Posts Tagged "drammatico"

Let’s Movie 429 da NYC commenta “Never Rarely Sometimes Always” di Eliza Hittman

Let’s Movie 429 da NYC commenta “Never Rarely Sometimes Always” di Eliza Hittman

Mountsinai Moviers,

che si pronuncia Mauntsainai, è un grosso complesso ospedaliero che si trova tre isolati dietro casa mia, sulla 113esima e Amsterdam Avenue. Ha altre sedi sparse per Manhattan, e le sirene delle sue ambulanze con il logo stilizzato di una montagna rosazzurra spaccano i timpani ai cittadini sin dal 2013.

Ieri pomeriggio scendo di casa, e ai quattro angoli della mia strada, dove la Broadway incrocia la 111esima, scorgo quattro persone armate di borse Mount Sinai che distribuiscono qualcosa in piccoli pacchetti azzurri. Nel breve tratto che percorro per raggiungere la giovane donna con la sporta celeste in mano, faccio delle ipotesi che dalle vette dell’utopico scendono al pianoterra del realistico: un tampone to-go per le elite dell’Upper West Side!
Una mascherina pret-à-porter per i fortunati dell’Upper West Side!

Quando mi avvicino, la giovane donna, mi sorride e mi porge una piccola confezione azzurra.
“Ne puoi prendere ancora dai miei colleghi di là dalla strada, se vuoi”, mi dice il suo sorriso.
Sopra l’azzurro del pacchettino, galleggia il marchio Mount Sinai, e la scritta Morningside, che è il nome del quartiere in cui si trova l’ospedale.
La consistenza del pacchettino mi conferma che dalle vette dell’utopico e dal pianterreno del realistico, sto precipitando nei bassifondi della prevenzione USA.
Per combattere il Coronavirus, fazzoletti di carta per tutti!

C’è da dire che mi trovo in un paese in cui i fazzoletti di carta in pacchetto NON esistono. Se volete vi portate appresso la scatola dei kleenex che nei film usano i raffreddati e le donne che combattono le pene d’amore. Oppure vi arrangiate con i fogli di carta assorbente che trovate nei bagni per asciugarvi le mani. Se nei bagni trovate l’asciugamani ad aria, la cartaigienica è la vostra ultima spiaggia.
Quindi mi rendo perfettamente conto che vedersi regalare questo nuovo ritrovato sanitario portatile possa passare, agli occhi dei cittadini, come una prova inoppugnabile che il paese e la città si stanno muovendo per contrastare quest’epidemia. Non solo l’Europa, quindi, ma anche New York sta attuando misure cautelative. Tiriamo un sospiro di sollievo. We are being taken care of.

Rigirandomi il pacchettino in mano, ho realizzato quanto pericoloso fosse il messaggio che mandava. State tranquilli, stiamo pensando a voi.
Gli americani, popolo di bambinoni, ci credono. Credono a queste idiozie. È il paese che ha inventato il marketing, che crede nel suo potere come forza succhia-soldi, ma anche, come veicolo di verità. Quindi pensano, se questi mi regalano dei fazzoletti, siamo a posto. Rimaniamo tranquilli.
È lo stesso principio alla base delle carte di credito che promettono trattamenti fiscali da Cayman, delle megaofferte o megaprestiti a tasso zero, e tutte le altre fregature travestite da grossi affari in cui gli americani si lasciano incastrare.
Ieri, con il pacchetto di fazzoletti in mano targato Mount Sinai, mi è rovinato addosso, con tutto il suo peso morto, lo stato d’impreparazione di questo paese nei confronti di quello che sta succedendo.

Ora, c’è da dire, che alcune misure sono state prese. Mercoledì Broadway, e Off-Broadway, hanno spento le luci, tirato i sipari. Broadway aveva continuato a menar sederi e far sognare anche il 12 settembre dopo l’11 settembre. L’effetto domino non è tardato a manifestarsi. MET Opera, MET Museum, MoMA, Lincoln Center, Whitney Museum, Guggenheim, quasi tutte le sale cinematografiche, hanno chiuso con effetto immediato e fino al 30 marzo. Eventi saltati in tutte le principali sedi della città. E naturalmente il Madison Square Garden e il Barclays Center.
Queste sono tutte misure che, uniti ai fazzoletti di carta distribuiti gratuitamente (!), hanno dato un segnale chiaro ai newyorkesi.

Allora ho pensato, vedrai che il numero di persone in giro per la città diminuirà, i newyorkesi capiranno l’antifona. In più avranno letto quello che sta succedendo in Italia — le notizie sull’Italia hanno sempre trovato molto spazio sui giornali americani, questo va detto. E non solo in Italia, perché da qualche giorno a questa parte, dopo la dichiarazione di pandemia da parte dell’OMS, le cose sono precipitate anche in tanti altri stati, Gran Bretagna inclusa, nonostante quella cima del suo Primo Ministro e le cavolate che gli sono spuntate dalla bocca un paio di giorni fa. Quindi mi sono detta, vedrai che i newyorkesi, gente ligia, malata d’informazione e interessata al bene pubblico molto più dell’americano medio di Tulsa, recepiranno il messaggio e sfrutteranno gli insegnamenti che l’Italia ha imparato a caro prezzo.
Un granchio così grande credo di non averlo mai preso nella storia della mia vita.

Venerdì sera, una sera particolarmente tiepida d’inizio primavera, rientrando a casa, ho notato che tutti i tavolini fuori di tutti i locali erano stipati di persone. E anche i locali stessi. Ieri pomeriggio, un sabato soleggiato e azzurro, con il mio prezioso pacchettino salvavita in borsa, le strade erano piene di gente in cerca di aria fresca, di primavera, di hang-out. Le metro sono un tantino meno affollate. Vedi qualche paio di guanti in lattice in più, qualche pezzo di scottex fra i palmi e i pali che afferri per reggerti nei vagoni, qualche mascherina in più —comunque pochissime in tutto— ma tutto procede bene o male come sempre. Esattamente come in Italia prima dello shutdown.

Mi rendo conto di non poter voltare milioni di coppie di occhi newyorkesi verso l’Italia e ordinare, guardate. Millequattrocento morti. Diciottomila contagi. Allora provo nel mio piccolo, con le persone che conosco. Racconto la piega repentina che ha preso la situazione in Italia, dico, ero scettica anch’io, volevo credere che si sarebbe risolto tutto a breve, che non avrebbe assunto proporzioni di questo tipo, perché nessuno vuole predire le sventure, nessuno vuole vedere il nero dentro il grigio.
Le persone mi guardano, e lo vedo benissimo —lo leggo come una pagina stampata— dentro di sé pensano, poverina, sta patendo per il suo paese, ma tanto qui è diverso, qui non capita.
Io guardo loro e penso, poveretti.
Penso, poveri noi.

È vero. Sto patendo per l’Italia. Mi trovo in questa situazione bipolare per cui ho un paese sotto i piedi e intorno, e un altro paese nella testa, che duole. La dualità, di fatto, è sempre esistita sin da quando sono qui, ve l’ho detto tante volte. Quando vivi all’estero sei sempre scisso. Solo che prima, l’Italia continuava a essere l’Italia di sempre. Con i suoi problemi, le sue ridicolerie, i suoi limiti. Ora l’Italia rantola. E questo suo stato, visto e sentito da lontano, è molto penoso. Mi dà una pena che non avrei mai pensato di poter provare. Il virus ha aperto in me questa nuova vena di sentire. Per il momento fa male. Ma arriverà il momento in cui potrò sondarla con un occhio più lucido.
Ora però fa male.

Attorno a me ho un paese che cura un virus subdolo come questo con i fazzoletti di carta. Fortunatamente le università si sono mosse veloci. Da mercoledì insegno online per l’NYU. L’FIT, che fa parte della rete dei college SUNY (State of New York), segue le direttive impartite dal Governatore Cuomo: la settimana prossima, lezioni cancellate per tutti, preparazione dei docenti per il teaching from remote, e da lunedì 23, lezioni online fino alla fine del semestre.
Di poche ore fa anche la tanto attesa chiusura di tutte le scuole pubbliche.

L’insegnamento da remoto è un gran sistema per aggirare il problema della presenza. All’NYU ci affidiamo a Zoom, una specie di Skype, molto più avanzato, in cui vedo gli studenti, gli studenti si vedono tra loro, sento gli studenti, e gli studenti si sentono tra loro. Come stare in classe, ma da casa. Puoi condividere lo schermo —quindi ppt, videoclip, documenti, film, ecc. — e anche una lavagna virtuale. C’è persino l’opzione di creare dei gruppetti che possono lavorare in autonomia, e che tu, come “host”, puoi visitare per vedere come se la cavano. In più puoi registrare la lezione, e gli studenti poi possono ascoltarsela quando e quanto vogliono.
Meglio di così?

Però c’è un però. L’insegnamento online richiede uno sforzo diverso. Sono sempre all’erta. La riuscita della lezione dipende moltissimo dall’audio, dai rumori. Anche se chiudo porte e finestre, e le faccio chiudere agli studenti, siamo sempre in balia del martello pneumatico, del camion, della sirena, di qualsiasi evento acustico di turno che possa frapporsi tra me e loro. Ogni volta che sento l’audio di uno studente gracchiare, rimango con il fiato sospeso finché non si stabilizza.
All’NYU le lezioni durano solo un’ora e un quarto. Mi chiedo come sarà la mia lezione di advanced conversation all’FIT, che di ore, ne dura quattro.

A ogni modo, ho avuto la riprova che gli italiani — anche quelli all’estero — hanno questo senso innato di gestire le situazioni di emergenza.
Il Presidente dell’NYU ci ha scritto lunedì sera e ci ha detto, di punto in bianco, da mercoledì insegnate online. Ventiquattr’ore di tempo hanno mandato nel panico centinaia di professori.
Noi dodici del Dipartimento di Italiano, ci siamo arrangiati, scambiati consigli, aiutati a vicenda in tempo zero, e tutto questo in maniera spontanea. Stando alla Dean di Liberal Arts — la capo dei capi — eravamo in assoluto quelli messi meglio.
E guardate un po’ la lingua, magistra vitae. In inglese, il verbo “arrangiarsi”, non esiste nemmeno. Potete usare un vago “get by”, ma non si avvicina minimamente alla complessità semantica del nostro ricchissimo riflessivo.

Gli americani sono delle macchine ad attuare un plan-in-place. Gli italiani, in qualche modo, riescono a orientarsi nello spazio buio del prima e del senza piano d’azione. È un istinto. O ce l’hai, o non ce l’hai. Noi, per qualche motivo che non so spiegare, ma che attribuisco alla storia, all’estro, alla furbizia e al cu*o, ce l’abbiamo.

Per quello che presumo essere il mio ultimo film in sala per i prossimi tempi, sono andata all’Angelika Film Center, una della pochissime sale aperte, che ha dimezzato le presenze in teatro del 50%. Per ulteriore precauzione, sono andata allo spettacolo delle 2 pm. In sala eravamo quattro persone, sedute agli antipodi.

Premiato alla Berlinale con il Premio della Giuria, e al Sundance, “Never Rarely Sometimes Always” di Eliza Hittman, racconta di Autumn, una diciassettene della Pennsylvania — profonda, rurale Pennsylvania — e della sua gravidanza indesiderata. Autumn è un’adolescente come tante. Va a scuola, lavora part-time in un supermercato, le piace cantare. Scopre di essere incinta alla diciottesima settimana e deve trovare il modo di abortire. Insieme alla molto perspicace cugina coetanea Skylar, che capisce tutto senza bisogno di parole, le due affrontano un viaggio per New York City, dove l’aborto è legale per tutte, anche le minorenni. In Pennsylvania avete bisogno del consenso dei genitori, genitori che Autumn non vuole assolutamente interpellare, con una madre poco presente e un padre che non ci piace nemmeno nel modo in cui accarezza il cane.

Allora partono per la City, questi due pulcini travestiti da giovani donne. E questo viaggio ha tutte le difficoltà che incontra Pinocchio quando attraversa il Paese dei Balocchi, con la differenza che nella New York del film, i gatti e le volpi sono più o meno tutti molestatori pronti ad approfittarsi delle due ragazze, soprattutto Skylar — biondina, occhi azzurri, faccia d’angelo dietro mascara nero.

La forza di questo film potente, scarno e durissimo parte già dal titolo. I quattro avverbi “mai, raramente, a volte, sempre”, sono quelli che si trovano sul questionario a cui ogni ragazza decisa ad abortire deve rispondere per riportare un’eventuale violenza subita.
Una delle scene più forti del film, e che rivela la grande bravura dell’attrice eseordiente Sidney Flanigan, è proprio il momento in cui, durante la visita nella clinica di Manhattan, la dottoressa le chiede alcune domande, pregandola di rispondere con uno degli avverbi. Domande che sono mazzate, per Autumn, ma anche per le spettatore, che, grazie alla macchina da presa puntata fissa sul volto della ragazza, si immedesima completamente, senza vie di fuga, con lei.
“Hai mai subito un rapporto contro il tuo volore? Rispondi. Mai, raramente, a volte, sempre.”
Pensate di avere diciassette anni, di essere incinta di tre mesi, di dover affrontare un aborto di lì a poche ore. Di essere in una città sconosciuta e inospitale. Di non avere soldi.
Pensate di dover rispondere, prendendo consapevolezza, con quell’avverbio, che sì, avete subito un rapporto contro il vostro consenso — prima lo negavate fino alla morte.

Di film sull’aborto, ne sono stati fatti tanti. Ma non ne avevo mai visto uno così asciutto, senza incursioni di alcuna sorta nel melodramma, senza lacrime, senza sporcature sentimentali, che sono comunque sempre tollerate perché l’argomento è oggettivamente di grande impatto emotivo.

“Never Rarely Sometimes Always” è, anche, un ritratto impietoso di un’America figlia di Trump, in cui le isole felici dove i vostri diritti sono tutelati, assumono comunque i contorni minacciosi di una New York, mai così meschina come in questo film. Autumn e Skylar, senza un becco di un quattrino si trascinano tra il Port Authority Bus Terminal —la stazione delle corriere sulla 34esima, che si presta benissimo, è uno dei posti più squallidi di tutta Manhattan— e sale giochi in zona Times Square, dove cercano di ingannare il tempo nell’attesa che il mattino dell’intervento arrivi.
Skylar dovrà anche sacrificare i suoi baci con un mezzo sconosciuto per racimolare i soldi per tornare in Pennsylvania. La legge del do ut des, imparata per aiutare la cugina, le “permette” di stare al passo con Autumn sul sentiero che le porta a essere donna.
Ogni film è sempre un viaggio. Ma questo lo è davvero, doppiamente. Un’andata-e-ritorno a New York, e un’andata-senza-ritorno nel mondo adulto, in cui le due acquisiscono quella consapevolezza che il vissuto ti riserva, ma il cui prezzo —la perdita dell’innocenza— non ammette sconti.

L’unico difetto che riscontro nel film è l’eccesso di molestie. Il datore di lavoro al supermercato, il ragazzo incontrato sulla corriera, il pervertito nella metro, il padre che ha del viscido. Ecco, forse troppo. Il film avrebbe potuto benissimo farne a meno, o tenerne uno o due.
L’eccesso annulla l’effetto.

Ecco Moviers, sono arrivata alla fine.
Immagino che non avrò accesso al cine in sala nelle prossime settimane. Ma sto confabulando per voi… Stay tuned.
Per il momento, cercate di star forti, tenete la mente lucida. La splendida iniziativa delle canzoni dal bancone alle 6 pm, mi ha fatto piangere di speranza. Continuate così!

Per ora grazie mille, e mille saluti, stasera, nosocomicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board 
 

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

Let’s Movie 427 da NYC commenta “GREED” di Michael Winterbottom

Let’s Movie 427 da NYC commenta “GREED” di Michael Winterbottom

Fendi, Fellows,

ha creato una mascherina marchiandiola con il brand.
Costa 190 euro.
Affrontare la pandemia con classe ha il suo prezzo.

Assisto a quello che sta accadendo con occhi disincantati e increduli. Ma per impedire al disincanto e all’incredulità di prendere il sopravvento, ho fatto il giro sul sito del Ministero della Salute per capire un po’ di cosa stiamo per morire tutti. Ho scelto il Ministero perché, più autorevole di così?

Come altre malattie respiratorie, l’infezione da nuovo coronavirus può causare sintomi lievi come raffreddore, mal di gola, tosse e febbre, oppure sintomi più severi quali polmonite e difficoltà respiratorie. Raramente può essere fatale.
Generalmente i sintomi sono lievi ed a inizio lento. Alcune persone si infettano ma non sviluppano sintomi né malessere.
La maggior parte delle persone (circa l’80%) guarisce dalla malattia senza bisogno di cure speciali. Circa 1 persona su 6 con COVID-19 si ammala gravemente e sviluppa difficoltà respiratorie.
Le persone più suscettibili alle forme gravi sono gli anziani e quelle con malattie pre-esistenti, quali diabete e malattie cardiache.
Al momento il tasso di mortalità è di circa il 2%. (Fonte OMS)


Il tasso di mortalità per cancro è del 29%, per farvi un paragone.

Così come non voglio rientrare nei 60 milioni di italiani che durante il Mondiali di calcio si trasformano in allenatori, non voglio rientrare nei 60 milioni di italiani che durante l’isteria coronavirus si trasformano in virologhi. Mi baso sui numeri, i fatti. E quelli che trovo in fonti istituzionali come quella riportata sopra — qui c’è pure l’AGI, se volete favorire — non mi dipingono l’apocalisse che invece moltissimi altri contesti dipingono, e non solo in Italia.

Non ho accesso a Barbara D’Urso e Federica Panicucci, Domeniche in, e tutti quei contenitori di trash travestito di paillettes che si sono messi a fare politica, giustizia, educazione sanitaria, virologia. Nell’era in cui il mezzo ci permette di dire tutto ciò che vogliamo, ci sentiamo tutti in diritto di dire tutto ciò che vogliamo. Tutti allenatori, tutti dottori. Con la differenza che prima, quel tutto, rimaneva chiuso dentro le porte dei Bar Sport, o delle cucine di casa. Oggi, è online nel giro di un click, di un tap.
Questo è il grande cataclisma che i social media del terzo millennio hanno generato.

Non starò qui a criticare le decisioni di chiudere scuole, cinema, teatri. Decisioni che hanno coinvolto anche l’NYU, pensate. L’NYU vanta sedi in tutto il mondo, da Abu Dhabi a Shanghai, da Tel Aviv a Firenze, dove la sede sta nella ambitissima Villa La Pietra. Ebbene, cinque giorni fa, gli studenti americani che studiavano lì, sono stati fatti reimpatriare, a metà semestre, Villa La Pietra, chiusa. Decisione mai successa nella storia.

Una volta si chiamavano “la cinese”, “la spagnola”, “l’australiana”. Ed erano influenze. Si cercava di farci sopra anche dell’umorismo. “E’ a letto con la cinese”, si diceva di un collega malato. E giù a ridere un riso da gonzi.
Oggi si usa il termine ufficiale, “il coronavirus”. Così come qualche anno fa si era gridato alla SARS.
L’ufficialità fa più paura, si sa.

Tutta questa psicosi mi fa guardare un po’ a che tipo di umanità siamo. Serve un virus che negli anni ‘90 sarebbe stato trattato come una normale influenza, per ricordarci che noi vivi, guess what?, muoriamo.
Ma guarda te, nella vita, si muore.
Certo, ci sfondiamo di saccarosio — le malattie cardiocircolatorie e il diabete, di cui lo zucchero è la causa prima, uccidono 35 milioni di persone all’anno; fumiamo come le ciminiere — e ci inventiamo pure il vaping, che è persino più cancerogino dello smoking, geni che siamo — abbiamo rapporti non protetti — nell’80,7% dei casi, l’HIV si contrae ancora così — calchiamo sugli acceleratori delle nostre belle macchine, magari whatsappando al volante — 9 italiani al giorno muoiono sulle strade — e ce ne sbattiamo, ce ne sbattiamo come se fossimo delle divinità, degli esseri soprannaturali.
Ci sentiamo immortali, dei gran fighi. Tanto a noi non tocca, giusto?

Poi arriva il coronavirus, e cambia tutto: oddio, allora muoriamo anche noi. Allora non siamo immortali. E diventiamo l’opposto. Iniziamo a passare le giornate strofinandoci litri di Amuchina sulle mani, compriamo scorte di mascherine usa e getta — che fine hanno fatto gli ambientalisti in tutto ciò? — non usciamo smascherati nemmeno per ritirare la posta. Cominciamo a guardare in cagnesco tutti quelli che starnutiscono, o che si lasciano sfuggire un colpo di tosse: eccoli, gli untori, eccoli, è per gente così che siamo nella situazione in cui siamo, se poi sono cinesi, dovrebbe scattare l’esplusione dal paese.
Che triste spettacolo, questa umanità.

Immagino le risate che, in questo momento, una popolazione aliena, o anche solo gli dei dell’Olimpo, si stiano facendo guardandoci in questo panico istituzionalizzato e pressoché mondiale.
Le teste verdi scrollate, i triclini scossi dalle risa.
Ma anche fosse la peste del nuovo millennio — che non è — questi umani, si chiederanno gli alieni e gli dei, preferiscono passare gli ultimi momenti delle loro vite rinchiusi ciascuno nella propria casa, a telelavorare? Ad avere paura di tutto?

L’alieno o il dio, ci vedono giusto.
E’ ovvio che qui sia la paura, a dilagare, più che un virus. La paura che tutto questo possa avere fine da un momento all’altro. Poco importa che stiamo distruggendo il pianeta in ogni modo possibile — non serve alcuna Greta a ricordarcelo. Poco importa che ci devastiamo di droghe, alcol, donuts, e tutte le dipendenze nocive che si possono elencare.
No, a metà febbraio del 2020 abbiamo scoperto che si muore. E la morte fa una paura del diavolo. 2000 anni di civiltà e non abbiamo fatto un solo passo avanti in questo senso.
Certo, potreste dirmi, ma uno non vuole morire nel pieno della vita, e di coronavirus!
Ah invece i soldati diciottenni che sono morti sul Carso tra il ’15 e il ‘18, combattendo una guerra che i francesi ribattezzarono giustamente drôle, che vuol dire farsa? Volevano morire, quelli? E quelli a Coventry nel ’40? Nelle Torri Gemelle nel 2001?
Nessuno vuole morire. Ma c’è modo e modo di affrontare l’idea della morte. E guardate, tutti dobbiamo affrontarla. L’idea, intendo.
La psicosi scoppiata a causa del coronavirus ci mostra che nascondiamo la testa sotto la sabbia di cinema e teatri chiusi, gite rimandate, voli cancellati. In qualche modo, quelle misure, ci fanno stare tranquilli.
Che illusi.

La cosa buffa di tutto questo è che non parliamo di colera. Che aveva anche una certa sua letterarietà — L’amore ai tempi del colera non è minimamente paragonabile a L’amore ai tempi del coronavirus, su questo converrete. Si parla di un’influenza. Da cui, nell’80% dei casi, si guarisce senza nemmeno accorgersene, come dice, saggio, il Ministero della Salute.
La figuraccia, ormai, come umanità, l’abbiamo fatta.     

Per quanto mi riguarda, faccio a me stessa questa domanda, prendendo spunto da quella degli dei e degli alieni. Ma se davvero fosse una pandemia letale — che non è — preferiresti passare gli ultimi giorni della tua vita rinchiusa in casa, a telelavorare —i geni idioti che siamo! — sepolta viva dietro una maschera, disinfettata e solitaria come un bisturi, oppure preferiresti andare al cine, sentire il sole caldo sulla pelle, fare due chiacchiere con uno sconosciuto, respirare l’aria delle sei, quando il giorno finisce il turno e lascia i comandi alla sera?
Io rispondo la seconda.
Siamo tutti terminali, Moviers. I giorni sono sempre ultimi.
Si chiama vita.

Questa settimana sono andata a vedere “Greed”, l’ultimo film di Michael Winterbottom, che tutti ricordiamo —o che solo io riordo— per il magnifco “Jude” (parliamo del 1996).

Il film racconta la storia di Sir Richard McCreadie, pluri-miliardario britannico “fattosi da solo” nel settore della vendita al dettaglio —oggi si dice retail anche a Carate Brianza.
Per trent’anni ha governato incontrastato, costruendo e disfando brand che riecheggiano nomi molto i familiari tipo H&M, Zara, Mango. Ma un’inchiesta pubblica sui suoi tramacci finanziari corre il rischio di infangare la sua fama.
Cosa si fa, allora, quando la legge sta per infangarti la fama? Decidi di organizzare il party per il tuo 60esimo compleanno più lussuosa, publicizzata e “glam” della storia, affittando mezza Mykonos, in Grecia, costruendo un finto colosseo con un vero leone, e inviti tutte le celebrities i cui cachet riesci a coprire.

Inoltre, inviti il tuo biografo, il giornalista Nick, per documentare il tutto, e far rientrare “il party del secole” nella biografia su McCreadie di prossima pubblicazione.

Winterbottom architetta una satira abbastanza grottesca sulla disuguaglianza della richezza all’interno del settore della moda e sulle conseguenze del capitalismo esasperato.
E si ride di gusto, in alcuni punti. Sia perché il personaggio calza a pennello a Steve Coogan (quello di “A Trip to Italy/Spain”) sia perché certi tratti dei ricchi milionari dal sapore Briatore, ci rendono il personaggio molto molto familiare — la spavalderia, la superbia ai limiti dell’insolenza, l’egoismo, il narcisismo, il machismo, il trumpismo insomma.
Mentre ridevo di McCreadie, mi chiedevo tuttavia quanti avrebbero continuato a vedere in lui un figo, un self-made man che si è fatto da solo, e l’avrebbero scagionato, in un’America che è riuscita a eleggere un Donald Trump.

Il finale cerca di punire McCreadie attraverso la legge della tragedia greca, in cui il fato, per mano di qualcuno, libera il mondo dal male — diciamo che il vero leone di cui vi dicevo farà la sua parte…
Ma ovviamente, morto un Sir se ne fa subito un altro, soprattutto sei ha una prole di tre figli che possono portare avanti il tuo impero, e sono ancora più affamati di te.

L’intento del regista è nobile: criticare il fashion-system, mostrare come, anche certe celebrities prestino le loro belle facce e i loro bei corpi per pubblicizzare marchi che poi sfruttano il lavoro di persone sottopagate, o di minori. Oppure far vedere come anche i rifugiati possano essere facilmente monopolizzati dalle logiche dell’apparire — sulla spiaggia di Mykonos che garantisce la vista spettacolare da megaparty, approda un barcone di rifugiati che rovina il panorama a McCreadie.
Però Winterbottom ha dimenticato che alle persone toccate e dannegiate dall’avidità del titolo, ovvero i poveri, gli sfruttati, deve essere concessa la voce. E nel film, a parte qualche battuta stereotipata qua e là, queste voci non si sentono. Sono solo comparse sbiadite che si perdono nel clamore di bling-bling e yacht chilometrici.
Quindi al regista dico, ritenta ancora Michael!

E anche per oggi è tutti, miei fedeli Fellows.
Vi ringrazio sempre della cortesia, vi dico stay-out-of-the-corona-whatever folly, e vi mando dei saluti, viralmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

Let’s Movie 426 da NYC commenta “EMA” di Pablo Larrain

Let’s Movie 426 da NYC commenta “EMA” di Pablo Larrain

Sono stata a vedere la prima di “Ema”, l’ultima fatica di Pablo Larrain. Il film uscirà in estate qui in America. Ma il Lincoln Center ha inserito un’unica data all’interno del New Latin America Film Festival, e mi sono accaparrata un biglietto in tempo. Il soldout è stata una certezza. Larrain è molto amato, e non solo da me.

Passato per la Mostra del Cinema di Venezia, “Ema”, è un film di quelli che mi piacciono tanto. Quelli in cui il regista osa, porta la sua storia ai limiti e ti chiede di seguirlo. Tu spettatore, devi lasciarti tirare per la manica, e dargli fiducia. Il posto dove ti porta è nuovo e inesplorato, lo capisci e non lo capisci.
Questo fa un artista.
Osa. Scopre.
Questo fa un bravo spettatore.
Si fida. Si lascia trascinare.

Sono uscita dalla sala con il solito sorriso che sorrido quando cammino quello spazio e quelle sensazioni. Ogni volta che mi succede, e sono al Lincoln Center, non prendo mai la metro sulla 66esima, ovvero, appena uscità dal cine. Raggiungo a piedi la fermata alla 72esima. E questo perché camminare sei isolati in quello stato d’animo —che definisco a tutti gli effetti trance— mi permette di sentire l’arte in circolo, e a pieno regime.
Prima o poi qualche passante accorto chiamerà gli sbirri e implorerà, ve lo giuro, aveva il tecnicolor nelle vene, ve lo giuro… Ema è una giovane ballerina di reggaeton che lavora nella compagnia di danza sperimentale diretta dal fidanzato, il coreografo Gàston —Gael Garcia Bernal, invecchiato e bellissimo. La coppia si sta scannando per via di Polo, un bambino che i due avevano adottato, con tanto amore e buone intenzioni. Ma Polo si era dimostrato un bambino problematico, e dopo il suo ultimo gesto violento — incendiare la faccia della zia — Ema e Gaston l’hanno riportato all’orfanotrofio, che gli ha trovato un paio di genitori amorevoli di scorta.
Ema e Gaston sono divorati dal senso di colpa e se ne cantano di tutti i colori. Pur amandosi. È un rapporto complesso, quello di questi due personaggi, ma è Ema, a spiccare per “originalità”, e follia.
La vediamo flirtare indifferentemente con uomini e donne, intessere relazioni con loro, e lì per lì pensiamo, certo, deve compensare al grande vuoto lasciato da Polo. Certo, è un po svitata. Poi alla fine capiamo che Ema non fa nulla per niente, che è una stratega nata, e che ha un piano in mente sin dal primo minuto del film. Il piano è, voglio riprendermi mio figlio. Se possibile, ne voglio pure un altro.
Allora intesse una relazione amorosa con i genitori di scorta —entrambi!— con esiti davvero soprendenti…

Perché ti è piaciuto così tanto, Board?
Perché è un inno alla giovinezza, senza avere nulla di dannunziano o mocciano. È anche un caos ordinato da cui emerge una famiglia splendidamente alternativa — se leggerete L’istante largo, capirete che sono in fissa con la famiglia alternativa.
Ma questo senza avere nulla di ozpetekiano. Per carità.

Larrain s’inventa un linguaggio tutto suo, che partorisce una donna nuova, Ema, eroina non-eroina, che passa le serate a incendiare semafori e altalene, lanciafiamme in spalla. Che è tutto e il suo contrario, tutto nello stesso tempo, nello stesso corpo, volitiva, tenera, insolente, gentile, insopportabile, lucida, amante, sposa, dovorziata, madre, infantile, amica, ballerina, nemica. È eliocentrica: lei il sole, e tutto ruota attorno a lei. Come il sole, brucia — vedi il suo rapporto costante con il fuoco — ma, anche, illumina le vite degli altri. Gaston lo sa, e non può fare a meno di lei.
Un personaggio femminile così diverso, poliedrico, complesso, non si vedeva dai tempi di… Di chi? Onestamente non ricordo.

Larrain si è preso un gran numero di rischi. Il film, per la buona prima metà, non ha un intreccio chiaro, e sembra una catena di scene di ballo, finemente coreografate tanto da farvi chiedere “ma è un musical questo?”, alternate a liti furibonde tra Ema e Gaston, ed Ema e gli altri — Ema testacalda, naturalmente.
Ma questo perché al regista non interessa raccontarci una classica storia di famiglia disastrata. Vuole raccontarci un nuovo tipo di femminile. Che non si piange addosso, non è gatta morta, non è la Princesse des Clèves. Ema è Black Mamba vent’anni dopo, al netto della katana, ma con un lanciafiamme sulle spalle. A differenza dell’eroina di Tarantino, Ema non usa violenza fisica verso gli altri. Usa se stessa, il suo corpo, macchinario portatore di eros, danza, energia e amore. Questo per ottenere i propri scopi: riprendersi il figlio e creare un tipo di nucleo nuovo, che non ha nulla della famiglia normativa propagandato dalla regola e dal perbenismo. Ma questo non significa che l’amore su cui essa è fondata sia meno forte di quello di una famiglia normativa.

“Ema” è una festa per gli occhi e per gli orecchi. Lei e le sue amiche riempiono lo schermo con i loro corpi belli, giovani, seducenti, mentre ballano per strada, in periferie degradate, in riva al mare. Sanno quello che vogliono, e quando non lo sanno, semplicemente se ne fregano. Ema le guida, perché è una natural born leader. Dea dell’antitesi e della volontà di potenza, rivuole suo figlio dopo averlo abbandonato, riesce a ridiventare madre anche se il marito è sterile, accende di vita la città. Distrugge e crea.
Non si può non amare questo sogno di personaggio, così vero e mitico.

“Ema” non è un film per tutti. È qualcosa di nuovo e inaspettato. Qualcosa che solo un grande regista può concepire.
Per questo vi chiedo di dargli fiducia quando uscirà in Italia.
Lasciatevi trascinare.

E per oggi è tutto, miei Moviers.
Vi ringrazio come sempre per l’ascolto, e vi porgo dei saluti, finalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 426 da NYC commenta THE ASSISTANT di Kitty Green e certi OSCAR 2020

LET’S MOVIE 426 da NYC commenta THE ASSISTANT di Kitty Green e certi OSCAR 2020

METtete Moviers,

che vi perdiate “Porgy and Bess” al MET —Opera, intendo.
Voi direste, va be’, la ridaranno, no?
No.
“Porgy and Bess”, l’opera scritta da George Gershwin nel 1935, è una delle grandi dispute del paese in cui mi trovo a vivere.
Fosse un fatto di cronaca italiana, sarebbe Ustica. Uno di massoneria, la P2. Quegli insoluti che non smettono di tenere banco, e che si ripropongono, sistematicamente.
Così come con Ustica e la P2 si va ben oltre la cronaca e la massoneria, con “Porgy and Bess”, si va ben oltre la lirica.

Considerata l’unica vera opera americana, “Porgy and Bess” non veniva rappresentata al MET dal 1990. Trent’anni fa. E prima del ’90, le sue rappresentazioni si contano sulle dita di una mano. La stessa prima, non fu a New York City, ma, udite udite, a Boston Il MET, all’epoca, si rifiutò di accettare la clausola stabilita da Gershwin: “Porgy and Bess” deve essere recitata e cantata da cantanti neri. Non da bianchi truccati da neri.
Sì perché “Porgy and Bess” è un’opera in cui tutti i personaggi sono di colore.
Che carattere, il nostro Gershwin.

Se vi dico “Summertime”, la vostra reazione è, “and the livin’ is easy”, vero? E cominciate a canticchiarla e a ricordarvi di Ella Fitzgerald. Ebbene, quella è solo una delle tante arie che fanno parte dell’opera — la prima, l’overture — arie diventate famosissime nella storia e riprese dai giganti del blues e del jazz. Miles Davis, Nina Simone, Billie Holliday.
Ma allora, se è un’opera da cui i più grandi hanno attinto, se è considerata l’unica vera opera americana, perché è così spinoso metterla in scena?
Perché siamo negli Stati Uniti, e qui la questione della razza è un po’ come la mafia per noi italiani.
È sempre lì.

Volevo a tutti i costi andarla a vedere. Tantissimi anni fa, in Irlanda, incappai nel cd di Nina Simone “I loves you Porgy”, lo comprai e lo ascoltai fino a consumarlo. Non sapevo che Porgy fosse il protagonista dell’opera di Gershwin. Sapevo solo che quella canzone, “I loves you Porgy”, suonava come un SOS disperato, una richiesta di protezione in blues, ed era di uno struggimento tale, che rimane nell’aria anche quando il pezzo era finito.
Quanto all’opera, tutti gli appassionati dicono che “Porgy and Bess” è uno spettacolo, sia per le musiche, che per la trama. In più è diversissima dalle solite note.

Ambientata in un ghetto nero di Cherleston, nella Carolina del Sud, racconta la storia di un uomo e di una donna ai margini della società. Zoppo dalla nascita Porgy, drogata e alcolizzata Bess. Però, come succede spesso, quando due pezzi rotti si trovano, formano un incastro che può funzionare. I due ci provano.
Porgy ha l’animo lindo lindo, ama Bess di un amore puro e profondo. Bess, più giovane, combatte con i denomi delle dipendenze, e di Crown, un ex compagno di categoria meglio-perderlo-che-trovarlo. Ciononostante, Bess è fatalmente attratta da lui, e anche dal suo viscido pusher di nome Sportin’ Life, e finisce per perdersi di nuovo.
L’opera si conclude con Bess che segue il viscido pusher a New York, e Porgy, che s’incammina claudicando, per andare a riprendersela.

A partire da settembre, quando ha aperto, “Porgy and Bess” ha sempre registrato il tutto-esaurito a tutti gli spettacoli. Lunedì, mercoledì, venerdì, sabato, domenica.
I signori del MET hanno detto, va bene, aggiungiamo due settimane extra a febbraio, una decisione decisamente eccezionale: prolungare un’opera con un calendario stabilito da un paio d’anni, non è proprio proprio facile… Eppure hanno detto, va bene, aggiungiamo due settimane extra.
Speravo di approfittare di questo colpo di fortuna e di accaparrarmi, in qualche modo, un biglietto.
Niente da fare.
O meglio, qualcosa da fare si poteva. Spendere 275 dollari. Ma per quanto curiosa, ho detto no.
275 dollari in un biglietto mi sembrano quasi indecenti.
 
Siccome il successo dell’opera ha travolto tutta la città, head-to-toe, i signori del MET hanno escogitato un modo di portare l’opera alle masse. Per un limitato numero di date, in un limitatissimo numero di sale, hanno proiettato l’opera al cinema.
Io mi sono sempre schierata contro il teatro al cinema, lo sapete. L’opera, essendo sostanzialmente teatro, è sempre rientrata nel divieto.
Per una volta, tuttavia, ho dovuto rivedere la mia policy interna e scendere a patti con questa causa di forza maggiore. E ho detto sì all’opera al cinema. Mi sono aggiudicata un biglietto, e ieri ho passato una matineé di quattro ore e mezza all’AMC Theater sulla 19esima Est, a tre isolati da Union Square, a guardare “Porgy and Bess”.

Hanno ragione tutti quelli che dicono che è un capolavoro. E non hanno ragione quelli che la declassano a una via di mezzo tra l’opera e il musical. No. “Porgy and Bess” è in tutto e per tutto un’opera, con un ritmo da opera, una trama da opera e un modo di parlare universale, in grado di trascendere il ghetto nero dei primi del ‘900 e rivolgersi alla sensibilità di ogni spettatore in ogni parte del mondo in ogni epoca. Di ogni uomo che si innamora di una donna problematica. Di ogni donna che trova una pasta d’uomo ma che ricade con il farabutto.
Stop.

Allora perché ancora tanto scalpore?
Qui c’è una parte molto convinta della critica che dice che “Porgy and Bess” offre una versione stereotipata degli uomini e delle donne di colore: perdigiorno, lascivi, portati all’alcol e alla droga, sempliciotti, incapaci di parlare standard English: l’opera si ispira alla comunità di afroamericani Gullah, nella Carolina del Sud, e che conservavano, nel parlato, sonorità dell’Africa da cui discendevano.
L’inglese è un inglese sgrammaticato, scorretto, ma non per ridicolizzare i personaggi, bensì per rendere autentica la loro voce. Come sarebbe parso, un nero povero in un ghetto dei primi del ‘900 se avesse parlato come un manuale di grammatica?
Quindi, una prima polemica ruota attorno a questo “dilemma”.
Si può ancora rappresentare in modo così parziale e derogatorio un’etnia?
A me viene da rispondere con tante domande. Ma cosa dovrebbero dire le donne allora? Come diamine sono sempre state rappresentate le donne? Al cinema, nella pubblicità? In tivù? All’opera? Non mettiamo più in scena “Rigoletto” per “la donna è mobile qual piuma al vento”?
Rivisitare, svecchiare, reinterpretare. Tutto purché non si censuri.

La seconda polemica è il cavallo di battaglia del politically correct che ingessa l’America.
Gershwin e il fratello Ira, con cui scrisse l’opera, basandola su un romanzo di DuBose Heyward, erano entrambi bianchi. Benestanti. Anche Heyward lo era, bianco.
Tre bianchi che scrivono di un ghetto nero, una storia nera. Si può?
Dovessimo catalogare questa polemica, scriveremmo l’etichetta “appropriazione culturale”.

La parte convinta della critica di cui sopra, sfodera la spada e grida, mai più! Mai più casi di sguardi dominanti che rubano le storie alle minoranze recessive e ne fanno bestseller. Mai più! Ma più tre newyorkesi dell’Upper East Side che vanno a frugare nella comunità Gullah di Charleston, Carolina del Sud, rubano le loro storie, la loro lingua, i loro drammi, e ne fanno quello che vogliono. Per lucrarci. Mai più!

Io, a questi convinti con la spada sguainata, indico gentilmente il fodero, e una sedia.
Io sono per l’assoluta protezione delle voci minori, e per l’approntamento di qualsiasi cassa di risonanza per farle sentire senza passare per la bocca larga del mainstream. Ma non possiamo privare a un artista di esprimere la sua arte. Togliere lo spartito da Gershwin. Non possiamo vietargli di esercitare l’empatia — un artista “sente come”, e poi scrive, crea. Se questo artista è orientato verso determinate realtà, perché non permettergli di esplorarle? Se l’artista è onesto verso i suoi personaggi, se non manipola, se non distorce, be’, allora il suo lavoro non potrà che fare del bene. E la disonestà, con la scrittura in special modo, ha le gambe corte: carta canta.

Se riduco ai minimi termini l’odore di censura che sento nell’aria delle stanze occupate dall’intellighentia del momento qui in America, rimango con una triste ricetta in mano: solo i gay possono scrivere di gay, solo i neri di neri, solo i bianchi di bianchi. Solo le madri di figli, solo gli uomini di uomini e le donne di donne.
Ma questa non è la formalizzazione della discriminazione?
Flaubert non ha forse dato uno dei ritratti femminili più sublimi e moderni di tutti i tempi attraverso Madame Bovary? E lo stesso non ha forse fatto Marguerite Yourcenar con Adriano e le sue memorie? Virginia Woolf era bisessuale — più lesbica che altro. Cosa facciamo, stracciamo la sua etero Miss Dalloway? Walt Whitman, il più osannato poeta americano, era gay: il suo elogio alla mascolinità meno autentico?
Ogni volta che sento un “non si dovrebbe” accanto a un artista, io rabbrividisco. Un artista vero non potrebbe mai abusare dei suoi personaggi, far loro un torto, di qualsiasi etnia, nazionalità, colore, sesso, non-sesso siano.
E non è poi così difficile, capire se un artista/scrittore sfrutta un’etnia/un genere per farne quattrini.
Carta canta.

Purtroppo l’asservimento a questo modo di intendere l’arte — in questo caso cinematografica — è stato palese agli Oscar.
Quattro statuette a “Parasite” sono troppe. E non lo dico perché voglio male a Bong Joon-ho, ma perché tre di quelle statuette puzzano di “facciamo stravincere la minoranza”. L’anno scorso era toccato agli afro-americani — “Green Book”, “Blakkklansman”, “Black Panther”. L’anno prima ai messicani — “The Shape of Water” e “Coco”.

Ho letto l’articolo su La Repubblica firmato da Roberto Saviano, in cui diceva “L’Oscar dato a Parasite mostra forse che l’America non è più sufficiente all’America, che l’America non si basta più.” Ma Roberto ha ignorato che l’Academy è americana! Che l’Oscar dato a “Parasite” è l’occhio che preferisce guardare dall’altra parte dell’oceano, pescare nella pancia dell’esotico, creare un nuovo mito —il regista Bong Joon-ho— piuttosto che guardare in faccia al Joker, specchio allegorico della società americana da cui spuntano, con clownesche forme, le sue più bieche deviazioni.
Non dare l’Oscar come miglior film a “Joker” o a miglior regista a Tod Phillips, è come gettare un drappo sopra quello specchio, occultare le perversioni della società americana contemporanea, e occuparsi d’altro. Far occupare gli altri d’altro.
Si sa, quando hai il salotto in disordine, porti gli ospiti in cucina.
“Parasite” è una bella Scavolini.

Con questo non voglio togliere nulla a “Parasite”, film buono, esperto, certo non perfetto. Certo non da quattro statue — le più importanti.
Se paragono “C’era una volta a Hollywood” a “Parasite”, questo secondo, onestamente, scompare.

Mentre vedevo la Oscar Night nel cinema del Roxy Hotel, accanto era seduta una tale Maria, una donnina dai lineamenti asiatici con cui commentavamo le vittorie. Vedendo la mia apprensione aumentare man mano che ci avvicinavamo alla statuetta per miglior film, mi ha chiesto, “perché vuoi che vinca ‘Joker’?”
E io giù a farle un pippone di quelli che conoscete bene sui tanti punti forti del film. Lei non diceva nulla. Un’impassibilità che solo certi visi orientali sanno regalarti.
Allora ho chiesto, “C’è qualcosa che non va in ‘Joker?’”
“E’ troppo violento”.
Questo è stato l’aggettivo che è rimpallato su tutte le testate americane quando il film è uscito.
Troppo violento.
E mi viene da ridere una risata del Joker.
Come se l’America non lo fosse! Come se la National Rifle Association fosse italiana! Come se gli Stati Uniti non fossero il paese con più morti causate da armi da fuoco del mondo!
È esattamente per quello, che dovevano premiare il Joker. Perché c’era la denuncia, e l’arte — la denuncia nell’arte. Damn it!

L’altro amaro in bocca —prima di passare al dolce — la vittoria di René Zellweger per “Judy”, un biopic da Rete Quattro. Scarlett Johansson aveva due candidature strameritate, per protagonista e non protagonista, in due film di razza: “Jojo Rabbit” e “Marriage Story”. E se n’è andata via a mani vuote per colpa di un’interpretazione tutta-smorfie che per giunta non fa onore a Judy Garland.
Ho deciso di credere che sia stato un modo per l’Academy di riconoscere lei, la Garland, non la Judy della Zellweger.
Scarlett, l’anno prossimo è il tuo anno!

Ed ecco il vero dolce… L’Oscar per la sceneggiatura non originale a “Jojo Rabbit”, con quel buffissimo regista dal nome neozelandese, Taika Waititi, che tutti dobbiamo imparare. È stata la vera rivelazione del 2019, che non scorderò.

Non scorderò nemmeno una delle battute di apertura della serata fra Steve Martin e Chris Rock.
Steve: “There’s something missing…”
Chris: “Vaginas”.
La battuta ha buttato subito sul palco l’elefante nella stanza: nessuna regista fra tutte le candidature.
Ho riso un riso al sapor di cianuro.

Questa settimana sono stata a vedere “The Assistant” di Kitty Green.
Ispirato dallo scandalo Weinstein, il film racconta di Jane, una neo-laureata e aspirante produttrice cinematografica, che da cinque settimane ha cominciato a lavorare come junior assistant di un potente magnate dello show-biz.
La seguiamo nella sua giornata lavorativa: preparare il caffè, fotocopiare, ordinare il pranzo per il capo e i colleghi più anziani, prendere i messaggi telefonici, portare messsaggi telefonici.
Mentre Jane svolge queste mansioni che certo non rendono giustizia alla sua laurea sudata alla Northwestern University — ma la gavetta tocca a tutti, e di questo Jane è conscia — noi spettatori diventiamo con lei sempre più consapevoli dell’abuso che s’infila nella sua giornata, e in quella di altri colleghi, e soprattutto, colleghe.

Il suo Capo, che non si vede mai —mossa scenica azzeccatissima— ma che si sente molto sbraitare al telefono, oppure via email, la umilia, la insulta, per poi blandirla con scuse di circostanza.
Jane porta pazienza, porta pazienza, fin quando il troppo è troppo e decide di agire. Ma si renderà conto che il Capo delle Risorse Umane non è un cavalier servente pronto ad aiutarla.

Sembra un film piccolo piccolo, “The Assistant”, ma è solo un’apparenza. Dice molto più di quello che le nostre orecchie sentono — le battute sono davvero pochissime— le dinamiche di ufficio, le mezze frasi bisbigliate, gli sguardi dei colleghi (che parlano più di mille discorsi) e ancora, il sogno di una poco-più-che-ventenne che si schianta contro una realtà che non avrebbe mai immaginato per il suo domani, quando era all’università. Tutto questo, si sente forte e chiaro.

Par di sentirlo, il cervello di Jane, ma ho studiato cinque anni per fare fotocopie e pulire scrivanie??
E il fatto che all’altro capo del telefono ci sia un orco delle proporzioni weinsteiniane, che utilizza Jane per portarsi carne fresca in ufficio, non fa che peggiorare la situazione. Ma la situazione è peggio già in sé, a prescindere dagli intrallazzi sessuali.
Non avevo mai visto un film che descrivesse in maniera così sottile e pungente il dramma che si vive in una certa fase della vita, quando devi fare ciò che non vuoi fare, e te lo fai andar bene perché così è, ma tu, dentro, muori un po’.

Ho passato un periodo della mia vita a fare quel lavoro. Magari non pulivo e non facevo fotocopie, e non c’era un Weinstein a starmi con il fiato sul collo, ma la sensazione di essere alla mercé di qualcuno, di scattare sull’attenti anche solo nel momento in cui telefonava, le ore interminabili in ufficio prima del suo arrivo, durante la sua permanenza e dopo la sua dipartita, tutto questo mi ha lasciato un grandissimo rispetto per tutte le persone che fanno quel lavoro. Le assistenti.
Sogno per loro un futuro di libertà.

E anche per stasera è tutto, Moviers.
Vi ringrazio sempre della vostra presenza, e vi mando dei saluti, stasera, operativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 423 da NYC commenta LA RAGAZZA D’AUTUNNO (BEANPOLE) e propone la WISH LIST per gli OSCAR 2020

LET’S MOVIE 423 da NYC commenta LA RAGAZZA D’AUTUNNO (BEANPOLE) e propone la WISH LIST per gli OSCAR 2020

Fastidi, Fellows,

di carattere idraulico.
Prendete un venerdì di febbraio in cui piove una pioggia non invernale, ma tutta primaverile. Quegli scrosci da climate change con cui ci ha lavato la capa la nordica Greta, che forse, avesse avuto un suo Hansel per giocare, oggi farebbe altro. Ed ecco che la Broadway esplode. E non di traffico, in senso figurato. Esplode la strada. L’asfalto. Una crepa di quelle che vedete in Italia, nord e sud, da Castelfranco a Gallipoli — la cardinalità non conta, quando si parla di strade che si aprono.
Un po’ di pioggia e l’arteria pulsante di New York, una via che s’è fatta persino quartiere, abbracciando il teatro, il musical e pure generando la sua controparte alternativa “Off”, un venerdì mattina di febbraio, erutta.

Quando riemergo dalla metro, post-piscina, i fumi del cloro negli occhi miscelati alla nebbia della pioggia, stento a credere ai miei occhi. In tre anni newyorkesi ho visto scene di pessima manutenzione stradale, infrastrutturale e simile, ma mai un crepaccio di queste proporzioni aprirsi in mezzo alla strada. In una strada di queste proporzioni.

Mi piazzo in mezzo alla corsia ovest, momentaneamente chiusa al traffico da nastri gialli CSI. Una quantità di addetti ai lavori stanno attendendo ai lavori. Un nugolo di operai dell’MTA, si grattano l’elmetto, indecisi se chiudere la fermata della metro da dove sono appena sbucata. Oltre al crepaccio che si è appena aperto tra la 111esima e la 112esima, la Broadway è completamente allagata. In alcuni punti l’acqua scorre tipo torrente caffelatte. Noto alcune chiazze infangate e penso all’Antico Egitto, quando il Nilo esondava e benediva la terra con il suo sacro limo. Quello newyorkese ne conserva forse il colore. Sulla sacralità, nutro forti dubbi.
Allora sì, mi piazzo in mezzo alla carreggiata bordata con il nastro adesivo e scatto un paio di foto, prevedendo il sopraggiungere della solita forza dell’ordine che mi intimerà di muovermi, di non scattare nulla, di non fare niente, come ordinaria amministrazione comanda. Invece no, nessuno mi dice nulla. Tutti troppo impegnati a grattarsi gli elmetti e a capire come tirare fuori la città da questo impiccio nel più breve tempo possibile.

Mi avvio a casa ed ecco che sullo specchio nell’ascensore, con una prontezza newyorkese, un avviso mi comunica che, a causa della rottura di una grossa tubatura sulla 111esima, la qualità dell’acqua del palazzo potrebbe risentirne. “You may be experiencing brown water”. Poi il solito rassicurante “vi terremo aggiornati” dopo lo spiacevole annucio che la Città sta valutando se chiudere l’acqua nella zona per le prossime 24 ore.
In realtà, ero già informata di tutto. Mentre scattavo le foto, il mio housemate Bob, mi avvisava via sms di quanto sopra.

Mi colpisce sempre molto, questa contraddizione: da un lato la prontezza con cui i disagi si notificano, dall’altro, la città che, infrastrutturalmente, sta cadendo a pezzi. Come se la celerità della notifica potesse in qualche modo attenuarne il contenuto.
Comunque, no, nessuna attenuante.

Se un antico romano degli anni d’oro dell’Impero, in uno balzo temporal-quantico, potesse passare da queste parti, si metterebbe le mani nei capelli. Anzi, più probabilmente, se la riderebbe. “Anvedi questi”, e scrollata del capo direttamente da un’epoca che vantava due fiori all’occhiello: le strade e gli acquedotti.
Se una mattina di pioggia riduce in ginocchio la viabilità newyorkese, forse c’è qualcosa da sistemare nel sistema idrico newyorkese.
Di sicuro c’è molto da sistemare nel sistema idraulico del mio palazzo.

La sera prima di partire per l’Australia, noto una piccola pozza ai piedi del lavandino del mio bagno.
Non faccio nulla, non tocco nulla. Non come a Trento, dove smontai tutto l’apparato digerente di tubature sotto il lavandino, e lo rimontai con precisione chirurgica, stupendomi che una persona tanto manualmente inetta come me potesse riuscire in un’operazione tanto delicata.
Ma qui ho capito che se abiti in un palazzo gestito da una Co-op, tu non tocchi nulla. La Co-op tocca per te.
Suona paradisiaco, vero? Niente più scocciature. Una telefonata al “super”, il tuttofare che pensa alla manutenzione del palazzo, e tutto si sistema. Voi infilate le vostre Manolo Bhlanik, e tutti vissero quintastrada e contenti.
Ebbene no, le cose non stanno così. Nella New York reale, il vostro tuttofare fa da semplice ambasciator-non-porta-pena tra la ditta che gestisce l’immobile e il Board — non io— che detiene le quote dell’immobile.
Nella New York reale, lo store di Manolo Bhlanik sulla 53esima ha chiuso da quasi sei mesi, cancellando l’ipotesi del giorno in cui, armata di 5-600 dollari da buttare, avrei fatto una pazzia.

Prima di partire dico a Bob, Bob, il lavandino del mio bagno perde. Mentre sono via, fagli dare un’occhiata da qualcuno per favore.
Il sottinteso era, sto via un mese. Hai un mese di tempo. Vedi di fare qualcosa.
Mai consegnare ai sottintesi l’agibilità del vostro bagno.

Dopo un mese d’Australia torno, apro l’acqua e sotto la colonna che sostiene il lavandino si forma la stessa pozza della sera prima della mia partenza. Ma con maggior rapidità.
Alzo gli occhi al cielo, inspiro, ed espiro un “Booob” lungo un quarto d’ora.
Non voglio rovinarmi il mood post-rientro, in più ho un viaggio di trenta ore sulle spalle, e le famose 14 ore di jetlag — che avrei impiegato dieci giorni a smaltire.
Boooob candidamente ammette tutta la sua colpevolezza, “Sorry, I should have taken care of it”.
Detesto il condizionale passato.

Ora, Bob non è Amministratore Delegato della CNN. Non è nemmeno il mio settantaduenne iperattivo pupil Stephen, la cui agenda è coperta da yoga, italiano, nuoto, volontariato, maratone, viaggi tra Azerbaigian e Puerto Vallarta, e, due weekend fa, pure matrimonio — il suo — a Las Vegas. Bob si divide fra la poltrona di camera sua, il tavolo della cucina, il football il sabato mattina a Central Park, qualche sciata sulle Catskills e l’opera il venerdì sera.
Certo io non sono andata nel Darfur a portare sollievo ai sofferenti.
Ma comunque per un mese ho lavorato alle mie cose.
Ho anche appreso la filosofia del surf. Assumendo la nuova identità di Lady Doodle.

Da quel giorno, il 19 gennaio, comincia un imbarazzante balletto fra tra la ditta che gestisce l’immobile e il Board che detiene le quote dell’immobile. Prima si rimbalzano il lavoro con scioltezza tutta italiana — questo spetta a te, no guarda, questo spetta a te.
Una volta giunti a un accordo, arrivano un paio di individui, che non ho il piacere di vedere, che staccano il lavandino dal muro, rimuovono le piastrelle dalla parete e tolgono il tubo dell’acqua. Ma lasciano tutto lì così, in un perverso esempio di cucina destrutturata dove gli ingredienti sono il lavandino per terra e il buco nel muro. Bisogna sostituire il tubo, mi si dice.
Altri giorni passano.

Finalmente arriva un idraulico afromericano grosso come Mike Tyson, ma con un sorriso pezzo di pane, che finalmente sostituisce il tubo, rimette il lavandino al suo posto.
Però, I am very sorry for the inconvenience, ma non può coprire il buco nel muro, rimettendo le piastrelle al loro posto perché quello è un lavoro che compete alla ditta che gestisce la manutezione dell’immobile — evidentemente lui fa parte del team avversario.
Noto che la danza delle competenze prosegue.

“But at least you can use the sink”. Mi dice vedendo la mia esasperazione montare e cercando di farmi vedere il bicchiere mezzo pieno — americani campioni di bicchiere mezzo pieno.
La mia esasperazione non è proprio un capriccio. Ho passato venti giorni con il cadavere del mio lavandino a guardarmi, arto, morto, dal pavimento del bagno. Un omicidio rivissuto ogni volta che, per venti giorni, sono entrata in bagno.
Per venti giorni mi sono lavata la faccia, le mani, i denti nella vasca da bagno, con le macerie tutt’intorno.

A oggi, domenica 9 febbraio 2020, sono ancora in attesa che il buco, temporaneamente rattoppato con cartone e nastro adesivo — quello grigio con cui si legano le persone rapite, o i di loro cadaveri — venga sostituito dalla pila di piastrelle che giacciono da qualche parte, ma certo non nelle vicinanze del mio lavandino.
Venerdì Bob mi ha comunicato che gli operai verrano martedì.
“Probably”.
Il pavimento del mio bagno, di solito d’un bel bianco pulito, è sembrato, per venticinque giorni, la metropolitana di New York. E nemmeno il lavanda alle pareti di cui tutti sapete, può nulla contro la metropolitana di New York.

Ho detto a Bob che sono senza parole. Che in Italia certi lavori si fanno coi piedi, certo, ma se succedesse una cosa del genere, un rimpallo del genere, il cliente andrebbe su tutte le furie con tutti, dal primo incompetente all’ultimo. Qui invece gli inquilini assumono una sorta di fatalistica rassegnazione.
“È un palazzo vecchio”, si arrampica sugli specchi Bob. Io lo guardo con sguardo “Ti sembra la Reggia di Caserta? Palazzo Pitti?”. Ma so che il 1909 è praticamente il Rinascimento in America, e il Rockfall, dove abitiamo, è del 1909.
Bob ritenta, senza essere più fortunato. “Due anni fa è capitata la stessa cosa anche al lavandino del mio bagno”, dice. “Ho aspettato tre mesi”.
Al che io rispondo, impassibile come un coma farmacologico, fair enough, tu hai aspettato, io no. E se c’è da chiamare un idraulico esterno, lo si chiama e me lo pago.

Allora ho capito che una grossa componente di questa fatalistica rassegnazione è di carattere economico. Questi lavori di manutenzione sono coperti da mamma Co-op. Quindi gli inquilini, tacciono, convivono con le magagne domestiche da riprare, e aspettano che mamma Co-op si decida.
Ho fatto presente a Bob che New York City non è il terzo mondo, e che modi di fare di questo genere non me li sarei aspettati da New York City. Ho aggiunto che tutto ciò mi ha fatto rivalutare la rinomata disorganizzazione italiana. Perlomeno, me l’ha fatta inserire in un quadro di disorganizzazione internazionale. Italia disorganizzata nella media. Il che non è elogiare nessuna. È ridimensionare tutti.
Il disfunctional non conosce ius soli.

Bob, newyorkese da cento generazioni, è sempre molto critico nei confronti della sua città, quindi ha capito perfettamente le notevoli proporzioni del mio splendido scazzo. Ma ho visto una parte di orgoglio americano andare in frantumi sotto il bulldozzer dei dati di fatto.
C’è questa cosa, negli americani, che è terribilmente americana. Se qualcosa va male, s’incassa e si aspetta. Non si fa il diavolo a quattro.
Noi italiani facciamo il diavolo a quattro.

Ma ho molti dubbi in proposito.
E’ una questione legata all’impazienza, alla passione — molto spesso accostata, anche a sproposito, all’italianità — oppure a un senso di torto subìto da dover raddrizzare?
E ancora, parlo per il popolo italiano, oppure per me medesima, insofferente sopra ogni cosa alle lavar-di-denti nella vasca da bagno?
Quanto c’è di me nelle situazioni, e quanto c’è della mia italianità?
E’ molto difficile rispondere a queste domande. Ci sto pensando sin da quando il calvario idraulico è cominciato, e sto monitorando la mia intollerabilità, vedendola montare e montare.

Vediamo come concludono i lavori. Se prevarrà la castroneria, oppure se dovrò ricredermi.
A occhio, la prima che ho detto.
Questo messaggio oggi vi arriva prima del solito perché mi appresto a raggiungere il cinema del Roxy Hotel, a TriBeCa, dove, per il secondo anno consecutivo, presenzierò alla Oscar Night 2020.
Ovviamente, come un decennio a questa parte, in sync dall’Italia, l’Honorary Member Mic, per commentare a caldo vittorie, sconfitte, outfit. 🙂

Dunque il 2019 è stato un anno ricco di grossi film. Basti prendere la categoria Miglior Film. La statuetta, se la contendono 1917, The Irishman, Piccole donne, Jojo Rabbit, Joker, Storia di un matrimonio, C’era una volta… a Hollywood, Parasite, Le Mans 66 – La grande sfida. A parte quest’ultimo, che non ho visto, ma che mi si dice essere assai divertente, gli altri, sono tutti dei film di valore.

Io voglio che il Joker stra-vinca, perché se lo stra-merita, e anche Phoenix come miglior attore. Ma se decidono in qualche modo di boicottarlo, si premi Adam Driver, please. Cavallo di razza della recitazione, che tira fuori grandissime interpretazioni da film di nicchia — tutti a vedere Paterson, subito!

Un premio deve andare sicuramente a Jojo Rabbot, film rivelazione della stagione — quando la scorrettezza politica incontra l’estro comico e l’intelligenza.
Come miglior attrice, spero con ogni grammo del mio essere che l’Oscar NON vada a René Zellweger per Judy. Cantare, canterà anche bene, ma quanto alla recitazione, è una smorfia dietro l’altra. Ho passato due ore a rigirarmi nella poltrona manco fosse quella delle torture.

Direi che sia giunta l’ora di premiare la Scarlet Johansson nazionale, che ci ha regalato bellissime interpretazioni in questo ultimo decennio, partendo dal sonnolento L’uomo che sussurrava ai cavalli — sì, era lei, la bambina — per arrivare a Match Point — sì, era lei, schianto degli schianti. Faccio notare che concorre come miglior attrice protagonista, e non-protagonista — è una meraviglia, in Jojo Rabbit!
Almeno uno dei due, please.

Miglior attore non protagonista, direi Brad Pitt in C’era una volta a Hollywood. Così premiamo anche Tarantino. Che è pur sempre Taranino.

Miglior attrice non protagonista, assolutamente Laura Dern per Storia di un matrimonio. Personalità e carisma in un personaggio indimenticabile.
In più, il film di Baumbach deve vincere qualcosa. Come ebbi modo di dirvi, è una riuscitissima riscrittura di Kramer contro Kramer.

Come miglior film straniero, vincerà sicuramente Parasite, con tutta l’eco che ha avuto. Anche se mantengo le mie perplessità verso il film in sé. L’importante comunque è che non premino Dolor y Gloria di Almodovar, perché la lacrimevole storia del regista sul viale del tramonto è d’una sonnolenza da Tavor. Non fosse per il guizzo finale, il film, per me, trionfa solo nella categoria B-movie.

Miglior colonna sonora, se la jokano il Joker e 1917. Quest’ultima, più che sonora è una colonna infame, tanta è l’angoscia che ti mette addosso. Ma rende l’idea delle peripezie belliche del protagonista.

Miglior canzone, “(I’m Gonna) Love Me Again” di Rocketman, film purtroppo penalizzato: è uscito in estate e dopo l’isteria collettiva per Bohemian Rapsody — ricordiamo tutti l’affronto dello scorso anno con la vittora dello sconosciuto Rami Malek.

Raggiungere i bassifondi dell’edizione 2019 con la vittoria di Green Book a miglior film, sarà difficile. Ma si sa, il peggio non ha mai fine.
Magari il mediocrissimo, politically correct, super partes Piccole donne sbanca tutto. E sarebbe davvero “Scandal Part II”.

Il premio più difficile è per la regia. Scorsese, Mendes, Tarantino, Philips, Joon Ho hanno fatto tutti il loro dovere.
Ma io tifo Philips.

Questa settimana sono stata a vedere La ragazza d’autunno, in inglese Beanpole (spilungona), che s’è aggiudicato il Premio alla regia nella sezione Un Certain Regard a Cannes. I 28 nni del regista russo, Kantemir Balagov, lo accostano all’enfant prodige canadese Xavier Dolan. Se a 28 anni Kantemir gira un film così, chissà cosa ci propone quando arriva alla maturità dei trenta.

Leningrado, 1945, città stremata dalla Guerra appena finita.
La prima scena ci presenta subito la spilungona del titolo — che l’inglese conserva, l’italiano perde per strada.
Una ragazza alta alta, e in preda a uno dei suoi attacchi, che, vedremo nel film, la bloccano nel mezzo di qualsiasi cosa stia facendo. Qualsiasi, anche abbracciare un bambino… Probabilmente un disturbo post-traumatico da stress: lei, Iya, è stata infermeria sul fronte, e di magagne, deve averne viste tante. Proprio a causa di questi suoi momenti di alienazione, viene allontanata dal fronte e ricollocata in un ospedale della città.

Iya è legatissima all’amica Masha, della quale accudiva il figlio mentre lei, Masha, era ancora al fronte. Ma quando Masha torna per riprenderselo, il bambino non c’è più. Un abbraccio troppo stretto, se l’è portato via… Masha è una della scuola, morto un papa se ne fa un altro. Dopo aver scoperto di non poter più avere figli, intima a Iya, ricattandola con machiavellica spietatezza, fammi un figlio. “Voglio una vita dentro di me, qualcosa a cui aggrapparmi” — e come richiesta ci sta, se pensiamo al contesto in cui tutto questo ha luogo.
Iya lì per lì si rifiuta, ma poi, visto che la ama, e la ama di un amore passionale, non amicale, accetta di andare a letto con il Caporeparto dell’ospedale per rimanere incinta e “risarcire” così l’amata.

“Beanpole” è un film con una personalissima estetica visiva a cui corrispende un’altrettanto personalissima etica interna, costruita attorno a due personalità agli antipodi. Tanto Iya è enigmatica, chiusa, algida, ma capace di una devozione e di un sacrificio autentici, nonché marchiata da quella altezza eccessiva che la diversifica fisicamente da tutti gli altri, quanto Masha è rossa, carnale, istintiva, calcolatrice e spietata, ma, allo stesso tempo, rasa al suolo dal dolore: apprendiamo che al fronte, per sopravvivere, dava conforto sessuale ai soldati dopo i combattimenti. Il corpo femminile, un oggetto incastrato fra dolore e piacere.
Quando torna a casa, Masha non fa che perpetrare su Iya il male subito, nel perverso ciclo innescato dal macchinario della guerra.

La cosa davvero notevole di questo film — e che non ho mai visto in nessun film — è la sostanza del nucleo attorno a cui ruota, e lo spazio e il tempo dentro cui ruota. Al centro ci sono questioni come l’amore tra due donne e la maternità surrogata. Ma non siamo nell’alta borghesia romana di Ozpetek all’inizio degli anni 2000. Siamo nella Russia del 1945! Eppure questo non ci sconvolge. E’ assolutamente naturale come una madre che ha perso un figlio, che ha perso tutto durante la guerra — inclusa la possibilità di generare ancora — voglia una creatura a cui aggrapparsi. Ed è naturale che la donna che la ama, faccia di tutto per soddisfare questo suo desiderio. L’amore funziona anche al tempo di guerra.

“Beanpole” tratta anche da vicino il dramma dei veterani, rottami umani in cui non si ravvede un briciolo di eroismo. I corpi che zoppicano o giacciono mutilati nei letti dell’ospedale in cui Iya lavora sono proiezione fisica delle ferite interiori che tutti quelli che la guerra ha toccato, si portano dentro, Iya e Masha incluse.

Stilisticamente, è un film rigoroso, creativo, con un linguaggio sottile tutto suo. Siamo quasi sempre chiusi dentro negli interni squallidi della pensione in cui Iya e Masha alloggiano, dove dominano il rosso mattone e l’ocra, ma dove c’è anche spazio per uno sprazzo di verde, in forma di vernice sui muri e di un vestito che, infilato, porterà Masha ha una sorta di intima epifania. È uno stile molto personale e riconoscibile, e per questo si è applaudito così convintamente a Balagov. Tanto giovane, e tanto riconoscibile. Sarà bellissimo assistere, negli anni che abbiamo davanti, a una lotta tutta cinematografica, fra lui e l’amato Dolan.

Ed eccoci al termine, Fellows.
Io mi avvio al Roxy Hotel, scongiurando qualsiasi colpo di scena dettato dalla political correctness e dalla mediocrità.
A voi dico sempre tantegrazie, e mando dei saluti, irritantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More