in. E tutti i Lawrence Steele e Virgil Abloh out.

E non ci addentriamo poi nella questione Commonwealth, questione tutt’altro che archiviata. Il velo di Meghan ricamato con 52 fiori che simboleggiano i 52 stati che ne fanno parte. Una volta dalle colonie si spedivano ornamenti esotici, pietre preziose, pelli e pellicce come doni alla regina. Oggi quegli stati assumono i contorni dei fiori su un velo — l’oggetto cambia, ma il legame resta, a doppio filo, direi.
Ah ma certo io sono troppo critica, perché in fondo c’è pur sempre il Vescovo Curry a citare il Dr King e la schiavitù, e a riequilibrare le disparità fra black & white, colonizer & colonized…

Tutto questo mi puzza troppo di artificio perché io possa farmi piacere quello che obbiettivamente è stato un matrimonio meno tradizionale del solito, ma non certo più uguale.
E in definitiva è quello che c’è scritto nel vestito della sposa — un vestito, specie a questi livelli, non è mai solo un vestito: è uno statement. Nel vestito di Givenchy c’è scritto, “Tranquilli Windsor, mi attengo alle regole, niente di nuovo sul fronte cerimoniale”. E nel vestito di Stella MacCartney c’è scritto, “Osare di più? Macché siete matti?, questi sono i Windsor, già tanto che vi siate goduti un gospel live”.

E mentre guardavo questo set cinematografico a cielo aperto, in cui tutto pareva impeccabilmente perfetto — meteo inverosimilmente compreso — e scorrevo questi 100.000 inglesi accorsi da tutto il regno a celebrare la monarchia, e le piccole e grandi Union Jacks nelle mani di piccini e grandi, e tutti pronti-armati-via con il cellulare a immortalare la carrozza al passaggio dei duchi novelli sposi. Mentre tutto questo avveniva, un’unica domanda.
Are you kiddin’ me??
No perché qui, Fellows, siamo a puro panem et circenses! Con l’aggravante che nella Roma antica il Colosseo era l’unico spazio per l’entertainment collettivo. Oggi abbiamo altri modi. Anche gli inglesi li avranno, anche post-Brexit, ne sono certa!
Forse il matrimonio tra reali è il match di calcio in cui tutti vincono, e lo si vede volentieri per quello. Oppure lo si vede per criticare i look dei presenti — sport molto diffuso.
Oppure solo per sognare. E questa, la questione del sogno, mi risulta ancora più imperscrutabile.
Sognamo ancora il principe, il castello, la tiara e la carrozza? E’ questo ciò che sognano le donne oggi? Ci identifichiamo con questa idea di futuro?
Non sto questionando la scelta di una singola donna — Meghan Merkle, per altro, lo ricordiamo, descritta come femminista — ma dei desideri delle donne, materializzatesi in migliaia a Windsor, e in milioni in mondovisione.
Quelli, mi interessano, i desideri — di Meghan, francamente…
Dire addio a tutto? Ad avere un lavoro? Essere economicamente indipendenti, vedere il proprio talento realizzarsi? Non poter più mettere il naso fuori casa senza rendere conto a qualcuno 24 ore su 24? E’ questa prospettiva, che le donne sognano ancora nel 2018? Retrocediamo di 200 anni in un colpo solo? Back to 1818? Dopo la fine che hanno fatto Lady Diana e Grace Kelly, le principesse prigioniere? Masako la principessa triste?

Quando ho condiviso queste mie perplessità con Bob, il mio housemate, che ogni volta mi stende con la sua ironia da newyorkese navigato, questa è stata la sua reazione: “Sure, such a hard life, you know, hopping from one yacht to another… From this ball to that charity gala… Oh Lord, it would kill you…”.
Naturalmente non ho potuto che ridere.
Ma altrettanto naturalmente non ho potuto risparmiarmi il “That’s not the point”.

Ora voi, romanticoni Moviers, mi direte, ma per l’ammmmore si rinuncia a tutto! L’amore prospera sul sacrificio.
Sì? E’ così? L’amore comincia là dove la propria libertà individuale finisce? Non intendo la libertà di coppia, ma la libertà iscritta nel codice umano di ciascun individuo quando viene messo al mondo in una società democratica.
E’ questo che le donne sognano?
Se la risposta è sì, well, ladies, abbiamo urgente bisogno di scrivere nuovi sogni per le nuove generazioni di donne.

Su questa ipotesi da incubo, passo a dirvi che venerdì sono andata all’Angelika a vedere un film che qualcuno di voi cinefili ha già visto alla Mostra del Cine di Venezia, lo scorso settembre. “First Reformed”, di Paul Shrader era in concorso, e ricordo che lasciò tutti più o meno a bocca aperta. Sia per la storia in sé, che per l’interpretazione da applausi di Ethan Hawke.
Appena ho saputo che Paul Shrader in persona avrebbe partecipato al Q&A post-proiezione, mi sono precipitata a prendere il biglietto.
Lasciatemi dire, vivere circondata da newyorkesi, cinematograficamente parlando, non è impresa facile. E’ come avere un esercito di Board che si precipita in ogni sala che offra un talk, un Q&A, un qualsiasi qualcosa alla presenza di un qualcuno… Tocca combattere ogni volta. Ma ovviamente di Board ce n’è uno, e ne resterà sempre solo uno — Highlander, ciccia. 🙂

Sì, dite bene, Paul Shrader è il regista di “American Gigolò”, il film che l’ha reso famoso. Ma più che per le passate regie, è il caso di ricordarlo per le passate sceneggiature: “Taxi Driver”, “Toro scatenato” e “L’ultima tentazione di Cristo” le ha firmate lui — il sodalizio con Martin Scorsese, dite ancora bene, è chiaro e limpido.

La storia del film gira attorno al reverendo Toller, custode di First Reformed, una piccola chiesa fondata nel 1767 dai coloni olandesi e prossima a festeggiare il 250esimo anniversario. Middle of nowhere dello Stato di New York, per darvi delle coordinate geografiche.
Ci confessa lui stesso di essere stato un ex cappellano militare, ritiratosi dall’esercito dopo la scomparsa del figlio in Iraq.
Ci confessa tutto lui perché il film è come una specie di atto unico in forma di monologo interiore di Toller. Siamo praticamente dentro la sua testa — e questo naturalmente ci ricorda la stessa posizione che assumevamo con il tassista matto Travis in “Taxi Driver” — ma siamo anche sopra le sue spalle. Sì perché Toller decide di tenere un diario per un anno. Una specie di esercizio spirituale più che di strumento terapeutico alla Zeno Cosini. E questo naturalmente ci porta al “Diario di un curato di campagna”, se bazzicate il cinema di un certo blow-in-your-belly Bergman Ingmar. Quindi quando Toller scrive seduto alla sua scrivania, noi siamo come appesi alla macchina da presa, lo osserviamo dall’alto, sentendone contemporaneamente i pensieri. Posizione lì per lì privilegiata, ma alla fine, non poi così tanto…

Toller diventa confidente di una giovane coppia: lui, Michael, ambientalista affetto da depressione e lei, Mary, bionda, mariana e incinta — e qui, va be’, la sovrapposizione cristiana trionfa suprema. Michael, lo capiamo subito, è messo male: vorrebbe che la moglie abortisse per non mettere una creatura innocente in questo mondo condannato. E’ allo stadio “tombino” della depressione. Quando sei allo stadio “tombino”, o trovi una spinta psico-fisica che ti rispedisce in superficie, oppure continui a precipitare. Michael continua a precipitare, e la fine che fa, la intuite da soli.

Il fatto è che Taller, già tormentato dalla propria incapacità di pregare, sembra essere rimasto contagiato dal morbo di Michael. Quello che uccide la speranza e fa trionfare la disperazione. Il cruccio di Micheal — perché mettere al mondo un figlio se quel mondo lo stiamo distruggendo, e Dio, in tutto questo, non fa nulla? — si incista nella testa del reverendo, che comincia una lenta, inesorabile esplorazione nel buio dentro cui Michael è caduto. E noi spettatori assistiamo a questa caduta agli inferi e non sappiamo bene come porci.

Shrader è stato illuminante nella spiegazione del suo intento assai meschino — e riuscitissimo. “I am showing a binocular view: everything is seen through Taller’s perspective. So you start identifying with him. But then he starts veering (andar fuori carreggiata). And you have invested more than a hour in siding with this guy! And now you don’t know how to feel… you start feeling lost. So, yeah, I guess I did my job”.
Capito la vecchia volpe! Prima siamo con Taller al 100% — oltre al figlio perduto, a un matrimonio naufragato, il reverendo sta anche poco bene di salute, e quando stai poco bene di salute in un film, difficilmente hai solo un raffreddore…
Insomma, siamo tutti con lui e lo compatiamo, ma poi il reverendo sceglie la strada — già accennata dentro di lui — dell’estremismo. Ed è stato molto furbo, Shrader, a mostrarci quanto facile possa essere scivolare lungo la china dello sconforto e della sconfitta, e quanto questa sia così facilmente giustificabile.
Ma nulla è sempre bianco o nero — come i novelli duchi di Sussex c’insegnano… Il reverendo Toller fa parte di una congregazione che dipende dalle donazioni di una lobby di conservatori che con la destra inquinano l’ambiente con le loro fabbriche finto-green, e con la sinistra foraggiano la parrocchia: il lavacro istituzionalizzato delle coscienze. Questa scoperta dà il colpo di grazia a Toller, che si sente ulteriormente legittimato a compiere un gesto estremo. Tale gesto vedrebbe per protagonisti un giubbotto imbottito di esplosivo attorno al suo torace e una chiesa piena di fedeli… Ma il finale non è così scontato. E il regista, proprio sul finale ambiguo, che ha lasciato tutti noi del pubblico con un “Whaddaffa..??” soffocato in bocca, ha detto. “I don’t quite know how the film ends. You’ll tell me”. Un bello scaricabarile, che tuttavia apprezzo. Il pubblico si dovrà sbattere un po’, dico io.

La mia interpretazione è che solo l’amore, solo l’amore, può salvare. Banale magari, ma vera. La conclusione trova una sua anticipazione a metà film, una scena tra onirico, poetico e new-ageish verso la quale ho provato un sentimento molto contrastante. Una parte di me è letteralmente inorridita — “no ti prego, no ti prego, non prendermi la deriva spicchiamo-il-volo-verso-i-cieli-dell’ammmore…”. Una parte di me, capiva il senso di quel volo aereo uomo-donna attraverso i paradisi del mondo, fin giù agli inferi della terra, in cui l’edenico non è più, e non è più possibile, solo morte e distruzione lo sono. “Tarkovskiana”, ha definita quella scena Shrader.
Visto il finale, ho ricollegato le due scene. E sono come due grossi ganci visivo-narrativi che sorreggono il film, impedendogli di cadere nel noir totale. Conservo, tuttavia, dei dubbi sulla chiusura. La leggo come un colpo di coda troppo frettoloso, un modo semplicistico — o troppo spiccatamente all’americana — di “risolvere” ciò che non può essere risolto. Di trovare una spiegazione a tutti i costi, anche se il film ha tramato un’ora e mezza per convincerci dell’opposto.

Interrogato su Taller, Shrader ha ammesso che è un tormentato, fallato, danneggiato dalla vita. “I’ve written about him before…”, ha aggiunto, riferendosi naturalmente alla galleria di tormentati, fallati, danneggiati che popolano il suo immaginario cinematografico. Tuttavia, ha tenuto a precisare. “He is my guy. But he is not me” — e ce ne siamo rallegrati tutti.
Dal punto di vista visivo, il regista ha spogliato di ogni orpello gli ambienti che circondano le vicende. Campi brulli e cotti dal freddo, interni glaciali, mobilio ridotto all’osso. Lo stesso dicasi per la colonna sonora, che praticamente non esiste. Esiste un “paesaggio sonoro”, fatto appunto di suoni, non di musica. “I wanted no music. Music always tells you how to feel. I preferred a soundscape instead”.
Pensandoci, un po’ di ragione, Shrader ce l’ha. La musica è come l’acqua per la bacchetta del rabdomante, e la bacchetta siamo noi. La nostra pancia tende sempre a tremare quando sente viole e violini. Troppo facile così, dice Shrader.

Per farvela breve, fossi in voi, io, “First Reformed”, andrei a vederlo quando esce in Italia — vallo a sapere quando. Anche perché ci sono dei momenti in cui è macabramente divertente. E personalmente trovo il dark fun un fun dal gusto decisamente allettante.

E anche stasera devo salutarvi con delle scuse per essere andata lunghissima e aver sforato così barbaramente il tetto di sopportazione che mi concedete. Ma ormai avete capito come sono — una barbara della comunicazione. 🙂

Il Frunyc III è aggiornato, e i saluti, stasera, sono realmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 369 da NYC commenta “TULLY” di Jason Reitman

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Mesi e mesi Moviers

che non nomino l’innominabile.
Voi avete tutto il diritto di lamentarvi. In fondo io sono come la vostra inviata sul campo. Vi parlo di boutique concerts, mostre fichissime, opere al Met — questa settimana è toccata la “Lucia di Lammermoor”, di Gaetano Donizzetti, al cui strazio Sturm-und-Drung il mio essere si è piegato con indescrivibile, estatico, rovinoso gaudio.
Sono la vostra Botteri, senza RAI TRE alle spalle, ma con gli stessi crauti sulla testa. 🙂

L’innominabile non è come il suo omonimo declinato al participio passato ne “I promessi sposi”. L’Innominato aveva fascino da vendere. Chi sta nell’ombra vince sempre. Pensate a Batman, che cito ogni volta. Pensate a Dio. Più all’ombra di così…
L’innominabile, a cui tolgo la vetta della maiuscola, è banalmente colui che fa arrossire di ira o vergogna il 99,9% della popolazione newyorkese — il rimanente 0,1% lavora per lui in tutti i palazzi che possiede sparsi per la città: la busta paga a fine mese attenua le spinte luddiste, si sa.

L’innominabile è lui. La nemesi del progresso del pensiero politico. Il colpo di coda del passato, che non vuole perdere la presa sul presente e minaccia il futuro.
Di lui non parlo per tanti motivi. Primo perché ho talmente tanto altro da condividere — sempre con il rammarico di non condividere tutto perché altrimenti farei Let’s Movie di lavoro — che lui finisce sempre a rischiare i bassifondi della mia lista, posto in cui relegarlo mi regala un piacere quasi fisico. Poi perché non so nemmeno da dove partire. Stormy Daniels? La donna con il nome d’arte che sembra scritto apposta per un fumetto soft-porn degli anni ’70? Le strategie sue, dell’innominabile, e del suo neo-avvocato, un tale Rudolph Giuliani, che quando ho appreso essere diventato il suo consulente legale, ha perso quel briciolo di gratitudine che potevo riconoscergli per aver contribuito a ridurre la criminalità a NYC negli anni ‘90?
Oppure dovrei partire dall’incontro con Macron e la consorte, nella sua visita qui la settimana scorsa e la cui unica cosa da ricordare è forse il cappello bianco Michael Kors di Melania Trump, un atto di coraggio a tesa larga?
No perché di quell’incontro ci sono la versione per i mangiatori di gossip e quelli che studiano il comportamento dell’innominabile nei confronti di Macron da un punto di vista antropologico. Accogliendo Macron nello Studio Ovale, l’innominabile ha spazzolato il bavero della giacca del presidente francese per togliere della forfora, perché “we have to make him perfect”, come ha aggiunto.
Gli antropologi, qui, hanno parlato di “primate grooming” e “playful dominance”, l’atteggiamento del primate dominante che sistema il primate pischello come a dire, io sono il gorilla alpha, il capobranco, e ti metto a posto io, davanti a tutto il branco. E dovrei aprire una parentesi lunga un chilometro su Melania e il suo ruolo, i suoi look perfetti per nascondere la vita più imperfetta che possa esistere: cosa c’è di peggio di essere vittima, e al contempo complice, della farsa della finzione?

Oggi ve ne parlo, di lui, per via del suo intervento all’NRA, la National Rifles Association, dove ha tenuto a sottolineare la necessità di addestrare e armare gli insegnanti. “Crediamo fermamente nel consentire a insegnanti altamente addestrati di portare armi nascoste”. Da insegnante, capirete, mi sento chiamata in causa. Per me una donna con una pistola è Monica Vitti nel film di Monicelli. Pensare a me con un’arma in borsa mi fa ridere e piangere.

Ovviamente questo approccio primatesco al problema delle stragi nelle scuole e della facile accessibilità alle armi da fuoco è quasi comico nella sua miopia: va ad agire sul sintomo, non sulla causa. Come sperare di curare un cancro prescrivendo Cesare Ragazzi per la ricrescita dei capelli dopo la chemio. Ma del resto cosa dobbiamo aspettarci da uno la cui logica lo porta a paragoni del genere: “Se mettessimo fuori legge le armi come alcuni vorrebbero, dovremmo mettere fuori legge tutti i camion, tutti i furgoni, che sono le nuove armi dei terroristi”?
Forse qualcuno dovrebbere spiegare all’innominabile che andare all’Eurobrico — che qui si chiama Walmart — e poter comprare una mitraglietta è un invito a nozze per gli psicopatici che popolano questo paese. En passant, spezziamo una lancia a Walmart: ha deciso che non venderà più armi e munizioni agli under 21. Qui è passato come un successo epocale.

Oggi l’innominabile ha anche espresso la propria opinione in merito alla sicurezza nel Regno Unito, mettendo il becco sui numerosi accoltellamenti degli ultimi due mesi nel paese extra-europeo — si dice così adesso l’UK, post-Brexit?
Ha persino avuto da commentare sulla strage del Bataclan. E mi domando se Macron, a oggi, si lascerebbe spazzolare via la forfora dal bavero, oppure farebbe partire un destro alla volta del suo zigomo sinistro, tracciando una diagonale di pitagorica precisione, e spendendo il gorilla alpha al tappeto in zona omega.

Forse dovrei parlarvi di tutto questo. Ma preferisco attendere che il paese in cui vivo attui il piano per far capitolare l’innominabile, e nel frattempo dirvi di Jane Jacobs. Perché se siete un newyorkese, e amate New York, Jane Jacobs per voi è un monumento nazionale.

Jane era un’antropologa e attivista che si è battuta per tutta la vita (1916-2006) a favore di nuclei urbani a misura d’uomo, ponendo l’accento sul ruolo ricoperto dalla strada, dal quartiere, dell’eterogeneità degli edifici. Jane Jacobs è passata alla storia per essersi opposta a Robert Moses, progettista urbano newyorkese che aveva una visione diametralmente opposta alla sua: edifici o complessi urbani mono-funzionali, vita “indoor” e strade deserte, sviluppo selvaggio della rete autostradale.
Nel 1968 Moses è stato a un passo dall’ottenere il permesso per realizzare la Lower Manhattan Expressway, un’autostrada sopraelevata che avrebbe dovuto tagliare il cuore di Manhattan, collegando il lato ovest dell’Hudson, con il lato est dell’isola, proseguendo nel Queens.
Jane ha mobilitato le comunità, i cittadini, ha raccolto firme e ha bloccato il progetto.
Riuscite a immaginare cosa sarebbero, oggi, Chelsea, SoHo, il Greenwich Village e l’East Village trapassati da un’autostrada?
Da allora Jane Jacobs è considerata una paladina della città. Lo scorso anno la sua figura e la sua storia sono state raccontate in uno splendido documentario di Matt Tyrnauer, “Citizen Jane: Battle for the City”.

Ogni anno New York City e altre città del mondo e dell’Italia, fra cui — cito da Wikipedia — Cagliari, Catania, Milano, Napoli, Olbia, Perugia, Roma, San Benedetto Po, Trieste, Venaria Reale (Torino) e Viterbo, (ma dov’è l’innovativa Trentoville?!?) — le rendono omaggio il 4, il 5 e il 6 maggio, organizzando le Jane’s Walks, passeggiate libere, gratuite, organizzate localmente, durante le quali le persone si riuniscono per esplorare, parlare e celebrare i loro quartieri. Qui a NYC, attraverso la Municipal Arts Association, i tour si sviluppano in tutti i boroughs della città. Voi vi iscrivete e vi presentate. E la guida vi porta alla scoperta di quel determinato quartiere, dal punto di vista architettonico, storico, culturale, sociale. Ci sono più di 40 tour al giorno, è impossibile seguirli tutti. Ogni anno i newyorkesi recuperano quelli perduti l’anno precedente, così da farli tutti.
La cosa bella è che la 20-3ina di partecipanti sono tutti newyorkesi puri. Non un ombra di turista, scarpe comode e felpa allacciata in vita. E i partecipanti integrano le spiegazioni della guida con le loro conoscenze. E oh boy, se ne sanno i newyorkesi, sulla loro città! Per questo i tour riscuotono tanto successo.
Ieri mi sono dedicata al mio quartiere, l’Upper West Side, con due tour. Zona Columbia e zona più a sud, intorno alla 70esima. Oggi è toccato all’East VIllage.
Le cose imparate sono tante e ve le snocciolerò poco per volta. Per ora ve ne servo alcune relative al cine.

Sicuramente avrete sentito parlare tutti delle San Remo, le due torri che sorvegliano Central Park dall’alto della loro altitudine. Ebbene, l’appartamento in cima in cima, indovinate un po’ di chi era?
Di Demi Moore e Bruce Willis, e poi di Demi Moore quando Bruce Willis ha fatto le valigie. Demi a quel punto voleva vendere l’appartamento, perché cosa se ne faceva di tutte quelle stanze, tutto quel Central Park davanti agli occhi ogni giorno? Per un anno Demi è rimasta fissa su 75 milioni di dollari — va bene volersi sbarazzare di tutte quelle stanze e di tutto quel Centrla Park, ma rimetterci anche no.
Poi ha capito che i tempi non erano più quelli di un a volta. E ha abbassato la posta a 45. Venduto.
Un appartamento è di Bono — vuoi non avere un pied-à-terre nelle tappe newyorkesi?
Inquilini sono stati anche Steven Spielberg e Dustin Hoffman — che ha s-venduto il suo appartamento per 21 milioni di dollari.
Lì accanto, in un edifio rosa e bianco che sembra una bomboniera ma bella, non kitsch, sorge il Kenilworth. E lì ci abitano Meryll Streep, e la coppia scoppiata e riaccoppiata Katherine Z. Jones e Michael Douglas.
Ovviamente tutti questi nomi hanno anche casa a Los Angeles. New York è perché se hai tanti soldi, sei qualcuno e vuoi rimanere qualcuno, in qualsiasi campo tu operi, devi per forza avere anche casa a New York.

Del Dakota Building, l’edificio super lusso su Central Park West, saprete tutti che ha fatto da tragico sfondo all’uccisione di John Lennon. Ma forse non sapete che Madonna moriva dalla voglia di comprare un appartamento nel palazzo. Ebbene, il palazzo è una “co-op”, ovvero un immobile di proprietà di una “corporation”: se compri un’appartamento in una co-op, non compri l’appartamento, ma delle quote della coorporation, che ti consentono il sospirato “lease”, il contratto d’affitto. Cercate di capirmi bene perché Il 75% degli immobili a NYC sono co-op — compreso quello in cui sto, il Rockfall. Caratteristica delle co-op è il Board — per una volta io non c’entro — ovvero il comitato di palazzo, che stabilisce le regole del palazzo e soprattutto, vaglia le candidature dei possibili locatari. I Board sono molto selettivi e non permettono l’ingresso alla qualunque.
Il Dakota Building, che lo crediate o meno, è una co-op. E non c’è stato verso di far ammettere Madonna come inquilina. E nemmeno Cher, Melanie Griffith e Antonio Banderas, se è per quello. Pollice giù per loro.
Per Judy Garland, Lauren Bacall, e Leonard Bernstein, invece, il pollice ha guardato su.
Yoko Ono abita ancora lì. L’ultimo piano è tutto suo. Però ne affitta la metà.
Chissà se si appoggia ad Airbnb.

Questa settimana non stavo letteralmente più nella pelle. Dovevo assolutamente andare a vedere un film che attendo sin da quando è stato presentato al Sundance Film Festival. “Tully” di Jason Reitman — quello di “Juno”.
Cominciamo dal basso, anzi, dal grasso. Quello che la splendida gazzella sudafricana Charlize Theron ha dovuto metter su per interpretare il personaggio di Marlo. L’attrice ha preso 20 kg e ha raccontato di come puntava la sveglia alle 2 di notte, si svegliava, mangiava macaroni&cheese e tornava a letto. Poi ha impiegato un anno tondo a tornare come prima.
Io ve lo devo dire. Ci vuole del fegato — in senso fisico e figurato. Gli attori campano letterlamente sulla propria immagine. La ragazza mi ha corso un grossissimo rischio. E se non fosse riuscita a perdere i 20 kg? E se fosse rimasta addicted a macaroni&cheese? Ma Charlize ha raccolto la sfida. Un po’ come quando girò “Monster”, nel 2003, imbruttendosi e prendendo, anche lì, 20 kg.
Certo allora aveva 25 anni. Ora ne ha 44. Il metabolismo non è prorio lo stesso.
Aspetto fisico a parte, Charlize risulta sempre perfettamente in parte. Non una sbavatura, non un sopra-le-righe.
Il suo ruolo è quello di Marlo, moglie e madre di due, in imminente attesa del tre. Capiamo già dalle prime immagini che la vita domestica della famiglia è già sufficientemente incasinata: Jona, il secondo, è un bambino che la direttrice della sua scuola definisce “corky”, “esuberante”, che certo non vuol dire ritardato o handicappato o diverso, vuol dire solamente, trovategli un’altra scuola.
A una cena con la famiglia perfetta del fratello di Marlo, lui, il fratello le dice, guarda Marlo, capisco le vostre difficoltà, e con il terzo figlio in arrivo sarà ancora più complesso, voglio farvi un regalo. Vi pago una night nanny.
Ecche d’è, una night nanny, ci chiediamo noi del pubblico, insieme a Marlo?
Una night nanny è una tata che si materializza la sera, rimane di notte, si prende cura del neonato permettendovi di dormire, e la mattina se ne va.
Mary Poppins in notturna.
Marlo lì per lì risponde no way, è scettica.
Poi il terzo figlio arriva, e Marlo capisce che, con due figli di cui uno “esuberante”, una casa da mandare avanti, un marito sempre in viaggio di lavoro e quando a casa davanti alla playstation, forse un aiuto potrebbe accettarlo.
Ed ecco Tully… Venticinquenne, magra, spensierata, sognatrice, ottimista, con un sacco di voglia di vivere. “Sono qui per prendermi cura di te”, le dice, sulla porta.
Marlo non è molto abituata ad avere qualcuno che si prende cura di lei. E la sua vita cambia radicalmente. Tully, di notte, pulisce, riordina, cucina i cupcakes per i bambini, così Marlo, di giorno, è più serena, distesa, tranquilla. Hanno perfino un’idea per come distrarre il marito dalla Playstation — ma non ve lo racconto…
Stessi gusti, stesso sense of humour, stessa dimestichezza con i bambini, tra le due nasce una bella amicizia.

Insomma, tutto sembra filare per il verso giusto, fin quando, di punto in bianco, Tully le dice che deve andarsene.
Le due stanno trascorrendo una serata sole-donne in un bar di Brooklyn, e Tully le dice così. Marlo rimane pietrificata.
No, ma perché, no, non puoi andartene proprio adesso, non puoi lasciarmi così.
Tully è risoluta. Devo andarmene, non posso più rimanere.
Le due si rimettono in macchina per tornare a casa, Marlo alla guida. Ma è stanca, così stanca. Ha sonno, così sonno…

E alla fine arriva “Tully”, mi viene da dire. Finalmente arriva “Tully”. Un film che si assume la responsabilità di parlare di una famiglia vera, mettendo in questione l’idea stessa di maternità. Marlo passa tutto il film a mentire, a nascondere, a far vedere ciò che non è. L’immagine della madre perfetta, che si occupa di tutto, che riesce in tutto. Il tutto di madre che la società pretende che tu sia: cupcake, figli accuditi, casa immacolata, marito appagato — e tu vuota/morta dentro e fuori. Una società che non è pronta ad accogliere bambini che non rientrano nei parametri e che non è disposta ad accettare — accettare veramente — depressioni post-parto, come quella sofferta evidentemente da Marlo. Una società, anche, per la quale la maternità è sempre e comunque un dono del cielo, la massima benedizione a cui una donna possa aspirare. “Tully” ha il coraggio di dire che la maternità — durante la gravidanza e post — può anche essere un incubo. E che il desiderio di evasione di un soggetto sottoposto a uno stress simile può portare anche alla materializzazione di fantasie che possano allontanarla da una realtà troppo carica di aspettative. Tully è letteralmente questo. Alla fine scopriremo che è anche molto di più. E’ Marlo stessa, la Marlo venticinquenne, magra, spensierata, sognatrice, ottimista, con un sacco di voglia di vivere. E diventare madre significa anche, a un certo punto, lasciare andare il proprio sé venticinquenne, magro, spensierato, sognatore, ottimista, con un sacco di voglia di vivere.
Significa smettere di essere Tully e diventare Marlo. Ed essere in grado di dire la verità sui propri sentimenti, per quanto mostruosi possano essere.
La pressione a cui le madri sono sottoposte oggi non ha eguali nella storia. Una donna, oggi, deve essere tutto. Eccellere in tutto. Non si capisce come mai di questo, dell’ansia del fallimento materno, nessuno parli mai. Persino le donne stesse, faticano a tirare fuori le parole.
Serve più voce, meno timore.
Servono più “Tully”. Anzi, più Marlo.

In Italia il film arriverà a giugno. Spero che molti mariti, papà, morosi, uomini in generale vadano a vederlo.

E anche per stasera è tutto, my beloved Fellows. Frunyc III aggiornato di rigore. E per saperne di più su Ruggero Savinio al CIMA… 😉
Ringraziamenti sempre tanti e saluti, stasera, mensilmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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LET’S MOVIE 368 da NYC commenta “MRS HYDE” di Serge Bozon

LET’S MOVIE 368 da NYC commenta “MRS HYDE” di Serge Bozon

Metaphysical Moviers,

Se voi nominate a un americano cosa sia la pittura metafisica vi guarda come se gli aveste detto che il sugo “alla bolognese” in Italia non esiste ma è pura invenzione USA. Ovviamente qui siamo a NYC, e i newyorkesi non sono americani del Nord Dakota. I newyorkesi hanno una qualche cognizione del metafisico. Forse anche solo per i quadri di de Chirico al MoMA. O forse si ricordano John Donne e la metaphysical poetry del ‘600 inglese, dove le emozioni erano incise con il bisturi della ragione? Mmm, forse no… Forse li sopravvaluto un po’.
Da quando abito a New York, sono invasa dal metafisico da capo a piedi.

La Treccani spiega che metafisico si riferisce a ciò che è o si considera “primo, supremo, universale, assoluto, necessario, eterno, infinito”, oltre che “soprannaturale, soprasensibile, metempirico, trascendente”.
Credo che il Signor Treccani avesse in testa New York City quando infilò questa stringa di aggettivi.
Prima, suprema, universale, assoluta, necessaria, eterna, infinita, soprannaturale, soprasensibile, metempirica, trascendente.
In una parola, New York City.

C’era bisogno che qualcuno spiegasse alla nostra cara bifolca americanità che l’arte italiana non è solo CaravaggIo e Michelangilou, ma anche tanto altro. Questo, lo si sta facendo, qui, e credo sia la sfida dei nuovi italiani che si trasferiscono. Smantellare qualche luogo comune — almeno qualcuno — e costruire una nuova italianità più vicina al reale, e che tratti italo-americanità e italianità come due esperienze completamente diverse.

E allora in classe mi sgolo a spiegare che mettere le polpette negli spaghetti in Italia è considerato al pari di un’infrazione del codice penale, e queste tabule rase biotte di vita all’estero mi guardano come se io, dicendo così, stessi infrangendo il loro codice penale. Cerco di far capire che l’italo-americanità NON è l’italianità, e questo non implica un giudizio di valore nei confronti dell’italo-americanità. Cerco anche, nel mio piccolo, di farli uscire dalla loro americanità.

Volete un esempio di americanità?
Nella lezione sui colori mostro alcuni quadratini di tinte diverse, e cerco di farmi dire il nome del colore in italiano. Un quadratino è beige scuro.
Kevin, ke vin ce il premio Spericolatezza 2018 perché si butta sempre, qualsiasi domanda io faccia — schiantandosi regolarmente ogni volta, ma con qual audacia, commenterebbe Jacopo Ortis— se ne esce con “lattI”.
“LattI” sta per “latte”.
Spero che questo non sia il colore di quello che tieni in frigo stella mia, ho pensato all’istante, pensando a colonie di escherichia coli nel suo splendido intestino gay.
“Is milk this color?”, gli richiedo, con quell’ironia didattica in cui amo indulgere.
“No, not milk… latte”, ribadisce.
Attimo di buio e poi l’illuminazione.
“Ahhhh you mean ‘Starbucks latte’”, faccio io, con un enfasi da Teatro Massimo.
E lui, lo spericolato Kevin s’illumina d’immenso con me.
“Sìììììì! And that latte is not milk! It is milk with coffee… Dark beige”.

Ecco quindi spiegato il misunderstanding. L’elemento di riferimento nella testa di Kevin era il caffellatte di Starbucks, che qui chiamano “latte”, ma che certo non è il nostro “latte” bianco.
Quindi vedete, l’americanità passa molto spesso attraverso la manipolazione. In questo caso cromatica.
Compito nostro è raddrizzare queste storture, riempire i buchi. Almeno nel piccolo.
Quel latte e il latte sono due cose diverse.

C’è un posto, al 421 di Broome Street, nel cuore di SoHo, che fa questo con l’arte.
E’ il Center for Italian Modern Art, per gli amici, CIMA. Un posto che è la quintessenza dell’italianità bella, quella non cialtrona, vistosa, terrazze-romane e Magnum.
Innanzitutto è un luogo sacro.
Al quarto piano del 421 di Broome Street visse e prematuramente, ingiustamente, morì una delle ultime leggende del cinema contemporaneo. Heath Ledger. Ebbene sì, quello, fu il suo appartamento. Ogni volta che varco la soglia dell’ingresso, penso sempre a lui. Poi il pensiero svanisce. Ma prima corre sempre da lui.
Il CIMA non è né un museo, né una galleria. Ma è un po’ una loro sintesi hegeliana che risulta anche in un centro di ricerca. Lo scopo è quello di portare in America l’arte italiana del ‘900. Morandi, Depero, Paolini, per dirne alcuni passati in mostra. Lo spazio è il sogno di ogni event-planner in qualsiasi latitudine. Una grandissima sala, legno chiaro per terra, pareti bianchissime che accolgono capolavori da capogiro. Un divano che potrebbe averlo firmato Le Corbusier in persona. Accanto, una cucina firmata Giò Ponti.
“An intimate gallery that feels like a home”, è come lo descrive, sul sito, Laura Mattioli, la Presidentessa.
Lei non è una Laura qualsiasi.
Mai sentito parlare di Gianni Mattioli, il collezionista del secolo scorso? Acquista oggi e acquista domani, Gianni, negli anni ‘40 e ‘50, a Milano, mette insieme una collezione spaventosa. E i Mattioli non se la tenevano per sé. Erano usi aprire casa e condividere cotanto bendiddio con il mondo.

Il CIMA fa un po’ quello, ma a New York City, con tanto di Fellows, convegni, talks, mostre. In questo momento in mostra ci sono dei tesori unici di Alberto Savinio, il pittore, scrittore, compositore, fratello di Giorgio de Chirico.
Ve la faccio tanto lunga perché il CIMA rappresenta un posto speciale per me. 🙂 Ci collaboro da settembre. Faccio da interprete quando c’è qualche ospite dall’Italia, e quando capita, da performer. Ovvero leggo-interpreto dei brani in italiano quando serve leggere-interpretare dei brani. E sì, fate bene a metter su quell’aria perplessa: io, tecnicamente, non sono né interprete né performer. Voi mi conoscete come Board e un po’ di altre cose — teacher, poeta, testadura, sopra ogni cosa runner. Non come interprete e performer.
Ma vedete, NYC tira fuori e rende manifesto tutto quello che di latente e ctonio c’è in voi 🙂
Mercoledì 25 aprile è stata una giornata da festa nazionale non tanto per la Liberazione, quanto perché l’ospite seduto sul divano lecorbusiano era Ruggero Savinio, figlio di Alberto.
Accanto a lui, sul divano, insieme all’intervistatrice, io. Che lo traducevo.

Insieme alla gioia e all’onore e all’incredulità, tutte tre in dosi assai massicce, la strizza feroce. Tradurre ciò che dicono questi ospiti del CIMA non è esattamente come tradurre le istruzioni per arrivare da Largo Augusto a Parco della Vittoria.
Ma strizza a parte, essere lì, con un signore dal sapere profondo, dalla classe innata, che chiamava Savinio “papà” e de Chirico “zio”, e aiutarlo, nel mio piccolissimo, a farlo conoscere alla newyorkesità, mi ha ha fatto sentire terribilmente utile. You know, il sentimento contro cui alcuni animi dall’indole inquieta e dalle scarpe alte si ritrovano talvolta a combattere è quello dell’inutilità. Provare il suo contrario, per loro, è come per un agnostico provare l’esistenza di Dio.

Per questo, anche, il 25 aprile 2018 occuperà una cartella speciale nell’archivio della mia memoria. E anche perché ho avuto la riprova che il cervello umano è una macchina meravigliosa che nessun processore Intel, nessuna Ram o CPU — ho finito i termini nerd — potrà mai eguagliare, figurarsi superare. A fine talk a Ruggero salta in mente di far riferimento a “un libro di incisioni” che il padre e lo zio usavano come fonte d’ispirazione.
Alla parola “incisione”, trasalimento del mio cervello, che immediatamente mi chiede: come cavolo lo traduci “incisioni”?

Poi, il nano secondo successivo, affidandosi a chissà quale combinazione di neuroni + protoni + elettroni + survival, il cervello supera la vertigine da vuoto galattico intorno alla parola, e risolve il problema da sé, andando a ripescare il termine nel cassetto “terza liceo”, anno in cui ho studiato il sommo poeta William Blake, che oltre a essere un sommo poeta, era anche un provetto incisore.
Ripesco “etchings” da lì. Dalla terza liceo.
Come il cervello possa, in così poco tempo, con così tanta pressure, con così molto altro da gestire, non è dato sapere.
Nemmeno cosa avrei detto se non avessi ripescato “etchings” è dato sapere… Ed è bene così 🙂

Questa settimana sono stata al Metrograph, in Ludlow Street, LES (Lower East Side), a vedere “Mrs Hyde” di Serge Bozon.

Presentato in concorso al Festival di Locarno 2017, il film è una rilettura del tema del doppio contrario di Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde, di Louis Robert Stevenson.

In realtà del classico gotico della letteratura inglese non ha molto, se non la traslitterazione francofona del nome della protagonista, Madame Gékil, e il tema di fondo: una natura mite e alquanto sottomessa entra in contatto con un agente esterno che la trasformerà nel suo opposto. Nel caso del romanzo era una pozione, nel caso del film di Bozon, un fulmine che folgorerà la professoressa Gékil e la trasformeà in Mrs Hyde.

All’inizio del film, la prof è l’archetipo dell’insegnante che cerca di farsi rispettare, invano, in un istituto tecnico. Le prova tutte, ce la mette tutta. Ma gli studenti, ragazzi da banlieu, non ne vogliono sapere. Sono sbroffoni, volgari, irriverenti, oppure secchionissimi e ancora più insopportabili — come la coppia di biondine sedute al primo banco, le insopportabili del primo banco.

Tra loro però c’è anche un ragazzo “segnato dalla nascita”, con una disabilità alle gambe che lo costringe e muoversi con un deambulatore. Inizialmente Malik mostra dell’astio nei confronti di Madame Gékil, ma dopo un po’, capisce che la prof non vuole far altro che insegnargli a riflettere e a capire che lo scopo della scuola non è tanto mandare formule a memoria. Ma porsi domande, imparare a pensare.

In questa prima fase, la prof Gékil appare come un’eccentrica, terribilmente ambigua. Qualcuno potrebbe mettere in discussione la sua sanità — qualche rotella fuori posto pare avercela da subito. Ma è dopo la folgorazione che la signora Gékil cambia. Visivamente noi spettatori ce ne accorgiamo dalla luminescenza arancione che la circonfonde e da barbagli incandescenti che le scorrono sottopelle. I personaggi, come il marito, la vicina di casa e gli altri, se ne accorgono più che altro attraverso degli effetti che causa. L’incenerimento di panchine e cani al suo passaggio, per esempio…

Centrale al film è il progetto che la prof decide di sviluppare con la classe: realizzare una gabbia di Faraday: una rete di protezione contro qualsiasi campo magnetico. Se sei all’interno della gabbia, sei protetto, l’energia elettrica non ti tocca, non corri il rischio di rimanere incenerito. Fair enough, ma sei pur sempre in gabbia.

Se ci pensate, è una gran bella allegoria in forma di fisica elettromagnetica, la gabbia di Faraday, che si apre a molteplici interpretazioni, così come, del resto, il personaggio della prof Gékil. Una volta trasformata in Mrs Hyde, la donna migliora la sua esistenza: ha finalmente soddisfazioni sul lavoro, addirittura una promozione dal temuto ispettore scolastico che in passato l’ha sempre umiliata; riesce a farsi rispettare, a intessere un dialogo con i suoi studenti disagiati. Ma tutto questo finisce per rivoltarlesi contro, come una specie di contro-reazione della vita, o di se stessa: è come se la prof Gékil si distruggesse con le sue mani, abusando del potere che le è stato concesso, e macchiandosi le mani di un delitto — o due…

“Mrs Hyde” è un film spazziante. Parte con una verve ironica molto spiccata, poi vira nel fantascientifico e infine sfocia nel drammatico. C’è una forte componente kaurismakiana: i personaggi sembrano quasi fare i personaggi, in cui le emozioni non vengono espresse ma rimangono dietro la faccia(ta) del personaggio. Il direttore tronfio e ridicolissimo — e spassosissimo nella sua vacuità — con le sue polo in coordinato con le cravatte — la cravatta sopra la polo! Il marito iper premuroso, la vicina ficcanaso, gli studenti indisciplinati. E poi lei, la prof Gékil, interpretata dalla monumentale Isabelle Huppert che mantiene l’ineffabilità fino alla fine — tratto che le riesce sempre molto bene, devo dire (recuperatevi un po’ “La pianista” di Haneke, brrr…).
Un modo molto sui generis per rappresentare il rapporto alunno-insegnante, ma anche una maniera molto apprrezzatamente europea di soffermarsi sulla questione delle banlieu multietniche in cui gli studenti sono studenti di serie B. Esilaranti i commenti all’odor di razzismo bofonchiati dal direttore, che nel pubblico high-brow del Metrograph hanno scatenato risate isteriche/esorcizzanti più che divertite — NYC culla della correttezza politica persino al cinema, ricordiamolo.

Forse il film è già passato in Italia, non so. Se dovesse ancora passare e decideste di vederlo, preparatevi ad affrontarlo con un atteggiamento aperto all’assurdo, all’inverosimile, allo stralunato — letteralmente.

Prima di salutarvi volevo fare il mio imboccallupo al Trento Film Festival, e alla nostra Anarco-Zumi che tanto si s-batte, insieme al Fellow Fant(asmagorique), per la riuscita della kermesse. Quest’anno il paese ospitato è il Giappone.
Fate i bravi Satomi e seguitelo con grande Ajuara… 🙂

Anche oggi siamo arrivati alla fine. Frunyc III aggiornato sempre lì, ringraziamenti a pioggia e saluti, ontologicamente cinematografici.

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