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LET’S MOVIE 289 – propone SEGRETI DI FAMIGLIA e commenta NICE GUYS

LET’S MOVIE 289 – propone SEGRETI DI FAMIGLIA e commenta NICE GUYS

SEGRETI DI FAMIGLIA
di Joachim Trier
Danimarca, 2016, ‘109
Martedì / Tuesday 28
21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

Magazzino 26 Moviers,

La settimana scorsa vi ho salutato accennando a una sorpresa che vi avrei svelato oggi ― suspense first, mi ricorda Hitchcock, suspense first…
Ebbene lunedì 20 giugno è stato inaugurato Magazzino 26, www.magazzino26.it! E no, non è un’ex fabbrica trasformata in uno store super cool, come usa molto in questo nostro tempo di riqualificazioni, ma un luogo virtuale oltremodo speciale: un magazine online pieno di “Magazzinieri” pronti a scrivere di moda, arte, fotografia, musica, estetica, wellness, lifestyle e cinema.
Tutto è partito dal nostro Fellow Fuzz, al secolo Andrea Chemelli ― fotografo di chiara fama dopo essere stato modello di ultimo grido ― e dallo stilista Nicola Luccherini, che non hanno saputo zittire un tarlo e realizzare un nobile progetto: costruire uno spazio in cui disquisire di bellezza.
Poteva il vostro Board rifiutare l’invito d’infilare la salopette da Magazziniera e non scrivere di cinema?? Certo che no! E nel mio angolo di Magazzino 26, che si chiamerà ilFrullato ― il Lato della Fru 🙂 ― scriverò soprattutto di quello, di cine, ma con un occhio rivolto alla moda, e con licenza di trascendere, servendo ai lettori i frutti delle mie ricerche miscelati come mi verrà da miscelarli. Ma c’è molto molto altro! Magazzino 26 è un luogo in cui la bellezza è interrogata in tutte le sue innumerevoli sfaccettature. Quindi Moviers, vi prego, cliccatelo e frequentatelo più che potete. 🙂 Questa settimana il topic è il black&white, e il mio pezzo riguarda un film di cui avevo accennato anche nel Maelstrom, “The Dressmaker”… http://www.magazzino26.it/bianco-e-nero-basta-cosi-art-music-show/ 🙂

Prima di passare al cine, fatemi dire. Brexit fiat est. Lo dico in biblico: la notizia sembra fuoriuscire dal Vecchio Testamento. Una bomba nel grembo dell’Europa. E ora io vorrei scambiare quattro parole con Zygmunt Baumann, il pensatore della “modernità liquida” ed esporgli il mio pensiero. Perché se da un lato è vero che viviamo in una società virtuale in cui tutto si muove a velocità spaventose, in cui le distanze non esistono più e siamo tutti vicinissimi ― fai un click e acquisti un Commodor 64 su eBay, ti affitti un flat nel cuore del Quartiere Latino a Parigi via AirBNB oppure ti compri un rene da un cingalese che ha a disposizione ben due reni… ― in cui tutto è interconnesso, se da un lato abbiamo la liquidità, dall’altro la realtà di certi fatti politici si dimostra sempre più rigida. Nella realtà abbiamo muri ― sognati e progettati ― abbiamo 17 milioni di Britannici che vogliono starsene per conto loro, e tanti altri francesi e salviniani che la pensano allo stesso modo. Allora no, non possiamo più parlare di modernità liquida, adesso, dopo questi ultimi accadimenti. Dobbiamo piuttosto ragionare sull’irrigidimento, sulla sclerotizzazione di sacche di società ― delle maxi sacche, maxi come tutto il Regno Unito ― che aderiscono e si battono, anche solo attraverso una X su una scheda referendaria, per l’isolazionismo. Allora cosa succede se il nostro mondo virtuale va da una parte ― progredisce, si innova e rinnova in continuazione, come il www ci dimostra ― e il nostro mondo reale va dalla parte diametralmente opposta, tornando su passi camminati anni e anni fa? Zygmunt, dimmi, tu che vivi a Leeds, cheffai adesso? Chiedi la residenza? Ti espelleranno e tu dovrai tornartene, armi e bagagli, a Poznan?
Il leader dell’UKIP Farage chiede che il 23 giugno sia dichiarato festa nazionale dell’Indipendenza. “Festa Nazionale dell’Indipendenza” come suona alle vostre orecchie? A me suona molto Risorgimento…
E linguisticamente, come sarà questa nuova Europa senza Regno Unito? L’inglese smetterà di essere l’effettiva lingua ufficiale dell’Unione, dal momento che il suo stato corrispondente è venuto a mancare? L’italiano comincerà a valere qualcosina anche a Bruxelles?

Io non so voialtri come la pensiate, ma venerdì, dopo la notte in bianco a seguire lo spoglio e la debacle in tempo reale, io mi sono ritrovata in pieno millennio scorso, e ho cercato a tastoni l’interruttore della luce nel buio che mi circondava, per poi realizzare che l’elettricità doveva ancora essere inventata.
Poi però, tra ieri e oggi vedo che 16 milioni di inglesi non vogliono starsene con le mani in mano, e si mettono a raccogliere firme, a inventarsi la richiesta di una legge che preveda la possibilità di un secondo referendum se nel primo l’affluenza è inferiore al 75% e il risultato sotto il 60% di voti ― politica creativa, già :-). E la Scozia dice, va be’, sai che c’è?, Siamo pronti a bloccare la Brexit in Parlamento e se ci gira, pure a indirci un Referendum made-in-Scotland per uscire dal Regno Unito, tiè…
E poi vedo un cartello nel cuore di Londra con scritto “I want to be with eYou!”. E allora penso che magari stiamo per assistere a qualcosa a cui non abbiamo mai assistito prima e nemmeno ni sappiamo cosa sia. Ed è tutto molto exciting, tanto che mi viene in mente Bob con la sua The Times they are a-changing ―https://www.youtube.com/watch?v=e7qQ6_RV4VQ
Quindi let us stay tuned and see!

Ma veniamo a “The Nice Guys”, che è meglio…
Sono molto felice di aver avuto con me la Babi Bobulova e l’Onassis JR: è un film da vedere in compagnia, questo, perché si ride, ma si ride in quel modo un po’ silly&dizzy in cui ridi per certe commedie assurde che ci piacciono tanto ― e davvero, non mi aspettavo tanto. Addirittura temevo del machismo travestito da buddy-movie che certi polizieschi a puntate ci hanno proposto a cavallo fra ani ’70 e ’80. Pensate a Starsky&Hutch, oppure i Chips oppure Miami Vice oppure Bo&Luke in Hazard. Il duo di dritti che fanno coppia fissa, che risolvono sempre i casi, se la cavano anche se pensi che non ne usciranno vivi: coppie di lazzeroni, ma in fondo buoni, uniti nella lotta contro il male. Nel cinema pensiamo ad “Arma letale” ― prima che Mel Gibson cominciasse a dar di matto e a metter su una macelleria in The Passion ― e guarda caso i produttori di “Nice Guys” sono proprio quelli di “Arma Letale”, carramba…
E poi naturalmente non possiamo scordare Bud Spencer e Terence Hill, a cui il sodalizio Crow-Gosling è stato paragonato. In realtà non ho riscontrato una somiglianza fra le due coppie ― a parte la stazza di Russel Crowe, a cui manca davvero poco per eguagliare quella di Bud Bananajoe Spencer… Russel&Ryan sono molto più bislacchi di Bud&Terence, molto più lebowskiani nel loro essere detective che trattano casi di serie B, e nella loro inettitudine, anche se qualcosa, lo riconosco, li lega ai predecessori. Forse l’essere e il comportarsi fuori dagli schemi ― risolvere a cazzotti quello che si dovrebbe risolvere a parole ― essere fondamentalmente degli outsiders che non vogliono raddrizzare il mondo e riportare la legalità in quanto mossi da ideali etici/nobili di sorta, ma più che altro per sbarcare il lunario.

La trama in sé ha ben poca importanza: Los Angeles, fine anni ’70. Seguendo due casi apparentemente diversi, l’investigatore privato Gosling e l’ex detective Crowe ― non ricordo nemmeno i nomi dei loro personaggi… ― finiscono per indagare insieme sulla sparizione di una ragazza scomparsa e per entrare nei loschi giri del porno e delle lobby automobilistiche. In questo sono affiancati dalla figlia teenager di Gosling, che è il suo esatto opposto: uno scioccone di un metro e 80 lui, scheggia super smart lei ―naturalmente per far spiccare ancora di più l’idiozia del padre.
Ma come dicevo, il plot in sé è subordinato sia alla ricostruzione notevolissima delle atmosfere della L.A. anni ’70, tutta smog e San Fernando Valley ― e quando dico San Fernando Valley intendo porno industry, giacché è lì, in quella valley di capannoni e nulla che si concentra ― sia alla costruzione di un poliziesco/commedia che si fa beffe del genere così detto “hard-boiled”, con il detective che lavora e risolve un caso con il suo intuito e le sue capacità. In “Nice Guys” le scoperte fatte dai due sciroccati protagonisti sono assolutamente casuali. Ovviamente questo scatena l’ilarità dello spettatore, che si trova davanti due anti-eroi pasticcioni che capiscono ben poco di quello che sta succedendo loro. Soprattutto Gosling, un tonto esilarante che spicca ben più del pachidermico Crowe ― c’è una scena in cui Ryan è seduto sulla tazza di un bagno pubblico che è un piccolo saggio di slapstick moderna. E non è per cantare le lodi di Gosling ― quelle le canto a priori da anni, ormai ― ma oggettivamente, la sua interpretazione è una spanna sopra rispetto a quella di Crowe.

Pensandoci bene, “Nice Guys” somiglia molto a “Vizio di forma”, di Paul Thomas Anderson, un Let’s Movie che aveva seminato molte vittime (!), un paio di anni fa… In entrambi i film, devi lasciarti trascinare dagli eventi senza badare troppo alla loro logica un po’ illogica dei fatti. In “Vizio di forma” seguivamo le assurde avventure del fumatissimo Larry “Doc” Sportello, un Drugo Leboskiano anche lui, sfatto e sgarrupato, che, in un modo strampalato o nell’altro, riusciva a risolvere il caso a cui stava lavorando. Lo stesso accade ai nostri “Nice Guys”, solo che nel film di Black abbiamo anche delle scene di azione, sparatorie, inseguimenti, esplosioni, girate molto bene, che gli attribuiscono quella patina “action” ― che fa sempre grana al botteghino. Io, queste scene, le ho più subite che apprezzate, soprattutto nella parte conclusiva in cui mi sono sembrate davvero eccessive.

Non riguarderei Nice Guys”, così come non avrei riguardato “Vizio di forma”, né i polizieschi degli anni ’70, in cui non ci si raccapezzava: rincorrevi tutto il tempo fatti e nomi appuntati sul taccuino del detective di turno, battevi con lui le periferie squallide delle metropoli americane minori. E quello, in fondo, bastava. No, nn tornerei a vedere questo film, ma, ci crediate oppure no, sono stata contenta di averlo visto: ho riso idiotamente molto ― e con me i miei due Fellows ― e anche se il nonsense e il paradosso la fanno da padroni non si scade mai nel demenziale fine a se stesso: lode al regista, in questo, che avrebbe potuto lasciarsi scappare la mano e finire a girare l’ennesimo “Scemo e più scemo”. And again, che lo ricrediate oppure no, c’è una coerenza all’interno del film che gli conferisce credibilità, e senz’altro, godibilità.

E questa settimana ce ne andiamo in Danimarca con

SEGRETI DI FAMIGLIA
di Joachim Trier

A noi Muviani la Danimarca piace molto, artisticamente parlando ― geograficamente non sappiamo ancora bene, con tutto quel piattume― sia perché c’era un metodo nella follia del nostro Amleto che vagava per il castello di Elsinore, sia perché registi danesi di talento ne abbiamo incontrati parecchi sulla nostra strada, ultimo cronologicamente, Nicholas Winding Refn con il suo supremo “The Neon Demon”.
Isabelle Huppert e Jesse Eisenberg hanno contribuito a rafforzare la mia convinzione nei confronti del film ― che sia stato presentato in concorso a Cannes lo scorso anno, pure.

Io ora, Moviers, continuo a macerare esuli pensieri sul Regno Unito, in cui non si potrà più migrar, nemmeno se ci vespero.
E lasciatemi buttarla sul comico perché insomma, stormi d’uccelli neri, ecco…

Fortuna che c’è il Maelstrom, con una bella iniziativa di cinema estivo scovata dalla nostra Vanilla. 🙂
Per il resto, grazie dell’attenzione, tanti ringraziamenti e saluti, stasera, periodicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccovi la rassegna cinematografica per l’estate, che si pone come alternativa al solito Cinema in Cortile Vistorivistostravisto presso le Scuole Crispi…
http://www.trentotoday.it/eventi/cinema-film-stelle-aperto-sardagna-2016.html  
Sarà finalmente la buona volta che metto piede sulla funivia per Sardagna 😉

SEGRETI DI FAMIGLIA: La storia di un dramma familiare che propone diversi punti di vista dei singoli membri della stessa famiglia, sopraffatti dagli eventi. Mentre si sta allestendo una mostra della celebre fotografa Isabelle Reed, tre anni dopo la sua morte accidentale, il marito e il figlio si riuniscono nella casa di famiglia ed evocano i fantasmi del passato…

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LET’S MOVIE 267 – propone A PERFECT DAY, commenta DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES e chiude per Tasmania fino al 7 gennaio 2016 :-)

LET’S MOVIE 267 – propone A PERFECT DAY, commenta DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES e chiude per Tasmania fino al 7 gennaio 2016 :-)

A PERFECT DAY
di Fernando León de Aranoa
Spagna 2015, ‘106
Mercoledì 9 / Wednesday 9
Ore 21:00 / 9 pm
Ma non ci si incontra lì per gli auguri dalle 20:29 in poi 🙂
Astra / Dal Mastro
Ingresso 5 miseri Euri

 

Flinders Fellows,

Mi si spalancano davanti tanto d’occhi quando dico “Tasmania”. Ché non è come dire Sharm El Sheik o le Canarie. Io ho fatto lo stesso ― sgranato due occhi di bue così ― quando mi hanno detto, sì, vieni pure, ti ospitiamo. Ho cercato dove fosse quest’isoletta a nord della Tasmania, che ha la forma del Lazio e i colori dei Caraibi.
Quando mi hanno detto così, la cosa è piovuta giù dall’Iperuranio, e da idea è diventata biglietto aereo e Residenza per Scrittori dal 14 dicembre al 7 gennaio. 🙂
Questo produce tutta una serie di ricadute a catena su Lez Muvi e sui Muviani che vi elenco di seguito in una comoda lista print&go da portare sempre con voi (!):

1) Lez Muvi vi saluta e torna a metà gennaio. Ormai siete abituati al fatto che il Board fugga il Natale e sverni all’estero. Ho impiegato tre anni, tre mete e molto gelo ― New York, Berlino, Amsterdam ― a rendermi conto che “svernare” significa emigrare in luoghi temperati, climi più miti(ci), doh. Quest’anno nella valigia flip-flops, crema anti-scottature perché nell’universo australe il sole picchia come un martello, pinne lunghissime per scampare agli squali che il WG Mat non smette di gufarmi… Ah ma sto confondendo le liste, questa è la MIA!

2) Necessità per i Muviers di continuare l’attività in ambito cinefilo in assenza del Board, che, trovandosi a 48 ore di viaggio da voi, proprio non riesce a presenziare. 🙁 In queste 3 settimane, pertanto, sarete in un regime di totale, assoluta, antidiluviana libertà. Il che vuol dire cine- e catto-panettoni (“Chiamatemi Francesco” è uscito nelle sale, caso mai a qualcuno fosse sfuggito …), vuol dire abbuffate di effetti speciali, trame sottili come veline, e commedie prevedibili come un Board che vi dice che sono prevedibili 🙂 Dato che i film in uscita sono tanti e dato che avrete dell’extra free time per andare al cine, tra un parente e l’altro, un Malox e l’altro ― e comunque ricordate sempre che non tutti i parenti e i Malox vengono per nuocere ― ho pensato a un’iniziativa che finalmente accontenterebbe chi, da anni, mi consiglia di asciugare Lez Muvie, ovvero, lavorare sulle lunghezze. Vista la mia evidente incapacità a farlo, ho pensato di farlo fare a voi con le DROPS. 🙂 Le Drops sono una manciata di parole che voi potreste mettere insieme e mandarmi riguardo uno dei tanti film che vedrete durante questo Christmas break. Titolo e una manciata di parole, non mi serve altro. 🙂
Le Drops sono le vostre perle di saggezza cinematografica. Stille di sapere. Sono anche il modo di dimostrarmi che VOI sapete concentrare. E son fatte della stessa materia liquida del Maelstrom, il gorgo in cui circola laqualunque cinematografica e in cui verranno distillate. 🙂
Twitter con i suoi 150 caratteri è roba da fiera del vintage. Oggi ci siamo noi con le Drops: concentrate, ma, all’evenienza, dilatabili 😉

Ecco un possibile esempio di Drop

“A BIGGER SPLASH, film di Guadagnino con cui ci perdi, tempo e pazienza: potevamo noleggiarci ben due film su quello stesso soggetto ― “La piscina” di Deray del 1969 e “La piscina” di Ozon del 2003 ― e ci saremmo risparmiati l’imbarazzo di un Corrado Guzzanti da perdonare solo perché non sa quello che fa”.

Io mi impegno a raccogliere tutte le Drops che mi pioveranno addosso e a trasferirle nel Maelstrom del primo messaggio che invierò nel 2016 ― proteggendo l’anonimato per chi non volesse svelare la propria identità.
L’iniziativa non è tanto volta a rompervi le scatole (!), quanto a fare circolare le idee in merito a quello che la Distribuzione ci somministra sotto le feste e quello che VOI decidete di farvi somministrare. Sarà un bel termometro di “Cosa vedono in Moviers quando Let’s Movie va in vacanza”, oltreché un modo per diffondere consigli e dritte. 😉
Potete mandarmi le Drops a [email protected] o [email protected], che poi sono la stessa persona 🙂
Alla Drop più buffa, brava, bella, andrà il Palmo d’Oro ― perché dove la mettereste voi la perla più bella se non in un Palmo d’Oro?? 🙂
Vediamo se almeno UNO di voi partecipa all’iniziativa…

3) L’unico ordine tassativo che impongo per questo periodo d’assenza è la visione di “Dio esiste e vive a Bruxelles”. Ed ora vi spiego perché.

Con me avevo pochi Fellows, martedì. L’Anarcozumi, la Mecenatessa e il Woodstock. La qualità non riempie le piazze, si sa, e Let’s Movie non ha mai puntato i grandi numeri, se non con una 44 Magnum. Ma questa volta mi è dispiaciuto in modo particolare e mi ha fatto riflettere, ancora una volta, su quanto i titoli incidano e travino. “Dal titolo pare una stupidata”. Questo è il commento che serpeggia fra l’opinione pubblica. “Dio esiste e vive a Bruxelles” ― in originale è “Le Tout Nouveau Testament”, per dirla in inglese, “The Brand-new Testament”, che è tutt’un altro dire, lo vedete. La versione italiana getta il film nel sottoscala della cavolata, insieme ai suoi simili, tra cui il povero “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, arrivato in Italia come “Se mi lasci ti cancello”, ma partito dall’Inghilterra con un verso del sommo Alexander Pope.

E se Dio fosse un despota cinico, sessista, misantropo che si diverte a far impazzire gli uomini dalla sua stanzetta, armato di un vecchio potentissimo computer? E se poi un bel giorno fosse costretto a uscire dal suo “paradiso” e scendere sulla terra ― a Bruxelles ― perché la figlioletta di 10 anni, proprio con quel computer, invia un messaggio a tutti gli uomini nel quale rivela il tempo che li separa dal giorno della loro morte? E se questa ragazzina, Ea, decidesse di scrivere un Testamento nuovo nuovo, da zero, con sei apostoli presi dalla strada, i quali potrebbero aiutarla a mettere fine alla diOttatura paterna e costruire un mondo migliore? E se poi questo mondo migliore fosse messo nelle mani dolcidolci dalla moglie di Dio, la casalinga disperata zittita e umiliata fin dalla creazione del creato, e diventasse lei, Dio, Dea?

Il regista, Van Dormael, ha risposto a tutte queste domande con un film che entra nei best-of della mia vita ― sappiatelo. Ci catapulta in una dimensione tra favola, parabola e sogno nella quale tutto quello che secoli di orapronobis e catechismi ci hanno indottrinato viene completamente stravolto, e in un modo che un comune osservatore romano o una banale famiglia cristiana (!) ne rimarrebbero a dir poco scioccati. Seduto alla sua scrivania delle torture, il Dio del film, che somiglia in tutto e per tutto al Dio del Vecchio Testamento, impone agli uomini le famose leggi di Murphy ― se una fetta spalmata di marmellata cadrà, cadrà sempre dalla parte spalmata, se siete in fila alla cassa, la fila accanto alla vostra camminerà sempre più in fretta della tua ― e se la godetutta a osservarli tribolare con i piccoli grandi drammi della loro quotidianità.
Un Dio con il tridente sempre pronto all’uso che, per dirla cinematograficamente, potrebbe benissimo prendersi un tè con Mussolini, e mettersi in affari con l’avvocato del Diavolo… Ovviamente siamo all’interno di una favola, e i personaggi sono a tinte forti, spiccano vivi nei loro tratti caratteristici. Così Ea, che ha l’ardire di ribellarsi al dispotismo del padre-padrone peggiore che le poteva capitare, è molto magnetica: ci attira immediatamente dalla sua parte, perché lei rappresenta tutti quelli che vanno contro il potere e l’ordine costituito.
Ea ha in mente di seguire le orme del fratello, un tale JC che detto così sembra un rapper, ma che in realtà è Jesus Christ ― che detto così sembra un musical ma che in realtà è Gesù Cristo ― il primogenito della famiglia, finito in croce e in conflitto col Padre. Gesù la (sor)veglia dall’alto del comò, in forma di statuina, e prende vita per consigliarle di scendere sulla terra, reclutare i sei nuovi apostoli, e “dare vita a un Nuovo Testamento 2.0” (cit. JC).
A metà fra Alice del Paese delle Meraviglie, Amélie del Favoloso Mondo di e Coraline (per via del look un po’ dark), Ea segue il suggerimento del fratello, si trova un clochard in qualità di scrivano e va a caccia dei magnifici sei, o meglio, quella sporca mezza dozzina: questi sei sono un po’ “i difettati dell’umanità”, gli scarti a cui Dio, l’onniPREpotente, non si è mai sognato di guardare ― lui, sempre fissato com’è con il culto della perfezione… Una ragazza solissima, bellissima, ma senza un braccio. Una donna di mezz’età che il gergo corrente definirebbe “coguar”, ma che in realtà è semplicemente abbandonata a se stessa da un marito troppo miope per accorgersi della sua tristezza; un erotomane che appagherà il suo infinito desiderio ritrovando il primo amore d’infanzia; un assassino, che non ha mai amato nessuno in vita sua soprattutto se stesso fino al giorno in cui sulla sua strada gli capita una ragazza bellissima e solissima con un braccio finto e che gli farà cambiare vita; un impiegato 9-to-5, che scopre la gioia di mandare tutto a quel paese per seguire la poesia di uno stormo d’uccelli in Lapponia e arrivare dove era destino che arrivasse; e un bambino, quattrocchi cicciottello con la salute cagionevole per via di una madre apprensivo-compulsiva, che ha un unico desiderio prima di morire, di lì a qualche giorno: mettersi un vestito da ragazza e andarsene in giro così, liberolibero.
Questi bislacchi personaggi abitano tutti a Bruxelles, il luogo che sta agli antipodi del Paradiso Terrestre così come Flinders Island sta a quelli di Trentoville. 🙂 Bruxelles è mostrata nel peggio di sé. Piovosa, grigia, fredda: lo spazio ideale che un God Dog come il protagonista può assegnare all’uomo come casa… Osservarlo arrancare da dietro il suo pc, quel buonannulla dell’uomo, fra traffico e maltempo, che altro c’è di più perfidamente divertente? Per questo Bruxelles. E certo il regista non poteva prevedere che l’attualità avrebbe costretto gli abitanti di quella città a rinchiudersi in casa, e proprio, ― guarda te l’ironia della sorte ― a causa di Dio (e per la causa di Dio)…
Il film è strutturato come la Bibbia ― parte dalla Genesi e segue il percorso degli Apostoli per concludersi con il Cantico dei Cantici ― e questa è un’operazione molto molto svegliacoscienze…. Guardate cosa ci racconta la Bibbia, guardate cosa hanno scritto gli Apostoli “canonici”. Guardate quanti potenziali Apostoli ci sono in giro per il mondo. Guardate tutto quello che ci possiamo far raccontare, sembra dirci Van Dormael.
Mi spingo a dire che, il Nuovissimo Testamento di Ea rivaluta gli Apocrifi, quei testi che la Chiesa cattolica ha sempre rifiutato di riconoscere e che, vedi un po’, includevano anche delle ApostolE. Non posso negare che la rilettura dal sapore femminista del mito di Dio, stuzzica il mio animo da donna con 1968 anni di silenzio alle spalle. Nel film Dio perde lo scranno e viene condannato a fabbricare lavatrici in Uzbekistan, un contrappasso ben assestato: Ea, e poi Dio, scendono sulla terra passando attraverso un oblò di lavatrice ―un po’ come la tana del Bianconiglio in “Alice nel paese delle meraviglie”. Con il cambio al vertice, Dio non ritrova più il passaggio “attraverso l’oblò” e quindi è condannato a controllare lavatrici nella speranza (vana!) di trovare quella giusta, tornare al suo regno e rifare la sua volontà.
Una punizione dalle tinte molto bibliche, che realizza il monito “non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te” e lo destina a una diaspora eterna molto comune a tanti popoli protagonisti della storia religiosa…

L’idea di un nuovo Dio donna, che tinge il cielo di fiori e introduce atteggiamenti comportamentali diametralmente opposti a quelli del Dio/Diavolo d’un marito che si ritrova ― egoismo, prepotenza, meschinità, scontrosità ― è forse TGTBT, ovvero Too Good To Be True. Ma siamo pur sempre dentro una parabola, un’allegoria. In una parola, una favola ― dalle tinte noir, ma pur sempre favola. Volare alto con la fantasia ci è consentito. Così come notare certe piccole grandi sfumature. Il Nuovissimo Testamento, che il clochard scrivano, fedele compagno di Ea ha redatto e che verrà pubblicato con l’avvento della nuova Dea, non utilizza la scrittura, bensì il (di)segno: le pagine non recano frasi e parole, ma simboli: questo perché la parola è ambigua, si presta al travisamento, alla manipolazione, mentre il segno grafico, nella sua arcaica immediatezza e onnicomprensività, cancella le sciagure a cui il post-Babele ha condannato l’uomo ― se non proprio una tesi di dottorato, un semiotico potrebbe scriverci un trattarello, su questo film…
Tornando al femminile, “Dio esiste e vive a Bruxelles” non presenta solo l’ipotesi di un Dio donna, ma anche quella di un Messia al femminile ―e per giunta in versione mini: Ea ha solo dieci anni.
Questo film, per me, cade a fagiolo. Il gran parlare del processo ai libri di Fittipaldi e Nunzio che avrebbero rivelato “c’è del marcio in sacrestia”, e fatto uscir fuori spese pazze, terrazze jepgambardelliane, babydoll e cotillon, e davanti ai quali il Vaticano pare scandalizzarsi come una verginella davanti a un satiro, hanno invaso stampa e tele. Vedendo tutto questo, il gran can can che se ne fa, io, quale residente del laico Stato Femminile del Dubbio che abito, m’interrogo in continuazione sulla reazione delle cattoliche. A dire il vero m’interrogo sulle cattoliche. Mi chiedo, forse ingenuamente, come si faccia a sostenere una religione e una Chiesa dentro la quale le donne possono mettere piede  solo vestendo i panni di monache o Maddalene, sante o sgualdrine. Come si faccia ad appassionarsi a un credo professato da dei testi sacri in cui le donne non sono rappresentate, in cui non parlano mai, in cui non solo non contano, ma non esistono?
Un film come quello di Van Dormael sgombra la cathedra dall’ex ― perdonate l’idiozia, non so resistere ― e fa spazio a una campana che nessuno ascolta. Una ragazzina, femmina, figlia di un Dio Darth Vader, cresciuta in una famiglia in cui i miracoli sono sempre appannaggio del maschio ― anche il suo amato fratello JC, un asso con la moltiplicazione delle derrate alimentare e con il water-walking, era pur sempre un maschio. Gli Apostoli, solo maschi ― e le donne presenti nei Vangeli Apocrifi, sono, appuntamente, finite nei Vangeli Apocrifi (apocrifo = “da nascondere”). Dopo che Ea si ribella al Padre e scende nel mondo, potrà anche lei cimentarsi in quei miracoli. Anche lei camminerà sulle acque della Senne, anche lei, con qualche piccola difficoltà, moltiplicherà i paniNI ― ed è proprio una gran scena, quella in cui il Dio despota non riesce a bissare la performance di tiberiadica memoria, e sprofonda nelle acque del fiume!
Ea dà modo al femminile di essere incluso nel sistema scritto e parlato del religioso, e conseguentemente del sociale: solo così l’essere umano, nella sua completezza, può vivere una vita completa e tesa al raggiungimento della felicità.
Queste sono riflessioni al gusto di post-femminismo, lo riconosco. Ma il film ci propone anche riflessioni che vanno oltre i gender. Il Dio rappresentato non rappresenta solo un padre padrone, ma, più simbolicamente, il potere costituito, l’autorità, il pugno duro della legge che dice “Si fa così perché si è sempre fatto così e sempre si farà così, Amen”. Ea è la voce contro. È quella che dice no scusa guarda che c’è anche un altro modo, e si può fare diversamente, perché siamo diversi. Ea è il non-conforme che serve a far evolvere la forma (mentis, e quant’altro di latineggiante vi viene in mente)…

E poi naturalmente abbiamo il piano relativo all’esistenza. Se ci dicessero che fra 24 giorni e 46 ore morremmo (morremmo??), cosa faremmo? Stiamo veramente vivendo una vita che vale la pena di essere vissuta, oppure siamo come l’impiegato 9-to-5, che passa la vita a fare un lavoro di cui non gli importa niente?
Il Nuovo Nuovo Testamento scritto da Ea strappa alla mani del Padreterno il destino degli uomini e lo rimette nelle mani dell’uomo. Questa liberazione comporta anche una responsabilità: una volta liberi da un Dio Fuhrer, noi sappiamo/vogliamo essere liberi, e felici? Abbiamo la forza di mollare le certezze e seguire il cammino di nuvole che il futuro ci stende davanti?

Dal punto di vista stilistico il film tiene testa al punto contenutistico. Come dicevo, ricorda certo fantastico-onirico de “Il favoloso mondo di Amelie” ― Amelie sorella maggiore di Ea ― e sicuramente Michel Gondry, e il sogno della sua arte. E c’è qualcosa di quella plastica drôlerie di Kaurismaki o Wes Anderson, o l’ultimo Roy Anderson. Ma c’è anche certo surrealismo da commedia demenziale-improbabile ― vedi il gorilla con cui finisce a letto la coguar Catherine Deneuve, oppure il ragazzo che sfida e scherza la morte, forte dei 60 anni che, stando all’sms, gli rimangono da vivere. E come non rivedere poi, nella vestaglia a quadri, nelle ciabatte di gomma con calzino e nell’aura di frusto sudaticcio emanata da Dio, quel Grande del Lebowsky??
Ma c’è anche la poesia che sbircia dentro a certi momenti. Poesia visiva ― la danza sopra un tavolino di una mano perduta, o quella di uno stormo di uccelli migratori, diretti al Nord o anche solo le ampolline dentro cui Ea raccoglie le lacrime della gente perché lei non sa piangere. E poesia uditiva: Ea ha il dono di sentire la musica che batte nelle persone: tutte le persone hanno la loro musica dentro. E qui Van Dormael sceglie dei pezzi da novanta, tra cui Handel, Schubert, e il mio preferito in assoluto ― “Solitude” di Purcell, che mi ha abbattuto come un vitello…
Se cercate qualcosa dissacrante, buffo, spiazzante, profondissimo et coltissimo, straniante e stranoforte, sarcastico, scomodo, entusiasmante, cristiano, pagano e copernicano, “Dio esiste e vive a Bruxelles” fa al caso vostro. Se siete di quelli che “Oddio cosa mi sta proponendo questo qui, un Dio insopportabile? Chiamiamo le Guardie Svizzere e diamogli, all’infedele”, lasciate perdere ― ma dato che i Moviers sono accuratamente scelti affinché non siano di quella specie, non ho di che preoccuparmi. 😉

Direi che non poteva esserci modo migliore per chiudere l’anno e festeggiare i 6 anni di Let’s Movie: un film molto “Human” la settimana scorsa e un film divino questa settimana… Abbiamo coperto lo scibile e il non scibile. Cosa posso volere di più? 🙂
Eh già, 6 anni… Siamo arrivati anche a quest’anno al 9 dicembre. Nel 2009, quando tutto ebbe inizio, mai avrei potuto immaginare che Let’s Movie sarebbe diventato questo. Che si sarebbero formate delle cellule di Antagonisti che comunicano via Uozzap e organizzano eventi di ogni forma e dimensione… Che Let’s Movie sarebbe diventato Lez Muvi, e i Fellows dei Muviani, popolazione terrestre di extraterrestri ghiotta di cine e fun. Che Let’s Movie sarebbe diventato un argomento per rompere il ghiaccio e riempire i silenzi come il meteo e la crisi.
Auguro buon compleanno a Let’s Movie. Che tante volte mi ha salvato da tanti sterili pipponi che la mia mente scrive solo per me…
E grazie a tutti, my Moviers, senior, junior, anarco e honorarymember, vicini, lontani, marini e montani, veneti, campani, lodigiani, senesi, romani, baresi, inglesi, tedeschi e francesi (come le barzellette), assenteisti, pres(iden)enzialisti, critici, caustici, dolcidolci, magnanimi.
Simply, you!
GRAZIE!

Per festeggiare, il Mastro ci fa questo regalo: una premiere in lingua originale (inglese) sottotitolata

A PERFECT DAY
di Fernando León de Aranoa

Non ne so molto, ma quello che so mi piace: è stato presentato alla Quinzaine des Réalisateurs dell’ultimo Festival di Cannes, ci recita Benecio del Toro ed è un film tragicomico che fa del gran ridere. Se sull’Arca di Noé potessimo caricare i generi cinematografici insieme agli animali, alla tragicommedia spetterebbe il posto d’onore ― accanto al koala e al wombat.
Oltre che per questo motivo, alla proiezione non potete proprio mancare per i seguenti altri (oggi va di liste)

Ecco, dopo questi due km, mi sembra di aver esaurito gli argomenti ― a volte le sparo così grosse che dovrebbero darmi, e ritirarmi, il porto d’armi…
Spero davvero di vedervi mercoledì. E di sentirvi da Flinders. E di ricevere le vostre DROPS sui film che vedrete. 😉
E spero di fermarmi ora perché quello sguardo nei vostri occhi non promette molto bene… 🙂
Maelstrom, riassunto ― per una volta senza massacrarlo, è pur sempre Natale ― auguritantissimi e saluti, tasmaniacalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Un altro ordine tassativo che avrei dovuto aggiungere alla lista lassopra era quello di guardare “Star Wars – Il risveglio della Forza”, l’ultimo attesissimo episodio della saga. Non è in lista solo perché due ordini tassativi mi avrebbero messo in difficoltà con le Legge… 🙂
Il film esce nelle sale il 16 dicembre: segnatevelo.
Approfitto dell’argomento per ricordare al WG Mat il suo impegno a scriverci un Let’s Movie Special sul film, da conoscitore della materia qual è. È anche un modo per Forzarlo ― il verbo, visto il contesto, assume una connotazione Jedi che mi scagiona da qualsiasi banale accusa di coercizione nei suoi confronti… Grazie Mat 😉

A PERFECT DAY: ci trasporta negli ultimi giorni della guerra dei Balcani, negli anni ’90. Lì alcuni cooperanti internazionali cercano di fare il loro lavoro: quello di oggi consiste nell’estrarre un cadavere da un pozzo. Hanno 24 ore di tempo per risolvere la questione; in caso contrario, l’acqua si guasterà e la popolazione non potrà bere.

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LET’S MOVIE 264 – propone RAMS e commenta 007 SPECTRE

LET’S MOVIE 264 – propone RAMS e commenta 007 SPECTRE

RAMS – Storia di due fratelli e otto pecore
di Grímur Hákonarson
Danimarca-Islanda, 2015, ‘92
Martedì 17 / Tuesday 17
Ore 21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro
Ingresso 5 Euri

 

Mipento Muviers

e pure mi dolgo e non già dei mie peccati, ma dei completi, quelli di 007, che ammiro più di 007 stesso ― questo, missione Spectre. E qui mi alzo in piedi e metto sotto torchio me stessa: una volta si faceva Kramer contro Kramer, oggi faccio Fruner contro Fruner. Perché ho notato un fenomeno, soprattutto durante il primo tempo di “007 Spectre”, un film che si pregia della totale mancanza di trama, che avanza nei 100 minuti a sua disposizione come un gigante di effetti speciali su due gambine di nulla.
Il fenomeno riguarda l’ascendente che il soggetto James Bond esercita.
Allora.
Il film può anche essere senza trama, senza testa, senza filo, senza tutto quello che vi pare (e lo è, credetemi, lo è), può annoiare, irritare, narcotizzare (e lo fa, credetemi, lo fa), eppure, l’essenza del suo protagonista, rimane comunque preservata da qualsiasi boArdata critica, e immune da qualsiasi ragionevole motto di stizza da cui noi donne dovremmo farci prendere. Noi donne del 2015 inveiamo contro la mercificazione del corpo femminile, contro la stereotipizzazione delle professionalità delle donne (al rogo la gabbia dell’eterna segretaria!), contro il machomanismo del maschio alfa che ti prendo-e-ti-mollo-quando-mi-pare, contro le armi e l’uso della violenza, contro gli action movies anche, tanto che sbuffiamo come degli Orient Express quando sentiamo nominare un Vien Diesel (e non per conflitto di combustibile). Eppure toh, parte quel jingle storico, s’intravede di lontano una sagoma che può benissimo dominare le passerelle di Pitti Uomo così come un ghiacciaio a 5000 metri, si sente stappare una bottiglia di champagne, spuntano un paio di mani che aggiustano due polsini ―sì sono morta e resuscitata anche stavolta― e noi (io) si capitola come Jennifer Lawrence sul secondo red carpet (!!).
Ho riflettuto su questo fenomeno che ci vuole donne du du du in cerca di guai. Cosa ci piace, veramente, dell’essenza bondiana, a prescindere da chi impersoni il personaggio, un Moore, un Connery, un Brosnan (be’ no lui no, pessimo) o un Craig? Ebbene, quello che frega l’essere femminile non è ciò che Bond NON è (fedele, presente, posato), ma ciò che Bond È (impavido, impeccabile, imbattibile) e che non vorremmo mai essere diversamente da ciò che è. James Bond non si cambia ― non è un marito, ne aspira a diventarlo. Deve rimanere sempre così. Dritto, dongiovannesco, semplicemente quello che vorremmo e poi non vogliamo. Quando l’essere maschile capirà i fiumi e i laghi e tutti i mondi che intercorrono fra “vorremmo” e “vogliamo”, un condizionale e un indicativo, capirà l’essenza dell’essere femminile.
Se sulla donna Bond fa questo effetto, l’effetto che si riscontra sull’uomo è duplice. Ci sono degli uomini che lo considerano un modello, una specie di mito ― in platea c’erano degli energumeni tipo Stephen Segal (stessa età e stazza) tutti esaltati e in evidente crisi d’astonmartin… 🙂 Bond è quello che loro non potranno mai essere, eppure per questo non rosicano. Al contrario. Guardare 007 all’opera è un po’ come guardare Batman, un supereroe, umano e non-umano insieme, che fa a botte con la Male senza versare una goccia di sangue, e quindi c’è quel misto di ammirazione da fan che blocca il meccanismo dell’invidia. Dall’altra parte ci sono quegli uomini che non lo sopportano ― lo schifano, sarebbe il termine. Trattasi molto spesso dell’intellettuale dem/ocristiano medio/cre. Per questo tipo di intellettuale la società dei consumi partorisce un fantoccio in smoking che viene idolatrato alla stregua di un Cristo, il quale in realtà è PALESEMENTE il prodotto del neoliberismo, l’eroe che si fa da solo ― pur facendosi delle donne-oggetto di cui si occuperanno le loro colleghe femministe offrendo le porte aperte dei loro collettivi ― e scriveranno tomi e tomi sull’involuzione delle simbologie cristologiche nel mondo moderno “privo di valori” e “unicamente votato all’apparire”…
Rubo il termine “involuzione” al critico dem/ocristiano per descrivere Spectre. Spectre è uno step-back di proporzioni gulliveriane rispetto al precedente episodio della saga.
In Skyfall avevamo visto il lato umano di Bond. Era invecchiato, non passava i test d’ammissione per ritornare nell’M6, non riusciva a sparare senza che il braccio gli tremasse. Un James Bond che assomigliava in tutto e per tutto a Bruce Wayne di “The Dark Knight”. Entrambi provati dalla vita, entrambi stanchi, e toccati dal dramma famigliare. Insomma uno 007 un po’ più vicino a noi. Questo non gli impediva, tuttavia, di finire in laghi ghiacciati e sotto terra, scampare alle pallottole, combattere a mani nude, essere inseguito, malmenato, pure sparato… La tradizione è pur sempre tradizione.
Ma ci era molto piaciuto, quel lato umano. In Spectre regrediamo invece all’Alfa del Maschio delle caverne. Credo che tra questo Bond e Rambo, la differenza stia solo negli outfit: se levaste la mimetica a John e lo infilaste in un guardaroba by Tom Ford, avreste un gemello di James. Soprattutto, questo Bond ha perso tutta l’ironia e l’autoironia, il tratto distintivo del personaggio sin dalla penna di Ian Fleming. E se spogliamo un marcantonio dall’autoironia, cosa ci rimane? Marche e Antonio. Appunto.

Non sono stata l’unica a rimanere delusa; lunedì c’erano un M6 di Muviani in cerca dell’ebbrezza, e poi rimasti a bocca asciutta. 🙁 L’Anarcozumi con Hugo The Boss, il Magnocarlo, il Giusenzaccento, il Granpa (udite udite, Bond-virgin, ovvero giunto illibato alla visione di Spectre ― quanto raro candore! :-)), la Vanilla e persino due Muviane che non vedevo da anni e anni, la Morales e la Brooklyn (e il fatto che io mi ricordi le loro cine-identità un po’ mi spaventa) 🙂

Guardate, io cercherei anche di riassumervi la trama, ce ne fosse una degna di essere riassunta. Tutto ruota attorno al capo dei capi del cattivo dei cattivi, tale innominabile Franz Oberhauser, che ha allestito un’organizzazione criminale internazionale che funziona alla perfezione, che agisce nell’ombra e che controlla ogni settore del pubblico e del privato… Qualcuno avrebbe dovuto spiegare al regista che questa cosa esiste da un po’ di tempo e si chiama Mafia. Forse qualcuno avrebbe anche dovuto mandargli le videocassette de “La Piovra”, giacché non vedo una gran differenza con la serie che tenne milioni di italiani incollati alla tele negli anni ’80, e l’idea poliposa al fondo di Spectre. Struttura delinquenziale tentacolare, un Bernardoprovenzano a capo di tutto… Sorry, what’s new under the sun?
Christoph Waltz nei panni di Oberhauser ― vi prego di non fare raffronti con Javier Bardem e il suo  magnifico cattivo in Skyfall in presenza di Waltz altrimenti non lo caviamo più dalla depressione ― vuole conquistare il mondo come ogni cattivo della Storia che si rispetti. L’unica differenza è che è pure una sorta di fratellastro di James. Questa scoperta poteva essere uno spiraglio resuscita-film. Invece il fatto rimane atrofizzato lì, non viene adeguatamente sviluppato né tantomeno sfruttato… Ma dopotutto, che il buon James Bond abbia come fratellastro il Bernardoprovenzano della criminalità organizzata mondiale è un puro dettaglio anagrafico ― se poi un Lukacs, su un conflitto parentale tra bene e male, ci abbia costruito sei film (guerre)stellari, son tutti skywalker suoi no, che gliene frega, a Mendes?
E sì chiediamocelo un po’, cosa, nello specifico, freghi a Mendes, con questo film. Questa è una domanda che giro ai Muviani presenti. Forse sfoggiare le abilità delle maestranze che gli hanno permesso di realizzare scene d’azione obbiettivamente spettacolari. L’apertura nella piazza centrale di Città del Messico, il corpo-a-corpo di James con un numero non pervenuto di cattivoni e soprattutto con un elicotterista, e il crollo di una palazzina del barocco messicano che avrà fatto impazzire la Sovrintendenza ai Beni Culturali del posto, l’inseguimento romano lungo una Via della Conciliazione notturna e deserta (sogno erotico di tutti i romani) con eiezione del conducente James e Aston Martin ammollo nel Tevere, i combattimenti su un treno in Africa (il treno in Africa non manca mai), il quartier generale del Male in mezzo al deserto, e la sua ovvia esplosione, sono tutti molto spettacolosi.
Ma purtroppo c’è una gran cosa che non funziona, oltre alla trama piatta. E sono le dosi. Le scene d’azione sono lunghe: la lunghezza non sarebbe un problema in sé, ma lo diventa quando non viene bilanciata o sostenuta da un impianto narrativo in grado di giustificarla. Se togliamo quest’impianto, rimaniamo con un Fast&Furious qualsiasi. Nulla di male, ma si facciano le dovute differenze.
Se nella prima parte siamo disposti ad accordare fiducia al film ― vedrai che prima o poi arriviamo da qualche parte ― col passare del secondo tempo capisci che l’unico posto in cui potrai arrivare è lo scontato dello schemino “il male perde, James vince, ci vediamo al prossimo giro”. E l’effetto collaterale delle dosi sbagliate comincia a farsi sentire. Le scene d’azione stomacano. James smette di essere l’eroe e diventa il bersaglio del nostro sarcasmo, così come le bond-girl che incontra in questo film.
Preferirei soprassedere sull’interpretazione di Monica Bellucci, ma da Board ho dei doveri da cui non posso sottrarmi. Cercate di rimanere attenti durante il film perché il numero di secondi in cui la Monica nazionale rimane in scena è davvero risicato, quindi se vi distraete un istante, capace che ve la perdiate. Il che, perversamente, sarebbe un vero peccato. Solo vedendola, e soprattutto sentendola ― doppiata da se stessa, un’ilare agonia che ci viene inflitta ― potete capire fino a che punto la mancanza di una brava attrice possa sentirsi. “Una Binoche, datemi una Juliette Binoche!”, strilla la scena, moribonda… Se le qualità attoriali della Bellucci sono sempre stata una mia grossa fonte di perplessità, lunedì ho avuto la conferma che un bel sedere e una bella bocca non fanno un’attrice. Non fanno nemmeno una donna. Fanno una Bellucci. Anche in questo caso, nulla di male, ma si facciano le dovute differenze.
Quanto all’altra girl, bah, bo’. Di lei ricordo soltanto il km che intercorreva tra i suoi due occhi. Per il resto, è un punto grigioperla dello splendido vestito che indossava sul treno. Qui però non è questione di recitazione. In questo caso, dietro l’attore, manca la scrittura del personaggio. Quindi, povero punto grigioperla, take it easy, it’s not your fault. 🙂

Dopo aver guardato “Spectre” mi sono chiesta seriamente se 007 abbia ancora ragione d’essere. La risposta è sì, malgrado tutto sì. Quando uscii in stato di grazia post-Skyfall, due anni fa, ne rimasi talmente entusiasta che scrissi un pippone grondante lodi sulla sceneggiatura e Sam Mendes e i polsini e Judi Dench miracolosa nel ruolo di M. Sono andata a riguardarmi il commento ― rileggermi è alquanto spaventoso! Voi siete dei bravehearts ― e scrissi questa cosa, riprendendo la somiglianza Batman-Bond: “Batman e Bond sono due forme mitiche dell’eroe non-eroe o non-solo-eroe. Per questo non muoiono. Sono eterni, perché sono eternamente riscrivibili da mani nuove. E questo se permettete, ci piace moltissimo. L’idea che la loro storia possa essere trasformata, ampliata, reinventata è un modo che garantisce all’arte della narrativa e a quella storia di rigenerarsi.”
Sono d’accordo con il Board di due anni fa, con la differenza che ora sono in deficit di entusiasmo nei confronti del Bond. E aggiungo che c’è sempre bisogno dell’equilibrio tra dionisiaco e apollineo che respiriamo accanto a James: physique du role e raffinatezza in parti uguali. Una combinazione più unica che rara…
Il prossimo 007, oltre a stendermi e resuscitarmi, deve farmi tornare a ridere di lui. E vorrei che i prossimi sceneggiatori, dopo l’anno di vacanza che si sono presi con Spectre ― un sabbatico non si nega a nessuno, via ― riflettessero su un personaggio che è sempre rimasto defilato, ma che secondo me ha del gran potenziale. Moneypenny. Dopo aver reso Q, l’inventore dei suoi gadget “particolari”, un simpatico geek ― quest’anno l’idea di sciogliere un sensore nel blood di James e renderlo smart è stata l’unica lampadina accesa in tutto il film ― la sola donna di cui Bond si fida, la fida Moneypenny, potrebbe essere una miniera di colpi di scena per il prossimo episodio. Scaviamo dietro di lei, vediamo cosa si nasconde dietro alla sua frugale irreprensibilità… 😉

E ora lasciamo Londra e trasferiamoci in Islanda,

RAMS – Storia di due fratelli e otto pecore
di Grímur Hákonarson

Vincitore della Sezione “Un Certain Regard” ―quella dei prodotti intellectually chic, per capirci― all’ultimo Festival di Cannes, il film è uscito regolarmente nelle sale la settimana scorsa, ma noi lucky&happy few ce lo becchiamo all’interno di “Tutti nello stesso piatto”. Il che vuol dire prendere parte alla rassegna, che è un festival, poter votare il film, e pure approfittare dell’ingresso a 5 Euri ― che farà la felicità dei tirchioni coi braccini che popolano ogni comunità che si rispetti e non, compreso Lez Muvi 🙂

Avete ragione, mi sono soffermata davvero troppo su 007, e ora voi lamentate un anchilosamento dei muscoli tiroidei che non posso proprio ignorare. Pertanto, giungo controvoglia alla fine di questo pippone, ma con l’obbligo di dire questo, e scusate il cambio di tono.
Quanto è successo a Parigi venerdì sera, e vissuto praticamente in diretta fino alle 3 del mattino, non è finito e non deve finire. Che questo atto continui nel pensiero. Mentre t’infili le scarpe o stendi il bucato. Mentre baci tuo figlio o ridi per una battuta. È questo, il ricordo e la sua custodia, che circoscrivono la dimensione dell’umano e marcano la nostra differenza con il disumano.
Che questi atti smettano là fuori e continuino senza fine dentro la nostra memoria.

E ora riassunto ovino, Maelstrom vaccino, e saluti, contritamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Mercoledì, insieme alla Vanilla e a un nuovo Fellow, Stefano detto The Village (identità scintillante tra New York e i borghi veneti, al quale ho estorto il permesso di gettarlo in Lez Muvi :-)), abbiamo visto “Tigers”, di Danis Tanovic, il film denuncia contro la Nestlé ― trasformata in “Lasta” nella realtà fittizia del film ― che racconta una storia vergognosamente vera. Pakistan, anni ’90. Servendosi di un branco di sales-men aggressivi ― tigri, appunto ― la Lasta compra a suon di regali i medici e i pediatri affinché prescrivano alle madri, senza motivazione alcuna, il latte artificiale in luogo di quello materno, causando così la morte di centinaia di migliaia di neonati in tutto il paese. Se siete interessati all’argomento, recuperatelo. Un’opera militante ― come tutto il cine di Tanovic ― non è una passeggiata, ma voi Moviers siete hikers livello “experienced”.;-)

RAMS: In una valle islandese isolata, Gummi e Kiddiley vivono fianco a fianco, badando al gregge di famiglia, considerato uno dei migliori del paese. I due fratelli vengono spesso premiati per le loro preziose pecore appartenenti a un ceppo antichissimo. Benché dividano la terra e conducano la stessa vita, Gummi e Kiddi non si parlano da quarant’anni. Quando una malattia letale colpisce il gregge di Kiddi, minacciando l’intera vallata, le autorità decidono di abbattere tutti gli animali della zona per contenere l’epidemia. E’ una condanna a morte per gli allevatori, per cui le pecore costituiscono la principale fonte di reddito, e molti abbandonano la loro terra. Ma Gummi e Kiddi non si arrendono……..

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LET’S MOVIE 246 – propone YOUTH e commenta IL RACCONTO DEI RACCONTI

LET’S MOVIE 246 – propone YOUTH e commenta IL RACCONTO DEI RACCONTI

YOUTH – LA GIOVINEZZA
di Paolo Sorrentino
Italia, 2015, ‘118
Lunedì/Monday 25
21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

Muoio Moviers

mi ripetevo quando ho capito la beata fine che mi stava facendo fare “Il racconto dei racconti”. Muoio adesso muoio qui, al cine, dentro questo buio, circondata da questi Fellows. Muoio perché tanto ingegno artistico, tanto estro filologico, tutti insieme, stenderebbero anche il più borghezio di tutti i salvini, figurarsi io, che mi dichiaro vestale di uno svedese perché ha fatto della Forza Maggiore un capolavoro che speriamo non rimanga figlio unico.
Muoio qui, e sarà la più bella di tutte le morti che potrebbero capitare a me, Sarafruner detta Lafru e di Lez Muvi il Board ―la morte al cine. Venisse pure la monotona dal mantello nero ―riuscite a pensare a qualcosa di più monotono della morte, sempre immutata dalla notte dei tempi? Accoglierla al cine per mano di Matteo (ovviamente lui, Garrone, d’ora innanzi Matteo) sarebbe stata la più dolce delle conoscenze.
Ho vissuto tutta la giornata di lunedì immersa in uno stato di pestifera agitazione ―quanti ampère, mi si fosse misurato il voltaggio! Poi è arrivato il tragitto casa-cine, accompagnato da una liturgia un po’ da stadio ripetuta senza sosta. “Dai Matteo, dai Matteo eh, dai Matteo che ce la fai”… Arrivo dal Mastro e trovo un’accoglienza lezmuviana tale da farmi capire che il film ha colpito al cuore ―o forse io ho esagerato con la promozione. L’Anarcozumi post vacanze romane e con il Guest Ugo The Boss, appena entro in possesso della sua email ih ih ih― la Fellow Vanilla che è riuscita nell’opera di movimentazione della Fellow Cristina Casaclima dai paradisi del green-living e delle certificazioni LLED :-), e poi il Movier Onassis Jr, che non mi perdonerà per averlo coinvolto in un film che non ha incontrato il suo gusto milionario, il Movier Scaccomatto, scampato alle grinfie di quel postaccio tra il meneghino e il beghino che le cartine chiamano Milano, e ultimissimo, a luci già buie, il Movier Magnocarlo, che non avrebbe potuto mancare data la sua vicinanza storica col Barocco ―dai lo so che i carolingi son venuti prima dei barocchi!
🙂
Il 3.2% della popolazione lezmuviana sta attendendo ― ci crediate o meno ― questi 4 km di pippone che si parano qui sotto di voi. Gli altri li temono.
Be brave…

Non lo capisco subito, “Il racconto dei racconti”. Mi ci vuole una mezz’ora ―sono abbastanza lenta, scusatela. Dopo una mezz’ora però, lux fiat est, e io non sono più seduta in poltrona, dentro l’Astra. Finisco esattamente nel posto in cui Garrone vuole trascinare i suoi spettatori. Fra le selve oscure del favoloso, e lasciamo ogni speranza noi ch’entriamo. E persino la gestazione del film, mi sa di favoloso… Matteo avrà trovato in qualche angolino virtuale di cui ignoriamo l’esistenza, un vecchio manoscritto, “Lo cunto de li cunti”, una raccolta di fiabe scritte da un certo Giambattista Basile, nella Napoli del 1600… Matteo ne rimane incantato ma scriverne una banale trasposizione cinematografica, aggiungendo un altro fantasy alla lista di titoloni americani, con e senza 3D, non interessa al giovane partenopeo ―la banalità è frutto che disdegna da sempre. Allora cheffà, Matteo? Matteo prende carta e penna e si inventa un genere nuovo. Tutto suo, che io nomino oggi, 24 maggio 2015, “Favoloso realistico”, o “Realismo favoloso”. Che non ha niente di niente del Realismo magico attribuito a Garcia Marquez, né del fantastico che il vate Todorov teorizzò, o del fantasy mainstream che siamo abituati a vedere ―ed è per questo che “Il racconto dei racconti” potrà non essere amato dagli amanti de “La storia infinita” o “ET” e forse anche “Star Wars”… il fantasy ha tante facce, non solo quella di Donnie Darko…
In un atto d’iconoclastismo filologico, Matteo prende il meraviglioso, con cui il mio vate Todorov nominò il mondo della fiaba ―nella quale non ci stupiamo di trovare orchi, draghi e pulci giganti perché perfettamente inseriti nella realtà non-reale dei protagonisti― e lo reifica, cioè lo porta giù sulla terra, gli dà la nostra stessa materia, rendendolo carne e sangue. Matteo ha fatto quello che Dio ha fatto con Cristo, solo che al posto di Gesù ci ha messo un genere artistico. Così noi ci confrontiamo con l’orrido di corpi sanguinolenti, cuori vivi pulsanti, pelli scuoiate e crani sbregati. E naturalmente con il bestiale all’interno della favola, ma anche e soprattutto all’interno di noi.
Parte scegliendo tre racconti: una regina che vuole diventare madre a tutti i costi e finirà vittima del suo stesso amore; una bella principessa con un padre bislacco e meschino che alleva pulci giganti e finisce per darla in sposa a un orco ―dal quale si salverà usando la tecnica che Giuditta usò con Oloferne, e Black Mamba coi i suoi aguzzini; un principe libertino cade innamorato di una bellissima fanciulla dai fulvidi capelli, che in realtà è una vecchia di un duo di vecchie sorelle trasformata in femme fatale da un incantesimo…
Ma nemmeno questo ―e già sarebbe stato tanta roba― bastava a Matteo. No perché lui non si accontenta di un prototesto, ovvero un testo di origine da cui partire. Matteo parte dalla notte de tempi della favola e del raccontare― Odissea e Iliade e Vite dei Santi comprese ― proprio agli albori, quando il genere non era ancora tale, mangia tutto, introietta tutto e poi risputa fuori, magicamente, questa creatura dai lineamenti bellissimi e dal cuore di tenebra: una favola che contiene tutte le favole. Una bibbia delle meraviglie.
Perché il film può NON piacere? E’ come mettervi dentro un a stanza buia con tante porte. Più chiavi hai in mano, più porte riesci ad aprire e più mondi ti si schiudono davanti. Tradotto significa che più conoscenza hai, più ti viene svelato. E non soltanto in ambito letterario ―e già sarebbe stato tantissima roba― ma anche pittorico, architettonico, musicale.
Per capire e godere de “Il racconto dei racconti” ne devi sapere di letteratura, di pittura, di architettura, di musica e di cinema, di geografia, di storia, d’Italia e di Monteverdi. Ma non c’è il citazionismo sterile e finalizzato al divertissement intellettualoidale del regista pavone con la coda in bella mostra. Prima dicevo, è una bibbia, NON un’enciclopedia. E di bibliotecomico, di didascalico e inventariale (inventariale??), spiacente per i detrattori, questo film non ha proprio nulla. Il lavoro operato ―anche grazie a 4 sceneggiatori e chissà quanti consulenti― utilizza la rielaborazione sincretica (sì, ho detto sincretica), e sei TU che vedi quello che riesci a vedere. Niente “Soluzioni” in fondo al testo.
Quindi trovi i tre scrigni de “Il mercante di Venezia” nella gara allestita dal padre bislacco per dare la figlia in sposa, e trovi una giustizia shylockiana nella tenacia con cui l’orco rivendica il diritto d’intascare quanto pattuito, la sua libbra di  carne ha capelli biondi e occhi azzurri; e trovi la follia di “Riccardo III” nel re bislacco, ma non tanto perché alleva pulci giganti, ma perché obbliga la figlia a sposare chi non ama; e trovi tutte le donne, all’inizio agnellini e poi cuor di leoni, nella parabola percorsa da quella principessa che alla fine, con un gesto sensazionale, si libera del suo male ―perché alla fine solo TU puoi liberarti dalle tue paure; e trovi Calibano nei suoni inarticolati dell’orco ―che poi CHI è il vero orco? Lui o un padre che lascia una figlia nelle mani di uno sconosciuto dai dubbi trascorsi? E trovi l’atmosfera tra il Sogno di una notte di mezz’estate e la Tempesta, quei luoghi belli però con quel je-ne-sais-quoi di minaccioso che incombe; Quindi Shakespeare è presente ma certo non è un film su Shakespeare. E Boccaccio? Boccaccio è profondamente lì, nel principe così succube dei propri istinti carnali da non vedere nulla all’infuori di un buco e un dito ―Boccaccio presente sopra ogni cosa, sì!― e da non rendersi conto che la giovinezza, altri non è che la vecchiaia con un bel vestito addosso che molto presto si toglierà. Boccaccio è Fiammetta e tutte le pagine erotiche che abbiamo letto con tanto piacere nel Decamerone, e pensate un po’, “Pentamerone” è l’altro nome con cui “Lo Cunto de li cunti” è conosciuto ―cinquanta fiabe raccontate nel corso di cinque giornate.
E naturalmente Charles Perrault: chi non ha subodorato “ucci ucci sento odor di cristianucci”, nell’orco che annusa l’aria in cerca della sua principessa? E Lewis Carrol? Chi non vede un po’ della Regina di Cuori nella madre ossessiva che vuole a tutti i costi l’amore del figlio? E naturalmente i fratelli Grimm: nell’immaginario del bosco popolato da strane creature, non sempre negative ―la strana donna che allatta la vecchia sorella gettata giù dalla torre e finita in mezzo al bosco non vi richiama nell’immaginario anche Mowgli a cui dei lupi restituiscono una nuova vita attraverso il loro latte? E naturalmente Mark Twain nella coppia di fratelli albini che sono il principe e il povero del film. E naturalmente Andersen nel brutto anatroccolo che diventa una gnocca da paura e finisce per diventare una principessa sul pisello… E naturalmente, o forse questo non così naturale, ma ve lo dico comunque. Per me c’’è “Le figlie del fuoco” di Gerard de Nerval ―leggetevi “Sylvie” e vedete quanto delle due vecchie sorelle c’è lì dentro. E nell’albino povero che lascia il principe per vagare tre giorni nel bosco, ma senza ricordare nulla una volta di ritorno a casa, c’è indubbiamente Meaulnes, il grande, di Alain Fourier. E naturalmente, per via entomologica, c’è Kafka: Gregor Samsa rifiutato dalla famiglia si trasformava in uno scarafaggio, mentre qui c’è una pulce ignorata dal mondo che viene adottata da un padre che ha una figlia sul punto di abbandonarlo ―ebbene sì, le vie delle Metamorfosi sono infinite… E naturalmente  c’è “La belle Dame Sans Mercie” di Keats, e naturalmente “Christabel” di Coleridge, nella fanciulla trovata sperduta in mezzo al bosco. E cosa mi dite di Lancillotto e Ginevra? Per altro citati, in un’operazione iper-metaletteraria, nel racconto della pulce gigante: la principessa chiede alla sua dama di compagnia di leggerle “ancora e ancora” la storia dei due amanti bretoni resi famosi dai due amanti danteschi, entrambe le coppie fregate dal galeotto d’un libro e chi lo scrisse…
E potrei andare avanti così, e se mettessimo insieme tutte le nostre teste e tutti i nostri singoli bagagli culturali sapete quanto lungo diventerebbe quest’elenco? Altroché pippone lezmuviano!

E con lo stesso zelo con cui redigeremmo l’elenco relativo ai rimandi letterari del testo, così potremmo fare con l’arte. Il film è una galleria di quadri che vi scorrono davanti agli occhi, e voi non fate nemmeno in tempo ad attribuirne uno che subito vi trovate davanti a quello successivo. And here, once again, non è un semplice sfoggio di arte barocca, per quanto, ovviamente, il Barocco sia presente, l’abbiamo capito, tra velluti drappeggaiti e ori e fregi e calzemaglie, comedianti e venghino-signori-venghino. Le nature morte, come no, ma Escher, ragazzi miei, non avete visto Escher nel sali-e-scendi dei personaggi da torri, scale, tetti, labirinti? E Giotto, sì Giotto, in quelle atmosfere sospese di castelli algidi e inquietanti da togliervi il fiato? Ma potrebbe esserci anche De Chirico, lì, o no? Come dite? Mimmo Paladino? Sì  ma artista o regista? No perché io ci ho rivisto anche il suo mirabile “Quijote”, lì…. E Hyeronymus Bosch, no? Io non l’ho mai visto così tanto come qui…E il rosso Valentino del velluto vermiglio sopra il verde smeraldo della foresta? Quello non è forse il colore puro di Kandinsky? O ricorda forse un arazzo di Miro? O le selve di Henri Rousseau? Magari sbaglio eh…
Tutti questi autori/artisti che si sono citati si son cimentati con l’archetipo del soprannaturale: è come se queste opere fossero tutte gemme appuntate a un drappo larghissimo che si stende sulla storia della letteratura e dell’arte: se prendete un angolo del drappo e lo scuotete, vedrete il luccichio di rimando da più parti. Se fossimo degli strutturalisti ―ma non lo siamo― parleremo di isotopie, ovvero la ridondanza di determinati riferimenti (semi, per dirla bene) dentro un testo che ne garantisce la compattezza e la coerenza strutturale. Ma siccome noi siamo gente semplice, lasciamo i Pagnini dentro i loro labirinti e continuiamo per la nostra strada…

E avremmo bisogno di un’altra pagina da dedicare al cinema, nel nostro elenco. I rimandi di Matteo al cinema non si contano. Tarantino, e non solo per il profluvio di scempi sanguinolenti, quanto per quel fermo immagine sulla principessa con la testa dell’orcoloferne in mano, l’espressione fra lo sgomento estremo per l’omicidio compiuto e la lucidità con cui l’ha compiuto e la libertà che da esso consegue ―Black Mamba e Giovanna d’Arco e la Madonna e Lara Croft respirano all’unisono dentro la principessa. E poi l’atmosfera dell’Armata Brancaleone, no? E la morte di nero incappucciata de “Il settimo sigillo” non è forse presente nell’oscuro figuro che si aggira nel film, e che altri non è secondo me, che il destino? E Fellini, coi suoi teatranti, i suoi Franco&Ciccio, le sue atmosfere circensi, non è forse lì, fra giullari e saltimbanchi? E mi rendo conto che voi volate alto fra Kurosawa e Sokurov, ma io sono cresciuta guardando roba televisiva tipo Fantaghirò e “Desideria e il mistero del lago”, che sembreranno scenaggiati televisivi di ben poco conto ma in realtà escono da un certo Bava Lamberto, figlio di cotanto Mario, che secondo me c’è molto nel film di Matteo.

E un’altra pagina andrebbe alla citazione di tutti i tesori architettonici e naturali che sono stati scovati e resi eterni nel film. Luoghi e costruzioni di cui io non ho conoscenza alcuna, ma che la Movier Cristina Casaclima potrebbe sciorinarvi dalla a alla zeta. Castelli  e borghi da far strabuzzare gli occhi, canyon naturali toscani più fantasy di qualsiasi effetto speciale la Pixar potrà mai inventarsi. E selve rigogliose dalle tinte nordiche, accanto a grotte marine che sembrano di cartapesta. E ancora strapiombi che sembrano dolomitici ma che in realtà sono pugliesi, così come le pietre color crema con cui è stato costruito un castello ottogonale che dovrebbe diventare, a mio avviso, l’ottava meraviglia del mondo. Se siete interessati a “tutti i luoghi del film” vedete un po’ http://www.ilpost.it/2015/05/19/il-racconto-dei-racconti-dove-e-stato-girato-luoghi-del-film/
Matteo ha nobilitato il product placement, sostituendo il product con il landscape, dimostrando che lo sguardo fantastico trova in questo nostro paese, una controporte di location che si prestano splendidamente, per conformazione e struttura, a dialogare con lui, e a rappresentarlo. E ci dice guardate dove viviamo, in mezzo alle meraviglie….

E finora non s’è parlato che della forma. E il contenuto?
Le tre storie impiegate, e intrecciate nel finale, utilizzano gli uomini mortali per affrontare grandi temi universali ―le favole fanno un po’ questo. Ma se dovessi scegliere un tema centrale, senz’altro è il desiderio e le tinte lugubri che assume se spinto all’eccesso. Il desiderio d’amore rinchiude la regina Salma Ayek in una prigione ―o labirinto― di ossessione per il figlio da cui uscirà soltanto per trasformarsi in un orribile mostro che vuole cibarsi, tuguarda, proprio del figlio ―peraltro, generato dopo aver mangiato il CUORE di un drago… Ed è stato lì, nella trasformazione da donna a madre a mostro, che “lux fiat est”: ho capito dove mi stava portando il racconto di Matteo. Basta un nonnulla per passare da essere madre, il simbolo dell’amore per eccellenza, a gargoyle. Un nonnulla per cadere, passare dall’altra parte. E non è proprio un caso che il film si chiuda sull’immagine del funambolo e sulla sua timida avanzata sopra una corda infuocata, sospeso a mezz’aria, attirato dalla terra, ma teso verso il cielo, ogni passo un possibile piede in fallo.
Il film ti indica tutto e non ti spiega nulla. Impiega metafore, non similitudini e c’è una differenza abissale, che ci riporta a intendere l’arte e la letteratura per simboli, proponendo allegorie che ci spingono a pensare al “nostro” attraverso “l’altro” e ad attivare dei meccanismi di associazione e rifrazione che la moderna fiction ha dismesso o ipersemplificato. Oggi viviamo nell’epoca della pornografia visiva. Tutto è svelato, tutto pop-artisticamente chiaro anche quando volutamente ermetico –sai già che un’installazione di arte contemporanea iperessenziale e assolutamente incomprensibile indica il “disagio psichico dell’uomo moderno”… Matteo ci riporta al “think-allegorical” ma attraverso la materia, la carne, e lo fa in grande: sintetizza secoli e secoli di “cuntato”, li rielabora, costruisce un sistema di rimandi fortemente visivi (ma non visionari) che funziona sia nel caso la tua cultura personale ti porti a leggere Habermas aspettando il turno in posta, sia che la tua cultura personale sia grigia in 50 sfumature diverse. Once again, il grado di profondità della tua personale mise-en-abyme dipende da te –ok, mise-en-abyme avevo promesso di non dirlo più, scusate.

E fatemi riprendere il filo del desiderio…Siamo spinti dal desiderio nella vita, ma occhio eh, dal desiderio siamo spinti giù da un precipizio: pensate al principe Cassel, schiavo del bello che finisce a letto con la summa del brutto… Siamo orchi, vittime d’orchi, uccisori di orchi. Siamo tutto, e siamo messi davanti a contraddizioni che ci tengono sempre in bilico, sempre su quella corda infuocata. La vecchiaia è l’ombra della giovinezza, il degrado mangia i piedi alla statua di marmo, la bellezza corre via, braccata dal brutto ―pensate alla scena finale, una fanciulla in fuga da una vecchia da cui non potrai MAI fuggire.
E l’amore? L’amore fa fare follie al sapore di martirio ―aggiungete San Giorgio e il Dragone alla lista di rimandi letterari lassopra― tipo porta un marito a infilare una tuta da palombaro, sondare i fondali marini e seviziare un drago per servire 15 kg di pescato cardiaco fresco alla moglie smaniosa di diventare mamma… E le donne come sono? Possono essere ingrate come le mogli a cui viene dato tutto su un piatto d’argento ―perfino 15 kg di pescato cardiaco fresco-― e che non degnano il cadavere del marito morto nell’impresa nemmeno di uno sguardo, per poi finire sole solissime, a banchettare a un tavolone vuoto, cibandosi, in fondo del loro stesso desiderio… E possono essere romantiche e piene di principi azzurri per la testa, e poi, all’evenienza, trasformarsi in Nikita e poi in Elisabetta I o in Vittoria dell’Età Vittoriana, e regnare da sole la propria vita and Long Live the Queen…
E quindi sapete che c’è? C’è che siamo noi, alla fine, lu cunto de lu cunti, siamo o possiamo essere tutti i racconti del mondo. E il film di Matteo è un trattato di filosofia dell’uomo scritto su pagine di sogno e incubo.
Come dite? Entra più nel dettaglio? Va bene, se proprio insistete…
Prendete la scena in cui la principessa rifiuta la bistecca. È troppo cruda, commenta, scansando il piatto. Il padre prende il piatto e lo porta alla pulce gigante…think about it…
E pensate a che fine fa la principessa: nella tana di un orco che no, non è il primo orco vegano della Storia, è un classico orco che si ciba di carne cruda.
Nulla è messo a caso nelle favole, nulla. La bistecca poco cotta non è solo una bistecca poco cotta. È un veicolo che porta avanti il racconto e rimanda, metà nemesi metà preconnitrice metonimia, a un destino che l’attenderà di lì a poco ― lei pezzo di carne di proprietà dell’orco e lei mangiatrice di carne in quanto donna dell’orco.
Altra scena bel-lis-si-ma. I due gemelli albini che si nascondono sott’acqua per sfuggire alle guardie. Again, l’acqua non è semplice acqua, è un paradiso amniotico post-nascita che li vede finalmente uniti, una volta celeste rovesciata in una culla alternativa, e mi ha fatto pensare che ogni tanto capita di nascere uguali uguali, albini albini, da madri diversissime, e di essere separati alla nascita e di prendere strade diverse, per poi ritrovarsi…

Ora forse capite perché io avrei anche potuto morire, lunedì sera. Dopo che sei entrato in contatto un’opera così, puoi anche morire, e ciao.
Eppure no, non muori, non sono morta. Sono qui che tento di farvi capire il dono di aver visto l’arte nel suo farsi e di farvi capire l’operazione culturale porttaa a compimento da questo regista ―che lo dico a chiare lettere, può fare di me ciò che vuole. Perché lui non ha linkato “Lo cunto de lu cunti” alla sua pagina face book ― e sarebbe stato comunque apprezzabile… Lui l’ha fatto rivivere, l’ha tirato fuori dalle borse degli addetti ai lavori, dalle tane dei topi da biblioteca. God Garrone l’ha risorto.
Mi rendo sempre più conto che “fare Cultura” non vuol dire inventarsi la app che ti fa scaricare Basile anche se stai a 3000 m sopra o sotto il livello del mare e che twitta alla tua community a che pagina sei arrivato. Fare Cultura vuol dire prendere opere dimenticate, o meno note, come questa, e farle vivere sulle labbra delle persone 500 anni dopo la loro nascita. Vuol dire ridisegnare con il cinema i contorni di un testo mastro, calandoli dentro la propria personale visione del mondo. Il cinema di Garrone è sempre stato molto affascinato dall’animalità e dalla carnalità (prendete “L’imbalsamatore”), così come dal suo opposto, la scarnificazione (prendete “Primo amore”). “Il racconto dei racconti” non è da meno: sa tutti gli odori dell’umanità, e primo fra tutti quello del sangue, del crudo, dell’essere bestia prima che si travesta da uomo. E Matteo ci prende per il collarino e ci sbatte col muso in mezzo alla sostanza di ciò che siamo fatti nell’istante in cui ci troviamo davanti a situazioni diverse e questioni “grandi”: l’amore, il desiderio, la libertà, la morte.
Lui ha fatto questo e io, nel mio piccolissimo, faccio un cunto di quell’esperienza, la condivido articolandola con delle parole, e non rinchiudendola nel police all’insù di un laik ―che nell’era post-facebook che ci attende passerà alla storia come il segno più insignificante e nullifero della comunicazione.
Questo è fare Cultura. Intrattenendo, perché “Il racconto dei racconti” è prima di tutto e sopra tutto un grandissimo spettacolo per gli occhi e l’immaginazione, un regalo per la fantasia di ognuno.
E non ve lo dico nemmeno quanto altro ci sarebbe da andare avanti, ma credo di aver cuntato abbastanza 😉

E ora, favellanti Fellows, se siete ancora vivi, continuiamo a volare alto anche questa settimana con

YOUTH – LA GIOVINEZZA
di Paolo Sorrentino

17 i minuti con cui è stato accolto a Cannes. Qualche fischio c’è stato, ma lo dico solo per non passare così sfacciatamente per manipolatrice contenutistica, che peraltro sono 🙂
Non c’è bisogno di dire nulla. Andiamo. Guardiamo. Poi parliamo ―spero per voi meno di quanto ho sbrodolato dopo “Il racconto dei racconti” lunedì sera: un’invasata avrebbe brillato di lucidità al mio confronto.
Se ancora non fosse chiaro:

1. Il morale della favola è: recuperare il film di Matteo 🙂
2. Matteo può far di me ciò che vuole
3. Matteo può far di me ciò che vuole (repetita iuvant)

Grazie della pazienza, Fellows. Se siete arrivati fin qui senza perdervi o desistere o morire, avete fegato, tempo e follia ―che poi sono gli ingredienti del vivere bene, no? 😉
Spero per voi che “Youth” mi piaccia un po’ meno del film di Garrone. Altrimenti io passerò altri cinque giorni con la testa inchiodata in un mondo di meraviglia fra gemelli albini, drappi rossi dentro foreste smeraldo con dentro fattezze di latte e capelli di fuoco…
Ai nostri tre eroi Moretti-Garrone-Sorrentino in trasferta fra i Galli, tutto il sostegno del mondo. Il film di Sorrentino non sì è ancora visto, ma onestamente, dopo aver visto l’avventura in cui Garrone si è gettato ―12 milioni di Euri sonanti per realizzarlo― e i territori fantastici che ha percorso PER LA PRIMA VOLTA, la Palma d’Oro, e tutto il Giardino dell’Eden, per me vanno a lui. 🙂

E ora my Moviers, riassunti ostracizzati, Maelstrom con dentro un esclusivo Martedì da Moviers da non perdere, e saluti, fatalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

E per voi un “Martedì da Moviers“, il 26, con un doppio appuntamento:

Ore 16:00, Associazione Dante Alighieri, Via Dordi 8: LET’S MOVIE ALLA DANTE propone, attraverso il Board, il terzo film della micro-rassegna tra cinema e letteratura: “NELLA CASA” di François Ozon, 2012, ‘110. Per tutti quelli che oziano alle 4 pm di un martedì e per gli amanti dei thriller…letterari… Non perdeteci!

Ore 21:00, Multisala Modena detto Losmelly, IL REGNO DEI SOGNI E DELLA FOLLIA, un documentario girato dal giapponauta Mami Sunada nel periodo che il Maestro Miyazaki ha dedicato alla lavorazione di “S’alza il vento”. Di questo docu si dice: “Con un ritratto intimo ed emozionante, il documentario ci offre per la prima volta l’opportunità di compiere un viaggio affascinante e indimenticabile all’interno di uno dei laboratori di animazione più amati al mondo. Un luogo unico dove il sogno e la passione rasentano la follia.”
Pertanto io e il WG Mat pensiamo valga la pena affrontare i miasmi dello Smelly.

YOUTH – LA GIOVINEZZA: Fred e Mick, due vecchi amici, sono in vacanza in un elegante albergo ai piedi delle Alpi in compagnia di Leda, figlia di Fred. Mick, un regista, sta ancora lavorando. Fred, un compositore e direttore d’orchestra, è ora in pensione. Guardano con curiosità e tenerezza alla vita dei loro figli, ancora confusi. Mentre Mick s’impegna per finire la sceneggiatura di quello che immagina sarà il suo ultimo film importante, Fred non ha alcuna intenzione di riprendere la sua carriera musicale. Ma qualcuno vuole a tutti i costi convincerlo a dirigere un concerto a Buckingham Palace, in occasione del compleanno del principe Filippo

NELLA CASA: Saggio sul voyeurismo, parabola sulla creazione letteraria, storia di formazione a incastri, dramma, commedia, thriller, il film è la storia di un professore di lettere che scopre lo spiccato talento nella scrittura di un suo studente e decide di incoraggiarlo, senza tuttavia rendersi conto che il suo intervento scatenerà una serie di eventi incontrollabili.

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LET’S MOVIE 245 – propone IL RACCONTO DEI RACCONTI e commenta RITORNO ALL’AVANA

LET’S MOVIE 245 – propone IL RACCONTO DEI RACCONTI e commenta RITORNO ALL’AVANA

IL RACCONTO DEI RACCONTI
di Matteo Garrone
Italia 2015, ‘125
Lunedì 18 / Monday 18
21:30 / 9:30 pm
Astra / Dal Mastro

 

Foody Fellows,

Il primo maggio scorso eravamo in altre faccende festivaliere affaccendati, e non abbiamo dato spazio all’evento dell’anno. Sì, quello, Expo 2015.
Non essendo una slow-fooder, e tendendo piuttosto al fast-running davanti ai tavoli del catering, potrei sembrare la voce meno adatta per supportare l’evento. E invece NO. Non vi faccio lo spottone sulle perle casearee dell’alta Val Badia o della bassa Val Venosta che potrete trovare nei rispettivi stand. Né vi spingerò al workshop calabrese “‘nduia chi viene a cena?” ―un workshop così dovrà esserci sicuramente, dai.
Io vi spingo ad andare ―e ci andrò― per un motivo principale, accompagnato da un corollario di motivi corollaterali. Il motivo principale è: il padiglione degli Emirati Arabi Uniti di Norman Foster (ave a Lui). Sicuramente l’avrete adocchiato nelle immagini scialaquate durante i giorni eufioria post-opening. A me ricorda l’interno dei mitocondri, e trovo che sia molto originale dedicare il padiglione alla struttura interna dei mitocondri, ché uno non ci pensa mai, a loro. Naturalmente non è che Foster poteva dire, mi sono ispirato alle membrane mitocondriali ―avrebbe generato della perplessità. Allora ha semplificato un po’ il tutto e ha fatto buttar giù una versione ufficiale… “Lo spazio evoca da un lato le strette strade pedonali delle città della penisola arabica e dall’altro le forme morbide e sinuose del deserto”…Certo Norman, come no… Tanto noi sappiamo che quello è un monumento a ciò che la mitocondrialità ha fatto per la specie. I press-realease rilascino un po’ quello che vogliono. 🙂
Accanto al capolavoro di Foster, ci sono altre bellezze padiglionari a cui andremo a rivolgere il nostro stupore. Qui li trovate tutti in versione tascabile, http://www.expo2015.org/it/partecipanti. Sinuosi, rugosi, affilati, tondeggianti, non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Ho sentito che a fine Expo tutte queste opere d’arte verranno smantellate ―forse qualcuna rimarrà, forse. Io non so come si possa anche solo lontanamente concepire la demolizione del monumento al mitocondrio (!), quindi spero che farà fede il precedente della Tour Eiffel, eretta in occasione dell’Exposition Universelle del 1889, e 125 anni dopo è ancora lì a dirigere il traffico parigino, con quel suo nasino all’insù. I precedenti avranno la precedenza, o no??!
Riaggiorniamoci a fine Expo per fare il punto.

Quassopra mi sono soffermata nel milanese perché ne valeva la pena e perché il Lez Muvi di giovedì mi ha lasciato un po’ così. Non male, intendiamoci. Al mio fianco avevo un Fellow da fuori regione ―be’, da fuori galassia― il Fellow Darth Veter, che nonostante domini il lato oscuro della Forza, ha fatto il bravo Movier e ha lavorato per seminare il verbo luzmuviano trascinandosi appresso il Guest Nicola ―che sperei di far finire nelle segrete lezmuviane molto presto. Non mi sono meravigliata dell’assenza di certi beneamati solito noti; immaginavo il malcontento suscitato dal titolo proposto. Ciononostante, molto heidi, ci speravo. Ritenterò.

Sì, il film mi ha lasciato un po’ così. Quattro, no cinque amici non al bar ma su una terrazza dell’Avana organizzano una rimpatriata dopo 15 anni di lontananza in occasione del ritorno a Cuba di uno di loro, Amadeo, emigrato a Madrid nel 1998. Queste due righe già vi portano a collocare il film accanto a certi suoi predecessori ― più meritevoli ― che hanno roteato intorno al motivo centrale della “reunion” . Penso al “Grande freddo”, a “Le invasioni barbariche” oppure “a Compagni di scuola” di Carlo Verdone ― di quest’ultimo si consiglia caldamente la ri-visione. Tutti film, questi predecessi, concentrati su un gruppo di amici che si ritrovano un tot d’anni dopo essersi conosciuti e aver condiviso una parte di gioventù. In storie così, il revivalismo è inevitabile, e inevitabilmente condito da quella nostalgitudine e da quella mitizzazione del passato di cui cadiamo vittime quando ne parliamo, come se il passato fosse sempre gli anni d’oro del grande Real, gli anni di Happy Days e di Ralph Malph ― 883 la cifra stilistica, l’avete indovinato sì.
Nel film il ritorno alla dimensione del ieri si affianca, abbiamo detto, al ritorno all’Avana di Amadeo, che comporta la revisione del rapporto di questi personaggi fra loro, e tra loro e la propria terra, Cuba, un luogo particolare cui tornare, con la sua storia post-embargo di cui noi sappiamo poco ― di cui IO so poco.
E forse è proprio lì che il film mi ha perso, o che io ho perso lui. È stato come entrare in una conferenza a dieci minuti dalla fine. Ho colto le conclusioni, ma mi mancavano le premesse e l’argomentazione. Non riuscivo a vedere oltre quello che gli indici dei personaggi indicavano, i fatti storici riguardanti Cuba cui alludevano e che io non conoscevo. Ovviamente Cantet è un regista sapiente e non ha ceduto allo spiegone, né tantomeno ha inserito “devices” esterni che avrebbero potuto permettere dei flash-back e colmare le lacune dello spettatore medio ignorante (tipo la qui presente). Quindi lascia tutto non-detto: se sai, bene, se non sai recuperi dopo il film. E infatti così ho fatto, scoprendo, per esempio, che negli anni ’90 Cuba ha vissuto una situazione d’isolamento e di grande crisi, fin peggiori di quelle conseguenti allo storico Embargo. Rafforzando il controllo dello Stato, nazionalizzando l’industria, e collettivizzando l’agricoltura, Castro ha praticamente eretto un nuovo regime, reprimendo ogni forma di dissenso politico, esercitando un pesante controllo sull’informazione e praticando intimidazioni di ogni sorta. Dopo aver spulciato vari Bignami online sulla storia cubana ed essermi fatta un quadro un po’ più chiaro, ho capito meglio le dinamiche fra i personaggi e la malinconia che li contraddistingueva. Giovedì mi sembravano cinque disperati con molti rimpianti, molto senso del tempo passato e troppi (davvero TROPPI) “ti ricordi…?”, con cui non mi riusciva proprio di empatizzare 🙁
In verità non so se questo dipendesse dal 4 che mi sarei beccata in Storia Cubana, o dal fatto che Cantet non abbia saputo universalizzare quei loro stati d’animo: rinserrandoli entro i confini di un passato e di un paese specifici, sono lì che finiscono per rimanere, purtroppo, non vengono verso di noi. Insomma, delle gran chiacchiere, ma che restano tali, non ti toccano.
Se non altro il film non mostra e non fa sentire la solita Cuba. Niente spiagge da cartolina, niente Buena Vista Social Club in sottofondo. È interamente girato sulla terrazza di un condominio squallido, in un quartiere di condomini squallidi, tantoché la mia prima domanda è stata “ma Cuba è così??”, con quel tono tra disappunto e delusione che ti strizza la voce quando scopri che Jesolo, cavolo, è così…
Il cine ci aiuta anche a stracciare le cartoline con cui siamo cresciuti e inserire nuovi scorci, nuove realtà –a questo punto potrei ricorrere a una commistione anglo-austrungarica ed escalmare “God save the Kino”! 🙂
E proprio vista l’unita di tempo e luogo, “Ritorno all’Avana” potrebbe essere benissimo una pièce teatrale. Anzi, forse il teatro sarebbe stato il luogo più adatto in cui allestire questo dramma del ritorno e del “nostos” ― non a caso il titolo originale del film è “Retour à Itaque”…
Ma in fondo il film di Cantet, per quanto non ci abbia entusiasmato, ci è servito da camera iperbarica, uno spazio di decompressione fra un capolavoro (“Forza maggiore”) e il prossimo Lez Muvi, che naturalmente è

IL RACCONTO DEI RACCONTI
di Matteo Garrone

Cheddire di Matteo? Nulla, al momento, se non che lo si ama sin da quando girò “Ospiti” nel 1998… È a Cannes, ora, e speriamo ci rimanga il più a lungo possibile, dato che è in concorso. Noi si va a vedere il film tenendo a bada quell’idra che alimenta le aspettative di tanti noi Moviers che parteggiamo spudoratamente per il team italiano schierato sulla Croisette ―Garrone-Moretti-Sorrentino le tre punte di sfondamento che tante Nazionali Cineasti c’invidiano. 🙂

Dopo l’eccesso di zuccheri a cui mi sono lasciata andare la settimana scorsa sul film di Ostlund, oggi mi sono moderata ― la dieta Dukan applicata a Lez Muvi… E concludo con 180 ml di Movie Maelstrom, evitiamo di appesantirci col riassunto, e porgiamo saluti, moderatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dedico il Maelstrom ai 10 minuti di applausi piovuti su “Mia Madre” di Nanni Moretti alla proiezione al Festival di Cannes, l’altroieri. Alla faccia di chi dice che il cine italiano arranca, che non è più quello di Scola, De Sica e Corbucci… Ai signori del penso-negativo dico che questo squarcio di secolo a cavallo fra due millenni ci ha dato Moretti, Garrone, Sorrentino. Ogni tempo, i suoi dei…

IL RACCONTO DEI RACCONTI: Fantasy ambientato nel 1600, liberamente tratto da “Lo Cunto de li cunti” di Giambattista Basile, autore napoletano del XVII secolo, precursore di tutta la letteratura fiabesca dei secoli successivi. Sono tre storie diverse che si intrecciano, relative alla descrizione di tre regni con tre sovrani diversi, ciascuna con un protagonista diverso: Salma Hayek nel primo episodio, Vincent Cassel nel secondo e Toby Jones nel terzo.

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