Posts Tagged "Festival del Cinema di Cannes 2011"

Let’s Movie CXXV

Let’s Movie CXXV

C’ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA
di Nuri Bilge Ceylan
Turchia 2011, 150’
Martedì 19/Tuesdsay 19
20:30/8:30 pm
Astra/Mastrantonio’s

Mohican Moviers,

La squadra ingegneristica di Let’s Movie, capeggiata dal Fellow Iak-the-Mate, propone con insistenza un modello di movie-mail a venti righe. Io reagisco con quella forma di comprensione che è solito assumere Toro Seduto nei confronti del giovane Nube-che-corre.
No perché innanzitutto dobbiamo cominciare con l’accogliere due nuovi Moviers in Let’sMovieland, il cine-parco giochi che non vi costringe nemmeno a relazionarvi con la figura mesozoica di Prezzemolo. Diamo il benvenuto a Marco, detto Fellow Sherlock, per le sue capacità enogastonomico-investigative, e Massimiliano detto il Fellow Esterno, per le sue capacità da esterno nelle serate enogastronomico-investigative, che per altro vide il Board nel contesto bike-crash di due settimane fa ― sì Trentoville è piccola, e l’ospedale mormora. 🙂

Come già menzionato sabato, my two new Moviers, Let’s Movie vi annette e non vi cede più ― scordatevi gli scambi da Monopoli io-ti-do’-Viale-dei-Giardini-e-tu-mi-dai-Largo-Augusto (ts). Mettetevi pure comodi, e non fate caso alla svogliatezza che a tratti s’impossessa dei vostri Fellow Moviers: si lamentano un po’, ma son più buoni del cotton candy. 😉

Il Fellow Carrot Pie, per esempio, rincontrato dopo 2 anni di latitanza durante l’impresa della domenica (Trento-Bondone-by-bike con Fellow Pilo in forma smagliante 🙂 ), si dice colpevole della latitanza, ma si ripromette di recuperare tra una pedalata di 8 ore e l’altra. Più cotton candy di così?!? 😉

Vedi Nube-che-corre, sbrigata l’ordinaria amministrazione del movie-membership, dobbiamo stilare il rendiconto sulla presenza letsmoviana di martedì scorso. La probabilità con cui l’Anarcozumi  aveva classificato la sua presenza si attestava intorno al “2 su 100”, per via della giornata in ufficio finita alle 8:00 pm, e l’impossibilità di realizzare il rientro a Sopramontown e la discesa back-to-Trentoville per le 9 pm. Il Board, un po’ Britney per la prevista loneliness, con aria fiammiferaia e andatura da acciaccata per il carpiato sull’asfalto (sempre lui, lo ricordate, sì?) raggiunse MastrantonioMandrake, colui che tutto sa. Ebbene, ancora una volta l’Anarcozumi dette prova dei suoi super-poteri. Non solo si presentò con 7/8 minuti d’anticipo acquistando pure il biglietto al Board (!), ma fu persino in grado d’infilare dei Sofficini tra l’andata a casa e il ritorno a Trentoville, neutralizzando così lo starving in nome del let’smoving.
Rimaniamo sempre stupefatti dai talenti tempistico-culinari dell’Anarco, maga dello spazio-tempo e dell’universo Findus. A proposito di Anarco. Ci tengo a far sapere a tutti i Moviers che la ragazza sta seguendo le riprese di un nuovo film (“La montagna silenziosa”) ambientato da queste parti, ed ha passato gli ultimi giorni in compagnia di Claudia Cardinale (cioè, non Pamela Petrarolo, Claudia Cardinale) e William Moseley (cioè non William Moseley, William Moseley…Scherzo dai! È quel kid delle Cronache di Narnia… :-)).

Al rendiconto aggiungiamo ― con non poca fierezza ― anche la partecipazione della Fellow Aripy, la nostra dea indi (rock? Indagheremo) che sfruttò la propria divinità in nome del Movier-recruiting e convinse anche le Fellow MorAles (Alessandra, capello corvino e appeal chicano) e la Fellow Irene, detta Brooklyn, che ci legge sempre, ma che era al suo primo Let’s Movie in carne e ossa ― la conferma che mi leggete sul serio a volte mi disorienta! Irene, ovviamente la tua cine-identità, Brooklyn, è legata tensostrutturalmente al tuo cognome… 😉 Insomma, possiamo affermare con ragionevole sicurezza che martedì si tenne il primo gineceo lezmuviano.

E guardate, son contenta come ‘na matta che il film abbia riscosso 10 thumbs up ― come sapete, Let’s Movie si affida a “Thumbs up/down”,  il sistema di rating più funzionale sul mercato dai tempi di Fonzie. E sono stata contenta di condividere il film con altre quattro Movier perché mette a nudo un lato di Marilyn che è ― o può essere ― tipicamente femminile. Il regista ha volutamente scelto di evitare le vicende e i love affairs e gli scandali e la morte e il post-mortem della diva, preferendo invece investigarne la fragilità e l’insicurezza ― e non che gli uomini non siano fragili&insicuri, anzi, ma la diade, diciamo, riguarda più l’intergalassia “donna”…

Marilyn poteva essere la femme fatale più fatale che possiate immaginare ― c’era qualcosa di estremamente potente nel modo che aveva di porsi e di stregare tutti, politici, scrittori, sportivi, reali, poveracci, tutti. Ma poteva essere anche la più borderline delle affette da carenza cronica di autostima. Ed è esattamente questo che mi ha fatto apprezzare il film e Marilyn ― il fatto che fosse adorabilmente (e tragicamente) umana: le dee non conoscono carenze croniche di autostima. Curtis ha preso il personaGGIO Marilyn e, spogliandolo di quel -GGIO finale che trasforma infaustamente la persona in un’istituzione/macchina-da-soldi, ne ha mostrato la persona.

Francamente siamo tutti un po’ stanchi della rappresentazione del mito Monroe. Su di lei s’è scritto e inscenato di tutto e di più. Libri, film, documentari, fiction (tanto più quest’anno che è il 50esimo anniversario dalla morte). Ma per quanto abbiano cercato di far emergere l’aspetto umano del mito, il mito è rimasto sempre più forte: la leggenda Marilyn Monroe schiacciava lo scricciolo nato Norma Jane Beaker. Ho sempre trovato l’operazione della demitizzazione del mito uno strumento molto interessante e utile per la società. Del mito, che prima di esserlo era una persona, vanno rese note le fallacità umane che porta con sé. Purtroppo questo tipo di operazioni non vengono compiute spesso nel cinema. Nei documentari sì ― conditevi i Quattro-Salti-in-Padella serali con dei Minoli in “La storia siamo noi” e vi farete delle gran scorpacciate di “Ma chi era veramente Marilyn Monroe?” ;-). E anche nei libri. Ma i film tendono a riproporre la storia drammatica di questa donna straordinaria, non gli aspetti del carattere ― come, appunto, l’insicurezza ― che la contraddistinsero (facendola tanto tribolare), come donna e artista. L’obbiettivo dell’establishment hollywoodiano è quello di calcare sull’immagine dell’eroina tragica e rinsaldare ancora di più il mito ― tante più magagne capiatano a un essere umano già di per sé speciale, tanto più l’essere umano si sposta su un piano distante da noi, esseri umani “normali”. E quindi via di fiction e miniserie con lei tra i due fratelli Kennedy, la CIA, il Nembutal, il sacco nero che inghiotte il suo corpo senza vita… Mai che si sia riusciti, prima del film di Curtis, a catturare il senso d’inadeguatezza che i suoi occhi racchiudevano quando non si sentiva all’altezza (e capitava moooolto spesso).

Il titolo originale del film, “My Week with Marilyn” è molto più corretto di quello usato in Italia, “Marilyn”. Il film è infatti la cronaca (un po’ romanzata? Forse un po’, who knows…) di un giovanissimo assistente alla regia (Colin Clark), che si trova a passare una settimana al fianco di Marilyn sul set britannico de “Il principe e la ballerina” del regista mostro sacro Laurence Olivier. La storia è vera, e questo aggiunge un buon  sapore al film, devo ammetterlo: è bello pensare a questo virgulto di ventiquattro anni alle prese con una delle donne più grandi (nel bene e nel male) e complessate degli ultimi 100 anni. Un virgulto che è in grado di scavalcare la diva e dare un briciolo di fiducia allo scricciolo… Ecco sì, è questo che mi è piaciuto di più. Vedere lì, sullo schermo, lo scricciolo. Niente diamanti,niente happy-birthday-Mister-President, niente di niente. Solo la donna, angosciata dall’ossessione di non essere mai abbastanza brava. E il domino di effetti psico-fisici che una turbe simile può provocare in una donna pur speciale come era lei. In questo modo si capisce anche che i suoi “capricci” in realtà non erano semplici  capricci, ma vere e proprie fisime di cui Marilyn non era portatrice (mal)sana,ma schiava… Le ore di ritardo con cui si presentava sul set e la necessità di muoversi circondata da uno stuolo di collaboratori erano da ricondursi al bisogno di ridurre quanto più possibile la sfiducia in se stessa di cui invece era portatrice (mal)sana. Sono grata a Simon Curtis per il gesto (umanissimo!) di umanizzazione che ha compiuto nei confronti di questa leggenda,  che prima di essere questo, una leggenda, era una donna fatta di tante “settimane”….  Dopo che i rotocalchi, la tv e persino l’arte (pensate a Warhol, a Mimmo Rotella…), l’hanno sfruttata così tanto, un gesto umano e umanizzante serviva proprio…

Due parole su Michelle Williams… Ma quanta cavolo di strada ha fatto dai tempi di Jen Lindley in “Dawson’s Creek”??(Che il Board post-adoloscente perversamente adorò per anni, come testimoniano le vittime Fellow Archibugia Katrin e il Principino di Busa Bel-air… :-)). Immaginate che tramarella, all’idea di interpretare forse l’attrice più difficilmente interpretabile di tutti i tempi. E se l’è cavata alla grande. Non ha esagerato, non è caduta nella tentazione della mimesi, sebbene il lavoro di studio del personaggio e della gestualità monroeoiana ci siano stati ― il modo in cui portava il dito alla bocca, quando pensava, oppure il modo irripetibile con cui sbatteva gli occhi, Marilyn madre di tutte le Bambi di questo mondo. Ma non va mai oltre, si controlla: la Marilyn che Michelle deve interpretare NON è il personaggio, ma la persona.
Perciò brava Michelle, che ha portato molta Nora Jeane Baker nella sua Marilyn …

E dopo il rendiconto, dobbiamo far seguire la programmazione della settimana

C’ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA
di Nuri Bilge Ceylan

Vincitore l’anno scorso del Grand Prix de la Jurie al Festival di Cannes, finalmente il film arriva in Italia ― il Mister Mastro lo portò in anteprima nazionale (cioè, nazionale, altro che Prandelli) mercoledì scorso ― il film viene definito un giallo metafisico o un poliziesco dell’anima. Non vi lasciate spaventare dal metafisico e dall’anima: prendete il giallo e il poliziesco! E venite a vedere quale delle due definizioni gli si addice di più! Mister Mastro ne è nazionalemente entusiasta. 🙂

“Ecco, tu vedere?” disse il Board Toro Seduto a gambe incrociate davanti al Fellow Iak-the-Mate, incarnato in Nube-che-Corre. “Venti righe non essere proprio proponibili per Let’s Movie. Ma tu essere giovane Nube, e tu proporre idee non proponibili. Tu ascoltare il tuo Board seduto da toro: tu correre su strada, Nube, che io, correre su carta….E tutti volere Pinguino Delonghi”. 🙂 🙂

E ora Fellows, dopo questa valangata d’idiozie che stasera vi ho proposto in quantità superiore alla norma, mi congedo e vi ringrazio. Potete fumarvi il riassunto nel calumet accanto al mio tipì, laggiù, e accettare i miei saluti, che stasera sono nativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

C’ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA: Nel cuore delle steppe dell’Anatolia, un assassino cerca di guidare una squadra della polizia verso il luogo dove ha sepolto la sua vittima. Nel corso di questo “viaggio” emergono gli indizi di cosa è davvero accaduto.

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Let’s Movie CXXIII

Let’s Movie CXXIII

 LA GUERRA È DICHIARATA
di Valérie Donzelli
Francia 2011, 100’
Mercoledì 6/Wednesday 6
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio’s

MimmoMania Moviers,

Puo’ un mercoledì di maggio farsi teatro di un’epifania annunciata? Ma soprattutto, puo’ un’epifania essere annunciata? Ma soprattutto SOPRATTUTTO, posso io cominciare un movie-messaggio così, e provocare una morìa di Fellows che non si vedeva dal ‘15-18?? Del resto il marketing non è mai stato il mio forte… 🙁
Il fatto è, Moviers, che mercoledì è stato un giorno in cui finalmente si è realizzato il matrimonio a cui spero di assistere ogni volta che propongo un film: la sacra unione di aspettativa e risultato. Purtroppo son nozze che la maggior parte delle volte non s’han da fare, e il Board se ne esce dal cinema abbacchiato, le pive nel sacco (ma lo capirò cosa sono ‘ste pive un giorno o l’altro??), la fronte corrugata che mi accoglie nello specchio di casa una volta rientrata, e lo sbuffo colossale che mi zefira dentro. Stiamo pensando d’iscriverci all’EE, gli Entusiasti Esosi, soggetti affetti da hybris cinematografica incontrollata ― dopo gli Alcolisti Anonimi e gli Entusiasti Esosi vengono ovviamente gli Inguaribili Inetti, e guardate, potrei continuare per tutte le vocali, ma ho pietà di voi. 🙂
Mercoledì, dicevamo. Già la congiuntura letsmovieana era quanto mai favorevole. Il Fellow Truly Done si faceva trovare con dei notevoli minuti d’anticipo in zona dintorni mastrantoniani con un e-book nelle orecchie (noi che apparteniamo alla generazione del cartaceo fatichiamo ancora a pensare ai libri senza le pagine, ma quella “e” davanti al “book” ha segnato definitivamente il destino della cellulosa da mo’, quindi la pianto di fare tanto la reazionaria 🙁 ); la Honorary Member Mic, giunta da Mastrantonio zoppa(s) che più zoppa(s) no se puede, e pure a bordo sul suo bolide a due ruote (no, non una Ducati Desmosedici).
Mi consideravo già un Board fortunato con due Moviers all’attivo per un film tanto annunciatamente “difficile”. Ma scoprirò, l’indomani, che non eravamo i soli Moviers… La calca di Paladiniani presente in sala ci nascose l’oro della nostra Fellow Vaniglia che ci cercò in lungo e in largò, ma ahinoi, non ci trovò, la sventurata ― poi magari mi spiegherete perché ogni tanto mi esce questo tono tra Pulci e Manzoni. E io, Buscaglione-Board le dico, t’ho cercata, t’ho invocata,  per tutto il cine t’ho implorata… ma tu eri piccola, ma piccola, tanto piccola, cosi’… 🙂
Come posso spiegare io a parole quello che la mano di Paladino ha tradotto prima in arte plastica e poi in arte cinetica ― luce, aria, movimento? Come posso senza proporvi un pippone mai pippato prima? Vedete, “Quijote” non è un film che ti guardi una sera perché non sai come passare il tempo, o perché in ufficio tutto ti sembra gramo, l’odore di ragnatele del collega, la fotocopiatrice degli anni ’90, e voi a fine giornata cercate un modo per non pensare a niente. No. “Quijote” è una scelta che dovete fare consapevoli che quello che vedete sarà così cerebrale e sensoriale e alto e tanto e pesante e pieno e grosso e maestoso e incomprensibile e inafferrabile e spaventevolmente umano e ultraterreno che l’ipotesi d’infilare il dvd nel lettore e spararvi 75 minuti di svago ammazza-giornata non è proprio contemplabile.

“Quijote” è come entrare in un museo e camminarlo, vederlo prendere forma intorno a voi. I quadri e le sculture perdono le tele e assumono una sorta di identità ora carnale o materica, si fanno corpo raggiungendo un livello organico che vi permette, spettatori-visitatori, di conoscere un’altra dimensione dell’espressione artistica. Le opere d’arte hanno subìto una metamorfosi, anzi, un cambiamento di stato ― dallo stato materico sono passate a quello cine-matico/matografico come attraverso una specie di sublimazione intersemiotica (detta così sembra ‘na brutta malattia, ma non lo è, fidatevi…). E voi vi ritrovate dentro queste ambientazioni scarnificatamente potenti che solo lui, solo lui, my mania Mimmo, sa ricreare ― evocare, il verbo giusto è evocare. E tutto è lì, intorno a voi, esiste, respira. La ghiaia, il cemento, l’aqua, le pale eoliche.

Tutto. Paladino, che è generoso e coltissimo e smart più di qualsiasi Cantor a cui potreste pensare, non traspone solo la sua arte nel film, i suoi meravigliosi ossessionanti cavalli di ferro, i suoi elmi, le sue maschere. Mimmo affianca ai motivi cari al suo immaginario (sconfinato e affascinantissimo) una trama di rimandi a innumerevoli altri artisti. Il “gioco” di scovarli e identificarli non si esaurisce in un mero atto di virtuosismo sherlockiano. Il cavallo di Troia che prende fuoco a mezz’aria, o i Sette Savi di Fausto Melotti anch’essi in fiamme in cima a una montagnola di pietre o l’interno bucherellato di un’Apecar che non è un semplice interno bucherellato di un’Apecar ma la tela perforata di Fontana, o la terra gretta dei cretti di Burri, o le monadi visive di Capogrossi (le monadi sono delle figurette primordiali che stanno a metà tra la preistoria e alien) che ornano una parete, oppure le suggestioni ocra che ricordano Tapies, o Arman, o i teschi di Enzo Cucchi (presente anche come attore nei panni di Mago Merlino), e ancora i paessaggi incredibilmente da paura&panico, ― paura&panico Fellows! ― apocalittici, desertificati, eliotiani, con rimandi all’arte bizantina, a Giotto, a Bosch, ma anche a Piero della Francesca (credo), e che gettano il passato e la contemporaneità in una atemporalità priva di qualsiasi elemento temporalizzante (ripigliamo fiato), tutto questo rientra nel lessico figurativo che Paladino ha scelto di adottare per raccontare il suo Don Chisciotte, dando prova di aver talmente interiorizzato la storia dell’arte e la letteratura, e il passato e il presente, da plasmare un creato tutto suo, che contiene e omaggia tutti gli artisti che ho citato ― e i tantissimi che sicuramente non ho colto. Se fosse letteratura e fossimo dei formalisti, parleremo di labirinti delle isotopie… Ma non siamo formalisti, siamo Fellows, e ci piace l’arte in quanto tale, non le etichette che cercano di spiegarla. 😉

E non dimenticatevi che il film non è un atto autocelabrativo che Mimmo fa della propria arte ― non c’è esibizionismo fine a se stesso, c’è la volontà di portare la propria arte e quella altrui a un altro livello, come dicevamo. E tutto questo è un linguaggio attraverso cui Paladino ha deciso di raccontare non se stesso, ma le avventure di Don Chisciotte. Vedete, il genio è colui che trova una nuova lingua, un nuovo modo per interpretare ed esprimere il non-espresso ― in fondo Einstein, Lennon, Coco Chanel, Steve Jobs sono passati alla storia per questo: hanno inventato modi nuovi di “dire” le cose…  Paladino ha preso il capolavoro di Cervantes e l’ha raccontato attraverso un codice che passa non solo per l’arte sua e di altri, ma anche attraverso altri media, come per esempio la poesia ― vedi gli inserti del poeta Edoardo Sanguineti  ― e anche attraverso rimandi al cinema ― impossibile non trovare “Il settimo sigillo” nel mirabile incontro tra Don Chisciotte e la morte (citazione della morte che dovete segnarvi:“La morte non è spietata. È puntuale”…).

Chisciotte è un personaggio che non solo ha segnato l’inizio della modernità in letteratura, consegnandole il primo grande anti-eroe di tutti i tempi, ma che investiga anche l’insanabile dissidio tra la fantasia e la realtà, e la delusione dell’uomo che deve riconoscere la lontananza dell’una dall’altra. Don Chisciotte ― “che tanto lesse e tanto poco dormì che gli si prosciugò il cervello” e ogni riferimento al soggetto ivi scrivente è puramente CASUALE 🙂 ―cerca di sanare questo insanabile dissidio portando la sua “visione” distorta nella realtà. Alla Honorary Member Mic, “è presa una voglia matta di leggere Cervantes”, una voglia che condividiamo: per capire quanto dobbiamo a questo folle “cavalliere errante”.

A questo proposito, e a proposito del suo film e  del cinema in generale Paladino ha commentato: “Il cinema e’ contemplazione sognante. La stessa dei bambini. Dare forma alle nuvole…. Un film lunare che chiede di essere visto cercando il cavalliere errante che da qualche parte e’ perso in ognuno di noi”. Se poi pensate che FRUTTero&Lucentini definivano il traduttore “l’ultimo, vero cavaliere errante della letteratura” capirete quanto il Board possa essersi sentito chiamato in causa… 😉

Ha ragione, Mimmo, quando definisce il film “lunare”. E anche il guitto Alessandro Bergonzoni, che il nostro Mastro(cerimoniere)antonio fu così mugnifico da presentarci a fine film ― lo ringrazio ad infinitum per aver disturbato Alessandro durante la cena e avergli piazzato davanti un Board in evidente stato estatico post-film. 🙂
Prima della proiezione Alessandro ha fatto una breve introduzione, sottolineando che: “È un film dal respiro pesante… Un film scolpito nella roccia”. E non poteva davvero trovare parole migliori! “Qujote” non ha nulla a che vedere con l’idea eterea dell’arte, l’impalpabilità di forme calderiane… No, “Quijote” è un sogno fabbricato con ferro e calcestruzzo.

Alessandro, con quella folle scintilla negli occhi che a tratti mi ricorda così tanto Dario Fò, interpreta con trasporto il non facile personaggio del Mago Festone, una specie di stregone/demiurgo che manipola e gioca con parole e non-sense. Mi ha fatto venire in mente “Finnegans Wake”, opera estrema in cui James Joyce fonde più di quaranta lingue in una proliferazione di neologismi e crasi linguistiche sul cui sperimentalismo si sono rotti la testa critici, lettori e traduttori in egual misura….

Per darvi un’idea di cos’è questo film, servirebbe un’aula magna, uno schermo e un telecomando per fare “stop” a ogni scena e commentarla. Ogni scena è un micro-film! C’è quella della Torre di Babele da cui piovono libri che è di una forza concettuale che t’incide la corteccia cerebrale. Il commento che chiude la scena, come un rintocco verbale fuori dal tempo, dice “Io cerco il libro dei libri. Il libro che contenga tutti i libri. Lo cerco per distruggerlo”. Cavolo…E come si fa qui a non vederci la Bibbia e Borges?? Cioè, la Bibbia e Borges!

Il pippone continuerebbe a fiume, in uno stream of conscioussness che piacerebbe tanto a Jemy Joyce. Ma i Moviers che mi frequentano sanno già che il mio pippone su Paladino è cominciato ben prima di questa mail… L’anno scorso ho trovato questo a Milano, in Piazza Duomo: http://www.flickr.com/photos/buttha/5665660379/ . E sono rimasta folgorata. Sale e ferro, primordialità e NaCl racchiusi dentro la cornice urbana… Non vi dico nemmeno quanto ho rotto le scatole al mondo con questa faccenda della montagna di sale tempestata di cavalli… E certo la ritrovate in “Quijote”, così come ritrovate questa http://www.youtube.com/watch?v=8Z-NlJn5UoI, la Porta di Lampedusa, o meglio il “Monumento al Migrante”, realizzato da Paladino per commerare tutti quelli che non ce l’hanno fatta… per commemorare i sogni annegati, e le scintille di vite spente nel mare…

Mi piace anche ricordare l’interpretazione riuscitissima di un Lucio Dalla/Sancho Panza perfetto, sornione, buffo, tenero…Tutto il tempo del film con l’isola negli occhi, e no, non quella di Tiziano Ferro (!), ma quella promessagli da Don Chisciotte… 😉

In un’epoca come la nostra, votata-piegata alla commercializzazione, al fast-cashing, al money-making, trovare un’opera che di commerciale non ha nulla, ma proprio nada-de-nada, un esperimento dove convergono immaginazione e bellezza, e che propone un’estetica palinsestica che assorbe e restituisce rimandi e contenuti, lenisce gli animi a noi cavalieri erranti, condannati molto spesso ― troppo spesso ― a perdere  il senso di tutto…

Prima di scrivere FINE  accanto a “pippone” 🙂 , mi lasciate dire due paroline su cos’è la Transavanguardia? No perché ogni volta che il termine viene proferito, è accompagnato da sguardi tipo “oddio-l’ho-sentito-ma-non-ho-mai-capito-che-caspita-è”… La Transavanguardia, per come la capisco io (che NON sono un critico, né un esperto, ma solo una malata completamente succube della malìa dell’arte), è un’espressione non-programmatica (non c’è un manifesto, c’è il contributo del critico Achille Bonito Oliva che la definì, ma non ci sono atti scritti di poetica) di tipo cleptomane: si ruba dal passato e si ritorna alla pittura e alla scultura tradizionale, rintracciandovi però nuovi e innovativi aspetti figurativi. L’arte ritrova il gusto della manualità artigianale che forgia espressioni artistiche foriere d’istanze simboliche e quasi magiche. “Trans” perché attraversa passato e presente, lo saccheggia, lo centrifuga e ci tira fuori delle opere che sono modernissime ma allo stesso tempo antiche. Come “Quijote”.

E ora PIPPONE: FINE. 🙂 🙂

Per quanto riguarda la programmazione della settimana, sono stata alquanto combattuta. Riproporre “Cosmopolis” oppure

 LA GUERRA È DICHIARATA
di Valérie Donzelli

?

Come vedete, la seconda che ho detto… Epperché di grazia? Mi chiederete voi… Epperché non sono mai stata così convinta fino in fondo di “Cosmopolis”, epperché “La guerra è dichiarata” segue un po’ le orme di “Quasi amici” nell’intento di scassinare il tabù della malattia. E noi siamo molto per il furto con scasso…

Candidato francese agli Oscar 2012, presentato l’anno scorso a Cannes in apertura della Semaine de la critique, e poi in anteprima all’ultimo Toronto Film Festival, il film è considerato un cosidetto “da non perdere”. Quindi mettiamo in stand-by le Petit Pattinson per questa settimana― sperando che la Fellow Giuly Jules ci perdoni 🙂 ― e via, beccchiamoci  la Donzelli… Il Mereghetti (sì, quello del cine-dizionario) così ne parlò: “…originalissimo stile di scrittura e di regia che trasformano un possibile melodramma in qualcosa di insolito e sorprendente, tra la commedia, la farsa e il dramma”.
(Poi è un film “piccolino” quindi temo che il nostro Mastrantonio non possa tenerlo in programmazione molto… So let’s carpe diem… 🙂 ).

Ah prima del tana-libera-tutti… Il Board, per dimostrare alla Fellow Fausta l’Irrequieta 1 quanto gli stia a cuore il Festival dell’Economia, è andato a vedersi “Le quattro volte” di Michelangelo Frammartino(campannaro) –scusate, non ho potuto resistere  :-). Mamma mia, Moviers! Quelle agonie! 90 minuti senza una parola. Solo capre! (E nemmeno una panca sotto cui crepare!). Meno male che ero da sola: se per caso fosse venuto qualcuno di voi, avrebbe riaperto la campagna “Dàlli all’infedele Board”. E avrebbe avuto un sacco ragione. 🙁

E anche per questa sera è tutto. In realtà vorrei tornare alla mia Mimmomania e lasciare andare la bocca a ruota libera, come quando sei in un caffè con un amico e non smetti un secondo di parlare e le cose ti si affastellano nella testa e capisci quant’è bello essere lì, su quella sedia, davanti a quell’amico. Ma domani è Monday e voi dovete dormire… Io meno…

Quindi, grazie, miei Fellows, della magnanimità e dell’attenzione. Il riassunto sta dentro un caveau, giù nel sottosuolo, insieme ad altri tesori… e i saluti, stasera sono maniacalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

LA GUERRA È DICHIARATA: Romeo e Juliette erano liberi e felici. Poi, una brutta malattia colpisce il loro bambino, Adam, e tutto sembra precipitare. Tuttavia, la drammatica esperienza aiuterà entrambi a conoscere nuovi aspetti l’uno dell’altra e, insieme, risorgere dalle ceneri del dolore.

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Let’s Movie CVI

Let’s Movie CVI

LE NEVI DEL KILIMANGIARO
di Robert Guédiguian
Francia, 2011, 107’
Martedì 14/Tuesday 14
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio’s

Minaccia-Melassa Moviers,

Il Let’s Movie di mercoledì riprova che esistono ancora film per maschietti e film per femminucce — la sala 1 dello Smelly Modena contava 18 crani, di cui due femminili ma accompagnati da un nugolo di accompagnatori maschi. Dimostra altresì che Lez Muvie sovverte questo pattern e innesca un processo di gender-revolution.

Orfana del Sergente Fed FFF, impegnato in terra d’Irlanda,  la compagine lezmuviana risultava così costituita: l’Anarcozumi, l’Honorary Member Mic e il Board, tutte e tre in tenuta da combattimento: l’Anarcozumi con il suo bravo lacrimogeno in borsa perché il riot è sempre dietro l’angolo; l’Honorary Member Mic, in tenuta anticombattimento,  visto che arrivava a piedi dallo scary Roncabronx (cioè, dico a piedi… Ormai lo sapete: Roncabronx sta a Downtown Trento come il Quartiere Zen sta a Palermo, o come Via Anelli sta a Padova — e vi prego, denunciate pure il Blah-Blah Board che parla di quartieri in cui non ha mai messo piede :-)); e il Board, che è sempre pronto all’azione collettiva contro il potere pre-costituito (“azione collettiva contro il potere pre-costituito” fa una gran scena, quindo consiglio di utilizzarlo abbastanza spesso).

Dunque, parto dal presupposto che ACAB, All Cops Are Bastards, è una verità incontrovertibile condivisa da tutti, no? (Uh, molto criminal Board qui…).  😉

Il film ha incassato un totale di ben sei pollici su e tre sorrisoni di “Approved” dietro le mascherine anti-smell. E anche qui, guardate, è sempre una questione di aspettative. Siamo partite con zero aspettative zero. Siamo partite come tre che vanno a vedere un film da maschi — e davvero si percepiva una specie di virile esaltazione in sala quando dallo schermo arrivavano cori, battute d’effetto, o momenti I’m-a-macho-man (tipo la scena del pogo — ma si dice pogo, pogaggio o pogamento?? ), un film piccolo piccolo, girato con pochi soldi, e per di più da un regista, Stefano Sollima, che si è sempre occupato di fiction (“Romanzo criminale”, “La squadra”), e che è alla sua prima produzione cinematografica — naturalmente l’omissione di questo dettaglio sull’opera prima è sempre riconducibile al lato watergate che alberga in ciascuno di noi, ricordate no? 😉

Quindi immaginateci, noi tre lì che partiamo con un superbo e snobbish “Ts, vediamo un po’ che ci combina questo…”, fronte corrugata d’ordinanza e gambe tronista-spaparanzato-in-trono, e, mano a mano che il film prende piede, dirottiamo verso un “anvedi però”… Credo che Sollima sia riuscito in un’operazione rarissima, preziosa e apprezzabilmente disturbante: ha mostrato le due parti in causa — la Celere e gli ultras — senza schierarsi e soprattutto senza dare allo spettatore la possibilità di schierarsi, o di farlo  a cuor leggero. Zero bianco, zero nero: finalmente il grigio, Fellows! Finalmente il GRIGIOOOO! Dopo ennemila americanate “forze del male versus forze del bene” eccoci finalmente davanti alla nostra realtà. Letteralmente la “nostra realtà”, giacché il film include episodi accaduti nella storia italiana recente, come la morte del poliziotto Raciti, oppure del tifoso Di Sandro, oppure l’evacuazione del campo Rom di Roma dopo l’assassinio di Francesca Reggiani. Le trame o sottotrame di A.C.A.B. lo fanno avanzare a zigzag tra i due punti di vista, Celere da una parte e il resto-del-mondo dall’altra. E zigzagando, scivolate via con lui, non riuscendo ad occupare stabilmente una posizione. Nel momento in cui la Celere vi sembra una gabbia di matti esaltati con effigi del Duce sparse per le case dei celerini e riti d’iniziazione da “365 all’alba”, passa a mostrarvi tre rumeni che insozzano gratuitamente  una piazza romana, così, giusto per il gusto d’insozzare. È una scena molto disturbante, questa.
Io ve lo dico, sono una che si scaglia da sempre contro le posizioni di aria fascio-padana  “L’Italia agli italiani” — posizioni qui sposate dai celerini e dai gruppi di estrema destra …Ma obbiettivamente, quando vedi un uomo che non ha rispetto per il luogo in cui vive, ti viene voglia di andargli contro. Se uno fa pipì in una piazza pubblica e la tratta come una discarica, va punito — mmm, meglio sanzionato, va’ — indipendentemente dalla sua cittadinanza. Invece sembra che la cittadinanza faccia la differenza, la faccia eccome… Per me la pipì è pipì, rumena o italiana che sia; i rifiuti son sempre rifiuti, che sian gettati da mano straniera o italiana… Ma capisco che questo possa non essere condiviso… So che è un discorso molto complesso e delicato… E il film è riuscito proprio perché scuote le certezze dello spettatore… è terremotante! E guardate che terremotare non è cosa da poco: siamo tutti arroccati sulle nostre brave — e magrai iper-democratiche — posizioni, e mi ci metto io per prima. Sentire il terreno delle certezze cominciare a traballarvi sotto i piedi è naturalmente destabilizzante, ma utilissimo. Ti fa capire che ogni situazione va presa con le pinze e valutata individualmente, e che non può essere giudicata partendo da atteggiamenti assurti a dogma.

Cosa ci fa capire questo? Be’, che la pipì non è mai SOLO pipì. 🙂

La storia di Mazinga — non quello dai raggi fotonici — capo celerino e padre che si ritrova — danno-e-beffa — con un figlio militante in un collettivo simil Casa Pound, traduce perfettamente il dissidio, e l’insanabilità del dissidio, fra le due parti avverse. Il fatto è, my Moviers, che ci si pone la domanda: dove sta il giusto? Nel celerino che “protegge” lo stato dai delinquenti? Oppure nel celerino che decide di denunciare i due compagni che si sono fatti giustizia da soli? La cosa sorprendente è che il linguaggio che accomuna queste fazioni così opposte è lo stesso: l’esaltazione, il cameratismo, la fratellanza spinta agli eccessi, la violenza come unico mezzo.
Bella la scena in cui Cobra, il celerino prosciolto dalle accuse di aggressione, comincia a pogare con i compagni per i corridoi del Quartier Generale…Poga come pogano quelli di estrema destra che riempiono di motti fascisti le pareti dei loro centri… E bello, bellissimo, il tormentone su cui attaca il film “Celerino-Figlio-di-Put*ana”! Diventa un inno intonato dal mondo dei tifosi ma paradossalmente fischiettato dai Celerini stessi  per darsi la carica prima di “andare in guerra”. Diventa anche la colonna sonora del day-after dell’Anarcozumi, dell’Honorary Member Mic e del Board, che per tutto giovedì (e a tratti anche ora) non hanno fatto altro che canticchiarsi in testa “Celerino-Figlio-di-Put*ana”!

Certo, A.C.A.B. ha delle sporcature dovute, credo, alla mancanza di maturità cinematografica del regista (in cui tuttavia riponiamo molta fiducia). Ecco sì, magari il medico rubato a “Cento vetrine” (fortunatamente solo per due battute, ma che hanno fatto trasalire  la compagine lezmuviana), oppure la piazzata napoletana di Nigro davanti al Viminale, potevano esserci risparmiate, ma a risollevare il piatto della bilancia abbiamo un Fu-Fiuuu Favino davvero bravissimo. Pensavo che la critica lo stesse sopravvalutando come attore: invece ero io che lo stavo erroneamente sottovalutando. A Pierfranccé, sei er mejjo. 🙂

La scorsa volta ho scordato di dire che il film è argomento d’esame se volete passare “Cine-storia contemporanea I”. Gli iscritti all’orale sono: il Fellow Giak, il Fellow Testone da Testaccio, il Fellow Menagramo, il Fellow Fiiii, il Fellow Andy The Situation Phelbs (always-with-us), il Fellow Big (che stavolta NON poteva proprio mancare, e, viuuuuulenza, è mancato!), il trio veronese Fellow Deportami, Fellow Tecnico e Fellow Reverendo, e la Fellow Lover Killer — a cui comunichiamo che “Pierfranccé è er mejjo” 😉

Questa settimana Let’s Movie è tutt’un gongolame nel proporvi

LE NEVI DEL KILIMANGIARO
di Robert Guédiguian

Il menu letsmuviano offre questo piatto unico per le seguenti motivazioni:

  1. Il Baord e il Fellow Testone del Testaccio, ResponsabileLet’s Movie di Siena-Roma, avrebbero dovuto vedere il film al Cinema Sacher nella trasferta capitolina di novembre. Poi però la Roma-by-night-on-a-motorbike ha distolto i due motociclisti dai buoni propositi cinematografici… Quindi chiedo ufficialmente al mio Fellow Testone di cercareil film e fare una visione in sync con noi, in modo da recuperare l’eccesso di sloppiness che ci ha caratterizzato in quel weekend. Will you, Davide? 🙂
  2. Questo titolo perché non potevamo certo proporvi “Sunshine” o “ Scandalo al sole” in quest’Italia no-more-boot-but-moonboot. Vorrei dire che Let’s Movie è la cartina di TORNASOLE in chiave cinematografica del meteo di oggi, ma mi sembra concettualmente antitetica come frase… voi che dite? Son pazza????
  3. Questo Let’s Movie offre una valida alternativa al 14 febbraio, giornata in cui le strade vomitano cuori rossi e occhioni bambi…Uuurgh, the Board is not in the mood! I Fellow single possono trovare in Let’s Movie un rifugio sicuro contro la “minaccia melassa”… E i Fellow accoppiati possono trovare le poltroncine dell’ammmmooore dal buon Mastro! Come vedete, Bipartisan Board … 😉
  4. Vi garantisco che sarà bellissimo ritornare ai campi fioriti di Mastrantonio dopo la discarica atomica dello Smelly… 🙂
  5. Il quinto motivo — l’unico che davvero conta! — è il valore del film: presentato e accolto con entusiasmo al Festival di Cannes 2011 nella sezione “Un Certain Regard”, si è aggiudicato il Premio LUX 2011 e il Premio Lumière per la miglior sceneggiatura. Il pedigree c’è tutto. Per vedere se l’esemplare è di razza, non dobbiamo fare altro che trasformarci tutti in bravi dog-sitter e trovarci da Mastrantonio martedì. (L’importante è che non abbandoniate Bun Bun Board… 🙁 )

E con questo, miei adorati Moviers, passo e chiudo per questa sera. A volte credo davvero che Lez Muvie e voialtri tutti siate il mio Prozack… Vorrei prendere un Canadair e lanciare pacchi letsmuviani in giro per il mondo….

Ora un piccolo scorcio di Maelstrom, il riassuntino che vi lancio già in curva sud come i lacrimogeni dell’Anarcozumi, e dei saluti, (ri)bell(ic)(os)amente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Nel weekend il CdA di Let’s Movie si è riunito su iniziativa della regale Honorary Member Mic per rivedere “8 Mile”, IN LINGUA ORIGINALE ― e vi assicuro che è tutt’un ameno “uoddefffak” e “spin dat shit”, che consigliamo. 🙂 Vi informiamo che Eminem, detto Emmie-the-Pooh (perché vuol fare tanto il duro ma in realtà dietro tutti quei capucci nasconde un animo Winnie da stritolarsi addosso) potrebbe diventare il consigliere musicale di Let’s Movie… Come dire, il CdA ha una certa simpatia per lui… 😉

Scherzi a parte, guardatevi “8 Mile” (di Curtis Hanson, 2002)… Belle musiche, bella storia, bel finale, bella zio.

Ah, già che sono nel Maelstromm, che ne dite se ci spacchiamo tutti le orecchie e zompiamo un po’ in giro per il salotto con “Police On My Back” dei Clash, direttamente dalla scena ACABiana del pogo-pogaggio-pogamento? http://www.youtube.com/watch?v=1u4Sr9510m4

LE NEVI DEL KILIMANGIARO: Nonostante la recente perdita del lavoro, Michel vive felicemente, circondato dall’affetto degli amici, dei figli e dei nipoti, insieme alla moglie Claire con la quale ha condiviso trent’anni di matrimonio e di impegno politico. Le loro coscienze sono immacolate tanto quanto la loro visione della vita. Questa armonia viene spezzata il giorno in cui due sconosciuti armati entrano nella loro casa derubandoli dei loro risparmi e lasciandoli sotto shock. Lo shock è ancora più forte quando scoprono che l’aggressione è opera di un giovane operaio licenziato insieme a Michel. Quella violenza è opera di uno di loro. Se l’interrogativo è amaro – per chi e per cosa abbiamo lottato?

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Let’s Movie XCIX

Let’s Movie XCIX

THE ARTIST
di Michel Hazanavicius
Francia 2011, 100’
Mercoledì 28/Wednesday 28
21:15/9:15 pm
Astra/Mastrantonio’s

Folletti Fellows,

Sperando siate sopravvissuti ai panettoni farciti al cioccolato, marmellata, doppi canditi, noci del Brasile (noci del Brasile??), ricoperti da glassa al cioccolato tricolor con decorazioni in marzapane raffiguranti la mangiatoia e profiterol al cuore-di-zabaione raffiguranti le palle di Natale che orecchinano gli alberi festanti del mondo occidentale, il tutto avvolto da una crosta di caramello che dà quel tocco glem&glossy a quello che pochi anni fa era semplicemente un Bauli, sperando nella vostra sopravvivenza, il vostro  Babbo Board apre questo messaggio rosso-bianco-e-verdone (colori cine-natalizi per eccellenza) ringraziando i Movier che hanno partecipato al Chat&Chill in a Candy-shop Board-day-Party per il mio compleanno, nonstante le bizzeffe di cene natalizie che riempiva le agende alla colletività.
I ringraziamenti vanno a: la  Honorary Member Mic (con un sacco di doni per il Board ma senza quelle melenserie oh-oh-oh da Santa Klaus); la Fellow Cap (brilla e brillante in procinto di intraprendere la 600-miglia per Foggia); il Fellow Sergente Fed FFF (magnanimissimo a posticipare di un giorno la partenza per l’hinterland milanese e incurante dei proposal “de mer*a” da preparare ―garçon, una medaglia al valore al tavolo 2, s’ils vous plait); il Fellow Pilo (nel doppio ruolo di Pilo e di portavoce della Fellow Giuly Jules, impegnata in una cine-trasferta roveretana decisamente approved by the Board ― “Pina Bausch 3D”, un film che tutti dovremmo vedere); il Fellow Fra presente dopo una giornata di lavoro al cardiopalma e una pausa pranzo dal dentista a Padova (cioè, lavoro, Padova, lavoro, Party ― un eroe), il Fellow D (arrivato nonostante la memoria ormai bell’e andata che avrebbe potuto impedirgli tanto il reperimento della Bookique quanto il compleanno stesso :-)); la Fellow Fata Jes, (anche lei sopravvissuta a un dentista che tentò di gonfiarle la faccia ma che si accontentò di decorarle un incisivo con del chewing-gum tipo Brooklyn alla menta :-)); il Fellow Presidente (in estasi post-USA, lasciò cene e festeggiamenti per condividere con il Board valutazioni su Boston-città-aperta ed un possibile trasferimento che prenderemo in seria considerazione); la Fellow Claudia The Critic e la Fellow Vaniglia (autrici dello studio “Come sorprendere il Board. La pratica del passare-senza-avvisare nel contesto socio-culturale-letsmovieano trentino” :-)).
Ringrazio anche i Fellows impossibilitati dai panettoni pre-natalizi di cui sopra, non presenti di persona ma intervenuti comunque in varie forme di teleconferenza, tra cui:  i miei tre Moviers Area-Head Guys from L.A. (tre indiani in fila indiana :-)), il mio Fellow PaPequod,  la mia Fellow Fausta Irrequieta 1, la mia Fellow Archibugia Katrin, il mio Fellow Principino di Busa-Belair, il mio Fellow Big, la mia Fellow Killer from SporTmaggiore, il mio Fellow WG Mat, la mia Fellow Junior, il mio Fellow Iak-the-Mate, la mia Fellow Pao Cavallapazzacavalleri, la mia Fellow Comiunicascion Chiara, il mio Fellow Doc con infermiera Sabri al seguito e, last but definitely not least, la mia Anarcozumi che, rapita da un evento mondanissimo la sera, ha recuperato alla stragrande il giorno dopo.
Scusate se mi sono presa questa licenza e ho usufruito della res publica per sbrigare una questione di  riconoscenza privata, ma del resto Let’s Movie risiede fiscalmente in Italia… ― vogliamo negarcelo ‘nu piacerino a lu Board, che venne da voi in amicizia??
Corleoni a parte… 🙂 Ringrazio tutti di cuore, e mi scuso per aver attentato al tasso glicemico dei presenti, vista la quantità di plastiche acriliche made-by-Haribo offerte al posto dei sani quanto noiosissimi tramezzini…

Mercoledì scorso è stata una giornata campale per Let’s Movie. E non solo per Ryan Gosling ― di cui tratteremo in abbondanza di seguito ― ma per l’accordo logistico siglato con Mastrantonio. Il Board, con il sostegno dell’Honorary Member Mic e alla presenza del Sergente Fed FFF, e Mastrantonio, alla presenza del fido aiutante Roberto, d’ora in avanti Robin (e questa, Moviers, è una cine-identità la cui cadenza-a-fagiolo sarà difficile eguagliare!) hanno firmato un accordo per mantenere i Fellow di Let’s Movie vicini-vicini-micini se decidono di prenotare un posto per un Let’s Movie. L’unica cosa che dovete fare quando telefonate al buon Mastrantonio (o dovremo dire Bruce Wayne?!?) e al fido Robin (cioè, Robin!!!), è pronunciare la parola d’ordine “Mastrantonio”: i nostri eroi ASTROsferici cercheranno di metterci tutti vicini-vicini-micini ed evitare così la frammentazione letsmoviana in sala che si sa, piaga l’Europa peggio degli sforzi in campo innovation (mamma mia, mi spavento da sola).
Che ne dite come iniziativa? Certo è un po’ più casereccia rispetto all’avanguardia social network proposta dal Fellow Fabio il Professore con la Fellow Bea Blue Eyes e il Fellow Don-Carlos-che-non-si-chiama-Carlos-ma-Marcos-(Mannaggia-Board-MARCOS!) e-che-con-la-coda-fra-le-gambe-ribattezziamo-Fellow Don Juan de Marcos (per meravigliose sonorità johnnydeppiane… ;-)). Ma è pur sempre un’inizio di strutturazione cine-civica.
Il tavolo delle trattative ha lavorato alacremente nel minuto e 52 secondi prima della proiezione, arrivando a sancire il patto prima dell’ingresso in sala. Quindi siete tutti avvetiti: quando telefonate per prenotare, dite “Mastrantonio” ― l’ Apriti-sesamo che ci schiuderà le porte ai film in compagnia. 😉

Veniamo a “Le idi di marzo”. Be’. Be’. Che dire? Lode a George Cloney. Ha costruito un film impeccabile ― non fosse che è amico stretto dell’Anarcozumi e rischierei gli incidenti diplomatici, direi che è quasi fastidiosamente troppo impeccabile! Capitemi, tutto fila. Il ritmo, incalzante ma non serrato tipo “pietà, fatemi tirare il fiato”; la suspence, sempre sempre viva per tutti tutti i 98 minuti, ma con una sorta di intensità graduata caratterizzata da ups &downs che tuttavia non la danneggiano, anzi, la rinforzano. La trama, che non fa una grinza ― forse pecca di ingenuità quando il protagonista, Stephen, l’addetto stampa per la campagna dei democratici, che bazzica Hilton&Merriot e indossa cappotti stylish che più stylish non si può, deve compilare un Rimborso Spese (cioè un Rimborso Spese) per prelevare dalla cassa comune 500 dollari e far abortire la stagista con cui il candidato alla presidenza Mike Morris (George Clooney) ha avuto un one-night affair (altrimenti detto “una notte e via”), e risolvere così l’affair. Ora, non per dire eh, ma per racimolare 500 dollari bastava portasse al monte dei pegni uno dei suoi cappotti styilish, ed evitare a George regista il peccato d’ingenuità narrativa. Ma non infieriamo…).

Gli attori. Anzi no. L’attorE. Ryan (Oh my) Gos(h)ling entra nell’Olimpo accanto a Andrien-sei tutti-noi-Brody e a Michael “der Gott” Fassbender, e a molti altri nominati durante il Board-day… Ma Ryan non è solo bello. E guardate, di bellezza lì ce n’è in quantità natalizia… Le Girl Movier avranno piacere di sapere di una scena in un cui Ryan fa bella mostra di tutta la sua adonità in canotta. Ma non la canottiera in flanella azzurrina di fattura fantozziana. La canotta che dice “Sì faccio l’attore ma nel tempo libero sfilo per Armani”… Ecco quel genere di canotta lì. Ma ovviamente io e la Honorary Member Mic, in quanto CdA, non ci siamo fermate lì… Abbiamo anche valutato la bravura interpretativa e la capacità di calarsi nella parte. E ci si è talmente calato  che il CdA ha pensato bene di canottarlo ― ehm contattarlo ― e proporgli un lavoro come Addetto Stampa per Let’s Movie… Del resto come si fa, oggi, a tirare avanti senza un addetto stampa?!? 😉

Quello che apprezzi in “Le idi di Marzo” è l’impostazione assolutamente non-americana. Il traviamento del protagonista non è seguito da una sua catarsi con annessi pentimento e nuovo inizio ― come nella miglior tradizione di matrice padre-pellegriana. Il protagonista cede alla tentazione, cade vittima del tradimento e per uscirne non fatica a sporcarsi le mani. Nel film tutti hanno le mani sporche ― questo è un altro aspetto che piace molto e che rende i protagonisti estremamente umani. Come il candidato democratico alla Casa Bianca, Mike Morris, integerrimo e attaccatissimo alla moglie di giorno quanto satiro di notte… Ecco, possiamo dire che il film offre dei personaggio grigi ― emmenomale! ― in uno spazio dominato dal chiaroscuro.
E l’illuminazione del film è tutta a servizio di questa alternanza etica. Splendida la scena in cui George e Ryan si affrontano faccia a faccia, un mezzogiorno di fuoco al rovescio: una cucina di un ristorante deserta a mezzanotte, dove le luci raccontano il percorso di caduta/tentativo-di-ripresa di entrambi. La scena è interessante perché, dal punto di vista delle luci, somiglia in tutto e per tutto a una partita a scacchi, e degli scacchi porta con sé le tinte bianco-nere del dialogo e dei machiavellismi che lo infarciscono.

George regista è stato coraggioso. Ha sollevato il tappeto e ha svelato il sudiciume (sudiciume etico) che gli americani si sforzano tanto di nascondere. A pensarci… Viene un po’ fuori l’immagine della Casa Bianca (bianca, ragazzi, think about it…) come un dente cariato: immacolato fuori, ma marcio dentro… E sentite qua la perversità… La menzogna ― tanto vilipesa dall’opinione pubblica americana ― diventa l’unico modo per avvicinarsi al modello d’uomo verso cui l’opinione pubblica americana anela. Crazy, isn’t it? È come se solo attraverso la lavatrice della bugia, il  candidato si purificasse agli occhi dell’elettorato. Ma la lavatrice della bugia ovviamente non pulisce… Le vedete anche voi, le contraddizioni, vero? L’uomo politico è sottoposto a un processo mediatico che lo costringe a mentire a priori.
Prendete il caso Clinton-Lewinsky ― storia che qui viene ripresa nell’affair tra Mike Morris e la giovane stagista. Pur di evitarsi l’allontanamento dal modello di integrità che il popolo americano si aspetta, Clinton mente. Mike Morris è ancora più oltre: non arriva nemmeno a concepire la menzogna: cerca di eliminare (fisicamente) il guaio (=la gravidanza) della stagista offrendosi di pagarle l’aborto. Ma se il suo personaggio è tutto un chiaroscuro, anche Stephen lo è, anche Paul (capo di Stephen) e con lui il repubblicano Tom Hoffman (grande Paul Giamatti). Persino Mary, la stagista lo è, ora bianca ora nera ― sveglia e consapevole quanto innocente e vittima, 50% Circe, 50% Didone.

Il film di Clooney è piaciuto  molto ― persino alla Honorary Member Mic, di solito così sferzante con le regie americane. È piaciuto perché ha fatto vedere il lato nero dei Democratici. I Repubblicani sono marginali, e in un certo senso ci si aspetta che il marcio sia da quella parte (vedi un po’ i tramacci di Reagan, dei Bush Brothers….), ma non negli idealisti-pacifisti-buonisti Democrats. E invece che ti combina George regista? Prende lo schifo democratico e ci dice: “Guardate un po’ come vanno le cose in America, regno apparente della democrazia e della retta via…”. Non so voi, ma a me queste operazioni smaschera-santarelli fanno impazzire…

Quindi sì, se avete modo, andate a vedere “Le idi di marzo” in queste vacanze ― io magari mi spolvero il “Giulio Cesare” di Shakespeare, razza di Board smemorato che sono… 🙁

E il bianco e il nero mi aiutano a introdurre il film della settiamana che attendo con ansia, anche se non ne so nulla nello specifico. O meglio. L’unica cosa che so è “capolavoro dell’anno”, definizione data da Mastrantonio e dall’unanimità cinematografica…

THE ARTIST
di Michel Hazanavicius

Presentato in concorso all’ultimo Festival del Cinema di Cannes, dove il protagonista, Jean Dujardin, si è aggiudicato la Palma d’Oro per la miglior interpretazione maschile, il film è un omaggio al bianco e nero e al cinema muto.
Ora, non vi farete mica spaventare da “film in bianco e nero” e “muto”?? Eddai, lo so che sotto sotto nascondete un  cuor di leone ― Corleonesi, no??! 🙂

Se il Veneto non è troppo trentinamente ostile e le coincidenze remano dalla nostra, la Honorary Member Mic, tornata a Zaialand per il Natale tra gli elfi, cercherà di organizzare un Let’s Movie in Sync from Vicenza… Non so se le Amministrazioni venete permetteranno un film dai toni così poco nord-che-laùra  nelle sale ― “de geometri g’avemo necesità, no de artisti, ciò” ― ma confido nella Mic, e nel suo fiuto per sale clandestine abusive… 😉

Sì lo so, lo so, anche oggi è andata di chilometro letsmovienani. Con  l’anno nuovo mi riprometto di lavorare sulle distanze, optando per un modello più maneggevole,e meno, come dire, impattante sull’ambiente “Fellows”, che sarebbero per il Chilometro-zero…

Ringraziandovi tutti tutti tanto tanto, vi appoggio il riassuntino sul ripiano del comodino accanto a un paio di Alkaseltzer per agevolare la digestione e vi mando dei saluti, che stasera sono lapponicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

P.S. Invece di mandarvi il solito link alla solita canzoncina jinglebellsjinglebells, distribuisco questi due cadeau, uno http://www.youtube.com/watch?v=upSlYszBVFU e unodue http://www.youtube.com/watch?v=hEoq0xb6l6Qarrivati rispettivamente dal Fellow Mario Menagramo e dal Fellow Giak Frak (e Frost??) …. Mi approprio di un’espressione di Mario e vi dico che vi faranno “tagliare in due dalle risate” ― e chissà, magari mi faranno guadagnare dei punti con il Fellow Andy the Situation Phelbs e con il WG Mat

THE ARTIST: Nella Hollywood del 1927 George Valentin è una star di prima grandezza del mondo del cinema muto che però deve fare i conti con l’avvento del sonoro. La sua carriera rischia un’improvvisa e prematura conclusione mentre quella della sua amata, la giovane comparsa Peppy Miller, sta per trasformarsi in quella di una diva.

 

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Let’s Movie XCVII

Let’s Movie XCVII

 

MIRACOLO A LE HAVRE
di Aki Kaurismaki
Finlandia/Germania/Francia, 2010, 103’
Mercoledì 14/Wednesday 14
21:15/9:15 pm
Astra/Mastrantonio’s

Foliesberger Fellows!!

Siete pronti alla valangata di estasi post-let’smovie che sta per travolgervi?? Sapete vero che le valangate di estasi si tradurrebbero, nel concreto boardiano, in quantità sceicche di paroleparoleparole?? Si che lo sapete, ma vi salva un patto di brevità che ho dovuto siglare…  Il CdA di Let’s Movie nella persona dell’Honorary Member Mic, ha messo in guardia (=in riga) il Board riguardo la lunghezza delle movie-mail-: “Stiamo perdendo adepti”, ha rintoccato l’Honorary Member Big Ben Mic mercoledì dopo il film, davanti a un Board entusiasta e a un Sergente Fed FFF sogghignante  ― sogghignante per l’intervento esecutivo della Honorary Member che è ben più scary di qulasiasi manovra finanziaria/patto di stabilità/Berlusconi tris che uno possa immaginare.

Ma uno come fa a circoscrivere l’estasi? A rinserraragliarla lì, dietro uno steccato, a guardarti con quegli occhioni da Audrey e quello charme da Gregory? L’estasi è così, ti piomba addosso e ti circuisce in un lampo…Come gli occhi di Audrey e lo charme di Gregory ― e in omaggio al Fellow Testone di Testaccio, ho infilato “Vacanze Romane” in una similitudine (anche se il nostro scooter made-in-China era ben meglio della Vespa original… :-)).

L’estasi perché “Midnight in Paris” ti apre un sacco di porte ― e non quelle della percezione che cantava il buon Jim Morrisson, ragazzo notevole ma un po’ troppo stupefacente…  Le porte che intendo sono quelle delle riflessioni durante e post-film…le considerazioni che un film/libro/quadro/persona/evento ti porta a perlustrare dopo averli incontrati. “Midnight in Paris” ti prospetta una sfilza di spiragli in cui infilarti, e lo spettatore deve solo stare attento a non perderseli per strada…

Ma prima di entrare BREVEMENTE nel dettaglio, lasciatemi sbrigare l’incombenza di cosa NON mi è piaciuto del film.

ELEMENTI NOT DONE:

  • Su tutto Owen Wilson ― spiacente Fed, non frequentiamo le commedie benstilleriane/adamsendleriane, e non per snobismo, ma perché quando vai da Blockbuster a noleggiarle non le trovi mai! Primo per quel naso da Vitangelo Moscarda che davvero io non riesco proprio a guardare… Vien voglia di andare lì e lavorarglielo come si fa da piccoli col pongo, e metterglielo un po’ a posto… E poi Owen Wilson fa Woody Allen…. Ma qui naturalmemte c’è lo zampino proprio di Woody. Nel senso che da quando non recita più nei suoi film, chiede agli attori suoi protagonisti di fare se stesso. È successo per tutte le pellicole più recenti. Da “Melinda a Melinda”, a “Basta che funzioni”, a “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”. Purtroppo lui è irripetibile. I tic, l’eloquio debordante, l’(adorabile) nevrastenia contraddistinguono Woody in quanto Woody: Owen Wilson, e gli altri prima di lui non possono essere lui. Questo dovrebbe capirlo Woody in primis ― you know what, Woody? Stop looking for another you… 😉
  • Il cameo di Carlà Brunì…. Spilunga e incolore, è straordinaria nel ruolo di asparago, non c’è che dire… Poco credibile nei panni di una guida turistica, à mon avis. Ma si sa, gli asparagi fanno sempre très chic.
  • Dovrei includere anche il sapore forse un po’ troppo favoleggiante del film… Ma non lo aggiungo. Perché, what the hell, favoleggiare va bene quando nasce da un’idea di pasta semplice ed esecuzione sofisticata come in “Midnight in Paris”… Quindi credo proprio che i punti NOT DONE del film siano solo Owen Wilson + Carlà Brunì… Spero non me ne vorranno…

Ed ora veniamo agli ELEMENTI DONE SUPERDONE:

  • L’idea. Come dicevo, semplice nella pasta e sofisticata nell’esecuzione. Parigi, l’aspirante scrittore (Gil) che sta per sposarsi con la donna sbagliata, il desiderio di mollare Hollywood e le commediole mercenarie che scrive per guadagnarsi da vivere, trasferirsi a Montmartre, finire il romanzo che ha nel cassetto: tutto ciò rappresenta la semplicità. E anche il salto nel tempo che una magia notturna parigina gli concede, trasportandolo negli anni ’20. La sofisticatezza ― che va di pari passo con l’humour, e in questo Woody è maestro ― sta negli incontri che Gil fa e nei pensieri che ha modo di scambiarsi con gli artisti che incontra. Gil ha l’occasione di trattare i grandi quesiti della vita e dell’arte insieme a personaggi che hanno fatto la storia, e la storia dell’arte, della letteratura (e della vita!). Penso a Hemingway (rappresentato benissimo, nella sua maschia lapidarietà, e nel dannato ― come direbbe lui ― bisogno animale di affetto da lui trasferito in una vita piena di “fare” e fucili…), Scott Fitzgerald Kennedy con l’amata Zelda, Picasso, Bunuel, Man Ray, Cole Porter, Gertrude Stein… E questi sono solo alcuni dei Personaggi che incontra… (Bellissimo il cameo di Adrian sei-tutti-noi Brody nei panni di un credibilissimo Salvador Dalì fissato con un riconoceronte)… Il bello di tutto ciò è la  leggerezza, l’infinita leggerezza che accompagna Gil in questo tour temporale… È un film in cui si ride ― la Mic e Fed mi sono testimoni. Si ride quel riso sano e intelligente che agevola il ragionamento e che non svanisce nello spazio di una battuta adamsandleriana, ma che ti rimane addosso anche dopo, come un buon profumo… Un  esempio di battuta di questo tipo? Vedi sotto:

Gil (nel tentativo di spiegare lo straordinario fenomeno per cui lui vive nel 2010 a Los Angeles, ma si ritrova negli anni ’20 a Parigi): “Io abito due mondi”

Man Ray (cioè, Man Ray!): “Non ci trovo niente di strano”.

Gil: “Sì, ma lei è un surrealista!”

Ecco, questo tipo di botta e risposta mi ha fatto intravedere il Woody Allen di una volta. Quello dall’arguzio vulcanica, dal fraseggio jazzante… Anche per questo “Midnight in Paris” mi ha soddisfatto: mi ha fatto capire che la vena può anche NON prosciugarsi, e che un regista può tornare… È un po’ come ritrovare la fiducia nelle guarigioni, credo…

  • Gli anni 20’. Qui devo fare una premessa. Gli anni 20’ sono da sempre il mio decennio preferito (al gioco “Se potessi rinascere, quando rinasceresti?”, il Board ha sempre risposto come Gil, il protagonista del film, “gli anni 20’”), perché tutto è capitato lì, tutto tutto tutto. Le avanguardie, le sperimentazioni letterarie e musicali e cinematografiche, i cambiamenti sociali, le ribellioni femminili, Louise Brooks (che mi guarda sempre dalla cappa di casa…), il jazz e il bebop, Coco Chanel e Joséphine Baker, Lecorbu, Magritte e Gropius…  Si potrebbe andare avanti per chilometri, ma il patto di brevità siglato con l’Honorary Merkel (oops Member) Mic me lo impedisce… Però lasciatemi dure un paio di cosette… Nel mio periodo di maggior trip per i Roaring Twenties (periodo cominciato a 18 anni, la Fellow Archibugia Katrin può provarlo), mi sono ritrovata a tradurre un romanzo che racconta proprio della casa di Gertrude Stein a Parigi. Per questo, mercoledì, quando ho visto un’azzaccatissima Katy Bates interpretare la grassa poetessa americana di “A rose is a rose is a rose is a rose” ho sobbalzato sulla cine-poltrona…  🙂
    Se avete tempo e voglia, il romanzo è “The Book of Salt” di Monique Truong ― “Il libro del sale” (Giunti Blu) ― ambientato proprio nella casa parigina di Gertrude Stein e Alice B. Toklas in Rue de l’Odéon, frequentata anche da Gil… Capite quindi che il film mi ha catapultato in un mondo letterario che ho abitato sia in termini di passione personale che professionale… In più, in quel periodo mi era capitato per le mani un bel tomone di cui consiglio caldamente la lettura, “La libraia di Joyce. Sylvia Beach e la generazione perduta” di Noel Fitch (Il Saggiatore) che documenta l’esodo parigino della Lost Generation ― quegli scrittori/artisti americani che avevano eretto Parigi a meta dei loro pellegrinaggi e nuova capitale del fare artistico dell’epoca. Per me guardare “Midnight in Paris” è stato come riaprire questi due libri… Forse anche per questo ho passato i 100 minuti del film con la mia solita espressione da ebete quando trovo qualcosa che mi stupisce… 🙂
  • La riflessione tra presente e passato. Il film NON è una storia d’amore, fortunatamente ― “Guarda, se è una storia d’amore mi alzo e me ne vado dopo 3 minuti”, minacciò la Mic mentre prendevamo posto… E nelle vene del Board prese a scorrere gelido il terrore… :-(). Ma c’è anche quella, tranquilli Moviers in-love e Moviers to-be-loved… 🙂  Il film ragiona sull’incapacità umana di apprezzare il presente e la conseguente mitizzazione del passato, o di una determinata epoca del passato. Gil è in trip per gli anni ’20, e Adriana, la splendida ragazza che incontra negli anni ’20, è in trip per la Belle Epoque (e dell’incontro con Degas, Gaugain e Toulouse-Lautrec, ne vogliamo parlare?!?!), a riprova che il proprio presente è sempre sbagliato, e che si vorrebbe sempre essere in un altrove temporale. Paradossalmente è solo con il pensiero postumo che si capisce il valore di un momento storico ― il qui e ora non può praticare l’autonalisi, il che è comprensibile: avete mai trovato un paziente che si auto-analizzi con lucidità? Gil rifugge un presente che lui crede inadatto (o forse, più woodyallenianamente parlando, lui si vede inadatto al presente)  e non a caso il protagonista del suo libro lavora in un “negozio della nostalgia” ― ma in realtà, come dice Faulkner (citato nel film) “Il passato non è morto, non è mai neanche passato”, ed è così. The past lives on! Grazie all’arte, ai libri. Grazie ai ricordi, alla memoria. Ma il presente non va per questo massacrato ― come tendiamo a fare tutti (io sopra tutti, shame on me). Il presente, dopo tutto, è il tempo dell’amore, e questo è ben esemplificato nel finale, con Gil che rinuncia a ritornare negli anni ’20, cioè il passato, per passeggiare con la ragazza bionda, cioè il presente… Il passato lasciato, il presente scelto, i due se ne vanno via così, sotto la pioggia ― entrambi amanti della pioggia ― verso un futuro tutto da vivere. La scena mi ha fatto venire in mente la chiusura insuperata di “Tempi Moderni” ― da me tanto amata e postata http://www.youtube.com/watch?v=_XbjRsftsxM … Insomma, non ci sono morali nel film, solo tanti piccoli indizi da cogliere… Per apprezzare di più, per studiare di più, anche…
  • La meta-riflessione sul cinema. Gil a mezzanotte entra sostanzialmente in un mondo di sogno. Questo per me scopre l’anatomia, eil mistero, del cinema che, con l’aiuto del buio e del fantastico, apre la porta su nuovi mondi ― mondi meravigliosi, o orrendi o possibili o impossibili. Mondi. Pensateci a questo, Fellows… Pensate a cosa fa per voi il cinema…
  • L’elogio a una città. Dopo aver cantato le lodi di New York per tanti anni, Woody passa a Parigi. E ora mi spiego quei primi 3 minuti e 24 secondi del film in cui il regista rende proprio omaggio alla città, come se le desse in mano la macchina da presa e le dicesse “Toh, facci vedere quello che sei”… Sono 3 minuti e 24 secondi di Senna e Tuileries, e Place Vendome e Montmartre e Sacre Coeur  e Notre Dame e Place de la Concorde e les Invalides e ammappa che voglia mi viene di tornarci…!  🙂 Gil a un certo punto si chiede (ci chiede) retoricamente: “Come può un’opera d’arte competere con una città?”… Già, come può?
  • Due citazioni che non posso non citarvi. I Boy Fellow potranno proporle con nonchalance al posto della solita collezione di farfalle… Le Girl Fellow potranno dimostrare per l’ennesima volta che oltre le gambe c’è di più…. 😉

1. Gertrude Stein: “Compito dell’artista è trovare un antidoto alla futilità dell’esistenza”.

2. Earnest Hemingway: “L’amore è la vera e unica tregua dalla morte”.

Quindi, please, please, andate a vederlo! Se non vi fidate del Board, fidatevi di Mastrantonio, che non sbaglia un colpo e anche mercoledì si è rivelato provvidenziale nell’opera di ritrovamento posti, vista la mandria adolescenziale prossima a occupare la Sala 3 in attesa dell’8 dicembre… Grazie, Mastro, il 2011 mi ti ha regalato su un piatto d’argento ― rendo grazie al 2011 per questo.

Oltre al 2011 rendo grazie pure all’Anarcozumi, alla Fellow Giuly Jules e al Fellow Pilo per aver guardato “Midnight in Paris” in anterprima ― chiaro esempio di telepatia letsmovieana, questo, che verrà studiato da qualche pensatore pazzo negli anni che verranno… 🙂

Alla Fellow Antonia del Parchetto, a cui il film non è piaciuto per niente, dico che forse io sono troppo positiva, e lei forse un po’ troppo negativa! (Le mezze misure noi mai, eh… :-))

Merkel Mic, scusa, sono venuta meno al patto di brevità… Mi assumo tutte le mie responsabilità… Prometto di controllare lo spread la prossima volta… Dai, chiudi un occhio, please ― mercoledì al cinema ho visto che ti riusciva particolarmente bene… 🙂 🙂

Ma eccoci al film della settimana, per la gioia del Sergente Fed FFF

MIRACOLO A LE HAVRE
di Aki Kaurismaki

Il film è stato presentato con successo allo scorso Festival di Cannes e al Torino Film Festival (dove il regista finlandese ha pure ricevuto il Gran Premio Torino) ed ho letto che è “uno dei migliori Kaurismaki in assoluto”… Io non conosco Kaurismaki, ahimé… Quindi quale miglior occasione di venire e cazziare il Board??! Vi aspetto? Dai, è Natale fra un po’….Be good Fellas…:-)

Un’ultima cosa… Volevo mandare un GRAZIEGRANDECOSI’ all’Anarcozumi, che è la più grande Movie-Madame che io abbia avuto la fortuna di conoscere. Ieri sera ha organizzato un prestigiosissimo “Mimmo Rotella Movie Party”: gli invitati, tutti (o quasi) travestiti a tema “Personaggi del cinema”, hanno avuto l’onore di scatenarsi davanti a tre stampe originali (e dico, ORIGINALI!) dell’artista.
Insieme alla nostra Movie-Madame nei panni di una strepitosa Crudelia Demon (più vera, convincente e God, sexy, dell’originale), il parterre contava sulla presenza dei seguenti Moviers: la Fellow Giuly Jules versione Charlie Chaplin (persino con baffi&bastone! Perfetta!), il Fellow Pilo modello trino Blues Brother/Iena/Clark Kent, la Fellow Fausta Irrequieta 1 in mise anni ’20 (molto ad hoc), il Fellow Friz Vogue secondo-lui-Fonzie-ma-secondo-tutti-Top-Gun, il Fellow PaPequod in mood Mickey Mouse sceso dalle non-nevi della Paganella.
Tra gli altri partecipanti, un Cigno nero (meglio di Natalie Portman), un Willy Wonka (da sballo!), un Rag. Fantozzi con Signorina Silvani di rosso vestita (!), un Alex Drugo straordinariamente inquietante, una Lara Croft pacifista (‘cause guns are out), dei ladri mascherati da Presidenti nella rapina di Point Break (la fantasia non ha limiti), una donna in carriera anni ’80 (direttamente dal film “Una donna in carriera” nonché Oscar come Miglior Maschera della serata), una Flashdance in doppia tenuta saldatrice/ballerina, uno 007 in smoking e un’immancabile Dracula… Il Board ha rispolverato un look e un boa viola da Groupie anni 60’ made-in-L.A. che i Fellow Fiiiiii e Giak ricorderanno bene… 😉

Ora lo  capite cosa intendo quando dico che l’Anarcozumi una ne dice e cento(mila) ne fa?!? Grazie, Zu…You are an happening woman… 🙂

Ok, ora ho finito 🙂 … Come sempre grazie, miei prodi Moviers, che affrontate la movie-email con cotanto coraggio… Ora vi preparo la schiscetta con il riassunto della settimana e ve la porto giù da basso, già pronta per domani mattina… La baguette, compratela a Le Pain Quotidien (il Fellow Giak può consigliarvi…)…

Ah, e vi lascio anche dei saluti, che sono follemente cinematografici…

Let’s Movie
The Board

P.S. Siccome sono pessima ma non così tanto da tenermi  3 minuti e 24 secondi tutti per me, vi anticipo il Natale e ve li regalo http://www.youtube.com/watch?v=sVoDASJ27CQ&feature=related

MIRACOLO A LE HAVRE: Marcel Marx, un lustrascarpe, vive un’esistenza modesta ma tranquilla accanto alla moglie. La donna è affetta da una grave malattia, da lungo tempo tiene nascosta la cosa al marito, ma ora non può più mentirgli. Affranto da questo scherzo del destino, Marcel si reca nel porto di Le Havre. Lì incontra un bambino africano, clandestino, minacciato di deportazione in ogni momento. Marcel prende in simpatia il ragazzo e decide di proteggerlo.

 

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