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LET’S MOVIE 317 FROM NYC – commenta UNA VITA DA ZUCCHINA

LET’S MOVIE 317 FROM NYC – commenta UNA VITA DA ZUCCHINA

Fari Fellows,

No non è un refuso quello lassù, niente missing C. 🙂 Una cosa che mi piace fare qui a New York, città perquisita da tutte le guide del mondo, è perquisire il non ancora perquisito, o perlomeno il poco-perquisito. In questa pratica, New York in sé c’entra poco. E’ un modo di procedere che conto di mantenere in qualsiasi posto finirò. La bellezza si scova soprattutto negli angoli in cui l’occhio non guarda.
Tipo.
Io molto raramente vado a nord di casa mia, a nord di Harlem. Sono proiettata verso il sud. Tutta la vita, e il lavoro e gli eventi sono dalla 72esima in giù, per non dire da Columbus Circus (59esima) in giù. A nord di casa mia si apre il quartiere di Washington Heights, colonia della comunità dominicana e portoricana. Le insegne perdono la parte bilingue e parlano solo lo spagnolo. Gli uomini sono bassetti e le donne parlano fitto fitto fra loro, come se avessero sempre grandi segreti da raccontarsi.
E’ come mettere piede in un’altra terra, pur essendo piantati a New York. Washington Heights si chiama così per via del George Washington Bridge che collega NYC al New Jersey. Il mio ponte preferito, credo di avervelo già detto. Perché non gode di quella popolarità del ponte di Brooklyn, osannato — a ragione — da tutti. Il Washington Bridge è un ponte che porta con sé tutti i mattini di tutti i pendolari che all’alba partono alla volta del Jersey, e di tutti gli abitanti del Jersey che all’alba affrontano il supertraffico per arrivare a Manhattan — mai traffico fu più traffico, believe me. E’ una struttura solida, imponente, industriale. Ci ho corso sopra una volta e fa impressione, lassù, la distesa dell’Hudson River, là sotto. Un mare più che un fiume.
Se rimanete dalla parte di Manhattan, sotto il ponte, spunta, piccolissimo, un faro rosso. Sembra uscito fuori dalle favole. Ecche ci fa un faro in miniatura, rosso rosso, alle pendici del Washington Bridge?
Eh me lo sono chiesta anch’io. Presumo che aiutasse — forse in passato — nella navigazione. L’Hudson è un fiume (mare) molto battuto da imbarcazioni di ogni sorta. Il faro avrà fatto il suo dovere, immagino.

In novembre, appena arrivata, ho cercato di avvicinarmi. Ovviamente siamo in America. Ovviamente è spuntato un cop — dal nulla, damn it! — e mi dice “You cannot take pictures!”, con quell’apertura al dialogo tipica dei cops americani… Io ho infilato il cellulare nella fondina, ho fatto la faccia da monello colto con le mani nella marmellata e l’espressione “non lo faccio più promesso”, pregustando l’istante in cui avrei riguardato le mie foto, che ovviamente contenevano l’incontenibile — sono nota come la fotocamera più veloce del West… 🙂 (Lo trovate nel Frunyc, negli scatti di novembre…).
C’è qualcosa di magico, in quel piccolo faro rosso sotto il gigante di ferro grigio. Sia perché è una presenza anacronistica e che non ti aspetteresti, sia perché nessuno mai vi dirà “Andate a vedere il faro rosso nel Fort Washington Park, all’altezza della 179esima”.

Allo stesso modo, nessuno vi dirà, se non qualcuno che ci è stato, “Andate da Bill’s Place”, al 148 W della 133esima. Cuore di Harlem. Negli anni ’20, in pieno Proibizionismo, la strada tra la 133esima, ovvero tra Lenox e la Settima, era chiamata Swingstreet. Era la via delle speakeasy, quei locali, molto spesso nei seminterrati, in cui si vendevano alcolici illegalmente. Ora attaccateci tutto quello che il vostro immaginario vi sta suggerendo: parola d’ordine, alcol camuffato nelle tazze da te, bancone dei liquori che sparisce nel nulla e spunta per magia un tavolo da biliardo… Ecco, qui a New York, ci sono tutta una serie di questi locali d’epoca che hanno mantenuto lo stile — e che il vostro Board scoprirà 😉
Bill’s Place è un posto molto rinomato tra gli intenditori di jazz perché ci vanno a suonare i grandi del genere. Questo Bill, è Bill Saxton, anche noto come The Harlem Jazz King, uno dei sassofonisti più talentuosi in da City, e in da States. Ma questa non è una speakeasy qualunque. Sapete chi è stata scoperta qui da un talent-scout, negli anni ’30? Una certa Billie, che viveva un paio di strade più in giù, e che cantava, cantava, cantava sempre… Sì, lei, Holiday, Billie Holiday…
Bill’s Place è un posto piccolissimo, in cui si ascolta il jazz duro e puro. Ironia della sorte vuole che non abbiano la licenza per gli alcolici (!) quindi se volete bere durante il concerto, dovete portarvi l’alcol da casa. Alle pareti poster di chi ha fatto grande il jazz. Duke Elligton, Dizzy Gillespie, Miles, Billie Holiday, Ray Charles. Sul palchetto, minuscolo, i jazzisti. E per un’ora e mezza, non esiste nient’altro. Solo voi, loro, e la loro straordinaria arte in-the-making — e a me è toccata la signora tromba di un talento quale Kamau Muata Adilifu…

L’ultimo piccolo che vi racconto non è proprio piccolo. E’ tutt’un quartiere. Si chiama DUMBO, e non ha niente a che fare con l’adorabile cucciolo disneyano. Ovviamente è un acronimo — lo so, era meglio credere che fosse l’adorabile cucciolo.
Down Under the Manhattan Bridge Overpass. DUMBO.
E’ la porzione di Brooklyn tra il Brooklyn Bridge e il Manhattan Bridge. Un tempo, una zona di rimesse e capannoni; oggi dentro a quelle rimesse e a quei capannoni, loft, librerie e locali trendy. In alcuni punti vi sembra di camminare dentro “C’era una volta in America” oppure “Quei bravi ragazzi” — la cinematografia che ha costruito l’italoamericanità a cui il nostro immaginario è tanto affezionato. Ci sono capitata sabato sera, con una temperatura di meno 8 gradi — New York ha freddato la primavera sul nascere, si sappia. Non ho potuto attardarmi a fare fotografie così come avrei voluto. A meno 8 gradi, l’estetica soccombe alle leggi della fisica, intimorita dalla camera iperbarica. Mi sono ripromessa di tornarci con il caldo. Quando i ragazzini, per strada, giocheranno con gli idranti, l’asfalto tremolerà sotto le ondate di caldo e il carretto delle limonate sembrerà un miraggio… Oh oh, mi sa che cinema e realtà si sono sovrapposti di nuovo…
Ora avete tre posti piccoli da visitare: il faro rosso, Bill’s Place e DUMBO — e lo vedete, it’s not my fault, fanno cinema anche detti così…

La settimana scorsa, se ricordate, avevo lanciato un Let’s Movie. Ma ho scoperto che “Una vita da zucchina”, “A Life as a Zucchini”, di Claude Barras, è arrivato in Italia ancora in dicembre. Chissà se ha raggiunto Trentoville… Era stato presentato — e adorato — al Festival di Cannes e ha vinto il Festival di Annecy (Miglior film e Premio del Pubblico) e di San Sebastián.

“Una vita da zucchina” è come “Inside Out”. Si ride, si piange. Si piange, si ride. Grande lavoro di sceneggiatura e grande lavoro di artigianato nella realizzazione. Si vorrebbe che non finisse mai — a questo proposito, se non l’avete ancora visto, rimanete in sala anche dopo i titoli di coda, mi raccomando… 😉
Il film è realizzato in stop-motion, la tecnica adottata da Kaufmann per “Anomalisa” in cui, ai disegni dell’animazione tradizionale, sono sostituiti dei pupazzi ripresi fotogramma per fotogramma — ho letto che sono stati necessari due anni di lavoro con più di cinquanta artigiani e sessanta set, costruiti o disegnati, anvedi.

Icarus, meglio note come Zucchina, vive in una soffitta mentre la madre alcolizzata si alcolizza davanti alla tv, al piano di sotto. Il bambino passa il tempo costruendo castelli con le lattine di birra vuotate della madre e facendo volare un aquilone fuori dall’abbaino.
Poi un incidente domestico, Zucchina si ritrova orfano, e viene trasferito in una casa famiglia, dove i suoi compagni hanno tutti un passato difficile come il suo, e lo stesso sguardo malinconico, dolce e spiazzante che ha lui. Gli occhi di questi bambini, per quanto siano frutto dell’artificio — e della plastilina — vi rimarranno impressi dentro anche dopo la fine del film. Sono occhi di bambini che, in qualche modo, hanno subito un danno. Chi ha i genitori drogati, chi è stata abbandonata dalla madre, chi ha il padre immigrato rinchiuso in prigione, chi ha subito violenza dal padre, chi ha visto la madre morire per mano del proprio padre… Tutte innocenze che hanno assistito a troppa esperienza nelle loro piccole vite.
E tra questi bambini “diversi” si instaura piano piano un rapporto di empatia e di fratellanza che farebbe sciogliere il cuore a Putin — qualcuno glielo faccia vedere, please! Tanti silenzi, poche parole, per un film ricchissimo e fatto di dettagli — e qui Maestro Miyazaki insegna. L’aquilone di Zucchina, ad esempio, da un lato porta il disegno di un supereroe — il papà che non c’è più— dall’altro le “pollastre”, quelle di cui il papà sempre assente “ricercava continuamente”, o almeno così gli ha detto sua madre non riferendosi proprio a dei volatili… Oppure il pupazzo tutto rattoppato di Béatrice, la piccola marocchina che ogni volta che arriva qualcuno alla casa-famiglia, esce sulla porta gridando “mamma!”, sperando sia lei, tornata a prenderla. O un ciuffo lungo portato sopra gli occhi  – come nel caso di Alice – per proteggersi, forse, dal ricordo delle “cose brutte” che le faceva il patrigno, o ancora un I-pad – l’unico regalo che Simon ha ricevuto dalla madre tossica – o un libro di Kafka per Camille, l’ultima arrivata nell’orfanotrofio dopo Zucchina, e della quale Zucchina si innamorerà perdutamente.
Quanto ci piace, leggere le storie nei dettagli. E’ così che funziona la letteratura: nel dettaglio, nel particolare, s’intravede l’universale.
E ti verrebbe voglia di adottarli tutti, questi bambini. Ma, il film insegna, la vita va diversamente, e se Zucchina e Camille alla fine trovano una casa, agli altri toccherà attendere ancora. Ma bando ai pessimismi! “La mia vita da zucchina” è un modo molto dolce e divertente per ricordare a tutti che la possibilità di ricominciare può essere dietro l’angolo: non bisogna mai smettere di avere fiducia.
Ne escono benissimo, dal film, le figure degli insegnanti, dei poliziotti, delle direttrici delle case-famiglia. Ne escono malmessi genitori e parenti. Ed è anche questo, che si apprezza. Sovvertire lo sguardo che di solito tende a mitizzare la famiglia e demonizzare le istituzioni. E vi garantisco che, nonostante la trama, i bambini “sfortunati”, i genitori infami e le zie megere, non trovate alcun tipo di sentimentalismo scontato, o pietismo, o buonismo. In più, e qui, chapeau al regista Claude Barras e al romanzo da cui il film è tratto, si ride! Si ride anche solo guardando con quale inventiva sono stati creati gli oggetti che appaiono in scena: macchine, passerotti, acconciature, vestiti. Un piccolo capolavoro di fantasia e cuore che mi ha letteralmente sciolto in una pozza di tenerezza — ebbene sì, persino il Board… 🙂
Quindi non ve lo perdete assolutamente!

Ora vi lascio al vostro lunedì italiano, e a me, ancora un po’ di notte americana.
Ho aggiornato il Frunyc, ovviamente.

Aspettavo che il WG Mat mi mandasse due righe di recensione su “Beata ignoranza”, che, a quanto sento, ha riscosso l’apprezzamento generale. Ma visto che le due righe non sono arrivate (!!), nel Maelstrom vi cuccate un articolo su una piccola notevole mostra inaugurata alla Ierimonti Gallery…Caso mai passiate dalla 57esima, a un tiro di schioppo da Columbus Circle 😉

Grazie, sempre della pazienza e saluti, stasera, luminosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)
Ecco, cuccatevelo 🙂 http://www.lavocedinewyork.com/arts/arte-e-design/2017/03/04/faraway-so-close-opere-distanti-mai-cosi-vicine/

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LET’S MOVIE 295 – propone L’EFFETTO ACQUATICO e commenta ESCOBAR

LET’S MOVIE 295 – propone L’EFFETTO ACQUATICO e commenta ESCOBAR

L’EFFETTO ACQUATICO
di Sólveig Anspach
Francia, Islanda, 2016, ‘85
Lunedì 12 / Monday 12
21:00 / 9 pm
Astra / Dal Mastro

 

Mel Moviers,

Gibson mi piace ricordarlo con addosso il kilt e la faccia dipinta di azzurro ciano mentre cerca di liberare la Scozia dall’oppressore britannico nei panni di William Wallace ― persino il nome era facile da ricordare, William Wallace. Poi ha preso la strada dell’impegno religioso che l’ha portato a girare quel mattatoio a cielo aperto che è stato The Passion. Poi sarà stato in vacanza a Cancun, è andato in fissa con i Maya e ha girato Apocalypto, che sembra più un parente del Viks Vaporub che un film. Vista la maniera strumentale con cui ha “riletto” la fine dell’impero Maya, è meglio considerarlo tale, un nebulizzatore per liberarti le vie aeree… In base all’interpretazione gibsoniana, i Maya si sarebbero estinti non a causa dell’arrivo dell’uomo bianco, ma perché già irrimediabilmente piagati da malcontenti intestini e dallo stato retrogrado in cui vivevano rispetto agli europei ― forse qualche manuale di storia bisognerebbe regalarlo al regista, voi che dite? Quindi meglio ricordarcelo Braveheart, un cuore bravo e coraggioso, con cui ha pure scritto una pagina importante nel capitolo “Come girare scene di battaglia nella brughiera” ― capitolo cominciato da un certo Kubrick, Stanley, con il suo “Barry Lindon”.
A quest’ultima Mostra del Cinema di Venezia, un Gibson tra Popeye e Bruto, tutto bicipiti e barba, ha presentato fuori concorso “Hacksaw Ridge”, ossia la vera storia di Desmond Doss, il primo obbiettore di coscienza arruolato nell’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale, che, per convinzioni pacifiste e religiose (era un Avventista), si rifiutò di toccare arma e volle a tutti i costi servire sul campo la Grande Madre America nel ruolo di soccorritore. Una storia che, ci scommettiamo, riempirà le sale statunitensi: nella battaglia di Okinawa, una delle più cruente della storia, Desmond, armato della sola forza di volontà, porto’ in salvo 75 soldati americani. Potete immaginare trama più ghiotta per un popolo che dorme con la bandiera americana stampata sul cuscino? E va bene, eh, non sto dicendo nulla a Gibson. Ha trovato una storia forte, che piacerà, fiumi di dollari nelle casse dei botteghini, good job, my chap.
Io tuttavia rimango perplessa. Se vuoi raccontarmi la storia di un obbiettore di coscienza allergico alle armi, che dimostra che in guerra, i veri eroi non sono tanto ― o solo ― i soldati, quanto gli angeli custodi dei soccorritori che salvavano vite in condizioni pietose, se vuoi dirmi che quella è la via, ovvero il rifiuto delle armi e il torto marcio in cui sono caduti tutti i superiori di Desmond, sottovalutando i suoi ideali e lui come persona. Se vuoi dirmi tutto questo, perché allora sacrifichi metà film (131 minuti di film totali) mostrandomi corpi dilaniati, scoppiati, mozzati, bruciati, colati e tutti i participi passati dell’horror che vi vengono in mente, quando invece potresti investire il tempo a mostrarmi il personaggio e il suo credo?
Dovremmo dire a Mel che “Salvate il soldato Ryan” ha già segnato una svolta nel modo di intendere il cinema di guerra, e che adesso bisognerebbe trovare un modo nuovo. “Hacksaw Ridge” ci fa vedere la guerra brutta, sporca e cattiva che ci aveva mostrato Spielberg, con la differenza che Gibson c’indugia, par trovarci gusto: come se si sia lasciato ammaliare dal lato “action” del conflitto. Il risultato somiglia a un video gioco, molto benfatto, molto ben riuscito, ma sempre con quell’eroismo americano che alla fin fine se ne infischia del pacifismo, e si esalta per la sconfitta dei musi gialli, fregati da un eroe umano di una cinquantina di kg sporchi…

E rimaniamo in argomento biopic… Questo mi aspettavo da “Escobar”. Un bel biopic sulla figura controversa di questo personaggio assurdo che è stato Pablo Escobar negli anni 80-90. Il regista Andrea Di Stefano aveva per le mani Benicio Del Toro, un cavallo di razza ― un Toro cavallo di razza?? ― un animale da cinepresa, uno che lo infili nell’inquadratura, gli chiedi di stare fermo e ti racconta una storia anche solo respirando. Di Stefano aveva questa carta vincente, e si perde in una storiellina d’amore ai limiti del mocciano che ti annoia dal quarto minuto. Ma come si fa a sprecare un’occasione così? L’avrà visto, il regista, “Che – L’argentino”, il biopic di Stephen Soderbergh su Guevara, sempre interpretato da Benicio? A me il film non fece impazzire ― troppo trascinato ― ma gli riconosco il merito di aver colto l’uomo, oltre che la sua figura storica… E solo alla fine, insieme ai miei fidi Moviers presenti, il Felix, il D-Bridge, l’Onassis JR, il candY-the-Andy e anche il nostro regista between sisters, Infomanugerosa.com, ci siamo accorti che siamo stati ingannati dal titolo. Il titolo originale è “Paradise Lost” ― e John Milton si sta rivoltando nel suo londinese sepolcro ― che si riferisce al sogno di Nick, un giovane canadese che si traferisce in Colombia col fratello per aprire una scuola di surf ― variante del chiringhito d’ordinanza ― e vivere di spiaggia, onde e mohito. Tra il sogno e la realtà s’inerisce un colpo di fulmine: Nick s’innamora di Maria, che non è una Maria qualsiasi, bensì la nipote di Pablo Escobar. E se tu ti frequenti con la nipote di Pablo Escobar, va da sé che ti frequenti anche con Pablo Escobar e i suoi traffici. Prima di consegnarsi alla Polizia, lo zio di Colombia “invita” Nick ad aiutarlo in una missione con al centro un dilemma etico: il quindicenne innocente, lo ammazzo o non lo ammazzo? Il film si conclude così come il titolo ― quello originale ― suggerisce. Paradiso perduto…
Il film sbaglia anche nel modo in cui approccia la storia d’amore tra i due ragazzi. Non un minimo di attesa, di pathos. Se la brucia in due scene e ti lascia con questa coppia di giovincelli il cui amore sembra più una cotta adolescenziale che un amorone pronto a sfidare la morsa dei doveri famigliari deliquenziali. Non proviamo alcuna empatia per i personaggi. Nick é raffigurato come un ingenuotto, l’innocente canadese che cade nelle grinfie del colombiano cattivo… Lo stesso vale per Maria ― sono una coppia perfetta, in effetti… Lo spettatore non è portato a tifare per loro: non gli interessa sapere se riusciranno a uscire dal paese e vivere per sempre felici e contenti ― ve lo ricordate “Argo”, invece? E quanto lo spettatore non vedesse l’ora, quanto trepidasse che il protagonista e l’Ambasciata USA lasciassero Teheran? Ecco esperienze diametralmente opposte…

Mi sento di aver passato tutto il film con la voglia di vedere Escobar, cercandolo dappertutto con lo sguardo, attendendo di vederlo spuntare in scena. Invece, per tutto il film, avevo questi fastidiosi personaggini davanti agli occhi che non mi dicevano niente e rubavano la scena al pezzo forte. È una sensazione fastidiosa, di desiderio rinviato e poi disatteso. E lo sapete no, l’amaro che lascia in bocca un desiderio rinviato e poi disatteso…
Quando poi il pezzo forte compare sullo schermo non ne avresti mai abbastanza. L’interpretazione di Benicio è ottima, è riuscito a rendere l’ambiguità del personaggio, il vero tratto distintivo del vero Escobar: farabutto inseguito dalla polizia di mezzo mondo, ma al contempo icona idolatrata dal popolo come una specie di mito, di dio salvatore ― considerati i soldi all’odor di coca con cui ricopriva la povera gente per accattivarsi la loro riconoscenza e la loro ammirazione. Del Toro non si risparmia. È tenero quando deve essere tenero, esibizionista quando dev’essere esibizionista ― Escobar aveva un debole per la promozione di se stesso e della sua famiglia (era sempre lì a far foto, filmini, feste…) ― spietato quando deve essere spietato. E non perde mai di vista la contradditorietà che è propria di tanti criminali: tanto delinquenti nel mondo, quanto teneroni dentro le mura domestiche. È un po’ la sindrome di Don Vito Corleone: spietato con tutti ma pezz’e còre coi picciriddi de famigghia… E di fatto Escobar e Corleone sono stati due family boss, personaggi per i quali la famiglia era il vero motore che li spingeva a delinquere ― per mantenere uno status, un certo stile di vita, e un prestigio dei suoi membri, tocca guadagnare…

Purtroppo, a parte l’interpretazione di Del Toro, non mi è piaciuto altro del film. E nemmeno se mi spremo le meningi, o l’esile trama del film, riesco a far uscire qualcosa di positivo. Mi chiedo, per altro, chi abbia fatto il cast. L’attorino che interpreta Nick ― -ino per la stazza e gli skills ― non ha un briciolo di polso, di charme, di verve. E anche Maria, ragazzi, che anonimato… Tutto l’insieme fa molto prodotto televisivo, ma non quelle serie tv di ultima generazione che mi si dice essere meglio del cine, le fiction quelle becere, quelle in cui i microfoni spenzolano dall’alto nella scena e i baci fanno venir voglia di cambiare canale.

Speriamo che questa settimana vada meglio… Già tornare dal Mastro ci rincuora, dopo due settimane di embargo Smelly Modena…

L’EFFETTO ACQUATICO
di Sólveig Anspach

Presentato allo scorso Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, che fa sempre la sua figura, lo corteggio da prima di andare a Venezia. Mi piace l’idea di vedere un film ambientato in una piscina ― le piscine sono luoghi fuori dal tempo in cui sei indifeso, pressoché nudo, in balia della tua determinazione, o della sua totale assenza, quando ozi a fondo vasca in attesa che l’ora passi, tu possa uscire dall’orizzont(al)e ittico e riappropriarti della tua rassicurante postura eretta… Questo ovviamente non mi riguarda, visto il mio rapporto di riconoscenza verso le piscine, che infilano un coriandolo celeste dentro uno spaccato urbano molto spesso squallido.
Inoltre il film è uscito postumo: la regista è mancata l’anno scorso. Mi pare bello che abbiano fatto uscire il film comunque ― le logiche della distribuzione sono meschine, avrebbero potuto cacciarlo nel dimenticatoio senza una regista pronta a promuoverlo…

E anche per oggi è tutto. Ma non vedo l’ora di spingervi nel Maelstrom… E voi non scansate la spinta. Lasciatevi scivolare in Laguna con i vincitori e vinti…

E se pianificate una visitina a Venezia post-Mostra del Cine, guardate quale altra bella Mostra si apre, il 17 settembre, a Ca’ Pesaro… http://www.magazzino26.it/coco-chanel-art-music-show/ 😉

Ringraziamenti sempre sentiti e saluti, stasera, bellicosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Finalmente a Venezia si comincia a ragionare!
Il Gran Premio della Giuria è stato assegnato al mio “Nocturnal Animals” del mio Tom Ford, mon petit enfant le prodige! Due film all’attivo e due Premi della Giuria ― forse chi lo critica perché lo vede sempre come uno stilista con il capriccio della regia, si ricrederà.
“Spira Mirabilis, o come spirare mirabilmente”, il documentario sull’immortalità che ammazzerebbe persino Highlander e non ha un briciolo di arte nei suoi 121 minuti, non porta a casa nulla. Giustizia, ogni tanto.
Certo, il Leone d’Oro è finito al “solito” filippino, Lav Diaz, con “The Woman Who Left”, ma se non altro questo film dura solo 3 ore e 40 minuti… “Solo” perché il suo film precedente, “Lullabay to the Sorrowful Mystery”, che vinse all’ultima Berlinale, è lungo 8 ore e 5 minuti… Ci è andata bene.

Inoltre mi dico molto soddisfatta perché “Orecchie”, il film non surreale ma realissimo di cui vi avevo parlato in termini entusiastici la settimana scorsa, si è aggiudicato ben due riconoscimenti! Il Premio ARCA CinemaGiovani per il Miglior Film Italiano. E Daniele Parisi, l’attore protagonista, ha vinto il Premio NuovoImaie Talent Award come Miglior Attore Emergente.
Eccovi il trailer, https://www.youtube.com/watch?v=bmCP1g1dKOo
Quando uscirà, se uscirà, non perdetelo, please!

L’EFFETTO ACQUATICO: Samir, gruista a Montreuil, ha perso la testa per Agathe, ruvida istruttrice di nuoto occupata nella piscina municipale del quartiere. Nuotatore provetto, Samir si compra un costume e si finge principiante per agganciarla. Tra una bracciata e l’altra, le cose sembrano procedere nella corsia giusta ma un imprevisto costringe Samir a svelare la bugia. E le bugie non piacciono ad Agathe che vola in Islanda per rappresentare la Francia a un congresso di istruttori. Pazzo d’amore, Samir la segue fino al ‘polo Nord’ dove si fa passare per un conferenziere israeliano. Agathe è contro ma il destino è decisamente a favore.

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LET’S MOVIE 286 – propone FIORE e commenta JULIETA e S IS FOR STANLEY

LET’S MOVIE 286 – propone FIORE e commenta JULIETA e S IS FOR STANLEY

FIORE
di Claudio Giovannesi
Italia, 2016, ‘110
Martedì / Tuesday 7
21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

 

1877 Moviers,

Fu in quell’anno che Anna Maria Mozzoni presentò la prima petizione per il voto politico alle donne. Ci vollero 70 anni prima di arrivare al voto. Questo 2 giugno abbiamo festeggiato i 70 anni dal voto e io ho pensato ad Anna Maria Mozzoni, che 140 anni prima aveva presentato questa lettera pazzesca in cui chiedeva, con un italiano pazzesco, questo: “avendo il Governo italiano promosso con ogni cura l’istruzione femminile e trovandoci noi, perciò, al giorno d’oggi, alla eguale portata intellettuale di una quantità di elettori che il legislatore dichiara capaci, stimiamo che nulla costi acché venga a noi pure accordato il voto politico, senza del quale i nostri interessi non sono tutelati ed i nostri bisogni rimangono ignoti. Fiduciose nella saviezza e giustizia dei legislatori, le sottoscritte insistono perché sia fatta ragione alla loro domanda.”
La fiducia dovette attendere, ma piano piano, ce la fecero, ‘ste benedette donne, donne benedette. E chissà se sapevano, le donne italiane, che le donne neozelandesi ottennero il diritto di voto nel 1893. E c’è un murales a Auckland, in Khartoum Place, dedicato a questo loro successo ― ora voi potreste dire, ok, ma quante erano le donne in Nuova Zelanda, nel 1893, quattro?? E sì, io assentirei, magari erano quattro di numero, ma almeno potevano tracciare quattro croci su quel maledetto foglietto.
Ricordo la milanesa Anna Maria Mozzoni per non citare le solite note. Perché fu lei, che per prima prese il coraggio e la stilo e scrisse ai deputati del governo. E ci vuole un cavolo di fegato, se permettete. Mi piace pensare a lei proprio in questi giorni grami, in cui le donne vengono barbarizzate. Ancora e sempre
Non mi piace il termine “femminicidio”. Penso che non sia necessario. Penso che un essere umano sia un essere umano e quando viene ucciso, l’umanità venga uccisa. Se il termine è utilizzato per distinguere la vittima di un omicidio ― l’infanticidio indica l’uccisione di un bambino, il parricidio del padre, il femminicidio di una donna ― allora lo accetto. Lo accetto come veicolo semantico. Ma non come potenziale momento discriminatorio. Fare un distinguo fra le vittime degli omicidi potrebbe portare a delle classifiche, con ammessi ed esclusi. Dovremmo inserire nella lingua anche il lesbicidio, l’omoomicidio, il transgender-icidio? Non serve. Oggi, dopo quello che è capitato a Sara, dobbiamo riflettere. Certo sulla sua uccisione, ma anche e soprattutto sull’omissione di soccorso. È questo che fa rabbrividire. Dov’è finita la nostra umanità? Dove siamo finiti?

Queste sono giornate piene di accadimenti fausti e infausti: i 70 anni dalla Repubblica, dal suffragio universale, la barbarie su un corpo di donna. Quindi perdonerete se ho abusato del vostro tempo e ho ritardato un po’ il momento faustissimo del cinema.
L’ho ritardato, in verità, anche perché la delusione annunciata su “Julieta” mi fa sbuffare ― di noia, più che di rabbia. Almodovar ha sempre questo modo prevedibile di raccontarti le storie. Il flash-back aiutato dalla redazione di un diario, nel quale la protagonista, in questo caso Julieta, ripercorre gli accadimenti della sua vita, in questo caso, la perdita del marito, il rancore che la figlia Antia cova nei suoi confronti, credendola responsabile della morte dell’amato padre, il suo distacco da lei, e il finale di riconciliazione. Non so cosa ci sia di diverso dai suoi molto più meritevoli film precedenti, se non che in questo film tutto risuona finto come l’incedere di una gamba di legno.
Ora mi si aprono due strade. Io potrei andare nel reparto armi di distruzioni di massa e devastare il film ― ci sono parecchi Moviers fra voi che amano particolarmente quando faccio la demolition woman, e anch’io, lo ammetto, provo un certo perfido gusto nello smontare certi film che promettono rose e poi, caini, offrono spine. E su “Julieta” potrei sbizzarrirmi.
Se prendete il film e lo strizzate, non ne uscirà una goccia di sentimento. È come quei limoni gnucchi, buoni solo a tonificarti i bicipiti sullo spremiagrumi, ma da cui non puoi aspettarti nemmeno una stilla di succo.
I tempi poi sono tutti sballati. Antia scompare e lo spettatore non sa nulla di lei, delle sue motivazioni. Ed è poco verosimile che il suo personaggio abbia tramato la sua vendetta ― ovvero sparire, a un certo punto, dalla vita della madre ― e abbia vissuto fino ai 20 anni comportandosi in maniera amorevole, come se niente fosse, senza lasciar trapelare nulla. Oppure, anche mettendo il caso che così fosse stato, ovvero che abbia tramato tutto, Almodovar avrebbe dovuto mostrarcelo, farci vedere questo lato del personaggio: gli spettatori non aspettano altro che imparare cose dall’emotività dei personaggi. Se tu, regista, le censuri, noi non impariamo nulla né sui personaggi, né per osmosi, su di noi, e non ci affezioniamo a loro. Ci sono poi delle inverosimiglianze cubitali: che Julieta incontri per caso per due volte la migliore amica della figlia nel giro di un paio di giorni, a Madrid ― non a Trentoville, Madrid ― be’ mi pare assai tirato per i capelli.
Hannah Arendt perdonerà se utilizzo impropriamente il titolo del suo capolavoro, ma a me piace molto ricorrervi quando vedo questo genere di film. La banalità del male. Cosa c’è di più scontato di mostrare una figlia che vuole vendicarsi della madre, e che poi si ravvede quando anche lei perde un figlio e decide di perdonarla?
Dicevo, i tempi sono sballati perché il finale (lieto) è una mela matura che ci piomba in testa così, dal nulla― e senza portare nessuna intuizione newtoniana, ahimé ― giusto perché è il novantesimo e l’arbitro sta per fischiare. Più che un ricongiungimento sensato tra madre e figlia, mi pare cucito all’ultimo, proprio per chiudere il film. La fretta, si sa, è cattiva consigliera, Pedro… Avresti potuto risparmiarti un film inutile, e soprattutto, risparmiarlo a noi.

Oddio ma mi rendo conto che ho finito per massacrare il film ― ecco dove finiscono i miei buoni propositi… Volevo risparmiarvi il pippone su “Julieta”, e investire le vostre energie nel vero film della settimana, “S is for Stanley”. E sono stata tanto tantissimo contenta di aver avuto con me degli estimatori del genere docu, la Vanilla, il D-Bridge, il The-Shoe-Must-Go-On e la Honorary Member Mic in sync da Vicenza, che con me hanno moltissimo apprezzato questa perla di film ma che dico perla, De Beers.
Come vi avevo accennato la volta scorsa, il docu racconta la storia vera di Emilio D’Alessandro, che ha servito Stanley Kubrick in qualità di tuttofare e autista dalla fine degli anni ’70 al 1999, anno in cui il regista morì. È Emilio, ormai ottantenne, a raccontarcela: il regista Infascelli lo intervista, ma sono le sue parole a fare il film, il suo fare pacato, quasi fanciullesco, e per bene. Capisco Infascelli, che ha fatto di Emilio ― e non del mito Stanley Kubrick ― il protagonista del suo film. Emilio ― lo vedeste ― è un essere umano umano, che ha dedicato tutta la sua vita a Stanley, ma non da fan che stravede per il mito e lo riverisce in tutto e per tutto. Emilio è mosso da un affetto, un caring sincero, verso quell’uomo pieno di nevrosi ― obbiettivamente Stanley è un tipo con PARECCHIE nevrosi, non stentiamo a crederlo, guardando i suoi film ― senza chiedere sostanzialmente nulla in cambio. Mette Stanley in primo piano nella sua vita, persino prima della famiglia, della moglie e dei figli, ma non per ricavarci qualcosa. Ma solo perché si sente davanti a un uomo che ha bisogno di lui. Cosa fai quando davanti a te hai uno che ha bisogno di te? Lo aiuti.
Questa assoluta mancanza di arrivismo o di ruffianeria da parte di Emilio, ci restituisce il ritratto di un uomo buono, semplice, buono. E quanto è bello, vedere un uomo così, e sentire storie così!
Certo, Stanley lo subissava di richieste in forma di pizzini ai limiti della follia… “Emilio, vai in merceria e fammi cambiare la cerniera del pullover”, “Emilio, ho visto che la cerniera del pullover ancora non funziona. Torna in merceria”, “Emilio, ci sono ancora dei problemi con la cerniera del pullover” (!) “Emilio, vammi a comprare l’affettato”. “Emilio, mi servono 3000 candele” (gli servivano per illuminare il set di “Barry Lindon”, unico film nella storia a godere della luce naturale e di quelle 3000 candele). “Emilio, comprami dieci termometri per misurare la temperatura della casa nei week-end” ― a cosa gli interessava, poi, la temperatura della casa nei weekend, lo sapeva solo lui…
La cosa buffa è che la prima commissione richiesta e svolta da questo italiano originario di Cassino e trasferito in UK per cercar fortuna, fu quella di trasportare sul suo taxi, il grosso fallo di plastica che compare in “Arancia meccanica” ― ve l’immaginate un fallo gigantesco caricato in un taxi, per le vie di Londra?! Commissione che Emilio svolge senza fare una piega, conquistandosi la fiducia di Stanley.
“S is for Stanley” porta alla luce un essere umano umano come Emilio ― prima parlavamo di umanità, ecco qui ne abbiamo 70 kg di esempio ― trasformando così in memoria collettiva una memoria privata. Ma il docu fa di più: lavora sulla memoria collettiva che tutti abbiamo di Kubrick ― il genio, il perfezionista, l’idiosincratico ― mostrandocelo nel suo quotidiano. È una piccola storia che entra in punta di piedi nella Storia, cambiandola un po’. Pertanto il risultato è doppio: svelamento del piccolo grande nascosto (Emilio), e svelamento del grande piccolo svelato (Stanley). Non è un caso che Kubrick sia “Stanley” nel film, a partire dallo stesso titolo ― è il lato “Stanley” che interessa al regista. Di Kubrick ne sappiamo già a palate.
Emilio accetta di condividere con noi e la posterità dei ricordi che altrimenti sarebbero rimasti nel suo universo personale-famigliare. Ma decide consciamente e coscienziosamente quali rivelare e quali tacere, e non c’è da parte di Infascilli, la morbosa bulimia del “tell me more”. Il regista si ferma ― così come i due si fermano fuori dal cancello di casa Kubrick, dopo la morte di Stanley ― e non costruisce un docu basato sul mero gossip, l’aneddotica spiccia da drogati voyeristi. Emilio non l’avrebbe mai permesso. E il rapporto di fiducia che s’instaura fra protagonista primo (Emilio), protagonista secondo (Stanley) e protagonista terzo (Infascelli) rende questo prodotto diverso e unico rispetto ai tanti documentari girati sui geni della cinematografia.
La relazione sui generis che i due sviluppano negli anni meritava davvero un film ― e un libro su cui il film è basato, “Stanley Kubrick e me. Trent’anni accanto a lui. Rivelazioni e cronache inedite dell’assistente personale di un genio”, edito da Il Saggiatore. Le rinunce e i sacrifici da parte di Emilio non si contano, sia sul piano famigliare ― Stanley strappava Emilio alla famiglia a tutte le ore, 7 giorni la settimana, 365 giorni all’anno ― ma anche legate alle passioni: Emilio avrebbe voluto diventare un pilota di macchine da corsa. Avrebbe avuto il talento per farlo, ma rinunciò per stare appresso a Stanley.
Aleggia ogni tanto nell’aria del docu lo spettro di un rapporto master-slave, di sfruttamento anche da parte di Kubrick, e la domanda di fondo: perché Emilio ha accettato di rinunciare alla sua vita per dedicarla a Stanley? Forse Emilio ― e qui risiede la sua grandezza ― ha percepito il bisogno di quest’uomo di potersi affidare a lui per realizzare i suoi capolavori. E semplicemente non ha potuto dire di no, né ha agito in maniera opportunistica, gettando la sua storia in pasto ai tabloid per ricavarne successo e soldi. Stanley, mente pazza ma certo non cieca, si rese conto di essersi impossessato della vita dell’uomo, e volle omaggiarlo attraverso il mezzo di cui disponeva: il cinema. E decise di inserirlo all’interno del suo ultimo film, “Eyes Wide Shut”. Tutti andremo a rivederlo, e noteremo che il personaggio del tabaccaio, è interpretato proprio da Emilio. Che la pizzeria sulla strada nella quale Tom Cruise va a ritirare mantello e maschera per l’orgia, si chiama “Da Emilio”. E se facciamo attenzione, ne scoveremo anche la moglie, nei panni di una passante. Quale gesto più grande, da parte di Stanley, se non quello di eternizzare l’amico e la sua amicizia, incidendola sulla pellicola di un capolavoro?
La parte finale è ad alto tasso commozione: Emilio decide di tornare a Cassino, e il distacco è duro da gestire da parte di entrambi. Soprattutto di Stanley. E sapete che succede? Emilio e la moglie ritornano in UK per aiutare il regista con il suo ultimo film! (Tre anni eh, non tre settimane…). Questa devozione, questo rapporto di autentico affetto, è un’assoluta rarità all’interno dello showbiz, in cui, generalmente, tutti sfruttano tutti.
Questa storia ci fa vedere che altro è possibile.
Poi ovviamente, se siete dei cinefili spinti, be’, troverete tutta una serie di riferimenti alla cinematografia kubrickiana che vi faranno strabuzzare gli occhi. Emilio apre la serranda del suo garage alla cinepresa di Infascielli, e le offre dei cimeli unici davanti ai quali si sogna. Il fischietto e il cappello del generale Hartmann di Full Metal Jacket, una delle maschere veneziane usate nell’orgia di Eyes Wide Shut e il cappotto&stetoscopio indossati da Tom Cruise, la mazza da baseball di Alex il Drugo, e chicca di tutte le chicche: il tappeto arancione sotto le poltrone di casa d’Alessandro a Cassino, viene direttamente dall’Overlook Hotel di “Shining”!
Se avete voglia di passare 80 minuti di storia del cinema, e tenerezza e commozione, procuratevi di corsa questo film. Please, please, please, do it!

E ora con rammarico, esco dalla storia del cinema…ma passo a proporvi un film niente male per la settimana

FIORE
di Claudio Giovannesi

Uno dei pochi film sbarcati a Cannes quest’anno e che ha fatto parlare bene di sé ― prendiamo sempre i giudizi con le pinze… Mi recherò in sala curiosa nei confronti di questa nuova attrice, una cameriera pescata in un bar e gettata nel film come facevano i Neorealisti… Pare essere talentuosissima. Voglio proprio vederla in azione…

E vi “chiedo un favore”: non azzardatevi a vedervi “The Neon Demon” del danese Nicolas Winding Refn senza di me. Voglio esserci! (E avete già capito qual è il Lez Muvi della prossima settimana… ;-))

E ora chiudo qui, oggi vi sono stata tra i piedi un bel po’, con tutte queste parole parole parole, e forse era meglio chiamare Mina.
A ogni modo, spero possiate perdonarmi, venire al cine martedì, fermarvi ASSOLUTAMENTE nel Maelstrom adesso, e accettare i miei ringraziamenti e i miei saluti, stasera, suffragistilistichespiralitosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dunque abbiamo ospitato il Festival dell’Economia in questi ultimi 3 giorni, un’edizione che ho trovato particolarmente felice e riuscita. “I luoghi della crescita” è stato un tema che ho molto azzeccato, in questo particolare momento storico in cui i luoghi sono motivo controverso ― pensate ai luoghi anelati/vietati dell’immigrazione, alle periferie, alle smart cities…
Ho avuto modo di vedere in anteprima un documentario che, thanks God, verrà distribuito ― anche se non so bene ne quando né come. Vi chiedo solo di segnarvelo. S’intitola “IN THE SAME BOAT” di Rudy Gnutti, una riflessione attraverso big del calibro di Zygmunt Baumann, Tony Atkinson, Serge Latouche, Erik Brynjolffson e Jose Pepe Mujica sul futuro ― inquietante ― che ci attende, con la tecnologia che ci rimpiazzerà, l’esaurimento delle risorse naturali del pianeta e un’economia che produce immani ricchezze ma che non sa redistribuire.
Mi sono portata a casa, con animo pensieroso, il caso dell’Isola di St Matthew. Conoscete?
St Matthew è un’isola deserta sperduta nel mare di Bering. Nel 1944, 29 renne furono introdotte sull’isola dalla Guardia Costiera degli Stati Uniti per fornire una fonte di cibo d’emergenza. La Guardia Costiera abbandonò l’isola pochi anni dopo, lasciando le renne, la cui popolazione, grazie a un habitat congeniale, crebbe talmente tanto da arrivare a circa 6.000 capi nel 1963.
Poi, nel 1965 crollò a 43 animali. Da 6000 a 43 animali nel giro di due anni.
Nel 1980, la popolazione delle renne era completamente estinta.
Sapete perché?
Le renne avevano razziato tutti gli alberi. Avevano finito tutto quanto.
Il fenomeno viene chiamato “morire di successo”.

Halloooo, mankind, vogliamo fare la fine delle renne dell’Isola di St Matthew???
Stiamo finendo tutto!

Ricordatevi questo film. “IN THE SAME BOAT”.
È lì che siamo.

FIORE: Carcere minorile. Daphne, detenuta per rapina, si innamora di Josh, anche lui giovane rapinatore. In carcere i maschi e le femmine non si possono incontrare e l’amore è vietato: la relazione di Daphne e Josh vive solo di sguardi da una cella all’altra, brevi conversazioni attraverso le sbarre e lettere clandestine. Il carcere non è più solo privazione della libertà ma diventa anche mancanza d’amore. FIORE è il racconto del desiderio d’amore di una ragazza adolescente e della forza di un sentimento che infrange ogni legge.

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LET’S MOVIE 283 propone LA PAZZA GIOIA e commenta LUI E’ TORNATO

LET’S MOVIE 283 propone LA PAZZA GIOIA e commenta LUI E’ TORNATO

LA PAZZA GIOIA
di Paolo Virzì
Italia, 2016, ‘118
Martedì 17/Tuesday 17
21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

 

Further Future Fellows,

Sono quasi certa che non ne abbiate sentito parlare ― ma potrei anche sbagliarmi e prendere uno di quei granchi colossal, tipo dimenticare le Nike ai piedi dei centurioni in Ben Hur. Un paio di settimane fa, nel bel mezzo del nulla del Nevada, si è tenuto questo festival che ha radunato 5000 tra imprenditori della Silicon valley ― i brianzoli della California ― e VIP vari. È un evento molto esclusivo, sfacciatamente posh, in cui i partecipanti arrivano in roulotte super-chic, parlano di “futuro” fra centrifughe salutiste, trattamenti spa, sauna, party sfrenati e servizi super lusso. Si vestono in stile steampunk, cioè combinano elementi ottocenteschi a cyber look futuristici. Se guardate le foto dell’evento, vi sembrerà di stare dentro a uno di quei film ambientati tipo nel 3018, in cui i personaggi sono regolari cittadini del 3018 eppure mantengono dei cimeli del passato per ricordarsi di un triassico perduto. L’evento punta a mettere insieme la crème de la crème delle menti “innovative” degli Stati Uniti e farsi venire delle “idee per il futuro”.
Posto che tutti siamo liberi di fare quello che ci pare e se 5000 anime vogliono vestirsi da Sherlock Holmes coi bulloni al posto dei bottoni, noi certo non lo impediremo. La perplessità che mi rimane riguarda più che altro l’elitismo ― etilismo, anche ―sotteso all’evento.  “Qui plasmiamo il futuro con le uniche persone che possono farlo”, ha dichiarato il tizio che si è inventato questa Woodstock 2.0. Come se il futuro fosse di loro competenza, e loro, divini, potessero “plasmarlo”… Non so, Fellows, voi non ci vedete qualcosa di terribilmente superato, o che dovrebbe essere superato? Qualcosa di smaccatamente classista, e massonico? Le intuizione originano dal singolo ― genio, pazzo o genio pazzo. E questi eventi incubatori mi sembrano più che altro dei rave per hipster a cui piace ― piace un sacco ― far parte di un nuovo gotha che crede di tenere fra le mani il destino del mondo… Attenzione perché fra 10 o 12 anni, anche l’Italia avrà il suo Further Future Festival ― dobbiamo sempre calcolare il decennio di fuso tra quello che succede aldilà dell’Atlantico e l’Italia…

Anyway… Passiamo a qualcosa di ben più gudurioso per le papille gustative del vostro Board. Mercoledì sì è verificato quello che auspicherei per ogni settimana: l’invasione degli ultra Moviers! Persino il Mastro non credeva ai suoi occhi, davanti a tanta calca lezmuviana… Per primi nomino tre Fellows presenti anche la settimana scorsa ad “Out of Nature”: tre povere vittime dell’arteriosclerosi di cui drammaticamente vi accennai. Li maiuscolizzo pure, nel basso tentativo di guadagnarmi il loro perdono. La CHOCOLATE, lo STRAWBERRY FIELD e il MCDUCK. A loro si affiancano, in tutta la loro molteplicità, l’Onassis JR, il Felix, il Ca[n]dy, la Vanilla, la Modenella e, squillino le trombe, laMilanie de Monaco ― dopo tanti anni monegaschi, finalmente tra noi plebe al cine! 🙂

Le domande che innervano “Lui è tornato” sono varie. E se tornasse? Se, per qualche strana magia del destino, Adolf Hitler, altrimenti noto come Quando il Male incontra il Peggio e si trasforma in Pessimo, ripiombasse sulla terra in piena contemporaneità, cosa direbbe? Cosa farebbe? E noi, come ci comporteremmo? Il regista Wnendt ― per fortuna c’è una “E” fra quella selva di consonanti altrimenti nessuno si avventurerebbe a pronunciare il suo nome― è partito dall’omonimo romanzo di Timur Vermes e ha portato sul grande schermo il personaggio più tabù della storia. Hitler è un territorio sul quale camminare è, tutt’ora, pericolosissimo. Prenderlo e costruirvi attorno una satira, una satira che è su di lui ma molto anche su di NOI, popolino alimentato dal tubo catodico e drogato di www, è un gesto di encomiabile coraggio che andrebbe riconosciuto anche a livello istituzionale, non solo nazionalpopolare (!) ― il film è stato il più visto in Germania nel 2015, superando addirittura il blockbuster “Inside Out”. Un qualche premio, ci starebbe tutto.
Dicevamo, Hitler, LUI, quello vero, non uno che si finge lui, ritorna fra noi. Tutti nel film credono si tratti di uno finto, un attore molto bravo cresciuto a pane e Stanivslavsky system e calato nelle profondità di un ruolo da interpretare, o uno di quegli squilibrati che si credono la reincarnazione di un personaggio storico. E come tale lo trattano. Ma lui, badate bene, è proprio LUI. Adolf, in tutto il suo fuhrore dittatoriale ― per inciso, il fatto che il titolo di Fuhrer sia vagamente assonante con un certo cognome di un certo Board, e che voi facciate tutti parte dell’amabile dittatura lezmuviana sono delle pure coincidenze e non hanno nulla a che fare con il Nazionalsocialismo eh, sia chiaro… 🙂
Torniamo all’inizio del film, a Hitler piovuto nel presente dal passato. Da bravo go-getter qual è, cosa fa? Prende dimestichezza con il 21esimo secolo, e lo piega al suo famigerato Hitler-pensiero per riconquistare il mondo ― i tempi cambiano ma le mire del Fuhrer restano. Affiancato da Sawatzki, un giornalista free-lance che l’ha scovato e che è il suo esatto contrario ― un mammone tenerone che dorme con la borsa dell’acqua calda sulla pancia ― Hitler comincia a girare per la Germania, a parlare con la gente, a camminare tra il suo Volk, ja. Noi lo seguiamo passo passo giacché il regista ― quel dritto del regista ― ha deciso di stargli addosso costantemente con la cinepresa come se Hitler fosse il protagonista di un documentario, una specie di politico/inviato speciale sul campo che tasta il polso e il malcontento della popolazione. E grazie a questo escamotage, noi vediamo come reagiscono le persone che il Fuhrer redivivo approccia.
Che le reazioni delle persone siano vere o ricreate cinematograficamente poco importa ― in ogni caso, secondo me sono pura fiction. A Wnendt non interessa la verità scenica, interessa sguinzagliare dentro di noi un inquietante dubbio. Hitler raccoglierebbe consensi se camminasse tra la folla di oggi, se scendesse nelle periferie, se prestasse orecchio al popolo che si lamenta di oggi? La risposta, inquietantissima più del dubbio stesso, è sì. Sì, oggi un personaggio che parla come Hitler, che propone ideali duri e puri ― contro qualunquismi e correttezza politica e politica temporeggiatrice ― spopolerebbe fra la gente, stanca com’é di vedersi “invadere casa” da stranieri e sentirsi “derubata” del proprio spazio e dei propri diritti. Spopolerebbe anche perché la multimedialità social di oggi gli costruirebbe attorno un personaggio che potrebbe rendercelo “vicino”, simpatico, esattamente come viene mostrato nel film: Hitler mentre gioca a bowling, Hitler apicoltore, Hitler che familiarizza con un mouse. Questo, ovviamente, ci riporta alla memoria filmati degli anni ’30 e ’40, in cui il Fuhrer era immortalato mentre si dilettava fra le montagne della Carinzia dall’Intimo (!) del suo chalet, oppure mentre “scherzava” con i super-atleti della sua Hitler-Jugend. Ci riporta alla mente anche il suo Italian buddy Benito ― il mio immaginario, a quelle immagini, affianca tutta una serie di fotogrammi del Duce contadino, del Duce boxeur, del Duce operaio…
La reazione della collettività è esattamente quello di 80 anni fa. Folle e folle di persone affascinate, di più, ipnotizzate dal modo di fare del dittatore, dal suo carisma, dalla sua semplice presenza fra loro.
Il film pertanto costruisce l’Ascesa del Fuhrer, Parte Seconda. Così come nel ’33, oggi, nel 2014, il Fuhrer s’imporrebbe alla società. Nel ’33 era passato per la Notti dei Lunghi Coltelli e per una propaganda di dimensioni epiche. Oggi il suo “atto violento” si riduce comicamente-irriverentemente all’uccisione di un cane (!) e attraverso l’appropriazione dei nostri mezzi: televisione e internet. E la cosa paurosa è che le persone finirebbero per subire il suo ascendente esattamente come era successo in passato. Sotto questo punto di vista il film è devastante: ti sbatte in faccia, con la potenza dell’ironia ― c’è qualcosa più potente?? ― questa amara verita’.
E Il monito di Primo Levi, “È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo”, si fa sempre più insistente durante l’evoluzione del film: Hitler raccoglie via via consensi, followers, laik, selfie, conquista il mondo dell’editoria scrivendo il Sequel del Mein Kampf, e conquista pure il mondo del cinema, diventando il protagonista di un film sulla sua vita. E qui i patititi dell’heavy meta (!) e della finzione-nella-finzione ― tipo me ― vanno in visibilio. A un certo punto il film che stiamo vedendo si con-fonde al film su Hitler che stanno girando tanto da disorientarci, da farci perdere un po’ l’equilibrio. La finzione che si sovrappone alla finzione propone una realtà da cui lo spettatore non può distogliere lo sguardo: Hitler potrebbe riconquistarci. Hitler, o Quando il Male incontra il Peggio e si trasforma in Pessimo, rivive oggi nelle sparate xenofobe travestite di “buonsenso” di certi leader di destra, nei muri che si progettano lungo i confini, nelle porte chiuse davanti alla faccia di certi immigrati. In una delle scene finali, Hitler ci fa scivolare in testa una verità che risuona oscura, e che ci portiamo a casa dopo il film: “In fondo siete tutti come me: non ci si può liberare di me, sono una parte di tutti voi. Queste parole escono dalla sua bocca dopo che Sawatzki, nel finale del film-nel-film, gli ha piantato una pallottola in faccia: Hitler non muore. Mai. Hitler è “una parte di noi” ― è il lato oscuro della Forza, per dirla con Yoda. Ogni volta che si parla di muri, di recinzioni, di “respinto”, di “raus”, Hitler parla. Ma il film, in tutto questo, è orribilmente comico ― è orribile ridere del Fuhrer perché orribile riconoscere che un figuro tale possa suscitarci il riso, ovvero della simpatica ― e ci sono delle scene davvero memorabili, come per esempio Hitler che rimira ed esalta la bellezza di un paesaggio montano per poi inquinarlo, lasciando cadere un bicchierone vuoto. Oppure la scena macabra e comicissima dell’uccisione del cane, e la reazione, altrettanto macabra e comicissima dei media e dell’opinione pubblica. Uccidere un cane è inaccettabile! Finché si tratta di far fuori qualche milione di ebrei fuori onda, bene, ma un cane, in diretta tv, eh no, questo no, è inaccettabile… Wnednt ci prende in giro come raramente siamo stati presi in giro. Oltre ai nostri timori, ci sbatte in faccia anche ciò che siamo diventati. Non facciamo che ingozzarci di junk-tv, di programmi di cucina in tutte le salse e reality piegati alla (il)logica del “più trash più success”, e tutta questa spazzatura ci getta in uno stato di narcosi del pensiero nella quale non distinguiamo nemmeno più la minaccia deldéjà-vecu, anzi, la prendiamo per “cool”, la tempestiamo di laik, e la diffondiamo, postando foto che sono obbrobri e twittando massime che sono minime. Alla fine siamo artefici della nostra stessa sventura, siamo noi, società, che permettiamo a un Hitler Parte II ― o a chi per lui ― di tornare alla carica dopo averne provato gli orrori nelle Parte I. Questo è un messaggio forte, e anche doloroso ― a maggior ragione se pensiamo a quanto ci piace considerarci avanzati, a quanto godiamo nello sbandierare le nostre “democrazie” moderne. Così come dolorose sono le scene finali, in cui Hitler e la sua nuova Eva Braun e compagna di avventure, sfilano per la città su una Mercedes vintage, salutando il popolo come due sovrani appena insediati, e immagini del nostro passato recentissimo ― direi praticamente presente ― scorrono davanti ai nostri occhi. E mentre la tenebra dilaga là fuori, nella cella bianchissima di un manicomio, il povero Sawatzki finirà i suoi giorni, l’abbraccio della camicia di forza come unica consolazione. L’unico che ha capito come stanno veramente le cose, finisce internato, come sempre succede nei regimi totalitaristi.
Il passato non è mai passato, e non è mai stato così vicino a essere presente come oggi, ci dice il film.

Ripensando a questo, alla perpetrazione dello schema, mi è tornato alla mente un altro bellissimo film che vi consiglio, “L’onda” di Dennis Gansel (2008): per spiegare il radicamento della dittatura, un professore di liceo coinvolge i suoi studenti in un esperimento di dittatura in aula. Poco a poco gli studenti ci prendono gusto e l’esperimento sconfina fuori dalla classe con esiti nefasti… “L’onda”, così come “Lui è tornato”, mostrano quanto sia incredibilmente facile rimanere avvinti dal carisma di una personalità leader, capace di premere i tasti giusti con le masse, ricorrendo molto spesso a uno schema tanto semplice quanto efficace: prima si fa leva sul malcontento generale, poi si rafforza una sensazione di appartenenza a un gruppo coeso (noi contro il resto del mondo), poi si aizza lo spirito di rivolta nei confronti dello stato delle cose e si alimenta quel senso di orgoglio nazionale che taluni paesi mostrano di avere in forma più spiccata di altri ― ecco, per esempio, l’orgoglio del popolo italiano io lo vedo più come una specie di soddisfazione del proprio made-in-Italy (arte, moda, cucina, Sophia Loren) che un vero e proprio pride… Siamo troppo ironici per essere patriotici.

Credo che scavallata le fin du siècle, i cineasti dovrebbero prendere maggiormente in considerazione la satira spietata come quella adottata da Wnednt. Vedo, invece, altri trend profilarsi all’orizzonte… Quelli buonisti, quelli scontati con i loro filmetti scontati, dalla morale scritta in fronte a ogni fotogramma, dove entri in sala e poi esci e non solo sei la stessa identica persona che era entrata due ore prima, ma pure terribilmente annoiata, e ti vedi bene dal ridare un’altra possibilità a quel regista, la prossima volta… Mi sto riferendo, nello specifico, a “Where to invade next”, l’ultimo documentario di Michael Moore, nel quale l’Italia non solo è dipinta con la solita stereotipia ― la Vespa in piazza con i tavolini fuori e gli italiani pummarola ‘n coppa che si godono la vita ― ma anche come il paradiso del lavoro, e della tutela del lavoratore (!!). Alla luce della parzialità con cui Moore tratta il nostro paese ― e presumo, anche gli altri nel documentario, come Francia, Slovenia e Norvegia ― rimetto in discussione i suoi lavori precedenti e faccio opera di revisionismo storico.
Film come “Lui è tornato” ti tolgono il terreno da sotto i piedi e lo sostituiscono con qualcosa d’ignoto che ti costringe a interrogarti sia su quello che lo schermo ti presenta, sia sulle tue stesse reazioni. Quando ridiamo davanti alla comicità involontaria di Hitler, come ci sentiamo? Trovare Hitler Adolf divertente, come ci fa sentire?
Scoccia che il film sia rimasto nelle sale così poco, e che non sia stato preceduto dal battage pubblicitario che avrebbe meritato. Me ne domando la ragione… Forse la disponibilità su Netflix ha rovinato l’effetto bomba. È un peccato: questo film, è, a tutti gli effetti una bomba cinematografica di rara potenza, e non solo lo inserisco nella top-ten dei film di questi ultimi opachi tempi, ma mi auguro che acquisti, nel tempo, magari grazie al passaparola, sempre maggiori estimatori ― non “followers”, estimatori!

E ora Fellows prendiamo tutti un bel TGV e ci trasferiamo in massa a Cannes! Quest’anno i cugini non ci hanno voluto in concorso, ma ci hanno concesso ― bontà loro ― la sezione della Quinzaine des Realisateurs, che, guardate, è il non plus ultra per un regista: vai lì, non hai l’ansia di vincere o perdere e il tuo film viene visto e fatto circolare. Meglio di così… 😉
E proprio in quella sezione, troviamo

LA PAZZA GIOIA
di Paolo Virzì

Vediamo se Virzì riesce a bissare il successo di “Il capitale umano” di due anni fa. “La pazza gioia” sembra essere un film profondamente diverso ― o meglio, “Il capitale umano” è stato un film profondamente diverso rispetto alla produzione virziniana, quindi “La pazza gioia” potrebbe essere un “back to the origins” o qualcosa di completamente nuovo.
Non mi mancate, Moviers eh, non mi mancate. Ormai mi sono abituata ad avere folle di Fellows ai film, e spererei di mantenere quest’andamento da NASDAQ almeno fino alla fine della stagione ― uno si deve porre degli obbiettivi irraggiungibili ogni tanto… 🙂

E ora Fellows vi lascio liberi di scorrazzare nella vostra domenica sera, vi spalanco un Maelstrom nel caso in cui vogliate farvi ispirare, vi ringrazio della pazienza e vi mando dei saluti, avveniristicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Guardate cosa si è inventato questo innamorato di Brescia per chiedere in moglie la sua bella… C’entra il cine… http://video.repubblica.it/edizione/milano/brescia-la-proposta-di-matrimonio-arriva-al-cinema-il-loro-amore-sul-grande-schermo/239203/239116
Be unconventional, Moviers! 😉

LA PAZZA GIOIA: Beatrice Morandini Valdirana è una chiacchierona istrionica, sedicente contessa e a suo dire in intimità coi potenti della Terra. Donatella Morelli è una giovane donna tatuata, fragile e silenziosa, che custodisce un doloroso segreto. Sono tutte e due ospiti di una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali, entrambi classificate come socialmente pericolose. Il film racconta la loro imprevedibile amicizia, che porterà ad una fuga strampalata e toccante, alla ricerca di un po’ di felicità in quel manicomio a cielo aperto che è il mondo dei sani.

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