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LET’S MOVIE 207 – Propone “TABU'” e commenta “MALEFICIENT”

LET’S MOVIE 207 – Propone “TABU'” e commenta “MALEFICIENT”

TABU
di Miguel Gomes
2012, Portogallo, 118’
Martedì/Tuesday 15
Ore 21:00/9:00 pm
Bar Loco’s
Via Valbusa Grande 7, Rovereto
Ingresso gratuito/Free Entry

 

Forbes Fellows,

Ahpperò, ho commentato fra me e me l’altro giorno, sentendo alla radio di Byoncé.
Ogni anno il magazine stila una classifica con i cento personaggi dello spettacolo “più influenti tra cantanti, attori, scrittori, registi e personaggi televisivi”. Ebbene, la Giunone nera ―di “Venere” avevamo già quella cavallapazza di Naomi― si è aggiudicata il primo posto, con 115 milioni di dollari guadagnati nell’arco di un anno ―chissà chi la segue al CAAF sede USA. Una volta a casa ―che la radio si ascolta 99,8% in macchina, 99,9% correndo― ho dato un’occhiata, e ho scoperto un dato molto interessante: tra i primi dieci posti per ricconastri sulla lista, 5 sono occupati da donne. Altro dato su cui varrebbe la pena riflettere ―anche se non è questa la sede, essendo questa sede dedicata allo studio di “cine e dintorni” e non “sociologia delle relazioni etniche e dintorni”, che sta nell’aula a fianco― di quei 10 ricconastri/e, 7 (sette!) sono afroamericani. Forse qualcosa sta cambiando… 😉 O forse il talento, quando deve uscir fuori, sbaraglia ogni sorta di discriminazione o sbarramento WASP.
Quindi Byoncé davanti al colosso Lebron James, davanti al marito Jay-Zee (sempre sia lodato yo), davanti a Dr Dre (sempre sia lodato pure lui yo bro), e pure davanti a Robert Dowing Junior (e anche lui lodiamo, per ovvi meriti fisici su cui non staremo qui a disquisire ―l’aula di estetica è al piano terra).
Potete ben immaginare il sorrisetto soddisfazione che mi si disegna in viso. Lo so lo so, queste classifiche non contano un bel nulla, lasciano il tempo che trovano. Ma vedete, mi piace cominciare così, con una donna su un podio, questo Lez Muvi dedicato a una donna altrettanto da podio….Lei, the magnificent and mischievious, the fierce and the beautiful…Maleficient! 🙂
Ve lo anticipo: ciò che seguirà suonerà femministoide a molti di voi. Ma credetemi non lo è, almeno negli intenti.
In pieno rispetto della gender pars conditio, lunedì eravamo 50% boys e 50% girls tra le fila lezmuviane: il WG Mat, che non perderebbe mai un film d’animazione perché il ludens alberga in lui come un grosso demone a forma di Totoro; il creatnettiano Carlo, a cui diamo il benvenuto ufficiale in Lez Muvi: ci seguiva dal Baby Blog (sì, qualcuno lo segue, ‘sto blog), ma la sua cine-identità lezmuviana è sconosciuta ai più: il Movier Magnocarlo ―”Carlo Magno”, un dominio conquistato più o meno verso l’800 d.C., è stato fatto oggetto di plagio dalla geografia trentina nei dintorni di Campiglio, quindi “Magnocarlo” è sembrata la scelta più azzeccata, anche perché a Lez Muvi mancava proprio un re di Franchi e Longobardi, tu guarda il caso….;-)
Dalla parte delle girls, ecco la Fellow Junior, che nonostante la tenera età, sta imparando l’arte dello scapicollo con risultati davvero notevoli. 🙂 L’Anarcozumi avrebbe rivisto volentieri il film, ma motorino+monsone si conferma essere una combo avversa a Lez Muvi… 🙁 A ogni modo, è come se fosse stata con noi!

Le mie prime parole pronuciate a fine film ―anzi, in corso di film― sono state “IO VOGLIO ESSERE MALEFICENT!”, come quando sei bambino e scegli un personaggio da interpretare nella realtà inventata del gioco con gli amichetti.
“Io voglio essere Maleficient” alla luce di quanto segue.
Maleficient è la cattiva meno cattiva della storia, l’eroina stoica più stoicheorica della storia. Parliamo della brutale bellezza del personaggio interpretato da Her Majesty Angelina Jolie the First. Digressione. Non ho mai nascosto la mia ammirazione nei riguardi dell’attrice che, nell’ordine, è: una sventola che stende uomini e donne in egual misura; il punto esatto in cui esilità incrocia morbidezza e il risultato è un piano cartesiano di estasi per gli occhi che scaccia qualsiasi tipo di rivalità femminile: una così è come la Madonna ―e le sue apparizioni nell’immaginario maschile sono più numerose della bellezza di Betlemme; un’artista di comprovanto talento, che ha interpetato ruoli complessi (ricorderete tutti Lisa, il personaggio sciroccato e tragico di “Ragazze interrotte” che le valse l’Oscar) e fantastici (se non ricordate Lisa-la-sciroccata, sono CERTA che tutti tutti ricorderete Lara-la-bomba ― Croft, ecchissennò); se poi ci mettete pure che è produttrice cinematografica, madre di sei figli, Ambasciatrice UNICEF, e, last but not least, moglie di Brad Pitt, ditemi voi se la Regina Angelina non regna sovrana nella favola della vita!
E un po’ Maleficient le somiglia: anche Angelina era una tipa dark ―molto dark. Una tosta, passato da ragazza maledetta, istinti autolesionisti, tempeste di tatuaggi all over the body, il classico armamentario della ribelle in pieno disagio giovanile… Una che ha avuto il coraggio di sposarsi un Bill Bob Thorton, non so se mi spiego… Ma poi, a un certo punto, è uscito tutto il suo lato “Jackie Kennedy” e si è trasformata come per magia nella Her Majesty di cui sopra.
Del lavoro di artigianato estitico operato sui sui zigomi, già s’è accennato la scorsa settimana. A questo viso allungato e affilatissimo, aggiungete un paio d’occhi verdemela velati di miele, un pallore luminiscente che contrasta con il mantellone nero che porta, le ali scure con cui vola (per poco…), le corne che più che corna sembrano un’acconciatura fichissima da passerella Milano Fashion Week sezione haute couture.
A questo spettacolo, aggiungete il ruolo della strega completamente riscritto. “Maleficient” racconta il perché Maleficent è diventata quello che è diventata: è una specie di spin-off della “Bella Addormentata” che tuttavia va a rivoluzionare anche la favola scritta da Perrault e ripresa poi dai Bruder Grimm. Una revisione del margine che torna al centro (=il classico) per riscriverlo ―la strega stessa, nel modello della fiaba classica, è sempre considerata il margine, rispetto al centro, rappresentato dai buoni-bravi-belli.
Per riassumervi la riscrittura…Maleficent è una normalissima fata che se ne svolazza tranquilla per la Brughiera fin quando non incontra Stefano e pam, s’innamora un po’ come Juliet di Romeo. L’idillio dura tipo quattro minuti visto che Stefano, principe di nome ma non di fatto, la lascia e se ne va a conquistare il mondo. Poi un giorno si ripresenta, e lei lo perdona ―mammamia, le donne, so silly sometimes… Poi lui ri-riparte per ri-riconquistare il mondo, e lei lì di nuovo a didoneggiare… Il problema con questo Stefano è la sete di potere: accetta la proposta di Re Enrico, che promette di cedere il trono e il titolo di re a chi sconfigge Maleficent per conquistare la Brughiera, e quindi, con questo business plan in mente, ritorna da lei. I due trascorrono una notte cucci-cucci e lui, mentre lei dorme dolci sonni d’ammmmore, prende un coltello e le taglia ‘sto po’ po’ di ali ―ovvero la prova della sua sconfitta da portare al cospetto del Re. Della serie, vatti a fidare dell’ammmmore…
Ora, immmaginate lo stato in cui si risveglia ‘sta ragazza! Sedotta, abbandonata, umiliata, tradita, e pure privata del mezzo di trasporto aereo ― che vivendo ella nel mondo delle fate, capirete, non è problema da sottovalutarsi…Maleficent, da normalissima fata svolazzante, diventa perfidissima strega deambulante.
Il sortilegio che lancia ad Aurora, figlia di Stefano e della nuova compagna, fa parte della vendetta, naturalmente. Solo che Maleficent ―una buona di fondo trasformata in cattiva dalle circostanze― non fa i conti con l’adorabilità di Aurora, bimbetta adorabile allevata nel bosco da tre fatine abbastanza insopportabili.
Maleficent finisce per seguire tutto il percorso di crescita di Aurora, prima osservandola a distanza e poi presentandosi come una sorta di “fata madrina”. E finisce per volerle bene: grazie a lei torna a provare amore, l’amore che Stefano aveva calpestato dentro il suo cuore. E qui arriva il bello, Fellows! Un dì per la Brughiera, Aurora mi conosce Filippo, un principino scialbo tipo Justin Bieber che a lei comunque smuove qualcosa dentro ― esattamente come Justin Bieber con le adolescenti. Quando poi, al suo sedicesimo compleanno, la ragazza si punge con l’ago, e cadrà in un sonno da Lexotan da qui all’eternità, Filippo sembra essere il portatore ideale del bacio che potrebbe svegliarla.Allora la bacia e, surprise surprise, Aurora NON si sveglia…(Libidine!). E sapete chi darà il bacio che la sveglierà? Suspence suspence… Maleficent! (Doppia libidine!). L’amore che prova per Aurore è reale, autentico, coltivato giorno per giorno, non un amore posticcio, del primo Justin Bieber (con sopracciglie da Elio) che passa per il sentiero.
E questa, Fellows, oltre ad essere una libidine-coi-fiocchi, non me la considerate forse una r-evolution?! De-idealizzazione dell’amore idealizzato (che, in questo foggia, non sussiste nemmeno più nelle favole), nobilitazione dell’amore non-convenzionale (il trionfo dell’amore di una regina del male verso una fanciulla tutta-buona-brava-bella è la ri-vincita ―vincita doppia― del margine sul centro), innovazione di genere: una DONNA bacia e sveglia una donna ―siamo pur sempre in un cartone made-by-Walt Disney, l’industria in cui la definizione dei ruoli e dei generi è sempre stata molto ferrea).

Vorrei essere Maleficent anche perché è molto ironica. “Io non amo i bambini”, dice altezzosa, guardando la piccola Aurora, dopo averla appena salvata da un precipizio in cui la piccola stava per cadere… È una cattiva buona, Maleficent, estremamente umana nella sua non-umanità. Ed è uno specchio in cui tutte le donne (o tante) si rivedono: chi non è stata sedotta-abbandonata-umiliata da un principe o presunto tale?? Prima o poi capita a tutte. Maleficent mostra che è possibile uscire dalla spirale di vendetta e rancore, lasciandosi sedurre da un altro tipo di amore. Questa, in fondo, è la morale della favola: l’amore guarisce il dolore. Ed è Maleficent, più che tutti gli altri personaggi, a vivere felice e contenta: il lieto fine è il suo, nella scoperta che ha fatto dentro di sé.
E questo forse è anche, purtroppo, uno dei difetti del film. Maleficent non è la vera “villain”. È una buona diventata cattiva ritornata buona; una creatura ferita ―dall’uomo, che le sottrae, in questo, lo scettro della perfidia. Quelli del PC ―no, non il partito, il gruppo Protezione Cattivi― hanno avuto da ridire….
Io, che non sono del PC, ho apprezzato questo snaturamento: permette allo sguardo di frugare dentro un personaggio che Perrault, Grimm e Disney avevano imprigionato in un’armatura dark per spaventare il lettore bambino e far risplendere ancora di più l’eroe, o la fanciulla eroina. Io, che mi ritengo una sostenitrice delle rivisitazioni post-moderne dei classici, appoggio queste operazioni che maneggiano il modello di riferimento, permettendo al classico di essere sempre nuovo.
E mi trovo inoltre a chiudere un occhio di fronte alle evidenti cadute del film. Una su tutte, la rappresentazione ―o meglio, la rappresentazione faziosa― dei personaggi maschili.
Stefano è l’incarnazione del farabutto, Filippo quella del grullo senza cervello, Fosco ―il corvo che Maleficent salva da un cacciatore e che diventa il suo servitore― un’ombra senza un ruolo ben preciso. Tra tutti, spicca ovviamente la natura infame di Stefano, che, s’è detto, seduce, tradisce e abbandona ―anche detta “la tripletta del FDP”, dove, sì, FDP sta per quello :-)… Ora, il mondo è pieno di B&B, la lobby Bastards&Bitches. E sì, la parte maschile in questo film è volutamente rappresentata in maniera ridicola/malvagia/bamboccia.
Ma adesso io potrei attaccare con il “potrei” femminista …

Potrei dire di tutti i danni che personaggi come Biancaneve (la serva) e Cenerentola (la sguattera) hanno causato nell’inconscio culturale collettivo, imponendo dei ruoli alle donne e alle bambine da cui liberarsi è stata impresa paragonabile a una Fuga da Alkatraz tutt’ora in corso d’opera.
Potrei dire di quanto la cinematografia, l’arte, la società abbiano proposto storie di donne vittime che rimangono vittime (“Philomena”!) e di donne virago che finiscono male (Katherine di “Basic Instinct”!), di Madonne e malafemmene, come se un gender fosse impacchettabile e restituibile in comodi pupazzi pieghevoli con cui riemprie casa vostra…
Potrei dire dei 2000 anni di maschiocentrismo, di lavori impediti, di case prigioni, di università sbarrate, di mani sulle bocche, di proposte fuoriluogo, di soprusi sensazionali e insinuazioni sotterranee.
Potrei dire tutto questo e non lo faccio. Non ho bisogno di tirare in ballo il femminismo.
Pensando bene al film, ho capito che “Maleficent” NON è femminista. Realizzare un cartone animato in cui l’uomo è malrappresentato o non-rappresentato non ha nulla a che vedere con il femminismo, ma con la libertà d’espressione: è una scelta del regista (peraltro uomo).
Certo mi piacerebbe aprire un bel dibattito con voi su come gli spettatori maschi si siano sentiti toccati sul vivo…Mammamia toccatissimi! La vocina femministoide che ho dentro sussurra: “Un po’ per ciascuno…”, ma tranquilli, la soffoco…;-)

E poi scusate, io voglio essere Maleficient per come sfreccia senza limiti di velocità nel mondo incantato della Brughiera! Fra alberi magici, creature eteree come Trilly e goffe come Shreck! Ma chi non le vorrebbe, un paio di ali così!

Quindi, nonostante le lacune e la peggior squadra di attori scelti, proclamerei il “missione compiuta” per un cartone animato by Walt Disney, che ha avuto delle intuizioni molto ma molto felici…
E questa settimana, per la serie “se il cine non va a Lez Muvi, Lez Muvi va al cine”…

TABU
di Miguel Gomes

Presentato con successo al Festival del Cinema di Berlino nel 2012, il film fa parte della rassegna concepita da Marco & Matteo The Magicians intitolata “Su ogni carne consentita – 7 film dispersi”, in corso al Bar Loco’s di Rovereto. Dato che noi non vogliamo disperdere nulla, tantomeno in cinematografia, martedì prendiamo le nostre brave macchine, lasciamo il nulla cinematografico proposto da Trentoville ― “quando il Mastro non c’è lo Smelly fa il bello e il cattivo tempo”, dice il detto, no? ― e ce ne andiamo a Rovereto!
Sappiate che considero questo Lez Muvi Outdoors un esperimento cine-antropologico: voglio vedere quanti di voi saranno disposti a uscire dall’urbe per vedere un film in un giorno infrasettimanale. Fate in modo di non lasciarmi unica cavia dell’esperimento eh, che non vale! 🙂

E con questo ho detto tutto…. Ah no, scordavo di strillare, brava Byoncé! Eccoti in tutta la tua byoncetudine, https://www.youtube.com/watch?v=ViwtNLUqkMY …e prima che scavalcassi il maritino Jay Z 😉

Ora vi prego di non tirare dritto sul Movie Maelstrom: la Fellow Francesca-ae.f., ha visto “Synecdoche, New York”, ha condiviso con me le sue riflessioni e acconsentito affinché io le condividessi con voi. Osservate voi stessi la levature del commento ― la Fellow è una Prof, mica per niente eh… La ringrazio di cuore e le rammento che quando ho letto “Intra-diegetico” ho trattenuto a stento le lacrime… Intra-diegetico…!!!
Dopo il Maelstrom c’è il riassunto, ma vi prego, risparmiatevelo. Accettate invece i miei ringraziamenti e i miei saluti, stasera, patinatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Open mike alla Fellow Fra-ae.f….

“Grazie x averci segnalato Synecdoche, a me è piaciuto, e molto anche!
Sono rimasta colpita dagli inserti surreali anche io, come la casa che bruciava che Hazel acquista consapevole della sua fine (insita in ogni cosa); mi è sembrato particolare il fatto che i personaggi notassero il fuoco, come se fosse un elemento intra-diegetico; mi ha colpito inoltre  che il fumo l’abbia soffocata proprio  la prima notte che lei passa col suo amore di sempre, come se il coronamento di un amore rendesse la minaccia della fine, (che fino a quel momento era stata una innocua compagna di vita) un elemento concreto al quale non si può più sfuggire …
E mi hanno colpito anche i fiori  sul corpo tatuato della figlia morente, ormai appassiti… Lei, una bambina trasformata nel “progetto” di una artista, che con i tattoo marchia il suo corpo e determina il suo destino di squallore e di spogliarelli….
Il titolo Synecdoche, figura retorica dello spostamento del significato su un elemento contiguo a mio avviso appare materializzarsi nell’opera d’arte infinita di Caden… Vita reale contaminata dalla mimesi… spostamento dei flirt fra i protagonisti e i loro alter ego…
Insomma un film cerebrale per noi cerebrophiliache!! :)”

Cerebrophiliache! Col PH!!! 🙂 🙂

TABU’: Sul pianerottolo di un condominio di Lisbona vivono l’anziana e cocciuta Aurora, la sua cameriera capoverdiana e Pilar, una vicina impegnata nelle cause sociali. Quando Aurora muore, le altre due vengono a conoscenza di un episodio del suo passato: una storia di amore e crimine ambientata in Africa…

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Let’s Movie CLXXX

Let’s Movie CLXXX

THE GRANDMASTER
di Wong Kar-wai
Hong-Kong, 2013, 133′
Martedì/Tuesday 24
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro

Marte Moviers,

Ogni giorno porta un dio in petto, e noi ci scarrozziamo l’abbinamento per 54 settimane all’anno. Credo che basti per farcelo entrare in testa. Il fato ha voluto che Lez Muvi cadesse di martedì, e in effetti il giorno è partito sul piede di guerra. Fastidiose divergenze d’opinioni con l’Agenzia delle Entrate, un’interlocutrice rinomatamente avversa a qualsiasi forma di dialogo costruttivo. Poi certo tutt’una sfilza di altre questioncine/one che tutti voi avrete sicuramente vissuto e che non vale la pena di rivivere in questo nostro angoletto di sogno. Qui no, please. Qui c’è Venere che gioca a racchettoni con Saba ― mitologicamente il weekend nasce da del fun divino su una spiaggia letteraria, sicuramente lo sapevate, no? 😉 Tutto il resto che giunge sospinto qui dal noioso mondo della ferialità non è che un brusio verso il quale noi Moviers rivolgiamo orecchie da mercante…
E poi guardate, ho capito questa cosa. L’ho capita mercoledì ―giorno riservato mitologicamente a Mercurio, quello in fissa coi termometri. Mercoledì Mr Google festeggiava il 194esimo anniversario dalla nascita di Foucault con un doodle a forma di pendolo, c’avrete giochicchiato tutti immagino. Di Foucault, costretto a letto da una malattia che poi l’avrebbe portato alla morte, si racconta che si fece sistemare, proprio accanto al letto, uno specchio per osservare le stelle.
Per tutti gli skazzi che i giorni possono riservarci, per tutti i troubles, per tutte le delusioni, vere-presunte-assunte, per tutti i piedi storti e passi di guerra, per tutte le fette biscottate che cadono dal lato marmellata, per tutte le pozzanghere schizzate sull’abito immacolato, per tutti i no, per tutti gli abbracci rotti (non spezzati, Almodovar mi chiederebbe i diritti), per tutto quello che vorremmo fosse e poi non è, per tutto questo, c’è un Foucault in fin di vita con uno specchio sul comodino per guardare le stelle… Mi sono fatta un appunto mentale: non dimenticarti mai dello specchio per le stelle di Foucault.
E arrivo un po’ sommessa dal Mastro, con quella faccia un po` cosi,’ quell’espressione un po’ cosi` che abbiamo noi prima di andare a Lez Muvi in un martedì di guerra dichiarata (e qui sì dovrò pagare i diritti alla Donzelli, e a Jannacci). Là davanti però c’è il WG Mat, lo vedo svettare sul marciapiede: ha tutta l’aria del Nanga Parbat, ma in realtà è il nostro campo base. 🙂 Il Mastro è lì, e con lui Robin. E il fatto che ci siano, che occupino sempre quello spazio, anche quello fa l’effetto dello specchio per le stelle di Foucault.
“L’arbitro” rientrerà nella categoria “non è tutto sto film”/ sottocategoria ottimistica “senza infamia senza lode ma se non altro di qualità”/ sottocategoria pessimistica “se proprio proprio non vuoi buttarti sul docu-reality degli One Direction”…
“L’arbitro” è uno spin-off di un cortometraggio, come m’informava il Mastro. “Spin-off” forse non è il termine più corretto. È una propaggine di un corto… un corto sottoposto a stretching. Ma come tutti gli elementi sottoposti a stretching, essi permangono in uno stato di sforzo costante (è fisica applicata, Moviers, non guardatemi con quell’aria da Lorenzo con cui Guzzanti guardava la Dandini). E questo è evidente. Il corto era la mise perfetta; il lungo, meglio non infilarlo… Il regista però l’ha infilato, aggiunge minuti su minuti, ma tenendo invariata la quantità di materiale. E per riempire il tempo in più, si lascia andare alle scelte manieriste, le inquadrature da cinema di qualità che piace tanto a una parte della critica che scriverà cose tipo “rappresentazione epica e insieme grottesca, astratta e insieme concreta, di una condizione universale”…
Diciamo che è un film che non racconta una vera e propria storia, ma esibisce una serie di situazioni e soprattutto personaggi che, per il modo in cui sono tagliati e ben interpretati, tendono a rimanere impressi nella memoria. Come Cruciani, “il Principe”, alias Accorsi, l’arbitro perfettino che dai fasti di una semifinale europea, finirà ad arbitrare un campionato di dilettanti nella Sardegna profonda di matrice aiò. Oppure Pannofino, un Byron Moreno (e il personaggio si chiama proprio così, Moreno) che più Byron Moreno di così non si può ―e tutti lo ricordiamo, Byron Moreno, vero??
Io, più che alle vicende sul calcio ― il film sostanzialmente racconta della rivalità tra due squadre amatoriali sarde, L’Atletico Pabarile e il Montecastru― mi sono divertita un sacco davanti al corteggiamento molto buffo tra Matzutzi, la stella dell’Atletico Pabarile, e la fioraia del paese, una Geppi Cucciari davvero insospettata. I due rappresentano un po’ quel misto indefinibile di tenerezza, scontrosità e dinamica gatto-topo tipica dell’uomo cotto e della donna cotta che si cercano e si negano, si ricercano e si sfuggono e alla fine, si spera, soccombono.
Insomma, io tutta questa cosa del “calcio metafora della vita” non l’ho proprio trovata, nonostante l’esplicita dichiarazione di poetica rivolta in questa direzione all’inizio del film: “Tutto quello che so della vita, l’ho imparato dal calcio”, citazione by Albert Camus ― bah, io pensavo che lo sapesse grazie a Plotino, Sant’Agostino, e un po’ di sisifiano esistenzialismo, ma evidentemente sbagliavo. Non ho trovato nulla che tendesse all’universale. E il bianco&nero non serve in questo senso.
A proposito di bianco&nero. Mi sono chiesta chenne sarebbe stato del film se si fosse deciso di lasciargli i colori. Probabilmente sarebbe passato inosservato ―e qui s’è concordato tutti, a fine proiezione. E allora mi chiedo (one more time), un film può poggiare solo su quello, su una forma, quando il contenuto, strucca-strucca (=stringi-stringi), non (sos)tiene? Not that hard to tell… Per quanto il bianco&nero sia appealing, esteticamente molto accattivante nonché abito stilistico perfetto con cui rivestire l’arbitro (portatore sano di divisa black&white), non può sor(reggere) tutt’un film. Se prendiamo “The Artist”, capolavoro 2012 che ha riportato il bi-color in auge, vedremo che il bi-color era supportato da una storia travertina da raccontare… Utilizzare il bianco&nero per sedurre lo spettatore, oppure per proiettare il film in un senza-tempo, così come inframezzare l’esile tramolina del film con momenti-sospensioni in cui due pastori siedono sulle rocce e si pongono domande nonsense alla Didi e Gogo (“L’hai visto Gavino?” “No” “l’hai visto Antoneddu?” “Nemmanco”), non bastano a muovere il film in una dimensione cui platealmente aspira. “L’arbitro” rimane per terra, ancorato alle terre sarde,e ai personaggi grotteschi e spiritosi ma sostanzialmente macchiette; non c’è niente di male in questo. E di certo è piacevole farsi due risate su un oggettino ben confenzionato. Ma non vi aspettate di trovare l’oro in bigiotteria…

Hoooong-Koooong…
Ah l’avete sentito il rintocco??? Annuncia il prossimo Let’s Movie!

THE GRANDMASTER
di Wong Kar-wai

Un’errata corrige pubblica a effetto gogna mediatica ai danni del Board: non ho visto “In the Mood for Love” ―il WG Mat starà gongolando tutto ora. Lo confondevo con “My Blueberry Nights – Un bacio romantico” (2007), che comunque è pur sempre di Wong Kar-wai, quindi non sono proprio così rimbamBoard come pensavo. S’era visto pure “2046”, ma non il succitato (“succitato” è osceno!) “In the Mood for Love” che risulta essere il suo capolavoro. Wong Kar-wai è uno di quei registi, insieme a Kiarostami, Kim Ki-duk e Malik, il cui esubero di kappa vi farà guadagnare punti su punti in qualsiasi universo cinéphile vi capitasse di trovarvi. In contesto Bar Sport, di contro, vi si guarderà con un misto di sospetto e commiserazione, sia per l’esubero di kappa che per il titolame dei loro film quanto mai improponibile. Dato che noi Moviers oscilliamo tra universi cinéphile e Bar Sport, ho pensato bene di puntualizzare. 🙂
E anche per stasera, miei Fellows del dì di festa, sono arrivata al capolinea. Proseguirei su questo binario eh, e vi farei visitare ancora qualche posticino, ma dato che non voglio vedervi gettare dai finestrini (che è pure vietato), vi saluto, imponendovi la lettura presidenziale del Movie Maelstrom e il boicottaggio del riassunto.
Accettatemi anche questi saluti però, stasera divinamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dedico tutto il whirpool del Movie Maelstrom e anche di più al Fellow Presidente, per avermi inviato le sue impressioni post-proiezione su “Rush”, l’ultimo film di Ron Howard (al secolo Ricky Cunningham), la cui uscita attendeva con presidenziale trepidazione sin da luglio.
Ebbene, il Fellow m’ha mandato le cosidette “impressioni fresche fresche a caldo” (principio del conflitto termico, sempre fisica, Moviers) che vi riporto di seguito, con non poco orgoglio:

“Il primo tempo è un polpettone informe, né cronaca né romanzo (5), una sorta di happy days della Formula 1. Il secondo tempo il fim prende corpo, è fedele alla realtà, scava nei sentimenti (7). Finale scontato ma commovente (6/7). Un 6+ finale ma solo perché sono appassionato della Formula 1 e per lo sforzo. Si poteva fare di meglio”.

Con questa dote naturale di sintesi, il Fellow sarebbe un Board perfetto per voi Moviers, amanti delle lunghezze twitter, ma essendo lui un “Presidente”, si presenterebbe un caso di conflitto d’interesse ― come avrete capito Lezmuviland non segue il costume italiano in base al quale un Presidente, chessò di un Consiglio, può anche amministrare un’“azienda privata attiva nell’ambito dei media e della comunicazione” chessò una Mediaset… Quindi mi sa che per board vi tenete il Board. 🙂 🙂
Ora, dopo un servizio da inviato speciale così (ma li avete notati i voti?!? Cioè, i voti!), ditemi come possa io NON adorare i miei Moviers, no, ditemelo… 😉

THE GRANDMASTER: La biografia di Ip Man, il famoso esperto di arti marziali che allenò l’adolescente Bruce Lee. Il film racconta il giovane Ip, iniziato alle arti marziali dal maestro Chen Heshun. Tra le sfide più ardue che Ip sarà chiamato ad affrontare, vi è quella contro Gong Er, la figlia di Gong Yutian, nobile che il giovane ha battuto. La ragazza desidera, infatti, vendicare il padre e riabilitare la reputazione del proprio clan, affrontando la misoginia che la circonda e tentando di mettere a tacere persino l’amore che prova per Ip.

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Let’s Movie CXXVII

Let’s Movie CXXVII

MARLEY
di Kevin Macdonald
UK, 2012, 144’
Lunedì 2/Monday 2
21:30/9:30 pm
Multisala Modena/Smelly Modena

Famolineri Fellows,

Attenzione attenzione… Questo movie-message non vi arriva nella solita bottle della domenica sera ma con il corriere notturno del sabato notte. Il Board si adegua agli impegni della Nazionale (altrimenti detta “Po-po-po-po-po-po-po”) e si prepara a passare una serata all’insegna del tricolore domani, pianificando le celebrations post-vittoria con un atto che da sempre vorrebbe mettere in pratica, ma che giammai ebbe il còre col fricico dentro per farlo ― la sbirraglia di Trentoville c’è sempre quando non deve e non c’è mai quando deve (tipo nel monitoraggio mono e bicicli in centro, per esempio, vero Mic? 🙁 ). Mi sto riferendo al bagno nella fontana in Piazza Duomo, o Piazza GromGrom che dir si voglia. Quindi Fellow Moviers, lasciatemi lanciare ufficialmente il Flash Mob del mese: se l’Italia vince (ma abbiamo dei dubbi??) ci si ritrova dopo la partita nelle chiare, fresche et dolci acque non del Petrarca ma di Nettuno, il tritone che si erge ittico sopra quella che sarà la jacuzzi più affollata della storia di Trentoville…
Tutti d’accordo?? Io ci trascino il Sergente Fed FFF, l’Honorary Member Mic,  il Fellow Truly Done, e l’Anarcozumi, ma conto di trovarvi numerosi… 😉
(Pensandoci, Let’s Movie è intrinsecamente un fenomeno di cine-flash mobbing, o no? C’è qualche Flash-Mobber  in sala che può aiutarci a capire? Dai, non fate i timidi… :-)).
Quindi allora deciso. Scarpe di gomma e via… E i Responsabili delle Sedi distaccate di Let’s Movie, tipo il Fellow Giak (Treviso e Oh-derzo), il Fellow Testone (Roma e Siena, dipende), il Movier Menagramo (Lodi), la Fellow Sky Blue (Bari), la Fellow Lagoon Leda (Venezia), il Fellow ‘O Principe (Napoli) e  gli innumerevoli sparsi in giro per il mondo (non è che possiamo citarli tutti eh), facciano lo stesso: trovino una fontana e ci si gettino dentro.

Detto questo, un’ultima considerazione di carattere civico-sociologico ispirata da questi Europei… Ma voi non pensate che l’Italia si trovi esattamente a metà strada fra la sgommata di capelli di Balotelli (che rende orgoglioso il padre putativo P.E. Barakus con tutta l’A-Team, ne siamo certi) e il calcio di rigore 100% Armani scucchiaiato da Pirlo contro l’Inghilterra? Io credo davvero che l’Italia stia proprio lì in mezzo. Trash&posh… Sappiatemi dire che ne pensate…

Ma ora Fellows sciolti da Caronte, fatemi recapitare ‘sto pacco di gratitudine che eccede le misure stabilite dalla legge alle Fellows che martedì si sono presentate a Let’s Movie (il primo vero esperimento di cine-Flashmobbing della storia, se dalla sala nessuno si oppone…).
Il Board arriva alle 8:59 pm in condizioni di disidratazione avanzata davanti a un Robin e a un Mastrantonio prontissimi a spalanacargli la porta della Sala Rianimazione, ehm no, della Sala Due. Anche stavolta credevo nella solitudine dei numeri primi (ma l’avete colto il livello di smargiassaggine di questa?!! 🙂 ), e invece, nell’ultima fila… Eccole lì! La Fellow Chocolate, da questa settimana Chili Chocolate, grazie alla nuova golosissima sfumatura color chili del capello (la cioccolata al peperoncino mi si dice essere il non plus ultra, quindi vorrei far notare l’abilità della della nostra Fellow, che ha saputo combinare style&taste). Insieme a lei, la nobilissima Movier Milanie-de-Monaco, che ci ha onorato della sua regale presenza ― gli impegni nobiliari la costringono a disertare Let’s Movie, ma quando si organizza la Royal Smemoranda e si materializza, noi suoniamo trombe e spargiamo petali tutt’intorno (laviamo anche piedi, in caso di necessità).
Ringrazio anche la Honorary Member Mic in versione Zeno Cosini, ancora affetta e afflitta da piede claudicante: eri lì con noi nello spirito, Mic, dico davverucamente… 🙂

Sapete, mi dispiace che così poche persone in Italia e nel mondo siano andatea vedere“Molto forte, incredibilmente vicino”. Parlando con il Mastro, mi diceva che il film non è per nulla frequentato. E anch’io, leggiucchiando qua e là, ho scoperto che negli Stati Uniti è stato accolto molto freddamente sia da pubblico che da critica. E lo stesso dicasi qui in Italia. A uscita sala, dopo che il film si è meritato un totale di sei movier-pollici su, io, la Chocolate, la Milanie, Mastro e Robin ci siamo chiesti il perché di tanto polonord nei confronti di un film realizzato così bene…Ma voglio dire, proprio bene bene…. Sapete no, come quelle case, che sono solide, ma nello stesso tempo eleganti, e che hanno una loro coerenza, dalla cantina al solaio passando per ballatoi e controsoffitti (Fellow Testone, questa era per te, architettonicamente preso come sei).

Io non ho letto il romanzo di Froer alla base della sceneggiatura, ma il film mi è sembrato ben calibrato, equilibrato, forte (incredibilmente vicino anche…battutone). La Fellow Milanie ha sapientemente commentato: “È circolare. Alla fine il cerchio si chiude”. Verissimissimo. Alla fine, dal caos che Oskar, il ragazzino protagonista si trova ad affrontare dopo la morte del padre nella caduta delle Torri Gemelle, si passa a un ordine. Non al senso, all’ordine. Il senso e la ricerca del senso sono travi portanti del film (manteniamoci in metafora edile, dai). E forse per questo mi sono sentita coinvolta ― il senZo e la ricerca del senZo, come tanti Fellows sanno, è alla base delle mie fisime più fisime da molti anni (ma non credo di essere la sola filo-fisima, ahimé… ). Pensate un ragazzino “non normale”, ovvero, un ragazzino che ha già di suo mille paure (di tutto, mezzi pubblici, denti rotti, gente che corre, bambini che urlano…) e che si vede portare via il padre (adorato) nel crollo di una delle Twin Towers. Oskar è talmente intontito dallo smarrimento e dal non-senso che, per sopravvivere, trova il modo di trovare il senso ― c’è un che di darwiniano in questo. E la ripetizione di “trovare” non è casuale. Oskar si imbatte per caso in una chiave del padre e si mette a cercare per la città il buco della serratura che quella chiave può aprire: per Oskar è una specie di ultima caccia al tesoro lasciatagli dal padre. E il film è la ricerca spasmodica, meticolosa, organizzatissima, folle di questo ragazzino per le vie di New York, dove incontrerà persone e storie e dolori e speranza. “Se il sole esplodesse, impiegheremmo otto minuti per accorgercene”. Questo dice Oskar all’inizio: la ricerca del proprietario del buco della serratura è come fare in modo che gli otto minuti non finiscano mai….È come tenere il padre vicino. Il sole acceso…

C’è molta fiaba, molto Verne. Ma anche molto BildungSroman (si può dire senza suonare insopportabilmente liceali??), cioè romanzo di formazione: Oskar, cercando un buco della serratura, cerca il padre che ha perso e cerca di scendere a patti con l’insulsaggine, e anche la crudeltà, del vivere. Scopre tante cose alla fine. Scopre il buco della serratura della chiave; scopre che la madre non è l’apatica che credeva: anzi, sapere che lei l’ha anticipato in tutte le sue peregrinazioni newyorkesi gli rivelerà una figura di madre del tutto nuova; scopre suo nonno (ma non vi aggiungo altro per non rovinarvi la trama, che ogni volta mi rendo conto a posteriori di avervi rovinato!); scopre che il dolore può essere superato attraverso un’operazione di smaltimento costruttiva come quella sostenuta da lui.

E anche noi spettatori scopriamo una cifra di cose! Che un dramma come quello dell’11 settembre deve cominciare ad essere raccontato così, attraverso storie piccole, singole. Film apocalittici come “United 93” o documentaristico-lacrimevoli come “Fahrenheit 9/11” non colgono la vera essenza di un atto che ha devastato una città e un paese ― e che di riflesso ha cambiato la vita a tutto l’occidente, e non solo. Purtroppo la Storia non è esorcizzabile in un atto di volontà civica. Un monumento ai caduti o un dì di festa non aiutano a superare una violazionecosì grande. Bisogna far uscire il dolore singolo, personalizzarlo: solo attraverso nomi e connotati e dettagli e Mario Rossi e JohnSmith si dà un volto alla tribolazione, e si può elaborare un dramma. L’accoglienza di ghiaccio del film di cui parlavo prima mi fa capire che gli USA non sono ancora pronti a riprendere in mano il discorso ― onestamente non posso credere che tutto dipenda dall’antipatia che Hollywood ha sviluppato, non si sa bene perché, nei confronti del povero Tom Hanks, che magari non avrà azzeccato qualche film degli ultimi, ma rimane pur sempre Forrest-corri-Forrest-Gump. Gli Stati Uniti faticano ancora a guardare quel giorno, e a parlarlo. È come se ci fosse stato un black-out, una specie di shock collettivo che ha portato via la voce, nonostante i tanti libri scritti, le trasmissioni mandate in onda e i tour organizzati a Ground Zero… E non penso che il mutismo del nonno di Oskar sia un caso ― nulla è mai casuale in un libro o in un film…

Comunque vi consiglio seriamente di vedere “Molto forte incredibilmente vicino”. Sia per la bravura del ragazzino che interpreta Oskar ― Daldry ha un vero talento nello scovare talenti, pensate a Billy Elliot. Sia per le idiosincrasie del personaggio che sono semplicemente adorabili, così come adorabile (e invidiabile) è il rapporto con il padre. Bastano pochi minuti per far capire il tipo di relazione che c’è fra i due e il vuoto che la morte del padre lascerà in Oskar― “la guerra degli ossimori” che combattevano mi ha commosso profondamente…Chi non vorrebbe combattere la guerra degli ossimori con il proprio padre?? Ammetto che forse qui la figura paterna viene un po’ troppo mitizzata, ma what the hell, per una volta che c’è un padre così, cavolo, godiamocelo!

Ci sono tanti spunti, in realtà. Alla fine Oskar dice, a proposito delle delusioni, “Meglio averle avute, che non averle avute”. Sembra una frase banale. Ma pensateci un po’… Piuttosto del nulla, la delusione… E forse Oskar ha ragione. Forse provare è sempre meglio di non provare, indipendentemente dal risultato…. (Mmmm, ma allora mi chiedo, aver visto il calvario “C’era una volta in Anatolia” è stato meglio di non averlo visto?? Credo di sapere cosa mi risponderebbe la Honorary Member Mic con un accento insolitamente romanesco… qualcosa tipo “ma vedi d’annatene”… 🙁 ).

E ora son tutta in fermento perché vi sto per proporre un titolo che pensavo sarebbe rimasto a languire nell’harbour di Kingston tra ganja e berretti di lana oro-rosso-verde-nero per l’eternità, amen

MARLEY
di Kevin Macdonald

Presentato in anteprima all’ultimo Festival di Berlino e vincitore del Premio Biografilm 2012, questo attesissimo biopic racconta la vita e le gesta di King Bob, padre supremo di santo Reggae. Questo sarebbe il film ideale per la Fellow Archibugia Katrin, che scoprì le gioie della musica reggae col Board in quel della Busa Bel-Air nei tempi in cui “No Woman No Cries” e “I shot the Sheriff” elettrizzavano orde di ciofani spleeniani… 🙂 Sarebbe bellissimo averla a Trentoville, per quanto lo shabby Smelly Modena non possa nulla contro il Luxe Luxe Deluxe del magnate Mastrantonio.

Una comunicazione di servizio alla Fellow Cavallapazza Cavalleri: come vedi questa settimana il film cade di lunedì, quindi non c’è yoga del mercoledì che tenga… Quanto puoi essere felice da 1 a 10??! 🙂

Ah, questo messaggio viaggia sabato notte anche per darvi modo e tempo di organizzarvi per “Marley” lunedì sera… Lez Muvi pensa a tutto… 🙂

E ora Fellows, get up stand up, è ora di andare a scaldarsi un po’ a boArdo campo… Speriamo che Mario sbalotelli a destra e a manca, e che impari a sorridere di più…. Abbinasse il sorriso a quella schiena leonardesca che si ritrova potrebbe addirittura far scordare la sgommata crino-craniale… 😉

Come sempre, grazie dell’ascolto, my Muviers. Il riassunto è lì, all’harbour di Kingston, pronto per l’imbarco, oltre il Maelstrom, e i saluti, questa settimana, sono antibericamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Getto nel Maelstrom lo spiegone di ComeAlong che vi è arrivato con l’Eeeeeeeedizione Straordinariaaaaaa di martedì, ed esorto i Fellows a provarlo, come ha fatto la Fellow Chili Chocolate… 😉

“ComeAlong è una applicazione per Facebook e Android (e a brevissimo anche iphone) che ti permette di andare al cinema Astra avendo i posti migliori e ad un prezzo scontato. Puoi anche avvisare con un click i tuoi amici per dire che stai andando al cinema, nel caso loro vogliano comealong. Puoi anche dire cosa pensi di un film e accedere a recensioni, anche dei tuoi amici. E, udite udite, tra breve saranno anche integrati i rating di letsmovie.

L’applicazione è sviluppata da un team dell’università di Trento ed è disponibile per il Cinema Astra di Trento.
Vai  su http://www.comealong.me/ per scaricare e accedere a ComeAlong, e per saperne di più!

MARLEY: Bob Marley. La sua musica e il suo messaggio di amore e redenzione sono conosciuti in tutto il mondo e la sua storia è stata finalmente riportata in vita grazie al lavoro e al talento di Kevin Macdonald. Il fascino universale di Bob Marley, il suo impatto sulla storia della musica e il suo ruolo di profeta politico e sociale restano ineguagliati. La sua musica e il suo messaggio trascendono le barriere culturali, linguistiche e religiose, echeggiando ancora oggi in tutto il mondo, con la stessa forza di quando lui era ancora in vita. Solo pochissimi musicisti hanno avuto un impatto così forte sulla cultura e Bob Marley, nonostante la breve vita, è tra questi.

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Let’s Movie CXI

Let’s Movie CXI

CESARE DEVE MORIRE
Paolo e Vittorio Taviani
Italia, 2012, 76’
Giovedì 22/Thursday 22
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio’s

Francamentemeneinfischio Fellows,

Mai il Board e il Sergente Fed FFF si sentirono più matusa di giovedì alla proiezione di “The Edukators 2.0.”!
Arriviamo dal missed-much Mastrantonio con quei soliti 12 secondi d’anticipo che ci permettono di accaparrarci due posti miracolati e guadagnare l’ingresso in sala fra una marmaglia di teste rasta, baggy pants (molto baggy), maglioni (molto –oni) di lana grossa che fanno molto studenti-di-sociologia (molto sociologia), e che ben presto scopriamo essere il pubblico della serata. Meno male che il Sergente è in borghese e il Board ha lasciato a casa l’eco-pelliccia e le scarpine da signorina Frunermeier, altrimenti saremo stati tacciati di neo-borghesismo iper-occidentalizzante, e lapidati, oops gambizzati, in nome dell’ugualizzazione intra-classista della causa filo-collettiva (parla con un sacco di –zioni e filo-, ‘sta massa sociologica… 🙁 ).

Insomma prendiamo posto in platea, sprofondando in poltrona e spacciandoci per due fuori-corso  ― la condizione del fuori-corsista ispira sempre l’atteggiamento solidale (equo, naturalmente) “ti-capisco-fratello” 😉 ― e ci spariamo, prima della proiezione del film, un documentario realizzato dalla Facoltà di Sociologia (ma no?) sul Processo di Bologna e i rischi della provincializzazione dell’Università di Trento. Immagino che tuuuuutti sappiate a cosa mi riferisco se dico “Processo di Bologna”… Io, babbo Board, non lo sapevo, ma ho piena fiducia in voi ― e in Wikipedia…
Per farvela breve, il Processo di Bologna è l’iter di riforma dell’istruzione universitaria avviato nel 1999 che ha portato, due anni dopo, al passaggio del vecchio ordinamento al nuovo ordinamento con le sue formule 3+2 (paghi 1) e il suo sistema a punti (o crediti) modello USA. Questi due studenti protagonisti del pre-video erano davvero bravi nell’esposizione delle loro perplessità in merito al problema della provincializzazione dell’università trentina (zzzz) che porterà sicuramente alla provincializzazione ― eddaje ― del livello medio della formazione proposta dell’ateneo (zzzz), ma erano talmente sociologici, talmente collettivo-1968-occupiamo-per-rivendicare-il-diritto-allo-studio-e-combattere-la-mercificazione-del-sapere (riprendete fiato) nel modo in cui esponevano le loro tesi, che io e il Sergente, davanti a espressioni tipo “…settori educati alla critica dell’esistente” ci siamo sentiti sprofondare gradualmente verso il sonno… (della ragione, naturalmente, checccredevate? :-)).

La qualità cinematografica di “The Edukators 2.0” lascia mooolto a desiderare, e questo lo ha ammesso anche Sergio Fant, il Responsabile Documentari di Internazionale che l’ha introdotto. Riprese amatoriali, mosse, spesso sgranate, inframezzate da brevi interviste, video, blog, twit… Il film tenta di raccontare la mega occupazione, anzi, okkupazione, iniziata nel 2009 presso l’Università di Vienna e sconfinata poi oltre lo stato austriaco finendo per interessare 130 atenei europei.  Gli studenti manifestavano sostanzialmente contro le norme comunitarie sull’istruzione e la commercializzazione dello studio.

Fare un discorso sulla legittimità o meno dell’atto degli studenti non è quello che mi interessa qui: ovvio che siamo tutti per un’università equa, competente, integra, funzionale, accessibile. Non entro quindi in merito alle tesi proposte. Vi pongo invece una domanda che mi ha tormentato per tutta la durata del film e alla quale non riesco ancora a dare una risposta soddisfacente, nonostante la consulatazione con il Sergente in medias res e l’Honorary Member Mic a a posteriori. Ovvero. Ma dove cavolo, anzi, kavolo, ero io nel 2009?? Nel senso, cosa stavo facendo? Perché non so nulla, ma nulla di nulla, di Vienna, dei 50 giorni (vi rendete conto di quanti sono 50 giorni? E di occupazione nel senso 68ino, mangiare-dormire-campare nell’ateneo)? Ma dove kavolo ero IO???? Così impegnata a guardare ai drammetti quotidiani del mio orticello, perdendo così di vista i campi flegrei della globalità? 🙁
L’unica magrissima consolazione mi è arrivata dal Sergente: anche lui non sapeva nulla, e lui non era in Italia ― dove per altro la protesta È arrivata ― ma lavorava presso l’Università di Innsbruck… Se lui era in Austria e non si è accorto di nulla, e se io ero qui e non mi sono accorta di nulla, ci troviamo difronte a due problemi di fondo: uno relativo alla comunicazione e l’altro relativo agli specchietti retrovisori. Per quanto riguarda il primo: ai fatti non è stato riconosciuto il peso reale che avevano, e i media hanno fornito una versione “light” dello status quo ― 130 atenei sono 130 atenei. E qui dovremmo interrogarci sulla manipolazione delle notizie riguardanti eventi di questo tipo. Mr Establishment certo non tiene a sbandierare che le sue università stanno protestando contro di lui, quindi prende la cornetta, fa una telefonata a Mr Media e gli chiede di mettere i fatti in modo che non preoccupino l’opinione pubblica, capish a mmme… Quante volte e in quanti stati e in quante epoche storiche è successo questo? Enne. Ma non voglio entrare in merito nemmeno a questo. Quello a cui voglio (finalmente) entrare in merito e che più mi ha turbato riguarda il secondo problema: la realizzazione che a noi esseri umani impegnati con drammetti&orticelli manca la vera percezione di quello che ci capita intorno. Per capire, dobbiamo sempre aspettare il senno di poi, “Correva l’anno”, o Minoli con “La storia siamo noi”… Insomma, non siamo in grado di renderci conto del presente NEL presente, ed è inquietante: se non abbiamo un metro per misurare la portata di un fatto right-here-right-now, come poterlo giudicare e gestire? Come poter “pensare” quel fatto? “Pensare” nel senso di affrontare e superare. Mi chiedo, siamo arrivati a un punto di saturazione emotiva tale che le notizie non ci sfiorano più? Ci siamo allineati anche noi alla logica rhettbutleriana del “francamentemeneinfischio”? Solo che davanti a noi non abbiamo la nevrastenica Scarlett (no non Johannson, O’hara). Davanti a noi abbiamo il frullatore dei fatti ― quello che domani si chiamerà “storia”. Quindi fare i Raz Degan dei tempi d’oro e scrollare le spalle con un “sono solo fatti tuoi” non va molto bene ― ci ritroveremo a guardare un evento e a dire “Ma dove c/kavolo ero io quando è successo???”….Mi chiedo se noi, umanità occidentalizzata ed egocentrata, non guidiamo tutti con lo specchietto retrovisore rivolto verso noi stessi, anziché puntato là dove inquadrerebbe l’altro… L’esamino di coscienza che mi sono fatta dopo il film conferma proprio quest’ipotesi: io rientro in pieno nel profilo “il tuo specchietto è troppo spesso rivolto verso te stessa, e non (solo) per esigenze lipstick”.

Quindi anche se il film era poverello e troppo pieno di cose da leggere ― tra sottotitoli, blog, e twit che popp-avano sullo schermo un paio di Travelgum non avrebbero guastato ― è riuscito a smuovermi un po’ di ragionamenti in testa, e questo va sempre bene, sempre. Spero che per interposto spettatore ― io e il Sergente, nello specifico ― anche a voi si sia smosso qualcosa… 🙂

Due cose prima di passare al film yuppi-du della settimana…

Un ringraziamento con postilla “ti-stimo-molto” al Fellow Giak, Responsabile Let’s Movie della Sede Distaccata di 3viso, per l’opera di moviemail-forwarding al proprietario del Cinema di Oderzo, che pare interessato alle nostre follie settimanali. Sapere che il mondo ospita altri Mastrantonio oltre all’original ― e persino nella perigliosissima Zaialand, terra di trolls e suv :-(― è estremamente confortante. 🙂
Quindi do il benvenuto a Mister Oooh-derzo dell’Oooh-derzo Theater (molto vocativo, Ooohderzo come luogo :-)) e gli garantisco che, finché sangue Board scorrerà nelle vene Board, Let’s Movie continuerà a produrre nonsense, fedelissimo al motto “in GodOT we trust”, stampato chiaro chiaro sulla cartamoneta letsmoviana… 😉

Parlando del nostro Mastrantonio, non posso esimermi dal ringraziarlo per l’happening di sabato!
Dovete sapere che sabato il buon Mastro ha ospitato la prima di “Mare chiuso”, l’ultimo documentario di Andrea Segre (il regista dell’adorato “Io sono Li”). Con lo zampino dell’Anarcozumi ― la Trentino Film Commission è ovunque, una specie di cine-mafia dei sogni 🙂 ― è stato possibile avere lui, il regista, alla presentazione. 🙂

Sorvolo su com’è proseguito il post-proiezione per ovvi motivi di privacy, ma sappiate che le serate surreali possono succedere anche a Trentoville… E anche questo è confortante. Fare le ore piccole tra gente che festeggia St. Patrick per le vie del centro, (St. Patrick a Trento?!?) con un regista, un giornalista, una partenopea ubriaca oh-conosc’-eduardo?, un’artista di video-istallazioni e, ovviamente, l’Anarcozumi (il gatto) con il fido Ferro (la volpe), non fa che rafforzare la fiducia nell’ “In GodOT we trust”. 😉

Ah, e per quanto riguarda “Mare chiuso”, vi prego, andate a vederlo, Moviers! È la storia di alcuni immigranti che nel 2009 sono fuggiti dalla Libia per raggiungere l’Italia, e sono stati respinti e rispediti al mittente dalla marina italiana. Anche in questo caso, come per “The Edukators 2.0” si sapeva molto poco, o comunque non se n’è parlato abbastanza. Per esempio non è stato detto (o è passato moooolto in sordina) che la Corte di Strasburgo ha condannato lo Stato Italiano a risarcire i profughi respinti per aver violato i diritti umani…
Il documentario è stato girato con delicatezza, originalità e non ammicca alla lacrima facile (si può ammiccare a una lacrima? Bah…). E poi Andrea (Segre) è davvero una gran persona! 🙂

Ringrazio l’Anarcozumi per aver reso reale il surreale, una notte di marzo, a Trentoville…

E ora, per la gioia del Movier MARt, che per primo divulgò la notizia dell’Orso D’Oro ai Bruder Tavianen, e che per questo è costretto alla partecipazione al film…. 🙂

CESARE DEVE MORIRE
Paolo e Vittorio Taviani

 

Lo so, lo so, i Bruder Tavianen, quando magari qualcuno, vista la situazione non proprio yuppi-du in cui versa il mondo intero pereferirebbe i Vanzina Bros. E invece no, facciamo uno sforzo e andiamo a vedere questa piccola perla di bel cinema made-in-Italy, bitte.

Allora vi aspetto dai… Come vi dicevo una volta, Be Brave, Be Moviers! 🙂

E vi ringrazio, sempre. E vi invito a raggiungere il risassuntino in aula magna, al piano terra, dove troverete anche dei saluti, che quest’oggi sono accademi(c)amente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

CESARE DEVE MORIRE: Nella sezione di Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia il regista Fabio Cavalli prova il “Giulio Cesare” di Shakespeare: come attori ci sono i detenuti, dei quali alcuni segnati dal “fine pena mai”. Quotidianamente, nelle celle, nei cubicoli dell’ora d’aria, nei bracci del penitenziario, il film documenta le cadenze oscure delle giornate dei reclusi e di come, attraverso prove che sempre più li coinvolgono nel profondo, s’innerva di forza e di vita la pagina del grande testo shakespeariano, fino al successo della messa in scena, davanti ad un pubblico, nella sala teatrale di Rebibbia.

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