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LET’S MOVIE da NYC commenta “BORDER” di Ali Abbasi

LET’S MOVIE da NYC commenta “BORDER” di Ali Abbasi

Marathon & Midterm Moviers,

Ho concluso il lezmuvi della settimana scorsa — per chi di voi è arrivato al traguardo — sulla Maratona. Ma questa è stata anche la settimana delle elezioni di metà mandato. Quindi capirete che la lunghezza di questa mia è più dettata dalla mole effettiva dei fatti, che da un dannunziano indulgere nel piacere dello scrivere.

Andiamo in ordine cronologico e parliamo, una volta per tutte, della Maratona di New York. Ve l’ho sempre proposta a spizzichi, e non ve l’ho mai offerta come piatto unico. Now it’s time.
Anche perché tutti, dall’Italia, fanno uno più uno — una corridora + una New York — e mi chiedono: perché non corri la maratona?!

Nessuno, dall’Italia, sa bene come funziona. Nemmeno io, da New York, sapevo bene come funzionava. Poi il mio pupil settantunenne Stephen, che prima di essere un pupil settantunenne è un maratoneta, mi ha spiegato per filo e per segno i meccanismi della gara. Quindi io faccio da vaso comunicante, e li travaso a voi.

La maratona di New York non è una maratona qualsiasi. L’euforia che scatena, a livello globale, non ha pari. Pressoché ogni runner del mondo coltiva un sogno: correre la maratona di New York. Ma pensate se tutti i runner del mondo cercasssero di trasformare quel sogno in realtà iscrivendosi. New York sprofonderebbe negli abissi, e di lei rimarrebbe solo il ricordo.
Giacché nessuno vuole questo, gli organizzatori se ne sono usciti con un sistema selettivo di stampo autarchico.

Se siete un residente di NYC, dovete prima di tutto diventare Membro dei NY Road Runners (NYRR), e questo è facile. Quando siete membri, dovete correre nove corse organizzate dalla NYRR nell’arco di un anno. Possono essere di 5 km, 10 km, 15 km, 21 km, etc. Ne dovete totalizzare nove. In più, dovete partecipare come volontario a un evento organizzato dalla NYRR. Questo è il modo “9+1”, il Nine Plus One: se vi correte nove corse e vi fate un giorno da boyscout, vi si disegna automaticamente davanti ai vostri piedi la linea di partenza della maratona dell’anno successivo.

Se non volete percorrere questa strada, dovete essere un maratoneta di quelli con la M maiuscola e aver corso, nel vostro passato, una maratona entro determinati tempi. Se siete un uomo fra i 35 e i 39 anni, entro 2:55, e una donna in 3:15.
Anche se non siete pratichi di tempistiche podistiche, capite anche solo da voi che terminare una maratona in 2 ore e 55 minuti è impresa da esseri etiopi, oppure kenyoti, oppure Baldini.
Insomma, questa strada è davvero poco percorribile.

L’altra alternativa è la NY Sweepstake, la lotteria.
Che in palio ci sia una green card o l’accesso a una maratona, agli americani piace molto solleticare la sorte e farla sorridere dalla tua parte.
Se siete residenti a New York, gettate il vostro nome, cognome, email e zip code nel calderone della fortuna, e aspettate il 14 gennaio 2019, giorno in cui verranno estratti 262 nomi. A quei nomi, rigorosamente residenti a New York City, corrisponde un ingresso assicurato e gratuito alla maratona.
Naturalmente il mio nome è già nel calderone. 😉

Ecco, questi, in sostanza, sono gli unici modi per partecipare. Capite da voi, che il modo più percorribile — e aggettivo non fu mai più adatto — è quello delle 9 gare + 1 giorno da boyscout. Da voi capite anche che la maratona, qui, ve la fanno sudare — e verbo non fu mai più adatto.
In più, geni della truffa travestita da occasione che sono, se calcolate che partecipare a ognuna delle nove gare prevede un’iscrizione di 30 dollari circa, i NYRR s’incassano, per ogni corridore, 270 dollari.

Dall’estero, avete più chances, se avete del capitale da investire.
Dall’estero funziona che vi appoggiate a delle agenzie che vi assicurano l’ingresso alla maratona. Ma se lo volete, dovete acquistare il pacchetto completo, che include biglietto aereo, pernottamenti, spostamenti, tutto. Naturalmente tutti i partecipanti della filiera hanno da guadagnarci, quindi i prezzi di questi pacchetti all-inclusive sono molto alti.
Ma ripeto, se avete dal capitale da investire, e vi sta bene la modalità carovana, allora questa soluzione fa per voi.

Visto che non ho potuto correrla da iscritta, domenica, così come i due anni scorsi da newyorkesa, ho corso parte della maratona in anticipo, e l’ultima parte in sync con i primi arrivati. Il che vuol dire controllare il percorso prima dell’arrivo dei corridori, e correre un tratto con i primi.
Quest’anno ho corso lungo la 59esima, qualche metro prima dell’arrivo, poco sopra Columbus Circle, insieme alla vincitrice, Mary Keitany. Lei in mezzo alla alla 59esima Strada, io sul marciapiede lungo la 59esima Strada. Lei però volava, e aveva 41 km sulle spalle. Io ne avevo 26, e cercavo soprattutto di non inciampare.
Prima di arrivare laggiù, ho attraversato parte del Bronx e poi tutta Harlem, e giù giù lungo la Quinta Strada, fiancheggiando Central Park, con il pubblico che ti incita anche se corri fuori dal percorso. 🙂

È davvero speciale. Immaginate 70.000 corridori che partono da Staten Island, alle 8:30 del mattino. E via sul Ponte di Verrazzano. E su su per tutta Brooklyn e tutto il Bronx, e poi via via per tutta Harlem, e poi giù giù per Manhattan, costeggiando Central Park, e poi l’ultimo km, dentro dentro Central Park. 140.000 piedi sotto 70.000 teste che si chiedono “ma chi me l’ha fatto fare??”. Poi quelle teste, appena tagliato il traguardo, dopo essersi maledette per 42 km e 195 m, si chiedono “a quando la prossima?”.
Questo è quello che si dice. E posso capirlo.

Perché la maratona di New York è complessa?
Innanzitutto per il meteo. Di solito la domenica della maratona è di quelli pessimi: pioggia, o nebbia, vento. Il peggio che l’autunno newyorkese ha da proporre. Il 2018 è stato una felicissima eccezione: il cielo azzurrissimo, il sole con i raggi ancora funzionanti, Van Gogh materializzato nei colori di Central Park — date un’occhiata al Frunyc IV.
È complessa anche per il percorso. Parte da Staten Island. E per raggiungere Staten Island, i bus della maratona partono alle 4 del mattino — la gara comincia alle 8:30 am. Cosa facciano i corridori mentre aspettano, non mi è dato sapere. Con quel freddo, con quell’ansia.
Il percorso è dissestato — buche, strade rattoppate. Correre a NY non è sport per signorine. E, al contrario di quanto si pensi, NY non è una città piatta. È tutta un saliscendi — corretevi un po’ la Quinta, e ditemi se vi sembra piatta… E questo incide.

Però certo, volete mettere? Quando correte gli ultimi isolati, dalla 110ima fino alla 59esima, e poi lungo tutta la 59esima fino a Columbus Circle, e il rush finale, in quegli ultimi km lì, voi non siete più nulla. La fatica, il dolore, tutto svanisce, credo. È la gente che vi porta. La gente lungo le strade, che fa un tifo gratuito e innocente — non tifi il vincitore, vinci tutti i piccoli grandi esseri umani che cercano di guadagnare la fine di quella tortura sublime. E tu, stremato come solo posso immaginare, tu ti affidi a loro, al loro calore. E alla tua testa. Perché dopo il 30esimo km, non hai la minima idea di come reagirà il tuo corpo, le tue anche, le tue articolazioni. È un salto nel buio.
Un giorno farò la maratona anche per quello: per vedere come reagirà il mio corpo. Cosa farà la mia testa. Per saltare nel buio. Perché è nel buio che le luci brillano forti, e le cose si vedono.

Un giorno correrò la maratona di New York anche per il dopo-maratona. A gara finita, tutti i maratoneti girano Manhattan con il mantello azzurro della maratona sulle spalle, e la medaglia in bella vista sul petto. Ed è tradizione che i newyorkesi, per strada, si rivolgano loro con un “Well done! Good job!”. Io naturalmente ho fatto lo stesso, congratulandomi con tutti i maratoneti e le maratonete che incontravo, e vedendo in loro, oltre la stanchezza, una indescrivibile soddisfazione.

Il lunedì dopo la Maratona, m’incontro con Stephen per la nostra solita lezione d’italiano.
Non sto più nella pelle, devo dirgli che ho fatto parte del percorso, accumulando un 26-27 km.
Lui mi ascolta, annuisce, sorride caloroso.
Poi estrae dallo zaino la medaglia e la mette sul tavolo.
“Hai corso la maratona?!!?”, strillo, aquila, io.
Stephen mi risponde che sì, l’ha corsa. L’ha deciso sabato sera. Per via del meteo favorevole.

Da ciò che seguirà, capirete in cosa consiste il low-profile newyorkese.
Mi dice “Sì l’ho corsa, ma ho sbagliato tutto”.
Mi spiega — tutto in italiano, ed è così che s’impara una lingua, cercando di spiegare quello che pensi inspiegabile — che dopo sei miglia, il tallone sinistro ha cominciato a fargli male. Un problema di nervi. Allora si è fermato a una tenda del soccorso medico, e gli hanno applicato due grossi cerotti che, applicati in quel modo, gli avrebbero permesso di non sentire dolore e proseguire la corsa.
Ha proseguito per altri dieci miglia, e poi il male ha ripreso.
“E cosa potevo fare? Non potevo… quit
“Mollare”
“Non potevo molare” — non c’è verso con le doppie…
Allora, Stephen uomo dalle mille risorse, si è infilato un fazzoletto tra il piede e la scarpa in modo da dar “sollievo” al tallone.
“E così sono arrivato fino alla fine”
“Ma Stephen, ma tu sei un eroe, non sei umano!”
No no, si schernisce Stephen. “Ero lento, così lento, così lento… so slow, so so slow”.
Io ribadisco il suo essere soprannaturale.
“Ma oggi sarai stanco morto!”
“Ma, non propriamente. Ieri sera un po’”.
Un po’. 42 km.
“E cos’hai fatto ieri dopo la corsa?”
“Ho fatto la spesa e poi i compiti d’italiano”.

Se Stephen non avesse settantunanni, non fosse gay, non avesse un compagno da vent’anni, io mi sarei già dichiarata da ‘mo 🙂
Come si fa a non amarlo?

Dopo avermi spiegato la sua maratona, mi spiega come funziona il meccanismo della maratona, che io ho spiegato a voi.
Abbiamo concluso la lezione sul Portogallo. Sì perché Stephen domenica ha corso la maratona, lunedì ha visto il suo medico e fatto italiano con me, martedì ha prestato volontariato al suo seggio di Chelsea per le elezioni di metà mandato, e mercoledì è partito alla volta di Lisbona. Dodici giorni di viaggio.
Altroché maratona: Stephen macina miglia di vita.
E già, le elezioni di metà mandato. Sarebbe davvero troppo lungo affrontare l’argomento qui. Diciamo che il pareggio, Senato ai Repubblicani, Camera ai Democratici, dimostra quanto il paese sia spaccato a metà. Se non altro Trump dà l’addio al muro sul confine con il Messico, e con la Camera blu, la possibilità di accusa di impeachment si fa più concreta. Certo ci si aspettava un risultato migliore al Senato. Ma New York ha festeggiato il risultato, non ha rimpianto l’ambìto.

New York ha particolarmente esultato per due successi epocali: Staten Island, per decenni roccaforte repubblicana, è passata dalla parte democratica. Quindi oggi tutti e cinque i boroughs della città sono di un bel colore blu.
Il secondo straordinario successo lo si deve a Alexandra Ocasio-Cortez: con i suoi 29 anni, la più giovane deputata della storia. Born in da Bronx da madre portoricana e padre bronxiano, la Cortez ha una parlantina e un carisma che superano persino il compianto Obama.
Ha cominciato a far politica a fianco di Bernie Sanders, e porta avanti le sue idee progressiste: sanità pubblica per tutti — quello che qui si chiama Medicare — università gratuita, l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora. E vorrebbe un iter che conduca alla cittadinanza per gli immigrati irregolari e l’abolizione dell’ICE, l’Immigration and Customs Enforcement Agency, l’agenzia che semina il terrore fra tutti gli immigrati regolari, irregolari, tutti.
Se a 29 anni, la Ocasio-Cortez è già al Congresso, chissà che, fra una ventina d’anni, non la si veda alla Casa Bianca. O anche meno di una ventina d’anni, why not?
Ho imparato che tutto è un po’ possibile, in questo paese.

Questa settimana sono andata all’IFC a vedere lo svedese “Gräns”, tradotto con “Border”, del regista iraniano-svedese Ali Abbasi.
Adattamento del romanzo omonimo di Lindqvist, il film si è aggiudicato il premio “Un certain regard” a Cannes, ed è opera che sfugge le definizioni e le facili etichettature. Forse è per questo che Cannes ha deciso di premiarlo.

Tina è una donna brutta, proprio brutta. Lineamenti neandertaliani, fisico tozzo e sgraziato. Ma ha un talento straordinario: riesce a sentire, attraverso l’olfatto, la rabbia, la vergogna, la colpa delle persone.
Per questo svolge il suo lavoro come guardia alla dogana con grande successo. Ma non ha una gran vita, Tina. Convive con un parassita che si occupa più dei suoi pitbull che di lei. Ha un padre colpito da demenza senile che la riconosce solo a momenti, e vive in una casa di cura. È sola, Tina. A parte il lavoro, le uniche sue gioie sono le passeggiate nella natura, con cui capiamo da subito, ha un rapporto speciale.
Un giorno, alla dogana, Tina incontra Vore. La somiglianza fisica tra i due è sconvolgente. E l’attrazione scoppia subito. Vore svela a Tina che lei non è frutto di un difetto cromosomico, come i suoi genitori le hanno sempre fatto credere. E che loro non sono esseri umani. Sono dei troll — e anche voi, lo so, pensate a “David Gnomo” — creature che vivono nella natura e che sono dotate di abilità tra l’animalesco e il sovrumano.

Nel frattempo Tina, grazie al suo naso stana-delinquenti, sta aiutando la polizia a rintracciare un covo di pedofili. E da lì in poi il film perde quella “magia” iniziale — non so, a dire il vero, se “magia” sia il termine più adatto per questo film…— e si perde un po’. Tina scoprirà che il suo amore di troll Vore è coinvolto nel caso: ruba i bambini e li sostituisce con degli esserini troll che non crescono e non si sviluppano…

L’idea alla base del film è molto intrigante, e be’, attuale: la perlustrazione del concetto di confine identitario quando si è “altro da”. Ma la crisi identitaria di Tina e la ricerca del suo vero io potevano benissimo fare a meno di certe propaggini narrative che azzavorrano il film: i troll transgender (!), Vore che dà alla luce uno di quegli esserini troll e lo fa sopravvivere tenendolo in frigorifero e alimentandolo a larve (!!). Il caso della pedofilia ci starebbe anche, per giustificare il coté poliziesco-thriller di un film che vuol essere un po’ tutto — fantasy, romance, gothic, noir — ma il coinvolgimento di Vore è tiratissimo per i capelli e castra la forza al personaggio.

A mio parere, le montagne russe della propria identità su cui viaggia Tina dovevano essere il centro del film. E lo sono, ma solo in parte: Tina la diversa, incontra Vore il diverso che le apre gli occhi su chi è veramente — una troll — ma nulla è mai semplice e Tina si sente anche umana, perché è stata cresciuta come tale. Poi capisce che Vore non è uno stinco di troll nemmeno lui, e deve affrontare cosa le detta la coscienza. Alla fine però la natura ha il sopravvento, e ha in serbo — intuiamo — un futuro viaggio di Tina in Finlandia, dove una colonia di troll vive felice e beata — probabilmente ascoltando gli Abba. 🙂

Che sia un film unico, è indubbio. Ma ci sono certe scene che avremmo preferito non vedere. E non tanto i pasti a base di larve, di Vore e poi Tina. Quanto il rapporto sessuale tra Vore e Tina, un momento in cui l’animalesco è iper-animalesco, come se i due umani divenissero più animali degli animali. Non mi ha scosso tanto la promiscuità di genere, maschio-femmina — che oh boy, è all’enesima potenza — quanto piuttosto la promiscuità di specie, animale-umano. Ma in fondo un film deve fare questo. Scuotere.

“Border” è un film per cinefili che sono disposti a confrontarsi con lo sgradevole, il perturbante, l’inverosimile e il molesto — quest’ultimo, più relativo all’uomo che ai troll, a dire il vero. Quindi c’è una parte di me che capisce la scelta di Cannes, pur non condividendo il premio.
Se avete fegato, e siete disposti a turarvi il naso/tapparvi gli occhi davanti a certe scene, “Border” è lì che vi aspetta.

E anche per oggi è tutto, carissimi Fellows.
Il Frunyc IV lo trovate al solito posto, i ringraziamenti sono qui, e i saluti, quelli, stasera, sono podisticamente, politicamente, cinematografici.

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LET’S MOVIE 390 da NYC commenta “MID90s” di Jonah Hill

LET’S MOVIE 390 da NYC commenta “MID90s” di Jonah Hill

Monday, Moviers,

ho fatto quello che faccio ogni Monday, ma con delle varianti.
Il lunedì vado al Lincoln Center per fare lezione al mio pupil settantunenne Stephen. Ci incontriamo al David Rubenstein Atrium, che è un grande spazio con i tavolini, una cafeteria, una fontana interna, una parete giardino — se non si ha posto per coltivare un giardino in orizzontale, si sfrutta il verticale, ovvio.
E questo spazio è pubblico, for free.
C’è il wi-fi, l’aria condizionata (micidiale) l’estate e il riscaldamento (miracolare) l’inverno. È frequentata da tipi umani molto variegati. Lavoratori che si mangiano il pranzo, studenti che preparano qualche lavoro di gruppo, anziani che si leggono il giornale (sull’I-pad), donne che si fanno le unghie. Un’italiana e un newyorkese che sbattono contro le asperità di “mi piace/mi piacciono” — e li biasimate??

Questo lunedì, sulla metropolitana per raggiungere il Lincoln Center, ecco la prima variante.
La metro newyorkese ha linee che corrono “local” (regionali) ed “express” (interregionali). Alla 96esima puoi prendere l’interregionale, che fa solo una fermata — la 72esima — e poi prosegue fino a Times Square e poi giù, gù per tutto il sud di Manhattan. Quindi il mio andar di metro è tutt’un cambiare fra local ed express. Per guadagnare tempo, ovviamente.
Come tutte le metro del mondo, ci sono dei display che ti dicono quanto tempo manca all’arrivo del prossimo locale/espresso.
Lunedì, a bordo della metro regionale, mi sono soffermata sulla porta per controllare il display e vedere se mi conveniva rimanere a bordo oppure scendere e aspettare l’espresso. Sono rimasta lì giusto due secondi — le porte delle metro non rimangono aperte delle ore.
In quella posizione, sono stata di grandissimo intralcio a un ragazzo che doveva salire sulla metro con una grossa valigia — a mia difesa, ricordo che la mia stazza non è esattamente quella di Giuliano Ferrara, non bloccavo l’intero ingresso.

“Levati dal caz*o”.
Queste sono le parole che mi vengono rivolte da un giovane, evidentemente diplomato a Eton, con un accento che poi scoprirò toscaneggiante.
“Come hai detto?”, gli rispondo io, perfettamente consapevole che la mia domanda lo coglierà di sorpresa come uno spavento: anche se sai che a NY ci sono tantissimi italiani, non ti aspetti che l’individuo sulla scorrevole della metro a cui ti rivolgi con tanta eleganza, sia italiano.
“Sono italianissima”. Aggiungo, per ribadire l’ovvio.

Immaginate la sua espressione.
Credo non servano parole per descriverla. Ma il giovane Milord ha con sé la sua Milady, e non può certo mostrare di scusarsi e tornare sui suoi passi.
Lei è paonazza, e ha quel sorrisino delle ragazze che si vergognano di trovarsi in una situazione provocata dal proprio compagno, e che non vedono l’ora di potergli dire, in privato, “ma che figura del caVOLO ci fai fare??”

“Eh, stavi in mezzo”, mi dice il gentleman, tra il bullo e il gallo.
“C’è modo e modo di dire le cose”, gli rispondo io, con calma papale.
“Sì ma stavi in mezzo”, e il bullo, da gallo, passa all’upgrade e diventa pappagallo.
Allora cerco di spiegargli.
“Non ci si rivolge così alle persone. Dalle tue parti in Italia magari sì, qui no”
“Sì ma stavi in mezzo…”, un uomo pieno di argomenti.
Gli indico la valigia e gli dico di riportarsi la cafoneria in Italia, che qui non abbiamo bisogno.
E scendo alla mia fermata.

Scorderò la sua barbetta da hipster di provincia e i suoi occhi azzurri slavati fra pochi giorni. Ma l’espressione della ragazza, quella, 100% imbarazzo, me la ricorderò per molti molti giorni.

Non è che qui siano tutti Lord Fontleroy, eh, intendiamoci — la mamma dei cafoni è come quella degli stupidi: sempre incinta. Ma nessuno, nessuno si permetterebbe di dire “Get the fu*k out of my way” sulla metro: scoppierebbe la guerilla.
Tutti sono sulla stessa barca — ehm vagone. Tutti sanno come funzionano le cose. Tutti fanno l’altalena local-express. Tutte le teste si rivolgono al display per vedere se conviene rimanere sul regionale, oppure scendere e aspettare l’espresso. E tutti si danno il tempo necessario per decidere. E’ un codice condiviso, che, in qualche modo, affratella i passeggeri.
Poi arriva il turista che rompe questa armonia, e che impone la sua presenza. Era italiano, ma avrebbe potuto essere di qualsiasi nazionalità — anche se non mi vedo uno svedese, uscirsene con un’espressione del genere.

“Levati dal caz*o”. Una frase del genere, in un vagone silenzioso di una tranquilla mattina newyorkese, ha tutta la brutalità di uno spintone, di un colpo basso.
Intorno a me vedevo i newyorkesi intuire dalle nostre voci che non stessimo scambiando dei convenevoli. Tenevano le teste spofondate negli smart-phone, ma seguivano la scena, da sotto in su.
Io, naturalmente, mi sono molto vergognata. Per lui, per la ragazza, per l’Italia. Ogni volta che un italiano fa qualcosa che non dovrebbe fare, un expat — o solo io?— si sente un po’ in colpa come se quell’azione, quella cosa detta, l’avesse fatta o detta lui. Per questo stesso principio del “tutte le colpe del padre-paese ricadono sui figli”, io mi ritrovo a essere un po’ Salvini, un po’ Berlusconi, un po’ Renzi. E un po’ Bernardo Provenzano. Certo, anche un po’ Bruno Munari e Rita Levi Montalcini. Ma la sensazione è più forte — e non so come mai — se i personaggi sono riprovevoli. La colpa è più potente dell’orgoglio.

L’altra variante di lunedì scorso riguarda Central Park.
Dopo la mia lezione con Stephen, non riprendo la metro. Faccio una cosa che mi ha insegnato un newyorkese doc, ovvero, evitare di circumnavigare Central Park con la metro: devi cambiarne tre, impieghi un sacco. Invece, se devi andare dal lato West al lato East, o viceversa, attraversa il Parco a piedi! Impieghi un quarto d’ora, non di più.
Chissà perché abbiamo tutti sempre l’impressione che Central Park sia un mastodonte che richiede ore e ore per essere percorso.
Allora lunedì, una giornata tiepida di fine ottobre, attraverso il parco, diretta alla 69esima dell’East Side, dove trovo ad aspettarmi la mia classe alla Columbus Citizens Foundation.
Avvicinandomi alla parte finale del Mall di Central Park, sento in lontananza delle note famigliari.
“Thriller” di Michael Jackson.
Faccio uno più uno. Lunedì è il 29 ottobre. L’antivigilia di Halloween, che qui è un evento pari al Natale.
Mi avvicino con passo spedito: sento odor di newyorkeria, una di quelle stramberie che New York sforna con tanta generosità.

Trovo un centinaio di persone impegnate a ballare la coreografia di “Thriller”. Con “persone”, intendo dei civili, non dei ballerini professionisti. Non si tratta di un video, una prova di uno spettacolo, uno show. È, invece, un rito, o forse un flash-mob. Cento comuni mortali che si trovano a Central Park a ballare “Thriller”, con i passi originali tratti dal famoso video del Jacko mondiale. Tutte le età, tutti i sessi, tutte le dimensioni e i colori. Tutti all’unisono, tutti perfettamente sincronizzati. Io, che nei balli di massa perdo sempre il tempo e non lo ritrovo mai, li guardavo come avrei guardato Barishnikov.
Sono rimasta quasi fino alla fine, sempre con quel mio sorriso inebetito che ormai conoscete, ma avevo la mia classe ad attendermi, quindi ho dovuto spicciarmi.
Però quel “Thriller” lì, mi ha fatto dimenticare la finesse italiana sulla metropolitana. E per questo, anche, ringrazio New York. Qualcosa che ti butta giù è subito seguito da qualcosa che ti tira su.
Dev’essere un principio della fisica di questa città.

La Columbus Citizens Foundation è un’associazione di italiofili — a maggioranza ebraica, mi è stato detto — con sulla 69esima, cuore posh dell’Upper East Side, tra la Quinta Strada e la Madison.
È come mettere piede nell’Italia dell’alta borghesia tardo ottocentesca. Gattopardo-style. Pavimenti in legno, tappeti persiani, scalinata presidenziale rivestita di bordeaux, dipinti del ‘700 alle pareti, caminetti, cristalli che pendono giù dal cielo, busti in marmo, vetrine ripiene di porcellane e cassettoni antichi con dentro chissà cosa. È molto “una certa Italia”. Talmente “molto” da essere “troppo”. Il che vuol dire che non è Italia: è Italo-America.
Il bagno è affrescato con putti e cherubini, e i rubinetti sono dorati.
È decisamente Italo-America.
Tuttavia, alternare alle aule standard che trovo all’FIT e al Mercy College, questa opulenza, barocca e nostalgica, mi permette di sfiorare vite diversissime. Ed è questo che una metropoli come New York offre, dopotutto. Non Sex and the City.

La Columbus Citizens Foundation organizza eventi esclusivamente Members-only. Gala dinner il cui biglietto d’ingresso costa $ 10.000 (a testa). Golf club. Cene — nell’interrato hanno un ristorante e un pianobar.
Mi chiedo se abbiano pensato anche alla caccia alla volpe.
La Foundation, oltre a un corpo che sguazza nella bella vita dell’alta società, ha anche un’anima filantropa, e nella sua grande magnanimità, presta le sue sale, il lunedì sera, ai corsi organizzati dallo IACE, l’Italian American Committee on Education. Lo IACE è un’associazione che organizza corsi di lingua grazie a un fondo stanziato dallo stato italiano e che opera sotto la supervisione del Consolato.

Noi occupiamo le sale della Columbus il lunedì. Mi domando come saranno gli altri giorni della settimana. Per qualche strana interferenza cinematografica, immagino sempre che gli altri giorni, tra serate a sorseggiare Chianti e a fumare Havana di contrabbando, s’inseriscano anche dei convegni oscuri. Tipo quello orgiastico nella villa fuori NY immaginata dal genio Kubrick in “Eyes Wide Shot” — parola d’ordine per entrare: Fidelio. Il contesto si presterebbe alla perfezione. Quindi, se il lunedì si respira aria di presente indicativo e plurali irregolari, il martedì può essere che si respiri aria massonica.
Who knows… Se scopro qualcosa, sarete i primi a saperlo 😉

Questa settimana sono stata a vedere “Mid90s” di Jonah Hill, una piccola grande splendida opera prima che sta piacendo molto qui a New York, e che è piaciuta molto anche alla vostra lezmuviana qui presente.

Presentato al Sundance e al Toronto Film Festival, “Mid90s”, lo suggerisce il titolo, racchiude e dischiude un momento storico: la metà degli anni ’90. Lo sfondo è Los Angeles.
Il bello del film — ve lo dico subito — è che, nonostante sia connotato metropolitanamente/ geograficamente — L.A./America — riesce a parlare anche a chi ha vissuto quegli anni nella periferia del mondo che è il Trentino. 🙂 Vedendo il protagonista, Stevie, rivedi te stesso alle soglie dell’adolescenza.
Stevie ha una madre insicura e non troppo presente. Un padre inesistente, un fratello maggiore che lo picchia a sangue — come tutti i fratelli maggiori degli anni ’90, mi viene da dire. A quell’epoca funzionava così. Le zuffe fratricide erano all’ordine del giorno.
Stevie ha tredici anni, è piccoletto, non quei teenager che crescono tutto d’un fiato a undici anni. Ha un’adorazione per una compagnia di skateboarders che bazzica il suo quartiere. E un bel giorno, comincia a frequentarli.
Non sono dei teppisti. Sono dei ragazzi che si fanno passare le giornate estive, e che hanno dei sogni: chi vuole fare il regista, come Fourth Grade, e filma tutto il tempo con una videocamera, chi se la spassa e fa molto umorismo, come Fuck Shit — che è l’intercalare a lui più caro, di qui il nome — e c’è chi vuole fare dello skate una professione, come Ray, il ragazzo che è una spanna sopra gli altri, il guru del gruppo. Quello che e sparpaglia per tutto il film perle del suo skating e della sua “saggezza”.

Stevie è il percorso che abbiamo seguito un po’ tutti in quegli anni, con le differenze del caso. La voglia di far parte di un gruppo, sentirsi accettati, nonostante i difetti. E la voglia di provare quello che gli altri maneggiano/padroneggiano così bene, mentre tu sei alle prime armi, e arranchi. Dallo skateboard, all’alcol, alle prime sostanze chimiche — che non erano LSD o droghe simili, ma pillole rubate alla sorella di qualcuno!
E naturalmente i primi approcci con l’altro sesso, la goffaggine abbinata all’arroganza — due lati della stessa medaglia.

Non c’è una vera trama, ed è questo che ti fa amare “Mid90s”. Ci sono momenti d’infinita delicatezza e tenerezza — perché vanno a toccare il nostro vissuto con precisione chirurgica — e ci sono momenti di sciallo, che è uno sciallo solo di superficie: dietro, si celano storie di tribolazioni, fisiche e psicologiche — come Fouth Grade che “è talmente povero che non ha nemmeno i soldi per comprarsi i calzini. Voglio dire, i calzini”, come spiega Ray a Stevie.
Oppure lo stesso Stevie, vittima delle angherie del fratello, ed entrambi vittime di un’infanzia storta e mai raddrizzata, in cui le emozioni trovano sfogo solo nella rabbia, molto rivolta a se stessi. Tutto questo in una Los Angeles di periferia, Culver City o giù di lì. Beverly Hills — con o senza i suoi Walsh, Dylan e Kelly, che proprio in quegli anni trasformavano lo zip code 90210 in un brand da esportare in tutto il mondo — Beverly Hills è lontana anni luce.
Il materiale è il cemento, su cui questi giovani skaters filano e cadono, piroettano e rovinano. Superstrade al tramonto e cortili in cui ritrovarsi e passare il tempo insieme.

Tuttavia, anche se il film racconta gli anni ‘90, non è una loro celebrezione, e non è nemmeno un inno nostalgico ai “good old days”. È fiction al 100%, ma ha qualcosa del documentario — la grana sgranata di certe riprese, per esempio, e poi il finale, splendido, con i girati della videocamera di Fourth Grade. È come se il regista, Jonah Hill, prelevasse uno spicchio di vita vissuta direttamente da quel decennio, e ce lo porgesse per farcelo assaporare: solo con il senno di poi, ne avvertiamo a pieno il gusto.

E visto che abbiamo detto della chiusura, diciamo anche dell’apertura del film. Il corridoio di una casa. Dalla porta di una stanza, vola fuori — letteralmente vola fuori — il povero Stevie. Lanciato dal fratello in un raptus d’ira, Stevie picchia violentemente la testa contro il muro. E tu pensi, è morto. Uno non può picchiare la testa così, e sopravvivere. Invece sì, Steve sopravvive.
Questa scena, rapida come un pugno nello stomaco, e altrettanto penosa, ti dà le coordinate di tutto il film. Ti descrive il contesto, i personaggi, la violenza, il dolore, il silenzio. Perché non una lacrima si versa. Nemmeno quando Stevie finisce in ospedale, dopo un incidente. Non si piange mai.
Al posto delle lacrime, si regalano ambitissime tavole da skate, si condivino caramelle e succo d’arancia — non pasticche e birra! — e si sopravvive.
Alla fine, non volevo che finisse — dura appena un’ora e 24 minuti. Un film piccolo e prezioso, che spero metterete nel vostro portagioie cinematografiche, come ho fatto io.

E anche per stasera è tutto.
Nel Frunyc IV aggiornato, non perdetevi assolutamente le moltissime immagini della New York Marathon 2018 — payoff dell’anno: “It will move you”. Meteo eccezionale. Colori vangoghiani. Board runner lungo parte del percorso insieme ai maratoneti.
Arriverà il giorno in cui la correrò. Time will come 🙂

Grazie sempre, e saluti, variantemente cinematografici.

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LET’S MOVIE 389 da NYC commenta “FIRST MAN” di Damien Chezelle

LET’S MOVIE 389 da NYC commenta “FIRST MAN” di Damien Chezelle

Mani magiche, Moviers,

è di queste che vi parlo questa settimana.
Giovedì prossimo, al Center for Italian Modern Art (CIMA) — che ormai conoscete benissimo, nel cuore cantante di SoHo — si terrà la premiazione del Bridge Book Award.
Questo riconoscimento è il Giano bifronte dei riconoscimenti: premia due opere scritte in italiano che verranno tradotte in inglese e due opere in inglese che verranno tradotte in italiano. E il premio in sé, oltre al prestigio, consiste nella copertura dei costi di traduzione. Se l’è inventato, questo award a doppio senso di circolazione linguistica, l’AIFIC, l’American Initiative for Italian Culture, in collaborazione con la Casa delle Letterature di Roma.
So tutte queste cose perché l’anno scorso ho fatto da interprete durante la cerimonia di premiazione. E mi hanno chiesto di fare lo stesso quest’anno, giovedì 1 novembre.
Quest’anno ci sarà anche un panel, moderato dal nostro Console, e vedremo come ce la caveremo. Intanto, i due vincitori, italianissimi all’asciutto d’inglese, hanno preparato il loro discorso, che leggeranno in italiano, e che io ho provveduto a tradurre in inglese, e che leggerò in inglese.

Mentre traducevo il discorso di Luciano Funetta, vincitore con il romanzo “Il grido”, lui racconta di come si sia ispirato, per la protagonista del romanzo alla pittrice e scrittrice Leonora Carrington, moglie del pittore surrealista Max Ernst.
Funetta nomina proprio un libro che per lui è stato fondamentale, “Down Below”, una specie di viaggio negli inferi dell’immaginario di Leonora mentre trascorreva un periodo nel manicomio di Santander, Spagna. Funetta arriva al punto di chiamare la sua protagonista Lena, tanto è debitore a Leonora Carrington.

“Down Below” non è “Il codice Da Vinci”. È un libretto di nicchia, 69 pagine in tutto, pubblicato nel 1988 dalla New York Book Review. Uno di quei libricini stampati in un numero che non punta alle migliaia, ma che si accontenta dei due zeri delle centinaia. Quante persone, se non addette ai lavori, conoscono l’opera pittorica della moglie di Max Ernst, a parte se stessa e Max Ernst?

Ora, cosa direste se vi dicessi che un mio caro carissimo amico, poco meno di un mese fa, mi ha regalato una copia di quelle centinaia di “Down Below”? Cosa direste se vi dicessi che lo sto leggendo adesso? Cosa pensate immaginandomi al computer, mentre traduco il discorso di Funetta, m’imbatto nel suo elogio a “Down Below”, e giro la testa verso il mio divanetto dove campeggia la mia copia di “Down Below”’?
Quante possibilità ci sono che questo accadda? Una su un trilione? È opera del caso? Normale amministrazione con cui comunica al mondo la sua esistenza e il suo operato?

Questa cosa del caso m’incasina. Nel senso. Okay, posso credere che sia lui —il caso— in azione. Ma questo non sarebbe un po’ banalizzare questa trama tessuta ad arte da chissà quali mani? Non è troppo semplicistico — comodo? — riparare sempre dietro al caso, quando questi accadimenti accadono? Insomma, la mia domanda è: le coincidenze sono fatti biologici dell’umano esistere, processi basilarmente cellulari, congeniti all’organismo dell’esistenza, oppure sono altro, e dobbiamo interrogare altre forze?

Personalmente, mi sono sempre considerata un’animista. Credo che il mondo, soprattuto quello inanimato, brulichi di vita. E che ci siano dei movimenti, degli schemi mobili attorno a noi, a cui noi non facciamo caso, ma che agiscono nella nostra vita. Questo non implica necessariamente una presenza divina vecchio- o nuovo-testamentaria, biblica. Implica, invece, l’ipotesi che ci siano delle mani magiche che operano nell’ombra. Mi piace pensare che operino a fin di bene, o a fin di commedia.
Quando ho visto “Down Below” citato nel discorso di Funetta, quando ho girato la testa e ho visto la mia copia di “Down Below” guardarmi angelica, come se niente fosse, mi sono guardata intorno, nettissima la sensazione che qualcuno/qualcosa se la spassasse a vedere quest’umanoide italo-newyorkese alle prese con una “coincidenza”.
Mi sono sentita la beffa, di cui poi io stessa ho riso.

In quel momento avrei voluto frugare l’aria, e arrivare al di là, in quel non-spazio dove forse queste mani magiche tramacciano, architettando le loro incursioni nel nostro mondo tridimensionale. La fisica lo chiama in modi diversi. Quarta dimensione, buco bianco, wormhole. Il credente lo chiama Dio.
Ho sussurrato un “Whaddeffac…” d’ordinanza, con un sorriso di meraviglia. Come non sorridere? Come non immaginare, di là dal buio, qualcuno che a sua volta guarda e ride?
Nell’antichità si diceva che gli dei avessero creato gli uomini per divertirsi, fargliene di tutti i colori, e ridere di loro — di noi. Quindi nessuna legge di Murphy, nessuna scalogna, nessuna sfiga o congiunzione avversa degli elementi. Solo un Grande Fratello Olimpico che guarda impazzire i piccoli omuncoli nella casa del mondo.
Mi piace di più credere alle mani magiche.

Da quando sono qui a New York, quelle mani si stanno dando un gran daffare. Incontro persone che conosco nei posti più improbabili. Oppure mi capita di visitare la Westbeth Artist Community, al 55 di Bethune Street — mai sentita, Bethune Street, in due anni che sono qui — un complesso residenziale per artisti che, negli anni ’60, offriva un tetto agli artisti dietro il pagamento di un affitto davvero rappresentativo, considerata la zona — pieno West Village. In quegli appartamenti, d’interesse anche architettonico giacché includono un progetto dell’architetto Richard Meier — hanno alloggiato nomi come Robert De Niro, Diane Arbus — che proprio lì si tolse la vita — Merce Cunningham, Vin Diesel, e tantissimi altri.

Lì accanto, al 27 di Bethune Street, abita una lady 94enne di nome Otis Kidwell Burger, che dagli anni ’60 tiene un salotto letterario da cui è passata tantissima intelligentia newyorkese. Proprio nel salotto di casa sua. Ecco, proprio grazie al maneggiare magico di quelle mani di cui sopra, domenica 11 novembre alle 6 pm, io sarò in quel salotto. Lo immagino come quello di Gertrude Stein al 27 di Rue des Fleurus, a Parigi, in cui la matrona americana trapiantata a Parigi ospitava gente della Lost Generation, tipo Hemingway, accanto a Picasso, James Joyce, Henri Matisse, Franics Scott Fitzgerald…
Cosa si porta alle regine 94enni della poesia? Che il New York Times ha definito, in uno splendido articolo, “West Village Warrior”? Cosa si porta alle Otis Kidwell Burger? Basteranno i miei versi?

E capirete, questo è il risultato del lavoro delle mani magiche. Perché una me qualunque, una me qualunque schizzata fuori da un Garda di lago e sopravvissuta a anni di morse montane trentine, una così, non può arrivare a New York City e finire lì, nel tempio domestico della poesia newyorkese senza un qualche piano sotterraneo i cui dettagli io ignoro. Mi rifiuto di crederlo 🙂
Ovviamente questo, l’11 novembre al 27 di Bethune Street, sarà oggetto di un prossimo pippone, quindi vi consiglio sempre di aderire allo stay tuned e di non muovervi da lì.

La visione del film di oggi parla d’incredibile ultra-terreno, quindi ben si sposa con quanto detto. Ed è d’obbligo per tutti i Lezmuviani frequentanti — anche per i non frequentanti. “First Man” di Damien Chezelle. Lo ricordate quello di “Whiplash” e di “La La Land”, vero? Ecco, lui.

Il primo uomo del film è, ovviamente, il primo uomo che ha messo piede sulla luna, Neil Armstrong. E la storia la sappiamo tutti, bene o male. Potremmo dimenticarci giorno e anno — 20 luglio 1969, così non li dimenticate più. Potremmo dimenticarci dei dettagli — Apollo 11, la navicella, da non confondersi con il 13 di Steven Spielberg. Ma non scordiamo quello zompettare tipicamente lunatico, quelle parole che Neil si è preparato lungo il tragitto, per essere pronunciate lì, sulla luna, insieme al suo zompettare lunatico.
“Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”, la cui traduzione deve aver mandato in paranoia Tito Stagno e il suo entourage, quando dovettero tradurlo in tempo reale per la RAI Radio Televisione Italiana: “A small step for a man, a giant leap for mankind”. E adesso? Come lo traduciamo “leap”?! “Leap” è un balzo, non è un passo, caro Tito. Si sarebbero salvati in corner mettendo “avanti” dop il secondo “passo”… Ma va be’, non stiamo qui a fare le pulci a una telecronaca che portò 400 milioni di persone in tutto il mondo davanti agli schermi.
Da quando ho appreso quella cifra, nel film, non posso fare a meno d’immaginare 400 milioni di esseri umani — all’epoca!— che smettono di fare quello che stanno facendo, che si raccolgono davanti ai preziosi rari televisori di tutto il mondo, per assistere a un evento che ha del fantascientifico ancora oggi, dopo che abbiamo conosciuto Sir Stanley Kubrick. Oppure Star Wars.

Chezelle si è dimostrato il talento che è. Poteva fare il classico polpettone biografico grondante American pride. L’elogio all’eroe e all’eroismo americano. Se c’è una cosa in cui gli americani sono riusciti — e gliene va dato atto — è proprio quella di aver portato l’uomo sulla luna in un momento in cui certo la scienza aveva fatto passi da gigante, ma in cui le strutture, i marchingegni, erano strutture e marchingegni che oggi definiremo rudimentali. Flintstone. FIAT! (Battuta). Mancavano assolutamente della sofistificazione di oggi.

E Chezelle è stato proprio intelligente perché non vuole mostrarci la grandeur dell’impresa, la navicella enorme vista da sotto in su, bianca e scintillante, gli interni spaziosi in cui gli astonauti flottano beati. Ci mostra tutto il contrario. Banderuole e bulloni, interruttori manuali, cavi alla luce del sole, l’abitacolo grande come quello di una Smart. Strategia vincente perché lo spettatore passa tutto il tempo a chiedersi per quale miracolo divino — o meglio, come cavolo— questi tre uomini siano arrivati sulla luna a bordo di una Smart, e a ragionare, tutto il tempo sulla precarietà, la fragilità dell’essere umano. Che tuttavia riesce, per qualche miracolo divino, o cavolo — mani magiche? — a fare grandi cose.

Quindi a Chezelle non interessa proprio il sensazionalismo, l’eroismo, l’universalismo. Interessa la storia dell’uomo Neil, il piccolo, il particolare. Ma il regista è sufficientemente brillante, da creare un meccanismo cinematografico per cui l’unverso/ale si rifrange nel particolare della storia personale di Neil e del suo dolore.

“First Man” è il racconto, anche e soprattutto, del lutto mai totalmente elaborato — forse alla fine, ma non siamo proprio sicuri — della morte della figlia degli Armstrong, per un tumore al cervello. Carol aveva due anni. Questo indicibile dolore è il motore che spinge avanti Neil, un talentuoso ingegnere della NASA con l’ambizione di andare sulla luna. Così “First Man” non è il film del primo uomo sulla luna. E’ il film di un padre privato di un figlio che cerca nella luna il modo di fare i conti con la propria disgrazia.

E c’è una scena, sulla luna, con un braccialetto, che credo sia una delle scene più commoventi e strazianti della cinematografia mondiale, e che dentro di me continua a svolgersi. La rivedo costantemente. Il calvario di Neil diventa nostro, così come lo diventa la sua impresa. La grandezza del film si concentra lì: nell’averci raccontato il grande attraverso il piccolo, la gioia attraverso e dopo la sofferenza, e di averci portato tutti lassù e laggiù con lui.
Quindi Niel, con il suo nucleo di dolore, è il fulcro che tiene unito questo film dal respiro letteralmente galattico.

Ovviamente tutto questo non sarebbe stato possibile senza la straordinaria interpretazione di Ryan Gosling. Un attore che, ne ho avuto la conferma con questo film, parla con il silenzio come pochissimi altri sanno fare. Questo sin dal piccolo capolavoro “Drive”, passando per “Come un tuono”, e arrivando qui, a questa sceneggiatura, in cui pronuncia pochissime parole. Ha un modo, Ryan, di traghettare le emozioni dal suo punto interiore più profondo fino al tuo punto interiore più profondo. Non so come faccia, ma in pochissimi attori riescono, senza salire sulle scialuppe delle parole. Ryan ce la fa. Sia benedetto.

Un grandissimo asset del film sta nella musica. Damien Chezelle collabora con il musicista Justin Hurwitz sin da “Whiplash” — i due, pensate, erano compagni universitari, si sono trovati a Princeton e non si sono più mollati. Mai come in questo film la musica è lingua. La musica parla quando Neil non parla. La musica racconta la pena, e non solo quando Neil perde la figlia, ma anche quando Neil perde tre cari amici astronauti, nell’incendio che si portò via l’Apollo 1 ancora prima di staccarsi da terra.
La musica è il muscolo che porta avanti il film, così come il silenzio è il codice espressivo che ci permette il tentativo di decodificare uno spazio nuovo come quello della luna. Nessun rumore si sente, quando i tre terminano l’allunaggio. Quel silenzio, davanti a una terra — volevo dire una luna — intatta, ignota, ricorda tantissimo il silenzio kubrickiano in “2001 Odissea nello spazio”. E’ un silenzio denso di arcano. Riempie la scena come un vero e proprio personaggio, una presenza imponente, e lo spettatore si trova così ad affrontare un’esperienza simile, almeno in parte, a quella affrontata da questi piccoli grandi uomini del ’69. L’affaccio sull’ignoto, i primi passi letteralmente fuori dal mondo.

Alcuni critici beceri discesi dalle stelle e dalle strisce americane, hanno criticato il film per aver sminuito l’impresa. Per non aver inserito, per esempio, la scena dalla posa della bandiera — in realtà, critici beceri, la posa c’è, basta fare un po’ di attenzione.
Il vero valore del film, secondo me, sta proprio in questo girare le spalle alla patria di Superman, in questo abbracciare un voluto understatement, e nel riposizionare il riflettore non già sull’impresa in sé, ma su quanto sia costata, in termini emotivi, psicologici, relazionali — non scordiamoci che Neil aveva una moglie e altri due figli, e una missione sulla luna con un 50% di possibilità di fallire/morire non gli ha certo facilitato la vita. Un film che mi racconta della fragilità umana raccontandomi un successo di un’impresa, mi insegna che noi umanità possiamo moltissimo, in questa nostra piccola grande esistenza, ma che siamo sempre, sempre, a un passo dal fallimento, dall’ombra, dal nero eterno. E questo, a casa mia, lo fanno Bergman. Welles. Kubrick.

In ultimo, “First Man” ha una raffinatezza d’insieme che speriamo venga colta e premiata dall’Academy Awards, il prossimo febbraio. Speriamo non premino solamente l’emo-entertainment di massa come “A Star Is Born”, e che rintraccino in “First Man” un nuovo modo di narrare l’ambizione e il desiderio di spingersi oltre i confini.

E anche per stasera è tutto, cari i miei Fellows.
Il Frunyc IV aggiornato contiene degli scatti dell’allestimento Halloween della hall del mio palazzo.
Se questo è l’allestimento per Halloween, mi chiedo se per Natale ospiteremo il vero Santa Klaus con la vera Rudolph dietro il bancone del doorman.
Tanta serietà nel fun mi lascia senza parole…

I saluti, stasera, sono manualmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 388 da NYC commenta “A STAR IS BORN” di Bradley Cooper

LET’S MOVIE 388 da NYC commenta “A STAR IS BORN” di Bradley Cooper

Milioni, Moviers,

siamo milioni in questa città. Otto e mezzo — Fellini ride. Ma ogni tanto lo dimentico, e tratto NY come fosse un grande paesone. Forse perché il mio quartiere ben si presta a questa percezione. Più raccolto, direi quasi intimo, rispetto all’idea che di una metropli si ha. O forse perché gli esseri umani, tutti, anche il Board, cercano di disegnare una propria mappa personale del posto in cui vivono, sia esso grande città o piccolo paese.
Questa mappa include dei luoghi che frequentate di solito, a cui siete affezionati, oppure che vi riescono facili di strada, oppure che vi servono, oppure che vi fanno stare bene oppure che semplicemente vi fanno ricordare altri luoghi, con altre storie e altri ricordi. E allora la mappa s’ingrandisce, abbracciando passato e presente. Più la città è grande, più occasioni ci sono che questa mappa individuale si faccia fitta fitta di posti vostri. Il paese piccolo si esaurisce in un pugno di strade, e questo è oggettivamente un limite.
Ma chi sono io per condannare i borghi? C’è chi non s’è mai mosso ed è diventato immortale — di Emily Dickinson abbiamo già parlato, e della sua clausura ad Amherst, Massachussets.

C’è P, una mia amica italiana qui, che abita come me nell’Upper West Side — 84esima and Broadway. Vive a sei isolati dall’ufficio. Va al lavoro a piedi. Fa la spesa nei supermercati che sono sparsi lungo il tragitto casa-lavoro, compreso un mercato della frutta e della verdura che il venerdì pomeriggio offre ortaggi bio&organic direttamente dai campi del New Jersey: il New Jersey, ai miei occhi, è un po’ come una Striscia di Gaza contesa fra criminalità italo-americana — o solo il ricordo di — e squallidi diner, commuters esasperati dal traffico che angustia il loro commuting, e rigogliosi campi di fagioli e zucche, asparagi e bietole.
Mascalzoni, pendolari e contadini, questo è il New Jersey, ai miei occhi.
Quando c’è bisogno di uno spettacolo, P. va al Lincoln Center, a una ventina di isolati da casa. Se poi un giorno le va di esplorare la città, sale in metro, e in un ragionevole — a volte, irragionevole — lasso di tempo, eccola che arriva a Greenwood (Brooklyn), oppure Williamsburg, oppure anywhere. Ma il suo è un modus vivendi sostanzialmente rionale. La città vissuta a piedi. Il negozio di fiducia, il bar di fiducia, il ristorante di fiducia. Qui come a Trento, come a Firenze, come a Bari.
Insomma, a definirci, a dire chi siamo, sono anche le nostre abitudini. Le abitudini offrono stabilità, sicurezza, una rassicurante quantità di noto per combattere lo spaventevole mare d’ignoto su cui la barchetta della nostra vita galleggia. Per questo è così difficile cambiarle. La paura, poi, trova nella pigrizia e nel comodo alleati preziosi per preservare lo status quo.

Questa è una legge di natura tanto quanto la tendenza a socializzare. È un meccanismo che ci portiamo montato dentro dalla nascita, di default. Alcuni, a un certo punto, cercano di manometterlo, e riscrivere da zero le loro mappe individuali. Ci vuole forza, coraggio, e un bravo hacker 🙂
Io non credo di possedere nessuno dei tre. Certo non ho un bravo hacker, forse qualcosina delle prime due, che nel mio dizionario, tuttavia, finisce sotto la voce “sana inconscienza” — mollare tutto e trasferirsi di là dall’oceano ne è senz’altro prova provata. Proprio perché non sono un avventuriero, un pirata dei sette mari, o le stereotipo dell’artista che vive senza fissa dimora, proprio per questo, anch’io possiedo la mia mappa individuale. La disegno in ogni posto che vado. Anche per quindici giorni, anche per una settimana. È incredibile, quanto l’essere umano tenda al sentirsi al sicuro. E una cosa che ho notato: in tutte le esplorazioni che faccio, c’è sempre un tratto conosciuto. Parto dal tratto conosciuto, e poi ci attacco un tratto sconosciuto. Ma il tratto conosciuto non manca mai. Linus e la sua coperta sono parte del nostro imprinting comportamentale — non ce ne libereremo mai.

La mia mappa individuale naturalmente copre i luoghi in cui lavoro. Chelsea con l’FIT, adesso Dobbs Ferry dove c’è il Mercy College, la Columbus Citizen Foundation, 69esima tra Madison e la Quinta Strada, dove insegno il lunedì sera — e prima o poi devo spiegarvi di questo posto… Copre anche i luoghi in cui corro, che ormai conoscete: Harlem e il Bronx, oltre all’amato Central Park.

Quando mi avvio al nord, non percorro la Broadway, ma Amsterdam Avenue, e non so bene perché, ma così l’abitudine è cominciata, e così me la tengo. Tra la 141esima e la 142esima so cosa mi aspetta, e lo aspetto ogni volta. C’è un palazzo che deve avere la sala lavanderia a piano terra, non nel basement come succede di solito. Oppure ce l’ha nel basement e ci sono delle bocchette di ventilazione che portano l’aria in superficie, in strada. Non so di preciso. Ho sbirciato, ma non vedo nulla di nulla. Sento col naso e basta.
Tra la 141esima e la 142esima sulla Amsterdam, vieni accolto da un profumo di bucato d’altri tempi. Non è un odore chimico, Dash e Dixan. È più ammorbidente, o sapone di Marsiglia. E accanto all’odore, c’è del caldo — presumibilmente l’aria scaricata dalle asciugatrici? Ogni volta che io arrivo in quel posto, so benissimo che il mio cervello penserà a Gervaise.
Gervaise è la protagonista di “L’ammazzatoio” di Emile Zola, uno dei volumi del ciclo “Les Rougons-Maquart” — parliamo dell’ultimo ventennio dell’‘800. Gervaise Macquart fa la lavandaia. E io non sono un’amante del naturalismo, ma Zola è pazzesco nel modo in cui descrive l’ambiente di una lavanderia di fine ‘800. È così pazzesco che si è incistato nella mia mente, al punto che ogni volta che la mia corsa mi porta lassù, fra la 141esima e la 142esima, io non sono più a New York nel 2018, ma sono a Parigi nel 1876, tra miseria, delirium tremens e fatalismo — come compito per casa vi direi di fare un raffronto tra i Malavoglia e i Rougon-Macquart, ma forse siete già a Storia delle Letteratura II… 🙂
Insomma, io sono talmente presa da quel posto che l’ho persino spinto in una mia poesia — “Laundry”. Quando ho un posto è così speciale, e ti trascina così prepotentemente nella letteratura, non puoi far altro che consegnarlo all’immortalità della pagina scritta.

Proseguendo lungo la Amsterdam, incontrate, fra la 143esima e la 144esima, un micro triangolo rettangolo di plaza, con due piante di numero nell’area in mezzo, e bordato, lungo i lati, da panchine. Gli hanno dato persino un nome, Johnny Hartman Square Park, forse l’idea di qualche Amministrazione per aumentare il numero di “spazi verdi” in città, almeno sulla carta — solo sulla carta.
Su quelle panchine naufragano i relitti di questa città — relitti di pelle nera, siamo pur sempre a Harlem. Uomini, di mezza età, o più giovani, fra i 30 e i 40. Emaciati, negli occhi il giallo-rosso della mariuana quando incontra il crack. I denti storti o mancanti, che raccontano storie di dentisti mai frequentati alternati a scazzottate più che benvenute.
Ce ne è uno con un karaoke portatile, di quelli degli anni ’90, il microfono color oro. E canta per sé. Dal karaoke non esce nessuna musica.
Un altro dorme sprofondato nella giacca di pelle nera, e chissà a chi sarà appartenuta, quella giacca, prima di arrivare intorno al suo corpo, chissà quante storie avrà assorbito, quante paure e gioie.
Poi, c’è un vecchio con un deambulatore. È così vecchio che potrebbe raccontare della crisi del ’29 e di quando Eisenhauer divenne presidente, nel ‘52. Penso sempre, ce la farà a deambulare a casa, dopo aver trascorso qualche ora sul limitare del Johnny Hartman Square Park? A quanto vedo ce la fa ogni volta, e ogni volta ritorna.
Poi ci sono dei figuri i cui visi sono difficili da ricordare. Stanno chini sopra un tavolo portatile e giocano alle tre carte.

Tra i frequentatori della “plaza”, c’è un ragazzone afroamericano di nome Scottie. Dire che è grasso sarebbe manipolare la realtà dei fatti. Scottie è proprio obeso. Non avrà più di trentacinque anni. Porta sempre felpone della tuta scolorite, che molto spesso portano tracce sparse dei suoi lauti pasti — lauti, li immagino, vista la stazza. Le sue scarpe da ginnastica sono così larghe che una delle sue potrebbe benissimo contenere tutt’e due le mie. Non so com’è cominciata, ma ogni volta che passo, mi fermo e faccio due chiacchiere con Scottie. È un buono, lo si capisce dal sorriso genereso, e da quanto a lungo lo mantiene sul viso.

“How’s goin’, kiddo?”, mi chiede ogni volta.
“Kiddo” è un diminutivo/vezzeggiativo molto cute di “kid”, bambino, ragazzo. Credo mi creda davvero un “giovanotto”. E onestamente, come dargli torto? Con l’outfit da runner anche mia mamma mi prenderebbe per un maschio — that’s the fun of it, actually.
Io mi fermo, dico che oggi oddio è freddissimo, oddio è caldissimo, menomale si sta bene. Le solite small talk sul meteo che riempiono il vuoto esistenziale che altrimenti ci risucchierebbe inesorabile — sì, oggi pane e apocalisse a colazione. Una volta gli ho raccontato in venti secondi la mia storia. Italia, emigrata, prof, ora casa nell’Upper West Side, ma fino a gennaio 2018, casa a Harlem, a quattro isolati da lì.
Scottie è sempre gentile e ascolta con interesse. Io ho provato a fargli delle domande. Abiti qui vicino? Sì. Poi torni a casa? Sì. Ma non si sbottona.
Allora parto con le ipotesi. Vivrà con qualche sussidio, oppure con la madre, e la sua pensione? Oppure in un istituto? Non mi dà l’idea di uno che lavori, Scottie. L’ho trovato su quella panchina a tutte le ore. Certo, questo potrebbe pensarlo anche lui di me — ma questa corre a tutte le ore? Non ce l’ha un lavoro? Per questo gli ho detto della prof. Devi dar modo agli sconosciuti di penetrare un po’ il mistero che sei, altrimenti rimani il monolite di Kubrick in “2001 Odissea nello spazio”.

Da quando sono rientrata dalla Spagna, ho visto Scottie solo una volta.
“Hey, kiddo, long time no see, how was the trip?”, mi chiede alla fine di agosto, stupendomi. Non ricorda il mio nome, ma il mio viaggio sì.
Quel giorno Scottie aveva gli occhi giallo-rossi, e purtroppo la Roma non c’entra. Mentre gli dicevo quattro cose sul viaggio, vedevo che non mi vedeva. Vedeva qualcos’altro. Quelle strane forme con cui la droga deve riempirti la testa e che, mentre fa effetto, ti popolano il mondo di stupidera, e poi, quando l’effetto svanisce, ti scaraventano nella solitudine più nera.
Vedere un ragazzone — un bambinone — così, con della roba in circolo, fa strano. “It’s not for you”, ti viene da dirgli. Te lo immagini affogare in un bidone di alette di pollo fritte e in un silos di milkshake al triplo cioccolato, ma non con della roba in circolo.

Da quella volta, non ho più visto Scottie.
È trascorso più di un mese e mezzo.
E allora riparti con le ipotesi. Ma una, quella definitiva, ha sempre la precedenza sulle altre.
Spero di sbagliarmi, e che si tratti di un raffreddore, di un’indigestione — più probabile — o di un viaggio inaspettato — molto poco probabile.

Scottie era un luogo umano della mia mappa individuale. Non trovarlo più lì, sulle panchine del Johnny Hartman Square Park, lascia un vuoto. Come se, d’un tratto, venisse a mancare il palazzo con dentro la lavanderia che pulisce un marciapiedi sudicio di Harlem, trasformandolo in letteratura.
Quanto sparisce in una città? Quanti buchi neri ci sono a New York, pronti a risucchiare chi non ce la fa, chi è debole, magari in un momento maledetto della propria vita? Quante persone scompaiono a New York? E dove finiscono? C’è un posto che le r-accoglie? Un grande ricovero di anime rotte, un lazzareto contemporaneo pieno di contemporanee agonie?
Sarei davvero cieca, e ipocrita, se non riconoscessi l’ombra che New York staglia accanto alla sua luce scintillante.

Venerdì sono stata al Cinepolis a Chelsea per vedere “A Star Is Born” di e con Bradley Cooper.
Il giorno pattuito fra me e la mia agenda era martedì, ma martedì, tutto sold-out. Il bigliettaio mi dice che lo spettacolo intorno alle 7:30 pm è sempre stato sold-out da ché il film è uscito.
Allora per venerdì si prenota online.

Sono sei mesi che nelle sale mandano il trailer del film. È ovvio che allo spettatore scatti la curiosità. Poi metti insieme una potenza recitativa come Bradley Cooper e una potenza canora come Lady Gaga, e la curiosità schizza a livelli tossici. Aggiungete il passaggio all’ultima Mostra a Venezia, con Lady Gaga più divina che diva in quei suoi look scelti ad arte, e capirete perché “A Star Is Born” sta catalizzando l’attenzione di mezza New York cinefila
.
Partiamo con il dire che il film è un remake del film con lo stesso titolo diretto da William Wellman. E siamo nel 1937. Poi è arrivato il musical del 1954 con Judy Garland e infine il musical rock del 1976 con Barbra Straisand come protagonista. Quando ti cimenti con un classico hollywoodiano sai tutti i rischi a cui vai in incontro. Cooper li sapeva, ciononostante, per la sua prima prova da regista, ha scelto di buttarsi, e questo gli va riconosciuto.
Anche a Lady Gaga dobbiamo riconoscere del fegato: classico hollywoodiano e prima prova da attrice — nel documentario “Five Feet Tall”, su Netflix, è se stessa, e le riesce bene (!). Quindi anche a lei alziamo tanto di cappello.

Ecco, sbrigati i buonismi del caso, passiamo allo schiacciasassi.
E vi prego di scusarmi se scenderò negli spoiler, ma confido nel fatto che limiterete la conoscenza di questo film solo a questo pippone, e che non deciderete di seguire la metà cinefila di New York.

“A Star Is Born” racconta il processo spietato in base al quale, per una stella che nasce, una stella muore. È una legge dell’universo, it sucks, ma è così, accettiamolo. Nel caso del film, non parliamo di pulsar e nane bianche, ma di cantanti. Jackson è un cantautore country osannato dal suo pubblico. Ally è una cameriera che sogna di fare la solista e, nel mentre, si esibisce in un locale di drag queen.
Dopo un concerto, Jackson si ferma proprio in quel locale, proprio mentre Ally sta per esibirsi. La vede, la ascolta, sente quel po’ po’ di Lamborghini che la ragazza si tiene parcheggiata in gola, la segue in camerino, la corteggia, la fa cantare in un suo concerto — “Shallow” obbiettivamente strepitosa — e i due s’innamorano follemente — ma dai? E Ally comincia a muovere i primi passi nel mondo della musica che conta.
Però mentre Ally comincia il suo percorso di ascesa nel firmamento della musica pop, Jackson cade sempre più nel baratro infestato dai suoi demoni: una famiglia assai sgarrupata, un rapporto odi-et-amo con il fratello, la dipendanza da alcol e droga. Stelle per Ally, stalle per Jackson.
In tutto questo però i due si sposano, Ally deve cedere ai compromessi della casa discografica, che spingono per un cambiamento d’immagine, e Jackson si rintana in una rehab per ripulirsi. Alla fine l’operazione detox non sortisce gli effetti sperati: mentre Ally vince due Grammy, Jackson fa quello che deve fare aiutato da una cintura, un cappio, e un garage.

Dunque all’inizio, quando senti Bradley Cooper alias Jackson parlare — e cantare, obbiettivamente, molto molto bene — ti vibrano le pareti dello stomaco. Anvedi che vocione profondo, da polmonite all’ultimo stadio, ma pur sempre sexy e intrigrante — pensi. Dopo due ore di film — dura due ore e quattordici minuti in più — non ne puoi più di sentirlo grugnire o meglio, digerire… non uso il verbo giusto perché, come sapete, sono una signora. Ma quella è la voce di Bradley Cooper in “A Star Is Born”… Come avesse fantozzianamente bevuto una cassa di Perrier prima di andare in scena… Ogni singola scena.

Su Lady Gaga, nulla da dire. È in parte, canta da Dio come sempre, e si vede che il ruolo le sta bene addosso. Tuttavia non basta.
“A Star Is Born” è come ascoltare lo stesso disco o vedere uno stesso video in loop. Lui s’incasina di alcol e droghe, lei s’incavola ma poi lo perdona. Lei al settimo cielo per i passi da giganti compiuti in così breve tempo, lui sull’orlo del precipizio. Il film è godobile solo nel cantato, perché è nel cantato che esce fuori la vera anima dei due.
“È importante che tu abbia qualcosa di vero da dire, quando sali su quel palco”, le dice Jackson, a un certo punto. Peccato che questo saggio consiglio non sia stato applicato da Cooper stesso, che continua a ripetersi. Il film s’ingolfa in continuazione e nemmeno la Lamborghini in bocca a Lady Gaga riesce a farlo ripartire quando si arena nella valle di lacrime in cui troppo spesso si arena.
Inoltre non c’è nessun tipo di riflessione sul cambiamento che Ally deve subire. Passa dall’essere la cantautrice dura, pura e bobdylaniana, a Britney Spears con tanto di ballerini, per poi terminare nell’I-will-always-love-you alla Whitney Houston.

In più, Cooper vuol anche fare il cineasta sottile. E inserisce, nella terza o quarta scena, un’immagine che ammicca al finale, come se avesse appena fatto un corso di Regia I all’università, avesse imparato che nulla di ciò che appare in un film è mai lì per caso, che tutto ha un significato, e cosa fa? Inserisce, in un cartellone pubblicitario, l’immagine di tre cappi. Lo spettatore un po’ attento — ma giusto un po’, niente alta chirurgia critica — capisce immediatamente che quello è un rimando al finale. Io ho pensato, ecco toh, mi fa la fine di “Impiccalo più in alto”… E come volevasi dimostrare…

A fine film, tutt’intorno a me, un campo di lacrime. Donne, uomini — presumibilmente gay — tutti. Io ho esclamato un “Oh My God” di proporzioni evangeliche, ho sbuffato uno sbuffo che credo aleggi ancora nel Theater 6 del Cinepolis, e me ne sono andata, con la sensazione di aver camminato nel discount dei sentimenti, dove le emozioni si vendono tanto al litro — di lacrime — e in cui non c’è il desiderio di cercare la delizia del dolore rappresentato, di scavare dietro una storia o un personaggio.
Se vogliamo imparare come si leggono e si scrivono le umane emozioni, guardiamoci “Roma” di Cuaron. E lì sì, le lacrime hanno ragion di scorrere. Perché non siamo dentro una banale soap-opera americana. Siamo dentro la vita vera e vediamo l’anima dei protagonisti percorrere l’arduo meraviglioso golgota della vita.
Sento dire che “A Star Is Born” è già in odor di Oscar… Quanto oro sprecato!

E anche stasera let’s call it a night, come si dice da queste parti.
Il Frunyc IV aggiornato, sapete dov’è, giusto? 😉

Vi ringrazio per l’ascolto, la pazienza e vi mando saluti, numerosamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 387 da NYC commenta “AT ETERNITY’S GATE” di Julian Schnabel

LET’S MOVIE 387 da NYC commenta “AT ETERNITY’S GATE” di Julian Schnabel

Maledetta me Moviers

che ho aspettato fino all’ultimo weekend.
Il weekend peggiore, e non solo perché l’ultimo — non si aspetta mai l’ultimo, in nulla, finisci sempre per rimetterci — ma perché la pioggia. Lo scorso finesettimana la pioggia ha spinto tutta la popolazione residente nello Stato di New York, tutti i turisti in visita, tutti i businessman di passaggio, tutti quanti tutti, al MET, sfruttando l’ultima occasione di vedere “Heavenly Bodies: Fashion and Catholic Imagination”.
Vi parlai della mostra a maggio, raccontandovi del MET Gala, con tutte le celebrities vestite in base al tema della mostra, che quest’anno, era, appunto, il rapporto fra moda e cattolicesimo.

Mi sono fatta sfuggire i mesi così, come la prima delle principianti che affronta NY senza sapere che a NY non puoi dire “massì oggi che faccio? Vado al MET”. No! Il last-minute è banditissimo qui. Tutto si dimentica. E questo non lo dico solo io. Lavoisier ha riscritto le sue leggi per adattarle a questa città: tutto si crea, tutto si distrugge e tutto si dimentica. Quindi qui funziona che qualsiasi azione, anche la più piccola, anche la più insignificante, come andare in un museo, finisce in agenda, anche se poi finisce che ci vai da solo, e non corri il rischio di dar buca a qualcuno.

Cosa è successo ai miei mesi prima di ottobre? Cosa è successo a giugno? A luglio? A settembre? L’unico a passarla liscia è agosto, grazie alla Spagna e alle sue residenze che mi hanno portato via alla città. Ma gli altri? Ho cercato di fare mente locale. Un po’ come esercizio dal volere psicologico, e un po’ per incastrarmi — ecco, davanti a questa prova, l’imputata appare evidentemente colpevole.
A maggio ero impegnata a tornare a respirare. L’inverno si è protratto così a lungo, quest’anno.
Giugno? Giugno è stato il mese dei concerti all’aperto a Central Park, dei film sotto le stelle lungo l’Hudson River.
Luglio? Luglio è stato il mese dei weekend in bicicletta a Brighton Beach e del caldo assassino — il mio killer preferito.
Poi settembre? Settembre il mese del lutto nazionale. L’estate trucidata da un manipolo di farabutti travestiti da monsoni.
Un lutto lungo un mese?
Sì, un lutto lungo un mese. Lo ricordo alla perfezione.
E poi ottobre subito qui.

Questa difesa fa acqua da tutte le parti.
Per questo, camminando a velocità sostenuta alla volta del MET, sabato scorso, sotto una pioggia autunnale, mi sono maledetta tutto il tempo. E così ho continuato a fare quando sono arrivata e ho trovato una fila senza capo né coda alle biglietterie.
Non potevo sprecare 45 dei 60 minuti che avevo a disposizione per visitare la mostra stando in una fila — per giunta senza capo né coda.
Allora confido nella mia residenza newyorkese. Se risiedi a New York, e puoi provarlo — con la NY ID, per esempio — puoi entrare beneficiando del pay-as-you-wish. 🙂
Ma al banco informazioni mi dicono che purtroppo anche i residenti devono fare la fila.
Allora, come si dice da queste parti, I tried my luck.

Mi presento al banco dei MET Members, ben conscia del fatto che la mia membership è scaduta a febbraio 2018. Non ho alcun titolo per rivolgermi a quel desk.
La signorina di là dal bancone a cui offro il tesserino da Member, mi dice che è scaduto, e che devo fare regolare biglietto alle biglietterie.
“Oh, even if I am a Newyorker?”
“I am afraid so”.
Al ché io faccio un po’ la drama, ma senza piazzate. Come farebbe un newyorkese. E dico, oh no, non ce la farò mai a fare la coda e a visitare la mostra…Ho un impegno fra un’ora…
Aggiungo anche un’espressione dispiaciuta, ma contenuta. Non da Europa dal Sud. Da Danimarca.
La signorina abbocca.
“Ok, I’ll do it for you, Captain”.
Mi chiama “Captain”.
Trattengo l’ilarità solo perché sono nel mezzo del mio film e non posso mandare tutto in malora per una risata.
Mi chiama “Captain” perché il titolo che compare sul mio tesserino da Membro MET scaduto c’è il titolo “Captain”.
“Posso scegliere ‘captain’?” Avevo chiesto, da canaglia, all’addatto delle Membership quando avevo compilato il modulo, scartando “Dr”, “Miss” e “Mrs”.
“Sure”, mi aveva risposto lui, con un sorriso da canaglia complice.
Da allora, che lo crediate o no, per il MET, io sono Captain Fruner. 🙂

Baciata dalla fortuna come mai prima, entro nell’ala di arte medievale e bizantina che ospita la mostra. E giù fioccano le maledizioni.
Capisco l’unicità di ciò che sto per vedere. “Heavenly Bodies” è un evento che non si ripeterà e che rimarrà scolpito nella memoria delle mostre non solo del MET, ma a livello mondiale — è stata la terza mostra più visitata della storia del MET.
Sono davanti a una fila di manichini sospesi a due metri d’altezza, vestiti con abiti di lamé d’oro by Gianni Versace. Lì accanto, calici e piatti e monili d’oro arrivati direttamente dal Vaticano. La conversazione che intessono oscilla fra sacro e profano e sarà sostenuta in tutte le sale che visiterò. Quindi ho presente il valore di ciò a cui assisto. E questo valore — che la memoria traduce in ricordo, la valuta più preziosa di tutte le valute — è intaccato dagli stormi di visitatori che, uccelli neri, invadono le sale. E i miei esuli pensieri sono tutti rivolti a maledire me stessa.
A fatica cerco di isolarmi in una mia dimensione personale che permetta ai capolavori della moda di tutti i tempi di raggiungermi, e parlarmi. A fatica, ce la faccio.
Ci sono modelli di tutte le epoche, stilisti da tutto il mondo. Ma la presenza italiana è ovviamente massiccia. E non solo con i soliti noti che mi aspetto di trovare. Dolce e Gabbana, Valentino e Riccardo Tisci. Ma anche quei nomi italiani che hanno scritto la storia della moda ben prima di loro. Come le Sorelle Fontana, presenti nella mostra con un modello chiamato “Il Pretino”: un abito semplice semplice, inequivocabilmente rassomigliante a quello portato dai preti, che impazzò alla fine degli anni ’50 perché fu indossato e amato da una certa Ava Gardner. Ed Elsa Schiapparelli, la prima vera competitor di Coco Chanel, presente in mostra con una mantellina corta del 1938 in tutto e per tutto somigliante alla zimarra che indossano i chierici.

E poi manichini trasformati in monache. Qualcosa di simile alle monache. Se guardati bene da vicino, si capisce che non sono abiti da novizia, né da badessa. Le linee ricordano conventi e monasteri, ma le reinterpretazioni, insieme a tessuti preziosissimi e linee precise al millimetro, fanno di queste creature — molto più di creazioni — dei veri e propri luoghi di seduzione dove aleggia, da qualche parte, il desiderio. E quando l’immaginario cattolico incontra seduzione e desiderio, capite che l’estasi è inevitabile.

Una mostra così era ad altissimo rischio scivolone.
I curatori avrebbero potuto facilmente cadere nel pruriginoso o nella facile iconografia del proibito e del peccaminoso. Nulla di tutto ciò. La sfera sessuale non è minimamente tirata in ballo. La sensualità che trasuda dai lunghi pudicissimi abiti è data dall’eleganza e dalla solennità stessa dell’abito, tanto che il corpo che lo indossa, è un mezzo per evocare una dimensione superiore, celeste. Proprio come era per i paramenti ecclesiastici nel passato.
Se date un’occhiata al Frunyc IV, potrete capire di cosa parlo.

Dior, Yves St Laurent, Thomas Brown, Raf Simons, Givenchy, Christian Lacroix, Jean Paul Gautier, Alexander Mc Queen (Dio l’abbia in gloria per l’eternità, Amen) si sono tutti ispirati, in determinati momenti della loro carriera, all’immaginario cattolico: ogni artista, dopotutto, persegue il sacro. Farlo attraverso un linguaggio estetico che ha funzionato per secoli, sembra la più naturale delle scelte.

Dopo essere uscita in uno stato mistico che mi ha reso sorella di Caterina da Siena e Benedetto da Norcia, so che non è finita qui.
Sì perché il MET non ha adibito solo le gallerie medievali e bizantine sulla Quinta Strada alla mostra, ma anche The Cloisters, una sede distaccata che sta nella parte alta di Manhattan, intorno alla 190esima Strada.
Ma cos’è The Cloisters? E perché al plurale?
Sentite che storia da Regina Coeli (!)

Nel 1927, New York si mette in testa l’idea di realizzare un sito di bellezza medievale.
E come si fa?
Si ringrazia un certo Rockefeller Jr per le cospicue donazioni, si parte per l’Europa, si saccheggiano — potete anche dire raccolgono se volete — parti di chiese e monasteri, colonne, fontane, frontoni, pietre, vetrate, altari, porte, portoni, persino campane, da Francia, Spagna e Italia, e si portano via nave nella parte alta di Manhattan. Gli si costruisce attorno una struttura molto cistercense di gusto e di forma, et voilà, Manhattan ha il suo sito di bellezza medievale.
Il plurale di “Cloisters” è proprio per via dei cinque chiostri medievali spagnoli e francesi la cui struttura, dopo essere stata trasportata a NY, è stata incorporata nella costruzione del museo.
Questa, a casa mia, si chiamerebbe appropriazione indebita, ma ora casa mia è New York, e forse a New York questa si chiama scambio culturale. Una specie di Erasmus a senso unico che ha degli oggetti d’arte per soggetti.
Certo, tante nazioni sono tristemente unite dalla pratica del saccheggio di opere d’arte. Ma nel ’27? Un’epoca così recente? E soprattutto, con un piano così lucido, da Lupin III? Sotto la luce del sole?
Ancora stento a credere che un taglia-e-cuci, anzi, uno scomponi-ricomponi come The Cloisters sia stato permesso.
Ma magari c’è una causa aperta di cui ignoro l’esistenza.

Mi ritaglio tre ore di tempo e vado a The Cloisters lunedì, ultimo giorno possibile — l’8 ottobre. È vano sperare che il lunedì possa facilitare una visita meno affollata. L’8 ottobre è stato il Columbus Day.
Ciononostante, arrivo a un orario ragionevole, e la vera mandria arriva quando io me ne vado — qualche Santo, forse Versace, nel paradiso della moda deve aver guardato giù.

Se l’effetto degli abiti nella galleria medievale e bizantina al MET sulla Quinta Strada mi aveva fatto provare provare emozioni di mistico delirio, provate immaginare cosa ho provato incontrando modelli di Alexander McQueen, Dior, Balenciaga d’ispirazione cattolica in una cornice come quella di un convento…
Ho girovagato per tre ore in uno stato di grazia mariana, conscia che se la morte fosse giunta lì, l’avrei accolta con il sorriso sulle labbra e le braccia aperte: la bellezza fa bella anche la morte — forse anche le turiste con le Birkenstock e i calzini bianchi.
Cheddirvi? Una cappella è stata riservata a un abito da sposa di Dior — “Hymnée”. L’abito davanti a un crocifisso, una luce sistemata in maniera furba, in modo da gettare un’ombra tattica tutt’intorno. La musica di Schubert in sottofondo.
Cheddirvi? Una sezione del piano interrato ospitava “Il Giardino dell’Eden”: una decina di pezzi Alexander McQueen (Dio l’abbia sempre in gloria per l’eternità, Amen) con motivi memori di Hyeronimus Bosch e de Chirico.
Cheddirvi? Un abito in oro e tulle di seta by Valentino, evoca i campi di grano dipinti da Van Gogh. E un abito in seta vermiglia e chiffon nero sboccia come una rosa rossa dall’anima dark dentro un confessionale di legno risalente al Medioevo.
Cheddirvi? Un chiostro interno dal cui soffitto pendono lunghi mantelli neri by Valentino, e l’effetto è quello di quando incontrate l’arte di Magritte, che tante volte ha riempito il cielo dei suoi quadri di omini sospesi in abito scuro.
Cheddirvi? Questa è, by far, la mostra migliore a cui sia mai stata.

Un unico rammarico — a parte averla vista con troppa mandria turistica attorno. Il rammarico si rivolge, ancora una volta, all’Italia. L’Italia che non solo ha gli stilisti, ma che avrebbe i luoghi 100% original in cui ospitare una mostra come questa, e che non dovrebbe saccheggiare nessuna Francia, nessuna Spagna. L’Italia ha gli originali!
Eppura l’Italia non se ne esce con un’idea come “Heavenly Bodies”. Non le passa nemmeno per la testa di rileggere l’estetica clericale attraverso la lente della moda — in cui peraltro eccelle da secoli! — e di sfruttare una delle infinite location a sua disposizione per ospitarla. Ma nulla. Dobbiamo aspettare che l’America si porti qui l’Europa per fare quello che noi potremmo — dovremmo — fare. Dobbiamo ringraziare il MET e i suoi curatori sempre più avanti di tutti, quando gli italiani potrebbero già essere talmente avanti da mettere le crisi d’identità al futuro.
Questi pensieri, tuttavia, non hanno minato la mia estasi. Nella mia immaginazione, ho indossato ogni singolo abito visto — persino la corona di spine disegnata da Alexander McQueen e chiamata “Dante”.

Questa settimana è proseguito il NY Film Festival, che mi ha messo sul piatto proiezione e conferenza stampa
Di “At Eternity’s Gate”, il film di Julian Schnabel su Vincent Van Gogh che è valso la Coppa Volpi a Willem Dafoe all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Ci ho scritto un articolone che è uscito su La Voce di New York, e che più o meno dice così…

Cosa succede quando un artista decide di fare un film su un artista? Alcuni pensano sia un cortocircuito che sprigiona troppa energia, e optano per lo scetticismo. Altri, come noi, che amiamo le centrali elettriche in forma di talento, e mettiamo in preventivo il rischio sovraccarichi, sono andati alla proiezione di At Eternity’s Gate con curiosità e fiducia: quando un artista decide di fare un film su un altro artista, semplicemente lo segui. Se poi non ti porta da nessuna parte, avrai semplicemente perso un paio d’ore.
Julian Schnabel, in questo caso, non solo ti porta da qualche parte. Ma per due ore ti fa essere Van Gogh. Perché At Eternity’s Gate non è il biopic lineare che ci si potrebbe aspettare da qualsiasi regista invaghito dalla vita del pittore — chi, obbiettivamente, non ne subisce il fascino? Ma, come abbiamo avuto modo di confessare al regista dopo la proiezione, At Eternity’s Gate è il film che avrebbe girato Van Gogh su se stesso se Van Gogh fosse stato regista. E questo non lo rende un’opera per tutti, ma per coloro che sono disposti a lasciare la propria corazza di sanità e di intraprendere un viaggio di due ore sulle vette dell’estasi creativa e giù nei meandri dell’incubo, dell’alienazione.
l film è stato presentato all’interno della Main Slate, la categoria dei film principali del NYFF, e ha portato, sul palco del Walter Reade Theater, sia il cast con Willem Dafoe, Oscar Isaac, Ruper Friend, sia il trio che ne ha firmato la sceneggiatura — Julian Schanbel, Jean-Claude Carrière e Louise Kugelberg — che si sono prestati a commentare, pur brevemente — troppo brevemente! — il making-of del film.

“Non volevo fare un film su Van Gogh”, confessa Schnabel, “Io e Jean-Claude eravamo al Musée d’Orsay, e Jean-Claude ebbe un’epifania…”, aneddoto che Carrière prosegue a raccontare, “Grazie a Julian, abbiamo goduto di una visita privata al museo. Eravamo soli. E ci siamo trovati davanti a un autoritratto molto triste di Vincent. Un autoritratto in cui aveva usato tre tipi diversi di blu per marcare il contorno dei suoi occhi, e un rosso vermiglio. Era come sentire il battito del suo cuore. Non ho mai provato una sensazione simile in vita mia. Era come se Van Gogh ci stesse seguendo”. La parola torna a Schnabel, “Allora abbiamo buttato giù il copione. Ma non ho pensato in termini di struttura. Ho pensato a delle vignette, come se lo spettatore uscisse dal cinema così come uscirebbe da un museo — portandosi con sé delle vignette delle cose che ha visto”.
E in effetti la cronologia della vita dell’artista è rispettata a grandi linee, ma quello che interessa a Schnabel è più che altro restituire l’esperienza di Vincent uomo e artista, il suo percorso che rasenta la follia e che poi ci finisce dentro, per poi riuscirne, e per poi rifinirci dentro di nuovo, in un in-and-out che lo condannerà a uno stato di turbe momentanee, consacrandolo, ciononostante, all’eternità della storia dell’arte.

Quindi abbiamo il periodo trascorso Arles, dove Vincent vive una stagione di furore artistico, ma dove al contempo subisce le angherie dei paesani piccoli e diffidenti, che vedono in lui il matto da punire e allontanare — “mi sento un esule, un pellegrino… Del resto anche Gesù era totalmente sconosciuto e perseguitato quando era in questo mondo”, deduce Van Gogh, lettore delle Sacre Scritture. Abbiamo l’anno trascorso presso l’istituto psichiatrico di Saint-Rémy de Provence, dove Vincent dipinge qualcosa come centocinquanta dipinti tra il 1889 e il 1890. E gli ultimi due mesi a Auvers-sur-Oise, dove ne dipinse ottanta, in una furia creativa che supera persino gli anni arlesiani. Tutto questo è inframezzato dagli eventi salienti che hanno puntellato la biografia — e la sua sanità — del pittore. L’amicizia complicata con Paul Gauguin, l’episodio del taglio dell’orecchio, il rapporto tenerissimo con il fratello Theo — colui che più di tutti tentò di proteggere e incoraggiare il talento di Vincent. Tutti questi elementi, legati alla sfera biografica ed emotiva, occupano lo schermo in maniera frammentata. Così abbiamo un frammento — struggente, mirabile — del legame fortissimo con Theo in un momento d’infinita dolcezza: Vincent assopito nel letto dell’ospedale psichiatrico, Theo sdraiato accanto a lui, la cinepresa vicinissima ai loro volti, come per restituirci il calore che solo un rapporto fraterno autentico può sprigionare. E abbiamo frammenti di vita quotidiana. Le peregrinazioni per i campi inondati di sole, nel più classico dell’immaginario vangoghiano — l’estasi fanciullesca del pittore. Oppure le finestre intrise di pioggia, gli scarponi malandati che diventeranno soggetto di un suo quadro, le radici degli alberi, i matti che camminano in circolo dentro un manicomio — lui insieme a loro.

La soggettiva è il linguaggio che Schnabel sceglie di adottare. La cinepresa sta addosso ai personaggi, assume prospettive scomode, l’occhio si fa sfocato, la pellicola sgranata. La sensazione è quella di trovarsi in un mondo deformato, disturbato da qualcosa che incombe e che non sappiamo spiegare. Quel qualcosa è la follia, che bracca Vincent, e che, in base agli intenti “transfert” del regista, insegue noi.
“Ci sono moltissime parti di questo film che sono in silenzio, e moltissime parti narrate in prima persona. È come se non stessimo guardando un film su Van Gogh, ma come se fossimo Van Gogh”, commenta Schnabel in conferenza stampa. E ricorre anche a una tagliente, doverosa battuta ironica, quando una giornalista gli chiede se la scelta di sfocare certe immagini, specie all’inizio, sia stata voluta. “Voluta? Nah, sarà stata un svista…”, butta lì, sornione. Ebbene, non solo è voluta, ma ricercata con cura maniacale, attraverso immagini fuori fuoco, camera a spalla, inquadrature sottosopra.
“Mi era capitato di comprare per sbaglio un paio di occhiali bifocali. Li ho messi per gioco davanti alla lente della cinepresa. E quello era l’effetto che ricercavo per rendere la follia, e catturare la paura che deve aver provato Vincent. Penso che fosse spaventato a morte dall’idea di diventare pazzo”.
Ineccepibile l’interpretazione di Willem Dafoe, le cui rughe e il cui viso scavato di sessantenne cantano benissimo l’anima vecchia del giovane trentasettenne Vincent. Racconta l’attore, “Avevamo una sceneggiatura robusta a cui affidarci. Andavamo sul set la mattina presto, giravamo in fretta, e poi avevamo il pomeriggio per camminare nella natura e farci ispirare. È stato tutto molto naturale, e il pensiero che avevo era quello di godere a pieno dell’esperienza che stavo vivendo”.

In conferenza stampa anche Oscar Isaac, che sullo schermo, nel ruolo poco incisivo di Paul Gauguin, ci ha fatto rimpiangere il sanguigno, credibilissimo Anthony Quinn: la sua interpretazione in Brama di vivere (Lust for Life) di Vincente Minnelli, gli valse l’Oscar come miglior attore non protagonista nel 1956, e gli bastarono una manciata di minuti di recitazione per guadagnarselo — Dafoe, di contro, tiene testa a Kirk Douglas, che di Vincent diede un’interpretazione parimenti convincente.

È evidente che i tre sceneggiatori hanno saccheggiato a piene mani lo splendido epistolario fra Theo e Vincent. Le citazioni sulla pittura, sulla vita, Dio, la bellezza, la malattia, l’emarginazione, l’esistenza sono sparse per tutto il film, e molto spesso vengono ripetute due volte, quasi per dar modo allo spettatore di capirle a fondo, e di non lasciarle scivolare via insieme allo scorrere della pellicola. “Volevo far dire a Van Gogh cose sulla pittura che volevo sentirgli dire”, ammette Schnabel. Il rischio, in alcuni punti, è quello di scendere nella deriva del citazionismo e mettere a repentaglio l’equilibrio volutamente squilibrato che At Eternity’s Gate persegue. E di scivolare nell’accademico. Ciò non succede. Schnabel si salva: il tipo di spettatore che sceglie di vedere questo film sul pittore sa di trovare pane per i suoi denti, tanto che potrebbe uscire con le mani piene di perle, avesse la pazienza di raccoglierle su un taccuino, cosa che ho fatto per voi, e che condivido di seguito.

“Quando mi trovo davanti a un paesaggio, vedo l’eternità. Magari sono il solo a vederla, ma la vedo.”
“A volte la mente mi sfugge… Sente di perderla. A volte vedo fiori, angeli, esseri umani, a volte mi parlano. Quando sono in quello stato, non mi rendo conto di ciò che potrei fare. Potrei anche uccidere. O gettarmi da un burrone”.
“Mi sento perduto quando non sono nella natura. Quando la guardo, vedo i legami che ci uniscono tutti”.
“Ho bisogno di uscir fuori e scordar me stesso. Ho trascorso tutta la vita da solo in una stanza. E ho bisogno di dipingere veloce. Ho bisogno di trovarmi in uno stato febbrile. Più dipingo in fretta, più sono felice.”
“C’è qualcosa in me, non so cosa sia. Vedo cose che nessuno vede, e voglio condividerle con gli altri, per mostrare loro com’è veramente la vita”.
“Dipingo la luce del sole”
“Sono un pittore. Non riesco a far nient’altro. Dio mi ha dato questo dono. Forse Dio ha scelto il periodo sbagliato, io sono per le persone che non sono ancora nate”.
“Dipingo per smettere di pensare. Penso al rapporto con l’eternità. Stazionano molte distrazioni e fallimenti, al limitare di un dipinto riuscito”.

E anche per oggi, eccoci in fondo –siete arrivati fino in fondo??
🙂

Consiglio vivamente quattro passi nel Frunyc IV per capire “Heavenly Bodies”.
Vi ringrazio sempre tanto e vi porgo dei saluti, stasera, maledettamente cinematografici.

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