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LET’S MOVIE 367 da NYC commenta “ZAMA” di Lucia Martel

LET’S MOVIE 367 da NYC commenta “ZAMA” di Lucia Martel

Mmm Moviers

che nervi.
Ricevo un invito a quello che si definisce un “boutique” concert.
Spieghiamo subito che “boutique” — e l’ho scoperto abitando qui — viene spesso utilizzato in forma aggettivale per indicare il carattere esclusivo, per pochi eletti, del sostantivo a cui si riferisce. Potete dire un boutique hotel, un boutique event, ma anche una boutique law firm — uno studio legale con pochi associati specializzato in casi di nicchia.
Se un concert si tiene in un appartamento privato al 22esimo piano del 10 di Park Avenue, capirete anche voi, si definisce inequivocabilmente “boutique”.
L’orario d’inizio è previsto alle 7:30 pm, ma mi si dice di arrivare almeno un quarto d’ora prima: per prendermi il posto migliore. Difficile trovare un posto peggiore quando gli spettatori sono venti, selezionatissimi, contati con il contagocce.
Ma obbedisco e parto da casa con largo anticipo, in modo da sfatare il mito del Board sempre perennemente trafelato. Il 10 di Park Avenue non ammete il trafelo, mi ammonisco mentre calcolo orari e metro.
Arrivo con un quarto d’ora di anticipo sul quarto d’ora di anticipo. Le 7. Allora me la prendo comoda e decido di camminare Park Avenue.

Mi sembra quasi di essere in un’altra città. East Side e West Side sono molto diversi. Vi dico come la diversità viene descritta? “Nell’East Side contano il numero di vestiti che si hanno nell’armadio. Nel West Side il numero di libri che si hanno in libreria” — molto felice di abitare nel West Side. 🙂 Me l’ha detto una donna che ha abitato nel West Side, ora abita nell’East Side, e non vede l’ora di tornare nel West Side.
Percorro gli isolati che dalla 33esima arrivano fino a Grand Central Station, alla 42esima. Sulla via incontro lo splendido edificio ultra-moderno della Scandinavian House — una specie di Istituto Italiano di Cultura versione scandinava — l’elegantissimo Hotel Kitano, che, con la sua facciata rosa tenue, si sposa benissimo con le magnolie in fiore che sorprendentemente riescono a fiorire nella striscia di terra che separa i due sensi di marcia di Park Avenue.
E penso. Chissà se ci sarà un torneo. Oppure se c’è stato. Tra East Side e West Side. Park Avenue contro Broadway. Queste due arterie definiscono New York City, sono l’inconicità fatta strada. Park Avenue è Arnold e il Monopoli. Broadway è West Side Story, Cats, Kinky Boots e tutti i musical che associate con i teatri del Theater District, il rettangolo tra la 40esima e la 54esima — West side, of course — e tra la Sesta Avenue e l’Ottava.
Se me lo chiedete, per me non c’è storia. Broadway vincerebbe il torneo tutta la vita.
Tuttavia ammetto che Park Avenue abbia un certo suo fascino. Anche soltanto percorrerla e chiedersi come saranno gli appartamenti dei palazzi che danno sulla strada. E come saranno le persone che li abitano. E come sarà abitare a una manciata di isolati da Grand Central Station, la stazione che è madre di tutte le idee che ci facciamo di una stazione ferroviaria americana. La hall grandissima di marmo beige, i binari al coperto il cui accesso è consentito solo se sei munito di biglietto. La stazione di “Carlito’s Way”, “Intrigo internazionale” e “Innamorarsi”, per dirne tre.
Penso talmente tanto che quasi sforo il quarto d’ora d’ozio. Shoot. Torno indietro fino alla 34esima.

Il 10 di Park Avenue ha una hall di quercia scura, luci gialle soffuse, divani in pelle e un caminetto. Appena varco la porta girevole, mi sembra di salire a bordo dell’Orient Express.
Entro in ascensore e pigio 22, e quando esco, è lì, in quel momento, che mi vengono i nervi.

Dalla porta dell’appartamento D, si dipartono, sul corridoio, due file di scarpe: una corre lungo il muro di destra e una lungo il muro di sinistra. Un millepiedi a forma di elle che non avrei mai voluto incontrare. Quando incontri quel millepiedi lì, hai già capito che ore sono.
Sulla porta, un cartello. Casomai non capissi.
“Please remove your shoes”.

So che questa è una pratica che disgraziatamente si pratica anche in Italia. L’ho sempre trovata detestevole. Se decidi di invitare qualcuno a casa tua, lo inviti a casa tua, fai di lui il tuo ospite dando forma a un libero atto di accoglienza. Non ti obbliga nessuno. Quindi dovresti accettare il pacchetto completo: la sua compagnia, la sua presenza di spirito e corpo, e anche i suoi germi. E dovresti mettere in preventivo che, dopo la sua dipartita, sì, potresti anche dover pulire il pavimento. Se la cosa ti scoccia, allora ti piacerà valutare lo spazio “party” da MacDonald’s per il prossimo get-together, così non dovrai più preoccuparti dei germi altrui.
Una volta si facevano scivolare gli ospiti sulle pattine. Anche quella, una soluzione assai misera, con gli ospiti che si muovevano come zombie per la sala.
Una volta si lasciava anche il cellophan sul divano.
Spero che quell’epoca sia passata. Se si vive una vita con il terrore di sciupare un sofà o di sporcare/rigare un pavimento, be’, allora davvero è meglio rivolgersi agli spazi “party” da MacDonald’s.
Perché insomma, non costringi nessuno ad affrontare l’imbarazzo di rimanere senza scarpe davanti agli altri, che certo, sono anche loro scalzi, ma loro non hanno ai piedi delle Michael Kors in plaid rosso e nero, quintessenza dell’adorabilità. Degli stivaletti che suscitano la stessa reazione “Oh my God, they are sooo cute” in qualsiasi soggetto di qualsiasi sesso, dai 9 ai 99 anni, ogni volta che le metti. Ecco, quelle scarpe lì, non le lasci fuori dalla porta — non metti baby in un angolo, per chi di voi mastica “Dirty Dancing”. Anche perché poi si sfascia tutto il disegno d’insieme, si rovina la poesia. Un boutique concert ha bisogno di un boutique dress, e un boutique dress, e un boutique dress di un paio di boutique shoes — non è che lo invento io, il pensiero consequenziale. Se le togli, casca il palco — casca anche il Board, da +12 cm a -12 cm.
Fingo di non vedere il cartello ed entro — la porta è socchiusa. Davanti a me, una quarantina di calzini sotto a una ventina di corpi. Un paio di donne guardano ai miei stivaletti, poi guardano me e il loro sguardo dice “ti credo che non vuoi toglierli”. Ma poi mi piego a questa barbara usanza, e scendo dalle meravigliose vette dei +12. Tuttavia lascio le mie due babies nell’appartamento, non fuori — e questo link vi aiuterà a capire cosa intendo quando parlo di cuteness.

C’è un’altra cosa che mi dà sui nervi. La riprova che la perfezione non è di questo mondo.
All’ingresso, un tavolo con degli stuzzichini. Tutto molto di classe. La disposizione del cibo meriterebbe un servizio fotografico in qualche rivista. Ma noto subito — il mio naso nota subito — che il protagonista di questa tavola è il formaggio. I formaggi. Ce ne saranno una decina di tipi — non esagero — tutti disposti in fetida mostra, nella più classica combinazione, molto amata a NYC, di cheese&crackers.
Ora, chi mi conosce sa della mia fobia verso qualsiasi tipo di formaggio: l’alimento creato dal diavolo per impestare i frigoriferi di tutto il mondo. Fatico a sopportarne la vista, non parliamo dell’odore. E di quello, di odore, nella stanza, ce n’è tanto. Troppo.

La perfezione non esiste, ma la fortuna sì. Rimane un unico posto libero per sedersi — mi chiedo a che ora sono arrivati gli altri spettatori. E il posto è nel punto più lontano dal tavolo. Negli anni ho sviluppato l’abilità di respirare con la bocca, quando mi trovo vicina a fonti casearie — innumerevoli sono state le volte in cui ho dovuto ricorrervi. Ma trascorrere tutto un concerto a lottare con la puzza, avrebbe compromesso l’apprezzamento, e il ricordo, del concerto stesso.
Proust aveva la petite madeleine a fungere da grilletto della memoria. Io non voglio avere il camembert.
Digressione. Ma perché non si può imbandire un tavolo con cup-cakes alla fragola, mousse al cioccolato, biscotti alla vaniglia? Perché non si può fare del cibo un deodorante per l’ambiente, ma si opta invece per il puteolente, per il mefitico?
Per come la vedo io, ci dovrebbe essere una legge che vieta di abbinare il formaggio a musica di livello celestiale come questa.
Haendel a Park Avenue, gommose alla frutta.
Sagra di paese in Valsugana, puzzone di Moena.

La sala dell’appartamento ha due finestre che danno su Park Avenue e una finestra che dà sulla 33esima. Non voglio immaginare gli zeri di questo appartamento, anche se li vedo tutti nella classe non ostentata dell’arredamento. Pochi pezzi. Un pianoforte a coda in mezzo alla stanza, un pianoforte a muro accanto a un muro. Due lampade in stile Gropius — due semplici bocce sorrette da due semplici tubi di alluminio che avresti trovato nella casa di Walter a Weimar.
Libri di musica. Dettagli in marmo nero, che apprezzo. Piccole pile di libri qui e là. In cima a una, “Haendel”. E il concerto è proprio dedicato a questo compositore. “Haendel in Harlem”, il titolo. Come se il compositore, vissuto nel ‘700, avesse fatto un viaggio a Manhattan ai nostri giorni e si fosse incrociato con le sonorità harlemite. Questo non a caso: a quanto ci spiega il sassofonista, il ritmo di Haendel è vicinissimo al jazz. E in effetti scorpriremo che lo è.

Non avevo mai assistito a un concerto da camera. Ma ora capisco cosa li rende speciali, questi concerti, e perché si chiama “musica da camera”: la eseguivano nelle sale delle corti per divertire i principi (contrapposta alla musica di teatro o di chiesa). L’esperienza è davvero principesca: lo spettatore gode al massimo grado della musica. E’ come sentirla dritta nella pancia, dentro nell’anima. In un teatro, per quanto piccolo, la musica si disperde. Nella sala di un appartamento tutto rimane lì.
Allora mi bevo questa musica, fino all’ultima goccia, fino all’ultima nota, dimenticando la minaccia del formaggio a pochi passi, il ghetto delle calzature fuori dalla porta e tanti poveri piedi orfani tutt’attorno.

E parlando di musica…Avete sentito a chi è stato assegnato il Pulitzer per la musica quest’anno? A Kendric Lamar. 🙂 Forse lo ricorderete per “Humble”, un signolo che mi fece impazzire lo scorso anno. La giuria della Columbia — ma voi sapevate che l’ateneo gestisce i Premi Pulitzer?! — ha così motivato riferendosi all’album DAMN.: “A virtuosic song collection unified by its vernacular authenticity and rhythmic dynamism that offers affecting vignettes capturing the complexity of modern African-American life”.
Questa vittoria fa la storia. E’ la prima volta che si premia un’opera non classica o non jazz. La prima volta che si premia un artista hip-hop.
A volte le cose possono cambiare 🙂
Yo, Kendric bro, yo.

Questa settimana sono andata al Walter Reade Theater del Lincoln Center a vedere “Zama” di Lucia Martel.
Diciamo subito che questo è un film di nicchia. Se siete appassionati di storia, post-colonialismo, vi piace il cinema che osa e siete disposti a incontrare una regia che si discosta dalle solite regie, allora “Zama” è pane per i vostri denti. In caso contrario, il film vi risulterà un po’… indigesto.

Presentato fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, “Zama” è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Antonio Di Benedetto, considerato un classico della letteratura argentina del Novecento e della storia del colonialismo in Sudamerica.

Ambientata nel diciassettesimo secolo, la narrazione vede per protagonista l’ufficiale argentino Don Diego De Zama, il quale, per ordine della Corona Spagnola, viene esiliato in Paraguay, lontano dalla moglie e dai figli. Zama brama ardentemente per tutto il film l’arrivo di una lettera che certifichi il sospirato trasferimento a casa, a Buenos Aires. Un’attesa infinita intervallata soltanto dalla misteriosa — incomprensibile — figura del bandito Vicuña Porto, la cui cattura potrebbe accellerare, agli occhi illusi di Zama, la su dipartita dal Paraguay.
La permanenza di Zama nella colonia spagnola — un vero e proprio esilio napoleonico — lo costringe a vivere una specie di condizione da teatro dell’assurdo, mentre aspetta aspetta e aspetta una liberazione che non arriva mai. Godot-style.

Moviers, non credo di aver mai visto un film così. E per me potrebbe aprire un nuovo filone. Quello del film storico in cui la storia è vista attraverso l’occhio distorto di un personaggio ieratico, praticamente sempre zitto, dalla sanità psicologica compromessa, e parallelamente, da una regista che se ne infischia del genere “storico/in costume” ma si concentra piuttosto su come proporre una riflessione potente sull’insensatezza del colonialismo. Nel film la storia sfocia nel visionario, grazie anche a una natura lussureggiante e vergine che si presta bene a una resa onirica come si vede in “Zama”.
Un nuovo filone perché non c’è la spasmodica ricerca da parte della regista, di ricreare il setting, i vestiti dell’epoca, il mobilio dell’epoca. Nessuna riconstruzione verosimile, nessun tentativo di mimare la realtà di un periodo storico. C’è, al contrario, la volontà di mostrare lo sciatto, il trucchetto che si cela dietro, o sotto —ovvero, metaforicamente, la menzogna, la balla, il marcio del colonialismo. Le parrucche settecentesche, indossate per dovere, non nascondono i veri capelli ma li lasciano intravedere platealmente. Gli appartamenti dei “signori” si confondono con le baracche degli indigeni. La commistione tra nobile e plebeo, tra umano e animale, trova il suo climax nella scena in cui un lama gironzola nell’ufficio del governatore.
Un film come “Zama” scardina i punti fissi del cinema storico — pensate a che lavoro di ricostruzione era stato “Barry Lindon” — e propone un prodotto che non somiglia a nulla di già visto, affidandosi a una narrazione stagnante, visionaria, a tratti fortemente enigmatica. Forse il viaggio del Capitano Benjamin Willard in “Apocalypse Now”, con la storia che incontra la follia nel personaggio di Kurtz, sono dei degni predecessori. Ma in Martel non c’è nessuna intenzione di rifarsi a nessun modello. L’assurdo è il destino riservato a Zama, espresso metaforicamente dal finale — lui, mutilato, trasportato in barca, in mezzo ad acque verdissime — e dall’ineffabile espressione che porta sul viso. Grandissima scena.
Un film che è un trip. Se non temete gli effetti collaterali, servitevi pure.
E anche per statesera è tutto, Moviers.

Questa settimana ho combinato dei pasticci con il WiFi, cancellando alcune foto, mannaggiamme. Per questo il Frunyc III di questa settimana è un po’ magrino — ma vedrete alcune immagini spettacolari dell’uscita in barca sull’Hudson di oggi. 😉
Mi rifarò la prossima settimana!

Ringraziamenti tanti, e saluti, stasera, fastidiosamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 366 da NYC commenta “THE RIDER” di Chloé Zhao

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Mozart Moviers,

è lui che vado a sentire al Met. E facciamo subito una distinzione — i non-newyorkesi si confondono sempre, e anch’io, all’inizio.
Ci sono due Met. La Metropolitan Opera, che sta al Lincoln Center, la piccola cittadella delle arti fra la 65esima e la 67esima, sulla Columbus, Upper West Side. E poi c’è il MET, Metropolitan Museum of Art, il quarto museo più visitato al mondo, il mastodonte territoriale che occupa quattro isolati, lungo la 5a Avenue, Upper East Side.
Venerdì sono stata al primo Met, quello dell’opera. L’occasione, ghiottissima. L’ultima serata in cui mettevano in scena una versione di “Così fan tutte” che ha fatto scrivere pagine e pagini di elogi sul New York Times e sul New Yorker. Tutti gli spettacoli sold-out, un miracolo trovare i biglietti — sono stata miracolata.
Ma tutto, in realtà, sapeva di miracolare, venerdì. Dopo due settimane di freddo assassino, un freddo che è come un dio — innominabile. Un freddo, quello tra marzo e aprile, che rientra nei misteri più agghiaccianti (!) della mia permanenza qui. Dopo quel freddo lì, da un giorno all’altro — letteralmente da un giorno all’altro — lo zero termico viene scalzato da 25 gradi.
Allora la prima cosa che faccio, e che voglio fare sin dal giorno in cui mi sono trasferita al Rockfall, al 545 della 111esima West, è quella di pigiare “10” nell’ascensore e ascendere al paradiso del rooftop. Per spaparanzarmi al sole, monitorata a vista dall’Hudson, dalle infinite cisterne che costellano lo skyline tutt’intorno, e dal Chrysler Building, laggiù in fondo. E dall’Empire, anche lui piccolo piccolo. Sotto di me c’è la Broadway, e senti la vita di quest’arteria che alimenta di traffico e umanità il ventricolo destro del cuore di Manhattan. I camion della spazzatura a tutte le ore. Le ambulanze, i cops, i tir che riforniscono i negozi e si fermano sistematicamente in seconda fila, e nessuno dice niente — NYC come Napoli.
Da lassù, dal rooftop, tutto sembra più remoto, ovattato dall’altezza e dalla distanza. Immagino quanto possa picchiare duro il sole in piena estate. Dalle 4 pm alle 5 pm, ovvero l’ora che sono rimasta lì, mi ha stordito. Dopo tutt’un inverno ad agognare il caldo, quando il caldo finalmente arriva ti coglie sempre impreparato. Hai perso la mano, non sai più come gestire questa forza bianca che ti batte la testa e ti stende su un lettino in una specie di coma fotovoltaico.
E quella volta che vai al Met, devi costruirci un rito attorno. Non ci vai in jeans e ‘na maglietta, no. Ti metti il Karl Lagerfeld che hai trovato a una svendita della svendita della svendita e che hai pagato 38 dollari. E New York fa anche queste cose: ti regala i vestiti, se sai dove guardare. E l’hai preso tipo sei mesi fa, sapendo che, con quei fiori lì, avresti potuto indossarlo solo a primavera, e l’hai fatto aspettare nell’armadio tutto quel tempo, aguzzina. Poi però ecco che arriva quel giorno, il 13 aprile. E tu ti c’infili dentro e magari ci abbini un paio di Alessandro Dell’Acqua ai piedi. Perché New York, se sai dove guardare, ti regala anche le scarpe — 29 dollari.

E te ne esci di casa, prendi la metro e decidi di scendere alla 72esima, 5 isolati prima della tua fermata. Perché a una temperatura così empirea solo San Pietro ci è abituato. Noi, credenti o ate(sin)i, no. E cammini quei cinque isolati, sentendo la primavera addosso, e addosso agli altri. Finalmente i fiori di Karl Lagerfeld, sepolti per sei mesi dentro l’armadio, sbocciano. E tu sorridi come una demente — sei il PhD della demenza. Non riesci a tirarti giù dalla faccia quel sorriso che rivolgi a tutti e a tutto. Perché hai dei fiori finalmente liberi addosso, e perché adesso sei arrivata davanti ai gradini del Lincoln Center e lo spettacolo comincia lì, proprio lì. Il pubblico dell’opera che arriva. Tacchi e shiffon, cravatte. Ma anche jeans e scarpe da ginnastica, perché non per tutti il Met è un luogo sacro alla stregua della Basilica di San Pietro a Roma e la Chiesa di San Marco a Venezia — in cui entrare abbigliati comme il faut. E li rispetto, ma mi spiace per loro: ci rimettono parte del fun — e finiranno all’inferno, sicuro. 🙂
Le persone si danno appuntamento attorno alla fontana tonda che sorge in mezzo alla U del Lincoln Center — il Met sta nella pancia della U. Sulla stanghetta di sinistra c’è il New York City Ballet, su quella di destra la David Geffen Hall. Lì a due passi, verso destra, il Lincoln Center Theater, e di là dalla strada la Julliard, la scuola di ballo che tutte le punte sognano.
Sono le 7:45 pm, quell’ora del divenire in cui il giorno non è più e la notte non è ancora, e la luce è il periodo Blu di Picasso.

C’è a chi il Lincoln Center non piace, da un punto di vista architettonico. Hemingway, l’amico newyorkese incavolato nero con la città di New York, si scaglia sempre con veemenza trappattoniana contro questo complesso artistico. “Don’t you see it is Fascist??”, mi ha già strillato due o tre volte. Io vorrei dirgli che veramente io non confondo il Fascismo con il Razionalismo. Che non dobbiamo essere così grossolani nei nostri giudizi, Hemingway. Io non canto certo “Faccetta nera bell’abissina”, tuttavia apprezzo certe strutture firmate Terragni. Amare il futurismo fa di me una filo-mussoliniana? Non credo proprio… E toh, mi piacciono anche certi edifici dell’EUR, soprattutto il Palazzo della Civiltà Italiana, che l’ha voluto Fendi a tutti i costi per metterci dentro i suoi capolavori. E mi piace anche il gusto razionalista del Lincoln Center. Mi piacciono la sua semplicità, linee e spigoli elementari, da albori della geometria. Mi piace l’idea che da dentro contenitori bianchi regolari spuntino fuori forme infinite di spettacoli dai colori altrettanto infiniti — come un “Così fan tutte” ambientato a Coney Island negli anni ’50.
Capito Hemingway??
🙂
L’interno del Met è una combinazione di velluti e moquette bordeaux, grossi lampadari Svarowksi, e giroscale in muratura bianchissima. Nel piano interrato sorgono due pareti tappezzate di ritratti in bianco e nero, di tutti i grandi attori che ne hanno calcato le scene.
Lì accanto, un busto dorato.
Caruso.
La fauna che si aggira al Met è della più variegata. Tantissime coppie gay. Le distingui non solo dalla mano nella mano o, più comunemente, dalla mano dell’uno sulla nuca dell’altro, ma dal look. Tiratissimi. Colori pastello, sete. Oppure completi scuri, pantaloni sempre taglio skinny, leggermente sopra la caviglia, le giacche a cui manca un nulla per essere troppo strette, ma che per qualche miracolo, non lo sono — dei miracolati anche loro. Un numero spaventosamente rincuorante di giovani. Giovanissimi. Dai 18 ai 25. Specie nel family circle, ovvero la parte più alta in galleria, quella che un tempo si riservava alla plebe. Anch’io sono lì — plebea. E non mi lamento: il teatro è sold-out. Mi sarei fatta andar bene anche gli scalini fra un settore e l’altro. Anche la soffitta, il tetto. Tutto. Purché dentro.

E poi ci sono i balconcini riservati ai Guild Members del Met. Avete il vostro palchetto, accesso esclusivo alla Belmont Lounge, un ristorante a voi riservato, e vi presentate all’opera in smoking. Sborsate un fee-ottìo all’anno, il ristorante è tanto scenografico quanto la cucina pessima. Ma figo, fa figo, non si discute.

L’opera in sé, “Così fan tutte”, se letta in chiave contemporanea, potrebbe portare neo-femministe, #metoo e be’, donne tutte, a imbracciare il kalashnikov. Il morale della favola è che tutte le donne sono infedeli di natura: date loro l’occasione di tradire, e loro tradiranno. Di qui il titolo.
Io innanzitutto direi a Lorenzo Da Ponte, il librettista che ha scritto il testo — per le musiche, ci si rivolga a Wolfgang Amadeus — gli direi che le cose non stanno proprio così, e che c’andasse piano con la stereotipia. Ma certo, dobbiamo pensare che parliamo del 1790. Cos’erano le donne nel 1790? Madri, sgualdrine, balie e soprammobili.
Per altro scopro che Lorenzo Da Ponte, dopo essere caduto in disgrazia in Italia, prese la valigia di cartone e si trasferì guess where? A New York City… Qui si mise a insegnare lingua e cultura italiana e, nel 1825, fu il primo professore di letteratura italiana alla Columbia University… Il fatto che ora alla Columbia hanno più professori che iscritti ai corsi per via del calo delle iscrizioni ai corsi d’italiano, rattristerebbe molto il nostro Lorenzo.

Lo spettacolo è stato davvero spettacolare. Come assistere a un sogno che prende forma davanti ai vostri occhi aperti, e non dietro le vostre palpebre serrande. Trovata geniale, quella di trasportare l’opera a Coney Island, con i freaks, la ruota delle meraviglie, mangiafuochi, nani, donne barbute, giostre e tunnel dell’amore. Sono uscita stordita, inebriata, praticamente fatta. Anche perché ormai lo sapete, Coney Island occupa un posto unico nella percezione che ho di questa città.

Ed è poi questo che mi piace di New York. La possibilità di andare all’opera una sera, e poi, la mattina dopo, infilare le scarpe da ginnastica, e tornare nel mio amato Bronx, e perlustrarlo in una parte nuova, un sottoponte con dei graffiti dai colori incavolati, un campo dove gli skaters ricamano di acrobazie il cemento trasformandolo nel loro quartier generale.
E poi spingersi su su fino alla 190esima, dove la vita sembra scorrere lemme lemme, con i capannelli di studenti ebrei della Yeshiva Universiy, le giovani madri al parco mentre leggono un libro, la carrozzina a fianco, gli uomini che lavano le automobili a bordo strada. Perché è sabato, e di sabato si lavano le macchine anche nel Bronx.
New York City sono le possibilità di New York City.

E questa settimana sono andata all’Angelika Film Center a vedere “The Rider” di Chloé Zhao.
Presentato lo scorso anno nella sezione Quinzaine des Realisatuers del Festival di Cannes, “The Rider” è la storia vera di Brady Jandreau — interpretato da se stesso— giovane talento dei rodeo del Sud Dakota, che, a seguito di una caduta, si spacca letteralmente la parte destra della testa — che poi viene letteralmente ricucita con punti/cambrette alla Frankenstein. I dottori gli danno un ultimatum che Brady non vuole proprio sentire: basta rodei, basta cavalli, no kidding. Brady sa di essere nato per quello, ma sa anche che i rodei sono dei campi di battaglia. Tante sono le vittime, tante le ferite, più o meno invasive. Più invasive che meno. Come nel caso del suo migliore amico, ridotto a un vegetale dopo una brutta caduta. Brady va a trovarlo spesso in ospedale, lo accudisce come un fratello, lo sostiene come un padre: non fatichiamo a capire che in lui rivede un po’ se stesso. La fine che potrebbe fare se continua con la vita in sella.

“The Rider” è un sistema di specchi che rifrangono il protagonista. Non solo il migliore amico di cui sopra, ma anche un cavallo che gli viene chiesto di domare, e che si ferisce gravemente a una gamba — zampa? — con del filo spinato. Non rimane che sopprimerlo. Anche questo rinvia alla condizione di Brady, e, più in generale, a quella delle persone “rotte”, che hanno subito un danno.
Cosa fare quando non puoi più fare l’unica cosa per cui credi di essere nato? Cosa fai quando credi di non saper combinare altro nella vita? Vengono in mente tutti gli atleti che s’infortunano e non possono più continuare con l’agonismo. O i ballerini. Cosa si fa in quei casi? E come fa Brady?
Be’, lui le prova un po’ tutte. Si trova un lavoro in un supermercato, cerca di stare lontano da quel cerchio magico del maneggio, ma proprio non ci riesce. Ricomincia con l’addestrare qualche cavallo, e di lì al rimettere il sedere su un bisbetico indomito il passo è breve. Però Brady ha anche una sorella autistica a cui badare. Anche lei, un po’ come Brady e il suo migliore amico paralizzato, è una “segnata”, ma dalla nascita, non dalla vita. E Brady è assolutamente adorabile con lei, così come con l’amico. Il senso del film e della storia di questo ragazzo buono buono e taciturno si sviluppa proprio lì, nella presa di coscienza che c’è dell’altro, oltre il rodeo. Che morto un talento se ne fa un altro. La vita, semplicemente, va avanti. E il suo talento altro è quello di prendersi cura delle persone.

So che detta così può sembrare un po’ scontata come storia. Imputate a me questa percezione, non al film. “The Rider”, oltre a monitorare un percorso di crescita interiore di un ragazzo, illumina il volto melanconico del cowboy. L’archetipico solitario che nasconde il suo vero stato di salute a tutti, per non destare preoccupazioni, ma anche per nascondere un po’ la testa sotto la sabbia, e fingere di non vedere una mano che non vuol rispondere ai comandi del cervello… Il cowboy ragazzo che va sulla tomba della madre, morta troppo presto, lasciandolo con un padre distratto, preso dalla propria vita, tra video poker e conti da pagare.
Il linguaggio che la regista ha deciso di adottare è tra la finzione e il documentaristico. Del resto la componente di “verité” è molto forte, considerato il passato di Brady da asso dei rodei e la presenza sul set di amici/famigliari veri. E anche se avrei molto apprezzato i sottotitoli — ho capito che il piatto preferito degli abitanti del Sud Dakota sono le sillabe delle loro parole — certi momenti sono compensibili a un livello trans-linguistico. Un gruppo di giovani rodeisti raccolti intorno a un fuoco, in mezzo alla prateria, che si scambiano battute, ma anche piccole grandi lezioni di vita. I dialoghi di una semplicità disarmante, ma che racchiudono Sofocle.
Se vi capita a tiro, non perdetelo.

E anche per stasera, I call it a night 🙂
Ringraziamenti doverosi, Frunyc III aggiornato là dove sapete, e saluti, classicamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 365 da NYC commenta “YOU WERE NEVER REALLY HERE” di Lynne Ramsay

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Mercoledì Moviers

vado a Dobbs Ferry.

Fronti corrugate, sguardo perplesso, neuroni in movimento.
Tranquilli, ho reagito così anch’io quando l’ho sentito

Dunque, Dobbs Ferry sta nel Middle-of-Nowehere upstate, diciamo più o meno a 45 minuti di treno dall’ultima fermata della metro più a nord, la 242esima, capolinea della rossa.

E’ una strada che non mi è nuova, la 242esima. L’estate scorsa ho trascinato la bici da quelle parti. Sono delle parti molto interessanti. Ci trovate il Van Cortland Park, un parco grande come il Molise che contiene, al suo interno, il Van Cortland Golf Course, un campo da golf grande come la Va d’Aosta. Praticamente la Minitalia. 🙂

Il parco è accessibile a tutti. Il campo da golf non è accessibile alle italiane in bici. L’ho scoperto abbastanza in fretta. Fra i caddy e i golfisti dallo sguardo interrogativo e divertito, mi affianca il caddy della Security — il cop caddy — e mi dice che no, le bici non sono assolutamente permesse, verboten, raus.
Visto che da quando sono qui ho subito ogni sorta di reprimanda quando sono sulle due ruote — e lì non si può pedalare, e lì sei in contromano, e là sei nei sentierini di Central Park e nei sentierini di Central Park devi camminare la bici manco fosse Fido — visto insomma tutte le limitazioni che mi sono state imposte come biciclettista — lesive, direi, nella mia natura di biker, ma per i j’accuse c’è tempo — ho fatto ricorso al solito atteggiamento di contrito stupore con cui hai la possibilità, ma certo non la sicurezza, di salvarti. In Italia, la certezza, ce l’hai. Qui no.

“Oh my, I am so sorry… It’s my first time in the park, I had no idea the Golf Course could be accessed that simply… Would you be so kind as to tell me the shortest way out?…. And again, my apologies”.
Nell’istante in cui entri in territorio minato da qualche Security, devi avere sempre la risposta pronta. Me la preparo sempre. Perché, vedete, con una risposta così:

1.     fate capire che siete assolutamente innocui — di vitale importanza in un paese in cui si pensa seriamente di armare i professori (!!) — e quindi non c’è bisogno per loro di chiamare lo sceriffo, la centrale o l’esercito.

2.     rifilate una critica, costruttiva, per carità: se l’accesso al campo da golf fosse segnalato meglio, pressapochisti che non siete altro, non ci si sbaglierebbe.

3.     dimostrate di dipendere dal suo aiuto per uscire da lì. Dopotutto, l’istinto all’eroismo di un cop, per quanto su un caddy, è pari a quello di un qualsiasi altro cop, e se lo lusinghi, l’effetto suscitato non può che giocare a tuo favore.

Golf a parte, il Van Cortland Park ospita campi e aree per tutti gli sport che possono venirvi in mente. Dal cricket al calcio, dalla pallavolo al tiro con l’arco al softball — sono cresciuta credendo che il softball fosse il baseball versione light, soft appunto, per le ragazze, invece no no no, fruner che non sei altro, il softball è un tipo di baseball, ma non è gender-specific, una volta tanto. Tuttavia, lo sport più praticato, almeno durante l’estate, e durante il weekend, è il “chilling”, ovvero lo sciallo delle famiglie latino-americane che abitano la parte nord di Manhattan. Portoricani, dominicani, latini in genere. Dalla 157esima in su non sentite più una parola d’inglese. Fate il conto di quante strade ci sono fra la 157 e la 242, e avete il prospetto demografico latino-americano di New York City.

Il loro sciallo è molto mediterraneo, molto simile a quello della famiglia italiana media. Solo che qui le famiglie latine medie si sggregano. Famiglia più famiglia più famiglia vuol dire un party collettivo. Praticamente una sagra.

Sono attrezzati in una maniera che definirei assassina. Teglie e teglie e teglie d’alluminio piene di cibi dall’aspetto untissimo, piccantissimo, e, a quanto pare, prelibatissimo per i commensali. Sotto le teglie, file di scaldavivande, e sotto la fila di scaldavivande, file e file di tavoli. E sotto i tavoli, file e file di bauli frigo pieni di bollicine in ogni forma e colore e grado etilico. Sopra le file di tutto, baldacchini parasole. Perché se a NYC c’è una paura che definirei quasi esistenziale — a parte quella di incappare in una battuta politicamente scorretta — ebbene quella, è la paura del sole. Dovreste vedere gli strati di crema sulla faccia di certe runner a Central Park… Pierrot, al confronto, è Rocky Roberts.
Sull’angolo dei barbecue, non dico. Se la macellazione della carne fosse considerata atto criminoso, la quantità di bistecche, hot-dog, hamburger sulle griglie domenicali di Van Cortland Park rappresenterebbe il genocidio recidivo più abominevole della storia.

E vige la settorialità. C’è il settore bambini, con ogni sorta di gioco e cianfrusaglia rigorosamente di plastica, rigorosamente tossica. C’è il settore donne, con le matrone larghe e basse che preparano, distribuiscono, riordinano e intanto chiacchierano fitte fitte, sicuramente lamentandosi dei propri uomini. E c’è il settore uomini, che si divide tra la guardia al barbecue, e lo stravacco selvaggio con birra, coscia di brontosauro e buddy-talking con gli amici. Attorno a tutto questo, un impianto stereo con minimo due casse alte come me — che non sarò Uma Thurman ma nemmeno Salma Hayek — e il repertorio della latino-americanità musicale dei giorni nostri: “Despacito” e “Muevelo” sono un po’ le Variazioni Goldberg del contesto.

La 242esima è una specie di Scilla e Cariddi oltre la quale non so cosa ci sia. Sono stata ancora Upstate, ma mai nella contea di Westchester… Mi chiedo se il saloon sarà aperto, visto che arrivo di mattina presto presto…

Mercoledì lo scoprirò. A Dobbs Ferry sorge il Mercy College, una delle tante università che popolano lo Stato di New York. Qualche tempo fa avevo contattato il Chair del Diparimento di Italiano per sapere se cercavano docenti. Il Chair mi risponde che no, sono al completo per il momento. Ma che si è permesso di esaminare il mio CV e vorrebbe invitarmi a parlare ai suoi studenti della mia esperienza come poeta, reporter per La Voce di New York, docente all’FIT, ecc. Insomma, per parlare di me.
Pagandomi, of course.

Per la seconda volta, fronti corrugate, sguardo perplesso, neuroni in movimento.
E per la seconda volta, tranquilli, ho reagito così anch’io quando l’ho sentito.

Per noi italiani, la cosa, concorderete, ha dell’incredibile. A prescindere da me, ovvero dall’invitato, ciò che ha dell’incredibile è la facilità nel combinare queste cose. Soprattutto l’interesse.

Io mi rendo conto che qui un italiano — sia esso un Board o uno scrittore o un manager aziendale — sia visto come un soggetto esotico, e come tale, susciti curiosità. Ma il bello, è vedere come questa curiosità si traduca in termini pratici. “Mi interessi. Potresti interessare ai miei studenti. Vieni a conoscerli? Ti paghiamo”.
Non dico che questo non avvenga in Italia. Ma è quantomai raro. Sicuramente non retribuito, a meno che tu non sia una personalità affermata. E anche nel caso in cui tu lo sia, una personalità affermata, non ti pagano.
Non ti si fila nessuno, abbiamo già avuto modo di dirlo.
Non facciamo i piangimerenda, veh. Si rileva semplicemente un atteggiamento statale.

Cosa dirò a questi ragazzi del Mercy College mercoledì? Dovrò coltivare il mito dell’Italia terra di piazze, lambrette, Mastroianni e pici gustati nelle valli del Chianti, oppure dovrei dire anche un po’ delle sue animalesche menomazioni, dell’Italia scimmia sorda, cieca e muta? Da italiana unconventional, potrei certo parlare di piazze e Mastroianni, della lambretta mi limiterei a quella su cui sfrecciavano Gregory Peck e Audrey Hepburn in “Vacanze romane”, e quanto ai pici toscani, be’, non ho mai avuto il piacere, sorry.
Non dirò nulla di tutto ciò. La poesia, come sempre, mi salverà 🙂 E anche un power point. E che io abbia messo insieme una presentazione ppt, la dice lunga. “Times are a-changing”, cantava Dylan, quando l’onta del Nobel era ancora lontana…

Questa settimana sono andata al Lowe’s sulla Broadway a vedere “You Were Never Really Here” della scozzese Lynne Ramsey. Premiato all’ultimo Festival di Cannes con la Palma d’Oro per miglior attore, Joaquin Phoenix, che solitamente non mi fa impazzire — perché di Phoenix, lo dico sempre, ce n’è stato e ce ne sarà sempre solo uno, ed è River — in questo film, Joaquin si merita tutti gli applausi che io possa appludire.
Non è che il film sia tutto lui, perché la regia, personalissima, della Ramsey, è meritata co-protagonista. Ma se faccio il giochetto dell’“E se al suo posto ci fosse stato Nicholas Cage? O Andy Garcia? O Riccardo Scamarcio??”, la risposta è scontata. Il film sarebbe colato a picco.

Dunque i fatti stanno nel palmo di una mano. Un passato di violenze subite nell’infanzia e nell’esercito, Joe vive con l’anziana madre e si guadagna da vivere come “detective” — diciamo una via di mezzo fra il mercenario e il regolatore di conti. Le cose cominciano a precipitare quando Joe viene incaricato dal Senatore Tal-dei-Tali a recuperare la figlia tredicenne, Nina, finita tra le mani di pedofili di alto bordo, anche se poi si scoprirà che il padre… Ma non facciamo spoiler…

Queste tre righe di riassunto non dicono praticamente nulla del film, che è un buon connubio fra thriller, noir, dramma e horror. Horror più nel senso letterale che letterario del termine. Fa orrore infatti, il modo apparentemente freddo e meccanico con cui Joe usa violenza contro i soggetti che gli capitano a tiro. Ricordate Trevis, di Taxi Driver? Ecco, una specie. Solo che Joe agisce con un martello… La regista ha una certa fascinazione per il sangue, e certi dettagli che evocano l’orrore più che mostrarlo esplicitamente — un paio di occhiali bucati e un lago di sangue sotto una testa evocano, per esempio, un occhio trafitto… Quindi sì, Ramsey indugia su certi dettagli, ma è una regista troppo raffinata per scadere nel gore e nello splatter. Se avete visto il suo splendido “We Need to Talk ABout Kevin”, qualche anno fa, saprete che lei ama più che altro i risvolti — meglio, i recessi — psicologici, e muoversi nella dimensione dell’infanzia come momento che può essere irrimediabilmente, irreversibilmente devastato, e le cui devastazioni si ripercuotono poi nell’età adulta. Joe porta le cicatrici, metaforiche e fisiche, di questi danni subiti — i continui flash-back di lui bambino non smettono di rammentarglielo. E lo stesso dicasi per Nina, un fiore biondo costretto a finire fra le zampe dell’orco, obbligandola a reagire nel più ferale dei modi.

Ma in un film in cui tutto sembra vòlto al peggio — la disumanità dell’umanità sotto la luce del sole in una New York ripresa praticamente sempre di giorno — quando stiamo per gettare la spugna, ecco il finale, celeste, come gli occhi di Nina. E badate, la spugna, Joe, è sul punto di getterla tante volte durante il film. Talmente tante che la scena di apertura è proprio la testa di Joe, dentro un involucro di nylon come il più classico dei completi usciti dalla tintoria e la più classica testa pronta al suicidio. Coltello, pistola, annegamento. Joe cerca in ogni modo di farla finita. Ma c’è sempre qualcosa che ferma la china suicida che sta per prendere e che lo trattiene dalla caduta. La vita è sempre più forte di te, ho scritto un giorno da qulche parte. E ho letto questo verso sul volto di Joe.
Splendida la sequenza finale. Dopo uno strazio straziante all’interno di una villa, Joe e Nina in un diner, i due fallati, gemelli diversi per genere, età, sesso e stazza, eppure similissimi nei traumi che li abitano. L’uno più perso dell’altra. I finali potrebbero essere tanti, la fuga per la ragazzina, un colpo di pistola in bocca per Joe. Eppure no, né l’una né l’altro. Perché “It’s a beautiful day” fuori. E da lì si riparte.

Dell’anima disgraziata di Joe, mi piace quello che vedo nelle ferite lasciate dalla vita. E’ come se rilucessero, come se vedessi la tenerezza perduta, la capacità di ridere — come fa con la madre, imitando “Psycho” e forse ironizzando un po’ su se stesso, che al posto del coltello, ci dà di martello — la capacità, anche di emozionarsi ascoltando una canzoncina per bambini.

Apprezzatissimo anche il tessuto sonoro che si avvolge attorno alla storia e la rende compatta, coerente, anche quando gli abbinamenti scena-musica sono contrastanti. Il titolo poi — che il cielo lo protegga dalle barbarie di certe traduzioni per la distribuzione italiana — brilla per quanto riesca a sintetizzare il senso di alienazione che il protagonista sente e da cui cerca di liberarsi per tutto il film. E’ come se tutto confermasse a Joe che la sua è stata una non-vita, un’esistenza-assenza. Come se non fosse mai realmente esistito, come dimostra, ancora una volta parte della scena finale. Ma l’apparenza inganna, e Joe esiste eccome. Nina, con la sua vita salvata, è lì a dimostrarlo.

“You Were Never Really Here” non è un film facile e farà distogliere lo sguardo a molti. Ma ti fa vedere il disgusto, quello che non vuoi vedere, quello che ti repelle — a questo proposito, Joe è sempre mostrato in tutta la sua flaccidità, barba lunga, codino, tutto sempre molto sgradevolmente bagnato, si tratti di acqua, sudore o sangue. Sgradevole. Ma l’umanità è anche questo.

Per i temerari, gli amanti del cinema ostico e del diverso.

Qui potete leggere ancora un po’ di Banksy, se vi fa piacere. 😉

E anche questa domenica, siamo arrivati in fondo. Frunyc III aggiornato al solito posto, ringraziamenti tanti, e saluti, settimanalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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LET’S MOVIE 360 from NYC – commenta “FOXTROT” di Samuel Maoz

LET’S MOVIE 360 from NYC – commenta “FOXTROT” di Samuel Maoz

MTA, Moviers,

sta per Metropolitan Transportation Authority: la società responsabile del trasporto pubblico newyorkese. Non solo di New York City, come erroneamente credevo io. Ma di 12 contee dello Stato di New York, e due nel Connecticut. Un po’ come l’ATAC di Roma, l’ATM di Milano e… l’Atesina in Trentino (!). Proprio perché l’MTA si occupa di scorrazzare qualcosa come 11 milioni di passeggeri la settimana, da Yonkers a  Wetchester, da Nassau a Putnam, uno non se la sente di criticarla più di tanto. Un elefante che, da fuori, deve portare nella cristalleria di Manhattan migliaia e migliaia e migliaia di animaletti, incazzosi il lunedì mattina, sballati il venerdì sera e tendenzialmente depressi la domenica pomeriggio. Come lo critichi, un Dumbo Senior che fa il suo lavoro, nonostante l’età, gli acciacchi, e soprattutto, le conseguenze di Sandy, l’Uragano?
Come ho già avuto modo di dire in passato, la rete metropolitana di NYC, ma soprattutto di Manhattan, subì danni serissimi, gravissimi, quel 27 ottobre del 2012. Sono passati sei anni e i lavori continuano e continuano. Ovviamente l’MTA cerca di farli impattare il meno possibile sul cittadino. Il che vuol dire, garantire il servizio durante la settimana, fino alle 11 pm, mettendo a disposizione shuttle bus nei tratti coinvolti, e concentrando i lavori dalle 11 pm alle 5 am, e nel fine settimana. Se nel finesesttimana devi andare a Brooklyn, devi industriarti con dei percorsi alternativi: la linea rossa non viaggia da Battery Park a Brooklyn il sabato e la domenica, quindi devi raggiungerla con la verde e la gialla — lo so perché il weekend scorso ho fatto la spola Brooklyn-Upper West Side tre volte per il LitFilm Festival. Questo semaforo metropolitano, checché assai impazzito, ti permette comunque di arrivare dove devi arrivare. Con qualche quarto d’ora di viaggio in più magari, e non proprio proprio alla stazione più vicina alla tua destinazione magari, ma per arrivare arrivi. E qui funziona che nessuno si lamenta. Tutti si adattano.
Fair enough, dico.

Però non smetto mai di chiedere ai newyokesi che conosco, come mai si stia impiegando così tanto. Sei anni non sono proprio due settimane. La risposta riconferma la devastazione di Sandy sulle strutture sotterranee e il salso dell’acqua di mare che avrebbe minato molti impianti elettrici. E poi l’estensione. 25 linee e più di 420 stazioni.
In effetti molto spesso mi ritrovo a ragionare con la mente da piccola regione. Da piccola Italia. Ma qui si tratta di altri numeri. Faccio lo stesso con la questione della spazzatura. NYC è stata eletta la capitale più sporca degli Stati Uniti. Dietro di lei, Los Angeles —il fatto che siano le due città americane in cui ho vissuto, io, una schizzinosa di livello ossessivo-borderline-compulsivo, rende questa “coincidenza” un contrappasso di perfezione pressoché dantesca.
Che sul risvolto del paltò di NYC spicchi la coccarda di Miss Discarica 2018 non mi sorprende. La chiamo sempre “giungla”, anche per questo. E se volevo Losanna, andavo in Svizzera.
E’ indubbio che qui manchi qualsiasi senso di educazione ecologica. Le cartacce vengono molto spesso gettate per terra, oppure giù per i binari della metro. Come se questi si spalancassero e inghiottissero tutto. I bidoni agli angoli delle strade tracimano. E in questo caso il problema non sta nei G-men — così chiamati gli spazzini (G=Garbage) — che passano a ciclo continuo, di giorno e di notte. Il problema sta nell’esubero di confezioni, polistiroli takeaway, bicchieroni, copri-bicchieroni, porta-bicchieroni, fascette anti-scottatura intorno ai bicchieroni, cannucce, mica-cannucce, plastiche, pellicole, cartoni, cartoncini, tovagliolini, posate, coperchi, and so on and so forth. L’America, il primo paese ad introdurre l’approccio usa&getta, USA —portandoselo scritto anche fatalmente nel nome — usa molto, ma getta altrettanto.
Da Wholefoods, il supermercato da americani sensibili e sensibilizzati al 100% organic, 100% bio, e da Trader’s Joe, la sua copia con i prezzi per comuni mortali, lì, la spesa, te la ripongono in due sacchettoni di carta con le maniglie. Due, non uno. Uno dentro l’altro. Perché? Perché un sacchetto da solo si rompe. Quindi hanno preso quest’abitudine dei due sacchetti. Quattro manici resistono. Due no.
L’assurdità del tutto sfiora davvero il Beckett più estremo. Nessuno avrà mai pensato di concepire una borsa più resistente, con manici più resistenti, di modo che ne serva solo una? Nessuno avrà mai pensato di farla pagare, quell’unica borsa, anche cara, tipo un quarter, no di più, mezzo dollaro? In questo modo il cliente la paga una volta, e sbuffa. La paga una seconda volta, e risbuffa. La paga una terza, ri-risbuffa, e dentro di sé si dice “col cavolo che butto via un altro quarto di dollaro, o mezzo dollaro, per comprare qualcosa che non mangio (!), la prossima volta me la porto da casa, anzi sai checcè, me ne porto una di tela”.
Non è andata così, del resto, anche in Italia, uno dei pesi più refrattari al cambiamento sulla crosta terrestre? Non so se ricordate quanto tempo impiegammo — quante multe cercammo di evitare e infine pagammo — per digerire l’obbligo delle cinture di sicurezza in macchina, nei primi anni ‘90… Quanti sbuffi avranno sentito, quei poveri abitacoli! Poi però ci siamo abituati. E ci siamo abituati a portarci la sporta di tela da casa quando abbiamo capito che quella borsa in materiale biodegradabile da 25 centesimi si spaccava anche solo guardando lo spigolo di quel pacchetto assassino, di quella bottiglia da 2 litri, e ti avrebbe abbandonato in quella striscia di Gaza che è lo spazio dei macelli fra la cassa e l’uscita.

Qualche timido cenno al miglioramento, tuttavia, lo intravedo qui. Qualche giorno fa hanno fatto la loro comparsa, nei reparti frutta e verdura, i sacchetti di materiale bio — quello della striscia di Gaza. Quei sacchetti che in Italia vengono utilizzati per l’umido. Ecco, qui ora, se andate da Trader’s Joe e volete comprarvi due mele, le mettete lì. Ah, se questi americani sapessero che in Italia questi sacchetti si fanno pagare! Troverebbero subito il modo di mettere in piedi un business e monetizzare come non ci fosse un domani. Perché questo, glielo dobbiamo riconoscere. Gli affari sono nati qui. Gli affari selvaggi, quelli spregiudicati, alla Jordan Belfort, quelli che noi italiani cerchiamo di scimmiottare, non riuscendoci — fortunatamente.

Ho chiesto al mio pupil Stephen di scrivere un breve essay sul perché i newyorchesi manchino di educazione ecologica.
Stephen è uno studente a cui do lezioni private d’italiano. Non è il solito sbarbatello che sogna di mettere le mani su quel pugno di crediti che gli mancano per passare Italiano II e laurearsi. Stephen è un avvocato in pensione di 71 anni che viaggia il mondo e ama l’italiano alla follia.
Ama tantissime altre cose, anche. Nuotare e correre — ed essere membro dei New York Road Runners. Se non fa qualcosa ogni giorno sta male, mi dice. Io gli dico, sei la versione di me senior 🙂 Inoltre è amministratore del suo palazzo, a Chelsea — e credetemi, it means a hell lot of work qui a New York. Cerca di andare all’opera almeno una volta ogni quindici giorni. Oltre alle lezioni con me, segue altri due corsi in due Recreational Center per anziani. Quindi fa italiano tre volte alla settimana. Con un insegnante leggono Pirandello, con l’altra, La Pimpa, che Stephen detesta — certo se mastichi un po’ di Pirandello, La Pimpa perde tutti i punti, tutti i poix. Io faccio un po’ da raccordo fra i due corsi, e gli passo meravigliose espressioni italiane che noi diamo per scontate ma che solo l’italiano può permettersi, tipo “oggi si sta proprio bene” — riferito a una giornata con temperatura ideale. Oppure gli faccio accettare azzardi linguistici apparentemente incomprensibili tipo “mi sono fatto la macchina nuova”.
Stephen ama anche il suo ragazzo, Lorenzo, detto Larry, un filippino che da una foto che mi ha mostrato, non avrà più di 35-8 anni. Stanno insieme da 10 anni. E menomale che la strabiliante matematica dell’amore se ne infischia dei numeri.
Arriva sempre con un maxi caffelatte by Starbucks, lo zaino da geek e l’andatura concitata. Al polso porta quel diavolo di orologio che vi monitora come un elettrocardiogramma ambulante e vi dice quante ore avete dormito, calorie assunto e bruciato. E nel cellulare, ha due app per studiare italiano. Una è un dizionario con la pronuncia incorporata e con l’altra può ascoltare le ultime notizie in italiano.
Non potete immaginare quanto s’infuri con se stesso quando non si ricorda una parola che abbiamo studiato le volte precedenti. Quanto pretenda da se stesso.
Siccome abita a New York City da oltre quarant’anni, ho tirato fuori la questione della sporcizia, dell’immondizia differenziata non-differenziata e di quanto invece ci si aspetterebbe un livello di sensibilità ecologica molto più alto, visto che NYC è la capitale che corre sempre avanti più di tutti.
Ha provato a spiegarmi di 40 anni fa: allora sì era davvero una discarica, sia sotto (in metro) che sopra (in strada) e che le cose sono molto molto MOLTO migliorate.
“Manca una historia di statou soci-ale”, fa lui.
“Sì, Stephen, ho capito”, faccio io, “ma cavolo però…”
“’Cavolou??’ Come brocoli?”, chiede lui — la U da Stanlio dopo la O e le doppie singole sono durissime a morire nei parlanti inglesi.
Allora colgo al volo l’occasione per spiegargli un’altra meraviglia della lingua italiana, che trasforma un ortaggio in un moto di stizza.
“A volte parliamo vegano”, aggiungo io.
Scoppia a ridere.
Sono curiosa di vedere cosa scriverà nell’essay che mi leggerà domani. Se sono rivelazioni copernicane in merito all’ecologia in NYC, mi premuro di passarvele 🙂

Questa settimana l’Angelika Film Center mi ha fatto vedere “Foxtrot”, Leone d’Argento all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Il regista è Samuel Maoz. Ricordate “Lebanon”? Il film che si svolgeva tutto dentro l’abitacolo di un carroarmato e che finiva in un immagine di girasoli? Precisamente lui.
“Foxtrot” è un film che si scinde in tre movimenti narrativi distinti, raccordati da un finale che ribalta — letteralmente… — tutto.
Pensate che un giorno due ufficiali vengano a casa vostra e vi dicano, Signor e Signora Feldman, ci spiace comunicarvi che vostro figlio è caduto per servire la patria.
Voi, se siete la Signora Feldman, stramazzate al suolo con una crisi epilettica. Se siete il Signor Feldman, non sapete dove sbattere la testa e cercate un modo per liberarvi di tutti quelli che, tutt’intorno, scaricano su di voi il loro dolore.
In questa prima parte l’occhio del regista è fisso dentro la bella casa dei Feldman, a spiare l’elaborazione di un lutto troppo grande, troppo insuperabile persino per essere manifestato. Feldman si chiude in bagno, cammina ossessivamente il perimetro della stanza, come se fosse fisicamente imprigionato nel loculo del suo dolore, mette la mano sotto l’acqua bollente fino a ustionarla, e non per punirsi, ma forse per avere una controparte fisica del dolore emotivo contro cui sta combattendo — siamo portati a comprendere la sofferenza del corpo molto più di quella dell’anima. Una mezz’ora che potremmo intitolare “l’anatomia della pena” — sulla falsariga de “La stanza del figlio” di Moretti. Tutto si svolge dentro l’appartamento dei coniugi, quindi la sensazione di costrizione, di claustrofobia e impossibilità di evasione è palpabile tutto il tempo. Lo spettatore è inchiodato visivamente ed emotivamente, come se fosse vittima di un lugubre incantesimo che lo costringe psichicamente a (ri)vivere una situazione estrema come quella della perdita improvvisa di un caro.

Ma poi, come spesso capita nella vita, ecco il rovesciamento. “Signor e Signora Feldman, c’è stato un terribile equivoco. Il Jonathan Feldman che è morto non è vostro figlio. E’ un altro Jonathan Feldman. Vostro figlio è vivo, e tornerà a casa presto”.
Di lì passiamo al secondo movimento narrativo, in cui ci scordiamo dei coniugi Feldman, e siamo spinti in un avamposto, in mezzo al nulla israeliano. Quattro soldati gestiscono un posto di blocco, controllando i documenti a qualche macchina, alzando la sbarra davanti a qualche cammello solitario, in mezzo alla noia e all’inazione generale. E’ la parte surreale, grottesca, in cui alla assoluta tragedia di quattro gioventù sprecate in un inutile posoto di blocco, si affianca la commedia, persino il musical, e poi il cinema d’animazione. Sembra di vedere il fantasma di Beckett aleggiare fra i quattro protagonisti, ricordandoci dell’assurdo che può penetrare nella tua vita e farti sfornare giorni replicanti, gli uni uguali agli altri, senza un senso, senza una destinazione.
Eppure Maoz ha un modo poetico, assolutamente originale di raccontarci questa inattività esistenziale, optando per scelte visive colorate e sorprendenti. E poi sviluppa una precisa metafora su cui poggia tutto il senso ultimo del film: il foxtrot, ovvero il ballo in cui ci si muove ma si rimane sempre nello stesso posto. Il ballerino di foxtrot si muove percorrendo sempre un quadrato, oltre il quale non esce. Un passo a destra, uno indietro, uno a sinistra, uno in avanti, uno a destra, riportano il ballerino sempre allo stesso punto di partenza. Un perimetro chiuso, senza possibilità di evasioni o progressioni, che ricorda la corsa convulsa del padre lungo le piccole pareti del bagno, nella prima parte. Che ricorda, soprattuto, quello che sta accadendo da tanti anni in Israele. Uno stato bloccato, fermo, incapace di andare avanti, in qualsivoglia direzione.

Apprendiamo, durante questo confino psico-fisico al limitare del nulla, della storia di Feldman Senior, che Jonathan racconta ai suoi compagni. Una storia che poi ritroviamo nel terzo e ultimo movimento del film, che si apre con un altro colpo di scena, l’ennesima svolta narrativa. Rieccoci nell’appartamento dei Feldman. E rieccoci di nuovo nel dolore. Ma perché?, ci chiediamo. Jonathan è vivo, sta per tornare a casa. Perché il lutto?
Perché la vita a volte sembra accanirsi talmente tanto da smuovere la sorte e tirarla dalla sua parte, piazzando un cammello dietro una curva, in mezzo alla strada, e facendo finire tutto, in maniera insulsa, per una giovane vita che la sorte, quella stessa sorte, aveva graziato poco prima.
Anche quest’ultima parte è ricca: scava nel passato del padre di Jonathan, nel presente dei quattro commilitoni costretti a vivere con una colpa per un altro assurdo equivoco che costa la vita a quattro persone, e lo fa attraverso flash-back animati, in cui i disegni del fumettista Jonathan prendono vita e si mescolano al racconto.
Questo mi porta a dire che l’inaspettato è la cifra di questo film, sia visivamente che narrativamente. In alcuni momenti si ha la sensazione che Maoz indugi eccessivamente su certe riprese oblique, certi stravolgimenti di camera, che tuttavia sono anche il modo che ha di assicurare ossigeno visivo a una storia di apnea emotiva ed esistenziale. Non mi sento quindi di parlare di virtuosismi, quanto piuttosto di un’arte che combatte l’assurdo attraverso la sua vitale forza interpretativa. In fondo è l’arte di Jonathan — i suoi disegni — che interpretano la storia della vita del Signor Feldman e la raccontano allo spettatore.
Film per palati sottili e menti a cui piace scavare dentro la materia proposta sullo schermo, “Foxtrot” è anche, in fondo, un “no” all’oltraggioso davanti al quale l’esistenza ci mette. E’ un soldato che balla in mezzo al nulla, con un mitra per ballerina, e il volto dipinto di una pin-up anni ’50 che sorride da un furgoncino scassato.

E cari Moviers, oggi ricevete questa mail in anticipo perché stanotte è LA notte. Sì delle elezioni, ma no, non quelle politiche… Quelle cinematografiche!
“And the Oscar goes to”…. Quest’anno, l’evento in sync con l’Honorary Member Mic d’istanza a Vicenza si ripeterà, per l’ennesimo anno. Io sarò probabilmente al Metrograph nel Lower East Side, a godermi lo spettacolo in sala. 🙂

Di seguito la mia “Wish List”. Non chi penso che vinca, ma chi voglio che vinca — in grassetto.

MIGLIOR FILM
Dunkirk
Get Out
Il filo nascosto
Lady Bird
Chiamami col tuo nome
La forma dell’acqua
L’ora più buia
The Post
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR REGIA
Greta Gerwig, Lady Bird
Christopher Nolan, Dunkirk
Paul Thomas Anderson, Il filo nascosto
Guillermo del Toro, La forma dell’acqua
Jordan Peele, Get Out

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
Daniel Day-Lewis, Il filo nascosto
Daniel Kaluuya, Get Out
Denzel Washington, Roman J. Israel, Esq.
Gary Oldman, L’ora più buia
Timothée Chalamet, Chiamami col tuo nome

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA
Meryl Streep, The Post
Sally Hawkins, La forma dell’acqua
Frances McDormand, Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Margot Robbie, Io, Tonya (ex aequo)

Saoirse Ronan, Lady Bird

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Christopher Plummer, Tutti i soldi del mondo
Richard Jenkins, La forma dell’acqua
Sam Rockwell, Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Willem Dafoe, The Florida Project
Woody Harrelson, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
Allison Janney, Io, Tonya
Laurie Metcalf, Lady Bird
Lesley Manville, Il filo nascosto
Mary J. Blige, Mudbound
Octavia Spencer, La forma dell’acqua

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE
Baby Boss
Coco
Loving Vincent
Ferdinand
The Breadwinner

MIGLIOR DOCUMENTARIO
Abacus: Small Enough to Jail
Faces Places
Icarus
Strong Island
Last man in Aleppo

MIGLIOR FILM STRANIERO
A Fantastic Woman
Loveless
The Insult
On body and soul
The Square (ex aequo)

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE
Get Out
Lady Bird
La forma dell’acqua
The Big Sick
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR CANZONE
“Mighty River”, Mudbound
“Mystery of Love”, Chiamami col tuo nome
“Remember me”, Coco
“Stand Up for Something”, Marshall
“This is me”, The Greatest Showman

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
Chiamami col tuo nome
Logan
Molly’s Game
Mudbound
The Disaster Artist

MIGLIORI COSTUMI
La bella e la bestia
Il filo nascosto
La forma dell’acqua
L’ora più buia
Victoria & Abdul

MIGLIORE SCENOGRAFIA
Blade Runner 2049
La Bella e la Bestia
Dunkirk
La forma dell’acqua
L’ora più buia

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO (“SOUND MIXING”)
Baby Driver
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi

MIGLIOR FOTOGRAFIA
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
L’ora più buia
Mudbound

MIGLIOR SONORO (“SOUND EDITING”)
Baby Driver
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi

MIGLIOR COLONNA SONORA ORIGINALE
Dunkirk
Il filo nascosto
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR MONTAGGIO
Baby Driver
Dunkirk
Io, Tonya
La forma dell’acqua
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Tengo in modo particolare a “Call Me by Your Name” e a Timothée Chalamet — sarebbe l’attore più giovane mai premiato con la statuetta per miglior attore protagonista. Spero in qualche premio per “I, Tonya”, un mockumentary di spasso e terrore rari — con quel capolavoro di Margot Robbie per attrice protagonista e produttrice. Spero in “Dunkirk” e in Christopher Nolan. Così come in qualche Oscar per “The Shape of Water”, ma non come miglior film o regia. Spero in “Faces Places”, un documentario che promettetemi di non perdere, e in “Loveless” per il miglior film straniero, insieme a “The Square” del grande Ruben Ostlund. Miglior sceneggiatura originale a “Lady Bird”, please, che se lo merita — ma certo non nelle categorie maggiori, il film non regge il paragone, per esempio, con “Dunkirk”. “Loving Vincent” come miglior film d’animazione, evidamment.

E ora, è giunta l’ora di salutarvi. Il Frunyc III c’è sempre. E anche i ringraziamenti. E i saluti, oggi, movi(e)mentatamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 359 from NYC – commenta “L’AMANT DOUBLE” di François Ozon

LET’S MOVIE 359 from NYC – commenta “L’AMANT DOUBLE” di François Ozon

Maryland, Moviers,

è lo stato che ho sempre associato a “The Blair Witch Project”. Il film che nel 1999 spaventò mezzo mondo. Ma non me. O forse dovrei dire me soprattutto. Sono riuscita a guardarlo solo nel 2007 (!). Con 8 anni di vita in più sulle spalle pensavo me la sarei cavata. Non me la sono, ovviamente. Da allora per me il Maryland è foreste sinistre infestate da spiriti di streghe e spettri di bambini morti ammazzati. Non è quel che si dice lo stato ideale in cui andare a far gite.
E qui potrei aprire tutt’un capitolo sull’inquietante che popola i boschi. Ma la maggior parte di voi risiede in Trentino, e/o è amante di monti e verzure, e sentirne evocare il lato dark può esservi sgradevole. Però, dico io, ci sarà un motivo per cui anche Lui, il Sommo, il Dante internazionale, immagina oscura la selva in mezzo a cui si ritrova dopo aver smarrito la diritta via. La narratologia del bosco fatato popolato da gnomi gentili e ninfe belle come Kate Moss è un fenomeno più recente, che possiamo far risalire agli anni ’70, quando i funghi smisero di condire il risotto e divennero i migliori amici di notti allucinogggene… Ma concordate con me: il bosco può essere un luogo ambiguo, in cui il silenzio non è mai veramente silenzio, in cui non sei mai veramente solo. C’è sempre qualche presenza presente, un paio d’occhi che ti tengono d’occhio. E quella che la maggior parte dei viandanti prende per pace, quiete, tranquillità, non è altro che una prospettiva Heidi-mit-Peter dai contorni New Age che cozza violentemente contro quella proposta da “The Blair Witch Project” e dal Maryland.

Però il Maryland non è solo foreste piene di streghe assassine. Il Maryland è anche lo stato che ospita Baltimora, ed è lì, a Baltimora, che il destino mi ha condotto, domenica scorsa.
Perché? Be’, perché Baltimora è un sacco di cose. Innanzitutto ha dato i natali a tanti “certi”. Un certo Edgar Allan Poe, che fece sicuramente da apripista per la strega di Blair. Un certo Philip Glass, padre della musica minimalista che ha confezionato fior fiore di colonne sonore. Un certo Dashiell Hammet, dalla cui penna uscì un certo “Falcone Maltese”. Una certa Billie Holiday, che cambiò la storia della musica mondiale. Un certo Edward Norton, che come fa il cattivo lui, nessuno mai. E una certa Gertrude Stein, che magari a voi non dice nulla, ma che a me dice fantabulosa collezionista d’arte, poetessa rivoluzionaria, amicissima di Hemingway, Picasso, Modigliani e tutta la Lost Generation nella Parigi anni ’20. E poi un certo Frank Zappa, che voi sapete chi sia meglio di me. Quindi Baltimora vanta. E se siete stati a vedere “The Shape of Water” e tra una scena comica e una scena struggente vi siete chiesti in quale città fosse ambientato, be’, ora avete la risposta.

Personalmente volevo andarci per il BMA, il Baltimore Museum of Art. Così come la Yale Art Gallery di New Haven, il BMA è un caveau di meraviglie, gratuito, e a due passi dalla John Hopkins University e il suo campus — ovviamente trovate tutto nel Frunyc III. 🙂
E fatemi dire della John Hopkins. Pur non essendo nell’ivy league, è considerata uno dei migliori atenei al mondo: occupa il decimo posto nella Best Global Universities Ranking List — indovinate un po’ chi ci sta al primo posto… H _ _ _ _ _ D. Come tante università americane, il campus è praticamente una città. Quello della John Hopkins in modo particolare. E assomiglia in modo imbarazzante a quello di Harvard, la prima della classe sempre e dovunque — si tratterà di plagio? Edifici in mattoni rossi, inserti e steccati in legno bianco, intervallati da giardini, di solito di forma rettan-quadrangolare. Luci soffuse da lampioni simil ottocenteschi. Poi sbirci nella biblioteca, oltre il cartello “Shirt and shoes required” — i nerd scordano l’una e sembrano preferire alle altre le ciabatte con calzino — vedi tutti chini sui loro MAC bianchi. Quindi, di ottocentesco, rimane solo l’idea.
La retta annuale — leggo dal sito della John Hopkins — ammonta a $52,170. Moltiplicatela per quattro e aggiungete le spese per l’alloggio e il vitto, e capirete perché gli studenti americani finiscono di pagare il loro debito universitario ben oltre i quarant’anni. Come possano, a questo, aggiungervi mutui per la casa e acquistare quantità abominevoli di cibo, rimane un mistero.

Ma tornando al BMA. Tale e quale al Yale Art Gallery. Un tesoro pieno di tesori. La collezione di Matisse più grande al mondo — fra le streghe di Blair! Tra cui il “Nudo rosa sdraiato”, una delle tele più iconiche dell’artista francese. M’è preso un colpo quando l’ho vista. Siamo pur sempre fra le streghe di Blair.
Davanti a un grande tondo del Botticelli, con circonferenza giottesca, volevo piangere. Botticelli qui in America mi fa quest’effetto, scusate. Se aggiungete anche il ritratto di Pia di Monferrato di Raffaello, si potrebbe anche aver bisogno di un tranquillante. Non ricordo l’ultima volta che ho visto un Raffaello in Italia. Trovarlo in America è un miracolo, un dono per il quale non saprei chi ringraziare. Ma così come con tutte le opere straniere presenti qui, non posso fare a meno di pensare al saccheggio che è stato fatto. Cosa succederebbe se tutta l’arte italiana sparsa per il mondo tornasse magicamente a casa? E’ una domanda un po’ sciocca e assai sterile: l’arte è il nostro primo e insuperabile biglietto da visita — altro che Slow Food e Eataly… Ci fa bene averla in giro per il mondo, parla di noi, molto più di certo marketing selvaggio che le regioni italiane si dannano l’anima per attivare qui — soprattutto a New York City. Eppure quella domanda — cosa succederebbe se un giorno tutta l’arte italiana sparsa per il mondo tornasse magicamente a casa? — continuo a pormela ogni volta che m’imbatto in un capolavoro italiano all’estero.
Ma al BMA non c’era solo l’Italia. Due Van Gogh, Gaugain, un Periodo Blu di Picasso tra i più straordinari che io abbia mai visto, poi Mirò, e “La Montaigne Saint-Victoire” di Cezanne, il quadro che diede il via al cubismo. E Giacometti, Magritte, ma anche dei mosaici del secondo secolo che dio solo sa come abbiano fatto ad arrivare fino a lì sani e salvi.
La collezione di dipinti moderni si deve tutta alle sorelle Coen, due abbienti baltimorose con l’ossessione compulsione per l’acquisto di opere d’arte, all’inizio del ‘900. Se le sono godute in vita, e poi le hanno lasciate al BMA — nel Frunyc III trovate una foto che le ritrae con la citata Gertrude Stein, a Settignano. 🙂 Un applauso alle Coen.

Se poi siete dei patiti di architettura, a Baltimora ci andate per vedere l’edificio strabiliante del MICA, il Maryland Institute College of Art. Se siete sfacciati come il vostro Board, potete anche intrufolarvi dentro, mescolarvi tra i ragazzi con i capelli verdi o arancione sbiadito, e le scarpe in pendant… Tre moduli di vetro opaco e acciaio appoggiati accanto a una struttura tipicamente baltimoresca di mattoni rossi. L’opacità del vetro la mescola con il cielo e l’assurge —assurge??— a configurazione impatto zero. E’ buffo perché sul lato opposto della strada svetta una chiesa simil gotica che avrebbe fatto la gioia di Poe ma che non c’entra un ficosecco con il MICA. Eppure, dico io, il post-post-post-modernismo ci ha permesso questo: il non azzeccarci.
Il mio entusiasmo per questa città dal look color cotto e l’anima nera — e non solo per l’horror di Poe e delle streghe di Blair, ma anche per l’alto tasso di criminalità che da sempre la piaga, tanto da valerle il nome di “Bodymore, Murderland” in luogo di “Baltimore, Maryland”, macabri burloni che sono — il mio entusiasmo, dicevo, ovviamente è sempre commisurato alla mia domiciliazione a NYC. Baltimora può essere pittoresca, con tutto quel rossastro un po’ British, con quella tranquillità da provincia. Tutto questo va bene per una gita fuoriporta — 220 miglia da NYC, poco più di tre ore. Viverci? No, thank you. Ma questo forse dipende da New York City. Come si farà a vivere in un altro posto che non sia New York?
Correndo il rischio di precipitare nel banale e nel déjà-dit, posso solo dire che questo, lo scoprirò solo vivendo. Al momento non riesco a darmi una risposta. Nessuno è riuscito a darmela.

Visto al Quad Cinema nel Greenwich Village, il film della settimana è “L’amant double” del nostro François Ozon. Quell’amato François Ozon di “Nella Casa”, “The Swimming Pool”, “Giovane e bella”, “Frantz”… Un regista che, soprattutto in alcuni film come “Giovane e bella” e “L’amant double”, scrive il cinema fregandosene assai della trametta. La trametta la cerchiamo nel mainstream che ci travolge quotidianamante. Ozon ci propone altro, qualcosa di celebrale e al contempo profondamente carnale. D’una carnalità tutta psicologica in un thriller dall’erotismo artico come il Polo. Avete capito che gli opposti sono i veri protagonisti del film. Gli opposti, che seguendo questo gioco della perversione, diventano, per inquietante incanto, gemelli.

Chloe, giovane, bellissima, magnificamente emaciata — l’incarnazione, o forse dovremmo dire, la scarnificazione del tipo tormentato francese — si reca da uno psicologo per risolvere i suoi problemi. Soffre di terribili dolori al ventre, che imputa al cattivo rapporto con la madre. Paul, lo psicologo impiega giusto qualche seduta a innamorarsi follemente di lei, e i due, dopo poco, vanno ad abitare insieme. Ma come dicevamo, a Ozon non interessano i dettagli del plot. A Ozon interessa la psiche che lavora dietro il corpo di ogni personaggio. E scopriremo che Paul nasconde un lato oscuro della propria vita che non vuole rivelare alla compagna. Un fratello gemello, Louis, dal carattere completamente opposto al suo. Violento, ribelle, arrogante.
Come facciamo noi spettatori a conoscere il carattere di questo doppio Mister Hyde? Ebbene Fellows, se volete nascondere qualcosa alla vostra compagna, non nascondeteglielo. Perché lei indagherà finché non troverà qualcosa… E Chloe scopre che anche Louis fa lo psicologo. E guess what? Decide di prendere un appuntamento. E guess what again? Di diventare la sua amante, in un gioco malato di compensazione d’una mancanza: in Paul trova il compagno dolce, fedele, amorevole. In Louis, il partner di letto che le fa scoprire le gioie dell’animalità che si possono scoprire solo nell’orizzontalità… Visto che Paul non le rivela nulla del suo passato, lo sentirà dalla campana di Louis: Paul è sempre stato geloso di lui, che è il gemello dominante: tra due gemelli capita talvolta che uno dei due sia più forte, in genere il primo a venire al mondo. In certi casi il gemello dominante finisce per inglobare — per uccidere — il gemello recessivo, diventare un unico feto, e portarlo in sé per sempre… Sì, è tutto molto scary. Ma seguitemi…
Ovviamente il menage à trois, come la maggior parte dei menages à trois, ha le ore contate. Ed è aggravato, in questo caso, dal fatto che Chloe scopre di essere incinta. Ma di chi? Gemello uno o gemello due?
In una scena dall’alto tasso Brian de Palma, la donna si ritrova con entrambi i fratelli davanti. Ha una pistola in mano, come maestro Hitchcock vorrebbe. Deve sparare e far fuori Louis, il cattivo, il bastardo che l’ha portata fuori strada dopo che aveva incontrato l’amore. Sì, deve far fuori lui, proprio lui, Louis (!). Ma come fare? Come fare? La sorte. Chloe si affida alla sorte e spara. Bum.
E mentre uno dei due precipita a terra colpito al cuore, il ventre di lei comincia a muoversi. Di quei movimenti alla Alien che tante tribolazioni erano costate a Sigurney Weaver. E da lì, dal suo ventre, spunta fuori il frutto marcio che tutto ha originato, il pomo della discordia letteralmente cresciuto in grembo alla donna…
E come reagireste ora se vi dicessi che tutto quello che fin qui avete letto — visto, fate conto — altri non era che la proiezione di una mente lesa? Una psiche affetta da un grave dolore subito da piccola — e un conseguente pessimo rapporto con la madre — che ha costruito — nutrito, potremmo dire — una narrazione distorta della propria realtà proiettando all’esterno un doppio, un gemello uguale e opposto del proprio compagno? Ebbene sì, nessun Louis, nessun gemello cattivo. Ma il dolore per una sorella perduta! E la costruzione si palesa attraverso elementi della realtà reinterpretati in chiave inconscia: come per esempio la spilla a forma di gatto che “Louis” le regala e che poi ritroviamo sul cappotto della madre di Chloe.
Genio Ozon!
“L’amant double” è una rete di rimandi. Abbiamo citato De Palma, Hitchcock: Hitchcock è talmente presente in talemente tante scene da farvi dubitare della paternità ozoniana della sceneggiatura, che, de facto, si rifa a un romanzo breve di Joyce Carol Oates. E credetemi, la letteralità del tessuto narrativo di partenza traspare sullo schermo in ogni fotogramma e ci fa ricordare quanto il regista sia sempre devoto alla parola scritta — legato al punto tale d’aver costruito, intorno alla parola scritta, un intero film, il mirabile thriller verbale “Nella casa”.
Ma la specialità di questo regista, sta anche nell’abilità di trasformare il verbo in carne. In “L’amant double” la carnalità è protagonista fin dal primo fotogramma: un’ispezione che dalla vagina della protagonista passa, in un rapidissimo gioco di camera, alle labbra della protagonista — from lips to lips sort of… Un’apertura così scioccante, così freudianamente-foucaltianamente esplicita nell’avvolgere carne e sguardo in un rapporto inestricabile, problematicamente inscindibile. Una scena come questa non può non far chiamare all’appello Bunuel — ve lo ricordate l’occhio e il rasoio di “Un chien andalou”? Ecco, io non me li scordo più. Ma dovremmo a mio avviso citare tutta la poetica surrealista, alternando fra letteratura e pittura, e nominare le atmosfere morbose di Salvador Dalì e Tanguy, o il Duchamp di Étant donnés: 1. La chute d’eau, 2. Le gaz d’éclairage (Given: 1. The Waterfall, 2. The Illuminating Gas. E se vi prendeste la briga di leggere il primo punto del Manifesto del Surrealismo di André Breton, vedreste “L’amant double” dipanarsi davanti ai vostri occhi come il più semplice dei rebus — “Automatismo psichico puro per mezzo del quale ci si propone di esprimere, o verbalmente, o per iscritto, o in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza d’ogni controllo esercitato dalla ragione, al di fuori d’ogni preoccupazione estetica o morale”.

Il funzionamento reale del pensiero in assenza di ogni preoccupazione estetica o morale. “L’amant double” se ne infischia di qualsiasi moralità. Chloe, nella macchinazione che la sua mente costruisce, segue l’impulso carnale senza badare alle conseguenze etiche del suo gesto. Si fa s-battere da Louis e non c’è legge morale alcuna che possa impedirglielo. Il cinema di Ozon disvela il meccanismo mistificatorio che ogni essere umano cela nei meandri della propria psiche. E questo è un tema ricorrente nella sua poetica cienamtografica che, pur imparando le lezioni dei grandi registi/artisti del passato, non copia mai sterilmente da loro. Ozon non è un derivativo, è un vero ricreativo. Interiorizza e ricrea. E arreda gli interni della sua costruzione cinematografica con dei segni che ci aiutano a decodificare il mistero che ha intessuto per noi: Ozon ci getta in mezzo all’enigma, ma ci rimane, in qualche modo, sempre accanto — lo faceva anche il citato Dio Hitchcock, e forse quella era un’espressione del suo immenso egocentrismo, del voler essere onnipresente…
Esempi? Be’, gli specchi. Il film è costellato di specchi dall’inizio alla fine, e il climax si ha nella scena madre, quella con i due gemelli e Chloe, la cui testa è sempre riflessa, come se ella stessa fosse un essere a due teste, che rinvia, col senno di poi, a quella della sorella perduta.
Come si evince chiaramente, il cinema non è mai puro intrattenimento in Ozon. Scava là dove non vogliamo guardare. Fa, appunto, quello che i surrealisti facevano, riportando in superficie gli oggetti ambigui che nuotano nelle acque scure del nostro inconscio. Fa quello che David Lynch fa: lascia che il perturbante invada la scena, e intrida lo spettatore fino al midollo. Lo spettatore può non capire fino in fondo, rimanere scioccato, contrariato, irritato. Certo è che non può rimanere indifferente.
Ozon vince. Ma affrontatelo con lo spirito giusto. Come se vi sedeste a giocare a una nuova forma di “Cadavre Esquis”, con un regista che, mentre voi cercate di racappezzarvi, ha pensato a tutto, e sta lì a guardarvi…

E anche per oggi è tutto, Moviers. Frunyc III aggiornato con le foto del BMA, di Baltimora e di altro, ringraziamenti sempre vivi vivissimi e saluti, stasera, americanamente cinematografici,

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