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LET’S MOVIE 342 from NYC – commenta “CALL ME BY YOUR NAME” di Luca Guadagnino

LET’S MOVIE 342 from NYC – commenta “CALL ME BY YOUR NAME” di Luca Guadagnino

Mascotte Moviers,

la mia di New York è indiscutibilmente il piccolo di faro rosso che spunta sotto il George Washington Bridge — lo trovate nel Frunyc II.
Un anno fa, appena arrivata, avevo cercato di avvicinarmi, forse lo ricorderete… Ricorderete il cop spuntato dal nulla, che mi ammoniva “You cannot take pictures!”, con quell’apertura al dialogo tipica dei cops. Io che infilavo il cellulare nella fondina, con l’espressione serafica “I didn’t know I was doing something wrong”, ma sapendo, diabolica, che lui era arrivato tardi e il mio cellulare conteneva l’incontenibile 😉
Ricorderete quanto mi aveva colpito, quel piccoletto rosso sotto il gigante tensostrutturale grigio che tiene unita Manhattan al New Jersey. Ebbene ora ne so un po’ di più, quindi mettetevi comodi e godetevi questa favola newyorkese, che comincia con “C’era una volta un ottobre a forma d’estate in cui gli Urban Park Rangers decisero di aprire la porticina del faro rosso agli abitanti del regno di New York” e che si conclude con il capitolo “The buddy and the bitch”.

Chiariamo un punto. I Rangers, per me, sono il lato amato della Legge. Niente abusi di potere, niente bullismi travestiti da “sto solo facendo il mio dovere”. Niente “you cannot take pictures here!”.
I Rangers vivono nei parchi e nelle zone verdi dei 5 boroughs di NY, hanno sempre il sorriso ma non nascondono nessun io represso da taxi driver sotto il cappello. Salvano i passeri caduti dal nido, si assicurano che gli scoiattoli non finiscano flambé nei falò degli homeless e insegnano alla popolazione della City che questo è un platano, quello un pioppo, mentre quello laggiù un bosso. Oltre a salvaguardare la natura in ambito urbano — cosa non da poco, data la tendenza della città verso l’abuso edilizio e l’uso massiccio di sostanze cementificanti — i Rangers organizzano una serie di eventi tale che la Forestale Italiana dovrebbe farsi un semestre di aggiornamento da loro per imparare come comunicare la natura.
Del resto siamo a NYC: organizzare eventi è un’abilità scritta nel dna di qualsiasi istituzione, Rangers inclusi. Tra questi eventi, l’apertura straordinaria, sabato 7 e domenica 15 ottobre, del faro rosso sotto il ponte George Washington.
Vengo a sapere di quest’occasione più unica — o duplice — che rara da TheSkint.com, il mio solito pusher di eventi free a cui devo tanta ma tanta gioia nel corso di quest’anno passato — sì, è quasi passato un anno, altri nove e posso considerarmi una newyorkese. Ora, siccome ho imparato che a New York la regola “non rimandare a domenica prossima l’evento a cui puoi partecipare oggi”, ho fatto slittare il Jewish Museum nell’Upper East Side alla settimana prossima, e ho mandato in cima alla priorità del sabato la visita al nanetto rosso.
E siccome i newyorkesi sono attivi e reattivi, l’ipotesi “ma chi vuoi che si presenti, a visitare un faro, un mezzogiorno di fuoco di un sabato d’ottobre con 28 gradi” non può sussistere. Pertanto arrivo sul posto alle 11:49 am, immaginando di fregare l’attività-reattività newyorkese, piazzandomi tra i primi arrivati. Ovviamente sbaglio. Ci sono già più di una trentina di persone in fila davanti a me.
Quindi aspetto il mio turno col terzo gruppo, chiedendomi se prima o poi succederà che io arrivi al primo posto di una fila newyorkese.
E mi rispondo.
No, non succederà.
Il Ranger che raccoglie i nostri nominativi — i Ranger fanno le cose per bene — s’intrattiene amabilmente con noi visitatori. Leggo sul distintivo il cognome. Sergent MASTRAIANNI. Peccato storpiare così la memoria di Marcello, ma ha un viso così buono, così disneyiano, che non è il caso di inserire l’ombra di una storpiatura nel suo universo fatato.
E attacco con tutta una serie di domande che avrebbero fatto fuggire Piero Angela & Son. E invece lui, il Sergente Mastraianni, risponde a tutte tuttissime le mie curiosità con il sorriso sulle labbra e un usignolo sulla spalla destra — no, be’ l’usignolo forse non c’era.
Mi spiega che il faro fu costruito nel 1880, e che stava a Sandy Hook, nel New Jersey, una penisola amena le cui spiagge distano una mezz’ora in ferry da South Manhattan. Viste che le acque del fiume Hudson, all’inizio del ‘900 si fecero sempre più trafficate, fu deciso, nel 1921, di spostare il faro all’altezza della 181esima strada, il punto in cui le sponde di Manhattan e del Jersey sono più vicine. Serviva più lì che a Sandy Hook nel Jersey.
Poi però nel ’42, eccoti spuntare il colosso del George Washington Bridge esattamente sopra il nanetto rosso. Con tutta l’illuminazione del ponte, il faretto perse la sua ragion d’essere e la Guardia Costiera ne decise la demolizione. Anzi, la fusione — e per una volta Lucky Luciano e la sua passione per l’acido, non c’entrano.
A questo punto la narrazione del Sergente s’interrompe. E’ arrivato il turno del mio gruppo, e veniamo passati in consegna al Ranger Baisley, che ripete quanto sopra e aggiunge dei dettagli che faranno conquistare al racconto la dimensione del favoloso — come promessovi.
Il Sergente Bailey, oltre a passarci la chiave del faro — una chiave gigante che lascio a malincuore alla bambina dopo di me, non prima di averla fotografata — ci passa anche una copia di un libro per bambini, “The Little Red Lighthouse” che lo scrittore Hildegarde Swift scrisse per raccontare la storia del piccoletto rosso. Pubblicato nel 1942, il libro ebbe talmente tanto successo da diventare un bestseller in tutta l’infanzia del paese. Nel 1948 quando la sentenza di morte che spettava al faro fu resa pubblica, si creò un tamtam di protesta tra i bambini di tutti gli Stati Uniti che avevano letto e amato il libro. Ma cosa potevano fare dei bambini? Be’, organizzare collette e scrivere petizioni su carta quadrettata. E per una volta tutto questo funzionò. La Guardia Costiera, che possedeva il faro e che aveva condannato il piccoletto alle fiamme della fonderia, intenerita dalla reazione appassionata dei bambini, decise di donare il faro alla Città di New York, consentendogli di vigilare, di rosso vestito, sulle acque dell’Hudson, happily ever after.
Ogni ottobre, decenni dopo questo dono, si celebra il “Little Red Lighthouse Festival” ai piedi del George Washington Bridge, con visite al faro, musica live, lezioni di pesca, lettura di “The Little Red Lighthouse” e tante attività lungofluviali per le famiglie.
Saliamo la micro scala a chiocciola all’interno del faro, ci imbattiamo nella lampada del faro, e usciamo sul pianerottolo che cinge la somma del faro. E da lassù Moviers, what a view!
Laggiù c’è downtown, con i suoi Chrystler ed Empire, con le sue Freedom Tower e Seagram Building. E sopra di voi, la strada ferrata del George Washington che permette a milioni e milioni di pendolari di pendolare tra l’isola di Manhattan e la terraferma. E alla vostra destra c’è il Jersey, con quei grattacieli che, per quanto cielo possano grattare, non saranno mai sui 3.7 km quadrati più ambiti del mondo, e li guarderanno di là dall’Hudson con l’amarezza dell’I-wish-I-were-there che possiamo immaginare. E a destra avete il quartiere di Washington Heights, appena sopra Harlem, e giù di sotto l’Hudson, il fiume con le velleità d’un mare — e i numeri per diventarlo. E se non fosse per quelle acque marroni, e quei mostri fluviali che si celano fra le sue onde chimiche, farebbe venire voglia di nuotarci dentro e raggiungere la sponda opposta.
A parte il panorama realmente stunning, e l’indubbia bellezza di quest’oggetto rosso tra le acque marroni e sotto uno stradone grigio, quello che affascina del Jeffrey Hook’s Lighthouse è lo scampato pericolo. E’ un sopravvissuto, il nanerottolo. Ed è sopravvissuto perché qualcuno ha raccontato la sua storia. E quella storia è stata letta e riletta e conosciuta. E salvata.
Il potere della parola.
Forse gli americani saranno semplicioni in tante cose. Ma hanno un modo tutto loro di relazionarsi con la memoria recente che a noi europei, francamente, sfugge. Le nostre commemorazioni tendono a essere o ufficiali o religiose o molto nazionali. Monumenti, processioni, santi e militi.
Noi non festeggiamo il salvataggio di un faretto rosso grazie a uno scrittore che ne ha scritto la storia. Però nemmeno rinneghiamo ciò che la storia ha lasciato sul nostro percorso demolendo il nostro patrimonio storico-artistico — avrete sentito delle critiche, francamente discutibili, che ci piovono addosso dal New York Times.
Quindi USA-Italia, uno pari palla al centro.
Certo è che forse la nostra storia è troppo mastodontica per occuparsi anche di questi piccoli episodi, che tuttavia sono grandi occasioni di aggregazione civica.

Mentre me ne stavo in cima al faro, chiedendomi tutto ciò, rimirando il paesaggio, ho notato che di sotto, il prato lungo l’Hudson si stava popolando di famiglie, bambini, coppiette, di tutte le forme e colori.
Oltre a rallegrarmi di aver scampato una fila che, a quel punto, raggiungeva lunghezze inaffrontabili per la mia insofferenza, mi sono detta che la comunità si costruisce anche così. Soprattutto così.

Scesa dal nanetto miracolato, ancora incredula per essergli entrata in petto, saluto il Sergente Mastraianni e prometto che frequenterò gli eventi organizzati dai Rangers. Ecco, magari non le hikes sul Mount Moses, ma sicuramente le serate “Astronomy”, che promettono le fasi lunari sabato 14 ottobre e “Conjunction of Venus and Jupiter”, l’11 novembre. Mi guardo bene dal ridere davanti al programma “Outdoor Kills”, in cui si insegnano a bambini e famiglie tips&tricks per: accensione fuoco, preparazione dello zaino, organizzazione provviste, orientamento&bussola, abilità di sopravvivenza.
Se sento nominare orientamento e sopravvivenza a New York City, penso immediatamente a come imbroccare una buona volta l’uscita giusta dalla metro a Union Square. O a come pagare gli affitti stratosferici di questa città. Ma certo un giorno magari i piccoli newyorkesi potranno avere bisogno di accendere un fuoco — e non in un bidone, speriamo — oppure di ritrovare la via perduta —e non dall’analista, speriamo.

Risalgo in bici per tornare a casa. La fortuna di vivere a Sugar Hill è vivere a un miglio scarso dal faretto rosso. 🙂 Nel frattempo hanno transennato la parte di ciclabile che serve al Festival. La mia abitudine di pedalare sempre e ovunque, mi fa commettere una delle infrazioni più riprovevoli della storia del codice stradale delle ciclabili americane: pedalare su un tratto reso pedonabile.
E dopo aver pedalato non più di due metri — non esagero — vengo fermata immediatamente da una coppia di Rangers, the buddy and the bitch. Stavolta non sono il braccio amato della Legge. Sono quello aRmato.
Sentite lei come mi si rivolge.
“Is there any reason why you are biking in this area?”
“Is there any reason why?” ripeto nella mia mente, compiacendomi di quanta ostilità possa nascondersi dietro a un “is there any reason why?”.
Io dico che ho pedalato esattamente per quel tratto quando sono arrivata, un’ora prima.
“Which way did you come from?”. Terzograda lei.
Le indico da dove sono arrivata.
“She must have arrived when the place was still accessible to bikes”. Traduce il buddy, come se non avessi appena detto la stessa cosa.
“Don’t you see there is an event going on, people walking by? You must dismount your bike”.
Quando dal “supposed to” si passa al “must” hai capito già che ore sono.
Io penso che a questo punto lei voglia tirar fuori le manette e portarmi in prigione, laggiù, oltre il saloon.
Mi piacerebbe dirle, senti bella — non “bitch” perché sono una signora — guarda che non sono una che si getta tra la folla con un tir a due ruote, sono una che potrebbe sostenere una lectio magistralis sul Jeffrey’s Hook Lighthouse dopo lo spiegone del Sergente Baisley. E per inciso, io e il Sergente Mastraianni siamo pappa e ciccia, e non solo perché condividiamo un bagaglio di italianità che ci porta a sviluppare una naturale avversione verso certe regole discutibili del codice stradale delle ciclabili americane in vigore durante certi eventi pubblici, ma anche perché siamo fun people. You get it? FUN people!
Ma noto da me medesima la debolezza della mia tesi, e faccio la cittadina modello.
“Not a problem, I’ll walk my bike”.
Scendo dalla bici e la spingo per quei 4 metri — non esagero — che mancano alla transenna oltre la quale alla mia bici è consentito spargere morte e terrore tra la folla.
E mi chiedo. La mia insofferenza nei confronti delle regole stupidine americane e del modo prepotente che hanno di fartele notare e rispettare, sarà prima o poi rimpiazzata da una qualche forma di accettazione? Il giving-in avrà la meglio sul mio standing-up, un giorno?
Conosco già la risposta. E anche voi.

Quanto a cine, si è conclusa la prima settimana del NY Film Festival. I film visti sono tanti, i talk sentiti pure. Ho vissuto una settimana dipinta al Lincoln Center, tra i suoi tre Theater, contro tre Theater — tongue-twister 🙂 — del Lincoln Center.
No, non è un brutto vivere 🙂 E mi attende un’altra settimana simile.

Tra tutti i film devo parlarvi di “Call Me By Your Name” di Luca Guadagnino. E questo perché avrete occasione di vederlo nelle sale italiane il 24 novembre, quindi una preview potrebbe esservi cosa gradita.
1983, Crema. Villa da Giardino dei Finzi-Contini. Alta borghesia ebraica internazionale: padre americano professore classicista, madre franco-italiana sensibile e acculturata, Elio, il figlio diciassettenne, gran lettore, piccolo genio del pianoforte e della chitarra, poliglotta. Ecco che arriva Oliver, ventiquattrenne, figo, americano, figo — l’ho già detto? — visiting PhD student che deve lavorare con il padre di Emilio per sei settimane.
Il film racconta il desiderio che monta e monta fra Elio e Oliver e sfocia nel primo vero amore — sicuramente per Elio, ma anche per Oliver: la tegola dell’amore che si vede arrivare in testa è bella grossa.
“Call Me By Your Name” è tratto dall’omonimo romanzo di Andres Aciman, ed è stato co-sceneggiato da James Ivory. Se avete visto “Camera con vista”, oppure altri film di Ivory, riconoscerete la sua mano, a cui piace indugiare sull’estate non tanto come stagione metereologica, ma esistenziale, e mai come in questo film, in cui le sei settimane di soggiorno di Oliver presso la villa dei Perlman coincidono con la formazione/educazione sentimentale di Elio, che prende coscienza del proprio corpo e della propria omosessualità. Un coming-of-age, come si dice in inglese il Bildungsroman. Una crescita, che tuttavia, in questo caso non riguarda solo Elio, ma anche lo stesso Oliver, che non immagina minimamente, all’inizio, di potersi invaghire di un ragazzino di diciassette anni.

E’ un film che sprizza languore da tutti i pori. I lunghi pomeriggi assolati a bordo piscina, i pranzi domenicali all’ombra di grande albero, i giochi con gli amici, i bagni al fiume, chi arriva prima a quel muro — suggerisce Baglioni. Quel particolare e irripetibile senso di mollezza che si vive solo nelle estati adolescenziali, quando tutto sembra immobile, e il silenzio è interrotto solo dalle cicale, dall’acqua di una fontana. E dallo scricchiolio delle tue ossa che cercano la loro via verso l’età adulta. Con il languore, naturalmente, arriva il desiderio.
Non si vede nulla, nel film, di trivialmente sessuale. Pochissima pelle, nulla di scandaloso. Ma Guadagnino è abile a catturare tutto quello che sta intorno, e a immortalare sguardi, silenzi, mani che si sfiorano, piedi che si sovrappongono e stillano più eros di qualsiasi amplesso. Certo la scena della pesca passerà alla storia per la sensualità che evoca molto esplicitamente… E mi saprete dire cosa ne pensate.
E’ come se la villa pulsasse, rossa, bollente.
Ma non c’è solo quello. C’è un bellissimo — ancorché poco realistico purtroppo — monologo finale del padre al figlio. Una dichiarazione di rispetto nei confronti di ogni forma di amore, di comprensione totale verso l’orientamento sessuale del figlio, e di incoraggiamento a vivere fino in fondo quello che ha vissuto, e a considerare l’amicizia con Oliver qualcosa di speciale e unico.
Dico poco realistico perché sentiamo molto spesso storie di adolescenti che si uccidono — e questa, purtroppo, non è un’iperbole — piuttosto che rivelare ai genitori la propria “diversità”, o di genitori che, con la loro freddezza/violenza fisica o anche solo verbale, li spingono via. Ecco, il padre di Emilio è tutto ciò che un padre dovrebbe essere. E così la madre: discreta, comprensiva, perdutamente innamorata del figlio, ma libera dalla morbosità delle madri italiane.
Nella conferenza stampa Guadagnino ha detto che con questo film — l’idillio — ha completato la sua trilogia, cominciata con “Io sono l’amore” — la tragedia — e “A Bigger Splash” — la farsa.
Che “Call me by your name” sia un idillio, è evidente. Tutto si compie nell’universo chiuso e protetto della villa. Non c’è relazione con il mondo fuori, con la discriminazione, i problemi a cui sono sottoposti gay, lesbiche, trans e LGBT nella società. Quindi se cercate quello, la dimensione politica e sociale della diversità di genere, non la troverete. Troverete, invece, la versione homo dell’inarrivabile “Vita di Adèle” di Keschich, in cui due ragazze trovavano l’amore l’una nell’altra, e il dolore, l’infinito dolore quando la storia finisce.
E anche in “Call Me By Your Name”, c’è, il dolore. Perché l’estate è tragica di per sé nella sua finitezza. Agosto è un felice ozioso dai giorni contati. E infatti arriva il momento in cui Oliver deve tornare in America. E credo che la scena più toccante, per me, quella in cui senti il cuore pulsarti in gola e ricacci indietro a forza le lacrime, sia dopo i titoli di coda. Rimanete in sala fino alla fine fine, e non fate come me: lasciate correre le lacrime! Oscar alla miglior interpretazione a Elio, Timothée Chalamet, in una prova da attore navigato dentro un corpo diciassettenne.
Per me — e per chi come me si porta un po’ di Lago di Garda nelle vene — sarà piacevole assistere al ritrovamento di una statua classica, da parte del padre e di Oliver, proprio nelle acque del lago, vicino a Sirmione. Quella scena, con la statua che riemerge dai flutti, ammirata da padre, figlio e amante del figlio, quello stupore estatico che colpisce l’uomo davanti al bello e all’inaspettato — come ritrovare una statua — unisce i tre in un rapporto di complicità che nessun rito maschio alfa potrebbe mai eguagliare. Credo che quello sia un punto centrale del film, che rimarca la dimensione idilliaca auspicando che le cose possano essere così, un giorno. E che un padre e un figlio possano condividere un istante di bellezza, anziché uno strip in un club o una partita di calcetto.
E infatti Guadagnino ha tenuto a dire che questo, per lui, è un film sulla famiglia, e sulla transizione di valori da una generazione all’altra. Quindi, Moviers, non fermatevi solo alla pesca, okay? 🙂
Mi piacerebbe raccontarvi di Noah Baumbach, di Greta Gerwig e di Leon Vitali… Ma come si fa, avete una vita voialtri, oltre a Lez Muvi, se non erro! Quindi ne scriverò in un articolo per La Voce di New York, e vi manderò il link.
Mentre subito vi ri-fornisco quello al Frunyc II, con il reportage sul nanerottolo rosso, sooo cute.
E anche per oggi è tutto. Infinite grazie, sempre, per l’attenzione e saluti, adorabilmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 341 from NYC – commenta LUCKY di John Carroll Lynch

LET’S MOVIE 341 from NYC – commenta LUCKY di John Carroll Lynch

Marriage Moviers,

No tranquilli, non il mio. Quello di Mary.
La vedo al PS1, la versione del MoMA nel Queens, a Long Island City, che non deve essere confusa con Long Island.
Perché Long Island senza City è quel foulard che svolazza al collo di New York, verso destra, se guardate una Googlemap dall’alto. Long Island è dove il Grande Gatsby teneva casa, e dava quelle feste strepitose raccontate nel suo libro e messe in scena nel film di Bass Luhrman. Se poi superate Long Island, finite negli Hamptons, che sicuramente avrete sentito nominare in quelle commedie brillanti/rosa/posh in cui donne belle, intelligenti, in genere di mezza età e in simbiosi con il loro analista, si trasferiscono nella casa delle vacanze per ritrovare se stesse. Di solito, non si sa bene come, trovano anche un uomo — fascinosissimo, ma introverso, oppure fascinosissimo ma reduce da un dolore indicibile, oppure fascinosissimo e basta — e ritornano felici e contente a New York City, col fascinosissimo al loro fianco. Tutto questo sempre nei film, e la finzione non è mai come la realtà, e mai come nel caso degli Hamptons, che il destino ha voluto farmi visitare un paio di settimane fa.
Certo se siete il tipo che va via di testa per le ville Costazzurra e, negli anni, avete accumulato pagine e pagine di story-telling dal titolo “Me and the Hamptons”, con voi per protagonisti, e una villa all-comfort come inseparabile compagna, la Bentley nel vialetto, la sala da pranzo con il caminetto ed eleganti ospiti selezionatissimi, la colazione servita in veranda, fra nuvole di cuscini color corda e in tutte le tonalità di azzurro, la spiaggia privata, i teli mare spessi quattro dita, e tante tantissime candele bianche a tutte le ore del giorno e della notte, allora il posto, sì, vi farebbe andar via di testa, e decidereste di staccare un assegno da 2 milioni fino a 19 milioni di dollari per acquistare quella villa. I prezzi sono affidabili: mi sono procurata un catalogo e ho constatato che quello è il range: da 2 milioni, e vi portate via una casina modesta con tre camere da letto e due miseri bagni, fino a 19 milioni e 999 mila dollari, e lì andiamo su 8-10 stanze da letto e 6-7 bagni, piscina, vialetto (Bentley esclusa) e, se siete fortunati, anche un design che oscilla tra il Padiglione di Barcellona di Mies Van der Rohe e le case presidenziali stile John-Kennedy-goes-to-Martha’s Vineyard che sono certa abbiate ben presente.
Se foste invaghiti degli Hamptons, probabilmente godreste il mare — obbiettivamente un gran bel mare, focoso ma pulitissimo, e caldo, le spiagge larghe ma non losangeline, gli steccati di legno che delimitano la sabbia — e probabilmente non fareste caso che non c’è un centro città, che se volete andarvi a fare un cinemino, dovete rimontare sulla 27, la Sunrise Highway, farvela tutta a ritroso fin quando non vi ritroverete con la skyline di Manhattan in lontananza e le centinaia di sale cinematografiche che ospita — dio l’abbia in gloria. Non notereste nemmeno che dopo un po’ uno può anche stufarsi di Bentley e vialetti, così come uno si stufa in fretta di Beverly Hills e Bel Air.
Molto meglio, forse, pensare a come doveva essere il posto negli anni di Gatsby, dei Vanderbilt, degli Astor, dei Rockfeller e dei Guggenheim. Pensare alle macchine sans capote che nelle estati ruggenti sfrecciavano sulla 27 solo per farsi una notte folle di jazz, booze and sex, per poi tornare al lunedì della City.
Tutto questo per dirvi di non confondere Long Island con Long Island City, l’estremità del Queens che si affaccia, nell’ordine, sull’East River, Roosevelt Island e l’East Side di Manhattan. Il PS1 è proprio lì, e anche la casa di Mary, che da febbraio condivide con Ahmed.
Non sta più nella pelle, e le scappa fuori già nella mail.
“My big news is that I’m engaged!!”.
Mary è una donna discreta, riservata, che parla sottovoce e abbassa gli occhi quando sorride. Davvero sweet. A volte mi chiedo come possa sopportare stare accanto alla mia voce sempre troppo alta, le mie braccia mulinanti, e la mia risata taurina.
Del resto è Mary. Porterà nel nome la pazienza mariana.
“I’m engaged!!”. Quanta gioia dentro due punti esclamativi, che tuttavia, da newyorkese no-drama, ridimensiona subito con un “Never thought that would happen ;)”.
Sono contenta per lei, e decido di alimentare la mongolfiera su cui sta volando con tutto l’entusiasmo di cui sono capace. I sogni vanno sempre fatti volare. Ho imparato a guardare con sospetto quelli che vanno in giro con lo spillo in mano, pronti a far saltare i sogni altrui. Molto spesso non ne hanno di propri — sciagura delle sciagure — o se li hanno, hanno rinunciato a perseguirli. Quindi diffido.
E metto da parte i dubbi filosofici che mi colgono quando penso all’istituzione matrimonio.
L’amore non dovrebbe avere bisogno di istituzioni. Quando ci sono di mezzo le istituzioni, si sa come va a finire, no? Si regolamenta, si ordina, si disciplina. E tutto questo scartoffiare, cos’ha propriamente a che fare con l’amore? Certo, poi ci sono le convenzioni sociali, i riti che fanno di noi i membri che si riconoscono in una comunità che condivide determinate usanze. Ma vedete, piuttosto che formarmi sul Diritto Civile/Canonico che legifera in materia di matrimonio, ho preferito votarmi a quello Sentimentale scritto da quei sommi legislatori degli U2, che cantavano “Love is a temple. Love the higher law”.
Amen.
Ma sto andando fuori tema.
Una volta guadagnata l’entrata del PS1, sbrigato il più e il meno della conversazione che in inglese si dice “small talk”, ecco che Mary lo sfodera. E anche qui, come nei film, in cui la futura sposa non aspetta altro che sfoggiare l’anello di fidanzamento.
“It’s a lab diamond”, m’informa, raggiante.
Lab diamond. Lab diamond. Lab diamond. Mmm. Mi manca — questo corrisponde al parsing del mio cervello.
“Lab diamond?”, chiedo io, ferma ai De Beers.
E Mary, che mai potrebbe indossare un De Beers per via del sangue che ne macchia la tratta — e mi fa sentire una criminale perché io non ho pensato al lato blood dei diamonds, nonostante il film con Di Caprio  — mi spiega che la novità degli ultimi tempi, è quella della produzione dei diamanti in laboratorio.
In vitro, se vi piace la terminologia uterina.
“But how?”, chiedo sempre io, sempre ancorata all’idea delle miniere di diamanti.
Mary mi spiega che ora i diamanti vengono fatti crescere in laboratorio. Come le piante in serra.
In questo modo il brillante non è collegato a traffici illeciti, sfruttamento dei lavoratori, mercato nero, ecc. In più i lab diamonds costano molto meno rispetto a quelli in miniera, e possono anche essere più brillanti.
“I’ll send you a link… It’s sooo interesting”.
E mantiene la promessa — Mary è anche ligissima. Mi manda il link, che vi giro qui.
In breve funziona così. I gemmologi mettono un seme di diamante in una diamantiera — ok, “diamantiera” l’ho inventato io — cioè in una “vacuum chamber”, in cui viene poi nutrito con dei gas, specie il carbonio, che si depositano sul seme, e lo fanno crescere, piano piano, trasformandolo in un diamante. Come quando a 7 anni mettevi un fagiolo su un letto di cotone imbevuto d’acqua e aspettavi che diventasse Raperonzolo.
L’articolo dice che oggi come oggi è molto difficile distinguere un diamante vero da uno di laboratorio e che una delle sfide del futuro sarà proprio quella di trovare il modo per differenziare i diamanti veri dai “fake but real”.
Per quanto interessante possa essere la bagarre fra diamante extrauterino e diamante del Klondyke, non mi interessa molto. Ciò che mi lascia piena di interrogativi riguarda la foga di Mary nel dirmi del fidanzamento, e in quanto le faccia ancora strano chiamare Ahmed “fiancé”.
Qui funziona così. Prima del brillocchio lo chiami “boy-friend”. Dopo il brillocchio, “fiancé”.
“It feels weird, calling him ‘fiancé’”, mi confessa Mary, così sottovoce che devo ricorrere all’immaginazione per capire.
Possono una manciata più o meno consistente di carati incidere sul linguaggio? Evidentemente sì.

Avevo già avuto sentore che il brillante al dito fosse una conquista per tante newyorkesi. Ma non avevo mai avuto la prova diretta che lo fosse. Gli occhi di Mary che brillano riflettendo il suo brillante di laboratorio, mi confermano le voci.
Anche Pi, un’altra amica, italiana e qui da un decennio, mi conferma che le newyorkesi sono fissate su questo punto e tengono in modo particolare a farti sapere marca e numero di carati.
“He got me a Tiffany, 2 C”.
Allora faccio il punto. Cazzute, indipendenti, tough. Con la tabella dei carati stampata in testa.
What for? Mi chiedo? C’è bisogno di quello? Abbiamo ancora bisogno di quello? L’anello di fidanzamento e la proposta? Fiancé al posto di boy-friend? First lady negli Hamptons?
Mah, forse vogliamo essere semplicemente la first, non la second, mi viene da dire.
O forse tante donne vivono ancora il sogno del principe con il De Beers/lab diamond in tasca.
E certo non sarò io a sgonfiare i loro sogni. Ma mi piacerebbe che si insegnassero alle bambine che esistono anche altri sogni, oltre a quello dell’anulare a sei zeri.
Non che la sottoscritta disdegni i diamanti in sé —portare un bracciale di diamanti credo equivalga, idealmente, all’avere una Grace Kelly intorno al polso — ma il punto è un altro. E credo l’abbiate capito.
Quando le chiedo dove si sono conosciuti, Mary mi fa una confessione, la voce ridotta a un filo.
“I met him online… Cupid.com”.
A parte il nome del sito, non trovo nulla di male a conoscere qualcuno online, specie se abiti in un maso chiuso della Val Brembana e non hai molte occasioni di vita sociale. Ma a NYC? 8 milioni e più di persone? Cupid.com?
Considerando che un buon 3 milioni sono gay e gli altri probabilmente occupati forse Cupid.com è la soluzione.
Ma for real?
Con questa domanda che mi rimbalza in testa tutto il tempo, giriamo le sale del museo, che sono ex classi della ex scuola PS1 — PS non sta per Post Scriptum, sta per Public School.
Ma for real??

Questa settimana è toccata a “Lucky” di John Carroll Lynch, e davvero la fortuna è stata davvero tutta mia, raggiungere il QUAD cinema nel Greenwich Village, a due passi da Union Square, e guardare questo piccolo trattato di filosofia della vita fra cactus e camperos.
Presentato con successo al Festival del Cinema di Locarno, “Lucky” è il genere di film per il quale inanelli una fila di partecipi presenti. Commovente, struggente, inquietante. E un participio passato. Spietato. La storia di Lucky, un gigantesco Harry Dean Stanton, in una parte che gli regala il posto nell’olimpo della recitazione e anche l’ultimo ruolo da protagonista della sua carriera: il 15 settembre Harry se n’è andato.
Lucky è un novantenne arrivato al capolinea della sua vita, anche se non vuole rendersene conto. Per lui è normale badare a se stesso, essere un solitario. Perché come ha modo di far notare, “being alone is different than being lonely” — e su questo, Moviers, mi batterò da qui all’eternità.
Vive in un paesino in mezzo al deserto, fra distributori di benzina deserti e saloon ancora aperti. Potrebbe essere il New Mexico, oppure l’Arizona. Uno di quegli stati di confine che sembrano congelati in un passato da Far West in cui i televisori sono ancora degli scatoloni e i jukebox funzionano a dovere.
Lucky è un po’ Lucky Luke invecchiato, un po’ Scroodge — all’inizio — un po’ Mister Magoo per via del suo lato involontariamente fun e un po’ Alvin, il nonnetto che attraversava l’America a bordo di un trattorino tagliaerba in “Una storia vera” di David Lynch.
Lucky compie un percorso di comprensione. Perché chi lo dice che a novant’anni hai capito tutto e sei saggio? Solo quelli convinti che un certo punto della vita si vada in pensione anche dalla vita e non ci sia più nulla da imparare e da capire. Silly them. Anche Lucky, all’inizio del film, ha la presunzione di aver capito tutto. Ma i piccoli fatti che gli accadono gli fanno comprendere che no, c’è altro.
Tutto comincia da una banale caduta. Il dottore gli dice, guarda Lucky, tu sei un’anomalia già solo per il fatto di essere sopravvissuto per 90 anni fumando un pacchetto di sigarette al giorno.  Goditi questo tempo che ti rimane.
Questo piccolo incidente dice a Lucky che forse non è immortale — quanto ci sentiamo immortali, noi umani! — e lo mette davanti al buio, al vuoto. Sto parlando del buio e del vuoto dell’eterno. La fine. E sì, Lucky ha paura. E per la prima volta, a 90 anni, lo ammette. A se stesso e a una cameriera del diner in cui negli ultimi 50 anni ha bevuto il caffè e compilato il suo cruciverba tutte le mattine.
“I am scared”.
Nei panni di Lucky siamo tutti noi: è la strada che tutti prima o poi percorriamo. Ma siamo anche nei panni della cameriera: prima o poi, come lei, proviamo i lacci dell’impotenza intorno alle mani.
Da quel momento, Lucky cerca risposte. Agisce. Si tratta di piccolissimi dettagli e azioni, ma che nella quotidianità di un novantenne, capirete, sono cambiamenti copernicani. Registra il timer della macchina del caffè. Accetta l’invito a una festa di compleanno. Si mette a cantare “Volver” in pubblico — una scena che credo svolti il film. E capisce il potere del sorriso, che negli ultimi anni, a quanto intuiamo, è sbocciato di rado sulle sue labbra. Lo capisce anche grazie a degli amici davvero speciali. Uno di questi, nientepopodimenoche David Lynch — e no, non ha nessuna parentela con il regista John Carrol.
Lynch interpreta Howard, un personaggio memorabile, e parla con un accento buffo da pieno Sud che ti farebbe venire voglia di ascoltarlo per delle ore.
Howard è affranto perché ha perso President Roosevelt, la sua tartaruga (turtle), anzi, testuggine (tortoise), come precisa. Strano, perché non gli ha mai fatto mancare nulla, gli ha sempre voluto bene. Eppure Roosevelt è scappato.
Significativamente, “Lucky” si apre e si chiude con Roosevelt che attraversa il deserto. E’ il modo in cui Howard fa riflettere lo spettatore, e gli avventori del saloon, a rapirci.
E vi prego, seguitelo parola per parola in questo pezzo di storia del cinema sul significato di una tartaruga, no testuggine, nel cosmo: Nobile come un re, pezzo di pane come una madre, nasce in un buchetto nel deserto, affronta il mondo, non più grande d’un dito pollice, e arriva a me. Si pensa che le testuggini siano lente, ma io penso al peso della casa che si portano appresso, che è per loro protezione, certo, ma anche alla fin fine, la loro bara. “He affected me. You know what I am sayin’. He affected me. There are some things in this life, ladies and gentlemen, that are bigger than all of us, and a tortoise is one of them!”.
Sentite come dice “He affected me”. Potrà mai un doppiaggio rendere tutto ciò?
Lucky lo segue benissimo in questo ragionamento. E anche il pubblico. Spesso ci troviamo davanti a spettacoli di una bellezza sfuggente. Oppure davanti a una testuggine di 200 anni, e ci cambiano a vita, tutto diventa relativo. E anche solo questi miracoli che ci vengono concessi dovrebbero riempirci l’esistenza e la testa di domande e farci affrontare anche il mare di brutto che ci si riversa addosso nel corso dell’esistenza — Lucky, e anche un altro personaggio, avventore del diner, hanno fatto la guerra, hanno visto l’orrore. Eppure si può.
“Eppure” potrebbe essere un titolo alternativo del film. Ma “Lucky” è più che perfetto. Fortunato. Siamo fortunati, ci dice il film, ma senza ricorre alla famigliola del mulino bianco, all’innamorato che sfodera un Tiffany da 2 carati e s’inginocchia davanti a una newyorkesa schiava dell’orologio biologico (!). Ricorre a un novantenne solo sull’orlo della fine. Se poi vi piace la semantica del Far West. L’eterno presente — o il passato congelato — rappresentato dai cactus. I personaggi che popolano le cittadine deserte di un’America che non so bene se esista ancora. E poi i silenzi interrotti da un’armonica, o una ballata spaccacuore sull’oscurità. I camperos, i cappelli da cowboy e quella luce rosa-gialla-azzurra del cielo prima che l’escursione termica sganci la notte nel deserto, rimarrete incantati davanti a “Lucky” — e riderete, anche: il film è pieno di chicche deadpan, battute-non-battute che Lucky o Howard snocciolano, inconsapevoli, al loro pubblico e a noi.
Allargando lo sguardo, noto che il tema della senilità e della transitorietà, del rapporto dell’uomo con la fine, e con se stesso, conquista sempre più il cinema. A Venezia sono passate le pellicole “Le nostre anime di notte” — storia d’amore tra due anziani — e “Ella & John” di Paolo Virzì, sullo stesso tema. Ricordo lo splendido “Amour” di Haneke, e il già citato “Una storia vera” di David Lynch.
Mi piace pensare che il cinema serva anche a questo. A prepararci a quello che sarà.

E anche per stasera, Fellows, è tutto. Che siate uomini in procinto di sposarvi o donne che non ci pensano nemmeno. Vecchi sull’orlo di una nuova vita, o giovani con l’animo millenario, sappiate che c’è un posto in cui vi troverete sempre a vostro agio. Quel posto è il cine. Quivi rappresentato da Lez Muvi 🙂

E pensatemi questa settimana. Qui ha preso il via il NYFF, la 55esima edizione del New York Film Festival. E c’è anche l’Italia, con Guadagnino, Storaro e Abel Ferrara. 🙂
E voi pensate davvero che io non abbia fatto la testa così a Beryl, povero malcapitato del NYFF, per farmi avere dei pass stampa?
Pensate davvero troppo bene di me. 😉

E adesso, Frunyc II aggiornato e saluti, coniugalmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 339 da NYC – commenta “MOTHER!” di Darren Aronofsky

LET’S MOVIE 339 da NYC – commenta “MOTHER!” di Darren Aronofsky

Mercoledì Moviers

è stato da leoni. Niente devastazioni anfetaminiche o trip nei territori di Las Vegas — lo scudo termico ci protegga dalla Strip. I miei leoni sono stati liberati a seguito di un’iniziativa tutta newyorkese che farebbe impazzire il più williamwallace degli scozzesi, il più trota dei padani. “One Film One New York”. Sentite cosa si sono inventati, all’Ufficio Media Entartainment del Sindaco de Blasio in questa città baciata da Batman. Ve lo spiego tutta d’un fiato.
Cinque film con New York per protagonista, proiettati durante il mese di agosto nei parchi della città, i newyorkesi chiamati a votare il migliore dei cinque, e il film decretato vincitore, proiettato gratuitamente il 13 settembre in sync nei cinque borough della città, sia all’aperto sia nelle maggiori sale cinematografiche indipendenti.
La cinquina dei film, scelta  da due critici cineamtografici del NY Times, comprendeva Crooklyn di Spike Lee (1994), Un giorno a New York (On the Town), di Gene Kelly e Stanley Donen (1949), New York, New York di Martin Scorsese (1977), Cercasi Susan disperatamente (Desperately Seeking Susan) di Susan Seidelman (1985) e Il banchetto di nozze (The Wedding Banquet), di Ang Lee (1993). Il 6 settembre scorso l’annuncio del film vincitore…
And the winner was… “Crooklyn”, by Spike Lee!

Quanto ai parchi della città usati a mo’ di cinema all’aperto, sono talmente tanti e talmente ovunque che non basterebbero tutti i giorni da giugno a ottobre (compresi) per passarli tutti. Dal Bronx, a Central Park, da Brooklyn a Coney Island, dal Queens a Staten Island. Le location oltre ai parchi pubblici e ai parco giochi (o parchi gioco??) includono anche rooftop di bar, rooftop di centri culturali, rooftop abbandonati e okkupati. Insomma rooftop. Oppure gli scalini antistanti alla Columbia. Oppure i Chelsea Piers. Oppure i Brooklyn Piers, con il po’ po’ della skyline di Manhattan a far da sfondo. Ogni location è buona. Ovviamente tutto gratuito. I film possono essere recentissimi oppure classici. Bianco e nero o technicolor, cartoni animati o muti. Da “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi” a “Il conformista”. La proiezione comincia all’imbrunire, verso le 7:30 pm, e i newyorkesi arrivano, prendono il posto, stendono la coperta, aprono il cestino con i viveri — che rimanere due ore senza mettere qualcosa sotto i denti, si sa, potrebbe portare all’estinzione della specie — e si preparano alla visione.
L’esperienza a Bryant Park è particolarmente spettacolare e non solo perché allestiscono un palco vero e proprio e perché siete delimitati sul davanti dalla Sesta Avenue e dietro dalla New York Public Library, e per me già questo basterebbe-e-avanzerebbe. Ma perché hanno istallato due enormi fari sui due grattacieli davanti al parco, puntandoli sul parco, e rimangono accesi fino al momento del “play”. Nel momento in cui fanno play, i due grossi riflettori vengono spenti. L’effetto è strabiliante. Di colpo ti crolla il buio addosso, anche se il cielo ti direbbe che non è ancora propriamente sera. E ti senti dentro una sala cinematografica. Ma sei all’aperto, tra la Sesta Avenue e la New York Public Library, Times Square a due passi.

Tornando a “One Film One New York”, cosa può esserci di più elettrizzante di vedere un film su NYC in sync con tutta NYC? E’ una specie di Lez Muvi, ma senza la dittatura del Board! 🙂
E quanto alla location in cui andare a vedere il film vincitore, non c’era che l’imbarazzo della scelta. il BAM Rose Cinema a Brooklyn, il QUAD Cinema di recente riapertura nel Greenwich Village, il Nitehawk di Williamsburg o ancora il Simphony Space nell’Upper West Side. La scelta è caduta sulla Film Society del Lincoln Center, presso il Walter Reade Theater.
Per un unico motivo.
Mister Shelton Jackon “Spike” Lee in persona a introdurre il film.

La vita di ciascuno è costellata di sogni ad occhi aperti, che sono poi le gocce che vanno a riempire la bucket list di ciascuno. Nella mia, da sempre, Spike Lee. Già sapere di vivere nella sua New York, è un bell’achievement di per sé, ma certo vederlo da qualche parte…
Perché Spike Lee? Perché il suo cinema ha scritto una pagina del cinema, nero su bianco — il doppio senso non è casuale. “He got game”, “Jungle Fever”, “Clockers”, sono film visti intorno ai 20 anni, che mi hanno sventrato il cervello.
Il cervello è una fila di pareti, una dietro l’altra, tirate su a furia di modelli imposti, ambiente sociale e famigliare, pregiudizi scambiati sin dall’infanzia con la stessa foga delle figurine Panini. Poi un giorno apri un libro, vedi un film, conosci una persona e babum, giù una parte. Babum, giù un’altra.
Aria. Spazio. Big picture.
Per me, sapere che Mister Shelton Jackon “Spike” Lee in persona sarebbe stato al Walter Reade Theater alle 6 pm del 13 settembre, è stato più che sufficiente a farmi fare due cose che tendo sempre a evitare di fare: arrivare in anticipo al cine e mettermi in fila — questa mia seconda deficienza mi costerà il visto, prima o poi, lo so.
Alle 5:04 pm avevo già davanti a me una cinquantina di persone.
Ma io ero la cinquantunesima. Un biglietto è mio.

E come promesso, Mr Lee arriva. Con la sua tenuta d’ordinanza. Giubbino di jeans con una X enorme sulla schiena — e non posso non pensare al suo Malcolm, che valse a Denzel Washington l’Orso d’Argento a Berlino, ma non certo l’Oscar, Jim Crow is always alive, dopotutto — sneakers da basketballer, una quantità di stemmi e marchi ovunque, occhiali cerchiati di arancio e l’immancabile cappellino con visiera.
Sembra un teenager. Ma l’anagrafe mi ricorda che proprio quest’anno ha compiuto sessant’anni.

Una volta che gli passano il microfono si percepisce chiaramente che il pubblico è rapito dalla sua presenza. Parla subito di Crooklyn, la cui sceneggiatura fu il frutto di una scrittura collettiva con i fratelli e la sorella. È la storia della sua famiglia quando Spike era un bambino, e viveva con i genitori, i quattro fratelli e la sorella a Fort Greene, Brooklyn.
“Il quartiere è cambiato radicalmente. Ora la nostra gente, neri e portoricani, è costretta ad andarsene per via della gentrificazione”, e, aggiunge, con ironia affatto velata, “Mai vista tanta polizia in vita mia… E ora, guarda caso, le scuole si sono messe a funzionare…”.
Incalzato dal critico del NY Times che lo intervista, Spike racconta qualche aneddoto sugli zii “down South”, ovvero in Alabama. “Una volta andai giù al sud a trovarli. Portavo i capelli afro all’epoca. Non feci nemmeno in tempo ad arrivare, che mi spedirono dritto dal barbiere, un nazista di un nero che mi rapò la testa ai lati, lasciandomi, per ricordo, una cresta da punk…”.
La sala è piena, il pubblico ride, si diverte. Ma è ora del film, e Spike prima di andarsene confessa che è diretto alla location di Fort Greene — a salutare la sua gente, my folks. Al Fort Greene Park non sanno che arriverà nientepopodimeoche Shelton Jackon “Spike” Lee in carne e ossa ad augurare loro buon film. Ve l’immaginate l’accoglienza che avrà ricevuto?

Anche se mi piacerebbe parlarvi approfonditamente di “Crooklyn”, di cui consiglio la ricerca — il film è del 1994, e non so se sia stato distribuito in Italia. Ma oggi avete i potenti mezzi di Netflix a cui appoggiarvi, quindi magari lo recuperate. Oppure, se non lo trovate, guardatevi “Bamboozeled”, ma non “Miracolo a Sant’Anna”… anche a Spike capitano le cantonate 😉
Non vi parlo di “Crooklyn” perché giovedì nelle sale newyorkesi è uscito “Mother!”, l’ultimo di Darren Aronofsky. Quello de “Il cigno nero” e “The Wrestler”, per intenderci. Avevo sentito dire che alla Mostra del Cine di Venezia i critici l’avevano fischiato pesantemente alla proiezione per la stampa. Questo non fa che aumentare l’urgenza di vederlo. E sono contenta di averlo fatto: io sono uscita dal Village East Cinema con un livello di adrenalina nel sangue che temo di essere stata fluorescente per tutto il tragitto dal Lower East Side ad Harlem.
Chiariamo subito un paio di punti. E’ un film per pochi. E’ un’allegoria distopica. Quindi non vi aspettate storia lineare, realismo, trama 1+1. Mollate gli ormeggi e lasciatevi andare in questo viaggio per acque scure e sempre più scure fino ad arrivare nella tenebra più profonda, e forse, forse, in fondo, vedere un po’ di luce….nera… So che tutto questo suona apocalittico. Ma “Madre!” ospita una specie di Apocalissi, e in più, già dal titolo — e anche dalla locandina — si capisce subito che il film è attraversato da interferenze bibliche più o meno esplicite.

Una splendida casa in mezzo a un campo di grano non ben precisato. Potrebbe essere l’Arkansas come la Toscana. Lui uno scrittore che ha perso l’ispirazione e lei, moglie devota che lo accudisce e riverisce mentre, nel frattempo, si occupa di ristrutturare la casa — i due non hanno nome, quindi per comodità li chiamerò Jennifer (Lawrence) e Javier (Bardem).
Tutto apparentemente benissimo finché una sera bussa alla porta un individuo che chiede ospitalità. Un presunto ammiratore della poesia di Javier. Di lì a poche ore, lo raggiunge anche la moglie. E tutto, tutto quanto comincia inesorabilmente a crollare.
L’inizio è gemello omozigote dell’inizio di “Funny Games” di Haneke, in cui due ragazzi all’apparenza per bene bussano alla porta di una famiglia veramente per bene e gliene combinano di tutti i colori dell’arcobaleno — film nella mia top ten personale in assoluto.
In “Mother!”, l’invasione della casa da parte di questa coppia, porta alla corruzione dell’equilibrio tra i due protagonisti, di cui tuttavia ne subirà le conseguenze lei, Jennifer, che nel frattempo fa anche delle scoperte inquietanti relative all’amata abitazione da lei definita “il paradiso”.
La strana coppia viene raggiunta dai figli, che, per motivi d’eredità, finiscono in una zuffa furibonda.
Cosa vi ricorda una coppia di genitori che s’introducono in un paradiso e hanno due figli maschi? Due fratelli di cui uno ammazzerà l’altro?
Too easy, dudes. Please help me welcome the Biblicals, Adamo, Eva, Caino e Abele…
Passato tutto questo scompiglio, l’ordine sembra ristabilirsi. Jennifer rimane incinta, Javier ritrova l’ispirazione e compone l’opera d’arte delle opere d’arti. Il parto di lei, tuttavia, coincide con il momento di massimo successo di lui. E qui davvero, Moviers, comincia l’inizio della fine…

“Mother!” dipinge con tinte rosso sangue e nero pece — tenete a mente queste tinte per la primissima scena — la deriva verso cui il mondo di oggi sta andando. La smania di apparire a tutti i costi, di essere riconosciuti, idolatrati che porta all’ipervisibilità attraverso i social e i media, si traduce, per Javier, nella sete di fama che ottiene come poeta. Un poeta-messia che porta il verbo (=la verità) al popolo e che il popolo venera alla stregua di un Dio. Il passo è talmente breve che dall’ammirazione si passa all’esaltazione, e dall’esaltazione al fanatismo, e nel giro di poche scene ci troviamo in un vero e proprio scenario babelico-terroristico. E tutto questo dentro la casa — capite ora l’accoppiata allegoria-distopia.
Parallelamente a questo filone della necessità della società di costruirsi sempre e nuovi idoli, prima da adorare e poi da distruggere, corre anche la riflessione su come funziona la creatività. Javier sembrerebbe creare facendosi ispirare dalle storie che gli arrivano in casa, ovvero prendendo spunto dalla vita, dal mondo. Ma solo alla fine capiamo dove prende la vera ispirazione. La “estrae” dal cuore delle persone — dico proprio in senso letterale… L’artista, ci dice Aronofsky, è colui che ruba l’anima agli esseri umani — quanto di più puro e cristallino e prezioso ci sia in loro — e lo rinchiude nella sua casa. E ogni nuova storia, è come se tutto ricominciasse da capo — dico proprio in senso letterale…

“Mother!” si presta anche a un’altra lettura, forse più cosmogonica, planetaria, eco(il)logica. La casa della coppia è come il pianeta terra che viene invaso in continuazione dall’avidità, dalla prepotenza e dal menefreghismo degli esseri umani, che se ne infischiano della sua salvaguardia, un po’ come tutte le persone che invadono la casa della coppia, e la devastano. Jennifer, la sintesi perfetta del triangolo mariano madre-madrenatura-madonna, cerca di accoglierle e sopportarle, prendendosi cura di loro e mettendo pezze ai guai che combinano, ma a un certo punto, quando le toccano il figlio, scoppia. Diventa una furia devastatrice pronta a incenerire tutto.
Javier, dal canto suo, incarna la sintesi altrettanto perfetta del poeta-messia a cui aggiungiamo il terzo polo: Dio. Un Dio despota e concentrato su stesso, incurante della compagna e disposto a sacrificare il figlio pur di innalzare la sua gloria.
Il linguaggio che Aronosfky ha scelto per raccontarci questo Vecchio Testamento dei giorni nostri riprende le atmosfere verosimili ma distorte de “Il cigno nero”, in cui la realtà, così come siamo abituati a vederla, salta, e una nuova realtà, deformata, prende il suo posto, e ce ne mostra il lato mostruoso.
Lo stesso dicasi per “Mother!”, dove l’abominio più grande — la morte di un figlio — è generato dalle mani del padre.
Ora forse è più chiaro il motivo per cui il film riesce ostico. Chi è disposto a sopportare una lettura così spietata del mondo contemporaneo, della religione, dell’uomo narciso e della donna asservita? Chi non s’infastidisce davanti a scene che svelano un’epica su cui sappiamo benissimo essere imperniato il mondo moderno?
Personalmente, posso considerare la lettura di Aronofsky un tantino troppo apocalittica — ma solo perché sono nel periodo polyanna, in cui i cerbiatti trotterellano nei prati di Central Park e gli uccellini intonano “Amazing grace” quando esco di casa. 🙂 Ma a guardare i fatti, la prospettiva verso cui Aronofsky guarda allo stato delle cose va considerata e mostrata. Così come va apprezzato il suo indubbio talento nel trasferire questa prospettiva in un racconto allegorico più o meno comprensibile/accettabile — la più/meno comprensibilità/accettabilità è legata alla disponibilità del singolo spettatore. Alla sua volontà, anche, di infilare al testa dentro un buco nero e lasciarcela per un paio d’ore.
L’idea della casa verso la quale tutti mancano di rispetto, ma anche della casa-oceano che inghiotte tutto, digerisce, e poi risputa in forme atroci tutta la spazzatura assorbita, dovrebbe farci riflettere in maniera seria su quello che stiamo facendo, e non scagliarci contro “le esagerazioni di Aronofsky”…
Io confido molto in voi, Fellows, sappiatelo. E mi auguro che quando il film uscirà in Italia, vi armiate di buona volontà e andiate a vederlo.
Essere fluorescenti richiede un po’ di lavoro, dopotutto.

Prima di lasciarvi, un’altra goccia nella mia bucket list.
Domani.
Carnegie Hall.
E il mondo si fermò e sorrise.
🙂

Anche per stasera è tutto, my Moviers.
Frunyc al solito posto, ringraziamenti totalizzanti, e saluti, stasera, ferocemente cinematografici.

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LET’S MOVIE 338 from NYC – commenta “NOBODY’S WATCHING”

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Mintrufolo Moviers

alla presentazione di un libro che mi ha solleticato l’immaginazione. “Mean Men. The Perversion of America’s Self-Made Man”, di Mark Lipton.
L’evento si teneva in un posto che mi riesce assai congeniale, la New School. Mai sentita? La New School è un’università che è stata fondata nel 1919 da delle menti fuoriuscite dalla Columbia. Cioè, a queste menti ribelli l’impostazione canonica columbiana stava stretta, quindi hanno preso e dalla 116esima Broadway, dove la Columbia sta spaparanzata in tutto il suo ellenico aspirare, si sono trasferiti nel Greenwich Village, e hanno dato vita a quella che all’epoca si chiamò “University in Exile” — nome assi evocativo. E poi divenne la New School. Progressisti, pacifisti, anti-establishment. Un bel branco di teste calde a capo di un’università.
Ora capite perché mi è congeniale. 🙂
Alla New School hanno studiato le personalità più diverse, da James Baldwin a Marlon Brando, da Tennessee Williams a John Cage, passando per Jack Keruac, Walter Mattau, Jamaica Kincaid e Ben Gazzarra.
Ho appreso e annotato tutti questi dettagli dall’introduzione della Dean prima che lasciasse il microfono all’autore. Qui funziona così: le università si fanno pubblicità anche ricordando ai presenti quale storia hanno passato le sedie su cui poggiano i sederi.
Ma faccio un passo indietro.
Capisco che l’evento ha solleticato l’immaginazione anche a molti newyorkesi sin da internet, dall’RSVP sold-out. Il che avrebbe dovuto farmi desistere. Non ho desistito perché ogni tanto devi sfidare il caso e vedere cosa ti porta. Se rinunci ancor prima di provare è matematico che non riesci.
Detesto la matematica sin dagli insiemi. Quindi vado.
Al desk all’ingresso la 150-ore che mi accoglie, quando le dico che non sono in lista, non mi vede nemmeno. Per lei sono trasparenza, un puro ectoplasma da indirizzare alla “Waiting list”, una fila di miei pari che non ha avuto fortuna con l’RSVP.
Vedo arrivare però quella che immagino essere la responsabile dell’organizzazione dell’evento. Una gran giovane donna. Nel senso proprio dimensionale del termine. Un metro e 80 per un’ottantina di kg buoni.
E qui, Moviers, scatta l’abuso di posizione.
Estraggo il biglietto da visita e con aria sufficiente e svagata, ai limiti del fatalismo sartriano, dico che scrivo per La Voce di New York, capitavo da quelle parti e avrei piacere a seguire l’evento, ma se se ne fa un big deal allora no problem eh, giro i tacchi…
La gran giovane donna è sicuramente una PR, e quando sente la parola “giornalista”, drizza subito le antenne. Suuuuure, flauta (voce del verbo “flautare”). Puoi senz’altro assistere, ma forse ti toccherà rimanere in piedi.
Annuisco comprensiva (!), evitando di guardare la 150-ore per la quale ero una trasparenza, altrimenti non saprei trattenere un sorriso “Sorry, my dear”.

Avrei dovuto capire che l’evento avrebbe solleticato l’immaginazione a molti newyorkesi anche dal dettaglio “Reception”.
Agli americani piace molto mangiare. E i newyorkesi sono americani. Il sillogismo avrebbe dovuto illuminarmi.
C’è un lungo banchetto di wanna-be Italian food che guardo con pietà, e mi va di lusso, trovo posto a sedere.

Mark Lipton è un omino piccolo piccolo con una testa grande grande che guadagna il podio dopo che la Dean ha introdotto la New School e ha chiesto a tutti gli allievi che hanno studiato con lui, Mark, di alzarsi in piedi. Si alzano più di una decina di persone. Dai 30 ai 40 anni. Lui non ne ha più di 60, ma si sa, negli USA puoi cominciare a insegnare molto giovane.
Capisco che Mark è un luminare. Insegna Management alla New School e per anni ha fatto il consulente e il mentore a società, imprese, start-up, think-tanks, no-profit, you name it. Diciamo che ha assistito, e collaborato anche, all’ascesa del modello start-uppiano e al genere di imprenditore che queste realtà hanno plasmato. Ne ha elencato, brillantemente, le caratteristiche: bisogno di controllo, impulsività, diffidenza verso gli altri, sicurezza in se stessi, predisposizione al rischio, bisogno di approvazione, alto tasso di testosterone.
Mark è uno che conosce da vicino questi soggetti, i figli 2.0 del self-made man con cui l’America è cresciuta.
“There is a dark side in this man”, commenta, e ci dice che, in base alle sue ricerche, questo tipo d’imprenditore è affetto da psicopatia, giacché dimostra tutte le caratteristiche dello psicopatico: incapacità di adattarsi, ossessione di controllo, incapacità di provare empatia.
Mark si è chiamato fuori dal sistema Silicon Valley, distaccandosi dalla formazione di questo tipo di modello di imprenditore, incarnato da figure come Steve Jobs, Bill Gates, Lance Armstrong e Dov Charney, e ne supporta la demitizzazione. Sta lavorando alla formazione di un nuovo tipo d’imprenditore “etico”. Attento alla questione sociale, al rapporto umano. E ha elencato come nuovi esempi di “ethic entrepreneurs” dei nomi a me sconosciuti tipo Steve Carr, Paul Graham, Mark Benioff.
Uno dei vantaggi dell’essere qui è quello di fare continui raffronti fra qui e l’Italia. Questo provoca molte inkazzature, ma porta anche a ragionare sul qui e là, su quello che potremmo fare là.
Se chi ha lavorato all’interno di quel mondo imprenditoriale esaltato scrive un libro che addirittura individua in una forma di patologia mentale il comportamento di questi uomini, forse dovremmo considerare di dismetterlo anche noi, quel modello, giusto? Anche perché il mito del self-made man, quello proprio archetipico, è nato qui. Non ha nulla a che fare con noi. Perché, mi chiedo io, c’è la tendenza a mutuare modelli che non ci appartengono? Perché non invertiamo la tendenza PRIMA che la tendenza perverta anche noi?
Quindi, visto che l’Europa, e l’Italia, arrivano sempre dopo, e che, ahimé, siamo nel pieno dell’esaltazione del self-made man tech che, dallo schermo del suo I-pad, costruisce una fortuna su un impero di app-idiozie, forse sarebbe il caso di mettere in discussione questo modello. E di farlo adesso, senza aspettare il solito ritardo accademico che impiegano i fenomeni ad arrivare da NYC all’Italia.
L’unica piccola falla che trovo nell’opera di Lipton sta nel titolo e nello sconfinamento nel soggettivo. Caro Mark, se mi dimostri, eccellentemente come fai, che questi uomini sono malati, chiamali così, “sick men”. Non t’impelagare nel soggettivo di un giudizio di valore come “mean”, che ci riporta sempre alla lotta fra il bene e il male.

Intanto, in Silicon Valley — e in tutta America in realtà — sono in subbuglio per via del DACA, il Deferred Action for Childhood Arrivals. Ne avrete sentito parlare. E’ il programma firmato da Obama nel 2012 a tutela dei “Dreamers”, i giovani arrivati negli USA da bambini, figli di immigrati illegali. Avrete anche sentito che Trump ha deciso di cancellare il programma, ma l’ha fatto sfoggiando una mossa machiavellica che mi ha stupito per la sua meschina finezza politica. Ha passato la patata bollente nelle mani del Congresso, promettendo di vigilare sulla loro decisione. Della serie, se il Congresso non arriva a una risoluzione, ghe-pensi-mi.
Cosa che fa rabbrividire e non solo per il dialetto.
Il DACA ha scosso il paese tanto quanto Harvey la città di Houston, e Irma Caraibi e Keys.
In questi giorni ho cercato di vedere la questione in termini il più oggettivi possibile. Se non usi l’oggettività, e ti lascia andare all’emotività, ti si parano davanti scenari troppo strappacuore: pensate cosa dev’essere crescere in un posto, considerarlo casa, studiarvi, trovarvi un lavoro, e poi, un bel giorno, sentirsi dire, “no guarda, questa non è casa tua. Ti ci (de)portiamo noi, a casa tua”.
Oggettivamente, la questione è molto complessa. Questi individui non appartengono al paese che i loro genitori hanno lasciato. Sono stati cresciuti ed educati in un altro stato, con un’altra lingua. Il loro paese d’origine è una terra straniera, nulla più di un nome su una cartina, o il motivo dell’accento un po’ strano in bocca ai loro genitori. Perdipiù molti di loro lavorano proprio nella Silicon Valley — tante strutture presenti in quell’area della California avevano aderito ai programmi di inserimento dei dreamers previsti nel DACA. Quindi ora capite perché in Silicon Valley sono particolarmente in subbuglio. E naturalmente anche qui a NYC, il porto numero uno dell’immigrazione americana. Andrew Cuomo, Governatore dello Stato di NY, ha annunciato che farà causa a Trump. Nomi come Facebook, Jp Morgan, Wells Fargo, Apple e Microsoft si sono schierati dalla parte dei loro dipendenti Deamers, offrendo assistenza legale. Le proteste stanno animando le strade da Los Angeles, a Washington, dalla Virginia all’Oregon.
Ieri passavo per caso da Columbus Circle e ho trovato tutto intasato, decine e decine di cop con decine e decine di bici. Mi avvicino con la mia, di bici, e chiedo a uno di loro cosa sta succedendo.
“What’s going on? Is it a rally?”
“No, it’s a protest”.
Lascio il cop filologo (!) alla sua bici e con la mia, m’inoltro nel gorgo di macchine bloccate, guadagnando l’imbocco di Central Park West. Centinaia di manifestanti protestano contro il DACA. I cartelli, gli striscioni, i cori, ricordano le proteste di gennaio contro Trump, e la Women’s March. Voglio fermarmi a scattare delle foto, ma un paio di cop mi dicono “You gatta get out of here”, che tradotto vuol dire, smamma. Obbedisco smammo, ma poi mi fermo in un punto più lontano, scatto qualche foto. Poi me ne vado, con una sensazione di malessere.
La questione è seria perché se il DACA viene effettivamente revocato, non c’è moltissimo che gli avvocati potranno fare per i Dreamers. I Dreamers non hanno la green card, ma un semplice permesso di lavoro per stare negli USA. Se viene tolto loro, dovrebbero fare domanda di visto. 800.000 domande di visto. Ve l’immaginate l’Ufficio Immigrazione, che a stento riesce a star dietro alle domande adesso, cosa potrà fare? E credete davvero che verrebbero prese in considerazione, con questa Amministrazione? Finirebbero dritte dritte sotto il timbro “rejected”.
Credo che alla fine a Trump interessi un’unica cosa. Trovarsi, da un giorno all’altro, con 800.000 posti di lavoro per gli americani “veri”, non quelli di serie B.

E manco a farlo apposta, questa settimana sono stata alla prima de “Nobody’s Watching”, di Julia Solomonoff, film il cui protagonista ha vinto il Best Actor Award al TriBeCa Film Festival — speriamo arrivi in Italia, prima o poi.
Conosciamo Nico, argentino, a New York. Fa il baby-sitter, il cameriere, rubacchia nei supermercati. Cerca, insomma di tirare avanti aspettando che le riprese del film argentino in cui gli avevano promesso una parte comincino. Scopriamo, piano piano, che Nico è un attore di successo, in Argentina. Una di quelle soap in cui gli attori che vogliono una pausa sabbatica e cercare di sfondare a NYC scivolano in coma.
Nico cerca in tutti i modi di conquistarsi una parte in un film americano — e uno spazio nella metropoli. Ce la mette davvero tutta, ma NYC, così come ce la racconta la regista, può essere inconquistabile, no matter how hard you try.
Sentimentalmente Nico passa da un’avventura a un’altra, continuando in realtà ad amare il suo produttore argentino che però, al tempo, lo teneva “nascosto”: sposato con figli, una relazione extraconiugale con Nico non poteva proprio uscire alla luce del sole.
Nel frattempo il film che Nico doveva girare non si gira più, il suo visto sta per scadere e non ha prospettive di come rinnovarlo.
Alla fine Nico non ottiene ciò che credeva di volere, ma forse molto di più. La pace con se stesso e con la sua terra d’origine…

“Nobody’s Watching” è un film che parte piano piano. E pensi di prevederlo, di capire subito cosa ti sta dicendo. E invece no. Si complica cammin facendo e ti presenta tutta una serie di questioni con cui il protagonista è chiamato a confrontarsi — e anche tu del pubblico. Prima fra tutte la sopravvivenza in una città come NYC.
Prima di essere un film sull’immigrazione, “Nobody’s Watching” è un film su questa città. Su quanto ti porti alle stelle un momento — come quando Nico crede di aver trovato l’Eldorado, diventando amico di una produttrice americana — e su quanto ti getti nelle stalle il secondo dopo. Le stalle possono essere semplicemente non avere un appartamento proprio, dover dormire perennemente sul divano di qualcuno, dover accettare il denaro di un’amica ricca mentre le accudisci il figlio. New York City è tutto questo, ci dice il film. Amica e nemica, paradiso e inferno.
Capirete che per una che sta vivendo la fase dell’idillio amoroso con questa città, vederla raccontata così è utile tanto quanto penoso. E se mai fossi colta da un’amnesia fulminante e mi trovassi a chiedermi “perché vado al cinema così tanto?”, la risposta sarebbe “perché il cinema mi tieni gli occhi sempre aperti”.
Mi fa vedere quello che non vorrei vedere.
Il “nessuno che guarda” del titolo è riferito all’indifferenza che puoi vivere in una grande città — non necessariamente NYC, ma ogni metropoli. L’idea che a nessuno importi di nessuno. Ma il “nessuno che guarda” è anche riferito all’innamorato di Nico, che lo ama, ma che è disposto ad amarlo a targhe alterne, come dico io, cioè a intermittenza, soltanto in spazi e momenti non pubblici, sempre nascosti.

Il bello del film è che sfugge ogni etichetta, raccogliendole tutte. Film gay, film sull’immigrazione, film sull’identità, film sulla madrepatria, film sull’appartenenza, film su NYC.
Alla fine della proiezione la regista ha spiegato che questo, secondo lei, è il vero valore della storia — anche se convincerne i produttori è stato, a suo dire, “abbastanza complesso” …
“Nobody’s Watching”, personalmente, rimarrà il primo film in cui ho riconosciuto New York City. Non il Ponte di Brooklyn o Times Square, che tutti riconoscono. Intendo i punti specifici e intimi che rendono una città la tua città. Il Whoolefoods sulla 23esima. La pista ciclabile del Williamsburg Bridge, uno scorcio del Central Park Mall a Central Park e i gradini del Lincoln Center.
Quando ho visto il Whoolefoods sulla 23esima — ed è stato giusto un istante, Nico ci passa accanto in bici — ho pensato, ok, adesso NYC è la mia città. 🙂

Oddio, Fellows, anche oggi km e km di pippone… Sarò punita un giorno, lo so.

Il Frunyc II è aggiornato. E Governors Island dovrà aspettare ancora una settimana. Poco male, aumenta la suspense 😉
Grazie, sempre, dell’attenzione, e saluti, abusivamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 335 from NEW YORK CITY – commenta DUNKIRK, in anteprima!

LET’S MOVIE 335 from NEW YORK CITY – commenta DUNKIRK, in anteprima!

Mare Moviers!

C’è il mare a NYC. Ora so cosa state immaginando. Quello che immaginavo io. Marghera. O le spiagge post-nucleari di qualche paese dell’Est in cui le vecchine zoppicano per le strade battute dal vento portando patate e vodka nella sporta (!). Oppure una Coney Island, con la sua tristezza pagliaccia di cui avevo già raccontato. Oppure gli Hamptons super posh, stipati di ville extra bourgeois, dove mettere piede non è per ora il mio desiderio.
No. NYC mi guarda e se la ride. Me l’ha fatta di nuovo.

Domenica scorsa — e oggi — la mia meta è stata Far Rockaway, una strisciolina tipo Giudecca ai piedi del Queens. Non è esattamente dietro l’angolo. Ma dipende da dove siete di casa. Per me, che di casa sono sulla 150esima, il tragitto ha richiesto un’ora e 40 minuti, ma non tutti in metro, vè. Con il sole fuori e una bici scalpitante in casa, non puoi startene un’ora e 40 minuti chiuso in metro. Allora cicletti lungo l’Hudson, attraversi il Ponte di Brooklyn e raggiungi la fermata della metro di Jay Street. Un 13 miglia, suppergiù. Lì, carichi la bici sulla metro, la A, quella che tutti prendono per il JFK quando devono riprendere l’aereo, con la tristezza nel cuore — stavolta non c’entro: mica l’ho cantato io che leaving New York never easy…
Se proseguite oltre il JFK, la metro vi porta sulla penisola lunga e stretta di Far Rockaway. Lì potete scegliere qualsiasi fermata. Vi si prospettano un’ottantina di isolati di spiaggia. E non post-atomica. Una spiaggia californiana, di quelle larghe, molto sabbiose, in cui i piedi sprofondano, e il mare è muscoloso e sabbioso, niente Caraibi.
Ma prima di accedere alla spiaggia, una striscia larga di pianticelle piantate da poco. Prima di accedere alla spiaggia e alle pianticelle, un quartiere tutto nuovo nuovo con case bianche e di tutte le tonalità dei pastelli — gialline, verdine, azzurrine. Non ho potuto non pensare a Martha’s Vineyard, quell’atmosfera da isola di mare esclusiva, i turisti benestanti con i maglioni di cotone grezzo, i pantaloni di lino e quell’aria serena delle persone arrivate. Questa è la versione newyorkese. NON è Martha’s Vineyard. Ma c’è qualcosa che la ricorda. Forse anche solo il colore di questi villini tutti uguali, tutti Wisteria Lane — qui vi voglio, con la citazione… — che mi proiettano dritta dritta in un clima balneare 100% americano.
Prima di prendere possesso del mio posto sulla spiaggia, percorro in bici tutto il lungomare. Tutto nuovo nuovo, dicevo. L’Uragano Sandy, nel 2012, ha spazzato via tutto, qui. Noi non abbiamo percepito quanto disastroso sia stato per NYC, quest’uragano. Ma lo è stato. Praticamente tutti i lavori di manutenzione che ti rallentano i weekend se devi prendere la metro, sono per rimettere a posto il diavolo a quattro che Sandy deve aver fatto nel giro di poche ore.
Qui, hanno rimesso tutto a nuovo. Il percorso pedonale e ciclabile che si snoda lungo il mare, locali, servizi. Tutto brand-new. Rimango sbalordita.
A NYC uno si abitua al “basic”. La metropolitana, l’abbiamo già detto è sporca, incasinata, alcune fermate sono l’avamposto della fine civica. Nulla a che vedere con il bonton di quella parigina. Con la precisione di quella londinese. I bus sono assai provati. I sedili hanno accomodato troppi sederi, troppo sovrappeso per non riportarne memoria. NYC ti abitua a questo tipo di essenzialità. Questo, se da un lato ti costringe a rivedere le tue abitudini, dall’altro, ti consente di apprezzare ciò che di meglio trovi in giro. Ti fa anche capire che con l’essenziale puoi farcela. Tutto il resto è un extra. Lusso.
Allora non ti aspetti una zona balneare con bagni in strutture avveniristiche in legno e acciaio, fontanelle per l’acqua, docce, docce per i piedi e persino i dispenser di crema solare — davanti alla lotion-to-go volevo chiamare in Svizzera e chiedere se sul Ticino hanno approntato questo tipo di servizio, loro che sono sempre così servizievoli…
Ma non sono solo il mare e i localini pieni di infradito, profumo di olio di cocco, e le bancarelle con prezzi così cheap da ricordarmi che nonostante tutto esiste, in questa città, un’evidenza di cheapness, che brilla come il sorriso buono della fata Turchina. Sono i newyorchesi, a fare di Far Rockaway, un’esperienza “Surfin’ USA”. Perché qui si surfa, ed è una cosa seria.
Donne, uomini, di qualsiasi età. D’un bianco latte come solo gli irlandesi. La tintarella non interessa, anzi, il sole è nemico. Indossano il costume e sopra il mutino, o una maglia a maniche lunghe. Hanno delle strisce rosa, azzurre e verdi sul volto: orizzontali sotto gli occhi, e una verticale lungo il naso. Come quelle nere dei rugbisti australiani, gli All Black, per interpretare un Haka più convincente. Vedo un surfista passare uno stick a un bambino. Gli dice, “try it”. In un attimo il bambino diventa un lottatore maori, ma del clan dei Puffi. Capisco che è per proteggere le parti particolarmente sensibili dal sole nemico. Penso che i newyorkesi abbiano un talento particolare nel trasformare una cosa silly in una cosa cool. Sarei quasi disposta a barattare la mia protezione 10 con questa loro invenzione colorata a protezione con uno zero in più della mia. Poi però penso che loro non sono qui per abbronzarsi. Sono qui per surfare. A ciascuno le proprie priorità.

Ora, dopo aver visto ciò che fanno i surfisti neozelandesi con l’oceano assassino che si ritrovano, non penso di stupirmi per le abilità atletiche dei surfer dello Stato di New York. E infatti non mi stupisco. Ma è la serietà con cui approcciano il tutto, a meravigliarmi. Le biciclette sono dotate di ganci laterali che permettono loro di scarrozzarsi dappertutto la tavola su due ruote. Prendono il mare e ci stanno dentro delle ore — delle ore — in attesa dell’onda perfetta. Ripeto, siamo nel Queens, non a Bondai Beach.
Sono le donne, tuttavia, ad attirare la mia attenzione — oddio, anche un paio di toraci usciti dritti dritti dall’indubbio talento di Dio non sono passati inosservati. Ma le donne… Stazza surfista. Niente “skinny bitches” — così si apostrofano qui le magre, non dite nulla… Spalle solide, piedi grandi, camminata valchiria. Dicevo, qualsiasi età. Dai 18 ai 60, e più.
Penso all’Italia. Le 60enni in Italia fanno jogging, trekking. Magari nuotano. Ma surfare? Con il mare grosso? Mmm, non ce le vedo molto. Qui invece lo fanno. Non so perché. Mi piacerebbe saperlo. Non credo sia una questione di parità sessuale. Quella è stata superata. E’ più per senso di libertà, credo. Lo capisci da come si buttano in mare. Non un istante di esitazione. Prendono il mare, letteralmente.
Se le nonne/zie sono così, immaginate come crescono le nipoti. Si parla tanto di come siano toste le newyorkesi. Ed è vero, lo sono. Forse nei decenni passati aveva a che fare con l’adattamento e la sopravvivenza. Vivere in una metropoli richiede “stamina”. Energia, grinta, anticorpi. Ora che tutto questo è stato processato e interiorizzato a livello di specie e gender, si tratta di “semplice” libertà. Di agire la libertà. Fare quello che si vuole. Anche un’ora e mezza di metro, stare in acqua un paio d’ore e poi tornare a Manhattan. Anche a sessant’anni. Settanta. Who cares.

Ma naturalmente non c’è solo quel tipo di donna. La tosta, indipendente, un filo androgina che si butta fra le onde. Ci sono anche le madri di famiglia. E qui sì, tutto il mondo è paese.
Vedo arrivare una famiglia di afroamericani. Padre, madre e tre figli. La maggiore potrebbe essere la prossima Halle Berry. L’età di Lolita. Gazzella, inconsapevole di esserlo, a differenza di Lolita. Il piccoletto è una briciola di un anno o poco più, e il ragazzino di mezzo è quello che definirei moccioso. Sette anni, trouble-maker. Ma sono i genitori, a impressionarmi. Lui avrà non più di 35-38 anni. Corporatura montana. Nel senso che è una montagna. Canottiera bianca, pantaloni da basket sotto il ginocchio, scarpe da ginnastica, barba talebana e capello rasato. La moglie, anche lei, non più di 32-35 anni. Il costume azzurro la strizza tutta. Quando si alza per accompagnare la briciola in riva al mare, vedo quanto il junk food possa danneggiare un corpo. Fatica a camminare, le cosce fanno attrito l’una contro l’altra. Anche il marito fatica, ma lui più per pigrizia. Dal broncio che porta capisco che la domenica in spiaggia è stata un’idea della moglie. Lui vorrebbe piuttosto annegare in un divano di patatine e Playstation, salvato, di tanto in tanto, dalle notizie sportive. Invece si è scarrozzato borsa-frigo, sedie, giochi, e tutto l’armamentario da spiaggia davanti al quale siamo tutti uguali — italiani, americani, francesi, tedeschi, forse gli unici a fare eccezione sono gli svedesi perché l’IKEA permette loro di montarsi la casa in spiaggia.
Più tristezza di tutti, comunque, me la fa un gruppo di latine, dietro la famiglia afroamericana. Radio con “Despacito” e sim., una pizza gigante in mezzo al lenzuolo — gli asciugamani sono troppo piccoli e siamo pur sempre in America, dove la grandezza è tutto. Sono le 3:30 pm, quindi suppongo che la pizza sia da considerarsi l’ammazzacaffé?
Anche sui loro corpi il junk food ha scritto un verdetto difficilmente emendabile. Ma non è una questione di peso. Sono truccate in maniera molto vistosa, passano il tempo a mettersi in posa per il fuoco di fila di selfie che si sparano a vicenda, mentre flirtano con l’unico maschio — sicuramente alfa — del gruppo. C’è qualcosa che aleggia sopra di loro. L’urgenza di espletare bisogni fisici, pratici — mangiare, bighellonare, cuccare. La mancanza assoluta di visioni alt(r)e è presente più di una presenza.

In mare, davanti a me, ho il prototipo della donna che tutte le donne dovrebbero avere la possibilità di diventare. Libera, selvaggia e se stessa. Dietro di me, ho quello che le donne non dovrebbero più voler diventare. Brutte copie di modelli con cui i media ingozzano e inquinano i loro sogni.
Mi trovo esattamente in mezzo a questi due estremi. Gli occhi guardano avanti, ma c’è una mano che tira indietro.
NYC è anche questo.

…E questa settimana è stata la settimana del Village East Cinema, nel Lower East Side, una sala che per la mia sopravvivenza non abusa dell’aria condizionata come qualsiasi luogo pubblico — metro compresa — in questa città. Fra le “cose su cui NYC deve lavorare”, sicuramente il rapporto malato con il condizionamento dell’aria.
Parte del mio ferragosto è trascorsa a “Dunkirk”, grazie a un Christopher Nolan che si è dimostrato il grande regista che è. L’abbiamo ammirato sin da “Memento”, passando per la trilogia di Batman, “Insomnia”, “The Prestige”, “Inception” — quando le architetture cerebrali sfiorano il lisergico. Gli abbiamo perdonato “Interstellar” — proprio non lo digerisco. “Dunkirk” diventerà uno spartiacque nella storia del cinema bellico. Così come c’è un prima “Salvate il soldato Ryan” e un dopo “Salvate il Soldato Ryan”, ci sarà un prima “Dunkirk” e un dopo “Dunkirk”. Se il film di Spielberg aveva svelato il lato umano della guerra — il sangue, i corpi dilaniati, il dolore fisico — così come mai era stato mostrato prima, il film di Nolan accende si concentra sul tempo. Perché la guerra sovverte e perverte tutto, a partire dalla percezione del tempo. Specie se siete 400.000 soldati inglesi ritiratisi sulle spiagge francesi di Dunquerke, dopo la prima grande offensiva lanciata dalla Germania nazista. 400.000 soldati in attesa di essere evacuati, di attraversare la Manica e tornare in patria.

“Dunkirk” racconta i fatti avvenuti durante l’evacuazione dalla cittadina francese, fra il 27 maggio e il 4 giugno del 1940. Con i tedeschi a impedire l’impresa, ovviamente. Dire che “Dunkirk” racconta, è inesatto. “Dunkirk” architetta tre spazi-sequenze, “Il molo”, “Il mare”, “Il cielo”, in cui ambienta tre storie che finiscono per sovrapporsi. Tommy è un soldato inglese che sopravvive all’attacco dei tedeschi e cerca in ogni modo di raggiungere un’imbarcazione che lo riporti in Inghilterra. Nel frattempo, per riportare in patria i soldati, la Royal Navy ordina ai civili proprietari di barche di qualsiasi tipo di dirigersi a Dunkerque e di caricare quanti più soldati possibile. Mr. Dawson accetta e parte con il figlio e un amico del figlio con la sua barca. In cielo, un duo di piloti tipo Goose e Maverick (!!), cercano di dare una mano come possono. Uno dei due viene affondato mentre l’altro, Farrier, prosegue il volo e arriva sopra Dunkerque, dove è in corso l’evacuazione a bordo delle navi civili sotto il continuo attacco degli aerei tedeschi. Farrier riesce a colpire uno degli aerei, salvando così le truppe alleate e le navi… Però finisce il carburante e lui, be’… ma non faccio spoiler.

Il film è tutto di corsa, perché così storicamente fu. Una corsa contro il tempo. Ovviamente lo spettatore rimane con il fiato sospeso tutto dall’inizio alla fine. Primo perché non ricorda esattamente quell’episodio della Seconda Guerra Mondiale — oppure magari lo ricorda, molto più decorosamente della pessima sottoscritta. E secondo perché quello è esattamente l’effetto ricercato da Nolan. Non già la pietas, l’empatia, ricercata da Spielberg o da Malick in “La sottile linea rossa”. Quanto piuttosto l’angoscia di non farcela, di non correre abbastanza veloce — come Tommy quando scappa dai proiettili tedeschi — oppure di non riuscire a prendere quella scialuppa, quella nave che ti porterà a casa, o di non nuotare abbastanza bene e riemergere a galla dopo che un sottomarino ha fatto saltare la pancia dell’imbarcazione in cui ti trovi.
Nolan costruisce una macchina claustrofobica nella quale rinchiude non solo i suoi protagonisti, i 400.000 soldati inglesi spiaggiati, ma noi tutti. Si serve di una colonna sonora che fa un uso oculatissimo del silenzio, dei bassi e di parti stridenti, quasi cacofoniche nei momenti di massima tensione, per poi virare nel melodico quando la situazione si sta per sciogliere.
E’ un “bring-the-boys-back-home” movie, quindi c’è una componente emotiva forte, che tuttavia, a parte il finale, esce fuori con misura e compostezza. Mi riferisco al fotogramma in cui il capitano britannico interpretato da Kenneth Branagh, si commuove, vedendo arrivare sulle spiagge di Dunquerke centinaia di barche civili inglesi di ogni dimensione e foggia. “Riesco a vederla…. Casa”, sussurra. Quel fotogramma gli varrà l’Oscar, perché passare dalle nubi di morte che gli hanno oscurato il viso fino a quel momento, alla luce, al sereno, alla speranza, alla vita, vale certamente una statuetta.
E quanto all’emotività. Questo genere di film mi solleva sempre un dubbio. Ma i tedeschi di oggi, vedendo tutto ciò, come si sentiranno? Perfettamente a loro agio, tanto il passato è passato e loro non portano sulle spalle le colpe dei loro padri? Oppure a disagio, a vedersi come i nemici, i cattivi, quelli da cui bisogna disperatamente fuggire? Magari questo dubbio è fuori luogo, ma io ci penso ogni volta che mi capita un film sulla Seconda Guerra Mondiale.

Visivamente, “Dunkirk” è uno spettacolo di quelli che si vedono di rado. Niente effetti speciali cheap, niente computer grafica, “solo” tecnologia Imax per assicurare la massima verosimiglianza delle scene — leggo da Wikipedia “IMAX è un sistema di proiezione che ha la capacità di mostrare immagini e video con una grandezza e una risoluzione molto superiore rispetto ai sistemi di proiezione convenzionali”. E caspita se ci riesce! Tutto è estremamente realistico. La scena in cui la nave viene colpita da un razzo sottomarino vi fa tremare i polsi per mezz’ora. E lo stesso dicasi per le scene sott’acqua, per le cabrate dello Spitfire in cielo, per l’incendio che si scatena in mare quando il petrolio fuoriuscito dalla nave prende fuoco, e gli uomini con lui.
Eppure dicevo, non una goccia di sangue. Niente pancia. Niente Melgibsonate alla “Hacksaw Ridge”… Siamo dentro la scena e non grazie al 3D, o a questo IMAX, ma grazie alla maestria di un regista-architetto che taglia, monta, costruisce le singole scene con l’idea di fare dello spettatore il centro della scena. Questo, capirete, non solo crea quell’effetto claustrofobico di cui vi parlavo, ma anche di correre contro il tempo.
Nolan vuole lasciare il segno. E ha capito che membra d’uomini, moncherini e facce scoppiate forse lì per lì impressionano, ma non s’imprimono nella memoria. Siamo troppo abituati, oggi, alla pornografia della barbarie: l’orrore ci viene sbattuto in faccia continuamente, in tv, su youtube, ovunque. Dalla barbarie bisogna derivare delle icone. E’ soltanto attraverso di esse, che fissiamo un’esperienza nel nostro archivio personale a lungo termine. La potenza metaforica di una spiaggia con sopra una distesa di elmi riversi vale più di qualsiasi corpo smembrato. Non dimentichiamo quanto scalpore fecero, nel 2009, le immagini delle bare ricoperte dalle bandiere americane con i corpi dei marines morti durante la “lotta al terrorismo” in Medio Oriente. Abbiamo sempre bisogno dell’allegoria se vogliamo tenere in pugno l’immaginario collettivo. Le religioni lo sanno sin dalla notte dei tempi. Anche la poesia, ovviamente.

Piace del film di Nolan, anche la storia del sopravvissuto. Tommy è una specie di Oliver Twist a cui ne capitano di tutti i colori, ma che alla fine, riesce ad arrivare in patria. Piace anche la meticolosità psicologica con cui costruisce le azioni e i pochissimi dialoghi — quello che accade sulla barca di Mr Dawson con i due ragazzi è un film-nel-film. Piace, infine, imparare qualcosa di nuovo, storicamente, emotivamente, personalmente, umanamente. Quando il cinema fa tutto questo, be’, possiamo dirci ben più che soddisfatti.
E se un film di guerra ha conquistato me, da sempre recalcitrante al genere bellico, voi, my Moviers, belli, ribelli e bellici, non potete assolutamente perdervelo. In Italia esce il 30 agosto.

E anche per oggi è tutto. Governors Island, la prossima settimana… E i movies outdoors, naturalmente 😉

Il Frunyc è qui. I titoli delle foto arriveranno prima o poi… 🙂

Vi ringrazio dell’attenzione e vi mando dei saluti, balnearmente cinematografici.

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