Posts Tagged "Festival del Cinema di Cannes 2017"

LET’S MOVIE 366 da NYC commenta “THE RIDER” di Chloé Zhao

LET’S MOVIE 366 da NYC commenta “THE RIDER” di Chloé Zhao

Mozart Moviers,

è lui che vado a sentire al Met. E facciamo subito una distinzione — i non-newyorkesi si confondono sempre, e anch’io, all’inizio.
Ci sono due Met. La Metropolitan Opera, che sta al Lincoln Center, la piccola cittadella delle arti fra la 65esima e la 67esima, sulla Columbus, Upper West Side. E poi c’è il MET, Metropolitan Museum of Art, il quarto museo più visitato al mondo, il mastodonte territoriale che occupa quattro isolati, lungo la 5a Avenue, Upper East Side.
Venerdì sono stata al primo Met, quello dell’opera. L’occasione, ghiottissima. L’ultima serata in cui mettevano in scena una versione di “Così fan tutte” che ha fatto scrivere pagine e pagini di elogi sul New York Times e sul New Yorker. Tutti gli spettacoli sold-out, un miracolo trovare i biglietti — sono stata miracolata.
Ma tutto, in realtà, sapeva di miracolare, venerdì. Dopo due settimane di freddo assassino, un freddo che è come un dio — innominabile. Un freddo, quello tra marzo e aprile, che rientra nei misteri più agghiaccianti (!) della mia permanenza qui. Dopo quel freddo lì, da un giorno all’altro — letteralmente da un giorno all’altro — lo zero termico viene scalzato da 25 gradi.
Allora la prima cosa che faccio, e che voglio fare sin dal giorno in cui mi sono trasferita al Rockfall, al 545 della 111esima West, è quella di pigiare “10” nell’ascensore e ascendere al paradiso del rooftop. Per spaparanzarmi al sole, monitorata a vista dall’Hudson, dalle infinite cisterne che costellano lo skyline tutt’intorno, e dal Chrysler Building, laggiù in fondo. E dall’Empire, anche lui piccolo piccolo. Sotto di me c’è la Broadway, e senti la vita di quest’arteria che alimenta di traffico e umanità il ventricolo destro del cuore di Manhattan. I camion della spazzatura a tutte le ore. Le ambulanze, i cops, i tir che riforniscono i negozi e si fermano sistematicamente in seconda fila, e nessuno dice niente — NYC come Napoli.
Da lassù, dal rooftop, tutto sembra più remoto, ovattato dall’altezza e dalla distanza. Immagino quanto possa picchiare duro il sole in piena estate. Dalle 4 pm alle 5 pm, ovvero l’ora che sono rimasta lì, mi ha stordito. Dopo tutt’un inverno ad agognare il caldo, quando il caldo finalmente arriva ti coglie sempre impreparato. Hai perso la mano, non sai più come gestire questa forza bianca che ti batte la testa e ti stende su un lettino in una specie di coma fotovoltaico.
E quella volta che vai al Met, devi costruirci un rito attorno. Non ci vai in jeans e ‘na maglietta, no. Ti metti il Karl Lagerfeld che hai trovato a una svendita della svendita della svendita e che hai pagato 38 dollari. E New York fa anche queste cose: ti regala i vestiti, se sai dove guardare. E l’hai preso tipo sei mesi fa, sapendo che, con quei fiori lì, avresti potuto indossarlo solo a primavera, e l’hai fatto aspettare nell’armadio tutto quel tempo, aguzzina. Poi però ecco che arriva quel giorno, il 13 aprile. E tu ti c’infili dentro e magari ci abbini un paio di Alessandro Dell’Acqua ai piedi. Perché New York, se sai dove guardare, ti regala anche le scarpe — 29 dollari.

E te ne esci di casa, prendi la metro e decidi di scendere alla 72esima, 5 isolati prima della tua fermata. Perché a una temperatura così empirea solo San Pietro ci è abituato. Noi, credenti o ate(sin)i, no. E cammini quei cinque isolati, sentendo la primavera addosso, e addosso agli altri. Finalmente i fiori di Karl Lagerfeld, sepolti per sei mesi dentro l’armadio, sbocciano. E tu sorridi come una demente — sei il PhD della demenza. Non riesci a tirarti giù dalla faccia quel sorriso che rivolgi a tutti e a tutto. Perché hai dei fiori finalmente liberi addosso, e perché adesso sei arrivata davanti ai gradini del Lincoln Center e lo spettacolo comincia lì, proprio lì. Il pubblico dell’opera che arriva. Tacchi e shiffon, cravatte. Ma anche jeans e scarpe da ginnastica, perché non per tutti il Met è un luogo sacro alla stregua della Basilica di San Pietro a Roma e la Chiesa di San Marco a Venezia — in cui entrare abbigliati comme il faut. E li rispetto, ma mi spiace per loro: ci rimettono parte del fun — e finiranno all’inferno, sicuro. 🙂
Le persone si danno appuntamento attorno alla fontana tonda che sorge in mezzo alla U del Lincoln Center — il Met sta nella pancia della U. Sulla stanghetta di sinistra c’è il New York City Ballet, su quella di destra la David Geffen Hall. Lì a due passi, verso destra, il Lincoln Center Theater, e di là dalla strada la Julliard, la scuola di ballo che tutte le punte sognano.
Sono le 7:45 pm, quell’ora del divenire in cui il giorno non è più e la notte non è ancora, e la luce è il periodo Blu di Picasso.

C’è a chi il Lincoln Center non piace, da un punto di vista architettonico. Hemingway, l’amico newyorkese incavolato nero con la città di New York, si scaglia sempre con veemenza trappattoniana contro questo complesso artistico. “Don’t you see it is Fascist??”, mi ha già strillato due o tre volte. Io vorrei dirgli che veramente io non confondo il Fascismo con il Razionalismo. Che non dobbiamo essere così grossolani nei nostri giudizi, Hemingway. Io non canto certo “Faccetta nera bell’abissina”, tuttavia apprezzo certe strutture firmate Terragni. Amare il futurismo fa di me una filo-mussoliniana? Non credo proprio… E toh, mi piacciono anche certi edifici dell’EUR, soprattutto il Palazzo della Civiltà Italiana, che l’ha voluto Fendi a tutti i costi per metterci dentro i suoi capolavori. E mi piace anche il gusto razionalista del Lincoln Center. Mi piacciono la sua semplicità, linee e spigoli elementari, da albori della geometria. Mi piace l’idea che da dentro contenitori bianchi regolari spuntino fuori forme infinite di spettacoli dai colori altrettanto infiniti — come un “Così fan tutte” ambientato a Coney Island negli anni ’50.
Capito Hemingway??
🙂
L’interno del Met è una combinazione di velluti e moquette bordeaux, grossi lampadari Svarowksi, e giroscale in muratura bianchissima. Nel piano interrato sorgono due pareti tappezzate di ritratti in bianco e nero, di tutti i grandi attori che ne hanno calcato le scene.
Lì accanto, un busto dorato.
Caruso.
La fauna che si aggira al Met è della più variegata. Tantissime coppie gay. Le distingui non solo dalla mano nella mano o, più comunemente, dalla mano dell’uno sulla nuca dell’altro, ma dal look. Tiratissimi. Colori pastello, sete. Oppure completi scuri, pantaloni sempre taglio skinny, leggermente sopra la caviglia, le giacche a cui manca un nulla per essere troppo strette, ma che per qualche miracolo, non lo sono — dei miracolati anche loro. Un numero spaventosamente rincuorante di giovani. Giovanissimi. Dai 18 ai 25. Specie nel family circle, ovvero la parte più alta in galleria, quella che un tempo si riservava alla plebe. Anch’io sono lì — plebea. E non mi lamento: il teatro è sold-out. Mi sarei fatta andar bene anche gli scalini fra un settore e l’altro. Anche la soffitta, il tetto. Tutto. Purché dentro.

E poi ci sono i balconcini riservati ai Guild Members del Met. Avete il vostro palchetto, accesso esclusivo alla Belmont Lounge, un ristorante a voi riservato, e vi presentate all’opera in smoking. Sborsate un fee-ottìo all’anno, il ristorante è tanto scenografico quanto la cucina pessima. Ma figo, fa figo, non si discute.

L’opera in sé, “Così fan tutte”, se letta in chiave contemporanea, potrebbe portare neo-femministe, #metoo e be’, donne tutte, a imbracciare il kalashnikov. Il morale della favola è che tutte le donne sono infedeli di natura: date loro l’occasione di tradire, e loro tradiranno. Di qui il titolo.
Io innanzitutto direi a Lorenzo Da Ponte, il librettista che ha scritto il testo — per le musiche, ci si rivolga a Wolfgang Amadeus — gli direi che le cose non stanno proprio così, e che c’andasse piano con la stereotipia. Ma certo, dobbiamo pensare che parliamo del 1790. Cos’erano le donne nel 1790? Madri, sgualdrine, balie e soprammobili.
Per altro scopro che Lorenzo Da Ponte, dopo essere caduto in disgrazia in Italia, prese la valigia di cartone e si trasferì guess where? A New York City… Qui si mise a insegnare lingua e cultura italiana e, nel 1825, fu il primo professore di letteratura italiana alla Columbia University… Il fatto che ora alla Columbia hanno più professori che iscritti ai corsi per via del calo delle iscrizioni ai corsi d’italiano, rattristerebbe molto il nostro Lorenzo.

Lo spettacolo è stato davvero spettacolare. Come assistere a un sogno che prende forma davanti ai vostri occhi aperti, e non dietro le vostre palpebre serrande. Trovata geniale, quella di trasportare l’opera a Coney Island, con i freaks, la ruota delle meraviglie, mangiafuochi, nani, donne barbute, giostre e tunnel dell’amore. Sono uscita stordita, inebriata, praticamente fatta. Anche perché ormai lo sapete, Coney Island occupa un posto unico nella percezione che ho di questa città.

Ed è poi questo che mi piace di New York. La possibilità di andare all’opera una sera, e poi, la mattina dopo, infilare le scarpe da ginnastica, e tornare nel mio amato Bronx, e perlustrarlo in una parte nuova, un sottoponte con dei graffiti dai colori incavolati, un campo dove gli skaters ricamano di acrobazie il cemento trasformandolo nel loro quartier generale.
E poi spingersi su su fino alla 190esima, dove la vita sembra scorrere lemme lemme, con i capannelli di studenti ebrei della Yeshiva Universiy, le giovani madri al parco mentre leggono un libro, la carrozzina a fianco, gli uomini che lavano le automobili a bordo strada. Perché è sabato, e di sabato si lavano le macchine anche nel Bronx.
New York City sono le possibilità di New York City.

E questa settimana sono andata all’Angelika Film Center a vedere “The Rider” di Chloé Zhao.
Presentato lo scorso anno nella sezione Quinzaine des Realisatuers del Festival di Cannes, “The Rider” è la storia vera di Brady Jandreau — interpretato da se stesso— giovane talento dei rodeo del Sud Dakota, che, a seguito di una caduta, si spacca letteralmente la parte destra della testa — che poi viene letteralmente ricucita con punti/cambrette alla Frankenstein. I dottori gli danno un ultimatum che Brady non vuole proprio sentire: basta rodei, basta cavalli, no kidding. Brady sa di essere nato per quello, ma sa anche che i rodei sono dei campi di battaglia. Tante sono le vittime, tante le ferite, più o meno invasive. Più invasive che meno. Come nel caso del suo migliore amico, ridotto a un vegetale dopo una brutta caduta. Brady va a trovarlo spesso in ospedale, lo accudisce come un fratello, lo sostiene come un padre: non fatichiamo a capire che in lui rivede un po’ se stesso. La fine che potrebbe fare se continua con la vita in sella.

“The Rider” è un sistema di specchi che rifrangono il protagonista. Non solo il migliore amico di cui sopra, ma anche un cavallo che gli viene chiesto di domare, e che si ferisce gravemente a una gamba — zampa? — con del filo spinato. Non rimane che sopprimerlo. Anche questo rinvia alla condizione di Brady, e, più in generale, a quella delle persone “rotte”, che hanno subito un danno.
Cosa fare quando non puoi più fare l’unica cosa per cui credi di essere nato? Cosa fai quando credi di non saper combinare altro nella vita? Vengono in mente tutti gli atleti che s’infortunano e non possono più continuare con l’agonismo. O i ballerini. Cosa si fa in quei casi? E come fa Brady?
Be’, lui le prova un po’ tutte. Si trova un lavoro in un supermercato, cerca di stare lontano da quel cerchio magico del maneggio, ma proprio non ci riesce. Ricomincia con l’addestrare qualche cavallo, e di lì al rimettere il sedere su un bisbetico indomito il passo è breve. Però Brady ha anche una sorella autistica a cui badare. Anche lei, un po’ come Brady e il suo migliore amico paralizzato, è una “segnata”, ma dalla nascita, non dalla vita. E Brady è assolutamente adorabile con lei, così come con l’amico. Il senso del film e della storia di questo ragazzo buono buono e taciturno si sviluppa proprio lì, nella presa di coscienza che c’è dell’altro, oltre il rodeo. Che morto un talento se ne fa un altro. La vita, semplicemente, va avanti. E il suo talento altro è quello di prendersi cura delle persone.

So che detta così può sembrare un po’ scontata come storia. Imputate a me questa percezione, non al film. “The Rider”, oltre a monitorare un percorso di crescita interiore di un ragazzo, illumina il volto melanconico del cowboy. L’archetipico solitario che nasconde il suo vero stato di salute a tutti, per non destare preoccupazioni, ma anche per nascondere un po’ la testa sotto la sabbia, e fingere di non vedere una mano che non vuol rispondere ai comandi del cervello… Il cowboy ragazzo che va sulla tomba della madre, morta troppo presto, lasciandolo con un padre distratto, preso dalla propria vita, tra video poker e conti da pagare.
Il linguaggio che la regista ha deciso di adottare è tra la finzione e il documentaristico. Del resto la componente di “verité” è molto forte, considerato il passato di Brady da asso dei rodei e la presenza sul set di amici/famigliari veri. E anche se avrei molto apprezzato i sottotitoli — ho capito che il piatto preferito degli abitanti del Sud Dakota sono le sillabe delle loro parole — certi momenti sono compensibili a un livello trans-linguistico. Un gruppo di giovani rodeisti raccolti intorno a un fuoco, in mezzo alla prateria, che si scambiano battute, ma anche piccole grandi lezioni di vita. I dialoghi di una semplicità disarmante, ma che racchiudono Sofocle.
Se vi capita a tiro, non perdetelo.

E anche per stasera, I call it a night 🙂
Ringraziamenti doverosi, Frunyc III aggiornato là dove sapete, e saluti, classicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 365 da NYC commenta “YOU WERE NEVER REALLY HERE” di Lynne Ramsay

LET’S MOVIE 365 da NYC commenta “YOU WERE NEVER REALLY HERE” di Lynne Ramsay

Mercoledì Moviers

vado a Dobbs Ferry.

Fronti corrugate, sguardo perplesso, neuroni in movimento.
Tranquilli, ho reagito così anch’io quando l’ho sentito

Dunque, Dobbs Ferry sta nel Middle-of-Nowehere upstate, diciamo più o meno a 45 minuti di treno dall’ultima fermata della metro più a nord, la 242esima, capolinea della rossa.

E’ una strada che non mi è nuova, la 242esima. L’estate scorsa ho trascinato la bici da quelle parti. Sono delle parti molto interessanti. Ci trovate il Van Cortland Park, un parco grande come il Molise che contiene, al suo interno, il Van Cortland Golf Course, un campo da golf grande come la Va d’Aosta. Praticamente la Minitalia. 🙂

Il parco è accessibile a tutti. Il campo da golf non è accessibile alle italiane in bici. L’ho scoperto abbastanza in fretta. Fra i caddy e i golfisti dallo sguardo interrogativo e divertito, mi affianca il caddy della Security — il cop caddy — e mi dice che no, le bici non sono assolutamente permesse, verboten, raus.
Visto che da quando sono qui ho subito ogni sorta di reprimanda quando sono sulle due ruote — e lì non si può pedalare, e lì sei in contromano, e là sei nei sentierini di Central Park e nei sentierini di Central Park devi camminare la bici manco fosse Fido — visto insomma tutte le limitazioni che mi sono state imposte come biciclettista — lesive, direi, nella mia natura di biker, ma per i j’accuse c’è tempo — ho fatto ricorso al solito atteggiamento di contrito stupore con cui hai la possibilità, ma certo non la sicurezza, di salvarti. In Italia, la certezza, ce l’hai. Qui no.

“Oh my, I am so sorry… It’s my first time in the park, I had no idea the Golf Course could be accessed that simply… Would you be so kind as to tell me the shortest way out?…. And again, my apologies”.
Nell’istante in cui entri in territorio minato da qualche Security, devi avere sempre la risposta pronta. Me la preparo sempre. Perché, vedete, con una risposta così:

1.     fate capire che siete assolutamente innocui — di vitale importanza in un paese in cui si pensa seriamente di armare i professori (!!) — e quindi non c’è bisogno per loro di chiamare lo sceriffo, la centrale o l’esercito.

2.     rifilate una critica, costruttiva, per carità: se l’accesso al campo da golf fosse segnalato meglio, pressapochisti che non siete altro, non ci si sbaglierebbe.

3.     dimostrate di dipendere dal suo aiuto per uscire da lì. Dopotutto, l’istinto all’eroismo di un cop, per quanto su un caddy, è pari a quello di un qualsiasi altro cop, e se lo lusinghi, l’effetto suscitato non può che giocare a tuo favore.

Golf a parte, il Van Cortland Park ospita campi e aree per tutti gli sport che possono venirvi in mente. Dal cricket al calcio, dalla pallavolo al tiro con l’arco al softball — sono cresciuta credendo che il softball fosse il baseball versione light, soft appunto, per le ragazze, invece no no no, fruner che non sei altro, il softball è un tipo di baseball, ma non è gender-specific, una volta tanto. Tuttavia, lo sport più praticato, almeno durante l’estate, e durante il weekend, è il “chilling”, ovvero lo sciallo delle famiglie latino-americane che abitano la parte nord di Manhattan. Portoricani, dominicani, latini in genere. Dalla 157esima in su non sentite più una parola d’inglese. Fate il conto di quante strade ci sono fra la 157 e la 242, e avete il prospetto demografico latino-americano di New York City.

Il loro sciallo è molto mediterraneo, molto simile a quello della famiglia italiana media. Solo che qui le famiglie latine medie si sggregano. Famiglia più famiglia più famiglia vuol dire un party collettivo. Praticamente una sagra.

Sono attrezzati in una maniera che definirei assassina. Teglie e teglie e teglie d’alluminio piene di cibi dall’aspetto untissimo, piccantissimo, e, a quanto pare, prelibatissimo per i commensali. Sotto le teglie, file di scaldavivande, e sotto la fila di scaldavivande, file e file di tavoli. E sotto i tavoli, file e file di bauli frigo pieni di bollicine in ogni forma e colore e grado etilico. Sopra le file di tutto, baldacchini parasole. Perché se a NYC c’è una paura che definirei quasi esistenziale — a parte quella di incappare in una battuta politicamente scorretta — ebbene quella, è la paura del sole. Dovreste vedere gli strati di crema sulla faccia di certe runner a Central Park… Pierrot, al confronto, è Rocky Roberts.
Sull’angolo dei barbecue, non dico. Se la macellazione della carne fosse considerata atto criminoso, la quantità di bistecche, hot-dog, hamburger sulle griglie domenicali di Van Cortland Park rappresenterebbe il genocidio recidivo più abominevole della storia.

E vige la settorialità. C’è il settore bambini, con ogni sorta di gioco e cianfrusaglia rigorosamente di plastica, rigorosamente tossica. C’è il settore donne, con le matrone larghe e basse che preparano, distribuiscono, riordinano e intanto chiacchierano fitte fitte, sicuramente lamentandosi dei propri uomini. E c’è il settore uomini, che si divide tra la guardia al barbecue, e lo stravacco selvaggio con birra, coscia di brontosauro e buddy-talking con gli amici. Attorno a tutto questo, un impianto stereo con minimo due casse alte come me — che non sarò Uma Thurman ma nemmeno Salma Hayek — e il repertorio della latino-americanità musicale dei giorni nostri: “Despacito” e “Muevelo” sono un po’ le Variazioni Goldberg del contesto.

La 242esima è una specie di Scilla e Cariddi oltre la quale non so cosa ci sia. Sono stata ancora Upstate, ma mai nella contea di Westchester… Mi chiedo se il saloon sarà aperto, visto che arrivo di mattina presto presto…

Mercoledì lo scoprirò. A Dobbs Ferry sorge il Mercy College, una delle tante università che popolano lo Stato di New York. Qualche tempo fa avevo contattato il Chair del Diparimento di Italiano per sapere se cercavano docenti. Il Chair mi risponde che no, sono al completo per il momento. Ma che si è permesso di esaminare il mio CV e vorrebbe invitarmi a parlare ai suoi studenti della mia esperienza come poeta, reporter per La Voce di New York, docente all’FIT, ecc. Insomma, per parlare di me.
Pagandomi, of course.

Per la seconda volta, fronti corrugate, sguardo perplesso, neuroni in movimento.
E per la seconda volta, tranquilli, ho reagito così anch’io quando l’ho sentito.

Per noi italiani, la cosa, concorderete, ha dell’incredibile. A prescindere da me, ovvero dall’invitato, ciò che ha dell’incredibile è la facilità nel combinare queste cose. Soprattutto l’interesse.

Io mi rendo conto che qui un italiano — sia esso un Board o uno scrittore o un manager aziendale — sia visto come un soggetto esotico, e come tale, susciti curiosità. Ma il bello, è vedere come questa curiosità si traduca in termini pratici. “Mi interessi. Potresti interessare ai miei studenti. Vieni a conoscerli? Ti paghiamo”.
Non dico che questo non avvenga in Italia. Ma è quantomai raro. Sicuramente non retribuito, a meno che tu non sia una personalità affermata. E anche nel caso in cui tu lo sia, una personalità affermata, non ti pagano.
Non ti si fila nessuno, abbiamo già avuto modo di dirlo.
Non facciamo i piangimerenda, veh. Si rileva semplicemente un atteggiamento statale.

Cosa dirò a questi ragazzi del Mercy College mercoledì? Dovrò coltivare il mito dell’Italia terra di piazze, lambrette, Mastroianni e pici gustati nelle valli del Chianti, oppure dovrei dire anche un po’ delle sue animalesche menomazioni, dell’Italia scimmia sorda, cieca e muta? Da italiana unconventional, potrei certo parlare di piazze e Mastroianni, della lambretta mi limiterei a quella su cui sfrecciavano Gregory Peck e Audrey Hepburn in “Vacanze romane”, e quanto ai pici toscani, be’, non ho mai avuto il piacere, sorry.
Non dirò nulla di tutto ciò. La poesia, come sempre, mi salverà 🙂 E anche un power point. E che io abbia messo insieme una presentazione ppt, la dice lunga. “Times are a-changing”, cantava Dylan, quando l’onta del Nobel era ancora lontana…

Questa settimana sono andata al Lowe’s sulla Broadway a vedere “You Were Never Really Here” della scozzese Lynne Ramsey. Premiato all’ultimo Festival di Cannes con la Palma d’Oro per miglior attore, Joaquin Phoenix, che solitamente non mi fa impazzire — perché di Phoenix, lo dico sempre, ce n’è stato e ce ne sarà sempre solo uno, ed è River — in questo film, Joaquin si merita tutti gli applausi che io possa appludire.
Non è che il film sia tutto lui, perché la regia, personalissima, della Ramsey, è meritata co-protagonista. Ma se faccio il giochetto dell’“E se al suo posto ci fosse stato Nicholas Cage? O Andy Garcia? O Riccardo Scamarcio??”, la risposta è scontata. Il film sarebbe colato a picco.

Dunque i fatti stanno nel palmo di una mano. Un passato di violenze subite nell’infanzia e nell’esercito, Joe vive con l’anziana madre e si guadagna da vivere come “detective” — diciamo una via di mezzo fra il mercenario e il regolatore di conti. Le cose cominciano a precipitare quando Joe viene incaricato dal Senatore Tal-dei-Tali a recuperare la figlia tredicenne, Nina, finita tra le mani di pedofili di alto bordo, anche se poi si scoprirà che il padre… Ma non facciamo spoiler…

Queste tre righe di riassunto non dicono praticamente nulla del film, che è un buon connubio fra thriller, noir, dramma e horror. Horror più nel senso letterale che letterario del termine. Fa orrore infatti, il modo apparentemente freddo e meccanico con cui Joe usa violenza contro i soggetti che gli capitano a tiro. Ricordate Trevis, di Taxi Driver? Ecco, una specie. Solo che Joe agisce con un martello… La regista ha una certa fascinazione per il sangue, e certi dettagli che evocano l’orrore più che mostrarlo esplicitamente — un paio di occhiali bucati e un lago di sangue sotto una testa evocano, per esempio, un occhio trafitto… Quindi sì, Ramsey indugia su certi dettagli, ma è una regista troppo raffinata per scadere nel gore e nello splatter. Se avete visto il suo splendido “We Need to Talk ABout Kevin”, qualche anno fa, saprete che lei ama più che altro i risvolti — meglio, i recessi — psicologici, e muoversi nella dimensione dell’infanzia come momento che può essere irrimediabilmente, irreversibilmente devastato, e le cui devastazioni si ripercuotono poi nell’età adulta. Joe porta le cicatrici, metaforiche e fisiche, di questi danni subiti — i continui flash-back di lui bambino non smettono di rammentarglielo. E lo stesso dicasi per Nina, un fiore biondo costretto a finire fra le zampe dell’orco, obbligandola a reagire nel più ferale dei modi.

Ma in un film in cui tutto sembra vòlto al peggio — la disumanità dell’umanità sotto la luce del sole in una New York ripresa praticamente sempre di giorno — quando stiamo per gettare la spugna, ecco il finale, celeste, come gli occhi di Nina. E badate, la spugna, Joe, è sul punto di getterla tante volte durante il film. Talmente tante che la scena di apertura è proprio la testa di Joe, dentro un involucro di nylon come il più classico dei completi usciti dalla tintoria e la più classica testa pronta al suicidio. Coltello, pistola, annegamento. Joe cerca in ogni modo di farla finita. Ma c’è sempre qualcosa che ferma la china suicida che sta per prendere e che lo trattiene dalla caduta. La vita è sempre più forte di te, ho scritto un giorno da qulche parte. E ho letto questo verso sul volto di Joe.
Splendida la sequenza finale. Dopo uno strazio straziante all’interno di una villa, Joe e Nina in un diner, i due fallati, gemelli diversi per genere, età, sesso e stazza, eppure similissimi nei traumi che li abitano. L’uno più perso dell’altra. I finali potrebbero essere tanti, la fuga per la ragazzina, un colpo di pistola in bocca per Joe. Eppure no, né l’una né l’altro. Perché “It’s a beautiful day” fuori. E da lì si riparte.

Dell’anima disgraziata di Joe, mi piace quello che vedo nelle ferite lasciate dalla vita. E’ come se rilucessero, come se vedessi la tenerezza perduta, la capacità di ridere — come fa con la madre, imitando “Psycho” e forse ironizzando un po’ su se stesso, che al posto del coltello, ci dà di martello — la capacità, anche di emozionarsi ascoltando una canzoncina per bambini.

Apprezzatissimo anche il tessuto sonoro che si avvolge attorno alla storia e la rende compatta, coerente, anche quando gli abbinamenti scena-musica sono contrastanti. Il titolo poi — che il cielo lo protegga dalle barbarie di certe traduzioni per la distribuzione italiana — brilla per quanto riesca a sintetizzare il senso di alienazione che il protagonista sente e da cui cerca di liberarsi per tutto il film. E’ come se tutto confermasse a Joe che la sua è stata una non-vita, un’esistenza-assenza. Come se non fosse mai realmente esistito, come dimostra, ancora una volta parte della scena finale. Ma l’apparenza inganna, e Joe esiste eccome. Nina, con la sua vita salvata, è lì a dimostrarlo.

“You Were Never Really Here” non è un film facile e farà distogliere lo sguardo a molti. Ma ti fa vedere il disgusto, quello che non vuoi vedere, quello che ti repelle — a questo proposito, Joe è sempre mostrato in tutta la sua flaccidità, barba lunga, codino, tutto sempre molto sgradevolmente bagnato, si tratti di acqua, sudore o sangue. Sgradevole. Ma l’umanità è anche questo.

Per i temerari, gli amanti del cinema ostico e del diverso.

Qui potete leggere ancora un po’ di Banksy, se vi fa piacere. 😉

E anche questa domenica, siamo arrivati in fondo. Frunyc III aggiornato al solito posto, ringraziamenti tanti, e saluti, settimanalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 359 from NYC – commenta “L’AMANT DOUBLE” di François Ozon

LET’S MOVIE 359 from NYC – commenta “L’AMANT DOUBLE” di François Ozon

Maryland, Moviers,

è lo stato che ho sempre associato a “The Blair Witch Project”. Il film che nel 1999 spaventò mezzo mondo. Ma non me. O forse dovrei dire me soprattutto. Sono riuscita a guardarlo solo nel 2007 (!). Con 8 anni di vita in più sulle spalle pensavo me la sarei cavata. Non me la sono, ovviamente. Da allora per me il Maryland è foreste sinistre infestate da spiriti di streghe e spettri di bambini morti ammazzati. Non è quel che si dice lo stato ideale in cui andare a far gite.
E qui potrei aprire tutt’un capitolo sull’inquietante che popola i boschi. Ma la maggior parte di voi risiede in Trentino, e/o è amante di monti e verzure, e sentirne evocare il lato dark può esservi sgradevole. Però, dico io, ci sarà un motivo per cui anche Lui, il Sommo, il Dante internazionale, immagina oscura la selva in mezzo a cui si ritrova dopo aver smarrito la diritta via. La narratologia del bosco fatato popolato da gnomi gentili e ninfe belle come Kate Moss è un fenomeno più recente, che possiamo far risalire agli anni ’70, quando i funghi smisero di condire il risotto e divennero i migliori amici di notti allucinogggene… Ma concordate con me: il bosco può essere un luogo ambiguo, in cui il silenzio non è mai veramente silenzio, in cui non sei mai veramente solo. C’è sempre qualche presenza presente, un paio d’occhi che ti tengono d’occhio. E quella che la maggior parte dei viandanti prende per pace, quiete, tranquillità, non è altro che una prospettiva Heidi-mit-Peter dai contorni New Age che cozza violentemente contro quella proposta da “The Blair Witch Project” e dal Maryland.

Però il Maryland non è solo foreste piene di streghe assassine. Il Maryland è anche lo stato che ospita Baltimora, ed è lì, a Baltimora, che il destino mi ha condotto, domenica scorsa.
Perché? Be’, perché Baltimora è un sacco di cose. Innanzitutto ha dato i natali a tanti “certi”. Un certo Edgar Allan Poe, che fece sicuramente da apripista per la strega di Blair. Un certo Philip Glass, padre della musica minimalista che ha confezionato fior fiore di colonne sonore. Un certo Dashiell Hammet, dalla cui penna uscì un certo “Falcone Maltese”. Una certa Billie Holiday, che cambiò la storia della musica mondiale. Un certo Edward Norton, che come fa il cattivo lui, nessuno mai. E una certa Gertrude Stein, che magari a voi non dice nulla, ma che a me dice fantabulosa collezionista d’arte, poetessa rivoluzionaria, amicissima di Hemingway, Picasso, Modigliani e tutta la Lost Generation nella Parigi anni ’20. E poi un certo Frank Zappa, che voi sapete chi sia meglio di me. Quindi Baltimora vanta. E se siete stati a vedere “The Shape of Water” e tra una scena comica e una scena struggente vi siete chiesti in quale città fosse ambientato, be’, ora avete la risposta.

Personalmente volevo andarci per il BMA, il Baltimore Museum of Art. Così come la Yale Art Gallery di New Haven, il BMA è un caveau di meraviglie, gratuito, e a due passi dalla John Hopkins University e il suo campus — ovviamente trovate tutto nel Frunyc III. 🙂
E fatemi dire della John Hopkins. Pur non essendo nell’ivy league, è considerata uno dei migliori atenei al mondo: occupa il decimo posto nella Best Global Universities Ranking List — indovinate un po’ chi ci sta al primo posto… H _ _ _ _ _ D. Come tante università americane, il campus è praticamente una città. Quello della John Hopkins in modo particolare. E assomiglia in modo imbarazzante a quello di Harvard, la prima della classe sempre e dovunque — si tratterà di plagio? Edifici in mattoni rossi, inserti e steccati in legno bianco, intervallati da giardini, di solito di forma rettan-quadrangolare. Luci soffuse da lampioni simil ottocenteschi. Poi sbirci nella biblioteca, oltre il cartello “Shirt and shoes required” — i nerd scordano l’una e sembrano preferire alle altre le ciabatte con calzino — vedi tutti chini sui loro MAC bianchi. Quindi, di ottocentesco, rimane solo l’idea.
La retta annuale — leggo dal sito della John Hopkins — ammonta a $52,170. Moltiplicatela per quattro e aggiungete le spese per l’alloggio e il vitto, e capirete perché gli studenti americani finiscono di pagare il loro debito universitario ben oltre i quarant’anni. Come possano, a questo, aggiungervi mutui per la casa e acquistare quantità abominevoli di cibo, rimane un mistero.

Ma tornando al BMA. Tale e quale al Yale Art Gallery. Un tesoro pieno di tesori. La collezione di Matisse più grande al mondo — fra le streghe di Blair! Tra cui il “Nudo rosa sdraiato”, una delle tele più iconiche dell’artista francese. M’è preso un colpo quando l’ho vista. Siamo pur sempre fra le streghe di Blair.
Davanti a un grande tondo del Botticelli, con circonferenza giottesca, volevo piangere. Botticelli qui in America mi fa quest’effetto, scusate. Se aggiungete anche il ritratto di Pia di Monferrato di Raffaello, si potrebbe anche aver bisogno di un tranquillante. Non ricordo l’ultima volta che ho visto un Raffaello in Italia. Trovarlo in America è un miracolo, un dono per il quale non saprei chi ringraziare. Ma così come con tutte le opere straniere presenti qui, non posso fare a meno di pensare al saccheggio che è stato fatto. Cosa succederebbe se tutta l’arte italiana sparsa per il mondo tornasse magicamente a casa? E’ una domanda un po’ sciocca e assai sterile: l’arte è il nostro primo e insuperabile biglietto da visita — altro che Slow Food e Eataly… Ci fa bene averla in giro per il mondo, parla di noi, molto più di certo marketing selvaggio che le regioni italiane si dannano l’anima per attivare qui — soprattutto a New York City. Eppure quella domanda — cosa succederebbe se un giorno tutta l’arte italiana sparsa per il mondo tornasse magicamente a casa? — continuo a pormela ogni volta che m’imbatto in un capolavoro italiano all’estero.
Ma al BMA non c’era solo l’Italia. Due Van Gogh, Gaugain, un Periodo Blu di Picasso tra i più straordinari che io abbia mai visto, poi Mirò, e “La Montaigne Saint-Victoire” di Cezanne, il quadro che diede il via al cubismo. E Giacometti, Magritte, ma anche dei mosaici del secondo secolo che dio solo sa come abbiano fatto ad arrivare fino a lì sani e salvi.
La collezione di dipinti moderni si deve tutta alle sorelle Coen, due abbienti baltimorose con l’ossessione compulsione per l’acquisto di opere d’arte, all’inizio del ‘900. Se le sono godute in vita, e poi le hanno lasciate al BMA — nel Frunyc III trovate una foto che le ritrae con la citata Gertrude Stein, a Settignano. 🙂 Un applauso alle Coen.

Se poi siete dei patiti di architettura, a Baltimora ci andate per vedere l’edificio strabiliante del MICA, il Maryland Institute College of Art. Se siete sfacciati come il vostro Board, potete anche intrufolarvi dentro, mescolarvi tra i ragazzi con i capelli verdi o arancione sbiadito, e le scarpe in pendant… Tre moduli di vetro opaco e acciaio appoggiati accanto a una struttura tipicamente baltimoresca di mattoni rossi. L’opacità del vetro la mescola con il cielo e l’assurge —assurge??— a configurazione impatto zero. E’ buffo perché sul lato opposto della strada svetta una chiesa simil gotica che avrebbe fatto la gioia di Poe ma che non c’entra un ficosecco con il MICA. Eppure, dico io, il post-post-post-modernismo ci ha permesso questo: il non azzeccarci.
Il mio entusiasmo per questa città dal look color cotto e l’anima nera — e non solo per l’horror di Poe e delle streghe di Blair, ma anche per l’alto tasso di criminalità che da sempre la piaga, tanto da valerle il nome di “Bodymore, Murderland” in luogo di “Baltimore, Maryland”, macabri burloni che sono — il mio entusiasmo, dicevo, ovviamente è sempre commisurato alla mia domiciliazione a NYC. Baltimora può essere pittoresca, con tutto quel rossastro un po’ British, con quella tranquillità da provincia. Tutto questo va bene per una gita fuoriporta — 220 miglia da NYC, poco più di tre ore. Viverci? No, thank you. Ma questo forse dipende da New York City. Come si farà a vivere in un altro posto che non sia New York?
Correndo il rischio di precipitare nel banale e nel déjà-dit, posso solo dire che questo, lo scoprirò solo vivendo. Al momento non riesco a darmi una risposta. Nessuno è riuscito a darmela.

Visto al Quad Cinema nel Greenwich Village, il film della settimana è “L’amant double” del nostro François Ozon. Quell’amato François Ozon di “Nella Casa”, “The Swimming Pool”, “Giovane e bella”, “Frantz”… Un regista che, soprattutto in alcuni film come “Giovane e bella” e “L’amant double”, scrive il cinema fregandosene assai della trametta. La trametta la cerchiamo nel mainstream che ci travolge quotidianamante. Ozon ci propone altro, qualcosa di celebrale e al contempo profondamente carnale. D’una carnalità tutta psicologica in un thriller dall’erotismo artico come il Polo. Avete capito che gli opposti sono i veri protagonisti del film. Gli opposti, che seguendo questo gioco della perversione, diventano, per inquietante incanto, gemelli.

Chloe, giovane, bellissima, magnificamente emaciata — l’incarnazione, o forse dovremmo dire, la scarnificazione del tipo tormentato francese — si reca da uno psicologo per risolvere i suoi problemi. Soffre di terribili dolori al ventre, che imputa al cattivo rapporto con la madre. Paul, lo psicologo impiega giusto qualche seduta a innamorarsi follemente di lei, e i due, dopo poco, vanno ad abitare insieme. Ma come dicevamo, a Ozon non interessano i dettagli del plot. A Ozon interessa la psiche che lavora dietro il corpo di ogni personaggio. E scopriremo che Paul nasconde un lato oscuro della propria vita che non vuole rivelare alla compagna. Un fratello gemello, Louis, dal carattere completamente opposto al suo. Violento, ribelle, arrogante.
Come facciamo noi spettatori a conoscere il carattere di questo doppio Mister Hyde? Ebbene Fellows, se volete nascondere qualcosa alla vostra compagna, non nascondeteglielo. Perché lei indagherà finché non troverà qualcosa… E Chloe scopre che anche Louis fa lo psicologo. E guess what? Decide di prendere un appuntamento. E guess what again? Di diventare la sua amante, in un gioco malato di compensazione d’una mancanza: in Paul trova il compagno dolce, fedele, amorevole. In Louis, il partner di letto che le fa scoprire le gioie dell’animalità che si possono scoprire solo nell’orizzontalità… Visto che Paul non le rivela nulla del suo passato, lo sentirà dalla campana di Louis: Paul è sempre stato geloso di lui, che è il gemello dominante: tra due gemelli capita talvolta che uno dei due sia più forte, in genere il primo a venire al mondo. In certi casi il gemello dominante finisce per inglobare — per uccidere — il gemello recessivo, diventare un unico feto, e portarlo in sé per sempre… Sì, è tutto molto scary. Ma seguitemi…
Ovviamente il menage à trois, come la maggior parte dei menages à trois, ha le ore contate. Ed è aggravato, in questo caso, dal fatto che Chloe scopre di essere incinta. Ma di chi? Gemello uno o gemello due?
In una scena dall’alto tasso Brian de Palma, la donna si ritrova con entrambi i fratelli davanti. Ha una pistola in mano, come maestro Hitchcock vorrebbe. Deve sparare e far fuori Louis, il cattivo, il bastardo che l’ha portata fuori strada dopo che aveva incontrato l’amore. Sì, deve far fuori lui, proprio lui, Louis (!). Ma come fare? Come fare? La sorte. Chloe si affida alla sorte e spara. Bum.
E mentre uno dei due precipita a terra colpito al cuore, il ventre di lei comincia a muoversi. Di quei movimenti alla Alien che tante tribolazioni erano costate a Sigurney Weaver. E da lì, dal suo ventre, spunta fuori il frutto marcio che tutto ha originato, il pomo della discordia letteralmente cresciuto in grembo alla donna…
E come reagireste ora se vi dicessi che tutto quello che fin qui avete letto — visto, fate conto — altri non era che la proiezione di una mente lesa? Una psiche affetta da un grave dolore subito da piccola — e un conseguente pessimo rapporto con la madre — che ha costruito — nutrito, potremmo dire — una narrazione distorta della propria realtà proiettando all’esterno un doppio, un gemello uguale e opposto del proprio compagno? Ebbene sì, nessun Louis, nessun gemello cattivo. Ma il dolore per una sorella perduta! E la costruzione si palesa attraverso elementi della realtà reinterpretati in chiave inconscia: come per esempio la spilla a forma di gatto che “Louis” le regala e che poi ritroviamo sul cappotto della madre di Chloe.
Genio Ozon!
“L’amant double” è una rete di rimandi. Abbiamo citato De Palma, Hitchcock: Hitchcock è talmente presente in talemente tante scene da farvi dubitare della paternità ozoniana della sceneggiatura, che, de facto, si rifa a un romanzo breve di Joyce Carol Oates. E credetemi, la letteralità del tessuto narrativo di partenza traspare sullo schermo in ogni fotogramma e ci fa ricordare quanto il regista sia sempre devoto alla parola scritta — legato al punto tale d’aver costruito, intorno alla parola scritta, un intero film, il mirabile thriller verbale “Nella casa”.
Ma la specialità di questo regista, sta anche nell’abilità di trasformare il verbo in carne. In “L’amant double” la carnalità è protagonista fin dal primo fotogramma: un’ispezione che dalla vagina della protagonista passa, in un rapidissimo gioco di camera, alle labbra della protagonista — from lips to lips sort of… Un’apertura così scioccante, così freudianamente-foucaltianamente esplicita nell’avvolgere carne e sguardo in un rapporto inestricabile, problematicamente inscindibile. Una scena come questa non può non far chiamare all’appello Bunuel — ve lo ricordate l’occhio e il rasoio di “Un chien andalou”? Ecco, io non me li scordo più. Ma dovremmo a mio avviso citare tutta la poetica surrealista, alternando fra letteratura e pittura, e nominare le atmosfere morbose di Salvador Dalì e Tanguy, o il Duchamp di Étant donnés: 1. La chute d’eau, 2. Le gaz d’éclairage (Given: 1. The Waterfall, 2. The Illuminating Gas. E se vi prendeste la briga di leggere il primo punto del Manifesto del Surrealismo di André Breton, vedreste “L’amant double” dipanarsi davanti ai vostri occhi come il più semplice dei rebus — “Automatismo psichico puro per mezzo del quale ci si propone di esprimere, o verbalmente, o per iscritto, o in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza d’ogni controllo esercitato dalla ragione, al di fuori d’ogni preoccupazione estetica o morale”.

Il funzionamento reale del pensiero in assenza di ogni preoccupazione estetica o morale. “L’amant double” se ne infischia di qualsiasi moralità. Chloe, nella macchinazione che la sua mente costruisce, segue l’impulso carnale senza badare alle conseguenze etiche del suo gesto. Si fa s-battere da Louis e non c’è legge morale alcuna che possa impedirglielo. Il cinema di Ozon disvela il meccanismo mistificatorio che ogni essere umano cela nei meandri della propria psiche. E questo è un tema ricorrente nella sua poetica cienamtografica che, pur imparando le lezioni dei grandi registi/artisti del passato, non copia mai sterilmente da loro. Ozon non è un derivativo, è un vero ricreativo. Interiorizza e ricrea. E arreda gli interni della sua costruzione cinematografica con dei segni che ci aiutano a decodificare il mistero che ha intessuto per noi: Ozon ci getta in mezzo all’enigma, ma ci rimane, in qualche modo, sempre accanto — lo faceva anche il citato Dio Hitchcock, e forse quella era un’espressione del suo immenso egocentrismo, del voler essere onnipresente…
Esempi? Be’, gli specchi. Il film è costellato di specchi dall’inizio alla fine, e il climax si ha nella scena madre, quella con i due gemelli e Chloe, la cui testa è sempre riflessa, come se ella stessa fosse un essere a due teste, che rinvia, col senno di poi, a quella della sorella perduta.
Come si evince chiaramente, il cinema non è mai puro intrattenimento in Ozon. Scava là dove non vogliamo guardare. Fa, appunto, quello che i surrealisti facevano, riportando in superficie gli oggetti ambigui che nuotano nelle acque scure del nostro inconscio. Fa quello che David Lynch fa: lascia che il perturbante invada la scena, e intrida lo spettatore fino al midollo. Lo spettatore può non capire fino in fondo, rimanere scioccato, contrariato, irritato. Certo è che non può rimanere indifferente.
Ozon vince. Ma affrontatelo con lo spirito giusto. Come se vi sedeste a giocare a una nuova forma di “Cadavre Esquis”, con un regista che, mentre voi cercate di racappezzarvi, ha pensato a tutto, e sta lì a guardarvi…

E anche per oggi è tutto, Moviers. Frunyc III aggiornato con le foto del BMA, di Baltimora e di altro, ringraziamenti sempre vivi vivissimi e saluti, stasera, americanamente cinematografici,

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 345 from NYC – commenta “THE SQUARE” di Ruben Ostlund

LET’S MOVIE 345 from NYC – commenta “THE SQUARE” di Ruben Ostlund

Mad Moviers,

Non è che i newyorkesi non mi facciano incavolare. Mi fanno incavolare, come no. Come lunedì. Poi li perdono, perché esistono i mercoledì della scorsa settimana. And peace is back.
Lunedì metto piede per la prima volta alla Cooper Union. Se sapete di cosa si tratta siete più avanti di me.
Me ne parlò per la prima volta un mio amico italo-americano, un mesetto fa. Prima non l’avevo mai sentita nominare.
“La Cooper Union è nata per i poveri e adesso è solo per i ricchi sfondati”. Così mi ha detto, più o meno.
La Cooper Union sta per “Cooper Union for the Advancement of Science and Art” è un’università privata — di architettura e ingegneria — che sta ad Astor Place, nell’East Village. E’ stata fondata nel 1859 da un certo Cooper, che voleva un’istruzione gratuita per tutti i suoi studenti — “open and free for all”. E per centocinquant’anni l’università ha ammesso studenti in base al merito e garantito una borsa di studio per coprire l’intera retta — poi nel 2014, si è passati alla copertura di metà retta. Proprio per questo, è una delle più selettive di tutt’America — la facoltà di architettura ammette 30 studenti all’anno.
Il mio amico, che ha lo spirito critico dell’italianità, mi dice che ora entrarci è praticamente impossibile e devi fare i salti mortali — o conoscere il classico santo X in paradiso.
Nel basement della Cooper ci sta la Great Hall, un’aula magna che non è una semplice aula magna. E’ un luogo che per New York rappresenta la libertà di espressione fatta architettura. Ci tenne un discorso anti-schiavitù un certo Abraham Lincoln, e altri certi tipo Woodrow Wilson, Bill Clinton, Barack I-miss-you-much Obama e Salman Rushdie. Metterci piede è speciale. Sia perché pensi a quante menti ci hanno messo piede, sia perché, quando organizzano un dibattito alla Cooper, significa che c’è un tema caldo su cui c’è bisogno di confrontarsi.
Il tema di lunedì era “Monument, Myth and Meaning. A conversation about civil war monument”.
Ora, come forse avrete intuito dai miei precedent pipponi, la questione sui monumenti storici vilipesi e bistrattati mi sta particolarmente a cuore. E questo perché dietro intravedo una condizione americana nei confronti della storia. Intendo “condizione” nell’accezione medica. Una condizione significa uno stato patologico. Quando c’è del patologico, il Board corre.
Appena ho saputo della conversation, mi sono lanciata in Astor Place.
Quello che qui chiamano “Conversation”, significa dibattito. C’è una tavola di studiosi chiamati a illustrare la loro opinione — una decina di minuti ciascuno — e poi si passa a dibattere. Alla fine chi del pubblico ha qualcosa da dire si mette in fila dietro due microfoni piazzati in platea, e dice quello che ha da dire.
Gli studiosi questa volta erano cinque. Appartenenti a diversi ambienti. Un paio di storici, una specialista nella conservazione di opere pubbliche, un fotografo, un architetto. Ovviamente una donna di colore e un uomo di colore. Ho cominciato a notare che in tutti i panel c’è la quota black: io mi pongo nei confronti di questa “modalità partecipativa” così come mi pongo nei confronti delle quote rosa nel parlamento italiano, giudicandole fastidiose, ma necessarie quando un sistema, se non regolamentato, sarebbe ancora così retrogrado da optare per l’esclusione dei soggetti da sempre esclusi.
Tutti i panelist espongono le loro posizioni. La conservatrice, Michele Bogart, sostiene la difesa dei monumenti pubblici, prima di tutto come luoghi estetici e veicoli di conoscenza. “Cerco di guardare ai monumenti senza colpa”, dice. E credo che questo sia una delle questioni particolarmente difficoltose al popolo americano, perseguitato com’è da colpa, dannazione, redenzione, un triangolo importato direttamente dall’Europa sul Mayflower.
Uno dei due storici, Julian Laverdiere, è assolutamente contro. Ed è il tipico intellettuale brillante — o che ambisce ad esserlo — uno che usa il sarcasmo per catturare il pubblico e demolire l’avversario. Apre con questa domanda retorica. “What makes sanctity of an object to make it stay perpetually?” A suo dire i monumenti sono oggetti sexy, oggetti del desiderio, generalmente voluti dai detentori di potere con il culto di se stessi — la maggior parte delle volte dittatori. Cita il Fascismo, il Nazismo, Giulio Cesare. E punta sull’azione catartica della demolizione. L’altro storico, James Grossman, il Bersani del gruppo, tira fuori l’esempio della Russia: a Mosca si è deciso di spostare nel Parco Muzeon tutte le statue e i monumenti scomodi del passato, creando una specie di cimitero del passato — io userei il termine ghetto, ma si sa, vivo ad Harlem… (!) Secondo questo storico, è la comunità che deve decidere.
I due studiosi di colore, Mabel Wilson e Brian Palmer, riconducono la presenza dei monumenti sul suolo americano alla supremazia bianca, e sostengono che l’estetica, e il concetto di bellezza, sono costruzioni della supremazia e parte del processo razzista.
Quando si passa al dibattito, è evidente che tutti si schierano, bene o male, per il “contro-monumenti” e l’unica “pro-monumenti” è la povera conservatrice, Michele.

A me sembra tutto abbastanza assurdo. I monumenti che ci riportano alla mente una parte della storia scomoda assolvono a un compito persino più importante di quelli che che sono lì per commemorare gesti eroici. Ci ricordano i momenti bui, gli sbagli. Sono un memento che quello non deve succedere più. La statua di un generale sudista è lì per dirmi che la schiavitù è esistita e che c’erano uomini pronti a morire per difenderla — follia. Se noi togliamo quella presenza, togliamo il discorso attorno ad essa. Togliamo conoscenza, dialogo. Coscienza.
E poi cosa dovremmo fare noi in Italia con tutto quello che richiama il Fascismo? Oppure con il Colosseo? — visto che Julian, me l’hai citato. Era un luogo di atroci sofferenze. Dovremmo demolirlo perché inneggia la supremazia della stirpe giulia?
Per come la vedo io, smantellare i monumenti ha la stessa efficacia del botox per contrastare l’invecchiamento…
Della miseria, ne parli soltanto quando ce l’hai sotto gli occhi. Con la rimozione non elimini il fantasma, ma lo sposti in un altro luogo — molto spesso più profondo, buio, difficilmente raggiungibile e sanabile. Freud non ha insegnato nulla? Siete davvero convinti che “occhio non vede cuore non duole”?

Bollivo come un geyser, nella mia seggiolina. Non vedevo l’ora di eruttare. Ma quando hanno aperto il Q&A, cinque, sei persone più vicine di me ai microfoni mi hanno preceduto. Ovviamente dopo ogni intervento c’è stata la risposta degli studiosi. E il tempo passava… Ed è passato talmente tanto che, arrivati finalmente al mio turno — ero l’ultima — la moderatrice ha convenuto che s’era fatta una certa, ed era l’ora di andare.

Ho fatto l’espressione da Bambi. Anche se avrei dovuto sapere che in America non funziona. Allora ho provato con lo sguardo da Medusa. Ma anche quello, evidentemente non produce grandi risultati.
Me ne sono andata con il fumo che usciva dalle orecchie — io e il mio geyser abbiamo dovuto aspettare questo Lez Muvi per sfogarci. E con una preoccupazione. Questo paese non è in grado di accettare l’ambivalenza davanti alla quale la storia ci pone. Gli americani sono per le categorie. O buoni o cattivi, statua su o statua giù. Ma la vita e la storia non sono un fumetto di Superman — pensare che siamo a Gotham City, dove Batman, con i suoi chiaroscuri, vive e vegeta. Dobbiamo imparare a convivere con quello che ci crea disagio, e che insinua in noi il dubbio. Perché se pensiamo di essere imparati, allora siamo i primi degli stolti.
Mi è dispiaciuto non poter dire quello che avevo da dire, tra l’altro nello spazio considerato la culla della libertà d’espressione.
Ma come vi dicevo in apertura, ci sono i mercoledì della scorsa settimana, dove evidentemente mi sono giocata tutta la quota di fortuna settimanale.
Se in febbraio, alla Notte della Filosofia alla Brooklyn Library, ho avuto la sfacciata fortuna di ascoltare Gayatri Spivak a circa due metri di distanza, mercoledì scorso la fortuna è stata più che sfacciata, è stata quasi spudorata. E mi ha fatto scoprire che il MoMA, quella sera, alle 6:30 pm, avrebbe ospitato un incontro dal titolo un po’ spaventoso ma molto allettante, “Authority, Appropriation and the democratic Imagination”. Fra i tre panelist, il suo nome, Homi Bhabha, che per me da sempre siede alla destra di Shiva, Vishnu e Shakti.
Per quel Movier là fuori che non lo conoscesse, Homi Bhabha oltre ad essere la quartà divinità induista (!) è un filosofo fra i massimi teorici del postcolonialismo. A lui dobbiamo il concetto di ambivalenza — applicato alla dinamica post-colonialista — ibridità, interstizio, che ha ripreso da Lacan, ripassandoli prima in una pastella di semiotica e friggendoli poi nel decostruzionsimo — fatemi fare del fun altrimenti vado sul post-strutturalismo pesante. Insegna ad Harvard, e io confesso di aver passato qualche bella settimana a spaccarmi la testolina su “I luoghi della cultura” durante i miei anni universitari.
Bhabha, da bravo demiurgo, non parla come mangia — e questo gli è valso qualche bella critica in passato. Parla in codice: a noi sta il compito di interpretare, spaccarci il cervello, far macinare le meningi. Parla in parabole derridiane.  Fosse vissuto intorno all’anno zero, ora leggeremo la Bibbia e Bhabha. 🙂
Insomma, mi scapicollo letteralmente tra la 53esima e la Settima Avenue, dove svetta il MoMA, che è diventata la mia seconda casa: se succede che sono persa tra troppe cose e non so scegliere oppure non ho voglia di scegliere, il MoMA rappresenta la mia salvezza — c’è sempre qualcosa da ascoltare/vedere/capire/non capire al MoMA. MoMA mon amour.
Arrivo sul filo di lana. E prendo posto in seconda fila, a due metri da lui, God Bhabha. A febbraio i due metri mi separavano da Spivak, a ottobre da Bhabha. C’è una mistica escatologica dietro il numero due, l’ho sempre detto.
E per un’ora e mezza si disquisisce di concetti che credo commetterei qualche atto impuro a riportare nero su bianco. Il moderatore, nonché Direttore del MoMA, Glenn Lowry, esordisce così: “One of the most exacting challenges of our times is how to rectify the imbalances of informal authority”. E via di grandi voli in cui il pensiero sfiora il presente, la politica, la moralità, i social media, l’hideous buffoon — così definisce Bhabha il presidente di questo paese. “Buffone immondo”.
Prima di cominciare il moderatore-direttore si guadagna parte dello stipendio — 1.32 millioni di dollari all’anno, stando al New York Times — esortando noi del pubblico a scrivere eventuali domande su un foglietto: ne avrebbe scelte alcune, a seconda del topic e del tempo, e le avrebbe proposte ai tre luminari, al termine. La fortuna sfacciata e spudorata, a questo punto passa al livello sgualdrina.
Non c’è tempo, e il moderatore-direttore tycoon sceglie un’unica domanda
Sceglie la mia — e qui mi sono giocata la quota di fortuna settimanale.
Questo non perché io sia particolarmente geniale, ma perché quando siete a contatto con grandi menti, la vostra mente si espande insieme alla loro. E’ l’effetto Zelig — con esiti fortunosi per l’umanità. Per questo io rimbalzo da una parte all’altra di Manhattan inseguendo dibattiti e conferenze. Per mettere la mente sotto sforzo e sperare di vederla allargarsi. ‘Na fisarmonica, ecco. 🙂
La mia domanda era molto semplice e rispecchiava il cruccio che poi sarebbe stato al centro della conferenza alla Cooper Union. Chiedeva di approfondire sul rapporto tra autorità e storia, alla luce di quello che sta succedendo a certi monumenti.
Homi naturalmente m’illumina. “La storia rappresentata e pubblicizzata attraverso i monumenti è storia come affermazione politica. Quei monumenti in realtò vengono impiegati per far perdere la memoria collettiva, non per preservarla. Il fatto è che noi esseri umani non siamo abituati a gestire l’ambivalenza, ad amare ed odiare contemporaneamente. E la storia e certi personaggi della storia e la loro rappresentazione ci mettono davanti a questo: a una coesistenza di amore e odio. Dovremmo abituarci a vivere nell’ansia e nell’ambivalenza. Sono pedagogicamente importanti”.
Devo aggiungere altro?
Alla fine, come ogni fine di ogni evento, sono combattuta tra il dileguarmi nella notte newyorkese e palesarmi davanti al guru. Di solito vince la seconda, essendo io affetta da eccesso d’incoscienza cronica. Vado da Homi e gli farfRuglio qualcosa che contiene mozziconi di enunciati tipo “Laurea, Ca’ Foscari, letteratura post-coloniale, ‘Luoghi della cultura’, da un anno a New York…”. Lui, che vede e sa tutto — homi-sciente (!) — vede il mio stato confusionale e mi ringrazia per aver studiato i suoi libri, e mi abbraccia. Un abbraccio da mentore a discepolo. Poi si dirige verso l’uscita e a quel punto vedo che porta con sé una borsa porta-documenti dalla quale capisco che oltre a un cervello sconfinato, di sconfinato ha anche il gusto. E’ la sintesi perfetta tra una Birkin e le borse dei medici sgualcite dell’‘800, che alcuni portavano in pelle, altri in tappezzeria, soprattutto nel Far West. Quando la raffinatezza intellettuale incontra quella estetica, be’, cosa vuoi che ti dica Homi, fa’ di me ciò che vuoi.

Parlando di musei… Questa settimana è toccata a un film che mette al microscopio — e alla berlina — il mondo dell’arte contemporanea. Sono andata all’IFC Center a vedere “The Square” di Ruben Ostlund, regista che osanno sin da quando creò “Force Majeure”, vincendo il premio “Un Certain Regard” a Cannes nel 2014. Sempre a Cannes, “The Square” si è aggiudicato, quest’anno, la Palma d’Oro.

Protagonista del film è Christian, direttore molto cool di un museo di arte moderna e contemporanea altrettanto cool, sito in un palazzo storico — abbinamento molto molto cool. Christian è alle prese con un’istallazione che dà il titolo al film: “The Square” è quadrato dai lati illuminati posto per terra all’ingresso del museo: una metafora del mondo, che dovrebbe essere un’agorà di diritti, doveri e responsabilità condivise e in cui dovremmo aiutarci gli uni con gli altri.
Un giorno a Christian rubano, in maniera assai grottesca, cellulare e portafogli. Di lì cominciano tutta una serie di accadimenti che lo spingono — lo spettatore con lui — a confrontarsi con questioni macro, come l’onestà, la fiducia, l’apparenza.
Christian è un personaggio connotatissimo, nel senso che in lui rivediamo il prototipo dell’intellettuale di successo. Bello, brillante, affabile, gattone. La preda perfetta per Ostlund, degno discendente di scuola svedese — Bergman, per dirne uno. Il regista passa il film a demolire il suo protagonista. No, forse non propriamente a demolirlo, ma a riportarlo su un piano della realtà che il piano della finzione su cui vive gli impedisce di vedere. Oggetto della satira del regista in realtà è il mondo dell’arte contemporanea, le sue dinamiche artefatte e opportunistiche: Christian ne è la personificazione, il fantaccio che Ostlund trafigge per arrivare al cuore della questione. E lo fa ricorrendo a quella comicità micidiale-surreale tipica del Nord Europa, e tipica di Ostlund, che ci ricorda Roy Anderson nel famigerato “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” — mai avremmo pensato di citarlo, e invece. Una comicità che non è la risata amara della commedia all’italiana. E’ una risata nata da una situazione all’apparenza reale, fin banale, ma che si trasforma in grottesca, buffa, oppure drammatica — come l’inserviente del museo che aspira per errore i sassi di un’istallazione. Oppure spiazzante, come la scena della scimmia: Christian si ritrova nell’appartamento di una sua conquista, e poco prima di passare in camera da letto — dove si terrà il rapporto più comico della storia dei rapporti — si vede una scimmia attraversare il salotto, sedersi sul divano e mettersi tranquillamente a disegnare.
Di Anderson, Ostlund sembra mutuare anche il linguaggio episodico. E’ come se il film, in fondo, fosse una sequenza di vignette, ora grottesche, ora spietate, in cui nessun giudizio è espresso. Christian sembrerebbe capire qualcosa, alla fine del film. Forse tutto quello che gli è capitato, l’ha fatto ragionare. Ma non ne abbiamo la certezza…
“The Square” tocca molti punti dolenti della dolente umanità che siamo — forse troppi, e questo probabilmente lo rende meno compatto di quello che era stato il capolavoro “Force Majeure”, un ecosistema in cui tutto si teneva perfettamente.
L’umanità, la volontà di aiutare l’altro sono analizzati sia attraverso i gesti quotidiani di Christian, che si guarda bene dal fare l’elemosina a un povero homeless in un centro commerciale, ma che non si fa scrupoli a sfruttarlo chiedendogli di guardargli le borse dello shopping mentre va a raccattare le figlie. Sia attraverso le modalità che l’art-biz sta adottando. Esilarante, in questo senso, la coppia di esperti marketing che vende al museo il video per lanciare l’istallazione: una bambina povera che salta in aria in mezzo a “The Square” — e che determinerà il licenziamento di Christian. Inquietante la scena della cena con i Patrons del museo, in cui un artista si comporta come una scimmia — ritorno della scimmia — inscenando un happening/flashmob in cui la reazione degli invitati dice molto su quanto la pavidità sia caratteristica prima del genere umano…
Il film ha una conclusione non-conclusione che magari può lasciare perplessi. A me non ha sortito quell’effetto. Chiudere su un primo piano delle figlie di Christian, ci fa pensare, ma che diavolo di mondo stiamo dando in mano ai nosti figli? Un mondo di apparenze, di fuffa, di video demenziali su youtube, di arte che allude a ideali positivi, ma che molto spesso è vacuo dèjà-vu di un déjà-vu?
Film per palati raffinati. Ma pensate che il palato di tutti, in potenza, lo è.

Sono arrivata alla fine anche per oggi.
Prima di salutarvi, un breve sondaggio. Siete interessati alla coppia Richard Gere-Italo Calvino? Oppure a Nanni Moretti? Oppure alla coppia Vittorio Storaro-Ed Lachman? 🙂

Frunyc II aggiornato al solito posto, ringraziamenti di rigore, e saluti, irosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 344 from NYC – commenta “THE KILLING OF A SACRED DEER” di Yorgos Lathimos

LET’S MOVIE 344 from NYC – commenta “THE KILLING OF A SACRED DEER” di Yorgos Lathimos

Mipiace Moviers

una cosa in particolare dell’isola di Manhattan. Che lei è la protagonista incontrastata, lei, la regina del reame, e tutto il resto, tutti gli altri, well, meglio che si abituino al secondo gradino. Me ne sono accorta durante i giorni del New York Film Festival, con tante celebrities in giro, tra attori, registi, professionisti del settore. Niente folle in delirio, svenimenti collettivi al passaggio di un attore, o di un regista.
Questa attitudine al low-key distingue per l’ennesima volta New York City da Los Angeles, dove il movie business è costruito intorno al mito della star da red carpet. Più è inarrivabile e più è circondata da fan strillanti, più la star è star.
Succede anche al Festival di Venezia — immagino anche a Cannes. Il red carpet al Lido è transennato e protetto da omoni della security pronti ad intervenire sui vostri menischi qualora intendiate avvicinarvi all’attore del vostro cuore. Se da un lato questo atteggiamento, incrementando la distanza tra “loro” e “noi”, rafforza l’aura onirica intorno al divo, dall’altra crea tutto quel polverone di nulla che si solleva ogni volta che l’attore in questione muove un passo. Ecco, a New York City non vedrete nulla di tutto ciò. Ed è per questo che moltissime star di Hollywood abitano qui, o hanno una seconda casa qui. A NYC sono liberi di uscire per strada, andare da Starbucks, fare shopping, raggiungere il Lincoln Center senza una scorta di omoni a minacciare i menischi di nessuno. Noah Baumbach, Richard Linklater, Greta Gerwig, Luca Guadagnino, Vittorio Storaro, Ed Lachman, Kate Winslet, Dustin Hoffmann, Adam Sandler si sono alternati senza problemi. Spike Lee a settembre con lo zainetto sulle spalle — ricordate? Renée Zellweger che guarda la notte degli Oscar al Samsung 837 a Chelsea, a un metro da me e da altre decine di persone.
E’ tutta gente che fa un mestiere, alla fin fine. Sono artigiani dei sogni. Dei sogni, certo, ma pur sempre artigiani.
Nei giorni del NYFF non ho visto nessuno, NESSUNO, che abbia chiesto una foto, che abbia scattato un selfie, chiesto un autografo. Le celebrities venivano, facevano il loro bravo talk, la loro brava conferenza stampa, e via, se ne andavano tranquille tranquille.
A Venezia, al termine delle conferenze stampa, le star e i registi dietro il tavolo, vengono letteralmente presi d’assalto dai giornalisti, che si fiondano come mandinghi su di loro, smart-phone alla mano per guadagnare qualche centimetro di vicinanza in più.
Ricordo che rimasi sconcertata quando assistetti — assistei?? — allo scatto selvaggio della mandria giornalistica verso Jude Law, Mel Gibson, Amy Adams.
Mah, un conto sono gli stormi di adolescenti con l’ormone sbalestrato. Un conto sono i giornalisti professionisti sul luogo di lavoro. Un po’ di decoro, via.
Tornando al NYFF. Dopo la proiezione del documentario “Arthur Miller: Writer”, esco dalla sala e mi trovo davanti una schiena felpata che avreste riconosciuto tra centinaia di schiene felpate. Chi porta sempre la felpa nel mondo documentaristico statunitense? E quando dico sempre, intendo proprio sempre sempre, no matter the occasion?
Iniziali M.M.
Micheal Moore.
Indovinato.
Bravi.
Se ne stava lì, appoggiato a un tavolino, circondato da una gran ressa di gente in attesa di entrare in sala per lo spettacolo successivo. E tutti si facevano i fattacci propri e non lo degnavano di uno sguardo. Lui parlottava con qualcuno, tranquillo tranquillo. A un certo punto, un tipo è passato e gli ha detto tipo “Ehi man, I love your stuff” — commento da Cahiers du Cinéma, come vedete… Lui ha ringraziato con un sorriso che, nel mio immaginario, l’ha avvicinato ancora di più a una tartaruga — non so se avete mai fatto caso a quanto somigli a una tartaruga — e poi ha continuato a parlottare con l’amico.
Immaginate in Italia cosa sarebbe successo. Probabilmente di lui sarebbe rimasto qualche brandello di felpa e null’altro.
In questi giorni, poi, si è svolto l’Italy On Screen Today, una rassegna di cinema italiano dedicata alle proiezioni di film che hanno riscosso particolare successo nel corso dell’ultimo anno. Siccome, guarda caso, cadeva anche la 27esima edizione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo (e qui i miei Guys di Los Angeles attaccano con lo scompiscio), si è pensato bene di far arrivare a NYC una squadra di supporto capeggiata dal Ministro Franceschini, con Nanni Moretti attaccante titolare e Sergio Castellitto in difesa.
Questi due nomi sono grossi, in Italia. Qui a NYC, non fosse per la comunità italo-americana, sono pressoché sconosciuti. Vi dico solo che il giornalista — per altro italiano! — incaricato di intervistare Castellitto durante una serata all’NYU, ha esordito chiamandolo Claudio al posto di Sergio… In Italia sarebbe scattata la querela.
Quanto al Nanni nazionale. Al Metrograph, sala cinematografica intellectual-chic del Lower East Side — che proprio oggi ho scoperto appartenere, in parte, a Quentin Tarantino — hanno organizzato una piccola rassegna su di lui, con lo zampino dell’Istituto Italiano di Cultura, e del contribuente italiano.
Mi è piaciuto molto vedere Moretti in un contesto fuori Grande Raccordo Anulare. Dentro il Grande Raccordo Anulare, e più in generale, dentro i confini italo-francesi, Moretti è considerato un’istituzione. E forse un po’ lo è. Ma certo un bagno di umiltà nelle acque dell’Hudson non fa male a nessuno. Nanni ha presenziato a ogni proiezione e ha fatto il mattatore ironico e stralunato che gli riesce tanto bene.
“Anch’io ho una sala cinematografica a Roma. Certo non è così ‘cool’ come il Metrograph, ma ce la caviamo abbastanza…”, commenta, calcando pesantemente su “cool”, tra fiero e rosico.
Tutto ciò serve anche a me. Per minare qualche piedistallo e riportare sulla terra chi ci avevo messo sopra. Per ricordarmi che sono esseri umani. E ricordarlo anche a loro.
Per rimanere in argomento… Domenica scorsa ero invitata a uno spettacolo teatrale, del genere molto Off-Broadway, che si teneva all’Alliance Française, nell’Upper East Side. Uno di quegli spettacoli in cui il pubblico viene fatto sedere su tappeti e cuscini bianchi, scalzo — perché cuscini e tappeti bianchi devono ovviamente rimanere tali — e gli attori si mescolano fra di loro. Off-Broadway, appunto, ovvero sperimentale, ovvero dall’altissimo potenziale di imperscrutabilità e buio cosmico.
Uno degli spettatori era lui, Mathieu Amalric, protagonista di film tipo “Lo scafandro e la farfalla”, “Venere in pelliccia”, “Pollo alle prugne”, “Gli amori folli”, “Grand Budapest Hotel”, nonché vincitore di una sfilza di riconoscimenti e collaborazioni con registi tipo Cronenberg, Polanski, Spielberg, Resnais. Amalric era in città per il NYFF, e l’Alliance Française avrà pensato bene di invitarlo. Ebbene, nessuno se lo filava, le pauvre garçon. Nemmeno lo staff dell’Alliançe, par bleu. Io vado a scambiarci due chiacchiere: faceva tenerezza, lì tutto sparuto, alto un soldo di cacio. Dopo la pièce — della quale conservo un giudizio ambivalente, tra il dubbioso e il waddafu*k — finiamo nello stesso ascensore, e una signora bene della New York molto Upper East Side, con un taglio corto mascolino e un migliaio di dollari di completo addosso, gli dice, candida, “You know, you look familiar…”. Io scoppio a ridere — prima o poi dovrò imparare a gestire il riflesso incondizionato della risata — e le bisbiglio che è un attore e regista francese molto noto. Anche lui ride. Ma il suo non è un riflesso incondizionato, e nemmeno un riso di piacere. E’ più una risata isterica, uscita fuori al posto di un “lei non sa chi sono io”, anzi “vous ne savez pas qui je suis”, con dito brandito nell’aere — un transfert, insomma.
Non so fino a che punto non essere riconosciuto gli faccia piacere. Non so fino a che punto faccia realmente piacere a certi attori/registi, anche se si spendono molto a sostenere il contrario.
A volte si vuole A ma poi, chissà perché, si dice di volere B.
In questo caso avrà giocato l’ignoranza/dimenticanza della signora. Tuttavia, anche se lei l’avesse riconosciuto, non si sarebbe sciolta ai suoi piedi, non l’avrebbe fatto sentire sovrano in terra. Perché dicevamo, è Manhattan, la regina del reame. Gli omini e le donnine che s’industriano e si dannano l’anima per rubarle la scena, anche solo per i cinque famosi minuti di celebrità, sono destinati a fallire. Meglio aspettare che sia lei, a concederteli, quando le pare. E questa è una legge che devi conoscere e farti andar bene, se vuoi vivere qui. Ma è un patto che non ti costa sottoscrivere, se la ami.
After, anything for love.

Questa settimana sono andata a vedere “The Killing of a Sacred Deer” di Yorgos Lathimos, talento greco di cui forse ricordete lo scomodissimo “The Lobster”, un paio di anni fa. Ecco, se avete trovato difficoltà con quello, oppure con “Madre!”, l’ultimo capolavoro di Darren Aronofsky, forse questo film non fa per voi. “The Killing of a Sacred Deer” è una tragedia venata da un umorismo nero che più nero non si può ambientata nell’alta borghesia di una non ben precisata città americana. Con “tragedia”, intendo proprio quella greca, quella di Sofocle ed Euripide, “Ifigenia”, “Andromaca” e compagnia bella, con il peso del fato a gravare sulle spalle dell’individuo. Ma come se non bastasse, sulla tragedia del film grava anche la cappa biblica, con il grande monito dell’occhio per occhio, del non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te, che rinserra i personaggi in una morsa etica da cui non possono sfuggire. Mettete insieme questi due venti che spirano da lontano, tragos ellenica e angst biblica, e i vostri poveri piccoli personaggi, come quelli di Lathimos, verranno spazzati via da un uragano al cui confronto Irma è una brezza primaverile.
Così come in “Madre!” la scena iniziale — rosso sangue e nero pece, ricordiamo — sintetizzava il film, qui un intervento a cuore aperto fa lo stesso, portando il chirurgico dell’operazione a livello sacrificale, e rinviando alla piega che la storia prenderà.

Padre di famiglia e marito devoto, il chirurgo Stephen Murphy si trova spesso a pranzo con Martin, un ragazzo, a cui porta regali, dona soldi. Non capiamo, lì per lì, chi sia questo ragazzo. Pensi immediatamente si tratti di un figlio avuto da una relazione extraconiugale. E Martin è figlio sì, ma di un ex paziente che Stephen non è riuscito a salvare. Più in là, scopriamo che non solo Stephen non è riuscito a salvarlo, ma anche che ha contribuito a provocarne la morte, operandolo da ubriaco.
Nel momento in cui Stetphen cerca di allontanarsi da Martin, Martin, che è un personaggio misterioso e inquietante come un Miles di “Giro di vite” o come i due ragazzi protagonisti di “Funny Games” di Haneke, non ci sta. E scaglia su Stephen una specie di maledizione: tutti i membri della tua famiglia si paralizzeranno, smetteranno di mangiare, sanguineranno dagli occhi e poi moriranno, a meno che tu non ne uccida uno. Che poi è il cervo sacro del titolo. Che poi ricorda i sacrifici biblici e la condanna all’espiazione attraverso l’indicibile sofferenza della perdita di un caro.
E tu guarda caso, proprio quando Martin profetizza questo quadro in tutto e per tutto bockliniano, i due figli del dottore cominciano a manifestare strani sintomi. Perdono l’uso delle gambe e l’appetito. Deperiscono.
Stephen, uomo di scienza, e con lui la moglie, oftalmologa, consultano i migliori specialisti, cercano una spiegazione logica e biologica. E questo anche nell’ottica della tradizione culturale occidentale moderna, che si rifiuta di riporre nel destino le cause della propria sventura/fortuna: l’uomo accede al libero arbitrio, ha facoltà di scelta, può manovrare il timone della propria vita, per dinci.
Eppure, gli specialisti non trovano nulla, i figli peggiorano di giorno in giorno, fino ad arrivare alle lacrime di sangue sulle guance del piccolo Bob… Fino ad arrivare al giorno del Giudizio che vede Stephen costretto all’unica decisione possibile… e quando non ci sono alternative, scopri che il libero arbitrio non è che un’illusione, e che siamo intrappolati da sbarre che non abbiamo i mezzi di contrastare…
Immaginate tutto questo raccontato con una musica splendidamente fastidiosa, umorismo black, oh-boy sooo black, con dialoghi assurdi, situazioni tra il grottesco e il drammatico, movimenti di macchina da Stanley Kubrick, con riprese dall’alto verso il basso, steady-cam dentro lunghi corridoi per ricreare un effetto di costrizione — attraverso lo sguardo e attravero il personaggio di Stephen che quei corridoi li percorre — all’interno di canali prestabiliti. Treni su binari da cui non si può deragliare, salvandosi.
Oltre a Kubrick, c’è Haneke, con la sua disinfettata spietatezza, il rigore formale che nasconde il macello etico. Ma c’è anche, come dicevo prima, l’Aronofsky di “Madre!”, con la sua allegoria distopica a tinte apocalittiche. La distopia, che da sempre caretterizza il cinema di Lathimos, è ovviamente la cifra attraverso la quale leggere questo film. Lo capiamo sin dalle prime scene: l’universo dentro il quale lo spettatore cade non ha nulla del paradiso di cartapesta borghese che il regista ci allestisce. E’ un inferno, ma dalle forme famigliari. Ed è proprio la famiglia, il luogo che pensiamo come il massimo riparo dalle intemperie del mondo, è proprio la famiglia, la coltura che alimenta la caduta verso l’irreparabile. E’ lì, tra moglie e marito, tra genitori e figli, che spuntano i non-detti, le piccole grandi menzogne, che poi portano a dove Stephen arriverà — e dove arriva anche, con le differenze del caso, il protagonista di “Eyes Wide Shut”…
“The Killing of a Sacred Deer” è un film meravigliosamente disturbante, in cui si ride a denti stretti, in cui lo spettatore senziente è un antropofago che banchetta sulle macerie di un’umanità meschina e perdente, nella quale, se sufficientemente onesto, vede se stesso, e le macchie che tingono giornalmente la bella copia della sua vita.
Una volta detto questo, capite perché, esattamente come “Mother!”, non sia un film per tutti.
Dovete accettare la sfida di vedere tanta miseria allo specchio.
Siete pronti?

E su questa domanda, a cui spero risponderete con un coro di “you bet it, Board”, mi congedo, lasciandovi il Frunyc II aggiornato. 🙂
Al solito grazie, e saluti, gustosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More