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Let’s Movie CLV

Let’s Movie CLV

RE DELLA TERRA SELVAGGIA
di Benh Zeitlin
USA, 2012, 93’
Mercoledì 13/Wednesday 13
21:15/9:15 pm
Astra/Mastrantonio’s

Fiscal Fellows,

“Let’s Movie, non c’è soldi che lo paga”. Questa frase scoordinata, ma dall’impatto assicurato, ricalca un modo di dire con cui sono cresciuta, e che recitava così “La salute, non c’è soldi che la paga”. (Indirizzate pure a mia mamma eventuali esposti sulla correttezza grammaticale).
Let’s Movie non c’è soldi che lo paga perché dopo una settimana di überwerk ― e lo dico alla tedesca per amor d’effetto ― cioè di apnea lavorativa non solo per me ma anche per tutto il circondario che mi circondaria (un nome su tutti, l’Anarcozumi, esempio settimanale di diving-nel-troubling che non avete idea… 🙁 ), dopo sette giorni eppiù così, un Board se ne va a Let’s Movie come se Let’s Movie fosse una terra promessa un mondo diverso, o un Natale o un Annuka o un Oh-happy-day di religione qualsiasi, e pure con la certezza matematica di non trovare alcun Movier, ma proprio alcun alcuno, niente possibilità di surprise-surpsrise, proprio keine keine. Però ti dici almeno trovo il mio Mastro, la Lady Mastrantonio e Robin, e se son fortunata anche quella bionda speranza della Maddy Mastrantonio, mi faccio una chiacchiera condita da due risate e va bene, va molto bene visto l’überwerk e le rogne dal particolare all’universale (come dicevano nell’ora di filosofia), poi lanci un graziegraziegrazie nell’aere per questa fortuna che ti è capitata, scivoli fra il rosso velluto della sala e aspetti il nero notte della proiezione senza bisogno di ricorrere a Milan e Stendhal. E succede esattamente questo! Incontri tutti i suddetti (pure la bionda speranza della Maddy! :-)), poi rosso&nero senza Milan e Stendhal. E in più… Faccio per sedermi e dalla fila dietro la mia, dal buio buio della notte pre-cinematografica, sbuca fuori il mio Mate (‘cause we are runner mates), il Fellow Iak-the-Mate! E allora, dopo il solito tripudio urla&braccia-al-collo&l’esplosione iroshima “Me-l’hai-fatta-Maaaaaate!”, che avranno fatto SENZ’ALTRO la gioia degli spettatori tutt’intorno (!), mi torna in mente, anzi, “mi sovviene” ― per citare l’amico Lincoln e far ridere la Honorary Member  🙂 ― la frase tutta scoordinata con cui sono cresciuta, e la customizzo su Let’s Movie (customizzo è inqulificabile, Board, sappilo), e sospirodisollievo al Mate, “Let’s Movie, non c’è soldi che lo paga”. 😉

E poi cala la notte cinematografica e si accende il film.

Il vantaggio di queste produzioni non-mainstream è che non ti aspetti chissaché. Anzi, te ne vai al cinema con un “Bahsperiamobene…” nel còre al posto del fricico (questa mi sa che l’avevi già detta, Board). Quando poi ho visto come “La bicicletta verde” attacca, ho capito che questa volta non avrei avuto bisogno di speranze, che il film non mi avrebbe deluso, anche solo per quella coppia di scene di cui sto per parlarvi.
Una delle prime inquadrature de “La bicicletta verde” è un primo piano delle scarpe della domenica di una bambina. Sapete no quelle scarpe seriose da bambine compite, che ti mettevano con i calzini bianchi bordati di pizzo per andare a Messa o a pranzo dagli zii… Quelle scure, con il cinturino, basse-che-più-basse-non-si-può, quelle la cui versione adulta sono le ballerine ― genere a cui ogni donna dovrebbe guardare con diffidenza e sdegno, visto l’effetto gambizzante che esercitano sulle gambe delle donne (scusate la divagazione, ma mi premeva). Poi, dopo pochi minuti, un altro primo piano ci regala le scarpe della protagonista, Wadjda ― che non è affatto tipa da scarpe seriose. Un paio di All Stars vissute, consumate, con i cordoni colorati. Già da queste due inquadrature si è compreso che il film avrebbe guardato al particolare (nel senso letterale del termine) di una storia per parlare di una condizione generale. Dal micro al macro, come nell’ora di filosofia. E infatti il film è fittissimo di dettagli, di piccole situazioni che però documentano meglio di qualsiasi documentario la situazione in cui vivono le donne in Arabia Saudita. E pensandoci sopra “La bicicletta verde” è questo: un documento che (di)mostra nel piccolo ― che poi è sintesi del grande ― il vissuto della donna in un paese islamico. Un film sineddotico** insomma (pure sineddotico è inqualificabile, Board, sappi anche questo).

Noi donne occidentali del 21esimo secolo rimaniamo abbastanza ammutolite davanti a un mondo che seppellisce i corpi e la libertà delle donne dentro funerei scafandri neri, che vieta alle ragazzine la spensieratezza di una bici temendo che una bici ne comprometta la moralità. Un mondo in cui la donna è completamente tagliata fuori dalla vita sociale (e persino dall’albero genealogico!) e asservita all’uomo, nonostante le sia concesso di lavorare ― il contentino bisognava pur darglielo, e certo un impiego è il contentino più conveniente del mondo… La mamma di Wadjda è questo tipo di donna: indipendente all’apparenza ― fa l’insegnante, ha una propria autonomia finanziaria ― dipendente nella sostanza ― al papà di Wadjda, da cui verrà lasciata perché incapace di avere altri figli (figli maschi, s’intende) e che si sposerà con un’altra più fertile cavalla, ehm, fanciulla.

Quello che colpisce noi spettatori dell’occidente è la schizofrenia esistenziale a cui sono sottoposte queste donne: il burka nasconde unghie dipinte, capelli attentamente piastrati, abiti provocanti. Mi chiedo io. Ma come faranno queste donne ad essere quello che sono da dentro la bara del Burka? Come fanno a non crollare, implodere, disintegrarsi identitariamente, prima o poi? No perché già qui in occidente noi abbiamo i nostri bei casini da risolvere ― penso alle discriminazioni che ancora si subiscono e a certi luoghi comuni di cui ancora siamo oggetto…e lo siamo…. Comecaspita faranno loro? Come si può essere liberi solo sotto una dittatura, ancorché di stoffa?
Queste domande passano per la testa anche di Wadjda, anche se magari ancora non le capisce fino in fondo, anche se non capisce perché la madre, così colta e “avanti” si neghi la possibilità di lavorare in un posto in cui dovrebbe stare a viso scoperto. Par quasi di sentirle, le domande che si affastellano nella mente di Wadjida, lei che certo non è una ragazzina qualunque: sogna una bicicletta ― anche questa una sineddoche bell’e buona: la bici è la libertà, e l’accesso al territorio maschile ― e si inventa di tutto pur di riuscire a mettere insieme i soldi per comprarsela. La furbizia e l’intraprendenza di Wadjda ci fanno ben sperare. Se ci sono ragazzine così, pensiamo, allora le cose possono cambiare…
Purtroppo la regista è sufficientemente lucida da mostrarci che le cose non sono così facili, e che no, cambiare non è così facile. C’è un momento che rappresenta benissimo questa presa di coscienza. La direttrice della scuola in cui Wadjda studia è una specie di Signorina Rottermeier versione islamica ― e non so se ci sia nulla di peggiore di una Rottermeier islamica… Dopo aver convocato Wadjda, vietandole, fra le altre cose, di portare le All Stars, le dice: “Tu non ci crederai, ma io ero come te da ragazzina”. Questa battuta è estremamente violenta: uccide a noi qualsiasi tipo di pensiero le-cose-possono-cambiare in cui potevamo aver sperato, e in loro la possibilità di essere diverse. È come se la Wadjda dodicenne si trovasse davanti a se stessa trent’anni più vecchia, come se vedesse come sarà, dopo il mutamento che lei, come tutte le ragazzine sue coetanee, sono destinate a subire in corso d’opera… Tanto ribelli, fiduciose, intraprendenti, fin temerarie da piccole, quanto conformiste, asservite, testa-bassa da grandi. È una brutta verità, quella che ci racconta la regista. Il sistema finisce per domare, inglobare e normalizzare tutto ciò che è anormale, diverso, “contro”. Come Wadja, o la direttrice da giovane. Il finale positivo sembra alleggerire un po’ il peso di questo messaggio ― Wadjda avrà la bici in regalo dalla madre. Ma io non posso proprio dimenticarla, quella battuta. “Tu non ci crederai, ma io ero proprio come te da ragazzina”. E nemmeno Wadjda, credo, riuscirà a dimenticarla… Io mi auguro che tutte le bambine islamiche del mondo non smettano mai di volere biciclette e indossare All Stars sotto il velo, e smalto blu elettrico dentro le All Stars ― se proprio proprio velo dev’essere, almeno con del colore e del fun sotto…

Ma lasciatemi ribaltare le cose, e lanciare una provocazione. Il velo oscura, nasconde, cancella. Vero. Ma non avete mai pensato alla “comodità” di un velo? A quanto allettante potrebbe essere nascondersi lì dietro, ogni tanto, senza dover apparire per forza? In certe situazioni, soprattutto lavorative, il corpo è un ingombro che le donne si devono portare appresso. Come dite? Esagerata? Forse un po’…Ma credetemi, a volte un velo risolverebbe tanti momenti… Va be’, io ho lanciato l’argomento, rifletteteci un po’ sopra magari… O magari fatevi una partita alla playstation, che è pure meglio… 😉

Io ora non attacco la playstation perché devo proporvi un film che sta spaccando da levante a ponente, dagli Appenini alle Ande (Zeitlin sei grande).

RE DELLA TERRA SELVAGGIA
di Benh Zeitlin

 

Presentato a mille festival e vincitore di mille premi (tra cui il Gran Premio della Giuria al Sundance e la Caméra D’Or a Cannes), incensato da mille critici, candidato a mille premi Oscar (tra cui, per la prima volta nella storia, quello per la miglior attrice protagonista, che ha sei anni), ci sono mille buoni motivi per andare a vedere il film cult dell’anno. Ne ho elencati solo tre perché riportare gli altri 1996 sarebbe stato un po’ problematico in termini di spazio e soprattutto di endurance richiesta ai Moviers. Io fossi in voi verrei anche solo per fare gli agenti del fisco e praticare del temutissimo auditing, verificare che quei 1996 siano veramente 1996 e che non ci abbiano fregato. 😉

Vi aspetto quindi muniti di valigetta e occhiale in bachelite modello Clark Kent pre-Superman…

Prima di chiudere, volevo informarvi che l’Anarcozumi sta facendo lo sporco lavoro di inviata/infiltrata speciale al Festival del Cinema di Berlino per noi ― oltre a sbrigare quelle 4(mila) cosucce per la Trentino Film Commission… Attendiamo aggiornamenti da Alexander Platz, e per il momento le inviamo tutto il supporto che merita dal Quartier Generale di Let’s Movie. Wir glauben an dich, Zu!!! 😉

E per ora vi saluto, ma vi rassicuro: questa settimana il Movie Maelstrom è tornato ― yes, sometimes life stops sucking. 😉 Quindi sfruttatelo. Il riassunto invece, bah, fate vobis, as usual… Ah poi come sempre, ricordate di accettare i miei sonori ringraziamenti (ma non li sentite tintinnare??? E no, non è Babbo Natale che ha perso la coincidenza Francoforte-Helsinki, sono i miei grazie, tintin tintinnanti…), e i mie saluti, che oggi sono tributariamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

** Per quei due Moviers che non lo sapessero, dicasi sineddoche la figura retorica che consiste nel conferire a una parola un significato più o meno esteso di quello che normalmente le è proprio, per esempio nominando la parte per indicare il tutto (tetto per casa). 😉

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ultimamente il Movie Maelstrom si è trasformato in una specie di Minestrom raccogli-tutto, e va bene così ― mi piace avere un luogo zibaldonico dove buttare musica& recensioni-del-Fellow-Fiiii&link&LaQualunque. Una volta tanto però utilizzo questo spazio rispettando lo scopo per cui era nato: gettare titoli di film papabili da far circolare virtuosamente fra i Moviers ― o che gli stessi Moviers vorrebbero consigliare segnalandomeli a [email protected].

Qualche tempo fa ho visto questo film che mi ha conquistato in modo totalizzante… Si tratta di “Cloud Atlas”, dei fratelli Andy e Lana Wachowski (papà e mamma di “Matrix”, per capirci) ― http://it.wikipedia.org/wiki/Cloud_Atlas.

Non lo consiglio a TUTTI, ma agli amanti di un genere che è ancora difficile da codificare…Tra il fantasy e il drammatico e il mistery e l’allegorico, passando per l’apocalittico… Lo consiglio a chi ha amato “Donnie Darko” (i miei guys di Los Angeles in primis, parola di Nonna Morte… ;-)). Lo consiglio senz’altro a Spielberg, per dimostrargli cosa vuol dire fare un Film….

“Cloud Atlas” raccoglie e intreccia in modo sorprendente sei trame, sei epoche storiche e un numero imprecisato di attori che ritorneranno, in tutte le sei storie e le sei epoche ma in vesti e modi assolutamente inaspettati… E ha un messaggio di fondo che vi farà andare via di testa…

Non sono l’unica a pensarla così…Il WG Mat e la Fellow Junior danno credibilità alle mie parole blahblahblah… So PLEASE, go and watch it, Moviers… Go go go!  🙂

RE DELLA TERRA SELVAGGIA: Il film è la storia di Hushpuppy, una bambina di cinque anni che vive con Wink, papà severo ma affettuoso, nella comunità soprannominata Bathtub (La Grande Vasca), una zona paludosa di un delta del Sud americano. Wink, che ha contratto una grave malattia, sta preparando Hushpuppy a vivere in un mondo dove non ci sará piú lui a proteggerla. Inoltre il Bathtub è alla vigilia di una catastrofe di epiche proporzioni: gli equilibri naturali si infrangono, i ghiacci si sciolgono ed arrivano gli Aurochs, misteriose creature preistoriche. A Hushpuppy non resta che cercare di sopravvivere e di mettersi alla ricerca della madre, che per lei è solo un vago ricordo.

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Let’s Movie CL + Let’s Get The Party Started ;-)

Let’s Movie CL + Let’s Get The Party Started ;-)

Mercoledì 9/Wednesday 9

Fase FUN: Ore 7:14 pm, brindisi al Bistrò dell’Astra
Fase FILM: Ore 9:00 pm, visione di

…LA PARTE DEGLI ANGELI
di Ken Loach
UK, 2012, 106′

Fun&Film Fellows,

I Moviers diretti a New York City, si dirigano al GATE 1.
I Moviers interessati a “Let’s get the party started” (s)corrano giù fino al GATE 2.

Consigliamo a tutti di transitare per il GATE 1 prima di passare a “Let’s get the party started”.
Ricordiamo che i bagagli incustoditi saranno prelevati e portati in casa del Board. 🙂

GATE 1 – New York City

Non so se l’avevate mai notato ― io no ― ma New York, “NY” per gli amici, porta già nel nick il suo lato No (N) e il suo lato Yes (Y). Oddio, ho qualche difficoltà a trovare i lati NO, con quel fior fiore di YES che si ritrova… Ma visto che non ho un film su cui dilungarmi in questa mail e visto che ho ancora il sapore della grande mela in bocca, perché non dilungarmi su NY, lato No e lato Yes della città più cool del pianeta?
Dato che non odo pareri discordanti fra voi (!), eccovi “La dilungazione su No e Yes di NY, la città più cool del pianeta”. 😉

No

  • Rihanna. A quanto pare va un sacco. Bah.
  • Il meteo. Sono stati perlopiù giorni soleggiati e senza pioggia diurna (solo notturna). Ma il vento, Fellows…il maestrale in confronto è una brezzolina da villaggio Valtur! È un vento, quello newyorchese, che vi frusta la faccia e che spira da destra e da sinistra (ovest ed est, se praticate i punti cardinali, a differenza mia 🙁 ), cioè dall’Hudson River e dall’East River. Manhattan è l’ugola che ci canta in mezzo, ma solo voi che la percorrete con gambe turiste siete soggetti alle frustate ― i newyorchesi sembrano esserne immuni… donne in gonne senza calze, ragazzi in t-shirt… quando si dice i misteri della termodinamica…
  • Il salasso della cultura. Mi son concessa il cinema tre volte, in tre cinemini diversi, in modo da fare un rapporto quanto più dettagliato possibile al nostro Mastrantonio. Prezzo del biglietto? $ 13.50. E stica, aggiungerei… Ebbene sì, miei increduli Moviers, $ 13.50. Un’esagerazione…. Hanno ben poco da dire “sì ma se diventi membro di questo cinema, paghi 8 dollari”… se la membership mi costa dai $ 75 in su, allora escuchame, ma donde estas il mio risparmio, gringos?? E guardate, sto parlando di cinema che passano film d’essai, tipo l’Angelika Film Center, o l’IFC Center, non multiplex con 3D e sale spaziali… per un biglietto in quelle sale, mi ha detto un local, si arriva anche a 18-20 dollars…Maaan…

Lo stesso dicasi per spettacoli teatrali, concerti e quant’altro. Ci sono anche eventi “for free” eh, ma la stragrande maggioranza sono a pagamento, e che pagamento…Questo mi ha un po’ deluso, a dire il vero…. È come se si volesse (ancora, tutt’ora!) instaurare un elitismo culturale, allontanando le masse dall’offerta, e riservandola allo strato di population con un reddito annuo a tanti zeri. Non dico che qui in Italia/Europa la cultura non si paghi, ma se faccio un abbonamento a un cinema, arrivo a pagare il biglietto Euro 5.50 (come dal buon Mastro), oppure se vado a vedere un film il lunedì sera risparmio 3 Euro. E questi 3 Euro mi hanno fatto pensare al funzionamento dello stato americano dove la cultura non è vista come un servizio attraverso il quale raggiungere il maggior numero di cittadini possibili (per un miglioramento della società stessa che attraverso la cultura MIGLIORA!), ma è concepita come un privilegio riservato ai pochi. Un po’ come l’istruzione, la sanità….Halloooo Americans??? Mai sentito parlare di stato sociale?!…. Mmmm, credo di no… e quindi questo, l’aspetto della cultura per happy-few, è proprio un NO. NOT done.

Ecco, questi sono i tre NO che son riuscita a racimolare –l’ultimo il più grave, per quanto anche Rihanna…

Gli YES sarebbero davvero too many… Ne elenco alcuni… Con quelli “missing”, farò la capatanta a tutti quelli che mi capiteranno a tiro 🙂

  • Sì a Brooklyn, black and blues, con i campi da basket dietro le reti di ferro, i suv che pulsano cuori d’hip-hop, i gruppetti di adolescenti che sparano rime a bordo strada, le cappelle battiste, i riformatori di Utica, i supermercati accanto ai macelli, le sopraelevate della metro che accarezzano mini-alimentari vuoti, fermate degli autobus bazzicate da lavoratori notturni o perdigiorno diurni, i vecchietti incravattati o i Drughi lebowskiani in tuta&infradito che salutano una visopallida (l’unica, e quando dico unica, dico unica) che corre presto al mattino o tardi la notte. La Brooklyn del Brooklyn Bridge, di Prospect Park, di Brooklyn Heights, e di Brooklyn Industries (un brand che consiglio a tutti). La Brooklyn che mi ha fatto sentire a casa, io che non mi sento mai a casa da nessuna parte
  • Sì ad Harlem, con il gospel il giorno di Natale, esperienza che va fatta, in qualsiasi città americana in cui andrete. Io non l’avevo mai fatta, ma ho scoperto il potere catartico del canto all together. E cantare “Oh happy day” on a Christmas day ad Harlem, be’, io lo auguro a tutti, prima o poi. Avevo accanto a me una famiglia di svedesi della Svezia bene, molto posh, molto kg-su-kg-di-aplomb. Be’, quando il coro ha attaccato con i gospel, questi biondoni tutto Hilfiger si sono sca-te-na-ti! Pensavo di essere io l’invasata, e invece…
  • Sì a Chelsea, con la High Line, la ferrovia sopraelevata trasformata da degli architetti molto smart in una passaggiata pedonale che costeggia l’Hudson River. Voi siete lassù, passate al fianco di istallazioni artistiche, ammirate gli edifici marroni ― le brownstones ― con dentro appartamenti da 12 zeri e ve la godete proprio tutta 😉
  • Sì al Noguchi Museum, museo imbucatissimo a Long Island, possibilmente da affrontare NON durante una tormenta di neve (!). Ma vale il prezzo del viaggio a New York. Ci va pochissima gente, è un’oasi lontana dalla pazza folla, le sculture di Noguchi sono poesia allo stato solido, e quei dodici isolati da farvi a piedi per raggiungerlo non faranno altro che tonificare i vostri bravi glutei moviers
  • Sì a SoHo, soprattutto il Kit228 in Elizabeth Street, in cui troverete delle scarpe Melissa (mamma mia, le Melissa) scontate del 70% (mamma mia, del 70%)
  • Sì a Staten Island, con il suo ferry che ti permette la vista sulla skyline newyorchese a tutte le ore del giorno e della notte, e che non so, vi porta indietro nel tempo…Sarà forse Ellis Island che sbuca laggiù, e che porta con sé un passato di valige e sogni
  • Sì al Bronx, che non è poi così Bronx come si pensa, e dove ci sta la vera Little Italy di NY (quella in Mulberry Street se la sta mangiando China Town)
  • Sì alla metropolitana che ti fa scoprire storie e sassofonisti e poveracci e ricconastri
  • Sì ai baveri in velluto dei cappotti nell’Upper West Side che ti fanno trovare dei Cary Grant ovunque.
  • Sì al Paley Park, che è un vest-pocket park, i cosiddetti parchi “tascabili”, micro-spazi di verde e acqua in mezzo alla gritty Manhattan
  • Sì alla Centrale dei Goshbuster, che esiste davvero, a Tribeca, e alla casa dei Robinson, che anche lei, esiste davvero, come del resto la Minetta Tavern di “Sleepers” o la chiesa de “Il Padrino” o il diner in cui Sally incontra Harry o la casa dove visse un tale Brando Marlon, appena sbarcato a New York dal Nebraska. Tutto questo cinema in questa città mi ha fatto capire che più che mitizzare New York, noi italiani/europei/Board l’abbiamo interiorizzata cinematograficamente sin da piccoli, vivendola come un luogo fantastico prim’ancora che geografico. Parlavo di Harlem e Brooklyn prima. Be’, ma come camminarle e non trovarci le ambientazioni di Spike Lee, o Sergio Leone, o Coppola, o Scorsese? E non nominiamo Woody Allen, il cui cinema è tutt’uno con Manhattan…  Poi c’è stato “Sex & The City”, of course, che ha sia rafforzato il mito, sia creato dei cliché non sempre veri. Le fashioniste ci sono, non c’è dubbio, ma Manhattan non è piena di Carrie Bradshaw che tacchettano in Manolo Blahnick nell’Upper West Side. Ci sono anche loro, ma anche tante scarpe comode, tanti cappucci con dentro teste di persone normali, tantissime storie…
  • Sì a New York by day, che ti chiede tanta energia ― ma tanta tanta! ― e sì alla New York by night, che non fa paura, ma proprio per niente, anzi, ti fa sentire come parte di un essere che respira e si muove. E tu ci sei dentro, o sopra, e fai parte di lui.
  • Sì a Central Park, ovviamente. Di notte di giorno, d’estate d’inverno. Panchine e sottopassaggi. Runners and lovers.
  • Sì ai newyorchesi, che aiutano sempre un Board alle prese con una cartina incomprensibile. Sì alla loro easyness, ai sorrisi che ti regalano.

E lasciatemi aggiungere

  • Sì alle stringhe di liquirizia rossa, the best American food ever
  • Sì ai macaron. I newyorchesi hanno preso il classico piatto della loro tradizione fast-food, i macaroni&cheese, hanno tolto il cheese e una I ai macaronI, scoprendo così i macaron francesi, e invadendo la città di negozietti e minuscole, esteticamente adorabili, pasticcerie.
  • Sì a questa canzone molto trashy, “Thrift Shop”, http://www.youtube.com/watch?v=p9mmhh_wvkA di tale Macklemore, che va per la maggiore al momento e che passavano sempre su radio NY-KKK-something mentre correvo, tanto da diventare la colonna sonora di questo viaggio. Mi rendo conto che il testo non è esattamente De André (!), ma la tromba che attacca al 21esimo secondo e che accompagna la canzone, be’, direi this is fu**ing awesome 😉

GATE 2 – “Let’s get the party started”

Dunque, avevamo un 150esimo da celebrare, se non sbaglio… Ebbene sì, 150 Let’s Movie! Fa quasi paura, 3 anni e 150 Let’s Movie! Scary! 🙂 🙂

E dato che il Board deve ancora festeggiare il compleanno a Trentoville ― il 22 dicembre, prima di perderemi nello shopping tipologia onnipotente “Oggi-compio-gli-anni-posso-tutto”, stavo nel Lower East Side sulle tracce della casa di Charlie Parker ― ho pensato di unire il compleanno di Let’s Movie e il mio, così facciamo due in uno, ottimizzando tempi e costi, e fregando alla grande la spending review. 😉

In più dobbiamo anche celebrare il rientro dall’Egitto delle nostre faraoniche Anarcozumi e Honorary Member Mic, che sono state una settimana sul Nilo a fare le Bangles. 🙂

Con la collaborazione del Mastro ― magno, magnanimo et mugnifico Mastro ― abbiamo organizzato il seguente programmino articolato in due fasi, Fun&Film, per mercoledì 9 gennaio:

Fase FUN: Ore 7:14 pm, brindisi al Bistrò dell’Astra alltogether
Fase FILM: Ore 9:00 pm, visione di…

…LA PARTE DEGLI ANGELI
di Ken Loach
UK, 2012, 106′

Le fasi Fun&Film sarebbero da farsi entrambe. Ma se potete farne solo una va bene lo stesso, purché troviate una scusa sufficientemente inverosimile da propormi per saltare l’altra. 🙂

Chi ha già visto il film, come il Sergente Fed FFF (con cui abbiamo dichiarato il decesso di Trentoville alle ore 00:00 del 31 dicembre 2012…), è esortato a partecipare alla Fase Uno – Fun. 🙂

In merito a “La parte degli angeli”, ha tutti i numeri per essere il primo Let’s Movie dell’anno: Ken Loach versione commedia tinta di giallo, sfondo proletario British che da sempre arreda il suo cinema, umorismo bitter-sweet (symphony), Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, ottimo riscontro di pubblico e critica. Ma che volemo depppiù?

Allora tutti d’accordo, tutti on board col Board eh, mi raccomando! 😉

Ora che vi siete imbarcati, vi lascio prendere posto (sì sì tutti in business, tranquilli). Io vi aspetto nell’area Arrivi, mercoledì 9 dalle 7:14 pm in poi.
Per ora vi ringrazio per la pazienza che avete avuto con questo Board che vi opprime-reprime-perplime da 3 anni, e vi mando dei saluti, che questa sera sono velivolamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

LA PARTE DEGLI ANGELI: Processato per aver picchiato a sangue un altro ragazzo, Robbie evita per un soffio la galera – il giudice tiene conto della sua imminente paternità – ed è condannato a trecento ore di lavoro socialmente utile. Per amore della compagna Leonie e del neonato figlio Luke, e sostenuto dai nuovi amici del servizio sociale, Robbie promette di non perdere più la testa e di rigare dritto.

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Let’s Movie CLXIXI

Let’s Movie CLXIXI

MOONRISE KINGDOM –FUGA D’AMORE
di Ves Anderson
USA 2012, 94’
Lunedì 10/Monday 10
22:00/10:00 pm
Smelly Modena

Frosty Fellows,

Ho deciso di s-cacciare tutta la disgrazia invernale che ci è piovuta-no-nevicata addosso nel giro di due giorni nell’intestazione coibentata lassopra, in modo da proteggerci, almeno idealmente, da questo freddo che, sì, come mi si ripete da qualche giorno, è-perfettamente-nella-norma-Sara, ma che no, non-mi-va-proprio-giù-cari.  🙁 Anche perché complica l’approccio delle persone — cioè dei Moviers —verso la questione “uscita da casa”. Il divano diventa Bora-Bora, luogo paradisiaco da cui staccarsi figura tra le 1000 azioni più autolesioniste del manuale del giovane autolesionista, e il mondo là fuori diventa Bolungarvik — sì sì, ricordate bene: Bolungarvik è il paesino islandese dov’è ambientato “Noi Albinoi”, un film che ovviamente tutti avrete visto, con  l’intento di combattere una visione troppo christmascarrol della neve… 😉

Detta questa serie di scemenzuole weather-related, passo ben volentieri a raccontarvi, miei patient Moviers, il Let’s Movie di lunedì scorso.
Vedete, mi capita questa cosa: sono talmente convinta di essere sempre in ritardo per Lez Muvi, che corro anche se non ce n’è affatto bisogno — insomma, running for the run’s sake, se volessi mettervela sull’incomprensibile e ricordarmi di Theophile Gautier. Quindi sbuco trafelata da Trainspotting (ormai lo conoscete, il mio sottopassaggio), evito due sbirri che sorridendo mi ammoniscono “Piano signorina”, a cui rispondo lanciando un’occhiata molto “You don’t know the Power of the Dark Side”. Sorridendo, s’intende… 🙂 Dall’altra parte della strada c’è l’Honorary Member Mic che si sbraccia, ma io sono talmente presa dalla corsa che impiego qualche tempo a metterla a fuoco. Quando poi lo faccio, e abbraccio lei e il suo nuovo taglio fringy-sleek, lei mi tranquillizza come si tranquillizza un giovane Padawan: “Iiiiih mancano 4 minuti.  C’è ancora una vita”. Cavolo. So’ soddisfazioni, queste, penso io.

C’è tutto il tempo per del fun-talking con Mastro&Robin ― il duo sempre pronto a combattere l’evil, lo ricordo ― e per scorgere al Bistrò lì accanto una creatura dai capelli fatalmente mielati — insomma, una Ecce Ancilla Domini, se volessi mettervela sull’incomprensibile e ricordarmi di Dante Gabriel Rossetti. Io e la Mic ci avviciniamo e, aldilà del toast che stringe fra le mani, l’Anarcozumi, che ha fatto una magia a livello tricologico, e ora sa di honey&fairy-tales. E io le guardo entrambe, la Mic e la Zu, con ‘sti look nuovinuovi e fichifichi, e di nuovo penso, cavolo, so’ soddisfazioni, pure queste. 🙂

Soddisfazioni che non finiscono ma proseguono con l’arrivo — alle 8:59 pm, praticamente a gate chiuso —del Fellow Truly Done, che ha capito che il cinema non è solo una ragione di vita (ok, questa è un po’ esagerata, but you know) ma anche un ottimo strumento per imparare l’italiano, lui che è 1 metro e 90 di British English. 🙂

“Utile ma non indispensabile” è stato Il mio commento al termine di “E se vivessimo tutti insieme?”. Non fraintendetemi, s’è riso eh. Specie con l’Honorary Member, a cui il film è piaciuto, e ne sono oreliete (pessima). Alcune situazioni sono davvero funny, come per esempio quando il gruppetto di anziani amici “rapisce” dall’ospizio uno del gruppo…. Oppure le fotografie erotiche scattate dal vecchietto “rapito” dall’ospizio. Ma in realtà non dovrei dire “vecchiETTO”: il diminutivo potrebbe sminuire i personaggi, o renderli più buffi. Anche se, di fatto, uno degli obbiettivi cui il film tende è proprio riportare il vecchio nel mondo, trascinandolo fuori da quella galassia di tabù e distanzianti luoghi comuni in cui la società l’ha relegato. Insomma, una desenilizzazione del senile, se volessi mettervela sull’incomprensibile (sì, questo è l’ultimo “se volessi”, promesso). Su questo, mi ci ha fatto ragionare proprio la Mic. Vi spiego. Nel film c’è uno dei personaggi che si esprime utilizzando un linguaggio particolarmente scurrile — lo  sapete no, il Board è abbastanza sensibile alle parolacce, e se non lo sapevate, ora lo sapete.  Ho sussurrato alla HMM: “Ma dice un sacco di parolacce!”. E lei: “È perché non sei abituata a sentirle da un vecchio”. Ed è così, è esattamente così! Non siamo abituati a sentire un anziano — soprattutto un anziano della borghesia parigina bene — parlare con un determinato tipo di linguaggio. Ci aspettiamo il bon ton, l’etichetta. E questo perché, nell’idea che abbiamo noi dll’anziano, oscilliamo fra Mister Magoo e Gandalf (volevo dire Obi-wan Kenobi, ma poi mi dite che divento ripetitiva con Star Wars, ed è vero, lo divento): uno simpatico e buffo, molto grandpa che infonde tenerezza, l’altro circondato da quell’aura di compostezza/saggezza che incute rispetto . In realtà dovremmo uscire da queste immagini-capestro, che imbrigliano un’età dentro due profili immutabili… Tra quei due estremi infatti PUO’ esistere il vecchio anarchico, organizzatore di sommosse, che dice parolacce anche quando non ce n’è assolutamente bisogno.
Anche due donne del gruppo rappresentano delle anziane che sovvertono il ruolo dell’“anziana” “classica. E qui il regista ha scelto due vere bombe cinematografiche, Geraldine Chaplin e Jane Fonda, lavorando astutamente sul look. Geraldine calza All Stars più spesso di Simon Le Bon, e Jane ha degli outfit con Jeans stretti e camice-taglio-maschile-ma-sexy che sotterranno le orde di venticinquenni made-in-Bocconi che si bruciano la giovinezza votandosi alla combinazione letale foulard&ballerine. Ammirazione infinita per queste due signore, e signore attrici, del cinema: hanno quell’eleganza dello spirito che trascende le rughe e non invecchia mai — questo ci sia di conforto: class is ageless.

Gli altri due personaggi maschili, l’allupato sciupafemmine e il malato di Alzheimer, sono due figure più convenzionali, anche se conservano comunque dei tratti comici ben definiti, specie l’allupato. Il film ci mette davanti a una realtà che dovremmo affrontare — gli ultimi anni della vita ed eventuali malattie— senza però farne grandi drammi. È tutto molto  soft, come la bara rosa che Jeanne (Jane Fonda) sceglie per il proprio funerale. Ecco, sì: il film è come una bara rosa — un memento mori in una confenzione pink…

Mi aspettavo più comicità, forse. Più lame affilate. Viziata dal rasoio di “Cena tra amici”, avrei voluto un po’ più di mordente, d’incisività. Invece il film rimane morbido, con dei momenti di velata malinconia e rassegnazione, ma morbido. In certi istanti avevo come la sensazione che il film non sapesse bene quale strada prendere — come se si chiedesse, il film, voglio far ridere? Voglio far riflettere? Voglio intristire? Voglio sdrammatizzare? Forse ha cercato di fare un po’ tutte queste cose, non riuscendo particolarmente bene in nessuna. Riuscire bene in tutte queste cose è un’ambizione molto molto alta cui tendere… Forse ci si arriva quando non ci si tende — chissà se i registi di “Quasi amici” se ne sono resi conto, mentre l o giravano?

O magari il vero perché di “E se vivessimo tutti insieme” sta proprio nella delicatezza con cui pone certi argomenti ― “ci sono anche altri modi oltre l’incisività, sai, Board…”… Sta di fatto, e su questo fatto c’ho riflettuto, che un film non può solo evocare. Dovrebbe dire, anche. Trovare una semantica sua e concentrarsi su uno o più aspetti e dirli con attraverso quella semantica. Per esempio “Amour” aveva scelto una lingua ben precisa per raccontare la questione della malattia e del decadimento. Una lingua dura, non c’è dubbio, ma precisa. “E se vivessimo tutti insieme?” dondola fra il sorrisetto (non si ride mai grasso) e la fronte corrugata-ma-non-troppo. Un po’ né carne né pesce. Come nel finale, che chiude con una scena corale alquanto drammatica quasi a controbilanciare la scena precedente (felice, a mio parere) del funerale con il feretro rosa. Insomma, non c’è decisività, e ho capito che la decisività va di pari passo con l’incisività…
Anche l’Anarcozumi è rimasta poco convinta — mentre Chris had fun, just like the Honorary Member. Let’s Movie spaccato, Let’s Movie approvato, dico io. 😉

Prima di passare alla nostra proposta settimanale, diamo il benvenuto a Florian, che ora si spoglierà di un nome che ci piace tanto e infilerà i panni del Fellow Läufer Flo: un nome uno scioglilingua! (Provate un po’ a ripeterlo…). 🙂 Questo appellativo per via dei suoi piedi, che avrete capito non sono esattamente da pantofole&plaid, e per via delle sue radici che avrete capito non affondano esattamente nell’entroterra calabrese. Flo, wie Ich dir gesagt habe, wirdst du ein wunderbarer Movier sein (mamma mia! Pussa via, spirito teteshko che alberghi in me! Raus!).

Approfitto anche per salutare, Roberto, anzi Robeywatch, il bagnino di Let’s Movie che solerte consiglia le corsie meno trafficate al Board dai boArdi della White Madonna (piscina celestiale di Trentoville che non ha nulla ma proprio nulla a che fare con la criminal Foggy, luogo di pirahna e criminalità organizzata…). 🙂

Questa settimana, Moviers, ho una curiosità dentro, ma una curiosità di quelle…

MOONRISE KINGDOM –FUGA D’AMORE
di Ves Anderson

Ne so pochissimo, di questo film, se non che il film ha aperto con successo l’ultimo Festival del Cinema di Cannes, che il regista è quello de “I Tenenbaum” e di “Il treno per il Darjeeling”, e che ha un cast di attori che, Bruce Willis a parte, ci stuzzicano molto e che, a parte Bruce Willis, include Edward Norton, Bill Murray, Tilda Swinton e Harvey Keitel. Edward Norton è di proprietà dell’Honorary Member, quindi è off limits, ma abbiamo comunque l’imbarazzo della scelta ― Bruce Willis a parte (!). Non so, mi sembra un film molto poco conventional e molto tanto intriguing, con quelle ambientazioni e quei colori anni ’60 che fanno sempre interesse… È allo Smelly, purtroppo. Ma promettiamo al Mastro di fare un minuto di silenzio prima del “play” per espiare quella Sehnsucht da cinemaastra di cui tutti sicuramente soffriremo. E quanto allo smell, be’, contro quello possiamo poco, purtroppo.

Bene Fellows, frosty e non, anche per oggi ho detto tutto ― o meglio, la metà del tutto che vorrei dirvi ogni volta, ma non si può volere tutto dalla vita…  Graziegrazie delle orecchie e degli occhi, della pazienza e della clemenza. Vi chiedo di fare la carità a un povero Movie Maelstrom e di non saltarlo a pié pari, cosa che invece potete fare con il riassunto. Sperando di vedervi numerosi domani, vi prego di accettare dei saluti, che sono saratoga-il-silicone-sigillantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

 MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Giusto per farvi dormire sonni tranquilli, vi informo che ieri notte si è conclusa la Star Wars Marathon, sei episodi sei, grazie alla Fellow Junior e al WG Mat, detto anche Master Mat. Purtroppo il Board è ancora un Padawan: per diventare uno Jedi (da leggersi “Gedai” eh) i due geni del male testé menzionati hanno messo appunto lo “Star Wars Test” con un numero imprecisato di domande, e solo superandolo, solo allora, “a Jedi will I be”…
Dato che la mia vita non è più la stessa da quando ho scoperto Yoda e Darth Vader ― le due facce di una medaglia che tutti ci rigiriamo fra le mani, sappiatelo ― e soprattutto da quando ho scoperto che i Forrester di Beautiful non sono nulla al confronto degli Skywalkers di “Guerre Stellari” (vedasi “I am your father”, “She is your sister”), cerco di coinvolgervi nella follia che mi ha contagiato attraverso questo  http://www.youtube.com/watch?v=R55e-uHQna0, una rivisitazione in chiave “kid” del mito, che trovo irresistibile…

…E come disse il grande Jedi Qui-Gon Jinn al piccolo Anikin Skywalker: “Remember, concentrate on the moment. Feel… don’t think. Use your instincts”, Moviers… 😉

 

MOONRISE KINGDOM –FUGA D’AMORE: Sam e Suzy si conoscono casualmente a una recita ed è subito colpo di fulmine. Si innamorano al punto di decidere di scappare insieme, lontano, e architettano il piano nel minimo dettaglio. I cittadini sono sconvolti e la fuga dei ragazzi getta nel caos l’intera comunità. Mentre le autorità li cercano, altre inaspettate e divertenti vicende metteranno completamente a soqquadro l’intera isola in cui vivono Sam e Suzy.

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Let’s Movie CLXVII

Let’s Movie CLXVII

IL SOSPETTO
di Thomas Vinterberg
Danimarca, 2012, 112’
Lunedì 26/Monday 26
9:30 pm/21:30
Astra/Mastrantonio’s

Feel-the-Force-Flow Fellows,

Ci sono talmente tanti punti sull’ordine del giorno di oggi che non basterebbero quattro Consigli di Amministrazione per assolverli tutti ― nemmeno con l’aiuto dell’Honorary Member Mic, che di CdA lezmuviani ha triennale esperienza. 🙂

Dunque, a long time ago in a galaxy far, far away… Lunedì arrivo al dibattito post-proiezione di “Terraferma” con un filino di ritardo, ma tanto ho il mio Mastro ad aprirmi la porta e ad accompagnarmi in sala, e in sala c’è la mia Anarcozumi a tenermi il posto. Da Emanuele. Emanuele Crialese, of course.

Ah Fellows, la fortuna di beneficiare della presenza del regista non ha pari né dispari! Generoso nelle spiegazioni, convinto nell’entusiasmo con cui accompagna le spiegazioni, Emanuele ha passato in rassegna tanti temi, anche perché tante sono state le domande del pubblico ― pubblico che, ogni tanto, va detto, se n’è uscito con delle domande un po’ “fuori tema”, come succedeva in terza liceo, o “fuori luogo”, come succede ogni tanto al tomtom. Ma Emanuele ha risposto a tutto, senza sottrarsi, senza nemmeno mostrare un briciolo di unease. Credo che questo gli derivi dalla voglia, grande, che ha di “dire”, oltreché di fare, il lavoro che fa… Generoso, già.

Visto che il Board non è un reporter e che odia vedersela con verbali, minute (e minuti) e che non potrebbe davvero trascrivervi cronachisticamente l’intervento del regista (né tantomeno lo vorrebbe o lo vorreste voi, e ora, se me lo permettete, respiro), vi porto senza re- davanti “L’E-manuele. Il manuale virtuale d’una notte in Crialese” ― cinque paroline-spunto nella lingua del regista di “Nuovomondo” che mi son finite in punta di matita per voi. Ve le porto così , in forma telegrafica o pseudo, senza (troppe) spiegazioni.

  • Movimento…. Cinema come movimento. (Potete ben immaginare come io abbia annuito convinta…Let’s Movie si basa esattamente su questo principio cine-matico della fisica) C’è trasformazione nell’azione.
  •  “Noi abbiamo la necessità di andare”…. Oh God, let’s think about it, Moviers.
  • “Il mio scopo è quello di raccontare una storia per immagini che parli a tutti gli uomini, non solo agli italiani. Agli uomini di tutto il mondo”.
  • “Il mio linguaggio non è la realtà. Io punto alla trascendenza della realtà attraverso le immagini. (Board estasiata davanti a “la trascendenza della realtà attraverso le immagini, giacché questo è ili principio su cui poggia non già Let’s Movie, ma la poesia)
  • Il mare è rassicurante. Mi sfugge. Il mare mi rassicura perché mi  sfugge. Non lo puoi rinchiudere”. Il concetto di qualcosa di sfuggente e di rassicurante, una contraddizione in termini, mi sembra un’idea molto intrinsecamente legato al vivere… Anche qui, rigiratevi un po’ queste parole nella testa.

La generosità di Emanuele si è dimostrata non solo nel dibattito e nelle chiacchiere fuori dal cinema, con un gruppo di giovani universitari con cui si è intrattenuto.

Aproparentesi. Ogni tanto Trentoville ti offre delle sorprese, che mi piacerebbe chiamare “moments of being”, se non temessi che Virginia Woolf mi citasse per plagio. Mercoledì ― di seguito, “mercoledì delle meraviglie” ― stavo attraversando Piazza Italia o Battisti o Max Mara, compiacendomi di me stessa perché finalmente, per una volta, sarei stata in largo anticipo a Let’s Movie, di lì a 42 minuti, e te lo trovo lì. Emanuele. Emanuele Crialese. Seduto al tavolino di un bar, assieme a una coppia di amici fidati (Gabriella e Andrea, quelle persone extra-ordianarie che ho avuto la fortuna di conoscere attraverso la extra-ordianaria Zu :-)). E allora mi fermo e dico, può il caso una volta tanto remarmi a favore? E per una volta mi rispondo, gongolosa “Sì, può”. 😉

E anche qui generoso, Emanuele, che mi interroga sul nostro cine-esperimento, Let’s Movie, e vuole sapere cos’è e come funziona. Io spiego, e me la sento, la luce negli occhi ― quando parlo di voi e Lez Muvi, la sento, quasi fisica, la luce. E lui, Emanuele, mi dice che devo, anzi, dobbiamo assolutamente andare avanti così :-), perché è un progetto che si basa solo ed esclusivamente sull’amore spassionato per il cinema ― e disinteressato visto che io e il business siamo lontani come Darth Vather e Yoda (mamma mia). E io controbatto, sì ma i miei Muviers mi bacchettano un sacco perché propongo film un po’ corazzatapotemkin, film che fanno pensare e non troppo divertire… E lui, saggissimissimo, mi suggerisce: “Perché non sostituisci ‘pensare’ con ‘immaginare’? In ‘film che fanno pensare’ implichi uno sforzo. Ma con i ‘film che fanno immaginare’ proponi quello che fa il cinema ― il sogno”…
E io spero che ora, da qualche parte tra Tokyo e New York e Roma mi stia leggendo e glielo confesso, sei stato saggissimissimo a darmi proprio questo suggerimento, perché io ho la fissa delle parole e tu mi hai dato LA parola giusta. Immaginare. 10.000 punti per Emanuele. 🙂

 E io gli racconto anche che voi mi bacchettate un sacco perché scrivo troppo….E lui, in barba alla call-for-shortness del Fellow Iak-the-Mate, risponde: “Tu devi scrivere tutto quello che ti pare perché quello è il tuo spazio di libertà”. E anche qui, altri 10.000 punti per Emanuele. Perché è vero, Fellows, io mi scuso con voi se davvero son verbosa, ma cercate di capire: qui io non devo badare ai paletti che la vita quotidiana mi/ci mette. Non ci sono divieti, restrizioni, “entro-e-non-oltre”. Non ci sono cops, sguardi severi sotto visiere abbassate. C’è un campo sgombro. Via libera. 🙂

Avrei voluto rimanere seduta lì per un numero imprecisato di ore, ma Let’s Movie chiamava e i42 minuti di anticipo a quel punto erano andati in fumo, e mi sono lanciata allo Smelly Modena per “Argo” ― dove arrivo con sguardo visibilmente allucinato ed euforia post-epifanica di cui il Sergente Fed FFF ha fatto le spese.

E il mercoledì delle meraviglie che mi ha regalato Crialese al tavolino di un bar è proseguito con una folla di Moviers che evidentemente hanno apprezzato il titolo proposto e l’orario Board-unfriendly.

Quindi ringrazio e contemporaneamente accolgo con gioia: straight from Atltanta, Georgia, USA, passando per Berlino e ora a Povorock, Austin, d’ora in avanti il Fellow steveAustin, con cui condivido il caveau (=ufficio) ― rendendo il caveau il luogo di massima coolness di un edificio non troppo cool ― e che spero sia contento della cine-identità da sei milioni di dollari che gli sto appioppando; con lui la guest Ines, fiancé molto molto cute, lei straight from Buenos Aires passando per Berlino e ora Povorock; Sergio, d’ora in avanti il Fellow Sergio-The-Sailor perché più navigato di così non si può, con la madre che lo costringeva bambino a vedere Ghezzi at night e a coltivarsi un pelo cinematografico sullo stomaco che gli ritorna utile ora, con la programmazione lezmuviana…; la Fellow ChocoBar in forma strepitosa, anzi no di più, con la Guest Anna, anche lei imbucata in un caveau di sua proprietà accanto al mio; il Fellow Truly Done, che ha fatto e sta facendo un lavoro di Lez Muvi-dissemination di un’efficacia ben superiore di quella del Board; il menzionato Sergente Fed FFF che, notiamo, si sta orientando verso la frangia anarco-insurrezionalista (Anarcozumi docet) ignorando che tutto questo lo porterà inevitabilmente “to the Dark Side… Told you he will. Reckless he is” :-); e ultima, perché dulcis in fundo, la Honorrary Member Mic, al settimo cielo per la programmazione HMM-friendly, e anche per Ben Affleck, pure lui molto HMM-friendly. 🙂

“Argo” è stata una piacevole rivelazione ― anche qui abbiamo cercato di neutralizzare le aspettative, perché anche quelle, si sa, conducono “to the Dark Side”. Ho affrontato il film con quel “bah” che ha effetto paracadute ma che spesso ti lascia con il sedere per terra. Invece no, il paracadute stavolta si è aperto ― sarà stata forse la presenza dell’Honorary Member e del Fellow Truly Done, esperti sky-divers. Mi preme molto fare fiorfior di complimenti a benebene Ben Affleck. Non già per come riempie la scena ― eccome se la riempie, anche con barba e look 80s.  Ma per il coraggio di occuparsi della regia e co-produrre il film (insieme a quel furbone di George Clooney che, dopo il periodo di smarrimento in cui è finito per canalis poco raccomandabili, è tornato in carreggiata). Ben ha scelto di raccontare una storia che è entrata nella Storia americana recente; e il Fellow steveAustin me l’ha confermato, spiegandomi che la liberazione dei sei diplomatici americani  e la loro fuga dall’Iran komejnista nel ‘79 è un fatto che tutti gli americani conoscono, e che è entrato nei libri di scuola e nella memoria collettiva. Quando me lo raccontava mi chiedevo…Chissà cosa raccontano i nostri manuali di storia di oggi…. Ricordo che su quello che usavo io al liceo, il rapimento di Aldo Moro non occupava più di una manciata di righe… Chissà se in quelli di oggi si parla di Ustica…. Del Cermis…Bellini&Cocciolone, Baldoni, Sgrena, Politoskaja…Bah…

Fare un film su un fatto storico così celebrato ― la liberazione riuscita degli ostaggi con un piano quanto mai rocambolesco è motivo di sconfinato orgoglio per il popolo americano, naturalmente ― eppure così poco conosciuto nei dettagli pratici giacché coperta dal segreto di stato fino a poco tempo fa, è stata una sfida mica da poco per il nostro Affleck, che certo ha dimostrato talento alla regia con “Gone Baby Gone” e “The Town”, e alla sceneggiatura con “Will Hunting”, ma che ha pure accettato ruoli in film spazzatura come “Amore estremo” (e stava pure per sposarsi quella tamarrra from-the-block di JLo, a volerla dire proprio tutta 🙁 ). Il pericolo con la Storia è darne una versione troppo ripulita, sfociando quindi nel mitico-mitizzato, oppure una versione da cospirazione, ovvero mammia-mia-ci-sono-tramacci-ovunque-non-ci-si-può-fidare-più-di-nessuno-signora-mia. In “Argo” Ben ha evitato i due estremi rifugiandosi nell’angolo (felice e azzeccatissimo) del “rocambolesco”: ha puntato la macchina da presa sullo stratagemma realmente utilizzato nel ’79: l’idea di sfruttare la produzione di un film di fantascienza, (“Argo” appunto) come copertura per portare fuori da Teheran i sei americani rinchiusi nella casa dell’Ambasciatore canadese.
E due elementi che hanno colpito me e un po’ tutti i Moviers sono stati:

  1. Il lento e inserobile montare dell’ansia durante la progressione del film, che parte abbastanza lento e incolore all’inizio, ma che acquista forza e thrill man mano che ci infiliamo negli eventi. È come accompagnare qualcuno, prima da lontano, poi avvicinarlo sempre di più, sempre di più, sempre di più finché diventa famigliare e cominci a correre con lui… Il senso quasi fisico del pericolo arriva al suo acme quando i sei ostaggi devono passare lo scoglio della dogana iraniana all’aeroporto per potersi imbarcare. Un ufficiale iraniano storce il naso davanti a questi sei “canadesi” sospetti e decide di controllare l’esistenza della casa di produzione americana per cui dicono di lavorare ― che ovviamente non esiste ed è solo di copertura. L’ufficiale telefona a Hollywood, e la scena è montata su un saliscendi geografico tra Teheran e Los Angeles, e voi siete lì, che andate su e giù, insieme a una mano che compone un numero in un aeroporto, un telefono che squilla dall’altro capo del mondo, degli inghippi idioti che impediscono a una mano di rispondere, e quella mano che alla fine, all’ultimo squillo, solleva, thanks-god, la cornetta. Credetemi quando vi dico che non riuscivo a stare ferma in poltrona…
  2. Il lavoro quasi calligrafico di ricostruzione storica che si comprende in tutta la sua perizia nei titoli di coda, dove trovate una specie di galleria fotografica che affianca scatti originali dell’epoca e la controparte scelta per il film. Gli attori che intepretano i sei ostaggi, per esempio, sono stati scelti in base a una forte, fortissima, somiglianza con  i sei ostaggi veri. Oppure troviamo scene “di contorno”, come un impiccato che pende da una autogru, oppure donne guerrillere con mitra alla mano, oppure la cerimonia di rientro… Tutto reperito e restituito con attenzione certosina.

E se permettete aggiungo un terzo:

  1. John the-big-man Goodman….Nel film ha un ruolo minore, o per lo meno lo si vede poco. Ma è talmente incisivo e be’, irresistibile, che vi si stampa nella testa già dalla prima scena. Non so se sia una questione di stazza…Se penso al nostro Battiston, anche lui ha la stessa capacità di imprimersi nella mente dello spettatore e di rimanerci… Prendete un po’ al suo micro-ruolo, strepitosamente interpretato, in “Io sono Li” … Bah, io non ne farei una questione di ciccia. Come già dicemmo, son proprio kg di talento, questi. 🙂

E quasta settimana?

Questa settimana abbiamo un film e un film festival! La grande abbuffata, Fellows, altroché Tognazzi!

Ma partiamo con ordine

IL SOSPETTO
di Thomas Vinterberg

Presentato alla scorso Festival di Cannes  aggiudicandosi il Premio per la miglior interpretazione maschile (Mads Mikkelsen), “Il sospetto” è un film non facile, sia per il tema trattato sia perché chi lo tratta è il danese che, insieme a quel geniaccio strambo di Lars Von Trier diede il via all’esperimento di Dogma 95 ―are you familiar with that? If not, click here http://it.wikipedia.org/wiki/Dogma_95 . Insomma, è un film che ci farà IMMAGINARE molto…E visto che noi siamo gente curiosa, cogliamo al volo la sfida e andiamo dal Mastro a vedere cosa questo danese ha da raccontarci.

Ma vi dicevo del film festival….Ebbene Moviers, il 27-28-29 novembre Trentoville ospita il Festival CinemaZERO, http://www.festivalcinemazero.it/, organizzato dall’associazione culturale Il Funambolo, che tanti eventi raffinati tira fuori dal cilindro e che supportiamo ben volentieri. 🙂
E l’avrete capito, no? Quando ci sono occasioni cinematografiche illuminate da sostenere, Mastrantonio è sempre in prima fila (pur rimanendo sempre nella stanza dei bottoni, e come egli riesca, questo non è dato sapere…).

Visto che martedì, lo sapete, è adibito all’English Teaching, il Board si perde la serata d’apertura, ma recupererà mercoledì 28, con i titoli in concorso e con i seguenti, fuori concorso:

 Davide Manuli, Bombay: Arthur Road Prison , 14’, 1998; Theo Putzu,  Diverting Duo/Outset , 3’25”, 2012; LE-LI/The Letter , 3’ 2011
Ore 21:00/9:00 pm
Cinema Astra/ Mastrantonio’s
Ingresso gratuito/free entry

Mentre giovedì 29 (e spero di farcela!) toccherà ad altre proiezioni in concorso e fuori, nonché le premiazione delle opere vincitrici.

Fuori concorso: Cosimo Terlizzi Aiuto! Orde barbare al Pratello , 47’, 1996/2011; Sebastiano Luca Insinga Nulla è accaduto, 45’, 2012.
Ore 21:00/9:00 pm
Ingresso gratuito/free entry
Via Torre d’Augusto 18
Presso la mostra “Artista della fame”

Quindi anche questa settimana, il cinema se ne infischia dei patti di non-aggressione e ci invade la settimana!

Il Movie Maelstrom che incontrerete tra circa 12 secondi vi dimostrerà quanto il Fellow Fiiiii sappia mantenere la parola data: è andato a vedere “La collina dei papaveri” di Myazaki Junior con la Fellow Reicel, e ha presentato la sua recensione. Noi lo ringraziamo dal profondo, e gli ricordiamo i tempi della quotidianità che rendono il cinema di Myazaki Figlio speciale forse non quanto quello del padre, ma quasi… E gli ricordiamo “Arietty”, da vedere. E gli ricordiamo che sì, il Board è ‘na noia. 🙁

Ora vi ringrazio con dei notevoli ringraziamenti, e vi comunico che questa non è stata solo la settimana con il Mercoledì delle Meraviglie. Questa è stata anche la settimana in cui il Board è stato iniziato a “Star Wars” ― grazie alla complicità della Fellow Junior e del WG Mat. E ora il mondo non sarà più lo stesso. Non dopo Obi Wan-kenobi. Dopo la Forza con la F maiuscola. E soprattutto dopo la battuta delle battute che ha fatto trasalire il Board come poche volte prima― “I am your father”…

Per questo stasera, prima di agevolarvi dei saluti stellarmente cinematografici, faccio mia la sempiterna saggezza di Yoda, il guru più cute della storia di tutti i tempi e di tutte le galassie lontane lontane, e solennemente vi esorto a credere a queste parole:  “Luminous beings are we, not this crude matter. You must feel the Force around you”, Fellows. 😉

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Also schrieb der Fellow Fiiiiii:

“Il film ripropone una trama che dire classica è dir poco. Come in un qualsiasi romanzo greco di età ellenistica / commedia di Plauto / chi più ne ha più ne abbia, un ragazzo e una ragazza si innamorano, ma sul più bello scoprono di essere fratello e sorella. Tutto sembra perduto, quand’ecco arrivare al porto una nave il cui capitano svela che in realtà no, non sono più fratello e sorella, quindi possono vivere felici e contenti forèva.
I disegni sono belli (classici), le atmosfere evocate sono affascinanti (giappone rurale + tokyo nel 1964), e sono abbastanza interessanti anche le dinamiche sociali che si intravedono in filigrana.
Mancano tuttavia completamente la magia, l’imprevedibilità, la visionarietà tipiche di Miyazaki padre, il quale – a mio modestissimo parere – in questo film non ha messo altro che il nome per convincere quelli come me e Reicel ad andarlo a vedere.
Nota a margine: i personaggi del film cantano un sacco, e per lo più in modo corale. Alla mia destra avevo un tizio fissatissimo che ogni tanto si univa al canto, rideva fragorosamente in momenti inopportuni, e quando compariva una scritta in giapponese indicava vistosamente lo schermo leggendo ad alta voce”.

Notate la finezza del “forèva”.

Sciapò. 🙂

IL SOSPETTO: Lucas è un maestro d’asilo in un piccolo paese della Danimarca. Quando la bambina del suo miglior amico racconta una bugia, Lucas diventa la vittima di una caccia alle streghe di cui è la preda…

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Let’s Movie CXLIII

Let’s Movie CXLIII

AMOUR
di  Michael Haneke
Francia/Austria/Germania, 2012, 127’
Lunedì 29/Monday 29
21:15/9:15 pm
Astra/Mastrantonio’s 🙂

Monetine Moviers,

A volte il corso delle cose prende delle pieghe poco hurrah e voi vi ritrovate a fare le spese dei sabotaggi del caso. Non sto parlando di massimi sistemi e minimi comuni multipli, eh, ma degli intoppi quotidiani, gli scazzi spot. E potete infilarci quello che volete nel capitolo “Intoppi quotidiani e scazzi spot”. Imposte/multe da pagare, gomme da cambiare, “no” che avresti voluto fossero “si’”. Tutto quello che volete. Ho capito che i giorni hanno curve e rettilinei, e che spesso le curve superano in numero i rettilinei. E allora che si fa? Allora cerchi fortissimamente di tenerti in carreggiata e ti aiuti con tutta una serie di accorgimenti che impari cammin facendo. Tipo. Mai fidarti del tuo commercialista. Tipo. Mai lasciare la macchina in divieto di sosta difronte a Mastrantonio. Tipo. Mai lasciarti fregare dalle aspettative (questa soprattutto, in tutti i campi). Tipo. Mai perdere Let’s Movie. In questo modo avete neutralizzato una fonte notevole di intoppi&scazzi ― non tutti, ma una buona parte.

E infatti mercoledì scorso, dopo una giornatina tutta chicane, mi dirigo correndo (ecche-ve-lo-sto-pure-a-dddì) dal Mastro. C’è una probabilità che la Honorary Member Mic sia lì. Ma la probabilità è proprio di quelle micron, e visto l’accorgimento di cui sopra, cerco di non crearmi illusioni. Sfrecciando in una Trentoville quanto mai deserta, e buttandomi nel sottopassaggio preferito — quello tutto luci al neon e muri graffittati e squallore metropolitano che passa sotto la ferrovia, e che, per via di squallore e ferrovia, si chiama ufficialmente Sottopassaggio Trainspotting — insomma, sfrecciando, dico fra me e me “ma non penserai davvero che dopo una giornata tutta chicane ci sia qualche Movier?”. E invece, quasi per farmi dispetto e smentirmi, il caso mi stende lì un rettilineo… 🙂

Fuori dal Mastro trovo la Fellow Vaniglia (che ci sfoggiava un gloss oserei dire da pagina 6 di Vanity Fair) e con lei, mamma-mia-che-piacere, la Cristina Casaclima, la Fellow domoticamente più eco-sostenibile del pianeta terra, con il marito, il Guest Diamoacesarequelchedi (Diamoacesarequelchedi dovrebbe rientrare nel nuovo Dizionario dei Nomi del 21esimo secolo, dove figurano perle come Maicol scritto Maicol e Chevin scritto Chevin).
Ah me li sono abbracciati di brutto eh — dopo una giornata tutta chicane, che vuoi fare se non abbracciarti i Moviers? Poi entro, e dentro, ci sono il mio Mastro e il mio Robin (che, con lo zampino del Mastro, ho scoperto essere un patito del collezionare refusi…sempre meglio delle bocce in vetro con la neve finta, dico io ;-)), e non ci sono loro due, no. C’è pure la mia Honorary Member Mic, anche lei reduce da giornatina chicane, ma che nonostante curve e tornanti e tormenti, ha deciso di adottare l’accorgimento “Let’s Movie” che è stato efficace da subito. E guardate, forse anche per questo “Il comandante e la cicogna” ha scaturito un entusiasmo così travolgente…

Se la settimana scorsa era stata Verze-a-Virzì, questa settimana è Soldi-su-Soldini — sorry, ma questa dovevo proprio dirla 🙂
Il film è stato promossissimo da tutti i Movier e anche dal resto del pubblico in sala, che ha riso, e quasi interagito con il film, ma non in maniera rumorosa/fastidiosa. Si è creata come una bella armonia — vade retro “sinergia”, la parola più sfruttata del terzo millennio — fra l’audience e lo schermo. Di solito questa intesa si sente a teatro, quando il palco riesce a dialogare con il parterre, ma con il cinema non è così usuale: quando qualcuno commenta, sei più tentato a menar le mani che a dirti “bella, ‘sta armonia fra audience e schermo”.

 Credo di poter definire “Il comandante e la cicogna” la vera commedia italiana classica ―quando parlo di commedia italiana classica ho sempre in mente “I soliti ignoti”, capolavoro dei capolavori che cito sempre nella mia top ten di film preferiti. La commedia che ti fa ridere un riso sano e storcere la bocca in una smorfia amara, e riflettere e dire “Cacchio, l’Italia è proprio questa”. Te lo fa dire con quel misto di vergogna, rabbia, rassegnazione che da Italiani conosciamo bene. Dalle trame apparentemente leggere e non pretenziose proposte dal film esce una radiografia dell’Italia lucida e quanto mai dolorosa. Italiani gente di scorciatoie, di fatta-la-legge-trovato-l’inganno. Allora vedi il cameriere cui cade per terra una brioche, la raccoglie e la rifila al cliente. Vedi i giovani annoiati che deturpano le panchine. Vedi avvocati che trovano un innocente, come Leo — il personaggio impersonato magnificamente da Valerio Mastandrea — e ravvisano in lui non già l’integrità della persona, quanto  l’identikit del perfetto prestanome… L’Italia dei ragazzini che non si fanno scrupoli a caricare in internet i momenti d’intimità con la propria ragazza. O l’Italia del cattivo gusto, come la segretaria dell’avvocato — il personaggio impersonato magnificamente da Luca Zingaretti —con smalto, limaunghie e completi leopardati…
Ma fortunatamente questa è anche l’Italia di figure pazzesche come Amanzio alias un portentoso Battiston, che più lo guardi, più pensi,  accipicchia sono davanti a 150 kg di puro talento e chissenefrega della ciccia. Amanzio è una specie di critico della società che si aggira per Genova in Birkenstock e borsello e cerca di sensibilizzare — a suo modo! — la collettività Finisce per stringere amicizia con Elia, il figlio tredicenne di Leo, anche lui un ragazzino tutto strambo diviso fra ecologia e filosofia: legge trattati di ornitologia, la sua migliore amica è una cicogna, ruba rane surgelate dal supermercato per nutrirla e si fa domande tipo “Gli uccelli sanno che non sappiamo volare o pensano che non ne abbiamo voglia?”. E anche lui è un personaggio positivo: rappresenta quei ragazzini che non sono né bulli né emo né aspiranti tronisti, e non passano tuuuutto il tempo davanti al pc o alla play station, ma si lasciano ancora affascinare dalla natura e da un pennuto, e che per percorrere 300 metri non prendono l’autobus ma saltano in groppa alla bicicletta e via-più-veloce-della-luce.
A questo proposito, c’è una scena molto ben costruita di Elia sulla bici che buca la città zigzagando nel traffico. Le riprese in quella scena benficiano di una tecnica particolare che sconfina nel fantastico, e lo fanno diventare una specie di piccolo eroe della sua piccolissima storia — un ragazzino che deve salvare una cicogna.

E a proposito di eroi… Ho trovato molto astuta la trovata di Soldini di far sentire i pensieri delle statue che costellano la città — ecco, ci terrei ad essere precisa: si legge in giro che nel film le statue parlano. No, le statue NON parlano, non c’è nessun morphing, nessun effetto speciale che permette alle loro bocche di animarsi. Sono i loro pensieri, quelli che sentiamo. Ecco dove sta la lungimiranza: aver sfruttato delle voci — quindi dei punti di vista — appartenenti a figure che di solito non si sentono (Garibaldi, Leopardi, Leonardo da Vinci) che hanno vissuto un’altra epoca storica rispetto alla nostra ma che, grazie alla loro presenza in forma di statua o mezzo busto, abitano anche la nostra contemporaneità urbana. Hanno i piedi nel passato e l’occhio nel presente, e questo permette una prospettiva interna ed esterna su questo nostro tempo. Direi che Soldini qui si becca un bell’applauso dal pubblico. Non c’è niente di naif in un’operazione come questa. Anzi, è proprio sentendo le parole in bocca a questi personaggioni che riflettiamo, ridendo le nostre risate più amare.

Il film comincia su un pensiero uscito dalla mente della statua di Garibaldi a proposito degli italiani: “Un dubbio mi brucia nel petto: se non fosse meglio tenersi gli austriaci”…Non credo servano commenti… E sul finale, dopo che abbiamo visto l’ennesimo caso di corruzione italiana andare in porto ai danni della brava gente (Leo&family), si levano alte e taglienti queste parole: “A battersi per la verità sono sparuti e a volte derisi compagni”… “Sparuti” e “derisi” tagliano molto…

Però, a parte il ritratto dell’Italia di furbi e faccendieri, ci sono anche degli esseri incantevoli (e buffissimi!), come l’artista Diana (e questa volta davvero “un’Alba Rohrwacher MAI COSI’ INTENSA” :-)), che s’incanta per un paio di scarpe che penzolano dai fili d’elettricità e che, per fotografarle, si blocca in mezzo alla strada, bloccando il traffico. E c’è una famiglia, come quella del buon Leo, che nonosante la morte della moglie-mamma, e nonostante le difficoltà, tira avanti, e si vuole bene. E gli istanti di poesia germogliano in punti inaspettati. Per esempio il sito web di Diana, che Leo si ritroverà a visitare, è un micro-filmato di animazione, o un pezzo di visual-art, in cui ritroviamo Chagall e un cielo di un azzurro magrittiano — atmosfere cromatico-pittoriche che saranno poi riprese nei titoli di coda.

È come se Soldini ci dicesse, ecco, questo è quello che siamo. Può essere degradante, e pesante, vivere in una società come questa. E di questa società io ho preso atto e ve l’ho mostrata. Ma vi ho anche mostrato il volo di una cicogna, l’amicizia fra un ragazzino e un solitario, l’amore fra un idraulico e un’artista…La magia. Sì, sì, Moviers, riverso su Soldini una pioggia di monetine d’oro! 🙂
E ha ragione la Fellow Vaniglia+gloss, dopo la proiezione, quando meravigliosa s’indigna: “Il mondo fa schifo e ti verrebbe voglia di prendere un bazooka. Ma poi ci sono gli affetti. E quelli ti salvano”. Buonaaaa la saggezza vanigliosa! 🙂 E sì, è proprio così, e dentro al concetto di “affetti” io ci pigio amici, Moviers e tutti gli esseri coccoli, animati e non, che mi capita d’incontrare. 😉
Quindi, se non avete visto “Il comandante e la cicogna”, please, fatevi un regalo, e rimediate.

E questa settimana, Fellows, finalmente, dopo sei mesi d’attesa manco fosse stata una mini-gravidanza

AMOUR
di  Michael Haneke

Vincitore della Palma d’Oro a Cannes, che altro dire? Haneke non si discute. È vero, ha girato “Il nastro bianco” — e la Mic non mi perdonerà mai per averla trascinata a forza a vederlo. Ma è anche il regista di “La pianista” (paurina) di “Niente da nascondere” (paurona) e di “Funny Games” (terrore). Insomma, Haneke è un regista coi contro (non proprio nel senso di “detrattori”…) e quando uno ha i contro, allora entra di diritto in Let’s Movie. 😉

Prima di lasciarvi alle vostre scorribande domenicali, e visto che la vostra educazione cinematografica mi sta terribilmente a cuore, vi esorto ad andare a vedere il MIO adorato Adrien Brody in “Detachment – Il distacco”, martedì al Viktor Viktoria alle 9:00 pm (facendo attenzione alla Vicky Witch) e in replica il mercoledì allo Smelly Modena alle 7:40 pm (facendo attenzione allo smell). Altre info, qui http://www.cineworld.info/?act=rassegne&id=1.  Avevo visto il film lo scorso febbraio a Parigi; mi era piaciuto molto all’epoca, e la programmazione italiana di oggi mi fa capire che i film impiegano circa otto mesi ad attraversare le Alpi. Annibale in confronto era un Eurostar.

Sì, stasera ho decisamente abusato, Fellows, me ne rendo conto 🙁 … Ma potete sempre chill out nel lounge “The Movie-Maelstrom”, leggiucchiandovi il riassunto e accettando questi ringraziamenti che oggi sono numismaticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dato che la mail di questa sera è praticamente il deposito di Paperon de Paperoni, sguazziamo un po’ qui… http://www.youtube.com/watch?v=oUNN6qw1rS4

…Da cui traiamo un mantra:

Rimango convinto
Che se anche non vinco
È soltanto questione di tempo
Poi terno, quaterna, cinquina…

 😉

AMOUR: Il film è incentrato sulle figure di Georges e Anne, due ottantenni colti, professori di musica in pensione. La figlia, anche lei musicista, vive all’estero con la sua famiglia. Un giorno Anne è vittima di un piccolo ictus. Esce dall’ospedale e torna a casa, ma rimane parzialmente paralizzata. L’amore che unisce questa coppia verrà messo a dura prova.

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