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LET’S MOVIE 404 da NYC commenta “STYX” di Wolfgang Fischer

LET’S MOVIE 404 da NYC commenta “STYX” di Wolfgang Fischer

MoMA Moviers,

Non quello solito, l’isolato nell’isolato tra la 53esima e la 54esima, la Sesta e la Quinta Avenue. Quello nuovo. “The new MoMA. The reimagined museum”, come si grandeggia qui.

Da un bel po’ di tempo il MoMA sta lavorando a questo lifting. Nel corso degli ultimi mesi, alcune sale sono state chiuse, e una parte dell’isolato in cui si isola, è fasciata da impalcature dietro cui si celano chissà quali chirurgici misteri. Questo restyling avrà una ripercussione non da poco sulle attività del museo — e sulle mie abitudini — giacché, è notizia di qualche settimana fa, il museo chiuderà per la bellezza di 4 mesi abbondanti, dal 15 giugno al 20 ottobre, dell’anno in corso d’opera.

La notizia è stata accolta con sommo sgomento dai sui Membri, sgomento capitanato da quello della qui presente, che del MoMA, come sapete, ha fatto la sua seconda casa.
Questo, per vari motivi.

Innanzitutto, il museo è un po’ come la metropolitana. Non chiude mai. O meglio, chiude a Natale, il primo dell’anno e il giorno del Ringraziamento. Ma per gli altri 362 giorni, spalanca sempre le porte al mondo. È una bella sensazione. Una bellissima sensazione. Infonde calore, sollievo, come un esemplare unico d’estate dopo una mandria d’inverni tutti uguali.
Poi l’offerta. I talks. E i film, come dico sempre. Racchiusi dentro rassegne spalmate su tutto l’arco della giornata. Così se siete un’infermiera che fa il turno di notte, si ritrova temporalmente sfasata, e proprio non riesce a dormire al mattino o nel primo pomeriggio, potete infilarvi in una matinée. Oppure se siete dei comuni mortali da nine-to-to-five, potete portare tutta la vostra comune mortalità allo spettacolo delle 6 pm, che vi regala anche l’ora di mezzo per il commuting.
Per le amanti della notte, c’è lo spettacolo delle 7:30 pm, che okay, non è proprio notte, ma il museo dovrà pur chiudere, a qualche ora, per ripresentarsi l’indomani, in piena forma, gisuto? Quindi, l’amante notturna qui presente sta zitta e non si lamenta.

Certo ho capito che non tutto quello che passa per il convento del MoMA, è arte. Questa è stata una verità dura da accettare. Il MoMA, per noi europei — o perlomeno, per me — ha sempre rappresentato lo scalino più alto dell’olimpo museologico. La terra promessa ambìta da ogni artista e la meta di ogni turista pazzo di New York — il 99,99% dei turisti sono pazzi di New York, o dell’idea che hanno di New York.
Quindi, vederti passare filmetti di quart’ordine, filmetti che nella traversata verso la cinematografia di qualità occuperebbero si e no un posto in cambusa, vederteli passare su uno dei due teatri del museo, solo perché legittimati/blasonati dall’etichetta “produzione indipendente”, oppure “regista burmese” oppure “progetto LGBTA” — dove la A finale di recente acquisizione sta per Asexual, e fra un po’ si aggiungerà anche la L di Liquid, visto che l’ultima frontiera toccata dai maniaci delle etichettature identitarie è “Liquid” di “Gender-liquid”, e noi finiremo tutti stampigliati come quarti di manzo — vedersi questa robaglia, ti fa cadere le braccia molto più che se la vedessi in un cinemino d’essai o in un multisala da blockbuster.

Sì perché il MoMA fa le marchette. Sì, anche lui. Verso novembre, fino ai primi di gennaio, si svolge una rassegna chiamata “The Contenders”, che ripropone i film che hanno riscosso successo di critica e di botteghino. Tra i titoli proposti nell’ultima edizione, “Mission Impossible”. E non intendo il primo, che potrebbe essere considerato archeologia degli action movie. L’ultimo, “Mission Impossible – Fallout”. Io non sono per le porte chiuse agli action movies, per carità. Ma comunque tu sei il MoMA, e uno straccio di selezione, diamine, la devi fare.

Tra le varie iniziative, ci sono le “Members Previews”, le visite alle mostre in anteprima, e le “Member Early Hours”, per i membri usignoli a cui piace avere un’ora di museo tutto per sé, dalle 9:30 alle 10:30 am, oppure le “Member Night Hours”, per i membri allodole — e le amanti della notte — a cui piace avere due ore di museo tutte per sé, dalle 6:30 alle 8:30 pm.
Io che sono un’allodala, preferisco sgattaiolare nella fascia serale. Ed è un privilegio assoluto, avere un museo tutto per sé. Or well, quasi tutto per sé. I Membri del MoMA non sono esattamente quattro gatti, né quarantaquattro, né quattrocentoquarantaquattro, ma ben di più. Ma il museo è grande, e ti capita di trovarti spesso da solo in una sala con Pollock. Oppure Hopper. E in quei momenti io credo di essere la persona più ricca della terra, più sana della terra, più benedetta della terra. Credo che i collezionisti perseguano quella sensazione, quando vogliono a tutti i costi una tela, e sono disposti a sborsare milioni.
Non so, tuttavia, se sia lo stesso. Personalmente, considero l’arte un bene dell’umanità, non del singolo. Forse io mi sentirei male ad avere un Giacometti tutto per me, a respirare tra le crepe di un cretto di Burri. Dico forse perché non ne ho l’assoluta certezza. Così come so che probabilmente svilupperei un’addiction per il gambling se mi avvicinassi con troppo cash a un tavolo da black jack, allo stesso modo potrei cadere nel vortice del collezionsimo selvaggio.
A volte è un bene che certe strade ci siano precluse.
Opportunity makes a thief, si dice anche in inglese.

Ovviamente ci sono vari livelli di Membership. Fino a qualche giorno fa, io, da basica quale sono, ero il basic member.
Il profilo del basic member? Dunque, il membro basico, oltre a non essere affatto acido (!), vuole sostanzialmente avere accesso illimitato al Museo, fare l’usignolo o l’allodola nelle mattinate e nelle serate in cui il MoMA lo consente, vedersi i film gratis, e partecipare ai talks.
Non è interessato a party, eventi speciali, cene al museo, tour personalizzati con i Chief-Curator e tante altre iniziative risesrvate ai membri di livello avanzato e avantissimo che cacciano molti dollari, moltissimi dollari all’anno.
Fruitori bulimici, noi membri basici siamo per il tanto e subito. Quelle finezze da palati dell’Upper East Side non fanno per noi.
Sono assai fiera di appartenere alla plebe delle membership. Tira fuori il bolscevismo che è sepolto in ognuno di noi — c’è un po’ di Lenin in ognuno di noi, dopotutto.
Questo è stato così fino alla settimana scorsa, quando la mia membership da operaia è scaduta.
E con l’astuzia, ho tentato l’upgrade — c’è anche un po’ di Adam Smith in ognuno di noi, dopotutto.
Ho scoperto che c’è una splendida membership riservata agli artisti che costa 35 miseri dollari all’anno — contro gli 85 dei basici — e che il MoMA la rilascia a chi opera nel mondo dell’arte.
Ora, io non sono un’artista visiva, questo si sa. Ma poeto. E la poesia non è forse una forma d’arte?
Armata di questo silloggismo, micidiale nella sua semplicità, tiro i miei dadi e vedo se la fortuna mi assiste.
Tutto sta a chi incontri al desk delle membership. Se incontri l’americano che applica il regolamento alla lettera, oppure se incontri l’americano che è disposto a bersi il tuo sillogismo, micidiale, e dolcissimo, nella sua semplicità.
Trovo la seconda categoria. 🙂

Quindi da una settimana sono un “Member Artist”. Questo nuovo livello non solo ti permette di risparmiare 50 dollari, ma anche di beneficiare di altri privilegi riservati ai Membri di livello superiore. Quindi ora mi arrivano inviti per eventi dai quali prima, come bolscevica basica, ero bandita.
Fra questi, giovedì, una conversazione: “New MoMA: Member Conversation. Ann Temkin, The Marie-Josée and Henry Kravis Chief Curator of Painting and Sculpture, in conversation with Peter Reed, Senior Deputy Director for Curatorial Affairs”.
Come vedete, ci tengono molto, alle cariche.
“The conversation will be followed by a reception in The Agnes Gund Garden Lobby”.

A me, del ricevimento, interessava quanto a Donald Trump interessa il nome corretto di Tim Cook (!). Ma l’idea che l’atrio principale del Museo, quello che dà sul giardino interno, quello che sorge sotto la scalinata nera stile Bauhaus che porta ai piani superiori, l’idea che quell’atrio lì fosse allestito a banchetto, con i Membri higher-level scivolassero tra flute di champagne e bicchieri in cui far volteggiare il porto, disquisendo dello scarto fra Transavanguardia e Postavanguardia, tutto questo mi faceva pregustare un momento tra realtà e cliché che non avrei voluto perdere.

Allora giovedì sera, vado al talk e prendo posto nel teatro 1 del MoMa. Intorno a me non ci sono quattrocentoquarantaquattro membri, ce ne sono molti meno. Un centinaio.
La selezione, ammica Darwin verso Adam Smith.

Il Chief Curator, Peter Reed, è una pasta d’uomo. Molto amabile, voce ovattata, tranquillità rodata da anni di problemi risolti, di scazzi dissolti nell’acido dolce della diplomazia. Ci spiega di come il New MoMA diventerà una “multi-medium institution” che mescolerà espressioni artistiche diverse. Questo perché gli artisti sono, di per se stessi, delle “multi-media creatures”.
Io annuisco e annoto, ben detto Peter.
Molto spazio sarà dedicato al cinema — e io salivo — e a modalità sorprendenti di come affiancare cinema e arte visiva. Poi iniziative legate alla danza.
Dopo aver estenuato il concetto della multi-medialità passandolo per il tritacarne della sinonimia — mescolare, combinare, fondere, associare, unire, coesistere, convivere, e naturalmente “cross-pollinate”, l’amatissimo verbo della contaminazione spogliata da ogni accezione negativa — Peter lascia la parola a Ann Temkin.

Ann è una di quelle donne che hanno perso la donna dietro il ruolo che sono diventate. Capo curatrice della sezione pittura e scultura del primo museo del mondo non dev’essere una passeggiata, quindi capisco la perdita. Tuttavia, perdere una donna per un ruolo, è un lutto nero e proprio.
Giacca lunga sopra gonna lunga, taglio Gestapo, ma sartoriale. Un Donna Karan, a occhio. Capelli cortissimi e arancione Cheetos. Occhiali in pendant, che non toglierà mai, preferendo tenerli sulla punta del naso e guardando noi del pubblico da sotto in su, come il professore di latino dell’inconografia classica, che non aspettava altro che ucciderti chiedendoti la proposizione completiva.
Il viso di Ann è una landa post-nucleare dove un’esplosione atomica si è portata via ogni forma di sorriso. Quello che riesce a mettere insieme, con grande e visibile sforzo, è una smorfia che le contrae il viso, congelandoglielo in un’espressione da strega. Le streghe quelle vere, vive e vegete, non le donne bruciate al loro posto nel Medioevo.
Ann spreme lo spremibile dal concetto dello spazio multi-medium. Ma ci parla anche delle giustapposizioni che verranno proposte. Tipo affiancare Remedios Varo a Giacometti — e io salivo, salivo. Oppure ci promette che artisti ignorati — soprattutto donne — si prenderanno la luce che meritano, come Tarsila do Amoral — davanti a “Moon”, proiettato sullo schermo, salivo, salivo e salivo.
Si premura anche di sottolineare, che dopo aver visto il New MoMA, tutto il resto ci parrà vecchio.
Al ché io freno, piano, Ann, piano, don’t count your chickens before they hatch — che da noi si dice il gatto nel sacco, e qui usano le galline e la cova.
Capisco accendere le aspettative, ma finire bruciati è un attimo.

Finalmente aprono il Q&A.
Io ho una domanda che mi preme da dentro come un dente del giudizio — quando il biografico invade il meaforico…
Due membri più rapidissimi di me, alzano la mano.
Spero che mi lascino il tempo di parlare.
“We have time for one last question”, rintocca Peter, e il valletto con il microfono, viene dalla mia parte.
Grazie, Peter. Grazie, valletto.

La mia domanda mi sembra talmente banale, talmente elementare che spero di non suscitare l’ilarità generale. Se poi la susciterò, pazienza, avrò compensato tutta l’ilarità morta sulla landa post-nucleare del viso di Ann.
Mi alzo, mi schiarisco la voce, ed esordisco dicendo che sono italiana, quindi sentiranno un po’ di accento. Lo dico sempre. In qualche modo mi aiuta a superare l’incoscienza che mi spinge a buttarmi, porre una domanda davanti a una platea di Membri d’elite del Museo numero uno al mondo.
Se non è incoscienza questa…

“Avete parlato di spazio in cui convivranno tanti medium artistici diversi, e ne sono entusiasta. Tuttavia, ho notato che nessun riferimento è stato fatto alla parola. La parola scritta, intendo. La parola è senz’altro un medium artistico, e non solo perché tanti artisti l’hanno utilizzata nelle loro creazioni — penso ai Futuristi — ma anche perché abbiamo la poesia. Ecco, mi chiedevo, ci sarà uno spazio dedicato anche alla parola, alla poesia? Se non ci sarà, magari potreste metterlo in lista per il nuovo MoMA del 2040”.
Va sembre bene concludere con dell’ironia 🙂
E naturalmante la domanda è una domanda interessata.

“That’s an excellent question”, dice Peter, guardandomi dolcissimo. Una dolcezza dietro cui leggo del panico, perché ho toccato un punto su cui non possono dire nulla. Peter guarda Ann, che gli siede accanto come un blocco di ghiaccio. “Non so, Ann, quanto possiamo rivelare su questo punto…” Ann rimane impassibile. Non mi guarda nemmeno, e per fortuna: se l’avesse fatto, io, a quest’ora, starei in un posacenere.
Peter continua “Non possiamo dire molto, ma posso assicurarti che rimarrai soddisfatta da quello che vedrai…”. E poi, per qualche minuto, loda il potere della parola e i punti di contatto della parola con le arti visive.
Ann aggiunge qualcosa che non c’entra assolutamente nulla, e così si conclude il talk.
Peter ci invita tutti nell’atrio per il ricevimento “e further talking”.

Appena mi alzo, tre o quattro persone del pubblico mi si avvicinano e mi dicono “Bellissima domanda, in effetti è vero. Hanno parlato di tutte le forme d’arte, e non hanno parlato delle parole….”
Infatti.
Io ringrazio tutti, e un po’ mi tremano le gambe. Anche se continuo a credere che la mia domanda sia di una logicità, di una banalità, da terza elementare.

Dietro di me, una vocina piccola piccola.
“Allora sei italiana? Da dove?”
Mi giro e mi trovo una signora di mezza età, piccola piccola come la sua voce. Sembra uscita dagli anni ’70. Maglione anni ’70, capello anni ’70, borsa anni ’70. La sintesi tra Shirley e Laverne di “Shirley & Laverne”.
Si chiama Kathleen, e tempo due minuti, capisco che è uno spasso. Avvocato, originaria della California ma newyorkese di adozione, ha frequentato la seconda media a Trieste, e parla un’italiano che i miei studenti si sognano nei loro sogni più spinti.
“Domanda bellissima. Coraggiosa, alzarsi in piedi davanti a tutti, brava!”
Quando un americano declina “bravo”, capisci che ne sa di italiano.
Parliamo fitto fitto raggiungendo il ricevimento.
Il ricevimento consta in vasi di porcellana bianca a forma di vaso per gerani, pieni di popcorn. Da bere, prosecco e acqua naturale.
Ricevimento??
Mr MoMA, vediamo di rivedere i fondamenti delle politiche ricettive, eh.

Sentendoci parlare italiano, un’altra donna di mezz’età si avvicina.
“Italia, bella”.
Eccoci risprofondati nell’anglofonia più buia.

Viene fuori che è una rilegatrice di libri antichi del Regno Unito, e che si chiama Griselda.
Ho passato alcuni mesi a Roma, molti anni fa, spiega Griselda.
Ci racconta questo aneddoto.
Al controllo passaporti dell’aeroporto, un poliziotto le dice: “Griselda, come quella del Boccaccio”. Allora lei chiede se in Italia tutti leggono il Boccaccio. Certo, le risponde il poliziotto, in Italia tutti conoscono Boccaccio.
Griselda aggiunge che lei non conosce Boccaccio, non sa che Griselda è un personaggio di una delle sue novelle — peraltro “l’unica noiosa, l’unica che si comporta bene!”, commenta Griselda, ridendo.
Il padre le aveva dato quel nome perché Griselda era un personaggio dei “Canterbury Tales” di Chaucer.
Dopo aver sentito di Boccaccio, Griselda si è letta il “Decameron”.

Io le dico con non poco orgoglio che il “Decameron” è uno dei libri più divertenti della letteratura italiana e sì, certo lo conosciamo un po’ tutti, chi più chi meno — qui ritocco, non so, in verità, quanti l’abbiano letto…
Dentro di me, m’inginocchio al cospetto di quel poliziotto, e lo ringrazio. Lo ringrazio per aver portato la letteratura, all’interno di un cubicolo controllo-passaporti di un aeroporto, e per averla divulgata a modo suo.

Sentendoci parlare italiano, si avvicina un signore distinto, si complimenta per la mia domanda e mi chiede di dove sono. Viene fuori che si chiama Ross, ma il suo nome non è davvero “Ross” all’americana, è Rosario, all’italiana: suo nonno emigrò da Garlasco.
E giù che finiamo a parlare di Pavia, che si dice Pavìa e non Pavia!

E poi, con gran godimento, critichiamo il MoMA, e il talk, dall’alto della nostra Membership d’elite.
…Perché lui, Peter, anche bravo e a modo eh, ma lei, lei un’arpia d’altri tempi… Comunque dovrebbero migliorare il sistema di prenotazione biglietti online, non ci si capisce niente… E poi dovrebbero darsi una regolata con i film dì gran nome e infima qualità, certi obbrobri… E poi “Mission Impossible”? Seriously??… E poi vabbé, anche chiudere quattro mesi, cioè, quattro mesi…
Come faremo quattro mesi??

Insomma, con questo MoMA, ci diamo giù di mazzate e carote. Più mazzate.

A evento finito, esco sulla 54esima, nel gelo di marzo, e rido. Rido come una scema, pensando alla favola di serata fra il cavalier servente Peter, la strega Ann, la boccaccesca Griselda, l’avvocato minuscolo Kathleen, con il passato triestino, che mi abbraccia tre volte prima di lasciarmi andare, ma non prima di avermi dato il suo biglietto da visita, accompagnato da “Scrivimi, vediamoci!”.
E il gigante MoMA ridotto a cavia sotto il nostro bisturi da Member d’elite…

Questa settimana sono andata, dopo parecchio tempo, nel tempio dei film d’essai di New York — il Film Forum. Zona Greenwich Village. L’occasione mi si è presentata perché davano “Styx” di Wolfgang Fischer, un film apparentemente piccolo piccolo ma decisamente grande grande, che non volevo assolutamente perdere.
Ogni tanto ci vedo giusto: “Styx” è una delle migliori opere sull’immigrazione che io abbia visto negli ultimi anni. Se non la migliore. Di gran lunga migliore dell’osannato “Fuocoammare”.

Presentato al Festival del Berlino e al Toronto Film Festival 2018, “Styx” si apre a Gibilterra con un’inquadratura — molto molto intrigante — di due scimmie che camminano a piede libero per la città. Dopo i primi cinque minuti, ci trasferiamo in Germania, dove incontriamo una donna intorno alla quarantina. Una dottoressa, Rikke, intenta a salvare una vita, in ambulanza. Ritorniamo a Gibilterra, dove la vediamo caricare di viveri la sua barca a vela. È in procinto di partire in solitaria per raggiungere un’isola tropicale al largo di Sant’Elena. Un’isola frequentata da Darwin — e già cominciamo a tracciare alcune righe fra le due scimmie del meraviglioso prologo, e la meta della dottoressa…

Noi pubblico salpiamo con lei. Rikke è sola, e a noi del pubblico piace fare compagnia a personaggi soli, specie se in mezzo all’Oceano. Il regista è stato furbissimo: ha adottato un setting molto intimo e chiuso — la barca — nonostante il contesto a cielo aperto in mezzo al mare.
Rikke è una tostissima, fa tutto: la marinaia, la capitana, legge libri con illustrazioni delle foreste che pregusta di visitare di lì a poco, e quelle stesse foreste, le sogna pure.

A un certo punto, la quiete del suo trantran marino s’interrompe. Rikke avvista in lontananza un barcone di immigrati che si sbracciano verso di lei e che, a poco a poco, si gettano in mare.
Rikke capisce subito, e avverte la guardia costiera, che le intima di non fare nulla, e di proseguire la sua rotta come se niente fosse.
Rikke, tuttavia, vede un adolescente flottare stremato vicino alla sua barca e lo soccorre.
E lì cominciano i dilemmi per Rikke. Cosa fare? Andare a salvarli? Ma non è equipaggiata per salvare tutte quelle persone. Tirare dritto? Ma sono persone. E stanno morendo.
La guardia costiera, nel frattempo, tarda a mandare i soccorsi.
Rikke vede sul monitor satellitare che un’imarcazione più grossa della sua si trova a poca distanza dal barcone. Benissimo, loro sono attrezzati per il salvataggio.
Chiama e dice, salvateli.
Dalla nave però, le rispondono che non vogliono grane. E loro, che avrebbero l’obbligo di fermarsi, tirano dritto.
Nel film nessuna nazionalità è specificata. E questo per evitare facili indici puntati contro quel paese o quell’altro, rendendo particolare una storia che si vuole universale.

Nel frattempo il ragazzino, Kingsley, si risveglia, e vuole convincere Rikke a tornare indietro. C’è la sua famiglia su quella barca, come può non fare niente?
Rikke è combattutissima tra il dovere legale e il dovere morale.
Dopo un colpo di scena che il pubblico non si aspetta minimante e che ben riassume la tensione emotiva tra i due, che incarnano le due posizioni opposte di soccoritori e soccorsi, Rikke decide di agire. La decisione è un altro colpo di scena che dimostra quanto perversa possa essere la macchina dei soccorsi: se la guardia costiera temporeggia e non vuole agire per salvare una bagnarola di poveracci africani, di certo si muoverà se la barca in pericolo è la sua, se la vita in pericolo è la sua, un medico benestante, europeo, bianco.
Quindi perché non dare l’SOS “Sto affondando”?

Il finale ribalta l’inizio. Rimango vaga per non svelarvi troppo, ma posso dirvi che Rikke diventerà lei stessa migrante…

Il film sfrutta la potenza dell’allegoria e l’immedesimazione tra protagonista e pubblico: ti chiedi tutto il tempo “e io? Io cosa farei al suo posto?”, e capisci che non potresti mai, mai, mai, tirare dritto, perché, caspita, sono vite umane quelle, e non lasci affogare vite umane in mezzo al mare perché una legge te lo vieta. Ecco dove sta l’allegoria. “Styx” è l’istantanea del momento storico che stiamo vivendo, con la tragedia umanitaria che si sta compiendo a ogni barcone colato a picco, a ogni porto sbarrato.
Il film non è buonista, è rigorosissimo, parchissimo di parole — non più di un centinaio nel corso della storia. Non prende posizione. Sei tu, spettatore, che la prendi, guardandolo. E questo deve fare il cinema. Non spiegarti alcunché, non dirti cosa pensare, ma mostrarti una realtà, e farti sprofondare coi piedi dentro quella realtà.
Sulla barca a vela non c’è Rikke, ci siamo noi.

“Styx” è lo Stige, il fiume che attraversa l’inferno dantesco. Quale titolo migliore? Il mare può essere una bellissima autostrada blu che ti permette di raggiungere l’isola dei tuoi sogni — come Rikke. Ma il mare, oggi più che mai, può essere anche un fiume invernale, la cui traversata non è un’impresa solo fisica, ma anche etica, spirituale, dalla quale l’immigrato esce bruciato, segnato nel profondo.

Credo che il film sia già uscito in Italia. Quindi cercate di recuperarlo da qualche parte!

Per oggi è tutto, Moviers. Il MoMA mi ha preso un po’ la mano e sono andata un po’ lunga… Mi perdonate? 🙂

Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti d’uopo, e saluti, multimediamente cinematografici.

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Male, Moviers,

un male di quelli intercostali. Di quelli infantili, di quelli che sentivate quando eravate bambini, cadendo per terra mentre i compagni vi guardavano, quindi il male si accompagnava alla vergogna, e la sensazione complessiva aggiungeva un’altra sensazione. Quella di sparire dalla faccia della terra in quell’istante. Così tutti avrebbero pianto la vostra scomparsa, e si sarebbero scordati la caduta, la figuraccia.
Mi capita di sentirmi così domenica scorsa.

Domenica scorsa l’America, come ogni inizio di febbraio, si è fermata per quattro ore davanti al Super Bowl.
Per noi non-americani, l’evento non suscita interesse. O magari ad altri non-americani che non sono io, lo suscita, ma io, davanti al football americano, reagisco solo pensando a quel grande Al Pacino che fu in “Ogni maledetta domenica”.
Fiuto Super Bowl ancora una decina di giorni fa, allorché Valerie, una studentessa della mia classe di adulti alla Columbus Citizens Foundation, alla richiesta “descrivi un VIP, uno sportivo, un attore, un personaggio storico o letterario a tua scelta e non dire il nome così lo indoviniamo”, lesse la sua descrizione. Trattavasi di Tom Brady, un ussaro che fa il quarterback nei New England Patriots, e che ha vinto, unico della storia, sei Super Bowls.
Tutti gli altri studenti hanno indovinato immediatamente.
Io sono rimasta zitta, tagliata fuori dal momento di bonding americano.
Per fortuna, la buon’anima di Richard, altro studente senior, mi ha piacevolmente stupito prendendo come personaggio Quasimodo de “Il gobbo di Notre Dame”.
Questo episodio mi ha fatto capire che il football americano, e nello specifico il Super Bowl, non è solo robaccia da maschi, il classico rito targato Alfa, con un gran divano come altare, junk food e barilotto di birra a far da contorno. No. Ci sono anche le donne in mezzo. Lo guardano anche loro, il Super Bowl. Oscure rimangono ancora le ragioni che spingono le americane a guardare 22 giocatori correre dietro una palla scomodissima, nella speranza di farla atterrare di là da una linea.
La partecipazione femminile è documentata nel party che Bob è solito dare ogni anno per il Super Bowl — una tradizione decennale o più.
Avevo partecipato anche lo scorso anno, nel bel mezzo del mio trasloco da Harlem. L’intento, lo scorso anno, era quello di capire le regole del gioco, di passare per la miglior housemate che Bob si fosse scelto e, nella migliore delle ipotesi, stringere qualche amicizia. In fondo avremmo condiviso una casa.
Lo scorso anno fu una serata lunghissima. La partita durò quasi quattro. Rimpiansi i rigori — il doppio senso mi è fausto — dei nostri cari Mondiali. E alcuni invitati si sforzarono di dipanare il ginepraio di regole che fanno del gioco più facile del mondo — bring the ball home, boy! — il più complesso della storia dello sport — dopo la rogna del baseball, naturalmente.
 
Lo scorso anno, finsi magnificamente di capire e incamerare le regole. Un’interpretazione da Palma d’Oro. Non pensai, stolta me: “Il Super Bowl è come le tasse, come il Natale, arriva ogni anno, e ogni anno che passerai in questa casa te lo dovrai sorbire”.

Appena torno dall’Italia, Bob m’informa di tenermi libera domenica 3 febbraio. Io, colta alla sprovvista, rispondo con un “Sure”, che poi mi sono dannata l’anima a “ritoccare”. Questo perché, come dicevo, l’America si ferma. Nessuno se la sente, di far concorrenza al Super Bowl con dei grandi eventi collaterali, nemmeno a NYC.
Il MoMA è giunto in mio soccorso. Santo.
Alle 4:30 pm del 3 febbraio, la programmazione cinematografica del MoMA ha previsto “Poetry” un film di Lee Chang-dong, che avevo perso nel 2010 in Italia.
“Poetry” è un film coreano. E i coreani — Dio, li abbia in gloria — sono soliti fare film eterni. “Poetry” dura la bellezza di due ore e 28 minuti.
Visto che era una mite domenica di finta primavera, prevedevo di tornare a casa dal MoMA a piedi — una passeggiatina dalla 53esima Midtown alla 111esima West Side prende un’oretta e quaranta minuti abbondanti — e contavo di arrivare a casa verso le 8:15 pm. Super Bowl cominciato da due ore.

Quando informo Bob di questo piccolo cambio di programma, storce il naso e brontola qualcosa sull’insalata che avrei dovuto preparare — che lui aveva deciso che io preparassi. Il party, come tutti i party del mondo anglo, è potluck: tutti si porta qualcosa.
Io, con calma zen, lo rassicuro: easy, Bob, easy, arriverò in tempo per fare la brava housemate, l’insalata sarà pronta in frigo e aggiungerò anche dei Forrero Rocher, toh.
Bob raddrizza il naso, ma troverà il modo di farmi sapere che “Poetry” è anche disponibile su Canopy — Canopy è una piattaforma della NY Public Library a cui avete accesso a milioni di film.
Io, con calma iper-zen, rispondo che i film, i veri amanti del cine, li guardano al cine, ogni volta che ne hanno la possibilità. Santo MoMA me ne dava la possibilità.
Ho sperato che non avesse altro da ribattere perché l’iper-zen non è illimitato.

Ma capisco Bob. Insiste perché gli piace avermi lì, condividere con la sua cerchia l’esotica che si è scelto per coinquilina. E sono ben lieta di essere condivisa. Ma quatttro ore di Super Bowl, è un prezzo altissimo da pagare. L’esotica passa a nevrastenica.
Il fatto è che non si può parlare molto, durante la partita. O meglio, si cominciano i discorsi, ma poi vengono interrotti sistematicamente dal gioco. E a me fa tristezza, una tristezza leopardiana, vedermi morire in mano incipit di discorsi interessanti per mano di un touchdown, o di una pubblicità da milioni di dollari.

Tutto va come da programma — raggiungo casa verso le 8:15 pm, il Super Bowl cominciato da un paio d’ore — ma la Provvidenza, ahimè, mi ha punito. Ho fatto la fine dei Malavoglia!
Le due ore e 28 minuti di “Poetry” sono state due ore di puro supplizio: il film si è rivelato una cannata, il tipico film da Cannes — aveva vinto la Palma d’Oro nel 2010 — che piace alla critica e frustra il pubblico.
Precisazione linguistica: una cannonata è un successo riconosciuto, una cannata è un errore premiato sulla Croisette.

Quando arrivo a casa, trovo molta più gente dell’anno scorso. Una ventina di persone, o forse di più.
Un po’ di invitati, soprattutto donne, sono in cucina. In sala, davanti al maxi schermo che Bob ha fatto scivolare fuori dalla sua camera, gli invitati dappertutto. Seduti su divano e poltrone, sedie, in piedi. Due sono persino sdraiati — I mean, sdraiati, non accucciati o ranicchiati — sul pavimento. Questo non tanto per eccesso di sciallo, ma per non impallare la visuale a quelli seduti sul divano.
Io non sono una talebana che ha sostituito “Il Galateo” al Corano, ma lo svacco sul pavimento, impallo o no, non s’ha da fare.
Faccio finta di niente e mi getto nella mischia. Parecchi li conoscevo dallo scorso anno, ma tanti sono nuovi.
Stringo mani, regalo sorrisi.

Sono tutti Upperwestsiders della specie highbrows. Intellettuali. C’è di tutto. Professori della Columbia, giornalisti del New York Times, scienziati, medici. C’è persino un angolo di Broadway con Eleanor Bergstein, regista, produttrice, scrittrice di teatro, nonché la penna da cui uscì la sceneggiatura di “Dirty Dancing” — chissà quanti l’avranno tormentata negli anni proponendole “nessuno mette Baby in un angolo”, quindi ho preferito non unirmi ai chissà quanti, anche se la tentazione c’è stata.
Sono tutti dei PhD, ma anche degli inguaribili sportivi — e badate, vanno dai quaranta agli ottant’anni. Il sabato si trovano a Central Park, in tarda mattinata, e giocano a football. Poi si concedono un brunch, e credo sia il pezzo forte che tutti attendono. Ho sentito dire che è un ritrovo molto ambìto. Farne parte è un lusso.
Bob mi chiede spesso di “join in”. Io ogni volta dico che il football non è sport per italiani. Quanto al brunch, non è sport per me.

Tornando al Super Bowl. In questa edizione rivisitata della morra cinese “Football batte Fruner”, so che devo mantenere brevi le risposte, e non fare domande troppo complesse.
C’è un signore distinto seduto sul divano. Scoprirò che ha ottantadue anni e che si chiama John Maniscalco. Maniscalco!
Potrei ammazzare per un cognome dal suono così nobile dentro un guscio così fabbro.

“So you are really from Italy?”, mi chiede.
Eccerto che sono davvero dall’Italia.
“Molto piacere”, mi dice, sfoggiando un italo-americano alla Joe di Maggio.
Passa all’inglese e mi chiede da dove.
Io gli dico, dal profondo nord.
“Ah il nord! Tutti ricchi!”. Io rido. Immagino che fra un po’ inforcheremo le nostre Vespe e andremo a sprofondare le nostre teste in un piatto di spaghetti al pomodoro…
Mi dice che suo nonno are originario dalla Sicilia.
Mi chiede dove, di preciso, dal Nord. Qualche mese fa era stato in vacanza… E mi mostra, sul cellulare, la foto del museo di Otzi, di Bolzano.
No way!, esclamo io, incredula, fra tutti i musei d’Italia, Otzi — mai visto, peraltro.
Gli spiego che Trento è a un tiro di schioppo.

Mi racconta, in versione Bignami, la storia della sua famiglia. La tipica storia italo-americana.
Il bisnonno arrivò a Ellis Island. La bisononna, no. Aveva un’infenzione della pelle, quindi, furbissima, non partì con lui. Sapeva che l’avrebbero respinta. Allora aspettò quattro mesi e poi partì. Si ricongiunsero, e cominciarono la loro vita qui.
“Can you speak Italian?”, gli chiedo
“No”, mi confessa con rammarico.
Mi spiega. Gli italiani erano visti e trattati malissimo a New York in quegli anni. Gliene dicevano di tutti i colori, e gliene facevano di ogni sorta. I suoi nonni non volevano che i loro figli parlassero l’italiano: era un modo per proteggerli. Quindi parlavano l’italiano fra di loro, ma non con la prole.
I suoi genitori fecero lo stesso con lui. Non gli insegnarono mai l’italiano, ma lui lo sentì volare per casa. E se hai qualcosa che ti vola per casa, un po’ ti rimane sempre addosso.

Questo accade ancora oggi. Luke, un mio studente al Mercy, ha una nonna siciliana. Lui non capisce niente di cosa  dice lei in dialetto siculo, e lei non capisce niente di cosa dice lui in italiano storpio —l’italiano dei miei studenti può dirsi così, storpio.
“I can’t understand a word my nonna says. She gets so mad at me…”
E a me par di vederla, questa siciliana, rattrappita e scura sul suolo americano, incavolarsi con il nipote yankee, come solo le siciliane sanno incavolarsi.

Finalmente la partita finisce. A quanto capisco non è stata un granché. I Patriots del New England hanno vinto per l’ennesima volta.
Se non c’è game, it’s lame, dico io.
Gli ospiti fanno tutti per andarsene appena fischiata la fine. E questa è una cosa che mi sconvolge sempre. Nel momento in cui si potrebbe parlare, scatta il fuggi-fuggi.
Ma cavolo.

In extremis, mi presentano James, il “disaster guy” del New York Times.
Me lo presentano proprio così.
Disaster guy.
“I cover disasters”, mi spiega, con una risata.
Bob mi dirà, l’indomani, che James ha un PhD in astrofisica preso a Princeton, che è stato corrispondente da Baghdad per cinque anni e che ha coperto l’11 settembre, dall’11 settembre 2001, per tutti i due anni successivi.
Tantissima roba dolorosa.

Sentendo che sono italiana, James mi racconta di essere stato a capo dell’inchiesta sul crollo del Ponte Morandi, lo scorso agosto. Di essere andato a Genova, di essere rimasto in Italia per dieci giorni a investigare sulla tragedia, e aver messo insieme la ricostruzione dell’accaduto, documentandola per filo e per segno grazie alle registrazioni di una telecamera di sicurezza, e varie testimonianze raccolte in corso d’opera.
Io mi sento già dentro un film. “Spotlight”, kind of.
Dalle sue parole, e dalle mie domande, mi faccio un’idea di come lavora la macchina del New York Times.
Innanzitutto si muovono in frettissima. Poi si avvalgono di personale sul campo: hanno una corrispondente italo-americana fissa in Italia. Poi, quando c’è bisogno, arrivano dove vogliono, in tempo zero.
Una squadra di Batman, insomma.

Hanno scovato Carmelo Gentile, professore al Politecnico di Milano, che aveva predetto la sventura mesi e mesi prima del crollo del ponto, e nessuno gli aveva dato retta. Praticamente una Cassandra. James e il suo team si sono precipitati a Milano a intervistarlo, hanno messo insieme i pezzi, e se ne sono usciti con questo po’ po’ di articolo — se siete scomodi con l’inglese, l’hanno pure tradotto in italiano
Più che un’accurata inchiesta giornalistica, un vero e proprio rapporto di carattere ingegneristico, investigativo, sociale, umano.
Chapeau.
James spende parole di elogio per i pompieri, gentilissimi: hanno permesso al loro fotografo di salire sulla loro gru e scattare le foto per il pezzo senza batter ciglio.
Parlavano inglese?, chiedo io.
Not a single word, risponde lui.
Io annuisco.
Alcune certezze è bene averle.

Si fruga il cervello per dirmi il nome tecnico del cavo che regge un ponte sospeso, e attorno a cui hanno scritto il pezzo. Non riesce a farselo venire in mente in italiano.
Io lo rassicuro, non importa — non lo so nemmeno io, madrelingua! Ma la dimenticanza gli dà grande noia, si vede.

Mi racconta dell’esperienza con trasporto, ma anche sangue freddo. Si vede che lo fa di mestiere. Si vede che è passato per l’11 settembre.
“Appena abbiamo sentito la notizia ci siamo precipitati. C’era molta confusione quando siamo arrivati. Nessuno sapeva niente, e noi volevamo capire”.
Aggiunge, “We just wanted to see through things… Also because Italian newspapers aren’t really serious, are they?”
Risatina.

Ed è in quel momento, Moviers, che ho sentito il male. Quello misto alla vergogna, al desiderio di sparire.
Non so se sono rimasta interdetta più per la verità che stava semplicemente rimarcando — i giornali italiani non sono seri — oppure per la superiorità inconscia con cui commentava il giornalismo di un intero paese, senza conoscere quel paese se non per averci passato dei giorni da inviato, ma non certo per averlo vissuto degli anni.
Sul mio viso ho sentito tutte le sfumature del rosso farsi strada, dallo scarlatto vergogna, al fuoco rabbia, al rosa decompressione.
Non sono stata in grado di ribattere alcunché. Avrei potuto dire, va be’, non facciamo di tutta l’erba un fascio, via. Abbiamo pur sempre Il Sole 24 Ore — per quanto, lo scorso anno, a un passo dalla bancarotta… Abbiamo pur sempre La Repubblica, Il Corriere della Sera — per quanto più o meno apertamente schierati… Insomma, non siamo solo Il Giornale, Libero, e il Fatto Quotidiano…
E poi dove li mettiamo Montanelli, Biagi, Bocca, Scalfari?
Ma capisco da me che evocare la storia del giornalismo italiano è una tesi che non regge. C’entra come i cavoli a merenda.
Il punto è un altro.

Non ho detto nulla perché, in realtà, non so bene la mole di marcio in Normandia che si cela dietro le nostre testate. Ho sempre preso il giornalismo con le pinze, con estrema cautela. E questo più per ragioni legate al genere in sé che alla politica — la politica aggiunge benzina sul fuoco.
Il giornalismo è cronaca, racconta quello che succede nell’immediato presente. Un’operazione difficilissima. I fatti freschi sono quelli più ardui da mettere in fila con obbiettività. Fare il giornalista è uno dei mestieri più complessi dello scrivere. Da come imposti un periodo, dall’aggettivo che scegli, dai dettagli con cui decidi di alimentare un pezzo, e che decidi di omettere, tu muovi il pezzo — e con lui, il giudizio del lettore — in una direzione piuttosto che in un’altra.
Quindi se un giornalista che lavora da più di vent’anni al NY Times mi dice che i giornali italiani non sono seri, io entro in modalità “esame di coscienza” e infilo un silenzio stampa che perlomeno mi ripara da commenti fuori luogo.

Però c’è un però da dire. Io potrei anche lavorare alle Nazioni Unite da quarant’anni. Avere un’esperienza nella gestione governativa tale da far da consulente alle maggiori società di consulenza intragovernative. Potrei anche scrivere da più di vent’anni per il NY Times e aver coperto una tragedia di proporzioni epiche come il crollo delle Twin Towers. Ma trovandomi davanti a un cittadino di uno stato nel quale mi sono trovato a lavorare, io non mi permetterei mai di dare un giudizio così categorico, così generalizzato, del lavoro di quel paese. Never ever ever.
Da quella domanda retorica — Italian newspapers aren’t really serious, are they? — ho sentito grondare “We Americans do it better”. Orgoglio stelle-e-strisce.
Forse sono io troppo suscettibile. Forse dovrei rassegnarmi al fatto che davvero, in certe cose, Americans do it better. E senz’altro il giornalismo fa parte di quelle cose.

Vedasi, in effetti, quanto segue.
James è andato avanti a spiegarmi che il NY Times ha una parte della redazione che si occupa esclusivamente di dare agli articoli quel “NY Times flavor”, quel tocco che è tipico del NY Times.
Ovvero?, chiedo io.
Per esempio, il NY Times non usa il verbo “to convince” — troppo colloquiale. Il verbo “to convince” viene sempre sostituito con “persuade”.
Oppure ci sono gli addetti ai titoli, perché è opera difficile pigiare quanto più possibile in un titolo, renderlo accattivante e memorizzabile.
Ed è giusto investire su chi sa farlo bene.

È veramente arrivato il momento di andare. James mi saluta, cordiale, sorridente, astrofisico, giornalistico.
Dopo qualche minuto, lo vedo ricomparire.
“Strallo”, mi dice, trionfante, in italiano.
Io lo guardo perplessa.
“‘Strallo’ is the name of the cable that supports a cable-stayed bridge”.
Il nome tecnico per il tipo di cavo che regge un ponte sospeso.

Damn it!
Americans do it better.
 
Questa settimana sono stata all’AMC sulla 68esima and Broadway a vedere “Cold Pursuit” del norvegese Hans Petter Molland. In italiano uscirà fra una decina di giorni con il titolo “Un uomo tranquillo”, e vi prego di segnarvelo perché, così come “Arctic” la scorsa settimana, questo è un imperdibile della nuova stagione cinematografica.

Sono andata a vederlo sostanzialmente per due motivi.

1) Il protagonista è Liam Neeson. Oltre a stimarlo da sempre come attore, ho incontrato Liam quattro volte, correndo a Central Park. Io corro, lui cammina veloce, di solito accompagnato da una donna. La cosa singolare è che l’ho incontrato due giorni, due volte lo stesso giorno. L’ho visto una volta, poi entrambi abbiamo percorso il loop del parco nel senso opposto, e l’ho rivisto dall’altro lato del parco. Non ci sono dubbi che fosse lui. Era proprio lui. Alto altissimo. Slanciato, un filo emaciato in volto, come ci piace.
Bello sapere di correre nel parco e poter incontrare Liam. 🙂

2) Liam è stato protagonista di un fatto increscioso. In un’intervista, qualche giorno fa, ha raccontato che una cara amica gli confessò, anni addietro, di aver subito una violenza da parte di un uomo di colore. Liam, preso dalla stessa furia cieca che prende anche il protagonista di “Cold Pursuit”, ha dichiarato, candidamente, che gli era presa la voglia di uscire per strada e ammazzare ogni nero che gli capitava a tiro.
Adesso, tutti capiamo che si tratta di un’iperbole, e non di una minaccia razzista nei confronti di tutti gli afroamericani d’America, giusto?? Ebbene, non potete immaginare la polemica che è montata qui! È montata a tal punto che il lancio del film, con tanto di red carpet e interpreti previsto qui a New York, è stato annullato. A nulla sono valse le spiegazioni di Neeson e le sue scuse.
A volte qui si raggiungono livelli di razzo-fobia inquietanti.
Spero che il clamore sollevato dall’episodio, giochi a favore del film, perché il film, si merita tutto il pubblico possibile.

Innazitutto va detto che “Cold Pursuit” è il remake per il pubblico americano — e poi europeo — del norvegese “In ordine di sparizione”, sempre dello stesso regista, Molland, che avevamo avuto la fortuna di vedere al Trento Film Festival di qualche anno fa.
In questo remake, Molland affina il tiro e decide di colorare tutto il paesaggio innevato del set con il nero della black comedy, ma senza dimenticare le tinte colorate di un’ironia che pervade tutto il film.

È principalmente un revenge movie, un film di vendetta, e come tale, affonda le radici nel western storico di Penkimpah e dintorni, ma dato che siamo nel 2019, saccheggia abbondantemente Tarantino e i fratelli Coen, senza tuttavia scopiazzare nulla. Fa come fanno i bravi artisti che interiorizzano la storia dell’arte, e poi se ne escono con qualcosa di nuovo tutto loro, e nella loro opera si rivedono, in qualche modo i maestri, ma non in termini di plagio o scimmiottamento.

Siamo a Kehoe, una cittadina-ski resort tipo Madonna di Campiglio, sperduta sulle Rocky Mountains del Colorado, a tre ore da Denver. Il protagonista si chiama Nels Coxman e guida lo spazzaneve per rendere agibili le strade del paese e l’arrivo dei turisti.
Uomo senza macchia, Nels riceve anche il premio per il miglior cittadino dell’anno di Kehoe. Le macchie cominciano a chiazzargli coscienza e fedina penale dopo l’assassinio dell’unico figlio, ucciso per meschino divertimento da una manica d’imbecilli della zona.
Da quel momento, la vita di Nels cambia bruscamente. Per vendicare la morte del figlio, si mette sulle tracce dei responsabili, e li fa fuori uno per uno, con l’intento di arrivare in cima alla piramide.
Più inconsapevolmente che consapevolmente, Nels avvia una guerra tra due grossi narcotrafficanti dello stato, il Vichingo, villain di quelli insopportabili — una specie di cumenda milanese tutto elegante, spocchioso, figlio di papà — e il nativo americano White Ball, saggio spietato, ma dalla faccia tenera tenera.

Abbiamo detto che “Cold Pursuit” è principalmente un revenge movie. Principalmente perché tutto ha inizio dalla vendetta di cui ha sete Nels. Ma quella è più una scintilla iniziale che accende un incendio molto più grande di quello che lui o il pubblico si aspetta. Ed è proprio questo, a rendere il film una continua rivelazione. L’inaspettato continuo, e l’umorismo nero che accompagna ogni singolo colpo di scena. È come guardare “Pulp Fiction” da un bar di Fargo, con un grande Lebowski per compagno. Tutto è circonfuso di demenzialità coeniana, e di splatter tarantiniano. Gli scagnozzi di Viking sono gay che si amano di nascosto, oppure balordi con nomi da fumetto — Speedo, Limbo, Santa Claus — e quelli del nativo americano White Ball sembrano dei ragazzini scemi, fotocopie dei grulli fratelli Dalton in “Lucky Luke”.
L’ambiente non ha nulla della cartolina che “ski resort tipo Madonna di Campiglio” potrebbe far pensare. Il paese è sepolto sotto metri di neve. Nels abita in the middle of nowhere mountain, e gli hotel a sei stelle, tipo il Moncler Resort che ospiterà il gran capo White Ball, sono popolati dalla fauna di turisti che popolano di solito le Aspen di tutto il mondo, e qui il regista, in un unico piano sequenza sui visi dei clienti in attesa nella hall, ci regala un’istantanea del nostro contemporaneo vacanziero versione invernale. Sciatori maniaci, sciatrici una tantum solo per indossare l’outfit da sci, teenager sovrappeso annoiati. Anche solo questa carrellata vale il biglietto.

E sempre l’ambiente, che è tutto fuorché accogliente, è memore del tarantiniano Wyoming con la Locanda di Minnie in cui transitano gli Odiosi Otto, gli Hateful Eight, sprofondato in una neve infinita. Una neve dell’anima, direi se non mi si scambiasse per Marzullo.
“Cold Pursuit” funziona dall’inizio alla fine, in un crescendo di comicità dark che non ti aspetti all’inizio — nonostante certe ilari avvisaglie: una barella che impiega minuti ad essere issata, e su cui riposa il cadavere del figlio di Nels, oppure il montacarichi di un camion carico di cadaveri.
Non te lo aspetti perché il film comincia con il quadretto felice —Nels, moglie, figlio — che viene infranto quasi subito. Il figlio muore e la moglie se ne va di casa, facendo trovare a Nels una busta. Il biglietto, dentro la busta, comicamente-coenianamente lasciato in bianco.

Allora, abbiamo detto, andate a vederlo. Non rimarrete delusi.

E anche stasera abbiamo fatto una certa. Dovrei essere più stringata. Dovrei, ma non è che devo
😉

Ringraziamenti vivissimi, Frunyc IV aggiornato con le foto della mostra — la prima! — su Lucio Fontana al MET Breuer, e saluti, stasera, penosamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 399 da NYC commenta “ARCTIC” di Joe Penna

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Freddo, Fellows,

evitare di parlarne sarebbe come ignorare l’elefante nella stanza, che è un detto molto popolare qui per indicare una questione ingombrante di cui però si vorrrebbe far finta di niente — non riesco a dire, in tutta onestà, se la indichi anche in italiano, oppure se l’italiano si limiti all’elefante nella cristalleria, e io stia sovrapponendo pachidermi metaforici.

So che in Italia l’ondata di gelo che ha spazzato gli USA è stata descritta con tutto l’allarmismo di cui solo Studio Aperto è capace — ho ricevuto molti messaggi allarmati in questi giorni. Ma va detto che la situazione è stata davvero allarmante. Più che altro nell’upper Midwest.

Quando ero stata a Chicago, nel giugno del 2014, avevo incontrato una temperatura tutt’altro che estiva. Mi ero detta, se lo zefiro è così sbifido a giugno, figuriamoci cosa dev’essere l’inverno… E infatti, figuriamocelo.
I locals mi avevano spiegato che il vero problema è il lago Michigan che permette al vento di scaraventarsi contro la città direttamente dall’Antartico ―il Canada purtroppo non aiuta, con quella carestia di montagne che si ritrova. Allora, da dicembre a febbraio i poveri abitanti si infilano tre strati di vestiti e cronometrano il tempo in cui rimangono fuori casa.
Credo di avervi già detto che lì vale la regola dei 18 secondi: l’essere umano non vestito con i tre strati resiste 18 secondi. Se si sfidano i 18 secondi, non si vince nessun premio. Si perde, conoscenza. Ma potete contare sui cops che fanno la ronda per assicurarsi che gli abitanti non svengano mentre sono per strada.
Quando una commessa mi aveva spiegato questa pratica, io, cretinetti che sono, avevo riso — 3 strati, 18 secondi, svenimenti e poliziotti buoni? Ma cos’è? E.R. incontra i Chips??
Ricordo perfettamente il negozio in cui ero, e il viso di lei farsi serissimo davanti alla mia leggerezza.
“I am serious”, ricordo che ribadì.
Ed era proprio serious.

Quindi sì, a Chicago il freddo è una faccenda seria. Sarà forse per questo che la stazza di tanti abitanti è così adiposa: stabilità contro il vento e uno strato protettivo aggiuntivo contro i rigori invernali. Non ho mai visto in vita mia persone così mastodontiche come quel giugno a Chicago.

Ma non si tratta solo di Chicago, che se avete modo, andateci — in piena estate — perché merita tutti i passi che i vostri piedi avranno in cuore di percorrere, vista l’estensione che la rende sorella di Los Angeles.
Di questi giorni polari, mi è rimasta impressa la storia di Ali Gombo, un ventiduenne di Rochester, Minnesota.

Ali torna a casa alle 2 e mezza del mattino, dopo una serata al pub con gli amici. Non trova le chiavi di casa, allora batte sulla finestra per svegliare la sorella, farsi aprire, come fa di solito quando scorda le chiavi.
Ma sono le due e mezza di notte. C’è vento forte. La sorella dorme, non sente.
Il vicino di casa, tuttavia sente qualcuno chiamare una volta. Una volta sola, poi più nulla, e pensa okay, nothing to worry about, torno a letto.
Al mattino, hanno trovato il corpo assiderato di Ali.
A una temperatura di -30 con un vento forza 40 ti è concesso solo un tentativo.

Per qualche strana ragione, Ali indossava solo una felpa.
E qui dovremmo scrivere un trattato psico-attitudinale su come gli abitanti di America e Regno Unito, considerino la felpa alla stregua di un giaccone Goretex. Nel Regno Unito in modo particolare, ragazzi e ragazzi se ne vanno in giro con questo felpino da nulla, e i guanti, quando nel felpino non ci sono tasche dentro cui infilare le mani — e non tanto per cercare del caldo, quanto piuttosto per liberarsi dall’impaccio delle braccia — e affrontano il gelo così.
Col felpino.
Intorno allo zero, questo potrà anche consentirti la sopravvivenza, ma a -30 con un vento forza 40, ti scrive “assideramento” sul certificato di morte.

New York sta al Midwest di questi giorni come Palermo sta a Cuneo. Non che questa proporzione renda il suo gelo meno doloroso, intendiamoci.
Giovedì scorso siamo precipitati fra gli aghi del -15. Lo scenario tutt’intorno cambia completamente. Le strade sono bianche, bianchissime. Burroughs, nel suo delirio creativo che fu “Pasto nudo”, ci avrebbe visto delle piste di coca da leccarsi i baffi. Devo ancora capire bene dove finisca il sale e dove cominci il ghiaccio. Ma è un dettaglio di poco conto.
Di tanto conto è il cielo, il livello di nitore è talmente alto che tutte le rare fotografie che scatto sembrano prodotti usciti da photoshop, i colori saturissimi, siano essi il cobalto di un mezzogiorno o l’arancio fuoco di un alba, di un tramonto. È come vivere in un manga giapponese. Ma siamo in pieno occidente. Il ché disorienta.

Poi c’è la rarefazione dell’aria, che la rende pressoché alcolica. Si cammina e si beve gin fatto in casa, quello che contrabbandavano nel Proibizionismo e che ti mandava in fretta al creatore. Un fuoco bianco ti sta addosso: si ha freddo, ma al contempo si brucia. La pelle delle gambe, del viso. È una sensazione elementare, primitiva, in cui il tempo ti strattona, prepotente. Non c’è modo di contemplare alcunché, si è comandati dalla necessità di raggiungere la propria meta al chiuso il più presto possibile.
È un diktat a cui mi sottometto molto malvolentieri. Le strade di New York sono il mio belvedere. Di solito mi fermo, rimiro, mi chino e fotografo qualche piccolo oggetto che trovo per terra, oppure guardo su e trovo un panorama nuovo, un cornicione mai visto, un patchwork di edifici che mi ricorda ogni volta che NY, con i suoi innumerevoli cambi d’abito, le sue metamorfosi pressoché giornaliere, mi sfuggirà sempre. Lei fugge, io seguo. Di solito, con me funziona il contrario: sono io a fuggire.
Serves me right.

Il freddo uccide la contemplazione, inibisce l’esplorazione. L’ignoto finisce tra le grinfie del domestico.
Vista l’inconfutabilità di quanto sopra, sto provando a manomettere il sistema, e vedere cosa ne esce. Sto cercando di camminare il più possibile all’aperto. Di capire se il mio corpo si ostinerà a ribellarsi al gelo esterno, oppure se, a un certo punto si farà più duttile, se si modellerà attorno ai rigori di questo inverno. In poche parole, sto testando l’elasticità del mio fisico. Per risolvere un quesito.
Il fatto che in estate sia così flessibile, e sopporti temperature altissime con dignità, e in inverno sia così refrattario a spingersi oltre, sarà da imputarsi alla natura intrinseca del caldo e del freddo, oppure sarà una questione di semplice abitudine del mio corpo? Di pigrizia?

Quindi sì, sto camminando New York City in lungo e in largo, mentre i marciapiedi sono più deserti del solito, e i pedoni imbaccuccati che si vedono, puntano al prossimo bar, al prossimo negozio, alla prossima porta. Io mi caccio la sciarpa davanti alla bocca, non scordo più il secondo paio di guanti — been there, done that, rischiando la caduta libera di troppe falangi — e cerco di fare dei tratti a piedi mentre di solito prendo la metro.
Il problema nuovo più grande riguarda gli occhi. Non il fastidio a livello superficiale, la brezza italiana che te li fa lacrimare in una giornata particolarmente ventosa. Qui è proprio male dentro, dentro nei bulbi oculari. E non è che puoi coprirti gli occhi, devi pur vedere dove cammini.
Ho sentito questo dolore mercoledì, giorno in cui sono andata Upstate NY al Mercy College, e giovedì, con -15.
A un certo punto ho dovuto fermarmi, proteggere gli occhi dietro le mani, come quando si guarda “Shining”.
Ecco quel dolore lì, è stato un dolore nuovo.

Ma il freddo non è solo fisico.
È anche politico.
Atterrata a Newark, il 20 gennaio scorso, mi metto in fila per passare la dogana.
Da quando ho il visto per “alieni straordinari” non temo più quel momento. Anzi, quasi quasi non vedo l’ora di avvicinarmi al cubicolo dell’ufficiale di turno per vedere se è gentiluomo e mi dà il “welcome back” come era successo quando ero rientrata dalla Spagna, lo scorso agosto.
Non ho fatto i conti con il rigore politico che Trump sta contribuendo a diffondere.

Davanti a me c’è una ragazza cinese. Non si ferma negli USA. Sta semplicemente transitando per il paese per fare ritorno in Cina.
L’ufficiale le fa il terzo grado.
Io guardo gli altri 47 sportelli, e mi chiedo, proprio a quello con il braccio duro della legge dovevamo capitare io e questa povera ragazza cinese?

È il mio turno. Appena dico che lavoro come professore, vedo che gli si accende un campanello d’allarme.
“Lavoro”.
Errore mio, il primo di molti.
“Work” rientra nella lista “parole pericolose”.
Riprende il terzo grado esattamente da dove l’aveva lasciato con la cittadina cinese.
Commetto l’errore numero due.
Dico che scrivo, che sono anche una poeta.

Nella mente del personale dell’Immigrazione, le coesistenze non sono ammesse. Il loro è il mondo dell’aut aut, o o, non e e.
“So are you a teacher or a poet?”.
Io vorrei tanto chiedergli, e tu, fai l’ufficiale o tifi per i Mets?
Forse capirebbe che la nostra identità è multistrato come l’hamburger che si è mangiato a pranzo.
Io spiego che faccio entrambe le cose.
“Dove?”
“FIT e Mercy College”
Errore numero tre.
“Two places? Why two places?”
Si mette a digitare chissà cosa nel computer.
Io provo a spiegare. Comincio ad agitarmi.

Quella agitazione lì, è l’agitazione di tutti gli immigrati che si sentono ispezionati da capo a piedi, non importa se con uno speculo o un computer, nel 1911 o nel 2019. Il sudore che senti sotto le ascelle. Il cuore che prende a correre, il calore dell’ansia a montare —un’onda rossa da cui non vuoi farti travolgere.
È tutto uguale, non è cambiato nulla.

Mi fa domande in un inglese strettissimo della Virginia, o di uno Stato del Sud, che stento a capire. Gli faccio ripetere le domande, e questo lo stizzisce.
Vedo tutto come se fossi un regista dietro la cinepresa della realtà: io sono la protagonista, ma non l’attrice. Questo non è un film.

Mi chiede di mostrargli la “petition”.
Al ché io sento il pavimento polverizzarsi sotto i miei piedi.
Il mio visto prevede che un avvocato scriva una “petition”, un documento molto pompato in cui ti descrive come una Fabiola Gianotti post-CERN e pre-MIT.
Mai prima d’ora, in nessun aeroporto degli USA — JFK, La Guardia, Newark, Miami— mi era stato richiesto di esibire la “petition”. Non mi è mai stato detto di dovermela portare appresso.
Glielo dico.
“From now on, always travel with your petition with you”, ordina.
“It will make my job easier”, chiosa.
I don’t care a fuc*ing sh*t to make your job easier, you prick, è la risposta che mi riempie la bocca, e il gusto di queste parole è così dolce che vorrei proprio condivederlo con lui.
Ovviamente devo ricacciarle indietro tutte, una per una.

Mi lascia andare, pregustando il prossimo sventurato da torturare.
Una volta a casa, racconto l’accaduto a Bob, che è in cucina con un’amica.
Mi dicono che durante quegli ultimi dieci giorni hanno inasprito i controlli negli aeroporti di New York. Era su tutti i giornali.
L’ho provato sulla pelle.
Tra freddo fisico e freddo politico, il secondo è senz’altro il più molesto.

Per rimanere in tema… Ieri sono andata all’Angelika Film Center per vedere “Arctic”, di Joe Penna. Un film che no, non ha proprio a che fare con i tropici… L’ho scelto sia per coerenza climatica con il mondo là fuori, che per grandissima ammirazione verso il protagonista, l’attore danese Mads Mikkelsen, uno dei migliori interpreti che abbiamo al momento in Europa, e sulle spalle del quale tutto il film poggia. Quando a Hollywood si accorgeranno veramente di lui, non lo faranno più tornare a Copenhagen.

Presentato all’ultimo Festival di Cannes, “Arctic” si inserisce nel filone letterario-cinematografico della sopravvivenza. Da “Robinson Crusoe”, a “Il richiamo della foresta”, da “Alive”, “Castaway”, “The Revenant”, a “Open Waters”, allo splendido “All Is Lost, tutto è perduto” —con un incredibile capitano Robert Redford disperso in barca in mezzo all’Oceano Indiano — la fascinazione che attira il lettore-spettatore verso storie di umana lotta contro la natura non invecchia mai, non finisce mai fuori moda.
Sono racconti epici, che potrebbero a ogni buon diritto sedere accanto alle Upanisad, a Gilgamesh, ai Cavalieri della Tavola Rotonda. Sono storie di eroi, ma questi eroi sono umani, non sono divini. Per questo ci piacciono tanto. Sono come noi. Ci identifichiamo. Li ammiriamo, li disprezziamo anche. Fondamentalmente, li capiamo.
Il regista brasiliano Joe Penna, alla sua opera prima, ha saputo sfruttuare questo terreno che personaggio e spettatore condividono, ha aggiunto pochi selezionatissimi ingredienti, e ha cucinato un film che spero tutti voi Moviers, anche quelli più intellectual, più Nouvelle Vague, andrete a vedere. Passerete un’ora e mezza sulle spine, a penare, e pronti a schizzare davanti a due colpi di scena che oh-boy sono incastrati ad arte nel film.

C’è un uomo solo in una landa innevata di un paese nordico che potrebbe essere l’Islanda, la Groenlandia, il Circolo Polare Artico. Qualsiasi posto con molto ghiaccio, molto vento, molta voglia di non metterci mai piede.
Capiamo subito che quest’uomo, Overgård — il nome scritto sull’etichetta del giaccone — è l’unico sopravvissuto di un incidente aereo. Probabilmente è egli stesso il pilota del piccolo velivolo che è diventato il suo rifugio.
Passa le giornate a pescare pesce, mangiare sushi (!) e a mandare segnali radio da un aggeggio a manovella che emana tenerezza, più che veri e propri segnali radio.
La sua routine da survivor viene stravolta completamente quando un elicottero si accorge di lui. Immaginate la felicità di Overgård. Finalmente salvo!
Purtroppo però Overgård non ha calcolato il fattore tempesta di neve, che l’elicottero non riesce a domare, schiantandosi al suolo. Sciagura su sciagura. Tutti i membri dell’equipaggio muoiono nell’impatto. Tutti tranne una giovane donna, che riporta un brutto taglio all’addome.

Da quel momento in poi, per Overgård cambia tutto. Non c’è solo lui da portare in salvo. Adesso c’è lei a cui badare. Il piano è quello di lasciare il “campo base” del suo aereo caduto, e, armato di una mappa trovata sull’elicottero — una mappa più dai tratti waltdisneyani che geografici — Overgård decide di prendere in mano la situazione, attraversare la landa artica battuta da venti micidiali, e portare la ragazza a un rifugio, a molte miglia ghiacciate da lì.

Comincia dunque il viaggio della speranza. La ragazza moribonda sdraiata su una barella, la barella carica anche di altri arnesi, allacciata alla vita di Overgård, e Overgård che tira il tutto. Con il vento di Chicago e le tempeste di New York tutt’intorno.
Ovviamente non c’è solo il maltempo. Ci sono anche degli orsi polari, e dei crepacci, e dei massi che incidono tagli profondissimi nei polpacci dei poveri Overgård…

Sarei meschina se vi raccontassi il finale, quindi taccio. Ma parlo a ruota libera in primis sulla monumentale interpretazione di Mads Mikkelsen, che pronuncia si è no quattro parole in tutto il film, ma parla con ogni singola ruga, movimento, lacrima, silenzio. L’autenticità di cui è portatore lo rende umanissimo, tenerissimo, in tutta la sua eroica impresa sul filo del fallimento.
A un certo punto, capisce che non riuscirà a trascinare la barella con la ragazza su per pendio di rocce. Ci prova e ci riprova, ma non ce la fa. L’alternativa è prendere una strada cinque volte più lunga.
Certo la ragazza è in fin di vita… Non reagisce più… Forse è il caso di proseguire da solo… Overgård l’abbandona.
Ma dopo essere precipitato in un baratro di senso di colpa dalle fattezze geologiche, ed essersi procurato quel taglio di cui sopra, capisce che non si lascia un essere umano da solo all’inferno. Ci si prova in due, a farcela. E se non ce la si fa, fine, fain, si muore in due.
A riprova che l’uomo ha qualcosa che va oltre il belluino mors tua vita mea.

Tra i tanti aspetti che mi sono piaciuti di “Arctic”, la distanza che il regista prende dai cliché che avrebbero fatto del film l’ennesimo “Castaway”: un tripudio di flash-back, in modo da inserire il personaggio in un passato doloroso e accattivarsi i cuori degli spettatori. Joe Penna sceglie la via più impervia. Lascia l’analessi là negli anni ’90 e ambienta il suo film in uno — spietatissimo — bianchissimo eterno presente in cui non sappiamo nulla di Overgård, in quali circostanze è finito lì, se tiene famiglia.
Questa è una gran lezione di cinema: non abbiamo bisogno di back&forth, di avanti-indietro temporali: ritorniamo ai gesti base per estrapolare l’umanità di un uomo. La sua forza, la sua tenacia. I gesti di Overgård, non si scordano più. La cura con cui tratta la ragazza, ma anche il modo in cui prova momentaneamente il risveglio dei sensi quando trova una confezione di noodles nell’elicottero — noodles dopo mesi di sushi! — oppure quando trova un accendino e può scaldarsi le mani su un fornelletto, assaporare un brodo caldo.

Il rigore stilistico del regista si esplica anche nel rifiuto di uno sguardo che maternizza o demonizza la natura.
La natura è indifferente, ostile nella sua ostile indifferenza, ma non buona o cattiva. Non c’è un indugiare su spettacoli naturali, piane innevate da National Geographic, non c’è l’esaltazione o la mitizzazione del Grande Nord.
“Arctic” ci mostra che la natura fa male, è violenta, bruta, intrinsecamente senza cuore. Che la natura, sostanzialmente, non ha etica.
Non c’è spazio, nel film, per la contemplazione, la ricerca estetica, o lo stupore. Overgård deve salvare se stesso e la ragazza, o almeno provarci. Per riuscirci — o almeno provarci — deve superare gli ostacoli che la natura frappone involontariamente tra lui e il suo risultato. Faticosissimo passo dopo faticosissimo passo. Non è, pertanto, una lotta. È uno scamparla, riportando meno danni possibili: siamo lontani anni luce dall’idea del Sublime Romantico, dello spaventoso come portatore di bello.
In “Arctic” la natura è un insieme di insidie da aggirare, siano esse in forma di plantigrade, gelo o crepaccio.

“Arctic” come meglio di tanti survivor movies mostra che la vita è cocciuta, molto più della morte. E che un personaggio non deve essere necessariamente portarsi appresso un fardello di informazioni per essere credibile o compatibile allo spettatore. Possiamo usare l’immaginazione, no? E questo permette a Overgård di diventare un personaggio universale, che costruiamo attraverso i piccoli grandi gesti che compie.
Un po’ come Santiago di “Il vecchio e il mare”.

“Arctic” è un film per tutti, coinvolgente, sensazionale, dolce, spietato, angosciante, penoso.
Cosa si vuole di più da una pellicola?

E Fellows, anche per stasera è tutto. Frunyc IV aggiornato dove sapete, ringraziamenti sentiti e saluti, polarmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 398 da NYC commenta “LA DOULEUR” di Emmanuel Finkiel

LET’S MOVIE 398 da NYC commenta “LA DOULEUR” di Emmanuel Finkiel
Flixbus Fellows,

questo è stato il mio mezzo di trasporto preferito nella dieci-giorni italiana. Comodo, puntuale, incredibilmente cheap.
Ho appurato che il treno è diventato una questione di lusso, i prezzi sono lievitati notevolmente in questi ultimi due anni. Ma l’idea non era quella di spostare quanto più traffico possibile su rotaie per tagliare quello su strada e contenere l’emissione di gas tossici? Mi sono persa un cambio d’idee nella mia transizione statunitense?

Ho passato parte dei miei viaggi comodamente sprofondata nei sedili Flixbus a chiedermi se dovessi sentirmi in colpa per il monossido che stavo contribuendo a emettere. Ma circondata da onde libere di tipo wifi e da file di posti vuoti, confesso di aver scordato molto in fretta il monossido, e di essermi dedicata alla spola scelta da tanti turisti fra il panorama fuori e un libro dentro.
Quando sei un turista, anche un’autostrada o una rotonda a Lampugnano-Milano sono siti d’interesse paesaggistico. E questo, forse, rientra anche in certi privilegi dell’expat: vivere l’Italia da visitatore temporaneo, lasciando lo status di inquilino permanente, con tutte le tribolazioni del caso, agli inquilini permanenti appunto.

Non c’è miglior modo di viverla così, l’Italia, la presepiale Italia. La dolcezza dell’aria che respiri fatica a trovare un corrispettivo verbale sufficientemente efficace. È la sorella buona di quella megera che da questa parte del mondo — a New York nello specifico — t’infila una lama fra la pelle e i vestiti, e l’affonda, senza pietà. Capisci perché gli americani perdono la testa per le colline ricoperte di ulivi, per la libera geometria di una stradina che s’inerpica su su e non ha molto senso, lì per lì, ma che alla fine il senso lo trova: ti scarica davanti a un castello, oppure in una piccola radura da cui domini una valle.

Da quando sono a New York, (an)noto le differenze. Come nel gioco sulla Settimana Enigmistica, in cui vi si propongono due vignette e dovete individuare dieci particolari che fanno di loro due, due gemelle diverse.
Mi chiedo se il destino di un rilocato sia proprio questo: collezionare le differenze fra due emisferi che occupano la sua vita interiore ed esteriore. Tante, le conoscevo già, senza bisogno di tornare in Italia. Le vedo da me, qui a New York. La pressapochezza dell’estetica americana. Il rigore italiano per un certo tipo di ordine: passiamo sempre per casinari disorganizzati, noi italiani, ma bisognerebbe andare oltre questo stereotipo, che è limitante ed errato, almeno nel settore del carpentariato.
No perché, li avete visti i battiscopa italiani??
Ecco, io li ho guardati attentamente. Sono lineari, oserei dire elvetici, cerniere perfette che congiungono l’orizzontalità di un pavimento alle vette di una parete. La mia ossessione metaforica ha visto lampo tutto il tempo in cui mi sono trovata in uno spazio chiuso.
Se guardo ai battiscopa americani, o non li trovo proprio, oppure sono d’un formato informe, una specie di cordolo di marciapiede che si fonde nella muratura della parete e sembra più un cornicione magro che una zip pensata per chiudere lo spiffero tra orrizzontale e verticale.
Il battiscopa — mi rende conto — è una differenza micro, che vale mille punti se la stanate. Quelle macro, quelle sotto gli occhi di tutti, sono, appunto, sotto gli occhi di tutti. E allora a che pro cantare l’incalcolabile bello di certe città italiane? Sarebbe ridondante. Sarebbe come erigere una statua al genio di Leonardo. L’hanno già fatto a Milano, davanti alla Scala, per la precisione — io lo ignoravo, Dea dell’Ignoranza che sono.

Siccome trovo un legame sottile ma insistentemente fastidioso tra la ridondanza e la nostalgia, sentimento, quest’ultimo, che mi guardo bene dall’alimentare, preferisco guardare dove si guarda poco.
Quindi non vi dirò del fiato mozzato davanti alla Piazza dell’Unità d’Italia a Trieste. E nemmeno del Castello di San Giusto, oltre la Scala dei Giganti, oltre il Parco della Rimembranza. Ma vi dirò magari di quanto certi nomi scrivano già una favola, anche soltanto in se stessi — Scala dei Giganti, Parco della Rimembranza…
Non vi dirò del Teatro Romano, né della Chiesa di Santa Maria Maggiore. Ma magari vi dirò dei due occhi di cui la città ha scelto di dotarsi per accompagnare i bastimenti in porto: il faro della Lanterna nel porto vecchio, e il faro della Vittoria lassù, sulla Strada di Gretta, a mezz’ora di corsa dal cuore di Trieste, da dove dominate il mare e immaginate tuttoi i sospiri di sollievo che i marinai si saranno concessi vedendo quel punto giallo accendere la notte e accompagnarli in porto.

E vi dirò che non tutte le persone potrebbero vivere a Trieste — incrocio fra Venezia e Vienna — perché è una città sospesa: con il corpo protende verso il mare, ma con una mano si tiene salda alla roccia. Questo la rende piena di fascino, come le creature che sono in mezzo a due stati, di qualsiasi tipo essi siano. L’ibrido scatena la libido, e questo non è solo un gioco di rime.

Di Milano, dunque, non vi dirò della nettezza urbana, che dovrei chiamare nitore, se non fossi lunsingata dal gioco, stavolta di parole. Le strade pulite come corridoi appena passati da casalinghe vecchia scuola, quelle che usavano il bruschino e l’olio di gomito, non il Mocio Vileda. Il Parco dedicato a Indro Montanelli, e lui, Indro, con una macchina da scrivere seduta sulla ginocchia, intento a scrivere la storia del giornalismo italiano. In quel parco, il ghiaietto è sottile, tenero. C’è un asilo nella parte nord ospitato in una costruzione stile Liberty che mi ha fatto pensare ai bambini presi a giocare, ignari della fortuna di essere parcheggiati in una costruzione Liberty nel cuore di un parco dedicato a una penna intramontabile.

Non vi dirò nemmeno della piccola sfera-monumento rotolata sotto un tiglio di Piazza Fontana nell’‘89. Su quella sfera si commemora Chico Mendes “e i popoli dell’Amazzonia che hanno difeso e difendono la grande foresta e questa nostra piccola terra”.
Non male per una piazza già sufficientemente impegnata a ricondare altro.

E no, neppure del MUDEC vi dirò, il Museo delle Culture nell’Area Ex Ansaldo, in cui il ricordo di una Milano industriale si sente nell’ossatura di certi capannoni, ma non certo nella vita di fabbrica che devono aver ospitato negli anni in cui l’Area Ansaldo non era Ex.
La mia visita alla mostra su Banksy all’interno del museo è stata mossa da motivazioni filologiche più che edonistiche: il piacere dietro ai lavori di Banksy non sta nel trovare i suoi lavori “fotocopiati” e rinchiusi in un luogo museale; quasi quasi preferisco rintracciarne le immagini online, attraverso una ricerca che mi sembra avvicinarsi maggiormente alla natura sfuggente della sua arte.

E be’, l’avete capito. Non vi dico nemmeno della tricromia dei milanesi — grigio blu,nero, nero blu grigio, grigio nero blu — cittadini programmati per essere naturalmente eleganti, con quella magrezza, quei blazer dal taglio sartoriale, quelle sciarpe annodate con raffinata casualità e quelle suole di vero cuoio su cui fanno poggiare la loro giornata.
Magari vi dico dei fenicotteri che ho incontrato in Via dei Cappuccini e che ho collegato ai pavoni che abitano nel giardino della cattedrale dietro casa mia, St John The Divine. Ma lo faccio solo perché trovare il rosa flamingo in un giardino privato e soprattutto, fuori da una vetrina Dior, ha del peculiare.

Da amante dell’ordine, del bello, del pulito, sono oggettivamente attratta da tutto questo. Da tutto quello che mi ha circondato e sfamato sin dal giorno della mia nascita. Are e capitelli, Acqua di Giò e parchi arciducali senza l’ombra di una pagliuzza fuori posto.
Allora perché, mi chiedo, sono fatalmente attratta, anche, da tutto il contrario di questo? Cos’è che mi trascina verso la selva newyorkese, verso il sudicio, la meteorologia infame che in tre giorni —tre!— ti fa provare le lame del -13, i monsoni del Kerala, i venti spietati di Chicago e il sole bugiardo di una primavera lontanissima?
Cosa c’è nel pressapochismo, nella trasandatezza, nell’immonda sciattura della città di New York che ti agguanta e non ti molla più?

Non so dare una risposta a queste domande. Mi affollano il cervello sin da quando sono qui, e ora ho passato la fase della cotta adolescenziale per la città: durante la cotta adolescenziale per la città non vedete pressapochismo, trasandatezza e sciattura. Vedete solo il Chrysler Building che vi ammicca, inspettato, da lassù, e voi arrossite per la sorpresa, soffocando un sorriso lusingato.
Ora la cotta è evoluta in altro. Una specie di legame, un bond, che ti fa guardare oltre l’apparenza selvaggia, il disgusto di superficie, conducendoti verso la vera essenza della città. La città che contiene l’umanità intera. Essere qui è un’esperienza antropologica, nel senso che si esperisce l’umanità a 360 gradi, nel bene e nel male — molto spesso più nel male, il che è bene, visto che siamo fatti per il 60% di acqua e per un buon 10% da istinti molto spesso animali.

Quindi, forse, la differenza micro — che poi però si rivela macro — fra la mia vita qui e la mia vita in Italia sta nel trovare una risposta a queste domande, che non sarebbero mai sbocciate se io non avessi attraversato l’oceano con i miei vergognosi kg di bagagli. Non avrei mai aperto quella parte di cervello, non avrei mai visto quanto il trauma di una città possa affiorare quotidianamente e interrogarmi molto più del divin bello davanti al quale tutti, certo, ammutoliamo e impallidiamo ma che è dato, scritto, scolpito, dipinto, e non ha bisogno di essere processato come invece l’umano mortale, imperfetto, incasinato, sfuggevole, mutante davanti al quale mi ritrovo qui in otto milioni e mezzo di versioni diverse.

In tutto questo c’è molto masochismo, me ne rendo conto.
La dolce vita italiana non è solo un cliché, un modo di dire, un film, un profumo e un capo di abbigliamento (!). È un lido verso cui tendiamo geneticamente una volta che veniamo al mondo sul suolo italiano. Quello, non lo cambia nessuno. Sarà lì per sempre. Poi però a un certo punto, altre spiagge, altri lidi chiamano. E uno può far finta di non sentire, oppure alzare il volume della propria musica locale, oppure posticipare il momento in cui decidere cosa farne, di quel richiamo. A volte, rimane solo un lieve brusio. A volte però è un vociare continuo, incessante, una bolgia di voci che non lasciano in pace.
Quand’è così, meglio prenderlo in considerazione, e fare i bagagli, no matter the kilos.

A oggi non saprei dire dove sarà il mio futuro. New York, Italia, god-knows-where. La differenza con il mio passato è che nel mio passato, questo non sapere mi causava inquietudine e uno stato di permanente disagio. L’Italia ti abitua a una germanica pianificazione esistenziale: laurea, lavoro, mutuo, mattone, famiglia, pensione, nipoti, panciolle. È una matematica che difficilmente prevede varibili. In altri paesi — o meglio, in altre metropoli — si parla piuttosto di una nomenclatura che cataloga infinite voci. C’è la matematica di cui sopra, ma c’è anche infinito altro. Tutti quelli che non rientrano in quel sistema dato e perseguito trovano posto, se lo ricavano. E non c’è imbarazzo. Ognuno vive come si sente di vivere. Libero. E forse questo è il punto, nella sua disarmante semplicità, attorno a cui tutto ruota.

In questo viaggio da turista autoctona, l’Italia mi ha trattato con i guanti. Ha sfoggiato un vestito leggero, e quell’aria primaverile che non fatica a trovare, quando vuole.
Due anni fa me ne sono andata con la certezza che il ritorno sarebbe stato un’ipotesi impraticabile. L’amaro che mi riempiva la bocca comprometteva il sapore di tutto, aria primaverile e incanto paesaggistico compresi.
Per molto tempo, ogni volta che pensavo all’Italia da New York, pensavo a una creatura bellissima, forse la più bella del mondo — no, indiscutibilmente la più bella del mondo — che non bada ai suoi figli, che se ne infischia, li spinge via sull’onda di un brain drain ai massimi storici, e che si preoccupa solo al mantenimento della propria eterna bellezza.

Ma in questo viaggio qualcosa è cambiato. Ho sentito che l’Italia può non essere solo una madre ingrata — che tuttavia è — o un impossibile matematico. Che potrà esserci di nuovo, in futuro. Magari lontano, magari più vicino, ma che potrà esserci. Quando risolverò New York, se sarò mai in grado di risolvere New York.

Hanno senz’altro contribuito a questa sensazione gli incontri che ho fatto. Con le persone che mi amano di un amore incondizionato, senza scopo di lucro, che pazientano davanti ai miei difetti, che vedono oltre la superficie dei miei tacchi.
E poi incontri elettivi con cervelli grandi e nobilissimi, davanti ai quali il mio piccolo cervello operaio ha preso appunti come uno stenografo impazzito.
Certo avrei voluto dire di più, fare di più, vedere di più. Molte persone che avrei voluto incontrare sono finite nel tritatutto del tempo. Di questo mi rammarico. Ma sto provando ad arginare il senso di colpa, gioendo dei sorrisi che mi hanno accolto, delle risate che mi hanno scosso il petto come solo le risate grasse possono, e degli abbracci che ho ricevuto. Perché come abbracciano gli italiani, non ce n’è.
E scusate, cittadini del mondo, ma questo, per amor di verità, lo devo proprio dire.

Ovviamente non potevo saltare l’appuntamento al cine. E ho fatto un’incursione last-minute dal Mastro all’Astra, a cui ho fatto prendere un colpo. Mi perdonerà, spero. 🙂 Le sorprese implicano quel rischio a livello coronarico che tuttavia val bene una messa… 😉
Proprio perché il Let’s Movie è stato last-minute, non ho avvertito tutti i Fellows. Perdonatemi anche voi, please. Si sono presentati al cine con me l’Andy The Candyman e il WG Mat, fedelissimi, e insieme abbiamo visto “La Douleur” di Emmanuel Finkiel.

Dunque, per inquadrare il contesto… Siamo nel 1944. Parigi, sotto l’occupazione tedesca. Lo scrittore Robert Antelm, membro della Resistenza, viene arrestato e deportato in un campo di concentramento. La sua giovane sposa, una tale Marguerite Duras, vive prima lo strazio della perdita e poi l’assenza di notizie, nonché il senso di colpa per il legame instaurato con l’amico Dyonis, e il coinvolgimento ambiguo con un agente francese della Gestapo, che, infatuatosi di lei, fa di tutto per aiutarla —e conquistarla. Anziché risolvere la situazione, la fine della guerra e il ritorno dei soldati segnano per Marguerite l’inizio di una penosa attesa, mentre tutt’intorno Parigi liberata vive il caos del post-occupazione, affacciandosi a un nuovo inizio.

Comincio con il dire che i miei due Moviers hanno sofferto moltissimo durante il film, che, in effetti, dura più di due ore, e metterebbe alla prova anche gli amanti più fedeli del Decalogo di Kieslowski…
Comprendo l’agonia dei due Moviers, e, in genere degli spettatori che affrontano “La douleur”. Ma proprio in questo il film è un film che riesce ad avverare il suo intento poietico, ovvero quello di trascinarci dentro il meccanismo infernale del dubbio, dell’attesa, della mancanza — ci fa provare la douleur, appunto. Conseguenza naturale di tutto questo è un senso acuto di claustrofobia, un desiderio disperato di evasione, metaforicamente dalla situazione proposta e fisicamente dalla sala cinematografica. Nessuno emotivamente stabile vorrebbe mai trovarsi nei panni di Marguerite. Ma compito del cinema è quello di farci entrare nelle vite altrui. Prepararci, magari, a eventuali contesti simili.
Quindi è perfettamente comprensibile e naturale che si voglia fuggire, che si sbuffi, che le gambe prendano a tarantolare, che si guardi l’orologio, che si senta, a un certo punto, un senso di soffocamento, di oh-my-god-I-can’t-stand-this-anymore. Io non ho letto il libro della Duras da cui il film è tratto, ma ho la certezza che la stessa sensazione avvenga anche durante la lettura. Che non sia una questione cinematografica. Ma di storia. Di fedeltà al sentire narrativo.

Per questo non è un film che si consiglia a chiunque. Non è nemmeno un film che si rivede, credo. Ma è un film che come pochi altri ti fa sentire la scomodità e il malessere, due emozioni sgradevoli, che tuttavia vanno conosciute, come tutte le emozioni — la felicità del 2+2 non va oltre il 4, e la vita emotiva, Fellows, va ben oltre il 4…

Strutturalmente, “La douleur” è spaccato in due. La prima metà, la definirei extradiegetica, se dovessi ricorrere a un termine della critica letteraria. Nel senso che è rivolta all’esterno. Parigi occupata, Marguerite si muove, esce, briga, approccia l’agente della Gestapo, fa di tutto per trovare informazioni e rintracciare il marito. È una parte mobile — o meglio, più mobile della seconda.
La seconda metà è intradiegetica, nel senso che Marguerite si chiude in sé stessa e nel suo dolore — fisicamente, si rinchiude all’interno del suo appartamento — e da lì non si schioda più.
È una parte statica, immobile. Ha tirato su delle pareti addosso alle quali non smette di sbattere la testa.
Il film è interessante anche perché investiga il paradosso del dolore: per quanto angoscianti, quelle pareti offrono anche una specie di rifugio, una sorta di perverso giaciglio protettivo, dal quale non vorrebbe più uscire.
Il problema del dolore non è solo il soffrire in sé, è anche la dipendenza che esso crea, che ti convoglia in una spirale egocentrata da cui tirarsi fuori è durissimo. Questo risulta evidente nella seconda parte del film, in cui Marguerite si macera nella propria sofferenza, rimbalzando dalla cucina alla sala, dal divano al letto, sfiorando di pochissimo la pazzia, o forse finendoci dentro, ma riuscendo tuttavia a rimanere ancorata, anche solo con una mano, alla speranza.
Anche questa, la speranza, è sviscerata nel suo lato oscuro — e pochi film lo fanno, riconosciamolo. Della speranza si narrra sempre il volto positivo, non si mette mai in evidenza la sua ostinata vacuità, in certi frangenti, la sua tensione all’illusione. Efficace, in questo senso, il personaggio della madre ospitata da Marguerite, che attende la figlia disabile dai campi di concentramento, illusa che prima o poi possa fare ritorno.

“La douleur” non è solo il ritratto asfittico di un’attesa sfinente, di una sofferenza senza fine. È anche il riconoscimento che la Storia può incidere il corpo di un amore, e sfigurarlo per sempre. Una volta tornato dal campo, Robert non è più lo stesso. E infatti il regista si guarda bene dal farcelo vedere in volto — lo sfuma, lo nasconde. E non per motivi di semplice deperimento fisico post-Dachau. Ma parché la persona emotiva di prima, che conteneva un amore, non è più. È un vaso scheggiato, da cui è fuoriuscito, goccia a goccia, l’amore, con tutta la sua carica vitale.
A casa ritorna un contenitore vuoto. Riempirlo, è il duro percorso che tutti i sopravvisuti hanno dovuto affrontare. Tantissimi, non è un caso, non ce l’hanno fatta.

Pertanto, malgrado il supplizio a cui il film ti sottopone, io lo salvo. Anzi, proprio per il supplizio, lo salvo, e lo consiglio agli animi pronti al sacrificio — sacrifichiamoci un po’, in quest’era di nulla instagrammabile! Eccomi arrivata alla fine, miei Moviers —spero di non avervi persi per strada.

Il Frunyc IV aggiornato con alcune foto newyorkesi scattate durante il break natalizio.
In più, vi offro anche il FruIT, un frutto prelibatissimo con gli scatti più belli dall’Italia — e sì, il nome è da copyright. 😉

Ringraziamenti sempre numerosissimi, e saluti, stasera, veicolarmente cinematografici.

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Let’s Movie 397 da NYC commenta “COLD WAR” di Pawel Pawlikowski, saluta per il Christmas Break e vi vede in Italia :-)

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Forty, Fellows,

sono quaranta. Gli anni. I miei. Li ho compiuti ieri, 22 dicembre 2018.
Quaranta non sono trentanove o quarantuno. Sono quaranta. E non è che io voglia drammatizzare il traguardo — io? Drammatizzare? Quando mai…— oppure mitizzare il traguardo. Oppure plagiare Carol Alt in quel film di costumi sgambati e tessuti sintetici che fu “I miei primi quarant’anni”.
Quarant’anni non sono nemmeno il mezzo del cammin di nostra vita, perché oggi la donna ha un’aspettativa di vita media che si aggira intorno agli 85,6 anni.
I quaranta si distinguono dalle decadi precedenti innanzitutto nella parola. Gli -anta segnano l’inizio di una sfilza di decenni in -anta. Mentre prima eri in quel paradiso artificiale di -enti ed -enta che ti faceva rientrare nello spazio della gioventù anagrafica.

Il discorso dell’età viaggia un po’ tutto sui binari del luogo comune. Vedi per esempio il tormentone dell’età dello spirito che non c’entra nulla con quella del fisico. E pure lui, il fisico, negli ultimi tempi, sta tirando fuori trucchi mai visti, e ci sono donne di sessant’anni, sett’antanni, che ti mozzano letteralmente il fiato quando le vedi. Sharon Stone, Cher, Jane Fonda. Se nelle loro vene scorra ancora qualche goccia di sangue oppure solo pozione magica a base di acido ialuronico e botox che magicamente le preserva, questo è un dubbio da tenere in considerazione. O magari nel cassetto del comodino hanno il patto siglato con il diavolo, responsabile di aver ritoccato il mezzo del cammin di loro vita in cambio di chissà quale prezzo — vedete voi che fine ha fatto Faust.

Io mi sento età diversissime, tutte nello stesso tempo.
Ho compiuto quarant’anni, me ne sento venti, e mi illudo di dimostrarne trenta (!). Sono tre decenni in uno.
Per non parlare poi di quanto millenaria posso sentirmi, a volte. Ci sono dei momenti in cui credo di reggere tutto il peso del tempo sulle spalle. Questo mi succede soprattutto quando sento brutte notizie, oppure se intravedo certi comportamenti umani reiterarsi nell’errore. Allora mi sento antidiluviana. Come se appartenessi al passato e fossi costretta a rivivere quella situazione, quell’errore, infinite volte.

Ma la maggior parte del tempo, il tempo è incolore e inodore. Ci nuoti dentro senza vederlo.
Quando poi passi davanti alle pietre miliari dei decenni, ti fermi un attimo e ragioni.
Ieri è toccato alla pietra miliare con “40” scritto sopra, quindi mi sono fermata e ho ragionato.

La domanda —spietata— che ci si pone di solito è: “sei riuscito/a a fare tutto quello che ti eri prefisso/a di fare entro la deadline dei 40?”
Sulla mia lista di “cose da fare entro i 40” comparivano, fra le tante, le seguenti voci

  • mettere piede nell’emisfero australe: fatto. Australia e Nuova Zelanda
  • trasferirsi a New York: fatto. Upper West Side
  • pubblicare il primo libro: fatto, per un pelo. “Bitter Bites from Sugar Hills“. Grazie agli USA
  • fare il bagno nel mare di notte: fatto. Puglia. Aiutata dalla luna piena, cosa che potrebbe renderlo passibile di squalifica
  • fare il bagno nel mare nuda: fatto. Tasmania, Flinders Island. Aiutata da 53 km di spiaggia deserta, gli unici occhi indiscreti quelli di qualche wombat di passaggio — spero che la mancanza di occhi indiscreti non lo renda passibile di squalifica anche in questo caso. A ogni modo, essere nudi nel mare mi è parsa una disciplina molto simile a quello che dovette essere, quarantanni orsono, il nuoto intrauterino.
  • fare il bagno con una tartaruga marina: fatto. La Gomera. A oggi non so se l’inconsapevolezza della tartaruga, che nuotava cinque-sei metri sotto la mia pancia, anche in questo caso, lo renda passibile di squalifica. Spero di no però.
  • cadere un innumerevole numero di volte: fatto. Un’innumerevole numero di volte
  • rialzarmi un innumerevole numero di volte: fatto. Un’innumerevole numero di volte.

L’ultima voce è, naturalmente la più complessa. Cadere è un movimento che mi riesce straordinariamente bene — campionessa di caduta libera. La fase della risalita risulta ancora ancora molto ostica. Ma anche per motivi di fisica classica, dico io. Parte della colpa sarà certamente imputabile alla forza di gravità che schiaccia a terra: voglio pensare che ci sia una componente fisica nel peso esistenziale che mi/ci preme addosso.

La pietra miliare dei quaranta è anche, in qualche modo, filosofale. Nel senso che ti fa vedere e rivedere certi dogmi a cui ti eri votato nei decenni precedenti.
Io mi sono votata per moltissimo tempo al tempio spietato di una citazione di Sylvia Plath, amatissima poetessa americana che ho posizionato nella categoria “maneggiare con cautela” dopo averla osannata in tutti i miei vent’anni — e se c’è una cosa di cui sono certa, è che non vorrei mai, mai, mai tornare in balia dei vent’anni, quando porti a spasso te stesso nella più totale inconsapevolezza.
La citazione recita “fa male non essere perfetti”.

“Fa male non essere perfetti” è stata il mio Vangelo, la mia Verità. Non ho mai pensato di metterla in discussione. Era scritta con il sangue: quello di Sylvia, anche, morta suicida all’età di trent’un anni — ora la sua fine rispecchia tristemente la tensione a un mito inarrivabile.
Vista l’intoccabilità di “fa male non essere perfetti”, negli ultimi tempi ho cercato di ribaltarla chiedendomi: e se essere imperfetti facesse bene?
Non posso mentire e dirvi che ho trovato la risposta e che la risposta è sì, essere imperfetti fa bene.
Ci sto girando intorno. Purtroppo noi essere umani nati cristiani, veniamo cresciuti con l’idea di essere stati creati a immagine e somiglianza del divino. Dio, nel racconto popolare evangelico che ci viene fatto di lui, è perfetto. Ergo noi, sue creature, tendiamo a quello, alla perfezione. Non ci meravigliamo, quindi, se, a un certo punto del nostro cammino su questa terra, noi si voglia emulare la figura del padre.
Svincolarsi da tutto questo, da tutti i dogmi che ci si infilano sottopelle da piccoli senza che noi ci si accorga, è il lavoro di una vita.
Cominciare presto è buona cosa.
Rimane, tuttavia, il lavoro di una vita.

Due estati fa, mentre risalivo la ciclabile lungo l’Hudson, all’altezza della 57esima o giù di lì, mi sono scontrata con un poster gigantesco affisso a un grattacielo.
Be the woman you want to be — Coco Chanel”.
Ricordo di aver fermato la bici, estratto il quadernino, e annotato la frase, per timore di dimenticarla.
Timore inutile.
Non l’avrei più scordata.

“Be the woman you want to be” ti dice un sacco di cose. Prima di tutto, non limitarti a quello che sei. Realizza quello che vuoi. Questo suggerimento mette la volontà prima dell’essere — chissà cosa ne direbbe Sartre, fosse vivo. Se noi diventiamo ciò che vogliamo, ci sganciamo automaticamente dalla zavorra della nostra natura e della nostra finitezza. È un suggerimento che invita a cambiarsi, a non vedersi condannate da ciò che siamo, ma a concretizzare l’idea di noi che coltiviamo.
Coco non ha aggiunto che il prezzo da pagare è alto, nel mettere in pratica questo suo consiglio. La volontà è un’animale sempre affamato.
Trovare l’equilibrio, anche quello, è il lavoro di una vita, dopotutto.
Not that I am anywhere close there, articolerebbero qui la mia lontananza alla meta…

Un’ultima citazione che ripeto come un pappagallo e un mantra, e in cui cerco di credere, viene da Nelson Mandela.
“It always seems impossible until it’s done”.

Tutto quello che ho fatto, ma proprio tutto tutto, mi è sempre sembrato impossibile prima di mettermi a farlo. Dall’essere andata a studiare a Venezia, all’essermi trasferita a New York. La seconda poi, pareva un miraggio da matta senza speranza di oasi. Tutto quello che è capitato negli ultimi due anni ha confermato le parole di Nelson. Dall’abitare nell’Upper West, al pubblicare un libro di poesie in inglese — un’italiana che pubblica poesia (poesia!) in inglese in America. Sounds pretty unlikely.
È una massima, la sua, che incapsula i sogni nella pratica, e ringrazio Nelson per averlo fatto per tutti noi.

E poi naturalmente la pelliccia color lavanda.
Fino al 21 dicembre sera ho corretto esami e registrato voti. Il 22 dicembre ho celebrato la mia personale festa della liberazione, scorrazzando per la città come solo i bisonti del Montana prima di Buffalo Bill.
Ho appagato la sete di sapere andando al Jewish Museum, per la mostra “Chagall, Lissitzky, Malevich: The Russian Avant-Garde in Vitebsk, 1918-1922”.
Ho scartato l’Avanguardia russa e ho tenuto il cuore di Chagall, pittore amatissimo, per le capre che fa spuntare in cielo, per i visi verdi e per quel blu imperante da cui non smettereresti mai di farti inondare.
Poi SoHo. Ma SoHo il 22 dicembre è una colata lavica di regali da fare e corpi umani impegnati a farli. Quindi sono scappata in fretta, per riparare sulla ventiseiesima, tra la Sesta e la Settima, dove c’è il Buffalo Exchange, il mio porto sicuro. Lì trovo sempre qualcosa.
Ieri ho trovato una eco-pelliccia color lavanda. O meglio, una nuvola color lavanda, dentro cui sono sprofondata e da cui non sono più stata in grado di liberarmi.

Ora, c’era bisogno che io comprassi una pelliccia di un colore rinomatamente sobrio, che per altro è anche il colore del mio bagno?
Naturalmente no. Ho già molte altre idiozie nell’armadio — certo non lavanda.
Ma se ragionassimo in termini di bisogni strettamente vitali, sopravvivremmo con bacche e radici. Taglieremmo via tutto. L’arte, la poesia, la bellezza. Ma è lì che ci distinguiamo dagli animali. Nella capacità di apprezzare una nuvola lavanda con un essere umano dentro. Oppure una pièce teatrale, oppure un verso. Oppure un quadro.
Spero di voler comprare pellicce inutili e tacchi inutili e cappelli inutili anche a ottant’anni. Novant’anni.
E di cercare innamorati che volano sopra le case, come ci mostra sempre lui, Chagall.
E di rimanere sempre hungry e foolish, come diceva Jobs.
Curious and silly, come direi io.
Soprattutto silly 🙂

“Dopo la quarantina ce n’è una ogni mattina”, recita mia madre da millenni, riferendosi agli acciacchi post-quaranta.
Però per una volta, mi tocca ringraziarlo, questo corpo che da quarant’anni mi contiene, e che non va mai bene. Non solo mi supporta, ma mi sopporta, il che è ben più difficile. Gliene ho fatte (fare) di tutti i colori, e ancora gliene faccio (fare) di tutti i colori.
Ma oggi lo ringrazio, e cerco di essere più clemente.
Non so come faccia, dopo quarant’anni di me!

Prima di passare al film della settimana, vi informo che Lez Muvi chiude per il Christmas Break fino più o meno la fine di gennaio.
Una pausa lunghissima?
No, una pausa giusta che, udite udite, mi permette di venire in Italia! 🙂
Ebbene sì, segnatevi le date: dal 9 al 20 gennaio, rimbalzerò fra Trentoville, Milano, Trieste, Venezia and who knows… Cercherò in ogni modo di lanciare un Call-for-Moviers e un Lez Muvi speciale dal Mastro all’Astra… Vediamo se ce la faccio!
Altrimenti fatevi vivi, e cerchiamo di vederci — [email protected].
Sarà stranissimo tornare in Italia dopo quasi due anni di assenza… Sono quasi intimidita.
Ho detto “quasi”… 😉

Il compleanno è passato liscio liscio finché non si è incagliato nel film della settimana, “Cold War” di Pawel Pawlikowski.
Ve lo ricordate il capolavoro “Ida”, qualche anno fa? Ecco, l’impronunciabile Pawel Pawlikowski è il regista di “Ida”.
“Cold War” ha vinto il premio alla miglior regia all’ultimo Festival di Cannes ed è in lizza per qualche Oscar, a febbraio.
Il problema con il film è tutto mio, forse. Mi aspettavo tantissimo. Ho trovato tanto, ma non -issimo: un mélo, un gran bel mélo, girato ad arte, con attori capaci e un bianco e nero sempre accattivante, ma pur sempre un mélo. Nothing new under the sun.
Siamo in Polonia, anni Cinquanta. La giovane Zula viene scelta per far parte di una compagnia di danze e canti popolari. Tra lei e Wiktor, il direttore del coro, sboccia subito un amore feroce.
Nel 1952, arrivati a Berlino Est per un’esibizione, Wiktor organizza la fuga dall’altra parte del Blocco per vivere finalmente in libertà la loro storia d’amore. Ma Zula, animo focoso e ribelle su cui grava il sospetto di aver ucciso il proprio padre, contro ogni previsione, non si presenta all’appuntamento concordato.
I due s’incontreranno di nuovo sulla scena artistico-bohemien di Parigi, con i rispettivi partner del momento, ma ancora perdutamente innamorati.
Il finale, come ogni mélo, è una catastrofe d’amore e morte. Resa ancora più drammatica dal fatto che i personaggi di Zula e Wiktor ricalcano i veri genitori del regista, di cui lo stesso regista ha detto: “Erano entrambi due persone forti e meravigliose, ma come coppia un infinito disastro”.

In “Cold War” c’è tutto quello di cui una tragedia d’amore ha bisogno. Innanzitutto un amore potentissimo, a tratti ingestibile, violento, fatto più di silenzi e sguardi che di lunghe chiacchierate sopra una tazza di tè. E poi c’è il dramma della Storia, negli ingranaggi della quale la storia di Zula e Wiktor finisce. Un amore diviso da cortine, da sbarre, da reclusioni, da legami, che non trova la pace nemmeno alla fine — o nella fine…
“Andiamo dall’altra parte, la vista è migliore da lì”, suggerisce Zula a Wiktor, nell’ultima scena, ribadendo il loro status di innamorati condannati al nomadismo eterno.
Anche i due singoli personaggi sono piacevolmente diversi. Tanto passionale, selvaggia, furia Zula — una vera forza della natura — quanto mite, introverso, raffinato Wiktor. Questa diversità li attrae e al  contempo li respinge, sancendo una dinamica di coppia pressoché impossibile — proprio come quella dei genitori veri del regista.
Di “Cold War”, ti può piacere il lavoro stilistico, che avevamo già apprezzato in “Ida”: l’impiego del formato quadrato al posto dei quattro terzi, e la riconferma del bianco e nero sono due mezzi linguistici familiari a Pawlikowski, che è in grado di maneggiare con grazia ed efficacia.  
Allora, se tutto è così perfetto, forma, contenuto, scrittura del personaggi, cosa c’è che non va?

Forse il “nothing new under the sun”. Forse tutto troppo già detto e visto. Forse troppi canti popolari polacchi all’inizio — i canti popolari polacchi nooo!! Forse avrei voluto vedere qualcosa di più, perché da uno come Pawlikowski, che ci ha abituato a qualcosa di spettacolare come “Ida”, mi deve dire qualcosa di più.
O forse “Cold War” mi ha ricordato troppo da vicino “Franz”, di François Ozon, che avevo molto apprezzato, ma che in qualche modo, condivide moltissimo con questa storia, a partire dall’amore travagliato, l’amore ai tempi del dopoguerra, e la scelta del bianco e nero.
Gli auguriamo ogni bene agli Oscar. Ma certo non a scapito di “Roma”, che lo batte, emotivamente, in un ogni fotogramma.
E siamo arrivati in fondo, Moviers. In fondo al pippone di oggi, e in fondo al 2018.
Ci ritroviamo a fine gennaio qui in Lez Muvi, e a metà gennaio in Italia.
Insomma, non vi liberate di me. Nonostante i quaranta!

Frunyc IV aggiornato, auguri di cuore, ringraziamenti di testa, e saluti, anagraficamente cinematografici.

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