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LET’S MOVIE 335 from NEW YORK CITY – commenta DUNKIRK, in anteprima!

LET’S MOVIE 335 from NEW YORK CITY – commenta DUNKIRK, in anteprima!

Mare Moviers!

C’è il mare a NYC. Ora so cosa state immaginando. Quello che immaginavo io. Marghera. O le spiagge post-nucleari di qualche paese dell’Est in cui le vecchine zoppicano per le strade battute dal vento portando patate e vodka nella sporta (!). Oppure una Coney Island, con la sua tristezza pagliaccia di cui avevo già raccontato. Oppure gli Hamptons super posh, stipati di ville extra bourgeois, dove mettere piede non è per ora il mio desiderio.
No. NYC mi guarda e se la ride. Me l’ha fatta di nuovo.

Domenica scorsa — e oggi — la mia meta è stata Far Rockaway, una strisciolina tipo Giudecca ai piedi del Queens. Non è esattamente dietro l’angolo. Ma dipende da dove siete di casa. Per me, che di casa sono sulla 150esima, il tragitto ha richiesto un’ora e 40 minuti, ma non tutti in metro, vè. Con il sole fuori e una bici scalpitante in casa, non puoi startene un’ora e 40 minuti chiuso in metro. Allora cicletti lungo l’Hudson, attraversi il Ponte di Brooklyn e raggiungi la fermata della metro di Jay Street. Un 13 miglia, suppergiù. Lì, carichi la bici sulla metro, la A, quella che tutti prendono per il JFK quando devono riprendere l’aereo, con la tristezza nel cuore — stavolta non c’entro: mica l’ho cantato io che leaving New York never easy…
Se proseguite oltre il JFK, la metro vi porta sulla penisola lunga e stretta di Far Rockaway. Lì potete scegliere qualsiasi fermata. Vi si prospettano un’ottantina di isolati di spiaggia. E non post-atomica. Una spiaggia californiana, di quelle larghe, molto sabbiose, in cui i piedi sprofondano, e il mare è muscoloso e sabbioso, niente Caraibi.
Ma prima di accedere alla spiaggia, una striscia larga di pianticelle piantate da poco. Prima di accedere alla spiaggia e alle pianticelle, un quartiere tutto nuovo nuovo con case bianche e di tutte le tonalità dei pastelli — gialline, verdine, azzurrine. Non ho potuto non pensare a Martha’s Vineyard, quell’atmosfera da isola di mare esclusiva, i turisti benestanti con i maglioni di cotone grezzo, i pantaloni di lino e quell’aria serena delle persone arrivate. Questa è la versione newyorkese. NON è Martha’s Vineyard. Ma c’è qualcosa che la ricorda. Forse anche solo il colore di questi villini tutti uguali, tutti Wisteria Lane — qui vi voglio, con la citazione… — che mi proiettano dritta dritta in un clima balneare 100% americano.
Prima di prendere possesso del mio posto sulla spiaggia, percorro in bici tutto il lungomare. Tutto nuovo nuovo, dicevo. L’Uragano Sandy, nel 2012, ha spazzato via tutto, qui. Noi non abbiamo percepito quanto disastroso sia stato per NYC, quest’uragano. Ma lo è stato. Praticamente tutti i lavori di manutenzione che ti rallentano i weekend se devi prendere la metro, sono per rimettere a posto il diavolo a quattro che Sandy deve aver fatto nel giro di poche ore.
Qui, hanno rimesso tutto a nuovo. Il percorso pedonale e ciclabile che si snoda lungo il mare, locali, servizi. Tutto brand-new. Rimango sbalordita.
A NYC uno si abitua al “basic”. La metropolitana, l’abbiamo già detto è sporca, incasinata, alcune fermate sono l’avamposto della fine civica. Nulla a che vedere con il bonton di quella parigina. Con la precisione di quella londinese. I bus sono assai provati. I sedili hanno accomodato troppi sederi, troppo sovrappeso per non riportarne memoria. NYC ti abitua a questo tipo di essenzialità. Questo, se da un lato ti costringe a rivedere le tue abitudini, dall’altro, ti consente di apprezzare ciò che di meglio trovi in giro. Ti fa anche capire che con l’essenziale puoi farcela. Tutto il resto è un extra. Lusso.
Allora non ti aspetti una zona balneare con bagni in strutture avveniristiche in legno e acciaio, fontanelle per l’acqua, docce, docce per i piedi e persino i dispenser di crema solare — davanti alla lotion-to-go volevo chiamare in Svizzera e chiedere se sul Ticino hanno approntato questo tipo di servizio, loro che sono sempre così servizievoli…
Ma non sono solo il mare e i localini pieni di infradito, profumo di olio di cocco, e le bancarelle con prezzi così cheap da ricordarmi che nonostante tutto esiste, in questa città, un’evidenza di cheapness, che brilla come il sorriso buono della fata Turchina. Sono i newyorchesi, a fare di Far Rockaway, un’esperienza “Surfin’ USA”. Perché qui si surfa, ed è una cosa seria.
Donne, uomini, di qualsiasi età. D’un bianco latte come solo gli irlandesi. La tintarella non interessa, anzi, il sole è nemico. Indossano il costume e sopra il mutino, o una maglia a maniche lunghe. Hanno delle strisce rosa, azzurre e verdi sul volto: orizzontali sotto gli occhi, e una verticale lungo il naso. Come quelle nere dei rugbisti australiani, gli All Black, per interpretare un Haka più convincente. Vedo un surfista passare uno stick a un bambino. Gli dice, “try it”. In un attimo il bambino diventa un lottatore maori, ma del clan dei Puffi. Capisco che è per proteggere le parti particolarmente sensibili dal sole nemico. Penso che i newyorkesi abbiano un talento particolare nel trasformare una cosa silly in una cosa cool. Sarei quasi disposta a barattare la mia protezione 10 con questa loro invenzione colorata a protezione con uno zero in più della mia. Poi però penso che loro non sono qui per abbronzarsi. Sono qui per surfare. A ciascuno le proprie priorità.

Ora, dopo aver visto ciò che fanno i surfisti neozelandesi con l’oceano assassino che si ritrovano, non penso di stupirmi per le abilità atletiche dei surfer dello Stato di New York. E infatti non mi stupisco. Ma è la serietà con cui approcciano il tutto, a meravigliarmi. Le biciclette sono dotate di ganci laterali che permettono loro di scarrozzarsi dappertutto la tavola su due ruote. Prendono il mare e ci stanno dentro delle ore — delle ore — in attesa dell’onda perfetta. Ripeto, siamo nel Queens, non a Bondai Beach.
Sono le donne, tuttavia, ad attirare la mia attenzione — oddio, anche un paio di toraci usciti dritti dritti dall’indubbio talento di Dio non sono passati inosservati. Ma le donne… Stazza surfista. Niente “skinny bitches” — così si apostrofano qui le magre, non dite nulla… Spalle solide, piedi grandi, camminata valchiria. Dicevo, qualsiasi età. Dai 18 ai 60, e più.
Penso all’Italia. Le 60enni in Italia fanno jogging, trekking. Magari nuotano. Ma surfare? Con il mare grosso? Mmm, non ce le vedo molto. Qui invece lo fanno. Non so perché. Mi piacerebbe saperlo. Non credo sia una questione di parità sessuale. Quella è stata superata. E’ più per senso di libertà, credo. Lo capisci da come si buttano in mare. Non un istante di esitazione. Prendono il mare, letteralmente.
Se le nonne/zie sono così, immaginate come crescono le nipoti. Si parla tanto di come siano toste le newyorkesi. Ed è vero, lo sono. Forse nei decenni passati aveva a che fare con l’adattamento e la sopravvivenza. Vivere in una metropoli richiede “stamina”. Energia, grinta, anticorpi. Ora che tutto questo è stato processato e interiorizzato a livello di specie e gender, si tratta di “semplice” libertà. Di agire la libertà. Fare quello che si vuole. Anche un’ora e mezza di metro, stare in acqua un paio d’ore e poi tornare a Manhattan. Anche a sessant’anni. Settanta. Who cares.

Ma naturalmente non c’è solo quel tipo di donna. La tosta, indipendente, un filo androgina che si butta fra le onde. Ci sono anche le madri di famiglia. E qui sì, tutto il mondo è paese.
Vedo arrivare una famiglia di afroamericani. Padre, madre e tre figli. La maggiore potrebbe essere la prossima Halle Berry. L’età di Lolita. Gazzella, inconsapevole di esserlo, a differenza di Lolita. Il piccoletto è una briciola di un anno o poco più, e il ragazzino di mezzo è quello che definirei moccioso. Sette anni, trouble-maker. Ma sono i genitori, a impressionarmi. Lui avrà non più di 35-38 anni. Corporatura montana. Nel senso che è una montagna. Canottiera bianca, pantaloni da basket sotto il ginocchio, scarpe da ginnastica, barba talebana e capello rasato. La moglie, anche lei, non più di 32-35 anni. Il costume azzurro la strizza tutta. Quando si alza per accompagnare la briciola in riva al mare, vedo quanto il junk food possa danneggiare un corpo. Fatica a camminare, le cosce fanno attrito l’una contro l’altra. Anche il marito fatica, ma lui più per pigrizia. Dal broncio che porta capisco che la domenica in spiaggia è stata un’idea della moglie. Lui vorrebbe piuttosto annegare in un divano di patatine e Playstation, salvato, di tanto in tanto, dalle notizie sportive. Invece si è scarrozzato borsa-frigo, sedie, giochi, e tutto l’armamentario da spiaggia davanti al quale siamo tutti uguali — italiani, americani, francesi, tedeschi, forse gli unici a fare eccezione sono gli svedesi perché l’IKEA permette loro di montarsi la casa in spiaggia.
Più tristezza di tutti, comunque, me la fa un gruppo di latine, dietro la famiglia afroamericana. Radio con “Despacito” e sim., una pizza gigante in mezzo al lenzuolo — gli asciugamani sono troppo piccoli e siamo pur sempre in America, dove la grandezza è tutto. Sono le 3:30 pm, quindi suppongo che la pizza sia da considerarsi l’ammazzacaffé?
Anche sui loro corpi il junk food ha scritto un verdetto difficilmente emendabile. Ma non è una questione di peso. Sono truccate in maniera molto vistosa, passano il tempo a mettersi in posa per il fuoco di fila di selfie che si sparano a vicenda, mentre flirtano con l’unico maschio — sicuramente alfa — del gruppo. C’è qualcosa che aleggia sopra di loro. L’urgenza di espletare bisogni fisici, pratici — mangiare, bighellonare, cuccare. La mancanza assoluta di visioni alt(r)e è presente più di una presenza.

In mare, davanti a me, ho il prototipo della donna che tutte le donne dovrebbero avere la possibilità di diventare. Libera, selvaggia e se stessa. Dietro di me, ho quello che le donne non dovrebbero più voler diventare. Brutte copie di modelli con cui i media ingozzano e inquinano i loro sogni.
Mi trovo esattamente in mezzo a questi due estremi. Gli occhi guardano avanti, ma c’è una mano che tira indietro.
NYC è anche questo.

…E questa settimana è stata la settimana del Village East Cinema, nel Lower East Side, una sala che per la mia sopravvivenza non abusa dell’aria condizionata come qualsiasi luogo pubblico — metro compresa — in questa città. Fra le “cose su cui NYC deve lavorare”, sicuramente il rapporto malato con il condizionamento dell’aria.
Parte del mio ferragosto è trascorsa a “Dunkirk”, grazie a un Christopher Nolan che si è dimostrato il grande regista che è. L’abbiamo ammirato sin da “Memento”, passando per la trilogia di Batman, “Insomnia”, “The Prestige”, “Inception” — quando le architetture cerebrali sfiorano il lisergico. Gli abbiamo perdonato “Interstellar” — proprio non lo digerisco. “Dunkirk” diventerà uno spartiacque nella storia del cinema bellico. Così come c’è un prima “Salvate il soldato Ryan” e un dopo “Salvate il Soldato Ryan”, ci sarà un prima “Dunkirk” e un dopo “Dunkirk”. Se il film di Spielberg aveva svelato il lato umano della guerra — il sangue, i corpi dilaniati, il dolore fisico — così come mai era stato mostrato prima, il film di Nolan accende si concentra sul tempo. Perché la guerra sovverte e perverte tutto, a partire dalla percezione del tempo. Specie se siete 400.000 soldati inglesi ritiratisi sulle spiagge francesi di Dunquerke, dopo la prima grande offensiva lanciata dalla Germania nazista. 400.000 soldati in attesa di essere evacuati, di attraversare la Manica e tornare in patria.

“Dunkirk” racconta i fatti avvenuti durante l’evacuazione dalla cittadina francese, fra il 27 maggio e il 4 giugno del 1940. Con i tedeschi a impedire l’impresa, ovviamente. Dire che “Dunkirk” racconta, è inesatto. “Dunkirk” architetta tre spazi-sequenze, “Il molo”, “Il mare”, “Il cielo”, in cui ambienta tre storie che finiscono per sovrapporsi. Tommy è un soldato inglese che sopravvive all’attacco dei tedeschi e cerca in ogni modo di raggiungere un’imbarcazione che lo riporti in Inghilterra. Nel frattempo, per riportare in patria i soldati, la Royal Navy ordina ai civili proprietari di barche di qualsiasi tipo di dirigersi a Dunkerque e di caricare quanti più soldati possibile. Mr. Dawson accetta e parte con il figlio e un amico del figlio con la sua barca. In cielo, un duo di piloti tipo Goose e Maverick (!!), cercano di dare una mano come possono. Uno dei due viene affondato mentre l’altro, Farrier, prosegue il volo e arriva sopra Dunkerque, dove è in corso l’evacuazione a bordo delle navi civili sotto il continuo attacco degli aerei tedeschi. Farrier riesce a colpire uno degli aerei, salvando così le truppe alleate e le navi… Però finisce il carburante e lui, be’… ma non faccio spoiler.

Il film è tutto di corsa, perché così storicamente fu. Una corsa contro il tempo. Ovviamente lo spettatore rimane con il fiato sospeso tutto dall’inizio alla fine. Primo perché non ricorda esattamente quell’episodio della Seconda Guerra Mondiale — oppure magari lo ricorda, molto più decorosamente della pessima sottoscritta. E secondo perché quello è esattamente l’effetto ricercato da Nolan. Non già la pietas, l’empatia, ricercata da Spielberg o da Malick in “La sottile linea rossa”. Quanto piuttosto l’angoscia di non farcela, di non correre abbastanza veloce — come Tommy quando scappa dai proiettili tedeschi — oppure di non riuscire a prendere quella scialuppa, quella nave che ti porterà a casa, o di non nuotare abbastanza bene e riemergere a galla dopo che un sottomarino ha fatto saltare la pancia dell’imbarcazione in cui ti trovi.
Nolan costruisce una macchina claustrofobica nella quale rinchiude non solo i suoi protagonisti, i 400.000 soldati inglesi spiaggiati, ma noi tutti. Si serve di una colonna sonora che fa un uso oculatissimo del silenzio, dei bassi e di parti stridenti, quasi cacofoniche nei momenti di massima tensione, per poi virare nel melodico quando la situazione si sta per sciogliere.
E’ un “bring-the-boys-back-home” movie, quindi c’è una componente emotiva forte, che tuttavia, a parte il finale, esce fuori con misura e compostezza. Mi riferisco al fotogramma in cui il capitano britannico interpretato da Kenneth Branagh, si commuove, vedendo arrivare sulle spiagge di Dunquerke centinaia di barche civili inglesi di ogni dimensione e foggia. “Riesco a vederla…. Casa”, sussurra. Quel fotogramma gli varrà l’Oscar, perché passare dalle nubi di morte che gli hanno oscurato il viso fino a quel momento, alla luce, al sereno, alla speranza, alla vita, vale certamente una statuetta.
E quanto all’emotività. Questo genere di film mi solleva sempre un dubbio. Ma i tedeschi di oggi, vedendo tutto ciò, come si sentiranno? Perfettamente a loro agio, tanto il passato è passato e loro non portano sulle spalle le colpe dei loro padri? Oppure a disagio, a vedersi come i nemici, i cattivi, quelli da cui bisogna disperatamente fuggire? Magari questo dubbio è fuori luogo, ma io ci penso ogni volta che mi capita un film sulla Seconda Guerra Mondiale.

Visivamente, “Dunkirk” è uno spettacolo di quelli che si vedono di rado. Niente effetti speciali cheap, niente computer grafica, “solo” tecnologia Imax per assicurare la massima verosimiglianza delle scene — leggo da Wikipedia “IMAX è un sistema di proiezione che ha la capacità di mostrare immagini e video con una grandezza e una risoluzione molto superiore rispetto ai sistemi di proiezione convenzionali”. E caspita se ci riesce! Tutto è estremamente realistico. La scena in cui la nave viene colpita da un razzo sottomarino vi fa tremare i polsi per mezz’ora. E lo stesso dicasi per le scene sott’acqua, per le cabrate dello Spitfire in cielo, per l’incendio che si scatena in mare quando il petrolio fuoriuscito dalla nave prende fuoco, e gli uomini con lui.
Eppure dicevo, non una goccia di sangue. Niente pancia. Niente Melgibsonate alla “Hacksaw Ridge”… Siamo dentro la scena e non grazie al 3D, o a questo IMAX, ma grazie alla maestria di un regista-architetto che taglia, monta, costruisce le singole scene con l’idea di fare dello spettatore il centro della scena. Questo, capirete, non solo crea quell’effetto claustrofobico di cui vi parlavo, ma anche di correre contro il tempo.
Nolan vuole lasciare il segno. E ha capito che membra d’uomini, moncherini e facce scoppiate forse lì per lì impressionano, ma non s’imprimono nella memoria. Siamo troppo abituati, oggi, alla pornografia della barbarie: l’orrore ci viene sbattuto in faccia continuamente, in tv, su youtube, ovunque. Dalla barbarie bisogna derivare delle icone. E’ soltanto attraverso di esse, che fissiamo un’esperienza nel nostro archivio personale a lungo termine. La potenza metaforica di una spiaggia con sopra una distesa di elmi riversi vale più di qualsiasi corpo smembrato. Non dimentichiamo quanto scalpore fecero, nel 2009, le immagini delle bare ricoperte dalle bandiere americane con i corpi dei marines morti durante la “lotta al terrorismo” in Medio Oriente. Abbiamo sempre bisogno dell’allegoria se vogliamo tenere in pugno l’immaginario collettivo. Le religioni lo sanno sin dalla notte dei tempi. Anche la poesia, ovviamente.

Piace del film di Nolan, anche la storia del sopravvissuto. Tommy è una specie di Oliver Twist a cui ne capitano di tutti i colori, ma che alla fine, riesce ad arrivare in patria. Piace anche la meticolosità psicologica con cui costruisce le azioni e i pochissimi dialoghi — quello che accade sulla barca di Mr Dawson con i due ragazzi è un film-nel-film. Piace, infine, imparare qualcosa di nuovo, storicamente, emotivamente, personalmente, umanamente. Quando il cinema fa tutto questo, be’, possiamo dirci ben più che soddisfatti.
E se un film di guerra ha conquistato me, da sempre recalcitrante al genere bellico, voi, my Moviers, belli, ribelli e bellici, non potete assolutamente perdervelo. In Italia esce il 30 agosto.

E anche per oggi è tutto. Governors Island, la prossima settimana… E i movies outdoors, naturalmente 😉

Il Frunyc è qui. I titoli delle foto arriveranno prima o poi… 🙂

Vi ringrazio dell’attenzione e vi mando dei saluti, balnearmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 334 from NEW YORK CITY – commenta COLUMBUS

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Finalmente Fellows,

Sono a casa. 🙂
A riprova che la casa è il posto che ti chiama in un certo momento della vita, NON quello che l’anagrafe ti scrive sulla carta d’identità. Casa è quello che scegli di vedere fuori dalla finestra. La strada che vuoi camminare sotto i piedi.
Non è stato facile, l’esilio verde. Per quanto tutti abbiano/abbiate fatto di tutto per rendermelo meno penoso possibile. Angels, you are!
La questione, con il Trentino, nasce da come lo descrivo. Mi viene in mente un aggettivo molto British. “Dainty”. Il Trentino è dainty. Altre cose dainty sono il divano Luigi XV della zia ricca. Oppure il suo servizio di Limoges.
“Grazioso”. Io non voglio paragonare casa mia a un divano o a un servizio. Per quanto di Limoges.

Non è stato facile, dicevo. Ma cos’è mai facile? Nemmeno il rientro a NYC lo è stato. Complice una passione travolgente scoppiata tra il mignolo del mio piede destro e una delle mie due valige. Una love story impossibile come quella tra l’elefante e la farfalla di Zarrillo. Avrei mai potuto opporre resistenza? Certo che no. Questo però ha determinato la mia condizione di zoppa. E NYC non è una città in cui puoi startene a casa con due cuscini sotto il piede a giocare a Sudoku aspettando che 4-6 settimane (!!) passino e il tuo dito ritorni quello di un tempo.
Allora ci si compra una bicicletta.
Già quando ero qui in inverno, ero stata tentata. Vedere i newyorkesi sfrecciare sulle bici da corsa vintage — vintage davvero, vecchie 20 anni o più — con la borsa del pc a mo’ di faretra sulla schiena, il caschetto in testa, e una velocità spaventosa tutt’intorno, mi avevano fatto sognare “Flashdance”, what a feeling. Poi però il freddo ilare — come altro vuoi chiamarlo? — dell’inverno newyorkese mi ha fatto scendere dai pedali dell’immaginazione e tornare con i piedi per terra.
Ora però siamo in estate. E l’estate calza a pennello a NYC. Harlem ha gli idranti come quelli di Brooklyn, come quelli dei film di Sergio Leone. Quelli che i ragazzini, dal 1950 al 2.0, aprono per schizzarsi e trovare un po’ di refrigerio, e di fun. E con il caldo i campetti da basket sono sempre pieni di basketballers che giocano. La gente è per strada. I parchi e gli spazi verdi pullulano tutti di musica, libri, racchettoni, cestini da picnic, sandali tolti accanto a piedi nudi. Tutta questa vita outdoors forse anche perché il caldo non è così torrido come ci si aspetterebbe. Sembra giugno. Notti fresche, giornate ventilate. I department store con l’aria condizionata, per una volta, non sono la terra promessa.
Allora non posso proprio starmene in casa con questo bendidio fuori. Allora Craigslist. Allora bici di seconda mano.
Rispondo a un annuncio. Danelle, Lower East Side. Dalla foto la bici sembra in ottimo stato, e di un modello che mi fa capire che questa ragazza potrebbe essere una che se ne intende. La immagino sulla trentina, super fit, intellectual quanto il Lower East Side prescrive. Cazzuta anche. Ma non incazzata come le donne che abitano nel Financial District e che potrebbero freddarti anche solo con l’idea di uno sguardo.
“Nel mio building gli ospiti devono essere annunciati. Ho avvisato la portiera. Quando arrivi basta che dici che sei Sara per la bici”.
Skinny, intellectual, cazzuta, e con un building un po’ posh. Parto alla volta di East 2nd Avenue con una curiosità vorace.
Quando arrivo e la portiera chiama Danelle perché c’è Sara per la bici, ecco che mi vedo arrivare 110 kg di carboidrati strizzati in un corpo poco più che ventenne. Sopra i brufoli spuntano degli occhiali, e da sotto una voce, che risponde ai miei complimenti per il buono stato in cui la trovo — la bici, non lei.
“Non la uso più”, mi spiega.
Ricaccio indietro il “Ma dai?? Non avrei mai detto” più clamoroso della storia, perché l’obbiettivo è quello di salvare questa povera bici dai 110 kg che l’hanno piagata — piEgata? — nella sua vita da soma. Pago, ringrazio più volte di un giapponese riconoscente e volo via. Taglio tutta Manhattan, prima in orizzontale — Lower East Side, Chinatown, Tribeca. E davvero per sopravvivere hai bisogno di occhi frontali, laterali e anteriori per non soccombere al traffico, specie a Chinatown. Se ti procuri anche delle vibrisse feline, e padroneggi pure il sensoriale, anche meglio.
Poi fendo in verticale, West Village, Meatpacking District, Chelsea, Hell’s Kitchen, Upper West Side, Harlem. Lungo l’Hudson, sulla bella ciclabile che costeggia tutta Manhattan, Battery Park fin su e su e su oltre la 180esima. La bici fa dei rumorini un po’ strani. Ma in fondo l’ho pagata 50 dollari e per tutta la vita da soma ha scarrozzato in giro 110 kg, cosa pretendo?
Una volta arrivata a destinazione, lo sbaglio colossale. La lego con un lucchetto da cartoni animati. In attesa di trovare l’armamentario bellico con cui qui le bici si difendono dalla microcriminalità ho comprato un lucchetto che dice “sono lo zimbello dei lucchetti, fammi fuori ti prego”. E così, dopo un po’, ripasso nel vicoletto in cui avevo “legato” la bici, e trovo il nulla. Anche l’idea di parcheggiare in uno spazio sul retro del mio palazzo non è stata felice. Ma si sa, col senno di poi siamo tutti Einstein.
Ci rimango un po’ male, ma rido. Trento ha impiegato tre anni a rubarmi la mia amatissima Angel. NYC ha impiegato tre ore. Non c’è molto altro da aggiungere.

Non demordo e il giorno dopo ribatto al tappeto Craigslist. Rispondo a un annuncio di un tale Henry, profondo Brooklyn. Talmente profondo che Coney Island è a una manciata di fermate di metro.
Sotto la maglia unta Henry nasconde un’anguria, oppure una pancia di perfezione giottesca. Ha una sessantina d’anni, o forse cinquanta, portati gran male. Le mani sporche di grasso, le unghie lunghe — esiste abbinamento più abominevole? — la pelata davanti con i capelli lunghi sul retro. Unto di usi e costumi. Il commento sulle mie braghette corte gli vale il soprannome Henry-the-Slimy.
Accanto a lui, una di quelle station wagon squadrate dei film anni ’80, piena zeppa di articoli per biciclette. Sopra, sul tettuccio, un numero imprecisato di scheletri di biciclette. “A volte capita che trovi dei telai a cui hanno rubato le ruote…”, butta lì, vedendo che fisso in maniera troppo fissa quel cimitero ambulante.
Crederà davvero che io mi beva la versione del buon samaritano che salva gli scheletri abbandonati delle bici e trova loro delle case nuove?
La bici, e le altre che mi propone, sono in condizioni pietose. Il trucco è pubblicare in rete le foto delle bici nuove, e poi far trovare lo stesso modello, ma usato strausato. Mentre maledico me stessa per la mia ingenuità — n’antra volta — Henry-the-Slimy mi confessa di lavorare, a tempo perso, alla stesura di un action movie.
Dunque. Io sono davanti a questo lestofante di Midwood, Brooklyn, stimando il tempo che mi ci vorrà per togliermi tutto lo sporco che dalle manopole della bici si è trasferito sui miei palmi dopo aver provato una carcassa su due ruote, e lui mi parla delle sue velleità da regista. New York è così. Non sei mai una cosa sola. Impiegato, cassiere, lestofante. Sei anche quello che vorresti essere. La proiezione del tuo desiderio.
“Non c’è problema se pensi che non sia la bici che fa per te”, commenta, vedendomi scettica.
Grazie, Henry. La tua perspicacia è seconda solo al livello del tuo unto.

La ricerca continua e mi porta nel Queens. Jesus, originario del Messico, e sua moglie si stanno per trasferire in UK.
“Anche dopo la Brexit??” sbotto senza aver attaccato il cervello alla presa.
A volte la mia lingua è più veloce persino dei ladri di biciclette di Harlem.
Vorrei rimangiarmi la Brexit, ma non potendolo fare, viro sullo specifico geografico.
“Dove, per l’esattezza?”.
“Canterbury”.
“Ah, Chaucer!”
Il che equivale a dire “Ah Dante!” a uno che si sta per trasferire a Firenze.
Per evitare altri ignobili cliché, riparo sulla bici. Uno spettacolo. La moglie non l’ha quasi mai usata.
Jesus, di nome e di fatto, mi fa notare due minuscole viti arrugginite, e si scusa — che peraltro aveva già segnalato nell’annuncio online. Tanta trasparenza dopo la discesa agli inferi brooklyniana con la criminalità manifesta di Henry-the-Slimy, mi lascia interdetta e io vorrei dirgli che è un santo. Ma dato che lui è Jesus, e non vorrei passare per quella che demansiona, gli dico “Ma figurati, ruggine? Ma dove?!! E’ perfetta”.
Pago 60 dollari — mi ha accordato 20 dollari di sconto già via email, Jesus — e si assicura che prenda la strada giusta.
Arrivata a un certo punto non mi ritrovo. Chiedo a tre netturbini in pausa chill-out se sono giusta per Vernon Blvd. Uno di loro mi dice di sì, e aggiunge di svoltare a quel supermercato laggiù. Poi aggiunge “That makes 5 dollars”. Ride, e gli altri con lui. Io penso che nella mia Harlem mi avrebbero piuttosto invitato a fare quattro chiacchiere invece di chiedermi del denaro, anche solo per scherzo. Ma questo è il Queens, avranno altre usanze.

Il viaggio di ritorno, stavolta, è stato un filo più lungo. Percorro il Queens, Long Island City, mi fermo su Roosevelt Island, una strisciolina di terra non più larga di mezzo chilometro che si frappone fra l’Upper East Side e il Queens. Non c’è granché. Un piccolo faro, come quello rosso sotto il George Washington Bridge. E poi si può vedere il Palazzo dell’ONU da dietro. E’ strano vederlo da dietro. Sembra più indifeso, più comune.
Poi attraverso il Queensboro Bridge, che collega il Queens a Lower Manhattan, e assorbo più monossido assorbito in 30 anni di vita.
Poi Central Park e Riverside Dr, che è in assoluto una delle mie strade preferite. Tranquilla, ombreggiata. Protetta da file e file di platani. I platani sono alberi buoni, con la pelle maculata dei setter. Anche i setter sono cani buoni. Devono essere le macchie.

Sto sperimentando una doppia velocità in questi giorni. Un mignolo rotto ti fa andare pianissimo, ti fa superare anche dalle vecchiette con i deambulatori — non scherzo. Questo da un lato mi frustra, ma dall’altro mi fa assorbire la città. Cogli dettagli che non cogli camminando a passo spedito regolare. D’altro canto la bici ti fa andare veloce. Viaggiando su due ruote i tempi si riducono e anche gli spazi. Incontri ogni sorta di fenomeni, con ogni sorta di mezzo. E puoi usare lo strumento più intelligente in dotazione a una bici: il campanello. Trillo a tutto spiano per avvertire che arrivo, e sul ponte di Brooklyn, mi diverto un sacco a fare quella del posto che rimbrotta i turisti distratti che camminano nella corsia per le bici.
“Watch out! Bike lane!!”. Strillo, bitchy che più bitchy (bici!) non si può.

Nelle prossime settimane mi prometto di parlarvi di Governors Island e di Far Rockaway, la California newyorkese 🙂
Ma ora è ora del cine!

Ho scelto l’IFC Center nel Greenwich Village per tornare al cine. Dopo l’esilio, il Village ha un sapore dolcissimo.
Sono andata a vedere “Columbus” del regista giapponese Kogo Nada. L’ho scelto perché c’è di mezzo l’architettura. Ed è così raro, trovare un film in cui l’architettura è protagonista… Mi sono sempre chiesta il perché. Un edificio riempie, contiene, asserisce, emoziona, sconvolge. Quale miglior soggetto? Per non parlare poi degli architetti… Ci sarebbero fior fiore di biopic da girare…
A ogni modo il protagonista di “Columbus” è un famoso architetto che, di passaggio nella città di Columbus in Indiana per tenere una conferenza, viene colto da malore ed entra in coma. Jin, il figlio, arriva dalla Corea per assisterlo. Il rapporto fra i due, intuiamo, è sempre stato difficoltoso: c’è del rancore da parte di Jin. Forse anche della rabbia. Ma non tutto il male viene per nuocere. A Columbus Jin stringe amicizia con Casey, una ragazza che lavora in biblioteca e ama gli edifici progettati dal padre di Jin. Casey si trova in un punto sospeso della sua vita. Fa da madre alla madre — ex tossica e frequentatrice patentata di uomini sbagliati — e posticipa il momento in cui andarsene per vivere la sua vita.
Non succede granché nel film — e questo è ottimo. Tutto converge in certi dialoghi ben articolati, in cui Jin e Casey ragionano di architettura, di rapporti e di vita. Non è la solita coppia che speri si formi. Lo spettatore non è interessato a quello, perché il regista non era interessato a quello. Casey e Jin sono due esseri umani che si trovano in uno stallo. Come se l’ingranaggio della vita si fosse inceppato e avesse bisogno di un attimo di tempo e di attenzioni per rimettersi a funzionare. Alla fine Casey prenderà la sua decisione e reciderà il cordone ombelicale. Jin, avendo ripercorso insieme a Casey i fondamenti della poetica architettonica del padre, forse, si è rappacificato, almeno interiormente, con lui.
Anche se a un certo punto Casey si lancia in una descrizione notevole sul potere curativo, degli edifici, non è la parola, a farla da padrona, nel film. E’ l’immagine. Non necessariamente, o solamente, la fotografia. Quanto piuttosto la città di Columbus, con i suoi volumi, usciti dalle menti e dalle matite di architetti come Eero Saarinen e I.M. Pei. La macchina da presa danza intorno a queste creazioni, si sofferma su una vetrata, un ponte, una scalinata. E tutto questo ci basta. E basta ai personaggi.
“Columbus” è passato al Sundance 2017, e spero che riesca ad arrivare in Italia. I palati fini — quelli dei miei Moviers architetti in modo particolare — ringrazieranno.

E per stasera è tutto, anche se vi sommergerei di aneddoti su aneddoti…
Cercherò di tenere aggiornato il Frunyc il più possibile, per la gioia di qualcuno di voi… 🙂
Vi ringrazio sempre dell’attenzione e vi mando dei saluti, stasera, finalmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 330 commenta “LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE” e propone “RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA”

LET’S MOVIE 330 commenta “LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE” e propone “RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA”

Miconsolo Moviers

con una realtà che avrebbe dovuto farmi dormire sonni da bebé in queste settimane. Invece mi sono lasciata inquietare dalle convinzioni degli americani che credono che l’Italia nostra sia l’Italia che James Ivory dipinge nel suo cinema: la terra del dolce languire, degli infiniti pomeriggi passati a sedursi sui colli toscani, oppure quella del post-boom, la Vespa con dietro una sventola, risaie coltivate a Mangano. Un paese in cui si vive bene.
Noi tutti italiani navigati sappiamo altrettanto bene che quelle sono cartoline da un paese che non esiste più — è forse mai veramente esistito? Ma nelle mie due tappe presso le regine del Nord, Milano e Torino, la sensazione era proprio quella. La bella copia dell’Italia. E mi complimento con entrambe le Amministrazioni del posto per il lavoro sin qui svolto — per quanto mi sia imbattuta in un reportage de L’Espresso sull’operato dell’Appendino che non deve esserle piaciuto molto…
Se il Chianti avesse una versione urbana, sarebbe Milano, ora. Torino poi è il ballo di corte: camminandola, ti aspetti da un momento all’altro che l’orchestra attacchi la Marcia di Radetzky e che qualche cavaliere ti rubi dall’anonimato e ti faccia volteggiare in Piazza Vittorio Emanuele.
La realtà che avrebbe dovuto farmi dormire è Roma. Roma è sempre Roma. Ti sbatte a terra, e ti fa volare. La monnezza, ‘ebbuche, er traffico. Ma anche il buio giallo delle strane eterne, le ville nei parchi — o i parchi attorno alle ville — certa imponenza, quella storica, che non origina da un monumentalismo post, come la maggior parte del monumentalismo americano, ma dalla Storia, da un preciso momento storico. Noi ovviamente, essendo nati fra capitelli, are e colonne mozze — tra le armi più potenti che abbiamo in dotazione — diamo per scontato tutto. E’ la nostra sciagura. Forse, anche, la nostra fortuna. Se veramente ci rendessimo conto, moriremmo. Tanta bellezza tutta insieme 24 ore su 24 non si può sopportare. Come la troppa luce al Polo. La lussuria della foresta in Amazzonia.
Stecchiti da un’overdose estetica.

Roma è incasinata, rumorosa, piena di sé, esagerata, disfunzionale, esasperante. In una parola, imperfetta. New York è esattamente così. Un cervello con tante aree che non funzionano bene e che potrebbero essere curate, con non troppo sforzo da parte dei cittadini o delle istituzioni. Roma ha quella stessa componente. Il fattore “giungla”, la chiamo io, che probabilmente contraddistingue tutte le grandi metropoli e non può essere preteso dalle città medio-grandi — Milano — oppure dalle piccole virgole urbane — Trento.
Credo che l’aspetto che mi attiri sia proprio quello, alla fine — l’imperfezione — il che, per chi mi conosce, è un paradosso di portata colossal… Questo non vuol dire che alla metropoli manca l’ambizione di fare le cose in grande. Significa convivere con l’impossibilità di risolvere certe disfunzioni endemiche che la caratterizzano. Le metropoli contemporanee come NYC e Roma accettano di avere un profondo Bronx, accettano di avere Tor Bella Monaca. Ma non mette mano alle ruspe e demoliscono quartieri — mi vengono in mente le township di Soweto e Sophiatown, i quartiere popolari di Johannesburg letteralmente rasi al suolo durante l’Apartheid… Questo aspetto di clemenza urbana — che qualcuno potrà chiamare lassismo — in realtà permette anche un florilegio di culture alternative. E’ lì, in mezzo al margine, che il centro viene messo in discussione. A Trento — bene o male in tutte le città di piccole dimensioni — in cui si vuole imborghesire anche l’inimborghesibile, c’è la spinta all’Eldorado. Creare la città mitica, ordinatissima, in cui l’elemento fuori dal coro può stonare e rovinare l’armonia — gli immigrati da Piazza Dante, per fare un esempio. Da dove deriva questa pulizia urbano-etnica? Perché abbiamo così paura di tutto quello che stona? A Roma, a New York, si stona di brutto! E di stonati ce ne sono — siamo (!) — un gran bel numero. Vero, nella metro ti puoi prendere il tetano, le barriere architettoniche sono capolavori d’inespugnabilità deambulatoria, i senzatetto sono i veri residenti della città, la viabilità la lasciamo ai canali navigabili e certo non alle strade.
Vero, tantissimo fa imbestialire.
Eppure.

Non credo serva aggiungere altro a questo significativissimo “eppure”, se non che mi piacerebbe continuare il discorso sulle città insieme a voi Fellows, animi urbani, animi amanti della natura, animi con una solidità residenziale che a me, lo vedete, manca.
Certo risulta difficile intavolare discorsi se si diserta Lez Muvi, doh… E qui la strigliata la prendono tutti i Moviers tutti tranne la Vaniglia e il Nick-The-Nuts — attorno alla cui cine-identità si è scatenato un piacevole inferno, in cui il Board, naturalmente, ha sguazzato 🙂
Ora io mi rendo conto di essere un po’ Pierino còlto a gridare “Al lupo, al lupo!”: il plan era di rientrare a New York per fine maggio, invece ahimè, le maglie burocratiche statunitensi mi hanno incastrato… Quindi sono costretta a bazzicare per Trentoville ancora per un po’, in attesa…. Però questo non autorizza nessun Movier nessuno a credere che io starò qui foreva and eva! 🙁 Pertanto, anche se i film proposti non sono il massimo — del resto, QUESTA è la programmazione, e QUESTA è la fine della stagione cinematografica — cercate di farvi vedere. Per trovarsi un po’, discutere, azzuffarsi, tirar fuori l’italianità che è in noi, e di cui siamo fierissimi ambasciatori nel mondo — altroché Angelina Jolie 🙂
Avrei potuto essere molto ma molto più tragica e drammatica, molto più castellitto-mazzantini insomma, ma preferisco l’approccio “Ingmar Bergman” e creare quella sorta d’inquietudine, malessere, senso di colpa, che ogni film del Maestro lascia sui suoi spettatori… Ih ih ih… 🙂

Parlando di film che non sono proprio il massimo, ma il minimo… “La notte che mia madre ammazzò mio padre” s’inserisce nel regime dei minimi, e lì deve stare, fanalino di coda della partita IVA (!).
L’idea sarebbe stata sfiziosa: affascinante attrice di mezz’età sposata a un rinomato scrittore/sceneggiatore vuole dimostrare al marito di meritare la parte della protagonista nel suo ultimo film: una donna fredda e calcolatrice che commette omicidi manco fosse Lady Macbeth. Allora si mette d’accordo con l’ex marito e organizza il suo omicidio in una classica cena con i classici ospiti: l’ex moglie dello scrittore, la nuova squinzia del primo marito, e una star del cinema argentino giunto in villa per parlare del suo ruolo nel film.

Vi risparmio i siparietti, gli equivoci, i colpi di scena assolutamente senza colpi, le trovate cliché, le trovate gratuite, una black comedy bianca che più bianca non si può: non una goccia di cinismo, nulla d’irriverente, scioccante, dissacrante, grottesco. Il film mescola humor da “Weekend con il morto” — una brutta copia di “Weekend con il morto” — a una parodia mal riuscita: in realtà non si vuole ridicolizzare un genere o una situazione — due compiti assai ardui. Si vogliono semplicemente infilare degli equivoci e delle situazioni limite e mostrare la reazione “imprevedibile” dei personaggi. Peccato che tantissimo — quasi tutto — è telefonato oppure posticcio. E che l’imprevedibile è prevedibilissimo, se avete già visto “Una famiglia perfetta” di Paolo Genovese.
Sì perché l’idea sfiziosa di cui parlavo prima non è nuova. Ho passato tutto il film a chiedermi dove avessi già visto quel plot — mi suonava troppo famigliare, troppo déjà-vu. E infatti l’ho déjà-vu proprio nel film del 2012 di Paolo Genovese. Storia di un riccone di mezza età che soffre di solitudine. Per Natale decide di ingaggiare una troupe di attori per interpretare la famiglia perfetta che ha sempre sognato. La vicenda si sviluppa su due piani: uno reale e l’altro che segue un copione, scritto dal protagonista e dato agli attori. Ma pian piano i due piani si intersecano ed il copione non viene più seguito. Solo che nel film di Genovese, godibilissimo e con una sceneggiatura forte, la realtà si inserisce nella finzione, ed ogni ruolo viene rimesso in discussione, sino alla rivelazione finale. In “La notte che mia madre ammazzò mio padre” la trama si perde più nel desiderio di stupire il pubblico che nell’effettivo stupirlo.

Grazie a mamma Wikipedia vengo a sapere che “Una famiglia perfetta” è un remake del film spagnolo “Familia”, diretto nel 1996 da Fernando León de Aranoa, spagnolo come Ines Paris, la regista di “La notte che mia madre uccise mio padre”. E’ assai improbabile che la regista non conoscesse il film di Aranoa, sia perché sono entrambi spagnoli, sia perché il film è considerato un cult, sia perché lei sarà cresciuta con i film del regista — negarlo sarebbe un po’ come dire che Verdone non conosceva Scola o Monicelli prima di girare certi suoi film storici — sia perché i punti di contatto sono effettivamente numerosi. Non c’è nulla di male, intendiamoci. L’arte è un furto continuo. Lo diceva anche T.S. Eliot — “I poeti immaturi imitano; i maturi rubano”. Ma il modo in cui lei hai preso spunto fa la differenza — “Il buon poeta salda il suo furto in un complesso di sensi che è unico, interamente diverso da ciò da cui è avulso; il cattivo lo getta in qualcosa che non ha coesione”.
C’hai sempre ragione, Thomas.

All’ultimo Festival di Cannes è imperversata la polemica sul caso Netflix: possono partecipare al concorso i film che non verranno distribuiti in sala ma soltanto in rete? Ecco, “La notte che mia madre uccise mio padre” mi sembra un titolo perfetto per Netflix e NON per le sale. Un film a impatto zero come i messaggi di “Mission Impossible” che si disintegrano 10 secondi dopo averli ricevuti.
Starebbe bene fra le commedie netflixiane — commedie, NON black comedy.

E questa settimana giapponiamo,

RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA
di Kore’eda Hirokazu
Giappone, 2017, ‘117
Lunedì/Monday 5
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/ Dal Mastro

Presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2017, mi si dice che sia l’ultimo capolavoro del Maestro Hirokazu, “fra i massimi esponenti del cinema giapponese contemporaneo”. Tranquilli, ci saranno forse forse un paio di Moviers che sanno chi sia il Maestro Hirokazu, e io non faccio parte dei due…
Si dice anche il Museo Nazionale del Cinema di Torino gli dedicò una retrospettiva completa nel 2013…
L’ignoranza che dilaga dentro e fuori di noi è grande.
Facciamo qualcosa, quindi.
Lezmuviamo 🙂

E anche per oggi è tutto. L’esilio continua, la Città manca.
Cionondimeno, vivo e scrivo 🙂

Stasera, al posto del Maelstrom, un vile riassunto — dovrò pur esprimere, in qualche modo, della stizza! 🙂
E dei saluti, stasera, leggermente cinematografici.

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RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA: Fino a ieri Ryoto aveva tutto: una consorte, un figlio e un altro romanzo da scrivere dopo aver vinto un premio letterario prestigioso. Poi qualcosa è andato storto, Kyoko gli ha chiesto il divorzio, Shingo lo vede soltanto una volta al mese, il romanzo è rimasto un’intenzione. Per pagare l’assegno mensile alla ex moglie, lavora per un’agenzia investigativa, per dimenticare le indagini ordinarie gioca alle corse, alla lotteria, a qualsiasi cosa possa restituirgli quello che ha perduto. Ma la vita è più complicata di così, bugie, tradimenti, meschinità gli hanno alienato la fiducia degli affetti. Kyoto gira a vuoto e fatica a trovare il suo posto nel mondo e in quello di suo figlio. Poi una sera un ciclone si abbatte su Tokyo e sulla sua famiglia che trova riparo a casa della madre, felice di averli di nuovo tutti e tre insieme. La notte porterà consiglio e Kyoto proverà a riguadagnare la fiducia di Shingo e a ‘scommettere’ questa volta sull’amore.

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LET’S MOVIE 238 – commenta LAURENCE ANYWAYS e propone FORTUNATA

LET’S MOVIE 238 – commenta LAURENCE ANYWAYS e propone FORTUNATA

Milano Moviers,

Mi è capitato in questi giorni di andare là dove svetta il Pirellone. Un viaggio fittizio che mi porta, idealmente, là dove non sono.
Erano anni che non ci mettevo piede. E non per dell’attrito o della repulsa, ma forse per via della classifica. La classifica vede in testa Venezia e Roma. Venezia per la prima metà del cuore che abita — la seconda metà sapete chi la occupa. Roma per via delle capitali ragioni che fanno di essa la capitale. Venezia e Roma sono il nord e il sud all’interno della mia geografia affettiva. Milano è il terzo incomodo, un dente matto spuntato fra due incisivi sani. Come tale l’ho sempre trattata, ignorandone, in realtà, tutte le potenzialità. “Dopo l’Expo, ha cambiato faccia”, è il ritornello che sento da due anni a questa parte. E’ stornellato talmente tante volte da arrivare a venirmi a noia. Però devo ammettere che qualcosa è cambiato, in quella città. Non so se sia, effettivamente, per via dell’Expo, o per via di New York. New York ha cambiato tutto, tanto che potrei coniare un “Avanti NY” e un “Dopo NY”, spartendo con Cristo il sistema metrico temporale. Ora, dopo New York, Milano è una Trento grande. Ordinatissima, pulitissima, efficientissima. Mi piace tornare sulla questione della pulizia perché mi risulta davvero sorprendente. Sul pavimento della metro — le scale, le fermate, gli stessi vagoni — ci potreste allestire un déjéneur sur l’hèrbe, Manet incluso, senza temere di beccarvi lo scorbuto. In quegli stessi spazi, a NYC, lo scorbuto figurerebbe in fondo alla lista delle infezioni che maturereste.
Le strade, in centro, non sono strade. Sono i corridoi della vostra casa d’infanzia al sabato, dopo che vostra madre aveva passato lo straccio a terra e arieggiava per far asciugare. Le persone sono tuuuutte abbigliate come se casa fosse Vogue e loro fossero appena usciti dalla stanza dei trucchi magici. Le cartacce stanno tutte dentro i cestini e i passanti camminano in fila indiana, oppure per sei col resto di due, ma mai, e dico mai, spaiati, random od obliqui. E’ un gran bello spettacolo di eufonia urbana: come vedere il nuoto sincronizzato ma senza piscina e kg di ombretto waterproof. Via della Spiga mi è sembrata una specie di Giardino dei Getsemani, o un Eden prima della caduta, immune alla crisi, sorvegliato speciale da omoni in divisa con auricolare alle orecchie e sfollagente alla cintura. Non vi dico poi Torino, che mi ha accolto, dopo Milano. Torino ha aggiunto la signorilità all’ordine. Lì gli automobilisti sono disciplinatissimi, non si ode uno schiamazzo— a Torino si dice “ode”— e i pancabbestia si fanno la messaimpiega.
Qualcosa non mi torna, ho pensato. Possibile che tutto sembri uscito dalla lavatrice, che tutto sembri così pre-industrializzazione?
Possibile.
E possibile che tutto sembri così provinciale? Persino le regine di Lombardia e Piemonte, mi paiono grandi, grandissimi paesoni, ma senza che in loro scorra una goccia di metropolitan?
Possibile.
Qui la chiamano “qualità della vita”, ovvero quado un insieme di servizi, strutture, paesaggio ragionano all’unisono e ti offrono il pacchetto “più lazzi e meno scazzi”.
Ecco cosa non mi torna del concetto “qualità della vita”. Io, in questo momento storico della storia della mia esistenza, ribalto il concetto, e guardo alla “vita di qualità”. Guardo alla vita.
Non sto dicendo che a Milano e a Torino manchi. Sia mai — l’Appendino mi appenderebbe in Sala.
Dico solo che tutto quello che della qualità manca a NYC, NYC te lo restituisce in vita. Dove per “vita” non c’è il sicuro tramtram quotidiano, o il tratto di strada reso scorrevole da una deviazione ben assestata, da una buca riparata. Vita significa imbatterti in qualcosa di nuovo e imprevisto. E’ rimanere vittima privilegiata di certi ricami del caso o di qualche forza maggiore di cui ignori l’esistenza e i contorni. E’ smettere di badare alla cartaccia dentro il cestino, e incontrare uno sconosciuto per la seconda volta in mezzo a 8 milioni e mezzo di abitanti. La vita è anche disordine. Sporcarsi le mani, usare le scarpe, devastarsi di chilometri e rimettersi in piedi e ri-devastarsi di nuovo e ri-rimettersi in piedi. Uscire con meno 12, uscire con più 38. Uscire. Cercare di non giudicare, di smettere per una santa volta di guardare il mondo dall’alto della nostra estetica che consideriamo sempre al primo posto e trovare altri parametri, altre leggi, nuove.
Forse New York sballa tutti i criteri di giudizio e bisognerebbe vietarla prima dei 50 anni.
Qualcuno mi ha detto che una volta conosciuta NYC, ti mancherà per sempre. Perché lì c‘è tutto, e qualcosa, altrove, ti manca sempre.
Sono spacciata.

Dopo aver perlustrato qualche stanza del palazzo del dubbio, che mi occupa a norma di legge, è con gioia che passo a pipponare di “Laurence Anyways”, al quale sono giunti con gran trepidazione la Movier Vanilla detta Van, e un nuovo Fellow, Nicola, Nick-the-Nightsfly detto Nick-the-Nuts, che, come sapete e come sa, d’ora in avanti non avrà più possibilità di liberarsi dal giogo lezmuviano — in Lez Muvi “io non giogo più” non vale. 🙂

Mi aspettavo tanto dal nostro Dolan. Non così tanto. E partire con me e le aspettative non è un gran bel partire, lo dico sempre. Per di più questo film era fra i primi — il terzo, per la precisione. Se calcolate che il pargolo ha 27 anni, potete facilmente calcolare che aveva 23 anni quando lo girò. No so voi, ma io a 23 anni oscillavo fra un delirio di onnipotenza di livelli nietzschiani e un furor di disoccupazione tutto Manpower. Xavier Dolan girava “Laurence Anyways”. Ognuno ha i propri tempi, ma anche i propri mezzi. Lui ha avuto dalla sua la fortuna di essere nato in una famiglia cinematografica: il padre è attore e produttore. Quindi l’accesso alla cinematografia è avvenuto praticamente nella culla. Questo lo si dice non per togliergli del merito, ma soltanto per dovere di cronaca e per ribadire che gli ecosistemi in cui le piante fioriscono sono fondamentali per la loro fioritura.
“Laurence Anyways” mi ricorda un po’, per i tempi meravigliosamente dilatati e per la storia che racconta, il capolavoro di Kechiche “Vita di Adèle”. Lì le protagoniste erano due ragazze che si innamoravano, e noi assistevamo al progredire della loro vita e della loro storia. Lo stesso dicasi per Laurence e la compagna Fred, con la differenza che l’amore dei due è segnato anche da un percorso di genere che Laurence intraprende: quello che da uomo lo porta a diventare donna.
Lo so che adesso voi pensate a quel filmettino che fu “The Danish Girl”, con quel Redmayne tutto tragico e drammatico che aveva trasformato un transgender durante la sua fase di feminilizzazione in una specie di madrecoraggio da favela brasiliana. Ma “Laurence Anyways” è tutt’un altro mondo. E davvero la grandezza di una voce registica, il suo respiro profondo e ampio, ti dimostra anche la piccolezza di altre, la provincialità, la loro impossibilità di scavallare la soglia del bel prodottino con data di scadenza.
Laurence è un professore di letteratura sul punto di pubblicare il suo primo libro di poesie. Ha una ragazza, Fred, di cui è pazzamente innamorato. I due si divertono come matti adolescenti. Dolan passa la prima mezz’ora a raccontarci una storia che tutti vorremmo. Poi, un giorno, Laurence capisce che non può più continuare così. La sua vita, apparentemente perfetta, nasconde un desiderio che non può più essere represso. “Io muoio”, confessa Laurence a Fred nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno. Lo spettatore immagina malattie, leucemie. No: lui è donna, intrappolata nel corpo di un uomo. Lo shock di Fred toglie il fiato come possiamo immaginare. Ma così come Laurence non è uno qualunque, anche Fred non è una qualunque. Gli sta vicino, lo incoraggia a uscire allo scoperto. Fa quello che una compagna dovrebbe fare: lo accompagna in questo suo percorso di agnizione identitaria che comporta fatica, umiliazioni, tribolazioni di ogni tipo. O perlomeno questo lei prova a fare. Le cose purtroppo non sono così semplici. Quando Laurence si presenta a scuola vestito da donna, tutto cambia. Inizia così una nuova fase della loro vita, ma l’indice ammonitore sociale, il gelo della famiglia e le complicazioni intestine alla coppia cominciano a minare l’affiatamento tra i due. Arriveranno alla rottura, e al ricongiungimento, e alla ri-rottura, in un doloroso balletto che lo spettatore segue empaticamente grazie a una narrazione mai scontata e mai trascinata, per quanto il film duri 158 minuti e possa scoraggiare i più timorosi. In un meraviglioso coup-de-theatre dolaniano, dopo l’ennesima, verosimilmente definitiva rottura, l’epilogo coincide con il prologo: finiamo nella preistoria di Fred e Laurence. Ovvero il loro primissimo incontro. Come se Dolan volesse dirci che due esseri, quando si trovano veramente, continuano ad amarsi anche se impossibilitati a stare insieme — gli U2, con “With or without you”, cantavano proprio le anime condannate a non riuscire nell’unione e, fatalmente, nemmeno nel distacco. E il movimento della fine e dell’inizio, sostanzialmente non contano nulla perché sono due momenti che si annullano, come in una formula matematica, e annullandosi lasciano l’essenza della loro storia intatta.

La specialità dei due personaggi sta nell’energia ribelle di Fred, donna non convenzionale che tuttavia, per amore del figlio, accetterà anche la convenzionalità di un matrimonio post-Laurence, e sta in Laurence stesso, che appare come il diverso, eppure è tanto sicuro della propria scelta, tanto riconciliato con se stesso, da far affiorare piuttosto le incertezze e le contraddizioni altrui, per esempio, quando incrocia gli sguardi della giornalista che lo intervista. Sì perché Fellows, non vi o detto che questo racconto è il frutto di un’intervista a cui Laurence, scrittore/trice arrivato/a, decide di rilasciare. Un atto di reminiscenza che permette a Laurence — e, indirettamente al regista — di andare indietro con la memoria e narrare i fatti con la consapevolezza dell’a posteriori. Diabolico Dolan…

I temi che il diavolo d’un Dolan sviscera in questo suo “Via col vento” tutto personale, tutto moderno — ricordo che la storia copre un arco di tempo che spazia dai primi anni 80 fino al limitare del nuovo millennio — abbracciano questioni come la liberazione di genere — Fred e Laurence scriveranno “Liberté” sulla parete della propria camera da letto, accanto a una copia della Monnalisa, come se l’etica e l’estetica avessero rimpiazzato qualsiasi santo protettore della loro alcova — l’universo amoroso di coppia, la lotta per far emergere la propria vera identità anche a costo di devastare ogni comodissimo bozzolo che ci si è ricavati a suon di quotidianità e menzogne, ma anche il difficile rapporto fra genitori e figli. La madre di Laurence farebbe inorridire le madri iperprotettive, iper-figlio-centriche, ipermercate che abbiamo in Italia. Ci appare gelida con il figlio, ai limiti dell crudeltà, ma poi, nel corso del film capiamo che non è così. Semplicemente lascia che il figlio affronti la sua strada da adulto, che trovi il proprio vero io da solo, e lo accoglie al traguardo finale, pronta per cominciare la vita VERA con lui, vestito da donna, finalmente libero. Il padre è praticamente inesistente, come tipico del cinema dolaniano — così come tipico del cinema dolaniamo è l’approfondimento del ruolo della madre. L’unica scena, potente, che ce lo concede, lo vede imbambolato davanti al televisore, che la madre, colta da un raptus, stacca dalla presa e disintegra per terra. Come a dire “smetti di guardare il nulla e comincia a guardare il tutto che ti sei perso in questi anni”.

Oltre a essere un’opera composita contenutisticamente, “Laurence Anyways” è uno spettacolo formale. Dolan dimostra un’assoluta, incredibile padronanza dei linguaggi visivi che sceglie di adottare per raccontarci la sua storia. E’ un racconto rapsodico, che si affida molto spesso al videoclip, servendosi di una colonna sonora che spazia da Mozart ai Depeche Mode, cogliendo, attraverso di essa, lo Zeitgeist del ventennio 80-90 in cui Dolan bambino ha mosso letteralmente i primi anni di vita — classe ’89, Xavier. E perdonate se ho utilizzato “Zeitgeist”: mi ero sempre ripromessa di lasciarlo nelle mani dei critici seri, ma la musica, che da sempre ricopre un ruolo importantissimo nei film di Dolan, sa evocare la spensieratezza di un ventennio, ma anche tutta la sua superficialità pop-izzante. Il regista passa da un realismo verista a una visionarietà felliniana nel giro di un cambio di scena. Trama carrellate di primi piani di persone qualunque e le infila nella storia a due di Fred e Laurence, come se volesse imbricare l’universale nel particolare, avvicinando ignoti e noti, facendoli immaginificamente sfiorare, rimarcando quanta distanza li separi e al contempo quanta vicinanza li unisca. Si serve del rallenti per spezzare il quotidiano e una linearità narrativa da cui non vuole sentirsi legato. Dolan è un piccolo Dio che ti mostra cosa può fare con lo strumento dell’arte.
La scena che ha fatto spalancare tanti ooooh-aaaah, è senz’altro quella in cui Fred e Laurence si ritrovano dopo anni di lontananza fisica ma di vicinanza emotiva, e fuggono — letteralmente — sull’Ile Noir, un luogo per loro mitico — “avremmo sempre voluto andarci”, dice Fred, e il condizionale, in quel weekend finalmente diventa presente. In mezzo a una strada, su quest’isola chiamata “nera” ma bianchissima di ghiacci e neve, a nord di Montreal, i due camminano innamorati e liberi — la camminata degli innamorati, you know what I am talking about… E dal cielo piovono, variopinti, abiti di tutti i tipi. Abiti che richiamano i panni stesi nel vialetto in cui Laurence e Fred si baciano, all’inizio del film, e che Dolan ha cura di inquadrare molto chiaramente. Perché nel cinema del canadese nulla è mai per caso.  In questa scena, che si guadagna anche la locandina del film, il regista reifica il sentimento che coglie due anime innamorate che si ritrovano. La gioia colorata, la leggerezza, la sensazione inebriante di lasciarsi ricoprire da una pioggia di colori, e al contempo, la consapevolezza, che la sensazione è transitoria, fugace, non più lunga di una pioggia estiva. O di un weekend trascorso lontano da tutto.

Quando lo sconforto ci agguanta, ricordiamoci sempre di pensare alle infinite meraviglie che questo pischello canadese ha in serbo per noi. Le promesse dell’arte possono salvarci tanto quanto l’arte stessa.

E questa settimana vediamo un po’ di tornare al cinema italiano, sperando di non toppare con la coppia Mazzantini-Castellitto

FORTUNATA
di Sergio Castellitto
Italia, 2017, ‘103
Lunedì/Monday 22
Ore 21:00/ 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Qui mi fa un po’ impressione rivedere i film doppiati. Almeno questo è italiano, e non devo subire il supplizio del labiale fuori sync.
Sarebbe bello che Castellitto bissasse la prova “Non ti muovere”. Sarebbe brutto che bissasse “La bellezza del somaro”…

E anche per questa sera è tutto, Moviers. Un’altra settimana di esilio se n’è andata. E sono viva.
Vedete, il corpo è ostinato…
Nel Movie Maelstrom un appuntamento di Movieday, se siete liberi mercoledì e volete scegliere di vedere “Porto il velo e ascolto i Queen” dal Mastro…
Ringraziamenti sempre sentiti e saluti, stasera, longobardamente cinematografici.

Let’s Movie
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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come dicevo, Movieday propone il film PORTO IL VELO E ASCOLTO I QUEEN mercoledì 24 maggio all’Astra. Se avete l’agenda libera e volete vedervi un film “out of the box”, partecipate 🙂

FORTUNATA: Fortunata racconta la storia di una giovane madre, forte e coraggiosa, con un matrimonio fallito alle spalle, che quotidianamente combatte per conquistare il suo sogno: aprire un negozio di parrucchiera sfidando il suo destino, nel tentativo di emanciparsi e conquistare la sua indipendenza e il diritto alla felicità.

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LET’S MOVIE 321 DA NYC commenta “PERSONAL SHOPPER” di Oliver Assayas

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Mixed Feelings Moviers Fellows,

Vi avevo promesso che oggi vi avrei raccontato del mio boat-trip sulle acque dell’Hudson di domenica scorsa. E vi giuro Fellows, l’idea era quella. Ma questa settimana ho finalmente affrontato il penultimo borough — distretto, quartiere, borgo, tradurre l’intraducibile è cosa che, per una volta, lascio a voi — il penultimo borough che mi rimaneva dopo Manhattan, Brooklyn, Queens e Staten Island. Questa, Staten Island, mi manca. Non credo, personalmente, che metter piede giù dal ferry che parte da Battery Park ogni mezz’ora e rimontare su quello che da Staten Island riparte alla volta di Battery Park la mezz’ora successiva, valga come “essere Staten sull’Island”. Ma ho già in programma di farci una capatina. E se non proprio proprio Staten Island, Ellis Island. Tanto una island vale l’altra, no? 🙂
Il borough che mi mancava all’appello lo corteggiavo, idealmente, dal giorno in cui sono arrivata. Ma non avevo mai occasione di andarci. Gli eventi sono perlopiù downtown, o a Brooklyn/Williamsburg. Nel Bronx uno ci va per altri motivi. Non so di preciso quali. Ma io, ci sono andata semplicemente per farci una corsa.

Ho capito che avere Central Park a 25 minuti da casa, per fico che sia, ti preclude l’esplorazione. E’ così Central, lui, così Park… Come fare a resistergli? Questo fa sì che io venga attirata sempre giù a sud senza che la mia volontà abbia alcun tipo di effetto — lui magnete, io calamita. Però l’altro giorno ho pensato che non potevo avere la parte sinistra — o est che dir si voglia — di New York sprofondata nella tenebra: metà cervello funzionante, e l’altra colpita dall’ictus dell’ignoto. Se Manhattan è lambita dal fiume Hudson a destra — o ovest che dir si rivoglia — dall’altra parte parte vanta un altro corso fluviale non meno imponente. L’Harlem River. Chissà perché non lo si nomina mai…. Discriminazione fluviale? Sembra un’idiozia boardiana delle solite, ma v’invito a rifletterci. Il Tigri e l’Eufrate vanno a braccetto sin dai tempi dei Mesopotamici. Perché Hudson e Harlem River non possono funzionare nello stesso modo?
Insomma, decido di vederlo questo Harlem River. E di attraversarlo. Per farlo, ci sono tre modi “accanto” a casa mia. Un ponte pedonale che scopro essere il ponte più vecchio di New York, l’Highbridge — 1848, mentre Milano festeggiava le sue Cinque Giornate… poi chiuso, restaurato e riaperto al pubblico nel 2015. Il Drawbridge. Un ponte di quelli classici dell’americanità, ferro screpolato e bulloni a vista. E il 145th Street Bridge, una di quelle strutture “make America great again”, con il nome tatuato su una fibbia gigante in testa al ponte, quattro corsie, woosh-woosh. Mi stanno a cuore tutti e tre per motivi diversi e assolutamente ininfluenti sulla vostra conoscenza complessiva del Bronx, quindi inutile che ve li dica. Anche perché è “Dabronx” che voglio dirvi, non tanto le tensostrutture che mi ci portano (!).

Il primo giorno accedo alla parte “turistica” del quartiere, se di parte turistica si possa parlare. E’ il Bronx basso, quello tra la 149esima e Grand Concourse, l’arteria che corre su su per tutto il borough. Un po’ come la Broadway, o Park Avenue, che te le ritrovi ad altezze e a bassezze inimmaginabili — sempre loro. E’ il Bronx all’acqua di rose. Quello che mi presenta la comunità variegata di ispanoamericani, neri, portoricani. Tre-quattro bianchi — di cui una, io. Le rivendite di pneumatici accanto all’Iglesia di Nuestra Senora Something. E poi un susseguirsi di negozietti non ben identificabili ma con dentro merce cheap che vuole sembrare fancy e merce cheap che vuole essere solo cheap. Meccanici, Popeye’s “Louisiana Kitchen” — tremo alla sola idea di cosa il menù abbia da offrire — Wine&Liquor, Laudromat, Key-Foods. La classica morfologia dell’americanità quando si reifica nel retail da strada. Non guardo tanto i negozi. Vi sembrerà folle e falso, ma da quando abito qui, sono molto parca di sguardi ai negozi, ha dell’incredibile, lo so, ma credeteci. Guardo, invece, la gente. Fino ai limiti dello stalking. Trecce color ciliegia su corpi di donne in sovrappeso. Uomini magri magri con sguardi giallo cannabis, palloni da basket sottobraccio a ragazzi dentro cappucci oversize. La popolazione può somigliare a quella di Harlem. Ma guardandoli bene, non è quella di Harlem.
Me ne accorgo il secondo giorno, quando entro nel Brox più alto, una decina di isolati sopra, altezza Yankee Stadium — scoprendo che lui, lo Yankee Stadium, dista da casa mia una ventina di minuti …tifassi per gli Yankees sarei lì dipinta. Quel Bronx lì è diverso. I tre-quattro bianchi spariscono completamente, rimango solo io. Chi mi vede arrivare mi guarda più stupefatto che incuriosito. Qualcuno accenna un sorriso moolto timido, niente aperture 24-denti harlemite. Si vede che non sono abituati ad avere dell’albume nel piatto. La maggior parte mi guarda con incredulità. Non sospetto. Diciamo che, nell’istante in cui passo, mi studiano.
L’effetto è strano. Non è Harlem. E’ il Bronx.
I due campetti da calcio del Mullay Park sono divisi per razza. In uno latini e portoricani. Nell’altro ragazzi di colore. La distinzione salta all’occhio subito — da una parte tutti piccoletti, dall’altra tutti vatussi — e uso il termine in pace, non con intenti derisori.
Ne ho la riprova quando faccio una fotografia. Una fotografia a nulla di veramente particolare. La strada, il marciapiede, la gente. Appena scatto, vedo questo nero più nero del nero lanciarmi uno sguardo più nero del nero. Una di quelle occhiate “checciai da guardare cosa credi che siamo fenomeni da baraccone fossi in te leverei il tuo cuBo bianco da qui e non ce lo rimetterei più capita l’antifona se non l’hai capita no problem te la faccio capire”.
Occhi territoriali, e io dentro il suo territorio. Con una macchina fotografica. Combinazione Schettino-Costaconcordia.
Ora io la butto sul ridere. Ma dietro quello sguardo lì, anzi al di là di quello sguardo lì, si estende un mondo bronxiano pieno di quegli sguardi lì. Penso a cosa ci sia dentro gli anni che queste persone hanno vissuto. Case popolari. Botte, o anche solo blatte. Scuola lasciata a metà strada. Il modello di macchina vagheggiato e la Metrocard in tasca. In mano una borsa di nylon con dentro chissà cosa.
Mi spingo fino alla 170esima, poi faccio dietrofront. Ma solo per una questione di tempo. Il Bronx è un corpo pieno di lividi sotto una tuta mimetica che mi piace. Come tutti quelli che hanno preso botte, non vuole farle vedere. Nasconde, e ringhia se qualcuno —o qualcuna, qualcuna bianca, qualcuna bianca di corsa — fa il ficcanaso.
Sì, ho capito l’antifona.
Quindi, you understand me now, non potevo rimandare il Bronx per un boat-trip sull’Hudson. Questa volta, per una volta, ha vinto l’Harlem River. Mi riprometto di parlarvene la prossima settimana. Anche perché non avevo mai risalito un fiume su un battello a vapore — non sapevo nemmeno che esistessero ancora, o davvero…

Sentimenti contrastanti anche nei confronti del film che sono andata a vedere. “Personal Shopper” di Oliver Assayas — il cui precedente “Sils Maria”, detta delicatamente, mi stomacò. Il titolo potrebbe trarvi in inganno. Non ha nulla a che vedere con le Kinsellate di “I Love Shopping” o eventuali film che una Paris Hilton potrebbe interpretare fra Rodeo Drive e Via Monte Napoleone. “Personal Shopper” racconta la vita un po’ balenga di Maureen, una ventottenne che di mestiere fa l’assistente personale/tuttofare di Kyra, una top super model che sembra essere tutto il contrario di quello che Maureen crede di essere. Kyra superficiale, vanitosa, artefatta, sofisticata, quanto lei seria, con velleità artistiche, sobria ai limiti dell’ascetismo — nu jeans e na maglietta. Poi Maureen è pure una medium. E ora qui si scatena l’inferno di “nuoooo” dei Moviers… Una medium?? Donascimiento? Il Mago di Segrate — Oppebbacco, lievitamento?
Indipendentemente dalle opinioni personali verso questo genere di esperienze, sono sempre scettica verso l’uso di certo paranormale nel cinema. Non perché non m’interessi, ma perché credo che pochissimi registi siano in grado di maneggiare il tema senza cadere o nel melodrammatico o nel ridicolo. Difficilissimo mantenere la credibilità quando tratti di fenomeni che sconfinano con il soprannaturale. E’ un terreno scivolosissimo su cui sono rovinati tanti registi, anche molto grandi su tutti, doveroso ricordarlo, Tornatore con “La corrispondenza”.

Maureen ha la capacità di comunicare con i morti, e nella vita, oltre a rimbalzare da una boutique all’altra a rifare il guardaroba di Kyra, aspetta. Cosa aspetta mi chiedete? Un segnale da parte del fratello gemello morto a causa di una malformazione cardiaca da cui è affetta pure lei. E le arrivano, dei segnali… Ma da presenze — vive? Vere? Morte? — che la perseguitano via cellulare. Il film si trasforma, a questo punto in un thriller dall’esito abbastanza prevedibile.

Fossi stata Assayas, avrei lasciato perdere tutta la deriva paranormale e mi sarei concentrata sulla vita di questa ragazza che cerca di trovare la propria identità. Il confronto con l’altrissimo da sé, rappresentato da Kyra, la porta a interrogarsi sulla propria natura. Disprezza davvero la “vacuità” della top model, oppure, in qualche modo, vorrebbe essere (come) lei?
“Non c’è desiderio senza il proibito”, ragiona a un certo punto, Maureen. E se il regista avesse scavato un po’ di più da quella parte, ovvero nelle riflessioni sul desiderio, preferendole agli ectoplasmi che si materializzano nella vecchia casa di famiglia (!), il film avrebbe avuto più fortuna. Anche il lavoro del personal-shopper, che, come alludevamo, potrebbe erroneamente suscitare associazioni al mondo del futile, del superficiale, esce fuori con tutto il suo bel codazzo di problematiche. Io scelgo i vestiti altrui. Devo scegliere utilizzando il mio gusto ma stando attenta a non scordare il gusto del cliente. Devo fare in modo di esserci, di non perdermi, ma devo rimanere invisibile… Un po’ come il lavoro del traduttore… Non facilissimo, come lavoro, direi.
E poi c’è anche la componente di falsità che emerge. Se io sono personal shopper di qualcuno e quel qualcuno diventa famoso GRAZIE ai look strepitosi che IO gli propongo, chi merita la fama, IO o il cliente? La scena in cui Maureen vede le foto in cui Kyra è ritratta con gli outfit scelti da lei, e si stizzisce, è ben rappresentativa di questo conflitto che vive. Conflitto interiore che troverà la sua massima espressione nel momento in cui indosserà vestiti e biancheria intima di Kyra e dormirà nel suo letto quando lei non c’è.

Se devo dire la cosa che mi è piaciuta di più del film, quella cosa è Kristen Stewart. Praticamente LEI è il film. Passa buona parte del tempo a digitare messaggi via Whatsapp e a parlare su skype con il moroso lontano, eppure la sua interpretazione è sempre credibile, dall’inizio alla fine — e provateci voi, ad essere credibili quando vi danno del Mago di Segrate ogni due per tre…
E poi “Personal Shopper” va salvato anche per certe riprese, stilisticamente raffinatissime. Movimenti di camera all’indietro, come se l’occhio volesse sgusciare via dal set e non vedere ciò che non si può vedere. Oppure il gioco di afflato e porte automatiche chiuse-aperte verso il finale…
Un film si deve apprezzare anche nella sua componente più meccanica.

E ora Fellows vi saluto. Il Frunyc sarà aggiornato nelle prossime ore. Quindi stay tuned 😉

Nel Maesltrom vi riporto un articolino sull’esperienza nello showroom Diesel a Chelsea, con il nuovo Patron Stefano Rosso, figlio di. (Renzo).

Sempre grazie per esserci e ascoltarmi. E adesso saluti, antiteticamente cinematografici.

Let’s Movie

The Board
(Da Board)

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come anticipato, http://www.lavocedinewyork.com/arts/lingua-italiana/2017/03/27/un-mentore-alla-moda-diesel-incontra-gli-studenti-iace/ 🙂

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