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LET’S MOVIE 293 propone SUICIDE SQUAD e commenta IT FOLLOWS

LET’S MOVIE 293 propone SUICIDE SQUAD e commenta IT FOLLOWS

SUICIDE SQUAD
di David Ayer
USA, 2016, ‘130
Lunedì / Monday 29
Ore 22:00 / 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Foto Fellows,

…Perché uno dice Arles e pensa immediatamente a Van Gogh, no? Con tutti quei girasoli che sembrano tanto felici ma che se li guardi da vicino hanno quella cera mogia lì che ti fa venire voglia di abbracciarli. E poi gli iris, e gli ulivi, e le case dai tetti verdi, e naturalmente i corvi ― se la gioca con Poe (Edgar Allan) la patria potestà sui corvi, il nostro Vincent. E poi naturalmente i ponti che dipinse, con quelle luci lacrimate dai lampioni e finite sulle acque del Rodano. E la casa dove visse, che non esiste più. Esiste, al suo posto, un edificio qualunque, fasciato d’impalcature, e un pannello che ti mostra il quadro che lui dipinse per immortalare la sua “casa gialla”, in Place Lamartine. E poi c’è il Caffè, che non è il suo caffè ― non aveva il becco d’un quattrino, figurarsi se poteva permettersi un caffè in pieno centro ― e l’ospedale in cui l’orecchio tagliato venne medicato. E quello sì, esiste ancora. E chissà come l’avranno guardato, quando fece irruzione e confessò di aver fatto hara-kiri con il suo orecchio.
E sì, è tutto vero, e le cose stanno così. Perché Vincent ci visse un anno lì, e ci dipinse 200 tele. L’anno più prolifico della sua vita. Ma cerchiamo di staccarci un po’ dai luoghi comuni e di guardare ai luoghi fisici. Arles ospita una quantità di rovine romane da ricordare Roma, ma senza spazzatura che sboccia dai cassonetti.
Però quello che mi ha colpito di più ― per inciso, s’è capito che sono stata ad Arles, sì? 🙂 ― dicevo, quello che mi ha colpito di più è questo incredibile Festival di Fotografia contemporanea, Les Rencontres d’Arles, che più che un Festival, è un mastodonte che si piazza in città per tre mesi ― TRE mesi! ― occupando di meraviglie location dove mai t’immagineresti di trovare della fotografia contemporanea: cappelle medievali, chiostri, chiese, capannoni dell’’800… Ho realizzato solo in loco che è praticamente il Festival più importante al mondo in fatto di fotografia contemporanea. Certo, non è che ci capisci tutto tutto eh. Ma ci sono degli scatti che ti rimangono in testa. Io, tra i 137 fotografi presenti, ho ruminato pensieri sulla mostra “Deus Ex Machina” di Katerina Jebb. Sapete cosa fa, questa fotografa? Passa una quantità di oggetti più o meno speciali sotto uno scanner digitale ― “scan-ography”, l’ha chiamata ― per interrogarsi sulla realtà quale costruzione artificiale, una proiezione del nostro spirito, piuttosto che un dato oggettivo certo… Embé, che c’è di così straordinario, potreste chiedermi… Io vi risponderei che un conto è scannerizzare una carta d’identità, un conto scannerizzare la tomba di Balthus…

Gli arlesiani, poi, son gente affabile, non come il cliché dei francesi che abbiamo in mente. Combattono con un maestrale che li coglie in maniera sempre imprevedibile da secoli. Sanno solo che dura tre giorni, ma viene quando vuole. Ed è proprio così: arriva quando vuole e dura tre giorni. È gente che si gode la vita. Per quanto mi sia stato detto che Arles è una cittadina comunista, popolare, povera in canna fino a pochissimi anni fa, quando una ricca mecenatessa svizzera se n’è  invaghita e ogni anno sborsa fior fior di franchi perché vengano investiti in arte e cultura… L’occhio di Frank Gehry, l’archistar che tutti conosciamo, ha visto lungo anche stavolta, e il suo team sta lavorando ― proprio grazie ai di lei finanziamenti ― a un mega progetto, il Luma Art Campus o Parc des Atelier, centro d’avanguardia nel campo di arte e design contemporaneo con una torre alta 56 metri in puro stile Gehry: lamine d’acciaio, riflessi, sensation.
E chi non la vorrebbe, una mecenatessa svizzera?!

Per due settimane mi sono sentita a casa. E sono le piccolezze e le abitudini che fanno di un paese “casa”. Una su tutti. I francesi sono restii a fermarsi alle strisce pedonali, proprio come noi italiani. Loro si fermano, e noi ci fermiamo, ma con quell’atteggiamento “ti sto facendo un favore, passa dai” che ci accomuna ― e infatti il pedone si sente sempre in dovere di mostrare riconoscenza per la grazia concessa. Non è come nei paesi anglosassoni o tedeschi, dove il guidatore comincia a rallentare a 700 metri di distanza, suddito della monarchia del pedone-padrone. Quindi con piacere ho trovato quest’insofferenza nei guidatori di Arles, che è un po’ la MIA insofferenza davanti ai passanti…

Ah ma ora la pianto e cerco di ricordare cosa fu, e come fu, l’ultimo Let’s Movie prima del summer-break. Ho chiaro in mente il momento in cui il D-Bridge, l’Onassis e io ci trovammo al Viktor Viktoria per vedere “It Follows”, tutti e tre con una gran voglia di essere spaventati. Eravamo carichi carichi, come quando stai per affrontare il tunnel degli orrori al luna park e una parte di te opterebbe volentieri per il tiro al bersaglio e l’altra non vede l’ora di addentrarsi. Purtroppo, sono bastati un paio di salti sulla poltrona e già avevamo esaurito il nostro credito di spavento. Ed è un peccato: le premesse erano buone, buonissime.
“It Follows” racconta la storia di Jay, una sana ragazza della periferia americana che si prende una cotta. Dopo la prima notte d’amore, lui le confessa che quel rapporto l’ha condannata a un incubo: un’entità non ben identificata è sulle sue tracce e la seguirà fino a ucciderla, a meno che lei non passi la maledizione a qualcun altro, andandoci a letto ― una specie di AIDS in cui il virus è il Male.
L’idea è molto molto buona e affonda le radici nell’archetipia dell’orrore: una presenza in forma di un “It” generico a cui non sappiamo dare né volto né nome, che segue e perseguita ― “follows” ― una povera fanciulla rea soltanto di aver praticato l’amore… Eros e Thanatos a confronto: più archetipia di così?

E poi ci sono certe ambientazioni davvero riuscite, perché inaspettate. Non è tanto la notte buia e tempestosa che inquieta ― quella è scontatamente spaventosa, agisce più che altro sulla psiche infantile. Ma cosa c’è di più inquietante di vedere qualcosa di spaventoso in pieno giorno, in un luogo comune e apparentemente sicuro ― una scuola, una spiaggia? E cosa c’è di più inquietante se quel qualcosa, lo vediamo noi ― ovvero lei, la protagonista, Jay ― ma non gli altri, gli amici? Solo lei (=noi) e il Male? L’effetto è senz’altro quello di rinviare al senso di solitudine della vittima: per quanto Jay, la vittima, si sforzi a spiegare e a coinvolgere gli altri, sarà lei, lei sola, a dover trovare il modo di cavarsela. E ancora, cosa c’è di più spaventoso del tonfo di un pallone lanciato contro una finestra, in pieno giorno?

Quando Mitchell, il regista, si mantiene su questo registro, allora fa centro. Ma nel finale si lascia andare allo stereotipo inverosimile e perde la paura degli spettatori. La paura, per essere scatenata, ha bisogno di verosimiglianza: se percepiamo una situazione come improbabile, la paura si defila. Ma se viene coltivata con delle situazioni che potrebbero capitare anche a noi, allora la musica cambia. Se il regista avesse rinunciato alla piscina e agli elettrodomestici ― ovvero, all’improbabilità ― e avesse propeso (propenduto?!) per un finale più sospeso (qui è senz’altro sospeso), cioè più irrisolto, allora ce ne saremo andati a casa con quella sensazione di creepiness e di disagio che ogni bravo horror, per essere bravo, deve lasciare.

Ed è vero che se di un film si elogia la colonna sonora o la fotografia, il film non è tutto ‘sto granché. Così si dice. Ma nel caso di “It Follows”, la colonna sonora, concepita da questo sound-artist che si chiama Disasterpeace ―non mi chiamassi Board vorrei Disasterpeace per nome!― be’ fa gran parte della riuscita del film. Mescola un basso ronzante di fondo con pezzi elettronici e ottiene delle sonorità che ti si attaccano addosso e non ti scolli più ― che poi, dicevamo, è l’effetto a cui dovrebbe ambire l’horror.

Un altro punto a favore del film è la lentezza ― sì, lo dico sfidando il vostro sguardo in tralice…. La macchina da presa indugia volutamente su situazioni o semplice oggetti apparentemente insignificanti ― un sandwich in decomposizione, una piscina da sobborgo, un cortile di una scuola ― ma che in realtà contribuiscono alla costruzione di un ambiente paranoico e claustrofobico in cui l’incubo cresce a poco a poco, e può assalirti in pieno giorno. Se la tenebra dilaga nell’alba, non c’è più alba che dissipi la tenebra, giorno che sconfigga la notte. Non c’è più riparo, soluzione. Solo il Male. E di lì, quindi, la costante paranoia di essere inseguiti, spiati, contagiati. Questo sì, funziona. E sapete anche, cos’altro? L’anonimità dei luoghi in cui è girato. Una cittadina di provincia come tante. Come le nostre. Parchi e altalene, un lungomare. Con dei ragazzi come tanti. E Jay, una ragazza normale, come noi. A questa atmosfera quotidiana ― ma anche, per questo, un po’ dechirichiana ― si aggiunge la totale mancanza degli adulti. Anche qui, a ribadire l’assenza di protezione. Nessun paparino da chiamare, nessun fratellone che venga a salvarti.
Insomma si vede che Mitchell è venuto su guardando e riguardando Lynch e Kubrick. E aspetto il suo prossimo film con curiosità. In “It Follows”, come s’è detto, c’è del good e c’è del bad… Ma non è così in ognuno di noi, dopotutto?

E su questo insipido tentativo di suonare darioargentina, passo al film della settimana.
Fate conto che è ancora agosto, quindi la programmazione è quella che è… Nessun “Quarto potere” all’orizzonte, per capirci…

SUICIDE SQUAD
di David Ayer

Dunque questo film ha letteralmente spaccato a metà la critica.
Chi l’ha detestato, chi l’ha adorato. Ero tentata di vederlo d Arles, ma ho preferito tenermelo per Lez Muvi: voi Fellows mi siete mancati in quanto esseri speciali, ma mi è mancato anche fare a botte con voi fuori dal cine. Quindi andiamo, vediamo e ci meniamo ― sempre dialetticamente, s’intende 🙂

Una comunicazione di servizio, ora.
A metà settimana il Board sbarca a Venezia per la 73esima Mostra del Cinema. 🙂 È la prima volta, e me ne vergogno non poco, in qualità di Board. Ma si vede che non è mai stato il momento giusto. Quest’anno, anno bisesto ― il cui coté funesto, credetemi, sto cercando di trasformare in fRunesto… ― sembra essere l’anno giusto, e io sbarco al Lido. Con il mio bell’accredito stampa intorno al collo, grazie a Lez Muvi e a voi 🙂
Pertanto domenica prossima non riceverete, temo, alcun pippone… La settimana dopo, però, vi aggiornerò sull’esperienza 😉
Per ora, se volete sapere chi ci sarà in Laguna, fatevi un Frullato…http://www.magazzino26.it/73-mostra-arte-cinematografica-di-venezia-art-music-show/ 😉

E prima di scappare via, come alla fine del primo giorno di scuola dopo le vacanze, non perdetevi i due Maelstrom. Sì, sono due, non vedete doppio… 🙂 Del resto, dopo un mese di silenzio…
Nel primo devo dar credito a un nuovo modo di guardare il cinema scoperto grazie alFellow Impastato… E nel secondo vi segnalo un classico dal Mastro che magari qualcuno di voi ha piacere di vedere 😉

E ora i graziegraziegrazie di rito e i saluti, stasera, obbiettivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM 1 – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Il Fellow Impastato, all’anagrafe Giuseppe Zito, mente dietro la programmazione artistica del Teatro di Pergine e di Effetto Notte, si è inventato questo nuovo sistema di guardare il cine che io trovo geniale e che spero il Mastro adotti, prima o poi…
Immaginate un androne interno di una casa antica, a pianta quadrangolare, noi pubblico sdraiato su dei materassini stesi per terra, e sopra di noi uno schermo, tirato da un capo all’altro del cortile. Come se stessimo prendendo il sole, ma al posto del sole, il cine! 🙂 Ed è la posizione ideale per godere del cine ― in quel caso, “Daydreams” di Buster Keaton, un cortometraggio che calzava pure tematicamente alla proiezione supina, e pure rimusicato dal vivo… Le braccia dietro la testa a mo’ di cuscino, le gambe incrociate a mo’ di Tom Sawyer… Si potrebbe volere altra tintarella dalla vita?!?
Il D-Bridge può testimoniare che non mi sarei schiodata più da quel materassino… 🙂
Bravissimo Impastato!

MOVIE-MAELSTROM 2 – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Per i cinefili spinti e con gran sprezzo del pericolo, martedì e mercoledì, alle ore 20:30, il Mastro ci propone la versione restaurata di “I cancelli del cielo”, film-fiume controverso di Michael Cimino che fece discutere tutta Hollywood e tutto il mondo quando uscì. Se le vacanze vi hanno corroborato per bene, non avrete problemi a reggere i 216 minuti della durata che dura…

SUICIDE SQUAD: Un ente governativo segreto gestito da Amanda Waller e chiamato Argus, crea una task force composta da terribili criminali. A loro vengono assegnati compiti pericolosi da portare a termine. In cambio la promessa di ottenere la clemenza per le loro pene detentive.

I CANCELLI DEL CIELO: Siamo nella contea di Johnson, nello Wyoming, verso la fine del secolo scorso. I grandi allevatori sono in guerra contro gli immigrati dall’Europa dell’Est, che reclamano la terra che è stata loro promessa. I contadini sono difesi dallo sceriffo Averill, mentre gli allevatori hanno come legale un amico di gioventù dello stesso Averill, Billy Irvine. Lo sceriffo riesce a organizzare militarmente gli immigrati e ad affrontare finalmente lo squadrone dei killer pagati dagli allevatori in una sorta di battaglia campale.

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LET’S MOVIE 245 – propone IL RACCONTO DEI RACCONTI e commenta RITORNO ALL’AVANA

LET’S MOVIE 245 – propone IL RACCONTO DEI RACCONTI e commenta RITORNO ALL’AVANA

IL RACCONTO DEI RACCONTI
di Matteo Garrone
Italia 2015, ‘125
Lunedì 18 / Monday 18
21:30 / 9:30 pm
Astra / Dal Mastro

 

Foody Fellows,

Il primo maggio scorso eravamo in altre faccende festivaliere affaccendati, e non abbiamo dato spazio all’evento dell’anno. Sì, quello, Expo 2015.
Non essendo una slow-fooder, e tendendo piuttosto al fast-running davanti ai tavoli del catering, potrei sembrare la voce meno adatta per supportare l’evento. E invece NO. Non vi faccio lo spottone sulle perle casearee dell’alta Val Badia o della bassa Val Venosta che potrete trovare nei rispettivi stand. Né vi spingerò al workshop calabrese “‘nduia chi viene a cena?” ―un workshop così dovrà esserci sicuramente, dai.
Io vi spingo ad andare ―e ci andrò― per un motivo principale, accompagnato da un corollario di motivi corollaterali. Il motivo principale è: il padiglione degli Emirati Arabi Uniti di Norman Foster (ave a Lui). Sicuramente l’avrete adocchiato nelle immagini scialaquate durante i giorni eufioria post-opening. A me ricorda l’interno dei mitocondri, e trovo che sia molto originale dedicare il padiglione alla struttura interna dei mitocondri, ché uno non ci pensa mai, a loro. Naturalmente non è che Foster poteva dire, mi sono ispirato alle membrane mitocondriali ―avrebbe generato della perplessità. Allora ha semplificato un po’ il tutto e ha fatto buttar giù una versione ufficiale… “Lo spazio evoca da un lato le strette strade pedonali delle città della penisola arabica e dall’altro le forme morbide e sinuose del deserto”…Certo Norman, come no… Tanto noi sappiamo che quello è un monumento a ciò che la mitocondrialità ha fatto per la specie. I press-realease rilascino un po’ quello che vogliono. 🙂
Accanto al capolavoro di Foster, ci sono altre bellezze padiglionari a cui andremo a rivolgere il nostro stupore. Qui li trovate tutti in versione tascabile, http://www.expo2015.org/it/partecipanti. Sinuosi, rugosi, affilati, tondeggianti, non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Ho sentito che a fine Expo tutte queste opere d’arte verranno smantellate ―forse qualcuna rimarrà, forse. Io non so come si possa anche solo lontanamente concepire la demolizione del monumento al mitocondrio (!), quindi spero che farà fede il precedente della Tour Eiffel, eretta in occasione dell’Exposition Universelle del 1889, e 125 anni dopo è ancora lì a dirigere il traffico parigino, con quel suo nasino all’insù. I precedenti avranno la precedenza, o no??!
Riaggiorniamoci a fine Expo per fare il punto.

Quassopra mi sono soffermata nel milanese perché ne valeva la pena e perché il Lez Muvi di giovedì mi ha lasciato un po’ così. Non male, intendiamoci. Al mio fianco avevo un Fellow da fuori regione ―be’, da fuori galassia― il Fellow Darth Veter, che nonostante domini il lato oscuro della Forza, ha fatto il bravo Movier e ha lavorato per seminare il verbo luzmuviano trascinandosi appresso il Guest Nicola ―che sperei di far finire nelle segrete lezmuviane molto presto. Non mi sono meravigliata dell’assenza di certi beneamati solito noti; immaginavo il malcontento suscitato dal titolo proposto. Ciononostante, molto heidi, ci speravo. Ritenterò.

Sì, il film mi ha lasciato un po’ così. Quattro, no cinque amici non al bar ma su una terrazza dell’Avana organizzano una rimpatriata dopo 15 anni di lontananza in occasione del ritorno a Cuba di uno di loro, Amadeo, emigrato a Madrid nel 1998. Queste due righe già vi portano a collocare il film accanto a certi suoi predecessori ― più meritevoli ― che hanno roteato intorno al motivo centrale della “reunion” . Penso al “Grande freddo”, a “Le invasioni barbariche” oppure “a Compagni di scuola” di Carlo Verdone ― di quest’ultimo si consiglia caldamente la ri-visione. Tutti film, questi predecessi, concentrati su un gruppo di amici che si ritrovano un tot d’anni dopo essersi conosciuti e aver condiviso una parte di gioventù. In storie così, il revivalismo è inevitabile, e inevitabilmente condito da quella nostalgitudine e da quella mitizzazione del passato di cui cadiamo vittime quando ne parliamo, come se il passato fosse sempre gli anni d’oro del grande Real, gli anni di Happy Days e di Ralph Malph ― 883 la cifra stilistica, l’avete indovinato sì.
Nel film il ritorno alla dimensione del ieri si affianca, abbiamo detto, al ritorno all’Avana di Amadeo, che comporta la revisione del rapporto di questi personaggi fra loro, e tra loro e la propria terra, Cuba, un luogo particolare cui tornare, con la sua storia post-embargo di cui noi sappiamo poco ― di cui IO so poco.
E forse è proprio lì che il film mi ha perso, o che io ho perso lui. È stato come entrare in una conferenza a dieci minuti dalla fine. Ho colto le conclusioni, ma mi mancavano le premesse e l’argomentazione. Non riuscivo a vedere oltre quello che gli indici dei personaggi indicavano, i fatti storici riguardanti Cuba cui alludevano e che io non conoscevo. Ovviamente Cantet è un regista sapiente e non ha ceduto allo spiegone, né tantomeno ha inserito “devices” esterni che avrebbero potuto permettere dei flash-back e colmare le lacune dello spettatore medio ignorante (tipo la qui presente). Quindi lascia tutto non-detto: se sai, bene, se non sai recuperi dopo il film. E infatti così ho fatto, scoprendo, per esempio, che negli anni ’90 Cuba ha vissuto una situazione d’isolamento e di grande crisi, fin peggiori di quelle conseguenti allo storico Embargo. Rafforzando il controllo dello Stato, nazionalizzando l’industria, e collettivizzando l’agricoltura, Castro ha praticamente eretto un nuovo regime, reprimendo ogni forma di dissenso politico, esercitando un pesante controllo sull’informazione e praticando intimidazioni di ogni sorta. Dopo aver spulciato vari Bignami online sulla storia cubana ed essermi fatta un quadro un po’ più chiaro, ho capito meglio le dinamiche fra i personaggi e la malinconia che li contraddistingueva. Giovedì mi sembravano cinque disperati con molti rimpianti, molto senso del tempo passato e troppi (davvero TROPPI) “ti ricordi…?”, con cui non mi riusciva proprio di empatizzare 🙁
In verità non so se questo dipendesse dal 4 che mi sarei beccata in Storia Cubana, o dal fatto che Cantet non abbia saputo universalizzare quei loro stati d’animo: rinserrandoli entro i confini di un passato e di un paese specifici, sono lì che finiscono per rimanere, purtroppo, non vengono verso di noi. Insomma, delle gran chiacchiere, ma che restano tali, non ti toccano.
Se non altro il film non mostra e non fa sentire la solita Cuba. Niente spiagge da cartolina, niente Buena Vista Social Club in sottofondo. È interamente girato sulla terrazza di un condominio squallido, in un quartiere di condomini squallidi, tantoché la mia prima domanda è stata “ma Cuba è così??”, con quel tono tra disappunto e delusione che ti strizza la voce quando scopri che Jesolo, cavolo, è così…
Il cine ci aiuta anche a stracciare le cartoline con cui siamo cresciuti e inserire nuovi scorci, nuove realtà –a questo punto potrei ricorrere a una commistione anglo-austrungarica ed escalmare “God save the Kino”! 🙂
E proprio vista l’unita di tempo e luogo, “Ritorno all’Avana” potrebbe essere benissimo una pièce teatrale. Anzi, forse il teatro sarebbe stato il luogo più adatto in cui allestire questo dramma del ritorno e del “nostos” ― non a caso il titolo originale del film è “Retour à Itaque”…
Ma in fondo il film di Cantet, per quanto non ci abbia entusiasmato, ci è servito da camera iperbarica, uno spazio di decompressione fra un capolavoro (“Forza maggiore”) e il prossimo Lez Muvi, che naturalmente è

IL RACCONTO DEI RACCONTI
di Matteo Garrone

Cheddire di Matteo? Nulla, al momento, se non che lo si ama sin da quando girò “Ospiti” nel 1998… È a Cannes, ora, e speriamo ci rimanga il più a lungo possibile, dato che è in concorso. Noi si va a vedere il film tenendo a bada quell’idra che alimenta le aspettative di tanti noi Moviers che parteggiamo spudoratamente per il team italiano schierato sulla Croisette ―Garrone-Moretti-Sorrentino le tre punte di sfondamento che tante Nazionali Cineasti c’invidiano. 🙂

Dopo l’eccesso di zuccheri a cui mi sono lasciata andare la settimana scorsa sul film di Ostlund, oggi mi sono moderata ― la dieta Dukan applicata a Lez Muvi… E concludo con 180 ml di Movie Maelstrom, evitiamo di appesantirci col riassunto, e porgiamo saluti, moderatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dedico il Maelstrom ai 10 minuti di applausi piovuti su “Mia Madre” di Nanni Moretti alla proiezione al Festival di Cannes, l’altroieri. Alla faccia di chi dice che il cine italiano arranca, che non è più quello di Scola, De Sica e Corbucci… Ai signori del penso-negativo dico che questo squarcio di secolo a cavallo fra due millenni ci ha dato Moretti, Garrone, Sorrentino. Ogni tempo, i suoi dei…

IL RACCONTO DEI RACCONTI: Fantasy ambientato nel 1600, liberamente tratto da “Lo Cunto de li cunti” di Giambattista Basile, autore napoletano del XVII secolo, precursore di tutta la letteratura fiabesca dei secoli successivi. Sono tre storie diverse che si intrecciano, relative alla descrizione di tre regni con tre sovrani diversi, ciascuna con un protagonista diverso: Salma Hayek nel primo episodio, Vincent Cassel nel secondo e Toby Jones nel terzo.

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LET’S MOVIE 206 – MALEFICENT

LET’S MOVIE 206 – MALEFICENT

MALEFICENT
di Robert Stromberg
USA, 2014, 97’
Lunedì 7/Monday 7
20:20 / 8:20 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

Mankind Moviers,

Non so voi come abbiate reagito a Sarkozy indagato…Io con una risata isterica: 50% malevolo godimento verso i primi cugini che ―fastidio!― fanno sempre i primi della classe e sbuffano anacronistici come le locomotive, 50% benevola compartecipazione con loro, che si trovano davanti al politico nazionale nei guai con la legge. Traffico di influenze, violazione del segreto istruttorio, un’amicizia ventennale con bella-zio Gheddafi ―se devi pagarti delle elezioni, chiama Muammar e vedi che una mano te la dà…  Il marito della première dame (allibità, naturalment) si è indignato, minaccia rappresaglie, denuncia “una strumentalizzazione politica di una parte della giustizia”… Sono certa che anche a voi questa reazione e queste parole riportino alla mente qualcuno a noi molto familiare… Qualcuno che adesso sta alle prese con i lavori socialmente utili…
Sì, ho riso, leggendo questa notizia, trovando che una delle verità su cui “Synecdoche, New York” ragiona, si applica benissimo a più ambiti, non ultimo quello della politica. “Ognuno è tutti”, recita la verità profonda del film: ciascuno di noi è soggetto e oggetto di situazioni che accomunano tutti gli uomini. Ampliando il concetto e prendendo spunto dallo scandalo Sarkozy, possiamo ragionevolmente sostenere che a tutti gli stati capìta, prima o poi, il Berlusca della situazione. Che forse il Berlusca della situazione, oltre ad essere il metro e 68 taccato residente ad Arcore, è anche un’entità che si incarna ciclicamente e sistematicamente nella classe politica di un paese determinandone lo svilimento etico. Un’entità che invero s’incarna nel metro e 68 sempre taccato residente in Rue-de-Quelquechose determinando lo svilimento etico del proprio pease…Una specie di poltergeist, o Dibbuk nero. O vero farabut, scegliete voi.

Nonostante suoni semplice all’apparenza l'”ognuno è tutti” del film di Kaufman è un postulato complesso e può essere letto da svariate prospettive, come per esempio quella che enfatizza la comunanza ―io provo quello che provi tu, ergo io sono come te, ergo io sono te― oppure quella che guarda alla ctonia (ctonia??) assenza di specificità individuale: nonostante le differenze che ci distinguono gli uni dagli altri, siamo fondamentalmente tutti uguali, tutti facciamo le stesse esperienze, tutti convergiamo verso un finale ineluttabile… “Ognuno è tutti” è il meccanismo che soggiace alla sineddoche: figura retorica che indica la parte per intendere il tutto ―come dire “due ruote” per riferirsi una moto, per capirci. È un procedimento che usiamo in continuazione, insieme al suo opposto, la metonimia, e questo mi fa capire ancora una volta quanto gli automatismi sottesi alla grammatica espressiva contengano al loro interno delle aspirazioni superiori che tendono alla speculazione filosofica… Del resto, cos’è una metafora se non una proiezione di me in un altro da me?

Prima di proseguire nel pippone però devo dirvi che martedì abbiamo riempito un’intera fila di posti dal Mastro ―qualcuno di voi vi prego avvisi la stampa, e riferisca che l’ultimo posto in fondo era libero in onore della Fellow Fra-ae.f.: l’imminente partenza per le vacanze l’ha costretta ad anticipare la visione di una sera. Se non volete sottoporre alla stampa questo piccolo ritocchino del reale, potete pure considerare quel posto libero come il posto del Movier Immaginario, il miglior groupie che ci sia: non si è mai perso un Lez Muvi MAI. 🙂
Elenco la mia fila di fichissimi partendo dal più alto a destra ―sì avete indovinato, il WG Mat― poi la Guest Carolina che grazie al senso dell’ironia appena appena accennato si aggiudica il cine-nomino di Fellow Carironica, il Fellow D-Bridge, a cui preme far sapere che assegna uno zero come voto al film (ma a lui piacciono le Giraffade, quindi il peso specifico del suo giudizio è pari a quello dell’idrogeno 🙂 🙂 …fortuna sua, il contributo quale Movier-recruiter della Fellow Carironica riporta il suo peso specifico in zona mercurio ;-)); poi c’è l’Anarcozumi, purtroppo priva di mannaia ―avrebbe tagliato, con forza zumiana, una buona mezz’ora al film (e come darle torto); poi ci sono io, che non merito altri commenti; poi c’è la Fellow Vanilla, che ha combattuto e sconfitto forze oscure che remavano contro la sua partecipazione a Lez Muvi ―scuola Sailor-moon, brava; poi c’è il Fellow Felix, che mi ha fatto provvidenzialmente, sacrosantamente notare che il film non è del 2013, com’ero convinta io, bensì del 2008, Blunder Board che sono; e ultimo, ma non certo per resistenza, il Fellow Onassis Jr. incontrato per caso un’ora prima di Lez Muvi mentre entrambi correvamo per Trentoville, perché in fondo, in Bolt we trust. 😉

And now back to the lot… Parto dai problemi di “Synecdoche, New York”: ha diviso un po’ gli animi…Sapete quando vedete disegnarsi sui visi delle persone un grande “Boh”, tipo quello di cui scrisse il Guru Cherubini dope l’infanzia Jovanotti. E non a torto. Il film è come un grosso organismo cinematografico che ri-partorisce se stesso per 120 minuti. Va oltre la “semplice” (semplice!) reiterazione di motivi aprendo scatole cinesi dentro scatole cinesi dentro sctole cinesi dentro scatole cinesi (sì mi fermo). È una storia in bilico costante tra realtà e finzione che si moltiplica con le stesse modalità all’infinito ― quasi biologicamente ― riproponendo le stesse scene, le stesse azioni in un incastro da cui scastrare la mente risulta operazione  mooolto faticosa.
Il limite del film è proprio il rifiuto di darsi un limite. Se Kaufman avesse tagliato 25 minuti buoni nella seconda parte, evitando d’indugiare su ciò a cui lui piace molto indugiare ― l’approccio cerebrale alla cinematografia, la riproposizione massiccia della coazione a ripetere ― e avesse resistito all’abisso della myse-an-abyme ― “un’immagine contiene una piccola copia di se stessa, ripetendo la sequenza apparentemente all’infinito”, così venite preparati all’esame di Teoria della Cinematografia II 😉 ― il film ne avrebbe senz’altro guadagnato. Tutto questo, infatti, comporta un eccesso di materiale contenuto, come s’è detto, all’interno di un involucro formale altrettanto imponente, ed esigente. Ora, facciamo due conti: 100 kg di peso netto (ovvero il contenuto) + 100 kg di tara (ovvero la forma) fanno 200 kg in totale. Capite che “appesantiti” è la sensazione con cui si esce dalla proiezione: 200 kg di roba addosso sono, come dire, pesanti…
Tuttavia, chevvoletechevidica, a me è piaciuto. Un film deve prendermi e scuotermi dalla testa ai piedi, oppure, in alternativa, oliarmi gli ingranaggi della psiche. “Synecdoche, New York” appartiene alla seconda categoria.

Caden Cotard, protagonista del film, è un regista teatrale alle prese con il suo imminente spettacolo―la messa in scena di “Morte di un commesso viaggiatore”, chissà se qualcuno dei Moviers si è accorto della locandina che passa velocissima in una scena.. Già capiamo, sin dall’inzio, che qualcosa non quadra. Il film si apre con una splendida canzoncina canticchiata da Olive, la figlioletta di Caden, che parla di morte e catastrofe. Caden è in crisi con la moglie Adele, un’artista che, dopo la prima della pièce tetrale, lo lascia e si trasferisce per un periodo ―un periodo che poi durerà tutta la vita― a Berlino, portando con sé la figlia. A questo punto Caden si sconnette dalla realtà come la conosciamo noi ed entra in una dimensione di finzione egocentrata e temporalemente sballata dalla quale non uscirà più.
Nel frattempo vince il McArthur, prestigioso premio teatrale che gli permette l’agio finanziario e gli dà modo di realizzare la SUA opera: mettere in scena la propria vita mentre sta accadendo, con attori che interpretano se stesso e le persone che lo circondano, in una New York ricostruita pezzo pezzo in un enorme teatro di posa. A questo punto, capirete, scatta il rompicapo ―in cui Kaufman sguazza― fra attore e personaggio vero, tra vita vissuta e vita recitata, finzione e realtà ―che comunque è una realtà fittizia: siamo pur sempre dentro un film, e Kaufmann ci sguazza ancora! Attori e personaggi si fondono e confondono: piano piano il mondo riprodotto sul set, che deve mimare la vita vera, finisce per invaderla: di qui la sensazione di stare ad osservare un enorme organismo unicellare che si scinde ad limitum, partorendo piccole catastrofi, delusioni, sofferenze ― ad limitum pure quelle. E arriviamo fino al paradosso più estremo: Caden assume un’attrice per interpretare se stesso regista e farsi dirigere attraverso un auricolare che gli suggerisce cosa deve fare e dire ―sì, esatto, come Ambra a “Non è la RAI”.
Le parole più difficilmente accettabili, sulla vita e la morte, la transitorietà e la futilità di tutto, la sostanziale fragilità delle nostre ambizioni e il doloroso riconoscimento dei nostri limiti e della nostra mediocrità, vengono pronunciate proprio da questa voce asettica, nel finale, che qualche anima infinitamente buona (o sconfinatamente perversa!) ha pubblicato su youtube, e che vi prego, vi prego down on my knees, di voler cliccare, https://www.youtube.com/watch?v=BRkoouy3WyM

Ora vedete, sentirsi dire “hai realizzato che non sei speciale”, per noi super-umanità imbottita quotidianamente dalla mistica mediatica del talent a-tutti-i-costi, non è tanto semplice, e siamo portati a borbottare “Sì be’, se devo venire al cine per deprimermi”… Ma andiamo più in là del borbottio, s’il vous plait… Abbiamo necessità, di sentircelo dire, Moviers, pensateci. Abbiamo anche bisogno di ricordare che le nostre esperienze sono le esperienze di tutti ― “ognuno è tutti” ricordate? ― e questo è il vero dono che ci è concesso, in quanto umanità. Sentire gli altri. Sentire.

Quanto al tempo, subisce una sovversione ―o piuttosto, perversione― in Caden. Nel corso del film, e del “film” della sua vita, Caden invecchia, ma senza rendersene conto: è talmente smarrito nella rappresentazione di se stesso, talmente sprofondato nel proprio io che vuole ricreare all’infinito e immortalare per i postumi attraverso la finzione teatrale, ed è pure talmente immerso in questo pantano temporale di eterno presente, da non accorgersi che la morte è lì, proprio lì, just two steps away; e che tutto è passato, che tutto passa, e finisce.
Architettonicamente parlando, “Synecdoche, NewYork” è una cattedrale di rimandi da estasi pura per lo studente di cinematografia che deve scrivere la sua tesi di dottorato. Del resto, come si diceva mercoledì sera, sin dagli albori, l’arte ripete sempre la stessa storia.
Non possiamo NON trovarci Pirandello e la crisi identitaria dell’uomo moderno che, rifrangendosi negli specchi di una realtà priva di riferimenti e certezze, si frange psichicamente dentro involucri vuoti, simulacri di sé che lasciano il tempo che trovano ― vedi gli attori che impersonano Caden (un aspetto intellettualmente molto appetitoso per i miei gusti è stato notare che l’attore spilungone che impersona il personaggio di Caden nella sua pièce teatrale comincia a seguirlo sin dall’inizio della sua vita ― ci avevate fatto caso, Moviers? Faceva capolino da dietro un albero o alla fermata dell’autobus… ― come se il doppio da sé fosse in realtà una presenza presente nel vivere vissuto, non sol recitato…creepy eh… ;-)).
Non possiamo NON trovare Italo Svevo, l’esternazione fisica del malessere psicologico che affligge lui e la sua coscienza. Così come Zeno claudicava, Caden sperimenta ogni sorta di magagna fisica ―pustole, poo dai mille colori, disturbi visivi, cardiaci, motòri (parlando di Zeno… a un certo punto, Caden zoppica con la gamba destra, proprio come lui…).
Non possiamo NON trovare l’”Otto e mezzo” di Fellini: Guido in crisi con la realizzazione del suo film, perseguitato dal senso del fallimento, dall’incapacità di portare a termine un progetto (quell’inettitudine che ricorda anche il Fitzcarraldo di Herzog): allo stesso modo Caden conclude la sua vita ma non concluderà mai la sua pièce teatrale condannata a un eterno work-in-progress, in un beffardo scherzo del destino per cui il finale biologico spesso non coincide con quello artistico. Pensate, Caden non riuscirà nemmeno a trovare un titolo con cui chiamare la sua opera, come se l’atto stesso del nominare un’esperimento del genere fosse impossibile, o semplicemente insensato… Non possiamo NON trovare, il Bardo ― non il Board eh, il Bardo Shakespeare 🙂 ― di “As you Like It”: “Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti”. O Erasmo da Rotterdam ― “Tutta la vita umana non è se non una commedia, in cui ognuno recita con una maschera diversa, e continua nella parte, finché il gran direttore di scena gli fa lasciare il palcoscenico”.
E naturalmente non possiamo NON trovare lui, Charlie Kaufman, nelle opere che l’hanno preceduto come sceneggiatore ― “Il ladro di orchidee” e “Essere John Malkovich” in particolare.

Quello che colpisce di questo film è l’ossatura sostanzialmente realistica ―un realismo davvero quasi mediocre da poetica del quotidiano— che tuttavia ingloba al suo interno elementi spiccatamente surreali. Per farvi un esempio, Hazel, amante e poi assistente di Caden, vive in una casa che va letteralmente a fuoco: una trovata geniale perché la casa in fiamme è vissuta come se fosse la cosa più naturale del mondo, e per me (mia interpretazione, watch out) è il contenitore della passione panica di questa burrosa ragazza dai capelli rossi (rossi!) che arde panicamente di vita, e non solo d’amore per Caden (che peraltro amerà per sempre). C’è del fantastico, del visionario anche, ma siamo lontani anni luce dal fantastico-visionario di un Terri Gilliam, o di un Lynch. In quella scena siamo piuttosto tra Wes Anderson e Aki Kaurismaki…Qualcosa che ricorda “Moonrise Kingdom” o “I Tenenbaum” o “Miracolo a Le Havre”: l’inserto dell’elemento totalmente assurdo in un impianto totalmente realistico.

Insomma, se siete corazzati, se vi lasciate sedurre dal cerebro(leso) come me, se potete tollerare un labirinto cinematografico che vi trascina nelle ossessioni di una mente dissociata e/o visionaria e nella spietata durezza di questa nostra vita dalle ore contate, se volete domande, cercate risposte, e non temete l’overdose di virtuosismi stilistici, allora avventuratevi! E tranquilli, se dopo il bombardamento da scarica ad alto voltaggio cinephile volete alleggerire l’apparato neurologico, un paio di Vanzina una volta al dì e passa tutto. 🙂

E dopo gli psico eccessi di Kaufman (cacchio quanto cacchio ho scritto?!), questa settimana ci va di favoleggiare con

MALEFICENT
di Robert Stromberg

Sì lo so, l’orario ha dell’imbarazzante ― ma che mi rappresentano le 8 e 20?? Anyway… L’Anarcoazumi vide il film appena uscì e ce ne raccontò a caldo, in termini molto entusiastici. Ci stuzzicò la voglia già allora, ma prima avevamo altri titoli in attesa di Moviers. Ora che il piatto piange, ripeschiamo dalla dispensa gli amabili resti (Sebold che citazione!) 🙂
Ah non cadetemi vittima del pregiudizio eh, non è la solita storiella: è una rilettura postmoderna della favola della Bella Addormentata. E se poi non vi va di venirci per quello, venite per apprezzare l’operato dell’arrotino californiano sugli zigomi di Angelina Jolie: due capolavori assoluti. 🙂

E anche per oggi, Moviers, I paid my dues. 🙂 Grazie tante, al solito. E al solito, riassunto ad ammuffire in cambusa, Movie Maelstrom in fermento a babordo e saluti, questa sera, umanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Per quei due di voi intrigati da “Synecdoche, New York”, qui, http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=2073 , trovate un pippone di approfondimento interessantissimo: il regista Charlie Kaufman intervistato da Wired, e un esilarante “Piccolo glossario sineddochico”, con cui le mie sinapsi hanno banchettato  😉

MALEFICENT: Maleficent racconta la storia inedita della leggendaria strega del classico Disney del 1959 La bella addormentata nel Bosco ed esplora la vicenda del tradimento da lei subito, che le ha indurito il cuore. Assetata di vendetta e nel disperato desiderio di proteggere le brughiere su cui domina, Malefica lancia una crudele e irrevocabile maledizione su Aurora, la figlia neonata del re. Aurora cresce nel conflitto fra l’amato regno del bosco e il regno umano di cui è legittima erede. Malefica si rende conto che la fanciulla potrebbe portare la pace nel territorio e si vede costretta a commettere azioni radicali, che cambieranno per sempre il volto di entrambi questi mondi.

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Let’s Movie CXXXIII

Let’s Movie CXXXIII

IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO
di Christopher Nolan
USA 2012, 160’
Martedì 21/Tuesday 21
21:00/9:00 pm
Smelly Modena/Multisala Modena

Ferro&Fuoco Fellows,

Assetto bellico questa domenica!!

“Il giorno 16/08, mentre mi trovavo all’interno della piscina comunale, ignoti mi hanno asportato la bicicletta, regolarmente chiusa”. Così scrivono i Carabinieri nelle denuncie quando ti fregano la Angel mentre nuoti nella Foggy, la piscina più Laos che possiate immaginare.
Insomma esco fuori dopo XXX vasche e non la trovo più! 🙁 🙁

“Eeeeeccchessssaràmmmai!” mi direte voi, cercando di rincuorarmi, e ben consci che la Angel aveva i suoi begli anni e presto sarebbe stata da rottamare. E avete ragione eh. Ma vedete, io  ci ho fatto di tutto su quella bici! Riso, pianto, litigato, chiacchierato (al telefono e non), cantato, ballato, volato (ricorderete), infranto abbondantemente la legge. Con ogni condizione atmosferica (e quando dico “ogni”, voglio dire “ogni”).
Nata a Torbole, cresciuta ad Arco, trasferita a Trentoville, la Angel mi fu regalata subito dopo il mio rientro in Italia dagli USA, e non a caso portava Los Angeles nel nome… Ci ho macinato un numero imprecisato e scandaloso di km ― Busa Bel-air, passi stelviari, e Venezia per non parlare degli off-roads intorno a Trento e delle tratte Trento-Riva per lavorare sull’abbronzatura al Lago… Insomma, avete presente la canzone di Neffa “Io e la mia signorina stiamo bene insieme”. Ecco, same kind of relationship. 🙁
Ora io mi auguro di non incrociare l’Arsenio Lupin della situazione in giro per la città: in zona Board siamo dotati di un discreto scatto nonché di braccia risaputamente lunghe… Mi aguro per lui che si faccia gazzella e cominci a correre…In centrale il Zenigata di turno mi ha detto di avvisare loro prima di farmi leone e intervenire, ma io ho nicchiato ― come garantire sulla reazione che avrei lì per lì???

Se per caso i responsabili Let’s Movie nell’Est Europa avvistano qualche Borat con stivaletto bianco e gilé di pelle su una Ghost ridipinta, be’ mi avvisino… 😉

E comunque, le bici stanno a Trentoville come i Rolex a Napoli. Quindi non voglio più sentire discorsi razzisti di alcun tipo sulla criminalità partenopea e sul Trentino-oasi-della-legalità. Ricorderete che la Honorary Member Mic aveva subito il furto di una ruota in pieno centro in pieno giorno qualche tempo fa. Ora io… Ma sarà mica del boicottaggio ai danni del CdA di Lez Muvi??? Mmm… Cavolo, questo non l’ho detto a Zenigata, e lui ha scritto per conto mio: “Non ho sospetti sul conto di alcuno”… 🙁

Ad ogni modo, il Board di una volta avrebbe mobilitato la Yakuza, i Corleonesi, la mafia russa e la Spett. Fam. Provenzano… Ma un’anima buona, che lasciamo circonfusa nell’anonimato, ha addolcito la pillola, scegliendo una bici dal suo parco-bici e prestandola al Board, che così potrà valutare con calma l’acquisto della futura Angel. Lucky Board, I know. 😉

Detto questo, veniamo a “Bed Time”. Mammamia che film, Moviers! La Honorary Member e il Fellow Truly Done, che si sono presentati con largo anticipo (4-5 minuti) all’appuntamento pre-ferragostano, sono rimasti entusiasti tanto quanto il Board ― siamo usciti tutti molto gongolanti, molto Husain-Bolt-dopo-la-staffetta-at London 2012. E guardate, lo Smell dello Smelly era pure sopportabile: sarà che in sala eravamo in 10 anime, e solo due delle quali sfoderavano l’armamentario chimico “junk food al bacon”… 🙂

Devo  confessarvi che  concordo appieno con quanto sentito in giro in merito al film. Non è affatto un horror: è un thriller con la THR maiuscola. Una volta superato lo spaesamento dato dalla somiglianza del protagonista César con Elio (quello delle storie tese, chi altri?), vedrete che il personaggio è perfetto nel ruolo di individuo anonimo-e-normale-ma-perfidissimo-e-per-questo-inquietantissimo che ricopre. César lavora come portiere in  uno stabile alto-borghese di Barcellona e sembrerebbe davvero the-plainest-guy-ever, non fosse per quella piccola “simpatia” che nutre in gran segreto per Clara, ragazza bella-simpatica-allegra insomma la joie-de-vivre fatta persona che gli ricorda in continuazione, con tutta quella sua joie-de-vivre lì, quanto lui sia condannato a un plumbeissimo stato d’infelicità cronica… Peggio. Non solo César ammette di non essere mai stato felice, ma di non essere nemmeno in grado di provarla, la felicità. Si considera menomato: “Come un cieco o un sordo sono privati di vista e udito, così io sono privo della facoltà di essere felice”, ammette all’inizio, con una sincerità disarmante. E la vera quest di ’sto povero ragazzo è quella di trovare tutti i giorni un motivo per uscire dal letto e vivere, giacché la morte è il gorgo più logico verso cui un essere destinato all’infelicità tenderebbe. E guardate, quello che vi manda in estasi del film è l’effetto della lezione hitchcockiana messa in pratica dal bravo regista: renderci “simpatico” un matto da legare… Perché César, credetemi sulla parola, è un matto da legare a livelli Jack-“WendyWendy”-Nickolson-in-Shining…. Ne combina di tutti i colori a questa povera Clara, una Polyanna che l’originale sfigura al suo confronto. Quando dico di tutti i colori, intendo proprio tutte le gradazioni dell’arcobaleno…
Non svelo nulla perché altrimenti vi rovino lo spettacolo… Comunque, la bravura del regista sta nell’averci reso questo Ivandrago, una specie di simpatica canaglia… A un certo punto vogliamo a tutti i costi che se la cavi, che esca da una situazione in cui potrebbe essere incastrato… E in quel momento lo spettatore è assolutamente sconcertato: si dice, ma wait a minute, he is the bad guy… God, sto tifando per il bad guy?? E la risposta è sì! Stai tifando per il bad guy! Perché abbiamo pietà di lui, della sua disgrazia esistenziale che non gli permette di vivere la vita che invece Clara ― la Polyanna della Rambla ― vive. Siamo talmente dalla sua parte che speriamo la faccia franca. E questo, proprio questo, sconcerta una cifra! È la prova che il male sboccia, inaudito e inaspettato, da terre normali, comuni…Non necessariamente il soggetto che compie il male ha subito a sua volta del male (di film con mostri dall’infanzia difficile sono piene le videoteche di tutto il mondo). E il gesto più spietato che compie César non è fisico: il gesto più spietato che compie César è quello di togliere ―con ogni mezzo e modo ― il sorriso dalla faccia di qualcuno. Qui entra in ballo l’invidia, sentimento che va per la maggiore nel nostro sistema sociale e che il regista ha saputo vivisezionare con acume e profondità. César è invidioso di ciò che non ha, e dato che non può averlo, s’industria ― oh se s’industria! ― per toglierlo a chi ce l’ha. C’è qualcosa di più spietato, vi chiedo? (A parte l’asportazione della bicicletta in un dì di festa??).

“Bed Time” smuove anche delle paure ataviche che tutti più o meno abbiamo o abbiamo sperimentato. Chi non ha provato un po’ di angoscia nella propria camera, pensando alle creature che possono aggirarsi sotto il letto? Non mi riferisco alle semplici paure infantili, ma a quelle più complesse e inspiegabili… Perché a mente lucida lo sai che lì sotto non c’è nessuno, che se ti chinerai e alzerai lo scampolo di copriletto che ti separa da quella fessura di buio alta non più di venti cm, non troverai nulla se non una fessura di buio alta non più di una ventina di cm… Ma non è quello, è come la parte oscura della tua mente arreda quello spazio di tenebra e ignoto… E nel caso del film, il sottoletto diventa il covo di César, cioè il covo dell’invidia e del male. Ma è anche il rifugio di un uomo solo, e condannato alla propria depressione…
Vorrei davvero che tutti vedeste questo film (è ancora nelle sale) anche perché è molto summery. Ha i tipici ingredienti da thriller: soprassalto garantito, un paio di colpi di scena assestati ad arte, la classica vasca da bagno con del classico sangue (cercate di capire il regista: cioè, fai un thriller, vuoi non metterci la vasca da bagno col sangue? Dai siamo seri, è come andare a Gardaland e schifare Prezzemolo). E poi davvero, vi rigireranno in testa un sacco di domande a fine film… E vi assicuro, una sbirciatina in camera, una volta rincasati, non ve la leverà nessuno… 😉

Riguardo al Let’s Movie di questa settimana, un’anteprima nazionale di grande valore ci aiuta a combattere il male e la solita fiacca cinematografica del periodo (mamma mia, tornerà anche BatMa(n)strantonio a salvarci eh… 😉 ).

IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO
di Christopher Nolan

Non si può proprio perdere l’ultimo capitolo della trilogia di quel genietto di Nolan, ne converrete. A quanto si dice l’intenzione del regista è quella di concludere la mitologia di Bruce Wayne/Batman, chiudendo tutti i conti in sospeso… Mmm, mui gustosa come operazione direi… Se il WG Mat, grande estimatore della figura di Batman e di quel genietto di Nolan, non si presenta all’anteprima, giocheremo tutti i Jocker del mazzo contro di lui… 😉

Ah prima di passare&chiudere, lasciatemi battezzare ufficialmente Kgely, la gran greca conosciuta a Naxos di cui tanto bene vi parlai la settimana scorsa. 🙂 Sapete che Kgely, di qui in avanti Captain Kgely (per lo splendido cappello cortomaltesiano che indossava e che tanto piacerebbe a qualcun’altro oltre a me…), è andata sul Baby Blog e si è gettata da sola in Let’s Movie?!? (Oddio detta così sembra un suicidio…e in effetti forse…)…Lasciatemi dirle una cosina in inglese…
Captain Kgely, new Movier, fantastic travel-agent and thesis-writer, thank you so much for joining Let’s Movie ― and with no “gentle persuasion” from the Board, that’s EXTRAORDINARY! 🙂 You will be the Head of “Let’s Movie in Greece”: what you have to do is just to try and watch the movies we recommend. Sinc is not mandatory, though ideal ― just try to share the title sooner or later, at your convenience. 🙂 And then,  please post your comments on the Baby Blog ― please do that, your Fellow Moviers are that lazy and are likely to “forget” this practice… 🙁 But you are a movie-coneissuer and expert: I count on you! 😉

Insomma, miei pazientissimi Moviers, eccoci giunti in chiusura. Scusate se ho mono(ciclo)polizzato il Let’s Movie di questa sera con la faccenda del sinistro, ma mi ha toccato…
Sono più leggera di due ruote, è vero. E mentirei se vi dicessi che non ci sono rimasta male… Ma sapete, ho capito una cosina… La Angel non c’è più, è vero ― a quest’ora qualche bad ass la starà cavalcando, e io spero che lei sia indomita come sempre e lo disarcioni… Ma io la porto con me nella testa. E nessuno me la può portare via da lì: quello è il garage più inespugnabile che si possa immaginare. 😉 Poi diciamocelo, no way che mi faccio venire il sangue amaro per un Lupin da strapazzo che si cimenta nell’Angel-kidnapping…
E guardate, l’esperienza alla centrale dei Carabinieri con un Zazà di 122 kg per 2 m alle prese con un programma per pc che non capiva, ha riservato molta, MOLTA, ilarità… 🙂 🙂

Adesso fermatevi un secondino nel Maelstreom prima di proseguire verso il riassunto in guardiola, e vi prego, vogliate accettare questi saluti, che stasera sono lestofantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Voi non ci crederete (che è crazy, lo so), ma una delle ultime canzoni ascoltate in sella alla Angel, rigorosamente alla radio, è questa http://www.youtube.com/watch?v=rWbH5T3BZQ0

Youtube, grazie di esistere. 🙂

IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO: Terzo capitolo della trilogia di Batman di Christopher Nolan. Da quello che ha rivelato il regista Christopher Nolan, la storia di Il Cavaliere Oscuro – il ritorno si svolge 8 anni dopo quella del capitolo precedente. Secondo le parole del regista: “Quello che ritroviamo in questo film è un Bruce Wayne (Christian Bale) più vecchio, non in grandissima forma. Con la nostra scelta del cattivo (Bane) e della trama abbiamo deciso di mettere duramente alla prova Batman, sia fisicamente sia piscologicamente”. E proprio il personaggio di Bane (interpretato da Tom Hardy) avrà un ruolo molto importante nel film. Non per niente a lui è dedicato un prologo di 7 minuti in cui viene presentata la sua storia.

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Let’s Movie IX

Let’s Movie IX

My dear Fellows,

Cominciamo con il ringraziamento alla Honorary Member Mic, che giovedì ha presenziato alla proiezione di SHUTTER ISLAND ? unanime il giudizio: grande Martin.
Mic, per favore, procurati l’indirizzo email di Mimmo&Sara, così rimpolpiamo la mailing-list.
Questa settimana l’ex ribelle Zumi ha lasciato le molotov in cantina insieme al “Manuale del Giovane Dissidente”, e suggerisce:

ALICE IN WONDERLAND
di Tim Burton, USA 2010, 110′
Martedì, ore 19:40
Cinema Multisala Modena

I Fellows interessati alla visione sono pregati di spedire una mail di conferma alla Zumi ([email protected]), che provvederà, gentilissima, a prenotarvi il posto. Il Board ringrazia sentitamente l’ex ribelle per la collaborazione ? e soprassiede sul tentativo di rivolta pro-puffi…

Let’s Movie propone inoltre:

MINE VAGANTI
di Ferzan Ozpetek, Italia 2010, 116’
Giovedì
Cinema Multisala Modena
Orario da comunicare

Viste le numerose latitanze da parte di Fellows fantasmi, il Board sta valutando, di concerto con la Honorary Member, una serie di misure punitive ? fra cui del jogging insieme al Board, punizione temutissima  da orde di non-jogger… Si ricorda infatti che il senso di Let’s Movie è quello di trascinare i Fellows fuori casa, e non di lasciarli squagliare homersimpsonianamente fra letto e  divano…

Si comunica inoltre che Let’s Movie non riconosce l’Habeas Corpus ? né la Convenzione di Ginevra. Fellow  avvisato, mezzo salvato.
Sperando di vedervi NUMEROSI, vi auguriamo buona settimana.
Come sempre, in calce i riassunti delle due pellicole.

Saluti cinematografici, e grazie,

Let’s Movie
The Board

ALICE IN WONDERLAND: Alice torna dopo tanti anni nel mondo incantato da lei visitato quando era bambina; Qui intraprende una nuovo, fantastico viaggio alla ricerca del suo destino e per porre fine al terrorizzante regno della Regina Rossa.

MINE VAGANTI: Nella casa c’è molta attesa per il ritorno di Tommaso (Riccardo Scamarcio). La mamma Stefania (Lunetta Savino), il padre Vincenzo (Ennio Fantastichini), la zia Luciana (Elena Sofia Ricci), la nonna (Ilaria Occhini), la sorella Elena (Bianca Nappi) e l’amica d’infanzia Alba (Nicole Grimaudo), vorrebbero tutti che Tommaso affiancasse il fratello Antonio (Alessandro Preziosi) nella nuova gestione del pastificio di famiglia. Non mancano però colpi di scena ed anche per questo il soggiorno di Tommaso si protrarrà più a lungo del previsto…

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