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LET’S MOVIE 383 da NYC commenta “WE, THE ANIMALS” di Jeremiah Zagar

LET’S MOVIE 383 da NYC commenta “WE, THE ANIMALS” di Jeremiah Zagar

Florence Fellows,

ormai hanno esaurito tutti i nomi per gli uragani, quindi pescano nella toscanità.
Florence.
Gli americani non conoscono Dante, ma Firenze popola i loro sogni e adesso, nomina i loro incubi.
Io ho incolpato moltissimo Florence per gli otto giorni più meteorologicamente provanti da ché sono qui a New York. Persino più dell’inverno, persino più della primavera travestita da inverno, o dell’autunno travestito da estate ma che sotto sotto è inverno.
Otto giorni fa si boccheggeva alla grande con 35 gradi, umidità al 98% — una pacchia. I newyorkesi immusoniti a livello Voldemort; io due spanne sopra il suolo panificio che sfornava pagnotte umane cotte a fuoco lento — loro.
Poi è arrivato venerdì 7 settembre, e tutto è precipitato. In modo particolare venti, venti gradi centigradi capitolati, da 35 a 15. E la mia incapacità di celebrare funerali di venti caduti.
I giorni successivi hanno riconfermato pioggia fredda e cielo rovinoso, pur con una temperatura sensibilmente più mite.
Io arrivo da un mese spagnolo con una media intorno ai 34 gradi, clima secco e ventilato. New York mi si scaraventa addosso così, con una caparbietà, una virulenza da rimanerne quasi perversamente affascinati.
Cerco di farmene una ragione.
Ecche diamine, un po’ di UK a New York, che sarà mai? Non sopravvivono lì, a Londra? E nel Nottinghamshire? Quelli sì, son posti plumbei! Non fosse per il Trooping the Color e per il verde Robin Hood, passerebbero mesi e mesi senza vedere un colore.
Cerco di convincermi, ok, me la faccio passare. I can do it.

Ma la realtà è che no, non ce la faccio, I can’t do it!
Ho una faccia da funerale. E i newyorkesi — i maledetti! — si godono la loro vendetta, con dei sorrisoni da orecchio a orecchio. Perché adesso possono tornare a respire, a non avere l’affanno ogni quattro passi, a non sentire più una galletta italiana che tuba tutto il tempo con il dio sole.

Conversazione in ascensore con un inquilino del mio piano — che sa il mio nome, ma io non so il suo, quindi sono già in difetto.
Io, esterrefatta: “What’s happening to the weather??”
Lui: “Ah at last, it cooled off”, un’espressione da Beato Angelico.
Io: “But it’s soooo cold!”, un’espressione da compianto sul Cristo morto.
Lui: “You know what we say here, Sara? ‘Sweater weather is better weather’”.
Come ribatti a uno che ti dice “tempo da maglioni, tempo da campioni”?
Non c’è margine di dialogo.
Allora lo lascio andare, e mi getto, funerea, nella nebbia.

Poi, quando ho sentito dell’Uragano Florence, ho immediatamente incolpato lui, scagionando così New York: ma certo! È la perturbazione portata da lui che arriva quassù al nord!
Così, in questi giorni di allucinante insofferenza e di insegnamento selvaggio, comincio a vedere New York come affetta da un malanno: New York soffre di maltempo.
Ogni mattina per otto giorni ho guardato fuori dalla finestra e lei era lì, agonizzante come il giorno prima, e quello prima ancora. Nessun miglioramento. Nessuna cura somministrabile.
C’è qualche dottore a bordo che sa come si cura il mal tempo?
In otto giorni, nessuna mano alzata.

Sono stati otto giorni mai visti perché di solito, a New York, il sole non manca mai più di tre giorni consecutivi. La temperatura può precipitare a meno 15, e rimanere lì per giorni e notti, ma il cielo è terso, e il sole, per quanto dewattizzato, risplende. Otto giorni consecutivi senza un raggio, senza un po’ di giallo, mi hanno fatto pensare a tutti gli expat italiani expatriati in nord Europa.
New York senza sole è pur sempre New York.
Oslo è un palindromo mal riuscito.

La questione è migrata dal medico alla zona principio.
No perché siamo ancora tecnicamente in estate e questi abusi di potere da parte del sesso forte — l’inverno è il sesso forte — non si tollerano.
Dopo otto giorni di sorrisi gloriosi su volti newyorkesi in trionfo, dopo otto giorni di requiem nella colonna sonora della mia giornata, ecco che l’Indian Summer arriva, ieri, sabato, spalancando i cieli al ritorno del sole.
Di solito l’Indian Summer arriva a fine ottobre. Quest’anno, vista l’urgenza, ha anticipato il volo, ed è giunta in nostro soccorso.

E il lutto finisce.
Per celebrare il ritorno dagli inferi, vado Upstate, nella cittadina di Mountainville, a circa un’ora da Manhattan. Ci vado, a Mountainville, perché lì sorge lo Storm King Art Center, che si chiama così per via dello Storm King Mountain, un monte alto la bellezza di 400 metri — location da Olimpiadi invernali, eh…

Lo Storm King Art Center ospita quella che si ritiene essere la collezione di sculture in esterna più grande degli Stati Uniti. Una specie di Fattoria Celle, la villa che ospita, al chiuso e all’aperrto, la ricchissima Collezione Gori, vicino a Pistoia. Solo che a Storm King, tutto è all’aperto. E tutto è di grandezze e proporzioni e numeri americani. 500 acri e 150 sculture, di ogni misura, con particolare predilizione per il gigantico.
Ora vi elenco gli artisti. Vedete un po’ chi conoscete.
Alexander Calder, David Smith, Mark di Suvero, Henry Moore, Douglas Abdell, Isamu Noguchi (my love), Richard Serra (my super love), Louise Nevelson, Magdalena Abakanowicz, Alice Aycock, Andy Goldsworthy, Alexander Liberman, Ursula Von Rydingsvard (ricordarsi il nome è un casino, ma lei un dio con il legno, e per dio ci si può anche ricordare il casino di un nome), Sol LeWitt, Roy Lichtenstein.

Viste le dimensioni, il noleggio di una bici è caldamente consigliato. Così pedalate fra sculture pazzesche e impensabili. Parallelepipedi in ferro che da vicino sembrano imponenti e be’, ferrosi, e da distante acquisiscono la leggerezza e l’evenescenza del volatile. Strutture tubulari da Paese dei Balocchi, stecchati di specchio, tre gambe che schiacciano la testa di un Buddha gigantesco, lavori site-specific, costruiti in loco, come un muro in tutto e per tutto simile alla Muraglia Cinese, o forse a qualche Nessie lochnessiano e preistorico che scivola in acqua su un lato del fiume, per riemergere dall’altro lato e continuare il suo (per)corso.
Un parco giochi in cui i giochi sono arte.

Anche in Trentino c’è una struttura simile, Arte Sella. Ma quella è una rassegna, e in più le opere sono create con elementi naturali. A Storm King le opere sono statue che potremmo vedere in un museo, e accanto a loro, opere create appositamente in loco.
Un posto come Storm King potrebbe originare delle perplessità. Ma la arte, che è già di per se tanta roba, come può stare in un contesto dominato dalla natura, che anche di per sé è tanta roba? Non sarà uno scontro troppo fra titani, fra prime donne?
No. Le opere non si integrano nel paesaggio. Non c’è una ricerca di armonia, o di rispondenza fra arte e natura. Le opere interrogano costantemente il paesaggio, oltreche lo spettatore.
Se state ziti, le sentite, forti e chiare.
Non ho mai visto e sentito nulla del genere in vita mia.
Consultate il Frunic IV. 😉

Parco a parte, è il viaggio stesso a Mountainville che vale la pena fare. Entrate nell’americanità più quintessenziale. Le casottine di scandole color pastello, con il portico, il tetto a punta, doppia porta per riparare dal freddo, zanzariera l’estate. I bussolotti portalettere a forma di sfilatino che tanto ho invidiato nella mia vita perché il postino ti avvisa in silenzio quando c’è posta, alzando la bandierina. La bandierina strilla per lui. Ogni volta penso a quante corse gli abitanti di una casa hanno fatto, dalla cucina al vialetto, vedendo, in lontananza, la voce di una cassetta portalettere.

Davanti a tanta immacolatezza, davanti a tanto ordine, mi sono chiesta se quella è ancora l’America del milkman che ti consegna il latte sullo zerbino, oppure del newspaper-boy che ti lancia la copia del Gazette locale nel giardino. Mi chiedo se quella è ancora una realtà, oppure se questa architettura molto grantwoodiana, molto “American Pastoral”, fosse l’anacronostico risultato di una volontà radicata. La volontà di non volere altro all’infuori di me.
L’architettura è rimasta sempre la stessa, la disposizione delle cose, i colori. Tutto tale e quale a centocinquanta anni fa.

Mi viene da dire che questi hanno votato Donald anche nelle primarie democratiche fra Andrew Cuomo e Cynthia Nixon. C’è aria di “questa è casa mia e qui comando io”. E di fucili riposti in bella mostra nella vetrinetta in salotto. In un ambiente appena uscito su Elle Decor.
A proposito di Cynthia, ci dispiace per la sua sconfitta, ma questo le/ci dice che smantellare un’istituzione familiare come quella dei Cuomo non è impresa facile, nemmeno se hai l’appoggio dell’Intellighenzia progressista, della comunità LGBT e delle minoranze. Cynthia Nixon è stata la Bernie Sanders dello Stato di New York. Troppo leftista persino per New York City. E poi l’America ha la fascinazione per le famiglie al potere. Kennedy, Bush, Clinton. Le eccezioni ci sono, ma sono rare e forse capitano una volta ogni cent’anni, e noi, con Barack, ci siamo giocati il nostro giro.

Ho terminato il mio sabato Upstate cimentandomi in un otto buche di golf, non perché io abbia mai posizionato il mio corpo sopra un par, ma perché  sono dell’avviso che se capiti dentro l’occasione di provare le cose, tu provi le cose. Sono anche dell’avviso che se per tutta la vita hai coltivato il mito dell’outfit da golf, un giorno devi riuscire a toglierti lo sfizio di indossarlo. E fa niente se poi ogni tanto la mazza si trasforma in zappa, e tu sollevi talmente tante zolle che il green diventa un campo pronto per la semina…
Innanzitutto, per studiare l’anatomia del golf, bisogna spogliarlo dagli strati d’elite che lo rivestono.
È uno sport inafferrabile, e questo, come tutto ciò che sfugge alle definizioni e alle comprensioni, lo rende intrigante.
La sua intrinseca contradditorietà comincia già dalla definizione. È davvero uno sport? Non proprio. Non ci metti la fatica e i muscoli, e persino nel curling (!), altra disciplina discutibile, un po’ di fatica, di muscoli, ce li metti. Anche solo in versione olio di gomito.
Sembra facile, il golf, ma non lo è. Però non è nemmeno rocket science. La via di mezzo fra pratica, esperienza e coordinazione. Io non disponevo di nessuna delle tre, ma questo almeno ti permette di buttarti senza troppe aspettative.

E che ci sarà, nel golf, che attira tante persone a praticarlo? Cerchiamo sempre di toglierne i contorni Country Club e members-only. Il golf è una gara con te stesso. Sei tu che devi completare una buca in un tot numero di lanci. Il tuo avversario, sostanzialmente, sei tu: devi battere la tua incapacità. È come una maratona — devi arrivare alla fine — ma al contempo differisce dalla corsa, dove il tuo corpo è il tuo unico alleato, non il tuo nemico.
A livello intellettuale, è un po’ come gli scacchi, dove si può addirittura giocare da soli.
Devi avere la forza d’animo per crederci. Ridotto ai minimi termini, si tratta di buttare una pallina in una buca. È pari al calcio, al football, a qualsiasi sport. Le dimensioni della palla cambiano, ma la loro costituzionale insensatezza, è la stessa. Se s’intende praticarlo, quindi, bisogna superare il cinismo, e vederlo un po’ come un’alternativa alla vita quotidiana. Per due ore di tempo, chiudi via i pensieri e ti concentri a infilare una stupida pallina in una stupida buca — dopotutto il calcio non è forse infilare uno stupido pallone in una stupida rete? Lo sci non è infilare delle stupide assi ai piedi e scivolare in fondo a uno stupido monte? Potremmo andare avanti all’infinito con le costituzionali insensatezze del quotidiano sportivo ed esistenziale.
Per chi pensa troppo, il golf potrebbe essere terapeutico. Se tu possa permettertelo — e non parlo tanto finanziariamente quanto intimamente — è tutto da vedere.

Quanto allo Storm King Golf Course, è uno dei più “antichi” degli Stati Uniti. Quando me lo dicono, con quella punta di malcelato orgoglio “wanna-be Europe”, abbasso lo sguardo e soffoco un sorriso, pensando all’Old Course di St. Andrews, in Scozia, dove ero stata portata grazie a un ERASMUS — iniziativa che il capolavoro della Brexit forse riuscirà ad affossare nei prossimi anni…
Ecco, quello lì, soprannominato “the Cathedral of Golf” e nato nell’Anno del Signore 1552, quando l’America era ancora in fasce, è un campo da golf antico — il più antico del mondo, actually.
Vorrei dirlo, allo squinzio dietro il computer dello Storm King Golf Course. Ma poi desisto.
A che pro millantare così, gratuitamente?

Questa settimana sono stata all’Angelika Film Center a vedere “We, the Animals”, di Jeremiah Zagar. Presentato con successo all’ultimo Sundance, e visto un po’ come l’erede di “Moonlight” — ricorderete, due anni fa— il film racconta la storia di tre fratelli portoricani, Manny, Joel e Jonah che, lì per lì, a inizio film, ti sembrano vivere a Portorico, ma poi capisci che no, quella è Utica, Upstate New York — non troppo distante dalle Storm King Art Center, di fatto — una zona sciatta e depressa.

Una storia d’infanzia in cui la dolcezza dei pomeriggi passati a giocare, sonnecchiare sul tappeto del divano o a pancia all’aria in mezzo a un prato, si mescola all’amaro di liti furibonde fra i genitori, botte da orbi, momenti di tensione e abuso domestico, del marito manesco verso la moglie, vittima e al contempo complice, della moglie verso i figli, del martito verso i figli.
Per buona parte del film, i tre fratelli sono un sodalizio, un unicuum. Sempre insieme, sempre complici. Ma mentre Manny e Joel si avviano a seguire le tracce bulle del padre, Jonah è portato a seguire una sua via che lo distanzia inevitabilmente da quel machismo esibito. Jonah è il diverso, quello più legato alla madre, quello che vede cose che altri non vedono. E si rintana, Jonah, sotto il letto, per scrivere i suoi pensieri e aggiungerci dei disegni che prendono vita sullo schermo in sequenze animate molto suggestive e violente — solo come certi disegni dei bambini sanno essere — alternandole a un girato in pellicola da 16 mm. Quei video dell’infanzia, a grana grossa, non tutti puliti e perfetti come i video di oggi. Il film usa quella pellicola perché quella è la pellicola dei ricordi, del passato. E funziona benissimo perché le immagini sono calde, soffuse, così come le albe e i tramonti che per buona parte del film ti fanno pensare a qualche stato del Sud degli Stati Uniti, come la Virginia, o l’Alabama.
Il regista Zagar scende spesso in mezzo alla scena, fra i personaggi, con la telecamera in spalla, come se volesse suscitare la compartecipazione dello spettatore attraverso riprese fortemente ravvicinate. Questo anche per farci entrare nel ludico dei tre bambini che, simbiotici al pari di tre gemelli, affrontano tutto insieme e creano tutto insieme. Il più artistico di tutti è naturalmente Jonah, che si serve dell’arte come scappatoia: la realtà che subisce, insieme ai fratelli, è troppo. Cosa gli resta, se non nascondersi sotto il letto, armato di torcia e matite, e disegnare la sua versione del mondo?

I tre bambini sembrano tre selvaggi — nell’accezione positiva del termine. Non sono attori professionisti e ho letto che Zagar li ha lasciati molto liberi di improvvisare. Eppure “We, The Animals” è anche un film molto studiato, con una simbologia ben definita. La natura è molto presente, molto viva, si può quasi avvertirne il respiro caldo, nelle giornate di nulla estivo.
Ma è anche la natura dell’acqua torbida dello stagno in cui il padre sguazza come un bambino, e in cui Jonah e la madre hanno il terrore di metter piede. La scena in cui il padre “convince” Jonah e la madre a nuotare, è di una crudeltà e di una precisione rare. Il meccanismo del trauma è disvelato attraverso accadimenti come questo — il bagno forzato, oppure scene pornografiche guardate in tv, oppure scene troppo erotiche fra mamma e papà — che però finiscono per marchiare a fuoco la psiche di un bambino. Verso la fine del film pensi che Jonah sia spacciato, che non riuscirà a cancellare ciò che i suoi occhi hanno visto. E invece, nonostante tutto, Jonah ce la fa. Non soccombe a quella vita, sballata e bruta. Ne cerca una tutta sua, per la strada che intraprende per conto suo.

È un film parlato con gli sguardi e i corpi, pochissime sono le parole. E questo, anche, credo, sia il motivo della pellicola 16 mm. La grana grossa restituisce una corporeità molto spiccata e definita che si sposa con l’idea di film fisico che il regista sembra proporci con convizione.
Se “We, The Animals” raggiunge l’Italia, fatemi un piacere. Andate a vederlo.

E anche per oggi è tutto. Il Frunyc IV è farcitissimo oggi — oltre allo Storm King Arts Center e il golf (!), Liberty Park, di fronte a Manhattan, in New Jersey.

Ringraziamenti come se piovesse e saluti, anche quelli, pluvialmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 382 da NYC – commenta “THE WIFE” di BJORN RUNDE

LET’S MOVIE 382 da NYC – commenta “THE WIFE” di BJORN RUNDE

Mercy Moviers,

Ve la chiedo sempre la misericordia, quella specie di polverina magica che Manzoni chiamava grazia e che faceva scendere sugli umuncoli che siamo, nello specifico, Fra Cristoforo che era. Qui la misericordia è planata su un College che sta a Dobbs Ferry, a una ventina di minuti di treno da Upper Manhattan.
Ve ne avevo già parlato lo scorso aprile, del Mercy College. Per via di quell’invito, ricordate?
“No, non abbiamo posizioni aperte al momento, ma visto il tuo profilo, ti va di venire a parlare ai nostri studenti di quello che fai a New York?”.
Come no, corro, avevo risposto io. Ed ero corsa al Mercy College, la cui immagine si sovrappone a — e combacia con — l’immagine cinematografica che noi europei abbiamo del college americano.
Il corpo dell’università frammentato in tante piccole particelle, che sono i singoli dipartimenti, e che se ne stanno rinchiusi dentro a casette di mattoni, o di legno tinto di bianco, tutte a una ragionevole distanza dalla Main Hall. E tutt’intorno, verde, verde, verdissimamente verde. E alberi, alberoni, alberissimi. E quel silenzio della campagna, interrotto solo dal ronzio amico — benché molesto — dei tosaerba, che cercano di domare tutto quel manto, tutta quella ricrescita.
E se arrivate una sera d’inizio setttembre con 35 gradi, sentite i grilli e il loro frinire, non le cicale — le cicale, la loro bolgia nascosta, l’abbiamo lasciata a Castellvì de la Marca. E se vi chiedete cos’è quell’altro strano rumorino di fondo che vi giunge all’orecchio, oltre ai tosaerba e ai grilli, quel rumorino che non sapreste definire — e non solo perché definire i rumori è impresa ardua tanto quanto tentare di riprodurli — quel rumorino di scrocchio attutito è il crescere costante delle menti giovani, avvolte nel doppio strato della loro inconsapevolezza.
Ed ero corsa a Dobbs Ferry, ero sprofondata in Arcadia dopo un anno di giungla meccanica newyorkese, in una mattina freddissima ma soleggiata di aprile. Mattina presto presto, nessuno in giro. Solo io e il campus. Il parcheggio vuoto, il campo da basket vuoto, il dipartimento di lingue straniere, Maher Hall, deserto. Io che entro, scatto foto a tradimento di divanetti bonton, caminetto, del davanzale sopra il caminetto e la cornice con dentro la suora a cui il College è dedicato — il Mercy College non è esattamente un luogo devoto a Maometto. E poi tengo la mia presentazione su chi sono e cosa faccio davanti a studentoni grandi e grossi, ma intimiditi, un paio di ragazze sul Goth andante, annoiate o solo stanche, probabilmente dal turno di lavoro della sera prima. Perché, scoprirò, tantissimi studenti del Mercy lavorano, quindi non sono proprio dei fiori di freschezza al mattino.

Ebbene, a fine anno, si apre una posizione per insegnare un corso. Il Chair mi chiede se mi va, e anche in quel caso rispondo, come no, corro. Ed eccomi a correre di nuovo, mercoledì scorso a Dobbs Ferry, verso la mia prima lezione al Mercy College. Un corso di beginners che più beginners non si può. E il mercoledì si preannuncia essere il mio giorno campale. FIT a Chelsea fino alle 3 pm. Poi, se immaginate di essere me, prendete la metro, e dalla 28esima e Broadway, risalite tutta Manhattan, e scendete alla 225esima, sulla terraferma, immediatamente di là dall’Harlem River — Manhattan è pur sempre un’isola, la terraferma va raggiunta prima o poi. Lì scendete dalla metro e prendete il trenino che vi porta Upstate. Un regionale sciattarello, color argento vivo con la scritta blu “Metro-North”, che tante volte vedete in tanti film. Venti minuti di paesini Upstate, tipo Riverdale e Glenwood e scendete nello shakespeariano Ardsley-on-Hudson — il Bardo, bazzicava Stradford-upon-Avon, le due località se la giocano tutta sul fluviale. Lì, vi lasciate l’Hudson alle spalle. E credetemi, non ha nulla da invidiare all’Avon. L’Hudson può essere un fiume-mare inquietante per la sua ampiezza, e le ventimila leghe che immagino definiscano la sua profondità, ma se arrivate in un giorno sereno, col sole che ci gioca sopra, e lo scorrere lento lento di certe barcone un po’ chiatte che lo solcano, be’, l’Hudson fa la sua figura.

Dopo aver percorso un ameno sentiero tra il folto degli alberi, sbucate nel campus, che è quella culla verde di cui ho parlato poc’anzi. Ovviamente siete in largo anticipo, perché questa è la prima volta, e volete accertarvi che tutto fili liscio, soprattutto, che troviate la vostra aula, che il computer funzioni, e anche il proiettore. Raggiungete il secondo piano della Main Hall, la vostra aula, dove, ad accogliervi, c’è un tecnico, pronto prontissimo a spiegarvi come loggarvi nel sistema, e come maneggiare la console dei comandi per gestire lo schermo.
Rimanete impressionati. All’FIT siete a New York, e a New York ci si arrangia. Anche se avete sempre il numero salvezza tatuato sulla scrivania — il numero salvezza lo chiamate se qualcosa di tecnico/logico non funziona, e possono essere le 9 am o le 9 pm, il tecnico compare dopo due minuti e vi salva dall’imbarazzo di un apparato tecnologico che non funziona.

Dopo aver capito come pilotare il proiettore, ecco che arrivano i miei studenti. New York sta in un’altra galassia, e con lei, il fenotipo degli studenti FIT: strambi, creativi, gayissimi pure gli etero, esubero di studentesse, maschi in via di estinzione.

Qui al Mercy la mia classe conta 16 iscritti, le ragazze sono tre, di cui una è Nita, un colosso di donna che studia legge, e che, quando ho chiesto “cosa fai nel tempo libero”, ci ha tenuto a far sapere “sollevamento pesi e calcio. In una squadra maschile”.
La popolazione maschile della classe del Mercy è variegata.
C’è X, il secchione in giacca e cravatta, che prende appunti come se “IT 115” fosse il corso più importante del suo piano di studi — so che farà lo stesso per ogni corso del suo piano di studi, e che “cum laude” coronerà la sua laurea, fra qualche anno. Poi c’è Garrone, perché lui è incontrovertibilmente Garrone di De Amicis. Grande, grosso, gli occhi verdi, le gote ciliegia, il sorriso timido. Una ragazzo che è un pandolce. Quando gli chiedo cosa fa nel tempo libero, mi dice che lavora in un’impresa edile. Poi c’è Pel di carota, secco, bianchissimo, un folletto che suona la chitarra. Abbiamo una Candy Candy di Long Island che per l’occasione si chiama X: lei nel tempo libero lavora in un ospizio. Ho un X da Buenos Aires e un X dall’Ecuador. X l’italoamericano che non parla l’italiano e X che mi sa di ragazzo che ha convertito le difficoltà famigliari in sensibilità.

All’inizio sono molto intimiditi dall’italiana che si ritrovano davanti. Lo vedo da come mi guardano di sotto in su, temendo che chieda loro qualcosa — sanno benissimo che lo farò da un istante all’altro.
Quel momento di disagio e paura deve avere vita breve nelle mie classi. Ricordo benissimo come mi sentivo nei loro panni. Ricordo benissimo un paio di professori all’università che cavalcavano quel sentire, invece che stroncarlo sul nascere. Ogni lezione era una piccola agonia per tutti.
Dico subito che una lingua s’impara sbagliando e cadendo, e che non devono avere paura di sbagliare e cadere. E una lingua s’impara parlando. Quindi, noi si salta e si parla.
Dopo due frasi, giusto due frasi, l’atmosfera cambia completamente, si scioglie. Vedo che hanno tutti il sorriso facilissimo.

Una lezione di lingua è una coltura in cui brulica il buffo. Io ci metto del mio, naturalmente, perché nonostante l’anticipo con cui arrivi, i tecnici pronti ad aiutarti, c’è sempre qualcosa che sfugge.
La cosa che è sfuggita la mia prima lezione al Mercy, è stato il libro. Se non ci sono i gessi, oppure il proiettore fa le bizze, il problema si risolve in fretta. Se invece entrate in una classe con la lezione preparata su un libro che gli studenti dovrebbero avere, ma che non hanno, be’, il problema necessita di un plan B in tempo zero.
L’istante in cui realizzate che l’unica copia di “Oggi in Italia” è la vostra, e tutt’intorno ci sono solo block-notes immacolati, somiglia all’istante in cui uscite di casa vestiti di nulla, sta per avvicinarsi un fronte freddo di proporzioni dolomitiche e voi lo vedete arrivare, e siete lì, nude-look. Finiti.

Loro mi guardano un po’ colpevoli, un po’ innocenti. Perché insomma, sì, il libro dovevamo comprarlo, è vero, ma aspettavamo la prima lezione per essere sicuri che servisse… Io guardo loro e loro non pensano che io sono stata loro un tempo, e che conosco in anticipo tutte le scuse che stanno per buttarmi lì. Innocenti perché il libro costa la bellezza di 204 dollari. E non chiedetemi perché i libri costino così tanto qui, ma costano così tanto. E questi sono quasi tutti studenti lavoratori, e 204 dollari per uno studente lavoratore sono un sacco di soldi — anche per un’insegnante lavoratrice eh.
Allora faccio buon viso a cattivo gioco.
No problem, we will find something, dico.
Avere un computer in classe vi salva. Ripesco e proietto un paio di power-points che usiamo all’FIT a livello beginners et voilà, la lezione è fatta.
La prossima volta però, il libro s’ha da portare, metto in chiaro.

Sono reattivi, sorridenti ed entusiasti, questi studenti del Mercy. Bonariamente campagnoli, basic. Anni luce dall’universo glamorous dell’FIT, in cui i pupils vi si presentano con degli outfit sofisticati e avveniristici.
Questo semestre insegno due corsi lì, all’FIT. Italian Conversation. E finalmente sono passata dalla “graveyard”, l’aula sprofondata nel cemento buio del notturno, a due aule diurne con due finistre cadauna.
Ci sono quelli che masticano un po’ d’italiano e che si credono l’Alighieri — parentesi: di questi millennials Americans nessuno conosce Dante Alighieri… cioè, cavolo, l’Alighieri!
Ho chiesto perdono al Sommo a nome loro perché non sanno quello che fanno.

Ci sono quelle da cui non caverò nemmeno una goccia di italiano corretto, X e X, la coppia di bionde che sembrano due cloni di Kelly appena uscite da Beverly Hills 90210 – Vent’anni dopo — top, unghie fluò gialle, capelli ultra sleek e inchiostro rosa nella penna, immagino. Poi c’è X, dal Perù, che è già grande, lo vedo dalla vita che ha già visto dentro i suoi occhi giovanissimi. E poi X, una bellezza del Bronx con gli occhi azzurri, il sorriso più puro che possiate immaginare, e la voglia di compiacermi a tutti i costi attraverso compiti perfetti e lezione studiata — riuscendoci, ovviamente. E poi l’allampanato, perso, sbadatissimo X, che non ne azzecca mai una, ma che per il “VIP Misterioso: descrivi un vip che ti piace ma senza rivelarne il nome” descrive Mariah Carey con “Esce sempre a Natale” — io mi piego in due dalle risate, e la classe, vedendo me, si piega a sua volta e finiamo tutti piegati. E c’è chi, nel VIP misterioso, presenta Chiara Ferragni, magari pensando di colpirmi, ma in realtà affondandomi. E poi c’è chi crede di fregarmi, nascondendosi nell’ultima fila, credendo che io non veda il cellulare con cui whatsappa mentre io spiego la differenza tra “simpatico” e “sympathetic” — il cellulare e i laptop sono verboten da regolamento. Purtroppo sul suo cammino X ha avuto la sfortuna di trovare i miei occhi, che hanno delle aquile dentro a cui difficilmente sfugge qualcosa. Quindi ho lasciato passare mercoledì scorso, ma certo non lascerò passare mercoledì prossimo. E poi c’è lei, la ragazza misteriosa con gli occhi bassi e il broncio da Belen Rodriguez: quando la interpelli, lei sorride timidissima. Sai immediatamente che avrà davanti una strada cosparsa da cuori infranti.
Insegnare non ti farà diventare ricco, ma ti apre uno spiraglio sul presente e sul futuro dell’umano.

E se non vi va di scrivermi a [email protected], ora potete farlo a [email protected], perché faccio ufficialmente parte dei Mavericks — i dissidenti — del Mercy.
Sempre meglio dei Bulls di Chicago, dico io.

Un po’ di mercy, di misericordia, ve la chiedo anche perché, da peccatrice, infiniti sono i modi in cui pecco. Per esempio sono stata vaga e indefinita — qui mi ruggisce il Leopardi con la sua poetica — nell’illustrare cosa si fa in una residenza per artisti. E alcuni di voi mi hanno chiesto, ma cosa si fa in una residenza per artisti, è come una vacanza?
No, una residenza per artisti non è una vacanza. Il rischio che possa diventarlo, andando in posti paradisiaci come La Gomera è alto, e dovete stare molto attenti. Di solito, comunque, gli artisti non aspettano altro che il momento in cui dedicarsi alla loro arte senza le scocciature del quotidiano.
Io ho bisogno delle residenze perché mi regalano tempo ininterrotto, e certo la possibilità di conoscere un posto nuovo e stringere nuove amicizie sono parte del fun, ma io ci vado per il tempo ininterrotto.
Ci vuole disciplina, in una residenza. E quella, in casa Board, come immaginate, non manca — teniamo Lez Muvi ogni domenica sera, da nove anni, Vostro Onore… 🙂
Io lavoravo praticamente sempre, tranne un tre/quattro ore giornaliere in cui facevo il Tom Sawyer della situazione, correvo, nuotavo o andavo in giro per l’isola, oppure per i campi catalani. Per gli insonni, poi, anche la notte, è campo di lavoro.
Questo rigore mi ha fatto portare a casa più di 130 poesie per la seconda raccolta in inglese. 130 fanno impressione, lo so. Ma vedete, come dico sempre, non si va in un posto per farsi ispirare dal posto. Lo sai prima ancora di partire ciò su cui lavorerai: ho passato un anno e mezzo a raccogliere materiale. Non ho fatto altro che portarlo con me, tirarlo fuori e lasciar andare le parole. L’ispirazione funziona con il frammento d’idea iniziale, ma poi la poesia è lavoro. Si riveda, quindi, il falso mito della poesia momento d’estasi. L’idea in nuce parte da lì, dal mistero, ma poi sono ore di lima, olio di gomito, ricerca, e be’, ore.
Quindi no, non me ne sono stata con la pancia all’aria nel mese spagnolo. E non lo dico per mettere i puntini sulle i, ma per amettere una mia incapacità. Non so starci, a pancia all’aria, senza far niente. Mi viene l’ansia. Sono inetta!

Questa settimana sono andata al Paris Theater, accanto al Plaza Hotel, per vedere “The Wife”, dello svedese Bjorn Runde.
Non so se fosse per la location posh, ai piedi di Central Park, due passi dal Plaza e quattro dall’Upper East Side, o se fosse per la seniority dei due protagonisti del film, ma ero circondata da anziani.
Anziani Upper East Side. Ovvero bianchi, colti, snob.
Gestibilmente insopportabili.

Scrittore di successo, Joseph Castelman è in procinto di ricevere il premio Nobel per la letteratura. È a letto con Joan, la moglie devota con cui è sposato da trent’anni. Ecco che arriva la telefonata. Siamo lieti di comunicarle che è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura.
Joseph e Joan si mettono a saltare sul letto dalla felicità, malgrado l’età avanzata di entrambi.
Dopo anni e anni di lavoro e scrittura, finalmente il coronamento massimo.
Gli amici, i parenti, i giornali, tutti in visibilio. Eppure intravediamo del marcio, oltre le rose e i fiori.
La coppia parte per Stoccolma, accompagnata dal figlio, David, scrittore in erba che capiamo non avere vita facile con un padre premio Nobel.
Sul Concorde che li porta in Svezia, la coppia è avvicinata da un tale che vuole scrivere la biografia di Joseph, ma che Joseph liquida con un no, grazie.
Una volta a Stoccolma, Joan appare sempre più insofferente nei confronti del marito. E non è solo per sana invidia. Piano piano veniamo messi al corrente di quello che la coppia ha nascosto per anni. Una frode bella e buona. Sì perché, guess what, lo scrittore di casa non è Joseph. È Joan!
Lui era il suo professore all’università, uno scrittore con tante idee brillanti, ma incapace di metterle insieme. Lei, una studentessa dotata, capace di mettere insieme le idee brillanti sue e altrui. I due si innamorano, si sposano, e be’, decidono di compiere il passo che porta Joan dal fargli da editor a diventare il suo ghost-writer. Così tutti i successi finiti sullo scaffale sotto il nome di Joseph Castelman, in realtà dovrebbero portare il nome di Joan Castelman.

Ma perché Joan non ha perseguito una sua carriera come scrittrice, ci chiediamo?
Be’, perché negli anni 60-70, quando Joseph e Joan erano giovani, nessuno dava credibilità alle scrittrici. Quindi tra una non-carriera e una carriera da ghost-writer, Joan sceglie la seconda. Troppa era la voglia di scrivere.
Intanto, a Stoccolma, capiamo che Joseph non è mai stato uno stinco di santo — adultero e bambino, l’accoppiata che caratterizza la vita di tanti artisti.

Arriva la serata della premiazione, e succede che Joan non ce la fa più a tenere quel segreto. Si arriva alla resa dei conti. E il finale, be’, il finale è tutto da vedere… Diciamo che, a un certo punto, c’è una qualche giustizia divina che scende a regolare i conti… Ma non posso dire altro altrimenti vi rovino tutto.

“The Wife” è un film con una grandissima storia nel cuore e un corpo mingherlino a sostenerla. Stilisticamente troppo semplice, troppo lineare. Il regista, peraltro svedese, avrebbe fatto bene a ripassare un po’ di Bergman prima di affrontare la regia. Io tremo alla sola idea di ciò che un regista come Ingmar, oppure Stanley, avrebbe potuto fare con un conflitto intra-coniugale come questo. Kubrick alle prese con una coppia che nasconde un segreto così… Pensiamo alla monumentalità di “Eyes Wide Shut”… Oppure Ruben Ostlund, giusto per rimanere nel Nord Europa…

Rund si affida al flashback per raccontare gli anni in cui Joseph e Joan erano professore e allieva, e l’evoluzione del loro patto segreto. Ma i flashback risultano irritanti —risultano posticci— e superflui. Lo spettatore non ha necessariamente bisogno di vedere ciò che è stato in passato per capire il presente. Qualcuno dice che il flashback è per sua stessa natura non drammatico e spezza la tensione scenica. Il che è vero, e succede puntualmente in “The Wife”.

Con un po’ più di immaginazione, un po’ più di coraggio, il film sarebbe entrato di diritto nel memorabile, categoria in cui facciamo tuttavia rientrare la prestazione attoriale di Glenn Close, che interpreta Joan. Be’, Fellows, se volete vedere come si recita, recuperate “The Wife”. Spesso nominiamo la solita, ineccepibile Meryl Streep quando cerchiamo un talento femminile nella recitazione. E ci scordiamo un’attrice della grandezza di Glenn. Praticamente il film è lei. Guardarla muoversi nei panni di questa moglie servizievole con un immenso talento intrappolato nelle menzogna, guardarla nel suo divincolarsi dalla menzogna ed uscire fuori, finalmente, merita il biglietto.

C’è poi una scena particolarmente vera e toccante. Durante la resa dei conti fra moglie e marito, Joseph le chiede “Perché sei stata con me tutti questi anni allora, perché hai sopportato tutto questo?”.Joan lo guarda affranta e persa. “Non lo so”, risponde, come se in quel preciso momento capisse l’errore commesso. Quel “non lo so” contiene tutta l’irragionevolezza dell’amore, tutto quello che d’insano l’amore ci fa fare e che va contro il nostro stesso bene. Eppure lo facciamo, puntualmente, romantici masochisti che siamo.

Ed eccomi raggiungere il traguardo della fine anche stasera.
Inauguriamo ufficialmente il Frunyc IV, con le nuove foto da New York, tra cui spiccano i due scatti a Ethan Hawke, che per un attimo fuggente durato un’ora, ci ha deliziato in un talk al Lincoln Center 🙂

Grazie per avermi riaccolto così calorosi, e saluti, stasera, benevolmente cinematografici.

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LET’s MOVIE 378 da NYC commenta “LEAVE NO TRACE” di Debra Granik

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My First Fourth Moviers,

il primo 4 luglio newyorkese.
Ho capito che questa festa ruota attorno a tre F. Food, Fun, Fireworks. Le trovate in infinite declinazioni — New York città del senza-fine in tutto — ma la più classica, la più tradizionale è quella che coinvolge un contest alimentare. Celeberrimo il Nathan’s Fourth of July International Hot Dog Eating Contest — quando hai finito di pronunciarlo sei al 4 luglio dell’anno dopo.

Nathan è un diner molto molto famoso di Coney Island dove si vocifera che l’hotdog sia nato, nel 1916. Oggi è diventata una catena, un colosso, con più di 1.400 punti vendita negli Stati Uniti. L’amore dei newyorkesi per l’hotdog è cosa nota e materia di humor. Una battuta che circola suona così: “3 milioni di newyorkesi mangiano regolarmente hotdog. I restanti 5 milioni sono negli hotdog”.
In un sabato estivo di bel tempo, Nathan’s a Coney Island è letteralmente preso d’assalto. Mi è capitato di vederlo personalmente un paio di settimane fa. Le persone sono disposte ad aspettare delle ore pur di mettere le mani su un “Nathan’s” originale.
Ma capirete, per quanto Coney Island sia per me una specie di mecca a cui pellegrino a ogni buona occasione, non avrei avuto l’ardire di assistere alla gara di chi ingolla più hotdog. E nemmeno a quella di chi ingolla più hamburger, che si svolgeva parallelamente in un bar di Bushwick, a Brooklyn.
Non mi andava nemmeno di trovare qualche parco, infilarmici e guardare le orde newyorkesi allestire picnic monegaschi — dei Windsor non se ne può più nemmeno in forma aggetivale — con tanto di griglie professionali, angolo dolci e pianobar. Che poi, intervistando varie persone del posto, apprendo che il 4 luglio è proprio questo. Cibo e natura, sciallo allo stato puro. Sia essa una spiaggia, un parco, il metro quadrato di giardino in una brownstone di Harlem o in una townhouse di Brooklyn, 4 luglio vuol dire lasciarsi andare al junk food più sfrenato, senza sentirsi in colpa. Perché è il giorno dell’Indipendenza, e quindi ci si può concedere di far schizzare i trigliceridi. Tanto poi c’è sempre il 5 luglio per alternare digiuno all’Alcaseltzer.

Sul coté cinematografico, il Videology, un bar/cinema di Williasmburg molto hipster, proiettava in loop, dalle 12 pm alle 12 am, “Indipendece Day”.
Ma non avranno altri film più degni per festeggiare il 4 luglio?, mi sono chiesta. E ho fatto il gioco, trovane uno tu, Board. Ho giocato e mi è venuto in mente solo “The Patriot”, un film banalmente patriottico in cui l’etereo Heath Ledger purtroppo non può nulla contro il borioso Mel Gibson. Tanto valeva allora proiettare “Nato il 4 luglio”, con un Tom Cruise ancora decente e non sotto l’effetto anfetaminico di Mission Impossible.
Poi, per puro caso, vengo a sapere che il 4 luglio si festeggia il compleanno di Louis Armstrong — anche se si è scoperto che lui, proprio louis, era nato il 4 agosto. Qui lo festeggiano con un concerto jazz nel giardino di casa sua, a Corona, un quartiere nel Queens sperduto più della Val di Vizze (!).
Ormai è diventato una tradizione. Ma dato che i newyorkesi sono un popolo di affamati di eventi — oltreché di hotdog — prevedevo il soldout. Quindi mi sono diretta alla volta del 34-56 della 107esima Strada di Corona, Queens, con l’idea di snobbare il concerto e visitare la sua casa, che è rimasta tale e quale sin dalla sua scomparsa e da quella dell’amata moglie Lucille.

Per arrivarci, dall’Upper West Side, dovete calcolare un viaggio di quasi un’ora e mezza in metro. C’è tutto il Queens da attraversare — e il bello, però, è che lo attraversate in sopraelevata, non con un viaggio al centro della terra. E quando arrivate, arrivate al limitare di Flushing Meadows, il quartiere famoso perché ospita i campi da tennis in cui si svolgono gli US Open.
Il Queens, devo dire, non ospita molto altro — ma sentitela, la viziata di Manhattan… Ciò detto, la casa di Louis, basta e avanza.

Quando arrivo il concerto è come-volevasi-dimostrare soldout. E quello è il destino anche dei tour della casa. Ma questa volta mi metto d’impegno nell’estorcere un’eccezione al popolo che preferisce le regole, e per la prima volta da quando abito qui, funziona!
M’infilano, per compassione, nel tour delle 2:30 pm.
Se capitate a New York, un tour alla casa di Satchmo è da mettere in cima ai vostri must-do e non per dire “sono stato a casa di Satchmo”. Ma per capire il tipo di uomo che era. La casa lo rispecchia totalmente. Questo anche grazie alla moglie, Lucille Wilson, una ballerina del Cotton Club che sposò nel 1942. La casa, la comprò lei, nel ‘43. “Passi da hotel a hotel, sei sempre in tournée. Ti serve capire cosa sia avere una casa”, così gli dice Lucille, otto mesi dopo averla comprata (!).

E lì, nella casetta di Corona, a due passi dall’aereoporto perché così Louis viaggiava comodo, i due hanno abitato fino alla fine, nel 1971 Louis e nel 1983 Lucille. Avrebbero potuto permettersi Manhattan, di certo qualche loft nell’Upper West Side, dove tanti musicisti abitavano. Ma no, hanno deciso di stare lì. “We are right out here with the rest of the colored folks and the Puerto Ricans and Italians ane the Hebrew cats. We don’t need to move out to some big mansion with lots of servants, yardmen and things. What for?”
La casina ha un sapore di modern comfort e dubbio gusto delle persone nate poverissime e arrivate all’agio dopo averne passate di cotte e di crude. Satchmo nacque in uno slum di New Orleans, raccattando il cibo in giro per non costringere la madre a prostituirsi. S’infilava i penny che trovava per strada in bocca per non farseli rubare dai bambini più grandi; di qui il nome “satchel mouth”, contratto in Satchmo, bocca-borsello.
Il bagno è in stile che una volta si definiva Luigi XV, oggi, Donaldtrump: rubinetti a collo di cigno placati oro, specchi ovunque, oro ovunque. Del resto, dopo anni nelle latrine di mezza America, non c’è da stupirsi che Louis volesse trattarsi bene.
La cucina è un’altra stanza che rimane impressa. Rifatta nel 1970, spendendo 8.000 dollari, ovvero quanto il prezzo di acquisto della casa nel 1943. Color turchese vivissimo, con gli angoli smussati, super attrezzata, un gas a sei fuochi fatto su misura, elettrodomestici di design che oggi sarebbero firmati KitchenAid, scaffali a scomparsa, lavastoviglie e frigo in tinta, e ampia rientranza utilizzata come saletta da pranzo separata. Una cucina così, in Italia, sarebbe arrivata non prima degli anni ’90. Sbirciando, ho visto che, su un ripiano nascosto, c’era ancora la scatoletta con dentro le ricette di Lucille.
L’altro fiore all’occhiello della casa è lo studio. L’unica stanza in cui la moglie gli permetteva di fumare l’erba — “a thousand times better than whiskey”, parola di Satchmo. 🙂

Louis faceva tutto nello studio. Registrava, ascoltava, leggeva, si esercitava, scriveva, accoglieva chi veniva a trovarlo, conservava la sua collezione di dischi che spaziavano da Rachmaninov ai Beatles. “Ascolto tutto, bisogna ascoltare tutto”, diceva.
In mezzo al mondo Armstrong, mi sono stupita di trovare tanta Italia. I marmi, fatti arrivare appositamente da lì. Un disegno di Toscanini sopra il pianoforte in sala — lo considerava un maestro supremo. Una gondola in vetro di Murano, in bella vista sulla credenza, dono ricevuto quando venne per suonare a Sanremo — l’idea di Satchmo sul palco dell’Ariston fa assai impressione. Un abito di Emilio Pucci indossato da Lucille per incontrare Ella Fitzgerald, e che è conservato nella sua cabina armadio. Un ritratto di Satchmo schizzato da Tony Bennett, a firma “Benedetto”, perché quello era il vero cognome di Tony Bennett — i suoi genitori originavano da Reggio Calabria. E poi la registrazione di Louis con Enrico Tomasso. Enrico Tomasso era un bambino inglese, ma di evidenti origini italiane, così appassionato della musica di Satchmo, che lo accolse all’aeroporto di Leeds, tromba alla mano, per omaggiarlo con “Basin Street Blues”, il famoso pezzo del suo mito. Lui, Armstrong, rimase talmente colpito dal talento di questo bambino di sette anni, che lo invitò a tutti i concerti del tour in UK.
Enrico sarebbe diventato uno dei suoi più cari amici di penna, oltreché uno dei più stimati trombettisti del Regno Unito.

Ogni volta che m’imbatto in qualcosa d’italiano in contesto in cui l’Italia sembrerebbe appartenere a una galassia lontanissima, ecco che l’Italia spunta fuori in forma di un vestito, un ritratto, un cognome. Un avvertimento, quindi. Se uno vuole lasciare l’Italia e dimenticarla, New York è l’ultimo posto in cui trasferirsi. Se uno vuole avere sempre sotto gli occhi quanto l’Italia abbia fatto e significato e dato in tutti questi anni, New York è il primo posto in cui trasferirsi.
🙂

Dai racconti di tutti quelli che lo conobbero, Louis era un’anima solare, estremamente generosa con tutti, specie con i “kids from the block”, i ragazzini del quartiere: se fate attenzione, compaiono anche nel capolavoro di tutti i tempi “What a Wonderful World”, composto proprio lì, nello studio di Corona, guardando portoricani, italiani, ebrei, sfilare davanti alla sua finestra…
Malgrado il successo e la fama planetari, Louis ha sempre vissuto una vita relativamente semplice, fatta di musica, amici fidati, l’amatissima Lucille, fagioli rossi e riso — il suo piatto preferito.
“I don’t need what I don’t have”, diceva.

Mentre facevo il tragitto al contrario, alla volta di Manhattan e della terza F della giornata — Fireworks — “I don’t need what I don’t have” continuava a rimbalzarmi in testa.
Oggi viviamo assuefatti dalla soddisfazione del bisogno. L’asticella delle necessità si è alzata vertiginosamente, e vertiginosamente si è alzata anche quella delle aspettative. Tirato nel mezzo di questi due estremi, l’omino di gomma che siamo noi.
Sto notando però, che da quando sono qui, l’ansia di avere le cose, di soddisfare i bisogni superflui, è nettamente diminuita. Non so se sia per via di New York, o dell’età che avanza. Forse la seconda (!): in genere New York alimenta la fame di cose. Ma è anche vero che a New York hai tutto a portata di mano. Questa accessibilità al desiderio in alcuni è fonte di logorio e perenne tribolazione — quelli che vogliono arrivare, conquistare, accumulare tanti zeri. Ad altri, tipo me, assicura l’euforia data dal “tutto a portata di mano”. Uno stato talmente estatico e appagante, che inibisce la foga del possedere. Le cose sono lì, non ho bisogno di averle, le vedo. Nei miei occhi, nella mia memoria e nelle mie parole, saranno mie per sempre. Il possesso effettivo degli oggetti ha talmente le ore contate che, alla fin fine, il gioco non vale la candela. Nel posto in cui tutti finiremo, non ti porti bagagli, container di effetti personali. Sei obbligato a viaggiare leggero.
Meglio abituarsi subito, no?
Mi rendo conto, tuttavia, che la società americana — occidentale, allargando lo spettro — stia andando nella direzione opposta. La società del bisogno appagato nel più breve tempo possibile. Fast food. Easy pay. Quick everything.
Prendete il caldo e l’aria condizionata. Abbiamo avuto una settimana abbastanza complessa per via dell’afa e dell’umidità. 35 gradi con un’umidità al 99% porta il caldo percepito intorno ai 40 gradi. I newyorkesi, dei lupi contro i rigori dell’inverno, si squagliano in agnellini quando si tratta di canicola (!!). Per questo i negozi, i luoghi pubblici e i vagoni della metro prevedono un condizionamento dell’aria intorno ai 20-22 gradi.
Ora, se il vostro corpo passa dal percepire i 40 gradi del mondo esterno ai 20 gradi del mondo interno, nello spazio dell’apertura di una porta, nell’ingresso di un locale, capirete cosa rischia. Congestioni, torcicolli, e tutte le magagne da raffreddamento troppo repentino. Eppure i newyorkesi non si scompongono. Anzi, lo ricercano. Questo è un esempio di come, in questa società, l’accesso alle agevolazioni apportate dal progresso venga sconsideratamente abusato, causando danni. E non parlo solo di congestioni e torcicolli. Il corpo perde la facoltà di sopportare e gestire il calore: se viene posto in quella situazione reagisce in modi inconsulti — ovvero, dà di matto. E più lo abitui a non sopportare il caldo, più freddo vorrà.
Ma una volta, figli miei newyorkesi, come facevate? Come facevate vent’anni fa, quando a casa non avevate il condizionatore? Morivate? No, siete vissuti e sopravvissuti per raccontarlo. Allora adesso perché mi siete diventati così suscettibili, così mammole? Così mammole da non correre nemmeno più (Central Park all’ora di pranzo, un deserto surreale in cui solo un’italiana correva…).
Siccome non sono talebana fino al punto di vietare l’aria condizionata, io, fossi in politica, farei una proposta di legge che imporrebbe il limite massimo di raffredamento ambientale a 25 gradi. Un mio amico qui mi ha riso in faccia e mi ha detto che nessuno mi voterebbe. Io ho risposto che anche il fumo era l’abitudine più diffusa a NYC fino agli anni 2000 e poi è stata stroncata grazie a una politica restrittiva. I cambiamenti comportano sempre un periodi di assestamento collettivo. E tante risate in faccia.
Il trucco che adotto io contro il caldo qui è molto semplice. Ricordo quanto freddo ho patito lo scorso inverno, la scorsa primavera, lo scorso maggio (!!). Il vento infame, i vestiti sconfitti. Allora, il caldo diventa una manna dal cielo, una liberazione dopo mesi di morsa.
Ecco vedete, la memoria salva sempre. O quasi.

Per concludere sul 4 luglio… I fuochi d’artificio nell’East River Park, a Williamsburg, sono stati come li immaginate. Ma mentre tutti erano con il naso all’insù, a controllare i fiori pirotecnici che sbocciavano in cielo, io guardavo orizzontale. Dritto avanti a me l’Empire vestito di bianco, rosso e blu — praticamente un francesino — e poi laggiù il Chrsyler, silenzioso ed elegante come sempre. E poi tutto il resto della skyline più famosa del mondo.
Trovo che scoppiare fireworks a New York sia un po’ ridondante.
New York City is the fire that works. 😉

Il film che sono andata a vedere questa settimana è “Leave No Trace” di Debra Granik — la regista del bel “Winter’s Bone”, forse lo ricorderete. Era prevista anche la regista dopo la proiezione. Questo vuol dire soldout, ovviamente. Mi sono salvata solamente perché ho fatto uno stopover al ritorno da Coney Island. Ed è bello, ogni tanto, non dipendere dalla metro ma dalla tua bici, farle fare una deviazione a SoHo, agguantare un biglietto e poi proseguire verso l’Upper West Side. La metro, poi, deve essersi risentita. Mi ha fatto arrivare in sala con il film appena partito, e io l’ho “visto” tutto in prima fila.
Più che visto, piovuto, bevuto, o come si consuma un film con la testa tutta all’indietro, la nuca parcheggiata sul coppino.

Devo dire che questo film farebbe il suo figurone al Trento Film Festival 2019. Quindi spero che l’Anarcozumi, il Fellow Fant(stico) e il Movier Zadramat leggano quanto segue e si operino per contattare la regista, che mi ha assicurato: il film, distribuito dalla Sony, arriverà in Italia, prima o poi. 😉

Il film è basato su un romanzo, “My Abandomnent”, e il romanzo è basato su una storia vera. Non capisco cosa mi stia succedendo, ma ultimamente sto oscillando fra documentari e storie vere. Forse perché l’ultimo film di fiction che mi ha scosso le viscere è stato “Isle of Dog”, ormai tre mesi fa — un’animazione.
Presentato all’ultimo Sundance, “Leave No Trace” racconta la storia di Bill, un padre veterano — e affetto da PTS, Post Trauma Syndrome — e Tom, la figlia tredicenne. Della madre non si sa nulla. Bill e Tom vivono in un grande bosco pubblico accanto a Portland, Oregon. Quando dico che vivono in un bosco significa proprio che vivono accampati. Una tenda, un fornelletto, teli idrorepellenti. Tutto il tempo con le orecchie rittissime per non farsi beccare dai Rangers. Non sono gli unici a vivere così. Altri veterani nei dintorni hanno abbracciato quello stile di vita. Una tenda, pochissimi effetti personali, il cuore della natura e il bando della civiltà.

Il paradiso finisce quando un runner intravede Tom e allerta la sicurezza. Il padre e la figlia vengono presi e sottoposti a tutta una sfilza di test sulla persoanlità, questionari psicoattitudinali. Tutte quelle procedure da cui avevano tanto strenuamente preso le distanze in quegli anni. I servizi sociali organizzano il rientro dei due nella società. Una nuova casa, un lavoro per Bill, una scuola per Tom. Vestiti, bicicletta, cose. Tom comincia ad adeguarsi a questo nuovo stile di vita, mentre Bill no, Bill non ce la fa. E’ una creatura in gabbia. Ogni volta che appare in scena, la scena si riempie di tensione. Come se l’inquadratura stessa fosse una costrizione, una prigione, e il personaggio non vedesse l’ora di evaderla. Complimenti alla regista per aver scarnificato il corpo del parlato, concentrandosi invece sui primi piani dei due personaggi, sui loro sguardi intensissimi, i menti tremolanti di una tredicenne, e gli occhi che hanno visto troppo di un ex-soldato.
Le cose sembrano avviarsi alla normalità quando Bill di punto in bianco sbotta e ordina a Tom di prepararsi, si riparte. Mannaggia no papà, le dice Tom, che ha cominciato a stringere amicizia, a “settle down and fit in”. Ma Bill non vuole sentire ragioni, e non offre ragioni. Il pubblico non sa perché Bill viva così e obblighi la figlia a vivere così, da un bosco all’altro. Ma grazie a Dio il film non fa spiegoni di alcuni tipo. Niente flash-back a frugare nel passato bellico, o sentimentale, di Bill. Niente traumi visualizzati. Questo gioca a favore del potere immaginativo su cui la storia conta.
Come spettatori, solitamente, veniamo ingozzati di dettagli, dati, effetti speciali. “Leavo No Trace” lavora per sottrazione e centellina al pubblico lo stretto necessario. Il resto, è lavoro del pubblico. La regista, tuttavia, ha selezionato le scene in maniera così abile, che il lavoro non richiede troppo sforzo. Tantissimo è lì, davanti ai nostri occhi, dentro pochissimo. Perché per comprendere il senso del volo non occorre studiare il progetto di un boeing 747. Basta guardare l’ala di un passero.

Dopo l’ennesima fuga, Bill rimane vittima di un incidente che lo immobilizzarà per alcuni giorni.
Altra sosta forzata in una comunità in cui le persone sono molto molto simili a loro due: vivono dentro roulotte o ogni sorta di mezzo, sempre in foresta ma organizzati in una specie di villaggio, condividendo il condivisibile.
Bill guarisce, e stessa storia: Tom, prepara i bagagli che ce ne andiamo. Però in Tom è cambiato qualcosa, e ha il coraggio di affrontare il padre. “Se qualcosa è rotto dentro di te, non è rotto anche dentro di me”. E Bill capisce. Capisce che quella è la sua scelta di vita, ma che non può imporla alla figlia.
“Leave No Trace” finisce nel modo in cui immaginate finisca. Nonostante il legame di affetto tra i due sia potentissimo, ognuno deve prendere la propria strada.

Siamo davanti a un film molto esistenziale, nel senso che tira in ballo questioni come il modo in cui viviamo, e il modo, anche, in cui giudichiamo quelli che non vivono come noi. Tom è un facile bersaglio per i suoi coetanei. Come concepire una vita senza smart-phone, senza computer, senza abiti più o meno fancy e uscite con gli amici? Ma certo è anche un film che mostra le devastazioni della guerra, dopo che la guerra è finita. I danni irreparabili che porta. L’inquietudine di Bill non è irrequietezza degli artisti. Non ci sono demoni che l’arte espia attraverso il fare artistico. Il malessere di Bill produce solo l’adrenalina che lo spinge a muoversi in continuazione, in un andare senza sosta, destinato a un eterno non arrivare. Ed è questo che differenzia “Leave No Trace” da un film simile all’apparenza, ma totalmente diverso nella sostanza, “Captain Fantastic”, con Viggo Mortensen, nel quale la scelta di uno stile di vita alternativo rispetto a quello della massa era un aspetto rilevante della storia.
A me Bill e Tom hanno ricordato un po’ il padre e il figlioletto di “Sulla strada” di Cormac McCarthy — il romanzo, il film non l’ho visto. Anche se in quel caso la coppia fuggiva a un mondo distopicamente in rovina, il legame profondo che lega genitore e figlia, è lo stesso. E anche la fuga da un qualcosa d’incomprensibile che ci sta col fiato sul collo e non ci dà requie.

“I don’t need what I don’t have”, le parole di Louis Armstrong, colgono alla perfezione lo stile di vita scelto da Bill e Tom, e da tantissime persone negli Stati Uniti. E il film offre uno sguardo dentro quelle realtà. Uomini e donne che rifuggono città e centri abitati e si rifugiano in mezzo ai boschi, come a volersi riappropriare di una dimensione propria, staccata da qualsiasi vincolo sociale precostituito.

Potremmo parlare per ore del concetto di casa, di cosa ci faccia sentire “casa” il posto in cui viviamo, e di quanto potente sia il lavaggio del cervello che subiamo in merito alla cosiddetta costruzione del nido. Io, poi, ho idee molto poco convenzionali al riguardo. Credo che la casa sia più che altro un’idea impalpabile che inseguiamo per tutta la vita, una falena dalle ali fragilissime, e che forse faremo nostra soltanto in prossimità del buco ultimo che ci aspetta.
Casa mia è la lingua che parlo. Casa mia siete voi a cui racconto. Casa mia è il palazzo che ancora deve essere costruito.
E casa vostra, qual è?

Su questa domanda facile facile (!), vi saluto e vi ricordo che il Frunyc III è aggiornato –poche e rubate le immagini della casa di Satchmo: fotografare era ganz verboten…
I ringraziamenti sono copiosi, e i saluti, stasera, sono festivamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 373 da NYC commenta “AMERICAN ANIMALS” di Bart Layton

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Manhattanhenge Moviers,

Sembra una delle mie solite idiozie linguistiche, vero?
E invece no. E’ un’idiozia linguistica 100% made by New York City. 🙂
Descrive un fenomeno, la cui esistenza è stata l’ennesima riprova di quanto questa città sia, nell’ordine:

1. Avanti mille miglia, sempre con gli occhi a rovistare il futuro
2. Creativa. Semplicemente creativa. Suonerà banale o scontato, ma l’inventiva di questi newyorkesi ha il potere di spiazzarmi ogni volta
3. Burlona. Quando capirete di che si tratta, non potrete che concordare su questo suo lato totò-dariofo che ho scoperto solo vivendoci. Siamo tutti abituati all’entertainement per turisti — molto spesso di dubbio gusto — che offre in ogni forma e dimensione. Ma non mi sto riferendo a quelle carabattole. Il Manhattanhenge è un evento architettato dai newyorkesi per i newyorkesi. Può capitare che i turisti vi s’imbattano per caso, ma sono rari. La maggioranza dei presenti all’evento sono autoctoni — “metroctoni”, direi.

Il Manhattanhenge origina da una domanda. Cosa penseranno le civiltà del futuro quando approderanno/atterreranno sull’Isola di Manhattan e, scavando nel sottosuolo, troveranno la famosa griglia composta da Street e Avenue? Sicuramente le imputeranno dei significati astronomici reconditi, proprio come facciamo noi con le strutture monolitiche nel Vecchio Mondo, prima fra tutte Stonhenge.
Per lui, il cerchio di pietre verticali che spunta nella pianura inglese vicino a Salisbury, il giorno magico è il solstizio d’estate: il 21 giugno, il sole sorge e si allinea perfettamente con alcune delle pietre perennemente sull’attenti. Millenni e secoli si sono spremuti le meningi per capire cosa si nasconda dietro a Stonhenge. Alcuni pensano addirittura che sia un sito alieno, una specie di punto di sbarco di creature extraterrestri in visita sul nostro pianeta — un parcheggio, insomma. 🙂
Se la piana di Salisbury ha Stonhenge, Manhattan ha Manhattanhenge.
E il momento speciale, cade tre volte all’anno, ovvero quando il sole sta per tramontare e si allinea perfettamente alla griglia di strade manhattiane, dando luogo a una luminescenza aranciolimone da Incontri ravvicinati del terzo tipo — altroché parcheggio! Fate conto che il sole sia come una fetta d’anguria capovolta sul piatto dell’orizzonte.
I giorni fortunati cadono intorno al Memorial Day (che quest’anno è stato lunedì 28 maggio), il mercoledì successivo, e il Baseball’s All Star Game — una partita, a quanto mi si dice, di gran rilievo, tipo finale di Champion’s League— che si tiene a metà luglio.
Gli antropologi del futuro — dicono i newyorkesi convinti — potrebbero giungere alla conclusione che il popolo degli Americani venerava la guerra e il baseball…

Per godere al massimo del Manhattanhenge, il consiglio è quello di posizionarsi nella parte più a est possibile della 14esima, 23esima, 34esima, 42esima e 57esima, preferendo la 34esima e la 42esima. Queste street sono l’ideale perché, in caso di cielo terso, il vostro occhio taglierà tutta Manhattan e arriverà fino all’Hudson.
Ovviamente non potevo farmi sfuggire quest’occasione aliena a Gotham City — la concentrazione fantasy era semplicemente troppo ghiotta per fare come se niente fosse.
Scelgo la 42esima. Errore madornale, se siete Robert Capa e aspirate a raccogliere materiale per la vostra prossima mostra. Io non sono Robert Capa, ma certo non disdegno qualche bello scatto. Tuttavia, quando sono arrivata, ho capito che l’evento andava vissuto come momento di mistica congregazione, e non di portfolio fotografico.
Scendo dalla metro a Grand Central Station, e l’idea è quella di proseguire sulla 42esima, e camminare giù giù fino alle Nazioni Unite, in modo da vedermi lo spettacolo e includervi anche il Chrysler Building, l’edificio che, ormai lo sapete, fa di New York Gotham City. Ovviamente faccio l’errore che faccio sempre. Ogni volta che scopro qualcosa di folle, o anomalo, o strambo — tipo Manhattanhenge — mi convinco, in maniera automatica e idiotica, di essere fra i pochi che ne sono a conoscenza. “Massì, chi vuoi che lo sappia, chi vuoi che ci vada…”, qualunqueggio io, e, con quello spirito avventato e sconsideratamente ingenuo, vado incontro al mio destino, che è tutto l’opposto.
Emersa dalla metro, capisco infatti che l’idea originaria va a farsi benedire. Vengo accolta da decine e decine e decine di persone lungo la stradea, rivolte a ovest, con il braccio sollevato e armato di cellulare, per immortalare la luminescenza. In corrispondenza del semaforo, i pedoni aspettano il verde non già per attraversare, ma per piazzarsi in mezzo alla strada e beneficiare di una visuale quattro terzi. E questo è nulla. Mi avvicino al ponte sopra Pershing Square, e vedo che è preso d’assalto. Letteralmente invaso di persone che attendono i sei minuti, dalle 8:12 alle 8:18 pm, in cui la sfera del sole che galleggia sull’Hudson, sarà perfettamente incastrata fra i grattacieli.
Mando all’aria l’idea delle Nazioni Unite e mi dirigo nella zona d’assalto. Sia per il solito masochismo che mi abita, sia perché tutti un po’ sognamo di essere degli inviati speciali in zone di massima tensione (!), sia perché quello sopra Pershing Square, non è un ponte pedonale. Ci transitano anche le macchine. Ma come fanno a transitare se il ponte è invaso di gente??
Siccome la curiosià è Board, vado a vedere.
Le persone hanno invaso una corsia, trasformando il ponte in un senso unico alternato, che non è stato visto proprio bene da taxi e Uber. Un concerto di clacson e una mandria di guidatori imbufaliti da una parte, e una schiera di devoti al dio sole imbambolati dall’altro — inclusa la qui presente, che ha seriamente rischiato l’asportazione del fianco sinistro da parte di un taxista un po’ contrariato dalla mia posizione.

Un cinico mi chiederebbe. Ma a che pro? Ma cosa c’è di speciale?
Nulla e tutto, risponderei io.
Nulla perché in fondo, qualsiasi città che frigge l’estate su una griglia di strade, assiste a questo fenomeno — in America ce ne sono tante, giacché quella è la planimetria urbana fatta con lo stampino e riprodotta in ogni centro abitato. Ma il barbecue da solo non basta. Serve anche una visuale sgombra dell’orizzonte, e Manhattan ce l’ha, e Manhattan, laggiù, ha pure una gran vista sull’Hudson, e laggiù laggiù, dopo il fiume, pure sul New Jersey. In più, i grattacieli, incastonano il sole in un gioiello che solo Golia potrebbe indossare, ma che noi tutti possiamo ammirare, anche nel nostro essere piccoli di Davide. Quindi Manhattan non è qualsiasi città.

Una volta scesa dal ponte, mi sposto sulla 41esima. E lì non c’è nessuno. Ma il colpo d’occhio è altrettanto suggestivo. Il fumo dai tombini, i coni arancioni dei lavori in corso, i taxi gialli che sfrecciano, e il sole allineato.
Sempre per rispondere al cinico… Di speciale c’è una nuova tradizione. “Nuova tradizione” suona come una contraddizione in termini, ma può essere, e scrive una ritualità altra. Più personale, non imposta da usi e costumi e da religioni, oppure dalla società. Ma creata dalla strada, dalla voglia, anche, di riconoscere alla propria città la magia che ha da offrire.

Questa settimana sono andata al LOEWS sulla 68esima e Broadway, a vedere un film per cui gli americani andranno matti. Ne ho avuto conferma all’uscita dalla sala. Non facevo altro che sentire “Freakin’ awesome!”, “Hysterical!”. Caso rappresentativo di entertainment di qualità.
Il LOEWS è un multisala ma di quelli ibridi: propone blockbuster e film d’essai e a volte ti stupisce con dei Q&A che non pubblicizza, non capisco bene il perché. Ieri è stato uno di quei treat random, e dopo la proiezione ci siamo ritrovati con due dei protagonisti del film.
Parliamo di “American Animals” di Bart Layton.
Presentato all’ultimo Sundance, il film comincia con “This is based on a true story”. Non fai nemmeno in tempo a finire di leggere che “based on” viene cancellato e rimane “Questa è una storia vera”.
E sì, è proprio la storia vera di Warren, Spencer, Chas, ed Eric, quattro ragazzi della Transylviana University, Kentucky, che decidono di mettere in atto una rapina ai danni della biblioteca universitaria, dove sono conservati testi preziosissimi come “The Birds of America” di James Aubedon e “L’Origine della Specie” di Charles Darwin, insieme ad altri classici di inestimabile valore — navighiamo intorno a una decina di milioni di dollari, pagina più, pagina meno.
L’idea, in realtà, viene a Spencer, studente dotato di talento artistico, irrequieto e solitario. L’amico Warren è messo anche peggio. E’ all’università grazie a una borsa di studio per meriti sportivi, ma non si presenta mai in palestra. Vorrebbe essere speciale in qualcosa, o fare (succedere) qualcosa di speciale, ma non sa bene cosa. Spencer getta il seme dell’ipotesi “e se rapinassimo la biblioteca?” nella mente delirante di Warren, e ne spunta fuori un fiasco colosale che conta molti illustri predecessori — la marea di Ocean 11, tutti gli episodi di Lupin, “Scuola di ladri 1 e 2” (!), “Le iene”, “The Italian Job” e naturalmente l’inarrivabile “I soliti ignoti”, capolavoro indiscusso del colpaccio finito in beffa.
Spencer e Warren cominciano a studiare nel dettaglio la biblioteca, i movimenti del personale, le telecamere e a buttare giù un piano di massima del colpo. Si rendono presto conto di avere bisogno di altri due soci, altrimenti non hanno possibilità di riuscita. Assoldano quindi Chas, palestrato col pallino del business ed Eric, nerd che più nerd non si può.
I quattro studiano il piano nei minimi dettagli — o così credono — finché arriva il giorno della rapina. E i quattro si rendono conto di aver sottovalutato il fattore S — Strizza, Sfiga, Sanguefreddo (mancanza di). Per passare più inosservati, i quattro si truccano e travestono da vecchi — assumendo un’aria assai ridicola. Ma il primo tentativo fa cilecca.
Il giorno dopo ci riprovano, e questa volta riescono ad andare fino in fondo. Tuttavia faranno la fine dei ladri inetti Gassman, Mastroianni & Co. che tanto ci avevano fatto riderepiangere nel film di Monicelli.

La particolarità di “American Animals” è quella di alternare alla ricostruzione cinematografica della vicenda attraverso un cast di attori, i quattro ragazzi — ora uomini — che realmente hanno organizzato la rapina e sono finiti in galera, nel 2004. Non è una novità, quella di affiancare immagini di repertorio alla fiction, oppure protagonisti veri di una storia e attori che li interpretano. Pensiamo al recente — splendido — “I, Tonya”. Ma in “American Animals” ci sono istanti in cui il personaggio vero e l’attore condividono la scena, o si parlano. L’effetto lascia interdetti e diverte.
E’ proprio attorno a questo doppio registro che il film si sviluppa. Nella prima parte domina il fun e il lato “bravata”, e lo spettatore, per quanto sempre consapevole che i ragazzi stiano prendendo tutto sottogamba e siano sul punto di commettere la più grande cavolata della loro vita, si diverte. In sala ridevamo come matti. Nella seconda parte, invece, s’insinua nei ragazzi la coscienza, e la mole di esitazioni che si porta appresso. Se Warren rimane il trascinatore delirante fino a poco prima del colpo, Spencer si fa prendere dal senso di colpa e, in qualche modo si defila, richiedendo un compito meno oneroso in termini di coinvolgimento emotivo — finirà per fare il palo.

La sequenza della rapina è godibilissima, girata con un ritmo serrato che traduce il panico di questa armata brancaleone universitaria che cerca di fregare il sistema ma rimane inevitabilemente fregata. Ovviamente i ragazzi non sono all’altezza, e ovviamente ci saranno delle conseguenze che tutti potete facilmente immaginare.
A parte il lato molto molto fun di cui si è detto — la prova generale della rapina è accompagnata da “A Little Less Conversation” di Elvis che accompagnava anche un Ocean 11 — il film racconta di una tragedia americana. Un gruppo di studenti bianchi, senza trascorsi drammatici, senza genitori particolarmente pessimi o altri tipi di traumi alle spalle, decidono di mettere a repentaglio tutto. Il perché di questa decisione, non è molto sviscerato. Voglia di evasione dalla realtà kentuckyiana — e come biasimarli? — desiderio di svoltare, l’assoluta certezza del “we can do it”, fomentato dal senso di onnipotenza della gioventà sconsiderata, o semplicemente, la fame di soldi? Forse di tutto questo un po’. Il film si rivolge a tutti — non solo ai lestofanti con un sogno di rapina nel cuore — perché parla del prendere decisioni.
La domanda è, sappiamo rinunciare a una tentazione che potrebbe sfociare nel criminale e ledere l’innocente (la bibliotecaria)? La risposta dei protagonisti è no, non rinunciamo, ma l’epilogo dimostra il loro errore, quindi il film ha un retrogusto esemplare, nel senso di “exemplum”: mostrando il danno, educa. Ecco perché un commento dal pubblico lodava il film e sottolienava la necessità di farlo vedere agli adolescenti.
I due protagonisti presenti alla fine della proiezione erano Evan Peters, l’attore che interpretava il delirante Warren, e Warren Lipka, il delirante vero, in carne e ossa — quello che si è fatto la galera. Lipka ha scontato quello che doveva scontare e adesso studia cinema all’università. Definisce tutta la storia “una tragedia americana”, e io credo proprio che lo sia. Nonostante il racconto a tratti molto comico, Lipka ha tenuto a precisare che all’epoca, la realtà della situazione era terribile. E non ho stentato a crederlo.

Spero che “American Animals” esca presto in Italia. Un theft-docu-thriller ben fatto è quello che ci vuole per arredare una serata estiva.

Prima di lasciarvi al vostro lunedì, vi dico che questi giorni sono ricchi, cinematograficamente parlando. Al Lincoln Center si sta svolgendo “Open Roads 2018”, una retrospettiva che porta in USA i film italiani più meritevoli dell’ultimo anno. Non so se vi sia capitato di vedere “La terra dell’abbastanza”, “The Place” oppure “Cuori puri”. Il regista di quest’ultimo, Roberto De Paolis, è finito tra le nostre cine-grinfie 🙂 Qui trovate intervista e recensione al film. Magari lo trovate in qualche arena estiva.
Abbiamo avuto qui un po’ tutti, Ozpeteck, Marco Tullio Giordana, Paolo Genovese, Vincenzo Marra… Bello vederli in una terra in cui non sono le primedonne, ma uomini qualsiasi.

Riapro il Maelstrom giù di sotto proprio per parlarvi brevemente di un film di Open Roads che ho visto stasera e che spero, in qualche modo, riusciate a trovare sulla vostra strada.
E anche per stasera, Fellows, siamo arrivati alla fine. Frunyc III aggiornato, con le foto del Manhattanhenge, del Memorial Day al cine-cimitero di Greenwood, Brooklyn, e della Italy Run, corsa di 5 miglia che abbiamo corso questa mattina — sperando di portare un po’ di fortuna all’Italia che, politicamente, ne ha davvero bisogno.

Ora ringraziamenti e saluti, neoliticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Mi fa piacere segnalarvi un film che non so se avrete modo di recuperare. Ma anche solo sapere che “Beautiful Things” di Giorgio Ferrero esiste là fuori, e che è stato plasmato da mano italiana, mi fa stare bene.
“Beautiful Things” è filosofia, letteratura, musica, tutto insieme e visto attraverso la lente dell’arte. Soprattutto, non è un film che ha la presunzione di insegnare nulla. Vuole far pensare, come il regista ha affermato nel Q&A — non avessi avuto un contegno da mantenere, mi sarei alzata in piedi e avrei esultato sulle poltrone come Benigni agli Oscar 1999.
Non c’è una trama, in “Beautiful Things” — o meglio c’è, ma è latente, non patente. Il film è costruito come un’opera musicale, seguendo una scansione per atti — il regista è un compositore, e si sente. Par di stare davanti a una sinfonia in cui gli strumenti musicali sono le immagini.
Il film segue le vite di quattro lavoratori che operano nel mondo industriale: un manutentore di pozzi petroliferi, un capo macchina su una nave cargo, uno scienziato e un responsabile di una discarica sotterranea. E tutto ruota attorno al processo di nascita, trasformazione e morte degli oggetti: dalla prima scena, all’interno di una casa piena di cose — come tutte le nostre case — all’ultimissima, in cui si intravede un robottino giocattolo fra le macerie, che avevamo visto nella prima scena. Ma la trasformazione non contiene quella nota di positiv(istic)o ottimismo incisa nella legge di Lavoisier. La trasformazione è come un’anitcamera che porta all’ennesimo sfruttamento. La domanda, che ci scotta in bocca, è una, “ma come ci siamo ridotti?”.
Il bello di questo film è che non c’è la morale ambientalista dietro agli intenti del regista. C’è solo il tentativo di riflettere sull’(in)utilità del tutto. E il film si traduce quindi in un white paper, in cui si raggranellano frammenti di risposte possibili, attraverso certe sequenze visive, certe piogge di note acide che ti rovinano addosso e ti costringono a chiederti “perché tutto questo?”.
In mezzo a tanto meraviglioso dubbio, una scena finale struggentemente vitale che nasconde molte allegorie. Una danza sfrenata in un centro commerciale vuoto, di notte. Perché come ha detto il regista “la vita va avanti” e “serve catarsi” — io avrei una mia teoria più oscura, ma do fiducia al regista.
Servono film così.
“Beautiful Things”. Ricordatelo.

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LET’S MOVIE 371 da NYC commenta “FIRST REFORMED” di Paul Shrader

LET’S MOVIE 371 da NYC commenta “FIRST REFORMED” di Paul Shrader

Meghan Markle, Moviers,

tocca parlare di lei — il mondo intero l’ha già fatto, ora lo facciamo anche noi. Si è scomodato persino Noam Chomsky, lui, l’ultimo dei luminari del ‘900, il linguista e pensatore di sinistra osannato negli USA come un dio.
“Meghan Markle potrebbe scuotere la monarchia britannica”, disse Noam, lo scorso dicembre. Lo disse non perché all’epoca Miss Markle fosse al centro dei suoi pensieri, ma perché gli venne fatto notare che Meghan aveva letto il suo libro “
Who Rules the World” commentandolo su Instagram con “great read” e “highly recommended”.
Noam ha risposto, grato che il testo le fosse piaciuto, e aggiungendo la frase sulla scossa alla monarchia.
Insomma, un balletto di carinerie. Si noti che Miss Markle ha scritto quattro parole di commento al libro, non una tesi di dottorato. Se con quattro parole — quattro di numero — si scomoda una delle figure intellettuali più influenti della contemporaneità, be’, allora dobbiamo preoccuparci un po’ del livello di narcisismo di certi luminari, e della eco che quattro parole possono riscuotere.

Ed è questo che mi è parso il royal wedding, alla fin fine. La danza del fair play. Sarà che sto coi piedi immersi nella political correctness newyorkese 24×7, ma il matrimonio mi è sembrato proprio quello. La Cattedrale di St George un parlamento, e al posto delle quote rosa, le quote nere. Peccato che la parte black sia stata relegata al solito coro gospel e al solito predicatore, il Vescovo Evangelista Michael Curry — un filo invasato, come tradizione comanda — e a pochi altri invitati, tra cui, Oprah Winfrey, Serena Williams e Idris Elba. Non i cugini e gli zii di parte materna, i comuni mortali che vivranno nei sobborghi di Culver City, Los Angeles. Ma i “cool” black, quelli di talento, quelli ispirati, quelli di potere e che ce l’hanno fatta. La ciliegina sulla torta è stata, ovviamente, l’esibizione del violoncellista diciannovenne, l’afroamericano enfant prodige Sheku Kanneh-Mason.

Se avete visto la cerimonia, forse avrete notato gli sguardi perplessi, i sorrisini soffocati o le espressioni condiscendenti del monarchiame bianco, mentre il Vescovo Curry predicava. Nessun giornale ne ha parlato, presi come sono stati a narrare la favola della principessa e del principe convolati a nozze multirazziali — imbottendo il lettorato medio con informazioni di interesse planetario, come il numero di limoni amalfitani usati nella torta nuziale (!).
Ma io proprio non posso togliermi dalla testa quei sorrisini lì. E quanta strada ci sia ancora da fare prima di demolire tutti gli stereotipi che accompagnano certe categorie, etnie — o come volete chiamarle — nella società.
Gli afroamericani cantano, pregano e suonano. Fanno colore, insomma.
Poi ovviamente si vuole far passare l’immagine della coppia che rivoluziona Buckingham Palace, della nuova “principessa del popolo”, ambientalista, equa, solidale e soprattutto femminista — se hai un padre un po’ sciagurato e cammini la navata di St George da sola, acquisisci lo status di “femminista”, segnamocelo. E certo, il beneficio del dubbio non si nega a nessuno. Eppure, se proprio proprio la Duchess to-be avesse voluto fare un gesto nobile, avrebbe potuto rivolgersi a uno stilista nero per almeno uno dei due abiti sfoggiati, assicurandogli la visibilità di cui certo Givenchy e Stella MacCartney non hanno bisogno. La butto lì, eh, Meghan, senza offesa…
Ovviamente per le cose veramente importanti, tipo gli outfit del giorno del tuo matrimonio, si va sulla tradizione. Givenchy e Stella MacCartney in. E tutti i Lawrence Steele e Virgil Abloh out.

E non ci addentriamo poi nella questione Commonwealth, questione tutt’altro che archiviata. Il velo di Meghan ricamato con 52 fiori che simboleggiano i 52 stati che ne fanno parte. Una volta dalle colonie si spedivano ornamenti esotici, pietre preziose, pelli e pellicce come doni alla regina. Oggi quegli stati assumono i contorni dei fiori su un velo — l’oggetto cambia, ma il legame resta, a doppio filo, direi.
Ah ma certo io sono troppo critica, perché in fondo c’è pur sempre il Vescovo Curry a citare il Dr King e la schiavitù, e a riequilibrare le disparità fra black & white, colonizer & colonized…

Tutto questo mi puzza troppo di artificio perché io possa farmi piacere quello che obbiettivamente è stato un matrimonio meno tradizionale del solito, ma non certo più uguale.
E in definitiva è quello che c’è scritto nel vestito della sposa — un vestito, specie a questi livelli, non è mai solo un vestito: è uno statement. Nel vestito di Givenchy c’è scritto, “Tranquilli Windsor, mi attengo alle regole, niente di nuovo sul fronte cerimoniale”. E nel vestito di Stella MacCartney c’è scritto, “Osare di più? Macché siete matti?, questi sono i Windsor, già tanto che vi siate goduti un gospel live”.

E mentre guardavo questo set cinematografico a cielo aperto, in cui tutto pareva impeccabilmente perfetto — meteo inverosimilmente compreso — e scorrevo questi 100.000 inglesi accorsi da tutto il regno a celebrare la monarchia, e le piccole e grandi Union Jacks nelle mani di piccini e grandi, e tutti pronti-armati-via con il cellulare a immortalare la carrozza al passaggio dei duchi novelli sposi. Mentre tutto questo avveniva, un’unica domanda.
Are you kiddin’ me??
No perché qui, Fellows, siamo a puro panem et circenses! Con l’aggravante che nella Roma antica il Colosseo era l’unico spazio per l’entertainment collettivo. Oggi abbiamo altri modi. Anche gli inglesi li avranno, anche post-Brexit, ne sono certa!
Forse il matrimonio tra reali è il match di calcio in cui tutti vincono, e lo si vede volentieri per quello. Oppure lo si vede per criticare i look dei presenti — sport molto diffuso.
Oppure solo per sognare. E questa, la questione del sogno, mi risulta ancora più imperscrutabile.
Sognamo ancora il principe, il castello, la tiara e la carrozza? E’ questo ciò che sognano le donne oggi? Ci identifichiamo con questa idea di futuro?
Non sto questionando la scelta di una singola donna — Meghan Merkle, per altro, lo ricordiamo, descritta come femminista — ma dei desideri delle donne, materializzatesi in migliaia a Windsor, e in milioni in mondovisione.
Quelli, mi interessano, i desideri — di Meghan, francamente…
Dire addio a tutto? Ad avere un lavoro? Essere economicamente indipendenti, vedere il proprio talento realizzarsi? Non poter più mettere il naso fuori casa senza rendere conto a qualcuno 24 ore su 24? E’ questa prospettiva, che le donne sognano ancora nel 2018? Retrocediamo di 200 anni in un colpo solo? Back to 1818? Dopo la fine che hanno fatto Lady Diana e Grace Kelly, le principesse prigioniere? Masako la principessa triste?

Quando ho condiviso queste mie perplessità con Bob, il mio housemate, che ogni volta mi stende con la sua ironia da newyorkese navigato, questa è stata la sua reazione: “Sure, such a hard life, you know, hopping from one yacht to another… From this ball to that charity gala… Oh Lord, it would kill you…”.
Naturalmente non ho potuto che ridere.
Ma altrettanto naturalmente non ho potuto risparmiarmi il “That’s not the point”.

Ora voi, romanticoni Moviers, mi direte, ma per l’ammmmore si rinuncia a tutto! L’amore prospera sul sacrificio.
Sì? E’ così? L’amore comincia là dove la propria libertà individuale finisce? Non intendo la libertà di coppia, ma la libertà iscritta nel codice umano di ciascun individuo quando viene messo al mondo in una società democratica.
E’ questo che le donne sognano?
Se la risposta è sì, well, ladies, abbiamo urgente bisogno di scrivere nuovi sogni per le nuove generazioni di donne.

Su questa ipotesi da incubo, passo a dirvi che venerdì sono andata all’Angelika a vedere un film che qualcuno di voi cinefili ha già visto alla Mostra del Cine di Venezia, lo scorso settembre. “First Reformed”, di Paul Shrader era in concorso, e ricordo che lasciò tutti più o meno a bocca aperta. Sia per la storia in sé, che per l’interpretazione da applausi di Ethan Hawke.
Appena ho saputo che Paul Shrader in persona avrebbe partecipato al Q&A post-proiezione, mi sono precipitata a prendere il biglietto.
Lasciatemi dire, vivere circondata da newyorkesi, cinematograficamente parlando, non è impresa facile. E’ come avere un esercito di Board che si precipita in ogni sala che offra un talk, un Q&A, un qualsiasi qualcosa alla presenza di un qualcuno… Tocca combattere ogni volta. Ma ovviamente di Board ce n’è uno, e ne resterà sempre solo uno — Highlander, ciccia. 🙂

Sì, dite bene, Paul Shrader è il regista di “American Gigolò”, il film che l’ha reso famoso. Ma più che per le passate regie, è il caso di ricordarlo per le passate sceneggiature: “Taxi Driver”, “Toro scatenato” e “L’ultima tentazione di Cristo” le ha firmate lui — il sodalizio con Martin Scorsese, dite ancora bene, è chiaro e limpido.

La storia del film gira attorno al reverendo Toller, custode di First Reformed, una piccola chiesa fondata nel 1767 dai coloni olandesi e prossima a festeggiare il 250esimo anniversario. Middle of nowhere dello Stato di New York, per darvi delle coordinate geografiche.
Ci confessa lui stesso di essere stato un ex cappellano militare, ritiratosi dall’esercito dopo la scomparsa del figlio in Iraq.
Ci confessa tutto lui perché il film è come una specie di atto unico in forma di monologo interiore di Toller. Siamo praticamente dentro la sua testa — e questo naturalmente ci ricorda la stessa posizione che assumevamo con il tassista matto Travis in “Taxi Driver” — ma siamo anche sopra le sue spalle. Sì perché Toller decide di tenere un diario per un anno. Una specie di esercizio spirituale più che di strumento terapeutico alla Zeno Cosini. E questo naturalmente ci porta al “Diario di un curato di campagna”, se bazzicate il cinema di un certo blow-in-your-belly Bergman Ingmar. Quindi quando Toller scrive seduto alla sua scrivania, noi siamo come appesi alla macchina da presa, lo osserviamo dall’alto, sentendone contemporaneamente i pensieri. Posizione lì per lì privilegiata, ma alla fine, non poi così tanto…

Toller diventa confidente di una giovane coppia: lui, Michael, ambientalista affetto da depressione e lei, Mary, bionda, mariana e incinta — e qui, va be’, la sovrapposizione cristiana trionfa suprema. Michael, lo capiamo subito, è messo male: vorrebbe che la moglie abortisse per non mettere una creatura innocente in questo mondo condannato. E’ allo stadio “tombino” della depressione. Quando sei allo stadio “tombino”, o trovi una spinta psico-fisica che ti rispedisce in superficie, oppure continui a precipitare. Michael continua a precipitare, e la fine che fa, la intuite da soli.

Il fatto è che Taller, già tormentato dalla propria incapacità di pregare, sembra essere rimasto contagiato dal morbo di Michael. Quello che uccide la speranza e fa trionfare la disperazione. Il cruccio di Micheal — perché mettere al mondo un figlio se quel mondo lo stiamo distruggendo, e Dio, in tutto questo, non fa nulla? — si incista nella testa del reverendo, che comincia una lenta, inesorabile esplorazione nel buio dentro cui Michael è caduto. E noi spettatori assistiamo a questa caduta agli inferi e non sappiamo bene come porci.

Shrader è stato illuminante nella spiegazione del suo intento assai meschino — e riuscitissimo. “I am showing a binocular view: everything is seen through Taller’s perspective. So you start identifying with him. But then he starts veering (andar fuori carreggiata). And you have invested more than a hour in siding with this guy! And now you don’t know how to feel… you start feeling lost. So, yeah, I guess I did my job”.
Capito la vecchia volpe! Prima siamo con Taller al 100% — oltre al figlio perduto, a un matrimonio naufragato, il reverendo sta anche poco bene di salute, e quando stai poco bene di salute in un film, difficilmente hai solo un raffreddore…
Insomma, siamo tutti con lui e lo compatiamo, ma poi il reverendo sceglie la strada — già accennata dentro di lui — dell’estremismo. Ed è stato molto furbo, Shrader, a mostrarci quanto facile possa essere scivolare lungo la china dello sconforto e della sconfitta, e quanto questa sia così facilmente giustificabile.
Ma nulla è sempre bianco o nero — come i novelli duchi di Sussex c’insegnano… Il reverendo Toller fa parte di una congregazione che dipende dalle donazioni di una lobby di conservatori che con la destra inquinano l’ambiente con le loro fabbriche finto-green, e con la sinistra foraggiano la parrocchia: il lavacro istituzionalizzato delle coscienze. Questa scoperta dà il colpo di grazia a Toller, che si sente ulteriormente legittimato a compiere un gesto estremo. Tale gesto vedrebbe per protagonisti un giubbotto imbottito di esplosivo attorno al suo torace e una chiesa piena di fedeli… Ma il finale non è così scontato. E il regista, proprio sul finale ambiguo, che ha lasciato tutti noi del pubblico con un “Whaddaffa..??” soffocato in bocca, ha detto. “I don’t quite know how the film ends. You’ll tell me”. Un bello scaricabarile, che tuttavia apprezzo. Il pubblico si dovrà sbattere un po’, dico io.

La mia interpretazione è che solo l’amore, solo l’amore, può salvare. Banale magari, ma vera. La conclusione trova una sua anticipazione a metà film, una scena tra onirico, poetico e new-ageish verso la quale ho provato un sentimento molto contrastante. Una parte di me è letteralmente inorridita — “no ti prego, no ti prego, non prendermi la deriva spicchiamo-il-volo-verso-i-cieli-dell’ammmore…”. Una parte di me, capiva il senso di quel volo aereo uomo-donna attraverso i paradisi del mondo, fin giù agli inferi della terra, in cui l’edenico non è più, e non è più possibile, solo morte e distruzione lo sono. “Tarkovskiana”, ha definita quella scena Shrader.
Visto il finale, ho ricollegato le due scene. E sono come due grossi ganci visivo-narrativi che sorreggono il film, impedendogli di cadere nel noir totale. Conservo, tuttavia, dei dubbi sulla chiusura. La leggo come un colpo di coda troppo frettoloso, un modo semplicistico — o troppo spiccatamente all’americana — di “risolvere” ciò che non può essere risolto. Di trovare una spiegazione a tutti i costi, anche se il film ha tramato un’ora e mezza per convincerci dell’opposto.

Interrogato su Taller, Shrader ha ammesso che è un tormentato, fallato, danneggiato dalla vita. “I’ve written about him before…”, ha aggiunto, riferendosi naturalmente alla galleria di tormentati, fallati, danneggiati che popolano il suo immaginario cinematografico. Tuttavia, ha tenuto a precisare. “He is my guy. But he is not me” — e ce ne siamo rallegrati tutti.
Dal punto di vista visivo, il regista ha spogliato di ogni orpello gli ambienti che circondano le vicende. Campi brulli e cotti dal freddo, interni glaciali, mobilio ridotto all’osso. Lo stesso dicasi per la colonna sonora, che praticamente non esiste. Esiste un “paesaggio sonoro”, fatto appunto di suoni, non di musica. “I wanted no music. Music always tells you how to feel. I preferred a soundscape instead”.
Pensandoci, un po’ di ragione, Shrader ce l’ha. La musica è come l’acqua per la bacchetta del rabdomante, e la bacchetta siamo noi. La nostra pancia tende sempre a tremare quando sente viole e violini. Troppo facile così, dice Shrader.

Per farvela breve, fossi in voi, io, “First Reformed”, andrei a vederlo quando esce in Italia — vallo a sapere quando. Anche perché ci sono dei momenti in cui è macabramente divertente. E personalmente trovo il dark fun un fun dal gusto decisamente allettante.

E anche stasera devo salutarvi con delle scuse per essere andata lunghissima e aver sforato così barbaramente il tetto di sopportazione che mi concedete. Ma ormai avete capito come sono — una barbara della comunicazione. 🙂

Il Frunyc III è aggiornato, e i saluti, stasera, sono realmente cinematografici.

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