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LET’S MOVIE 330 commenta “LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE” e propone “RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA”

LET’S MOVIE 330 commenta “LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE” e propone “RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA”

Miconsolo Moviers

con una realtà che avrebbe dovuto farmi dormire sonni da bebé in queste settimane. Invece mi sono lasciata inquietare dalle convinzioni degli americani che credono che l’Italia nostra sia l’Italia che James Ivory dipinge nel suo cinema: la terra del dolce languire, degli infiniti pomeriggi passati a sedursi sui colli toscani, oppure quella del post-boom, la Vespa con dietro una sventola, risaie coltivate a Mangano. Un paese in cui si vive bene.
Noi tutti italiani navigati sappiamo altrettanto bene che quelle sono cartoline da un paese che non esiste più — è forse mai veramente esistito? Ma nelle mie due tappe presso le regine del Nord, Milano e Torino, la sensazione era proprio quella. La bella copia dell’Italia. E mi complimento con entrambe le Amministrazioni del posto per il lavoro sin qui svolto — per quanto mi sia imbattuta in un reportage de L’Espresso sull’operato dell’Appendino che non deve esserle piaciuto molto…
Se il Chianti avesse una versione urbana, sarebbe Milano, ora. Torino poi è il ballo di corte: camminandola, ti aspetti da un momento all’altro che l’orchestra attacchi la Marcia di Radetzky e che qualche cavaliere ti rubi dall’anonimato e ti faccia volteggiare in Piazza Vittorio Emanuele.
La realtà che avrebbe dovuto farmi dormire è Roma. Roma è sempre Roma. Ti sbatte a terra, e ti fa volare. La monnezza, ‘ebbuche, er traffico. Ma anche il buio giallo delle strane eterne, le ville nei parchi — o i parchi attorno alle ville — certa imponenza, quella storica, che non origina da un monumentalismo post, come la maggior parte del monumentalismo americano, ma dalla Storia, da un preciso momento storico. Noi ovviamente, essendo nati fra capitelli, are e colonne mozze — tra le armi più potenti che abbiamo in dotazione — diamo per scontato tutto. E’ la nostra sciagura. Forse, anche, la nostra fortuna. Se veramente ci rendessimo conto, moriremmo. Tanta bellezza tutta insieme 24 ore su 24 non si può sopportare. Come la troppa luce al Polo. La lussuria della foresta in Amazzonia.
Stecchiti da un’overdose estetica.

Roma è incasinata, rumorosa, piena di sé, esagerata, disfunzionale, esasperante. In una parola, imperfetta. New York è esattamente così. Un cervello con tante aree che non funzionano bene e che potrebbero essere curate, con non troppo sforzo da parte dei cittadini o delle istituzioni. Roma ha quella stessa componente. Il fattore “giungla”, la chiamo io, che probabilmente contraddistingue tutte le grandi metropoli e non può essere preteso dalle città medio-grandi — Milano — oppure dalle piccole virgole urbane — Trento.
Credo che l’aspetto che mi attiri sia proprio quello, alla fine — l’imperfezione — il che, per chi mi conosce, è un paradosso di portata colossal… Questo non vuol dire che alla metropoli manca l’ambizione di fare le cose in grande. Significa convivere con l’impossibilità di risolvere certe disfunzioni endemiche che la caratterizzano. Le metropoli contemporanee come NYC e Roma accettano di avere un profondo Bronx, accettano di avere Tor Bella Monaca. Ma non mette mano alle ruspe e demoliscono quartieri — mi vengono in mente le township di Soweto e Sophiatown, i quartiere popolari di Johannesburg letteralmente rasi al suolo durante l’Apartheid… Questo aspetto di clemenza urbana — che qualcuno potrà chiamare lassismo — in realtà permette anche un florilegio di culture alternative. E’ lì, in mezzo al margine, che il centro viene messo in discussione. A Trento — bene o male in tutte le città di piccole dimensioni — in cui si vuole imborghesire anche l’inimborghesibile, c’è la spinta all’Eldorado. Creare la città mitica, ordinatissima, in cui l’elemento fuori dal coro può stonare e rovinare l’armonia — gli immigrati da Piazza Dante, per fare un esempio. Da dove deriva questa pulizia urbano-etnica? Perché abbiamo così paura di tutto quello che stona? A Roma, a New York, si stona di brutto! E di stonati ce ne sono — siamo (!) — un gran bel numero. Vero, nella metro ti puoi prendere il tetano, le barriere architettoniche sono capolavori d’inespugnabilità deambulatoria, i senzatetto sono i veri residenti della città, la viabilità la lasciamo ai canali navigabili e certo non alle strade.
Vero, tantissimo fa imbestialire.
Eppure.

Non credo serva aggiungere altro a questo significativissimo “eppure”, se non che mi piacerebbe continuare il discorso sulle città insieme a voi Fellows, animi urbani, animi amanti della natura, animi con una solidità residenziale che a me, lo vedete, manca.
Certo risulta difficile intavolare discorsi se si diserta Lez Muvi, doh… E qui la strigliata la prendono tutti i Moviers tutti tranne la Vaniglia e il Nick-The-Nuts — attorno alla cui cine-identità si è scatenato un piacevole inferno, in cui il Board, naturalmente, ha sguazzato 🙂
Ora io mi rendo conto di essere un po’ Pierino còlto a gridare “Al lupo, al lupo!”: il plan era di rientrare a New York per fine maggio, invece ahimè, le maglie burocratiche statunitensi mi hanno incastrato… Quindi sono costretta a bazzicare per Trentoville ancora per un po’, in attesa…. Però questo non autorizza nessun Movier nessuno a credere che io starò qui foreva and eva! 🙁 Pertanto, anche se i film proposti non sono il massimo — del resto, QUESTA è la programmazione, e QUESTA è la fine della stagione cinematografica — cercate di farvi vedere. Per trovarsi un po’, discutere, azzuffarsi, tirar fuori l’italianità che è in noi, e di cui siamo fierissimi ambasciatori nel mondo — altroché Angelina Jolie 🙂
Avrei potuto essere molto ma molto più tragica e drammatica, molto più castellitto-mazzantini insomma, ma preferisco l’approccio “Ingmar Bergman” e creare quella sorta d’inquietudine, malessere, senso di colpa, che ogni film del Maestro lascia sui suoi spettatori… Ih ih ih… 🙂

Parlando di film che non sono proprio il massimo, ma il minimo… “La notte che mia madre ammazzò mio padre” s’inserisce nel regime dei minimi, e lì deve stare, fanalino di coda della partita IVA (!).
L’idea sarebbe stata sfiziosa: affascinante attrice di mezz’età sposata a un rinomato scrittore/sceneggiatore vuole dimostrare al marito di meritare la parte della protagonista nel suo ultimo film: una donna fredda e calcolatrice che commette omicidi manco fosse Lady Macbeth. Allora si mette d’accordo con l’ex marito e organizza il suo omicidio in una classica cena con i classici ospiti: l’ex moglie dello scrittore, la nuova squinzia del primo marito, e una star del cinema argentino giunto in villa per parlare del suo ruolo nel film.

Vi risparmio i siparietti, gli equivoci, i colpi di scena assolutamente senza colpi, le trovate cliché, le trovate gratuite, una black comedy bianca che più bianca non si può: non una goccia di cinismo, nulla d’irriverente, scioccante, dissacrante, grottesco. Il film mescola humor da “Weekend con il morto” — una brutta copia di “Weekend con il morto” — a una parodia mal riuscita: in realtà non si vuole ridicolizzare un genere o una situazione — due compiti assai ardui. Si vogliono semplicemente infilare degli equivoci e delle situazioni limite e mostrare la reazione “imprevedibile” dei personaggi. Peccato che tantissimo — quasi tutto — è telefonato oppure posticcio. E che l’imprevedibile è prevedibilissimo, se avete già visto “Una famiglia perfetta” di Paolo Genovese.
Sì perché l’idea sfiziosa di cui parlavo prima non è nuova. Ho passato tutto il film a chiedermi dove avessi già visto quel plot — mi suonava troppo famigliare, troppo déjà-vu. E infatti l’ho déjà-vu proprio nel film del 2012 di Paolo Genovese. Storia di un riccone di mezza età che soffre di solitudine. Per Natale decide di ingaggiare una troupe di attori per interpretare la famiglia perfetta che ha sempre sognato. La vicenda si sviluppa su due piani: uno reale e l’altro che segue un copione, scritto dal protagonista e dato agli attori. Ma pian piano i due piani si intersecano ed il copione non viene più seguito. Solo che nel film di Genovese, godibilissimo e con una sceneggiatura forte, la realtà si inserisce nella finzione, ed ogni ruolo viene rimesso in discussione, sino alla rivelazione finale. In “La notte che mia madre ammazzò mio padre” la trama si perde più nel desiderio di stupire il pubblico che nell’effettivo stupirlo.

Grazie a mamma Wikipedia vengo a sapere che “Una famiglia perfetta” è un remake del film spagnolo “Familia”, diretto nel 1996 da Fernando León de Aranoa, spagnolo come Ines Paris, la regista di “La notte che mia madre uccise mio padre”. E’ assai improbabile che la regista non conoscesse il film di Aranoa, sia perché sono entrambi spagnoli, sia perché il film è considerato un cult, sia perché lei sarà cresciuta con i film del regista — negarlo sarebbe un po’ come dire che Verdone non conosceva Scola o Monicelli prima di girare certi suoi film storici — sia perché i punti di contatto sono effettivamente numerosi. Non c’è nulla di male, intendiamoci. L’arte è un furto continuo. Lo diceva anche T.S. Eliot — “I poeti immaturi imitano; i maturi rubano”. Ma il modo in cui lei hai preso spunto fa la differenza — “Il buon poeta salda il suo furto in un complesso di sensi che è unico, interamente diverso da ciò da cui è avulso; il cattivo lo getta in qualcosa che non ha coesione”.
C’hai sempre ragione, Thomas.

All’ultimo Festival di Cannes è imperversata la polemica sul caso Netflix: possono partecipare al concorso i film che non verranno distribuiti in sala ma soltanto in rete? Ecco, “La notte che mia madre uccise mio padre” mi sembra un titolo perfetto per Netflix e NON per le sale. Un film a impatto zero come i messaggi di “Mission Impossible” che si disintegrano 10 secondi dopo averli ricevuti.
Starebbe bene fra le commedie netflixiane — commedie, NON black comedy.

E questa settimana giapponiamo,

RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA
di Kore’eda Hirokazu
Giappone, 2017, ‘117
Lunedì/Monday 5
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/ Dal Mastro

Presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2017, mi si dice che sia l’ultimo capolavoro del Maestro Hirokazu, “fra i massimi esponenti del cinema giapponese contemporaneo”. Tranquilli, ci saranno forse forse un paio di Moviers che sanno chi sia il Maestro Hirokazu, e io non faccio parte dei due…
Si dice anche il Museo Nazionale del Cinema di Torino gli dedicò una retrospettiva completa nel 2013…
L’ignoranza che dilaga dentro e fuori di noi è grande.
Facciamo qualcosa, quindi.
Lezmuviamo 🙂

E anche per oggi è tutto. L’esilio continua, la Città manca.
Cionondimeno, vivo e scrivo 🙂

Stasera, al posto del Maelstrom, un vile riassunto — dovrò pur esprimere, in qualche modo, della stizza! 🙂
E dei saluti, stasera, leggermente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA: Fino a ieri Ryoto aveva tutto: una consorte, un figlio e un altro romanzo da scrivere dopo aver vinto un premio letterario prestigioso. Poi qualcosa è andato storto, Kyoko gli ha chiesto il divorzio, Shingo lo vede soltanto una volta al mese, il romanzo è rimasto un’intenzione. Per pagare l’assegno mensile alla ex moglie, lavora per un’agenzia investigativa, per dimenticare le indagini ordinarie gioca alle corse, alla lotteria, a qualsiasi cosa possa restituirgli quello che ha perduto. Ma la vita è più complicata di così, bugie, tradimenti, meschinità gli hanno alienato la fiducia degli affetti. Kyoto gira a vuoto e fatica a trovare il suo posto nel mondo e in quello di suo figlio. Poi una sera un ciclone si abbatte su Tokyo e sulla sua famiglia che trova riparo a casa della madre, felice di averli di nuovo tutti e tre insieme. La notte porterà consiglio e Kyoto proverà a riguadagnare la fiducia di Shingo e a ‘scommettere’ questa volta sull’amore.

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LET’S MOVIE 238 – commenta LAURENCE ANYWAYS e propone FORTUNATA

LET’S MOVIE 238 – commenta LAURENCE ANYWAYS e propone FORTUNATA

Milano Moviers,

Mi è capitato in questi giorni di andare là dove svetta il Pirellone. Un viaggio fittizio che mi porta, idealmente, là dove non sono.
Erano anni che non ci mettevo piede. E non per dell’attrito o della repulsa, ma forse per via della classifica. La classifica vede in testa Venezia e Roma. Venezia per la prima metà del cuore che abita — la seconda metà sapete chi la occupa. Roma per via delle capitali ragioni che fanno di essa la capitale. Venezia e Roma sono il nord e il sud all’interno della mia geografia affettiva. Milano è il terzo incomodo, un dente matto spuntato fra due incisivi sani. Come tale l’ho sempre trattata, ignorandone, in realtà, tutte le potenzialità. “Dopo l’Expo, ha cambiato faccia”, è il ritornello che sento da due anni a questa parte. E’ stornellato talmente tante volte da arrivare a venirmi a noia. Però devo ammettere che qualcosa è cambiato, in quella città. Non so se sia, effettivamente, per via dell’Expo, o per via di New York. New York ha cambiato tutto, tanto che potrei coniare un “Avanti NY” e un “Dopo NY”, spartendo con Cristo il sistema metrico temporale. Ora, dopo New York, Milano è una Trento grande. Ordinatissima, pulitissima, efficientissima. Mi piace tornare sulla questione della pulizia perché mi risulta davvero sorprendente. Sul pavimento della metro — le scale, le fermate, gli stessi vagoni — ci potreste allestire un déjéneur sur l’hèrbe, Manet incluso, senza temere di beccarvi lo scorbuto. In quegli stessi spazi, a NYC, lo scorbuto figurerebbe in fondo alla lista delle infezioni che maturereste.
Le strade, in centro, non sono strade. Sono i corridoi della vostra casa d’infanzia al sabato, dopo che vostra madre aveva passato lo straccio a terra e arieggiava per far asciugare. Le persone sono tuuuutte abbigliate come se casa fosse Vogue e loro fossero appena usciti dalla stanza dei trucchi magici. Le cartacce stanno tutte dentro i cestini e i passanti camminano in fila indiana, oppure per sei col resto di due, ma mai, e dico mai, spaiati, random od obliqui. E’ un gran bello spettacolo di eufonia urbana: come vedere il nuoto sincronizzato ma senza piscina e kg di ombretto waterproof. Via della Spiga mi è sembrata una specie di Giardino dei Getsemani, o un Eden prima della caduta, immune alla crisi, sorvegliato speciale da omoni in divisa con auricolare alle orecchie e sfollagente alla cintura. Non vi dico poi Torino, che mi ha accolto, dopo Milano. Torino ha aggiunto la signorilità all’ordine. Lì gli automobilisti sono disciplinatissimi, non si ode uno schiamazzo— a Torino si dice “ode”— e i pancabbestia si fanno la messaimpiega.
Qualcosa non mi torna, ho pensato. Possibile che tutto sembri uscito dalla lavatrice, che tutto sembri così pre-industrializzazione?
Possibile.
E possibile che tutto sembri così provinciale? Persino le regine di Lombardia e Piemonte, mi paiono grandi, grandissimi paesoni, ma senza che in loro scorra una goccia di metropolitan?
Possibile.
Qui la chiamano “qualità della vita”, ovvero quado un insieme di servizi, strutture, paesaggio ragionano all’unisono e ti offrono il pacchetto “più lazzi e meno scazzi”.
Ecco cosa non mi torna del concetto “qualità della vita”. Io, in questo momento storico della storia della mia esistenza, ribalto il concetto, e guardo alla “vita di qualità”. Guardo alla vita.
Non sto dicendo che a Milano e a Torino manchi. Sia mai — l’Appendino mi appenderebbe in Sala.
Dico solo che tutto quello che della qualità manca a NYC, NYC te lo restituisce in vita. Dove per “vita” non c’è il sicuro tramtram quotidiano, o il tratto di strada reso scorrevole da una deviazione ben assestata, da una buca riparata. Vita significa imbatterti in qualcosa di nuovo e imprevisto. E’ rimanere vittima privilegiata di certi ricami del caso o di qualche forza maggiore di cui ignori l’esistenza e i contorni. E’ smettere di badare alla cartaccia dentro il cestino, e incontrare uno sconosciuto per la seconda volta in mezzo a 8 milioni e mezzo di abitanti. La vita è anche disordine. Sporcarsi le mani, usare le scarpe, devastarsi di chilometri e rimettersi in piedi e ri-devastarsi di nuovo e ri-rimettersi in piedi. Uscire con meno 12, uscire con più 38. Uscire. Cercare di non giudicare, di smettere per una santa volta di guardare il mondo dall’alto della nostra estetica che consideriamo sempre al primo posto e trovare altri parametri, altre leggi, nuove.
Forse New York sballa tutti i criteri di giudizio e bisognerebbe vietarla prima dei 50 anni.
Qualcuno mi ha detto che una volta conosciuta NYC, ti mancherà per sempre. Perché lì c‘è tutto, e qualcosa, altrove, ti manca sempre.
Sono spacciata.

Dopo aver perlustrato qualche stanza del palazzo del dubbio, che mi occupa a norma di legge, è con gioia che passo a pipponare di “Laurence Anyways”, al quale sono giunti con gran trepidazione la Movier Vanilla detta Van, e un nuovo Fellow, Nicola, Nick-the-Nightsfly detto Nick-the-Nuts, che, come sapete e come sa, d’ora in avanti non avrà più possibilità di liberarsi dal giogo lezmuviano — in Lez Muvi “io non giogo più” non vale. 🙂

Mi aspettavo tanto dal nostro Dolan. Non così tanto. E partire con me e le aspettative non è un gran bel partire, lo dico sempre. Per di più questo film era fra i primi — il terzo, per la precisione. Se calcolate che il pargolo ha 27 anni, potete facilmente calcolare che aveva 23 anni quando lo girò. No so voi, ma io a 23 anni oscillavo fra un delirio di onnipotenza di livelli nietzschiani e un furor di disoccupazione tutto Manpower. Xavier Dolan girava “Laurence Anyways”. Ognuno ha i propri tempi, ma anche i propri mezzi. Lui ha avuto dalla sua la fortuna di essere nato in una famiglia cinematografica: il padre è attore e produttore. Quindi l’accesso alla cinematografia è avvenuto praticamente nella culla. Questo lo si dice non per togliergli del merito, ma soltanto per dovere di cronaca e per ribadire che gli ecosistemi in cui le piante fioriscono sono fondamentali per la loro fioritura.
“Laurence Anyways” mi ricorda un po’, per i tempi meravigliosamente dilatati e per la storia che racconta, il capolavoro di Kechiche “Vita di Adèle”. Lì le protagoniste erano due ragazze che si innamoravano, e noi assistevamo al progredire della loro vita e della loro storia. Lo stesso dicasi per Laurence e la compagna Fred, con la differenza che l’amore dei due è segnato anche da un percorso di genere che Laurence intraprende: quello che da uomo lo porta a diventare donna.
Lo so che adesso voi pensate a quel filmettino che fu “The Danish Girl”, con quel Redmayne tutto tragico e drammatico che aveva trasformato un transgender durante la sua fase di feminilizzazione in una specie di madrecoraggio da favela brasiliana. Ma “Laurence Anyways” è tutt’un altro mondo. E davvero la grandezza di una voce registica, il suo respiro profondo e ampio, ti dimostra anche la piccolezza di altre, la provincialità, la loro impossibilità di scavallare la soglia del bel prodottino con data di scadenza.
Laurence è un professore di letteratura sul punto di pubblicare il suo primo libro di poesie. Ha una ragazza, Fred, di cui è pazzamente innamorato. I due si divertono come matti adolescenti. Dolan passa la prima mezz’ora a raccontarci una storia che tutti vorremmo. Poi, un giorno, Laurence capisce che non può più continuare così. La sua vita, apparentemente perfetta, nasconde un desiderio che non può più essere represso. “Io muoio”, confessa Laurence a Fred nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno. Lo spettatore immagina malattie, leucemie. No: lui è donna, intrappolata nel corpo di un uomo. Lo shock di Fred toglie il fiato come possiamo immaginare. Ma così come Laurence non è uno qualunque, anche Fred non è una qualunque. Gli sta vicino, lo incoraggia a uscire allo scoperto. Fa quello che una compagna dovrebbe fare: lo accompagna in questo suo percorso di agnizione identitaria che comporta fatica, umiliazioni, tribolazioni di ogni tipo. O perlomeno questo lei prova a fare. Le cose purtroppo non sono così semplici. Quando Laurence si presenta a scuola vestito da donna, tutto cambia. Inizia così una nuova fase della loro vita, ma l’indice ammonitore sociale, il gelo della famiglia e le complicazioni intestine alla coppia cominciano a minare l’affiatamento tra i due. Arriveranno alla rottura, e al ricongiungimento, e alla ri-rottura, in un doloroso balletto che lo spettatore segue empaticamente grazie a una narrazione mai scontata e mai trascinata, per quanto il film duri 158 minuti e possa scoraggiare i più timorosi. In un meraviglioso coup-de-theatre dolaniano, dopo l’ennesima, verosimilmente definitiva rottura, l’epilogo coincide con il prologo: finiamo nella preistoria di Fred e Laurence. Ovvero il loro primissimo incontro. Come se Dolan volesse dirci che due esseri, quando si trovano veramente, continuano ad amarsi anche se impossibilitati a stare insieme — gli U2, con “With or without you”, cantavano proprio le anime condannate a non riuscire nell’unione e, fatalmente, nemmeno nel distacco. E il movimento della fine e dell’inizio, sostanzialmente non contano nulla perché sono due momenti che si annullano, come in una formula matematica, e annullandosi lasciano l’essenza della loro storia intatta.

La specialità dei due personaggi sta nell’energia ribelle di Fred, donna non convenzionale che tuttavia, per amore del figlio, accetterà anche la convenzionalità di un matrimonio post-Laurence, e sta in Laurence stesso, che appare come il diverso, eppure è tanto sicuro della propria scelta, tanto riconciliato con se stesso, da far affiorare piuttosto le incertezze e le contraddizioni altrui, per esempio, quando incrocia gli sguardi della giornalista che lo intervista. Sì perché Fellows, non vi o detto che questo racconto è il frutto di un’intervista a cui Laurence, scrittore/trice arrivato/a, decide di rilasciare. Un atto di reminiscenza che permette a Laurence — e, indirettamente al regista — di andare indietro con la memoria e narrare i fatti con la consapevolezza dell’a posteriori. Diabolico Dolan…

I temi che il diavolo d’un Dolan sviscera in questo suo “Via col vento” tutto personale, tutto moderno — ricordo che la storia copre un arco di tempo che spazia dai primi anni 80 fino al limitare del nuovo millennio — abbracciano questioni come la liberazione di genere — Fred e Laurence scriveranno “Liberté” sulla parete della propria camera da letto, accanto a una copia della Monnalisa, come se l’etica e l’estetica avessero rimpiazzato qualsiasi santo protettore della loro alcova — l’universo amoroso di coppia, la lotta per far emergere la propria vera identità anche a costo di devastare ogni comodissimo bozzolo che ci si è ricavati a suon di quotidianità e menzogne, ma anche il difficile rapporto fra genitori e figli. La madre di Laurence farebbe inorridire le madri iperprotettive, iper-figlio-centriche, ipermercate che abbiamo in Italia. Ci appare gelida con il figlio, ai limiti dell crudeltà, ma poi, nel corso del film capiamo che non è così. Semplicemente lascia che il figlio affronti la sua strada da adulto, che trovi il proprio vero io da solo, e lo accoglie al traguardo finale, pronta per cominciare la vita VERA con lui, vestito da donna, finalmente libero. Il padre è praticamente inesistente, come tipico del cinema dolaniano — così come tipico del cinema dolaniamo è l’approfondimento del ruolo della madre. L’unica scena, potente, che ce lo concede, lo vede imbambolato davanti al televisore, che la madre, colta da un raptus, stacca dalla presa e disintegra per terra. Come a dire “smetti di guardare il nulla e comincia a guardare il tutto che ti sei perso in questi anni”.

Oltre a essere un’opera composita contenutisticamente, “Laurence Anyways” è uno spettacolo formale. Dolan dimostra un’assoluta, incredibile padronanza dei linguaggi visivi che sceglie di adottare per raccontarci la sua storia. E’ un racconto rapsodico, che si affida molto spesso al videoclip, servendosi di una colonna sonora che spazia da Mozart ai Depeche Mode, cogliendo, attraverso di essa, lo Zeitgeist del ventennio 80-90 in cui Dolan bambino ha mosso letteralmente i primi anni di vita — classe ’89, Xavier. E perdonate se ho utilizzato “Zeitgeist”: mi ero sempre ripromessa di lasciarlo nelle mani dei critici seri, ma la musica, che da sempre ricopre un ruolo importantissimo nei film di Dolan, sa evocare la spensieratezza di un ventennio, ma anche tutta la sua superficialità pop-izzante. Il regista passa da un realismo verista a una visionarietà felliniana nel giro di un cambio di scena. Trama carrellate di primi piani di persone qualunque e le infila nella storia a due di Fred e Laurence, come se volesse imbricare l’universale nel particolare, avvicinando ignoti e noti, facendoli immaginificamente sfiorare, rimarcando quanta distanza li separi e al contempo quanta vicinanza li unisca. Si serve del rallenti per spezzare il quotidiano e una linearità narrativa da cui non vuole sentirsi legato. Dolan è un piccolo Dio che ti mostra cosa può fare con lo strumento dell’arte.
La scena che ha fatto spalancare tanti ooooh-aaaah, è senz’altro quella in cui Fred e Laurence si ritrovano dopo anni di lontananza fisica ma di vicinanza emotiva, e fuggono — letteralmente — sull’Ile Noir, un luogo per loro mitico — “avremmo sempre voluto andarci”, dice Fred, e il condizionale, in quel weekend finalmente diventa presente. In mezzo a una strada, su quest’isola chiamata “nera” ma bianchissima di ghiacci e neve, a nord di Montreal, i due camminano innamorati e liberi — la camminata degli innamorati, you know what I am talking about… E dal cielo piovono, variopinti, abiti di tutti i tipi. Abiti che richiamano i panni stesi nel vialetto in cui Laurence e Fred si baciano, all’inizio del film, e che Dolan ha cura di inquadrare molto chiaramente. Perché nel cinema del canadese nulla è mai per caso.  In questa scena, che si guadagna anche la locandina del film, il regista reifica il sentimento che coglie due anime innamorate che si ritrovano. La gioia colorata, la leggerezza, la sensazione inebriante di lasciarsi ricoprire da una pioggia di colori, e al contempo, la consapevolezza, che la sensazione è transitoria, fugace, non più lunga di una pioggia estiva. O di un weekend trascorso lontano da tutto.

Quando lo sconforto ci agguanta, ricordiamoci sempre di pensare alle infinite meraviglie che questo pischello canadese ha in serbo per noi. Le promesse dell’arte possono salvarci tanto quanto l’arte stessa.

E questa settimana vediamo un po’ di tornare al cinema italiano, sperando di non toppare con la coppia Mazzantini-Castellitto

FORTUNATA
di Sergio Castellitto
Italia, 2017, ‘103
Lunedì/Monday 22
Ore 21:00/ 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Qui mi fa un po’ impressione rivedere i film doppiati. Almeno questo è italiano, e non devo subire il supplizio del labiale fuori sync.
Sarebbe bello che Castellitto bissasse la prova “Non ti muovere”. Sarebbe brutto che bissasse “La bellezza del somaro”…

E anche per questa sera è tutto, Moviers. Un’altra settimana di esilio se n’è andata. E sono viva.
Vedete, il corpo è ostinato…
Nel Movie Maelstrom un appuntamento di Movieday, se siete liberi mercoledì e volete scegliere di vedere “Porto il velo e ascolto i Queen” dal Mastro…
Ringraziamenti sempre sentiti e saluti, stasera, longobardamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come dicevo, Movieday propone il film PORTO IL VELO E ASCOLTO I QUEEN mercoledì 24 maggio all’Astra. Se avete l’agenda libera e volete vedervi un film “out of the box”, partecipate 🙂

FORTUNATA: Fortunata racconta la storia di una giovane madre, forte e coraggiosa, con un matrimonio fallito alle spalle, che quotidianamente combatte per conquistare il suo sogno: aprire un negozio di parrucchiera sfidando il suo destino, nel tentativo di emanciparsi e conquistare la sua indipendenza e il diritto alla felicità.

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LET’S MOVIE 321 DA NYC commenta “PERSONAL SHOPPER” di Oliver Assayas

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Mixed Feelings Moviers Fellows,

Vi avevo promesso che oggi vi avrei raccontato del mio boat-trip sulle acque dell’Hudson di domenica scorsa. E vi giuro Fellows, l’idea era quella. Ma questa settimana ho finalmente affrontato il penultimo borough — distretto, quartiere, borgo, tradurre l’intraducibile è cosa che, per una volta, lascio a voi — il penultimo borough che mi rimaneva dopo Manhattan, Brooklyn, Queens e Staten Island. Questa, Staten Island, mi manca. Non credo, personalmente, che metter piede giù dal ferry che parte da Battery Park ogni mezz’ora e rimontare su quello che da Staten Island riparte alla volta di Battery Park la mezz’ora successiva, valga come “essere Staten sull’Island”. Ma ho già in programma di farci una capatina. E se non proprio proprio Staten Island, Ellis Island. Tanto una island vale l’altra, no? 🙂
Il borough che mi mancava all’appello lo corteggiavo, idealmente, dal giorno in cui sono arrivata. Ma non avevo mai occasione di andarci. Gli eventi sono perlopiù downtown, o a Brooklyn/Williamsburg. Nel Bronx uno ci va per altri motivi. Non so di preciso quali. Ma io, ci sono andata semplicemente per farci una corsa.

Ho capito che avere Central Park a 25 minuti da casa, per fico che sia, ti preclude l’esplorazione. E’ così Central, lui, così Park… Come fare a resistergli? Questo fa sì che io venga attirata sempre giù a sud senza che la mia volontà abbia alcun tipo di effetto — lui magnete, io calamita. Però l’altro giorno ho pensato che non potevo avere la parte sinistra — o est che dir si voglia — di New York sprofondata nella tenebra: metà cervello funzionante, e l’altra colpita dall’ictus dell’ignoto. Se Manhattan è lambita dal fiume Hudson a destra — o ovest che dir si rivoglia — dall’altra parte parte vanta un altro corso fluviale non meno imponente. L’Harlem River. Chissà perché non lo si nomina mai…. Discriminazione fluviale? Sembra un’idiozia boardiana delle solite, ma v’invito a rifletterci. Il Tigri e l’Eufrate vanno a braccetto sin dai tempi dei Mesopotamici. Perché Hudson e Harlem River non possono funzionare nello stesso modo?
Insomma, decido di vederlo questo Harlem River. E di attraversarlo. Per farlo, ci sono tre modi “accanto” a casa mia. Un ponte pedonale che scopro essere il ponte più vecchio di New York, l’Highbridge — 1848, mentre Milano festeggiava le sue Cinque Giornate… poi chiuso, restaurato e riaperto al pubblico nel 2015. Il Drawbridge. Un ponte di quelli classici dell’americanità, ferro screpolato e bulloni a vista. E il 145th Street Bridge, una di quelle strutture “make America great again”, con il nome tatuato su una fibbia gigante in testa al ponte, quattro corsie, woosh-woosh. Mi stanno a cuore tutti e tre per motivi diversi e assolutamente ininfluenti sulla vostra conoscenza complessiva del Bronx, quindi inutile che ve li dica. Anche perché è “Dabronx” che voglio dirvi, non tanto le tensostrutture che mi ci portano (!).

Il primo giorno accedo alla parte “turistica” del quartiere, se di parte turistica si possa parlare. E’ il Bronx basso, quello tra la 149esima e Grand Concourse, l’arteria che corre su su per tutto il borough. Un po’ come la Broadway, o Park Avenue, che te le ritrovi ad altezze e a bassezze inimmaginabili — sempre loro. E’ il Bronx all’acqua di rose. Quello che mi presenta la comunità variegata di ispanoamericani, neri, portoricani. Tre-quattro bianchi — di cui una, io. Le rivendite di pneumatici accanto all’Iglesia di Nuestra Senora Something. E poi un susseguirsi di negozietti non ben identificabili ma con dentro merce cheap che vuole sembrare fancy e merce cheap che vuole essere solo cheap. Meccanici, Popeye’s “Louisiana Kitchen” — tremo alla sola idea di cosa il menù abbia da offrire — Wine&Liquor, Laudromat, Key-Foods. La classica morfologia dell’americanità quando si reifica nel retail da strada. Non guardo tanto i negozi. Vi sembrerà folle e falso, ma da quando abito qui, sono molto parca di sguardi ai negozi, ha dell’incredibile, lo so, ma credeteci. Guardo, invece, la gente. Fino ai limiti dello stalking. Trecce color ciliegia su corpi di donne in sovrappeso. Uomini magri magri con sguardi giallo cannabis, palloni da basket sottobraccio a ragazzi dentro cappucci oversize. La popolazione può somigliare a quella di Harlem. Ma guardandoli bene, non è quella di Harlem.
Me ne accorgo il secondo giorno, quando entro nel Brox più alto, una decina di isolati sopra, altezza Yankee Stadium — scoprendo che lui, lo Yankee Stadium, dista da casa mia una ventina di minuti …tifassi per gli Yankees sarei lì dipinta. Quel Bronx lì è diverso. I tre-quattro bianchi spariscono completamente, rimango solo io. Chi mi vede arrivare mi guarda più stupefatto che incuriosito. Qualcuno accenna un sorriso moolto timido, niente aperture 24-denti harlemite. Si vede che non sono abituati ad avere dell’albume nel piatto. La maggior parte mi guarda con incredulità. Non sospetto. Diciamo che, nell’istante in cui passo, mi studiano.
L’effetto è strano. Non è Harlem. E’ il Bronx.
I due campetti da calcio del Mullay Park sono divisi per razza. In uno latini e portoricani. Nell’altro ragazzi di colore. La distinzione salta all’occhio subito — da una parte tutti piccoletti, dall’altra tutti vatussi — e uso il termine in pace, non con intenti derisori.
Ne ho la riprova quando faccio una fotografia. Una fotografia a nulla di veramente particolare. La strada, il marciapiede, la gente. Appena scatto, vedo questo nero più nero del nero lanciarmi uno sguardo più nero del nero. Una di quelle occhiate “checciai da guardare cosa credi che siamo fenomeni da baraccone fossi in te leverei il tuo cuBo bianco da qui e non ce lo rimetterei più capita l’antifona se non l’hai capita no problem te la faccio capire”.
Occhi territoriali, e io dentro il suo territorio. Con una macchina fotografica. Combinazione Schettino-Costaconcordia.
Ora io la butto sul ridere. Ma dietro quello sguardo lì, anzi al di là di quello sguardo lì, si estende un mondo bronxiano pieno di quegli sguardi lì. Penso a cosa ci sia dentro gli anni che queste persone hanno vissuto. Case popolari. Botte, o anche solo blatte. Scuola lasciata a metà strada. Il modello di macchina vagheggiato e la Metrocard in tasca. In mano una borsa di nylon con dentro chissà cosa.
Mi spingo fino alla 170esima, poi faccio dietrofront. Ma solo per una questione di tempo. Il Bronx è un corpo pieno di lividi sotto una tuta mimetica che mi piace. Come tutti quelli che hanno preso botte, non vuole farle vedere. Nasconde, e ringhia se qualcuno —o qualcuna, qualcuna bianca, qualcuna bianca di corsa — fa il ficcanaso.
Sì, ho capito l’antifona.
Quindi, you understand me now, non potevo rimandare il Bronx per un boat-trip sull’Hudson. Questa volta, per una volta, ha vinto l’Harlem River. Mi riprometto di parlarvene la prossima settimana. Anche perché non avevo mai risalito un fiume su un battello a vapore — non sapevo nemmeno che esistessero ancora, o davvero…

Sentimenti contrastanti anche nei confronti del film che sono andata a vedere. “Personal Shopper” di Oliver Assayas — il cui precedente “Sils Maria”, detta delicatamente, mi stomacò. Il titolo potrebbe trarvi in inganno. Non ha nulla a che vedere con le Kinsellate di “I Love Shopping” o eventuali film che una Paris Hilton potrebbe interpretare fra Rodeo Drive e Via Monte Napoleone. “Personal Shopper” racconta la vita un po’ balenga di Maureen, una ventottenne che di mestiere fa l’assistente personale/tuttofare di Kyra, una top super model che sembra essere tutto il contrario di quello che Maureen crede di essere. Kyra superficiale, vanitosa, artefatta, sofisticata, quanto lei seria, con velleità artistiche, sobria ai limiti dell’ascetismo — nu jeans e na maglietta. Poi Maureen è pure una medium. E ora qui si scatena l’inferno di “nuoooo” dei Moviers… Una medium?? Donascimiento? Il Mago di Segrate — Oppebbacco, lievitamento?
Indipendentemente dalle opinioni personali verso questo genere di esperienze, sono sempre scettica verso l’uso di certo paranormale nel cinema. Non perché non m’interessi, ma perché credo che pochissimi registi siano in grado di maneggiare il tema senza cadere o nel melodrammatico o nel ridicolo. Difficilissimo mantenere la credibilità quando tratti di fenomeni che sconfinano con il soprannaturale. E’ un terreno scivolosissimo su cui sono rovinati tanti registi, anche molto grandi su tutti, doveroso ricordarlo, Tornatore con “La corrispondenza”.

Maureen ha la capacità di comunicare con i morti, e nella vita, oltre a rimbalzare da una boutique all’altra a rifare il guardaroba di Kyra, aspetta. Cosa aspetta mi chiedete? Un segnale da parte del fratello gemello morto a causa di una malformazione cardiaca da cui è affetta pure lei. E le arrivano, dei segnali… Ma da presenze — vive? Vere? Morte? — che la perseguitano via cellulare. Il film si trasforma, a questo punto in un thriller dall’esito abbastanza prevedibile.

Fossi stata Assayas, avrei lasciato perdere tutta la deriva paranormale e mi sarei concentrata sulla vita di questa ragazza che cerca di trovare la propria identità. Il confronto con l’altrissimo da sé, rappresentato da Kyra, la porta a interrogarsi sulla propria natura. Disprezza davvero la “vacuità” della top model, oppure, in qualche modo, vorrebbe essere (come) lei?
“Non c’è desiderio senza il proibito”, ragiona a un certo punto, Maureen. E se il regista avesse scavato un po’ di più da quella parte, ovvero nelle riflessioni sul desiderio, preferendole agli ectoplasmi che si materializzano nella vecchia casa di famiglia (!), il film avrebbe avuto più fortuna. Anche il lavoro del personal-shopper, che, come alludevamo, potrebbe erroneamente suscitare associazioni al mondo del futile, del superficiale, esce fuori con tutto il suo bel codazzo di problematiche. Io scelgo i vestiti altrui. Devo scegliere utilizzando il mio gusto ma stando attenta a non scordare il gusto del cliente. Devo fare in modo di esserci, di non perdermi, ma devo rimanere invisibile… Un po’ come il lavoro del traduttore… Non facilissimo, come lavoro, direi.
E poi c’è anche la componente di falsità che emerge. Se io sono personal shopper di qualcuno e quel qualcuno diventa famoso GRAZIE ai look strepitosi che IO gli propongo, chi merita la fama, IO o il cliente? La scena in cui Maureen vede le foto in cui Kyra è ritratta con gli outfit scelti da lei, e si stizzisce, è ben rappresentativa di questo conflitto che vive. Conflitto interiore che troverà la sua massima espressione nel momento in cui indosserà vestiti e biancheria intima di Kyra e dormirà nel suo letto quando lei non c’è.

Se devo dire la cosa che mi è piaciuta di più del film, quella cosa è Kristen Stewart. Praticamente LEI è il film. Passa buona parte del tempo a digitare messaggi via Whatsapp e a parlare su skype con il moroso lontano, eppure la sua interpretazione è sempre credibile, dall’inizio alla fine — e provateci voi, ad essere credibili quando vi danno del Mago di Segrate ogni due per tre…
E poi “Personal Shopper” va salvato anche per certe riprese, stilisticamente raffinatissime. Movimenti di camera all’indietro, come se l’occhio volesse sgusciare via dal set e non vedere ciò che non si può vedere. Oppure il gioco di afflato e porte automatiche chiuse-aperte verso il finale…
Un film si deve apprezzare anche nella sua componente più meccanica.

E ora Fellows vi saluto. Il Frunyc sarà aggiornato nelle prossime ore. Quindi stay tuned 😉

Nel Maesltrom vi riporto un articolino sull’esperienza nello showroom Diesel a Chelsea, con il nuovo Patron Stefano Rosso, figlio di. (Renzo).

Sempre grazie per esserci e ascoltarmi. E adesso saluti, antiteticamente cinematografici.

Let’s Movie

The Board
(Da Board)

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come anticipato, http://www.lavocedinewyork.com/arts/lingua-italiana/2017/03/27/un-mentore-alla-moda-diesel-incontra-gli-studenti-iace/ 🙂

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LET’S MOVIE 320 FROM NYC commenta SONG TO SONG di TERRENCE MALICK

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Frivolezza Fellows,

Ci vuole anche quella. E di quella qui ce n’è abbastanza. No, ce n’è tanta. Ma non confondiamola con la superficialità. Magari nel dizionario potranno anche essere sinonimi. Ma per me, la superficialità è dolosa — c’è del dolo in essa — e le conseguenze a cui può portare possono essere pesanti. Mentre la frivolezza ha la consistenza di una risata e i danni che comporta si limitano a un momento di leggerezza. Ecchesarà mai. Questo mi ricorda che la sinonimia è una delle più grosse utopie della storia della lingua: provate a cercare due parole con lo stesso identico significato. Muro e parete? Certo chennò. Prezioso e inestimabile? Men che meno. Donald e Benito? Non sono due parole. Sono due… Due… Nomi (im)propri…
Quindi Moviers, è vero che qui rimbalzo da un evento veltroniano a un edificio Piano, e che mi mescolo nelle marce pro-diritti di tutti i tipi e vado a degli incontri sull’urbanità femminista (!), con tanto di scholar che parlano di come una città possa essere più woman-friendly (!!)… Ma anche vero che mi ritrovo spesso in momenti in cui ciò che vedo mi fa talmente ridere, ma talmente ridere, che mi devo fermare e ridere.

Vado all’opening di questo ristorante nel Greenwich Village. Specialità: raw. Tutto crudo. Io sono in lista, ma quei dieci minuti di attesa fuori, li aspetti per dovere ministeriale. Poi hanno steso un red carpet davanti all’ingresso, con le transenne of course, e c’è una PR con la cartellina in mano e un sorriso che scioglierebbe l’Himalya.
Una volta dentro, ecco che mi sfilano davanti tutta una serie di personaggi che fanno di New York, New York. Un uomo con una cravatta a specchio. Come a specchio? Sì, una specie di mosaico di specchi attorno al collo. E poi un cliente con un cilindro nero, che gli invidio potentemente — voglio farmi un cilindro dall’età di otto anni. Mentre parlo con un gruppo d’italiani, mi passa accanto una figura tra la cameriera e la ragazza immagine. Una mulatta, alta come il Monte Bianco — diamo un po’ di lustro anche alle vette europee — capelli cortissimi biondissimi ossigenatissimi. Labbra viola. Maglia molto corta che scopre degli addominali disegnati dalla mano di Dio — e senza l’intervento di Maradona. Scivola fra noi avventori pigiatissimi, come l’acqua, e come faccia, non ci è dato sapere.
Fra loro c’è gente che ha le Nike tutte d’oro ai piedi, e quelli invece che di dorato hanno il dente, ma non saprei dire quale, ricordo solo lo scintillio in bocca, e il pensiero che anche lui, magari, soffre dello stesso morbo di Re Mida.
Con il gruppo d’Italiani parliamo d’Italia. E mi ricorda più o meno della stessa conversazione ma con un altro gruppo di italiani trapiantati a New York, a un altro aperitivo a SoHo. Si fanno confronti fra americani e italiani: le newyorkesi fissate con i soldi e lo status, superficiali al massimo, pronte a fare il confronto con le amiche sul numero di carati che il fidanzato metterà loro al dito. I newyorkesi sono meglio, ma gli etero sono esemplari in via di estinzione vista la straordinaria proliferazione del popolo gay — precisazione: non è che la proporzione dei gay a New York sia maggiore di quella di Catanzaro, ma a New York il coming-out è senz’altro più agevole che a Catanzaro, quindi sembrano la specie dominante. Poi, da italiani con il lamento in punta di dita, si passa a elencare tutti gli inconvenienti della città, primo fra tutti il fatto che di conveniente non ha nulla — se non l’ingresso alla mia piscina, come ricorderete, e come faccio notare, con orgoglio harlemita. E poi il tempo che vola via e non lo vedi nemmeno. E le vacanze che te le sogni perché qui non sono concepite. E gli inverni che non finiscono mai — “ma tu davvero pensi che questo inverno sia stato inverno??” mi chiedono, perdonando la mia innocenza solo perché sono arrivata da poco tempo, e aggiungono “Anche solo cinque anni fa, faceva tempeste di neve che duravano quattro giorni e quattro notti senza smettere un secondo”. E io tremo e ringrazio il surriscaldamento terrestre, anche se non lo dovrei dire. E poi le case di cartavelina che le costruiscono con il cartone e la cartapesta — insomma, carta. E le estati umide manco fosse il Polesine — “vedrai l’estate, vedrai…”, ammoniscono, minacciosi.
Alla fine di tutto questa lista, che persino Liza Minnelli che da sempre canta le lodi di New York avrebbe fatto le valige e cambiato stato, io chiedo “Ma tornereste in Italia?”. E qui la risposta è sempre la stessa. Sempre. “Ma che, sei matta? In Italia? L’Italia è perfetta per tornarci in vacanza, fare i turisti. Ma viverci adesso, manco morto/a”. Ecco, questo, più o meno, e con delle eccezioni, è l’Expat-pensiero.

Si ride anche delle diavolerie che s’inventano — tornando al frivolame. Il negozio nel Greenwich Village che vende l’impasto della torta, quella che leccavamo dalla zuppiera della mamma. Si chiama “Dō”, il negozio, storpiatura fun di “dough” — “impasto” — e te lo servono a mo’ di gelato. Della serie, al cliente non far sapere quanto fa male l’impasto senza cuocere…
Oppure l’idea di celebrare il “Macaron Day”, domenica scorsa, con macaron gratuito nelle rivendite del dolcetto. Oppure, e forse l’avrete sentito, fare ginnastica la mattina presto al MET… intendo, nei corridoi del MET, con “The Museum Workout”, una specie di via di mezzo fra la visita alle opere e una lezione di aerobica — e questa della ginnastica davanti a Rodin o Van Gogh mi sembra davvero la più grande caduta di stile/trovata marketing, che un museo poteva farsi venire in mente. In fondo New York è il lavandino del mondo: ci finisce dentro di tutto. A volte se ne esce con grandi sorprese. A volte con le 50enni in tuta davanti a Vermeer — ma un po’ di rispetto magari…

Parlando di frivolezza che ambisce al far filosofia… Questa settimana, come anticipato, sono andata a vedere l’attesissimo “Song to Song” di Terrence Malick. Ero molto curiosa ed elettrizzata. Non perché lo ami, come vi dicevo la settimana scorsa. Ma perché Malick è considerato uno dei big del panorama registico degli ultimi anni — e non so fino a che punto questa sia una frase fatta, un ritornello a cui molto ricorrono per inquadrare una figura che ha prodotto buone cose così come cose discutibili.
Avevo anche il mio cacciavite in tasca, quello che sfilo davanti ai pezzi grossi che devono essere smontati, pezzo per pezzo. Quindi resistere a 2 ore e 25 minuti di film non mi ha messo in difficoltà, come invece è successo a tre spettatori che hanno lasciato la sala 3 del Sunshine — sala che ne conteneva circa 8, di spettatori…

Tutto comincia con Faye (Rooney Mara), una musicista che cerca di sfondare nella musica. Ora, con il suo miagolio dovete farci i conti per tutte le 2 ore e 25 minuti, quindi siate preparati. A lei si aggiungono Cook (Michael Fassbender), suo amante saltuario e produttore del tipo bella vita, villone con piscina a sfioro, fauna umana del music-biz attorno — il classico figo posh-barra-esaltato che finisce per innamorarsi di Rhonda (Natalie Portman), cameriera che sogna di diventare una maestra d’asilo e che verrà corrotta fino alla corruzione massima da Cook. Sulla performance di Natalie, nulla da dire, è sempre perfetta, qualsiasi personaggio le metti addosso, lei lo sfoggia con la naturalezza di un Dior attorno a Grace Kelly. A completare il trio Faye+Cook, BV (Ryan Gosling), un musicista prodotto da Cook e innamorato contraccambiato da Faye. Quando la relazione fra i due si conclude, Faye proverà la deriva lesbo con Zoey (Bérénice Marlohe), e BV la deriva MILF con Amanda (Cate Blanchett).
Tra tutti questi personaggi, spuntano Iggy Pop, Patti Smith e pure un devastatissimo Val Kilmer — i primi due interpretano loro stessi, l’ultimo non si capisce bene.

Dunque partiamo con il dire che sul triangolo amoroso, come parlò Truffaut con “Jules et Jim”, nessuno mai, nemmeno Zarathustra. Quindi Mr Malick, devi inventarti qualcosa di più della tua solita narrazione che hai scelto di far tua negli ultimi due film — The Tree o f Life e To the Wonder. Anche qui infatti, la sintassi scelta è quella dell’ellissi, del pensiero espresso da un personaggio, seguito da quello di una altro personaggio, seguito da quello di un altro personaggio e così via, il tutto accompagnato da immagini esteticamente ineccepibili che spaziano da stormi d’uccelli in volo (un sacco di stormi), superfici acquoree in ogni forma e colore (piscine, mari, fiumi, pozze d’acqua), ville appena uscite dalla rivista AD, periferie messicane sapientemente selezionate in modo da ottenere quella sensazione di povero-di-pecunia-ma-ricco-di-suggestione tipico di certi paesaggi maya (tempio incluso, naturalmente). Il film, quindi procede tutto a flash, -back o no, questo sta un po’ allo spettatore deciderlo. Per quanto mi riguarda, sopporto molto bene quel tipo di narrazione, anzi, mi seduce proprio — il dismembramento (!!) dei punti di vista non lo inventa certo Terrence, ma glielo riconosco come scelta semantica distintiva. E va bene. Quello che proprio NON mi va bene è questa sua ambizione di fare il filosofo a tutti i costi, e costruire, sopra questi personaggi —che poverini, hanno solo la sciagura di essere umani e vivere di passioni e dolori come ogni sacrosanto essere umano — di costruirgli sopra una sovrastruttura di considerazioni universali che non servono proprio a nulla, se non a spazientire chi sta seduto in poltrona.
Perché Terrence, diciamocelo, il cinema è fatto prima di tutto e sopra tutto di immagini — ti ricordo che “Tempi Moderni” parla più di mille strillanti Muccini messi insieme — allora perché non ti limiti a fare dei film muti, con le tue splendide sequenze di scene splendidamente concatenate?
Se lui mi risponde, “be’ ma se faccio un film muto, chi va poi a vederlo?”. La risposta che si vede arrivare è: “Ma perché 8 persone meno 3, un venerdì sera nel cinema più frequentato del Lower East Side, ti sembra andar bene al botteghino?!?”.
E lo zittirei così. Poverino.

Il punto è che per discettare sugli universali, “Song to Song” si serve dei tormenti vissuti da questi personaggi — soprattutto il trio Faye, Cook e BV. Ma caspita, la letteratura, e il cinema, funzionano al contrario! Non si parte dalle stelle per arrivare alle stalle. Si parte dal personaggio, e si lascia al lettore/spettatore la libertà di cogliere quello che sta scritto SOPRA il personaggio. Non devo leggerglielo io, regista/narratore! Altrimenti:

  1. Che ci sto a fare io qui, spettatore? No perché se fai tutto tu, regista, allora basta dirlo e trovo un altro film in cui posso metterci del mio
  2. Mi togli il bello dell’esperienza artistica: trovare una trama, guardarci attraverso e scovarci le stelle
  3. Mi dai già tutto. Dubbi e soluzioni. Ma persino quelli della Settimana Enigmistica avevano capito che bisogna aspettare, dare il tempo di riflettere.

E qui arrivo al punto più dolente. Vista questa tendenza allo spiegone travestito da sfuggevolezza — “mai far capire che fai capire, fingi di rimanere vago, fai il Franco Battiato della situazione”, il tuo mantra personale — la filosofia che mi passi, Terrence, è di una banalità che potrebbe star tutta compressa in una manciata di Baci Perugina. Si ama, si soffre, si va avanti, ci si rinnamora, si risoffre, si va avanti, ci si pente, si vorrebbe tornare indietro e non si può, oppure si torna indietro ma è tardi, si ri-ri-soffre, si dimentica, e al contempo non ci si dimentica di chi abbiamo amato VERAMENTE. E si ri-ri-ri-soffre. Non mi sembra ci sia nulla di nuovo qui.

Se poi vi racconto il finale… Siamo davvero nel campo dello scontato e dell’ipersemplificato spinto. Diciamo che BV capisce che il vero senso della vita non è fama-femmene soldi-successo, quanto invece il tornare “back to basics”, lavorare da operaio, sporcarsi le mani a trivellar pozzi e poi sdraiarsi in un campo di grano e ripensare che i momenti più belli stanno nelle cose semplici, tipo accarezzare con l’acqua la pelle del tuo amore.
Ma queste cose, non sono un po’ cliché e anche, onestamente, un po’ riduttive? Non inscatolano i desideri di quell’universo infinito di umanità dentro la lettura più prevedibile che si può dare? E poi, non l’aveva già detto Sorrentino con “La grande bellezza” — facendo uso di una bellezza grande molto più di quella malickiana? E non ce l’aveva detto anche “Into the Wild”, che la società della competizione e dell’adeguamento al sistema poteva essere bypassata attraverso un ritorno alla natura?

E arrivo all’ultimo argomento. Forse il più grave. Come si può girare un film così scollato dalla realtà ADESSO? Come si possono osservare personaggi che non hanno alcuna parvenza di verosimiglianza — badate, NON ho chiesto verità, la verosimiglianza mi sarebbe bastata — e che vivono in un mondo asettico, architettonicamente di gran lusso, con uno sfoggio di design da far impallidire il Salone del Mobile, ma che non ha nulla a che vedere con l’umanità di oggi, costretta a guardare quello che sta succedendo fuori dalla finestra perché prima o poi la toccherà, in qualche modo?
Questi personaggi mi sembrano i soliti quattro borghesucci semi-intellettuali che passano le ore a farsi e disfarsi i pensieri in un tempo senza tempo, senza responsabilità, senza nessun tipo di dovere né nei confronti della propria vita né di quella della società. Qui la società non esiste — loro sono la società. Ma capirete che se loro sono quel tipo di società — villoni, mega-party, viaggi e una sacco di tempo libero per delle pippe mentali che nemmeno una campionessa come me potrebbe permettersi — non hanno nulla a che spartire con i comuni mortali che noi, comunamente, mortalmente, siamo.
Non dico che ogni film debba essere politico e impegnato, ma i personaggi sì, quelli devono essere sempre impegnati, dove per “impegnati” intendo calati in una qualsivoglia realtà. Qui la realtà in cui Malick li immerge è irreale, avulsa da ogni tipo di contigenza. Il più grande atto di castrazione alla virilità di un personaggio è quello di succhiargli via la vita e far di lui un bell’oggetto.
Ecco, i tre sono dei gran bei soprammobili.

Dal punto di vista formale, ripeto, non posso dir nulla. Malick, con una cinepresa in mano, danza. Alcune scene sono davvero eccezionali, e alcune altre riescono a spiegarti come si manifesta l’amore — guardare dentro la bocca del proprio amore “per vederne l’anima”, oppure fare sul letto le acrobazie che si facevano da bambini, oppure le capriole, oppure i dispetti. Ma purtroppo la forma non basta. E la sostanza non può essere artefatta, altrimenti, caro Terrence, ricadi nella forma, e siamo punto a capo.
Ciò detto, un biglietto al cine non si nega a nessuno — be’ quasi. A Malick no, non si nega, quindi andate a vederlo. E magari fatemi sapere… 😉

E ora, Fellows, dopo questo pippone, una bellissima notizia… O meglio, per me lo è. Anzi, più di bellissima. Agognata, sospirata, sudata. Tutti gli –ata con della fatica intorno che vi vengono in mente.
Da ieri non solo mi trovate in Let’s Movie e su Magazzino 26 — e nel Frunyc. Sono stata ammessa dal Board di Italian Poetry.org — il Board loro, non io! — fra i poeti pubblicati nel portale istituzionale che raccoglie l’opera dei poeti più rappresentativi del ‘900. Ci stanno personaggini tipo Montale, Ungaretti, Luzi, Zanzotto, Sereni, Raboni… E poi i più recenti, come Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga, Paolo Ruffilli, Franco Buffoni, Maria Luisa Spaziani… Se andate alla lettera F, trovate una Fruner, che sarei io quando smetto i panni da Board e indosso quelli non ben definiti, ma tanto amati, di poeta. Sono oltremodo contenta perché da oggi avrete modo FINALMENTE di leggere le mie poesie, quelle in italiano tratte dalle raccolte Lucciole e La chiave nel mazzo, e anche quelle in inglese, che appartengono a una raccolta nata qui in inglese, Bitter Bites From Sugar Hills. In tanti di voi mi hanno sempre chiesto “dove possiamo trovare le tue poesie?”. Ecco, potete trovarle cliccando questo link.
Non fate caso all’impaginato un po’ scombinato — i letterati saranno anche maestri del linguaggio, ma l’HTML meglio lasciarlo ai geek…
Mi piace pensare che questo piccolo (no GRANDISSIMO!) sogno si sia avverato anche grazie a New York City e all’influenza che esercita sulla mia vita…
Mi farebbe un immenso piacere che mi leggeste anche lì, nell’altra veste. Ci sono così tanti lati che compongono noi stessi, che nemmeno i centomila di Pirandello riescono a contenerli. E dentro, o dietro, tutte quelle tende, l’uno che nessuno riuscirà mai a cogliere completamente…
E chi l’ha detto che essere umani è facile?? 🙂

Ed ero davvero mi zittisco, e vi racconto del mio viaggio in battello a vapore su per l’Hudson River la settimana prossima, promesso… 🙂
Per ora, Frunyc  aggiornato, Maelstrom con articolino e saluti, stasera, vanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vedete un po’ che razza di territorio, la Valdichiana Senese
🙂

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Philly Fellows,

Partendo per la vicina Pennsylvania, e nello specifico per la città le cui strade Bruce Boss Springsteen ha cantato così mirabilmente, mi aspettavo di trovare uno slum dietro l’altro, graffiti e underdogs, una fatale combinazione di criminoso e trasandato che avrebbe attentato alla mia vita. Ma l’unica cosa trasandata, nella mia due-giorni a Philadelphia per trascorrere il President’s Day (20 febbraio, ricorrenza ancora poco chiara), è stato il Greyhound che mi ci ha portato. I Greyhound sono una garanzia di sciatteria, che si viaggia da Calgary a Banff, oppure da New York City a Philly. Quanto al criminoso, direi il Philadelphia Cheesesteak, il piatto tipico del posto, che io tremo anche solo a sentirlo nominare, figurarsi vederlo morto in un piatto.
Arrivando dalla schizzotica New York — dove schizofrenia e caos si amano 24 ore su 24 — par di trovarsi in campagna. Tutto tranquillo, spazi aperti e ariosi. Strade larghe e poco frequentate dalle macchine — che è un altro modo per dire “poco traffico”. Tutto scorre lemme lemme a Philly. Un lemme lemme piacevole se siete abituati al folle folle newyorkese. Per un paio di giorni, beninteso. Come la campagna, al terzo giorno viene a noia. Ma quei due giorni lì sono assolutamente da viversi.

Philadelphia nasconde una miniera di bellezze artistiche e architettoniche che non ha nulla da invidiare ad altre città più pubblicizzate da Tripadvisor. Prendete la Barnes Foundation, per esempio. Questo museo raccoglie la bellezza di 900 dipinti, fra cui la più grande collezione di Renoir DEL MONDO (181 dipinti), 59 Matisse, 69 Cezanne, 16 Modigliani, 21 Soutine e 7 Van Gogh. Voi lo sapete, io non sono molto per i numeri. Ma 7 Van Gogh, uno più incredibile dell’altro, e 59 Matisse, ti fanno letteralmente girare la testa. Accanto a loro, Picasso, Seurat, De Chirico, Rubens, Tiziano, Gaugin, Monet, Goya… Però c’è un però. In questo bendidio di collezione, i dipinti sono disposti seguendo il metodo ACDC — Alla Caz*o Di Cane. Quindi ti ritrovi Tiziano circondato da Henri Rousseau, De Chirico accanto a El Greco. I quadri sono appiccicati l’uno all’altro, e non c’è nessuna targhetta che ti dica nome dell’opera e autore — ogni stanza ha una specie di menu in varie copie con i dettagli dell’opera: ma se una stanza è troppo affollata, e le copie sono tutte prese, ti tocca aspettare che qualcuno passi nella stanza accanto e ti lasci il menu… Metodo che risale, occhio e croce, all’era quaternaria della museografia. Quindi se siete per i musei che espongono un quadro in una stanza, molto spesso accompagnandolo con tanto di spiegone achillebonitooliva, se siete per una certa cronologia, o per lo meno una logica espositiva, farete un po’ di fatica a mantenere il sangue freddo alla Barnes Foundation. Ma vi assicuro che ogni vostro sforzo sarà premiato. Se poi la Fondazione non vi basta, avete il Philadelphia Museum of Art a saziarvi. Anche lì, una qualità talmente alta di opere esposte da far impallidire Reijksmuseum e MoMA.
Se invece siete stufi di arte, potrete godervi la scalinata che porta al museo. Su quei gradini, un giovane di nome Robert Balboa, noto al pugilato come Rocky Non-fa-male Balboa, sfoggiava uno scatto boltiano e alzava le braccia al cielo vittorioso su una colonna sonora che tutti ricorderete. Questa scena è piantata nella memoria un po’ di tutti, quindi un po’ tutti, trovandosi a Philadelphia, ripercorrono quegli scalini, con quella colonna sonora nelle orecchie, arrivano in cima alla scalinata e alzano le braccia al cielo, come se loro stessi fossero Rocky e avessero vinto il titolo di Campioni del Mondo dopo una vita di sacrifici e uova crude a colazione. Io, che faccio parte dei tutti, non ho fatto eccezione. E in cima alla gradinata mi ha accolto, sul pavimento, il calco delle All Stars di Rocky, nella posizione in cui esultava. Per un Board — e pure Runner! — capirete, sono piccoli grandi momenti di estasi personale professionale. Nella mia corsa ho aggiunto anche la parte lungo i binari: Philadelphia ha una ciclabile pazzesca fiancheggiata dal fiume Schuylkill da una parte e da dei fantastici binari arrugginiti dall’altro che rendono il vostro running un’esperienza fra Rivoluzione Industriale e una promenade lelong de la Seine.

Architettonicamente, avrei tutt’un tour da proporvi, che parte dal Comcast Center, il grattacielo più alto della città, continua con un’occhiata lunga un’ora — come minimo — a un oggetto strepitoso chiamato Cira Center disegnato dal molto francese César Pelli — i miei Fellows architetti saranno un po’ proud di me — per continuare poi con la meraviglia delle meraviglie, il Krishna Center for Nanotechnology, una creazione con un’ala sporgente che ti fa pensare a un uccello avveniristico sul punto di spiccare il volto. Se invece siete più per l’Art Déco, vi piacerà un sacco il Philadelphia Art Center, che potrebbe essere stato disegnato da Macintosh — e io credo che l’abbia disegnato lui, per quanto lui stesse a Glasgow. E poi trovate edifici anni ’20 che vi ricordano il Dakota Building — copiato e scopiazzato un po’ dappertutto— e quel neo-gotico con gargoyles annessi che vi fa pensare a una Gotham City rurale. E poi c’è naturalmente la parte “vecchia”, casette di mattoni rossi risalenti al 1720 che vi riportano all’Inghilterra dei Padri Pellegrini. Troverete quindi una coesistenza di stili diversi, che tuttavia non stonano. Coesistono amichevolmente. E non è cosa da poco.

Quindi, possiamo dire, rivelazione Philadelphia. Tuttavia, lasciatemi tornare al rurale. A Philadelphia, per quanto ricca di tesori artistici e architettonici, si respira un’aria di provincia. Certo, concordo con voi: una volta provata NYC, è difficile trovare città che mantenga il livello. Vedete, a Philadelphia non mi è capitato di fermarmi e voltare la testa dietro a un’opera d’arte tutta umana — una donna con una combinazione di indumenti particolare/assurdo, un uomo con un incedere da anni ’40 o 2020 che ti sbuca fuori così, all’improvviso e che ti parla di cosa sia il vero stile, e di quanto indefinibile e inimitabile esso sia. A New York mi fermo e mi volto in continuazione. Il passato e il futuro ti si palesano in continuazione. A volte vorrei non dovermi voltare — magari sto correndo da qualche parte, sono di fretta, e non potrei concedermi il lusso di perdere tempo dietro al modo di esistere nel mondo newyorkese di un essere umano. Ma lo faccio ogni volta. Mi concedo il lusso. Mi fermo e mi volto.
Ecco, a Philadelphia — così come in tante altre città — non è capitato nemmeno una volta. Per questo parlo di provincialità. Manca la follia. Ma in cambio avete la calma, una città a misura d’uomo, prezzi abbordabili, il confortevole sonnolento che, a un certo punto, fa gola a molti. Credo che tante persone potrebbero dire “potrei farci dei figli, a Philadelphia”. Una specie di Trentino urbano ma con qualche milione di abitate in più.

Ovviamente non potevo rinunciare all’esperienza cinematografica — uno non è che va in Pennsylvania e ritorna nello Stato di New York senza andare al cine. Allora ho scelto il Ritz Five, una sala in cui davano un film che in realtà non volevo proprio vedere — c’è davvero qualcuno che VUOLE vedere un film di Fahradi? I film di Fahradi li vedi perché vanno visti, non perché vuoi vederli. La differenza è tanto macroscopica quanto sostanziale nell’economia delle vostre scelte cinematografiche. “Il cliente” appartiene a quella tipologia di film simili alla visita dei Musei Vaticani, o a Floating Piers di Christo — ricordate? Ti sorbisci una ressa per ore, fai del gran sforzo, ma alla fine ne valeva la pena. Ecco. “Il cliente” si inserisce in questo pattern. In caso non siate per questo genere di commitment, nessun problema. Vi farete del gran sonno.

Funziona così. Una moglie, Rana (questo nome mi crea molti problemi…) e un marito, Emad, sono costretti a spostarsi in un appartamento in affitto perché il palazzo in cui vivono rischia il crollo — violenta la scena iniziale con la casa che sta per crollare e il corricorri generale. Una sera, appena trasferiti nel nuovo appartamento, squilla il citofono e Rana, pensando sia il marito, apre, lasciando la porta d’entrata socchiusa. Ma non è Emad. È un cliente della prostituta che viveva nell’appartamento prima dei due sposini. Lo sconosciuto aggredisce Rana sotto la doccia. Anche se non sappiamo, di preciso cosa succeda — c’è una felice e strategica ellissi che silenzia e oscura il fatto. Dopo lo shock del momento, Emad, partendo dalle tracce che lo sconosciuto si è lasciato appresso — le chiavi di un furgone e il cellulare — comincia una vera e propria caccia al colpevole che lo porterà a stanare l’uomo e a metterlo davanti al suo destino. Fahradi, a cui non bastava il dramma della vendetta, intreccia la trama a quella di Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller, la pièce teatrale che Rana ed Emad stanno interpretando a teatro in quei giorni — entrambi sono attori.

Partiamo con il dire che uno spettatore che abbia letto un po’ Pirandello, non può non pensare a “L’innesto”, un testo che sostanzialmente tratta lo stesso argomento: una donna viene aggredita, ma non sappiamo fino a che punto, e il rapporto con il marito cambia completamente a causa dal desiderio di vendetta del marito, il cui “territorio” è stato violato — peraltro da “L’innesto” è stato tratto “La scelta”, un film scadentissimo di Michele Placido, risalente a un paio di anni fa. Quindi, niente di nuovo sotto il sole, per quanto mi riguarda, dal punto di vista della trama. Eppure è un film di una profondità che va detta. E questa esce fuori, senza dubbio, nel fatto che la sceneggiatura è imbricata con la pièce di Miller ma non in maniera banale o logica.
Miller, nelle sue opere, investigava temi come il conflitto famigliare, le responsabilità morali dell’individuo e criticava il mito del sogno americano. I protagonisti di “Il cliente” sono animati più o meno dagli stessi motivi dai quali nasce un dissidio che porta prima alla crisi della coppia e poi alla messa in discussione, per quanto riguarda Emad, delle proprie responsabilità morali giacché supera il confine fra giustizia e vendetta.
Farhadi, attraverso il progressista e moderno professore e attore amatoriale Emad, mostra quanto la classe intellettuale borghese iraniana sia, invece, nella pratica quotidiana, orientata al retrogrado, e vittima di pulsioni più dettate dalla pancia — come la vendetta — che domate dall’intelletto. Dopo l’aggressione alla moglie, Emad regredisce a maschio alfa, scorda la legge trans-religiosa del perdono, ed è preso dalla sete di vendetta. La sua non è una ricerca di giustizia nei confronti della moglie: è più una sfida machista, una lotta che deve vincere per affermare il proprio ruolo di uomo di casa e la propria identità machista. Quindi se da un lato quest’uomo aspira ad essere un soggetto culturalmente avanzato e libero — i due recitano in una compagnia il cui lavoro è sottoposto a censura, sfidando il regime — dall’altro risulta intrappolato nell’Alfa della sua mascolinità, in quello che il suo io, non domato dal super-io, gli impone. Tutto questo segue il ritmo lento dei film Fahradiani ma con un crescendo di suspence da thriller psicologico.
“Il cliente” è un film complesso, che richiede stamina, come si dice qui, ma che alla fine vi lascia tanto materiale su cui riflettere. Dire che è un titolo che consiglierei a delle persone a cui volete bene, no, non lo direi… 🙂 Ma sono certa che avete compreso… Se siete stomaci cinematograficamente resistenti, allora, avrete già raccolto la sfida e andrete a vederlo. Per tutti gli altri, consiglio un film di animazione — e ve lo anticipo — che andrò a vedere questa settimana, e che sento essere un capolavoro, “La mia vita da zucchina”… 😉

E anche per oggi, Fellows, è tutto. Torno ora da Chelsea dove ho assistito alla cerimonia degli Oscar a Chelsea, nel Samsung 837, l’hub del gigante della telefonia, disposto su tre piani di design — molto italiano, eh eh — che più che un negozio è un luogo di eventi. Concerti, sfilate di moda, classi di yoga (!), caffè… Prima o poi il concept sbarcherà anche in Italia…. Vi racconto qualcosina nel Maelstrom, ma giusto en passant, vista l’ora…
Nel frattempo ho aggiornato il Frunyc –molto Philly, oggi… 🙂
E ora vi porgo dei saluti, stasera, agronomicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Sicuramente l’highlight della serata Oscar 2017 è stata la proclamazione di “La La Land” come miglior film, per poi scoprire che “ooops c’è stato un errore: the Oscar goes to ‘Moonlight’”! Non si è capito se si sia trattato di un errore del povero Warren Betty — o quello che di Warren Betty rimane — che ha proclamato il vincitore sbagliato, oppure tutt’una messa in scena. Sta di fatto che il finale si è acceso da un sacco di OMG — Oh My God.
Come previsto “La La Land” ha portato a casa un bel bottino con Damien Chezelle, miglior regista — il più giovane della storia degli Academy Awards. Come previsto Ryan Gosling non ha vinto — non è Jean Kelly, dicevamo…No, he is definitely not. Brava Emma Stone, miglior attrice, ma lo sapevamo già dalla Coppa Volpi alla Mostra di Venezia. E bravo Casey Affleck, miglior attore per “Manchester By The Sea” — più che un film una tragedia ambulante. Il premio come miglior documentario non solo è sfuggito a Gianfranco Rosi, ma anche al mio “I am not your negro”. Ma sono comunque contenta sia andato a “OJ Made-in-America”, che mantiene sempre il focus sull’aggressività della polizia e la questione black — sempre che riusciamo a superare i 467 minuti di film. Fuocoammare non ha vinto — e non mi meraviglio — ma se non altro Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini, hanno vinto l’Oscar per il Miglior Trucco di Suicide Squad  — un passato Let’s Movie che ci aveva divertito molto (soprattutto Harley Quinn… ;-)).
Mai Cerimonia Oscar fu tanto soporifera, comunque. Poche battute anti-Trump, poca satira. Il premio al miglior film straniero, indovinate un po’, è andato a “Il cliente” di Fahradi — impossibilitato a ritirarlo dal Muslim Ban. E chi di voi pensa che questo e il fatto che sia oggetto del pippone di oggi sia frutto di una coincidenza, continui pure a pensarlo…
Sui look visti, non diciamo nulla — Ryan Gosling, amareggiatissimo, e si vedeva lontano un miglio, poteva risparmiarsi la camicia da ballo del liceo 1971. Per fortuna ci ha pensato Scarlett Johansonn a portare una ventata di primavera su un palco in cui, di stile, nemmeno l’ombra…

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