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LET’S MOVIE CXCXVIII – FATHER AND SON

LET’S MOVIE CXCXVIII – FATHER AND SON

FATHER AND SON
di Hirokazu Kore-eda

Giappone, 2013, 120′
Lunedì 14/Monday 14
21:15/9:15 pm
Astra/Dal Mastro

Frankgehry Fellows,

Nei giorni passati ero talmente su di giri per il Lez Muvi Hardcore, che mi sono preparata come una scolara alla vigilia del tema di mate. No no che pensate?! Niente Rocco senza fratelli e con molti siffredi… Niente Biancaneve con infiniti nani a percorrere le sue candide dorsali (vi preparo all’uso smodato di eufemismi cui ricorrerò oggi)… Sono semplicemente passata in biblio e raccattato un film di Von Trier che mi mancava –visto che “Antichrist” non lo si trova da nessuna parte.
Mi riferisco a “Il grande capo”, una genialata comica sul ruolo del potere e dell’assunzione della responsabilità in una fantomatica azienda nel cuore della Danimarca. Von Trier comico è stato una bella sorpresa dopo le sonore benché sublimi mazzate di “Le onde del destino”, “Dancer in the Dark” (Bjork, be back!!), “Dogville” e “Melancholia” (meraviglia delle meraviglie!).
Alla preparazione al film hanno contribuito anche le chiacchierare cinefile di sabato sera. Si diceva di come Sorrentino, e con lui Garrone, abbiano una visione e la mantengano qualsiasi cosa facciano, anche se poi finisce che toppano (“This Must Be the Place”, ormai lo sapete). Ed è questo che fa di loro degli artisti, e che li distingue dalla massa di registi che dignitosi fanno il proprio lavoro riempiendo le sale e facendo il meglio che possono, ma che NON sono artisti della cinematografia. E’ un po’ come nell’architettura. Il mondo si divide in due categorie, i frankgehry e i costruttoriedili. Noi non è che non apprezziamo una bifamiliare o un multiplex ben fatti –specie se con posto auto di proprietà. Ma di Walt Disney Concert Hall ce n’è una, converrete.
Anche Von Trier appartiene alla categoria dei frankgehry, secondo me. Gli illuminati, quelli toccati dall’ispirazione. E “toccati”, lo sono di certo. Von Trier ne è un esempio, “Nymphomaniac” ne è un esempio —e lo dico senza giudizi moral-clinici sulla loro condizione: genio e pazzia confabulano da sempre.
Fortuna vuole che il Trento Film Festival alle porte —come il nemico ma versione friendly 🙂 —abbia concesso una tregua all’Anarcozumi che trovo al banco smell dello Smelly —perché un bidone di popcorn funge da cena per molti spettatori a corto di tempo, e lo Smelly lo sa e ci marcia. In fila c’è pure il WG Mat, a cui perdono di avere ragione sul fatto che Von Trier, per quanto firmatario del Manifesto Dogma 95, abbia realizzato un solo film basato sui dogmi del dogma (“Gli idioti”, if you wanna know). Gli perdono la ragione solo perché, con sé, ha una guest di razza, la prof Piera, che fa di noi un insieme di quattro Muviers: affatto male per un lunedì d’aprile con un film da pazzi.
Cerco di tenere a bada il disappoitment che mi sale dentro quando siamo dentro in sala: i titoli di testa ci informano che trattasi di versione censurata.
Adesso, non è per fare i difficili, ma checcavolo, così mi mozzi l’opera nel suo insieme, sbraito verso il moralizzatore immaginario. Mi intralci l’overview! Sbuffando un sonoro “evvabbé”, eccomi pronta, finalmente, per il tema di mate versione Von Trier.
E fortunatamente il moralizzatore immaginario esaurisce tutta la mia delusione. “Nymphomaniac” può essere descritto con una quantità di aggettivi, che avrete senz’altro trovato in rete o sentito in tv —scioccante, dissacrante, sconvolgente, ripugnante, tutti i participi presenti che volete, ma da cui sottraiamo di sicuro “deludente”.
Il primo commento a caldo è stato “tanta roba” —che certo non farà di me il Giorgio Vasari della critica cinematografica contemporanea 🙂
“Nymphomaniac” è una specie di “confessioni di una ninfomane” raccontate in capitoli dalla ninfomane Joe a un perfetto sconosciuto che la soccorre derelitta in un vicolo e la porta a casa sua —ancora non sappiamo cosa ci facesse derelitta in mezzo al vicolo, ma immagino lo scopriremo nel Volume II. Joe parte dall’infanzia, racconta della scoperta del sesso, della comparsa dell’ossessione per il sesso da adolescente, e arriva fino all’età adulta. Durante la narrazione, che si avvale stilisticamente del flashback, la vediamo alle prese con enne numero di amanti, pulsioni, perversioni, umiliazioni.
A volte può essere sfizioso leggere i film attraverso i “non”. Sfiziamo un po’, allora. “Nymphomaniac” NON è tragico —benché di tragos ce ne sia molto. È ironico, e a tratti proprio divertente. Comicissima la scena in cui Joe e B, la sua compagna d’avventure, per esprimere tutta la loro ribellione nei confronti dell’amore romantico, dopo essersi fatte vagoni di passeggeri (e “vagoni” non è un’iperbole) intonano una preghiera… “Mea Vulva, Mea Maxima Vulva”! Oppure la battuta “lo sapevi che se metti insieme tutti i prepuzi circoncisi del mondo arrivi fino a Marte?” (io, per dirvi, mica lo sapevo).
E non c’è eros in questo film, e certo non c’e’ del banale porno, per via di questa vena ironica che scorre sotto tutto il film, e perché il film racconta la patologia di una donna dipendente dal sesso: non c’è la ricerca del piacere, c’è la necessità del piacere la cui mancanza crea dolore —il che è ben diverso da un clima “Cicciolina ai Mondiali di calcio”… Tornando al comico, l’erotismo e la pornografia ci fanno a botte. La risata impedisce la costruzione dell’atmosfera necessaria affinché eros —e porno— possano svilupparsi.
In ogni caso, se un po’ di osceno obbiettivamente è presente —le scene esplicite ci sono, come “l’esame orale” che la teenager Joe svolge a un membro della carrozza del famoso treno (smodato uso di eufemismi, si diceva) — l’eros è assolutamente assente. I rapporti di Joe sono solo la conseguenza di una dipendenza: una dose per il drogato, un poker per il gambler. L’erotismo è tutt’altro: è la sovrastruttura che rende il sesso letteratura; senza di quella il sesso è struttura, ginnastica. Niente più che un blocco di cemento, una session di addominali in palestra. Per questo il sesso che si vede nel film non ha nulla di gioiso o eccitante. È meccanica, soprattutto, è malattia. Joe è malata: molto spesso si scherza sopra la ninfomania, ma è una patologia terribile, che porta il soggetto privo di autostima — “penso di essere l’individuo peggiore al mondo” dice Joe— a penosi stati di umiliazione e autodistruzione. “La ninfomania per me è insensibilità”, aggiunge Joe. E l’insensibilità, l’incapacità di sentire, è la più grande sciagura che possa abbattersi su un essere umano —sentire è quello che ci rende umani e vivi, così come la coscienza, che è la formalizzazione di un sentire intimo rapportato all’esterno.
Quindi no. Nymphomaniac NON è un film sul sesso. È un film sull’amore, là dove di amore non c’è nemmeno l’ombra —100 punti a Von Trier e al lavoro in abesentia. Joe non riesce a esperire su di sé che “L’ingrediente segreto del sesso è l’amore”. Non ci riesce perché soffre ancora dentro di sé un dolore indicibile derivatogli da un rapporto complesso con i genitori: una madre anaffettiva e un padre troppo poco padre e troppo fragile, forse. Joe trasferisce queste falle che crivellano il tessuto del suo io più profondo nella ricerca dell’altro come oggetto da dominare-controllare-sfruttare, per poi scartarlo e passare al  (s)oggetto dopo, e quello dopo ancora e ancora, in una coazione a ripetere senza fine.
E “Nymphomaniac” NON è una semplice storia di formazione, ma di discesa nel dolore —un dolore immenso, Moviers— rappresentato benissimo all’inzio del film, con lo scricciolo Joe ferito e abbandonato in mezzo al nulla urbano —interessantissimo sarebbe tracciare dei collegamenti con “Shame” di Steve McQueen, il cui protagonista, sessodipendente, intesserebbe, in un ipotetico vis-à-vis trans-cinematografico, un dialogo di abulia e annichilemento perfetto con la sua controparte femminile Joe.
E poi è un film ragionato in ogni minimo rimando letterario, Fellows… Il lungo dialogo tra Joe e il suo salvatore si sviluppa attorno alla metafora della pesca con la mosca —che offre indubbie analogie sulle prede della ragazza— e che si rifà a un testo del ‘700. La morte dell’amato padre è preceduta da una (apprezzatissima) citazione al grandioso ” La caduta della casa degli Usher” di Edgar Allan Poe. De Sade aleggia nell’aria tutto il tempo. E forse un po’ di Pasolini del “Decameron”, anche?
Ragionatissima la scelta delle musiche, tanto variegate quanto antitetiche con le scene a cui vengono abbinate. Il film si apre e si chiude su un pezzo heavy metal tedesco livello Dream Theater dei Rammstein, https://www.youtube.com/watch?v=zDtTQ4gt7Mg (non so per quale assurdo motivo, ma a me piace UNA-CI-FRA!) e accompagna, in apertura, una scena molto interessante dal punto di vista cinematografico: la macchina da presa coglie Joe stremata nel vicolo, e la riprende da più punti, con sguardo cubista, ma mantenedo una fluidità di movimento da piano sequenza, il tutto in un’ambientazione che sa più da sala di posa che da vicolo vero. E poi naturalmente c’è il Walzer n. 2 di Sostakovich che già avevamo sentito in “Eyes Wide Shut”, https://www.youtube.com/watch?v=sdyS_457PMQ, e il “Born to be wild”, https://www.youtube.com/watch?v=1uhvfy9cx2A, che accompagna le due easy-riders (easy senz’altro!) Joe e B nella loro folle cavalcata in treno…
Io non sono un’esperta, ma ricordo che l’esperto WG Mat mi aveva spiegato lo split-screen, la tecnica per cui un’inquadratura è divisa in più parti, e Von Trier la utilizza soprattutto verso la fine del film, con finalità massicciamente allegoriche. Prendete questa: nella parte sinistra un amante assolutamente tappetino, a destra un amante denim (=uomo-che-non-deve-chiedere-mai), e la fascia centrale lasciata in nero: la fascia centrale è lei, ovvero, il punto di congiunzione tra questi due estremi. Il nero perché trovare la sintesi di questi due estremi —cioè se stessa— risulta impossibile. Così come il terzo ingrediente. La terza voce, nella metafora sulla polifonia musicale che Trier aggiunge nella seconda parte del film. E Joe, in tutti i (s)oggetti che incontra non fa altro che cercare se stessa, ma più incontra, più si perde, e lì sta il tragos…
Ora forse un po’ capite perché parlare di pornografia è estremamente riduttivo per un universo cinematografico di questa complessità. Von Trier vuole scioccare, certo. E vuole provocare, certo —ha scelto la provocazione per ogni suo film, doveva NON usarla qui?? Ma vuole anche trascinarmi —”Fuhre mich” bercia lo splendido dark metal di inizio e fine— davanti a una serie infinita di argomenti oltre al sesso e all’amore, come vita, morte, famiglia. E lo fa attraverso un linguaggio visivo che può infastidire —”il film è un sasso nella scarpa” disse Von Trier in un’intervista— ma che indubbiamente seduce nella quantità di citazioni colte e nella genialità con cui le combina.
Non ascoltate chi, con puzza sotto il naso e mignolo sollevato su tazza di té, ve lo liquida con un “niente più che un povno vadical chic”: “Nymphomaniac” è imperdbilie nella stessa misura in cui gli altri suoi film che ho citato sopra lo sono, Dancer in the Dark, Dogville, Melancholia, Le onde del destino. Naturalmente richiedono impegno, fegato, dedizione. Sono creature viventi dal passato devastato che tendono al bello parlando di nero.
Quindi sì, Von Trier è sicuramente un frankgehry…. E noi, con timore e tremore, aspettiamo di visitare il Volume II…
E adesso, goduria (c’ho preso gusto!)

FATHER AND SON
di Hirokazu Kore-eda

No no tranquilli, Cat Stevens non c’entra. 🙂
Premio della Giuria a Cannes 2013 e Miglior Film all’Asia Pacific Film Festival, spero di ritrovare l’elegante spietatezza del cinema asiatico  — siano benedetti Kim Ki-duc, Wong Kar-wai, Tetsuya Nakashima, Park Chan-wook, tutti nomi ad alto tasso d’indicibilità, sia semantica che contenutistica (provate un po’ a pronunciare quello di “Father and Son”… ).
Visto che ho seminato troppi titoli di film e canzoni qui sopra, il Movie Maelstrom è tutto dedicato a due Movier: un Movier Misterioso, un santo-subito, che mi fa la grazia di continuare con me il dialogo su “Ida”, e il Fellow President, che ha recuperato “Nymphomaniac” allo Smelly Airport (!) e che, oltre a farci riflettere sul film, ci fa ridere — che poi e’ l’agenda lezmuviana. 🙂
Percio’ ora non me lo saltate eh. E non mi ignorate i ringraziamenti, che quelli vengono dritti dritti dal còre che fricica, e i saluti, che sono visionariamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Pensieri in libertà da un Movier anonimo che nei giorni scorsi vide “Ida”, ne rimase colpito, e mi rispose a tono.
Io spero ogni single day e sogno ogni single night che voi mi riprendiate come il Mysterious Movier! E lo ringrazio per aver acconsentito al cut&paste in modo che tutto il mondo lezmuvie potesse apprezzare i suoi commenti 🙂

“Una sola osservazione, c’e’ un passaggio in piu’ su cui soffermo l’attenzione, quando dici dei suoi “genitori che il Nazismo ha assassinato e sepolto nella campagna polacca”.
C’e’ qualcosa di piu’ drammatico a mio avviso del gia’ drammatico Nazismo: i suoi non sono stati uccisi dai nazi, ma dall’animo umano che si fa piccolo per il possesso dei beni, e’ molto piu’ triste nella realta’ del Nazismo stesso, perche’ si riverbera nella storia e non potra’ mai essere sconfitto da alcuna guerra.
La famiglia che gli dice che li “salvera’” nel bosco poi nella figura del figlio vede la possibilita’ di “possedere una casa” di fatto inabitata perche’ di proprieta’ di ebrei, e utilizzando l’impunita’ assicurata dal periodo cupo del Nazismo decide di sbarazzarsi di tutta famiglia a parte Ida, e per un bene materiale immediato (io vi porto dove sono sepolti ma rinunciate alla casa”…).
E’ molto peggio del Nazismo, e’ la vilta’ umana che emerge e vince uno status migliore uccidendo; e facendosi scudo con la “Paura” imposta dal periodo storico rappresentato proprio dal Nazismo stesso”.

E’ anche leggibile come la paura che si fa audacia davanti al debole, ma credo sia un semplicazione nella complessita’ articolata del film.
E parimenti apprezzato il riscontro su “Nymphomaniac” del Fellow President che, vedrete, mescola riso e cervello e se ne esce con un piatto gustosissimo…

“Carissima Sara, sarai certamente felice di sapere che il tuo The P ieri è andato in avanscoperta a vedere l’ultima fatica di Los von Trient (nulla in confronto a quella della povera ed infaticabile protagonista, davvero perfetta nel suo ruolo di ninfetta).
Che dire..il clima al Modena è sempre molto “Zo” (non Zu) come direbbe Mary quindi molti dei commensali avevano l’atteggiamento maramaldo di chi sale sul volo charter last minute diretto in Grecia non rendendosi ancora conto di cosa gli attende; poi il film comincia a rullare sullo schermo (non so se apprezzi il doppio senso aereo-cinematico) e si spengono i risolini, dopo il decollo è silenzio di tomba.
Avrei molte cose da dire ma lo debbo ancora metabolizzare, il film; mi sono piaciute mote cose: la fotografia che a volte ricorda dei quadri cubisti, il cameo di Uma Truman Capote, ma più di tutto mi ha colpito (e mi ha fatto pensare) il senso di straniazione che la protagonista prova nei confronti del proprio corpo come se le fosse un oggetto  estraneo se non addirittura da mortificare e questo è uno degli aspetti che meglio rende la ninfomania.
Risultato raggiunto quindi, specie nel finale quando sesso amore ed esperienza personale si fondono in un teorema matematico, quello di Fibonacci”.

Uma Truman Capote!!! 🙂 🙂

FATHER AND SON: Ryota Nonomiya è un imprenditore di successo ossessionato dal denaro. Viene a sapere che suo figlio biologico è stato scambiato con un altro bambino subito dopo la nascita. Egli deve prendere una decisione che cambierà la sua vita: scegliere il suo vero figlio o il ragazzo cresciuto come se fosse il suo.

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Let’s Movie CXCVI – NEBRASKA

Let’s Movie CXCVI – NEBRASKA

NEBRASKA
di Alexander Payne
USA, 2013, 115′
Mercoledì 22/Wednesday 22
ore 21:30/9:30 pm
Astra/Dal Mastro 

 

Minimocomunemultiplo Moviers,

La matematica che si studia in Lez Muvi m’insegna che la cinghia da tirare e i classici condividono la pazienza, ovvero, per dirla come si deve, “sono da essa divisibili” ― Board 8+ 🙂
Ho aspettato il 2014 per guardare un film del 1939. Il far di conto non è la mia specialità ―a parte il minimocomunemultiplo― ma non ci vuole molto a capire che quel film l’ho lasciato parcheggiato per parecchi anni. E guardate, faccio outing: l’ho scorto innumerevoli volte, il dvd di “Ninotchka”, a sonnecchiare sullo scaffale in biblioteca, insieme agli altri film di Lubitsch. Quindi non posso ricorrere all’attenuante “mancanza del supporto summenzionato” ―il Board incastrato dall’evidenza dei fatti sconterà 20 anni con la condizionale. Sul “perché i classici non si guardano” è già stato oggetto di un nostro pippone passato, ma c’ho ri-riflettuto (perché non “riflesso”, professo’??) e credo, anche alla luce di quanto vi sto per raccontare, che si tratti sostanzialmente di santapazienza.
Circa un anno e mezzo fa, la cinghia da tirare s’è stretta attorno a una strepitosa gonna rossa che ho rifiutato di far mia, lasciandola dimorar solinga (dimorar solinga??) in uno di quei negozi in cui sai già che non comprerai nulla ancor prima di entrare. La lasciai lì, quella gonna che sembrava fatta per Cappuccetto Rosso e invece era fatta per me: quel cartellino a tre cifre ―già abbondantemente ridotte da un prezzo iniziale proibitivo anche per lo Scià di Persia― m’impedì di procedere alla cassa. Potete immaginare con che malincuore; se non sei innamorato di te stesso, può accadere che t’innamori di un oggetto che indossi ―è una forma di love transfert, segnatevelo.
Sabato scorso, dopo un anno e mezzo, rientro in quel negozio, spinta dalla scimmia dei saldi e da quel certo istinto che ti dice “entrasubito”. E lì, sullo stand “Gonne a 59 Euro” tra le anonime grige-nere-blu a 59 Euro, spicca scarlatta come non mai, E A 59 EURO, la mia gonna rossa! 🙂
Oltre a chiudere il discorso sul fashion iniziato la settimana scorsa, questo mi permette di dimostrarvi che pazientare, a volte, e maiuscolizzo A VOLTE, paga. Ve lo dice una per cui la pazienza è la sorella cattiva della sorella buona che comincia per “Im” 😉 una a cui la virtù dei forti fa venire in mente la lotta greco-romana, e un po’ anche i Ringo Boys.
Però ho notato che con i classici funziona uguale. Può non essere il momento giusto. Possono non essere a portata di mano. Puoi essere indeciso e dire “Mmm, forse meglio se passo stavolta eh”. Poi però il momento capita. Bisogna solo attendere.
Ed è questo che lega un film classico a una gonna rossa, nel bel mezzo dell’inverno 2014. 🙂
E non ero la sola ad attendere quel momento, lunedì 🙂 Il WG Mat, dopo una pausa tortellino a casa, s’è fucilato in area Astra, con il Board al seguito ― al seguito perché stateci voi davanti, a delle gambe lunghe così se ci riuscite! Lì dal Mastro ti troviamo bell’e pronto un nuovo Movier reclutato dall’Anarcozumi (muera per l’occasione), il Movier Carlos, peruviano ma pure romano e ora trentino, con la Spagna nel corazon, che ribattezziamo il Fellow Juan Carlos per ovvie associazioni nobiliari che legano la Spagna a Carlos. E c’era anche la Fellow Chocolate, che non è solo una ciocco-cine dipendente, ma pure una viveuse da eventi del sabato sera ―e la mia soddisfazione, nel trovarla agli eventi del sabato sera, sabato sera, fu grandissima.
Al Mastro dico, eravamo cinque Moviers, ‘sto giro, eh, cinque 🙂 Io non sono certo Jesus Christ Superstar, che reclutava accoliti ben più di Justin Bieber, ma quattro amici al bar li ho messi insieme. 😉

Ah ma Muvieroski Moviers, quanto s’è riso a “Ninotchka”, che sottotitolo “Quando la comicità non invecchia”! Mi chiedo se Checco Zalone farà ridere i cinefili del 2094 ―chi guarderà Checco Zalone se non dei cinefili che vorranno fare i cinefili a tuti i costi e “recuperare i B-movie del primo ventennio degli anni 2000”? E vi prego lasciatemi spendere QUALCHE parolina sul fatto che Lubitsch realizza una commedia brillante che si burla apertamente del comunismo nel 1939. Il 1939 non è stato proprio proprio l’anno più easy della storia politica (e non) a livello europeo e mondiale ―il 1 settembre uno stivale nero di troppo mette piede in Polonia, wenn du weisst was and wer ich meine… Lubitsch non teme di pestare i piedi a nessuno anche perché forte della piega cui sottopone il film. L’anticomunismo non è al centro dell’opera, bensì un pretesto narrativo ai fini della storia. Il che è ancora più temerario (e romantico!): è come se Lubitsch prendesse la politica e l’asservisse all’amore. Come dire, il pugno alzato non può nulla contro o’ sentiment. E c’è una critica al comunismo ben più sotterranea della critica più visibile in superficie, ovvero le ossessioni e i must-do e gli eccessi imposti dal regime comunista ai compagni comunisti.
Con “Nintotchka” vediamo che l’interesse della società scivola in secondo piano quando in ballo c’è il mio io (=la realizzazione/felicità del mio io = l’amore). Il commissario tutto d’un pezzo Ninotschka ne è l’esempio: se pure lei cede davanti all’amour e al beau Leon, ne consegue che il sentimento è più forte di qualsiasi ideale comunista ―Stalin prendi e porta a casa, da da.
Lubitsch, che è maestro del far ridere, sa che l’impassibilità di Ninotschka, la mortificazione del suo riso, ci fanno ridere tanto quanto le scenette dei tre agenti russi Iranoff, Bulianoff e Kopalski (che poi sono la versione URSS dei trètrè J). Sappiamo anche che l’irreprensibilità siberiana di Ninotchka ha i minuti contati, e aspettiamo con trepidazione il disgelo, che arriva puntuale, a Parigi, dove gli uccelli cantano, i fiori fioriscono, e i cappellini ammiccano dalle vetrine..
E il lieto fine, per quanto procrastinato dai classici intralci che paiono lì per lì insormontabili ma che alla fine si sormontano, balugina all’orizzonte ―in un luogo terzo, Costantinopoli, una città lontana dal rigore sovietico e dalla mollezza parigina.
Ci si dovrebbe soffermare un istante a parlare della risata di Ninotchka, che sbotta in un bistrot quando il suo neo-innamorato Leon è protagonista di una caduta busterkeatoniana. È in tutto per tutto una risata liberatoria: libera la donna (be’, l’individuo) dalla morsa della dittatura rossa, che la vuole ipercontrollata e sorda ai bisogni e ai desideri dell’animo. Il dettaglio che non si sa, e che scopri cercando di capire meglio chi fosse questa Greta Garbo, conosciuta più di nome che di fatto, riguarda proprio quella risata: Greta fu in grado di riprodurne l’espressione gioiosa sul viso, ma non il suono. E fu doppiata. 🙁 Ed è buffo che lo slogan che accompagna il film sia proprio “Garbo laughs!” (guardate un po’ la locandina…). Non so voi come state messi a “Storia della recitazione”, ma io sono al corso base. 🙁
Dicevo ai miei Moviers lunedì, con gran senso di colpa, che nella mia testa Marlene Dietrich, Greta Garbo e Ingrid Bergman non sono tre donne distinte, ma una sorta di unicuum femminino, mitico e supremo, sprofondato in una tinta seppia da fotografie degli anni ’40, circondato dal bianco&nero delle pellicole dell’epoca, la messinpiega sempre perfetta, gli sguardi pentranti… Macavolo, sono TRE donne distinte, non una, Board! C’è da capire se questo deficit cognitivo sia riconducibile a un’ignoranza tutta mia nei confronti di quel cinema, oppure se sia un fenemeno più diffuso ―giacché anche il WG Mat e l’Anarco faticavano a ricordarne i film. Perché uno (sempre io) si chiede, che altri film ha fatto Greta Garbo? E con vergogna, prende il cellulare e ne controlla la filmografia, scoprendo che Greta Garbo ha recitato in “Anna Karenina” e altri sconosciuti tipo “La regina Cristina” e “Margherita Gauthier”. Scopre anche che “Ninotschka” fu l’unica commedia, e che “La Divina”, schiva e inafferrabile, si ritirò dalle scene a 36 anni per non rimetterci più piede (a 36 anni, cioè, sechs-und-dreissig Jahre!)… Non voglio sconfinare nella biografia ―Wikipedia is out there for you 🙂 ― credo solo che un lavoro sui classici andrebbe fatto. La rassegna a livello nazionale dei dieci capolavori restaurati, in versione originale e sottotitoli italiani che stiamo vedendo sia un gran bell’inizio. Ora, nella mia testa, Greta Garbo ha acquistato dei lineamenti suoi, è uscita dalla nebuolosa. Quindi sì, pazienza. Aspettare queste belle iniziative. E cercarle, anche. E ce ne sono eh. Per esempio il Café de la Paix da stasera bissa la rassegna classici comici dello scorso ottobre-novembre, con “Vogliamo Ridere Ancora” (alcune domenica sera da qui a fine marzo, ore 21:00, Saletta delle Idee, Passaggio Teatro Osele, check it out ;-)). Perciò non confondiamo la pazienza con la pigrizia ―la P è la stessa, il contenuto benaffleck… Frughiamo, Fellows, frughiamo… 🙂

Questa settimana propongo un film che volevo vedere a Berlino ma che ho risparmiato per condividerlo con voi ―e anche per mancanza di sere disponibili, Board be honest…:-)

NEBRASKA
di Alexander Payne

Ne hanno parlato tutti talmente bene, sin dall’ultimo Festival di Cannes, che siamo costretti a testare con mano ― e la Honorary Member Mic lo sta già tastando in questo preciso istante a Vicenza, quando si dice concertare la precursione… :-). Quindi mettetevi in modalità “it is a dirty job but somebody’s gotta do it” e venite dal Mastro mercoledì ―al Fellow D-Bridge dico pochescuse, che l’orario, grazie alla programmazione by Mastro, ti è inaspettatamente friendly. 🙂

Spero anche nella partecipazione di altri due nuovi Moviers, reclutati ad arte&parte dal Fellow Candy-the-Andy. 🙂
In ordine assolutamente non alfabetico, Nicola, che sarà il Fellow Onassis Jr., e Giovanni, un perfetto Fellow Felix ―ah la fonte perversa d’ispirazione che sono, talvolta, i cognomi… 🙂
Ai neo-Moviers ricordo che da Lez Muvi non si esce più manco se mobilitate ONU, Sindacati, Lega per la Liberazione dalle Dittature… Siamo un nucleo estremista che resiste a qualsiasi pressione libertaria, quindi no hopes. 🙂

E per oggi mi sembra di avervi detto tutto tutto, quindi ora posso procedere alla cassa, lasciandovi un Movie Maelstrom capitale (battutona), un riassunto nientemale (per una volta ho pietà di lui), dei ringraziamenti abbondanti come le precipitazioni di Italia2014 (Campionato Meteomondiale che vinceremo di sicuro), e dei saluti, calcolobiliarmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se ancora non avete visto “Il capitale umano”, provvedete! Virzì ha sfidato un nuovo codice ―il social noir, così lo definisco― prendendo un romanzo ambientato nel midwest americano e trapiantandolo nella Brianza da bere dei giorni nostri (anche se il paesino, Ornate, è inventato, il che conferisce al racconto universalità geografica). Il quadro che ne esce è decisamente poco edificante per noi italiani, ma decisamente molto autentico. E credo che le polemiche brianzole che hanno accompagnato il film nei giorni scorsi dimostrino quanto potentemente abbia colpito nel segno. Io ringrazio Virzì perché ha scostato il tappeto persiano del salottto bene e ha mostrato una ferita purulenta che nessuno, colpevoli tanto quanto “ignari/avi” astanti, vuol guardare…La verità del crollo dell’Italia attraverso i maneggi della borghesia, attraverso il lucro e la speculazione attuati in maniera spietata e sconsiderata… Non posso farvi tutt’un pippone qui sul film, capirete… ma vi esorto, don’t miss it…. 😉

NEBRASKA: Woody Grant ha tanti anni, qualche debito e la certezza di aver vinto un milione di dollari alla lotteria. Ostinato a ritirare la vincita in un ufficio del Nebraska, Woody si avvia a piedi dalle strade del Montana. Fermato dalla polizia, viene ‘recuperato’ da David, figlio minore occupato in un negozio di elettrodomestici. Sensibile al desiderio paterno e dopo aver cercato senza successo di dissuaderlo, decide di accompagnarlo a Lincoln. Contro il parere della madre e del fratello Ross, David intraprende il viaggio col padre, assecondando i suoi capricci e tuffandosi nel suo passato. Nel percorso, interrotto da soste e intermezzi nella cittadina natale di Woody, David scoprirà i piccoli sogni del padre, le speranze svanite, gli amori mai dimenticati, i nemici mai battuti, che adesso chiedono il conto. Molte birre dopo arriveranno a destinazione più ‘ricchi’ di quando sono partiti.

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Let’s Movie CXCII – THE LUNCHBOX

Let’s Movie CXCII – THE LUNCHBOX

THE LUNCHBOX
di Ritesh Batra
India, 2013, 105′
Lunedi’/Monday 9
21:15/9:15 pm
Astra/ dal Mastro

Mavelimmaginate Moviers

quando il management trentino ha scoperto che Trentoville è stata eletta Città più vivibile d’Italia 2013?? Velimmaginate i fiumi di brulè versati e le cene pianificate al Pedavena (per i non-trentini, il “Pedavena” è un localaccio tutto crauti e setting Robin Hood che il Board teme sin dal giorno in cui mise piede in questa città, e che i trentini considerano un punto di riferimento storico, non si sa bene perché**)? Come si celebrerà questo primato? Si punterà a valorizzare di più i Mercatini di Natale, visto che la loro presenza passa PRATICAMENTE INOSSERVATA per quella QUARANTINA di giorni in cui sono operativi? Oppure, come da spirito montano votato al silenzio, non vi sarà alcuna reazione pubblica alla notizia, ma tutt’un’insurrezione di moti d’orgoglio interiori?
Appresa la notizia, io ho riso assai, pensando a certa diffidenza con cui i trentini sono usi accogliere l’altro da sé…Sì sì lo so, i parametri sono altri ―tenore di vita, ambiente, servizi, tempo libero, ecc… E sì sì, lo so, sono una serpe. Ma sapete com’è, temo la fuoriscita dei moti d’orgoglio e ondate di campanilismo di cui non c’è bisogno…
Comunque io vorrei far sapere ai redattori della classifica del Sole 24 Ore che il concetto di “vivibilità” dovrebbe tener conto anche di altri fenomeni, tipo: la cacciata dei clienti dai negozi alle ore 18:51, l’ossessione per la territorialità (di ossessione si tratta e sì, Houston we have a problem) e il terrore verso il rumore molesto (= ogni locale con della musica, del divertimento, della gente). Ne ha fatto le spese persino la Cantinota, il secondo punto di riferimento storico della città (e anche qui non si sa bene il perché). Certo, i servizi ci sono, in Comune non fai la fila, le aiuole fiorate tendono a riproporre geometrie cartesiane, e la preparazione del cittadino alla raccolta differenziata si accosta al training degli astronauti in partenza per lo spazio, ma andiamoci piano con l’abbozzar paradisi!
Mi chiedo come stiano vivendo il secondo posto a Bolzano-ja…Ih ih ih… 🙂

E adesso lascio l’urbe e metto piede nel mondo funambolesco di “Les Enfants du Paradis”. Martedì con me c’era l’Anarcozumi la quale, sostenendo i 189 minuti della proiezione da Movier inossidabile, si guadagna la targa in acciaio inox 18/10 “La Movier Inossidabile”. Il WG Mat che all’ultimo desistì, nonostante le accettabili ragioni, si aggiudica una fornitura di tonno Rio Mare così tenero che si taglia con un grissino ―hai scordato, Mat, che noi non accettiamo ragioni?? 🙂
La sala era abbastanza affollata; non il pienone de “Il Gattopardo”, ma pur sempre una buona presenza per essere un bianco&nero del 1945 in lingua originale coi sottotitoli ―i sottotitoli spaventano ancora un sacco di pubblico italiano. Io e la Zu abbiamo notato subito che, tranne qualche sparuto giovane, l’età degli spettatori si aggirava intorno ai 60-64, il che ci rendeva delle pischelle ancor più di quelle che ci sentiamo, e che oggettivamente siamo. 😉

Con “Les enfants du Pardis” ti accorgi subito di essere davanti a una creatura speciale, in bilico fra narrativa, teatro, poesia, sogno e realtà. Una creatura che passa dalla grazia di un personaggio come il mimo Baptiste, di cui mi sono perdutamente innamorata nell’istante in cui l’ho visto ―un coup de foudre, comme on dit― alla meschinità dell’essere umano attraverso lo scrivano/bandito sanguinario Lacernaire, dall’ineffabile Garance, donna troppo bella troppo ambìta troppo timorosa di perdere la propria libertà tanto da fuggire persino l’amore assoluto di Baptiste (il mi(m)o Baptiste!), a Nathalie, donna troppo umile, troppo follemente innamorata di Baptiste tanto da tenerlo ad ogni costo, anche se il cuore di lui è altrove. E ancora dall’attore istrionico Frédéric Lemaître, irriverente dongiovanni, a Jerico, il robivecchi un po’ uccello del malaugurio, un po’ grillo parlante un po’ iettatore ―secondo Prévert, che scrisse la sceneggiatura del film (nientepopodimenoche), doveva rapprensentare il destino e il nefasto di cui è foriero…
“Les Enfants du Paradis” è come leggere “La comedie humaine” di Balzac (non penserete mica che l’abbia letta tutta eh?!), ma passando per il realismo magico di un Marquez e la poesia primitiva e magica di Meliès all’alba della cinematografia, un universo che verrà ripreso e ricostruito nei circhi e nei teatri di un certo Federico Fellini…
Parigi è spaccata fra il Boulevard Du Temple, dove regna il Theatre du Funambules, con i suoi artisti, saltimbanchi, clown e sognatori, e il Boulevard Du Crime, con i suoi loschi individui, gli espedienti, le risse e il sangue. E “les enfants du Paradis”, i ragazzi del Paradiso, sono i frequentatori del Teatro, che dal loggione applaudono o criticano gli spettacoli in cui recitano i personaggi descritti poco sopra.
La storia entra ed esce da questi due poli fisici contrapposti, che oggettivano la natura dicotomica della vita, tirata fra sogno/rappresentazione e realtà/azione, e che fungono da contraltare alle due grandi sezioni che compongono il film. Sì, perché in realtà il film sono 2 film (al prezzo di uno, già). Il primo episodio s’intitola proprio Le Boulevard du Crime e il secondo L’homme blanc, dove il secondo ritrova i personaggi e le vicende del primo, dieci anni dopo: Baptiste si è fatto andare bene Nathalie, Garance ha piegato il capo alla protezione di un ricco conte, Lacernaire continua a tramacciare e Frédérick a calcare le scene. Poi un giorno Baptiste e Garance, gli amanti perduti, finalmente si trovano, ma giusto una notte, per poi riperdersi ancora ―verosimilmente per sempre― nella drammatica e riuscitissima scena finale, dove Baptiste insegue disperatamente/inutilmente l’amata, trascinati entrambi dalla fiumana di persone in strada per il Carnevale…
Questo film è in grado di osservare e analizzare l’amore e di illustrarlo con una semplicità che è propria dei grandi film/libri. A un certo punto Baptiste, perdutamente innamorato di Garance (perdutamente come io di lui, sì) sospira: “Ah, l’amour est si simple”. Eppure tutte le circostanze attorno a questa affermazione non fanno che smentirla, e Baptiste e Garance finiscono per NON viversi. E l’amore in effetti è proprio così, se ci pensate: semplice in sé, incasinatissimo intorno.
E non sto qui a dirvi dell’intertestualità dell’opera, in cui il teatro ―per esempio Shakespeare― è infuso e trasfuso nei personaggi stessi, che a loro volta diventano portatori di commedie e tragedie, e non solo perché “Otello” viene messo in scena da Frederic ―impossibile, tra l’altro, non vedere Romeo e Giulietta in Baptiste e Garance, Iago/Shylock in Lacernaire― ma perché la morale del film poggia tutta su un verso shakespeariano, che se siete dei laureati in Inglese non potete non sapere… “Il mondo è un palcoscenico in cui uomini e donne sono gli attori”… “As you Like it”… 😉
Se a scuola si leggono i classici della letteratura, Dante, i Promessi Sposi e Amleto, si dovrebbero mostrare anche i classici della cinematografia. “Les Enfants du Paradis” dovrebbe essere messo nel piano di studi di ogni liceo. E la scuola dovrebbere imparare, e questo me l’ha insegnato l’Anarcozumi, che il cinema è un mezzo di apprendimento da sfruttare proprio sui banchi.
A proposito della Zu, oltre alla targa Inox 18/10, il premio all’Inossidabilità include anche questa, http://www.youtube.com/watch?v=R1a_QBSGO_w. Certo, interpretata da lei dopo il film, nel tratto in macchina dall’Astra a casa del Board, era tutt’altra cosa, ma speriamo apprezzi ―caso mai ve lo steste chiedendo, sì la Zu è una rinomata aficionada del mondo country. 🙂

E questa settimana voliamo in India (ma niente Bollywood) con

THE LUNCHBOX
di Ritesh Batra

Se ne parla un gran bene in giro, di questo film ―oltre ad aver vinto il Premio del Pubblico all’ultimo Festival di Cannes. Mi ha colpito e gli do fiducia. Spero non mi si rivolti contro…

Prima di salutarvi, volevo fare degli auguri di compleanno. No no tranquilli, non uso il Baby Blog pubblico a fini privati ―quello lo faccio già, trasformando il privato in pubblico 🙂
Volevo fare gli auguri a Let’s Movie, che in questo dicembre compie 4 anni. Eh posso proprio dirlo, ne abbiamo vistI di tutti i colori!
Quest’anno mi manca la mia Honorary Member Mic a intonarmi “Happy birthday” fuori dal Mastro, ma so che sta facendo un gran lavoro di okkupazione sale cinematografiche vicentine, e questo compensa, riempiendomi di cine-orgoglio. 🙂
Vorrei ringraziare tutti i Moviers, dal primo all’ultimo. Quelli che vengono a Let’s Movie regolarmente (who??), queli che ci vengono una volta ogni tanto, quelli che ci sono venuti solo una volta ―per poi fuggire al sicuro. 🙂 E ringrazio anche i Moviers che mi leggono e basta (il che è un gran atto di coraggio di in sé), e che magari si fanno quattro risate, il lunedì mattina, prima di affrontare il mondo vero là fuori. Li ringrazio dei feedback che mi mandano, quando li mandano via mail o via good vibes. Lez Muvi continua anche per questo. E perche’ salva dal tempo e dall’oblio.
Non posso nominare tutti ―siete 132!― ma lo storico trio lo devo nominare: l’Anarcozumi, il WG Mat e la Honorary. E naturalmente il mio Mastro ― e non è retorica se dico che senza il suo trisavolo e le sue 3 Sale, tutto questo difficilmente, molto difficilmente, avrebbe potuto essere.
Thanks!!

E ora, dopo l’angolo Kleenex, rinfilo i panni di Dracon Board e vi intimo il Movie Malestrom, e pure il riassunto, stasera. E vi mando dei saluti, che sono celebrativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

**Mi perdonerà, il Fellow Fuzz, spero… 🙂

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ecco a voi un po’ di notizie sparse…

  • Il Vincitore del Festival CinemaZERO (lo ricordate,vero?? http://www.festivalcinemazero.it) secondo la Giuria è risultato essere “Avant la nuit” di Chiara Caterina. Il vincitore secondo il Pubblico, “De rerum”, di Francesco Castellini e Stefano Zampini. Io ho visto quest’ultimo, “De rerum”, e sì, il suo carattere sanguigno, non patinato, e il modo in cui la semplice liberazione di un fagiano schiuda al metaforico, spiegano il riconoscimento guadagnato. Tengo in modo particolare a segnalare l’opera “Folder” del regista Cosimo Terlizzi. È qualcosa che non avevo mai visto prima, una specie di diario, un collage di ricordi che racconta una storia, raccontandone infinite altre attraverso frammenti d’immagini spurie, ma che invitano a riflessioni profonde. Cercatelo… 😉
  • Un lunedi’ lonely sono andata a vedere “Prisoners“, un thriller che consiglio a tutti i fan del genere (Big, segna!) ―anche il WG Mat, che lo vide tempo fa, approva di brutto. Il film è un po’ lungo (150 minuti!), ma è ben costruito, non scontato e interpretato divinamente da quell’amore di ragazzo che è Jack Gyllenhaal, altrimenti noto come Donnie Weloveyou Darko.
  • Se vi sono piaciuti “Confessions” e “Pietà” (parlo in particolare alla Honorary Member Mic e al Fellow TT), se vi piace l’efferatezza, e il frugar nell’abominio così come solo i coreani sanno fare, non perdetevi “Old Boy” di Spike Lee ― rivisitazione dell’opera di Chan-wook Park… Una botta allucinante, ma wow, se merita… 😉

THE LUNCHBOX: Ila prepara tutti i giorni il pranzo al marito, lo impacchetta in una lunchbox e lo consegna a chi glielo porterà. Per un errore però il suo pacchetto comincia ad essere recapitato ad un’altra persona, Saajan. Visto che suo marito non si accorge di ricevere cibo preparato da un’altra donna e visto che ha cominciato a mandare biglietti dentro il pasto a Saajan (che risponde), Ila decide di continuare, scoprendo di più su un uomo che ha da tempo smesso di cercare qualcosa nella vita, e di converso scoprendo che forse è il momento anche per lei di cambiare qualcosa.

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Let’s Movie CXC – VENERE IN PELLICCIA e FRANKENSTEIN JUNIOR

Let’s Movie CXC – VENERE IN PELLICCIA e FRANKENSTEIN JUNIOR

VENERE IN PELLICCIA
di Roman Polanski
Francia, 2013, ’96
Monday 25/Lunedi’ 25
21:15/9:15 pm
Multisala Astra/Dal Mastro

Fanatici Fellows,

Parto da qui perché sono finita in trip per un’etimologia, come spesso accade sia mentre non sto facendo nulla di speciale, sia mentre rimugino sul film che abbiamo visto a Let’s Movie ―e anche questo accade spesso. Pensavo ai santi e ai miti. Ai personaggi che hanno fatto la storia, e che la storia li ha fatti santi e miti. Pensavo al culto nato attorno a loro, alla fascinazione trasformata in venerazione nei loro confronti. Fanatismo. La parola guizza in testa come un pesce un po’ ingombrante, tipo la scultura di Gehry, spiaggiata sul lungomare di Barcellona ―so che tutti sapete di che parlo (la Fellow Katrin l’Archibugia di sicuro). 🙂
Fanatismo. Sapete da dove deriva? No? Nemmeno io prima di consultarmi con Wikipedia “L’etimologia della parola fanatismo – usata quasi sempre in accezione negativa – deriva dalla sfera religiosa e porta al latino «fanaticum, “ispirato da una divinità, invasato da estro divino”, derivato di fanum “tempio” ―e finalmente ci spieghiamo una volta per tutte le velleità che spinsero i gestori dell’omonima discoteca accanto a Rovereto a chiamarla così…. Il fanatismo ha qualcosa di religioso, di cultuale ―non cultuRale eh, e assolutamente non culturista, non mi confondete i derivati! Il caso Jobs ne è un esempio rappresentativo: dopo aver rivoluzionato il modo di fruire l’information technology delle masse, il messia californiano Steve è diventato il fanum, il tempio da venerare. E il mondo si è riempito di accoliti.
Mi piacerebbe adesso uscirmene con una di quelle affermazioni d’effetto da brava critica che NON sono, tipo “…E il biopic su di lui cattura e restituisce cinematograficamente lo charme―o forse dovremmo dire “aura” visto il contesto― che la sua figura ha esercitato su generazioni di geek, startupper, businessmen e mortali qualunque”. Purtroppo niente affermazioni d’effetto. Il biopic è “bio” nel senso d’insulso come certi prodotti biologici, perché sarà anche très chic dire che il tuo balsamo alle germe di grano è fatto con germe di grano 100% pesticides-free, ma se poi ti ritrovi una testa da Tina Turner in “Simply the best”… Insomma il succo è che “Jobs” non funziona, né alla radice né sulle punte. Non è un’opera cinematografica: manca tutta la creatività che lo story-telling di un’opera cinematografica offre. Non è un documentario: manca troppo del materiale che lo renderebbe tale, offrendo una panoramica complessiva della sua vita dalla culla al camposanto. Non è un chiaro “liberamente tratto da” e nemmeno un dichiarato “fedele alla versione di”. Non saprei di preciso dire che d’è. Credo che “fiction in due episodi tranquillamente accorpabili in uno per un pomeriggio invernale o alternativamente un prime-time estivo su Rete 4” potrebbe avvicinarsi alla definizione che ne darei. E guardate mi scoccia essere così tagliente, ma do voce a una delusione (peraltro preventivata) dai Moviers che erano con me (e anche dalla Honorary Member Mic da remoto :-)).
Squadra che vince non si cambia, quindi con me c’erano il Fellow Andy the Candy ―o Candy the Andy, come volete 🙂 ― dato che le colline Trentorising sorgono su un massiccio IT, e il WG Mat, geekologo di fama internazionale, che s’è dimostrato un jobsiano disincantato e lucido, la cui venerazione verso il messia non gli impedisce di valutare con obbiettività gli schizzi da invasato di cui soffriva nonché la sua naturale propensione all’essere un “bloody bastard” (inglesismo a scopo detox). Insomma, lo Smelly, in quinta fila sulla destra, accoglieva un sandwich di Moviers con un Board in mezzo.:-)
Uno rimane infastidito anche dallo sfoltimento e dalla semplificazione. Con “sfoltimento” (oggi tricologia) intendo il processo per cui s’è scelto di togliere molto. Ovvio, una scelta andava fatta, la carne al fuoco era davvero troppa. Ma badiamo bene a quello che sfoltiamo, direi al regista Joshua Michael Stern, che forse è Jean Louis David alle prese con la macchina da presa visti i risultati :-(… Per esempio i rapporti controversi ―e per questo gustosissimi!― con la figlia riconosciuta solo in tarda età, o con Bill Gates, o la sua immensa solitudine (cercata e originata da una personalità fondamentalmente autistica) sono stati ridotti a poco più che una manciata di scene. Bill Gates addirittura liquidato in una telefonata. Gli schizzi da invasato ci sono, vero. Ma non c’è il tentativo di andarci dentro. C’è solo un semplice atto di mostrare, di depennare dalla lista, tipo, “personalità maniacale bipolare”: ce l’ho; “carattere di m _ _ _ a: ce l’ho; Bill Gates: poco ma ce l’ho”… Peccato che Jean Louis David non abbia gettato l’occhio alla colonna del “manca”.
E sapete anche cosa da molto ma molto fastidio? (Al WG Mat, molto molto fastidio)? L’uso banalissimo della musica. La colonna sonora include giganti come Bob Dylan e Cat Stevens, e altre canzoni familiari ma di cui onestamente non saprei dare i titoli e i cantanti. Ma è l’assoluta prevedibilità con cui viene utilizzata, e abbinata a scene platealmente a caccia di commozione, a rovinare l’effetto…E Steve in estasi pei campi di grano (bio, of course :-)) e Steve esaltato alla convention del 198qualcosa… Rielaborazione originale del sonoro e del visivo: MANCA!
In cima al fastidio massimo, e mi duole ammetterlo perché il ragazzo non è un brutto vedere tutto sommato, in cima al fastidio massimo troneggia lui, Ashton Kutcher. Purtroppo il metodo Stanislasky con lo studio meticoloso del personaggio non ha dato i frutti sperati. La recitazione troppo irritantemente recitata disvela la fallimentarietà dell’approccio mimetico con un personaggio del genere. O sei Michelle Williams che interpreta Marilyn, o Meryl Streep in quelli della Tatcher, o ancora Val Kilmer 40 kg fa nella suprema interpretazione di Jim Morrison, oppure sei destinato a fare la triste fine di Naomi Watts nei panni di Lady Diana. Non è detto che mimare la persona in maniera pedissiqua sia la strada giusta — il personaggio va penetrato nella sua essenza più profonda, piuttosto che nei suoi tic e nelle sue pose esterne, ma naturalmente io non sono Lee Strasberg…. Ashton vuole essere Steve a tutti i costi, camminata (insopportabile!), smorfia sorrido-ma-non-rido, avambracci da giovane vecchio (non so come altro spiegarlo, se vedete il film sono certa capirete). E per quanto la somiglianza fisica sia indubbia, e alcuni schizzi da matto gli riescano obbiettivamente bene, il risultato complessivo per me non raggiunge la sufficienza 🙁 Diciamo che la nuova carriera intrapresa da Ashton –laureato in ingegneria biochimica, ricordiamolo– presso un’azienda cinese del settore potrebbe rivelarsi un riciclo mooooolto felice per lui…
In ogni caso mi ha fatto piacere vedere “Jobs”. E vedrò anche il prossimo, in preparazione e in uscita nel 2014. E vedrò pure “I pirati della Silicon Valley”― low-budget e forse un tantino naif, ma comunque suggerito dal nostro WG Mat. 🙂
Jobs ha riscritto un nuovo modo non solo di intendere l’IT―-n termini di accessibilità, fruibilità, bellezza― ma anche la nostra vita. E mi astengo dal dare giudizi sulla persona. Diciamo solo che a lui preferisco il suo ex socio alla Apple, Steve Wozniak, genio dal cuore buono, che secondo me meriterebbe un film a parte. Così come non entro in merito al processo di santificazione iniziato dopo la sua morte e che l’ha reso più fanum di quello che era negli ultimi anni della sua vita per un sacco di nerd. Perché mi chiedo, si può essere fan(atici) di un personaggio dall’umanità così inesistente? Non parlo di ego –quello, i grandi, ce l’hanno tutti grande. Ma di umanità. E chiudo il discorso su un dilemma con cui ci si è salutati lunedì scorso. Meglio essere dei bloody bastards e cambiare la STORIA, oppure fare la propria parte, piccola e meno impattante, e rimanere nella MEMORIA di quelli che abbiamo intorno? Storia globale o memoria locale? Jobs o Wozniak? Beatles o Rolling Stones? (No l’ultima toglietela).
You Moviers, you answer…
E per inciso…Meglio essere fUnatici che fanatici…io per lo meno la penso così 🙂
E adesso siete pronti??? No perché adesso v’invado l’agenda!

Questa settimana ringrazio il Mastro con il megafono (si Mat, quello che ho ingoiato) per aver tenuto in programmazione

VENERE IN PELLICCIA
di Roman Polanski

Se siete amanti del cinema d’alta scuola, se vi fidate del pubblico del Festival di Cannes che l’ha molto appludito lo scorso maggio, se siete appassionati del teatro portato al cinema (come nel suo stroardinario precedente “Carnage”), se v’intriga saperne di più sul romanzo erotico scritto nell’800 da Sacher-Masoch ―no non c’entra con la pasticceria austriaca e sì c’entra con il masochismo― cui il film s’ispira; se apprezzate talento&bellezza di Emanuelle Seigner; allora “Venere in pelliccia” è il VOSTRO film!
Se NON siete amanti del cinema d’alta scuola, se NON vi fidate del pubblico del Festival di Cannes che l’ha molto appludito lo scorso maggio, se NON siete appassionati del tetro portato al cinema (come nel suo stroardinario precedente “Carnage”), se NON v’intriga saperne di più sul romanzo erotico scritto nell’800 da Sacher-Masoch ―no non c’entra con la pasticceria austriaca e sì c’entra con il masochismo― cui il film s’ispira; se NON apprezzate talento&bellezza di Emanuelle Seigner; allora “Venere in pelliccia” potrebbe NON essere il VOSTRO film, ma lo scoprirete solo vedendo, come cantava il Board featuring Battisti 😉
Martedi’ 26 saro’ sicuramente a vedere “FRANKENSTEIN JUNIOR” di Mel Brooks al Modena/Smelly alle 21:00/9:00 pm!
Decorre il 40esimo anniversario del film (USA 1974) e per questa occasione dei pazzi funatici hanno organizzato la “Frankenstein Junior Week” con tutta una serie di iniziative a tema frankenstein (www.frankensteinjunior.it) 🙂 L’evento clou della Week sarà proprio la proiezione del film, in versione restaurata digitalizzata e solo per un giorno, in alcuni cinema italiani.
Ci perdiamo il one-shot?!? Non credo proprio!

E ancora…Se avete tempo mercoledi’ 27 alle 8:30 pm ― a me toccano i panni della Teacher e PURTROPPO non arrivo 🙁 ― il Mastro, l’Altra Venere ArciLesbica Trento e Arcigay Trento propongono “Lo sconosciuto del lago“, di Alain Guiraudie, all’interno del Cineforum LGBT. Il fim ha fatto mooooolto parlare all’ultimo Festival di Cannes, e io l’avrei visto moooolto volentieri… Andate voi al mio posto e sappiatemi dire. Non dico tutti i 132 che siete, Moviers 🙂 Ma almeno UNO! Uno su 132 ce la fa, dai! 🙂

Missione “Invasione Agenda Moviers”: riuscita. 🙂

Ora s’è fatta una certa, quindi vi lascio alle vostre dolci vite ―anche perché con ‘sto freddo. 🙂 Però non fuggite via subito. C’è qualcosa di piemontese nel Movie Maelstrom… E ci sono i miei ringraziamenti. E miei saluti, stasera, devozionalmente ma anche devotamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

La verità è che ieri e oggi ero a Torino e, per una felice coincidenza (molto felice e molto cinematografica!), mi sono ritrovata in pieno Torino Film Festival! Quindi mi sono goduta l’atmosfera festivaliera e tre film ―ho pure impallato Virzì (Direttore di quest’anno) e la Ramazzotti (moglie del Direttore di quest’anno) in una foto per la stampa! You clumsy Board!
I film “Blue Ruin” Le Demantelement” mi sono piaciuti molto, ma in “Big Bad Wolves” di Aharon Keshales, mi è piaciuto da matti! È un riuscitissimo thriller israeliano dai toni tra lo splatter e il dissacrante che ha fatto impazzire Tarantino, la sottoscritta e il pubblico in Sala 3 del Cinema Reposi… I patiti del genere, e in genere i patiti del cine, se lo segnino 🙂

VENERE IN PELLICCIA: In un teatro parigino, dopo una giornata passata a fare audizioni per trovare l’attrice che possa interpretare il lavoro che si prepara a mettere in scena, Thomas si lamenta al telefono del basso livello delle candidate. Nessuna di loro possiede lo stile necessario per il ruolo da protagonista. Mentre sta per uscire appare Vanda, un vero e proprio vortice di energia, sfrenata e sfrontata.
Vanda incarna tutto quello che Thomas detesta. E’ volgare e stupida e non si fermerà davanti a niente pur di ottenere la parte. Praticamente costretto, Thomas decide di lasciarla provare e con stupore vede Vanda trasformarsi. Non solo la donna si procura oggetti di scena e costumi, ma capisce perfettamente il personaggio (che d’altronde ha il suo stesso nome), di cui conosce tutte le battute a memoria. L’audizione si prolunga e diventa più intensa e l’attrazione di Thomas si trasforma in ossessione…

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Let’s Movie CLXIX

Let’s Movie CLXIX

LA GRANDE BELLEZZA
di Paolo Sorrentino
Italia, 2013, 142’
Martedì 21/Tuesday 21
21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro

Mille Motivi Moviers

per cui dovreste scegliere “Confessions”! Mille, come i baci mendicati da Catullo. No esagero, ventimila, come le leghe perlustrate dal Nautilus. O un numero che volete voi, e che vada ben oltre l’iperbole, mi raccomando. Perché questo film, ragazzi miei, rientra non solo nella classifica Best-of 2013. Questo film rientra nella classifica Best-of EVER, uno spazio che cerco di non popolare di troppi titoli, e di tenerlo per i veri happy-few. Quelli speciali specialissimi, quelli che non solo ti hanno sconvolto la pancia ma anche sedotto il cervello. “Confessions” entra di diritto nell’olimpo, con tanto di pompa magna, red carpet o quello che il vostro immaginario party-around sceglie come sfondo.
Fortuna ha voluto che non fossi sola, e non per la solitudine e le solite tapinerie da Board. La fortuna sta nel fatto che altri human beings ― very magnificient human beings, i Moviers ― lo abbiano visto. Sto parlando della folla Fellows che ha affollato la Sala 2 del Mastro, e nello specifico, la Honorary Member Mic, giapponauta per formazione accademica e reduce da una giornata molto somewhere-over-the-rainbow-blue-birds-fly, il WG Mat, giapponauta di formazione cinematografica e reduce da una giornata molto it’s-been-a-bad-day-please-don’t-take-a-picture, il Sergente Fed FFF, che vorrebbe istituire la lega contro la vivisezione cinematografica e sbarazzarsi così di quel Doktor Vivisektion del Board, ma credo che non riuscirà nein nein :-), la Fellow Junior, animo notoriamente sensibile alla cultura made-in-Japan, e Diego, un Fellow nuovo di zecca, che il Sergente cine-animalista ha indirizzato a Lez Muvi ma che, badatebene, s’è schiantato da solo nella mailing-list buttandosi dal Baby Blog. Capite che ha già cominciato con il piede giustissimo, il Fellow, il cui nome in codice non sarà Broken Arrow ma D-Bridge, per quella D che è un po’ Diego un po’ De, e quel cognome che sarebbe perfetto a Venezia, o a San Francisco. Con lui la Guest Sara ― e con un nome così, poteva NON cominciare alla grande anche lei?!
Un’ovazione di “brava-brava-bis” alla Fellow Vanilla, che purtroppo è rimasta vittima della Festa del Cinema e del sold-out, fenomeno che è dilagato nelle sale cinematografiche trentine questa settimana. Stentavo a crederci, ma persino “Confessions”, dove mi aspettavo di trovare qualche sparuto cinefinilo e i cespugli rotolanti del Far West, ha riempito tutta la Sala 2 del Mastro, la più d’essai ― la più Potemkin. Questo mi ha fatto riflettere sulle basi alquanto deboli su cui poggia Let’s Movie: se basta una campagna “Ingresso 3 euri, venghino siori venghino” a trascinare fuori casa la cittadinanza, allora Let’s Movie cosa ci sta a fare??! Bah, per una volta è meglio se ripongo il bisturi e non viviseziono oltre…

Tornando alla Fellow Vanilla, è stata brava-brava-bis perché non si è data per vinta e ha ripiegato su “Viaggio sola”, non solo facendo la festa alla Festa del Cinema, ma anche recuperando un Let’s Movie di due settimane fa. Mammamia, sono troppo sgaggi, ‘sti Moviers! 😉

E ora watch out, cominciano i motivi.

Moriguchi è un’insegnante di liceo la cui figlioletta di 5 anni viene uccisa dalla violenza immotivata di due suoi allievi, Naoki e Shuya. Le confessions del titolo sono le loro, quelle dei personaggi che prendono parte alle vicende: l’insegnante, i due ragazzi e una loro compagna di classe. Ma non lasciatevi trarre in inganno. Le confessioni non hanno nulla di cattolico, né di lontanamente religioso o morale. Hanno qualcosa di forense, piuttosto. Il film si apre in un’aula di scuola che in realtà diventa di tribunale ― il personale tribunale di Moriguchi ― dove espone i fatti accaduti, enuncia la sua sentenza e la esegue. Con estremo autocontrollo, una compostezza da corte suprema, davanti a una classe di adolescenti distratti da cellulari, doppiepunte e smalti colorati, l’insegnante ripercorre l’omicidio, la sua caccia agli assassini e l’attuazione della propria vendetta, la cui spietatezza ha un precedente solo in “Pietà” di Kim Ki-duk ― ricorderete, il checavolodifilm “Pietà”… Moriguchi fa credere di aver iniettato del sangue sieropositivo nei cartoncini di latte che i due ragazzi colpevoli hanno appena ingerito, condannandoli a morte. Pazzesco, direte voi. Eh, questo è niente… La punizione verso i due è ben peggiore…

Naoki entrerà in un delirio che lo porterà ad ammazzare la propria madre. E Shuya farà più o meno la stessa fine, ma assaggerà tutta la lama TUTTA della vendetta di Moriguchi, e quando maiuscolizzo tutta, non lo faccio a caso: Shuya finirà, inconsapevolemente (e qui sta anche parte del dramma) per uccidere sua madre ― la madre l’aveva abbandonato da piccolo e per lui rappresenta tutto ciò che sopra ogni cosa ama e (ri)vuole. Questa, la vendetta di Moriguchi: privarlo, per sua stessa mano della sua ragione di vita, senza condergli alcuna speranza di redenzione: il suo “stavo scherzando” finale, riferito a una speranza di rinascita che potrebbe cominciare per Shuya, accompagnato dalla risata più sadica e fredda che possiate immaginare, mette una pietra sopra la vita del ragazzo. E sulla pietra niente scritte R.I.P.! Shuya è condannato a una morte in vita: convivere con la colpa di aver ucciso l’amore della propria vita ― immaginate pena più grande? E questo per quanto riguarda la vendetta.

Ma “Confessions” è molto altro. Gli adolescenti protagonisti sono portatori (mal)sani di un malessere esistenziale che va oltre Sartre, Camus ― e Schopenhauer poi, Schopenhauer era Solange in confronto. Nulla ha senso per loro, la vita, la morte, la vita e la morte di un altro essere. Questi ragazzi, combattuti fra delirio di onnipotenza e parossismo di fragilità emo-style, sembrano riemergere dai cristalli liquidi dei loro smart-phones solo per commettere degli atti insensati, che da un lato concedono loro una scarica d’adrenalina e dall’altro non fanno che riconfermare l’assurdità del loro esistere. Però sarebbe semplicistico pensare che questa generazione di giovani sia banalmente lobotomizzata e alienata dall’eccesso di tutto quello a cui questa generazione ha facile accesso ― stimoli, mezzi, tecnologia. E ho capito che Nakashima non è un regista da semplificazioni. Così come in “Pietà” i personaggi “negativi” lo erano perché avevano subìto un danno (ricordate? Se non ricordate, mentite pure), dietro il mostro Shuya si nasconde il bambino abbandonato dalla madre, costretto a crescere con un vuoto dentro che risulta essergli fatalmente incolmabile. E il vuoto genera altro vuoto… Un gorgo che si allarga e trascina giù…

In questo istante sappiate che sto guardando con occhi tristi Nakashima, perché questo, l’incolmabilità del vuoto e l’incancellabilità della ferita, sono sentenze durissime da accettare per qualsiasi spettatore ― anche, soprattutto, un Board.
E tutto il film, se ci penso, è trapunto da un filo nero: la frase ripetuta da Shuya, dopo un leggerissimo rumore di bolla di sapone che scoppia. “Lei non l’ha sentito? Il suono di una cosa importante che sparisce per sempre”. Che è il suono più lacerante che possiamo udire, foriero com’è di mancanza e perdita. In una parola, dolore. “Confessions” non offre tregua, né scappatoie. Siamo nudi e piccoli davanti al buco nero del mondo.
In questa sorta di parabola diabolica in cui il figliol prodigo viene massacrato, si mettono anche a nudo la fragilità dell’essere umano, la sua esposizione, fin da piccolo, alla sofferenza e l’irreversibilità causata dagli effetti del dolore. E Fellows, voi non ci crederete, ma tutti questi contenuti da dammi-una-lametta sono rinchiusi in una scatola meravigliosa! E QUESTO è uno degli aspetti che mi ha fatto innamorare di “Confessions”: il bello che contiene l’orrido.

Stilisticamente ed esteticamente, il film vola altissimo. Della struttura dal sapore forense con le varie deposizioni monologanti dei personaggi abbiamo detto. Ma la cura visiva con cui questo processo viene processato e l’esecuzione eseguita può essere compresa solo se vista. Alcune scene sono fotografie che starebbero bene appese alle pareti di una galleria d’arte. Una goccia, un cielo, una pallina da baseball che rimbalza sul naso di un ragazzo, una Lelly-Kelly di bambina che galleggia su un letto d’acqua putrida. E la poetica del bianco, rosso, nero, che poi è la penna tricolore con cui i giapponesi scrivono il loro immaginario da secoli? Perché questo film è profondamente nero (oh my God, 100% pitch black!), ma è disinfettato, candido in un certo senso, riluce di quel bianco abbacinante del sole quando ferisce l’occhio. E tra quel nero e quel bianco, scorre copioso ed elegante il sangue. La potenza di questo tricolore scardina anche certi tabù: la siringa che inietta il sangue infetto nel latte, non solo fonde due elementi antropologicamente contrapposti (latte=vita; sangue=morte), ma sporca simbolicamente attraverso l’infezione (nero) il latte (bianco).
Ma pallottolieri Moviers, avete tenuto il conto?? A quanti motivi siamo arrivati? Eccone un altro…Una scena che non dimenticherò MAI. Shuya fabbrica una sveglia con le lancette che vanno all’indietro. Solo nell’istante prima che la madre salti in aria, e lo guarda, e lui guarda lei, solo lì, in quell’istante di amore puro e incondizionato, di speranza e affetto mammifero, in mezzo al caos apocalittico da cui sono circondati, solo lì le lancette cominciano ad andare avanti. E per pochi, preziosissimi secondi, tutto ha un senso, il tempo riprende il suo cammino per il verso giusto, ed è come se la scena dicesse, guarda che cosa veramente fa guadagnare senso al vivere, guarda che cosa dà la direzione al tempo ― l’amore.
Però tutto questo dura tre secondi, e poi l’apocalisse ha il sopravvento.
Credo che uno possa rimanere trasfigurato da certe scene. Io sono rimasta trasfigurata da questa.
Per me “Confessions” è un film che merita palme, orsi, leoni, tutti i vegetali e animali che le giurie potrebbero assegnargli. Ed è un peccato che non l’abbiano fatto, per quanto ci sia andati vicino agli Oscar 2011. Cavolo, quando l’arte grida così forte, non puoi tapparti le orecchie. Cavolo, NON puoi tapparti le orecchie!
Ora mi ricompongo eh… solo che vorrei noleggiare una sala del Mastro, noleggiare due ore del vostro tempo e della vostra pazienza, e riguardarlo tutti insieme!
Ed ora, basta seriosità, basta nippo-nichilismo! Ora ci dirigiamo verso quello che è stato definito “La dolce vita del terzo millennio”…

LA GRANDE BELLEZZA
di Paolo Sorrentino

Cast stellare attorno al lonely planet Sir Servillo (my love), l’unico film italiano in concorso al Festival del Cinema di Cannes. Non fatemi dire altro, ho già il tasso d’aspettativa alle stelle e per quello non c’è insulina che tenga. Vi voglio numerosissimi, Moviers, al più grande trionfo, o al più clamoroso fiasco, della cinematografia italiana degli ultimi anni.

A proposito del Festival, inutile dirvi che la nostra Anarcozumi s’è trasferita armi e bagagli in Costa Azzurra per il Cerchez-la-Cannes 2013… Scusa Zu, cerchez-la-Cannes mi fa troppo ridere, lo sai… 🙂 Dacci aggiornamenti, et je t’en pris, mon coeur, tampina Servillo-my-love con tutto l’amamentario tampinabile di cui puoi avvalerti… Et puis reviens chez nous tout à l’heure! 😉

E la chiudo qui, così, su ‘sto francese che par di masticare noblesse quando lo parli. Grazie per aver subìto l’affondo del giappo(pippo)ne… era tanta roba. Grazie anche per la cortesia che mi farete di salvare il Movie Maelstrom e cestinare il riassunto.

E prendetevi pure questi saluti, oggi, giustificatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ultimo affondo (promesso) del giappo(pippo)ne… 🙂

La colonna sonora di “Confessions” è stata nobilitata dai Radiohead ― perfetto il loro lirismo in tutta quella tragos ― e questo è un altro motivo da aggiungere alla lista… Mentre faccio i conti, vi lascio questa http://www.youtube.com/watch?v=QxYemY8CQaw
 
LA GRANDE BELLEZZA: Roma si offre indifferente e seducente agli occhi meravigliati dei turisti, è estate e la città splende di una bellezza inafferrabile e definitiva. Jep Gambardella ha sessantacinque anni e la sua persona sprigiona un fascino che il tempo non ha potuto scalfire. È un giornalista affermato che si muove tra cultura alta e mondanità in una Roma che non smette di essere un santuario di meraviglia e grandezza.

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