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Let’s Movie XCII

Let’s Movie XCII

TOMBOY
di Céline Sciamma
Francia 2011, 84’
Lunedì 7/Monday 7
22:00/10:00 pm
Astra/Mastrantonio’s

Maine&Massachussets Moviers!

Ah l’Ammmerica l’Ammmerica… È confortante sapere che a 2500 miglia di distanza respira quel pachiderma stelle-e-strisce che  offre una pletora d’immutabili certezze. La certezza del Dunkin Donuts, per esempio, o di Trader’s Joe (mamma mia, Trader’s Joe l’avevo rimosso), dei pick-up arrugginiti davanti a casottine squallide, o i bicchieroni di caffè col coperchio da cui nessun italiano sarà mai in grado di bere senza sbrodolarsi-barra-ustionarsi. È confortante anche la possibilità di un Seven Eleven o di un CVS (noto drugstore tappezzato da quintali di dolciumi cromaticamente tossici). L’America è sempre sooooo American da superare i cliché di se stessa.  L’extra-largeness, la middle-of-nowhereness, la religione halloweeneiana, l’assoluta mancanza di flessibilità in ogni situazione concernente burocrazia immigratoria/attraversamento strisce pedonali (i miei Fellows Guys di Los Angeles ne sanno qualcosa)… Ma è anche un paese che ti invita a una conferenza senza tanti problemi e ti organizza tutto dalla A alla Z, ti trova i fondi e riconosce il tuo lavoro, e di questo come non dargli atto? E come non sorridere davanti all’ottismo burro&marmellata di quegli orsacchiottoni-americanoni lì, a quella loro fiducia incondizionata nel you-are-gonna-make-it? A noi disincantati del vecchio mondo speranza e fiducia risultano stati d’animo che ora irritano e ora affascinano. E io ho capito di collocarmi esattamente lì nei confronti degli Stati Uniti, in quello spazio meticcio tra occhi sgranati e fronte corrucciata che i latini chiamavano odi-et-amo.
Esempio pratico: conferenza andata alla grande, tabella di marcia dai contorni svizzeri, community di accademici votati all’understatement e allo sperticato apprezzamento del lavoro altrui, dove l’altrui può essere rappresentato da un’italiana adrenalinica col look assai weird… 🙂 Questa è la zona degli occhi sgranati in ammirazione.

La zona di fronte corrucciata è la dogana all’aeroporto, che ti ordina di compilare un modulo che hai già compilato online, ma che è  di colore diverso da quello che l’energumeno dietro il bancone richiede per la stagione 2011-2012 — e il suo sguardo o-compili-o-compili non lascia tante alternative :-(. Oppure la carta d’identità per fare il biglietto per il pullman — giammai riempire un pullman d’innominati, l’anonimato è il covo dove potrebbero nascondersi i Bin Laden Juniors del era post-Bin Laden Senior.
Oppure dialoghi come questo di seguito — dalla portata inquietante che sono certa tutti noterete…

A un grande magazzino, io alla cassa, una tazza appena acquistata in mano, chiedo alla cassiera se me la può imballare visto il lungo viaggio che deve affrontare (la tazza, non la cassiera).

Io: “Thanks. It has to fly all the way to Italy”
Lei: “Oh nice! So you speak French?”
Io, fronte VISIBILMENTE corrucciata: “Well, I do speak French…Italian is my mother tongue though”.
Lei: “Ah, aren’t they the same thing?”**
Io zitta. Dante agonizzante all’orizzonte…

Quindi sì, occhi sgranati e fronte corrucciata… Anche se, a prescindere da tutto, vi consiglio caldamente una visita a Boston, un biscotto di città con quelle tinte just-baked che ti fanno pensare alla crostata di nonna Papera, o al Kent. E con quel Boston Common che è la versione extra-small di Central Park. E con quel MIT lì, che vale la traversata oceanica per il modo armonico-disarmonico di forme e materiali con cui ti si offre quando sbuchi dalla metro di Kandell…Ti ritrovi il gotha dell’architettura contemporanea, da Alto a Pei, da Gehry a Maki, Correa, Holl… Sono certa che i nostri Fellow Architetti Pilo e Giuly Jules ci costruirebbero un corso monografico, attorno al campus del MIT… 🙂

In realtà avrei da raccontarvi un mucchio imbarazzante di micro-aneddotica… In viaggio ti capitano tutta una serie di piccoli eventi che ti prendono in contropiede… Tipo. Sapete cosa leggeva la mia vicina di posto sul volo Zurigo-Boston? “Mile Markers. The 26.2 Most Important Reasons Why Women Run” (poi qualcuno me lo spiaga il .2…). Un Board-Road Runner, capirete, rimane colpito…
O tipo. Io sto andando a una conferenza sulla traduzione poetica, giusto? Per il viaggio mi son portata Transtromer — noooo, non il Transformer, e nemmeno il Traminer, per quanto mi sia letteralmente ubriacata con la sua poesia (che riconsiglio a tutti, nel volume “Poesia dal Silenzio”, Crocetti Editore). Insomma, appena decollati apro il libro nuovo nuovo e cosa dice l’epigrafie? “Dal punto di vista teorico la traduzione poetica può considerarsi un’assurdità. Ma in pratica dobbiamo credere nella traduzione della poesia”… Ora, io magari sono fissata e ho le allucinazioni, ma queste mi sembrano coincidenze molto molto SCARY…

Ah e prima di chiudere la parentesi Turisti-per-caso, una cosa che manca agli Stati Uniti, oh-porelli United States…. Agli Stati Uniti mancano i Moviers. E mai si rassegneranno a questa loro deficienza. Spiace per loro, davvero, but they will never have you… 🙂

E ora fatemi tornare al pre-USA per ringraziare l’Anarcozumi e il Fellow di marina Cristoforocolombo, che sono venuti dal buon Mastrantonio a vedere “Melancholia”.

Ora. Quando sei davanti a un’opera d’arte non ci sono tanti perché e per come. La vedi, è lì, si spiega da sola. Non hai nemmeno bisogno di chiedertelo “è un’opera d’arte o no?”, lo sai e basta. “Melancholia” lo è. Unquestionably. C’è qualcosa di profondamente letterario e tragedico e operistico nella struttura del film: comincia con un prologo che è un epilogo in metafora, seguito da due parti distinte ― la storia delle sorelle Justine e Claire. I magnifici venti minuti iniziali sono accompagnati (non a caso) dalla musica del preludio al primo atto dell’opera “Tristano e Isotta” di Wagner (Il Board si documenta) e preannunciano tutto il film attraverso delle immagini a cui si alluderà nel corso del film stesso. Le immagini sono delle icone patologiche che descrivono le varie fasi della melancolia di Justine (nota boardiana: la melancolia è diversa dalla depressione, anche se la linea tra le due è molto molto sottile: la melanconia è più uno stato di inadeguatezza, di inettitudine, che si manifesta attraverso la tendenza a subire passivamente gli eventi e a distaccarsi dagli stati emotivi che li riguardano). Per esempio le gambe imbrigliate da filacci di lana grigia che non le permettono di camminare — pensate ai filacci di lana grigia, a quanto azzeccati siano come allegorie melanconiche… Oppure Justine sdraiata nuda in un bagno di luce lunare, un quadro pieno di rimandi alla tradizione che lega la melancolia classica alla luna. Oppure il primissimo fotogramma, con Justine in piedi sotto una pioggia di uccelli morti  che cadono come foglie — atmosfera che ho associato istantaneamente al video di “Black Hole Sun” dei Soundgarden (presente?? Sono pazza??).
Questa overture iconografica preannuncia il decorso malinconico che sfocerà nell’acme della malattia di Justine e nella concretizzazione dell’angoscia di Claire: lo scontro del pianeta Melancholia con la terra — mi permettete di utilizzare l’espressione “modus operandi eliotiano” qui? (Sì, lui T.S. Eliot, quello del correlativo oggettivo…).
Justine e Claire e tutta l’umanità soccombono a Melancholia, il pianeta blu/blues che dovrebbe solo passare accanto alla terra, ma che finisce per annientarla… Anche questo concetto, se lo spogliamo dal guscio metaforico che lo riveste ha un nucleo di senso “100% pura inquitedine”: la melancolia sembra passare, ma NON passa: la melancolia scardina tutti i punti di riferimento e ingenera un pessimismo che fa perdere il senso a tutto. E quando nulla ha più un senso le conseguenze delle azioni perdono qualsiasi valore ― ecco perché Justine non si fa nessun problema a mandare a quel paese il proprio capo, né a far pipì in mezzo a un campo da golf, né a saltare addosso al primo che capita…
Come faceva notare il king Mastrantonio, la prima parte, quella su Justine, è più forte — quella su Claire è meno incisiva — sarà forse che l’ouverture iniziale lascia tutti davvero senza parole. La prima parte documenta il crollo lento e inesorabile e metereopatico di Justine nel giorno del suo matrimonio: da sposa raggiante, a un po’ meno raggiante, a gran poco raggiante, a parzialmente nuvolosa a nuvolosa, fino ad arrivare a molto coperta con rovesci a carattere temporalesco… Non mi era mai capitato di assistere a una lettura artistica della malinconia così simbolica e allo stesso tempo oggettiva ― sì, c’è Eliot qui… L’immobilità che tiene legati al letto, l’incapacità di racimolare la forza di farsi (fare) un bagno, il pianto irrefrenabile, la cecità di fronte alla bellezza semplice della natura che si guarda con occhi vuoti, le papille gustative che non riconoscono più il gusto: Justine assaggia il suo piatto preferito e dopo un boccone scoppia in singhiozzi. “Sa di cenere”, commenta fra le lacrime. E in effetti il mondo del soggetto malinconico è un mondo bruciato dove tornare a far ricrescere la vita è un’operazione lenta e dolorosa.
Il film è un blow-out cerebrale e figurativo che non ricordo di aver sperimentato da tanto tempo. La scena finale ti fa boccheggiare, ti spiezza in due come Ivan Drago: proprio come Justine e Claire, ti senti senza via di fuga, oppresso, piccolo, schiacciato, che è esattamente l’effetto della Melancholia (pianeta e stato) quando prende il sopravvento sul mondo dell’umano… Non ci trovo dell’apocalisse qui ― you-know-Malick prenda appunti, please! Ci trovo tanta malattia, straordinariamente intesa in chiave cosmica. E Lars-sa-lunga Von Trier si dimostra un fine conoscitore di psicologia ma anche di pittura — Brueghel, e naturalmente Millais (Justin-Ofelia è diventato la locandina del film) ma anche tante atmosfere sospese e  dechirichiane (la meridiana in mezzo al parco, il cavallo sono tutti oggetti (meta)fisici presenti nel film).
“La terra è cattiva”, dice a un certo punto Justine. E questa frase di struggente e quasi infantile semplicità racchiude tutto il pessimismo cosmico larsvontrieriano, il suo devastante nichilismo. La terra è cattiva, l’uomo non conta nulla. La speranza non può essere. Il mondo muore.
Capirete che “Melancholia” non è esattamente il film se pensavate a un’alternativa natalizia a “Tutti insieme appassionatamente”… Però, e l’Anarcozumi mi è testimone (“Ho bisogno di 24 ore” è stato l’assennatissimo commento dell’Anarchica all’uscita sala), il film non può NON essere visto. Ti fa pensare in grande partendo dal piccolo ― così funziona con le operer d’arte. Del resto la cinemapanettonaggine non dev’essere l’unico paramentro di giudizio, my scholar Moviers. Utilizziamo anche altri valori. Tipo, +/- coccolo, +/- scary, +/- done. In questo modo abbiamo uno spettro valutativo molto più serio… 🙂

So che vorresti sentirmi discettare ancora per ore e ore (!), ma purtroppo non si può avere tutto dalla vita (!!),  e dobbiamo passare al film di questa settimana….

TOMBOY
di Céline Sciamma

Premiato con il Teddy Award all’ultimo Festival cinematografico di Berlino e presentato alla Festa (flop) del Cinema di Roma conclusasi venerdì (Anarcozumi in prima linea, of course), il film ha fatto molto parlare di sé per il modo tenero e allo stesso tempo deranging con cui tratta il tema dell’identità di genere ― “Tomboy” è la storia di una bambina che si sente appunto tomboy, maschiaccio… Mi piacerebbe che mi accompagnaste, e mi piacerebbe vedervi all’uscita sala “spaccati” come dopo “This Must Be the Place”…

Ah, ma prima di lasciarvi tornare al vostro notturno domenicale, abbiamo un conto in sospeso noialtri, my naughty Moviers. Ve lo ricordate il compitino che vi avevo lasciato prima di partire? Il film da vedere e da segnalarmi?? Be’ tra tuuuutti voi ― e siete tanti ― solo una-e-dico-una mi ha risposto. Solo lei…. La Honorary Member Mic, Woman&Saver, una donna un CdA. Nemmeno una risposta dai Fellows più ligi… Niente di niente… 🙁 🙁
Ah quanti bocconi amari deve ingoiarsi ‘sto povero Board… (Shakespeareggio un po’, dai…). Comunque la Mic ha segnalato ben tre film tre e, offrendosi come volontaria, vi ha parato il sedere a tutti, marina-Moviers che non siete altro ― minimo minimo adesso le fate copiare latino per tutto l’anno.
Di seguito i Mic’s Hits + le Board’s Notes:

AMORES PERROS – delusione totale (Mannnnnnòòòòò Mic, è bellissimo)
ONCE WE WERE STRANGERS – lo salvo per alcune battute e per l’indiano che è diventato il mio nuovo idolo! la battuta che mi è piaciuta di più è stata: “Le donne belle sono per gli uomini che non hanno immaginazione”… (Mic, sei tutte noi!)
ME WITHOUT YOU – sì questo mi è piaciuto e te lo consiglio…non un capolavoro ma carino!! Approvato!! (Preso ieri in biblio, Mic, thanks ;-)).

L’esperimento, se fosse stato sperimentato (!), avrebbe mostrato il “Movie-whirpooling”, fenomeno che si verifica quando enne Fellows riversano le proprie idee dentro uno spazio chiuso dove il moto perpetuo innescato da una spinta boardiana ingenera un cine-circolo virtuoso di titoli…

La Honorary Member si aggiudica quindi il Movie-Whirpool Prize 2011, riconoscimento che avevo concepito per premiare il miglior commento arrivato. Il premio vi lascerà senza parole: un’uscita al cinema offerta dal Board dove il vincitore sceglie cosa vedere, prende il Board per la collottola e ce lo trascina. (Vedete un po’ l’occasione che vi siete persi, Moviers!!!). Quindi go Mic, you pick! 🙂

Va be’, cosa mi ha insegnato questo esperimento? Che i Moviers rifiutano categoricamente il metodo empirico. Il galileiano Board ha imparato la lezione…

Ora, miei November-rain Moviers che molto mi siete mancati negli States, vi ringrazio per esserci right-here right-now, vi aspetto domani da Mastrantonio (e, a proposito di Mastrantonio, ha un programma di Matinée domenicali di puro panico! Andateci!), vi affiggo il riassuntino formato Wanted-Dead-Or-Alive sul palo della luce laggiù nella valle, e vi lancio dei saluti, che stasera sono amleticamericanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

P.S. **Lo traduco altrimenti mi si accusa di essere troppo filo-anglofona:

Io: “Grazie, deve arrivare fino in Italia”
Lei: “Oh bello, allora parli il francese?”
Io: “Be’ sì, il francese lo parlo, ma l’italiano è la mia lingua madre”.
Lei: “Ah, e non sono la stessa cosa?”

TOMBOY: Protagonista del film è Laure, 10 anni, appena arrivata in un nuovo quartiere di Parigi con i genitori e la sorella più piccola, Jeanne. Un po’ per gioco, un po’ per realizzare un sogno segreto, Laure decide di presentarsi ai nuovi amici come fosse un maschio, Mickaël: il modo in cui si veste e si pettina, l’impeto con cui si azzuffa e gioca a calcio, non sembrano lasciar dubbi sulla sua identità e Mickaël è accettato nella comitiva. L’inizio della scuola però è dietro l’angolo e il gioco dei travestimenti si complica, tanto più che i genitori sono all’oscuro di tutto…

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Let’s Movie LXXV

Let’s Movie LXXV

LE DONNE DEL SESTO PIANO
di Philippe Le Guay
Francia, 2011, 106’
Mercoledì 22/Wednesday 22
21:30/9:30 pm
Astra

Finland-Forever Fellows,

Allora qui urge una lista di quelle classiche, punto-dopo-punto pam-pam-pam, per accogliere e arginare la calca di Moviers che preme per guadagnare l’isola felice di Letsmovieland, dove, ricordiamo, l’improbabilità regna sovrana.

Non spingete, che c’è posto per tutti…

  • La Fellow Ekatarina detta Katarì ― lei forse non coglierà la citazione pizzaiola molto 80s, ma noi Moviers molto 80s, sì; spero che la Fellow riesca a organizzare delle proiezioni di film in lingua inglese che saremo ben felici di prendere in considerazione per la programmazione letsmovieana 🙂
  • La Fellow Elisa detta Patata, Duchessa non sportiva del Ducato di Spor(T)maggiore, che per pigrizia e sonno facile non verrà mai a Let’s Movie ma che sa benissimo che “le donne sono una COSA importante” 🙂
  • Il Fellow Lorenzo detto Lore, Duca del Ducato di Spor(T)maggiore, che non verrà mai a Let’s Movie, e non per pigrizia o sonno facile, ma perché sarà impegnato a ingozzare di junkerie varie la sezione discarica “Let’s B Movie”, iniziata qualche tempo addietro dai nostri tre(sh) Piccoli Porcellin, il Fellow Andy The Situation Prestige Phelbs, il WG Mat e l’Anarco-zumi. Un Board atterrito teme possibili tresh-summit fra i quattro summonnezzati, ehm, summenzionati…
  • La Fellow Margherita del Clan CREATE-NET, che non ne potrà più di M’ama-non-m’ama e Riccardi (S)Coccianti e Faust e maestri e compagnia bella, e che per questo chiameremo Megghi. Sì, all’italiana, così, per amor d’italianità (come facemmo con il Fellow Gerri, mica Jerry) ― ogni tanto la filo-anglofonia di Let’s Movie lascia spazio al dolce stilnovo… Un grazie speciale alla Fellow Fata Jes per aver fatto da Virgilio, scarrozzando la Megghi in giro per Let’s Movie.
  • La Fellow Cristina detta Cristina Casa-Clima, preziosissimo acquisto di Let’s Movie vista l’alta expertise in materia cinematografica ― un ringraziamento speciale alla Fellow Vaniglia che ha seguito le trattative dell’acquisto, convincendo Cristina a partecipare alla proiezione di “Beyond”.
    Approfitto per chiarire un misunderstanding identitario e fare pubblica ammenda: giovedì la crapa dura del Board ha finalmente capito che la Fellow Vaniglia è Roberta mentre la Fellow Cioccolato è Elisabetta, e non viceversa! Purtroppo il Board, obnubilato da tutta ‘sta grazia dei cine-sensi, ha confuso visi, colori e sapori… Sorry, sorry, sorry e ancora sorry… Ho fatto un pastiche vanille et chocolat… 🙂

Benvenuti my baby Fellows! Come dite? Quel cartello lì vi sembra familiare? Bah non so, l’ho comprato a una svendita divina… Mi hanno spiegato che la scritta “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate” è un contrappasso…allora l’ho piantato sulla spiaggia di Letsmovieland. Carino eh?

A proposito di “Beyond”… Do la lode, Fellows, do la lode e se non fossi cauta scoccherei pure il bacio accademico… Ringrazio le citate Fellow Vaniglia, Cristina Casa-Clima (il Board molto piacevolmente colpito dal bellissimo ritardo sfoggiato) e il Fellow D, anche lui in splendido ritardo da cardiopalma.

Ma lasciatemi ricorrere a una lista punto-dopo-punto pam-pam-pam, anche per fare il punto su “Beyond”, perché da giovedì sera troppe idee mi fruni-frullano per la testa e se non le appunto, rischio di perdere il filo ― e non so se avete notato quanto tricot c’è in questa frase.

  • Inizio con il dire che perdoneremo il Fellow D per il suo “mi sarei alzato e me ne sarei andato dopo 10 minuti” in base all’articolo 2 della Cine-Costituzione, che recita: “Il Board perdonerà ogni Fellow reo di espressioni tipo: ‘mi sarei alzato e me ne sarei andato dopo 10 minuti’”. Il Board si ripromette quindi di rispettare la linea ‘perdona quei Fellow perché non sanno quello che fanno’”.  🙂 Inequivocabili anche i capi scossi e sconsolati di Roberta e Cristina davanti al Fellow D, anche loro colpite dal film…
  • Di “Beyond” si apprezzano  gli spigoli. Finalmente un film che non sceglie le smussature; niente angoli iniziali che poi, non si sa bene hellokitty come, si rivestono di gommapiuma salva-spettatore e tu, spettatore, te ne esci dal cinema come un pupo con la testa bella sana… Invece no! No! No e ancora NO alla gommapiuma! Al cinema ci si deve far male ogni tanto! Perché è con un cerotto in fronte che ti metti a tirare paragoni fra te stesso e l’altro da te, e a riflettere un po’… L’arte come mero strumento di diversione c’interessa poco ― per distrarsi ci sono il sudoku, eventualmente le pubblicità di Dolce&Gabbana. So che il 99% dei Moviers concepisce il cinema come momento di sospensione dalla routine quotidiana, e sono anche d’accordo. Ma perché non possiamo sospenderci dalla nostra vita per entrare in vite altrui che magari possano farci capire che la nostra vita, quella che a volte ci sembra tanto sciapa o brutta, forse poi tanto sciapa e brutta non è? Will you think about it, my thoughtful Moviers? 😉
  • Per gli 85 Moviers che non l’hanno visto ,“Beyond” è la storia di Lena ragazzina che ritorna a galla dal passato nel momento in cui Lena adulta deve fare i conti con la madre in punto di morte. Ma non è il solito andamento flashback-flashforward di sempre. È come se fossero due narrazioni parallele. E lo si capisce da una delle prime scene, quando Lena piccola e Lena grande nuotano insieme in piscina. La piscina è un spazio estremamente simbolico in questo film ― e per pietà vostra non mi addentro nella selvaoscura di allegorie classiche attribuite all’acqua… La piscina è il luogo in cui Lena piccola smorza la vergogna che le brucia dentro ― vergogna di avere un padre alcolizzato, una madre che nononstante botte&sim. lo ama e non riesce a lasciarlo, vergogna di vergognarsi della propria famiglia. C’è una battuta del film in cui questa sua fiamma che arde dentro a Lena è espressa in maniera molto poetica. “Brucio e brillo come una lampadina sul punto di fulminarsi. Puf. Nei miei sogni le case bruciano”. Solo lì, nelle chiare, fresche et dolci acque di una piscina, Lena riesce a mitigare quella fiamma che la consuma dentro ― e che purtroppo consumerà il fratello, condannandolo all’inedia, alla tossicodipendenza e infine al suicidio. Non è un caso che Lena adulta, dopo aver visto la madre ridotta in fin di vita all’ospedale, corra disperata alla piscina comunale, che troverà chiusa… La fiamma è quella di un tempo. La foga di smorzarla, sempre la stessa. (Sostituirà l’acqua della piscina negata, bevendo da tutti i bicchieri pieni che troverà a casa… Sono questi dettagli che fanno un film ― e il manierismo non c’entra , my 2 cents… :-)).
  • Ma è il tema dell’amore distruttivo e di-struggente, quello che più affascina… Il padre di Lena si lascia andare all’alcol, finendo per perdere qualsiasi dignità, trasformandosi in una larva disumana e violenta. E la moglie non solo subisce tutto questo, ma addirittura lo segue in questa discesa negli inferi dell’apatia e dell’auto-annullamento. Non riesce a smettere di amarlo, malgrado violenze, schifo, umiliazioni.

Sempre perché nella vita “everything is connected” (yes, Mat), ieri mi è ricapitato di sentire questa canzone… E grazie alle traiettorie immaginarie che si tracciano fra una forma d’arte e l’altra, ho pensato istantaneamente  a “Beyond”. Vi prego, prendetevi questi 4 minuti e 22 secondi e ascoltatela A PALLAhttp://www.youtube.com/watch?v=zVlH4bCwPG4

“Love is noise, love is pain, love is these blues and I’m singing again”…. I Verve cantano l’amore che è rumore, che è dolore, che è reiterata depressione… È esattamente così l’amore fra il padre e la madre di Lena, incasinato, doloroso, malato. Eppure, è amore. E anche quello filiale, di Lena per il padre e la madre, inquinato di umiliazioni, botte, soprusi. È amore anche quello. E infatti la madre chiederà di essere seppellita accanto alle ceneri del marito; e infatti Lena, alla fine, con un pianto mai pianto prima, griderà: “Lei era la mia mamma”.
L’amore, in ogni sua declinazione, è un casino. Ma è.
Board, Sara, prendi e porta a casa…

  • Lode anche al coraggio di sbattere in faccia allo spettatore con atteggiamento neutro ― e non viziato dal giudizio ― il brutto, le mutande sporche, i piatti incrostati, senza per questo indulgere nel pietismo e nella drammatizzazione fine a se stessa. Ripenso a un film come “Un gelido inverno” nato con lo stesso DNA di “Beyond” (famiglia disastrata, figlia sola contro il resto del mondo), e naufragato sugli scogli del buonismo americano… E come me la rido davanti al cadavere americano “Winter’s Bone” che cadde-come-corpo-morto-cade davanti al pesomassimo finlandese “Beyond”…

Quindi sì: Puuuuuuuuuuuuuuuuunto Finlandia!

Ma ecco, parmi udir di laggiù un “Baaaaaaaasta Board”…  Ok, ok, abbandono l’italianità trecentesca e passo al film della settimana

 

LE DONNE DEL SESTO PIANO
di Philippe Le Guay

Vi dico solo una cosa su questo film presentato allo scorso Festival del Cinema di Berlino: È UNA COMMEDIA!!
Non sarà divina, ma non ve la vorrete mica lasciar scappare?!?! 🙂

E adesso il Baaaaaasta-Board (che potrebbe trasformarsi in un insulto con pericolosissima facilità), vi ringrazia di esistere, vi immortala un riassunto là in fondo nella calce, e vi saluta con dei saluti dantescamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

P.S. Il Board ringrazia i 25 milioni di Moviers che lo scorso weekend hanno fatto il quorum a S.B. 🙂

LE DONNE DEL SESTO PIANO: Parigi, anni 60. Jean-Louis Joubert, agente di cambio rigoroso e padre di famiglia un po’ rigido, scopre che un allegro gruppo di belle cameriere spagnole vive al sesto piano del suo palazzo borghese. Maria, la giovane donna che lavora a casa sua, gli apre le porte di un universo esuberante e folkloristico, diametralmente opposto alle buone maniere e all’austerità del suo ambiente. Colpito da queste donne piene di vita, Jean-Louis si lascia andare e per la prima volta assapora con emozione i piaceri più semplici. Ma si può davvero cambiare vita a una certa età?

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Let’s Movie LXV

Let’s Movie LXV

MAMMUTH
di Benoit Delépine e Gustav Kervern
Francia 2010, 89’
Mercoledì 13/Wednesday 13
19:40/7:40 pm
Smelly Modena

My life-is-a-bitch Moviers,

Incipit impegnativo, me ne rendo conto. A volte le sassate vengon giù fitte fitte e partoriscono degli incipit impegnativi…

Tutta una serie di accadimenti mi ha fatto pensare molto a Let’s Movie e il Baby Blog, al Board e al senso di quiesta iniziativa.

Ero partita con l’idea di vedere “Winter’s Bone” insieme all’Honorary Member Mic giovedì, e poi di uccidere Let’s Movie.
Una coltellata e via. Per colpa delle sassate, di life-is-a-bitch, e di tutta una serie di accadimenti… Tra questi c’è anche un punto dolente su cui mi hanno dolentemente fatto riflettere in questi giorni, e cioè sulla presunta tendenza dei trentini all’individualismo, all’auto-isolamento ― tendenza forse trasferita geo-geneticamente dalle onni-occludenti montagne, chissà. Insomma a quanto pare siamo bravissimi a rintanarci, a chiudere le porte.
Che io sia d’accordo o meno con questa lettura, poco importa qui. Quello che importa è che Let’s Movie è nato PROPRIO per combattere questa tendenza. È nato per farvi aprire la porta, per farvi “muovere” fuori, in senso figurato e non.
Se ora lo uccido, ricorro (trentinamente?) a catenacci e serrature. E non voglio PROPRIO ― io sono per il movimento, figurato e non.

Io mi chiedo sempre se quello che faccio abbia un senso (come tutti forse, non so, ma io ci sono un po’ ossessionata) …. Be’ il senso di Let’s Movie, se gliene devo trovare uno, è il cinema condiviso. Perché il cinema da soli è bello, ma il cinema con 1+x persone è un’equazione dai risultati esperienziali la cui portata arricchente e imprevedibile tende a infinito.
Quindi sì, nonostante ci sia mancato un soffio, poso il coltello…

Per ora Let’s Movie vive ― o meglio, sopravvive, ammaccato, dopo piogge di sassi fitte fitte… Non so di preciso per quanto. Non so ancora se con cadenza settimanale… Ma per ora tira avanti.

I will keep the signal alive. No matter what.

Let’s Movie ha anche tre salvatori inconsapevoli. La Honorary Member Mic, e la sua richiesta “Non ucciderlo”, con quello sguardo tra il dispiaciuto e l’incazzoso che le riesce così bene. La Fellow Flavia e il Fellow Fabio EffeBiKappa che da tanto tempo non vedevo. Ritrovarli lì giovedì, inaspettatamente, sull’uscio dell’Astra mi ha detto qualcosa…

Dopo questa difficile premessa, fatemi ringraziare i Fellows che hanno preso parte all’iniziativa lanciata dal WG Mat e da Andy-the-Situation-Phelbs ― la visione di “Boris” – Il film” lunedì scorso. Sono accorsi la Fellow Junior, il Fellow O’ Principe Ferdinando, il Sergente Fed FFF insieme alla dissident Ben e la guest Giuseppina.
Non so di preciso cosa il film mi abbia lasciato… Di sicuro un dilemma esistenziale ancora irrisolto. “Ma si dirà io penso che bisogna, o io penso che bisogni?”??

Della partecipazione a “Winter’s Bone”, ho già ringraziato la Fellow Shrilanka-Forever Flavia, il Fellow Fabio EffeBiKappa e la Honorary Member Mic (in apprezzabilissimo quasi-ritardo).

Che dire del film se non un frustratissimo, valentiano “Mannnnnnnnòòòòòòòòòò!”. Concordo a pieno con la disamina della Mic: “Ts, ‘sto film è la sagra dei cliché”. In effetti non se ne fa mancare uno… Vedete un po’ voi:

Missouri montano che pare Kamauz (per i poco avvezzi con le geografia trentina, Kamauz è la topo-allegoria montana dell’orrore per eccellenza); famiglia disastrata con psycho-madre + padre delinquente scomparso (accoppiata che piace a Hollywood in maniera quasi perversa, “8 Mile” docet); destino della famiglia tutto sulle spalle della figlia diciassettenne, trasformata per l’occasione nel prototipo della madre-coraggio yankee di cui, va detto, sentivamo tutti una profonda mancanza; lieto fine raggiunto dopo momenti splatter che hanno suscitato un’ilarità d’altri tempi ― e chi ha diciassette anni non ha assitito alla moto-segatura di un paio di mani per dimostrare la morte del proprio padre??; ridicolo scimmiottamento dei tempi dilatati tipici di tanto cinema d’essai occidentale (e orientale, naturalmente); il tutto scandito da un inglese pressoché incomprensibile. Vi basta?

La Honorary Member Mic e io abbiamo cominciato a ridere al quarto minuto… Bah, il bello è che “Winter’s bone” è stato definito la rivelazione dell’anno… E una signora fuori dall’Astra non faceva che parlare del pathos del film… Bah… Io dico solo stiamo attenti con ‘ste parole, che da “pathos” deriva “patetico”…

Spero di azzeccare (be’, peggio degli ultimi film non possiamo fare, credo, Moviers…) con

MAMMUTH
di Benoit Delépine e Gustav Kervern

Aspetto questo film dalla Berlinale dell’anno scorso ― come non farsi conquistare da un road-movie con Gerard Depardieu-Mammuth versione centauro?

Se mercoledì alle 19:40 vi risulta ostile, sappiate che lo ridanno giovedì alle 21:00 al Supercinema Vittoria ― mi scuso per lo Smelly Modena e l’orario molto poco Let’s Movie, ma questo giovedì mi sarà proprio impossibile…

E dopo questo messaggio di difficilissima stesura, vi ringrazio della pazienza, my down-with-door Moviers, e vi lascio con il riassunto in calce e dei saluti freddiemercurianamente cinematografici.

… Ah, e riguardo le piogge di sassi… “It can’t rain all the time”…

Let’s Movie
The Board

MAMMUTH: Un operaio compie 60 anni e decide di andare in pensione. Scrupoloso lavoratore dall’età di 16 anni, non ha mai fatto un giorno d’assenza, mai un giorno di malattia. Ma appena prova a ritirare la meritatissima pensione, si imbatte nel muro implacabile della burocrazia. Scopre così che molti datori di lavoro hanno “dimenticato” di versargli i contributi. L’unica soluzione per ricevere tutti i benefici pensionistici è quella di far visita a tutti i vecchi datori di lavoro e chiedere le dichiarazioni mancanti. Incoraggiato dalla moglie, il nostro eroe monta sulla sua vecchia moto degli anni Settanta, una Mammuth, da cui prende il soprannome, e parte. Torna nei luoghi della sua adolescenza, in un viaggio che lo riporta da vecchi datori di lavoro, amici e parenti perduti. È durante questo viaggio che si accorge che la gente lo ha sempre considerato un incolto imbecille. Attanagliato dal dubbio e allucinato dalle apparizioni di Yasmine, il suo primo amore, morta in un drammatico incidente motociclistico, il compito di recuperare i documenti mancanti appare, poco a poco, futile. La salvezza arriva tramite la sua nipotina, che risveglia in lui il dormiente poeta felice. Invece di avviarsi lentamente verso la morte, Mammuth decide di abbracciare la vita e ricominciare.

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Let’s Movie LXI

Let’s Movie LXI

I RAGAZZI STANNO BENE
di Lisa Cholodenko
USA 2010, 106’
Martedì 15/Tuesday 15
21:30/9:30 pm
Astra

Fratelli d’Italia Fellows,

Ghigno molto da genio del male… Ho incastrato un nuovo Movier venerdì, con la complicità dell’Anarcozumi e di una serata lacustre… 🙂
Diamo quindi il benvenuto al Fellow Ivan detto Cristoforocolombo ― Cristoforocolombo per il talento dimostrato nell’avvistare i compagni al largo della cassa, e senza salpare dal Porto di Palos…
Il nuovo Fellow si è già allineato al trend dei Moviers, da sempre dei fuoriclasse nell’arte della scusa. Ivan, anzi, Cristoforocolombo, il tuo “devo-andare-a-letto-presto-che-domani-scio” di venerdì sera, pur essendo in linea con il suddetto trend dei Moviers, tende a risvegliare le ire del Board, che hanno il sonno risaputamente leggero….
La frequenza è obbligatoria, e come già detto in passato, Movier avvisato, mezzo salvato…

Ormai il palinsesto lo conoscete, my Fellows. Ora scatta il momento ringraziamenti ufficiali, che sono particolarmente ringraziamenti e particolarmente ufficiali. Ci aspettavamo solo la Honorary Member Mic giovedì sera alla proiezione di “The Fighter” ― il CdA aveva in programma la valutazione sul campo di Christian Bale, Mister Academy Awards Outfit 2011. E invece:
1. il Board ha incontrato l’Anarcozumi on the way, e con lei ha corso l’ultimo tratto del Boulevard November 3rd in pieno stile Let’s Movie;
2. Ad attenderci, al Nuovo Roma, oltre alla Honorary Member Mic pronta scattante ai blocchi di partenza, ecco un Fellow Pilo accorso in bicicletta (pure dopo il jogging!) e infilato in una felpa con cappuccio grigio-Rocky assolutissimamente in pendant con il boxing mood di “The Fighter” (il Board ha molto apprezzato l’abbinamento del Fellow Pilo… il Board benedice sempre i matrimoni tra outfit e cinema :-)).

Mi aspettavo lo zoccolo duro dei nostalgici legati a quell’“Adriaaaaaaanaaaa”  che ci ha accompagnato lungo il difficile cammino dell’adolescenza (mamma mia, molto Maria Rita Parsi qui), e invece la banda Let’s Movie si è ritrovata nel deserto del Gobi. Mi sono presa la briga di contare i presenti: 14! A Trento espressioni come “sbancare il botteghino” assumono significati quanto mai anomali…

“The Fighter” parte bene. C’è tutto quello che bisognerebbe trovare: squallidissima periferia americana (a me ricordava molta la Flint michiganiana di “Fahrenheit 9/11” oppure l’Idaho di “Napoleon Dynamite” ― il Fellow trevigiano Giak consiglia…); famiglia ridicola e invasiva (prendete le cotonature delle figlie e il ruolo della madre-virago come esempi interscambiabili di ridicolezza e invasività); il dramma del “boxeur maudit”, Dicky Ecklund, il campione che sfuma nel crack il successo e vive ricordando ossessivamente a tutti che lui “ha battuto Sugar Ray Leonard” (nessuno dei 14 presenti in sala se lo scorderà più, ne siamo certi); il fratello Micky “Grande-Grosso-e-Balosso” Ward, bamboccione manovrabile la cui americanissima innocenza farebbe quasi tenerezza, non risultasse così irritante a noi italianissimi scafati.

Tutto regge fino a dieci minuti dalla fine quando si comicia a precipitare inesorabilmente verso il baratro dell’happy-ending, che trasforma un dignitoso film drammatico in un Rocky con gli assistenti sociali… l’Honoray Member Mic e io ci siamo guardate sconsolate e abbiamo atteso il nostro destino.
Il baratro è: Micky-bamboccio campione del mondo, Dicky-druggie redento, pace in famiglia ripristinata, scurdammoce ‘o passato, tutto è bene quel che finisce bene, tante belle cose… E tutto in poco meno di dieci minuti ― con un quarto d’ora cosa sarebbe successo, mi chiedo, la famiglia Ecklund si sarebbe trasferita in TeletubbieLandia??

La cosa che mi ha fatto riflettere di più è che si tratta di è una storia vera. Ho raggiunto quindi la conclusione che gli americani devono avere la capacità (perversa) di fabbricarsi storie vere a lieto fine con lo scopo di poterci ricavare dei film che finiscono per celebrare il pattern-vademecum “Come trasformare un loser in un winner. America: istruzioni per l’uso”.
Si genera una coazione a ripetere di storie rosa che ribadisce quanto noi europei/italiani/trentini/Board siamo distanti da un’esaltazione simile.
Guardate Fellows, non è che a me l’happy-ending non piaccia, veh. Ma c’è happy-ending ed happy-ending. Prendete per esempio “La vita è meravigliosa”. Cavolo, più happy-ending di così! Oppure il delizioso “American life”. Sono gli anni luce che separano le premesse del film/della storia dalle conclusioni del film/della storia a farmi sentire quanto un lieto fine sia fuori luogo, e non credibile per noi, qui in Europa/Italia/Trento/casa del Board… Per noi qui, abituati ad accontentarci delle piccole soddisfazioni del quotidano, delle piccole cose (come Uxbal in “Biutiful”, quando contempla il cielo di Barcellona dall’autostrada), e NON dei titoli mondiali alzati al cielo quando cominci dal ring sottocasa….

Per questo ho sbuffato come una locomotiva alla fine del film. Perché  alla fine della fiera “The Fighter” non fa che riproporre l’epica dalle-stalle-alle-stelle di Rocky spolverandola qua e là con un po’ di crack e con le conseguenze del crack ― Rocky con gli assistenti sociali, dicevamo…

Del film salvo l’interpretazione di Christian Bale ― applusissimi per lui ― e la brava Melissa Leo, il cui personaggio di madre-virago si affianca a quello della madre-virago di “Animal Kingdom” ― se non ricordate il film, il Fellow Iak-the-Mate sarà lieto di aiutarvi…
E salvo anche i guantoni che l’Anarcozumi si sarà comprata venerdì mattina, insieme all’abbonamento “Be-a-Boxer-Zumi!” presso qualche palestra cubano-trentina ― l’Anarcozumi subisce molto il fascino dello sport, cioè, degli outfit degli sport…

E per questa settimana molto tricolore, il Board propone un film malandrinamente non tricolore ― Let’s Movie va controcorrente come i salmoni…

I RAGAZZI STANNO BENE
di Lisa Cholodenko

Presentato in concorso al 60esimo Festival di Berlino (2010) e vincitore di una sfilza di Golden Globe, il film c’intriga perché FINALMENTE propone una storia gay fra donne (bello “Brokeback Mountains” eh, per carità, ma un po’ di lesbismo no??). E anche perché c’è Julianne Moore che ci piace proprio tanto.

Ora, il film è martedì. Avete mercoledì sera, giovedì ― e pure venerdì se fate il ponte ― per far bisboccia con l’Italia pronta a soffiare sulle sue 150 candeline… Accetterò solo la giustificazione del Fellow Garibaldi che come sapete tutti, ha dei problemi ad una gamba.

Sperando abbiate apprezzato la brevità di questo mio messaggio ― praticamente un sms ― vi ringrazio dell’attenzione, luce-dei-miei-occhi Moviers, e con il riassunto calcificato di sempre, vi mando saluti patriotticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

I RAGAZZI STANNO BENE: Nic e Jules sono una coppia lesbica di mezza età. Profondamente innamorate l’una dell’altra, hanno costruito un sereno ambiente familiare con i due figli adolescenti, Joni e Laser. Quando Joni compie diciotto anni, è il fratello minore a farle pressioni perché si rivolga alla banca del seme e scopra l’identità del donatore segreto con cui condividono il patrimonio genetico. Inizialmente scettica, Joni si mette sulle tracce del padre e scopre che questi è Paul, un dongiovanni che gestisce un ristorante biologico alla periferia di Los Angeles. Quando per caso le due madri vengono a conoscenza del fatto, decidono di introdurre Paul nel loro nucleo familiare.

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Let’s Movie LVIII

Let’s Movie LVIII

IL GRINTA
di Ethan e Joel Coen
USA 2010, 110’
Mercoledì 23/Wednesday 23
21:45/9:45 pm
Astra

Marathon Moviers,

Applico il principio dei vasi comunicanti e vi vedo tutti maratoneti scalpitanti alla partenza… Questo perché voi non lo sapete ma oggi avete corso con il vostro Board, il Fellow Iak-the-Mate e il Fellow Fra(nz) la Mezza Maratona di Verona, altrimenti detta “la Maratona dell’Ammmoooore”!

In loco, a supportare un Board con adduttore problematico, un Mate al fulmicotone e un Fra(nz) in formissima checché ne dicesse, c’erano: il WG Mat (Chauffeur Ufficiale e Responsabile Irresponsabile della Logistica), la Honorary Member Mic (Honorary Personal Assistant to the Board-Road Runner), il Fellow D (Fotografo Itinerante & E-Map-holder), la Fellow Fata Jes (Assistente al Fotografo Itinerante e E-Map-holder) la Fellow Sara coi piccoli tifosi Matteo e Daniela, e gli illustrissimi guests Betty e MiniMate Niccolò del clan Carreras.
Il supporto a distanza è arrivato, fortissimo e apprezzatissimo, dall’Anarco-Zumi, dalla Fellow Giuly Jules, dal Fellow Pilo, dal Principino di Busa Belair Marco, dall’Archibugia Katrin, dalla Fellow Kat e dalla Fellow Cap.

Ringrazio tutti, ma proprio tutti, presenti e presenti a distanza per l’alzataccia, lo sbattimento, il tifo e il calore con cui hanno dato forza a un Board che temeva di capitolare, e che invece è riuscito a non sfigurare troppo accanto agli altri due Runners… 🙂
I tempi del cine-trio?

Iak-the-Mate (detto Scheggia): 1 ora e 27 minuti
The Board: 1 ora e 34 minuti
Fra(nz): 1 ora e 38 minuti

Che c’entra questo con Let’s Movie? Vi chiederete voi, scetticheggianti… Be’, c’entra perché Let’s Movie basa la sua ragion d’essere sul movimento e la compartecipazione oltre che sul cinema. La Maratona è una delle massime espressione del movimento condiviso, un fiume di scarpe che tamburellano lungo un percorso dalla lunghezza storicamente significativa…
Sapere che tutte le persone lì con me oggi, anche solo con il pensiero, erano amici E Moviers mi permette di tracciare un meraviglioso segno di uguaglianza tra l’ente “amicizia” e l’ente “Let’s Movie”… È proprio lì, credo, il valore di Let’s Movie, dentro quell’uguale…

Ora però, dopo aver ringraziato CREATE-NET per aver gentilmente sponsorizzato i tre runners (si può dire “Mr. President 4 President??” o è troppo tautologico?), il Board si disconnette dalla modalità Bo(a)rd(in) ― il mitico Gelindo vive dentro di noi! ― e passa ai ringraziamenti della settimana…

Il Fellow D, l’Honorary Member Mic e la Fellow Cap si meritano sentitisssimi ringraziamenti per aver preso parte a Let’s Movie mercoledì ― il Fellow D arrivato sano e salvo dal Kerala, la Honorary Member Mic e la Fellow Cap arrivate sane e salve da Trento Nord (Kerala e Trento Nord: stessa roba..).

“Another Year” è uno dei quei film specchio che sarebbe bene vedere solo quando durante la giornata ti è successo qualcosa di potentemente bello che neutralizzi la carica potentemente deprimente rilasciata dal film. “Specchio” perché certi personaggi, certe storie, anche solo certe porzioni di personaggi e storie, sono occasione di riflessione: nel senso che riflettiamo SU di loro perché ci riflettiamo IN loro.

Quando le storie hanno per protagonisti personaggi soli, con vite magari banali in cui l’acquisto di un’utilitaria rappresenta la svolta, o un barbecue l’evento dell’estate, la comunanza che lega noi e loro è fonte di malessere ― ne sanno qualcosa la Honorary Member Mic e il Board che si sono riviste MOOOLTO in certi passaggi… Insomma, rivedersi in loro non è proprio il massimo….

Il film si apre su una donna di mezza età che al commento della psicologa “Il cambiamento spaventa” risponde “Nulla cambierà”. Ecco, sfido chiunque a non aver pensato la stessa cosa almeno una volta nella vita… A volte (poche, spero) cadiamo prigionieri di una stasi esistenziale ed emotiva in cui tutto pare imbalsamato in un’eterna fissità senza via di scampo o possibilità di trasformazione… Insomma, un “Nulla cambierà” racchiude pagine e pagine di tribolazione umana ― e Mike Leigh, dritto dei dritti, lo sa…

“Another Year” scandisce quattro stagioni della vita (un po’ come il film di Kim Ki-duk, il parallelismo è lampante) e nella vita dei cinquantenni-o-poco-più Tom e Gerri ― buffa la scelta Looney Tunes dei nomi ― e dei personaggi che satellitano intorno a loro. Il figlio Jo, gli amici Mary, Ken, Ronnie. Leigh è maestro nello schiudere la vita piccola delle persone normali e nel tirar fuori, da quella vita piccola, la loro grandezza …

Il regista sembra avere una particolare fascinazione per Mary, donna sola solissima, fragile fragilissima, che sfuma nell’alcol e nella nevrosi una giovinezza ormai passata, e una voglia di contatto con l’altro che fa penare lo spettatore. Alla fine l’occhio cinematografico si chiude magistralmente su di lei: a un tavolo pieno di risate e aneddoti raccontati da commensali vari, lei risponde con un silenzio pesantissimo dentro il quale leggiamo inadeguatezza, solitudine. Sconfitta, anche.
Quindi sì, “Another Year” è uno dei quei film specchio che sarebbe bene vedere solo quando durante la giornata ti è successo qualcosa di potentemente bello…

Ma corriamo a vedere cosa ci offre Let’s Movie questa settimana:

IL GRINTA
di Ethan e Joel Coen

Presentato al Festival del Cinema di Berlino 2010, candidato a enne Oscar, tra cui quello come miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista (Jeff Bridges, vecchia conoscenza dei Coen), “Il Grinta” è il rifacimento dell’omonimo film di Henry Hathaway del 1969. Il Board non è molto per i film di genere, specie il genere western ― scusate ma proprio non riesco a digerire il modello machista e pistol-centrico incarnato  e diffuso da John Wayne… Ma ci interessa molto l’operazione di rivisitazione di questo film da parte dei guitti Coen ― Let’s Movie ama i guitti…

Allora vi aspetto, eh, Marathon Moviers…. E mi raccomando, Be Marathon Moviers!
I ringraziamenti sono d’obbligo, così come il riassunto in calce, così come i miei saluti che, oggi 20 febbraio 2011, sono filippidamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

IL GRINTA: Dopo che il padre è stato ucciso da un pistolero di nome Tom Chaney, la 14enne Mattie Ross decide di avere la sua vendetta. Per avere aiuto, assolda il più duro dei Marshall del west, Reuben J. “Rooster” Cogburn, un uomo ruvido e dal carattere difficile che accetta con riluttanza che Mattie lo accompagni nella caccia all’uomo di cui è stato incaricato. A loro si unisce poi un Texas Ranger di nome LaBoeuf, da tempo sulle tracce di Chaney.

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