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LET’S MOVIE 350 da NYC commenta “THE SHAPE OF WATER” di Guillermo del Toro

LET’S MOVIE 350 da NYC commenta “THE SHAPE OF WATER” di Guillermo del Toro

Matthew, Moviers,

vuole che lo chiami “Matteo”. Ha vissuto in Italia due anni, all’inizio degli anni ’90. Io lo chiamo Hemingway. Sia per il soggiorno italiano — anche se lo scrittore era qui per fare la guerra, mentre Matteo per insegnare, giornalismo. Sia perché è il tipo hemingwayano che è. Vissuto, mondo ampiamente girato in ogni suo meridiano e parallelo, barba incolta, giubbotto di pelle talmente provato che la pelle credo respiri. Fa il giornalista per varie testate, tra cui il New York Times, ma più nel passato che nel presente. Nel presente s’immischia in altri progetti che hanno a che fare con il sociale che però alla fine stentano tutti a decollare. E’ un socialista della vecchia guarda. Con delle derive comuniste anche, sicuramente. Oggi ha venduto l’anima al diavolo di una app che cerca di produrre in Cina e smerciare qui.

Hemingway è il mio amico cinico. Nato e scresciuto nel Bronx quando il Bronx dev’essere stato IL BRONX, detesta New York City. La massacra in ogni modo e maniera.
Ognuno dovrebbe avere uno o più amici che stanno letteralmente agli antipodi di quello che siamo. Ho sempre cercato di portare avanti questa pratica — essere stata in una squadra dragonboat del profondo Valsugana, io, aliena/va urbana che sono, può essere considerato un esempio di questa pratica che ti salva dal mare di te stesso con cui sei portato a circondarti.
Hemingway mi riporta con i piedi per terra quando volo troppo in alto sopra New York City. Quando la mia scimmia si scatena troppo.
“Bambina, this city is the sickiest patient no treatment will ever be able to heal. Senza speranza, you know?”. Mi fa ridere perché butta delle parole italiane qua e là, che probabilmente gli ricordano il periodo torinese. Un periodo che mitizza, lo si capisce da come ne parla.
Con Hemingway ha tutto a che fare con il caso. Ci siamo conosciuti in metro. Lui è uno che parla e io sono una che chiacchiera. Done, amici. 🙂 C’incontriamo per puro caso in giro per la città. Il caso parrebbe non avere vita facile a NYC, visto gli 8 milioni di abitanti: a NYC non sei esattamente a Trentoville, dove le strade sono quattro, fra il saloon del Pedavena e l’ufficio dello sceriffo in Via Barbacovi. Invece, strabiliantemente, non è così.
Un paio di settimane fa lo incontro sotto il Chrysler Building, zona in cui di rado metto piede. Lui abita nell’Upper West Side, io ad Harlem. Il Chrysler Building sta nella zona est di Midtown. Tutto l’opposto.
“You’ll have to come over for dinner one time”, mi dice. Io dico okay, sure. E un po’ temo l’invito. Hemingway è un tipo spartano. E’ uno che t’invita a fare quattro chiacchiere in un bar scassato di Hell’s Kitchen, dove gli avventori per metà guardano il baseball in tivù e per metà affogano i dispiaceri in brocche di birre e cestini di patatine. Casa di Hemingway sarà così, m’immagino.
Mantiene la promessa. Mi chiama “What are you up to per il Thanksgiving bastardo, bambina?”, mi chiede. Rido e gli dico che per il Thanksgiving bastardo sono a cena da una famiglia di italoameircani ebrei nell’Upper East Side.
Allora Saturday?
Okay, Saturday free.

Visto l’amato biennio torinese, gli porto dei Gianduiotti. Con la speranza, anche, di addolcire la sua vena caustica.
Casa Hemingway è esattamente come me l’ero immaginata. Anche peggio. Fascicoli e bloc notes (quelli gialli da avvocati made in USA) ovunque. Per terra, su un divano, su due scrivanie. Una parete foderata di libri, bordata in cima da tutti i suoi cappelli, e in fonda da tutte le sue scarpe. Ma i cappelli non sono Borsalino e le scarpe non sono Velasca. I mobili non sono antichi o moderni. Sono vecchi o cheap.
Appena entro mi fa questa richiesta che è tipicamente anglosassone, ma che, ahimé, si è spinta anche in Italia, con mia somma stizza. Mi chiede di togliermi gli stivali, e mi presenta un paio di ciabatte di vimini che probabilmente risalgono a un suo viaggio in Vietnam ed appartenevano a qualche vietcong. Certo, se ti confiscano le scarpe all’ingresso, ti aspetti come minimo che il pavimento sia lindo come i pensieri di un bebé. Forse in Italia è così. Ma nell’appartamento di un condominio pre-war newyorkese non è esattamente così. La polvere in giro e per terra e all around risale sicuramente all’anteguerra. Credo che il pavimento non abbia mai provato il massaggio di uno straccio amico.
Vista la mia allergia agli acari, temo di cominciare a starnutire in tempo zero. Ma forse gli acari, visto il territorio a loro congeniale, hanno subito qualche mutazione e si sono trasformati in altro, e io non sono allergica alla nuova mutazione… La mia mente sta visualizzando strane creature alla Jabba the Hut, quando Hemingway m’invita al tavolo del “soggiorno”, da cui ho una visuale parziale della cucina.
Ringrazio le leggi della geometria per la parzialità.

Già avevo avvisato il “cuoco di casa” della mia condizione vegetariana. “Non darti da fare, bolli qualche verdura, non serve altro”. Avevo detto al telefono, mentre mi proponeva una temibilissima “Cambodian special recipe”…
“Ti ho preparato del brodo con del pesce che ho cotto per me. Almeno quello lo bevi?”, mi dice con un sorriso da bambino trionfante. E come fai a demolire il sorriso a un bambino trionfante?
Ora Moviers, immaginate del pesce — orientativamente dello sgombro — cotto nel burro, in una padella di ghisa vecchia generazioni. Immaginate che al fondo della cottura sia stata aggiunta dell’acqua, del vino bianco, e quello strano tipo di cavolfiore marziano che al posto delle belle forme tondeggianti dei cavolfiori bianchi ha dei moduli spaziali tuttopunte che hanno il sapore della Morte Nera. Fate bollire tutto questo per pochi minuti e servitelo all’essere umano fra i più schizzinosi di madre terra.
Fortunatamente l’essere umano ha maturato anni di esperienza di chiacchiere a tavola (!), e la mette in pratica tutta tutta.
Mentre Hemingway si scofana gnocchi — poveri natanti in mezzo a burro e panna — pesce, e un’insalata di carote che avrebbe fatto diventare carnivoro un vegano, io fingo di sorseggiare il mio brodo venusiano, e parlo parlo parlo, come se non ci fosse un domani.
La conversazione con Hemingway è sempre molto scoppiettante e mette a dura prova sia me che lui.

E’ convinto che New York City sia abitata da sociopatici — “It’s a city of damned sociopaths who are afraid even to look up from their smartphones!” — che sono irrimediabilmente infelici — “Do you think this people is happy? They are on the brink of a collective breakdown, all of them, I tell you” — e per la maggior parte gay — “They are not really genetically gay, as real gay are. They are gay because they don’t have the balls to be straight here. It’s too much for them”.
Io cerco di capire meglio. La questione dei sociopatici infelici in realtà credo appartenga al modello del cittadino metropolitano moderno, troppo indaffarato per distogliere lo sguardo dai suoi affari, o anche solo dai suoi aggeggi multimediali e accorgersi che c’è un mondo umano attorno a lui.
“Do you see Starbucks? The people in there don’t talk. They don’t talk! What’s wrong with them?”
Io dico che da Starbucks ci vanno tanti studenti per studiare o lavorare, perché c’è il wifi gratuito e se ne possono stare lì in pace, visto che magari le loro stanze sono piccole, il loro appartamento troppo affollato.
E poi naturalmente il confronto con l’Italia. “There’s so much joy in you guys… Look at you!”, mi dice, riferendosi a noi italiani e al giullare che sono io. “Where do you see joy here?”.
Mi spiega come la gente, in Calabria, quando la girò in bicicletta, gli offrisse vitto e alloggio, pane e companatico. Come tutto fosse facile. Come tutti fossero “just happy”.
Cerco di spogliare le parole di Matthew dalla mitizzazione e dalla velina “good old days”, che ci fa vedere sempre come bello ciò che è passato.
Gli faccio presente che quello è un ricordo, un’esperienza personale, probabilemente in un periodo positivo della sua vita — probabilmente positivo per la stessa Italia, pre-Tangentopoli, pre-crisi, pre-macello globale. Ma che quello non corrisponde necessariemante al vero. Che forse lui si sta appigliando a quel ricordo — non è più stato in Italia, e sono passati 20 anni — e non lo vuole lasciar andare. Forse è per questo che non torna in Italia.
“Maybe you are right”, ammette, alla seconda razione di gelato, mentre la mia minestra è praticamente intatta nella tazza.
“And maybe you are right too on the joy of us Italians…”, concedo io.
Forse noi siamo sempre stati abituati a fare buon viso a cattivo gioco. Ci può piovere addosso tutta la meLma di questo mondo — Berlusconi, 5 Stelle, Salvini, Barbara D’Urso, i fratelli Rodriguez (OMFG) — ma noi, in qualche modo, riusciamo a stare a galla. E a farci sopra quattro risate. Mi chiedo quanto potremmo andare avanti così, how much shi* we could take in before the freakout.

“You see, bambina, I would love to live in a normal place. NY is not normal”. Cerco di capire cosa intenda per “normale”. Ci pensa un po’ e poi dice “quiet”.
Allora capisco.
“You just need a bit of Philadelphia!”, gli propongo.
“Nothing happens in Philadelphia!”
“Exactly!”, scoppio a ridere.
“Maybe it’s true, I need a boring place”.
“I have lived in a boring place for 6 years. And I need a not-normal place”. Concludo.
Alla fine credo che sia tutto questione di fasi della vita. Dopo 50 e passa anni a NYC forse sarei stufa anch’io.
Dopo 6 anni di Trento, credo sarebbe stufo anche lui.
Mentre rassetta parliamo di tutte le cose storte dell’America. Il sistema sanitario. L’istruzione.
Alla fine ci ringraziamo a vicenda. Intellectual conversation, definisce il nostro scambio. Ovvero quando entrambe le parti sono disposte a considerare posizioni altrui.
Mi restituisce i miei stivali. Lui infila un paio di calzini bucatissimi prima d’infilare le scarpe. E mi riaccompagna alla metro.
Una volta salutato, mi piomba addosso una stanchezza infinita. Le conversazioni intellettuali sono durissime. Ogni volta che vedo Hemingway, NYC appare diversa. Ne vedo le ombre. Ne vedo le unghie sporche.
Dentro di me lo maledisco e lo ringrazio ogni volta.

Mentre risalgo l’Upper West Side alla volta di Harlem, ripenso un po’ a tutto.
Soprattutto, a come togliermi dalla bocca quel saporaccio di pesce fritto, vino bianco e cavolfiore venusiano.
Jez.

Questa settimana, finalmente, un film che aspetto sin dalla Mostra di Venezia, dove ha vinto il Leone d’Oro.
The Shape of Water” di Guillermo del Toro. Per quanto la sala che mi ha ospitato fosse assai trash, il Lowe sulla 68esima, Broadway — un multisala molto blockbuster — la poesia evocata da questo film mi ha fatto scordare gli eccessi di moquette e di colori sgargianti che le catene come Lowe e Regal possono offrire ai loro spettatori.

Fantasy, romance, eros, drama, musical. C’è tutto in questo oggetto del desiderio che è “The Shape of Water”. Perché se il desiderio è ciò che ci spinge ad alzarci in piedi al mattino e a guardare al nuovo giorno con trepidazione, la sua oggettivazione non può essere che un film che lo elegge a protagonista supremo, traducendolo in un eros borderline con l’indicibile e il proibito.
Baltimora. 1962. La Guerra Fredda ha appena toccato l’acme con la crisi missilistica di Cuba. In una base militare nella periferia della città, Elisa, timida ragazza muta fa l’inserviente. La struttura ospita una misteriosa creatura, catturata da un fiume del Sudamerica: una specie di umanoide anfibio dalle forme antropomorfe ma ricoperto di scaglie e con qualche avo nella famiglia degli Avatar — fa assai impressione, siete avvertiti. Il capo della sicurezza, tale Strickland — un inarrivabile Michael Shannon — e il responsabile scientifico studiano gli organi respiratori del “mostro” per le future missioni spaziali, solo che Strickland lo considera un abominio, e si diverte a torturarlo.
Elisa, incapace di parlare, sviluppa subito un rapporto empatico con la creatura e riesce a guadagnare la sua fiducia, insegnandole al contempo alcune parole con il linguaggio dei segni. Ma si sa, da cosa nasce cosa, e da un uovo condiviso, è un attimo passare ad altro… Architetta un piano per liberarlo e restituirlo al suo habitat naturale, con la complicità della spassosissima collega-amica afroamericana Zelda e del suo adorabile vicino di casa, Giles, un artista di locandine pubblicitarie, nonché gay.

“The Shape of Water” è favola. Non una fiaba. Una favola. La differenza sta nell’orrido. Avrete tutti presente i fratelli Grimm, o Hans Christian Andersen. Ecco, loro non avevano nulla in comune con il mondo fatato di Walt Disney tutto passerotti e torte di mele. I Grimm e Andersen sono tutto gore, splatter e tenebra travestita da calar del sole. Sono soprattutto mistero che sconfina nel dark. Le atmosfere del cinema di Guillermo del Toro sono tutte bene o male ambientate nel regno del fantastico mostruoso. Ma nel caso di “The Shape of Water” in particolare, il mostruoso, il mostro, non è un mostro. E’ una creatura meravigliosa con dei poteri sovrumani — divini, come concluderanno i personaggi alla fine, persino lo scettico villain Strickland.
E naturalmente il film si rifà ai mostri della letteratura e del cinema. Nella creatura di “The Shape of Water” c’è l’ombra di King Kong. Soprattutto di Calibano, essere deforme che Shakespeare colloca sull’isola de “La tempesta”. E nella storia d’amore con Elisa — che nel suo fascino solitario ricorda molto Amelie de “Il favoloso mondo di” — come non intravedere “La bella e la bestia”? Per quanto del Toro e la Disney abitino due galassie opposte.
Elisa e la strana creatura sono accomunati dall’essere diversi — lei muta, lui, be’, luiè quello che è. Il loro stato “fuori norma” li porta a condividere il confino, la periferia. Lui è costretto in una vasca dentro una caserma militare. Lei in una soffitta, e in un lavoro ai margini della società — è un’inserviente, il gradino più basso sulla scala professionale. E vediamo come questi “freaks” si attirino reciprocamente: non solo Elisa e il “mostro”. Ma anche Elisa e Giles — che è omosessuale — Elisa e Zelda — che è nera in un’America di bianchi uber alles. Nel corso del film, questi personaggi “fuori norma”, quest’improbabile armata brancaleone che organizza la fuga dello strano essere, riusciranno nel loro intento.
La grandezza di un narratore è quella di parlare della contemporaneità attraverso una storia senza tempo. “The Shape of Water” parla più di diritti negati e soprusi subiti da parte di donne, gay, diversi in generale, di qualsiasi film a tesi.
Poi vedete, Del Toro immerge il tutto in atmosfera altamente erotica. Gli piace giocare con la dimensione dell’indicibile e del proibito. Immaginate Elisa unirsi in un rapporto d’amore con una creatura squamosa. Può suonare “contro natura”, vero? E infatti, quando il pubblico ha cominciato a capire dove il regista ci stava portando, ho sentito della sorpresa, del disagio intorno a me. Ma è durato il tempo di un nulla. La scena della stanza da bagno immersa nell’acqua che funge da alcova per Elisa e il mostro è quanto di più poetico si possa immaginare. Del Toro è capace di farti rotolare dita mozzate davanti agli occhi o staccare una testa dal corpo di un gatto — la creatura anfibia è pur sempre un animale… — ma poi sa architettare questi spazi estetici dove posizionare lo sguardo è un puro piacere dell’anima.
Oltre a essere una favola in cui il lieto fine coincide con il ritorno all’ambiente acquatico — in cui i due appartengono — di due esseri che comunicano con tutto tranne che con la parola — sopravvalutata?, par chiederci del Toro — “The Shape of Water” è anche un contenitore di citazioni cinematografiche, e un tributo al cinema, con le tante scene di classici, di personaggi noti (su tutti Shirley Temple), intermezzi musical e musiche della vecchia Hollywood.
Se volete regalarvi due ore di meraviglia, o se volete regalarle al vostro amore, non perdetevi questo film. In Italia uscirà a febbraio… San Valentino, I guess — anche se a Natale sarebbe stato meglio…

E ora è tutto, my Moviers…
Se per caso interessa la rassegna tutta italiana al via al Film Forum, vedete un po’ cosa si sono inventati…
Se invece interessa cosa si sono inventati quelli dell’American Academy in Rome e l’Istituto Italiano di Cultura, vedete qui… 😉

Frunyc II aggiornato, e saluti, mattamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 331 – propone WONDER WOMAN e commenta RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

LET’S MOVIE 331 – propone WONDER WOMAN e commenta RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

Mail Moviers,

ricevo posta direttamente dall’Ufficio del Sindaco di New York. Sì, proprio lui, Bill de Blasio, contatta tutti i detentori di carta d’identità di NYC — come il vostro bel Board — e li invita a partecipare a una delle attività di volontariato proposte dalla sezione Immigrant Affairs del suo Ufficio.
Cosa sono queste attività di volontariato?

Incoraggiare i newyorkesi a farsi la NYC ID
Tenere corsi di conversazione in inglese per chi sta imparando la lingua
Prestare servizio di interpretariato durante eventi speciali o traduzione di materiali vari
Contribuire ai forum “Conosci i tuoi diritti” per aiutare a informare i tuoi vicini

Prima di salutarmi, mi dicono, con quel velo di orgoglio che contraddistingue i miei adorabili newyorkesi: “We especially encourage those who can speak more than one language to sign up. New York has been—and always will be—a welcoming and inclusive city for all. It’s who we are.”
Naturalmente ho aderito.
It’s who I am 🙂

Ora prendete Corso Tre Novembre, Trento, di fronte all’Auditorium Santa Chiara. Il Caffè Viennese. O quello accanto, non so. Per chi non è di Trento, immaginate un bar con dei tavolini all’aperto. Immaginate lì accanto una strada a due corsie, una per le macchine, l’altra per taxi e autobus. Immaginate che in questa città, in quella via e in quella corsia i bus e i taxi passano assai di rado, specie dopo una certa ora, tipo le 8 pm. Quindi quella corsia, è praticamente sempre vuota, tanto da essere utilizzata spesso dai pedoni, dai ciclisti, da chi, insomma transita con l’unico motore delle proprie gambe.
Immaginate che, un giovedì sera, fra quei tavolini di quel bar, si esibisca un piccolo complesso musicale — una specie di Peppino di Capri ma senza Capri né champagne per brindare ad un incontro né alcunché.
Immaginate che io passi, senta una canzone a cui non so mai resistere MAI — “Viva la vida” dei Coldplay — e che decida di sentire come il Peppino senza Capri la interpreterà.
Mi fermo, quindi, di fronte al bar, in mezzo alla corsia bus e taxi, assicurandomi che non arrivino né gli uni né gli altri, visto che un po’ alla mia vita tengo — anche perché ora devo aiutare de Blasio con la campagna di diffusione della carta d’identità newyorkese.
Fra me e i tavolini del bar corre la corsia in cui passano le macchine. Né passa una ogni morte di Papa, e non perché sia zona a traffico limitato ma perché siamo a Trento, e quella è la frequenza della circolazione dopo le 7 pm. Mentre ascolto Peppino con uno dei pezzi più belli e complessi dei Coldplay, temendo per le note alte che forse riuscirà a prendere con l’ausilio di una scala, ma certo non con la voce, mentre sono lì, in piedi, un occhio rivolto a destra e uno a sinistra per accertarmi che né taxi, né bus arrivino, ecco che sbuca, su una moto da enduro — notate la tecnicità — uno splendido esemplare di orso trentino. Non uno dei tanti plantigradi che fanno impazzire giunte e quotidiani, scatenando polemiche di ogni sorta, bensì un esemplare bipede, quelli che incarnano le caratteristiche tipiche di certa trentinità diciamo “into the wild”…
Il bipede, in groppa alla sua moto, rallenta, praticamente si ferma, alza la voce, per essere sicuro che io lo senta bene, e mi fa la grazia di un concetto che, tradotto in italiano suona più o meno così: “Guarda che lì non puoi starci, è per gli autobus, imbranata!”.
La sua grazia mi viene porta in trentino stretto, una variante di Althochdeutsch che sei anni di residenza qui mi consentono di comprendere.
Scuote visibilmente la testa di casco (!) che si porta sulle spalle, e poi dà una sonora sgasata da rettilineo al Mugello, incurante di Peppino alle prese con le scale e del pubblico in pena per lui, lì accanto.
Io rimango magnificamente annichilita — ce ne vuole per annichilirmi magnificamente, quindi complimenti al bipede sulle due ruote. E non tanto per il contenuto della grazia. Poteva pure avere ragione. Quello, tecnicamente, non è posto per pedoni, e fa niente se la corsia fosse sgombra, quello non è posto per pedoni, punto. Il codice della strada parla chiaro.
Rimango allibita per la briga che si è preso. E soprattutto per il modo. Mi chiedo. Ma tu, Yoghi della Trento centaura, rallenti APPOSTA per dare dell’imbranata a una che sarà anche un’imbranata — diciamocelo pure — ma che certo non ti ha intralciato, né ti ha dato noia, né ti ha messo i bastoni fra le ruote (anche se poi gliene sarebbe venuta una gran voglia)?
Ma cos’è questo? Il braccio duro della coscienza civica? Il cavaliere mascherato della Stradale?

L’episodio è stato seguito da un episodio analogo.
Mi piace molto andare in biblioteca. Le biblioteche hanno una sacralità che le accomuna alle chiese e alle sale del cinema. Certo, un conto è andare alla mia numero uno tra la Sesta Avenue e la 42esima, oppure alla mia numero 2, al Lincoln Center, nella bella piazza con la scultura di Calder ad accogliere i lettori. Ma dato che al momento quelle due libraries non mi sono accessibili, mi accontento di quella in Via Roma, detta anche West Point… Non è possibile infatti fare alcunché all’interno della biblioteca. Niente cibi, niente bevande, niente cellulare, niente.
Non che io abbia intenzione di trasformare la biblioteca nella sagra del fritto — voi che mi conoscete, sapete che non sono il tipo. Ma il primo giorno mi sono azzardata ad appoggiare una bottiglietta d’acqua sul tavolo, e un addetto mi è spuntato alle spalle, un falco tiratore direi, facendomi notare che avrei dovuto tenere “i liquidi” in borsa o per terra, categoricamente non sul tavolo.
Avrei tanto voluto investigare in merito ai solidi, ma ho fatto la faccia d’angelo (sterminatore) e ho annuito contrita.
Quanto al cellulare, non lo si può ovviamente usare nelle sale, e nei corridoi. L’unico posto ammesso sono le scale. C’è tanto di cartello che lo specifica — dopo la scena dell’acqua, mi guardo in giro guardinga come Lupin III.

L’altro giorno ho ricevuto una telefonata. Non era una telefonata di rabbia o lite o alcunché. Sulle scale intorno a me altre tre persone che parlavano al cellulare. Mi passa accanto una signora di mezza età — dentro un orribile paio di pantaloni fantasia che purtroppo non scorderò mai — e mi si rivolge indispettita, urlando, “Ehi abbassa la voce, dove credi di essere, guarda che siamo in una biblioteca, mica al casinò”.
“Ah davvero questo non è Montecarlo?”, mi sono lasciata sfuggire. Stavolta il magnifico annichilimento ha assunto le sembianze della battuta pronta. A volte succede.
Lei mi ha lanciato uno sguardo di fuoco e io ho pensato, adesso va e chiama Darth Vader.
La signora non era un’addetta. Al collo non aveva il cartellino degli addetti. Era una semplice utente. Anche lei, quindi, una versione de il braccio duro della coscienza civica, di cavaliera mascherata della biblioteconomia.
Ricordo di aver fatto particolare attenzione. Ero perfettamente consapevole, e rispettosa, del posto sacro in cui mi trovavo. Sapevo, dopo l’episodio dell’acqua sul tavolo che, trasgredendo, sarei potuta incappare in qualche sanzione e/o punizione corporale.
Ma mettiamo il caso che il tono della mia voce fosse stato effettivamente troppo alto — eventualità poi non così remota: chi conosce i miei decibel, sa. Tuttavia mi trovavo nell’area in cui parlare era consentito. C’erano altre persone impegnate al telefono, e non avevano considerato il mio tono troppo alto, non avevano chiamato le guardie (!).
Allora perché questa signora mi si è rivolta in modo così burbero?
Non poteva fare un cenno con la mano, o portarsi un dito alle labbra, o il classico “shhhh”?
Il bipede sulle due ruote, non poteva farmi capire in un altro modo che non era il caso che il mio corpo occupasse la corsia di autobus e taxi?
Perché i modi sono questi?

Ora, davanti a voi avete un Board parziale, assolutamente di parte, che vi riporta una lettera di de Blasio in cui New York è descritta come una “welcoming and inclusive city for all” e subito dopo vi riporta due episodi di ostilità trentina che sancisce la morte del fair play, del savoir faire, del bon ton, e di tutte le altre declinazioni delle buone maniere che riuscite a trovare.
Non pretendo che il mondo sia di parte come me. Ma semplicemente che pensi ai modi.
Sono convinta che l’eccesso di civiltà agito da mani incivili snaturi la civiltà stessa.
Se per applicare la civiltà, divento incivile, allora nego il mio intento. Divento io stesso incivile.

New York sarà anche una giungla, sarà spietata, sarà crudele, ma non mi è ancora capitato che qualcuno mi si rivolgesse così — piedipiatti a parte, ma quelli son cattivi di lavoro.
Sto parlando di “civili”.
Pertanto l’argomento della settimana su cui vi faccio meditare è questo. La civiltà incivile — il Festival dell’Economia è già lì lì per soffiarmelo come tema 2018. 🙂

Fortunatamente la settimana non è stata tutta all’insegna del rispetto selvaggio della legge (!).
Fortunatamente ci sono i miei Moviers che da un lato mi fanno arrivare profonde riflessioni sulle città e sull’imperfezione, il tema dell’ultima movie-mail — li ringrazio di cuore per i loro riscontri, siete strepitosi. E poi ci sono i Moviers che sono accorsi a vedere “Ritratto di famiglia con tempesta”, ovvero il WG Mat, il D-Bridge, l’(Andy)Candy[the] e, sorpresa delle sorprese, la Cristinacasaclima e il Date-a-Cesare-quel-che-di, la cui presenza imprevista mi ha fatto trasalire di goduria come in un film di Hitchcock. 🙂

Ryota è un padre, un figlio e un ex-marito che ancora non sa bene cosa fare della propria vita, né come farlo. Uno di quegli uomini dalle grandi premesse, dagli esiti moderati e dalle aspettative ridotte. Dopo aver vinto, molti anni prima, un premio letterario con il romanzo “La cena deserta”, finisce a lavorare come investigatore privato, faticando a sbarcare il lunario e a pagare gli alimenti alla ex moglie. Vive letteralmente in un buco di appartamento e va a trovare la madre per vedere come sta, ma anche per frugare in giro e racimolare qualche oggetto da portare al Banco dei pegni e giocarsi tutto alle corse. Ryota corrisponde all’identikit del fallito, al sognatore che non smette di sognare — il gioco d’azzardo non è che la perpetrazione dell’utopia, in fondo— che si rifiuta di andare avanti e vive immerso nella nostalgia per ciò che fu e non è più.
L’elemento che innesca il cambiamento è letteralmente meteorologico. Un tifone, annunciato in apertura, sta per abbattersi sulla città, e porterà Ryota, la madre, l’ex moglie e il piccolo Shingo sotto lo stesso tetto — quello della casa della madre — in una notte di confronto, di scontro e di ripresa.
Raccontato così, il film può anche non far gola. E in effetti, abbiamo convenuto anche con i Moviers, “Ritratto di famiglia con tempesta” non è cibo per tutti i palati. Pleonasticamente è proprio questo: il ritratto di una famiglia come tantissime altre, messo a confronto con un evento sovvertitore — la tempesta — che porta a galla non detti e sottintesi, per poi far ripartire la vita, più o meno come prima, ma con la consapevolezza che qualcosa è stato smosso, se non proprio cambiato.

Il bello della cinepresa di Kore-Eda è l’assoluta assenza di giudizio nei confronti dei suoi personaggi. Ryota, che sarebbe un bel bersaglio —immaginatevi una specie di Zeno Cosini + l’uomo senza qualità di Musil — non subisce processi da parte della mano del regista. E nemmeno la madre, vecchina tra l’adorabile, il saggio, il dritto e il rimba — diciamocelo. E nemmeno l’ex moglie, che di certo non ama il nuovo compagno, ma che lo sposerà perché le dà la sicurezza che Ryota non è stato in grado di darle. Kore-Eda osserva, ci fa osservare negli interni di queste vite che, nonostante la distanza geografica e culturale, somigliano incredibilmente a degli interni che abbiamo già visto: i nostri. I rapporti amore-e-odio tra fratelli —la sorella di Ryota, tenera e opportunista in parti uguali — le incomprensioni tra moglie e marito, la candida irresponsabilità del marito e la pianificazione wehrmachtiana della moglie. La madre che ha ingoiato milleun dispiaceri per colpa di un marito assai buonannulla che si giocava di tutto e di più, anche la raccolta di francobolli del piccolo Ryota.
L’atmosfera è intrisa di una lieve malinconia, che a tratti si fa giocosa, fin buffa, specie nei quadretti-siparietti tra la vecchina e Ryota, oppure quando Ryota esce in missione investigativa con il suo compare: Ryota è talmente inetto da non riuscire nemmeno a farla in barba al suo capo e verrà colto con le mani nel sacco.
La malinconia nasce anche dall’evidenza che certi sogni sono irrealizzabili. Ryota, per campare, deve accettare un lavoro di sceneggiatore di manga — rifiutato, anni addietro, dall’orgoglio dello scrittore premiato. La madre sa perfettamente che non potrà mai trasferirsi dal condominio in cui vive in una villetta — nessuno dei suoi due figli potrà mai permettersi di regalargliene una — né tantomeno riuscirà a entrare nel mondo, e men che meno nelle grazie, del facoltoso professore di musica che frequenta e che appartiene a un altro livello, sia economico che culturale.
I piccoli gesti e le piccole meschinità che i personaggi si rivolgono parlano la lingua universale delle famiglie. Certo opportunismo dei figli nei confronti dei genitori, certi ricatti psicologici dei genitori ai danni dei figli. E’ tutto scritto qui, in questo racconto dalle tante piccole azioni quotidiane, apparentemente insignificanti, ma verosimilmente struggenti. La scena iniziale in cui Ryota e la madre condividono una specie di granita fai da te perché il gelato costa e se lo mangiano quegli avvoltoi adolescenti dei nipoti, ti parla di certi ricordi d’infanzia, di certi stratagemmi condivisi che nascevano da una necessità e diventavano riti, momenti di intimità e condivisione.
La vecchina e Ryota sono i due personaggi centrali i cui dialoghi ti rimangono dentro.
“Hai mai conosciuto l’amore, Ryota, quello vero, quello che non ti fa pensare ad altro?”
“Mmm non so, e tu?”
“No, io non l’ho mai conosciuto, e forse è per questo che ho vissuto una vita così serena”.
Quanto c’è scritto qui dentro!
La vita senza quell’Amore trascorre quieta come un ruscello. E’ vita quella?
Domanda che il regista ci sottopone.
Oppure, altra perla della nonna, “Non ho mai capito perché gli uomini non riescono ad amare il presente. O si affannano a rincorrere quello che hanno perso o continuano a sognare l’impossibile”.
Davanti a tanta lucidità cosa possiamo fare noialtri?
Ma la vecchina sa essere anche tagliente. Sentite cosa dice al figlio… “Te lo ricordi questo mandarino? Non ha mai fatto né un fiore né un frutto, mi sembra assomigli a te…” — non ci va per il sottile, la nonnina…
A cui Ryota risponde: “Io sono uno di quei talenti che sbocciano tardi” — tipico giustificazionismo da quarantenne medio.
Non vi sembra uno scambio fra madre e figlio italiani?
E così come una madre italiana ricopre il figlio di attenzioni e cure fin quando il figlio ha di gran lunga superato gli –anta, così fa la nostra vecchina giapponese, che gli riempie il piatto tre volte, gli stira i vestiti, lo tiene a sé attraverso un gioco di ti-svelo-non-ti-svelo i tesori che potresti trovare nei cassetti e negli anfratti di questa casa…
Le madri sono delle dragonesse dalle quali i figli dipendono in maniera viscerale sino alla fine dei giorni di entrambi.

Su tutti questi personaggi incombe un cambiamento. L’ex moglie deve decidere se con il nuovo compagno le cose diventeranno serie. Ryota deve capire cosa fare da grande — soprattutto per riuscire a pagare gli alimenti del figlio. La vecchina deve convincersi che la sua vita è al capolinea e che forse avrebbe potuto vivere una vita diversa, ma che ormai è andata così. Apprezzabile l’idea del tifone che si abbatte su Tokyo — una Tokyo di periferia residenziale, lontanissima dalla metropoli tutta luci, colori, velocità e mascherine antismog che siamo abituati a immaginare — in una notte in cui sostanzialmente non cambia nulla, ma dalla quale tutti si risvegliano un po’ diversi.

Come dicevamo “Ritratto di famiglia con tempesta” non è un film per tutti. Non a tutti piace intravedere l’universale nelle pagine di una storia particolare che ti viene raccontata. Ed è questo ciò che il film ti propone. La vita di tutti i giorni in cui c’è molto ma molto di più della vita di tutti i giorni…

La settimana scorsa dicevo che il regista mi è sconosciuto. Ebbene, mi si prescriva del fosforo, please…. Ho scoperto che “Father and Son”, fu un splendido Lez Muvi che vedemmo nel 2014 — riproponeva la favola del figlio scambiato alla nascita tra due famiglie, una ricca, fredda, costruita attorno al figlio unico avviato al successo, l’altra più modesta, incasinata ma affettuosa. Ve lo riporto nel Maelstrom.
Rileggendolo, ho provato una tenerezza infinita per i miei Moviers che ora sono pure Anti!!

E questa settimana, vista la penuria cinematografica, opto per un azzardo

WONDER WOMAN
di Patty Jenkins
USA, 2017, ‘141
Lunedì 12/Monday 12
Ore 22:00 / 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Fermi, lo so cosa state esclamando dentro le vostre belle testoline.
“Wonder Woman??”
“Tu, Board dalle scelte giapponaute??”
Ebbene, costretta dalla penuria di programmazione cinematografica, sì, Wonder Woman.
Wonder Woman anche per vedere come Hollywood dipinge un’eroina su cui milioni di ragazzine hanno fantasticato — il suo look red, blu and gold ha forgiato l’immaginario stilistico come solo Jems e le Olograms — e su cui milioni di ragazzini hanno fantasticato — mutanda da pallavolista + corpetto burlesque, stivali taccati e armi di distruzioni di massa infilate in posti segretissimi, che dovevano fare ‘sti poveri ragazzini??
Sarà bello metterla a confronto con Batman, Superman e i supereroi che il cinema ci ha presentato. E vedere che ne esce… 😉

E anche per oggi, Moviers, è tutto.
Un’altra settimana d’esilio è passata, con pena, ansia ed esagerazione. 🙂 Ma il giorno del giudizio è vicino, Fellows! E io mi farò trovare pronta, anzi no, prontissima!
My love is a-waiting… 😉

Ringraziamenti, tanti, e saluti, stasera, missivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM“This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Recensione-pippone su “Father and Son”, Aprile 2014 – Che tenerezza infinita!!!!

Volando dal Mastro con un mantello da Bat-Board (veri entrambi, il volare e il mantello), non so se son più Movier o Bat-Board, ma diciamo che tiro l’acqua al mio mulino e mi conto come Movier :-); l’Anarcozumi stringe immediatamente un’intesa politica con un nuovo Movier che il tycoon di Trentoville, il Fellow Onassis Jr ―Donald Trump, please stop crying― ha abilmente recruitato. Ora, questo nuovo Fellow si chiama Ale (“-ssandro” o “-ssio” è un dato persosi nel bailamme generale, ma indagheremo), e si è presentato con un’andatura sostenuta ―apprezzatissima, you know― e un sonoro “Contesto!” ancora a una cinquantina di metri dall’ingresso dell’Astra. Capirete che l’intesa con l’Anarco, leader storica e maxima della frangia insurrezionalista lezmuviana, sia scoccata subito. La cine-identità del nuovo Fellow è stata oggetto di vivaci scambi d’opinione, ma alla fine s’è deciso per “Fellow Divergent” perché nella vita non ci sono straight ways, emmenomale.
Il quinto Muvier è il Fellow The Candy Andy, la cui presenza è stata appesa a un filo per tutto il giorno, ma alla fine ha superato la crisi e ce l’ha fatta ―grazie a dello scapicollo e a dello stomacovuoto che lo inseriscono nella graduatoria dei “Flashing&Fasters Fellows”. Il sesto Movier è una lei, la Fellow Vanilla, arrivata mentre scorrevano i titoli di testa, sfiorando così il pericolo massimo di perdita dell’inizio, e raccogliendo per questo coraggio bracciate di complimenti e pacche sulle spalle da quel bracciante del Board.
Ovviamente non scendo nel dettaglio della caciara che facciamo all’ingresso e all’uscita, dei discorsi cominciati da una parte e finita da tutt’altra, o lasciati a metà per far posto ad altri, che a loro volta fanno spazio ad altri, ad infinitum. E credo che i dieci buoni motivi per non perdere Lez Muvi in fondo siano sintetizzabili in quest’atmosfera di casino generale, di Moviers persi tra il bistrot dell’Astra e il bancone del Mastro e il bagno e l’ingresso e la Sala. In quell’istante di conversazioni tronche e sbotti di risate ―tante ― lì, prospera florido Let’s Movie.
Funziona così, “Father and Son”. Ci sono due famiglie. Una, padre-madre-figlioletto, vive nei quartieri alti di Tokyo. Ha un bell’appartamento all white&high-tech con vista sulla sky-line della city, tutto molto ordinatino-perfettino. Sono della Tokyo bene, insomma. Lui, Ryota, architetto yuppi tutto-lavoro zero-tempo, lei, Midori (sì esatto, come la migliore amica di Mimì Ajuara, bravi) moglie-madre devota, il figlioletto, Keita, trattato da piccolo-prinicipe versione giappo. Ryota, che poi è il vero protagonista del film, è freddo, Rottermeier, ‘na noia, assolutamente incapace d’instaurare un rapporto d’affetto con il figlio.
L’altra famiglia, padre-madre-tre-figli, vive nei sobborghi metropolitani, fa la spesa alla Lidl, e fatica ad arrivare a fine mese. Il padre però, lo sciatto e affettuosissimo Yudai, vive PER la famiglia: ricopre d’attenzione i figli, si diverte con loro: è il padre che ogni bambino vorrebbe avere.
Un giorno di novembre questi due pianeti famigliari così lontani, improvvisamente, collidono: l’ospedale in cui le due donne hanno partorito, 6 anni prima, li informa di un possibile scambio dei neonati. Dopo gli esami del caso, le famiglie scoprono di aver cresciuto il figlio biologico dell’altra famiglia.
La soluzione proposta dall’ospedale e dalla legge prevede lo scambio graduale dei figli, cominciando pian piano con i weekend. Il problema è che Keita, il figlio dello yuppi anaffetivo, si ambienta subito nella casa di Yudai, mentre Ryusei, il figlio del daddy-of-the-year, non ne vuole proprio sapere di adattarsi alla dittatura del nuovo loft in centro (pazzo!).
Il tropo dei figli scambiati nella culla è stato esplorato dalla letteratura ―penso a “I figli della Mezzanotte” di Salman Rushdie― e sicuramente anche dal cine (ma al momento non mi vengono in mente), ma è proprio impossibile non pensare “quando il cinema previene la realtà” in questi giorni, in cui dalla culla scambiata siamo passati all’utero scambiato. Ovviamente mi sto riferendo al caso verificatosi all’Ospedale Pertini di Roma la settimana scorsa, in cui l’errore umano ha determinato l’impianto di un ovulo fecondato nel grembo sbagliato, facendo esplodere un dilemma bioetico la cui risoluzione sembra praticamente impossibile.
Il dilemma che ci vien offerto in questo film è il medesimo. Conta di più il sangue oppure gli anni passati insieme? Cosa fa di un padre un padre? Il corredo genetico? Le volte in cui ti preme un cerotto sopra un ginocchio sbucciato, una carezza sulla testa? L’asettico Ryota non può che essere della scuola genetista, e quindi s’impunta per rivolere la “carne” che gli è stata ingiustamente sottratta. E in questo spietato scherzo del destino crede di trovare tutte le risposte: si spiega la mediocrità di Keita, incapace di suonare il pianoforte, privo di carattere, eccessivamente sensibile. Keita, così mediocre, così diverso da lui, NON può essere suo figlio…E allora no, rivuole quello che gli spetta ―Shylock strizza l’occhio, dalla Venezia shakespeariana…
Ryota abbozza un sorriso di trionfo (lui, così privo di sorrisi) quando il figlio naturale tira fuori tutto il suo carattere insistendo sulla domanda: “Perché devo chiamarmi così? Perché? Perché? Perché?”. Ryota vede in questa tenacia, la sua tenacia, vi ritrova la sua stessa geometria genetica. La vittoria della razza.
Ma poi qualcosa cambia dentro di lui. Quando Ryusai scappa dal loft e torna nella sua casina di periferia (pazzo x 2!), con le piastrelle scombinate e il microgiardino incasinato sul retro. Quando trova per caso delle foto che Keita gli ha scattatato a sua insaputa, ritrovando attraverso quegli scatti lo sguardo affettuoso di un bambino nei confronti del proprio padre. Quando capisce che Keita gli manca, e che le geometrie genetiche non potranno mai sostituire il teorema d’amore che si cela dietro cerotti e carezze, allora capisce cosa deve fare…
Dicevamo con il Fellow Candy Andy The che il perno attorno al quale questo film ruota è la crescita, ma non del figlio, bensì del padre. Ed è anche questo che rende il film originale, e lontano dalla solita prospettiva catto-mulinobianca.
Il percorso evolutivo paterno matura allegoricamente in una foresta artificiale, un’analogia spaziale in cui si radica il turning-point per il personaggio e il film. Il biologo forestale informa Ryota che ha impiegato 15 anni a crescere la foresta ricreando l’ecosistema naturale da zero. Ryota, stupito, ribatte: “Così tanto?”. Il biologo, con sguardo da saggio-a-bordo-fiume, risponde a tono con una stoccata retorica: “Per lei è tanto?” ―scena, questa, che ha colpito anche la Fellow Vanilla.
La famiglia è così, un’ecosistema che ha bisogno di pazienza, cure, tempo. Quantità di tempo, non qualità ―com’è di moda di dire in questi anni. Il semplice bottegaio Yudai, nella sua semplice bottega, con i suoi pochi mezzi, è stato in grado di crescere un bosco incantato, dove tutti i bambini vogliono giocare. D’altro canto il Manager Ryota, con l’attico, le regole, i giocattoli di lusso, e le poche ore sottratte al lavoro nel weekend, si trova da solo in uno spiazzo infestato da erbacce. Il film è molto giapponese in questo: è un’allegoria, ricorda una parabola, o una favola. I personaggi sono dei tipi, ma non rimangono fluttuanti in superficie: il regista dal nome impronunciabile fa un lavoro di fino e li osserva a lungo, entra dentro di loro, tutti quanti, mogli, bambini, padri. Persino i nonni, per quanto figure marginali entrano nell’analisi dell’opera, sia di persona, sia attraverso gli aneddoti raccontati dai protagonisti, tipo questo:
Ryota: “Mio padre non era tipo da far volare gli acquiloni”.
Yudai: “Tu non devi fare come tuo padre. Tu falli volare”.
Guardate quanta storia e psicologia concentrate in due battute. La mancanza dell’affetto paterno subìta dallo stesso Ryota. La coazione a ripetere che porta Ryota ad applicare lo stesso atteggiamento con il figlio. La necessità di spezzare questo circolo vizioso, e cambiare il trend.
Come ho vissuto io il film? Be’ sono stata sulle spine tutto il tempo. Tutto il tempo ad aspettare qualche svolta sanguinolenta, tipo ritorsioni violente da parte dei figli… Ryusai che assassina l’odioso Ryota, oppure Keita che si suicida ―come il figlioletto di Jude, in “Jude The Obscure” (imperdibile!). Sapete com’è, il cinema orientale ti abitua all’efferato di sorpresa! Questi mancati atti violenti hanno reso l’happy-ending, per una sacrosanta volta nella mia cine-vita, benaccetto e quasi sperato! Arrivato sulle ali delle un-po’-abusate Variazioni Goldberg di Bach in maniera tanto inattesa, il finale, mi ha fatto sospirare di sollievo.
Quanto al lato formale del film, non so se i Moviers presenti concorderanno, ma a me, queste inquadrature lentissime, della macchina da presa che parte a sinistra, e lentamente, lentissimamente avanza verso destra, quest’andatura narrativa come se l’obiettivo scrivesse questa evoluzione piuttosto che mostrarla, mi risulta una tecnica godibilissima ―ogni scena una pagina letta pian pianino. Così come certe inquadrature ben studiate. La tromba di un giroscale, un trapezio isoscele (del trapezio isoscele non ricordavo nemmeno l’esistenza); l’intrico di fili della luce (Fellow Vanilla‘s courtesy); un robottino su un tavolo. Il rigore formale della regia giapponese è una grammatica che dovrebbe essere insegnata alle elementari.
Poi non so, e qui potrei anche lavorare troppo di fantasia, ma mi sembra che il regista non valichi mai certi limiti. I personaggi sono trattati con rispetto. Anche l’ostico protagonista. Di lui viene fornito un quadro umano molto “umano”: non è trattato da “cattivo” o da nemico. Once again diceva benissimo il Fellow Candy sull’”umanizzazione dei caratteri”…e l’astensione del (pre)giudizio, aggiungo io.
Per amor di verità devo dire che all’Honorary Member Mic il film non è piaciuto per niente (e lei è una sinologa, quindi sguazza nei mari giapponauti, quindi ascoltiamo anche il suo giudizio), e anche l’Anarcozumi è rimasta tiepidina. Sarà che io ero tutta ringalluzzita dai 6 Muviers 6, sarà che la questione della paternità, quando viene trattata in termini così poco strillati e mucciniani, più per silenzi e immagini, è una tematica cui sono sensibile; sarà che un rapporto si descrive anche attraverso una foto, grafia o gramma che sia, senza ricorrere a liti furibonde fra salotto e cucina; sarà tutto questo o altro, ma io promuovo il film, e lo consiglierò a chi è disposto a osservare la storia con l’occhio dell’impotenza: siamo impotenti davanti a questioni come queste. Non possiamo fare altro che guardare, formulare delle ipotesi, cancellarle e riscriverle, e ancora cancellarle e riscriverle.

WONDER WOMAN: Prima di diventare Wonder Woman, era Diana la principessa delle Amazzoni, cresciuta su un’isola paradisiaca ben nascosta e addestrata a diventare una guerriera invincibile. Quando un pilota Americano compie un atterraggio di emergenza sulle sue sponde e racconta di un enorme conflitto scoppiato nel mondo esterno, Diana abbandona la propria casa convinta di poter porre fine alla minaccia. Combattendo al fianco dell’uomo in una guerra che metta fine a tutte le guerre, Diana scoprirà i suoi pieni poteri… e il suo vero destino.

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LET’S MOVIE NEW YORK CITY 307 – Fru From Far Off commenta STAR WARS – ROGUE ONE

LET’S MOVIE NEW YORK CITY 307 – Fru From Far Off commenta STAR WARS – ROGUE ONE

Flatbush Fellows,

Mercoledì mi ero preparata in assetto da combattimento — psicologico, niente molotov — quando sono andata in questo quartiere di Brooklyn che sta giù a sud. Molto a sud. Fate conto che per arrivarci impieghi un’ora di metro tonda. Un po’ come andare da Trentoville a Verona — mi meraviglio sempre, paragonando tempi e distanze… Flatbush sta sotto Prospect Park, persino sotto Bed-Stuy, il cui motto dice “do or die” — e avete già capito che ore sono… Credevo di trovare il classico environment da Bronx pre Jenny-from-the-block (!), suburbia spinti con i gatti macilenti e cattivissimi che frugano i bidoni della spazzatura cercando di non farsi vedere dai senzatetto, macilenti e cattivissimi più di loro. Poi ci sarebbe stata una volante di cops, ma lontanissima da me, così da farmi sentire in balia degli eventi. Poi naturalmente dello spaccio in bella vista e un paio di All Stars appese per i cordoni ai fili dell’elettricità. E una sensazione di pericolo che ti alita sul collo e che ti fa pentire di essertene andato fin laggiù, quella sera di dicembre in cui avresti potuto benissimo startene a casa, nella tua dolce Upper Manhattan.

Sono partita con questo armamentario nella mente. E tutto per andare al Sycamore, un pub che il mercoledì sera tiene un reading in cui alcuni scrittori più o meno noti della città — più meno che più — si ritrovano per leggere le loro cose.
Dopo un’ora abbondante di metro, arrivo. Ma ad accogliermi non ci sono gli slums, Sesto San Giovanni e Torbellamonaca, Marghera e Melta di Gardolo. La subway mi partorisce in una specie di villaggio da Louisiana di fine ‘800. Tutte casine coloniali con portico e dondolo, e tanto di decorazioni natalizie. Un tripudio di bianco e colori pastello — azzurro polvere e rosa cipria. Il giardino davanti, la station wagon nel vialetto. Cacchio ho sbagliato metro e sono finita in qualche lato del Jersey in cui le donne cucinano ancora i muffin e li portano a spasso in cestini con le tovagliette a quadretti, mi dico…. Invece no, per una volta, niente errori logistici! Sono nel posto giusto. Quello è Flatbush e non c’è teppaglia e sterpaglia. Solo io e dei luoghi comuni.

Il Sycamore non è stato nulla di che. Il reading si teneva nel “Lodge”, una specie di serra annessa al locale, con le pareti non-pareti di nylon. Io ho passato tutto il tempo con il terrore che la stufa a gas che svettava in mezzo alle non-pareti potesse innescare qualche reazione strana, tipo bruciare tutto l’ossigeno e noi pubblico e loro lettori morire soffocati senza accorgercene. Oppure incendiati. O sciolti insieme al nylon, you’ll never know. Non è successo nulla di tutto ciò ovviamente, ma l’odore di pino, birra, letteratura annacquata e marasma di avventori mi ha fatto scappare appena l’evento è finito. Mentre raggiungevo la metro e mi chiedevo, ancora, se quella era veramente New York, ecco che ho la conferma che sì, quella è New York. Un ragazzo, non avrà avuto più di tredici anni, sta appollaiato sopra il semaforo pedonale. Sì, SOPRA! Seduto pacifico tra i due display con il pedone stilizzato Walk e la manina Stop. E i suoi amici giù di sotto lo incitano e lo fotografano. You’re fu*king nuts, se la ridacchiano. Me la ridacchio anch’io, e anch’io lo fotografo.

Potranno anche esserci le case bene e le luminarie alle finestre e i muffin nei cestini quadrettati, ma in fondo, la cosa di Flatbush che mi è piaciuta di più, è stato il tredicenne che sfidava la legge (di gravità). The traffic-light teenager… Molto meglio delle All Stars appese ai fili dell’elettricità e le casette coloniali…

Ma veniamo a noi, cinematograficamente parlando. Questa è la settimana di Star Wars – Rogue One di Gareth Edwards. Un midquel, termine che imparo insieme a voi. Il midquel si piazza tra il prequel e il sequel (!) — logistica cinematografica — ovvero, i fatti di questo Star Wars si ambientano prima del IV Episodio (“Una nuova speranza”) e dopo il terzo (“La vendetta dei Sith”), cioè prima della Principessa Leyla e di Darth Vader — scordammuce ‘o passasto, quinni. Io ho impiegato tre quarti di film a capirlo, ma come dico sempre e ormai lo sapete, io ho i miei tempi bradipi. Voi siete molto più gazzelle di me…

Riguardo ai tempi di percorrenza, lasciatemi subito dire. E’ troppo lungo e troppo diesel. Impiega troppo a decollare, e quando è lassù in cielo, per le galassie lontane lontane, c’è troppa action, troppo poco detto. Per chi di Star Wars ama il coté filosofico — spero che un giorno qualcuno scriva una sorta di studio epistemologico sull’opera starwarsiana se ancora non è stata concepita— per chi insomma s’interroga sui grandi quesiti tra “being a Sith and being a Jedi, this is the question”, il film non è molto innovativo, né intrigante. C’è una discreta storia inventata ex novo, questo sì.
Jyn Erso è la figlia di Galen Erso, un ribelle costretto dall’Impero alla costruzione di un’arma di distruzione di massa nota come la Morte Nera — vi ricorda qualcosa?? Dopo la perdita della madre, e 15 anni passati credendo che il padre fosse morto, Jyn incontra un pilota disertore che le consegna un messaggio segreto — e questo, cosa vi ricorda?? — proveniente proprio da Galen. Insieme al capitano Cassian Andor — che non assomiglia affatto a Han-Solo…— e al suo droide imperiale — che non è affatto una versione meccatronica tra Chewbecca e R2D2 — la ragazza parte alla ricerca del genitore e di una speranza di fermare i piani malvagi dell’imperatore Krennic…
Il fatto è, Moviers, che sa tutto di dejà-entendu. Un deja-entendu a metà — c’è qualcosa di più frustrante?! L’inizio ti dice “A long time ago in a faraway Galaxy”, ma la scritta non scorre nel modo in cui siamo abituati (sigh), e la colonna sonora, almeno all’inizio, è un’altra. Poi però, quando a un certo punto compare lui, il nostro amore-dolore Darth Veder —che amiamo e temiamo come mai personaggio nella storia del cine — allora lì la colonna sonora è quella di sempre, quella che ci fa impazzire tutti, e anche nel finale è quella che ci fa sognare Luke Skywalker e la Principessa Leyla e Yoda.

Diciamo che il macro tema della ribellione costruita sulla speranza e della convinzione nella Forza c’è anche qui — “the Force is in me, I am one with the Force” ripete come un mantra l’orientale cieco che crede nella Forza… Ma è più banalizzato, o forse ridotto ai minimi termini. Non so se ricordate il momento in cui Mastro Yoda — lodato sempre sia — spiegava a un giovanissimo Luke i fondamenti della Forza e la sottile differenza fra Sith e Jedi… Ecco, in Rogue One, non abbiamo nessuna riflessione sulla grammatica. Abbiamo solo il parlato, tradotto in azione… Battaglie intergalattiche spettacolari — e interminabili — e panoramiche di paesaggi tra l’Islanda e la Nuova Zelanda —comunque un posto in –anda — che ti fa sentire orgoglioso del mondo in cui vivi: il mondo in cui vivi ospita posti così. It’s a damn hot thing of a world allora! E va bene, apprezziamo anche il fatto che il regista voleva fare una cosa a sé stante, un episodio slegato dagli altri e che desse (dasse??) il via a una serie tutta nuova, made in Disney. Però non posso non pensare che, appunto, questa sia un’altra cosa. Non è Star Wars. E cerchiamo di essere lucidi e di non eccitarci tutti — come ci eccitiamo — quando sentiamo quel meraviglioso suono roco di respiratore automatico e vediamo quel light-saber scrivere capolavori fluo intorno a sé, o quando sentiamo ripeter battute leggendarie — “I have a bad feeling about that”… “The rebellion is built on hope”… Cerchiamo di non lasciarci obnubilare dall’emotività nerd. Rogue One non è come leggere “Dalla parte di Swann” di Proust. Non è un capitolo di una saga, scritta dalla stessa mano. Se a uno scrittore contemporaneo piace la storia della Monaca di Monza e decide di farci una serie tv con Gertrude che tradisce Egidio con il fratello della Madre Badessa, mentre Lucia si occupa di aggiornarle il profilo Istagram, capirete che quello NON è “I promessi sposi”… E l’effetto è completamente diverso. Rogue One non avrà mai lo stesso effetto su di noi di “Guerre stellari”, “L’impero colpisce ancora” e “Il ritorno dello Jedi”. Se l’obbiettivo è quello di fare multi milioni con gadget e ingressi al cine, benissimo, facciamolo. Ma mettiamo l’opera su un altro scaffale rispetto alla storica trilogia. Star Wars, Episodio III, VI e V accanto a Odissea e Iliade. Rogue One vicino a Ken Follett… e badate, io ho molto letto e apprezzato Ken Follett. Ma Ken Follet non è Omero…

La letteratura e il cine sono luoghi di libertà per eccellenza. Non c’è nulla di più sconfinato e selvaggio della creatività, e quindi via libera a rivisitazioni, prequel, sequel midquel e tutto -quel che vi pare. Però non si confondano i classici.
In Rogue One, io non mi sono affezionata nemmeno un po’ a Jyn — non le sono stata alle calcagna, non ho sofferto con lei, non sono stata lei, come mi era capitato con Han-Solo. La stessa freddezza vale anche per il lato entertainment. I primi tre Star Wars, gli storici, erano grammatici ma anche comici. Si rideva! Qui, ragazzi, non s’è scucito un sorriso. Allora che fine fa l’entertainment? Se togli anche a quello, oltre alla parte filosofica, e al romance — e grazie a Dio non c’è il romance tra Jyn e il capitano, ci mancava anche quello — allora, cosa mi rimane? L’avventura in sé? Ma se poi sarà seguita da altri episodi indipendenti e a sé (loro?) stanti, come ci è stato detto e ridetto, allora, what’s the point?

In più ci sarebbe un’altra questione spinosa che non vorrei aprire, ma che tuttavia apro. Uno dei cattivoni di Rogue One è il generale Tarkin, che compariva già nel primo film della saga, interpretato dall’attore Peter Cushing. Cushing però è morto nel 1994. Le sue sembianze, in Rogue One, sono state ricreate al computer. Questa decisione ha scatenato un inferno di polemiche. La questione non è minore. Come ci comportiamo davanti a questi dilemmi di cin-etica biologica? E’ corretto usare le sembianze di un attore morto? Se sì, in quale misura, e a chi bisogna chiedere il permesso? Agli eredi? Bisogna pagarli? Chi si prende la responsabilità della qualità della sua recitazione? Non è una questione da poco, se ci pensate. Visto che la computer grafica può letteralmente far resuscitare i morti, dobbiamo anche aspettarci di rivedere Brando, Dean, la Monroe e la Magnani, Seymour-Hoffman e Heith Ledger?
Non volevo avventurarmi in questo dedalo cibern-etico, ma credo sia uno dei prossimi argomenti con cui il cinema dovrà fare i conti.

E anche stasera è tutto. Aspettavo la lettura critica del nostro WG Mat, ma gli abbiamo accordato il giorno libero — è pur sempre Natale. 🙂 Quindi check back la settimana prossima: il Maelstrom sarà tutto suo. 😉

E questo Maelstrom è tutto mio: vi racconto una storia di straordinaria amministrazione newyorchese… 😉

Come avete notato, non ho fatto molte scene per via del Natale. Sia perché per voi in Italia è già passato — e sì, Moviers, anche quest’anno siete sopravvissuti, good job! — sia perché se ne fa già un gran parlare… E poi, dovessi anche parlarvi del mio Christmas qui, avrei bisogno di un altro pippone… Ed è meglio che vi lasci al vostro Boxing Day invece :-).

Vi invito come sempre a visitare il Frunyc, https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88  — btw, mi fa molto piacere che mi commentiate gli scatti! Ringrazio i Moviers e le Moviers, sparsi e sparse in tutta Italia, che prendono la briga e il tempo e lo fanno… Special creatures you are… 😉

E ora vi mando dei saluti, stasera, meridionalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come vi dicevo, la straordinaria amministrazione newyorchese… http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2016/12/22/al-piccolo-cafe-si-cucinano-talenti/

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LET’S MOVIE 293 propone SUICIDE SQUAD e commenta IT FOLLOWS

LET’S MOVIE 293 propone SUICIDE SQUAD e commenta IT FOLLOWS

SUICIDE SQUAD
di David Ayer
USA, 2016, ‘130
Lunedì / Monday 29
Ore 22:00 / 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Foto Fellows,

…Perché uno dice Arles e pensa immediatamente a Van Gogh, no? Con tutti quei girasoli che sembrano tanto felici ma che se li guardi da vicino hanno quella cera mogia lì che ti fa venire voglia di abbracciarli. E poi gli iris, e gli ulivi, e le case dai tetti verdi, e naturalmente i corvi ― se la gioca con Poe (Edgar Allan) la patria potestà sui corvi, il nostro Vincent. E poi naturalmente i ponti che dipinse, con quelle luci lacrimate dai lampioni e finite sulle acque del Rodano. E la casa dove visse, che non esiste più. Esiste, al suo posto, un edificio qualunque, fasciato d’impalcature, e un pannello che ti mostra il quadro che lui dipinse per immortalare la sua “casa gialla”, in Place Lamartine. E poi c’è il Caffè, che non è il suo caffè ― non aveva il becco d’un quattrino, figurarsi se poteva permettersi un caffè in pieno centro ― e l’ospedale in cui l’orecchio tagliato venne medicato. E quello sì, esiste ancora. E chissà come l’avranno guardato, quando fece irruzione e confessò di aver fatto hara-kiri con il suo orecchio.
E sì, è tutto vero, e le cose stanno così. Perché Vincent ci visse un anno lì, e ci dipinse 200 tele. L’anno più prolifico della sua vita. Ma cerchiamo di staccarci un po’ dai luoghi comuni e di guardare ai luoghi fisici. Arles ospita una quantità di rovine romane da ricordare Roma, ma senza spazzatura che sboccia dai cassonetti.
Però quello che mi ha colpito di più ― per inciso, s’è capito che sono stata ad Arles, sì? 🙂 ― dicevo, quello che mi ha colpito di più è questo incredibile Festival di Fotografia contemporanea, Les Rencontres d’Arles, che più che un Festival, è un mastodonte che si piazza in città per tre mesi ― TRE mesi! ― occupando di meraviglie location dove mai t’immagineresti di trovare della fotografia contemporanea: cappelle medievali, chiostri, chiese, capannoni dell’’800… Ho realizzato solo in loco che è praticamente il Festival più importante al mondo in fatto di fotografia contemporanea. Certo, non è che ci capisci tutto tutto eh. Ma ci sono degli scatti che ti rimangono in testa. Io, tra i 137 fotografi presenti, ho ruminato pensieri sulla mostra “Deus Ex Machina” di Katerina Jebb. Sapete cosa fa, questa fotografa? Passa una quantità di oggetti più o meno speciali sotto uno scanner digitale ― “scan-ography”, l’ha chiamata ― per interrogarsi sulla realtà quale costruzione artificiale, una proiezione del nostro spirito, piuttosto che un dato oggettivo certo… Embé, che c’è di così straordinario, potreste chiedermi… Io vi risponderei che un conto è scannerizzare una carta d’identità, un conto scannerizzare la tomba di Balthus…

Gli arlesiani, poi, son gente affabile, non come il cliché dei francesi che abbiamo in mente. Combattono con un maestrale che li coglie in maniera sempre imprevedibile da secoli. Sanno solo che dura tre giorni, ma viene quando vuole. Ed è proprio così: arriva quando vuole e dura tre giorni. È gente che si gode la vita. Per quanto mi sia stato detto che Arles è una cittadina comunista, popolare, povera in canna fino a pochissimi anni fa, quando una ricca mecenatessa svizzera se n’è  invaghita e ogni anno sborsa fior fior di franchi perché vengano investiti in arte e cultura… L’occhio di Frank Gehry, l’archistar che tutti conosciamo, ha visto lungo anche stavolta, e il suo team sta lavorando ― proprio grazie ai di lei finanziamenti ― a un mega progetto, il Luma Art Campus o Parc des Atelier, centro d’avanguardia nel campo di arte e design contemporaneo con una torre alta 56 metri in puro stile Gehry: lamine d’acciaio, riflessi, sensation.
E chi non la vorrebbe, una mecenatessa svizzera?!

Per due settimane mi sono sentita a casa. E sono le piccolezze e le abitudini che fanno di un paese “casa”. Una su tutti. I francesi sono restii a fermarsi alle strisce pedonali, proprio come noi italiani. Loro si fermano, e noi ci fermiamo, ma con quell’atteggiamento “ti sto facendo un favore, passa dai” che ci accomuna ― e infatti il pedone si sente sempre in dovere di mostrare riconoscenza per la grazia concessa. Non è come nei paesi anglosassoni o tedeschi, dove il guidatore comincia a rallentare a 700 metri di distanza, suddito della monarchia del pedone-padrone. Quindi con piacere ho trovato quest’insofferenza nei guidatori di Arles, che è un po’ la MIA insofferenza davanti ai passanti…

Ah ma ora la pianto e cerco di ricordare cosa fu, e come fu, l’ultimo Let’s Movie prima del summer-break. Ho chiaro in mente il momento in cui il D-Bridge, l’Onassis e io ci trovammo al Viktor Viktoria per vedere “It Follows”, tutti e tre con una gran voglia di essere spaventati. Eravamo carichi carichi, come quando stai per affrontare il tunnel degli orrori al luna park e una parte di te opterebbe volentieri per il tiro al bersaglio e l’altra non vede l’ora di addentrarsi. Purtroppo, sono bastati un paio di salti sulla poltrona e già avevamo esaurito il nostro credito di spavento. Ed è un peccato: le premesse erano buone, buonissime.
“It Follows” racconta la storia di Jay, una sana ragazza della periferia americana che si prende una cotta. Dopo la prima notte d’amore, lui le confessa che quel rapporto l’ha condannata a un incubo: un’entità non ben identificata è sulle sue tracce e la seguirà fino a ucciderla, a meno che lei non passi la maledizione a qualcun altro, andandoci a letto ― una specie di AIDS in cui il virus è il Male.
L’idea è molto molto buona e affonda le radici nell’archetipia dell’orrore: una presenza in forma di un “It” generico a cui non sappiamo dare né volto né nome, che segue e perseguita ― “follows” ― una povera fanciulla rea soltanto di aver praticato l’amore… Eros e Thanatos a confronto: più archetipia di così?

E poi ci sono certe ambientazioni davvero riuscite, perché inaspettate. Non è tanto la notte buia e tempestosa che inquieta ― quella è scontatamente spaventosa, agisce più che altro sulla psiche infantile. Ma cosa c’è di più inquietante di vedere qualcosa di spaventoso in pieno giorno, in un luogo comune e apparentemente sicuro ― una scuola, una spiaggia? E cosa c’è di più inquietante se quel qualcosa, lo vediamo noi ― ovvero lei, la protagonista, Jay ― ma non gli altri, gli amici? Solo lei (=noi) e il Male? L’effetto è senz’altro quello di rinviare al senso di solitudine della vittima: per quanto Jay, la vittima, si sforzi a spiegare e a coinvolgere gli altri, sarà lei, lei sola, a dover trovare il modo di cavarsela. E ancora, cosa c’è di più spaventoso del tonfo di un pallone lanciato contro una finestra, in pieno giorno?

Quando Mitchell, il regista, si mantiene su questo registro, allora fa centro. Ma nel finale si lascia andare allo stereotipo inverosimile e perde la paura degli spettatori. La paura, per essere scatenata, ha bisogno di verosimiglianza: se percepiamo una situazione come improbabile, la paura si defila. Ma se viene coltivata con delle situazioni che potrebbero capitare anche a noi, allora la musica cambia. Se il regista avesse rinunciato alla piscina e agli elettrodomestici ― ovvero, all’improbabilità ― e avesse propeso (propenduto?!) per un finale più sospeso (qui è senz’altro sospeso), cioè più irrisolto, allora ce ne saremo andati a casa con quella sensazione di creepiness e di disagio che ogni bravo horror, per essere bravo, deve lasciare.

Ed è vero che se di un film si elogia la colonna sonora o la fotografia, il film non è tutto ‘sto granché. Così si dice. Ma nel caso di “It Follows”, la colonna sonora, concepita da questo sound-artist che si chiama Disasterpeace ―non mi chiamassi Board vorrei Disasterpeace per nome!― be’ fa gran parte della riuscita del film. Mescola un basso ronzante di fondo con pezzi elettronici e ottiene delle sonorità che ti si attaccano addosso e non ti scolli più ― che poi, dicevamo, è l’effetto a cui dovrebbe ambire l’horror.

Un altro punto a favore del film è la lentezza ― sì, lo dico sfidando il vostro sguardo in tralice…. La macchina da presa indugia volutamente su situazioni o semplice oggetti apparentemente insignificanti ― un sandwich in decomposizione, una piscina da sobborgo, un cortile di una scuola ― ma che in realtà contribuiscono alla costruzione di un ambiente paranoico e claustrofobico in cui l’incubo cresce a poco a poco, e può assalirti in pieno giorno. Se la tenebra dilaga nell’alba, non c’è più alba che dissipi la tenebra, giorno che sconfigga la notte. Non c’è più riparo, soluzione. Solo il Male. E di lì, quindi, la costante paranoia di essere inseguiti, spiati, contagiati. Questo sì, funziona. E sapete anche, cos’altro? L’anonimità dei luoghi in cui è girato. Una cittadina di provincia come tante. Come le nostre. Parchi e altalene, un lungomare. Con dei ragazzi come tanti. E Jay, una ragazza normale, come noi. A questa atmosfera quotidiana ― ma anche, per questo, un po’ dechirichiana ― si aggiunge la totale mancanza degli adulti. Anche qui, a ribadire l’assenza di protezione. Nessun paparino da chiamare, nessun fratellone che venga a salvarti.
Insomma si vede che Mitchell è venuto su guardando e riguardando Lynch e Kubrick. E aspetto il suo prossimo film con curiosità. In “It Follows”, come s’è detto, c’è del good e c’è del bad… Ma non è così in ognuno di noi, dopotutto?

E su questo insipido tentativo di suonare darioargentina, passo al film della settimana.
Fate conto che è ancora agosto, quindi la programmazione è quella che è… Nessun “Quarto potere” all’orizzonte, per capirci…

SUICIDE SQUAD
di David Ayer

Dunque questo film ha letteralmente spaccato a metà la critica.
Chi l’ha detestato, chi l’ha adorato. Ero tentata di vederlo d Arles, ma ho preferito tenermelo per Lez Muvi: voi Fellows mi siete mancati in quanto esseri speciali, ma mi è mancato anche fare a botte con voi fuori dal cine. Quindi andiamo, vediamo e ci meniamo ― sempre dialetticamente, s’intende 🙂

Una comunicazione di servizio, ora.
A metà settimana il Board sbarca a Venezia per la 73esima Mostra del Cinema. 🙂 È la prima volta, e me ne vergogno non poco, in qualità di Board. Ma si vede che non è mai stato il momento giusto. Quest’anno, anno bisesto ― il cui coté funesto, credetemi, sto cercando di trasformare in fRunesto… ― sembra essere l’anno giusto, e io sbarco al Lido. Con il mio bell’accredito stampa intorno al collo, grazie a Lez Muvi e a voi 🙂
Pertanto domenica prossima non riceverete, temo, alcun pippone… La settimana dopo, però, vi aggiornerò sull’esperienza 😉
Per ora, se volete sapere chi ci sarà in Laguna, fatevi un Frullato…http://www.magazzino26.it/73-mostra-arte-cinematografica-di-venezia-art-music-show/ 😉

E prima di scappare via, come alla fine del primo giorno di scuola dopo le vacanze, non perdetevi i due Maelstrom. Sì, sono due, non vedete doppio… 🙂 Del resto, dopo un mese di silenzio…
Nel primo devo dar credito a un nuovo modo di guardare il cinema scoperto grazie alFellow Impastato… E nel secondo vi segnalo un classico dal Mastro che magari qualcuno di voi ha piacere di vedere 😉

E ora i graziegraziegrazie di rito e i saluti, stasera, obbiettivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM 1 – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Il Fellow Impastato, all’anagrafe Giuseppe Zito, mente dietro la programmazione artistica del Teatro di Pergine e di Effetto Notte, si è inventato questo nuovo sistema di guardare il cine che io trovo geniale e che spero il Mastro adotti, prima o poi…
Immaginate un androne interno di una casa antica, a pianta quadrangolare, noi pubblico sdraiato su dei materassini stesi per terra, e sopra di noi uno schermo, tirato da un capo all’altro del cortile. Come se stessimo prendendo il sole, ma al posto del sole, il cine! 🙂 Ed è la posizione ideale per godere del cine ― in quel caso, “Daydreams” di Buster Keaton, un cortometraggio che calzava pure tematicamente alla proiezione supina, e pure rimusicato dal vivo… Le braccia dietro la testa a mo’ di cuscino, le gambe incrociate a mo’ di Tom Sawyer… Si potrebbe volere altra tintarella dalla vita?!?
Il D-Bridge può testimoniare che non mi sarei schiodata più da quel materassino… 🙂
Bravissimo Impastato!

MOVIE-MAELSTROM 2 – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Per i cinefili spinti e con gran sprezzo del pericolo, martedì e mercoledì, alle ore 20:30, il Mastro ci propone la versione restaurata di “I cancelli del cielo”, film-fiume controverso di Michael Cimino che fece discutere tutta Hollywood e tutto il mondo quando uscì. Se le vacanze vi hanno corroborato per bene, non avrete problemi a reggere i 216 minuti della durata che dura…

SUICIDE SQUAD: Un ente governativo segreto gestito da Amanda Waller e chiamato Argus, crea una task force composta da terribili criminali. A loro vengono assegnati compiti pericolosi da portare a termine. In cambio la promessa di ottenere la clemenza per le loro pene detentive.

I CANCELLI DEL CIELO: Siamo nella contea di Johnson, nello Wyoming, verso la fine del secolo scorso. I grandi allevatori sono in guerra contro gli immigrati dall’Europa dell’Est, che reclamano la terra che è stata loro promessa. I contadini sono difesi dallo sceriffo Averill, mentre gli allevatori hanno come legale un amico di gioventù dello stesso Averill, Billy Irvine. Lo sceriffo riesce a organizzare militarmente gli immigrati e ad affrontare finalmente lo squadrone dei killer pagati dagli allevatori in una sorta di battaglia campale.

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LET’S MOVIE 279 – propone IL LIBRO DELLA GIUNGLA e commenta URGE e VELOCE COME IL VENTO

LET’S MOVIE 279 – propone IL LIBRO DELLA GIUNGLA e commenta URGE e VELOCE COME IL VENTO

IL LIBRO DELLA GIUNGLA
di Jon Favreau
USA, 2016, ‘89
Lunedì 18 / Monday 18
21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Mossack Fonseca Moviers Fellows,

Guardo a questa faccenda dei Panama Papers più con l’orecchio del poeta che con le mani lunghe dei maghi della finanza, di cui, ne è riprova questo fatto, è pieno il mondo, non solo la nostra Italia. Panama Papers suona un gran bene, con quell’allitterazione in PA lì davanti, con quella sensazione linguistica che non si stia parlando tanto di uno scandalo fiscale globale quanto piuttosto dell’ultimo romanzo a puntate di Dickens: “….e dopo i Pickwick Papers, escono postumi, ritrovati in un vecchio baule della vecchia soffitta della vecchia dimora del buon vecchio Charles, i “Panama Papers”… E invece no, niente letteratura purtroppo, niente archeologia, è la versione 2016 di Wikileaks e Vatileaks e tutto quello che leaks, filtra, assai putrido, dalle crepe di un sistema molto ben architettato. Il brutto è che non c’è nulla di nuovo: se la finanza dev’essere creativa, che sia creativa, non ripetitiva, perbacco! Le società off-shore esistono sin dell’epoca delle Signorie (!) e i paradisi fiscali sono talmente frequentati che sembra di stare a Rimini in agosto. Certo, per quella forma di empatia che contraddistingue il mio essere, provo una profonda vergogna ogni volta che trovo Cameron per la tv o sui giornali, e mi sforzo di capire come possa davvero sperare che il nobile popolo d’Inghilterra smetta di protestare davanti alla sua monofamigliare in Downing Street, dopo affermazioni tipo “L’off-shore fondata da mio padre a Panama? Be’ ma perché il fondo aveva senso se era in un paese con i dollari”… Certo David, degli scellini kenyoti non ve ne facevate un granché, come darti torto?
Ecco solo, per dire che in tutta la faccenda non trovo nulla di speciale se non nel nome dell’inchiesta giudiziaria ― “The Panama Papers”… ne faranno senz’altro un film…

Per fortuna abbiamo le maratone cinematografiche a cui guardare con soddisfazione! L’iniziativa Biathlon è stata un gran successo, con due biatleti vincitori ex aequo, il Bridge e il Pizzo, che hanno visto entrambi i film proposti e tagliato il traguardo dell’una di notte, sulle note di “Momenti di gloria” ― ho soffocato lacrime di commozione solo perché sono il Board e devo tenere un contegno, ma dentro ero sciolta come un Lindor e grata che nessuno dei due fosse stramazzato durante la maratona.

Monoatleta a “Urge”, la More, e monoatleti a “Veloce come il vento”, l’Onassis Jr, il WG Mat, l’Andy-heT-ydnaC. Ecco magari il Biathlon non è esperienza affrontabile proprio tutte le settimane TUTTE, ma una volta ogni tanto, in corrispondenza di eventi speciali, tipo Cinema Days, lunedI da braccini o il prossimo Trento Film Festival ― l’amico alle porte 🙂 ― potremmo anche ripeterla. Il fun toccato lunedì sarà registrato negli annali lezmuviani.

Dunque su “Urge”, lo spettacolo teatrale di Bergonzoni da cui è stato tratto questo film, se non fossi così sconsiderata come sono, mi appellerei al quinto emendamento, e mi rifiuterei di scrivere anche solo una parola su quello che abbiamo visto. Bergonzoni sfugge alle definizioni e ai paragoni. Per la pirotecnia linguistica, mi verrebbe da citare Eco ― avete mai letto “La mamma” poesia con una sola vocale? Leggete leggete, vi riporto il link nel Maelstrom… Per la guittoneria, Fo. Per certi calembour di sofistica eleganza, e controllata spericolatezza, Palazzeschi o Gozzano, o il Joyce di “Finnegan’s Wake”. Per la sensibilità sociale qualche poeta incompreso, tipo Majacovski, o Van Gogh ― cos’era Vincent, se non un poeta incompreso? Bergonzoni è tutto questo insieme e incredibilmente se stesso. Unico e irripetibile, e per questo dovrebbe essere ibernato, infilato in una camera iperbarica e spedito ai posteri, con la promessa che lo scongelino e cucinino solo in occasioni veramente speciali, essendo uno dei piatti più raffinati che il palato del passato abbia mai gustato.

Ciò che spiazza, di Bergonzoni, è il pedaggio contradditorio che ti chiede. Da un lato devi affidarti a lui completamente. Ti devi lasciar andare, devi abbandonare completamente le leggi della causa ed effetto della realtà. Ti devi lasciar trascinare in un mondo in cui parola chiama parola che chiama racconto che chiama sragionamento. Tutto parte da lì, da quella piccola unità linguistica di cui Bergonzoni sfrutta i doppi, tripli, quadrupli significati e su cui costruisce trame di sogni, film, epiche assurde, ma che dietro nascondono sempre un significato tutt’altro che assurdo, logicissimo, profondo, sempre rivolto all’esaltazione della bellezza, dell’arte, dell’ingegno, dell’umanità. Definire con “giochi di parole” i nuclei capillari di (non)senso a cui Bergonzoni dà vita svilirebbe ciò che fa. Se si accontentasse dell’aspetto ludico potrebbe fermarsi a dire che “A Brno le vocali si annoiano” ― e per me già questo basterebbe ― o “Se pianti una donna, ricresce da un’altra parte”.  Ma lui ragiona poi sulla ricerca del “Granché” o sul “Voto di vastità”… “, e ogni singola battuta che lancia cela un doppiofondo di profonda capienza etica. “Io sono per la chirurgia etica, per rifarsi il senno”. “Nessun dogma è l’opera che preferisco”…. Capite anche voi che c’è qualcosa oltre il gusto del divertissement linguistico. E lui stesso, professa questa politica dell’andar oltre “…vedere cosa si può fare col salto in oltre, col salto in altro”, dove l’altro è l’altro da noi, “mettersi nei panni di… La chiamo decibellezza: far suonare altre vite”…
Ma dicevamo, del pedaggio… è contradditorio perché ti devi affidare completamente alla sua super-ragione, e al contempo non può distrarti un attimo. Devi stare concentrato, le antenne drittissime. Se perdi il filo che lui tesse non-stop, non è che non lo ritrovi più ― lui ti aiuta a ritrovarlo senza che tu te ne accorga ― ma nel frattempo ti perdi lui, la meccanica della sua intelligenza. Ed è uno spreco, un gran peccato ― abbiamo già detto della primizia che rappresenta. Quindi l’attenzione è fondamentale… Anche delle anfetamine, se le avete a portata di mano… 🙂

E per come ve l’ho messa io, sembra tutto molto serio e colto, ma in realtà “Urge” è uno spasso continuo, come un bungee-jumping in cui non smetti di rimbalzare per due ore, sperimentando un’infinità di altezze a bassezze, citazioni dal piccolissimo quotidiano fino al grandissimo filosofico. Ed esci dalla sala frastornato, tutto sottosopra… Il cervello appena uscito dall’oblò di una lavatrice. Pulito e scosso e spremuto e mondo e lindo.
Io mi chiedo come sia possibile che Bergonzoni non sia ancora stato insignito del Cavalierato della Repubblica, o di qualche forma di riconoscimento da parte dello Stato, o dell’Accademia dei Lincei ― visto che la Crusca si perde dietro ai “petalosi”… ― o perlomeno da qualche Board… Potrei insignirlo io, in effetti! Se mi dovessero chiedere “per cosa vai fiera del tuo paese”, io potrei tranquillamente rispondere “Be’, innanzitutto per Bergonzoni. E poi per quella comedie humaine che si ritrova in certe piazze, l’estate, e che è irripetibile. E Balzac si metta pure l’animo in pace”.
La commedia umana italiana e Bergonzoni. Irripetibili.

Ora potete immaginare come siamo arrivati al secondo spettacolo il Bridge, il Pizzo e io, dopo una centrifuga simile… Fortuna che la sorte ci ha sorriso. La seconda parte del Biathlon, “Veloce come il vento”, è stata una rivelazione a livelli di, se non proprio proprio pari a, “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Entrambi i film partono da un genere ― il fantasy per Jeeg e gli speed movies per “Veloce come il vento” ― e ci tirano fuori qualcosa di assolutamente nuovo. Non inventano nulla, ma propongono degli abbinamenti inaspettati: l’energumeno Enzo Ceccotti (Jeeg) alla sua piccola heidi Alessia, le gare di GT a una storia famigliare complicata e struggente… Associazioni in libertà, era il programma dei Futuristi. Associazioni in libertà è il programma di questa nuova ondata di registi italiani che comprendono Gabriele Mannino e Matteo Rovere e che infilano un successo dietro l’altro.

Profonda Emilia Romagna, in un tempo che sono i giorni nostri per via dell’Ipad e degli smart-phone, ma che potrebbero essere anche gli anni ’70. Il casolare in campagna della famiglia De Martino è la copia sputata della casa di Franco e Ciccio in “Amarcord”. La famiglia De Martino ha subito tante perdite: la madre, scappata in Canada, il padre, appena morto, la figlia Giulia, pilota 17enne che corre su una Porsche le gare GT per non perdere il casolare, il fratello minore Nico, che ha perso il sorriso (e vorrei vedere dopo tutte ‘ste magagne) e il fratellastro maggiore Loris, ex pilota GT anche lui, anima e corpo persi appresso ai suoi demoni, alla droga, il bere… Losing and losers… Messa così suona come una tragedia. E invece è tutto fuorché tragico, questo piccolo grande amore di film. Pulsa di vita, dall’inizio alla fine, anche nelle imperfezioni ― lo rendono ancora più umano. Soprattutto nelle figure dei due fratelli protagonisti, Giulia e Loris. Soprattutto in Loris, il personaggio che fa parte di quei personaggi che diventano persone, come è capitato con certi grandi della cinematografia ― tipo Lebowski ― che escono dalla pellicola ed entrano nel nostro immaginario e nel nostro parlato. Loris De Martino, tossico, sboccato, ironico, buffo, impossibile e politicamente meravigliosamente scorretto: apostrofare il fratellino dall’aspetto nerd e dal sorriso desaparecido “menomato” o “allegria”, porta entrambi i personaggi nell’autenticità più autentica: ditemi voi quale fratello, nella vita vera, usa la correttezza politica??! Il mio Big no di certo, e di questo lo ringrazio 😉 Ho amato Loris da subito, sin da quella prima scena: lui fuori dalla roulotte mentre cerca di convincere la fidanzata tossica, accucciata sul tetto della roulotte, a scendere giù ― come faceva Franco con Ciccio in “Amarcord”, a m’arcord giusto?! Due tossici alla deriva in un mare di grano emiliano.

Accorsi ha superato se stesso, o meglio, ha superato i ruoli da urlante ragazzone mucciniano o neo-bourgeois di ozpetekiana gaytudine che l’hanno portato al successo dopo i due gusti che erano megl-che-uan della pubblicità. In realtà Accorsi ha impersonato altri ruoli interessanti ― “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, “Santa Maradona”, “L’amore ritrovato”… Ma io lo apprezzo quando scende per strada e si sporca, come nel caso di Loris e, prima di lui, dell’operaio Marco Battaglia di “Provincia meccanica” (2005). Ha un talento naturale per fare il gigione, ma quando gli viene data l’opportunità di esplorare ruoli in cui può smettere il sorridente faccione Maxibon, Accorsi è in grado di stupirci, come in questo caso ― e anche nel caso in cui vestiva i difficili panni di Dino Campana in “Un viaggio chiamato amore”.
Apparentemente Loris è loser. La sua vita è caduta dalle stelle dei campionati GT e ha fatto crack ― e di crack lui si fa, guardate un po’ che circolo… Giulia, la sorella sembra il suo opposto. Responsabile, determinata, cresce il fratellino, studia, partecipa ai campionati con una quantità imbarazzanti di cavalli Porsche sotto il sedere. Ma non ce la può fare da sola. Ha bisogno che qualcuno le indichi la strada ― suggestiva la metafora del co-pilota che ti suggerisce, via microfono e cuffia, come muoverti e cosa sia meglio fare mentre tu sei in pista…. Un angelo custode a distanza: tossico, nel caso di Loris…ma nessuno è perfetto.
Trovo che il film sia riuscito perché mantiene un equilibrio solidissimo fra action ed emotion, dall’inizio alla fine. C’è la parte che fa impazzire i teenager e gli appassionati di motori: gare e sorpassi e inseguimenti al cardiopalma: considerate che il film non ha i mezzi di “Fast&Furious” o di “Rush”, eppure li batte, vaca boia se li batte ― direbbe Loris, con quel suo intercalare dal profondo bovino bolognese che mi fa ridere anche adesso, mentre lo scrivo e ripeto a voce alta. La parte adrenalinica ha il suo apogeo nella corsa clandestina finale, fra i sassi di Matera, in cui il furbo regista, grazie a un escamotage, ci fa credere che un muro si frapponga tra Loris e la vita…ma poi invece, in un cimitero poco lontano…

E poi c’è tutta la parte in cui le sottilissime trame che compongono un tessuto famigliare ― pur logoro e slabbrato come nel caso della famiglia De Martino ― vengono sciolte, una ad una, con pazienza certosina, da una sceneggiatura molto attenta. Loris è un balordo, certo. Ma non è SOLO un balordo. Oltre al cilum c’è di più. Ed è chiaramente visibile, il suo combattimento interiore. Lui vorrebbe aiutare Giulia e Nico, ma non ce la fa. Non cambia. Va avanti a farsi anche quando vive con loro. Non c’è la classica via alla redenzione battuta attraverso la disintossicazione. Loris è e rimane un drogato fino alla fine ― e oltre, intuiamo. Eppure questo non gli impedisce di esprimere affetto e cura e premura ― a modo TUTTO SUO, beninteso ― nei confronti della sua famiglia. Non c’è un percorso moralizzante, niente catarsi, pentimento, rehab. Niente ― un po’ come in Trainspotting.  Solo umanità da vendere ― e preferiamo di gran lunga la seconda alle prime. Amy Whinehouse era forse meno meritevole, quanto a talento e personalità, perché era una tossica? Certo che no. Lo stesso vale per Loris.
Giulia sente, credo a livello puramente animale, questo affetto del fratello maggiore nei loro confronti, e riesce a scioglierne la forma contorta e goffa con cui lui glielo offre Giulia capisce, in fondo, che l’infrazione di una piscina comunale per far sguazzare in acqua Nico e i suoi amici, non è una banale infrazione: è una cavolata dietro cui c’è altro. Andiamo oltre, diceva Bergonzoni… Quella scena, quella in cui Loris, Nico e i ragazzini nuotano in piscina, è una delle più toccanti, tenere, buffe di tutto il film, e lui, il film, fa del toccante, del tenero e del buffo, tre registri cui aderire. “Veloce come il vento” c’insegna che anche un “relitto della società” ― come potrebbe essere considerato superficialmente Loris ― ha un sacco da insegnare, sia alla sorella ― “devi rischiare, anticipare e rischiare” ― che a noi pubblico. Credo di aver imparato più vita vissuta in due ore di Loris che in tanti film che promettono grandi filosofeggiamenti attraverso ore e ore di correttezza politica…
E a proposito di correttezza politica. Il film sfida un tabù: il tabù è il dileggio del bambino. Non so se avete presente, ma nella società contemporanea ― e nei film contemporanei ― i bambini sono un luogo intoccabile. Scherzarli, ridere di loro e su di loro, è passibile di denuncia. Ma quante volte, tra fratelli, il fratello maggiore prende in giro il minore? Quante volte il fratello minore finisce per adorare il maggiore, nonostante le prese in giro, le zuffe? Infinite volte. Mi viene quasi da dire che funziona più o meno sempre così. Allora perché così pochi film lo raccontano? Mi chiedo se la correttezza politica non finisca per diventare la censura della democrazia e per manipolare il vero…

Tanto bravo e convincente Accorsi ― con quello sguardo stralunato, il corpo sudaticcio e macilento, l’espressione smarrita di chi sembra starti ad ascoltare ma in realtà cammina in un mondo sottosopra tutto suo ― quanto la giovanissima attrice che interpreta Giulia, Matilda de Angelis, tosta e tenera anche lei, per via della giovane età ma anche delle botte che la vita le ha riservato. Complimenti anche ai dettagli “in testa” ai personaggi. I capelli radi e unti di Loris, quel codino che lo spinge nei profondi anni ’90, e che al contempo costruisce il disgusto che un soggetto come lui suscita a livello collettivo, e la fascia rasata e tinta di blu che corre da orecchio a orecchio di Giulia distinguendola da tutte e da tutti, sono entrambe marchi distintivi che possono rendere memorabile un personaggio ― chi si scorda i capelli arancio fluorescente di “Lola corre”? Quelli blu elettrico della ragazza di Adèle in “La vita di Adèle”?

Questo è un elogio ha un film piccolo che speriamo abbia un successo grande. Intanto di questi giorni la notizia che sarà esportato all’estero 😉

Ed ora Fellows, dopo la prima edizione del Biathlon ― ce ne saranno altre 😉 ― torniamo alla disciplina singola con…

IL LIBRO DELLA GIUNGLA
di Jon Favreau

Io, fosse per me, tornerei a trovare Loris ― e non sono l’unica, visto il seguito che ha avuto fra i Moviers 🙂 ― ma c’è questo live-action che ci riporta all’infanzia, quando Il Libro della Giungla era quello, un libro by Kipling, o un cartone by Disney, e ritrovarlo è un modo per sbirciare un po’ in quel passato lì… Oggi sembra sia qualcos’altro, ma di estremamente bello. Visto che “Il cacciatore e la regina di ghiaccio” è il peggior film della settimana ― salviamo SOLO la vergognosa bellezza di Charlize Theron sempre in versione J’adore Dior ― io vi consiglio di preferire the jungle, the mighty jungle, per questo lunedì 🙂

Okay, mi pare sia tutto per oggi… Vi prego solo di non scordare il Maelstrom, e di evitare il riassunto. E di accettare questi ringraziamenti, e questi saluti, evasivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, eccovi qui l’ode in A che Eco scrisse alla mamma
http://www.centriantiviolenza.eu/comunicazionedigenere/%E2%80%9Cla-mamma%E2%80%9D-di-umberto-eco-poesia-con-una-sola-vocale/

Qui invece, http://www.filosofico.net/battute2.html, trovate un altro divertissement tratto dal suo “Secondo Diario Minimo”… Eco si diverte a immaginare come risponderebbero filosofi e altri sommi interlocutori alla sua domanda “come va?”. Tipo, Icaro: “Uno schianto”, D’Annunzio: “Va che è un piacere”… Non ve lo perdete, è uno spasso 🙂

IL LIBRO DELLA GIUNGLA: La storia, nata originariamente dalla fantasia dello scrittore inglese Rudyard Kipling, narra le vicende di Mowgli, un giovane cucciolo di uomo cresciuto da una famiglia di lupi e costretto a lasciare la giungla quando la temibile tigre Shere Khan, segnata dalle cicatrici dell’uomo, giura di eliminarlo per evitare che diventi una minaccia. Mentre abbandona la sua unica casa, Mowgli s’imbarca in un avvincente viaggio alla scoperta di se stesso, guidato dalla pantera Bagheera e dallo spensierato orso Baloo.

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