Posts Tagged "drammatico"

LET’S MOVIE 351 da NYC – commenta “DOWNSIZING” di Alexander Payne

LET’S MOVIE 351 da NYC – commenta “DOWNSIZING” di Alexander Payne

FM Fellows Moviers,

La radio è una presenza cara nella mia vita newyorkese. Un parente che non ha nulla del serpente. Che ti accompagna senza chiederti assolutamente nulla in cambio.
Ci avete mai pensato, a quanto la radio sia il mezzo più discreto e meno avido della comunicazione? La tivù ci droga sin dai tempi della réclame, un fustino al prezzo di due, mangiar bene per sentirsi in forma con il gusto pieno della vita. Il web ormai ci ha risucchiato. Non possiamo più nulla senza.
Come guariremo da una dipendenza di queste proporzioni? Qui negli USA c’è un programma che ti aiuta a disintossicarti, una rehab per tossici da www. Mi sa tanto che dovremmo ricoverarci tutti, dal momento che non riusciamo più a stare senza comunicarci. Non per fare il Zichici della situazione, ma cosa significherà quest’ansia che abbiamo?
Voi potreste girare la domanda a me. Da dove viene quest’ansia che hai di mandarci il pippone lezmuviano settimanale dopo otto anni — otto anni! — di pipponi settimanali? Ebbene per me è il gusto — pieno! — della narrazione. E’ un modo per tenere un filo collegato a una fonte di energia che sta dall’altra parte dell’Atlantico, mentre sopra di me brilla di luce propria New York City. Per il resto del mondo che ha bisogno di comunicarsi continuamente via facebook, twitter e altro, non so quale sia lo sprone. Forse abbiamo definitivamente scansato gli esistenzialisti, che avevano postulato la precedenza dell’esistenza sull’essenza. Forse oggi esistiamo se e solo se CI comunichiamo. Fabbrichiamo tante copie di noi che distribuiamo in giro, nel timore di ammettere che l’originale è andato perso chissà dove e non riusciamo più a trovarlo.
Ma tornando alla radio, il mezzo senza immagini che da più di cent’anni campa d’immaginazione.
Qui due sono le mie stazioni di riferimento, che ascolto correndo. WNYC, la stazione simbolo di New York City, alla frequenza 93.9, e WQHT anche nota come Hot 97, che è l’epicentro della cultura hip-hop, R&B e rap e che si trova alla frequenza 97.1. Ho impiegato un po’ a intercettarle e a capire che queste sono le mie DUE stazioni.
Ce n’è anche una terza, per i momenti balenghi, quelli in cui né l’una né l’altra paiono soddisfarmi. E’ nei paraggi del 94.2, e ci fanno una trasmissione mattutina tanto divertente quanto meschina: uno spettatore chiama e racconta un appuntamento andato storto, dando la propria versione dei fatti e ponendosi solitamente come “oh me tapino, dove ho sbagliato, ero un saccobbello, ho fatto tutto da manuale! Perché mi avrà scaricato?” interrogando se stesso e i due presentatori. Poi i due presentatori telefonano in diretta al partner in questione per sentire l’altra campana. Di solito quest’ultimo ne dice pesta e corna e dà una versione dell’appuntamento assolutamente opposta rispetto a quella del tapino che ha chiamato. E dopo che questa — di solito è una lei — ha rovesciato fuori tutto il rovescaibile possibile, i due presentatori le chiedono, goduriosamente vigliacchi, indovina un po’ chi abbiamo qui con noi in linea? ….E poi i due piccioncini-non-piccioncini cominciano in sordina, timidi-timidi, e finiscono col dirsene di tutti i colori, difendendo ciascuno la propria tesi, e alla fine tu, ascoltatore, capisci che la verità è una pura allucinazione.
Ogni volta che m’imbatto in questo programma, oltre a farmi delle sonore risate mentre corro, penso sempre a quanta ipocrisia aleggi nel mondo dei “date”, degli appuntamenti. “Sì ci sentiamo. Ti chiamo. Rivediamoci eh.”  E poi il nulla. Penso anche a quanto uomini e donne siano, molto spesso, galassie lontanissime le cui rotte s’incrociano ogni 1.763 anni. Sperando che i due guardino dalla stessa parte.
L’amore avrà anche il petto di Maciste ma cammina su gambette da passero.

Di solito funzionava che ascoltavo WNYC nei miei giri a Central Park. E questo per una questione prettamente acustica. A Central Park regna il silenzio. Gli unici rumori che sentite sono le scarpe da ginnastica degli altri corridori che di solito ti/mi superano sempre — diavoli di newyorkesi! — oppure i freni delle bici a nolo dei pedicab, i risciò a tre ruote che portano a spasso i turisti, oppure gli zoccoli della versione equina, con tanto di calesse. Central Park è perfetto per la WNYC, che è un’emittente di approfondimenti, interviste, punti della situazione, e gli argomenti, oltre all’attualità e alla politica, spaziono dal cinema alla letteratura, dalla musica alla scienza –e la musica vi offre Judie Garland, Tony Bennet oppure Sinatra. C’è bisogno di sentire bene, di prestare attenzione. Niente traffico, clacson, sirene.
Mi è capitato di sentire trasmissioni sugli acquedotti nell’antica Roma (!), oppure “gravidanza trigemellare: una madre con tre gemelli ormai grandi, pronti per il college, parla a una madre che ha appena scoperto di aspettare tre pargoli in sync: esperienze a confronto”.
Hanno sempre un modo molto particolare di organizzare gli interventi, e io mi perdo ad ascoltare, mentre corro e imparo una quantità di termini assurdi — tipo “elusive” che non equivale al nostro raffinato “elusivo”, ma al ben più terra-terra “fuorviante/depistante” detto per esempio di un sentiero che ti porta fuori strada (i trentini se lo potranno rigiocare spesso visto il folto sentierame tutt’intorno). Poi li scordo eh. Ma ogni tanto mi capita di ripescarli quando meno me l’aspetto.

WQHT, invece, è la radio da Bronx. E’ rap non-stop, e si sposa divinamente bene con la parte di Bronx in cui di solito corro, oltrepassato lo Yankee Stadium, Mullaly Park, e Grand Concourse, e giù giù per McClellan Street, e via via per Morris Avenue, fino ad arrivare al Claremont Park, il parco a forma di cornucopia da cui l’estate fuoriescono bbq accesi e latini bassi e sorridenti, o solo bassi.
Un giorno, ridiscendendo per McClellan Street, vedo un tipo che tira a lucido la sua macchina — una di quelle bellezze truzzissime, con i finestrini oscurati, che vanno di gran moda, e i cerchioni che costeranno un mutuo. La macchina bomba la stessa canzone che bomba nelle mie orecchie. Stesso momento. Metto pausa, rischiaccio play, e ho la conferma: stiamo acoltando entrambi WQHT.
E’ stato un momento di gnoseologia da strada non da poco.

Ultimamente però non nascondo di prediligere sempre più WNYC. Mi piace l’effetto sorpresa. Più che altro mi piace trovare Leonard Lopate. Leonard Lopate è uno degli speaker più longevi dell’emittente. Ha 77 anni, e sa tutto. Può discettare del miglior ripieno del tacchino per il Thanksgiving, a intervistare Barak lov-ya Obama come se lo conoscesse sin da bambino hawaiano. Ha una voce che sa di vissuto, di divani in pelle marrone e di ore e ore a prepararsi. Che sa di tempo rubato al tempo e barba incolta, mozziconi di sigaretta, qualche carboidrato di troppo e di tracolla sempre piena di libri. Un padre putativo radiofonico. Una figura virgilia, direi, il cui curriculum puà vantare interviste al citato Barak, a John McCain, Joe Biden, Henry Kissinger, Lech Walesa, Orhan Pamuk, Ang Lee, Catherine Deneuve, Doris Lessing, Francis Ford Coppola, Sarah Jessica Parker (per quanto la stimi, stona un tantino in mezzo a tutti questi big, lo ammetto), Alice Munro, Robert Altman, Mel Brooks, e tanti altri.
Ora, capita che mi chiedano di coprire un’intervista che Madame Isabella Rossellini ha rilasciato stasera al 92nd Stret and Y, una no-profit culturale che sta nell’Upper East Side che organizza sempre eventi culturali di livello top. Io ho risposto tutto d’un fiato certo-come-no-vado-io. E non tanto per Madame Rossellini — o meglio, sì anche per lei, e per la memoria di cotanta madre Ingrid (Bergman) e di cotanto padre Roberto (Rossellini). Ho risposto certo-come-no-vado-io perché sapevo che l’intervistatore sarebbe stato lui, Leonard. E davvero al posto di Isabella Rossellini avrebbe anche potuto esserci Ignazio Moser — che a quanto capisco tirerà su le sorti dell’economia trentina dopo le prestazioni al Grande Fratello… Poco importa, l’importante era Leonard.
Ebbene. Il mio sogno è stato infranto dalla più barbara delle notizie. Leonard padre-putativo Lopate è finito nel tritacarne delle accuse sessuali. Quattro giorni fa è stato sospeso “con effetto immediato” per “comportamenti inappropriati”, insieme a Jonathan Schwartz, un’altra colonna portante di WNYC. Non è trapelato nulla, né sulle vittime, né sulla natura delle ipotetiche molestie. Leonard si dice allibito e non ha idea di chi abbia mosso queste accuse.
Io sono allibita quanto lui. Lui non può essere un altro Kevin Spacey, Dustin Hoffman — Dustin Hoffman! Harvey Weinstein non lo nomino nemmno perché lì sconfiniamo nel patologico suino, branca del porcilismo di cui non ho conoscenza alcuna. Ma Leonard, no. Please.
Di due giorni fa sono anche le dimissioni del senatore democratico Al Franken, uccasato da sei donne, mentre cinque donne stanno facendo ballare la poltrona sotto il sedere del senatore repubblicano Roy Moore. I numeri fanno la differenza. Una, due… Ma undici? Non si transige nemmeno su una o due, ma undici?
Assicurando sempre il beneficio del dubbio, e lasciando ai giudici il dovere di giudicare, io ribadisco, con molto sang-froid, l’acqua calda che questo putiferio sta scoprendo. Ma certo un conto è scoprirne una bacinella, un conto un mare.
Quindi la sessualizzazione degli ambienti di lavoro è a un livello tale per cui la maggior parte degli uffici di tutto il mondo sono stati e sono sfondo di comportamenti di questo tipo. Certo se impera un modo di pensare come questo “Provarci fa parte dell’uomo da quando è nato, la violenza è ben altra cosa” (cit. Carlo Verdone), se davvero legittiamo il “provarci dell’uomo” allora per forza finiamo dove siamo finiti. E il punto non è il provarci. Il punto è dove e quando, il contesto insomma, e naturalmente l’abuso di potere.
Mah… io nutro la speranza che un giorno le gambe arriveranno dopo del cervello, e che la parte animale dell’uomo verrà prima o poi scalzata da quella razionale, almeno nell’ambiente professionale.
Sono una sognatrice, you know.

Questa settimana sono stata baciata dalla fortuna di Gofobo. Gofobo è un sito in cui v’iscrivete e vi mandano, ogni tanto, degli annunci di biglietti omaggio. Il trucco sta nel fatto che dovete essere Flash Gordon, e “redeem the tickets”, ovvero prenotare il vostro posto, entro un minuto e giù di lì da quando vi arriva l’email. Se passano due minuti, “Sorry, the event is fully booked”.
Ciccia.
Sono riuscita a infilarmi quattro-cinque volte. Spesso si tratta di preview, spesso film ancora non terminati che vengono sottoposti al giudizio del pubblico, che a fine proiezione compila un modulo pieno di domande tipo cosa cambieresti, cosa terresti, lo consiglieresti, ecc.
Molto spesso le proiezioni sono a orari impossibili, al mattino, o il primo pomeriggio.
Capita che sia stata Flash Gordon questa volta, e che avessi il venerdì mattina libero. Quindi me ne vado un mattino alle 9:30 am nello studio della Paramount a Times Square, tronfia come un gallo cedrone — e già difficilmente vado a Times Square, andarci alle 9:30 am è un’esperienza a dir poco ultraterrestre.
Al 1515 Broadway, al terzo piano di un grattacielo come tanti altri, trovate una sede della Paramount con un teatro di una ottantina di posti sprofondato nel velluto bordaeux. Lì, ho avuto la fortuna di vedere l’ultimo film di Alexandre Payne, “Downsizing”.
Payne è il regista di “Aproposito di Smith”, “Sideways”, “Nebraska” e di “Paradiso amaro” — quest’ultimo poteva pure risparmiarselo, ma va be’, errare humanum…
Aspettavo “Downsizing” già da Venezia, doveva aveva aperto la Mostra ed era stato accolto bene, ma non benissimo come i due film di apertura degli anni precedenti, “Birdman” e “La La Land”.
La trama è presto detta. Il protagonista Paul Safranek — Matt Damon dietro la sua pancia — è un uomo comune di Omaha, sposato, che non riesce a mettere via un centesimo — il carovita, you see. Per far fronte alle difficoltà del mondo, Paul decide di sottoporsi, insieme alla moglie, ad una nuovissima tecnologia scoperta in Norvegia che permette di rimpicciolirsi in maniera esponenziale fino a far diventare se stesso un vero puffo di Paul, alto due mele o poco più. Dato che i risparmi del mondo dei “giganti” valgono infinitamente di più nel mondo dei ridotti, Il rimpicciolimento permette alle mini-persone di potersi permettere uno stile di vita pieno di lusso e villoni. Purtroppo però le cose non vanno esattamente come previsto e Paul si trova immischiato in un’avventura che lo porterà a riflessioni ben più grandi del mini che è.
L’idea di fondo è geniale. Un po’ dèjà-vue, anche, è vero. La letteratura e il cinema hanno esplorato spesso le potenzialità dei rimpicciolimenti. Pensiamo a “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi”, classico del fun in famiglia degli anni ’90, oppure “Arietty”, in cui il genio di Miyazaki immagina tutt’un popolo di nomadi esserini che vivono fra gli interstizi della nostra quotidianità. E be’, non tiriamo in ballo altri cartoni animati, partendo daggli storici Puffi, David Gnomo, Memole-folletto-sono-io. Ma davanti a tutti, come sempre, spicca la letteratura. Jonathan Swift aveva raccontato di Gulliver e Lillipuziani ancora nel 1726 — 1726, qualche bell’anno prima che Puflandia venisse scoperta da Gargamella.
Noi esseri umani siamo affascinati dall’ipotesi di poterci rimpicciolire, e sballare tutte le prospettive e tutte le proporzioni con la nostra quotidianità. E il film gioca molto su questo sogno, e sui vantaggi INCREDIBILI che questo potrebbe apportare. Rifiuti, energia, spazio. Tutto ridimensionato. Tutto più facile, meno costoso, meno inquinante.
La prima metà del film funziona alla grande. E’ divertente, intelligente, provocatoria e meschinamente comica — meschinamente contro il protagonista che dopo essersi sottoposto al processo di rimpicciolimento, scopre che la moglie non ne ha avuto il coraggio e l’ha lasciato solo nel mondo dei piccoli.
Straordinaria sopra ogni cosa la partecipazione di Cristoph Waltz, che dimostra un assunto: dategli qualsiasi parte, tragica o grottesca, e lui, pam, vi ripaga con un’interpretazione da Oscar. Solo che il suo ruolo, insieme all’incontro di Paul con una rifugiata vietnamita senza una gamba (!), e alla sua conseguente storia d’amore con lei, portano il film in acque troppo miste, e non si capisce più bene dove voglia andare a parare.
A nessuno piacciono le etichette, quindi, può essere un bene che il film ondeggi fra il fantasy, il dramma, la commedia, la satira, e la riflessione a sfondo ecologico “look where mankind is heading to”, però in questo caso, siamo davvero troppo sballottati e non sappiamo più leggere il personaggio e cosa gli stia capitando. Paul incontra questa dissidente vietnamita che gli apre gli occhi su certe realtà — povertà, disagio sociale, ineguaglianza — che prima non aveva minimamente considerato. Dal sociale, all’ecologico: si perché la specie umana “dei grandi” è minacciata dallo scioglimento dei ghiacci incombente, che la spazzerà via dalla terra e Paul può decidere se rimanere e affrontare il suo destino, oppure rintanarsi in una specie di bunker naturale per preservare la specie…
Insomma, un po’ troppi argomenti tutti insieme.
Tuttavia “Downsizing” is worth a try. Sarebbe stato un film azzeccato per Natale — e qui uscirà infatti il 22 dicembre. Ma in Italia dovrete pazientare fino al 2018 — il mese è ancora ignoto.

E anche per oggi è finita qui, Moviers. Parlo sempre troppo, I know.
Frunyc II aggiornato, e saluti, radiofonicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 350 da NYC commenta “THE SHAPE OF WATER” di Guillermo del Toro

LET’S MOVIE 350 da NYC commenta “THE SHAPE OF WATER” di Guillermo del Toro

Matthew, Moviers,

vuole che lo chiami “Matteo”. Ha vissuto in Italia due anni, all’inizio degli anni ’90. Io lo chiamo Hemingway. Sia per il soggiorno italiano — anche se lo scrittore era qui per fare la guerra, mentre Matteo per insegnare, giornalismo. Sia perché è il tipo hemingwayano che è. Vissuto, mondo ampiamente girato in ogni suo meridiano e parallelo, barba incolta, giubbotto di pelle talmente provato che la pelle credo respiri. Fa il giornalista per varie testate, tra cui il New York Times, ma più nel passato che nel presente. Nel presente s’immischia in altri progetti che hanno a che fare con il sociale che però alla fine stentano tutti a decollare. E’ un socialista della vecchia guarda. Con delle derive comuniste anche, sicuramente. Oggi ha venduto l’anima al diavolo di una app che cerca di produrre in Cina e smerciare qui.

Hemingway è il mio amico cinico. Nato e scresciuto nel Bronx quando il Bronx dev’essere stato IL BRONX, detesta New York City. La massacra in ogni modo e maniera.
Ognuno dovrebbe avere uno o più amici che stanno letteralmente agli antipodi di quello che siamo. Ho sempre cercato di portare avanti questa pratica — essere stata in una squadra dragonboat del profondo Valsugana, io, aliena/va urbana che sono, può essere considerato un esempio di questa pratica che ti salva dal mare di te stesso con cui sei portato a circondarti.
Hemingway mi riporta con i piedi per terra quando volo troppo in alto sopra New York City. Quando la mia scimmia si scatena troppo.
“Bambina, this city is the sickiest patient no treatment will ever be able to heal. Senza speranza, you know?”. Mi fa ridere perché butta delle parole italiane qua e là, che probabilmente gli ricordano il periodo torinese. Un periodo che mitizza, lo si capisce da come ne parla.
Con Hemingway ha tutto a che fare con il caso. Ci siamo conosciuti in metro. Lui è uno che parla e io sono una che chiacchiera. Done, amici. 🙂 C’incontriamo per puro caso in giro per la città. Il caso parrebbe non avere vita facile a NYC, visto gli 8 milioni di abitanti: a NYC non sei esattamente a Trentoville, dove le strade sono quattro, fra il saloon del Pedavena e l’ufficio dello sceriffo in Via Barbacovi. Invece, strabiliantemente, non è così.
Un paio di settimane fa lo incontro sotto il Chrysler Building, zona in cui di rado metto piede. Lui abita nell’Upper West Side, io ad Harlem. Il Chrysler Building sta nella zona est di Midtown. Tutto l’opposto.
“You’ll have to come over for dinner one time”, mi dice. Io dico okay, sure. E un po’ temo l’invito. Hemingway è un tipo spartano. E’ uno che t’invita a fare quattro chiacchiere in un bar scassato di Hell’s Kitchen, dove gli avventori per metà guardano il baseball in tivù e per metà affogano i dispiaceri in brocche di birre e cestini di patatine. Casa di Hemingway sarà così, m’immagino.
Mantiene la promessa. Mi chiama “What are you up to per il Thanksgiving bastardo, bambina?”, mi chiede. Rido e gli dico che per il Thanksgiving bastardo sono a cena da una famiglia di italoameircani ebrei nell’Upper East Side.
Allora Saturday?
Okay, Saturday free.

Visto l’amato biennio torinese, gli porto dei Gianduiotti. Con la speranza, anche, di addolcire la sua vena caustica.
Casa Hemingway è esattamente come me l’ero immaginata. Anche peggio. Fascicoli e bloc notes (quelli gialli da avvocati made in USA) ovunque. Per terra, su un divano, su due scrivanie. Una parete foderata di libri, bordata in cima da tutti i suoi cappelli, e in fonda da tutte le sue scarpe. Ma i cappelli non sono Borsalino e le scarpe non sono Velasca. I mobili non sono antichi o moderni. Sono vecchi o cheap.
Appena entro mi fa questa richiesta che è tipicamente anglosassone, ma che, ahimé, si è spinta anche in Italia, con mia somma stizza. Mi chiede di togliermi gli stivali, e mi presenta un paio di ciabatte di vimini che probabilmente risalgono a un suo viaggio in Vietnam ed appartenevano a qualche vietcong. Certo, se ti confiscano le scarpe all’ingresso, ti aspetti come minimo che il pavimento sia lindo come i pensieri di un bebé. Forse in Italia è così. Ma nell’appartamento di un condominio pre-war newyorkese non è esattamente così. La polvere in giro e per terra e all around risale sicuramente all’anteguerra. Credo che il pavimento non abbia mai provato il massaggio di uno straccio amico.
Vista la mia allergia agli acari, temo di cominciare a starnutire in tempo zero. Ma forse gli acari, visto il territorio a loro congeniale, hanno subito qualche mutazione e si sono trasformati in altro, e io non sono allergica alla nuova mutazione… La mia mente sta visualizzando strane creature alla Jabba the Hut, quando Hemingway m’invita al tavolo del “soggiorno”, da cui ho una visuale parziale della cucina.
Ringrazio le leggi della geometria per la parzialità.

Già avevo avvisato il “cuoco di casa” della mia condizione vegetariana. “Non darti da fare, bolli qualche verdura, non serve altro”. Avevo detto al telefono, mentre mi proponeva una temibilissima “Cambodian special recipe”…
“Ti ho preparato del brodo con del pesce che ho cotto per me. Almeno quello lo bevi?”, mi dice con un sorriso da bambino trionfante. E come fai a demolire il sorriso a un bambino trionfante?
Ora Moviers, immaginate del pesce — orientativamente dello sgombro — cotto nel burro, in una padella di ghisa vecchia generazioni. Immaginate che al fondo della cottura sia stata aggiunta dell’acqua, del vino bianco, e quello strano tipo di cavolfiore marziano che al posto delle belle forme tondeggianti dei cavolfiori bianchi ha dei moduli spaziali tuttopunte che hanno il sapore della Morte Nera. Fate bollire tutto questo per pochi minuti e servitelo all’essere umano fra i più schizzinosi di madre terra.
Fortunatamente l’essere umano ha maturato anni di esperienza di chiacchiere a tavola (!), e la mette in pratica tutta tutta.
Mentre Hemingway si scofana gnocchi — poveri natanti in mezzo a burro e panna — pesce, e un’insalata di carote che avrebbe fatto diventare carnivoro un vegano, io fingo di sorseggiare il mio brodo venusiano, e parlo parlo parlo, come se non ci fosse un domani.
La conversazione con Hemingway è sempre molto scoppiettante e mette a dura prova sia me che lui.

E’ convinto che New York City sia abitata da sociopatici — “It’s a city of damned sociopaths who are afraid even to look up from their smartphones!” — che sono irrimediabilmente infelici — “Do you think this people is happy? They are on the brink of a collective breakdown, all of them, I tell you” — e per la maggior parte gay — “They are not really genetically gay, as real gay are. They are gay because they don’t have the balls to be straight here. It’s too much for them”.
Io cerco di capire meglio. La questione dei sociopatici infelici in realtà credo appartenga al modello del cittadino metropolitano moderno, troppo indaffarato per distogliere lo sguardo dai suoi affari, o anche solo dai suoi aggeggi multimediali e accorgersi che c’è un mondo umano attorno a lui.
“Do you see Starbucks? The people in there don’t talk. They don’t talk! What’s wrong with them?”
Io dico che da Starbucks ci vanno tanti studenti per studiare o lavorare, perché c’è il wifi gratuito e se ne possono stare lì in pace, visto che magari le loro stanze sono piccole, il loro appartamento troppo affollato.
E poi naturalmente il confronto con l’Italia. “There’s so much joy in you guys… Look at you!”, mi dice, riferendosi a noi italiani e al giullare che sono io. “Where do you see joy here?”.
Mi spiega come la gente, in Calabria, quando la girò in bicicletta, gli offrisse vitto e alloggio, pane e companatico. Come tutto fosse facile. Come tutti fossero “just happy”.
Cerco di spogliare le parole di Matthew dalla mitizzazione e dalla velina “good old days”, che ci fa vedere sempre come bello ciò che è passato.
Gli faccio presente che quello è un ricordo, un’esperienza personale, probabilemente in un periodo positivo della sua vita — probabilmente positivo per la stessa Italia, pre-Tangentopoli, pre-crisi, pre-macello globale. Ma che quello non corrisponde necessariemante al vero. Che forse lui si sta appigliando a quel ricordo — non è più stato in Italia, e sono passati 20 anni — e non lo vuole lasciar andare. Forse è per questo che non torna in Italia.
“Maybe you are right”, ammette, alla seconda razione di gelato, mentre la mia minestra è praticamente intatta nella tazza.
“And maybe you are right too on the joy of us Italians…”, concedo io.
Forse noi siamo sempre stati abituati a fare buon viso a cattivo gioco. Ci può piovere addosso tutta la meLma di questo mondo — Berlusconi, 5 Stelle, Salvini, Barbara D’Urso, i fratelli Rodriguez (OMFG) — ma noi, in qualche modo, riusciamo a stare a galla. E a farci sopra quattro risate. Mi chiedo quanto potremmo andare avanti così, how much shi* we could take in before the freakout.

“You see, bambina, I would love to live in a normal place. NY is not normal”. Cerco di capire cosa intenda per “normale”. Ci pensa un po’ e poi dice “quiet”.
Allora capisco.
“You just need a bit of Philadelphia!”, gli propongo.
“Nothing happens in Philadelphia!”
“Exactly!”, scoppio a ridere.
“Maybe it’s true, I need a boring place”.
“I have lived in a boring place for 6 years. And I need a not-normal place”. Concludo.
Alla fine credo che sia tutto questione di fasi della vita. Dopo 50 e passa anni a NYC forse sarei stufa anch’io.
Dopo 6 anni di Trento, credo sarebbe stufo anche lui.
Mentre rassetta parliamo di tutte le cose storte dell’America. Il sistema sanitario. L’istruzione.
Alla fine ci ringraziamo a vicenda. Intellectual conversation, definisce il nostro scambio. Ovvero quando entrambe le parti sono disposte a considerare posizioni altrui.
Mi restituisce i miei stivali. Lui infila un paio di calzini bucatissimi prima d’infilare le scarpe. E mi riaccompagna alla metro.
Una volta salutato, mi piomba addosso una stanchezza infinita. Le conversazioni intellettuali sono durissime. Ogni volta che vedo Hemingway, NYC appare diversa. Ne vedo le ombre. Ne vedo le unghie sporche.
Dentro di me lo maledisco e lo ringrazio ogni volta.

Mentre risalgo l’Upper West Side alla volta di Harlem, ripenso un po’ a tutto.
Soprattutto, a come togliermi dalla bocca quel saporaccio di pesce fritto, vino bianco e cavolfiore venusiano.
Jez.

Questa settimana, finalmente, un film che aspetto sin dalla Mostra di Venezia, dove ha vinto il Leone d’Oro.
The Shape of Water” di Guillermo del Toro. Per quanto la sala che mi ha ospitato fosse assai trash, il Lowe sulla 68esima, Broadway — un multisala molto blockbuster — la poesia evocata da questo film mi ha fatto scordare gli eccessi di moquette e di colori sgargianti che le catene come Lowe e Regal possono offrire ai loro spettatori.

Fantasy, romance, eros, drama, musical. C’è tutto in questo oggetto del desiderio che è “The Shape of Water”. Perché se il desiderio è ciò che ci spinge ad alzarci in piedi al mattino e a guardare al nuovo giorno con trepidazione, la sua oggettivazione non può essere che un film che lo elegge a protagonista supremo, traducendolo in un eros borderline con l’indicibile e il proibito.
Baltimora. 1962. La Guerra Fredda ha appena toccato l’acme con la crisi missilistica di Cuba. In una base militare nella periferia della città, Elisa, timida ragazza muta fa l’inserviente. La struttura ospita una misteriosa creatura, catturata da un fiume del Sudamerica: una specie di umanoide anfibio dalle forme antropomorfe ma ricoperto di scaglie e con qualche avo nella famiglia degli Avatar — fa assai impressione, siete avvertiti. Il capo della sicurezza, tale Strickland — un inarrivabile Michael Shannon — e il responsabile scientifico studiano gli organi respiratori del “mostro” per le future missioni spaziali, solo che Strickland lo considera un abominio, e si diverte a torturarlo.
Elisa, incapace di parlare, sviluppa subito un rapporto empatico con la creatura e riesce a guadagnare la sua fiducia, insegnandole al contempo alcune parole con il linguaggio dei segni. Ma si sa, da cosa nasce cosa, e da un uovo condiviso, è un attimo passare ad altro… Architetta un piano per liberarlo e restituirlo al suo habitat naturale, con la complicità della spassosissima collega-amica afroamericana Zelda e del suo adorabile vicino di casa, Giles, un artista di locandine pubblicitarie, nonché gay.

“The Shape of Water” è favola. Non una fiaba. Una favola. La differenza sta nell’orrido. Avrete tutti presente i fratelli Grimm, o Hans Christian Andersen. Ecco, loro non avevano nulla in comune con il mondo fatato di Walt Disney tutto passerotti e torte di mele. I Grimm e Andersen sono tutto gore, splatter e tenebra travestita da calar del sole. Sono soprattutto mistero che sconfina nel dark. Le atmosfere del cinema di Guillermo del Toro sono tutte bene o male ambientate nel regno del fantastico mostruoso. Ma nel caso di “The Shape of Water” in particolare, il mostruoso, il mostro, non è un mostro. E’ una creatura meravigliosa con dei poteri sovrumani — divini, come concluderanno i personaggi alla fine, persino lo scettico villain Strickland.
E naturalmente il film si rifà ai mostri della letteratura e del cinema. Nella creatura di “The Shape of Water” c’è l’ombra di King Kong. Soprattutto di Calibano, essere deforme che Shakespeare colloca sull’isola de “La tempesta”. E nella storia d’amore con Elisa — che nel suo fascino solitario ricorda molto Amelie de “Il favoloso mondo di” — come non intravedere “La bella e la bestia”? Per quanto del Toro e la Disney abitino due galassie opposte.
Elisa e la strana creatura sono accomunati dall’essere diversi — lei muta, lui, be’, luiè quello che è. Il loro stato “fuori norma” li porta a condividere il confino, la periferia. Lui è costretto in una vasca dentro una caserma militare. Lei in una soffitta, e in un lavoro ai margini della società — è un’inserviente, il gradino più basso sulla scala professionale. E vediamo come questi “freaks” si attirino reciprocamente: non solo Elisa e il “mostro”. Ma anche Elisa e Giles — che è omosessuale — Elisa e Zelda — che è nera in un’America di bianchi uber alles. Nel corso del film, questi personaggi “fuori norma”, quest’improbabile armata brancaleone che organizza la fuga dello strano essere, riusciranno nel loro intento.
La grandezza di un narratore è quella di parlare della contemporaneità attraverso una storia senza tempo. “The Shape of Water” parla più di diritti negati e soprusi subiti da parte di donne, gay, diversi in generale, di qualsiasi film a tesi.
Poi vedete, Del Toro immerge il tutto in atmosfera altamente erotica. Gli piace giocare con la dimensione dell’indicibile e del proibito. Immaginate Elisa unirsi in un rapporto d’amore con una creatura squamosa. Può suonare “contro natura”, vero? E infatti, quando il pubblico ha cominciato a capire dove il regista ci stava portando, ho sentito della sorpresa, del disagio intorno a me. Ma è durato il tempo di un nulla. La scena della stanza da bagno immersa nell’acqua che funge da alcova per Elisa e il mostro è quanto di più poetico si possa immaginare. Del Toro è capace di farti rotolare dita mozzate davanti agli occhi o staccare una testa dal corpo di un gatto — la creatura anfibia è pur sempre un animale… — ma poi sa architettare questi spazi estetici dove posizionare lo sguardo è un puro piacere dell’anima.
Oltre a essere una favola in cui il lieto fine coincide con il ritorno all’ambiente acquatico — in cui i due appartengono — di due esseri che comunicano con tutto tranne che con la parola — sopravvalutata?, par chiederci del Toro — “The Shape of Water” è anche un contenitore di citazioni cinematografiche, e un tributo al cinema, con le tante scene di classici, di personaggi noti (su tutti Shirley Temple), intermezzi musical e musiche della vecchia Hollywood.
Se volete regalarvi due ore di meraviglia, o se volete regalarle al vostro amore, non perdetevi questo film. In Italia uscirà a febbraio… San Valentino, I guess — anche se a Natale sarebbe stato meglio…

E ora è tutto, my Moviers…
Se per caso interessa la rassegna tutta italiana al via al Film Forum, vedete un po’ cosa si sono inventati…
Se invece interessa cosa si sono inventati quelli dell’American Academy in Rome e l’Istituto Italiano di Cultura, vedete qui… 😉

Frunyc II aggiornato, e saluti, mattamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 347 da NYC commenta “NOVITIATE” di Margaret Betts

LET’S MOVIE 347 da NYC commenta “NOVITIATE” di Margaret Betts

Freddo Fellows

di quello ferale, quasi marziano, forse celestiale. Un freddo così non può essere di questo mondo.
Il problema con NYC è che le cose capitano sempre così. Potenti e all’improvviso. Non c’è uno scivolar m’è dolce in questo mare, nessun rutsch in neues Jahr. Nessuna fase di acclimatamento. Il giorno prima te ne stai a 20 gradi — 20 — al sole, e il giorno dopo — dopo — si contano 24 dispersi: tutti quelli sopra lo zero termico, più quattro sotto. E da come si sono messe le cose, le speranze di trovarli sono scarsissime.
Dalla manna alla mannaia. Ovviamente la testa a rotolare, come quella della sprovveduta Marie Antoinette, è stata la mia.
E aggiungo. Un corpo immerso in un frigo non riceve nessuna spinta dal basso verso l’alto, e Archimede non lo sapeva sia perché il frigo non gli apparteneva temporalmente, sia perché se ne stava bello mellow ammollow nelle vasche di mezza Atene. A noi nati nell’era del frigo, nella regione del Trentino e nell’emigrazione newyorkese, è toccata questa sciagura. E va be’, ce la smazziamo come abbiamo sempre fatto.
Da un giorno all’altro, l’esercito dei newyorkesi con addosso tshirt e infradito, è passato a un esercito con scafandri acrilici, pellicce sintetiche e tutte le declinazioni di indumenti invernali che immaginate. Quegli orribili scarponi anti-neve, anti-pioggia, anti-tutto che alcuni — alcunE — tendono a indossare vanno per la maggiore. Così come le ciabatte di plastica — quelle da piscina anni ’80 — con del pelo finto applicato sulla striscia sopra le dita, indossate con calzino. Come se la striscia di pelo e il calzino, oltre a insultare l’estetica, potessero fare qualcosa contro quel Zivago di freddo là fuori…

Era bello vedere della pelle. E’ bella l’estate anche per quello, sei esposto, ti concedi di più, anche solo nel modo in cui vesti. L’inverno sprofondi la verità di te stesso sotto strati e strati di coperture. L’inverno è la stagione della dissimulazione, del rintanarsi, del perenne rifiuggire la dimensione pubblica — banalmente, la strada — per rinchiudersi da qualche parte al caldo. Non c’è limite alle metafore evocabili avvicinando inverno e occultazione di cadavere. E vi prego di concedermi questa attività perché è l’unica in cui vinco. Per il resto, l’inverno surclassa sempre. E’ come il tempo. La lotta contro di loro è sempre persa in partenza.
Ci rimangano almeno le metafore, darn it.

Non credo sia una coincidenza il fatto che questo preambolo mi porti a riflettere un istante su quello che sta imperversando sugli USA, e di seconda battuta, sull’Italia, dopo il caso Weinstein, tipico esempio — come tutti quelli che l’hanno seguito — di occultamento di cadavere.
Sto osservando tutto quello che sta succedendo in uno stato di totale freddezza — allineandomi al cambiamento stagionale. Me ne sto a guardare dal quarto piano harlemita tutto il marciume che scorre giù per le strade. Spacey, Weinstein, pure Dustin Hoffmann, Tornatore, ora leggo di Brizzi. Tutte le scuse “io sapevo e non ho detto nulla” (Tarantino) e “io sapevo, non ho detto nulla ma rimedierò” (Ben Affleck). Tutto quanto laggiù a scorrrere per strada e io su al quarto piano. E non perché io sia emotivamente indifferente a tutto ciò. Ma perché mi pare davvero ridicolo — di una ridicolaggine demagogica mai conosciuta prima — che si stia gridando allo scandalo, quando tutto, sempre, è stato sotto la luce del sole. Sempre tutto quanto sotto la luce del sole.
Ma please, facciamo chiarezza. L’aria puzza di manipolazione.
L’onda d’indignazione che ha travolto gli accusati e tutto il mondo non è partita dalle donne. Le donne non sono indignate, o quantomeno, non nella semplicistica maniera con cui si spererebbe in una loro plateale, accorata, femministica, isterica indignazione. Si va da loro, si descrivono scenari porci, e si pretende che siano indignate.
Bullshit, per dirla con l’Accademia della Crusca.
Sono i media, i nuovi Inquisitori del 2.0, a volere quell’indignazione. Perché quella alimenta un istinto moralizzatore che smuove l’uomo sin dalla nascita del peccato originale. I media, con i loro j’accuse strillati, i post, i tweet, i servizi online in tempo reale, e tutti i mediucoli che hanno a disposizione stanno manovrando l’opinione pubblica dentro un canale che poi risulterà facilissimo manovrare per loro quando avranno il prossimo scandalo pronto. Siamo nel momento storico in cui il mezzo ha rotto, corrotto e rottamato il messaggio — che ne direbbe MacLuhan, fosse ancora vivo?
Spero che le donne, tutte le donne, o per lo meno le mie donne, non cadano in questa bassa e meschina e piccola manipolazione. Semplicemente perché non ne hanno bisogno.
Non so come in Italia questo fenomeno sia gestito. Ma qui ogni giorno escono articoli su come “Kevin Spacey se la spassasse a Napoli durante le riprese di un certo film, affittando un mega yacht e riempiendolo di giovani rampolli”… Lo scopo è quello di confondere le acque, giudicare comportamenti, far di tutta l’erba un fascio.
Se Kevin Spacey ha le possibilità finanziarie di noleggiarsi un panfilo, riempirlo di ragazzi CONSENZIENTI e di bisbocciare per 24 ore di fila, dove sta il problema? Il problema si pone nel momento in cui Kevin Spacey usa la sua posizione senior in cambio di favori con dei suoi colleghi junior — e questo, ahimé, credo sarà provato.
Il mio timore è sulla confusione. Su cosa definire giusto e sbagliato. La mia riprovazione è sull’ipocrisia, oscenamente cavalcata da qualsiasi testata giornalistica, canale televisivo, opinionista con delle opinioni.
Le donne non sono indignate o non dovrebbero indignarsi perché indignarsi all’improvviso di un “modus operandi” con cui sei nato, cresciuto e dato per assodato sarebbe come indignarsi all’improvviso dei concorsi statali truccati. Le si vorrebbe far passare, al solito, come le nevrotiche umorali che da un minuto all’altro organizzano una caccia all’infedele, al porco infedele, dopo aver vissuto per secoli dentro un sistema con determinate regole e determinati “modi” che ha sempre protetto se stesso.
E se ora il gran giurì massmediatico pretende costernazione davanti a Hollywood che crolla — e Cinecittà che crolla — sotto il peso delle accuse a chi ne è sempre stato a capo, be’, rimarrà a bocca asciutta. Almeno da parte mia.
Anche gli uomini non dovrebbero indignarsi. Perché in questo sistema ci vivono e lavorano, e lo conoscono. Perché questo sistema è dominato dai Trump e dai Berlusconi, e dai Trump e Berlusconi vestiti da Dustin Hoffman e Kevin Spacey, così come da un certo tipo di atteggiamento nei confronti dell’oggetto desiderato, sia esso una donna, una macchina, una poltrona politica — ne ho voglia e me la prendo, no matter what. Non s’indignino quindi. Risparmino la sceneggiata. Risparmiamocela tutti, please.
E poi, di cosa esattamente ci dovremmo meravigliare? Ci meravigliamo davanti allo Ius prime noctis? Secondo voi, gli studenti del 2117 che studieranno la storia di cento anni prima — noi — si meraviglieranno? No, my Fellows. Tutto, davanti ai loro occhi, avrà molto senso, molta coerenza.
Everything here makes sense.

E please, lasciatemi dire. Quando nasci donna, sai certe cose. Sai in quali mani sta il potere. In quelle di un professore. Di un capo. Di un politico. Nella stragrande maggioranza dei casi, di un maschio. Da bambina o da giovane, non stai lì a questionare più di tanto. Le cose stanno così, punto. Quando cresci, trovi il modo di capire tutto questo. Prima studi da dove vieni — secoli e secoli di storia in un mondo dominato dal maschio — poi cerchi di combatterlo — chi non ha passato la fase d’incazzatura femminista? — e poi usi l’astuzia e cerchi di ricavarti il tuo spazio, e di subirlo il meno possibile. I sistemi ci sono.
Ora il più grande produttore cinematografico americano si è scoperto il più grande suino di tutti i tempi. So what? Chi lo ha mai creduto uno stinco di santo? Non certo chi gli copriva le spalle. E chi gli copriva le spalle, nel 99% dei casi, erano persone che dipendevano da lui, dal punto di vista lavorativo o di network. Si sa come funziona il business, no? Tu infanghi il mio nome? Benissimo, tu non fai più un film/non lavori più campassi cent’anni.
Non sto difendendo il sistema. Sto dicendo come funziona.
Se ora tutto si disintegra, bene, benissimo. Sarò la prima a ballare sulle macerie di questo mondo infame.
Ma non ci si aspetti da me una briciola di indignazione.

Detto questo, veniamo al film della settimana, che per contrappasso, ci porta in un convento… Non so perché ma ho sempre provato un misto di fascinazione e repulsa verso le suore — sognatrici prigioniere del loro stesso sogno, recluse dal mondo votate alla ricerca dell’Assoluto e condannate alla sua eterna assenza. Si tratta di “Novitiate” di Margaret Betts, film che spero giunga in Italia prima o poi, dopo esser stato presentato con successo al Sundance Film Festival di quest’anno.

Kathleen è una sedicenne della provincia americana. Genitori divorziati, madre che beve, fuma “and sleeps around”, come si dice da queste parti. Cosa può fare Kathleen? Per cominciare, entrare in una scuola cattolica. E poi in convento — io avrei avuto altre idee in testa per lei, but you know…
Però siamo nel 1962, anno del Concilio Vaticano II. Quello durante il quale Papa Giovanni XXIII apportò delle riforme “ammodernatrici” anche per la vita delle suore, rinchiuse nei conventi di tutto il mondo.
Quest’ondata di modernità non piace per niente alla Reverenda Madre del convento dove Kathleen è entrata. Lei è vecchia scuola: sostenitrice convinta di un regime al sapor di dittatura per le novizie — incitamento al sacrificio e alla punizione corporale, al digiuno, al silenzio. Fun life, insomma.

Il film guarda sia all’esterno che all’interno del convento, con l’esterno che si infila all’interno attraverso le missive inviate da Roma alla Madre Badessa che piuttosto di sentir parlare di riforme preferirebbe vendere l’anima al diavolo (!). Ma l’esterno è rappresentato anche dalla stessa Kathleen e dal percoso che compie, insieme alle sue compagne, per raggiungere l’obbiettivo: sposarsi con Dio.
Le novizie sono spose del Signore. Lasciano la vita terrena per dedicarsi unicamente a Lui. In quel percorso il dubbio, a un certo punto si manifesta, minando la certezza evangelica dell’esistenza di Dio e il senso del matrimonio con Lui. Alcune lasciano, altre crollano. Per la Madre Badessa, il terremoto che scuote tutte le sue certezze coincide proprio con il processo di ammodernamento della Chiesa. E lo capisci! Vivi il dramma di una suora nazista, capendola — ecco perché adoro il cinema: in una scena ti costruisce nuovi orizzonti emotivi. Immaginate. Essere stata moglie del Signore per 50 anni, e poi sentirsi dire che quello in cui avevi creduto — un sistema di abnegazione e sacrificio per compiacere il proprio Dio, Padre, Padrone, Sovrano, Marito — non vale più: è una scelta terrena soggetta all’avvicendarsi di un Papa, alle decisioni di una Curia. La scena del crollo della Madre Badessa è davvero qualcosa di straziante, e di nera comicità — e forse sta male dirlo, ma va be’.

“Novitiate” è un film che mi ha posto molte domande. Non sulla fede, ma sulle donne.
Le novizie vogliono a tutti i costi diventare le mogli di Dio. Ricevere la chiamata. Essere prescelte. Sentirsi speciali, volute, uniche.
Mi viene da chiedermi. Noi donne, allora, siamo tutte suore? Chi non vuole sentirsi prescelta, voluta, unica e speciale? Tutte! E là fuori ci hanno costruito un mondo di f(av)ole attorno.
Poi però s’insinua il dubbio. E se non fosse così? Se Dio/Il Principe Azzurro non esistesse? Se non fossimo le scelte, prescelte, speciali, di nessuno? Se ci stessimo inventando tutto? Se ci fossimo sempre inventate tutto?
La conclusione — amarissima — a cui giunge la Madre Badessa è quella: si ritrova pedina nelle mani della Chiesa, e in fin dei conti, di se stessa.
E noi donne sognatrici, che costruiamo castelli in aria tanto quanto secoli di suore hanno construito l’immagine di un Dio Marito in cielo, siamo destinate tutte a questa conclusione?
Come vedete mi limito alle domande… a insinuare il dubbio 🙂

Oltre a tutto questo vediamo che la ricerca ossessiva di perfezione a cui le novizie sono sottoposte, e nello specifico Kathleen, non porta al raggiungimento dello scopo perseguito. Anzi, porta al desiderio smodato per l’oggetto mancante. Kathleen sviluppa un sentimento — corrisposto — per la compagna Gabrielle. Tenerissima la scena in cui la supplica, ripetendo senza sosta “Comfort me, comfort me, comfort me…”. Dio sarà pure il marito concupito, ma non scende mai al piano terra a darti un abbraccio.
E il finale, che segna il trionfo del dubbio, non ve lo racconto altrimenti non andate più a vedere il film quando uscirà. 🙂

Anche per oggi ho fatto la mia parte. Sulla lista di cose che devo dirvi, oltre a Governors’ Island — sulla lista da agosto! — aggiungo Connecticut e Massachussets, che mi hanno ospitato in questo weekend e di cui vedrete degli scatti nel Frunyc II aggiornato.
Mentre se volete esercitarvi con l’inglese leggendo un po’ di Pistoletto…  🙂
Ringraziamenti sinceri, e saluti, polarmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 346 from NYC commenta “WONDERSTRUCK” di TODD HAYNES

LET’S MOVIE 346 from NYC commenta “WONDERSTRUCK” di TODD HAYNES

Michelangelo Moviers,

Voi ora pensate immediatamente al Buonarroti. Ebbene no, anche se lui, il Buonarroti, potrebbe trovarsi in mezzo alle mie parole newyorkesi per voi, visto che il MET apre una mostra a metà novembre con una pompa magna di titolo del calibro di “Michelangelo: Divine Draftsman and Designer”. Ma come vi dicevo, il Michelangelo a cui mi riferisco è un altro, è roba del ‘900. Il Michelangelo è Pistoletto.

Capita che ieri a Cold Spring, borgo di 1.948 anime nello stato di New York, 60 miglia a nord della City, ci siano stati più italiani che autoctoni, fra le strade della ridente cittadina — tra Main Street, West Street Chestnut Street, i nomi di un paese della Valley che potrebbe anche essere quella del Rio Bravo. Ma cosa ci faceva mezza Italia a Cold Spring? E soprattutto, Cold Spring??
Per rispondere bisogna chiamare in causa Giorgio Spanu e Nancy Olnick, una coppia italo-americana innamorata dell’arte del secondo ‘900, specie dell’Arte Povera. Se mettete insieme una coppia innamorata dell’arte e tanti tanti TANTI mezzi ovvero money, metri quadrati e una predisposizione naturale al mecenatismo, ecco che vi spunta Magazzino Italian Art.
Magazzino Italian Art non è un museo. E’ un centro espositivo dedicato all’arte italiana contemporanea perché l’arte italiana contemporanea è pressoché sconosciuta in America. La maggior parte degli americani sono convinti che l’arte italiana sia Roma Antica, Barocco e Rinascimento, stop. Se nominate De Chirico vi guardano con volto perplesso “De Chiri… who?”. Qualcosa, per sanare la situazione, s’ha da fare.
Prima di diventare Magazzino Italian Art, lo spazio era un centro di raccolta per i contadini dell’Hudson Valley, poi centro per la pastorizzazione del latte, e poi centro di produzione di computers per le forze armate (!). I coniugi, che abitano a New York City e hanno già una casa di campagna piena zeppa di opere d’arte e istallazioni site-specific a Garrison, altro piccolo paese nella Valley, mettono piede a Cold Spring nel ’95 e bam, love at first sight. Decidono di acquisire il vecchio edificio poco fuori il centro cittadino, metterlo nelle mani di un architetto dal nome donchisciottesco come Miguel Quismondo, e di tirarci fuori uno di quegli oggetti architettonici da rivista che sognamo tanto di poter possedere — anche solo nell’onirico. I coniugi riempiono il centro con le opere di artisti che hanno accumulato negli anni, e aprono le porte non solo al pubblico — e gratuitamente — ma anche ai ricercatori che utilizeranno lo spazio per le loro ricerche. Sì perché Magazzino Italian Art infatti vanta anche una biblioteca di 5000 volumi. E tra gli artisti esposti — che potete trovare nel Frunyc II insieme alle foto della giornata a Cold Spring — Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Gilberto Zorio.
Ma chi è spuntato tra gli elencati? Lui, Michelangelo. E non è spuntato solo lì, fra gli elencati, ma anche ieri. A Cold Spring. Hudson Valley.
Eggià, Michelangelo Pistoletto, di Biella che più Biella non si può, 84 anni suonati, uno degli artisti viventi più iconici dell’Arte Povera — quello degli stracci e degli specchi che includono lo spettatore, per capirci — si presenta a Cold Spring per far rotolare una sua “Sfera di giornali” — walking sculpture, la chiama lui — lungo Main Street.
Di sfere ne ha fatte rotolare parecchie nella sua vita, quel burlone di Pistoletto. La prima a Torino, nel 1967, quando Michelangelo arrivò con la sua scultura a bordo di una Fiat cabrio. Da allora ha ripetuto la performance al Louvre, alla Tate Gallery, a Philly e, un anno fa, persino a Cuba — il rock-to-roll gli piace molto, insomma.
Ieri, a Cold Spring, la performance si è ripetuta. Stessa modalità, giornali diversi (del 2017) una Fiat del ’67 rossa fiammante. E per mezz’ora un vero e proprio spettacolo di piazza, con la sfera a carambolare per le strade, bambini e adulti a correrle dietro, e poi sollevarla in aria tutti insieme. Un’ora prelevata al quotidiano e regalata al ludico. E magari il tutto poteva anche sembrare un tantino silly, visto dall’esterno. Ma quel tipo di silliness, Moviers, va coltivata e protetta. Io, la mia, che chiamo stupidera come “Inside Out” insegna, non la mollo. 🙂
E poi via tutti al Magazzino Italian Art, a dieci minuti di shuttle bus dalla stazione dei treni — e vi prego di immaginare il treno ottocentesco, con il vapore e la ghisa e quel triangolo davanti che Dio De Mauro sa come si chiama, e fa niente se invece era uno squallido regionale che pendola fra Grand Central Station NYC e Poughkeepsie.

Pancia da ottuagenario, occhio da sedicenne, cappello felliniano, Michelangelo si è prestato a tutto. Al gioco con i bambini, alle foto, agli autografi, alle chiacchiere. Gli chiedo “Maestro, si diverte?” E lui “Ah ma sai, io mi diverto sempre”. E fan un’espressione da dritto di uno che sì, si diverte davvero, e che no, non dimenticherò mai.
Nel breve discorso che rilascia, dopo le parole dei due mecenati e del sindaco di Cold Spring — che non avrà mai visto tanto turismo in tutto l’arco del suo mandato — Michelangelo dice questo. “We want to bring art out of the museums into the streets, to people. And to act. The sphere is a point of attraction. It’s a way to bring people together, and to act together”.  In un ambiente non proprio accessibilissimo come quello dell’arte contemporanea, far ruzzolare un’opera d’arte in mezzo a una strada plebea, be’, converrete, divulga un messaggio forte e chiaro.

Quindi ecco cosa ci faceva mezza Italia americana a Cold Spring, sabato 4 novembre 2017. E vi prego, fatemi dire due parole su Cold Spring. Sarà stato l’autunno, con una giornata frizzante e soleggiata, gli arancioni, i gialli, i rossi che fanno dell’autunno la tavolozza di Van Gogh. Sarà stata la quiete del borgo dopo tre mesi di tempesta metropolitana, ma la cittadina mi ha fatto l’effetto di un luogo cinematografico prestato momentaneamente alla realtà, e a una realtà che per l’occasione si è fatta teatro di una performance d’artista… poi ditemi se questo non è un circolo favoloso, cinema-verità-sogno-fantasia…
Le casupoline con il portico e il dondolo, i negozietti con la campanella alla porta, prezzi ragionevoli e nessuna telecamera — a NYC sei sorvegliato speciale da tutte le angolazioni previste dal Kamasutra. I colori tenui, verdini, giallini, oppure gli abbinamenti sgargianti rosso e blu, rosso e nero, da villaggio delle fiabe. La chiesa gotica — falsa — con la porta rossa — vera — in cima a un prato immerso nell’oro delle foglie cadute, nel carminio di un acero giapponese. La piazzetta che dà sul fiume, a cui attraccano i battelli — anche quelli a vapore, come quello che presi lo scorso febbraio, quando mi trasformai in Tom Sawyer risalendo il Mississippi travestito da Hudson. E in mezzo alla piazzetta, la copia del cannone che probabilmente sparò a Gettysburg, o in qualche altra importante battaglia della Guerra di Seccessione. Credo di aver reso l’idea. Ho apprezzato tutto questo, per quelle tre ore che ci ho stazionato. E la vita di provincia, con il suo trantran rassicurante, i vigili del fuoco che impiegano 12 secondi ad arrivare all’Ufficio Postale, casomai dovesse andare in fiamme la posta di Cold Spring, e la santa mancanza di Seven Eleven, Subway, MacDonald, e qualsiasi tipo di takeaway genera-junk. Tutto questo è stato un sogno dalle piacevoli tinte foliage.
Poi alla mia mente sognante si è affacciato lo spettro dell’inverno, con la neve e il ghiaccio e gli istinti depressivi. O quelle giornate di gennaio in cui l’Accademia di West Point, a qualche km a sud, mescola la sua aura ostile alle temperature rigide e manda tutto su, qualche km a nord, e Cold Spring subisce questo doppio attacco, e batte i denti per quattro mesi, finché la primavera non porta il disgelo — e, speriamo, lo Spring Break ai cadetti. Si è affacciato anche lo spettro del provincialismo, fantasma che temo mi perseguiterà fino alla fine dei miei giorni — dopo New York City, cosa può NON sembrare provinciale?
Allora il regionale verso la City non mi è sembrato più tanto squallido, e quando ho rimesso piede a Grand Central, la stazione più evocativa delle stazioni — ok, anche Venezia Santa Lucia, okay anche Paris Gare de Lion — ho pensato che la provincia la godi fin quando sai che puoi ammazzarla sventolandole in faccia il tuo biglietto di via. Quando, insomma, stringi la libertà in tasca. Se la provincia è tutto quello che hai, o ti fai andare bene i pompieri a 12 secondi e il dondolo del vicino che, what the hack, scricchiola tutto il tempo e per questo, potresti anche aprire il fuoco. Oppure vai alla stazione e ti fai un biglietto del treno. Giusto per stringere la libertà in tasca e dormire un po’ più tranquillo.

Parlando di libertà, e del suo opposto… Questa è stata la settimana dell’attentato sulla ciclabile a TriBeCa. La mia ciclabile. Mia perché è quella che ho ciclettato decine e decine di volte tra agosto e settembre. E quel ponte pedonale, il TriBeCa Bridge, è il ponte che ogni volta che lo sottopasso, penso, mammamia quant’è brutto ‘sto ponte. Ora non lo penso più. Penserò. Questo è il punto, questo è il ponte, questa è la scuola.
Il brutto degli attentati è che scrivono l’incancellabile. Quel posto non sarà mai più quello di prima. Ha perso la sua innocenza. Quando ci sono passata, venerdì, la ciclabile era deserta — mai vista la ciclabile deserta. E sono spuntati fiori, biglietti, palloncini. Le forme collettive del lutto. Personalmente, il giorno in cui è successo — e anche ora, se ci penso — provo una sensazione strana e spiacevole. Come di spina, che s’infila nella tua quotidianità; anche se non ti ferisce direttamente come potrebbe fare un coltello, ti punge, rimane lì.
Non oso immaginare cosa devono aver provato i superstiti dell’11 settembre.

Voglio ringraziare i tantissimi di voi che si sono preoccupati, e mi hanno scritto subito per accertarsi che per una santa volta non stessi ciclettando o correndo o facendo qualche altra diavoleria motoria in zona TriBeCa.
L’ho apprezzato enormemente, così come il fatto che associate automaticamente il vostro Board a NYC. 🙂 Grazie Moviers.

E ieri, dopo il rientro a Grand Central, mi sono diretta, senza passare dal via, al Lincoln Center Plaza per vedere “Wonderstruck” di Todd Haynes. Quel Todd Haynes di “Lontano dal paradiso” — mmm — e “Carol” — per carità d’iddio. Il film parte zoppicando un po’, poi mi conquista, poi mi perde, poi cerca di riconquistarmi ma non so se ce la fa. Come quegli amori frusti che le provano in ogni modo e ai quali non riesci a rifiutare una chance sapendo che non funzionerà.
Il film porta avanti due filoni inizialmente lontani nel tempo e nello spazio, ma che, piano piano si avvicinano fino ad allacciarsi nel finale in un bel fioccone con “happy-ending” scritto sopra.

Due epoche e luoghi diversi: il 1927 a Hoboken e poi NYC, e il 1977 Minnesota e poi NYC. Nella prima, Rose, una bambina sorda — e l’attrice è veramente sorda, Millicent Simmonds — fugge da casa ad Hoboken, cittadina simil Cold Spring che sta difronte a Manhattan, nel Jersey, per andare a New York a cercare sua madre, famosa attrice che lavora a Broadway, divorziata dal padre della piccola. Nella seconda Ben, un ragazzino del Minnesota, dopo essere diventato sordo per un incidente, si mette alla ricerca del padre che non ha mai conosciuto dopo la morte della madre.
La sordità e NYC accomunano i die ragazzini, e non solo… Entrambi finiscono nella City. L’una alla ricerca della madre, l’altro del padre. Rose troverà una nuova vita. Ben, sua nonna. La storia ha un che di “Hugo Cabret”, lo sentite immediatamente. E questo non è dovuto a un’impressione casuale, ma fondata: lo scrittore dei romanzi da cui entrambi i film sono tratti è lo stesso, Brian Selznick. La prima parte, abbiamo detto, è ambientata alla fine degli anni ’20, quindi è il muto, il linguaggio scelto da Haynes per raccontarla, servendosi di una bella colonna sonora — potremmo dire vera e propria rimusicazione — che si accompagna bene al bianco e nero. La seconda parte, quella di Ben, ambientata negli anni ’70, usa i colori psichedelici e funk della NYC di quegli anni. E qui la colonna sonora ricorre al Duca Bianco con la sua “Space Oddity”.

Ma c’è qualcosa che non mi torna in questo film. Gli elementi per una storia memoerabile ci sono, e anche i mezzi espressivi. Ma il film emoziona solo quando vedi il viso di Rose. Per il resto, è come se tutto fosse avvolto nell’artificio, nel manierismo, che purtroppo stemperano il calore empatico verso questi due sventurati ragazzini. Ci troviamo davanti al caso “quando la forma stronca la sostanza”. In certe scene l’autocompiacimento registico è così marcato da stomacare — specie nelle scene della NYC anni ’70, tutta rosa acrilico, e verde sintetico e giallo plastica. Personalmente avrei preferito che tutto il film fosse muto e in bianco e nero — mi rendo conte che sarebbe stato un altro film, ma questa è la mia rubrica, dopotutto. 🙂 Perché, come vi dicevo, l’attrice che interpreta Rose, parla anche se non parla e riempie la scena al pari di un’attrice navigata.
Certo, poi possiamo anche iper-interpretare, e vedere “Wonderstruck” come un omaggio a New York City, luogo di sogno in cui molti approdano per avverare il proprio sogno — la città in cui tutto è possibile. E in Rose, forse, c’è un po’ della figura dell’immigrato che dal piccolo paese in mezzo al nulla, giunge nella metropoli delle meraviglie per realizzare i propri desideri. Ciononostante, l’immedesimazione rimane vittima di una leziosità e di una retorica che castrano i buoni intenti. Non siamo a livelli di “Carol”, in cui Haynes si è perso in una farniticazione di storia amorosa fra le due protagoniste, restituendo un melo zuccheroso e, francamente, irritante — per un po’ di sana autenticità consigliammo al regista una dose massiccia di Kechich con “Vita d’Adele”, capolavoro dei capolavori di autenticità emotiva.
Se “Wonderstruck” arriva in Italia per Natale, è la favola perfetta da far vedere ai soliti “grandi e piccini”.
Mi spiace, tuttavia. Il film sa un po’ di occasione mancata. L’idea del muto abbinato al bianco e nero, com’era stato per lo splendido “The Artist” di Hazavinicius qualche anno fa, piace tanto tanto tanto. Dopo tanti film chiassosi, che parlano a vanvera, un ritorno al silenzio, sarebbe grandemente apprezzato.
Detto questo, mi dirigo all’uscita perché sono arrivata alla fine.
Frunyc II aggiornato — con le foto di Magazzino Italian Art e di Michelangelo non Buonarroti bensì Pistoletto — ringraziamenti di rigore e saluti, stasera, artisticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 345 from NYC – commenta “THE SQUARE” di Ruben Ostlund

LET’S MOVIE 345 from NYC – commenta “THE SQUARE” di Ruben Ostlund

Mad Moviers,

Non è che i newyorkesi non mi facciano incavolare. Mi fanno incavolare, come no. Come lunedì. Poi li perdono, perché esistono i mercoledì della scorsa settimana. And peace is back.
Lunedì metto piede per la prima volta alla Cooper Union. Se sapete di cosa si tratta siete più avanti di me.
Me ne parlò per la prima volta un mio amico italo-americano, un mesetto fa. Prima non l’avevo mai sentita nominare.
“La Cooper Union è nata per i poveri e adesso è solo per i ricchi sfondati”. Così mi ha detto, più o meno.
La Cooper Union sta per “Cooper Union for the Advancement of Science and Art” è un’università privata — di architettura e ingegneria — che sta ad Astor Place, nell’East Village. E’ stata fondata nel 1859 da un certo Cooper, che voleva un’istruzione gratuita per tutti i suoi studenti — “open and free for all”. E per centocinquant’anni l’università ha ammesso studenti in base al merito e garantito una borsa di studio per coprire l’intera retta — poi nel 2014, si è passati alla copertura di metà retta. Proprio per questo, è una delle più selettive di tutt’America — la facoltà di architettura ammette 30 studenti all’anno.
Il mio amico, che ha lo spirito critico dell’italianità, mi dice che ora entrarci è praticamente impossibile e devi fare i salti mortali — o conoscere il classico santo X in paradiso.
Nel basement della Cooper ci sta la Great Hall, un’aula magna che non è una semplice aula magna. E’ un luogo che per New York rappresenta la libertà di espressione fatta architettura. Ci tenne un discorso anti-schiavitù un certo Abraham Lincoln, e altri certi tipo Woodrow Wilson, Bill Clinton, Barack I-miss-you-much Obama e Salman Rushdie. Metterci piede è speciale. Sia perché pensi a quante menti ci hanno messo piede, sia perché, quando organizzano un dibattito alla Cooper, significa che c’è un tema caldo su cui c’è bisogno di confrontarsi.
Il tema di lunedì era “Monument, Myth and Meaning. A conversation about civil war monument”.
Ora, come forse avrete intuito dai miei precedent pipponi, la questione sui monumenti storici vilipesi e bistrattati mi sta particolarmente a cuore. E questo perché dietro intravedo una condizione americana nei confronti della storia. Intendo “condizione” nell’accezione medica. Una condizione significa uno stato patologico. Quando c’è del patologico, il Board corre.
Appena ho saputo della conversation, mi sono lanciata in Astor Place.
Quello che qui chiamano “Conversation”, significa dibattito. C’è una tavola di studiosi chiamati a illustrare la loro opinione — una decina di minuti ciascuno — e poi si passa a dibattere. Alla fine chi del pubblico ha qualcosa da dire si mette in fila dietro due microfoni piazzati in platea, e dice quello che ha da dire.
Gli studiosi questa volta erano cinque. Appartenenti a diversi ambienti. Un paio di storici, una specialista nella conservazione di opere pubbliche, un fotografo, un architetto. Ovviamente una donna di colore e un uomo di colore. Ho cominciato a notare che in tutti i panel c’è la quota black: io mi pongo nei confronti di questa “modalità partecipativa” così come mi pongo nei confronti delle quote rosa nel parlamento italiano, giudicandole fastidiose, ma necessarie quando un sistema, se non regolamentato, sarebbe ancora così retrogrado da optare per l’esclusione dei soggetti da sempre esclusi.
Tutti i panelist espongono le loro posizioni. La conservatrice, Michele Bogart, sostiene la difesa dei monumenti pubblici, prima di tutto come luoghi estetici e veicoli di conoscenza. “Cerco di guardare ai monumenti senza colpa”, dice. E credo che questo sia una delle questioni particolarmente difficoltose al popolo americano, perseguitato com’è da colpa, dannazione, redenzione, un triangolo importato direttamente dall’Europa sul Mayflower.
Uno dei due storici, Julian Laverdiere, è assolutamente contro. Ed è il tipico intellettuale brillante — o che ambisce ad esserlo — uno che usa il sarcasmo per catturare il pubblico e demolire l’avversario. Apre con questa domanda retorica. “What makes sanctity of an object to make it stay perpetually?” A suo dire i monumenti sono oggetti sexy, oggetti del desiderio, generalmente voluti dai detentori di potere con il culto di se stessi — la maggior parte delle volte dittatori. Cita il Fascismo, il Nazismo, Giulio Cesare. E punta sull’azione catartica della demolizione. L’altro storico, James Grossman, il Bersani del gruppo, tira fuori l’esempio della Russia: a Mosca si è deciso di spostare nel Parco Muzeon tutte le statue e i monumenti scomodi del passato, creando una specie di cimitero del passato — io userei il termine ghetto, ma si sa, vivo ad Harlem… (!) Secondo questo storico, è la comunità che deve decidere.
I due studiosi di colore, Mabel Wilson e Brian Palmer, riconducono la presenza dei monumenti sul suolo americano alla supremazia bianca, e sostengono che l’estetica, e il concetto di bellezza, sono costruzioni della supremazia e parte del processo razzista.
Quando si passa al dibattito, è evidente che tutti si schierano, bene o male, per il “contro-monumenti” e l’unica “pro-monumenti” è la povera conservatrice, Michele.

A me sembra tutto abbastanza assurdo. I monumenti che ci riportano alla mente una parte della storia scomoda assolvono a un compito persino più importante di quelli che che sono lì per commemorare gesti eroici. Ci ricordano i momenti bui, gli sbagli. Sono un memento che quello non deve succedere più. La statua di un generale sudista è lì per dirmi che la schiavitù è esistita e che c’erano uomini pronti a morire per difenderla — follia. Se noi togliamo quella presenza, togliamo il discorso attorno ad essa. Togliamo conoscenza, dialogo. Coscienza.
E poi cosa dovremmo fare noi in Italia con tutto quello che richiama il Fascismo? Oppure con il Colosseo? — visto che Julian, me l’hai citato. Era un luogo di atroci sofferenze. Dovremmo demolirlo perché inneggia la supremazia della stirpe giulia?
Per come la vedo io, smantellare i monumenti ha la stessa efficacia del botox per contrastare l’invecchiamento…
Della miseria, ne parli soltanto quando ce l’hai sotto gli occhi. Con la rimozione non elimini il fantasma, ma lo sposti in un altro luogo — molto spesso più profondo, buio, difficilmente raggiungibile e sanabile. Freud non ha insegnato nulla? Siete davvero convinti che “occhio non vede cuore non duole”?

Bollivo come un geyser, nella mia seggiolina. Non vedevo l’ora di eruttare. Ma quando hanno aperto il Q&A, cinque, sei persone più vicine di me ai microfoni mi hanno preceduto. Ovviamente dopo ogni intervento c’è stata la risposta degli studiosi. E il tempo passava… Ed è passato talmente tanto che, arrivati finalmente al mio turno — ero l’ultima — la moderatrice ha convenuto che s’era fatta una certa, ed era l’ora di andare.

Ho fatto l’espressione da Bambi. Anche se avrei dovuto sapere che in America non funziona. Allora ho provato con lo sguardo da Medusa. Ma anche quello, evidentemente non produce grandi risultati.
Me ne sono andata con il fumo che usciva dalle orecchie — io e il mio geyser abbiamo dovuto aspettare questo Lez Muvi per sfogarci. E con una preoccupazione. Questo paese non è in grado di accettare l’ambivalenza davanti alla quale la storia ci pone. Gli americani sono per le categorie. O buoni o cattivi, statua su o statua giù. Ma la vita e la storia non sono un fumetto di Superman — pensare che siamo a Gotham City, dove Batman, con i suoi chiaroscuri, vive e vegeta. Dobbiamo imparare a convivere con quello che ci crea disagio, e che insinua in noi il dubbio. Perché se pensiamo di essere imparati, allora siamo i primi degli stolti.
Mi è dispiaciuto non poter dire quello che avevo da dire, tra l’altro nello spazio considerato la culla della libertà d’espressione.
Ma come vi dicevo in apertura, ci sono i mercoledì della scorsa settimana, dove evidentemente mi sono giocata tutta la quota di fortuna settimanale.
Se in febbraio, alla Notte della Filosofia alla Brooklyn Library, ho avuto la sfacciata fortuna di ascoltare Gayatri Spivak a circa due metri di distanza, mercoledì scorso la fortuna è stata più che sfacciata, è stata quasi spudorata. E mi ha fatto scoprire che il MoMA, quella sera, alle 6:30 pm, avrebbe ospitato un incontro dal titolo un po’ spaventoso ma molto allettante, “Authority, Appropriation and the democratic Imagination”. Fra i tre panelist, il suo nome, Homi Bhabha, che per me da sempre siede alla destra di Shiva, Vishnu e Shakti.
Per quel Movier là fuori che non lo conoscesse, Homi Bhabha oltre ad essere la quartà divinità induista (!) è un filosofo fra i massimi teorici del postcolonialismo. A lui dobbiamo il concetto di ambivalenza — applicato alla dinamica post-colonialista — ibridità, interstizio, che ha ripreso da Lacan, ripassandoli prima in una pastella di semiotica e friggendoli poi nel decostruzionsimo — fatemi fare del fun altrimenti vado sul post-strutturalismo pesante. Insegna ad Harvard, e io confesso di aver passato qualche bella settimana a spaccarmi la testolina su “I luoghi della cultura” durante i miei anni universitari.
Bhabha, da bravo demiurgo, non parla come mangia — e questo gli è valso qualche bella critica in passato. Parla in codice: a noi sta il compito di interpretare, spaccarci il cervello, far macinare le meningi. Parla in parabole derridiane.  Fosse vissuto intorno all’anno zero, ora leggeremo la Bibbia e Bhabha. 🙂
Insomma, mi scapicollo letteralmente tra la 53esima e la Settima Avenue, dove svetta il MoMA, che è diventata la mia seconda casa: se succede che sono persa tra troppe cose e non so scegliere oppure non ho voglia di scegliere, il MoMA rappresenta la mia salvezza — c’è sempre qualcosa da ascoltare/vedere/capire/non capire al MoMA. MoMA mon amour.
Arrivo sul filo di lana. E prendo posto in seconda fila, a due metri da lui, God Bhabha. A febbraio i due metri mi separavano da Spivak, a ottobre da Bhabha. C’è una mistica escatologica dietro il numero due, l’ho sempre detto.
E per un’ora e mezza si disquisisce di concetti che credo commetterei qualche atto impuro a riportare nero su bianco. Il moderatore, nonché Direttore del MoMA, Glenn Lowry, esordisce così: “One of the most exacting challenges of our times is how to rectify the imbalances of informal authority”. E via di grandi voli in cui il pensiero sfiora il presente, la politica, la moralità, i social media, l’hideous buffoon — così definisce Bhabha il presidente di questo paese. “Buffone immondo”.
Prima di cominciare il moderatore-direttore si guadagna parte dello stipendio — 1.32 millioni di dollari all’anno, stando al New York Times — esortando noi del pubblico a scrivere eventuali domande su un foglietto: ne avrebbe scelte alcune, a seconda del topic e del tempo, e le avrebbe proposte ai tre luminari, al termine. La fortuna sfacciata e spudorata, a questo punto passa al livello sgualdrina.
Non c’è tempo, e il moderatore-direttore tycoon sceglie un’unica domanda
Sceglie la mia — e qui mi sono giocata la quota di fortuna settimanale.
Questo non perché io sia particolarmente geniale, ma perché quando siete a contatto con grandi menti, la vostra mente si espande insieme alla loro. E’ l’effetto Zelig — con esiti fortunosi per l’umanità. Per questo io rimbalzo da una parte all’altra di Manhattan inseguendo dibattiti e conferenze. Per mettere la mente sotto sforzo e sperare di vederla allargarsi. ‘Na fisarmonica, ecco. 🙂
La mia domanda era molto semplice e rispecchiava il cruccio che poi sarebbe stato al centro della conferenza alla Cooper Union. Chiedeva di approfondire sul rapporto tra autorità e storia, alla luce di quello che sta succedendo a certi monumenti.
Homi naturalmente m’illumina. “La storia rappresentata e pubblicizzata attraverso i monumenti è storia come affermazione politica. Quei monumenti in realtò vengono impiegati per far perdere la memoria collettiva, non per preservarla. Il fatto è che noi esseri umani non siamo abituati a gestire l’ambivalenza, ad amare ed odiare contemporaneamente. E la storia e certi personaggi della storia e la loro rappresentazione ci mettono davanti a questo: a una coesistenza di amore e odio. Dovremmo abituarci a vivere nell’ansia e nell’ambivalenza. Sono pedagogicamente importanti”.
Devo aggiungere altro?
Alla fine, come ogni fine di ogni evento, sono combattuta tra il dileguarmi nella notte newyorkese e palesarmi davanti al guru. Di solito vince la seconda, essendo io affetta da eccesso d’incoscienza cronica. Vado da Homi e gli farfRuglio qualcosa che contiene mozziconi di enunciati tipo “Laurea, Ca’ Foscari, letteratura post-coloniale, ‘Luoghi della cultura’, da un anno a New York…”. Lui, che vede e sa tutto — homi-sciente (!) — vede il mio stato confusionale e mi ringrazia per aver studiato i suoi libri, e mi abbraccia. Un abbraccio da mentore a discepolo. Poi si dirige verso l’uscita e a quel punto vedo che porta con sé una borsa porta-documenti dalla quale capisco che oltre a un cervello sconfinato, di sconfinato ha anche il gusto. E’ la sintesi perfetta tra una Birkin e le borse dei medici sgualcite dell’‘800, che alcuni portavano in pelle, altri in tappezzeria, soprattutto nel Far West. Quando la raffinatezza intellettuale incontra quella estetica, be’, cosa vuoi che ti dica Homi, fa’ di me ciò che vuoi.

Parlando di musei… Questa settimana è toccata a un film che mette al microscopio — e alla berlina — il mondo dell’arte contemporanea. Sono andata all’IFC Center a vedere “The Square” di Ruben Ostlund, regista che osanno sin da quando creò “Force Majeure”, vincendo il premio “Un Certain Regard” a Cannes nel 2014. Sempre a Cannes, “The Square” si è aggiudicato, quest’anno, la Palma d’Oro.

Protagonista del film è Christian, direttore molto cool di un museo di arte moderna e contemporanea altrettanto cool, sito in un palazzo storico — abbinamento molto molto cool. Christian è alle prese con un’istallazione che dà il titolo al film: “The Square” è quadrato dai lati illuminati posto per terra all’ingresso del museo: una metafora del mondo, che dovrebbe essere un’agorà di diritti, doveri e responsabilità condivise e in cui dovremmo aiutarci gli uni con gli altri.
Un giorno a Christian rubano, in maniera assai grottesca, cellulare e portafogli. Di lì cominciano tutta una serie di accadimenti che lo spingono — lo spettatore con lui — a confrontarsi con questioni macro, come l’onestà, la fiducia, l’apparenza.
Christian è un personaggio connotatissimo, nel senso che in lui rivediamo il prototipo dell’intellettuale di successo. Bello, brillante, affabile, gattone. La preda perfetta per Ostlund, degno discendente di scuola svedese — Bergman, per dirne uno. Il regista passa il film a demolire il suo protagonista. No, forse non propriamente a demolirlo, ma a riportarlo su un piano della realtà che il piano della finzione su cui vive gli impedisce di vedere. Oggetto della satira del regista in realtà è il mondo dell’arte contemporanea, le sue dinamiche artefatte e opportunistiche: Christian ne è la personificazione, il fantaccio che Ostlund trafigge per arrivare al cuore della questione. E lo fa ricorrendo a quella comicità micidiale-surreale tipica del Nord Europa, e tipica di Ostlund, che ci ricorda Roy Anderson nel famigerato “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” — mai avremmo pensato di citarlo, e invece. Una comicità che non è la risata amara della commedia all’italiana. E’ una risata nata da una situazione all’apparenza reale, fin banale, ma che si trasforma in grottesca, buffa, oppure drammatica — come l’inserviente del museo che aspira per errore i sassi di un’istallazione. Oppure spiazzante, come la scena della scimmia: Christian si ritrova nell’appartamento di una sua conquista, e poco prima di passare in camera da letto — dove si terrà il rapporto più comico della storia dei rapporti — si vede una scimmia attraversare il salotto, sedersi sul divano e mettersi tranquillamente a disegnare.
Di Anderson, Ostlund sembra mutuare anche il linguaggio episodico. E’ come se il film, in fondo, fosse una sequenza di vignette, ora grottesche, ora spietate, in cui nessun giudizio è espresso. Christian sembrerebbe capire qualcosa, alla fine del film. Forse tutto quello che gli è capitato, l’ha fatto ragionare. Ma non ne abbiamo la certezza…
“The Square” tocca molti punti dolenti della dolente umanità che siamo — forse troppi, e questo probabilmente lo rende meno compatto di quello che era stato il capolavoro “Force Majeure”, un ecosistema in cui tutto si teneva perfettamente.
L’umanità, la volontà di aiutare l’altro sono analizzati sia attraverso i gesti quotidiani di Christian, che si guarda bene dal fare l’elemosina a un povero homeless in un centro commerciale, ma che non si fa scrupoli a sfruttarlo chiedendogli di guardargli le borse dello shopping mentre va a raccattare le figlie. Sia attraverso le modalità che l’art-biz sta adottando. Esilarante, in questo senso, la coppia di esperti marketing che vende al museo il video per lanciare l’istallazione: una bambina povera che salta in aria in mezzo a “The Square” — e che determinerà il licenziamento di Christian. Inquietante la scena della cena con i Patrons del museo, in cui un artista si comporta come una scimmia — ritorno della scimmia — inscenando un happening/flashmob in cui la reazione degli invitati dice molto su quanto la pavidità sia caratteristica prima del genere umano…
Il film ha una conclusione non-conclusione che magari può lasciare perplessi. A me non ha sortito quell’effetto. Chiudere su un primo piano delle figlie di Christian, ci fa pensare, ma che diavolo di mondo stiamo dando in mano ai nosti figli? Un mondo di apparenze, di fuffa, di video demenziali su youtube, di arte che allude a ideali positivi, ma che molto spesso è vacuo dèjà-vu di un déjà-vu?
Film per palati raffinati. Ma pensate che il palato di tutti, in potenza, lo è.

Sono arrivata alla fine anche per oggi.
Prima di salutarvi, un breve sondaggio. Siete interessati alla coppia Richard Gere-Italo Calvino? Oppure a Nanni Moretti? Oppure alla coppia Vittorio Storaro-Ed Lachman? 🙂

Frunyc II aggiornato al solito posto, ringraziamenti di rigore, e saluti, irosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More