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LET’S MOVIE 351 da NYC – commenta “DOWNSIZING” di Alexander Payne

LET’S MOVIE 351 da NYC – commenta “DOWNSIZING” di Alexander Payne

FM Fellows Moviers,

La radio è una presenza cara nella mia vita newyorkese. Un parente che non ha nulla del serpente. Che ti accompagna senza chiederti assolutamente nulla in cambio.
Ci avete mai pensato, a quanto la radio sia il mezzo più discreto e meno avido della comunicazione? La tivù ci droga sin dai tempi della réclame, un fustino al prezzo di due, mangiar bene per sentirsi in forma con il gusto pieno della vita. Il web ormai ci ha risucchiato. Non possiamo più nulla senza.
Come guariremo da una dipendenza di queste proporzioni? Qui negli USA c’è un programma che ti aiuta a disintossicarti, una rehab per tossici da www. Mi sa tanto che dovremmo ricoverarci tutti, dal momento che non riusciamo più a stare senza comunicarci. Non per fare il Zichici della situazione, ma cosa significherà quest’ansia che abbiamo?
Voi potreste girare la domanda a me. Da dove viene quest’ansia che hai di mandarci il pippone lezmuviano settimanale dopo otto anni — otto anni! — di pipponi settimanali? Ebbene per me è il gusto — pieno! — della narrazione. E’ un modo per tenere un filo collegato a una fonte di energia che sta dall’altra parte dell’Atlantico, mentre sopra di me brilla di luce propria New York City. Per il resto del mondo che ha bisogno di comunicarsi continuamente via facebook, twitter e altro, non so quale sia lo sprone. Forse abbiamo definitivamente scansato gli esistenzialisti, che avevano postulato la precedenza dell’esistenza sull’essenza. Forse oggi esistiamo se e solo se CI comunichiamo. Fabbrichiamo tante copie di noi che distribuiamo in giro, nel timore di ammettere che l’originale è andato perso chissà dove e non riusciamo più a trovarlo.
Ma tornando alla radio, il mezzo senza immagini che da più di cent’anni campa d’immaginazione.
Qui due sono le mie stazioni di riferimento, che ascolto correndo. WNYC, la stazione simbolo di New York City, alla frequenza 93.9, e WQHT anche nota come Hot 97, che è l’epicentro della cultura hip-hop, R&B e rap e che si trova alla frequenza 97.1. Ho impiegato un po’ a intercettarle e a capire che queste sono le mie DUE stazioni.
Ce n’è anche una terza, per i momenti balenghi, quelli in cui né l’una né l’altra paiono soddisfarmi. E’ nei paraggi del 94.2, e ci fanno una trasmissione mattutina tanto divertente quanto meschina: uno spettatore chiama e racconta un appuntamento andato storto, dando la propria versione dei fatti e ponendosi solitamente come “oh me tapino, dove ho sbagliato, ero un saccobbello, ho fatto tutto da manuale! Perché mi avrà scaricato?” interrogando se stesso e i due presentatori. Poi i due presentatori telefonano in diretta al partner in questione per sentire l’altra campana. Di solito quest’ultimo ne dice pesta e corna e dà una versione dell’appuntamento assolutamente opposta rispetto a quella del tapino che ha chiamato. E dopo che questa — di solito è una lei — ha rovesciato fuori tutto il rovescaibile possibile, i due presentatori le chiedono, goduriosamente vigliacchi, indovina un po’ chi abbiamo qui con noi in linea? ….E poi i due piccioncini-non-piccioncini cominciano in sordina, timidi-timidi, e finiscono col dirsene di tutti i colori, difendendo ciascuno la propria tesi, e alla fine tu, ascoltatore, capisci che la verità è una pura allucinazione.
Ogni volta che m’imbatto in questo programma, oltre a farmi delle sonore risate mentre corro, penso sempre a quanta ipocrisia aleggi nel mondo dei “date”, degli appuntamenti. “Sì ci sentiamo. Ti chiamo. Rivediamoci eh.”  E poi il nulla. Penso anche a quanto uomini e donne siano, molto spesso, galassie lontanissime le cui rotte s’incrociano ogni 1.763 anni. Sperando che i due guardino dalla stessa parte.
L’amore avrà anche il petto di Maciste ma cammina su gambette da passero.

Di solito funzionava che ascoltavo WNYC nei miei giri a Central Park. E questo per una questione prettamente acustica. A Central Park regna il silenzio. Gli unici rumori che sentite sono le scarpe da ginnastica degli altri corridori che di solito ti/mi superano sempre — diavoli di newyorkesi! — oppure i freni delle bici a nolo dei pedicab, i risciò a tre ruote che portano a spasso i turisti, oppure gli zoccoli della versione equina, con tanto di calesse. Central Park è perfetto per la WNYC, che è un’emittente di approfondimenti, interviste, punti della situazione, e gli argomenti, oltre all’attualità e alla politica, spaziono dal cinema alla letteratura, dalla musica alla scienza –e la musica vi offre Judie Garland, Tony Bennet oppure Sinatra. C’è bisogno di sentire bene, di prestare attenzione. Niente traffico, clacson, sirene.
Mi è capitato di sentire trasmissioni sugli acquedotti nell’antica Roma (!), oppure “gravidanza trigemellare: una madre con tre gemelli ormai grandi, pronti per il college, parla a una madre che ha appena scoperto di aspettare tre pargoli in sync: esperienze a confronto”.
Hanno sempre un modo molto particolare di organizzare gli interventi, e io mi perdo ad ascoltare, mentre corro e imparo una quantità di termini assurdi — tipo “elusive” che non equivale al nostro raffinato “elusivo”, ma al ben più terra-terra “fuorviante/depistante” detto per esempio di un sentiero che ti porta fuori strada (i trentini se lo potranno rigiocare spesso visto il folto sentierame tutt’intorno). Poi li scordo eh. Ma ogni tanto mi capita di ripescarli quando meno me l’aspetto.

WQHT, invece, è la radio da Bronx. E’ rap non-stop, e si sposa divinamente bene con la parte di Bronx in cui di solito corro, oltrepassato lo Yankee Stadium, Mullaly Park, e Grand Concourse, e giù giù per McClellan Street, e via via per Morris Avenue, fino ad arrivare al Claremont Park, il parco a forma di cornucopia da cui l’estate fuoriescono bbq accesi e latini bassi e sorridenti, o solo bassi.
Un giorno, ridiscendendo per McClellan Street, vedo un tipo che tira a lucido la sua macchina — una di quelle bellezze truzzissime, con i finestrini oscurati, che vanno di gran moda, e i cerchioni che costeranno un mutuo. La macchina bomba la stessa canzone che bomba nelle mie orecchie. Stesso momento. Metto pausa, rischiaccio play, e ho la conferma: stiamo acoltando entrambi WQHT.
E’ stato un momento di gnoseologia da strada non da poco.

Ultimamente però non nascondo di prediligere sempre più WNYC. Mi piace l’effetto sorpresa. Più che altro mi piace trovare Leonard Lopate. Leonard Lopate è uno degli speaker più longevi dell’emittente. Ha 77 anni, e sa tutto. Può discettare del miglior ripieno del tacchino per il Thanksgiving, a intervistare Barak lov-ya Obama come se lo conoscesse sin da bambino hawaiano. Ha una voce che sa di vissuto, di divani in pelle marrone e di ore e ore a prepararsi. Che sa di tempo rubato al tempo e barba incolta, mozziconi di sigaretta, qualche carboidrato di troppo e di tracolla sempre piena di libri. Un padre putativo radiofonico. Una figura virgilia, direi, il cui curriculum puà vantare interviste al citato Barak, a John McCain, Joe Biden, Henry Kissinger, Lech Walesa, Orhan Pamuk, Ang Lee, Catherine Deneuve, Doris Lessing, Francis Ford Coppola, Sarah Jessica Parker (per quanto la stimi, stona un tantino in mezzo a tutti questi big, lo ammetto), Alice Munro, Robert Altman, Mel Brooks, e tanti altri.
Ora, capita che mi chiedano di coprire un’intervista che Madame Isabella Rossellini ha rilasciato stasera al 92nd Stret and Y, una no-profit culturale che sta nell’Upper East Side che organizza sempre eventi culturali di livello top. Io ho risposto tutto d’un fiato certo-come-no-vado-io. E non tanto per Madame Rossellini — o meglio, sì anche per lei, e per la memoria di cotanta madre Ingrid (Bergman) e di cotanto padre Roberto (Rossellini). Ho risposto certo-come-no-vado-io perché sapevo che l’intervistatore sarebbe stato lui, Leonard. E davvero al posto di Isabella Rossellini avrebbe anche potuto esserci Ignazio Moser — che a quanto capisco tirerà su le sorti dell’economia trentina dopo le prestazioni al Grande Fratello… Poco importa, l’importante era Leonard.
Ebbene. Il mio sogno è stato infranto dalla più barbara delle notizie. Leonard padre-putativo Lopate è finito nel tritacarne delle accuse sessuali. Quattro giorni fa è stato sospeso “con effetto immediato” per “comportamenti inappropriati”, insieme a Jonathan Schwartz, un’altra colonna portante di WNYC. Non è trapelato nulla, né sulle vittime, né sulla natura delle ipotetiche molestie. Leonard si dice allibito e non ha idea di chi abbia mosso queste accuse.
Io sono allibita quanto lui. Lui non può essere un altro Kevin Spacey, Dustin Hoffman — Dustin Hoffman! Harvey Weinstein non lo nomino nemmno perché lì sconfiniamo nel patologico suino, branca del porcilismo di cui non ho conoscenza alcuna. Ma Leonard, no. Please.
Di due giorni fa sono anche le dimissioni del senatore democratico Al Franken, uccasato da sei donne, mentre cinque donne stanno facendo ballare la poltrona sotto il sedere del senatore repubblicano Roy Moore. I numeri fanno la differenza. Una, due… Ma undici? Non si transige nemmeno su una o due, ma undici?
Assicurando sempre il beneficio del dubbio, e lasciando ai giudici il dovere di giudicare, io ribadisco, con molto sang-froid, l’acqua calda che questo putiferio sta scoprendo. Ma certo un conto è scoprirne una bacinella, un conto un mare.
Quindi la sessualizzazione degli ambienti di lavoro è a un livello tale per cui la maggior parte degli uffici di tutto il mondo sono stati e sono sfondo di comportamenti di questo tipo. Certo se impera un modo di pensare come questo “Provarci fa parte dell’uomo da quando è nato, la violenza è ben altra cosa” (cit. Carlo Verdone), se davvero legittiamo il “provarci dell’uomo” allora per forza finiamo dove siamo finiti. E il punto non è il provarci. Il punto è dove e quando, il contesto insomma, e naturalmente l’abuso di potere.
Mah… io nutro la speranza che un giorno le gambe arriveranno dopo del cervello, e che la parte animale dell’uomo verrà prima o poi scalzata da quella razionale, almeno nell’ambiente professionale.
Sono una sognatrice, you know.

Questa settimana sono stata baciata dalla fortuna di Gofobo. Gofobo è un sito in cui v’iscrivete e vi mandano, ogni tanto, degli annunci di biglietti omaggio. Il trucco sta nel fatto che dovete essere Flash Gordon, e “redeem the tickets”, ovvero prenotare il vostro posto, entro un minuto e giù di lì da quando vi arriva l’email. Se passano due minuti, “Sorry, the event is fully booked”.
Ciccia.
Sono riuscita a infilarmi quattro-cinque volte. Spesso si tratta di preview, spesso film ancora non terminati che vengono sottoposti al giudizio del pubblico, che a fine proiezione compila un modulo pieno di domande tipo cosa cambieresti, cosa terresti, lo consiglieresti, ecc.
Molto spesso le proiezioni sono a orari impossibili, al mattino, o il primo pomeriggio.
Capita che sia stata Flash Gordon questa volta, e che avessi il venerdì mattina libero. Quindi me ne vado un mattino alle 9:30 am nello studio della Paramount a Times Square, tronfia come un gallo cedrone — e già difficilmente vado a Times Square, andarci alle 9:30 am è un’esperienza a dir poco ultraterrestre.
Al 1515 Broadway, al terzo piano di un grattacielo come tanti altri, trovate una sede della Paramount con un teatro di una ottantina di posti sprofondato nel velluto bordaeux. Lì, ho avuto la fortuna di vedere l’ultimo film di Alexandre Payne, “Downsizing”.
Payne è il regista di “Aproposito di Smith”, “Sideways”, “Nebraska” e di “Paradiso amaro” — quest’ultimo poteva pure risparmiarselo, ma va be’, errare humanum…
Aspettavo “Downsizing” già da Venezia, doveva aveva aperto la Mostra ed era stato accolto bene, ma non benissimo come i due film di apertura degli anni precedenti, “Birdman” e “La La Land”.
La trama è presto detta. Il protagonista Paul Safranek — Matt Damon dietro la sua pancia — è un uomo comune di Omaha, sposato, che non riesce a mettere via un centesimo — il carovita, you see. Per far fronte alle difficoltà del mondo, Paul decide di sottoporsi, insieme alla moglie, ad una nuovissima tecnologia scoperta in Norvegia che permette di rimpicciolirsi in maniera esponenziale fino a far diventare se stesso un vero puffo di Paul, alto due mele o poco più. Dato che i risparmi del mondo dei “giganti” valgono infinitamente di più nel mondo dei ridotti, Il rimpicciolimento permette alle mini-persone di potersi permettere uno stile di vita pieno di lusso e villoni. Purtroppo però le cose non vanno esattamente come previsto e Paul si trova immischiato in un’avventura che lo porterà a riflessioni ben più grandi del mini che è.
L’idea di fondo è geniale. Un po’ dèjà-vue, anche, è vero. La letteratura e il cinema hanno esplorato spesso le potenzialità dei rimpicciolimenti. Pensiamo a “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi”, classico del fun in famiglia degli anni ’90, oppure “Arietty”, in cui il genio di Miyazaki immagina tutt’un popolo di nomadi esserini che vivono fra gli interstizi della nostra quotidianità. E be’, non tiriamo in ballo altri cartoni animati, partendo daggli storici Puffi, David Gnomo, Memole-folletto-sono-io. Ma davanti a tutti, come sempre, spicca la letteratura. Jonathan Swift aveva raccontato di Gulliver e Lillipuziani ancora nel 1726 — 1726, qualche bell’anno prima che Puflandia venisse scoperta da Gargamella.
Noi esseri umani siamo affascinati dall’ipotesi di poterci rimpicciolire, e sballare tutte le prospettive e tutte le proporzioni con la nostra quotidianità. E il film gioca molto su questo sogno, e sui vantaggi INCREDIBILI che questo potrebbe apportare. Rifiuti, energia, spazio. Tutto ridimensionato. Tutto più facile, meno costoso, meno inquinante.
La prima metà del film funziona alla grande. E’ divertente, intelligente, provocatoria e meschinamente comica — meschinamente contro il protagonista che dopo essersi sottoposto al processo di rimpicciolimento, scopre che la moglie non ne ha avuto il coraggio e l’ha lasciato solo nel mondo dei piccoli.
Straordinaria sopra ogni cosa la partecipazione di Cristoph Waltz, che dimostra un assunto: dategli qualsiasi parte, tragica o grottesca, e lui, pam, vi ripaga con un’interpretazione da Oscar. Solo che il suo ruolo, insieme all’incontro di Paul con una rifugiata vietnamita senza una gamba (!), e alla sua conseguente storia d’amore con lei, portano il film in acque troppo miste, e non si capisce più bene dove voglia andare a parare.
A nessuno piacciono le etichette, quindi, può essere un bene che il film ondeggi fra il fantasy, il dramma, la commedia, la satira, e la riflessione a sfondo ecologico “look where mankind is heading to”, però in questo caso, siamo davvero troppo sballottati e non sappiamo più leggere il personaggio e cosa gli stia capitando. Paul incontra questa dissidente vietnamita che gli apre gli occhi su certe realtà — povertà, disagio sociale, ineguaglianza — che prima non aveva minimamente considerato. Dal sociale, all’ecologico: si perché la specie umana “dei grandi” è minacciata dallo scioglimento dei ghiacci incombente, che la spazzerà via dalla terra e Paul può decidere se rimanere e affrontare il suo destino, oppure rintanarsi in una specie di bunker naturale per preservare la specie…
Insomma, un po’ troppi argomenti tutti insieme.
Tuttavia “Downsizing” is worth a try. Sarebbe stato un film azzeccato per Natale — e qui uscirà infatti il 22 dicembre. Ma in Italia dovrete pazientare fino al 2018 — il mese è ancora ignoto.

E anche per oggi è finita qui, Moviers. Parlo sempre troppo, I know.
Frunyc II aggiornato, e saluti, radiofonicamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 350 da NYC commenta “THE SHAPE OF WATER” di Guillermo del Toro

LET’S MOVIE 350 da NYC commenta “THE SHAPE OF WATER” di Guillermo del Toro

Matthew, Moviers,

vuole che lo chiami “Matteo”. Ha vissuto in Italia due anni, all’inizio degli anni ’90. Io lo chiamo Hemingway. Sia per il soggiorno italiano — anche se lo scrittore era qui per fare la guerra, mentre Matteo per insegnare, giornalismo. Sia perché è il tipo hemingwayano che è. Vissuto, mondo ampiamente girato in ogni suo meridiano e parallelo, barba incolta, giubbotto di pelle talmente provato che la pelle credo respiri. Fa il giornalista per varie testate, tra cui il New York Times, ma più nel passato che nel presente. Nel presente s’immischia in altri progetti che hanno a che fare con il sociale che però alla fine stentano tutti a decollare. E’ un socialista della vecchia guarda. Con delle derive comuniste anche, sicuramente. Oggi ha venduto l’anima al diavolo di una app che cerca di produrre in Cina e smerciare qui.

Hemingway è il mio amico cinico. Nato e scresciuto nel Bronx quando il Bronx dev’essere stato IL BRONX, detesta New York City. La massacra in ogni modo e maniera.
Ognuno dovrebbe avere uno o più amici che stanno letteralmente agli antipodi di quello che siamo. Ho sempre cercato di portare avanti questa pratica — essere stata in una squadra dragonboat del profondo Valsugana, io, aliena/va urbana che sono, può essere considerato un esempio di questa pratica che ti salva dal mare di te stesso con cui sei portato a circondarti.
Hemingway mi riporta con i piedi per terra quando volo troppo in alto sopra New York City. Quando la mia scimmia si scatena troppo.
“Bambina, this city is the sickiest patient no treatment will ever be able to heal. Senza speranza, you know?”. Mi fa ridere perché butta delle parole italiane qua e là, che probabilmente gli ricordano il periodo torinese. Un periodo che mitizza, lo si capisce da come ne parla.
Con Hemingway ha tutto a che fare con il caso. Ci siamo conosciuti in metro. Lui è uno che parla e io sono una che chiacchiera. Done, amici. 🙂 C’incontriamo per puro caso in giro per la città. Il caso parrebbe non avere vita facile a NYC, visto gli 8 milioni di abitanti: a NYC non sei esattamente a Trentoville, dove le strade sono quattro, fra il saloon del Pedavena e l’ufficio dello sceriffo in Via Barbacovi. Invece, strabiliantemente, non è così.
Un paio di settimane fa lo incontro sotto il Chrysler Building, zona in cui di rado metto piede. Lui abita nell’Upper West Side, io ad Harlem. Il Chrysler Building sta nella zona est di Midtown. Tutto l’opposto.
“You’ll have to come over for dinner one time”, mi dice. Io dico okay, sure. E un po’ temo l’invito. Hemingway è un tipo spartano. E’ uno che t’invita a fare quattro chiacchiere in un bar scassato di Hell’s Kitchen, dove gli avventori per metà guardano il baseball in tivù e per metà affogano i dispiaceri in brocche di birre e cestini di patatine. Casa di Hemingway sarà così, m’immagino.
Mantiene la promessa. Mi chiama “What are you up to per il Thanksgiving bastardo, bambina?”, mi chiede. Rido e gli dico che per il Thanksgiving bastardo sono a cena da una famiglia di italoameircani ebrei nell’Upper East Side.
Allora Saturday?
Okay, Saturday free.

Visto l’amato biennio torinese, gli porto dei Gianduiotti. Con la speranza, anche, di addolcire la sua vena caustica.
Casa Hemingway è esattamente come me l’ero immaginata. Anche peggio. Fascicoli e bloc notes (quelli gialli da avvocati made in USA) ovunque. Per terra, su un divano, su due scrivanie. Una parete foderata di libri, bordata in cima da tutti i suoi cappelli, e in fonda da tutte le sue scarpe. Ma i cappelli non sono Borsalino e le scarpe non sono Velasca. I mobili non sono antichi o moderni. Sono vecchi o cheap.
Appena entro mi fa questa richiesta che è tipicamente anglosassone, ma che, ahimé, si è spinta anche in Italia, con mia somma stizza. Mi chiede di togliermi gli stivali, e mi presenta un paio di ciabatte di vimini che probabilmente risalgono a un suo viaggio in Vietnam ed appartenevano a qualche vietcong. Certo, se ti confiscano le scarpe all’ingresso, ti aspetti come minimo che il pavimento sia lindo come i pensieri di un bebé. Forse in Italia è così. Ma nell’appartamento di un condominio pre-war newyorkese non è esattamente così. La polvere in giro e per terra e all around risale sicuramente all’anteguerra. Credo che il pavimento non abbia mai provato il massaggio di uno straccio amico.
Vista la mia allergia agli acari, temo di cominciare a starnutire in tempo zero. Ma forse gli acari, visto il territorio a loro congeniale, hanno subito qualche mutazione e si sono trasformati in altro, e io non sono allergica alla nuova mutazione… La mia mente sta visualizzando strane creature alla Jabba the Hut, quando Hemingway m’invita al tavolo del “soggiorno”, da cui ho una visuale parziale della cucina.
Ringrazio le leggi della geometria per la parzialità.

Già avevo avvisato il “cuoco di casa” della mia condizione vegetariana. “Non darti da fare, bolli qualche verdura, non serve altro”. Avevo detto al telefono, mentre mi proponeva una temibilissima “Cambodian special recipe”…
“Ti ho preparato del brodo con del pesce che ho cotto per me. Almeno quello lo bevi?”, mi dice con un sorriso da bambino trionfante. E come fai a demolire il sorriso a un bambino trionfante?
Ora Moviers, immaginate del pesce — orientativamente dello sgombro — cotto nel burro, in una padella di ghisa vecchia generazioni. Immaginate che al fondo della cottura sia stata aggiunta dell’acqua, del vino bianco, e quello strano tipo di cavolfiore marziano che al posto delle belle forme tondeggianti dei cavolfiori bianchi ha dei moduli spaziali tuttopunte che hanno il sapore della Morte Nera. Fate bollire tutto questo per pochi minuti e servitelo all’essere umano fra i più schizzinosi di madre terra.
Fortunatamente l’essere umano ha maturato anni di esperienza di chiacchiere a tavola (!), e la mette in pratica tutta tutta.
Mentre Hemingway si scofana gnocchi — poveri natanti in mezzo a burro e panna — pesce, e un’insalata di carote che avrebbe fatto diventare carnivoro un vegano, io fingo di sorseggiare il mio brodo venusiano, e parlo parlo parlo, come se non ci fosse un domani.
La conversazione con Hemingway è sempre molto scoppiettante e mette a dura prova sia me che lui.

E’ convinto che New York City sia abitata da sociopatici — “It’s a city of damned sociopaths who are afraid even to look up from their smartphones!” — che sono irrimediabilmente infelici — “Do you think this people is happy? They are on the brink of a collective breakdown, all of them, I tell you” — e per la maggior parte gay — “They are not really genetically gay, as real gay are. They are gay because they don’t have the balls to be straight here. It’s too much for them”.
Io cerco di capire meglio. La questione dei sociopatici infelici in realtà credo appartenga al modello del cittadino metropolitano moderno, troppo indaffarato per distogliere lo sguardo dai suoi affari, o anche solo dai suoi aggeggi multimediali e accorgersi che c’è un mondo umano attorno a lui.
“Do you see Starbucks? The people in there don’t talk. They don’t talk! What’s wrong with them?”
Io dico che da Starbucks ci vanno tanti studenti per studiare o lavorare, perché c’è il wifi gratuito e se ne possono stare lì in pace, visto che magari le loro stanze sono piccole, il loro appartamento troppo affollato.
E poi naturalmente il confronto con l’Italia. “There’s so much joy in you guys… Look at you!”, mi dice, riferendosi a noi italiani e al giullare che sono io. “Where do you see joy here?”.
Mi spiega come la gente, in Calabria, quando la girò in bicicletta, gli offrisse vitto e alloggio, pane e companatico. Come tutto fosse facile. Come tutti fossero “just happy”.
Cerco di spogliare le parole di Matthew dalla mitizzazione e dalla velina “good old days”, che ci fa vedere sempre come bello ciò che è passato.
Gli faccio presente che quello è un ricordo, un’esperienza personale, probabilemente in un periodo positivo della sua vita — probabilmente positivo per la stessa Italia, pre-Tangentopoli, pre-crisi, pre-macello globale. Ma che quello non corrisponde necessariemante al vero. Che forse lui si sta appigliando a quel ricordo — non è più stato in Italia, e sono passati 20 anni — e non lo vuole lasciar andare. Forse è per questo che non torna in Italia.
“Maybe you are right”, ammette, alla seconda razione di gelato, mentre la mia minestra è praticamente intatta nella tazza.
“And maybe you are right too on the joy of us Italians…”, concedo io.
Forse noi siamo sempre stati abituati a fare buon viso a cattivo gioco. Ci può piovere addosso tutta la meLma di questo mondo — Berlusconi, 5 Stelle, Salvini, Barbara D’Urso, i fratelli Rodriguez (OMFG) — ma noi, in qualche modo, riusciamo a stare a galla. E a farci sopra quattro risate. Mi chiedo quanto potremmo andare avanti così, how much shi* we could take in before the freakout.

“You see, bambina, I would love to live in a normal place. NY is not normal”. Cerco di capire cosa intenda per “normale”. Ci pensa un po’ e poi dice “quiet”.
Allora capisco.
“You just need a bit of Philadelphia!”, gli propongo.
“Nothing happens in Philadelphia!”
“Exactly!”, scoppio a ridere.
“Maybe it’s true, I need a boring place”.
“I have lived in a boring place for 6 years. And I need a not-normal place”. Concludo.
Alla fine credo che sia tutto questione di fasi della vita. Dopo 50 e passa anni a NYC forse sarei stufa anch’io.
Dopo 6 anni di Trento, credo sarebbe stufo anche lui.
Mentre rassetta parliamo di tutte le cose storte dell’America. Il sistema sanitario. L’istruzione.
Alla fine ci ringraziamo a vicenda. Intellectual conversation, definisce il nostro scambio. Ovvero quando entrambe le parti sono disposte a considerare posizioni altrui.
Mi restituisce i miei stivali. Lui infila un paio di calzini bucatissimi prima d’infilare le scarpe. E mi riaccompagna alla metro.
Una volta salutato, mi piomba addosso una stanchezza infinita. Le conversazioni intellettuali sono durissime. Ogni volta che vedo Hemingway, NYC appare diversa. Ne vedo le ombre. Ne vedo le unghie sporche.
Dentro di me lo maledisco e lo ringrazio ogni volta.

Mentre risalgo l’Upper West Side alla volta di Harlem, ripenso un po’ a tutto.
Soprattutto, a come togliermi dalla bocca quel saporaccio di pesce fritto, vino bianco e cavolfiore venusiano.
Jez.

Questa settimana, finalmente, un film che aspetto sin dalla Mostra di Venezia, dove ha vinto il Leone d’Oro.
The Shape of Water” di Guillermo del Toro. Per quanto la sala che mi ha ospitato fosse assai trash, il Lowe sulla 68esima, Broadway — un multisala molto blockbuster — la poesia evocata da questo film mi ha fatto scordare gli eccessi di moquette e di colori sgargianti che le catene come Lowe e Regal possono offrire ai loro spettatori.

Fantasy, romance, eros, drama, musical. C’è tutto in questo oggetto del desiderio che è “The Shape of Water”. Perché se il desiderio è ciò che ci spinge ad alzarci in piedi al mattino e a guardare al nuovo giorno con trepidazione, la sua oggettivazione non può essere che un film che lo elegge a protagonista supremo, traducendolo in un eros borderline con l’indicibile e il proibito.
Baltimora. 1962. La Guerra Fredda ha appena toccato l’acme con la crisi missilistica di Cuba. In una base militare nella periferia della città, Elisa, timida ragazza muta fa l’inserviente. La struttura ospita una misteriosa creatura, catturata da un fiume del Sudamerica: una specie di umanoide anfibio dalle forme antropomorfe ma ricoperto di scaglie e con qualche avo nella famiglia degli Avatar — fa assai impressione, siete avvertiti. Il capo della sicurezza, tale Strickland — un inarrivabile Michael Shannon — e il responsabile scientifico studiano gli organi respiratori del “mostro” per le future missioni spaziali, solo che Strickland lo considera un abominio, e si diverte a torturarlo.
Elisa, incapace di parlare, sviluppa subito un rapporto empatico con la creatura e riesce a guadagnare la sua fiducia, insegnandole al contempo alcune parole con il linguaggio dei segni. Ma si sa, da cosa nasce cosa, e da un uovo condiviso, è un attimo passare ad altro… Architetta un piano per liberarlo e restituirlo al suo habitat naturale, con la complicità della spassosissima collega-amica afroamericana Zelda e del suo adorabile vicino di casa, Giles, un artista di locandine pubblicitarie, nonché gay.

“The Shape of Water” è favola. Non una fiaba. Una favola. La differenza sta nell’orrido. Avrete tutti presente i fratelli Grimm, o Hans Christian Andersen. Ecco, loro non avevano nulla in comune con il mondo fatato di Walt Disney tutto passerotti e torte di mele. I Grimm e Andersen sono tutto gore, splatter e tenebra travestita da calar del sole. Sono soprattutto mistero che sconfina nel dark. Le atmosfere del cinema di Guillermo del Toro sono tutte bene o male ambientate nel regno del fantastico mostruoso. Ma nel caso di “The Shape of Water” in particolare, il mostruoso, il mostro, non è un mostro. E’ una creatura meravigliosa con dei poteri sovrumani — divini, come concluderanno i personaggi alla fine, persino lo scettico villain Strickland.
E naturalmente il film si rifà ai mostri della letteratura e del cinema. Nella creatura di “The Shape of Water” c’è l’ombra di King Kong. Soprattutto di Calibano, essere deforme che Shakespeare colloca sull’isola de “La tempesta”. E nella storia d’amore con Elisa — che nel suo fascino solitario ricorda molto Amelie de “Il favoloso mondo di” — come non intravedere “La bella e la bestia”? Per quanto del Toro e la Disney abitino due galassie opposte.
Elisa e la strana creatura sono accomunati dall’essere diversi — lei muta, lui, be’, luiè quello che è. Il loro stato “fuori norma” li porta a condividere il confino, la periferia. Lui è costretto in una vasca dentro una caserma militare. Lei in una soffitta, e in un lavoro ai margini della società — è un’inserviente, il gradino più basso sulla scala professionale. E vediamo come questi “freaks” si attirino reciprocamente: non solo Elisa e il “mostro”. Ma anche Elisa e Giles — che è omosessuale — Elisa e Zelda — che è nera in un’America di bianchi uber alles. Nel corso del film, questi personaggi “fuori norma”, quest’improbabile armata brancaleone che organizza la fuga dello strano essere, riusciranno nel loro intento.
La grandezza di un narratore è quella di parlare della contemporaneità attraverso una storia senza tempo. “The Shape of Water” parla più di diritti negati e soprusi subiti da parte di donne, gay, diversi in generale, di qualsiasi film a tesi.
Poi vedete, Del Toro immerge il tutto in atmosfera altamente erotica. Gli piace giocare con la dimensione dell’indicibile e del proibito. Immaginate Elisa unirsi in un rapporto d’amore con una creatura squamosa. Può suonare “contro natura”, vero? E infatti, quando il pubblico ha cominciato a capire dove il regista ci stava portando, ho sentito della sorpresa, del disagio intorno a me. Ma è durato il tempo di un nulla. La scena della stanza da bagno immersa nell’acqua che funge da alcova per Elisa e il mostro è quanto di più poetico si possa immaginare. Del Toro è capace di farti rotolare dita mozzate davanti agli occhi o staccare una testa dal corpo di un gatto — la creatura anfibia è pur sempre un animale… — ma poi sa architettare questi spazi estetici dove posizionare lo sguardo è un puro piacere dell’anima.
Oltre a essere una favola in cui il lieto fine coincide con il ritorno all’ambiente acquatico — in cui i due appartengono — di due esseri che comunicano con tutto tranne che con la parola — sopravvalutata?, par chiederci del Toro — “The Shape of Water” è anche un contenitore di citazioni cinematografiche, e un tributo al cinema, con le tante scene di classici, di personaggi noti (su tutti Shirley Temple), intermezzi musical e musiche della vecchia Hollywood.
Se volete regalarvi due ore di meraviglia, o se volete regalarle al vostro amore, non perdetevi questo film. In Italia uscirà a febbraio… San Valentino, I guess — anche se a Natale sarebbe stato meglio…

E ora è tutto, my Moviers…
Se per caso interessa la rassegna tutta italiana al via al Film Forum, vedete un po’ cosa si sono inventati…
Se invece interessa cosa si sono inventati quelli dell’American Academy in Rome e l’Istituto Italiano di Cultura, vedete qui… 😉

Frunyc II aggiornato, e saluti, mattamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 293 propone SUICIDE SQUAD e commenta IT FOLLOWS

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SUICIDE SQUAD
di David Ayer
USA, 2016, ‘130
Lunedì / Monday 29
Ore 22:00 / 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Foto Fellows,

…Perché uno dice Arles e pensa immediatamente a Van Gogh, no? Con tutti quei girasoli che sembrano tanto felici ma che se li guardi da vicino hanno quella cera mogia lì che ti fa venire voglia di abbracciarli. E poi gli iris, e gli ulivi, e le case dai tetti verdi, e naturalmente i corvi ― se la gioca con Poe (Edgar Allan) la patria potestà sui corvi, il nostro Vincent. E poi naturalmente i ponti che dipinse, con quelle luci lacrimate dai lampioni e finite sulle acque del Rodano. E la casa dove visse, che non esiste più. Esiste, al suo posto, un edificio qualunque, fasciato d’impalcature, e un pannello che ti mostra il quadro che lui dipinse per immortalare la sua “casa gialla”, in Place Lamartine. E poi c’è il Caffè, che non è il suo caffè ― non aveva il becco d’un quattrino, figurarsi se poteva permettersi un caffè in pieno centro ― e l’ospedale in cui l’orecchio tagliato venne medicato. E quello sì, esiste ancora. E chissà come l’avranno guardato, quando fece irruzione e confessò di aver fatto hara-kiri con il suo orecchio.
E sì, è tutto vero, e le cose stanno così. Perché Vincent ci visse un anno lì, e ci dipinse 200 tele. L’anno più prolifico della sua vita. Ma cerchiamo di staccarci un po’ dai luoghi comuni e di guardare ai luoghi fisici. Arles ospita una quantità di rovine romane da ricordare Roma, ma senza spazzatura che sboccia dai cassonetti.
Però quello che mi ha colpito di più ― per inciso, s’è capito che sono stata ad Arles, sì? 🙂 ― dicevo, quello che mi ha colpito di più è questo incredibile Festival di Fotografia contemporanea, Les Rencontres d’Arles, che più che un Festival, è un mastodonte che si piazza in città per tre mesi ― TRE mesi! ― occupando di meraviglie location dove mai t’immagineresti di trovare della fotografia contemporanea: cappelle medievali, chiostri, chiese, capannoni dell’’800… Ho realizzato solo in loco che è praticamente il Festival più importante al mondo in fatto di fotografia contemporanea. Certo, non è che ci capisci tutto tutto eh. Ma ci sono degli scatti che ti rimangono in testa. Io, tra i 137 fotografi presenti, ho ruminato pensieri sulla mostra “Deus Ex Machina” di Katerina Jebb. Sapete cosa fa, questa fotografa? Passa una quantità di oggetti più o meno speciali sotto uno scanner digitale ― “scan-ography”, l’ha chiamata ― per interrogarsi sulla realtà quale costruzione artificiale, una proiezione del nostro spirito, piuttosto che un dato oggettivo certo… Embé, che c’è di così straordinario, potreste chiedermi… Io vi risponderei che un conto è scannerizzare una carta d’identità, un conto scannerizzare la tomba di Balthus…

Gli arlesiani, poi, son gente affabile, non come il cliché dei francesi che abbiamo in mente. Combattono con un maestrale che li coglie in maniera sempre imprevedibile da secoli. Sanno solo che dura tre giorni, ma viene quando vuole. Ed è proprio così: arriva quando vuole e dura tre giorni. È gente che si gode la vita. Per quanto mi sia stato detto che Arles è una cittadina comunista, popolare, povera in canna fino a pochissimi anni fa, quando una ricca mecenatessa svizzera se n’è  invaghita e ogni anno sborsa fior fior di franchi perché vengano investiti in arte e cultura… L’occhio di Frank Gehry, l’archistar che tutti conosciamo, ha visto lungo anche stavolta, e il suo team sta lavorando ― proprio grazie ai di lei finanziamenti ― a un mega progetto, il Luma Art Campus o Parc des Atelier, centro d’avanguardia nel campo di arte e design contemporaneo con una torre alta 56 metri in puro stile Gehry: lamine d’acciaio, riflessi, sensation.
E chi non la vorrebbe, una mecenatessa svizzera?!

Per due settimane mi sono sentita a casa. E sono le piccolezze e le abitudini che fanno di un paese “casa”. Una su tutti. I francesi sono restii a fermarsi alle strisce pedonali, proprio come noi italiani. Loro si fermano, e noi ci fermiamo, ma con quell’atteggiamento “ti sto facendo un favore, passa dai” che ci accomuna ― e infatti il pedone si sente sempre in dovere di mostrare riconoscenza per la grazia concessa. Non è come nei paesi anglosassoni o tedeschi, dove il guidatore comincia a rallentare a 700 metri di distanza, suddito della monarchia del pedone-padrone. Quindi con piacere ho trovato quest’insofferenza nei guidatori di Arles, che è un po’ la MIA insofferenza davanti ai passanti…

Ah ma ora la pianto e cerco di ricordare cosa fu, e come fu, l’ultimo Let’s Movie prima del summer-break. Ho chiaro in mente il momento in cui il D-Bridge, l’Onassis e io ci trovammo al Viktor Viktoria per vedere “It Follows”, tutti e tre con una gran voglia di essere spaventati. Eravamo carichi carichi, come quando stai per affrontare il tunnel degli orrori al luna park e una parte di te opterebbe volentieri per il tiro al bersaglio e l’altra non vede l’ora di addentrarsi. Purtroppo, sono bastati un paio di salti sulla poltrona e già avevamo esaurito il nostro credito di spavento. Ed è un peccato: le premesse erano buone, buonissime.
“It Follows” racconta la storia di Jay, una sana ragazza della periferia americana che si prende una cotta. Dopo la prima notte d’amore, lui le confessa che quel rapporto l’ha condannata a un incubo: un’entità non ben identificata è sulle sue tracce e la seguirà fino a ucciderla, a meno che lei non passi la maledizione a qualcun altro, andandoci a letto ― una specie di AIDS in cui il virus è il Male.
L’idea è molto molto buona e affonda le radici nell’archetipia dell’orrore: una presenza in forma di un “It” generico a cui non sappiamo dare né volto né nome, che segue e perseguita ― “follows” ― una povera fanciulla rea soltanto di aver praticato l’amore… Eros e Thanatos a confronto: più archetipia di così?

E poi ci sono certe ambientazioni davvero riuscite, perché inaspettate. Non è tanto la notte buia e tempestosa che inquieta ― quella è scontatamente spaventosa, agisce più che altro sulla psiche infantile. Ma cosa c’è di più inquietante di vedere qualcosa di spaventoso in pieno giorno, in un luogo comune e apparentemente sicuro ― una scuola, una spiaggia? E cosa c’è di più inquietante se quel qualcosa, lo vediamo noi ― ovvero lei, la protagonista, Jay ― ma non gli altri, gli amici? Solo lei (=noi) e il Male? L’effetto è senz’altro quello di rinviare al senso di solitudine della vittima: per quanto Jay, la vittima, si sforzi a spiegare e a coinvolgere gli altri, sarà lei, lei sola, a dover trovare il modo di cavarsela. E ancora, cosa c’è di più spaventoso del tonfo di un pallone lanciato contro una finestra, in pieno giorno?

Quando Mitchell, il regista, si mantiene su questo registro, allora fa centro. Ma nel finale si lascia andare allo stereotipo inverosimile e perde la paura degli spettatori. La paura, per essere scatenata, ha bisogno di verosimiglianza: se percepiamo una situazione come improbabile, la paura si defila. Ma se viene coltivata con delle situazioni che potrebbero capitare anche a noi, allora la musica cambia. Se il regista avesse rinunciato alla piscina e agli elettrodomestici ― ovvero, all’improbabilità ― e avesse propeso (propenduto?!) per un finale più sospeso (qui è senz’altro sospeso), cioè più irrisolto, allora ce ne saremo andati a casa con quella sensazione di creepiness e di disagio che ogni bravo horror, per essere bravo, deve lasciare.

Ed è vero che se di un film si elogia la colonna sonora o la fotografia, il film non è tutto ‘sto granché. Così si dice. Ma nel caso di “It Follows”, la colonna sonora, concepita da questo sound-artist che si chiama Disasterpeace ―non mi chiamassi Board vorrei Disasterpeace per nome!― be’ fa gran parte della riuscita del film. Mescola un basso ronzante di fondo con pezzi elettronici e ottiene delle sonorità che ti si attaccano addosso e non ti scolli più ― che poi, dicevamo, è l’effetto a cui dovrebbe ambire l’horror.

Un altro punto a favore del film è la lentezza ― sì, lo dico sfidando il vostro sguardo in tralice…. La macchina da presa indugia volutamente su situazioni o semplice oggetti apparentemente insignificanti ― un sandwich in decomposizione, una piscina da sobborgo, un cortile di una scuola ― ma che in realtà contribuiscono alla costruzione di un ambiente paranoico e claustrofobico in cui l’incubo cresce a poco a poco, e può assalirti in pieno giorno. Se la tenebra dilaga nell’alba, non c’è più alba che dissipi la tenebra, giorno che sconfigga la notte. Non c’è più riparo, soluzione. Solo il Male. E di lì, quindi, la costante paranoia di essere inseguiti, spiati, contagiati. Questo sì, funziona. E sapete anche, cos’altro? L’anonimità dei luoghi in cui è girato. Una cittadina di provincia come tante. Come le nostre. Parchi e altalene, un lungomare. Con dei ragazzi come tanti. E Jay, una ragazza normale, come noi. A questa atmosfera quotidiana ― ma anche, per questo, un po’ dechirichiana ― si aggiunge la totale mancanza degli adulti. Anche qui, a ribadire l’assenza di protezione. Nessun paparino da chiamare, nessun fratellone che venga a salvarti.
Insomma si vede che Mitchell è venuto su guardando e riguardando Lynch e Kubrick. E aspetto il suo prossimo film con curiosità. In “It Follows”, come s’è detto, c’è del good e c’è del bad… Ma non è così in ognuno di noi, dopotutto?

E su questo insipido tentativo di suonare darioargentina, passo al film della settimana.
Fate conto che è ancora agosto, quindi la programmazione è quella che è… Nessun “Quarto potere” all’orizzonte, per capirci…

SUICIDE SQUAD
di David Ayer

Dunque questo film ha letteralmente spaccato a metà la critica.
Chi l’ha detestato, chi l’ha adorato. Ero tentata di vederlo d Arles, ma ho preferito tenermelo per Lez Muvi: voi Fellows mi siete mancati in quanto esseri speciali, ma mi è mancato anche fare a botte con voi fuori dal cine. Quindi andiamo, vediamo e ci meniamo ― sempre dialetticamente, s’intende 🙂

Una comunicazione di servizio, ora.
A metà settimana il Board sbarca a Venezia per la 73esima Mostra del Cinema. 🙂 È la prima volta, e me ne vergogno non poco, in qualità di Board. Ma si vede che non è mai stato il momento giusto. Quest’anno, anno bisesto ― il cui coté funesto, credetemi, sto cercando di trasformare in fRunesto… ― sembra essere l’anno giusto, e io sbarco al Lido. Con il mio bell’accredito stampa intorno al collo, grazie a Lez Muvi e a voi 🙂
Pertanto domenica prossima non riceverete, temo, alcun pippone… La settimana dopo, però, vi aggiornerò sull’esperienza 😉
Per ora, se volete sapere chi ci sarà in Laguna, fatevi un Frullato…http://www.magazzino26.it/73-mostra-arte-cinematografica-di-venezia-art-music-show/ 😉

E prima di scappare via, come alla fine del primo giorno di scuola dopo le vacanze, non perdetevi i due Maelstrom. Sì, sono due, non vedete doppio… 🙂 Del resto, dopo un mese di silenzio…
Nel primo devo dar credito a un nuovo modo di guardare il cinema scoperto grazie alFellow Impastato… E nel secondo vi segnalo un classico dal Mastro che magari qualcuno di voi ha piacere di vedere 😉

E ora i graziegraziegrazie di rito e i saluti, stasera, obbiettivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM 1 – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Il Fellow Impastato, all’anagrafe Giuseppe Zito, mente dietro la programmazione artistica del Teatro di Pergine e di Effetto Notte, si è inventato questo nuovo sistema di guardare il cine che io trovo geniale e che spero il Mastro adotti, prima o poi…
Immaginate un androne interno di una casa antica, a pianta quadrangolare, noi pubblico sdraiato su dei materassini stesi per terra, e sopra di noi uno schermo, tirato da un capo all’altro del cortile. Come se stessimo prendendo il sole, ma al posto del sole, il cine! 🙂 Ed è la posizione ideale per godere del cine ― in quel caso, “Daydreams” di Buster Keaton, un cortometraggio che calzava pure tematicamente alla proiezione supina, e pure rimusicato dal vivo… Le braccia dietro la testa a mo’ di cuscino, le gambe incrociate a mo’ di Tom Sawyer… Si potrebbe volere altra tintarella dalla vita?!?
Il D-Bridge può testimoniare che non mi sarei schiodata più da quel materassino… 🙂
Bravissimo Impastato!

MOVIE-MAELSTROM 2 – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Per i cinefili spinti e con gran sprezzo del pericolo, martedì e mercoledì, alle ore 20:30, il Mastro ci propone la versione restaurata di “I cancelli del cielo”, film-fiume controverso di Michael Cimino che fece discutere tutta Hollywood e tutto il mondo quando uscì. Se le vacanze vi hanno corroborato per bene, non avrete problemi a reggere i 216 minuti della durata che dura…

SUICIDE SQUAD: Un ente governativo segreto gestito da Amanda Waller e chiamato Argus, crea una task force composta da terribili criminali. A loro vengono assegnati compiti pericolosi da portare a termine. In cambio la promessa di ottenere la clemenza per le loro pene detentive.

I CANCELLI DEL CIELO: Siamo nella contea di Johnson, nello Wyoming, verso la fine del secolo scorso. I grandi allevatori sono in guerra contro gli immigrati dall’Europa dell’Est, che reclamano la terra che è stata loro promessa. I contadini sono difesi dallo sceriffo Averill, mentre gli allevatori hanno come legale un amico di gioventù dello stesso Averill, Billy Irvine. Lo sceriffo riesce a organizzare militarmente gli immigrati e ad affrontare finalmente lo squadrone dei killer pagati dagli allevatori in una sorta di battaglia campale.

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LET’S MOVIE 245 – propone IL RACCONTO DEI RACCONTI e commenta RITORNO ALL’AVANA

LET’S MOVIE 245 – propone IL RACCONTO DEI RACCONTI e commenta RITORNO ALL’AVANA

IL RACCONTO DEI RACCONTI
di Matteo Garrone
Italia 2015, ‘125
Lunedì 18 / Monday 18
21:30 / 9:30 pm
Astra / Dal Mastro

 

Foody Fellows,

Il primo maggio scorso eravamo in altre faccende festivaliere affaccendati, e non abbiamo dato spazio all’evento dell’anno. Sì, quello, Expo 2015.
Non essendo una slow-fooder, e tendendo piuttosto al fast-running davanti ai tavoli del catering, potrei sembrare la voce meno adatta per supportare l’evento. E invece NO. Non vi faccio lo spottone sulle perle casearee dell’alta Val Badia o della bassa Val Venosta che potrete trovare nei rispettivi stand. Né vi spingerò al workshop calabrese “‘nduia chi viene a cena?” ―un workshop così dovrà esserci sicuramente, dai.
Io vi spingo ad andare ―e ci andrò― per un motivo principale, accompagnato da un corollario di motivi corollaterali. Il motivo principale è: il padiglione degli Emirati Arabi Uniti di Norman Foster (ave a Lui). Sicuramente l’avrete adocchiato nelle immagini scialaquate durante i giorni eufioria post-opening. A me ricorda l’interno dei mitocondri, e trovo che sia molto originale dedicare il padiglione alla struttura interna dei mitocondri, ché uno non ci pensa mai, a loro. Naturalmente non è che Foster poteva dire, mi sono ispirato alle membrane mitocondriali ―avrebbe generato della perplessità. Allora ha semplificato un po’ il tutto e ha fatto buttar giù una versione ufficiale… “Lo spazio evoca da un lato le strette strade pedonali delle città della penisola arabica e dall’altro le forme morbide e sinuose del deserto”…Certo Norman, come no… Tanto noi sappiamo che quello è un monumento a ciò che la mitocondrialità ha fatto per la specie. I press-realease rilascino un po’ quello che vogliono. 🙂
Accanto al capolavoro di Foster, ci sono altre bellezze padiglionari a cui andremo a rivolgere il nostro stupore. Qui li trovate tutti in versione tascabile, http://www.expo2015.org/it/partecipanti. Sinuosi, rugosi, affilati, tondeggianti, non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Ho sentito che a fine Expo tutte queste opere d’arte verranno smantellate ―forse qualcuna rimarrà, forse. Io non so come si possa anche solo lontanamente concepire la demolizione del monumento al mitocondrio (!), quindi spero che farà fede il precedente della Tour Eiffel, eretta in occasione dell’Exposition Universelle del 1889, e 125 anni dopo è ancora lì a dirigere il traffico parigino, con quel suo nasino all’insù. I precedenti avranno la precedenza, o no??!
Riaggiorniamoci a fine Expo per fare il punto.

Quassopra mi sono soffermata nel milanese perché ne valeva la pena e perché il Lez Muvi di giovedì mi ha lasciato un po’ così. Non male, intendiamoci. Al mio fianco avevo un Fellow da fuori regione ―be’, da fuori galassia― il Fellow Darth Veter, che nonostante domini il lato oscuro della Forza, ha fatto il bravo Movier e ha lavorato per seminare il verbo luzmuviano trascinandosi appresso il Guest Nicola ―che sperei di far finire nelle segrete lezmuviane molto presto. Non mi sono meravigliata dell’assenza di certi beneamati solito noti; immaginavo il malcontento suscitato dal titolo proposto. Ciononostante, molto heidi, ci speravo. Ritenterò.

Sì, il film mi ha lasciato un po’ così. Quattro, no cinque amici non al bar ma su una terrazza dell’Avana organizzano una rimpatriata dopo 15 anni di lontananza in occasione del ritorno a Cuba di uno di loro, Amadeo, emigrato a Madrid nel 1998. Queste due righe già vi portano a collocare il film accanto a certi suoi predecessori ― più meritevoli ― che hanno roteato intorno al motivo centrale della “reunion” . Penso al “Grande freddo”, a “Le invasioni barbariche” oppure “a Compagni di scuola” di Carlo Verdone ― di quest’ultimo si consiglia caldamente la ri-visione. Tutti film, questi predecessi, concentrati su un gruppo di amici che si ritrovano un tot d’anni dopo essersi conosciuti e aver condiviso una parte di gioventù. In storie così, il revivalismo è inevitabile, e inevitabilmente condito da quella nostalgitudine e da quella mitizzazione del passato di cui cadiamo vittime quando ne parliamo, come se il passato fosse sempre gli anni d’oro del grande Real, gli anni di Happy Days e di Ralph Malph ― 883 la cifra stilistica, l’avete indovinato sì.
Nel film il ritorno alla dimensione del ieri si affianca, abbiamo detto, al ritorno all’Avana di Amadeo, che comporta la revisione del rapporto di questi personaggi fra loro, e tra loro e la propria terra, Cuba, un luogo particolare cui tornare, con la sua storia post-embargo di cui noi sappiamo poco ― di cui IO so poco.
E forse è proprio lì che il film mi ha perso, o che io ho perso lui. È stato come entrare in una conferenza a dieci minuti dalla fine. Ho colto le conclusioni, ma mi mancavano le premesse e l’argomentazione. Non riuscivo a vedere oltre quello che gli indici dei personaggi indicavano, i fatti storici riguardanti Cuba cui alludevano e che io non conoscevo. Ovviamente Cantet è un regista sapiente e non ha ceduto allo spiegone, né tantomeno ha inserito “devices” esterni che avrebbero potuto permettere dei flash-back e colmare le lacune dello spettatore medio ignorante (tipo la qui presente). Quindi lascia tutto non-detto: se sai, bene, se non sai recuperi dopo il film. E infatti così ho fatto, scoprendo, per esempio, che negli anni ’90 Cuba ha vissuto una situazione d’isolamento e di grande crisi, fin peggiori di quelle conseguenti allo storico Embargo. Rafforzando il controllo dello Stato, nazionalizzando l’industria, e collettivizzando l’agricoltura, Castro ha praticamente eretto un nuovo regime, reprimendo ogni forma di dissenso politico, esercitando un pesante controllo sull’informazione e praticando intimidazioni di ogni sorta. Dopo aver spulciato vari Bignami online sulla storia cubana ed essermi fatta un quadro un po’ più chiaro, ho capito meglio le dinamiche fra i personaggi e la malinconia che li contraddistingueva. Giovedì mi sembravano cinque disperati con molti rimpianti, molto senso del tempo passato e troppi (davvero TROPPI) “ti ricordi…?”, con cui non mi riusciva proprio di empatizzare 🙁
In verità non so se questo dipendesse dal 4 che mi sarei beccata in Storia Cubana, o dal fatto che Cantet non abbia saputo universalizzare quei loro stati d’animo: rinserrandoli entro i confini di un passato e di un paese specifici, sono lì che finiscono per rimanere, purtroppo, non vengono verso di noi. Insomma, delle gran chiacchiere, ma che restano tali, non ti toccano.
Se non altro il film non mostra e non fa sentire la solita Cuba. Niente spiagge da cartolina, niente Buena Vista Social Club in sottofondo. È interamente girato sulla terrazza di un condominio squallido, in un quartiere di condomini squallidi, tantoché la mia prima domanda è stata “ma Cuba è così??”, con quel tono tra disappunto e delusione che ti strizza la voce quando scopri che Jesolo, cavolo, è così…
Il cine ci aiuta anche a stracciare le cartoline con cui siamo cresciuti e inserire nuovi scorci, nuove realtà –a questo punto potrei ricorrere a una commistione anglo-austrungarica ed escalmare “God save the Kino”! 🙂
E proprio vista l’unita di tempo e luogo, “Ritorno all’Avana” potrebbe essere benissimo una pièce teatrale. Anzi, forse il teatro sarebbe stato il luogo più adatto in cui allestire questo dramma del ritorno e del “nostos” ― non a caso il titolo originale del film è “Retour à Itaque”…
Ma in fondo il film di Cantet, per quanto non ci abbia entusiasmato, ci è servito da camera iperbarica, uno spazio di decompressione fra un capolavoro (“Forza maggiore”) e il prossimo Lez Muvi, che naturalmente è

IL RACCONTO DEI RACCONTI
di Matteo Garrone

Cheddire di Matteo? Nulla, al momento, se non che lo si ama sin da quando girò “Ospiti” nel 1998… È a Cannes, ora, e speriamo ci rimanga il più a lungo possibile, dato che è in concorso. Noi si va a vedere il film tenendo a bada quell’idra che alimenta le aspettative di tanti noi Moviers che parteggiamo spudoratamente per il team italiano schierato sulla Croisette ―Garrone-Moretti-Sorrentino le tre punte di sfondamento che tante Nazionali Cineasti c’invidiano. 🙂

Dopo l’eccesso di zuccheri a cui mi sono lasciata andare la settimana scorsa sul film di Ostlund, oggi mi sono moderata ― la dieta Dukan applicata a Lez Muvi… E concludo con 180 ml di Movie Maelstrom, evitiamo di appesantirci col riassunto, e porgiamo saluti, moderatamente cinematografici.

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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dedico il Maelstrom ai 10 minuti di applausi piovuti su “Mia Madre” di Nanni Moretti alla proiezione al Festival di Cannes, l’altroieri. Alla faccia di chi dice che il cine italiano arranca, che non è più quello di Scola, De Sica e Corbucci… Ai signori del penso-negativo dico che questo squarcio di secolo a cavallo fra due millenni ci ha dato Moretti, Garrone, Sorrentino. Ogni tempo, i suoi dei…

IL RACCONTO DEI RACCONTI: Fantasy ambientato nel 1600, liberamente tratto da “Lo Cunto de li cunti” di Giambattista Basile, autore napoletano del XVII secolo, precursore di tutta la letteratura fiabesca dei secoli successivi. Sono tre storie diverse che si intrecciano, relative alla descrizione di tre regni con tre sovrani diversi, ciascuna con un protagonista diverso: Salma Hayek nel primo episodio, Vincent Cassel nel secondo e Toby Jones nel terzo.

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LET’S MOVIE 206 – MALEFICENT

LET’S MOVIE 206 – MALEFICENT

MALEFICENT
di Robert Stromberg
USA, 2014, 97’
Lunedì 7/Monday 7
20:20 / 8:20 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

Mankind Moviers,

Non so voi come abbiate reagito a Sarkozy indagato…Io con una risata isterica: 50% malevolo godimento verso i primi cugini che ―fastidio!― fanno sempre i primi della classe e sbuffano anacronistici come le locomotive, 50% benevola compartecipazione con loro, che si trovano davanti al politico nazionale nei guai con la legge. Traffico di influenze, violazione del segreto istruttorio, un’amicizia ventennale con bella-zio Gheddafi ―se devi pagarti delle elezioni, chiama Muammar e vedi che una mano te la dà…  Il marito della première dame (allibità, naturalment) si è indignato, minaccia rappresaglie, denuncia “una strumentalizzazione politica di una parte della giustizia”… Sono certa che anche a voi questa reazione e queste parole riportino alla mente qualcuno a noi molto familiare… Qualcuno che adesso sta alle prese con i lavori socialmente utili…
Sì, ho riso, leggendo questa notizia, trovando che una delle verità su cui “Synecdoche, New York” ragiona, si applica benissimo a più ambiti, non ultimo quello della politica. “Ognuno è tutti”, recita la verità profonda del film: ciascuno di noi è soggetto e oggetto di situazioni che accomunano tutti gli uomini. Ampliando il concetto e prendendo spunto dallo scandalo Sarkozy, possiamo ragionevolmente sostenere che a tutti gli stati capìta, prima o poi, il Berlusca della situazione. Che forse il Berlusca della situazione, oltre ad essere il metro e 68 taccato residente ad Arcore, è anche un’entità che si incarna ciclicamente e sistematicamente nella classe politica di un paese determinandone lo svilimento etico. Un’entità che invero s’incarna nel metro e 68 sempre taccato residente in Rue-de-Quelquechose determinando lo svilimento etico del proprio pease…Una specie di poltergeist, o Dibbuk nero. O vero farabut, scegliete voi.

Nonostante suoni semplice all’apparenza l'”ognuno è tutti” del film di Kaufman è un postulato complesso e può essere letto da svariate prospettive, come per esempio quella che enfatizza la comunanza ―io provo quello che provi tu, ergo io sono come te, ergo io sono te― oppure quella che guarda alla ctonia (ctonia??) assenza di specificità individuale: nonostante le differenze che ci distinguono gli uni dagli altri, siamo fondamentalmente tutti uguali, tutti facciamo le stesse esperienze, tutti convergiamo verso un finale ineluttabile… “Ognuno è tutti” è il meccanismo che soggiace alla sineddoche: figura retorica che indica la parte per intendere il tutto ―come dire “due ruote” per riferirsi una moto, per capirci. È un procedimento che usiamo in continuazione, insieme al suo opposto, la metonimia, e questo mi fa capire ancora una volta quanto gli automatismi sottesi alla grammatica espressiva contengano al loro interno delle aspirazioni superiori che tendono alla speculazione filosofica… Del resto, cos’è una metafora se non una proiezione di me in un altro da me?

Prima di proseguire nel pippone però devo dirvi che martedì abbiamo riempito un’intera fila di posti dal Mastro ―qualcuno di voi vi prego avvisi la stampa, e riferisca che l’ultimo posto in fondo era libero in onore della Fellow Fra-ae.f.: l’imminente partenza per le vacanze l’ha costretta ad anticipare la visione di una sera. Se non volete sottoporre alla stampa questo piccolo ritocchino del reale, potete pure considerare quel posto libero come il posto del Movier Immaginario, il miglior groupie che ci sia: non si è mai perso un Lez Muvi MAI. 🙂
Elenco la mia fila di fichissimi partendo dal più alto a destra ―sì avete indovinato, il WG Mat― poi la Guest Carolina che grazie al senso dell’ironia appena appena accennato si aggiudica il cine-nomino di Fellow Carironica, il Fellow D-Bridge, a cui preme far sapere che assegna uno zero come voto al film (ma a lui piacciono le Giraffade, quindi il peso specifico del suo giudizio è pari a quello dell’idrogeno 🙂 🙂 …fortuna sua, il contributo quale Movier-recruiter della Fellow Carironica riporta il suo peso specifico in zona mercurio ;-)); poi c’è l’Anarcozumi, purtroppo priva di mannaia ―avrebbe tagliato, con forza zumiana, una buona mezz’ora al film (e come darle torto); poi ci sono io, che non merito altri commenti; poi c’è la Fellow Vanilla, che ha combattuto e sconfitto forze oscure che remavano contro la sua partecipazione a Lez Muvi ―scuola Sailor-moon, brava; poi c’è il Fellow Felix, che mi ha fatto provvidenzialmente, sacrosantamente notare che il film non è del 2013, com’ero convinta io, bensì del 2008, Blunder Board che sono; e ultimo, ma non certo per resistenza, il Fellow Onassis Jr. incontrato per caso un’ora prima di Lez Muvi mentre entrambi correvamo per Trentoville, perché in fondo, in Bolt we trust. 😉

And now back to the lot… Parto dai problemi di “Synecdoche, New York”: ha diviso un po’ gli animi…Sapete quando vedete disegnarsi sui visi delle persone un grande “Boh”, tipo quello di cui scrisse il Guru Cherubini dope l’infanzia Jovanotti. E non a torto. Il film è come un grosso organismo cinematografico che ri-partorisce se stesso per 120 minuti. Va oltre la “semplice” (semplice!) reiterazione di motivi aprendo scatole cinesi dentro scatole cinesi dentro sctole cinesi dentro scatole cinesi (sì mi fermo). È una storia in bilico costante tra realtà e finzione che si moltiplica con le stesse modalità all’infinito ― quasi biologicamente ― riproponendo le stesse scene, le stesse azioni in un incastro da cui scastrare la mente risulta operazione  mooolto faticosa.
Il limite del film è proprio il rifiuto di darsi un limite. Se Kaufman avesse tagliato 25 minuti buoni nella seconda parte, evitando d’indugiare su ciò a cui lui piace molto indugiare ― l’approccio cerebrale alla cinematografia, la riproposizione massiccia della coazione a ripetere ― e avesse resistito all’abisso della myse-an-abyme ― “un’immagine contiene una piccola copia di se stessa, ripetendo la sequenza apparentemente all’infinito”, così venite preparati all’esame di Teoria della Cinematografia II 😉 ― il film ne avrebbe senz’altro guadagnato. Tutto questo, infatti, comporta un eccesso di materiale contenuto, come s’è detto, all’interno di un involucro formale altrettanto imponente, ed esigente. Ora, facciamo due conti: 100 kg di peso netto (ovvero il contenuto) + 100 kg di tara (ovvero la forma) fanno 200 kg in totale. Capite che “appesantiti” è la sensazione con cui si esce dalla proiezione: 200 kg di roba addosso sono, come dire, pesanti…
Tuttavia, chevvoletechevidica, a me è piaciuto. Un film deve prendermi e scuotermi dalla testa ai piedi, oppure, in alternativa, oliarmi gli ingranaggi della psiche. “Synecdoche, New York” appartiene alla seconda categoria.

Caden Cotard, protagonista del film, è un regista teatrale alle prese con il suo imminente spettacolo―la messa in scena di “Morte di un commesso viaggiatore”, chissà se qualcuno dei Moviers si è accorto della locandina che passa velocissima in una scena.. Già capiamo, sin dall’inzio, che qualcosa non quadra. Il film si apre con una splendida canzoncina canticchiata da Olive, la figlioletta di Caden, che parla di morte e catastrofe. Caden è in crisi con la moglie Adele, un’artista che, dopo la prima della pièce tetrale, lo lascia e si trasferisce per un periodo ―un periodo che poi durerà tutta la vita― a Berlino, portando con sé la figlia. A questo punto Caden si sconnette dalla realtà come la conosciamo noi ed entra in una dimensione di finzione egocentrata e temporalemente sballata dalla quale non uscirà più.
Nel frattempo vince il McArthur, prestigioso premio teatrale che gli permette l’agio finanziario e gli dà modo di realizzare la SUA opera: mettere in scena la propria vita mentre sta accadendo, con attori che interpretano se stesso e le persone che lo circondano, in una New York ricostruita pezzo pezzo in un enorme teatro di posa. A questo punto, capirete, scatta il rompicapo ―in cui Kaufman sguazza― fra attore e personaggio vero, tra vita vissuta e vita recitata, finzione e realtà ―che comunque è una realtà fittizia: siamo pur sempre dentro un film, e Kaufmann ci sguazza ancora! Attori e personaggi si fondono e confondono: piano piano il mondo riprodotto sul set, che deve mimare la vita vera, finisce per invaderla: di qui la sensazione di stare ad osservare un enorme organismo unicellare che si scinde ad limitum, partorendo piccole catastrofi, delusioni, sofferenze ― ad limitum pure quelle. E arriviamo fino al paradosso più estremo: Caden assume un’attrice per interpretare se stesso regista e farsi dirigere attraverso un auricolare che gli suggerisce cosa deve fare e dire ―sì, esatto, come Ambra a “Non è la RAI”.
Le parole più difficilmente accettabili, sulla vita e la morte, la transitorietà e la futilità di tutto, la sostanziale fragilità delle nostre ambizioni e il doloroso riconoscimento dei nostri limiti e della nostra mediocrità, vengono pronunciate proprio da questa voce asettica, nel finale, che qualche anima infinitamente buona (o sconfinatamente perversa!) ha pubblicato su youtube, e che vi prego, vi prego down on my knees, di voler cliccare, https://www.youtube.com/watch?v=BRkoouy3WyM

Ora vedete, sentirsi dire “hai realizzato che non sei speciale”, per noi super-umanità imbottita quotidianamente dalla mistica mediatica del talent a-tutti-i-costi, non è tanto semplice, e siamo portati a borbottare “Sì be’, se devo venire al cine per deprimermi”… Ma andiamo più in là del borbottio, s’il vous plait… Abbiamo necessità, di sentircelo dire, Moviers, pensateci. Abbiamo anche bisogno di ricordare che le nostre esperienze sono le esperienze di tutti ― “ognuno è tutti” ricordate? ― e questo è il vero dono che ci è concesso, in quanto umanità. Sentire gli altri. Sentire.

Quanto al tempo, subisce una sovversione ―o piuttosto, perversione― in Caden. Nel corso del film, e del “film” della sua vita, Caden invecchia, ma senza rendersene conto: è talmente smarrito nella rappresentazione di se stesso, talmente sprofondato nel proprio io che vuole ricreare all’infinito e immortalare per i postumi attraverso la finzione teatrale, ed è pure talmente immerso in questo pantano temporale di eterno presente, da non accorgersi che la morte è lì, proprio lì, just two steps away; e che tutto è passato, che tutto passa, e finisce.
Architettonicamente parlando, “Synecdoche, NewYork” è una cattedrale di rimandi da estasi pura per lo studente di cinematografia che deve scrivere la sua tesi di dottorato. Del resto, come si diceva mercoledì sera, sin dagli albori, l’arte ripete sempre la stessa storia.
Non possiamo NON trovarci Pirandello e la crisi identitaria dell’uomo moderno che, rifrangendosi negli specchi di una realtà priva di riferimenti e certezze, si frange psichicamente dentro involucri vuoti, simulacri di sé che lasciano il tempo che trovano ― vedi gli attori che impersonano Caden (un aspetto intellettualmente molto appetitoso per i miei gusti è stato notare che l’attore spilungone che impersona il personaggio di Caden nella sua pièce teatrale comincia a seguirlo sin dall’inizio della sua vita ― ci avevate fatto caso, Moviers? Faceva capolino da dietro un albero o alla fermata dell’autobus… ― come se il doppio da sé fosse in realtà una presenza presente nel vivere vissuto, non sol recitato…creepy eh… ;-)).
Non possiamo NON trovare Italo Svevo, l’esternazione fisica del malessere psicologico che affligge lui e la sua coscienza. Così come Zeno claudicava, Caden sperimenta ogni sorta di magagna fisica ―pustole, poo dai mille colori, disturbi visivi, cardiaci, motòri (parlando di Zeno… a un certo punto, Caden zoppica con la gamba destra, proprio come lui…).
Non possiamo NON trovare l’”Otto e mezzo” di Fellini: Guido in crisi con la realizzazione del suo film, perseguitato dal senso del fallimento, dall’incapacità di portare a termine un progetto (quell’inettitudine che ricorda anche il Fitzcarraldo di Herzog): allo stesso modo Caden conclude la sua vita ma non concluderà mai la sua pièce teatrale condannata a un eterno work-in-progress, in un beffardo scherzo del destino per cui il finale biologico spesso non coincide con quello artistico. Pensate, Caden non riuscirà nemmeno a trovare un titolo con cui chiamare la sua opera, come se l’atto stesso del nominare un’esperimento del genere fosse impossibile, o semplicemente insensato… Non possiamo NON trovare, il Bardo ― non il Board eh, il Bardo Shakespeare 🙂 ― di “As you Like It”: “Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti”. O Erasmo da Rotterdam ― “Tutta la vita umana non è se non una commedia, in cui ognuno recita con una maschera diversa, e continua nella parte, finché il gran direttore di scena gli fa lasciare il palcoscenico”.
E naturalmente non possiamo NON trovare lui, Charlie Kaufman, nelle opere che l’hanno preceduto come sceneggiatore ― “Il ladro di orchidee” e “Essere John Malkovich” in particolare.

Quello che colpisce di questo film è l’ossatura sostanzialmente realistica ―un realismo davvero quasi mediocre da poetica del quotidiano— che tuttavia ingloba al suo interno elementi spiccatamente surreali. Per farvi un esempio, Hazel, amante e poi assistente di Caden, vive in una casa che va letteralmente a fuoco: una trovata geniale perché la casa in fiamme è vissuta come se fosse la cosa più naturale del mondo, e per me (mia interpretazione, watch out) è il contenitore della passione panica di questa burrosa ragazza dai capelli rossi (rossi!) che arde panicamente di vita, e non solo d’amore per Caden (che peraltro amerà per sempre). C’è del fantastico, del visionario anche, ma siamo lontani anni luce dal fantastico-visionario di un Terri Gilliam, o di un Lynch. In quella scena siamo piuttosto tra Wes Anderson e Aki Kaurismaki…Qualcosa che ricorda “Moonrise Kingdom” o “I Tenenbaum” o “Miracolo a Le Havre”: l’inserto dell’elemento totalmente assurdo in un impianto totalmente realistico.

Insomma, se siete corazzati, se vi lasciate sedurre dal cerebro(leso) come me, se potete tollerare un labirinto cinematografico che vi trascina nelle ossessioni di una mente dissociata e/o visionaria e nella spietata durezza di questa nostra vita dalle ore contate, se volete domande, cercate risposte, e non temete l’overdose di virtuosismi stilistici, allora avventuratevi! E tranquilli, se dopo il bombardamento da scarica ad alto voltaggio cinephile volete alleggerire l’apparato neurologico, un paio di Vanzina una volta al dì e passa tutto. 🙂

E dopo gli psico eccessi di Kaufman (cacchio quanto cacchio ho scritto?!), questa settimana ci va di favoleggiare con

MALEFICENT
di Robert Stromberg

Sì lo so, l’orario ha dell’imbarazzante ― ma che mi rappresentano le 8 e 20?? Anyway… L’Anarcoazumi vide il film appena uscì e ce ne raccontò a caldo, in termini molto entusiastici. Ci stuzzicò la voglia già allora, ma prima avevamo altri titoli in attesa di Moviers. Ora che il piatto piange, ripeschiamo dalla dispensa gli amabili resti (Sebold che citazione!) 🙂
Ah non cadetemi vittima del pregiudizio eh, non è la solita storiella: è una rilettura postmoderna della favola della Bella Addormentata. E se poi non vi va di venirci per quello, venite per apprezzare l’operato dell’arrotino californiano sugli zigomi di Angelina Jolie: due capolavori assoluti. 🙂

E anche per oggi, Moviers, I paid my dues. 🙂 Grazie tante, al solito. E al solito, riassunto ad ammuffire in cambusa, Movie Maelstrom in fermento a babordo e saluti, questa sera, umanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Per quei due di voi intrigati da “Synecdoche, New York”, qui, http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=2073 , trovate un pippone di approfondimento interessantissimo: il regista Charlie Kaufman intervistato da Wired, e un esilarante “Piccolo glossario sineddochico”, con cui le mie sinapsi hanno banchettato  😉

MALEFICENT: Maleficent racconta la storia inedita della leggendaria strega del classico Disney del 1959 La bella addormentata nel Bosco ed esplora la vicenda del tradimento da lei subito, che le ha indurito il cuore. Assetata di vendetta e nel disperato desiderio di proteggere le brughiere su cui domina, Malefica lancia una crudele e irrevocabile maledizione su Aurora, la figlia neonata del re. Aurora cresce nel conflitto fra l’amato regno del bosco e il regno umano di cui è legittima erede. Malefica si rende conto che la fanciulla potrebbe portare la pace nel territorio e si vede costretta a commettere azioni radicali, che cambieranno per sempre il volto di entrambi questi mondi.

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