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LET’S MOVIE 418 da NYC va in sabbatico e commenta “ONCE UPON A TIME IN HOLLYWOOD di Quentin Tarantino

LET’S MOVIE 418 da NYC va in sabbatico e commenta “ONCE UPON A TIME IN HOLLYWOOD di Quentin Tarantino

Fermi Fellows,

aggrappatevi alla sponda: eludete il fiume di cose che state facendo!
Leggete questo pippone, di grazia. Non per fare un favore a me — well, sì, anche per quello — ma soprattutto per sapere che Let’s Movie, dopo dieci anni di onorato servizio, si prende un periodo di sabbatico. Non muore, non sparisce. Semplicemente permette al Board di affrontare un semestre lavorativo imponente.

Fatemi dire con dovizia.
In questi mesi estivi, tra residenze, Louisiana, Florida, di cui vi racconterò sotto, mi sono organizzata il semestre in arrivo.
Insegnerò sempre all’FIT — acque accademiche così colorate, son difficili da trovare altrove — ma si è aggiunta anche un’altra università… E qui vi pregherei di abbassare il capo in segno di rispetto, perché l’NYU, la New York University, quella con sedi e campus nel Greenwich Village, tutt’intorno a Washington Square Park e alla nostra statua di Garibaldi, l’NYU, lei in persona, con quel suo fare da regina accademica di New York, Città e Stato, con quei colori viola e bianco rubati alla Fiorentina, ha chiesto a me, il vostro Board, quella Fruner del borgo natio rivano, purtroppo non recanatese, ha chiesto a lei, a me, di insegnare ai suoi studenti.
Tutto questo, ovviamente, ha dell’onirico, e dell’escatologico. Quindi se ora siete in uno stato confusionale in cui si sovrappongono immagini e associazioni sconnesse — l’Ottava Strada, Caprera, Batistuta — tranquilli, è normale.

Quando NYU chiama, non si può far altro che rispondere — se chiamasse la Bocconi, o la LUISS, voi non correreste?
Insieme alla Columbia University, fanno le sorelle accademiche più ambite non solo di New York, ma di tutto il paese. Enclavi in cui uno studente paga delle rette che non stanno né in cielo né in terra, e ben di rado nel loro conto in banca — 73.000 dollari annuali alla Columbia, 69.000 all’NYU. Tuttavia i soldi da soli non bastano. Per essere ammessi, dovete dimostrare di avere un curriculum scolastico scritto con l’oro e il sangue dei vostri cum laude. E ricordate, avete diciotto anni. Niente esperienze professionali, niente di niente. Solo il monte dei vostri pegni, e crediti.

Allora sì, quando NYU ti offre due corsi, tu non rinunci nemmeno se dovessi farti Bronx-Brooklyn a piedi tutte le mattine. Rinunci, invece, a cinque altre proposte da altrettante università — quando si dice l’America…
Ho accettato in uno stato di estasi pari a quello seguito alla vittoria dei Mondiali nel 2006. Pari a quello di Werther quando Lotte gli rivolge la parola, proprio a lui, e lui, Werther il giovane, muore e rinasce prima di morire veramente a seguito dei suoi dolori, diventati virali in tutto il mondo ben prima dell’avvento dei social — qualcuno, vi prego, scriva “Dell’inutilità dei social”.
Quando sono tornata lucida, ho fatto i conti con il mio calendario. Tre corsi all’FIT più due all’NYU danno cinque corsi totali. Per quanto abbia sempre dichiarato guerra alla matematica, non posso contestare un risultato che lascia ben poco spazio all’immaginazione, e che impone, invece una riconfigurazione del mio immaginario.

E qui arriviamo a noi. Visto che, in tutto questo, sto lavorando alla mia seconda raccolta di poesie in italiano, e ad altro — di cui vi parlerò a tempo debito — devo dedicare quelle briciole di tempo libero che mi rimangono a quell’immaginario.
“E le notti?”, ribadite voi, conoscendo la mia santa insonnia, che mi ha benedetto negli anni.
Le notti, le ho già ipotecate.

Questo non vuol dire che smetto di andare al cinema. O, nei limiti del possibile, di scrivere di cinema. Non vuol dire nemmeno che sparisco o che vi abbandono. Io ci sono sempre. Come ci sono sempre stata quest’estate e nei periodi di break. Solo che questa volta, questo periodo si protrae un po’ più a lungo del solito.
Siccome siete delle aquile e avete notato, sopra, “seconda raccolta di poesie in italiano” e vi state chiedendo, “e la prima?”. Siccome lo state facendo e vi conosco, ebbene, la prima, FINALMENTE, dopo anni di peregrinare per le selve editoriali italiane — luogo in cui soccomberebbe persino Tarzan — finalmente è giusta davanti a un uscio aperto, a Venezia. Supernova Editore ha deciso di pubblicare “Lucciole in palmo alla notte”. E FINALMENTE le mie lucciole sono uscite, in giugno.
Se volete spalancare a loro il vostro uscio e accoglierle — cosa che vi esorto a fare, le lucciole son creaturine amiche — la maniera migliore è passare per Amazon, una foresta molto più easy di quella editoriale 🙂

Credo di non riuscire a mettere in parole ciò che significa pubblicare un libro con le proprie poesie. È un completo mettersi a nudo. Ma per quanto possa sembrare contradditorio, a proteggerti, c’è prima la parola, poi la carta. Quindi, in qualche modo, ti senti tranquillo.
La sensazione è di aver fatto ciò che doveva essere fatto, e che è scritto dentro di te sin dalla notte luminosa della tua nascita.
Done!

Quindi ora niente disperazione, niente musi lunghi. Innanzitutto perché sapete dove trovarmi. Ora avete anche un indirizzo in più — [email protected], oltre a [email protected], oltre a [email protected] 🙂
Poi perché, ricordate, ci sono. E magari la farò, qualche incursione inaspettata 😉
E cercherò di postare recensioni dei film, quindi tenete monitorato www.letsmovie.it

Sotto trovate il pippone che riassume un po’ Louisiana e Florida, e che trovate fotograficamente nel Fru-Down-South, un album con il mio viaggio down south. Mentre qui trovate il Frunyc V, con gli scatti del rientro newyorkese.
Il commento è tutto per “Once Upon a Time in Hollywood”. Perché se ti devi congedare, lo fai accompagnandoti da un grande. E se non è grande Tarantino, chi?


Mateus, Moviers,

mi apre la porta del 2117 North Claiborne, la residenza per artisti che mi ospita per una settimana.
“Welcome to New Orleans, Sara”, flauta una voce con un inglese morbido da cui spunta la R giusta di Sara, la R italiana, spagnola, la R ruggente, viva, che ogni americano invece smeriglia fino a a farla sparire. E io, già sciolta dai 36 gradi della città nel cuore della Louisiana, proseguo verso l’evaporazione, e completo gli stadi della fisica passando alla sublimazione.
Mateus è uno di quegli strepitosi incroci interraziali e transnazionali che quell’idiozia dei confini chiusi cerca di abolire da anni. Padre brasiliano, madre di origini italiane, laurea presa nello Stato di New York e ora, New Orleans, in attesa di decidere cosa fare del proprio talento da scrittore.
Io lo guardo come si guarderebbe un ninfo. Capelli folti, fluenti, morbidissimi, pulitissimi — onde di cioccolato. Occhi limpidi come la notte. Un sorriso di quelli che potrebbero disarmare l’Iran.
Ma il mio idillio si compie tutto nella mia testa. Mateus ha 27 anni. Potrei essergli, se non proprio madre, sorella maggiore. Quindi durante la mia settimana in residenza, in cui condividiamo gli spazi comuni, io sono stata quello per Mateus, una sorella maggiore. Certo con una gran passione per quei capelli, quelle onde, in cui persino il maschio alfa più etero avrebbe voluto affondare la mano. Mi sono trattenuta solo per l’impostazione sororale che ho settato per il nostro rapporto.

New Orleans, Fellows, è un’esperienza che va fatta nella vita. Non è una città. È in tutto e per tutto un’esperienza.
Per farla, dovete accettare delle regole. La prima riguarda il caldo. Atroce.
Il caldo, a New Orleans è un peso morto che ti piomba adosso per buttarti a terra tutto il tempo. Forse la canicola che sperimentai in Kenya, anni annissimi fa, è simile a quella di New Orleans. Ma poi c’è anche il fattore “storia” che si deve tenere presente, e che s’infiltra, anche nel discorso “calura”.
New Orleans ha vissuto un passato coloniale terribilmente frastagliato e violento. Se la sono contesa gli inglesi, i francesi, gli spagnoli, i creoli, e gli americani, che se la sono infine aggiudicata.
Era un dei punti di arrivo delle navi che partivano dall’Africa e riversavano schiavi nelle piantagioni di tutta la Louisiana, un mare di manodopera nera gratuita. Questo passato è altrettanto terribilmente vivo nel presente. E tutte queste diverse etnie, queste mani di diverse nazionalità che hanno cercato di plasmarla a seconda della reggenza di turno, hanno lasciato il marchio. Basta leggersi intorno: nel Quartiere Francese i nomi delle vie sono francesi e spagnole, con storpiature inglesi.
A questo si aggiungano le migrazioni del primo ‘900, con irlandesi, tedeschi e siciliani — ebbene sì — in testa. Si aggiungano, poi, gli uragani che regolarmente l’hanno spazzata — non solo Katrina — e gli incendi che l’hanno arsa innumerevoli volte.
Tutto questo ha collocato la città in quella scomoda, fertilissima posizione di precarietà, dove le arti tendono a prosperare — ché l’arte si presenta sempre dove c’è il trouble. Il jazz nasce ufficialmente a New Orleans — Louis Satchmo Armstrong vi nacque, ai primi del ‘900. Scrittori del calibro di Mark Twain, Tennessee Williams, e William Faulkner hanno vissuto in città. In pochi sanno che Degas, di madre creola, ci abitò — la casa, la trovate nello splendido viale albarato dell’Avenue Esplanade, che vi par di stare a Parigi.

Il caldo non è micidiale solo oggi, ma lo era — e ben di più — nel 1800. La morfologia ibrida, a metà fra terra e acquitrino, fa di New Olreans una città sottratta per miracolo alle paludi — le swamp — grazie a un sistema di piloni conficcatti nel terreno molto simili a quelli su cui poggia Venezia. Gli Europei che ci venivano morivano come le mosche. La calura, le zanzare, i coccodrilli — letteralmente milioni, nel sud dell’America — le condizioni igieniche al limite dell’umano spingevano la vita sempre a un passo dalla fine.   
Quindi mai come a New Orleans, vita e morte convivono nello stesso momento e nello stesso spazio, senza mai pestarsi i piedi. O pestandoseli in continuazione.
La città brulica di colore, vitalità, musica, letteratura. È la città soprannominata “The Big Easy”, perché c’è un andamento sciallo e un approccio tutto mediterraneo nell’affrontare il quotidiano e le sue incombenze. In una rivisitazione tutta laica, in un posto in bilico fra cristianesimo, voodo, e laicità, il take-it-easy, da verbo, si è fatto città.
La licenziosità la contradistingue sin da quando i francesi mandarono prostitute e cortigiane a divertire i signori che vi si trasferirono. Fiumi di alcol l’attraversano, la cucina ricca, grassa, sostanziosa dell’America del sud la rimpingua, e spezie creole la inebriano. Una big mama dai seni grossi e dalle labbra carnose.

Eppure, un’ombra ti segue sempre. Camminate, nella predisposizione d’animo più spensierata, il jazz nelle orecchie, le case coloratissime, il sole magno, e poi a un tratto, senza sapere bene perché, vi bloccate e vi guardate le spalle, o sentite un brivido. È pieno giorno, mezzogiorno, siete in mezzo alla folla, eravate baldanzosi, e di colpo, sentite sfiorarvi da qualcosa di leggero e pesante insieme. Uno sguardo greve, oscuro. Cercate di localizzarlo, ma non ci riuscite. Eppure lo sentite.
Eros e Thanatos a braccetto — Freud sarebbe impazzito!

Thanatos bazzica molto nell’aria gotica che avvolge la città. Storie di misteri, spriti, delitti irrisolti, e morti sospette sono la sua colonna sonora letteraria. Ovviamente gli abitanti — che son pur sempre americani — da bravi money-maker, hanno intravisto una grande possibilità di business nel ghost-telling, e si è sviluppata tutta una rete di ghost tours, che non fanno che alimentare la fama “spooky” della città.

Una su tutte, quella di Delphine Lalaurie, una ricca madama della New Orleans bene, che viveva in una palazzina molto elegante al 1141 di Royal Street. La Madama, si diceva avesse il vizietto di torturare gli schiavi che tenesse a servizio. Tutte supposizioni. Che però trovarono triste conferma nel 1834, quando un grosso incendio costrinse dei soccorritori a fare irruzione nella casa della Madama, e si trovò davanti a uno splatter di quelli tarantiniani.
Si dice che lo spettro di Delphine non abbia mai abbandonato la casa e la zona. C’è chi la vede. C’è chi vede spettri di schiavi con gli arti amputati da cui scorrono fiumi di sangue.

Io credo fortemente nel potere della suggestione. E credo che esistano cose che non vediamo, ma che, tuttavia, esistono — il vento mi è testimone.
Ora sentite la seconda parte della storia, che mi vede protagonista.
La guida che ci accompagnava nel tour, si è raccomandata molte volte che non scattassimo fotografie alla casa per non indispettire Delphine.
Finito il racconto, la guida e il gruppo si sono avviati verso la tappa creepy successiva. Io sono rimasta davanti alla mansion, per rubare un paio di scatti — cosa saranno mai, due scatti, Delphine, dai…
Ora. Il mio smartphone monta una Leica di ultima generazione — lo smartphone è stato acquistato apposta per la Leica di ultima generazione. Le foto non vengono mosse o sfuocate nemmeno se vi mettete d’impegno, nemmeno se scattate dall’ottovolante mentre ballate il twist.
Ora. Guardate com’è uscita la foto che ho scattato alla Lalaurie Mansion.
Mai scattata in tutta la mia vita una foto così. E ricordo perfettamente di aver messo a fuoco con calma, di essermi presa il tempo.

Tornata alla residenza, ho passato tutta la notte in uno strano dormiveglia, un senso di freddo in tutto il corpo — la temperatura era 36 gradi, quindi non dipendeva dalla meterologia. La guida ci aveva detto che quando qualche presenza decide di materializzarsi a qualcuno, quel qualcuno sente freddo.
Ho passato tutta la notte — una notte lunghissima — con la sensazione molto viva, quasi tangibile, che qualcuno mi osservasse.
Per questo vi dico che credo al potere della suggestione. La suggestione annulla qualsiasi razionalità.
Credo anche che lo spirito di Delphine Laularie non se la passi molto bene, a girovagare per New Orleans e a incasinare le fotografie dei Board — ma va benissimo, Delphine eh, figurati.

La fama fantasmatica della città è rafforzata anche dalla negromanzia di matrice creola, che i caribi portarorono con sé nel ‘700, e che si mescolò al bagaglio soprannaturale che gli africani deportati si portarono appresso dall’Africa. La stessa esperienza della schiavitù in tutta la Louisiana ha macchiato tutto il Sud, e lo si percepisce.

Sono stata a visitare la Whitney Plantation, una piantagione a un’ora e mezza fuori New Orleans. Se parte della vostra vita è trascorsa, come la mia, a leggere i libri di Toni Morrison — che abbiamo perduto tre settimane fa, e che per sempre piangeremo — e a riflettere sull’impatto che la tratta degli schiavi nell’800 può esercitare nell’America del 21esimo secolo, andare in una piantagione è una tappa obbligatoria. L’amara verità è che di quei posti, di quelle elegantissime roccaforti per bianchi circondate da un mare di baracche per neri, che permettevano ai bianchi quelle stesse roccaforti, sono sopravvissute solo quelle al tempo. Solo quelle residenze meschinamente bellissime, rimangono. Dei quartieri degli schiavi, c’è solo qualche goffa ricostruzione. La tipica baracca, il tipico focolare, il tipico granaio. Non c’è nulla di vero. Solo l’ombra dell’abominio compiuto dall’uomo.
Nostro compito fare in modo che quell’ombra permanga sempre. E che sia detta e additata, mostrata.

Ricordo che passeggiando nella piantagione, con 38 gradi, le pozze verdastre da cui la guida ci metteva in guardia perché i coccodrilli amano molto le pozze piccole. E gli alberi da cui pende il muschio spagnolo — quelle barbe grige che non smetteresti mai di fotografare — mentre passeggiavo, attorno a me c’erano una ventina di visitatori, tutti stranieri, nessun americano.
Non poteva trattarsi di un caso.
La storia brucia ancora.

E questa sensazione di qualcosa di vivo che continua a bollire, si sente in Louisiana, e presumo, negli altri stati del sud. Jim Crow vola ancora alto, e il bianco dei cappucci del Ku Klux Clan abbaglia ancora.
Un viaggio in queste terre ti fa sentire quanto scotti il presente, in America. E comprova quanto vado pensando da sempre. Il passato non è stato. È.

Ma certo c’è anche del gran fun a NOLA — così la si abbrevia, dandole un che di femminile, e partenopeo… 🙂 Risalire il Mississippi a bordo dello steamboat Nachez, con la ruota in legno rosso a poppa, il jazz dal vivo in sottofondo, è stato il mio regalo letterario della settimana. Huckleberry Finn era con me, insieme allo schiavo Jim. Tom Sawyer a terra, in attesa.
E maaan, il Mississippi è di una larghezza che fa sembrare l’Hudson, l’Adige.
E poi andare alla ricerca del cine. Nel quartiere del Garden District trovate il Prytania, la mono-sala cinematografica più vecchia di tutta la Louisiana. Aperta nel 1904. Prim’ancora che il sonoro rivoluzionasse la cinematografia. Quando l’ho raggiunta, scarpinando per un’ora — nella Big Easy i bus non sono molto affidabili, e i trolley, gli splendidi tram che vi fanno pensare agli anni ’40, coprono una porzione di città assai limitata — quando ho messo piede al Prytania, mi sono sentita cataputalta un secolo e più indietro.

Dopo New Orleans, lasciata a malincuore — e con lei le onde al cioccolato di Mateus, sigh — ho raggiunto Key West, nell’arcipelago delle Florida Keys. Il cambio di paesaggio e be’, un po’ di tutto, è stato radicale.
Key West è il punto più a sud-ovest degli Stati Uniti — e ci tengono molto a sottolinearlo. “90 miles from Cuba” campeggia ovunque. Sia su un grosso ceppo in cemento in un angolo della spiaggia — se volete farvi la foto con lui, fate una fila lunga così — sia su magliette, tazze, adesivi, bikini: ogni superficie diventa territorio su cui piantare un logo con la distanza da Cuba. Lo stesso dicasi per “Mile Marker Zero”, che si riferisce all’autostrada, e vuol dire, più o meno, “Uscita Numero Zero”. Questi sono due tormentoni dell’isola, così come il fatto che sia stata nominata “Conch Republic” negli anni ’80 — la Repubblica della Conchiglia.
I Keywestiani sono degli indipendentisti. Non si considerano parte dell’America, ma uno stato a sé stante. Tipo la Scozia. O la Padania, se è per quello.
Repubblica della Conchiglia sa da cartone animato — e la Padania, con le po-zioni da Mago Merlino, no?? — ma non è che dobbiamo farglielo sapere.

Key West è un Eden in cui mele e serpenti sono rimpiazzati da cocchi e galli. Questi ultimi scorrazzano incuranti sui marciapiedi, per la strada, nei cortili. Ovunque. Ce li hanno portati gli spagnoli. E poi anche i cubani. E ora sono specie protetta.
Io sono cresciuta con l’incubo di un gallo assassino nel pollaio dei miei nonni; un vero incubo notturno, quindi non so dire fino a che punto l’onirico abbia manipolato il diurno. Quindi mi faceva un po’ strano, ritrovarmi con quelle creature a piede libero tutt’intorno. Ma ammetto che gli esemplari di Key West hanno una maestosa superbia che mi ricorda certi personaggi storici. Potrebbero essere dei Borgia.
Hemingway ha abitato a Key West dal 1931 al 1939, a cinquecento metri da dove stavo io, a The Studios of Key West, 529 Eaton Street. E ha scritto Farewell to Arms, al secondo piano del Trev-Mor Hotel, un alberghetto proprio dietro la mia residenza.
Speravo molto che io e Ernest riuscissimo a firmare una tregua. Non sono mai andata molto d’accordo con la sua letteratura. Il libro che ho apprezzato di più, oltre a Il vecchio e il mare, è quello meno hemingwayano di tutti: Festa mobile. Il modo in cui racconta la sua vita e la Lost Generation non ha nulla a che fare con il cronachismo, il rigore giornalistico di Addio alle armi. I fatti per lui erano tutto. Per me, tutto quello che ci sta intorno.
Una volta rientrata a New York, mi sono obbligata ad ascoltare Fiesta (The Sun Also Rises), considerato il suo capolavoro.
È stata una tortura.
Quindi no, nessuna tregua fra me e lui.

Tra l’altro, sentite qui. Il Key West Art & Historical Society Custom House Museum — museo dell’isola con il nome più scomodo mai coniato — espone l’uniforme che Hemingway indossava quando fu ferito in Italia, a Fossalta di Piave, nel 1918. L’uniforme conserva ancora le macchie di sangue della ferita alla gamba.
Mi chiedo chi, a diciannove anni, metterebbe da parte la propria uniforme con il proprio sangue, se non uno con una grande visione — oltreché narrazione — di se stesso, e un ego smisurato.
E certo la sua casa, che è una tappa d’obbligo a Key West, mette in risalto questo aspetto. Però è stato molto utile per me, visitarla. Sia per i 56 gatti poli-dattili, sia per il suo studio.
A Hemingway regalarono una coppia di gatti a sei dita. Sono gatti bellisismi, molto rari, che si dice portino fortuna. Cominciarono a riprodursi nella sua proprietà, e quando morì, ne aveva più di venti. Oggi ce ne sono 56. Tutti a sei dita. Vivono come dei pascià nella proprietà, hanno nomi di personaggi famosi, e sono trattati con i guanti dall’amministrazione della casa.
Se volete sposarvi e fare il banchetto di nozze nel giardino della casa di Hemingway, potete farlo. Once again, si chiama money-making. Io mi farei qualche scrupolo a sposarmi nella casa di uno con tre divorzi e quattro matrimoni alle spalle.
Ma chi sono io, per giudicare le bomboniere altrui.

Però Ernest aveva questo studio. Una depandance staccata dalla casa, in cui scriveva dalle 6 del mattino fino a mezzogiorno. E in tutti i suoi otto anni a Key West, cascasse il mondo, Ernest si svegliava alle 6, scriveva sei ore, poi usciva, andava a devastarsi di whiskey — quello beveva, puro, non altri cocktail inventati dal marketing — andava a sfondarsi di pesca, bisboccia, e botte, anche, perché era una testa calda, il ragazzo dell’Illinois. Ma ogni mattina, a prescindere dai litri di whiskey, e dal casino fatto, lui si alzava e scriveva. Questa dedizione, questa incredibile disciplina e costanza, gli hanno permesso di accumulare libro su libro su libro. L’hanno portato al Nobel.
Quindi do a Ernest quel che è di Ernest. E il suo maschio-alfismo, la sua volubilità davanti alla conoscente della moglie di turno, che poi diventava sistematicamente la sua nuova moglie in pectore, sono tratti del suo personaggio che fanno di lui, appunto, un personaggio. Il cui suicidio, mi ricorda che non esiste cura per gli animi inquieti — e bipolari.

Non vi racconterò dei tramonti di Key West, le cui carni arancio sono esposte a troppi obbiettivi fotografici, a troppe scontate descrizioni. Tuttavia, lasciate che vi dica che solo su Flinders Island, in Tasmania, ho visto il cielo gettarsi nel fuoco dopo un bagno nell’oro di una decina di minuti.
Ogni crepuscolo, alle 7:45 pm, andavo a vedere cosa combinava. Era il mio appuntamento con il cinema.

A The Studios ho condiviso la residenza con due artisti di grandissimo talento. Laurel Oswald Clark, pittrice del Jersey, e Ben Walhund, compositore di marimba di Chicago. La marimba è la sorella maggiore in legno — di rosa — dello xilofono. Il suono è quello delle sillabe del mare, se il mare parlasse in musica. Abbiamo legato immediatamente. Tre diversissimi, e tre uguali. Three loners together, ci definivamo. Seriously silly, anche. 🙂
Abbiamo collaborato a una performance in cui, Ben ha improvvisato tre arie ispirate a tre mie poesie, mentre Laurel dipingeva in tempo reale. Questa è una foto dell’evento, nel patio della nostra residenza.
Non mi era mai capitato, nelle mie altre residenze, di provare un’affinità così forte, sia nelle discussioni sul processo creativo, sia nelle idiozie più irresistibilmente idiote.

Oltre a questo privilegio, Key West sono state le corse al mattino prestissimo lungo la spiaggia, in un’umidità che fa dell’aria una stanza da cui uscire è impossibile, e in cui tu non puoi fare che adattarti, e fartela andare bene. Le nuotate nella mia spiaggetta alla fine di Simonton Street, sempre presto al mattino. L’unica spiaggia con l’acqua celeste e senza le sargasso, le alghe brune che stanno infestando i Caraibi e, ahimé anche le Keys.
L’acqua più calda che io abbia mai sentito; nessuna differenza fra dentro e fuori. Un continuum mai sperimentato prima.
E poi Duval Street, il Viale Ceccarini di Key West, con troppi turisti, troppe infradito, troppe mani con troppi cocktail super alcolici, e t-shirt slabbrate, e pantaloncini troppo corti su cellulite troppo spessa, e ventenni con il nulla e un cranio intorno come solo a vent’anni.
Sono tornata a New York con la seconda raccolta di poesie in inglese. E la sensazione di aver appena iniziato a sfregare la superficie di quello che voglio scrivere.

New York mi ha accolto con uno dei weekend più caldi della storia. 37 gradi. I newyorkesi troppo spompati e atterriti per ribattere, io piacevolmente liquefatta insieme a loro.
Il mese è trascorso fra letture, scrittura, eventi all’aperto, cinema, tantissimo cinema — tutto il cinema perso in cinque settimane, per quanto a Key West abbia visto “Pavarotti”, il documentario di Ron Howard su Big Luciano che uscirà alla Festa del Cinema di Roma a ottobre, e “Midsommar”, un horror che, a suo modo, è un’opera d’arte (vedetelo!).
Ma certo, il primo impegno cinematografico al mio rientro a New York — grazie a un incastro temporale da maestri — è stato “Once Upon a Time in Hollywood” di Quentin Tarantino.

1969, Los Angeles. Rick Dalton è un attore di una mediocre serie tv, genere western. Lui ce la mette tutta, ma il viale del tramonto gli sta alle calcagna, anche se lui non ha davvero mai sfondato. A stargli vicino nei suoi alti e bassi emotivi — l’altalena fra delirio di onnipotenza e mancanza di autostima — Cliff Booth, fedele amico, controfigura sul set, tuttofare a casa. E soprattutto spalla su cui piangere e cercare conforto.
Dall’Italia giunge una proposta che potrebbe far svoltare la carriera di Rick: una serie di film western diretti niente meno che da Sergio Corbucci. Al suo ritorno, dopo un periodo travolgente di dolcevita romana, e una moglie italiana al seguito, Rick e Cliff tornano a Los Angeles. Cliff  nella sua squallida roulotte, condivisa con il suo fido bulldog. E Rick nel suo modesto villino, che sorge accanto al villone di un certo Roman Polanski, e alla di lui moglie incinta Sharon Tate, promessa del cinema del periodo.
Storicamente, sappiamo la triste fine che fece Sharon. La Manson family non la risparmiò. Ma Tarantino, a cui la realtà storica non sta bene, usa il cinema per riscrivere la Storia alla sua maniera. L’ha fatto con “Unglorious Basterds”, con “Django Unchained” e ora lo fa qui, in quest’opera che stilla anni 60, Hollywood e amore per il cinema dal primo all’ultimo minuto. L’attenzione al dettaglio, che da sempre distingue il regista, in questo film raggiunge un livello che supera la maniacalità. La ricerca svolta, in termini di interni, costumi, musiche, luoghi, oggetti, poster, qualsiasi minimo oggetto di scena — dai cereali al cibo per il cane — non lascia posto a sviste o scivoloni.

La cosa sorprendente del film è che non c’è la ri-creazione degli anni 60. Ci sono gli anni 60 nell’immagine che gli anni 60 hanno impresso sulla retina cinematografica di Tarantino, nutritosi per anni di film nati e cresciuti lì. La luce, è la luce dell’immagine di Hollywood di quel periodo. Il suono, è il suono dell’immagine di Hollywood di quel periodo. È come se il regista aprisse i cancelli della sua memoria da ragazzino spettatore e girasse il film direttamente lì. Tant’è vero che personaggi suoi eroi come Bruce Lee e Steve McQueen sono presenti in scena.
Tuttavia, la nostalgia di Tarantino non sfocia mai nel patetico. Viene fermata dal dissacrante, in cui è maestro.
E il grande mito Bruce Lee, per esmpio, viene prontamente demitizzato, così come il bello e dannato McQueen. Tarantino è pieno di idoli, ma non li mette su un altare. Li venera giocandoci. E ogni tanto, prendendosi gioco di loro.

DiCaprio e Pitt sono in stato di grazia. Funzionano benissimo insieme, funzionano benissimo singolarmente. Funzionano in silenzio, in crisi isterica, nei botta e risposta di pulpfictioniana memoria. Sono una gioia per gli occhi e le orecchie. DiCaprio se la deve vedere con un personaggio problematico, scisso tra la fame di approvazione su scala generale e individuale, e le manie di grandezza. Se la cava alla grande. Sempre convincente, mai affettato.
Brad Pitt non è da meno. Cliff Booth è un duro, con un passato forse non troppo pulitissimo (!), ma affidabile, leale verso Rick. Un vero amico. E, anche, uno che non si scompone, che mantiene sempre il sangue freddo. Tanto instabile è Rick, quanto saldo Cliff.
Tarantino non avrebbe potuto scegliere coppia migliore.

Un po’ meno bene il ruolo di Sharon Tate. E non per via di Margot Robbie, che ha fatto il suo dovere più che dignitosamente — lei è una di quelle attrici che possono tranquillamente star zitte tutto il tempo: con la lor presenza riempiono lo spazio da nord a sud, da sopra a sotto senza nessun bisogno di parlare. Il personaggio di Sharon è un po’ l’incarnazione della dea del cinema degli anni 60, la musa assurta a santa e martire a seguito della tragica fine subita. Il suo silenzio è il riflesso del silenzio nostro davanti alla ieratica sacralità di bellezza e bravura messe insieme. Eppure qualche battuta in più, l’avremmo goduta.

Gli ingredienti tarantiniani di sempre non mancano. Le citazioni. Un’enciclopedia di citazioni. Una saturazione che può dare le vertigini, un eccesso a cui però siamo abituati — è la cifra di Tarantino, se non piace, Tarantino è da evitarsi.
E poi la violenza. Tanta, tantissima, bruta, selvaggia, al limite di quel delirio che sfocia nell’assurdo comico. Again, se non va giù, Tarantino non fa per voi.
E poi la vendetta, il motore che da sempre muove muove le sceneggiature del regista, a partire da Kill Bill, passando per Unglorious Basterds, Django Unchained e The Hateful Hate. Anche qui, è la vendetta che spinge la Manson Family. Ma Tarantino ci mette lo zampino, e trova il modo per fermarla e ritorcerla contro chi la agisce, un po’ sceriffo, un po’ cacciatore di taglie, un po’ cavaliere mascherato. Un po’ dio.

Se è vero che il film è lungo, in alcuni punti un po’ troppo insistito, e, direi, compiaciuto, dall’altra vi dico che godere di un’opera simile è un dono che, come spettatori, dovete farvi. E non solo per l’oggettiva bellezza de film — un fiore estetico — ma perché è un film che parla del potere attivo del cinema, e più in generale, dell’arte. È come se Tarantino dicesse, io vi faccio vedere la mia versione della Storia, vi faccio vedere che altro è sempre possibile. Se sfiliamo l’allegoria dal suo discorso cinematografico, e la caliamo nel presente, direi che è un gran bel messaggio che ci arriva.
Altro è possibile.

Ed eccoci qui, my Moviers.
Ora io vi saluto nel modo in cui vi saluto da dieci anni — e chissà se poi qualcuno avrà notato che la chiusa riprende sempre l’apertura…
Facciamo come se nulla fosse. Il Frunyc V sta lì, il Fru-Down-South sta là, i ringraziamenti sempre sentitissimi, e i saluti, immobilmente cinematografici.

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LET’S MOVIE – Special OPEN ROADS 2019 – “RIDE” di Valerio Mastandrea – Intervista al regista!

LET’S MOVIE – Special OPEN ROADS 2019 – “RIDE” di Valerio Mastandrea – Intervista al regista!

A Open Roads, dopo Valerio Mieli, abbiamo incontrato anche un altro Valerio, il tanto amato Mastandrea, per la prima volta seduto sulla seggiola del regista, con il film “Ride”.

Per l’occasione, ha scelto un soggetto tanto goloso quanto ambizioso — il dolore.
Nella scena d’apertura, Carolina e il figlio Bruno fanno colazione, seduti a tavola, come ogni mattina. L’unica cosa diversa dalle altre mattine è che quella è la vigilia del funerale di Mauro Secondari, rispettivamente marito e padre dei due, portato via da un incidente sul lavoro una settimana prima.
La conversazione prosegue nella più completa normalità. Anche se nulla, in realtà, è normale: il fatto che un trentacinquenne sia strappato ai suoi cari da un incidento sul lavoro, e che una moglie e un bambino debbano imparare a gestire un’assenza così pesante, per esempio, non è normale.
Carolina però non si comporta come le neo-vedove. Non piange. Tutti attorno a lei, sì — persino la prima fidanzatina del marito, arrivata apposta da Genova proprio per piangere il primo amore. Ma lei, no, neanche una lacrima.
Allora si mette d’impegno. Scorre fotografie. Ascolta canzoni e messaggi vocali. Niente. Il groppo in gola non si scioglie.
Ci vorrà una nuvola di pioggia da salotto, nella seconda parte del film, per sbloccare i canali lacrimali, in una scena dai contorni metaforici e di sicuro impatto visivo.

Da questo nucleo che possiamo considerare centrale, altre linee narrative si dipartono. La bella amicizia tra Bruno e Ciccio, per dissolvere la cappa drammatica che altrimenti aleggerebbe troppo greve sopra il film tutto. E le tensioni famigliari che finiscono per infiammare la trama di silenzio ordita da un padre burbero, o analfabeta emotivo — come tanti padri di tante generazioni — con l’arrivo del fratello di Mauro, armato di pistola, per uccidere quel padre, reo di quel mancato amore.
Questi percorsi di racconto che si dipartano dal quello centrale sono un po’ come dei piccoli bocci di film a sé stanti, che tuttavia non trovano il modo di arrivare a fioritura: in altre parole, l’attenzione dello spettatore è polarizzata attorno al blocco psicologico di Carolina, ma la sceneggiatura non sviluppa gli altri spunti a cui accenna.
Questo l’ha riconosciuto lo stesso Mastandrea, nel Q&A, affiancando autocritica e grande ironia. “È il mio primo film, tutto è concesso al primo film”.

“Abitiamo in un tempo in cui gioia e dolore sono pubblici. E se non li senti come li devi sentire, ti senti in colpa. Le emozioni sono diventate brand. E questo è terribile perché porta alla perdita dell’identità”, commenta ancora Mastandrea, spiegando di come Carolina, con il suo pianto bloccato, si discosti da questo modo standardizzato di vivere il lutto.

Oltre alla sfera personale, intima, che il film si propone di osservare — l’ambiente dentro le mura domestiche e all’interno del nucleo della famiglia Secondari — “Ride” porta anche l’attenzione sul mondo del lavoro, nello specifico, sulle morti bianche, un numero ancora incredibilmente alto in Italia.
“3,2 persone muoiono ogni giorno sul lavoro”, ha tenuto a precisare il regista. “Il film è dedicato a ‘chi resta’, ovvero a tutte le donne, le mogli, i figli, che sopravvivono, e che devono fare i conti con l’assenza — di un padre, di un marito, di un fratello — quando i riflettori dei media si spengono dopo la fiamma d’interesse iniziale”.

“Ride” parte bene. L’anomalia emotiva di Carolina, la speciale intesa fra Bruno e l’amico Ciccio — che, dai tetti sopra Nettuno, fanno le prove generali del funerale — conquistano la curiosità dello spettatore. Ma, come spesso succede alle opere prime, si vuole dire tutto e non sacrificare nulla — applicare la pratica del Kill your darlings è dura anche per i registi, non solo per gli scrittori.
Il film si prende in carico il dramma privato, la tragedia collettiva e sociale, la conflittualità fra genitori e figli —nonché fra lavoratori della vecchia e della nuova guardia — la solitudine di un padre che sopravvive al figlio, la comparsa di un fratello amareggiato dal padre, e persino l’incrinatura della bella amicizia fra i due ragazzini.
Troppo persino per un regista navigato, figurarsi per uno alla sua opera prima.

E forse troppo grande, anche, l’ombra proiettata da un grande attore come Mastandrea che, da dietro la macchina da presa, incombe sulla scena. Una presenza che, a detta sia di regista che di attrice protagonista, non ha facilitato le cose.
Chiara Martegiani ha anche notato quanto sia stato difficile per lei “conoscere il personaggio”, soprattutto perché Carolina è passiva e la sua parte corre tutta sulla linea tra commedia e dramma.
Portatore sano di understantement, Mastandrea ha promesso, “Imparerò”.
Imparerà, imparerà. Ne siamo più che convinti.    

Di seguito l’intervista rilasciataci da Valerio.

Raccontaci se il progetto parte da te, oppure se te l’hanno proposto, e perché passare dall’altra parte, dietro la macchina da presa?

Il progetto è partito da me, e passare dall’altra parte, be’, perché credo che sia una delle possibilità più interessanti del fare cinema, quella di potersi esprimere. E se come attore l’ho fatto per molti anni, e continuo a farlo, con una percentuale di responsabilità molto relativa rispetto all’idea di un film, credo che da regista, comporti assumersene molte di più, di responsabilità.

Parlando, appunto, di responsabilità… Credo che il tratto che caratterizza al meglio il tuo recitare sia il tuo sentire forte la responsabilità di proteggere la verità del tuo persoanggio. Qualsiasi personaggio tu interpreti — e sono molti: Wikipedia elenca 72 film in cui hai recitato. Dimmi cosa cambia quando tu sei il regista e il tuo personaggio è nelle mani — be’, nei panni — altrui. In questo caso, di Chiara Martegiani.

Credo che il delegare sia stato l’aspetto più complicato. E devo affinarlo. Avevo così chiaro il personaggio di questa donna, e l’avrei voluto far muovere sui binari su cui l’avrei voluto far muovere io, ma non è giusto perché poi l’attore ti regala sempre qualcosa, e tu, regista, devi farti sorprendere da lui. E in questo film ho fatto un po’ fatica a lasciar fare. Ma poi imparerò, se farò altri film.

Come argomento del primo film hai scelto un soggetto magnificamente complesso. Il dolore. Dimmi com’è stato prenderlo in mano e metterlo sulla pellicola, visto che l’hai maneggiato tante volte come attore — nomino su tutti, il recente “The Place” di Paolo Genovese.

L’ho maneggiato e l’ho voluto raccontare come molti personaggi che ho affrontato e che avevano quella roba in corpo, ovvero con quel registro, non dico di leggerezza, ma di provare a essere più tragicomici piuttosto che proporre situazioni più definite, in cui ti aspetti una pesantezza, una gravità. Quindi ci ho provato. Non ci sono riuscito sempre, però il film su carta era molto più leggero.
Viaggiare attraverso i grandi temi dell’essere umano, come il dolore e la gioia… credo che il cinema permetta di perlustrarli in maniera originale, se riesci ad avere un’idea di originalità rispetto a quei temi lì. E con questo film il tentativo è stato quello.

Parlami un po’ di questo tuo alter ego che hai scelto, Chiara, di com’è stato lavorare con lei.

Diciamo che l’ho un po’ messa alle corde. Ma c’è da dire che è un’attrice che non conoscevo, e di cui ho percepito la lontananza da me, come attrice. Lei è un’interprete, non usa se stessa per dar vita ai personaggi. E io le ho chiesto di annullare completamente quella sua caratteristica, e lei è stata molto brava, secondo me, a filtrare questa mia richiesta e a trovare una via di mezzo, mettendoci un’interpretazione, ma allo stesso tempo un sentimento di grande feeling con quello che faceva.

A questo proposito… Sei il regista da cui ti faresti mai dirigere?

No, no! Questo va molto affinato, te l’ho detto…Uno come me, io, l’avrei abbracciato ogni tanto per la lealtà con cui si approcciava a quello che faceva ma i modi, il nervosismo, le capocciate al muro, per quello, l’avrei ammazzato…

Sei qui a New York con il tuo film, e non è cosa da poco… C’è qualcosa che invidi al cinema americano e che, in qualche modo, vorresti portare al cinema italiano, a parte i soldi?

No, solo quelli…E non i soldi per produrre i film, ma per non perdere il rituale della sala, le pari opportunità in sala che dovrebbero avere tutti i film, cose che da noi hanno smesso di esistere da vent’anni. Però nessuno lo dice. Quindi continuiamo così… Poi io, da quando faccio questo mestiere, tutti mi fanno sempre la stessa domanda “come sta il cinema italiano?”. In venticinque anni, il cinema italiano l’ho sempre visto molto vivo dal punto di vista creativo, ma mai da un punto di vista sistemico. Quindi, se non si affronta quel problema, quel disagio, saremo sempre a parlare delle stesse cose.

Abbiamo parlato di te come attore, come regista, dimmi che spettatore sei. Insofferente, indulgente, paziente…

Non sono un cinefilo, però vado sempre in cerca di film autentici, nei quali non ci sia un disegno dietro, né commerciale, né ricattatorio dal punto di vista autoriale. Sono quel tipo di spettatore là.

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Let’s Movie 408 from NYC – commenta “THE WIND” di Emma Tammi

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Metafora, Moviers,

significa, “portare da un posto a un altro”.
Non avevo mai pensato all’etimologia della parola. Quando poi ho sentito qualcuno dirlo, venerdì, mi ha colpito, come un bambino che, per la prima volta, impara a respirare, o a nuotare, o a guidare una bici senza rotelle, e il commento tutto interiore che fa a proposito di quell’attività, senza nemmeno sapere di farlo, è “Mi viene naturale”.

La metafora mi viene naturale da sempre. E’ la mia gioia semantica più somma. Ve ne sarete accorti nei miei pipponi. Io la uso senza nemmeno accorgemene.
Ma il massimo è vagabondare per la poesia — la terra della metafora. Creare un mondo di paralleli che alludono al mondo terreno, ma senza dirlo espressamente. Far saltare tutti i nessi con la dinamite della parola, senza accontentarsi della via di mezzo delle similitudini, le vili similitudini, che non hanno il coraggio di gettarsi nel vuoto rischiando di schiantarsi sul marciapiede della significazione, ma infilano il paracadute del “come”, che toglie tutto il divertimento.
Se dico “Husain Bolt è veloce come il vento”, io immagino Husain e il vento, uno a fianco all’altro.
Se dico “Husain Bolt è il vento”, Husain si fa vento.
Qual è il modo più efficace per raffigurare la velocità dell’uomo più veloce di tutti i tempi?
You tell me…
🙂

Il qualcuno che mi ha ricordato il significato di “metafora” è uno scrittore, poeta anche lui. Stephen Massimilla. Eravamo al John D. Calandra Italian American Institute, dove, venerdì, abbiamo festeggiato il National Poetry Month, il mese nazionale della poesia.
Il Calandra è una sorte di roccaforte della cultura italo-americana negli Stati Uniti — non solo a New York. Un difensore della patria dove la patria non sta per l’Italia, ma per la cultura nata in quel paese, e sbocciata poi in un paese con 300 milioni di abitanti che non riescono a pronunciare “gli”.

Insomma, il Calandra, per festeggiare la poesia, chiede a quindici poeti con qualche briciola tricolore nel pacchetto genetico, di ritrovarsi il 5 aprile, e concede loro cinque minuti a testa in cui leggere i propri versi. Una cosa seria, con il cronometro elettronico da parete che scandisce, rossissimo, il conto alla rovescia dei cinque minuti.
Il Calandra mi ha chiesto di far parte della quindicina.
Quando il Calandra chiama, tu sei il vento. Husain, tuo fratello.

Questo Massimilla si porta il cognome storpiato da generale romano con giulia fierezza. La briciola di italianità, conservata nel caveau della sua identità, assume la forma di un gioiello che vuole custodire e sfoggiare.
Ha scritto un libro —“Cooking with the Muse”— unendo cucina, poesia, saggistica, e uscendosene con una ricetta ibrida che, a quanto pare, è piaciuta molto al palato americano: il libro è diventato un bestseller.
Esordisce spiegando il significato di “metafora”, e io sgrano gli occhi, ringrazio per avermi fatto notare quello che ignoravo, e dico fra me, comincia con il piede giustissimo, questo Stephen.
Prima di lui avevo sentito otto poeti, e onestamente, da quei quaranta minuti, ci avevo cavato ben poca poesia.
Allora dico, bene Stephen, vai.

Poi però Stephen comincia a fare pubblicità al suo libro. Voglio dire, mostrando il tomo, alzandolo e lisciandolo come avrebbe fatto una valletta della televisione degli anni ’80 con un videoregistratore. Ne parla per un buon sei minuti prima di leggere, e il Direttore del Calandra, lì sulla destra, si spazientisce, pur cercando di tenere un contegno. Probabilmente pensa che avrebbe dovuto aggiungere “Cinque minuti di lettura e zero minuti di preambolo” al pistolotto che ci ha gentilmente presentato a inizio della serata, illustrandoci le regole del gioco.
Stephen, ci omaggia della storia del pomodoro, che partì dal Sud America per arrivare nel Vecchio Mondo, passare per oggetto che assorbiva gli spiriti maligni e poi, solo grazie a Lorenzo di Medici, entrare nella cucina prima toscana e poi italiana, e solo allora, rimbalzare negli Stati Uniti in forma essiccata.
Tutto questo con molti dettagli nel mezzo che io ho deciso di sfrondare qui, perché vi amo.

Quando nomina il carciofo, al Direttore, là seduto sulla destra, prende una sincope. Stephen non lo vede, ma credo che lo senta, e ha la buona creanza di tagliar corto, posare l’amato volume illustrato che troviamo in libreria, oltreché su Amazon, e accingersi a leggere le sue poesie.
Non ricordo un verso, né una parola, quindi, ho la certezza che non mi abbiano impressionato.
In questo non c’è necessariamente un giudizio di valore. Credo che uno cerchi di fare il meglio che può in quello che fa. Poi sta agli altri dire.

Ma la mia impressione generale, che vi esorto a prendere con le pinze, essendo essa parziale, soggettiva, e boardiana, è che ci sia una tendenza troppo smaccatamente confessionale nella poesia italo-americana. Una tendenza che, mi spiega un addetto ai lavori a fine evento, è tipica della poesia americana tutta.
“Ma la poesia confessionale americana è diversa dalla poesia confessionale italiana”, mi fa notare lui.
Io annuisco. Forse ha ragione, ma le mie riserve, nonostantetutto, rimangono.
Insomma, piangere mariti morti, decantare mariti vivi, o figli che se ne vanno da casa, e padri idolatrati e commemorati in toni elegiaci… Insomma, questa non è la mia idea di poesia.
Ma la parola è bella perché è varia. Ognuno sceglie ciò che crede giusto per sé.

A evento finito, alcuni poeti si avvicinano e mi dicono cose molto lusinghiere sul fatto che scrivo in inglese. Io mi schermisco, no guardate, ho una laurea in inglese, lavoro con l’inglese da tutta una vita, non è tanto straordinario che io scriva poesia in questa lingua, I am supposed to.
La lingua è una macchina: ciò che hai da dire, il motore.
È il motore che conta e che fa camminare la macchina.

Le metafore c’entrano anche con Princeton, il cuore del racconto di questa settimana, insieme alla mia gita là.
Perché Princeton?
Perché dista solo un’ora e mezza di (Mega)bus da Manhattan.
Perché, non lo nego, ho un’idea di Princeton nella mia testa sin da quando ho quindici anni e la sentivo nominare dallo zio del Principe di Bel Air, che si era laureato lì.
Perché vedere queste ivy-league fa parte dell’esperienza americana che sto facendo. Così come addentrare le periferie del Bronx, assistere ad apocalittici/catastrofici spettacoli teatrali nel Greenwich Village, partecipare alla parata del Thanksgiving.
Forse, prima o poi, metterò persino piede nello Yankee Stadium.
Forse.

Princeton anche perché ha un museo universitario che non ha nulla da inviadiare a altre istituzioni museali non universitarie. Ho scoperto che ogni classe di studenti, i cosiddetti Alumni — che si legge Alumnai, mi raccomando, se lo leggete correttamente alla latina, Alumni, vi si guarda con sgomento — gli Alumni, ogni anno, fanno delle grosse donazioni all’Alma Mater. Non tanto in denaro, o meglio, sì in denaro, ma che verrà investito per l’acquisto di opere d’arte. Lo possono fare singolarmente: “Dono di Tizio nell’anno…”, ma lo fanno soprattutto in massa, in classe, ovvero, “la classe del 1996 ha donato due Monet”. Oppure “la classe del 1951 ha donato un cimelio sumero del 5 A.C.”
Ovviamente, dietro tutta questa generosità, c’è una macchina organizzativa spaventosa, che esorta tutti i singoli laureati a contribuire. E i laureati a Princeton non si scocciano di queste continue richieste di soldi. Da bravi militi princetoniani, ubbidiscono e contribuiscono. Pure volentieri. Questa è la vera grande differenza tra il giving americano e quello —scarsissimo, inesistente — italiano. Qui c’è una vera e propria cultura del donate. L’americano arrivato, specie se con alle spalle un’università prestigiosa, si sente in dovere di restituire, e gode nell’essere riconosciuto come un donatore. Da esso, ovvero dall’atto del donare, ne trae piacere in forma di status, di prestigio.
Con questo sistema, ci guadagnano tutti, win-win for all: il donatore in termini di ritorno etico e di immagine, e l’università, in termini di entrate, e prestigio conferito dal prestigio di questo o quel donatore.

Con questo sistema, il Museo dell’Università di Princeton, che ha aperto i battenti nel 1750, ha messo insieme una collezione con più di 100.000 pezzi da tutto il mondo e da tutti i tempi, partendo dall’arte antica greca e romana, quella antica delle Americhe, quella dell’Africa, dell’Asia, arte moderna, arte contemporanea e fotografia. In numeri, un endowment — una dotazione — complessiva che ammonta a 30 bilioni di dollari — dove bilione, lo ricordo, sta per miliardo.
Hai capito quelli di Princeton.

Museo a parte, il campus è il campus di una ivy-league.
Personalmente, ho trovato quello di Harvard, quando ci andai, più cinematografico. Forse più stereotipato, ma senz’altro più d’impatto. Quello di Princeton è sempre molto classico, i vari edifici con le varie facoltà molto di gusto British, tutte convergenti verso la Nassau Hall, l’imponente edificio — l’originale, il primo nato — che vi accoglie quando varcate il grande cancello nero su Palmer Square.

La differenza con un campus nel cuore di New York si sente subito. Prendiamo l’FIT. Se la Presidente, la sovrana Dr Brown, si presenta senza badge, all’entrata la rimbalzano come una qualsiasi plebea. Potrebbe anche telefonare a Re Giorgio, scomodare l’Imperatore Valentino, ma nulla smuoverebbe l’esercito della security che le si para davanti, e che si para davanti a chiunque voglia accedere al tempio accademico del fashion.
Di solito sono sempre molto critica riguardo l’hyper-security che noto da queste parti, ma forse devo essere più accomodante in materia. Sentite un po’ qui.

Venerdì è stata lanciata un’allerta “Shelter in place” all’FIT. Significa che il seguente messaggio risuona negli autoparlanti del campus ed entra nella vostra casella di posta: “Due to an unspecified threat, a shelter in place is in effect. Please lock all doors and secure all windows. More information to follow.”
Ovvero, rimanete dove vi trovate, chiudete a chiave le porte e le finestre. Vi faremo sapere.

Non rinuncio alla tentazione mentale di aggiungere “mettete al riparo donne e bambini” allo scarno testo che ho trovato nella casella di posta, accompagnandolo con una risatina sciocca.
Dopo un’ora e mezza, ecco gli aggiornamenti, e l’interruzione dello stato d’allerta — liberi tutti — con lo spiegone dell’Ufficio External Relations. Alcuni studenti d’informatica avevano avvisato l’ufficio Sicurezza che in rete stava circolando un video. Il video mostrava uno studente su una scala dell’FIT con una presunta pistola. L’Ufficio ha notificato la NYC Police Department e loro hanno dato l’allerta.
All’FIT è arrivata l’artiglieria, hanno circondato l’area in cerca dello studente. Che poi, non si sa bene come, è stato pescato in zona Union Square, da Barnes&Nobles — evidentemente anche i presunti squilibrati leggono.

A Princeton, non c’è nemmeno una guardia al cancello. Nemmeno un bidello nel campus.
Okay, è domenica. Però un filo di personale in divisa Princeton fa anche colore, no?
Quando arrivo, piove, quindi il campus sa di acqua fresca e primavera vicina. I colori sono tutti molto vivi. Senz’altro per via della lavata di capo della pioggia. I narcisi giallissimi, le magnolie bianchissime, il prato del campus verdissimo.
Rimango due ore nel museo, sia per godermelo bene tutto da capo a fondo, sia nella speranza che spiova e la temperatura si alzi un po’. Marzo e aprile sono quei mesi ibridi in cui, per quanto t’ingegni con l’abbigliamento, sbagli sempre.
Io sbaglio sempre.

Quando esco, mi attendono una buona notizia e una cattiva notizia. La buona è che è spiovuto. La cattiva è che il cielo, ripulendosi, ha affilato la lama del freddo, che si è fatto, se possibile, ancora più pungente.
Ogni tanto il sole riesce a farsi largo tra le nuvole, e io lo accolgo ogni volta come fosse un messia.
È con questa instabilità termica che dal campus, mi avvio al 112 di Mercer Street, il clou della gita a Princeton.

Passo per delle stradine che mi ricordano la letteratura americana, e i film. Prendo Dickinson Street, e naturalmente la mente corre da Emily, poi la stradina imbocca University Place.
In inglese, definirei queste case con decent. Che non vuol dire “decenti” — false friend — bensì “a modo” — se lo dite di una persona, decent traduce “per bene”. Bianche, con lo steccato, azzurrine, grigio perla, gialle con i bidoni della spazzatura in pendant — se date un’occhiata al Frunyc IV, trovate tutto.
È un universo provinciale, quello di Princeton. Tranquillo, naturale, yoga. Immagino molta iuta negli interni di quelle case, e lino grezzo. Giacinti viola in vasi di latta, e torte di lamponi sotto campane di vetro. Ovviamente so benissimo che questo è tutto un sogno uscito da Elle Decor, ma così mi piace pensare all’interno di queste casette. Non al devasto che solo gli studenti universitari americani possono costruire attraverso party etilici all’insegna del Beer Bong.

Anche perché Princeton sembra una città fantasma. Nessuno in giro, nessuna ombra di là dei vetri delle finestre. Forse per via della domenica, o dello spring break che si avvicina. Forse perché è molto europeo, il passeggiare senza avere una vera e propria meta, ed è molto americano, invece, in una domenica di pioggia, lo sprofondare nel divano con serie tv, coppa di popcorn e due galloni di Coca Cola accanto.

Quando arrivo nel posto clou, non c’è nessuno. O meglio, ci sono due ragazzi dai lineamenti orientali che, appena arrivo, si spostano, in segno di deferenza. Io abbasso il capo e ringrazio. Arigato.

Al 112 di Mercer Street, dal 1933 e per i successivi 22 anni, fino alla sua morte, abitò Albert.
Albert Einstein. 
Apprendo che arrivò per la prima volta a Princeton nel 1921 — anno del Nobel — per tenere una lecture sulla teoria della relatività — immaginatevi l’RSVP per la serata.
Il Dean dell’epoca lo decorò “Doctor of Science” e di lui dette una definizione in cui c’è un po’ d’Italia, e in cui poesia e verità si contendono il primato: “The New Columbus of science, voyaging through strange seas of thought alone” — il nuovo Colombo della scienza, che viaggia da solo per gli strani mari dell’intelletto.
C’è più poesia o più verità lì dentro? Io non so decidermi.

La casa — adorabile! — ha sette finestre. Albert avrà probabilmente pensato alla quantità di rumore o alla porzione di luce che gli avrebbero portato dalla strada. Avrà sicuramente pensato che sette è un numero naturale, primo sicuro, difettivo, congruente e il cui cubo, 373, è palindromo.
C’è un piccolo portico, su cui l’ho visto leggere, o appisolarsi dopo una giornata di calcoli senza fine al Center of Advanced Studies dove lavorava. Il piano superiore è rientrante rispetto a quello inferiore, e la rientranza è una specie di piccola terrazza senza ringhiera. Lo vedo nelle sere d’estate, sdraiarsi lì, sotto la luna princetoniana e le stelle americane, immaginare cose inimmaginabili, che tiene per sé, perché i geni dicono tanto, ma non tutto.

C’è un unico piccolo cartello, ripetuto per due, sulla proprietà. “Private residence”.
Nelle sue volontà, Albert è stato molto chiaro: la casa non diventerà un museo.
Albert non puntava al culto di sé, cosa che invece una casa-museo avrebbe contribuito ad alimentare. Albert voleva essere ricordato per la sua fisica, non per la sua fisicità.
Bravo Albert.

Faccio un po’ avanti indietro sul vialetto. Mi spingo fino a Hibben Road, la traversa successiva. Laggiù, intravedo Marquand Park.
È scritto che gli abitanti di Princeton fossero soliti intravedere la sua zazzera bianca passeggiare per le vie della città, completamente assorto nei suoi pensieri.
Chissà quante volte avrà camminato in quei dintorni. Rigorosamente senza calzini. E il fatto che oggi, tutti i nerd di questo mondo non rinuncino mai ai calzini sotto le ciabatte, nemmeno con quaranta gradi, dev’essere una specie di mutazione intrinseca alla storia della fisica di cui qualcuno un giorno si dovrebbe occupare.

Scopro che anche Einstein amava le metafore.
A un giornalista che gli chiese come si trovasse a Princeton, rispose: “I found Princeton fine. A pipe as yet unsmoked. Young and fresh. Much is to be expected from America’s youth”.
Princeton, una pipa non ancora fumata.
Albert, fisico della relatività, e poeta.

Questa settimana sono stata a vedere l’horror in contesto western “The Wind” di Emma Tammi.
C’è una parte di me fatalmente attratta da questo genere, che offre inifinite succose potenzialità metaforiche — appunto. In più, questo è un horror firmato da mano di donna. Non ci sono molte registe che si cimentano con questo genere. Quindi, dopo l’evento al Calandra, in una notte davvero buia e davvero tempestosa, raggiungo l’IFC nel Greenwich Village e mi vedo, con altre otto anime accanto a me, “The Wind”.  

Isac e Lizzy abitano da soli in mezzo alla prateria. Soli vuol dire proprio soli soli. Non quei paesini con l’ufficio postale, la banca e il saloon. No. La loro casetta di legno, e il nulla prateriale intorno.
Dopo le prime scene iniziali in cui capiamo immediatamente che Lizzy ha perso un bambino e che c’è decisamente qualcosa che non quadra in quel nulla prateriale, ecco che arriva una coppia di sposini: dei vicini!

Le due coppie prendono a frequentarsi, ma anche qui, c’è qualcosa che non quadra. Gideon non sa nemmeno menar di zappa o riparare un carretto, e se abiti nel Lontano West, be’caro mio, quel bricolage di base lo devi saper padroneggiare. Ed Emma è una ragazza di città che poco ci azzecca con la mancanza di comfort del nulla prateriale. Ben presto Emma rimane incinta, e altrettanto presto comincia a sentire qualcosa, delle presenze… Così come le sente e le vede Lizzy, anche se il suo Isaac le dice, mannò cara, non ti preoccupare, è solo il vento…
Col cavolo che è il vento, Isaac, ribattiamo noi spettatori, è il demone delle praterie. Da’ retta a tua moglie. Non ricordi il prete, nel vostro tragitto per arrivare qui, che l’aveva avvisata infilandole il volantino “Il demone delle praterie” nella Bibbia?

Gli eventi prenderanno una piega decisamente storta. Soprattutto per Emma. E Isaac…

Questa è la trama ridotta ai minimi termini.
Ma lo sviluppo del film è frammentato, giacché procede a singhiozzo su uno scorrere non lineare del tempo. I flashback sono talmente tanti che perdiamo il presente. Di conseguenza arriviamo alla fine senza veramente capire se il film sia tutto, in realtà, un flashback, e non esista nessun presente per questi personaggi.
Non mi è chiaro se questa sia stata una scelta conscia e voluta dalla regista, oppure se sia puro e semplice casino narrativo.

La confusione a livello temporale si sente anche a livello relazionale, ma in questo secondo l’ambiguità è voluta. La regista vuole farci vedere tutto attraverso la lente distorta della mente non lucida di Lizzy. Isaac tradisce Lizzy con Emma ed Emma sta portando in grembo suo figlio? Oppure sono solo sciocchezze che Lizzy si mette in testa, sciocchezze che il vento incessante e snervante non fa che alimentare? E perché la capra che ha visto morta poco fa, squartata dai lupi, ora la guarda, viva e vegeta?

Il pubblico capisce in fretta il trucco, e non si scompone. Non si scompone nemmeno quando intravede l’ombra del demone delle praterie impossessarsi dei personaggi, tingendo di nero i loro occhi — cara Emma Tammi, questo espediente è stato utilizzato talmente tante volte nella storia degli horror che vederlo l’ennesima volta, fa nomenclatura, non paura.
E questo è il vero problema del film. Non fa un briciolo di paura! Ci prova a tutti i costi, assoldando anche i lupi affamati. Ma niente, non ce la fa. Ed è un peccatissimo.
Il problema nasce dal sovraccarico. Perché tirare in ballo in maniera tanto esplicita oscure e sovrannaturali presenze? L’ambientazione — il nulla prateriale spazzato da un vento continuo — è quanto di più horror si possa immaginare! Sfrutta quello, Emma Tammi, lascia perdere Mefisto.
Io avrei calcato la mano sul non-detto, sull’accennato. Avrei cancellato il fumo nero che mi rappresenta il demoniaco e avrei scavato di più nella mente di Lizzy, nel suo passato in Germania e nel suo presente da immigrata nel Nuovo Mondo, nel Far West, in mezzo a una natura ostile, che non perdona. Ecco, invece di tirare in ballo sempre il diavolo, perché non mostrare le conseguenze dell’isolamento, della natura matrigna?
Zero ansia insomma. E un horror me la deve far venire, l’ansia.

Anche se non consiglierei il film, ho apprezzato il tentativo di guardare questo mondo western dalla prospettiva della donna che rimane a casa da sola, mentre l’uomo è lontano, o semplicemente nei campi. Comunque non lì con lei. È una prospettiva che non ricordo sia mai stata investigata, quindi un merito, Emma Tammi, ce l’ha.
Farà meglio la prossima volta 🙂

Ed eccoci arrivati in fondo, Fellows.
Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti tanti e saluti, semanticamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 404 da NYC commenta “STYX” di Wolfgang Fischer

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MoMA Moviers,

Non quello solito, l’isolato nell’isolato tra la 53esima e la 54esima, la Sesta e la Quinta Avenue. Quello nuovo. “The new MoMA. The reimagined museum”, come si grandeggia qui.

Da un bel po’ di tempo il MoMA sta lavorando a questo lifting. Nel corso degli ultimi mesi, alcune sale sono state chiuse, e una parte dell’isolato in cui si isola, è fasciata da impalcature dietro cui si celano chissà quali chirurgici misteri. Questo restyling avrà una ripercussione non da poco sulle attività del museo — e sulle mie abitudini — giacché, è notizia di qualche settimana fa, il museo chiuderà per la bellezza di 4 mesi abbondanti, dal 15 giugno al 20 ottobre, dell’anno in corso d’opera.

La notizia è stata accolta con sommo sgomento dai sui Membri, sgomento capitanato da quello della qui presente, che del MoMA, come sapete, ha fatto la sua seconda casa.
Questo, per vari motivi.

Innanzitutto, il museo è un po’ come la metropolitana. Non chiude mai. O meglio, chiude a Natale, il primo dell’anno e il giorno del Ringraziamento. Ma per gli altri 362 giorni, spalanca sempre le porte al mondo. È una bella sensazione. Una bellissima sensazione. Infonde calore, sollievo, come un esemplare unico d’estate dopo una mandria d’inverni tutti uguali.
Poi l’offerta. I talks. E i film, come dico sempre. Racchiusi dentro rassegne spalmate su tutto l’arco della giornata. Così se siete un’infermiera che fa il turno di notte, si ritrova temporalmente sfasata, e proprio non riesce a dormire al mattino o nel primo pomeriggio, potete infilarvi in una matinée. Oppure se siete dei comuni mortali da nine-to-to-five, potete portare tutta la vostra comune mortalità allo spettacolo delle 6 pm, che vi regala anche l’ora di mezzo per il commuting.
Per le amanti della notte, c’è lo spettacolo delle 7:30 pm, che okay, non è proprio notte, ma il museo dovrà pur chiudere, a qualche ora, per ripresentarsi l’indomani, in piena forma, gisuto? Quindi, l’amante notturna qui presente sta zitta e non si lamenta.

Certo ho capito che non tutto quello che passa per il convento del MoMA, è arte. Questa è stata una verità dura da accettare. Il MoMA, per noi europei — o perlomeno, per me — ha sempre rappresentato lo scalino più alto dell’olimpo museologico. La terra promessa ambìta da ogni artista e la meta di ogni turista pazzo di New York — il 99,99% dei turisti sono pazzi di New York, o dell’idea che hanno di New York.
Quindi, vederti passare filmetti di quart’ordine, filmetti che nella traversata verso la cinematografia di qualità occuperebbero si e no un posto in cambusa, vederteli passare su uno dei due teatri del museo, solo perché legittimati/blasonati dall’etichetta “produzione indipendente”, oppure “regista burmese” oppure “progetto LGBTA” — dove la A finale di recente acquisizione sta per Asexual, e fra un po’ si aggiungerà anche la L di Liquid, visto che l’ultima frontiera toccata dai maniaci delle etichettature identitarie è “Liquid” di “Gender-liquid”, e noi finiremo tutti stampigliati come quarti di manzo — vedersi questa robaglia, ti fa cadere le braccia molto più che se la vedessi in un cinemino d’essai o in un multisala da blockbuster.

Sì perché il MoMA fa le marchette. Sì, anche lui. Verso novembre, fino ai primi di gennaio, si svolge una rassegna chiamata “The Contenders”, che ripropone i film che hanno riscosso successo di critica e di botteghino. Tra i titoli proposti nell’ultima edizione, “Mission Impossible”. E non intendo il primo, che potrebbe essere considerato archeologia degli action movie. L’ultimo, “Mission Impossible – Fallout”. Io non sono per le porte chiuse agli action movies, per carità. Ma comunque tu sei il MoMA, e uno straccio di selezione, diamine, la devi fare.

Tra le varie iniziative, ci sono le “Members Previews”, le visite alle mostre in anteprima, e le “Member Early Hours”, per i membri usignoli a cui piace avere un’ora di museo tutto per sé, dalle 9:30 alle 10:30 am, oppure le “Member Night Hours”, per i membri allodole — e le amanti della notte — a cui piace avere due ore di museo tutte per sé, dalle 6:30 alle 8:30 pm.
Io che sono un’allodala, preferisco sgattaiolare nella fascia serale. Ed è un privilegio assoluto, avere un museo tutto per sé. Or well, quasi tutto per sé. I Membri del MoMA non sono esattamente quattro gatti, né quarantaquattro, né quattrocentoquarantaquattro, ma ben di più. Ma il museo è grande, e ti capita di trovarti spesso da solo in una sala con Pollock. Oppure Hopper. E in quei momenti io credo di essere la persona più ricca della terra, più sana della terra, più benedetta della terra. Credo che i collezionisti perseguano quella sensazione, quando vogliono a tutti i costi una tela, e sono disposti a sborsare milioni.
Non so, tuttavia, se sia lo stesso. Personalmente, considero l’arte un bene dell’umanità, non del singolo. Forse io mi sentirei male ad avere un Giacometti tutto per me, a respirare tra le crepe di un cretto di Burri. Dico forse perché non ne ho l’assoluta certezza. Così come so che probabilmente svilupperei un’addiction per il gambling se mi avvicinassi con troppo cash a un tavolo da black jack, allo stesso modo potrei cadere nel vortice del collezionsimo selvaggio.
A volte è un bene che certe strade ci siano precluse.
Opportunity makes a thief, si dice anche in inglese.

Ovviamente ci sono vari livelli di Membership. Fino a qualche giorno fa, io, da basica quale sono, ero il basic member.
Il profilo del basic member? Dunque, il membro basico, oltre a non essere affatto acido (!), vuole sostanzialmente avere accesso illimitato al Museo, fare l’usignolo o l’allodola nelle mattinate e nelle serate in cui il MoMA lo consente, vedersi i film gratis, e partecipare ai talks.
Non è interessato a party, eventi speciali, cene al museo, tour personalizzati con i Chief-Curator e tante altre iniziative risesrvate ai membri di livello avanzato e avantissimo che cacciano molti dollari, moltissimi dollari all’anno.
Fruitori bulimici, noi membri basici siamo per il tanto e subito. Quelle finezze da palati dell’Upper East Side non fanno per noi.
Sono assai fiera di appartenere alla plebe delle membership. Tira fuori il bolscevismo che è sepolto in ognuno di noi — c’è un po’ di Lenin in ognuno di noi, dopotutto.
Questo è stato così fino alla settimana scorsa, quando la mia membership da operaia è scaduta.
E con l’astuzia, ho tentato l’upgrade — c’è anche un po’ di Adam Smith in ognuno di noi, dopotutto.
Ho scoperto che c’è una splendida membership riservata agli artisti che costa 35 miseri dollari all’anno — contro gli 85 dei basici — e che il MoMA la rilascia a chi opera nel mondo dell’arte.
Ora, io non sono un’artista visiva, questo si sa. Ma poeto. E la poesia non è forse una forma d’arte?
Armata di questo silloggismo, micidiale nella sua semplicità, tiro i miei dadi e vedo se la fortuna mi assiste.
Tutto sta a chi incontri al desk delle membership. Se incontri l’americano che applica il regolamento alla lettera, oppure se incontri l’americano che è disposto a bersi il tuo sillogismo, micidiale, e dolcissimo, nella sua semplicità.
Trovo la seconda categoria. 🙂

Quindi da una settimana sono un “Member Artist”. Questo nuovo livello non solo ti permette di risparmiare 50 dollari, ma anche di beneficiare di altri privilegi riservati ai Membri di livello superiore. Quindi ora mi arrivano inviti per eventi dai quali prima, come bolscevica basica, ero bandita.
Fra questi, giovedì, una conversazione: “New MoMA: Member Conversation. Ann Temkin, The Marie-Josée and Henry Kravis Chief Curator of Painting and Sculpture, in conversation with Peter Reed, Senior Deputy Director for Curatorial Affairs”.
Come vedete, ci tengono molto, alle cariche.
“The conversation will be followed by a reception in The Agnes Gund Garden Lobby”.

A me, del ricevimento, interessava quanto a Donald Trump interessa il nome corretto di Tim Cook (!). Ma l’idea che l’atrio principale del Museo, quello che dà sul giardino interno, quello che sorge sotto la scalinata nera stile Bauhaus che porta ai piani superiori, l’idea che quell’atrio lì fosse allestito a banchetto, con i Membri higher-level scivolassero tra flute di champagne e bicchieri in cui far volteggiare il porto, disquisendo dello scarto fra Transavanguardia e Postavanguardia, tutto questo mi faceva pregustare un momento tra realtà e cliché che non avrei voluto perdere.

Allora giovedì sera, vado al talk e prendo posto nel teatro 1 del MoMa. Intorno a me non ci sono quattrocentoquarantaquattro membri, ce ne sono molti meno. Un centinaio.
La selezione, ammica Darwin verso Adam Smith.

Il Chief Curator, Peter Reed, è una pasta d’uomo. Molto amabile, voce ovattata, tranquillità rodata da anni di problemi risolti, di scazzi dissolti nell’acido dolce della diplomazia. Ci spiega di come il New MoMA diventerà una “multi-medium institution” che mescolerà espressioni artistiche diverse. Questo perché gli artisti sono, di per se stessi, delle “multi-media creatures”.
Io annuisco e annoto, ben detto Peter.
Molto spazio sarà dedicato al cinema — e io salivo — e a modalità sorprendenti di come affiancare cinema e arte visiva. Poi iniziative legate alla danza.
Dopo aver estenuato il concetto della multi-medialità passandolo per il tritacarne della sinonimia — mescolare, combinare, fondere, associare, unire, coesistere, convivere, e naturalmente “cross-pollinate”, l’amatissimo verbo della contaminazione spogliata da ogni accezione negativa — Peter lascia la parola a Ann Temkin.

Ann è una di quelle donne che hanno perso la donna dietro il ruolo che sono diventate. Capo curatrice della sezione pittura e scultura del primo museo del mondo non dev’essere una passeggiata, quindi capisco la perdita. Tuttavia, perdere una donna per un ruolo, è un lutto nero e proprio.
Giacca lunga sopra gonna lunga, taglio Gestapo, ma sartoriale. Un Donna Karan, a occhio. Capelli cortissimi e arancione Cheetos. Occhiali in pendant, che non toglierà mai, preferendo tenerli sulla punta del naso e guardando noi del pubblico da sotto in su, come il professore di latino dell’inconografia classica, che non aspettava altro che ucciderti chiedendoti la proposizione completiva.
Il viso di Ann è una landa post-nucleare dove un’esplosione atomica si è portata via ogni forma di sorriso. Quello che riesce a mettere insieme, con grande e visibile sforzo, è una smorfia che le contrae il viso, congelandoglielo in un’espressione da strega. Le streghe quelle vere, vive e vegete, non le donne bruciate al loro posto nel Medioevo.
Ann spreme lo spremibile dal concetto dello spazio multi-medium. Ma ci parla anche delle giustapposizioni che verranno proposte. Tipo affiancare Remedios Varo a Giacometti — e io salivo, salivo. Oppure ci promette che artisti ignorati — soprattutto donne — si prenderanno la luce che meritano, come Tarsila do Amoral — davanti a “Moon”, proiettato sullo schermo, salivo, salivo e salivo.
Si premura anche di sottolineare, che dopo aver visto il New MoMA, tutto il resto ci parrà vecchio.
Al ché io freno, piano, Ann, piano, don’t count your chickens before they hatch — che da noi si dice il gatto nel sacco, e qui usano le galline e la cova.
Capisco accendere le aspettative, ma finire bruciati è un attimo.

Finalmente aprono il Q&A.
Io ho una domanda che mi preme da dentro come un dente del giudizio — quando il biografico invade il meaforico…
Due membri più rapidissimi di me, alzano la mano.
Spero che mi lascino il tempo di parlare.
“We have time for one last question”, rintocca Peter, e il valletto con il microfono, viene dalla mia parte.
Grazie, Peter. Grazie, valletto.

La mia domanda mi sembra talmente banale, talmente elementare che spero di non suscitare l’ilarità generale. Se poi la susciterò, pazienza, avrò compensato tutta l’ilarità morta sulla landa post-nucleare del viso di Ann.
Mi alzo, mi schiarisco la voce, ed esordisco dicendo che sono italiana, quindi sentiranno un po’ di accento. Lo dico sempre. In qualche modo mi aiuta a superare l’incoscienza che mi spinge a buttarmi, porre una domanda davanti a una platea di Membri d’elite del Museo numero uno al mondo.
Se non è incoscienza questa…

“Avete parlato di spazio in cui convivranno tanti medium artistici diversi, e ne sono entusiasta. Tuttavia, ho notato che nessun riferimento è stato fatto alla parola. La parola scritta, intendo. La parola è senz’altro un medium artistico, e non solo perché tanti artisti l’hanno utilizzata nelle loro creazioni — penso ai Futuristi — ma anche perché abbiamo la poesia. Ecco, mi chiedevo, ci sarà uno spazio dedicato anche alla parola, alla poesia? Se non ci sarà, magari potreste metterlo in lista per il nuovo MoMA del 2040”.
Va sembre bene concludere con dell’ironia 🙂
E naturalmante la domanda è una domanda interessata.

“That’s an excellent question”, dice Peter, guardandomi dolcissimo. Una dolcezza dietro cui leggo del panico, perché ho toccato un punto su cui non possono dire nulla. Peter guarda Ann, che gli siede accanto come un blocco di ghiaccio. “Non so, Ann, quanto possiamo rivelare su questo punto…” Ann rimane impassibile. Non mi guarda nemmeno, e per fortuna: se l’avesse fatto, io, a quest’ora, starei in un posacenere.
Peter continua “Non possiamo dire molto, ma posso assicurarti che rimarrai soddisfatta da quello che vedrai…”. E poi, per qualche minuto, loda il potere della parola e i punti di contatto della parola con le arti visive.
Ann aggiunge qualcosa che non c’entra assolutamente nulla, e così si conclude il talk.
Peter ci invita tutti nell’atrio per il ricevimento “e further talking”.

Appena mi alzo, tre o quattro persone del pubblico mi si avvicinano e mi dicono “Bellissima domanda, in effetti è vero. Hanno parlato di tutte le forme d’arte, e non hanno parlato delle parole….”
Infatti.
Io ringrazio tutti, e un po’ mi tremano le gambe. Anche se continuo a credere che la mia domanda sia di una logicità, di una banalità, da terza elementare.

Dietro di me, una vocina piccola piccola.
“Allora sei italiana? Da dove?”
Mi giro e mi trovo una signora di mezza età, piccola piccola come la sua voce. Sembra uscita dagli anni ’70. Maglione anni ’70, capello anni ’70, borsa anni ’70. La sintesi tra Shirley e Laverne di “Shirley & Laverne”.
Si chiama Kathleen, e tempo due minuti, capisco che è uno spasso. Avvocato, originaria della California ma newyorkese di adozione, ha frequentato la seconda media a Trieste, e parla un’italiano che i miei studenti si sognano nei loro sogni più spinti.
“Domanda bellissima. Coraggiosa, alzarsi in piedi davanti a tutti, brava!”
Quando un americano declina “bravo”, capisci che ne sa di italiano.
Parliamo fitto fitto raggiungendo il ricevimento.
Il ricevimento consta in vasi di porcellana bianca a forma di vaso per gerani, pieni di popcorn. Da bere, prosecco e acqua naturale.
Ricevimento??
Mr MoMA, vediamo di rivedere i fondamenti delle politiche ricettive, eh.

Sentendoci parlare italiano, un’altra donna di mezz’età si avvicina.
“Italia, bella”.
Eccoci risprofondati nell’anglofonia più buia.

Viene fuori che è una rilegatrice di libri antichi del Regno Unito, e che si chiama Griselda.
Ho passato alcuni mesi a Roma, molti anni fa, spiega Griselda.
Ci racconta questo aneddoto.
Al controllo passaporti dell’aeroporto, un poliziotto le dice: “Griselda, come quella del Boccaccio”. Allora lei chiede se in Italia tutti leggono il Boccaccio. Certo, le risponde il poliziotto, in Italia tutti conoscono Boccaccio.
Griselda aggiunge che lei non conosce Boccaccio, non sa che Griselda è un personaggio di una delle sue novelle — peraltro “l’unica noiosa, l’unica che si comporta bene!”, commenta Griselda, ridendo.
Il padre le aveva dato quel nome perché Griselda era un personaggio dei “Canterbury Tales” di Chaucer.
Dopo aver sentito di Boccaccio, Griselda si è letta il “Decameron”.

Io le dico con non poco orgoglio che il “Decameron” è uno dei libri più divertenti della letteratura italiana e sì, certo lo conosciamo un po’ tutti, chi più chi meno — qui ritocco, non so, in verità, quanti l’abbiano letto…
Dentro di me, m’inginocchio al cospetto di quel poliziotto, e lo ringrazio. Lo ringrazio per aver portato la letteratura, all’interno di un cubicolo controllo-passaporti di un aeroporto, e per averla divulgata a modo suo.

Sentendoci parlare italiano, si avvicina un signore distinto, si complimenta per la mia domanda e mi chiede di dove sono. Viene fuori che si chiama Ross, ma il suo nome non è davvero “Ross” all’americana, è Rosario, all’italiana: suo nonno emigrò da Garlasco.
E giù che finiamo a parlare di Pavia, che si dice Pavìa e non Pavia!

E poi, con gran godimento, critichiamo il MoMA, e il talk, dall’alto della nostra Membership d’elite.
…Perché lui, Peter, anche bravo e a modo eh, ma lei, lei un’arpia d’altri tempi… Comunque dovrebbero migliorare il sistema di prenotazione biglietti online, non ci si capisce niente… E poi dovrebbero darsi una regolata con i film dì gran nome e infima qualità, certi obbrobri… E poi “Mission Impossible”? Seriously??… E poi vabbé, anche chiudere quattro mesi, cioè, quattro mesi…
Come faremo quattro mesi??

Insomma, con questo MoMA, ci diamo giù di mazzate e carote. Più mazzate.

A evento finito, esco sulla 54esima, nel gelo di marzo, e rido. Rido come una scema, pensando alla favola di serata fra il cavalier servente Peter, la strega Ann, la boccaccesca Griselda, l’avvocato minuscolo Kathleen, con il passato triestino, che mi abbraccia tre volte prima di lasciarmi andare, ma non prima di avermi dato il suo biglietto da visita, accompagnato da “Scrivimi, vediamoci!”.
E il gigante MoMA ridotto a cavia sotto il nostro bisturi da Member d’elite…

Questa settimana sono andata, dopo parecchio tempo, nel tempio dei film d’essai di New York — il Film Forum. Zona Greenwich Village. L’occasione mi si è presentata perché davano “Styx” di Wolfgang Fischer, un film apparentemente piccolo piccolo ma decisamente grande grande, che non volevo assolutamente perdere.
Ogni tanto ci vedo giusto: “Styx” è una delle migliori opere sull’immigrazione che io abbia visto negli ultimi anni. Se non la migliore. Di gran lunga migliore dell’osannato “Fuocoammare”.

Presentato al Festival del Berlino e al Toronto Film Festival 2018, “Styx” si apre a Gibilterra con un’inquadratura — molto molto intrigante — di due scimmie che camminano a piede libero per la città. Dopo i primi cinque minuti, ci trasferiamo in Germania, dove incontriamo una donna intorno alla quarantina. Una dottoressa, Rikke, intenta a salvare una vita, in ambulanza. Ritorniamo a Gibilterra, dove la vediamo caricare di viveri la sua barca a vela. È in procinto di partire in solitaria per raggiungere un’isola tropicale al largo di Sant’Elena. Un’isola frequentata da Darwin — e già cominciamo a tracciare alcune righe fra le due scimmie del meraviglioso prologo, e la meta della dottoressa…

Noi pubblico salpiamo con lei. Rikke è sola, e a noi del pubblico piace fare compagnia a personaggi soli, specie se in mezzo all’Oceano. Il regista è stato furbissimo: ha adottato un setting molto intimo e chiuso — la barca — nonostante il contesto a cielo aperto in mezzo al mare.
Rikke è una tostissima, fa tutto: la marinaia, la capitana, legge libri con illustrazioni delle foreste che pregusta di visitare di lì a poco, e quelle stesse foreste, le sogna pure.

A un certo punto, la quiete del suo trantran marino s’interrompe. Rikke avvista in lontananza un barcone di immigrati che si sbracciano verso di lei e che, a poco a poco, si gettano in mare.
Rikke capisce subito, e avverte la guardia costiera, che le intima di non fare nulla, e di proseguire la sua rotta come se niente fosse.
Rikke, tuttavia, vede un adolescente flottare stremato vicino alla sua barca e lo soccorre.
E lì cominciano i dilemmi per Rikke. Cosa fare? Andare a salvarli? Ma non è equipaggiata per salvare tutte quelle persone. Tirare dritto? Ma sono persone. E stanno morendo.
La guardia costiera, nel frattempo, tarda a mandare i soccorsi.
Rikke vede sul monitor satellitare che un’imarcazione più grossa della sua si trova a poca distanza dal barcone. Benissimo, loro sono attrezzati per il salvataggio.
Chiama e dice, salvateli.
Dalla nave però, le rispondono che non vogliono grane. E loro, che avrebbero l’obbligo di fermarsi, tirano dritto.
Nel film nessuna nazionalità è specificata. E questo per evitare facili indici puntati contro quel paese o quell’altro, rendendo particolare una storia che si vuole universale.

Nel frattempo il ragazzino, Kingsley, si risveglia, e vuole convincere Rikke a tornare indietro. C’è la sua famiglia su quella barca, come può non fare niente?
Rikke è combattutissima tra il dovere legale e il dovere morale.
Dopo un colpo di scena che il pubblico non si aspetta minimante e che ben riassume la tensione emotiva tra i due, che incarnano le due posizioni opposte di soccoritori e soccorsi, Rikke decide di agire. La decisione è un altro colpo di scena che dimostra quanto perversa possa essere la macchina dei soccorsi: se la guardia costiera temporeggia e non vuole agire per salvare una bagnarola di poveracci africani, di certo si muoverà se la barca in pericolo è la sua, se la vita in pericolo è la sua, un medico benestante, europeo, bianco.
Quindi perché non dare l’SOS “Sto affondando”?

Il finale ribalta l’inizio. Rimango vaga per non svelarvi troppo, ma posso dirvi che Rikke diventerà lei stessa migrante…

Il film sfrutta la potenza dell’allegoria e l’immedesimazione tra protagonista e pubblico: ti chiedi tutto il tempo “e io? Io cosa farei al suo posto?”, e capisci che non potresti mai, mai, mai, tirare dritto, perché, caspita, sono vite umane quelle, e non lasci affogare vite umane in mezzo al mare perché una legge te lo vieta. Ecco dove sta l’allegoria. “Styx” è l’istantanea del momento storico che stiamo vivendo, con la tragedia umanitaria che si sta compiendo a ogni barcone colato a picco, a ogni porto sbarrato.
Il film non è buonista, è rigorosissimo, parchissimo di parole — non più di un centinaio nel corso della storia. Non prende posizione. Sei tu, spettatore, che la prendi, guardandolo. E questo deve fare il cinema. Non spiegarti alcunché, non dirti cosa pensare, ma mostrarti una realtà, e farti sprofondare coi piedi dentro quella realtà.
Sulla barca a vela non c’è Rikke, ci siamo noi.

“Styx” è lo Stige, il fiume che attraversa l’inferno dantesco. Quale titolo migliore? Il mare può essere una bellissima autostrada blu che ti permette di raggiungere l’isola dei tuoi sogni — come Rikke. Ma il mare, oggi più che mai, può essere anche un fiume invernale, la cui traversata non è un’impresa solo fisica, ma anche etica, spirituale, dalla quale l’immigrato esce bruciato, segnato nel profondo.

Credo che il film sia già uscito in Italia. Quindi cercate di recuperarlo da qualche parte!

Per oggi è tutto, Moviers. Il MoMA mi ha preso un po’ la mano e sono andata un po’ lunga… Mi perdonate? 🙂

Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti d’uopo, e saluti, multimediamente cinematografici.

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Male, Moviers,

un male di quelli intercostali. Di quelli infantili, di quelli che sentivate quando eravate bambini, cadendo per terra mentre i compagni vi guardavano, quindi il male si accompagnava alla vergogna, e la sensazione complessiva aggiungeva un’altra sensazione. Quella di sparire dalla faccia della terra in quell’istante. Così tutti avrebbero pianto la vostra scomparsa, e si sarebbero scordati la caduta, la figuraccia.
Mi capita di sentirmi così domenica scorsa.

Domenica scorsa l’America, come ogni inizio di febbraio, si è fermata per quattro ore davanti al Super Bowl.
Per noi non-americani, l’evento non suscita interesse. O magari ad altri non-americani che non sono io, lo suscita, ma io, davanti al football americano, reagisco solo pensando a quel grande Al Pacino che fu in “Ogni maledetta domenica”.
Fiuto Super Bowl ancora una decina di giorni fa, allorché Valerie, una studentessa della mia classe di adulti alla Columbus Citizens Foundation, alla richiesta “descrivi un VIP, uno sportivo, un attore, un personaggio storico o letterario a tua scelta e non dire il nome così lo indoviniamo”, lesse la sua descrizione. Trattavasi di Tom Brady, un ussaro che fa il quarterback nei New England Patriots, e che ha vinto, unico della storia, sei Super Bowls.
Tutti gli altri studenti hanno indovinato immediatamente.
Io sono rimasta zitta, tagliata fuori dal momento di bonding americano.
Per fortuna, la buon’anima di Richard, altro studente senior, mi ha piacevolmente stupito prendendo come personaggio Quasimodo de “Il gobbo di Notre Dame”.
Questo episodio mi ha fatto capire che il football americano, e nello specifico il Super Bowl, non è solo robaccia da maschi, il classico rito targato Alfa, con un gran divano come altare, junk food e barilotto di birra a far da contorno. No. Ci sono anche le donne in mezzo. Lo guardano anche loro, il Super Bowl. Oscure rimangono ancora le ragioni che spingono le americane a guardare 22 giocatori correre dietro una palla scomodissima, nella speranza di farla atterrare di là da una linea.
La partecipazione femminile è documentata nel party che Bob è solito dare ogni anno per il Super Bowl — una tradizione decennale o più.
Avevo partecipato anche lo scorso anno, nel bel mezzo del mio trasloco da Harlem. L’intento, lo scorso anno, era quello di capire le regole del gioco, di passare per la miglior housemate che Bob si fosse scelto e, nella migliore delle ipotesi, stringere qualche amicizia. In fondo avremmo condiviso una casa.
Lo scorso anno fu una serata lunghissima. La partita durò quasi quattro. Rimpiansi i rigori — il doppio senso mi è fausto — dei nostri cari Mondiali. E alcuni invitati si sforzarono di dipanare il ginepraio di regole che fanno del gioco più facile del mondo — bring the ball home, boy! — il più complesso della storia dello sport — dopo la rogna del baseball, naturalmente.
 
Lo scorso anno, finsi magnificamente di capire e incamerare le regole. Un’interpretazione da Palma d’Oro. Non pensai, stolta me: “Il Super Bowl è come le tasse, come il Natale, arriva ogni anno, e ogni anno che passerai in questa casa te lo dovrai sorbire”.

Appena torno dall’Italia, Bob m’informa di tenermi libera domenica 3 febbraio. Io, colta alla sprovvista, rispondo con un “Sure”, che poi mi sono dannata l’anima a “ritoccare”. Questo perché, come dicevo, l’America si ferma. Nessuno se la sente, di far concorrenza al Super Bowl con dei grandi eventi collaterali, nemmeno a NYC.
Il MoMA è giunto in mio soccorso. Santo.
Alle 4:30 pm del 3 febbraio, la programmazione cinematografica del MoMA ha previsto “Poetry” un film di Lee Chang-dong, che avevo perso nel 2010 in Italia.
“Poetry” è un film coreano. E i coreani — Dio, li abbia in gloria — sono soliti fare film eterni. “Poetry” dura la bellezza di due ore e 28 minuti.
Visto che era una mite domenica di finta primavera, prevedevo di tornare a casa dal MoMA a piedi — una passeggiatina dalla 53esima Midtown alla 111esima West Side prende un’oretta e quaranta minuti abbondanti — e contavo di arrivare a casa verso le 8:15 pm. Super Bowl cominciato da due ore.

Quando informo Bob di questo piccolo cambio di programma, storce il naso e brontola qualcosa sull’insalata che avrei dovuto preparare — che lui aveva deciso che io preparassi. Il party, come tutti i party del mondo anglo, è potluck: tutti si porta qualcosa.
Io, con calma zen, lo rassicuro: easy, Bob, easy, arriverò in tempo per fare la brava housemate, l’insalata sarà pronta in frigo e aggiungerò anche dei Forrero Rocher, toh.
Bob raddrizza il naso, ma troverà il modo di farmi sapere che “Poetry” è anche disponibile su Canopy — Canopy è una piattaforma della NY Public Library a cui avete accesso a milioni di film.
Io, con calma iper-zen, rispondo che i film, i veri amanti del cine, li guardano al cine, ogni volta che ne hanno la possibilità. Santo MoMA me ne dava la possibilità.
Ho sperato che non avesse altro da ribattere perché l’iper-zen non è illimitato.

Ma capisco Bob. Insiste perché gli piace avermi lì, condividere con la sua cerchia l’esotica che si è scelto per coinquilina. E sono ben lieta di essere condivisa. Ma quatttro ore di Super Bowl, è un prezzo altissimo da pagare. L’esotica passa a nevrastenica.
Il fatto è che non si può parlare molto, durante la partita. O meglio, si cominciano i discorsi, ma poi vengono interrotti sistematicamente dal gioco. E a me fa tristezza, una tristezza leopardiana, vedermi morire in mano incipit di discorsi interessanti per mano di un touchdown, o di una pubblicità da milioni di dollari.

Tutto va come da programma — raggiungo casa verso le 8:15 pm, il Super Bowl cominciato da un paio d’ore — ma la Provvidenza, ahimè, mi ha punito. Ho fatto la fine dei Malavoglia!
Le due ore e 28 minuti di “Poetry” sono state due ore di puro supplizio: il film si è rivelato una cannata, il tipico film da Cannes — aveva vinto la Palma d’Oro nel 2010 — che piace alla critica e frustra il pubblico.
Precisazione linguistica: una cannonata è un successo riconosciuto, una cannata è un errore premiato sulla Croisette.

Quando arrivo a casa, trovo molta più gente dell’anno scorso. Una ventina di persone, o forse di più.
Un po’ di invitati, soprattutto donne, sono in cucina. In sala, davanti al maxi schermo che Bob ha fatto scivolare fuori dalla sua camera, gli invitati dappertutto. Seduti su divano e poltrone, sedie, in piedi. Due sono persino sdraiati — I mean, sdraiati, non accucciati o ranicchiati — sul pavimento. Questo non tanto per eccesso di sciallo, ma per non impallare la visuale a quelli seduti sul divano.
Io non sono una talebana che ha sostituito “Il Galateo” al Corano, ma lo svacco sul pavimento, impallo o no, non s’ha da fare.
Faccio finta di niente e mi getto nella mischia. Parecchi li conoscevo dallo scorso anno, ma tanti sono nuovi.
Stringo mani, regalo sorrisi.

Sono tutti Upperwestsiders della specie highbrows. Intellettuali. C’è di tutto. Professori della Columbia, giornalisti del New York Times, scienziati, medici. C’è persino un angolo di Broadway con Eleanor Bergstein, regista, produttrice, scrittrice di teatro, nonché la penna da cui uscì la sceneggiatura di “Dirty Dancing” — chissà quanti l’avranno tormentata negli anni proponendole “nessuno mette Baby in un angolo”, quindi ho preferito non unirmi ai chissà quanti, anche se la tentazione c’è stata.
Sono tutti dei PhD, ma anche degli inguaribili sportivi — e badate, vanno dai quaranta agli ottant’anni. Il sabato si trovano a Central Park, in tarda mattinata, e giocano a football. Poi si concedono un brunch, e credo sia il pezzo forte che tutti attendono. Ho sentito dire che è un ritrovo molto ambìto. Farne parte è un lusso.
Bob mi chiede spesso di “join in”. Io ogni volta dico che il football non è sport per italiani. Quanto al brunch, non è sport per me.

Tornando al Super Bowl. In questa edizione rivisitata della morra cinese “Football batte Fruner”, so che devo mantenere brevi le risposte, e non fare domande troppo complesse.
C’è un signore distinto seduto sul divano. Scoprirò che ha ottantadue anni e che si chiama John Maniscalco. Maniscalco!
Potrei ammazzare per un cognome dal suono così nobile dentro un guscio così fabbro.

“So you are really from Italy?”, mi chiede.
Eccerto che sono davvero dall’Italia.
“Molto piacere”, mi dice, sfoggiando un italo-americano alla Joe di Maggio.
Passa all’inglese e mi chiede da dove.
Io gli dico, dal profondo nord.
“Ah il nord! Tutti ricchi!”. Io rido. Immagino che fra un po’ inforcheremo le nostre Vespe e andremo a sprofondare le nostre teste in un piatto di spaghetti al pomodoro…
Mi dice che suo nonno are originario dalla Sicilia.
Mi chiede dove, di preciso, dal Nord. Qualche mese fa era stato in vacanza… E mi mostra, sul cellulare, la foto del museo di Otzi, di Bolzano.
No way!, esclamo io, incredula, fra tutti i musei d’Italia, Otzi — mai visto, peraltro.
Gli spiego che Trento è a un tiro di schioppo.

Mi racconta, in versione Bignami, la storia della sua famiglia. La tipica storia italo-americana.
Il bisnonno arrivò a Ellis Island. La bisononna, no. Aveva un’infenzione della pelle, quindi, furbissima, non partì con lui. Sapeva che l’avrebbero respinta. Allora aspettò quattro mesi e poi partì. Si ricongiunsero, e cominciarono la loro vita qui.
“Can you speak Italian?”, gli chiedo
“No”, mi confessa con rammarico.
Mi spiega. Gli italiani erano visti e trattati malissimo a New York in quegli anni. Gliene dicevano di tutti i colori, e gliene facevano di ogni sorta. I suoi nonni non volevano che i loro figli parlassero l’italiano: era un modo per proteggerli. Quindi parlavano l’italiano fra di loro, ma non con la prole.
I suoi genitori fecero lo stesso con lui. Non gli insegnarono mai l’italiano, ma lui lo sentì volare per casa. E se hai qualcosa che ti vola per casa, un po’ ti rimane sempre addosso.

Questo accade ancora oggi. Luke, un mio studente al Mercy, ha una nonna siciliana. Lui non capisce niente di cosa  dice lei in dialetto siculo, e lei non capisce niente di cosa dice lui in italiano storpio —l’italiano dei miei studenti può dirsi così, storpio.
“I can’t understand a word my nonna says. She gets so mad at me…”
E a me par di vederla, questa siciliana, rattrappita e scura sul suolo americano, incavolarsi con il nipote yankee, come solo le siciliane sanno incavolarsi.

Finalmente la partita finisce. A quanto capisco non è stata un granché. I Patriots del New England hanno vinto per l’ennesima volta.
Se non c’è game, it’s lame, dico io.
Gli ospiti fanno tutti per andarsene appena fischiata la fine. E questa è una cosa che mi sconvolge sempre. Nel momento in cui si potrebbe parlare, scatta il fuggi-fuggi.
Ma cavolo.

In extremis, mi presentano James, il “disaster guy” del New York Times.
Me lo presentano proprio così.
Disaster guy.
“I cover disasters”, mi spiega, con una risata.
Bob mi dirà, l’indomani, che James ha un PhD in astrofisica preso a Princeton, che è stato corrispondente da Baghdad per cinque anni e che ha coperto l’11 settembre, dall’11 settembre 2001, per tutti i due anni successivi.
Tantissima roba dolorosa.

Sentendo che sono italiana, James mi racconta di essere stato a capo dell’inchiesta sul crollo del Ponte Morandi, lo scorso agosto. Di essere andato a Genova, di essere rimasto in Italia per dieci giorni a investigare sulla tragedia, e aver messo insieme la ricostruzione dell’accaduto, documentandola per filo e per segno grazie alle registrazioni di una telecamera di sicurezza, e varie testimonianze raccolte in corso d’opera.
Io mi sento già dentro un film. “Spotlight”, kind of.
Dalle sue parole, e dalle mie domande, mi faccio un’idea di come lavora la macchina del New York Times.
Innanzitutto si muovono in frettissima. Poi si avvalgono di personale sul campo: hanno una corrispondente italo-americana fissa in Italia. Poi, quando c’è bisogno, arrivano dove vogliono, in tempo zero.
Una squadra di Batman, insomma.

Hanno scovato Carmelo Gentile, professore al Politecnico di Milano, che aveva predetto la sventura mesi e mesi prima del crollo del ponto, e nessuno gli aveva dato retta. Praticamente una Cassandra. James e il suo team si sono precipitati a Milano a intervistarlo, hanno messo insieme i pezzi, e se ne sono usciti con questo po’ po’ di articolo — se siete scomodi con l’inglese, l’hanno pure tradotto in italiano
Più che un’accurata inchiesta giornalistica, un vero e proprio rapporto di carattere ingegneristico, investigativo, sociale, umano.
Chapeau.
James spende parole di elogio per i pompieri, gentilissimi: hanno permesso al loro fotografo di salire sulla loro gru e scattare le foto per il pezzo senza batter ciglio.
Parlavano inglese?, chiedo io.
Not a single word, risponde lui.
Io annuisco.
Alcune certezze è bene averle.

Si fruga il cervello per dirmi il nome tecnico del cavo che regge un ponte sospeso, e attorno a cui hanno scritto il pezzo. Non riesce a farselo venire in mente in italiano.
Io lo rassicuro, non importa — non lo so nemmeno io, madrelingua! Ma la dimenticanza gli dà grande noia, si vede.

Mi racconta dell’esperienza con trasporto, ma anche sangue freddo. Si vede che lo fa di mestiere. Si vede che è passato per l’11 settembre.
“Appena abbiamo sentito la notizia ci siamo precipitati. C’era molta confusione quando siamo arrivati. Nessuno sapeva niente, e noi volevamo capire”.
Aggiunge, “We just wanted to see through things… Also because Italian newspapers aren’t really serious, are they?”
Risatina.

Ed è in quel momento, Moviers, che ho sentito il male. Quello misto alla vergogna, al desiderio di sparire.
Non so se sono rimasta interdetta più per la verità che stava semplicemente rimarcando — i giornali italiani non sono seri — oppure per la superiorità inconscia con cui commentava il giornalismo di un intero paese, senza conoscere quel paese se non per averci passato dei giorni da inviato, ma non certo per averlo vissuto degli anni.
Sul mio viso ho sentito tutte le sfumature del rosso farsi strada, dallo scarlatto vergogna, al fuoco rabbia, al rosa decompressione.
Non sono stata in grado di ribattere alcunché. Avrei potuto dire, va be’, non facciamo di tutta l’erba un fascio, via. Abbiamo pur sempre Il Sole 24 Ore — per quanto, lo scorso anno, a un passo dalla bancarotta… Abbiamo pur sempre La Repubblica, Il Corriere della Sera — per quanto più o meno apertamente schierati… Insomma, non siamo solo Il Giornale, Libero, e il Fatto Quotidiano…
E poi dove li mettiamo Montanelli, Biagi, Bocca, Scalfari?
Ma capisco da me che evocare la storia del giornalismo italiano è una tesi che non regge. C’entra come i cavoli a merenda.
Il punto è un altro.

Non ho detto nulla perché, in realtà, non so bene la mole di marcio in Normandia che si cela dietro le nostre testate. Ho sempre preso il giornalismo con le pinze, con estrema cautela. E questo più per ragioni legate al genere in sé che alla politica — la politica aggiunge benzina sul fuoco.
Il giornalismo è cronaca, racconta quello che succede nell’immediato presente. Un’operazione difficilissima. I fatti freschi sono quelli più ardui da mettere in fila con obbiettività. Fare il giornalista è uno dei mestieri più complessi dello scrivere. Da come imposti un periodo, dall’aggettivo che scegli, dai dettagli con cui decidi di alimentare un pezzo, e che decidi di omettere, tu muovi il pezzo — e con lui, il giudizio del lettore — in una direzione piuttosto che in un’altra.
Quindi se un giornalista che lavora da più di vent’anni al NY Times mi dice che i giornali italiani non sono seri, io entro in modalità “esame di coscienza” e infilo un silenzio stampa che perlomeno mi ripara da commenti fuori luogo.

Però c’è un però da dire. Io potrei anche lavorare alle Nazioni Unite da quarant’anni. Avere un’esperienza nella gestione governativa tale da far da consulente alle maggiori società di consulenza intragovernative. Potrei anche scrivere da più di vent’anni per il NY Times e aver coperto una tragedia di proporzioni epiche come il crollo delle Twin Towers. Ma trovandomi davanti a un cittadino di uno stato nel quale mi sono trovato a lavorare, io non mi permetterei mai di dare un giudizio così categorico, così generalizzato, del lavoro di quel paese. Never ever ever.
Da quella domanda retorica — Italian newspapers aren’t really serious, are they? — ho sentito grondare “We Americans do it better”. Orgoglio stelle-e-strisce.
Forse sono io troppo suscettibile. Forse dovrei rassegnarmi al fatto che davvero, in certe cose, Americans do it better. E senz’altro il giornalismo fa parte di quelle cose.

Vedasi, in effetti, quanto segue.
James è andato avanti a spiegarmi che il NY Times ha una parte della redazione che si occupa esclusivamente di dare agli articoli quel “NY Times flavor”, quel tocco che è tipico del NY Times.
Ovvero?, chiedo io.
Per esempio, il NY Times non usa il verbo “to convince” — troppo colloquiale. Il verbo “to convince” viene sempre sostituito con “persuade”.
Oppure ci sono gli addetti ai titoli, perché è opera difficile pigiare quanto più possibile in un titolo, renderlo accattivante e memorizzabile.
Ed è giusto investire su chi sa farlo bene.

È veramente arrivato il momento di andare. James mi saluta, cordiale, sorridente, astrofisico, giornalistico.
Dopo qualche minuto, lo vedo ricomparire.
“Strallo”, mi dice, trionfante, in italiano.
Io lo guardo perplessa.
“‘Strallo’ is the name of the cable that supports a cable-stayed bridge”.
Il nome tecnico per il tipo di cavo che regge un ponte sospeso.

Damn it!
Americans do it better.
 
Questa settimana sono stata all’AMC sulla 68esima and Broadway a vedere “Cold Pursuit” del norvegese Hans Petter Molland. In italiano uscirà fra una decina di giorni con il titolo “Un uomo tranquillo”, e vi prego di segnarvelo perché, così come “Arctic” la scorsa settimana, questo è un imperdibile della nuova stagione cinematografica.

Sono andata a vederlo sostanzialmente per due motivi.

1) Il protagonista è Liam Neeson. Oltre a stimarlo da sempre come attore, ho incontrato Liam quattro volte, correndo a Central Park. Io corro, lui cammina veloce, di solito accompagnato da una donna. La cosa singolare è che l’ho incontrato due giorni, due volte lo stesso giorno. L’ho visto una volta, poi entrambi abbiamo percorso il loop del parco nel senso opposto, e l’ho rivisto dall’altro lato del parco. Non ci sono dubbi che fosse lui. Era proprio lui. Alto altissimo. Slanciato, un filo emaciato in volto, come ci piace.
Bello sapere di correre nel parco e poter incontrare Liam. 🙂

2) Liam è stato protagonista di un fatto increscioso. In un’intervista, qualche giorno fa, ha raccontato che una cara amica gli confessò, anni addietro, di aver subito una violenza da parte di un uomo di colore. Liam, preso dalla stessa furia cieca che prende anche il protagonista di “Cold Pursuit”, ha dichiarato, candidamente, che gli era presa la voglia di uscire per strada e ammazzare ogni nero che gli capitava a tiro.
Adesso, tutti capiamo che si tratta di un’iperbole, e non di una minaccia razzista nei confronti di tutti gli afroamericani d’America, giusto?? Ebbene, non potete immaginare la polemica che è montata qui! È montata a tal punto che il lancio del film, con tanto di red carpet e interpreti previsto qui a New York, è stato annullato. A nulla sono valse le spiegazioni di Neeson e le sue scuse.
A volte qui si raggiungono livelli di razzo-fobia inquietanti.
Spero che il clamore sollevato dall’episodio, giochi a favore del film, perché il film, si merita tutto il pubblico possibile.

Innazitutto va detto che “Cold Pursuit” è il remake per il pubblico americano — e poi europeo — del norvegese “In ordine di sparizione”, sempre dello stesso regista, Molland, che avevamo avuto la fortuna di vedere al Trento Film Festival di qualche anno fa.
In questo remake, Molland affina il tiro e decide di colorare tutto il paesaggio innevato del set con il nero della black comedy, ma senza dimenticare le tinte colorate di un’ironia che pervade tutto il film.

È principalmente un revenge movie, un film di vendetta, e come tale, affonda le radici nel western storico di Penkimpah e dintorni, ma dato che siamo nel 2019, saccheggia abbondantemente Tarantino e i fratelli Coen, senza tuttavia scopiazzare nulla. Fa come fanno i bravi artisti che interiorizzano la storia dell’arte, e poi se ne escono con qualcosa di nuovo tutto loro, e nella loro opera si rivedono, in qualche modo i maestri, ma non in termini di plagio o scimmiottamento.

Siamo a Kehoe, una cittadina-ski resort tipo Madonna di Campiglio, sperduta sulle Rocky Mountains del Colorado, a tre ore da Denver. Il protagonista si chiama Nels Coxman e guida lo spazzaneve per rendere agibili le strade del paese e l’arrivo dei turisti.
Uomo senza macchia, Nels riceve anche il premio per il miglior cittadino dell’anno di Kehoe. Le macchie cominciano a chiazzargli coscienza e fedina penale dopo l’assassinio dell’unico figlio, ucciso per meschino divertimento da una manica d’imbecilli della zona.
Da quel momento, la vita di Nels cambia bruscamente. Per vendicare la morte del figlio, si mette sulle tracce dei responsabili, e li fa fuori uno per uno, con l’intento di arrivare in cima alla piramide.
Più inconsapevolmente che consapevolmente, Nels avvia una guerra tra due grossi narcotrafficanti dello stato, il Vichingo, villain di quelli insopportabili — una specie di cumenda milanese tutto elegante, spocchioso, figlio di papà — e il nativo americano White Ball, saggio spietato, ma dalla faccia tenera tenera.

Abbiamo detto che “Cold Pursuit” è principalmente un revenge movie. Principalmente perché tutto ha inizio dalla vendetta di cui ha sete Nels. Ma quella è più una scintilla iniziale che accende un incendio molto più grande di quello che lui o il pubblico si aspetta. Ed è proprio questo, a rendere il film una continua rivelazione. L’inaspettato continuo, e l’umorismo nero che accompagna ogni singolo colpo di scena. È come guardare “Pulp Fiction” da un bar di Fargo, con un grande Lebowski per compagno. Tutto è circonfuso di demenzialità coeniana, e di splatter tarantiniano. Gli scagnozzi di Viking sono gay che si amano di nascosto, oppure balordi con nomi da fumetto — Speedo, Limbo, Santa Claus — e quelli del nativo americano White Ball sembrano dei ragazzini scemi, fotocopie dei grulli fratelli Dalton in “Lucky Luke”.
L’ambiente non ha nulla della cartolina che “ski resort tipo Madonna di Campiglio” potrebbe far pensare. Il paese è sepolto sotto metri di neve. Nels abita in the middle of nowhere mountain, e gli hotel a sei stelle, tipo il Moncler Resort che ospiterà il gran capo White Ball, sono popolati dalla fauna di turisti che popolano di solito le Aspen di tutto il mondo, e qui il regista, in un unico piano sequenza sui visi dei clienti in attesa nella hall, ci regala un’istantanea del nostro contemporaneo vacanziero versione invernale. Sciatori maniaci, sciatrici una tantum solo per indossare l’outfit da sci, teenager sovrappeso annoiati. Anche solo questa carrellata vale il biglietto.

E sempre l’ambiente, che è tutto fuorché accogliente, è memore del tarantiniano Wyoming con la Locanda di Minnie in cui transitano gli Odiosi Otto, gli Hateful Eight, sprofondato in una neve infinita. Una neve dell’anima, direi se non mi si scambiasse per Marzullo.
“Cold Pursuit” funziona dall’inizio alla fine, in un crescendo di comicità dark che non ti aspetti all’inizio — nonostante certe ilari avvisaglie: una barella che impiega minuti ad essere issata, e su cui riposa il cadavere del figlio di Nels, oppure il montacarichi di un camion carico di cadaveri.
Non te lo aspetti perché il film comincia con il quadretto felice —Nels, moglie, figlio — che viene infranto quasi subito. Il figlio muore e la moglie se ne va di casa, facendo trovare a Nels una busta. Il biglietto, dentro la busta, comicamente-coenianamente lasciato in bianco.

Allora, abbiamo detto, andate a vederlo. Non rimarrete delusi.

E anche stasera abbiamo fatto una certa. Dovrei essere più stringata. Dovrei, ma non è che devo
😉

Ringraziamenti vivissimi, Frunyc IV aggiornato con le foto della mostra — la prima! — su Lucio Fontana al MET Breuer, e saluti, stasera, penosamente cinematografici.

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