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LET’S MOVIE da NYC commenta “SICILIAN GHOST STORY” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia

LET’S MOVIE da NYC commenta “SICILIAN GHOST STORY” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia

Mimbarco Moviers

sulla Miss Liberty, una mattina gelida, un paio di domeniche fa. Il cielo sopra è grigio, l’acqua sotto ancora peggio. Mi vieto di pensare quali contenuti possa contenere.
La Miss Liberty è diretta a Ellis Island.
È una traversata che rimando sin da quando sono arrivata qui, due anni fa — sì, già due anni, il 2 novembre scorso.
Perché?
Perché Ellis Island, prima di essere un luogo geografico, con i suoi muri e le sue porte, i suoi mattoni e il suo pontile, è un luogo del pensiero.
Lì, in quella forma tutta mia di quel posto, ci sono stata infinite volte. Ne ho camminato i corridoi, fatto su e giù per le scale. Ho sentito i mormorii dei sogni, e lo schianto delle aspettative.
Per far capire quanto quell’isola pesi nel mio immaginario, vi dico che ci ho scritto una serie di quindici poesie, prima ancora di metterci piede. Mi ha accompagnato in Spagna, mi accompagna qui, indipendentemente dal quartiere in cui io mi trovi. È come una presenza costante, Ellis Island.
E questo perché parla di me, declinandomi al passato. Io sono — well, noi siamo — tutti declinati al presente, ovviamente. Ma ci sono delle situazioni, oppure dei posti, che hanno la facoltà di scrivere chi siamo al passato.
Questo succede, per me, a livello dello spirito, con Ellis Island.

Poi, quando un luogo mentale diventa fisico, ovvero quando ci portate il vostro corpo, e quei corridoi e quelle scale, li camminate con le vostre gambe, l’esperienza esercita un impatto doppio.
L’ho rimandata perché temevo che l’impatto sarebbe stata troppo forte. Che il momento in cui l’esperienza fisica avrebbe incontrato quella emotiva sarebbe stata una collisione, un punto di rottura.
Non volevo disintegrarmi.
A voi non capita mai di temere di disentegrarvi, a un certo punto? A me sì. Come se la pressione fosse troppa, e si implodesse, e il nostro petto finisse in un’infinità di stelle.
Non sarebbe una brutta morte, a ben vedere.
A ogni modo, non è successa. La collisione. La rottura. È stata invece, una congiuntura. Una congiunzione, direi. Tra passato e presente.

All’inizio del ‘900 Ellis Island ha rappresentato la porta d’ingresso per gli Stati Uniti. E non solo per gli italiani. Ma per mezza Europa. Irlandesi, greci, polacchi, russi, ebrei, slavi, you name it. Tutti a imbarcarsi in un viaggio che non finiva dopo i nove giorni di traversata, ma che dopo nove giorni di traversata, cominciava.
Il raffronto tra quegli immigrati storici e gli immigrati di oggi è scontato. Allora non avevano letteralmente nulla. E non parlo di averi fisici. Ma di conoscenze intellettuali. Non conoscevano la lingua. Molto spesso non sapevano leggere e scrivere nemmeno nella loro lingua madre.
L’idea di arrivare in un paese senza padroneggiarne il linguaggio m’inquieta da sempre. La lingua non è solo comunicazione, ma è anche giustizia. Potere. Esserne privato ti mette alla mercé di qualcun altro.

La maggior parte degli immigrati italiani non veniva dalle città. Quindi molto probabilmente non aveva mai visto un palazzo alto più di quattro piani. Oppure un tram. Oppure un ponte. Figurarsi cosa doveva essere ritrovarsi con la skyline newyorkese in lontananza — il Brooklyn Bridge di fronte, la Statua della Libertà sulla sinistra. Tantissimi grattacieli stavano spuntando proprio in quegli anni. La città era tutta un cantiere.

Mi ha colpito, del posto, la dimensione. Per la prima volta da ché sono sul suolo americano, qualcosa non mi è apparsa smisuratamente grande. Al contrario, direi che la struttura centrale è di dimensioni contenute, viste le quantità di sbarcati da accogliere e smistare. La registry room è spaziosa, sì, ma non ginormous, come si dice da ‘ste parti il superlativo di enorme.
Forse le misure mi sembrano ridotte perché lo spazio — a parte la registry room — è suddiviso in tante piccole stanze, in cui venivi fatto passare nel tuo percorso verso la goilden door — la porta d’oro che ti cinsentiva l’accesso al Nuovo Mondo.
Inspection room e mental room, dove ti visitavano e ticket room, dove acquistavi il biglietto per il treno che ti portava in New Jersey, o in Pennsylvania, o in Iowa.

Sono i controlli sanitari, quelli che più rimangono impressi. Il modo bruto in cui ti spogliavano e controllavano. Se eri troppo magro, troppo smunto, troppo verde o troppo giallo — immaginatevi la tonalità dell’incarnito dopo una traversata in mare di dieci giorni — troppo scuro — noi italiani eravamo i white niggers, ricordate? — oppure se camminavi un po’ storto, se ti rigiravi troppo le dita, se uno di questi “se” ti capitava, facile che il dottore di turno ti facesse marchiare la giacca con una croce. Se succedeva, ti beccavi una “thorough examination”, il che voleva dire, una visita da capo a piede.
Ma quello più impressionante era il “weeding out process”, ovvero “lo sfoltimento”, che avveniva tramite test volti a valutare le tue capacità logiche e di “buon senso”.

Tra queste, delle domande assurde, e molto spesso, a trabocchetto.
“Come lavi le scale? Dall’alto verso il basso, o dal basso verso l’alto?”.
Pauline Notkoff, un’immigrata polacca arrivata in America nel 1917, racconta che una ragazza, proveniente dalla sua città, a quella domanda rispose “Io non vado in America per pulire le scale”.
Chissà se la risposta piacque agli ispettori sanitari tanto quanto piace a noi.
Tra i modi in cui venivano distinti gli immigrati: feeble-minded, mental defective, constitutional inferior, idiot, stupid, moron.
I test a cui venivano sottoposti potevano essere difficili. Oggi sappiamo che alcuni dottori portavano i test a casa e li sottoponevano a parenti e amici, just for fun. E loro stessi, individui scolarizzati, parlanti nativi della lingua e colti, non li superavano.
Figurarsi un immigrato da Acitrezze, Spilinbergo, o Borgo Valsugana!

Ci sono storie raccapriccianti di famiglie divise. Il marito trovato “non idoneo”, la moglie “idonea”. Il marito deportato a casa. La moglie lasciata sola sulla soglia di una vita immaginata a due.
Un bambino morto di polmonite nell’ospedale di Ellis Island — le visite dei famigliari non erano consentite. Una ragazzina con una banale infezione al cuoio capelluto ha trascorso otto mesi nell’ospedale di Ellis Island.
Senza dire una parola, senza vedere i genitori.

Oggi tante delle sale di Ellis Island ospitano delle fotografie che raccontano l’esperienza del migrare.
Io sono andata sulle tracce di quella italiana. Dai cartelloni che pubblicizzavano la Cunard Line, “la prima congiunzione celere diretta fra Trieste e Nuova York”, oppure La Veloce, che partiva da Napoli, oppure la White Star Line, che collegava New York, Boston e Genova. E ancora L’Esperia, “l’Assicurazione degli Emigranti”, che, dietro il versamento di dieci Lire, assicurava “Lire Milleduecento in caso di decesso infra i trenta giorni della data d’imbarco pagabili agli eredi”.
Una bella foto immortala alcune migranti, cariche di bauli. In lontananza una stazione ferroviaria molto famigliare a noi italiani, con la sua mezza luna di vetro: Milano Centrale.
Victor Tartarini, immigrato nel 1921, disse, in un’intervista del 1985: “America was a bid deal in those days… Because when they sent a letter or a picture… It was a big deal… Everybody thought everybody was rich in America… The Italian people, they thought America was gold”.
Il mito dell’America, era tutt’un mito. Una narrazione. Una fantasia — come ci ha mostrato benissimo Emanuele Crialese in “Nuovomondo”, immaginando mari di latte e alberi carichi, appunto, d’oro. Quegli immigrati non impiegarono molto a capire che così non era. Che i mari non erano di latte, e che gli alberi non erano carichi né d’oro. Ma anche se le difficoltà erano indubbie, chi riusciva a raggiungere Manhattan, capiva immediatamente che il potenziale di quel nuovo sconfinato paese era esso stesso sconfinato. Per questo così tanti italiani prosperarono qui. Capirono una massima che ancora vale oggi, e che mi piace molto. Qui si dice “the sky is the limit”. Nessun tetto a quanto in alto la tua immaginazione può puntare. Questo non significa che non cadrai e ti farai del male, cercando di raggiungerlo, quel cielo.
L’America è un paese fatto sulle rovine di chi non ce l’ha fatta, ma il fallimento è previsto nel percorso per raggiungere quella felicità custodita nel Primo Articolo della Dichiarazione d’Indipendenza. Se cadi, ti alzi e ci riprovi. Fino a esaurimento. E nessuno ti tratta da pariah. Nessuno ti giudica se hai fatto l’avvocato, venduto burritos, recitato in una commedia Off Broadway che non è mai decollata, o aperto un agenzia per cuori solitari che Tinder ti ha fatto chiudere dopo un mese di attività.
Questa forse, è la vera grande libertà dell’America. La possibilità di rivendicare il diritto all’errore, e al cambiamento. In Italia, siamo più marmorei. Se studiamo medicina, faremo per sempre i dottori, anche se, a un certo punto, non ci andrà più. Se riusciamo a guadagnarci un impiego nel pubblico, rimarremo nel pubblico fino alla pensione — se baby, meglio — e faremo tutto quanto in nostro potere per infilare il figlio nell’ambiente e fargli prendere quella strada sicura. Ecco, qui in America, non è così.
Non ci sarà la sanità pubblica, l’istruzione t’indebita fino alla crisi di mezz’età e non si scrostano gli infissi prima di ridipingerli (!), ma almeno le persone ci provano.

Io non sono un’immigrata storica. Sono un’expat –di lusso– di oggi. Non avevo una valigia. Ne avevo sei –suddivise in viaggi diverso, a mia discolpa (!). Non avevo in bocca il silenzio dato dal non sapere una lingua. Non avevo la miseria a mangiarmi i calcagni.
Eppure, io, come loro, ho lasciato il paese che mi ha partorito. Io, come loro, ho chiuso una porta.
Gli immigrati di ogni epoca passano tutti per Ellis Island.

Dopo di lei, ho proseguito il mio viaggio fino a Liberty Island, l’isolotto a forma di pepita che ospita Lady Liberty. Da Ellis Island a Liberty Island ci sono quattro minuti di traghetto, quindi niente di troppo picaresco.
Lo ammetto, ci sono stata più per togliermelo dalla lista. Abitare a New York e non andare a porgere i propri omaggi alla Statua della Libertà, è come abitare a Parigi e schifare la Tour Eiffel.
Ce n’est pas possible.
Proprio come non impressionavano le dimensioni di Ellis Island, non impressiona l’altezza, di Lady Liberty. Ormai siamo abituati a veder svettare chilometri di building in cielo, soprattutto dalle parti di Dubai. Impressiona, invece, la postura. Tutti questi anni a immolarsi in piedi, con quella fiaccola in mano, per rappresentare la libertà, e non solo in America, ma in tutto il mondo.

Quante ne avrà viste, Lady Liberty! È lì dal 1886. Ellis Island fu aperta sei anni dopo. Pensate quante navi le saranno sfilate davanti. In quanti occhi sognanti si sarà immaginata riflessa — non a caso fu considerata in quegli anni la “madre degli esuli”.
E pensate a quell’11 settembre 2001. La vista sulle Torri Gemelle sgombra, Lady Liberty ha assistito a tutto, ancorata al suo isolotto.
Quel giorno avrebbe voluto sedersi, penso. Poggiare la fiaccola per terra, e sedersi.
Anche oggi, penso, le deve costare una gran fatica, rimanere in piedi, reggere quella fiamma, quel simbolo.
La libertà è lavoro, dedizione. Dovrebbe essere un diritto inalienabile, ma non lo è.
Dobbiamo partire dal presupposto di dovercela guadagnare tutti i giorni.

Ogni volta che penso alla libertà, mi viene in mente Napoleone, che della sua corona, diceva: “Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca”.
Ecco, io sostituisco alla corona la libertà.
Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca.

Questa settimana vi parlo di un film italiano. Ebbene sì, arrivano anche qui. 🙂
A Sicilian Ghost Story” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, che ha aperto la Semaine de la Critique all’ultimo Festival di Cannes.
Ieri c’era Antonio Piazza a presentarlo al Quad Cinema, quindi sono andata ancora più volentieri.

“A Sicilian Ghost Story” racconta, con linguaggio che sconfina nel soprannaturale, la terribile vicenda di cronaca che vide per protagonista, nel 1994, il giovane Giuseppe Di Matteo, il ragazzino rapito, ucciso e sciolto nell’acido da sicari della mafia perché reo di essere figlio di un pentito che aveva deciso di collaborare con le forze dell’ordine.
Diciamo che una storia del genere va raccontata a priori. Il cinema è anche luogo in cui far sopravvivere la memoria. Persino — soprattutto — la memoria di cui ci si vergogna, come paese. Un atto barbaro come quello subìto da Giuseppe non deve essere mai dimenticato.
Io mi sono resa conto che non lo ricordavo — ero adolescente, va be’, ma c’ero. Ricordo che negli anni ’90 si parlava molto di pentiti e di bidoni di acido. Ma non ricordavo Giuseppe di Matteo, rapito a tredici anni, ucciso a quindici. Nel 1996.

Dire per immagini un fatto del genere non è impresa facile. Piazza e Grassadonia escludono il realismo di stampo cronachistico e preferiscono una soluzione che mescola generi cinematografici diversi, tra cui il fantasy, la favola gotica, il teen-movie, raccontando questa storia dalla prospettiva —inventata — di Luna, una compagna di scuola innamorata di Giuseppe decisa, dopo la sparizione del ragazzo, a trovarlo.
E’ evidente l’obbiettivo dei due registi di mantenersi fedelissimi alla storia — e questo è stato confermato anche dal regista Piazza alla fine della proiezione — ma di adottare una serie di archetipi che parlassero la lingua fantastica. A cominciare dal bosco, dove tutto bene o male ha inizio, oppure dal personaggio gelido della madre di Luna — una vera e propria matrigna di stampo favolistico — o ancora i mostri che perseguitano i due ragazzi, come il pitbull da cui scappano, oppure ancora la fedele migliore amica di Luna, che giunge in suo soccorso e le salva la vita.
Il tentativo di ridisegnare in termini artisitici i contorni di una vicenda così dolorosa per la storia italiana è degno di merito. E anche se non è l’unico caso in cui si vuole portare il fantasy in Italia — ricordiamo i film dei Manetti Bros, ma anche “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti — sappiamo bene quanto ancora refrattaria sia certa Italia a un linguaggio cinematografico altro da quello realistico.

Tuttavia il film non mi ha conquistato. E questo soprattutto per via della recitazione. Gli attori scelti, spiace dirlo, mancano totalmente di naturalezza. Si vede tutto il tempo che stanno recitando una parte.
Forse questo è dovuto anche a dei dialoghi poco efficaci, oppure forzati. Mi chiedo che film sarebbe stato, “A Sicilian Ghost Story”, se il cast fosse stato diverso. Se il copione fosse stato scritto come se a parlare fossero due adolescenti e non due adulti che fanno parlare due adolescenti.
Onestamente, durante il film, non vedevo l’ora che finisse. E mi sentivo in colpa perché un film così va promosso e guardato. Soprattutto dalle nuove generazioni, che si sa, non vedono di là dal loro tablet.

E proprio questo ci ha detto Antonio Piazza dopo la proiezione. “Il film ha diviso la critica, ma viene fatto vedere molto in giro. Specie nelle scuole.” In effetti la critica italiana l’ha criticato, mentre la critica americana ha speso parole di elogio sul film, così come quella euopea e francese. Non a caso Cannes gli ha concesso l’apertura della Semaine de la Critique. Ed è stato incluso anche nel programma del New York Film Festival, il mese scorso.
In più, il Sundance l’ha pregiato del suo endorsement. Piazza ci ha spiegato di come il team del Sundance li abbia invitati a Salt Lake City, li abbia aiutati con la sceneggiatura, li abbia incoraggiati in tutto e per tutto, e fatto conoscere Robert Redford, naturalmente.
L’America, checché se ne dica, fa anche questo…

Prima della proiezione, Piazza ha detto che per molti anni lui e il co-regista Grassadonia sono stati arrabbiati con la Sicilia. Se ne sono andati. Non riuscivano più a guardarla in faccia.
Dopo la proiezione, gli ho chiesto se il rapporto con la regione è cambiato, se loro due sono ancora esuli, oppure se sono riusciti a tornare. Mi ha detto che la rabbia si è attenuata, che adesso vedono quanta volontà ci sia di andare avanti, di lavorare bene, di essere generosi. Che, insomma, in Sicilia non c’è solo il marcio.
Ha detto che per il momento hanno una casa a Roma e una casa a Palermo. Fanno la spola.
Credo che fare la spola sia un gran bel modo di vivere una vita.
Sempre in movimento, mai radicati in un unico posto.

In sala il pubblico era a dir poco scandalizzato da quello che vedeva sullo schermo. Non una domanda è stata fatta nel Q&A — a parte una perplessità di una spettatrice che non aveva capito se avesse davvero capito il finale (!).
Gli americani non sono abituati a vedere questo volto dell’Italia. Preferiscono le colline toscane, il Chianti e Ferragamo. Ma l’ho visto, il modo in cui s’irrigidivano o sbuffavano mentre sullo schermo s’intuiva l’omicidio di Giuseppe, il suo corpo sciolto in un bidone, e il contenuto vuotato in un lago. Credo che nessuno spettatore in sala potesse immaginare un tale abominio. Anche noi italiani fatichiamo ad accettare che quella è parte della nostra storia.
Io penso che sia giusto che l’immagine dell’Italia venga conosciuta nella sua complessità. Luogo d’indicibile bellezza, luogo d’indicibile infamia, da cui però abbiamo preso le distanze. Dopo gli anni ’90, anni sanguinosissimi, non si sono più sentiti casi simili. Questo non significa che ci siamo ripuliti totalmente dal marcio, ma che siamo sulla strada giusta.
Voglio crederci.

E anche per stasera è tutto, Fellows.
Nel Frunyc IV trovate le foto di questa settimana — e se scorrete in quelle passate, vedete anche Ellis Island.

Vi ringrazio sempre dell’attenzione, e vi mando dei saluti, stasera, atlanticamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 350 da NYC commenta “THE SHAPE OF WATER” di Guillermo del Toro

LET’S MOVIE 350 da NYC commenta “THE SHAPE OF WATER” di Guillermo del Toro

Matthew, Moviers,

vuole che lo chiami “Matteo”. Ha vissuto in Italia due anni, all’inizio degli anni ’90. Io lo chiamo Hemingway. Sia per il soggiorno italiano — anche se lo scrittore era qui per fare la guerra, mentre Matteo per insegnare, giornalismo. Sia perché è il tipo hemingwayano che è. Vissuto, mondo ampiamente girato in ogni suo meridiano e parallelo, barba incolta, giubbotto di pelle talmente provato che la pelle credo respiri. Fa il giornalista per varie testate, tra cui il New York Times, ma più nel passato che nel presente. Nel presente s’immischia in altri progetti che hanno a che fare con il sociale che però alla fine stentano tutti a decollare. E’ un socialista della vecchia guarda. Con delle derive comuniste anche, sicuramente. Oggi ha venduto l’anima al diavolo di una app che cerca di produrre in Cina e smerciare qui.

Hemingway è il mio amico cinico. Nato e scresciuto nel Bronx quando il Bronx dev’essere stato IL BRONX, detesta New York City. La massacra in ogni modo e maniera.
Ognuno dovrebbe avere uno o più amici che stanno letteralmente agli antipodi di quello che siamo. Ho sempre cercato di portare avanti questa pratica — essere stata in una squadra dragonboat del profondo Valsugana, io, aliena/va urbana che sono, può essere considerato un esempio di questa pratica che ti salva dal mare di te stesso con cui sei portato a circondarti.
Hemingway mi riporta con i piedi per terra quando volo troppo in alto sopra New York City. Quando la mia scimmia si scatena troppo.
“Bambina, this city is the sickiest patient no treatment will ever be able to heal. Senza speranza, you know?”. Mi fa ridere perché butta delle parole italiane qua e là, che probabilmente gli ricordano il periodo torinese. Un periodo che mitizza, lo si capisce da come ne parla.
Con Hemingway ha tutto a che fare con il caso. Ci siamo conosciuti in metro. Lui è uno che parla e io sono una che chiacchiera. Done, amici. 🙂 C’incontriamo per puro caso in giro per la città. Il caso parrebbe non avere vita facile a NYC, visto gli 8 milioni di abitanti: a NYC non sei esattamente a Trentoville, dove le strade sono quattro, fra il saloon del Pedavena e l’ufficio dello sceriffo in Via Barbacovi. Invece, strabiliantemente, non è così.
Un paio di settimane fa lo incontro sotto il Chrysler Building, zona in cui di rado metto piede. Lui abita nell’Upper West Side, io ad Harlem. Il Chrysler Building sta nella zona est di Midtown. Tutto l’opposto.
“You’ll have to come over for dinner one time”, mi dice. Io dico okay, sure. E un po’ temo l’invito. Hemingway è un tipo spartano. E’ uno che t’invita a fare quattro chiacchiere in un bar scassato di Hell’s Kitchen, dove gli avventori per metà guardano il baseball in tivù e per metà affogano i dispiaceri in brocche di birre e cestini di patatine. Casa di Hemingway sarà così, m’immagino.
Mantiene la promessa. Mi chiama “What are you up to per il Thanksgiving bastardo, bambina?”, mi chiede. Rido e gli dico che per il Thanksgiving bastardo sono a cena da una famiglia di italoameircani ebrei nell’Upper East Side.
Allora Saturday?
Okay, Saturday free.

Visto l’amato biennio torinese, gli porto dei Gianduiotti. Con la speranza, anche, di addolcire la sua vena caustica.
Casa Hemingway è esattamente come me l’ero immaginata. Anche peggio. Fascicoli e bloc notes (quelli gialli da avvocati made in USA) ovunque. Per terra, su un divano, su due scrivanie. Una parete foderata di libri, bordata in cima da tutti i suoi cappelli, e in fonda da tutte le sue scarpe. Ma i cappelli non sono Borsalino e le scarpe non sono Velasca. I mobili non sono antichi o moderni. Sono vecchi o cheap.
Appena entro mi fa questa richiesta che è tipicamente anglosassone, ma che, ahimé, si è spinta anche in Italia, con mia somma stizza. Mi chiede di togliermi gli stivali, e mi presenta un paio di ciabatte di vimini che probabilmente risalgono a un suo viaggio in Vietnam ed appartenevano a qualche vietcong. Certo, se ti confiscano le scarpe all’ingresso, ti aspetti come minimo che il pavimento sia lindo come i pensieri di un bebé. Forse in Italia è così. Ma nell’appartamento di un condominio pre-war newyorkese non è esattamente così. La polvere in giro e per terra e all around risale sicuramente all’anteguerra. Credo che il pavimento non abbia mai provato il massaggio di uno straccio amico.
Vista la mia allergia agli acari, temo di cominciare a starnutire in tempo zero. Ma forse gli acari, visto il territorio a loro congeniale, hanno subito qualche mutazione e si sono trasformati in altro, e io non sono allergica alla nuova mutazione… La mia mente sta visualizzando strane creature alla Jabba the Hut, quando Hemingway m’invita al tavolo del “soggiorno”, da cui ho una visuale parziale della cucina.
Ringrazio le leggi della geometria per la parzialità.

Già avevo avvisato il “cuoco di casa” della mia condizione vegetariana. “Non darti da fare, bolli qualche verdura, non serve altro”. Avevo detto al telefono, mentre mi proponeva una temibilissima “Cambodian special recipe”…
“Ti ho preparato del brodo con del pesce che ho cotto per me. Almeno quello lo bevi?”, mi dice con un sorriso da bambino trionfante. E come fai a demolire il sorriso a un bambino trionfante?
Ora Moviers, immaginate del pesce — orientativamente dello sgombro — cotto nel burro, in una padella di ghisa vecchia generazioni. Immaginate che al fondo della cottura sia stata aggiunta dell’acqua, del vino bianco, e quello strano tipo di cavolfiore marziano che al posto delle belle forme tondeggianti dei cavolfiori bianchi ha dei moduli spaziali tuttopunte che hanno il sapore della Morte Nera. Fate bollire tutto questo per pochi minuti e servitelo all’essere umano fra i più schizzinosi di madre terra.
Fortunatamente l’essere umano ha maturato anni di esperienza di chiacchiere a tavola (!), e la mette in pratica tutta tutta.
Mentre Hemingway si scofana gnocchi — poveri natanti in mezzo a burro e panna — pesce, e un’insalata di carote che avrebbe fatto diventare carnivoro un vegano, io fingo di sorseggiare il mio brodo venusiano, e parlo parlo parlo, come se non ci fosse un domani.
La conversazione con Hemingway è sempre molto scoppiettante e mette a dura prova sia me che lui.

E’ convinto che New York City sia abitata da sociopatici — “It’s a city of damned sociopaths who are afraid even to look up from their smartphones!” — che sono irrimediabilmente infelici — “Do you think this people is happy? They are on the brink of a collective breakdown, all of them, I tell you” — e per la maggior parte gay — “They are not really genetically gay, as real gay are. They are gay because they don’t have the balls to be straight here. It’s too much for them”.
Io cerco di capire meglio. La questione dei sociopatici infelici in realtà credo appartenga al modello del cittadino metropolitano moderno, troppo indaffarato per distogliere lo sguardo dai suoi affari, o anche solo dai suoi aggeggi multimediali e accorgersi che c’è un mondo umano attorno a lui.
“Do you see Starbucks? The people in there don’t talk. They don’t talk! What’s wrong with them?”
Io dico che da Starbucks ci vanno tanti studenti per studiare o lavorare, perché c’è il wifi gratuito e se ne possono stare lì in pace, visto che magari le loro stanze sono piccole, il loro appartamento troppo affollato.
E poi naturalmente il confronto con l’Italia. “There’s so much joy in you guys… Look at you!”, mi dice, riferendosi a noi italiani e al giullare che sono io. “Where do you see joy here?”.
Mi spiega come la gente, in Calabria, quando la girò in bicicletta, gli offrisse vitto e alloggio, pane e companatico. Come tutto fosse facile. Come tutti fossero “just happy”.
Cerco di spogliare le parole di Matthew dalla mitizzazione e dalla velina “good old days”, che ci fa vedere sempre come bello ciò che è passato.
Gli faccio presente che quello è un ricordo, un’esperienza personale, probabilemente in un periodo positivo della sua vita — probabilmente positivo per la stessa Italia, pre-Tangentopoli, pre-crisi, pre-macello globale. Ma che quello non corrisponde necessariemante al vero. Che forse lui si sta appigliando a quel ricordo — non è più stato in Italia, e sono passati 20 anni — e non lo vuole lasciar andare. Forse è per questo che non torna in Italia.
“Maybe you are right”, ammette, alla seconda razione di gelato, mentre la mia minestra è praticamente intatta nella tazza.
“And maybe you are right too on the joy of us Italians…”, concedo io.
Forse noi siamo sempre stati abituati a fare buon viso a cattivo gioco. Ci può piovere addosso tutta la meLma di questo mondo — Berlusconi, 5 Stelle, Salvini, Barbara D’Urso, i fratelli Rodriguez (OMFG) — ma noi, in qualche modo, riusciamo a stare a galla. E a farci sopra quattro risate. Mi chiedo quanto potremmo andare avanti così, how much shi* we could take in before the freakout.

“You see, bambina, I would love to live in a normal place. NY is not normal”. Cerco di capire cosa intenda per “normale”. Ci pensa un po’ e poi dice “quiet”.
Allora capisco.
“You just need a bit of Philadelphia!”, gli propongo.
“Nothing happens in Philadelphia!”
“Exactly!”, scoppio a ridere.
“Maybe it’s true, I need a boring place”.
“I have lived in a boring place for 6 years. And I need a not-normal place”. Concludo.
Alla fine credo che sia tutto questione di fasi della vita. Dopo 50 e passa anni a NYC forse sarei stufa anch’io.
Dopo 6 anni di Trento, credo sarebbe stufo anche lui.
Mentre rassetta parliamo di tutte le cose storte dell’America. Il sistema sanitario. L’istruzione.
Alla fine ci ringraziamo a vicenda. Intellectual conversation, definisce il nostro scambio. Ovvero quando entrambe le parti sono disposte a considerare posizioni altrui.
Mi restituisce i miei stivali. Lui infila un paio di calzini bucatissimi prima d’infilare le scarpe. E mi riaccompagna alla metro.
Una volta salutato, mi piomba addosso una stanchezza infinita. Le conversazioni intellettuali sono durissime. Ogni volta che vedo Hemingway, NYC appare diversa. Ne vedo le ombre. Ne vedo le unghie sporche.
Dentro di me lo maledisco e lo ringrazio ogni volta.

Mentre risalgo l’Upper West Side alla volta di Harlem, ripenso un po’ a tutto.
Soprattutto, a come togliermi dalla bocca quel saporaccio di pesce fritto, vino bianco e cavolfiore venusiano.
Jez.

Questa settimana, finalmente, un film che aspetto sin dalla Mostra di Venezia, dove ha vinto il Leone d’Oro.
The Shape of Water” di Guillermo del Toro. Per quanto la sala che mi ha ospitato fosse assai trash, il Lowe sulla 68esima, Broadway — un multisala molto blockbuster — la poesia evocata da questo film mi ha fatto scordare gli eccessi di moquette e di colori sgargianti che le catene come Lowe e Regal possono offrire ai loro spettatori.

Fantasy, romance, eros, drama, musical. C’è tutto in questo oggetto del desiderio che è “The Shape of Water”. Perché se il desiderio è ciò che ci spinge ad alzarci in piedi al mattino e a guardare al nuovo giorno con trepidazione, la sua oggettivazione non può essere che un film che lo elegge a protagonista supremo, traducendolo in un eros borderline con l’indicibile e il proibito.
Baltimora. 1962. La Guerra Fredda ha appena toccato l’acme con la crisi missilistica di Cuba. In una base militare nella periferia della città, Elisa, timida ragazza muta fa l’inserviente. La struttura ospita una misteriosa creatura, catturata da un fiume del Sudamerica: una specie di umanoide anfibio dalle forme antropomorfe ma ricoperto di scaglie e con qualche avo nella famiglia degli Avatar — fa assai impressione, siete avvertiti. Il capo della sicurezza, tale Strickland — un inarrivabile Michael Shannon — e il responsabile scientifico studiano gli organi respiratori del “mostro” per le future missioni spaziali, solo che Strickland lo considera un abominio, e si diverte a torturarlo.
Elisa, incapace di parlare, sviluppa subito un rapporto empatico con la creatura e riesce a guadagnare la sua fiducia, insegnandole al contempo alcune parole con il linguaggio dei segni. Ma si sa, da cosa nasce cosa, e da un uovo condiviso, è un attimo passare ad altro… Architetta un piano per liberarlo e restituirlo al suo habitat naturale, con la complicità della spassosissima collega-amica afroamericana Zelda e del suo adorabile vicino di casa, Giles, un artista di locandine pubblicitarie, nonché gay.

“The Shape of Water” è favola. Non una fiaba. Una favola. La differenza sta nell’orrido. Avrete tutti presente i fratelli Grimm, o Hans Christian Andersen. Ecco, loro non avevano nulla in comune con il mondo fatato di Walt Disney tutto passerotti e torte di mele. I Grimm e Andersen sono tutto gore, splatter e tenebra travestita da calar del sole. Sono soprattutto mistero che sconfina nel dark. Le atmosfere del cinema di Guillermo del Toro sono tutte bene o male ambientate nel regno del fantastico mostruoso. Ma nel caso di “The Shape of Water” in particolare, il mostruoso, il mostro, non è un mostro. E’ una creatura meravigliosa con dei poteri sovrumani — divini, come concluderanno i personaggi alla fine, persino lo scettico villain Strickland.
E naturalmente il film si rifà ai mostri della letteratura e del cinema. Nella creatura di “The Shape of Water” c’è l’ombra di King Kong. Soprattutto di Calibano, essere deforme che Shakespeare colloca sull’isola de “La tempesta”. E nella storia d’amore con Elisa — che nel suo fascino solitario ricorda molto Amelie de “Il favoloso mondo di” — come non intravedere “La bella e la bestia”? Per quanto del Toro e la Disney abitino due galassie opposte.
Elisa e la strana creatura sono accomunati dall’essere diversi — lei muta, lui, be’, luiè quello che è. Il loro stato “fuori norma” li porta a condividere il confino, la periferia. Lui è costretto in una vasca dentro una caserma militare. Lei in una soffitta, e in un lavoro ai margini della società — è un’inserviente, il gradino più basso sulla scala professionale. E vediamo come questi “freaks” si attirino reciprocamente: non solo Elisa e il “mostro”. Ma anche Elisa e Giles — che è omosessuale — Elisa e Zelda — che è nera in un’America di bianchi uber alles. Nel corso del film, questi personaggi “fuori norma”, quest’improbabile armata brancaleone che organizza la fuga dello strano essere, riusciranno nel loro intento.
La grandezza di un narratore è quella di parlare della contemporaneità attraverso una storia senza tempo. “The Shape of Water” parla più di diritti negati e soprusi subiti da parte di donne, gay, diversi in generale, di qualsiasi film a tesi.
Poi vedete, Del Toro immerge il tutto in atmosfera altamente erotica. Gli piace giocare con la dimensione dell’indicibile e del proibito. Immaginate Elisa unirsi in un rapporto d’amore con una creatura squamosa. Può suonare “contro natura”, vero? E infatti, quando il pubblico ha cominciato a capire dove il regista ci stava portando, ho sentito della sorpresa, del disagio intorno a me. Ma è durato il tempo di un nulla. La scena della stanza da bagno immersa nell’acqua che funge da alcova per Elisa e il mostro è quanto di più poetico si possa immaginare. Del Toro è capace di farti rotolare dita mozzate davanti agli occhi o staccare una testa dal corpo di un gatto — la creatura anfibia è pur sempre un animale… — ma poi sa architettare questi spazi estetici dove posizionare lo sguardo è un puro piacere dell’anima.
Oltre a essere una favola in cui il lieto fine coincide con il ritorno all’ambiente acquatico — in cui i due appartengono — di due esseri che comunicano con tutto tranne che con la parola — sopravvalutata?, par chiederci del Toro — “The Shape of Water” è anche un contenitore di citazioni cinematografiche, e un tributo al cinema, con le tante scene di classici, di personaggi noti (su tutti Shirley Temple), intermezzi musical e musiche della vecchia Hollywood.
Se volete regalarvi due ore di meraviglia, o se volete regalarle al vostro amore, non perdetevi questo film. In Italia uscirà a febbraio… San Valentino, I guess — anche se a Natale sarebbe stato meglio…

E ora è tutto, my Moviers…
Se per caso interessa la rassegna tutta italiana al via al Film Forum, vedete un po’ cosa si sono inventati…
Se invece interessa cosa si sono inventati quelli dell’American Academy in Rome e l’Istituto Italiano di Cultura, vedete qui… 😉

Frunyc II aggiornato, e saluti, mattamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 331 – propone WONDER WOMAN e commenta RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

LET’S MOVIE 331 – propone WONDER WOMAN e commenta RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

Mail Moviers,

ricevo posta direttamente dall’Ufficio del Sindaco di New York. Sì, proprio lui, Bill de Blasio, contatta tutti i detentori di carta d’identità di NYC — come il vostro bel Board — e li invita a partecipare a una delle attività di volontariato proposte dalla sezione Immigrant Affairs del suo Ufficio.
Cosa sono queste attività di volontariato?

Incoraggiare i newyorkesi a farsi la NYC ID
Tenere corsi di conversazione in inglese per chi sta imparando la lingua
Prestare servizio di interpretariato durante eventi speciali o traduzione di materiali vari
Contribuire ai forum “Conosci i tuoi diritti” per aiutare a informare i tuoi vicini

Prima di salutarmi, mi dicono, con quel velo di orgoglio che contraddistingue i miei adorabili newyorkesi: “We especially encourage those who can speak more than one language to sign up. New York has been—and always will be—a welcoming and inclusive city for all. It’s who we are.”
Naturalmente ho aderito.
It’s who I am 🙂

Ora prendete Corso Tre Novembre, Trento, di fronte all’Auditorium Santa Chiara. Il Caffè Viennese. O quello accanto, non so. Per chi non è di Trento, immaginate un bar con dei tavolini all’aperto. Immaginate lì accanto una strada a due corsie, una per le macchine, l’altra per taxi e autobus. Immaginate che in questa città, in quella via e in quella corsia i bus e i taxi passano assai di rado, specie dopo una certa ora, tipo le 8 pm. Quindi quella corsia, è praticamente sempre vuota, tanto da essere utilizzata spesso dai pedoni, dai ciclisti, da chi, insomma transita con l’unico motore delle proprie gambe.
Immaginate che, un giovedì sera, fra quei tavolini di quel bar, si esibisca un piccolo complesso musicale — una specie di Peppino di Capri ma senza Capri né champagne per brindare ad un incontro né alcunché.
Immaginate che io passi, senta una canzone a cui non so mai resistere MAI — “Viva la vida” dei Coldplay — e che decida di sentire come il Peppino senza Capri la interpreterà.
Mi fermo, quindi, di fronte al bar, in mezzo alla corsia bus e taxi, assicurandomi che non arrivino né gli uni né gli altri, visto che un po’ alla mia vita tengo — anche perché ora devo aiutare de Blasio con la campagna di diffusione della carta d’identità newyorkese.
Fra me e i tavolini del bar corre la corsia in cui passano le macchine. Né passa una ogni morte di Papa, e non perché sia zona a traffico limitato ma perché siamo a Trento, e quella è la frequenza della circolazione dopo le 7 pm. Mentre ascolto Peppino con uno dei pezzi più belli e complessi dei Coldplay, temendo per le note alte che forse riuscirà a prendere con l’ausilio di una scala, ma certo non con la voce, mentre sono lì, in piedi, un occhio rivolto a destra e uno a sinistra per accertarmi che né taxi, né bus arrivino, ecco che sbuca, su una moto da enduro — notate la tecnicità — uno splendido esemplare di orso trentino. Non uno dei tanti plantigradi che fanno impazzire giunte e quotidiani, scatenando polemiche di ogni sorta, bensì un esemplare bipede, quelli che incarnano le caratteristiche tipiche di certa trentinità diciamo “into the wild”…
Il bipede, in groppa alla sua moto, rallenta, praticamente si ferma, alza la voce, per essere sicuro che io lo senta bene, e mi fa la grazia di un concetto che, tradotto in italiano suona più o meno così: “Guarda che lì non puoi starci, è per gli autobus, imbranata!”.
La sua grazia mi viene porta in trentino stretto, una variante di Althochdeutsch che sei anni di residenza qui mi consentono di comprendere.
Scuote visibilmente la testa di casco (!) che si porta sulle spalle, e poi dà una sonora sgasata da rettilineo al Mugello, incurante di Peppino alle prese con le scale e del pubblico in pena per lui, lì accanto.
Io rimango magnificamente annichilita — ce ne vuole per annichilirmi magnificamente, quindi complimenti al bipede sulle due ruote. E non tanto per il contenuto della grazia. Poteva pure avere ragione. Quello, tecnicamente, non è posto per pedoni, e fa niente se la corsia fosse sgombra, quello non è posto per pedoni, punto. Il codice della strada parla chiaro.
Rimango allibita per la briga che si è preso. E soprattutto per il modo. Mi chiedo. Ma tu, Yoghi della Trento centaura, rallenti APPOSTA per dare dell’imbranata a una che sarà anche un’imbranata — diciamocelo pure — ma che certo non ti ha intralciato, né ti ha dato noia, né ti ha messo i bastoni fra le ruote (anche se poi gliene sarebbe venuta una gran voglia)?
Ma cos’è questo? Il braccio duro della coscienza civica? Il cavaliere mascherato della Stradale?

L’episodio è stato seguito da un episodio analogo.
Mi piace molto andare in biblioteca. Le biblioteche hanno una sacralità che le accomuna alle chiese e alle sale del cinema. Certo, un conto è andare alla mia numero uno tra la Sesta Avenue e la 42esima, oppure alla mia numero 2, al Lincoln Center, nella bella piazza con la scultura di Calder ad accogliere i lettori. Ma dato che al momento quelle due libraries non mi sono accessibili, mi accontento di quella in Via Roma, detta anche West Point… Non è possibile infatti fare alcunché all’interno della biblioteca. Niente cibi, niente bevande, niente cellulare, niente.
Non che io abbia intenzione di trasformare la biblioteca nella sagra del fritto — voi che mi conoscete, sapete che non sono il tipo. Ma il primo giorno mi sono azzardata ad appoggiare una bottiglietta d’acqua sul tavolo, e un addetto mi è spuntato alle spalle, un falco tiratore direi, facendomi notare che avrei dovuto tenere “i liquidi” in borsa o per terra, categoricamente non sul tavolo.
Avrei tanto voluto investigare in merito ai solidi, ma ho fatto la faccia d’angelo (sterminatore) e ho annuito contrita.
Quanto al cellulare, non lo si può ovviamente usare nelle sale, e nei corridoi. L’unico posto ammesso sono le scale. C’è tanto di cartello che lo specifica — dopo la scena dell’acqua, mi guardo in giro guardinga come Lupin III.

L’altro giorno ho ricevuto una telefonata. Non era una telefonata di rabbia o lite o alcunché. Sulle scale intorno a me altre tre persone che parlavano al cellulare. Mi passa accanto una signora di mezza età — dentro un orribile paio di pantaloni fantasia che purtroppo non scorderò mai — e mi si rivolge indispettita, urlando, “Ehi abbassa la voce, dove credi di essere, guarda che siamo in una biblioteca, mica al casinò”.
“Ah davvero questo non è Montecarlo?”, mi sono lasciata sfuggire. Stavolta il magnifico annichilimento ha assunto le sembianze della battuta pronta. A volte succede.
Lei mi ha lanciato uno sguardo di fuoco e io ho pensato, adesso va e chiama Darth Vader.
La signora non era un’addetta. Al collo non aveva il cartellino degli addetti. Era una semplice utente. Anche lei, quindi, una versione de il braccio duro della coscienza civica, di cavaliera mascherata della biblioteconomia.
Ricordo di aver fatto particolare attenzione. Ero perfettamente consapevole, e rispettosa, del posto sacro in cui mi trovavo. Sapevo, dopo l’episodio dell’acqua sul tavolo che, trasgredendo, sarei potuta incappare in qualche sanzione e/o punizione corporale.
Ma mettiamo il caso che il tono della mia voce fosse stato effettivamente troppo alto — eventualità poi non così remota: chi conosce i miei decibel, sa. Tuttavia mi trovavo nell’area in cui parlare era consentito. C’erano altre persone impegnate al telefono, e non avevano considerato il mio tono troppo alto, non avevano chiamato le guardie (!).
Allora perché questa signora mi si è rivolta in modo così burbero?
Non poteva fare un cenno con la mano, o portarsi un dito alle labbra, o il classico “shhhh”?
Il bipede sulle due ruote, non poteva farmi capire in un altro modo che non era il caso che il mio corpo occupasse la corsia di autobus e taxi?
Perché i modi sono questi?

Ora, davanti a voi avete un Board parziale, assolutamente di parte, che vi riporta una lettera di de Blasio in cui New York è descritta come una “welcoming and inclusive city for all” e subito dopo vi riporta due episodi di ostilità trentina che sancisce la morte del fair play, del savoir faire, del bon ton, e di tutte le altre declinazioni delle buone maniere che riuscite a trovare.
Non pretendo che il mondo sia di parte come me. Ma semplicemente che pensi ai modi.
Sono convinta che l’eccesso di civiltà agito da mani incivili snaturi la civiltà stessa.
Se per applicare la civiltà, divento incivile, allora nego il mio intento. Divento io stesso incivile.

New York sarà anche una giungla, sarà spietata, sarà crudele, ma non mi è ancora capitato che qualcuno mi si rivolgesse così — piedipiatti a parte, ma quelli son cattivi di lavoro.
Sto parlando di “civili”.
Pertanto l’argomento della settimana su cui vi faccio meditare è questo. La civiltà incivile — il Festival dell’Economia è già lì lì per soffiarmelo come tema 2018. 🙂

Fortunatamente la settimana non è stata tutta all’insegna del rispetto selvaggio della legge (!).
Fortunatamente ci sono i miei Moviers che da un lato mi fanno arrivare profonde riflessioni sulle città e sull’imperfezione, il tema dell’ultima movie-mail — li ringrazio di cuore per i loro riscontri, siete strepitosi. E poi ci sono i Moviers che sono accorsi a vedere “Ritratto di famiglia con tempesta”, ovvero il WG Mat, il D-Bridge, l’(Andy)Candy[the] e, sorpresa delle sorprese, la Cristinacasaclima e il Date-a-Cesare-quel-che-di, la cui presenza imprevista mi ha fatto trasalire di goduria come in un film di Hitchcock. 🙂

Ryota è un padre, un figlio e un ex-marito che ancora non sa bene cosa fare della propria vita, né come farlo. Uno di quegli uomini dalle grandi premesse, dagli esiti moderati e dalle aspettative ridotte. Dopo aver vinto, molti anni prima, un premio letterario con il romanzo “La cena deserta”, finisce a lavorare come investigatore privato, faticando a sbarcare il lunario e a pagare gli alimenti alla ex moglie. Vive letteralmente in un buco di appartamento e va a trovare la madre per vedere come sta, ma anche per frugare in giro e racimolare qualche oggetto da portare al Banco dei pegni e giocarsi tutto alle corse. Ryota corrisponde all’identikit del fallito, al sognatore che non smette di sognare — il gioco d’azzardo non è che la perpetrazione dell’utopia, in fondo— che si rifiuta di andare avanti e vive immerso nella nostalgia per ciò che fu e non è più.
L’elemento che innesca il cambiamento è letteralmente meteorologico. Un tifone, annunciato in apertura, sta per abbattersi sulla città, e porterà Ryota, la madre, l’ex moglie e il piccolo Shingo sotto lo stesso tetto — quello della casa della madre — in una notte di confronto, di scontro e di ripresa.
Raccontato così, il film può anche non far gola. E in effetti, abbiamo convenuto anche con i Moviers, “Ritratto di famiglia con tempesta” non è cibo per tutti i palati. Pleonasticamente è proprio questo: il ritratto di una famiglia come tantissime altre, messo a confronto con un evento sovvertitore — la tempesta — che porta a galla non detti e sottintesi, per poi far ripartire la vita, più o meno come prima, ma con la consapevolezza che qualcosa è stato smosso, se non proprio cambiato.

Il bello della cinepresa di Kore-Eda è l’assoluta assenza di giudizio nei confronti dei suoi personaggi. Ryota, che sarebbe un bel bersaglio —immaginatevi una specie di Zeno Cosini + l’uomo senza qualità di Musil — non subisce processi da parte della mano del regista. E nemmeno la madre, vecchina tra l’adorabile, il saggio, il dritto e il rimba — diciamocelo. E nemmeno l’ex moglie, che di certo non ama il nuovo compagno, ma che lo sposerà perché le dà la sicurezza che Ryota non è stato in grado di darle. Kore-Eda osserva, ci fa osservare negli interni di queste vite che, nonostante la distanza geografica e culturale, somigliano incredibilmente a degli interni che abbiamo già visto: i nostri. I rapporti amore-e-odio tra fratelli —la sorella di Ryota, tenera e opportunista in parti uguali — le incomprensioni tra moglie e marito, la candida irresponsabilità del marito e la pianificazione wehrmachtiana della moglie. La madre che ha ingoiato milleun dispiaceri per colpa di un marito assai buonannulla che si giocava di tutto e di più, anche la raccolta di francobolli del piccolo Ryota.
L’atmosfera è intrisa di una lieve malinconia, che a tratti si fa giocosa, fin buffa, specie nei quadretti-siparietti tra la vecchina e Ryota, oppure quando Ryota esce in missione investigativa con il suo compare: Ryota è talmente inetto da non riuscire nemmeno a farla in barba al suo capo e verrà colto con le mani nel sacco.
La malinconia nasce anche dall’evidenza che certi sogni sono irrealizzabili. Ryota, per campare, deve accettare un lavoro di sceneggiatore di manga — rifiutato, anni addietro, dall’orgoglio dello scrittore premiato. La madre sa perfettamente che non potrà mai trasferirsi dal condominio in cui vive in una villetta — nessuno dei suoi due figli potrà mai permettersi di regalargliene una — né tantomeno riuscirà a entrare nel mondo, e men che meno nelle grazie, del facoltoso professore di musica che frequenta e che appartiene a un altro livello, sia economico che culturale.
I piccoli gesti e le piccole meschinità che i personaggi si rivolgono parlano la lingua universale delle famiglie. Certo opportunismo dei figli nei confronti dei genitori, certi ricatti psicologici dei genitori ai danni dei figli. E’ tutto scritto qui, in questo racconto dalle tante piccole azioni quotidiane, apparentemente insignificanti, ma verosimilmente struggenti. La scena iniziale in cui Ryota e la madre condividono una specie di granita fai da te perché il gelato costa e se lo mangiano quegli avvoltoi adolescenti dei nipoti, ti parla di certi ricordi d’infanzia, di certi stratagemmi condivisi che nascevano da una necessità e diventavano riti, momenti di intimità e condivisione.
La vecchina e Ryota sono i due personaggi centrali i cui dialoghi ti rimangono dentro.
“Hai mai conosciuto l’amore, Ryota, quello vero, quello che non ti fa pensare ad altro?”
“Mmm non so, e tu?”
“No, io non l’ho mai conosciuto, e forse è per questo che ho vissuto una vita così serena”.
Quanto c’è scritto qui dentro!
La vita senza quell’Amore trascorre quieta come un ruscello. E’ vita quella?
Domanda che il regista ci sottopone.
Oppure, altra perla della nonna, “Non ho mai capito perché gli uomini non riescono ad amare il presente. O si affannano a rincorrere quello che hanno perso o continuano a sognare l’impossibile”.
Davanti a tanta lucidità cosa possiamo fare noialtri?
Ma la vecchina sa essere anche tagliente. Sentite cosa dice al figlio… “Te lo ricordi questo mandarino? Non ha mai fatto né un fiore né un frutto, mi sembra assomigli a te…” — non ci va per il sottile, la nonnina…
A cui Ryota risponde: “Io sono uno di quei talenti che sbocciano tardi” — tipico giustificazionismo da quarantenne medio.
Non vi sembra uno scambio fra madre e figlio italiani?
E così come una madre italiana ricopre il figlio di attenzioni e cure fin quando il figlio ha di gran lunga superato gli –anta, così fa la nostra vecchina giapponese, che gli riempie il piatto tre volte, gli stira i vestiti, lo tiene a sé attraverso un gioco di ti-svelo-non-ti-svelo i tesori che potresti trovare nei cassetti e negli anfratti di questa casa…
Le madri sono delle dragonesse dalle quali i figli dipendono in maniera viscerale sino alla fine dei giorni di entrambi.

Su tutti questi personaggi incombe un cambiamento. L’ex moglie deve decidere se con il nuovo compagno le cose diventeranno serie. Ryota deve capire cosa fare da grande — soprattutto per riuscire a pagare gli alimenti del figlio. La vecchina deve convincersi che la sua vita è al capolinea e che forse avrebbe potuto vivere una vita diversa, ma che ormai è andata così. Apprezzabile l’idea del tifone che si abbatte su Tokyo — una Tokyo di periferia residenziale, lontanissima dalla metropoli tutta luci, colori, velocità e mascherine antismog che siamo abituati a immaginare — in una notte in cui sostanzialmente non cambia nulla, ma dalla quale tutti si risvegliano un po’ diversi.

Come dicevamo “Ritratto di famiglia con tempesta” non è un film per tutti. Non a tutti piace intravedere l’universale nelle pagine di una storia particolare che ti viene raccontata. Ed è questo ciò che il film ti propone. La vita di tutti i giorni in cui c’è molto ma molto di più della vita di tutti i giorni…

La settimana scorsa dicevo che il regista mi è sconosciuto. Ebbene, mi si prescriva del fosforo, please…. Ho scoperto che “Father and Son”, fu un splendido Lez Muvi che vedemmo nel 2014 — riproponeva la favola del figlio scambiato alla nascita tra due famiglie, una ricca, fredda, costruita attorno al figlio unico avviato al successo, l’altra più modesta, incasinata ma affettuosa. Ve lo riporto nel Maelstrom.
Rileggendolo, ho provato una tenerezza infinita per i miei Moviers che ora sono pure Anti!!

E questa settimana, vista la penuria cinematografica, opto per un azzardo

WONDER WOMAN
di Patty Jenkins
USA, 2017, ‘141
Lunedì 12/Monday 12
Ore 22:00 / 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Fermi, lo so cosa state esclamando dentro le vostre belle testoline.
“Wonder Woman??”
“Tu, Board dalle scelte giapponaute??”
Ebbene, costretta dalla penuria di programmazione cinematografica, sì, Wonder Woman.
Wonder Woman anche per vedere come Hollywood dipinge un’eroina su cui milioni di ragazzine hanno fantasticato — il suo look red, blu and gold ha forgiato l’immaginario stilistico come solo Jems e le Olograms — e su cui milioni di ragazzini hanno fantasticato — mutanda da pallavolista + corpetto burlesque, stivali taccati e armi di distruzioni di massa infilate in posti segretissimi, che dovevano fare ‘sti poveri ragazzini??
Sarà bello metterla a confronto con Batman, Superman e i supereroi che il cinema ci ha presentato. E vedere che ne esce… 😉

E anche per oggi, Moviers, è tutto.
Un’altra settimana d’esilio è passata, con pena, ansia ed esagerazione. 🙂 Ma il giorno del giudizio è vicino, Fellows! E io mi farò trovare pronta, anzi no, prontissima!
My love is a-waiting… 😉

Ringraziamenti, tanti, e saluti, stasera, missivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM“This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Recensione-pippone su “Father and Son”, Aprile 2014 – Che tenerezza infinita!!!!

Volando dal Mastro con un mantello da Bat-Board (veri entrambi, il volare e il mantello), non so se son più Movier o Bat-Board, ma diciamo che tiro l’acqua al mio mulino e mi conto come Movier :-); l’Anarcozumi stringe immediatamente un’intesa politica con un nuovo Movier che il tycoon di Trentoville, il Fellow Onassis Jr ―Donald Trump, please stop crying― ha abilmente recruitato. Ora, questo nuovo Fellow si chiama Ale (“-ssandro” o “-ssio” è un dato persosi nel bailamme generale, ma indagheremo), e si è presentato con un’andatura sostenuta ―apprezzatissima, you know― e un sonoro “Contesto!” ancora a una cinquantina di metri dall’ingresso dell’Astra. Capirete che l’intesa con l’Anarco, leader storica e maxima della frangia insurrezionalista lezmuviana, sia scoccata subito. La cine-identità del nuovo Fellow è stata oggetto di vivaci scambi d’opinione, ma alla fine s’è deciso per “Fellow Divergent” perché nella vita non ci sono straight ways, emmenomale.
Il quinto Muvier è il Fellow The Candy Andy, la cui presenza è stata appesa a un filo per tutto il giorno, ma alla fine ha superato la crisi e ce l’ha fatta ―grazie a dello scapicollo e a dello stomacovuoto che lo inseriscono nella graduatoria dei “Flashing&Fasters Fellows”. Il sesto Movier è una lei, la Fellow Vanilla, arrivata mentre scorrevano i titoli di testa, sfiorando così il pericolo massimo di perdita dell’inizio, e raccogliendo per questo coraggio bracciate di complimenti e pacche sulle spalle da quel bracciante del Board.
Ovviamente non scendo nel dettaglio della caciara che facciamo all’ingresso e all’uscita, dei discorsi cominciati da una parte e finita da tutt’altra, o lasciati a metà per far posto ad altri, che a loro volta fanno spazio ad altri, ad infinitum. E credo che i dieci buoni motivi per non perdere Lez Muvi in fondo siano sintetizzabili in quest’atmosfera di casino generale, di Moviers persi tra il bistrot dell’Astra e il bancone del Mastro e il bagno e l’ingresso e la Sala. In quell’istante di conversazioni tronche e sbotti di risate ―tante ― lì, prospera florido Let’s Movie.
Funziona così, “Father and Son”. Ci sono due famiglie. Una, padre-madre-figlioletto, vive nei quartieri alti di Tokyo. Ha un bell’appartamento all white&high-tech con vista sulla sky-line della city, tutto molto ordinatino-perfettino. Sono della Tokyo bene, insomma. Lui, Ryota, architetto yuppi tutto-lavoro zero-tempo, lei, Midori (sì esatto, come la migliore amica di Mimì Ajuara, bravi) moglie-madre devota, il figlioletto, Keita, trattato da piccolo-prinicipe versione giappo. Ryota, che poi è il vero protagonista del film, è freddo, Rottermeier, ‘na noia, assolutamente incapace d’instaurare un rapporto d’affetto con il figlio.
L’altra famiglia, padre-madre-tre-figli, vive nei sobborghi metropolitani, fa la spesa alla Lidl, e fatica ad arrivare a fine mese. Il padre però, lo sciatto e affettuosissimo Yudai, vive PER la famiglia: ricopre d’attenzione i figli, si diverte con loro: è il padre che ogni bambino vorrebbe avere.
Un giorno di novembre questi due pianeti famigliari così lontani, improvvisamente, collidono: l’ospedale in cui le due donne hanno partorito, 6 anni prima, li informa di un possibile scambio dei neonati. Dopo gli esami del caso, le famiglie scoprono di aver cresciuto il figlio biologico dell’altra famiglia.
La soluzione proposta dall’ospedale e dalla legge prevede lo scambio graduale dei figli, cominciando pian piano con i weekend. Il problema è che Keita, il figlio dello yuppi anaffetivo, si ambienta subito nella casa di Yudai, mentre Ryusei, il figlio del daddy-of-the-year, non ne vuole proprio sapere di adattarsi alla dittatura del nuovo loft in centro (pazzo!).
Il tropo dei figli scambiati nella culla è stato esplorato dalla letteratura ―penso a “I figli della Mezzanotte” di Salman Rushdie― e sicuramente anche dal cine (ma al momento non mi vengono in mente), ma è proprio impossibile non pensare “quando il cinema previene la realtà” in questi giorni, in cui dalla culla scambiata siamo passati all’utero scambiato. Ovviamente mi sto riferendo al caso verificatosi all’Ospedale Pertini di Roma la settimana scorsa, in cui l’errore umano ha determinato l’impianto di un ovulo fecondato nel grembo sbagliato, facendo esplodere un dilemma bioetico la cui risoluzione sembra praticamente impossibile.
Il dilemma che ci vien offerto in questo film è il medesimo. Conta di più il sangue oppure gli anni passati insieme? Cosa fa di un padre un padre? Il corredo genetico? Le volte in cui ti preme un cerotto sopra un ginocchio sbucciato, una carezza sulla testa? L’asettico Ryota non può che essere della scuola genetista, e quindi s’impunta per rivolere la “carne” che gli è stata ingiustamente sottratta. E in questo spietato scherzo del destino crede di trovare tutte le risposte: si spiega la mediocrità di Keita, incapace di suonare il pianoforte, privo di carattere, eccessivamente sensibile. Keita, così mediocre, così diverso da lui, NON può essere suo figlio…E allora no, rivuole quello che gli spetta ―Shylock strizza l’occhio, dalla Venezia shakespeariana…
Ryota abbozza un sorriso di trionfo (lui, così privo di sorrisi) quando il figlio naturale tira fuori tutto il suo carattere insistendo sulla domanda: “Perché devo chiamarmi così? Perché? Perché? Perché?”. Ryota vede in questa tenacia, la sua tenacia, vi ritrova la sua stessa geometria genetica. La vittoria della razza.
Ma poi qualcosa cambia dentro di lui. Quando Ryusai scappa dal loft e torna nella sua casina di periferia (pazzo x 2!), con le piastrelle scombinate e il microgiardino incasinato sul retro. Quando trova per caso delle foto che Keita gli ha scattatato a sua insaputa, ritrovando attraverso quegli scatti lo sguardo affettuoso di un bambino nei confronti del proprio padre. Quando capisce che Keita gli manca, e che le geometrie genetiche non potranno mai sostituire il teorema d’amore che si cela dietro cerotti e carezze, allora capisce cosa deve fare…
Dicevamo con il Fellow Candy Andy The che il perno attorno al quale questo film ruota è la crescita, ma non del figlio, bensì del padre. Ed è anche questo che rende il film originale, e lontano dalla solita prospettiva catto-mulinobianca.
Il percorso evolutivo paterno matura allegoricamente in una foresta artificiale, un’analogia spaziale in cui si radica il turning-point per il personaggio e il film. Il biologo forestale informa Ryota che ha impiegato 15 anni a crescere la foresta ricreando l’ecosistema naturale da zero. Ryota, stupito, ribatte: “Così tanto?”. Il biologo, con sguardo da saggio-a-bordo-fiume, risponde a tono con una stoccata retorica: “Per lei è tanto?” ―scena, questa, che ha colpito anche la Fellow Vanilla.
La famiglia è così, un’ecosistema che ha bisogno di pazienza, cure, tempo. Quantità di tempo, non qualità ―com’è di moda di dire in questi anni. Il semplice bottegaio Yudai, nella sua semplice bottega, con i suoi pochi mezzi, è stato in grado di crescere un bosco incantato, dove tutti i bambini vogliono giocare. D’altro canto il Manager Ryota, con l’attico, le regole, i giocattoli di lusso, e le poche ore sottratte al lavoro nel weekend, si trova da solo in uno spiazzo infestato da erbacce. Il film è molto giapponese in questo: è un’allegoria, ricorda una parabola, o una favola. I personaggi sono dei tipi, ma non rimangono fluttuanti in superficie: il regista dal nome impronunciabile fa un lavoro di fino e li osserva a lungo, entra dentro di loro, tutti quanti, mogli, bambini, padri. Persino i nonni, per quanto figure marginali entrano nell’analisi dell’opera, sia di persona, sia attraverso gli aneddoti raccontati dai protagonisti, tipo questo:
Ryota: “Mio padre non era tipo da far volare gli acquiloni”.
Yudai: “Tu non devi fare come tuo padre. Tu falli volare”.
Guardate quanta storia e psicologia concentrate in due battute. La mancanza dell’affetto paterno subìta dallo stesso Ryota. La coazione a ripetere che porta Ryota ad applicare lo stesso atteggiamento con il figlio. La necessità di spezzare questo circolo vizioso, e cambiare il trend.
Come ho vissuto io il film? Be’ sono stata sulle spine tutto il tempo. Tutto il tempo ad aspettare qualche svolta sanguinolenta, tipo ritorsioni violente da parte dei figli… Ryusai che assassina l’odioso Ryota, oppure Keita che si suicida ―come il figlioletto di Jude, in “Jude The Obscure” (imperdibile!). Sapete com’è, il cinema orientale ti abitua all’efferato di sorpresa! Questi mancati atti violenti hanno reso l’happy-ending, per una sacrosanta volta nella mia cine-vita, benaccetto e quasi sperato! Arrivato sulle ali delle un-po’-abusate Variazioni Goldberg di Bach in maniera tanto inattesa, il finale, mi ha fatto sospirare di sollievo.
Quanto al lato formale del film, non so se i Moviers presenti concorderanno, ma a me, queste inquadrature lentissime, della macchina da presa che parte a sinistra, e lentamente, lentissimamente avanza verso destra, quest’andatura narrativa come se l’obiettivo scrivesse questa evoluzione piuttosto che mostrarla, mi risulta una tecnica godibilissima ―ogni scena una pagina letta pian pianino. Così come certe inquadrature ben studiate. La tromba di un giroscale, un trapezio isoscele (del trapezio isoscele non ricordavo nemmeno l’esistenza); l’intrico di fili della luce (Fellow Vanilla‘s courtesy); un robottino su un tavolo. Il rigore formale della regia giapponese è una grammatica che dovrebbe essere insegnata alle elementari.
Poi non so, e qui potrei anche lavorare troppo di fantasia, ma mi sembra che il regista non valichi mai certi limiti. I personaggi sono trattati con rispetto. Anche l’ostico protagonista. Di lui viene fornito un quadro umano molto “umano”: non è trattato da “cattivo” o da nemico. Once again diceva benissimo il Fellow Candy sull’”umanizzazione dei caratteri”…e l’astensione del (pre)giudizio, aggiungo io.
Per amor di verità devo dire che all’Honorary Member Mic il film non è piaciuto per niente (e lei è una sinologa, quindi sguazza nei mari giapponauti, quindi ascoltiamo anche il suo giudizio), e anche l’Anarcozumi è rimasta tiepidina. Sarà che io ero tutta ringalluzzita dai 6 Muviers 6, sarà che la questione della paternità, quando viene trattata in termini così poco strillati e mucciniani, più per silenzi e immagini, è una tematica cui sono sensibile; sarà che un rapporto si descrive anche attraverso una foto, grafia o gramma che sia, senza ricorrere a liti furibonde fra salotto e cucina; sarà tutto questo o altro, ma io promuovo il film, e lo consiglierò a chi è disposto a osservare la storia con l’occhio dell’impotenza: siamo impotenti davanti a questioni come queste. Non possiamo fare altro che guardare, formulare delle ipotesi, cancellarle e riscriverle, e ancora cancellarle e riscriverle.

WONDER WOMAN: Prima di diventare Wonder Woman, era Diana la principessa delle Amazzoni, cresciuta su un’isola paradisiaca ben nascosta e addestrata a diventare una guerriera invincibile. Quando un pilota Americano compie un atterraggio di emergenza sulle sue sponde e racconta di un enorme conflitto scoppiato nel mondo esterno, Diana abbandona la propria casa convinta di poter porre fine alla minaccia. Combattendo al fianco dell’uomo in una guerra che metta fine a tutte le guerre, Diana scoprirà i suoi pieni poteri… e il suo vero destino.

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LET’S MOVIE NEW YORK CITY 307 – Fru From Far Off commenta STAR WARS – ROGUE ONE

LET’S MOVIE NEW YORK CITY 307 – Fru From Far Off commenta STAR WARS – ROGUE ONE

Flatbush Fellows,

Mercoledì mi ero preparata in assetto da combattimento — psicologico, niente molotov — quando sono andata in questo quartiere di Brooklyn che sta giù a sud. Molto a sud. Fate conto che per arrivarci impieghi un’ora di metro tonda. Un po’ come andare da Trentoville a Verona — mi meraviglio sempre, paragonando tempi e distanze… Flatbush sta sotto Prospect Park, persino sotto Bed-Stuy, il cui motto dice “do or die” — e avete già capito che ore sono… Credevo di trovare il classico environment da Bronx pre Jenny-from-the-block (!), suburbia spinti con i gatti macilenti e cattivissimi che frugano i bidoni della spazzatura cercando di non farsi vedere dai senzatetto, macilenti e cattivissimi più di loro. Poi ci sarebbe stata una volante di cops, ma lontanissima da me, così da farmi sentire in balia degli eventi. Poi naturalmente dello spaccio in bella vista e un paio di All Stars appese per i cordoni ai fili dell’elettricità. E una sensazione di pericolo che ti alita sul collo e che ti fa pentire di essertene andato fin laggiù, quella sera di dicembre in cui avresti potuto benissimo startene a casa, nella tua dolce Upper Manhattan.

Sono partita con questo armamentario nella mente. E tutto per andare al Sycamore, un pub che il mercoledì sera tiene un reading in cui alcuni scrittori più o meno noti della città — più meno che più — si ritrovano per leggere le loro cose.
Dopo un’ora abbondante di metro, arrivo. Ma ad accogliermi non ci sono gli slums, Sesto San Giovanni e Torbellamonaca, Marghera e Melta di Gardolo. La subway mi partorisce in una specie di villaggio da Louisiana di fine ‘800. Tutte casine coloniali con portico e dondolo, e tanto di decorazioni natalizie. Un tripudio di bianco e colori pastello — azzurro polvere e rosa cipria. Il giardino davanti, la station wagon nel vialetto. Cacchio ho sbagliato metro e sono finita in qualche lato del Jersey in cui le donne cucinano ancora i muffin e li portano a spasso in cestini con le tovagliette a quadretti, mi dico…. Invece no, per una volta, niente errori logistici! Sono nel posto giusto. Quello è Flatbush e non c’è teppaglia e sterpaglia. Solo io e dei luoghi comuni.

Il Sycamore non è stato nulla di che. Il reading si teneva nel “Lodge”, una specie di serra annessa al locale, con le pareti non-pareti di nylon. Io ho passato tutto il tempo con il terrore che la stufa a gas che svettava in mezzo alle non-pareti potesse innescare qualche reazione strana, tipo bruciare tutto l’ossigeno e noi pubblico e loro lettori morire soffocati senza accorgercene. Oppure incendiati. O sciolti insieme al nylon, you’ll never know. Non è successo nulla di tutto ciò ovviamente, ma l’odore di pino, birra, letteratura annacquata e marasma di avventori mi ha fatto scappare appena l’evento è finito. Mentre raggiungevo la metro e mi chiedevo, ancora, se quella era veramente New York, ecco che ho la conferma che sì, quella è New York. Un ragazzo, non avrà avuto più di tredici anni, sta appollaiato sopra il semaforo pedonale. Sì, SOPRA! Seduto pacifico tra i due display con il pedone stilizzato Walk e la manina Stop. E i suoi amici giù di sotto lo incitano e lo fotografano. You’re fu*king nuts, se la ridacchiano. Me la ridacchio anch’io, e anch’io lo fotografo.

Potranno anche esserci le case bene e le luminarie alle finestre e i muffin nei cestini quadrettati, ma in fondo, la cosa di Flatbush che mi è piaciuta di più, è stato il tredicenne che sfidava la legge (di gravità). The traffic-light teenager… Molto meglio delle All Stars appese ai fili dell’elettricità e le casette coloniali…

Ma veniamo a noi, cinematograficamente parlando. Questa è la settimana di Star Wars – Rogue One di Gareth Edwards. Un midquel, termine che imparo insieme a voi. Il midquel si piazza tra il prequel e il sequel (!) — logistica cinematografica — ovvero, i fatti di questo Star Wars si ambientano prima del IV Episodio (“Una nuova speranza”) e dopo il terzo (“La vendetta dei Sith”), cioè prima della Principessa Leyla e di Darth Vader — scordammuce ‘o passasto, quinni. Io ho impiegato tre quarti di film a capirlo, ma come dico sempre e ormai lo sapete, io ho i miei tempi bradipi. Voi siete molto più gazzelle di me…

Riguardo ai tempi di percorrenza, lasciatemi subito dire. E’ troppo lungo e troppo diesel. Impiega troppo a decollare, e quando è lassù in cielo, per le galassie lontane lontane, c’è troppa action, troppo poco detto. Per chi di Star Wars ama il coté filosofico — spero che un giorno qualcuno scriva una sorta di studio epistemologico sull’opera starwarsiana se ancora non è stata concepita— per chi insomma s’interroga sui grandi quesiti tra “being a Sith and being a Jedi, this is the question”, il film non è molto innovativo, né intrigante. C’è una discreta storia inventata ex novo, questo sì.
Jyn Erso è la figlia di Galen Erso, un ribelle costretto dall’Impero alla costruzione di un’arma di distruzione di massa nota come la Morte Nera — vi ricorda qualcosa?? Dopo la perdita della madre, e 15 anni passati credendo che il padre fosse morto, Jyn incontra un pilota disertore che le consegna un messaggio segreto — e questo, cosa vi ricorda?? — proveniente proprio da Galen. Insieme al capitano Cassian Andor — che non assomiglia affatto a Han-Solo…— e al suo droide imperiale — che non è affatto una versione meccatronica tra Chewbecca e R2D2 — la ragazza parte alla ricerca del genitore e di una speranza di fermare i piani malvagi dell’imperatore Krennic…
Il fatto è, Moviers, che sa tutto di dejà-entendu. Un deja-entendu a metà — c’è qualcosa di più frustrante?! L’inizio ti dice “A long time ago in a faraway Galaxy”, ma la scritta non scorre nel modo in cui siamo abituati (sigh), e la colonna sonora, almeno all’inizio, è un’altra. Poi però, quando a un certo punto compare lui, il nostro amore-dolore Darth Veder —che amiamo e temiamo come mai personaggio nella storia del cine — allora lì la colonna sonora è quella di sempre, quella che ci fa impazzire tutti, e anche nel finale è quella che ci fa sognare Luke Skywalker e la Principessa Leyla e Yoda.

Diciamo che il macro tema della ribellione costruita sulla speranza e della convinzione nella Forza c’è anche qui — “the Force is in me, I am one with the Force” ripete come un mantra l’orientale cieco che crede nella Forza… Ma è più banalizzato, o forse ridotto ai minimi termini. Non so se ricordate il momento in cui Mastro Yoda — lodato sempre sia — spiegava a un giovanissimo Luke i fondamenti della Forza e la sottile differenza fra Sith e Jedi… Ecco, in Rogue One, non abbiamo nessuna riflessione sulla grammatica. Abbiamo solo il parlato, tradotto in azione… Battaglie intergalattiche spettacolari — e interminabili — e panoramiche di paesaggi tra l’Islanda e la Nuova Zelanda —comunque un posto in –anda — che ti fa sentire orgoglioso del mondo in cui vivi: il mondo in cui vivi ospita posti così. It’s a damn hot thing of a world allora! E va bene, apprezziamo anche il fatto che il regista voleva fare una cosa a sé stante, un episodio slegato dagli altri e che desse (dasse??) il via a una serie tutta nuova, made in Disney. Però non posso non pensare che, appunto, questa sia un’altra cosa. Non è Star Wars. E cerchiamo di essere lucidi e di non eccitarci tutti — come ci eccitiamo — quando sentiamo quel meraviglioso suono roco di respiratore automatico e vediamo quel light-saber scrivere capolavori fluo intorno a sé, o quando sentiamo ripeter battute leggendarie — “I have a bad feeling about that”… “The rebellion is built on hope”… Cerchiamo di non lasciarci obnubilare dall’emotività nerd. Rogue One non è come leggere “Dalla parte di Swann” di Proust. Non è un capitolo di una saga, scritta dalla stessa mano. Se a uno scrittore contemporaneo piace la storia della Monaca di Monza e decide di farci una serie tv con Gertrude che tradisce Egidio con il fratello della Madre Badessa, mentre Lucia si occupa di aggiornarle il profilo Istagram, capirete che quello NON è “I promessi sposi”… E l’effetto è completamente diverso. Rogue One non avrà mai lo stesso effetto su di noi di “Guerre stellari”, “L’impero colpisce ancora” e “Il ritorno dello Jedi”. Se l’obbiettivo è quello di fare multi milioni con gadget e ingressi al cine, benissimo, facciamolo. Ma mettiamo l’opera su un altro scaffale rispetto alla storica trilogia. Star Wars, Episodio III, VI e V accanto a Odissea e Iliade. Rogue One vicino a Ken Follett… e badate, io ho molto letto e apprezzato Ken Follett. Ma Ken Follet non è Omero…

La letteratura e il cine sono luoghi di libertà per eccellenza. Non c’è nulla di più sconfinato e selvaggio della creatività, e quindi via libera a rivisitazioni, prequel, sequel midquel e tutto -quel che vi pare. Però non si confondano i classici.
In Rogue One, io non mi sono affezionata nemmeno un po’ a Jyn — non le sono stata alle calcagna, non ho sofferto con lei, non sono stata lei, come mi era capitato con Han-Solo. La stessa freddezza vale anche per il lato entertainment. I primi tre Star Wars, gli storici, erano grammatici ma anche comici. Si rideva! Qui, ragazzi, non s’è scucito un sorriso. Allora che fine fa l’entertainment? Se togli anche a quello, oltre alla parte filosofica, e al romance — e grazie a Dio non c’è il romance tra Jyn e il capitano, ci mancava anche quello — allora, cosa mi rimane? L’avventura in sé? Ma se poi sarà seguita da altri episodi indipendenti e a sé (loro?) stanti, come ci è stato detto e ridetto, allora, what’s the point?

In più ci sarebbe un’altra questione spinosa che non vorrei aprire, ma che tuttavia apro. Uno dei cattivoni di Rogue One è il generale Tarkin, che compariva già nel primo film della saga, interpretato dall’attore Peter Cushing. Cushing però è morto nel 1994. Le sue sembianze, in Rogue One, sono state ricreate al computer. Questa decisione ha scatenato un inferno di polemiche. La questione non è minore. Come ci comportiamo davanti a questi dilemmi di cin-etica biologica? E’ corretto usare le sembianze di un attore morto? Se sì, in quale misura, e a chi bisogna chiedere il permesso? Agli eredi? Bisogna pagarli? Chi si prende la responsabilità della qualità della sua recitazione? Non è una questione da poco, se ci pensate. Visto che la computer grafica può letteralmente far resuscitare i morti, dobbiamo anche aspettarci di rivedere Brando, Dean, la Monroe e la Magnani, Seymour-Hoffman e Heith Ledger?
Non volevo avventurarmi in questo dedalo cibern-etico, ma credo sia uno dei prossimi argomenti con cui il cinema dovrà fare i conti.

E anche stasera è tutto. Aspettavo la lettura critica del nostro WG Mat, ma gli abbiamo accordato il giorno libero — è pur sempre Natale. 🙂 Quindi check back la settimana prossima: il Maelstrom sarà tutto suo. 😉

E questo Maelstrom è tutto mio: vi racconto una storia di straordinaria amministrazione newyorchese… 😉

Come avete notato, non ho fatto molte scene per via del Natale. Sia perché per voi in Italia è già passato — e sì, Moviers, anche quest’anno siete sopravvissuti, good job! — sia perché se ne fa già un gran parlare… E poi, dovessi anche parlarvi del mio Christmas qui, avrei bisogno di un altro pippone… Ed è meglio che vi lasci al vostro Boxing Day invece :-).

Vi invito come sempre a visitare il Frunyc, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88  — btw, mi fa molto piacere che mi commentiate gli scatti! Ringrazio i Moviers e le Moviers, sparsi e sparse in tutta Italia, che prendono la briga e il tempo e lo fanno… Special creatures you are… 😉

E ora vi mando dei saluti, stasera, meridionalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come vi dicevo, la straordinaria amministrazione newyorchese… http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2016/12/22/al-piccolo-cafe-si-cucinano-talenti/

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LET’S MOVIE 293 propone SUICIDE SQUAD e commenta IT FOLLOWS

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SUICIDE SQUAD
di David Ayer
USA, 2016, ‘130
Lunedì / Monday 29
Ore 22:00 / 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Foto Fellows,

…Perché uno dice Arles e pensa immediatamente a Van Gogh, no? Con tutti quei girasoli che sembrano tanto felici ma che se li guardi da vicino hanno quella cera mogia lì che ti fa venire voglia di abbracciarli. E poi gli iris, e gli ulivi, e le case dai tetti verdi, e naturalmente i corvi ― se la gioca con Poe (Edgar Allan) la patria potestà sui corvi, il nostro Vincent. E poi naturalmente i ponti che dipinse, con quelle luci lacrimate dai lampioni e finite sulle acque del Rodano. E la casa dove visse, che non esiste più. Esiste, al suo posto, un edificio qualunque, fasciato d’impalcature, e un pannello che ti mostra il quadro che lui dipinse per immortalare la sua “casa gialla”, in Place Lamartine. E poi c’è il Caffè, che non è il suo caffè ― non aveva il becco d’un quattrino, figurarsi se poteva permettersi un caffè in pieno centro ― e l’ospedale in cui l’orecchio tagliato venne medicato. E quello sì, esiste ancora. E chissà come l’avranno guardato, quando fece irruzione e confessò di aver fatto hara-kiri con il suo orecchio.
E sì, è tutto vero, e le cose stanno così. Perché Vincent ci visse un anno lì, e ci dipinse 200 tele. L’anno più prolifico della sua vita. Ma cerchiamo di staccarci un po’ dai luoghi comuni e di guardare ai luoghi fisici. Arles ospita una quantità di rovine romane da ricordare Roma, ma senza spazzatura che sboccia dai cassonetti.
Però quello che mi ha colpito di più ― per inciso, s’è capito che sono stata ad Arles, sì? 🙂 ― dicevo, quello che mi ha colpito di più è questo incredibile Festival di Fotografia contemporanea, Les Rencontres d’Arles, che più che un Festival, è un mastodonte che si piazza in città per tre mesi ― TRE mesi! ― occupando di meraviglie location dove mai t’immagineresti di trovare della fotografia contemporanea: cappelle medievali, chiostri, chiese, capannoni dell’’800… Ho realizzato solo in loco che è praticamente il Festival più importante al mondo in fatto di fotografia contemporanea. Certo, non è che ci capisci tutto tutto eh. Ma ci sono degli scatti che ti rimangono in testa. Io, tra i 137 fotografi presenti, ho ruminato pensieri sulla mostra “Deus Ex Machina” di Katerina Jebb. Sapete cosa fa, questa fotografa? Passa una quantità di oggetti più o meno speciali sotto uno scanner digitale ― “scan-ography”, l’ha chiamata ― per interrogarsi sulla realtà quale costruzione artificiale, una proiezione del nostro spirito, piuttosto che un dato oggettivo certo… Embé, che c’è di così straordinario, potreste chiedermi… Io vi risponderei che un conto è scannerizzare una carta d’identità, un conto scannerizzare la tomba di Balthus…

Gli arlesiani, poi, son gente affabile, non come il cliché dei francesi che abbiamo in mente. Combattono con un maestrale che li coglie in maniera sempre imprevedibile da secoli. Sanno solo che dura tre giorni, ma viene quando vuole. Ed è proprio così: arriva quando vuole e dura tre giorni. È gente che si gode la vita. Per quanto mi sia stato detto che Arles è una cittadina comunista, popolare, povera in canna fino a pochissimi anni fa, quando una ricca mecenatessa svizzera se n’è  invaghita e ogni anno sborsa fior fior di franchi perché vengano investiti in arte e cultura… L’occhio di Frank Gehry, l’archistar che tutti conosciamo, ha visto lungo anche stavolta, e il suo team sta lavorando ― proprio grazie ai di lei finanziamenti ― a un mega progetto, il Luma Art Campus o Parc des Atelier, centro d’avanguardia nel campo di arte e design contemporaneo con una torre alta 56 metri in puro stile Gehry: lamine d’acciaio, riflessi, sensation.
E chi non la vorrebbe, una mecenatessa svizzera?!

Per due settimane mi sono sentita a casa. E sono le piccolezze e le abitudini che fanno di un paese “casa”. Una su tutti. I francesi sono restii a fermarsi alle strisce pedonali, proprio come noi italiani. Loro si fermano, e noi ci fermiamo, ma con quell’atteggiamento “ti sto facendo un favore, passa dai” che ci accomuna ― e infatti il pedone si sente sempre in dovere di mostrare riconoscenza per la grazia concessa. Non è come nei paesi anglosassoni o tedeschi, dove il guidatore comincia a rallentare a 700 metri di distanza, suddito della monarchia del pedone-padrone. Quindi con piacere ho trovato quest’insofferenza nei guidatori di Arles, che è un po’ la MIA insofferenza davanti ai passanti…

Ah ma ora la pianto e cerco di ricordare cosa fu, e come fu, l’ultimo Let’s Movie prima del summer-break. Ho chiaro in mente il momento in cui il D-Bridge, l’Onassis e io ci trovammo al Viktor Viktoria per vedere “It Follows”, tutti e tre con una gran voglia di essere spaventati. Eravamo carichi carichi, come quando stai per affrontare il tunnel degli orrori al luna park e una parte di te opterebbe volentieri per il tiro al bersaglio e l’altra non vede l’ora di addentrarsi. Purtroppo, sono bastati un paio di salti sulla poltrona e già avevamo esaurito il nostro credito di spavento. Ed è un peccato: le premesse erano buone, buonissime.
“It Follows” racconta la storia di Jay, una sana ragazza della periferia americana che si prende una cotta. Dopo la prima notte d’amore, lui le confessa che quel rapporto l’ha condannata a un incubo: un’entità non ben identificata è sulle sue tracce e la seguirà fino a ucciderla, a meno che lei non passi la maledizione a qualcun altro, andandoci a letto ― una specie di AIDS in cui il virus è il Male.
L’idea è molto molto buona e affonda le radici nell’archetipia dell’orrore: una presenza in forma di un “It” generico a cui non sappiamo dare né volto né nome, che segue e perseguita ― “follows” ― una povera fanciulla rea soltanto di aver praticato l’amore… Eros e Thanatos a confronto: più archetipia di così?

E poi ci sono certe ambientazioni davvero riuscite, perché inaspettate. Non è tanto la notte buia e tempestosa che inquieta ― quella è scontatamente spaventosa, agisce più che altro sulla psiche infantile. Ma cosa c’è di più inquietante di vedere qualcosa di spaventoso in pieno giorno, in un luogo comune e apparentemente sicuro ― una scuola, una spiaggia? E cosa c’è di più inquietante se quel qualcosa, lo vediamo noi ― ovvero lei, la protagonista, Jay ― ma non gli altri, gli amici? Solo lei (=noi) e il Male? L’effetto è senz’altro quello di rinviare al senso di solitudine della vittima: per quanto Jay, la vittima, si sforzi a spiegare e a coinvolgere gli altri, sarà lei, lei sola, a dover trovare il modo di cavarsela. E ancora, cosa c’è di più spaventoso del tonfo di un pallone lanciato contro una finestra, in pieno giorno?

Quando Mitchell, il regista, si mantiene su questo registro, allora fa centro. Ma nel finale si lascia andare allo stereotipo inverosimile e perde la paura degli spettatori. La paura, per essere scatenata, ha bisogno di verosimiglianza: se percepiamo una situazione come improbabile, la paura si defila. Ma se viene coltivata con delle situazioni che potrebbero capitare anche a noi, allora la musica cambia. Se il regista avesse rinunciato alla piscina e agli elettrodomestici ― ovvero, all’improbabilità ― e avesse propeso (propenduto?!) per un finale più sospeso (qui è senz’altro sospeso), cioè più irrisolto, allora ce ne saremo andati a casa con quella sensazione di creepiness e di disagio che ogni bravo horror, per essere bravo, deve lasciare.

Ed è vero che se di un film si elogia la colonna sonora o la fotografia, il film non è tutto ‘sto granché. Così si dice. Ma nel caso di “It Follows”, la colonna sonora, concepita da questo sound-artist che si chiama Disasterpeace ―non mi chiamassi Board vorrei Disasterpeace per nome!― be’ fa gran parte della riuscita del film. Mescola un basso ronzante di fondo con pezzi elettronici e ottiene delle sonorità che ti si attaccano addosso e non ti scolli più ― che poi, dicevamo, è l’effetto a cui dovrebbe ambire l’horror.

Un altro punto a favore del film è la lentezza ― sì, lo dico sfidando il vostro sguardo in tralice…. La macchina da presa indugia volutamente su situazioni o semplice oggetti apparentemente insignificanti ― un sandwich in decomposizione, una piscina da sobborgo, un cortile di una scuola ― ma che in realtà contribuiscono alla costruzione di un ambiente paranoico e claustrofobico in cui l’incubo cresce a poco a poco, e può assalirti in pieno giorno. Se la tenebra dilaga nell’alba, non c’è più alba che dissipi la tenebra, giorno che sconfigga la notte. Non c’è più riparo, soluzione. Solo il Male. E di lì, quindi, la costante paranoia di essere inseguiti, spiati, contagiati. Questo sì, funziona. E sapete anche, cos’altro? L’anonimità dei luoghi in cui è girato. Una cittadina di provincia come tante. Come le nostre. Parchi e altalene, un lungomare. Con dei ragazzi come tanti. E Jay, una ragazza normale, come noi. A questa atmosfera quotidiana ― ma anche, per questo, un po’ dechirichiana ― si aggiunge la totale mancanza degli adulti. Anche qui, a ribadire l’assenza di protezione. Nessun paparino da chiamare, nessun fratellone che venga a salvarti.
Insomma si vede che Mitchell è venuto su guardando e riguardando Lynch e Kubrick. E aspetto il suo prossimo film con curiosità. In “It Follows”, come s’è detto, c’è del good e c’è del bad… Ma non è così in ognuno di noi, dopotutto?

E su questo insipido tentativo di suonare darioargentina, passo al film della settimana.
Fate conto che è ancora agosto, quindi la programmazione è quella che è… Nessun “Quarto potere” all’orizzonte, per capirci…

SUICIDE SQUAD
di David Ayer

Dunque questo film ha letteralmente spaccato a metà la critica.
Chi l’ha detestato, chi l’ha adorato. Ero tentata di vederlo d Arles, ma ho preferito tenermelo per Lez Muvi: voi Fellows mi siete mancati in quanto esseri speciali, ma mi è mancato anche fare a botte con voi fuori dal cine. Quindi andiamo, vediamo e ci meniamo ― sempre dialetticamente, s’intende 🙂

Una comunicazione di servizio, ora.
A metà settimana il Board sbarca a Venezia per la 73esima Mostra del Cinema. 🙂 È la prima volta, e me ne vergogno non poco, in qualità di Board. Ma si vede che non è mai stato il momento giusto. Quest’anno, anno bisesto ― il cui coté funesto, credetemi, sto cercando di trasformare in fRunesto… ― sembra essere l’anno giusto, e io sbarco al Lido. Con il mio bell’accredito stampa intorno al collo, grazie a Lez Muvi e a voi 🙂
Pertanto domenica prossima non riceverete, temo, alcun pippone… La settimana dopo, però, vi aggiornerò sull’esperienza 😉
Per ora, se volete sapere chi ci sarà in Laguna, fatevi un Frullato…http://www.magazzino26.it/73-mostra-arte-cinematografica-di-venezia-art-music-show/ 😉

E prima di scappare via, come alla fine del primo giorno di scuola dopo le vacanze, non perdetevi i due Maelstrom. Sì, sono due, non vedete doppio… 🙂 Del resto, dopo un mese di silenzio…
Nel primo devo dar credito a un nuovo modo di guardare il cinema scoperto grazie alFellow Impastato… E nel secondo vi segnalo un classico dal Mastro che magari qualcuno di voi ha piacere di vedere 😉

E ora i graziegraziegrazie di rito e i saluti, stasera, obbiettivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM 1 – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Il Fellow Impastato, all’anagrafe Giuseppe Zito, mente dietro la programmazione artistica del Teatro di Pergine e di Effetto Notte, si è inventato questo nuovo sistema di guardare il cine che io trovo geniale e che spero il Mastro adotti, prima o poi…
Immaginate un androne interno di una casa antica, a pianta quadrangolare, noi pubblico sdraiato su dei materassini stesi per terra, e sopra di noi uno schermo, tirato da un capo all’altro del cortile. Come se stessimo prendendo il sole, ma al posto del sole, il cine! 🙂 Ed è la posizione ideale per godere del cine ― in quel caso, “Daydreams” di Buster Keaton, un cortometraggio che calzava pure tematicamente alla proiezione supina, e pure rimusicato dal vivo… Le braccia dietro la testa a mo’ di cuscino, le gambe incrociate a mo’ di Tom Sawyer… Si potrebbe volere altra tintarella dalla vita?!?
Il D-Bridge può testimoniare che non mi sarei schiodata più da quel materassino… 🙂
Bravissimo Impastato!

MOVIE-MAELSTROM 2 – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Per i cinefili spinti e con gran sprezzo del pericolo, martedì e mercoledì, alle ore 20:30, il Mastro ci propone la versione restaurata di “I cancelli del cielo”, film-fiume controverso di Michael Cimino che fece discutere tutta Hollywood e tutto il mondo quando uscì. Se le vacanze vi hanno corroborato per bene, non avrete problemi a reggere i 216 minuti della durata che dura…

SUICIDE SQUAD: Un ente governativo segreto gestito da Amanda Waller e chiamato Argus, crea una task force composta da terribili criminali. A loro vengono assegnati compiti pericolosi da portare a termine. In cambio la promessa di ottenere la clemenza per le loro pene detentive.

I CANCELLI DEL CIELO: Siamo nella contea di Johnson, nello Wyoming, verso la fine del secolo scorso. I grandi allevatori sono in guerra contro gli immigrati dall’Europa dell’Est, che reclamano la terra che è stata loro promessa. I contadini sono difesi dallo sceriffo Averill, mentre gli allevatori hanno come legale un amico di gioventù dello stesso Averill, Billy Irvine. Lo sceriffo riesce a organizzare militarmente gli immigrati e ad affrontare finalmente lo squadrone dei killer pagati dagli allevatori in una sorta di battaglia campale.

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