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Let’s Movie 397 da NYC commenta “COLD WAR” di Pawel Pawlikowski, saluta per il Christmas Break e vi vede in Italia :-)

Let’s Movie 397 da NYC commenta “COLD WAR” di Pawel Pawlikowski, saluta per il Christmas Break e vi vede in Italia :-)

Forty, Fellows,

sono quaranta. Gli anni. I miei. Li ho compiuti ieri, 22 dicembre 2018.
Quaranta non sono trentanove o quarantuno. Sono quaranta. E non è che io voglia drammatizzare il traguardo — io? Drammatizzare? Quando mai…— oppure mitizzare il traguardo. Oppure plagiare Carol Alt in quel film di costumi sgambati e tessuti sintetici che fu “I miei primi quarant’anni”.
Quarant’anni non sono nemmeno il mezzo del cammin di nostra vita, perché oggi la donna ha un’aspettativa di vita media che si aggira intorno agli 85,6 anni.
I quaranta si distinguono dalle decadi precedenti innanzitutto nella parola. Gli -anta segnano l’inizio di una sfilza di decenni in -anta. Mentre prima eri in quel paradiso artificiale di -enti ed -enta che ti faceva rientrare nello spazio della gioventù anagrafica.

Il discorso dell’età viaggia un po’ tutto sui binari del luogo comune. Vedi per esempio il tormentone dell’età dello spirito che non c’entra nulla con quella del fisico. E pure lui, il fisico, negli ultimi tempi, sta tirando fuori trucchi mai visti, e ci sono donne di sessant’anni, sett’antanni, che ti mozzano letteralmente il fiato quando le vedi. Sharon Stone, Cher, Jane Fonda. Se nelle loro vene scorra ancora qualche goccia di sangue oppure solo pozione magica a base di acido ialuronico e botox che magicamente le preserva, questo è un dubbio da tenere in considerazione. O magari nel cassetto del comodino hanno il patto siglato con il diavolo, responsabile di aver ritoccato il mezzo del cammin di loro vita in cambio di chissà quale prezzo — vedete voi che fine ha fatto Faust.

Io mi sento età diversissime, tutte nello stesso tempo.
Ho compiuto quarant’anni, me ne sento venti, e mi illudo di dimostrarne trenta (!). Sono tre decenni in uno.
Per non parlare poi di quanto millenaria posso sentirmi, a volte. Ci sono dei momenti in cui credo di reggere tutto il peso del tempo sulle spalle. Questo mi succede soprattutto quando sento brutte notizie, oppure se intravedo certi comportamenti umani reiterarsi nell’errore. Allora mi sento antidiluviana. Come se appartenessi al passato e fossi costretta a rivivere quella situazione, quell’errore, infinite volte.

Ma la maggior parte del tempo, il tempo è incolore e inodore. Ci nuoti dentro senza vederlo.
Quando poi passi davanti alle pietre miliari dei decenni, ti fermi un attimo e ragioni.
Ieri è toccato alla pietra miliare con “40” scritto sopra, quindi mi sono fermata e ho ragionato.

La domanda —spietata— che ci si pone di solito è: “sei riuscito/a a fare tutto quello che ti eri prefisso/a di fare entro la deadline dei 40?”
Sulla mia lista di “cose da fare entro i 40” comparivano, fra le tante, le seguenti voci

  • mettere piede nell’emisfero australe: fatto. Australia e Nuova Zelanda
  • trasferirsi a New York: fatto. Upper West Side
  • pubblicare il primo libro: fatto, per un pelo. “Bitter Bites from Sugar Hills“. Grazie agli USA
  • fare il bagno nel mare di notte: fatto. Puglia. Aiutata dalla luna piena, cosa che potrebbe renderlo passibile di squalifica
  • fare il bagno nel mare nuda: fatto. Tasmania, Flinders Island. Aiutata da 53 km di spiaggia deserta, gli unici occhi indiscreti quelli di qualche wombat di passaggio — spero che la mancanza di occhi indiscreti non lo renda passibile di squalifica anche in questo caso. A ogni modo, essere nudi nel mare mi è parsa una disciplina molto simile a quello che dovette essere, quarantanni orsono, il nuoto intrauterino.
  • fare il bagno con una tartaruga marina: fatto. La Gomera. A oggi non so se l’inconsapevolezza della tartaruga, che nuotava cinque-sei metri sotto la mia pancia, anche in questo caso, lo renda passibile di squalifica. Spero di no però.
  • cadere un innumerevole numero di volte: fatto. Un’innumerevole numero di volte
  • rialzarmi un innumerevole numero di volte: fatto. Un’innumerevole numero di volte.

L’ultima voce è, naturalmente la più complessa. Cadere è un movimento che mi riesce straordinariamente bene — campionessa di caduta libera. La fase della risalita risulta ancora ancora molto ostica. Ma anche per motivi di fisica classica, dico io. Parte della colpa sarà certamente imputabile alla forza di gravità che schiaccia a terra: voglio pensare che ci sia una componente fisica nel peso esistenziale che mi/ci preme addosso.

La pietra miliare dei quaranta è anche, in qualche modo, filosofale. Nel senso che ti fa vedere e rivedere certi dogmi a cui ti eri votato nei decenni precedenti.
Io mi sono votata per moltissimo tempo al tempio spietato di una citazione di Sylvia Plath, amatissima poetessa americana che ho posizionato nella categoria “maneggiare con cautela” dopo averla osannata in tutti i miei vent’anni — e se c’è una cosa di cui sono certa, è che non vorrei mai, mai, mai tornare in balia dei vent’anni, quando porti a spasso te stesso nella più totale inconsapevolezza.
La citazione recita “fa male non essere perfetti”.

“Fa male non essere perfetti” è stata il mio Vangelo, la mia Verità. Non ho mai pensato di metterla in discussione. Era scritta con il sangue: quello di Sylvia, anche, morta suicida all’età di trent’un anni — ora la sua fine rispecchia tristemente la tensione a un mito inarrivabile.
Vista l’intoccabilità di “fa male non essere perfetti”, negli ultimi tempi ho cercato di ribaltarla chiedendomi: e se essere imperfetti facesse bene?
Non posso mentire e dirvi che ho trovato la risposta e che la risposta è sì, essere imperfetti fa bene.
Ci sto girando intorno. Purtroppo noi essere umani nati cristiani, veniamo cresciuti con l’idea di essere stati creati a immagine e somiglianza del divino. Dio, nel racconto popolare evangelico che ci viene fatto di lui, è perfetto. Ergo noi, sue creature, tendiamo a quello, alla perfezione. Non ci meravigliamo, quindi, se, a un certo punto del nostro cammino su questa terra, noi si voglia emulare la figura del padre.
Svincolarsi da tutto questo, da tutti i dogmi che ci si infilano sottopelle da piccoli senza che noi ci si accorga, è il lavoro di una vita.
Cominciare presto è buona cosa.
Rimane, tuttavia, il lavoro di una vita.

Due estati fa, mentre risalivo la ciclabile lungo l’Hudson, all’altezza della 57esima o giù di lì, mi sono scontrata con un poster gigantesco affisso a un grattacielo.
Be the woman you want to be — Coco Chanel”.
Ricordo di aver fermato la bici, estratto il quadernino, e annotato la frase, per timore di dimenticarla.
Timore inutile.
Non l’avrei più scordata.

“Be the woman you want to be” ti dice un sacco di cose. Prima di tutto, non limitarti a quello che sei. Realizza quello che vuoi. Questo suggerimento mette la volontà prima dell’essere — chissà cosa ne direbbe Sartre, fosse vivo. Se noi diventiamo ciò che vogliamo, ci sganciamo automaticamente dalla zavorra della nostra natura e della nostra finitezza. È un suggerimento che invita a cambiarsi, a non vedersi condannate da ciò che siamo, ma a concretizzare l’idea di noi che coltiviamo.
Coco non ha aggiunto che il prezzo da pagare è alto, nel mettere in pratica questo suo consiglio. La volontà è un’animale sempre affamato.
Trovare l’equilibrio, anche quello, è il lavoro di una vita, dopotutto.
Not that I am anywhere close there, articolerebbero qui la mia lontananza alla meta…

Un’ultima citazione che ripeto come un pappagallo e un mantra, e in cui cerco di credere, viene da Nelson Mandela.
“It always seems impossible until it’s done”.

Tutto quello che ho fatto, ma proprio tutto tutto, mi è sempre sembrato impossibile prima di mettermi a farlo. Dall’essere andata a studiare a Venezia, all’essermi trasferita a New York. La seconda poi, pareva un miraggio da matta senza speranza di oasi. Tutto quello che è capitato negli ultimi due anni ha confermato le parole di Nelson. Dall’abitare nell’Upper West, al pubblicare un libro di poesie in inglese — un’italiana che pubblica poesia (poesia!) in inglese in America. Sounds pretty unlikely.
È una massima, la sua, che incapsula i sogni nella pratica, e ringrazio Nelson per averlo fatto per tutti noi.

E poi naturalmente la pelliccia color lavanda.
Fino al 21 dicembre sera ho corretto esami e registrato voti. Il 22 dicembre ho celebrato la mia personale festa della liberazione, scorrazzando per la città come solo i bisonti del Montana prima di Buffalo Bill.
Ho appagato la sete di sapere andando al Jewish Museum, per la mostra “Chagall, Lissitzky, Malevich: The Russian Avant-Garde in Vitebsk, 1918-1922”.
Ho scartato l’Avanguardia russa e ho tenuto il cuore di Chagall, pittore amatissimo, per le capre che fa spuntare in cielo, per i visi verdi e per quel blu imperante da cui non smettereresti mai di farti inondare.
Poi SoHo. Ma SoHo il 22 dicembre è una colata lavica di regali da fare e corpi umani impegnati a farli. Quindi sono scappata in fretta, per riparare sulla ventiseiesima, tra la Sesta e la Settima, dove c’è il Buffalo Exchange, il mio porto sicuro. Lì trovo sempre qualcosa.
Ieri ho trovato una eco-pelliccia color lavanda. O meglio, una nuvola color lavanda, dentro cui sono sprofondata e da cui non sono più stata in grado di liberarmi.

Ora, c’era bisogno che io comprassi una pelliccia di un colore rinomatamente sobrio, che per altro è anche il colore del mio bagno?
Naturalmente no. Ho già molte altre idiozie nell’armadio — certo non lavanda.
Ma se ragionassimo in termini di bisogni strettamente vitali, sopravvivremmo con bacche e radici. Taglieremmo via tutto. L’arte, la poesia, la bellezza. Ma è lì che ci distinguiamo dagli animali. Nella capacità di apprezzare una nuvola lavanda con un essere umano dentro. Oppure una pièce teatrale, oppure un verso. Oppure un quadro.
Spero di voler comprare pellicce inutili e tacchi inutili e cappelli inutili anche a ottant’anni. Novant’anni.
E di cercare innamorati che volano sopra le case, come ci mostra sempre lui, Chagall.
E di rimanere sempre hungry e foolish, come diceva Jobs.
Curious and silly, come direi io.
Soprattutto silly 🙂

“Dopo la quarantina ce n’è una ogni mattina”, recita mia madre da millenni, riferendosi agli acciacchi post-quaranta.
Però per una volta, mi tocca ringraziarlo, questo corpo che da quarant’anni mi contiene, e che non va mai bene. Non solo mi supporta, ma mi sopporta, il che è ben più difficile. Gliene ho fatte (fare) di tutti i colori, e ancora gliene faccio (fare) di tutti i colori.
Ma oggi lo ringrazio, e cerco di essere più clemente.
Non so come faccia, dopo quarant’anni di me!

Prima di passare al film della settimana, vi informo che Lez Muvi chiude per il Christmas Break fino più o meno la fine di gennaio.
Una pausa lunghissima?
No, una pausa giusta che, udite udite, mi permette di venire in Italia! 🙂
Ebbene sì, segnatevi le date: dal 9 al 20 gennaio, rimbalzerò fra Trentoville, Milano, Trieste, Venezia and who knows… Cercherò in ogni modo di lanciare un Call-for-Moviers e un Lez Muvi speciale dal Mastro all’Astra… Vediamo se ce la faccio!
Altrimenti fatevi vivi, e cerchiamo di vederci — [email protected].
Sarà stranissimo tornare in Italia dopo quasi due anni di assenza… Sono quasi intimidita.
Ho detto “quasi”… 😉

Il compleanno è passato liscio liscio finché non si è incagliato nel film della settimana, “Cold War” di Pawel Pawlikowski.
Ve lo ricordate il capolavoro “Ida”, qualche anno fa? Ecco, l’impronunciabile Pawel Pawlikowski è il regista di “Ida”.
“Cold War” ha vinto il premio alla miglior regia all’ultimo Festival di Cannes ed è in lizza per qualche Oscar, a febbraio.
Il problema con il film è tutto mio, forse. Mi aspettavo tantissimo. Ho trovato tanto, ma non -issimo: un mélo, un gran bel mélo, girato ad arte, con attori capaci e un bianco e nero sempre accattivante, ma pur sempre un mélo. Nothing new under the sun.
Siamo in Polonia, anni Cinquanta. La giovane Zula viene scelta per far parte di una compagnia di danze e canti popolari. Tra lei e Wiktor, il direttore del coro, sboccia subito un amore feroce.
Nel 1952, arrivati a Berlino Est per un’esibizione, Wiktor organizza la fuga dall’altra parte del Blocco per vivere finalmente in libertà la loro storia d’amore. Ma Zula, animo focoso e ribelle su cui grava il sospetto di aver ucciso il proprio padre, contro ogni previsione, non si presenta all’appuntamento concordato.
I due s’incontreranno di nuovo sulla scena artistico-bohemien di Parigi, con i rispettivi partner del momento, ma ancora perdutamente innamorati.
Il finale, come ogni mélo, è una catastrofe d’amore e morte. Resa ancora più drammatica dal fatto che i personaggi di Zula e Wiktor ricalcano i veri genitori del regista, di cui lo stesso regista ha detto: “Erano entrambi due persone forti e meravigliose, ma come coppia un infinito disastro”.

In “Cold War” c’è tutto quello di cui una tragedia d’amore ha bisogno. Innanzitutto un amore potentissimo, a tratti ingestibile, violento, fatto più di silenzi e sguardi che di lunghe chiacchierate sopra una tazza di tè. E poi c’è il dramma della Storia, negli ingranaggi della quale la storia di Zula e Wiktor finisce. Un amore diviso da cortine, da sbarre, da reclusioni, da legami, che non trova la pace nemmeno alla fine — o nella fine…
“Andiamo dall’altra parte, la vista è migliore da lì”, suggerisce Zula a Wiktor, nell’ultima scena, ribadendo il loro status di innamorati condannati al nomadismo eterno.
Anche i due singoli personaggi sono piacevolmente diversi. Tanto passionale, selvaggia, furia Zula — una vera forza della natura — quanto mite, introverso, raffinato Wiktor. Questa diversità li attrae e al  contempo li respinge, sancendo una dinamica di coppia pressoché impossibile — proprio come quella dei genitori veri del regista.
Di “Cold War”, ti può piacere il lavoro stilistico, che avevamo già apprezzato in “Ida”: l’impiego del formato quadrato al posto dei quattro terzi, e la riconferma del bianco e nero sono due mezzi linguistici familiari a Pawlikowski, che è in grado di maneggiare con grazia ed efficacia.  
Allora, se tutto è così perfetto, forma, contenuto, scrittura del personaggi, cosa c’è che non va?

Forse il “nothing new under the sun”. Forse tutto troppo già detto e visto. Forse troppi canti popolari polacchi all’inizio — i canti popolari polacchi nooo!! Forse avrei voluto vedere qualcosa di più, perché da uno come Pawlikowski, che ci ha abituato a qualcosa di spettacolare come “Ida”, mi deve dire qualcosa di più.
O forse “Cold War” mi ha ricordato troppo da vicino “Franz”, di François Ozon, che avevo molto apprezzato, ma che in qualche modo, condivide moltissimo con questa storia, a partire dall’amore travagliato, l’amore ai tempi del dopoguerra, e la scelta del bianco e nero.
Gli auguriamo ogni bene agli Oscar. Ma certo non a scapito di “Roma”, che lo batte, emotivamente, in un ogni fotogramma.
E siamo arrivati in fondo, Moviers. In fondo al pippone di oggi, e in fondo al 2018.
Ci ritroviamo a fine gennaio qui in Lez Muvi, e a metà gennaio in Italia.
Insomma, non vi liberate di me. Nonostante i quaranta!

Frunyc IV aggiornato, auguri di cuore, ringraziamenti di testa, e saluti, anagraficamente cinematografici.

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LET’S MOVIE da NYC commenta “THE HOUSE THAT JACK BUILT” di Lars Von Trier

LET’S MOVIE da NYC commenta “THE HOUSE THAT JACK BUILT” di Lars Von Trier

Madeline Millan Moviers

è una mia collega professoressa all’FIT. Insegna spagnolo. È di Puerto Rico. Ha quell’inglese che sa di Sud America.
Quando esclamo “mammamia”, non fa una piega. Non come gli americani, che ridono e, maldestramente, lo ripetono.
Madeline è anche una poetessa. Ha pubblicato molte raccolte in spagnolo. Tante sono state tradotte in inglese.
Quando viene a sapere che anch’io sono del partito della parola, si interessa subito.
Voglio introdurti alle scrittrici del PEN America Women’s Literary Workshop, mi scrive per email.
Quando leggo “PEN America”, io, nella mia testa, m’inginocchio.

Il PEN America è un centro la cui istituzione risale al 1922 —il Neolitico, in parametri storiografici americani — e il cui obbiettivo è “difendere e celebrare la libertà d’espressione negli Stati Uniti e nel mondo attraverso la promozione della letteratura e dei diritti umani”. Così è scritto nella loro costituzione.
Sono Membri del PEN America scrittori, poeti, drammaturghi con almeno una pubblicazione, editori e traduttori professionisti. È considerato il fiore all’occhiello della cultura americana — un luogo di prestigio, storia e nobili valori. Ha i suoi bravi premi, un Festival e organizza tutta una serie di conferenze, incontri, eventi, sparsi in tutto il mondo. Sì perché il PEN America è diventato anche PEN America International, e conta su qualcosa come 100 sedi worldwide. Un’istituzione, insomma.
Quando è nato, nel Neolitico, il PEN America era una struttura men-only, ovviamente. Ché la donna doveva rimanere nella caverna e badare ai piccoli, mentre l’uomo andava per la giungla a pubblicare e tenere reading. Poi le donne sono arrivate, ma senza una stanza tutta per sé, come invece voleva Virginia Wolf. Allora una venticinquina di anni fa, la poetessa newyorkese Ilsa Gilbert, ha detto, ma perché non istituiamo, all’interno del PEN America, un luogo in cui le scrittrici membre del PEN possano incontrarsi, e condividere i propri lavori?
Siccome siamo a New York e le idee carambolano nella pratica con più probabilità che in Italia, il PEN Women’s Literary Workshop ebbe inizio.
Madeline mi porta a uno di questi incontri una serata piovosissima di ottobre.
Io sono un’ospite, non devo dire o leggere nulla. Ma sono agitata come se dovessi fare un’interrogazione.

Ci si incontra una volta al mese, e la location cambia ogni volta. Le membre che hanno a disposizione una casa sufficientemente spaziosa, la mettono a disposizione per l’incontro, che si basa sul chi viene viene — un po’ come Let’s Movie quando Let’s Movie agiva a Trentoville.
Ma l’incontro di ottobre, non so bene perché, si tiene nella sede ufficiale del PEN America, che sta nel cuore di SoHo, al 588 Broadway. Forse per quello sono agitata. Sono intimidita dalla sede. Gli uffici bianchissimi, dove spiccano ovunque il rosso e il nero del logo “PEN America”.
Le donne sono tutte senior, ultra over senior. Viaggiamo dai settanta in su, con qualche incursione nella cinquantina.
La mancanza di anni che mi porterebbe al loro livello mi pesa addosso. Pensa se vedessero che nei messaggi sul cellulare uso la K al posto del “chi”, 3 al posto di “tre” e la x in vece del “per” — come Salvini!
Temo che la loro età le renda divine, demiurghe. Che loro sappiano tutto ancora prima di conoscermi.
La K, il 3, tutto.

Madeline mi presenta a Ilsa Gilbert, quella Ilsa Gilbert.
È talmente piccola e magra che potrebbe starmi in borsa. Ha due occhi azzurri che spuntano fuori, freschissimi, dalla rete di rughe che ricama il suo viso — il colore non invecchia, penso con gratitudine.
Arrivano altre membre. Una con un bastone, una persino con un deambulatore.
Fuori piove che Dio la manda. Eppure queste vecchine se ne sbattono lettaralmente pur di essere letterariamente presenti all’incontro.
Quando parlo di resilienza newyorkese intendo anche questo. Il “no mattter what”. Indipendentemente da tutto, ci sono.
Questo mi ha destabilizzato i programmi molte volte.
“Ma chi vuoi che ci vada, con questo tempo?”.
Appena trasferita qui, non facevo che rassicurarmi con questa domanda quando programmavo di partecipare a qualche evento. Poi arrivavo sul posto e trovavo pienissimo, se non sold-out.
I newyorkesi non permettono ad alcunché, meteo compreso, di intralciare i loro programmi. Se si tratta di meteo, aggirano l’ostacolo con outfit poco edificanti, ma lo aggirano.
Quindi non c’è da stupirsi che una scrittirce novantenne faccia il suo ingresso in deambulatore quando fuori imperversa l’apocalisse.

Poi arriva Rosalie, Calabrese. È ancora più magra di Ilsa. Nella mia borsa, ci nuoterebbe.
Rosalie è molto generosa, e mi segnalerà, nelle settimane successive, eventi poetici, e salotti letterari.
Il PEN America Literary Women’s Workshop funziona così. Tre scrittrici hanno dieci minuti a testa per leggere i loro scritti, e poi si apre un open mic, un microfono libero, in cui chi vuole può leggere per cinque minuti.
Una delle scrittrici da dieci minuti è proprio Rosalie. Legge da un librino sottile come lei. “Remembering Chris”.
“È suo figlio. Si è suicidato lo scorso anno”, mi sussurra Madeline all’orecchio.
La sua poesia non è strappalacrime, drammatica, come si potrebbe pensare.
Mantiene la dignità.
Ricordo un verso.
I reach for your hand/and hold the memory.

Altre donne leggono.
Molta poesia che sento, non mi parla. A quanto vedo, qui in America c’è la tendenza ad annacquare la poesia. A perdere la musica. A scrivere narrativa, e chiamarla poesia. Per questo, credo, quando mi capita di leggere le mie cose, mi si dice sempre “they are music”.
Se si perde la sintesi e si diluisce il pensiero, e con esso la parola, allora abbiamo la prosa. Ma se voglio scrivere in prosa, scrivo in prosa. Non la spaccio per poesia.
Quindi non rispondo molto, emotivamente parlando, a quello che le mie orecchie sentono. Ciononostante, ascolto con attenzione.
Non c’è solo poesia. Una drammaturga sta lavorando a una pièce teatrale, e ci legge un monologo. Una scrittrice di racconti, legge la bozza di un nuovo racconto.
Mi piace la formula “workshop”. Il fatto che alcuni dei lavori letti siano in-progress.
E mi piace l’energia di queste donne, che alla loro veneranda età, continuano a scrivere, uscire, fare, brigare. Che non si fermano davanti a niente.
Se me lo chiedete, è proprio questo tipo di donna che vorrei essere un giorno. Non lo sono ancora.
Nei giorni buoni sono una che ci prova. Nei giorni meno buoni una che arranca.

Rosalie mi invita al salone letterario di Otis Kidwell Burger, la 94enne del Greenwich Village di cui vi avevo accennato in un passato pippone.
I novantaquattro anni di Otis sono tutti ben allineati sulla sua spina dorsale ricurva e sul bastone che usa per camminare. Che non è un bastone, è una racchetta da sci, e dio solo sa da dove arriva, nel cuore del Greenwich Village, una racchetta da sci.
Ma la voce è quella di una donna nel fiore degli anni. Sicura e senza esitazioni. Se chiudo gli occhi davanti alla veste da casa in flanella, le scarpe comode, la gobba e la racchetta, potrei trovarmi davanti a una mia coetanea.

Siamo nel suo salotto, al 27 di Bethune Street.
Ci sono due divani diversi, sedie spaiate, una varietà di oggettistica che solo un rigattiere potrebbe eguagliare.
E poi libri, tappeti, un caminetto, uno scrittoio.
Otis è seduta su una sedia di velluto rosso. Un pezzo unico. Tutti sanno che quella è la sedia di Otis. Quando sono arrivata era libera, ma ho intuito immediatamente che quella sarebbe stata la sua sedia. Nella repubblica anarchica di New York City — e del Village — ha la solennità di un trono.
Otis fa il suo ingresso per ultima. Cammina a stento, ma cammina. Da sola. Dietro di lei, il suo gatto, arancio, a righe.
Otis avverte che il felino è molto “naughty”, e che morde.
Io lo accolgo con uno starnuto.
Prego tutti i santi allergici in paradiso di non farmi attaccare con il fuoco di fila di sternuti, come ogni tanto succede.
Fortunatamente mi limiterò a quattro, sparsi per tutto il reading.
I santi allergici hanno guardato giù.

Nel salone letterario di Otis funziona un po’ come con il Workshop delle PEN American Literary Women. Due scrittori leggono per venti minuti, e poi c’è il microfono libero. È il coordinatore del gruppo, un poeta che sembra Santiago, il vecchio de “Il vecchio e il mare”, ma con qualche libbra di più intorno al girovita, a scegliere gli scrittori che leggono per venti minuti negli incontri successivi.
Io leggo tre poesie da “Bitter Bites”. La voce un po’ tremolante.
Santiago, a fine reading, mi dice se posso venire e leggere il 9 dicembre.
Quindi il 9 dicembre, mi sono spettati venti minuti.

Sono tutti curiosi, gli scrittori —in generale, ma in questo caso, proprio i presenti.
Mi chiedono del mio inglese, di quanto debba essere difficile scrivere poesia in un’altra lingua, e poi venire in un altro paese — ma non conoscevi nessuno? E poi ma come hai fatto a pubblicare in così poco tempo??
Io dico no, non è difficile, poetare in inglese. È scoperta, lavoro e piacere. Tengo sempre a mente che nella lingua, ci entro in punta di piedi.
E no, non conoscevo nessuno, ma a New York non rimani a lungo senza conoscere nessuno.
E sì, sono stata fortunata a trovare un editore disposto a credere a una just-landed come me. Ma ho espiato tanto in Italia.

Prima di andarmene, Otis mi dice, torna, torna. Torna quando vuoi.
“Sai, ho studiato italiano a Venezia”, aggiunge, in inglese.
“L’ho studiato perché avevo un ragazzo italiano…”, sghignazza. Il suo viso si accende di malizia. Ha novant’anni e rotti, ma mi sembra una ragazzina.

E queste sono le reti di New York. Partono da una Madeline che ti invita a un reading, dove conosci una Rosalie che ti invita a un altro reading, e finisci da una Otis, da cui ritorni due volte.
Forse per questo a New York mi sento così “safe”. Percepisco l’esistenza di quella rete, là fuori.
Sono convinta che vada avanti a tramare anche quando io non guardo.

Questa settimana è stata una settimana cinematografica fortunata perché il film che attendevo di vedere dall’ultimo Festival di Cannes, “The House that Jack Built” di Lars Von Trier, è stato introdotto dall’attore protagonista, un tale Matt Dillon, alla Film Society del Lincoln Center.
Io, Matt Dillon, lo ricordavo un po’ gigione in “Tutti pazzi per Mary”. Mai avrei immaginato che potesse reggere due ore e trentacinque minuti di girato larsvontrieriano. Invece, li ha retti. Certo il suo intervento al Lincoln Center non è stato di molte parole. Ma del resto, dopo aver recitato da serial killer in un film come “The House that Jack Built”, comprendiamo e perdoniamo certa fiacchezza di spirito.

America, anni ’70. Jack è un ingegnare, ma avrebbe sempre volute essere un architetto. Questa distinzione risulta essere cruciale per capire — well, tentare di capire — la logica perversa che puntella la mente di questo personaggio. Come lui stesso spiega: “l’ingegnere è un musicista che legge la composizione e la esegue, l’architetto l’ha scritta”. Quindi possiamo dire che l’architetto è il poeta, il creatore supremo, l’artista. Mentre l’ingegnere è un esecutore: un po’ la differenza fra Mozart e Salieri.
Jack ambisce all’architettura: la sua più grande ambizione è quella di costruirsi una casa — la casa del titolo, appunto. Ma Jack è un esecutore. Seriale, per di più.
Jack, oltre a essere un ingegnere, è un serial killer.

Comincia la sua “carriera” da omicida in maniera rozza e grossolana, sfasciando la faccia a una povera Uma Thurman — God, quanto è invecchiata, dov’è finita Black Mamba! — colta nella più classica delle situazioni che ingolosiscono i killer da che murder è murder. Una donna, per altro assai insopportabile, fòra la gomma della macchina e chiede aiuto, a bordo strada: il suo cric è rotto, non può farcela da sola.
Ma tu guarda le coincidenze, un Jack passa proprio in quel momento…
Qui una parentesi linguistica è doverosa. In inglese “Jack”, oltre a essere nome di persona, significa proprio “cric”. Ma tu guarda ancora le coincidenze… E “Jack”, se ricordate bene, è anche “The Ripper”, “Lo squartatore”, il killer seriale più seriale di tutti i tempi. Ma tu guarda, ancora ancora, le coincidenze…
Lo scopo esistenziale di Jack è quello di compiere l’opera perfetta, così da “dar vita”, perversamente e antiteticamente, all’omicidio più sofisticato possibile. Di qui il nome con cui firma i suoi delitti — Mr Sophistication. Per realizzare tutto questo, Jack si serve di una cella frigorifera in periferia dove accatasta tutti i suoi “tentativi” nell’attesa di compiere il capolavoro definitivo: una casa con i “tentativi” al posto dei mattoni…

Nelle mani del genio del male Von Trier, l’ironia è un filo nero che corre lungo tutto il film. Diciamo lungo almeno tre quarti di film. In modo particolare perché Jack è affetto da OCD, ovvero da disturb ossessivo-compulsivo.
C’è niente di più lugubremente comico di un assissino che è costretto dalla sua ossessione a ritornare infinite volte sulla scena del delitto —cosa che non si deve fare mai— perché è convinto di aver lasciato una macchia?
Nel secondo omicidio compiuto, in cui Jack è ancora assai “grossolano” nella tecnica, ritornerà nella casa dove è accaduto il crimine qualcosa come dieci volte. La scena è obbiettivamente molto comica, anche se stiamo osservando un killer al lavoro. Del resto il cinema di Von Trier ci ha abituato a ridere dell’orrido. Quindi noi si sta al gioco e si gioca.

Quanto a struttura, il film è tutto una rievocazione, un flashback, con due voci fuori campo. Quella di Jack e quella di un tale Verge, una figura che potremmo identificare come Dio, o qualcuno/qualcosa di simile — interpretata mirabilmente da Bruno Ganz. Jack suddivide il suo racconto in cinque “incidenti” — così li chiama — che gli sono capitati e che, per qualche motivo, hanno segnato il suo percorso.
In un “incidente” dedicato alla famiglia, Jack prende in ostaggio con l’inganno una madre e due figli, e trasformerà un tranquillo picnic nel bosco, nell’estremo viaggio per i tre malcapitati. Anche qui, il dark humor raggiunge vette larsvontrieriane.
In un altro episodio, la vittima protagonista è una giovane donna, e l’argomento è “l’amore”. Non vi dico nel dettaglio cosa succede, ma vi posso anticipare che Jack si ritroverà con uno dei seni della ragazza a fargli da portamonete — in effetti, la forma si presta…

Jack e Verge inseriscono nella narrazione delle considerazioni altamente filosofiche sulla vita, l’arte, l’esistenza, trasformando la discussione in qualcosa tra dialogo filosofico, seduta psicoanalitica e tete-à-tete fra due megalomani.
La figura di Verge, infatti, assume contorni ora divini, ora psicoanalitici, ora virgiliani. Quest’ultimo contorno è evidente nella sezione finale del film, che s’intitola “Catabasi” — ovvero la discesa di una persona viva nell’Ade — in cui Verge, una specie di Virgilio, accompagna Jack, una specie di Dante — per altro vestito con una vestaglia rossa di chiara dantesca memoria — nell’ultimo viaggio.
E qui Von Trier ci chiede quel “leap of faith” che ogni tanto chiede ai suoi spettatori. Ovvero quello di essere flessibili e aprirci all’allegorico, uscire dalla nostra piccola scatoletta di causa-effetto quotidiana, e riflettere in termini grandi, universali, e metaforici.
Dopo aver guardato in lontananza dei Campi Elisi bagnati da una luce empirea e ammiccanti al Paradiso, Jack finisce giù in una specie di purgatorio dove Verge gli fa una proposta: puoi seguire il cammino convenzionale che tutti seguono, oppure c’è quell’altra strada, oltre quel ponte… Ma certo, se per raggiungerla cadi laggiù, in quel buco laggiù, finisci dritto tra le fiamme dell’Inferno.
Cos’ha fatto Dante? Si è rifiutato di scendere giù per i gironi? Cos’ha fatto Faust? Si è rifiutato di negoziare la sua anima con Mefisto, in cambio della conoscenza?
La scuola della tentazione ha la meglio anche nel caso di Jack.

“The House that Jack Built” è un film molto denso, che ribadisce ancora una volta quanto Von Trier sia innanzitutto un filosofo, un seduttore del pensiero. La macchina da presa non è altro che l’estensione del suo intelletto. Per questo il suo cinema è molto cerebrale, molto schematico e ordinato — cinque “incidenti” più chiusura finale in questo caso, ma ricordiamo “Dogma”, il manifesto a cui aveva aderito negli anni ’90 che prevedeva una serie di regole fisse per rispondere a un’idea di cinema minimalista.
Eppure Von Trier è anche un empatico nato: è questa empatia universale che gli fece dire, infelicemente, al Festival di Cannes del 2011: “I understand Hitler. He did some wrong things, absolutely, but I can see him sitting there in his bunker at the end … I sympathize with him, yes, a little bit”, un’uscita maldestra che gli valse la cacciata da Cannes.
Trier non perde mai la componente emotiva del suo spettatore. Nel caso di “The House that Jack Built”, Jack costringe lo spettatore a empatizzare, in qualche modo con lui — così come Von Trier “empatizzava” con Hitler? — lo porta a compiere l’estremo salto con lui, a vedere come lui vede, e quasi, a sentire come lui sente.
Dopotutto, non fanno questo i grandi artisti? Non ti fanno essere altro da te?

Lo spettatore è una via di mezzo fra complice e vittima: subiamo quello che Jack ci propone, ma al contempo non vediamo l’ora di vedere cosa succederà nel prossimo “incidente”. La potenza del cinema di Von Trier risiede proprio lì, nel lavorio sotterraneo ed efferato che opera dentro di noi.
Lo spettatore esce dalla sala stordito, ubriaco. Dopo un film di Trier pensi a tutto quello che si nasconde dietro le porte, dentro i tombini. Vedi “l’animo oscuro della luce” — una splendida immagine che il regista utilizza nel film, e sulla quale il film si spegne.
Continuando dantescamente, per entrare nel cinema di Von Trier dovete lasciare ogni speranza. Speranza di una comprensione totale e univoca. Soprattutto, accettare un patto che ti porta a perlustrare zone scomodissime dell’esistenza e dell’umanità.
Personalmente, non vedevo l’ora che il film uscisse. Ci sono gran pochi registi che esplorano gli abissi così come Lars riesce. Accanto a lui metto David Lynch.
Certo, se cercate il film di evasione, un paio d’ore di cine-entertainment, “The House that Jack Built” forse non fa per voi. Se invece volete l’evasione suprema, quella che vi permette di uscire dalla vostra piccola esistenza quotidiana e accedere a uno spazio in cui investigare l’umano essere — e l’umana follia, anche — il film sarà pane per i vostri denti.

Nella saletta piccola dell’IFC Center dove ho visto il film, il pubblico si è diviso fra quelli con le mani sugli occhi durante le scene più cruente, e quelli che ridevano per l’umorismo nero del regista. Quanto alle mani sugli occhi, sono ovviamente inutili: non c’è nulla di visivamente inguardabile, o che non abbiamo già visto — forse soltanto un paio di forbici in mano a Jack bambino le cui lame finiscono per stringere troppo la zampa di un anatroccolo…

Moviers coraggiosi, imbarcatevi in questo viaggio e andate a vedere la casa di Jack!
Potete tranquillamente prendervela con il vostro Board se il film vi sconvolgerà 🙂

E anche per stasera è tutto, Fellows.
Frunyc IV aggiornato, e saluti, stasera, poeticamente cinematografici.

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LET’S MOVIE da NYC commenta “SICILIAN GHOST STORY” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia

LET’S MOVIE da NYC commenta “SICILIAN GHOST STORY” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia

Mimbarco Moviers

sulla Miss Liberty, una mattina gelida, un paio di domeniche fa. Il cielo sopra è grigio, l’acqua sotto ancora peggio. Mi vieto di pensare quali contenuti possa contenere.
La Miss Liberty è diretta a Ellis Island.
È una traversata che rimando sin da quando sono arrivata qui, due anni fa — sì, già due anni, il 2 novembre scorso.
Perché?
Perché Ellis Island, prima di essere un luogo geografico, con i suoi muri e le sue porte, i suoi mattoni e il suo pontile, è un luogo del pensiero.
Lì, in quella forma tutta mia di quel posto, ci sono stata infinite volte. Ne ho camminato i corridoi, fatto su e giù per le scale. Ho sentito i mormorii dei sogni, e lo schianto delle aspettative.
Per far capire quanto quell’isola pesi nel mio immaginario, vi dico che ci ho scritto una serie di quindici poesie, prima ancora di metterci piede. Mi ha accompagnato in Spagna, mi accompagna qui, indipendentemente dal quartiere in cui io mi trovi. È come una presenza costante, Ellis Island.
E questo perché parla di me, declinandomi al passato. Io sono — well, noi siamo — tutti declinati al presente, ovviamente. Ma ci sono delle situazioni, oppure dei posti, che hanno la facoltà di scrivere chi siamo al passato.
Questo succede, per me, a livello dello spirito, con Ellis Island.

Poi, quando un luogo mentale diventa fisico, ovvero quando ci portate il vostro corpo, e quei corridoi e quelle scale, li camminate con le vostre gambe, l’esperienza esercita un impatto doppio.
L’ho rimandata perché temevo che l’impatto sarebbe stata troppo forte. Che il momento in cui l’esperienza fisica avrebbe incontrato quella emotiva sarebbe stata una collisione, un punto di rottura.
Non volevo disintegrarmi.
A voi non capita mai di temere di disentegrarvi, a un certo punto? A me sì. Come se la pressione fosse troppa, e si implodesse, e il nostro petto finisse in un’infinità di stelle.
Non sarebbe una brutta morte, a ben vedere.
A ogni modo, non è successa. La collisione. La rottura. È stata invece, una congiuntura. Una congiunzione, direi. Tra passato e presente.

All’inizio del ‘900 Ellis Island ha rappresentato la porta d’ingresso per gli Stati Uniti. E non solo per gli italiani. Ma per mezza Europa. Irlandesi, greci, polacchi, russi, ebrei, slavi, you name it. Tutti a imbarcarsi in un viaggio che non finiva dopo i nove giorni di traversata, ma che dopo nove giorni di traversata, cominciava.
Il raffronto tra quegli immigrati storici e gli immigrati di oggi è scontato. Allora non avevano letteralmente nulla. E non parlo di averi fisici. Ma di conoscenze intellettuali. Non conoscevano la lingua. Molto spesso non sapevano leggere e scrivere nemmeno nella loro lingua madre.
L’idea di arrivare in un paese senza padroneggiarne il linguaggio m’inquieta da sempre. La lingua non è solo comunicazione, ma è anche giustizia. Potere. Esserne privato ti mette alla mercé di qualcun altro.

La maggior parte degli immigrati italiani non veniva dalle città. Quindi molto probabilmente non aveva mai visto un palazzo alto più di quattro piani. Oppure un tram. Oppure un ponte. Figurarsi cosa doveva essere ritrovarsi con la skyline newyorkese in lontananza — il Brooklyn Bridge di fronte, la Statua della Libertà sulla sinistra. Tantissimi grattacieli stavano spuntando proprio in quegli anni. La città era tutta un cantiere.

Mi ha colpito, del posto, la dimensione. Per la prima volta da ché sono sul suolo americano, qualcosa non mi è apparsa smisuratamente grande. Al contrario, direi che la struttura centrale è di dimensioni contenute, viste le quantità di sbarcati da accogliere e smistare. La registry room è spaziosa, sì, ma non ginormous, come si dice da ‘ste parti il superlativo di enorme.
Forse le misure mi sembrano ridotte perché lo spazio — a parte la registry room — è suddiviso in tante piccole stanze, in cui venivi fatto passare nel tuo percorso verso la goilden door — la porta d’oro che ti cinsentiva l’accesso al Nuovo Mondo.
Inspection room e mental room, dove ti visitavano e ticket room, dove acquistavi il biglietto per il treno che ti portava in New Jersey, o in Pennsylvania, o in Iowa.

Sono i controlli sanitari, quelli che più rimangono impressi. Il modo bruto in cui ti spogliavano e controllavano. Se eri troppo magro, troppo smunto, troppo verde o troppo giallo — immaginatevi la tonalità dell’incarnito dopo una traversata in mare di dieci giorni — troppo scuro — noi italiani eravamo i white niggers, ricordate? — oppure se camminavi un po’ storto, se ti rigiravi troppo le dita, se uno di questi “se” ti capitava, facile che il dottore di turno ti facesse marchiare la giacca con una croce. Se succedeva, ti beccavi una “thorough examination”, il che voleva dire, una visita da capo a piede.
Ma quello più impressionante era il “weeding out process”, ovvero “lo sfoltimento”, che avveniva tramite test volti a valutare le tue capacità logiche e di “buon senso”.

Tra queste, delle domande assurde, e molto spesso, a trabocchetto.
“Come lavi le scale? Dall’alto verso il basso, o dal basso verso l’alto?”.
Pauline Notkoff, un’immigrata polacca arrivata in America nel 1917, racconta che una ragazza, proveniente dalla sua città, a quella domanda rispose “Io non vado in America per pulire le scale”.
Chissà se la risposta piacque agli ispettori sanitari tanto quanto piace a noi.
Tra i modi in cui venivano distinti gli immigrati: feeble-minded, mental defective, constitutional inferior, idiot, stupid, moron.
I test a cui venivano sottoposti potevano essere difficili. Oggi sappiamo che alcuni dottori portavano i test a casa e li sottoponevano a parenti e amici, just for fun. E loro stessi, individui scolarizzati, parlanti nativi della lingua e colti, non li superavano.
Figurarsi un immigrato da Acitrezze, Spilinbergo, o Borgo Valsugana!

Ci sono storie raccapriccianti di famiglie divise. Il marito trovato “non idoneo”, la moglie “idonea”. Il marito deportato a casa. La moglie lasciata sola sulla soglia di una vita immaginata a due.
Un bambino morto di polmonite nell’ospedale di Ellis Island — le visite dei famigliari non erano consentite. Una ragazzina con una banale infezione al cuoio capelluto ha trascorso otto mesi nell’ospedale di Ellis Island.
Senza dire una parola, senza vedere i genitori.

Oggi tante delle sale di Ellis Island ospitano delle fotografie che raccontano l’esperienza del migrare.
Io sono andata sulle tracce di quella italiana. Dai cartelloni che pubblicizzavano la Cunard Line, “la prima congiunzione celere diretta fra Trieste e Nuova York”, oppure La Veloce, che partiva da Napoli, oppure la White Star Line, che collegava New York, Boston e Genova. E ancora L’Esperia, “l’Assicurazione degli Emigranti”, che, dietro il versamento di dieci Lire, assicurava “Lire Milleduecento in caso di decesso infra i trenta giorni della data d’imbarco pagabili agli eredi”.
Una bella foto immortala alcune migranti, cariche di bauli. In lontananza una stazione ferroviaria molto famigliare a noi italiani, con la sua mezza luna di vetro: Milano Centrale.
Victor Tartarini, immigrato nel 1921, disse, in un’intervista del 1985: “America was a bid deal in those days… Because when they sent a letter or a picture… It was a big deal… Everybody thought everybody was rich in America… The Italian people, they thought America was gold”.
Il mito dell’America, era tutt’un mito. Una narrazione. Una fantasia — come ci ha mostrato benissimo Emanuele Crialese in “Nuovomondo”, immaginando mari di latte e alberi carichi, appunto, d’oro. Quegli immigrati non impiegarono molto a capire che così non era. Che i mari non erano di latte, e che gli alberi non erano carichi né d’oro. Ma anche se le difficoltà erano indubbie, chi riusciva a raggiungere Manhattan, capiva immediatamente che il potenziale di quel nuovo sconfinato paese era esso stesso sconfinato. Per questo così tanti italiani prosperarono qui. Capirono una massima che ancora vale oggi, e che mi piace molto. Qui si dice “the sky is the limit”. Nessun tetto a quanto in alto la tua immaginazione può puntare. Questo non significa che non cadrai e ti farai del male, cercando di raggiungerlo, quel cielo.
L’America è un paese fatto sulle rovine di chi non ce l’ha fatta, ma il fallimento è previsto nel percorso per raggiungere quella felicità custodita nel Primo Articolo della Dichiarazione d’Indipendenza. Se cadi, ti alzi e ci riprovi. Fino a esaurimento. E nessuno ti tratta da pariah. Nessuno ti giudica se hai fatto l’avvocato, venduto burritos, recitato in una commedia Off Broadway che non è mai decollata, o aperto un agenzia per cuori solitari che Tinder ti ha fatto chiudere dopo un mese di attività.
Questa forse, è la vera grande libertà dell’America. La possibilità di rivendicare il diritto all’errore, e al cambiamento. In Italia, siamo più marmorei. Se studiamo medicina, faremo per sempre i dottori, anche se, a un certo punto, non ci andrà più. Se riusciamo a guadagnarci un impiego nel pubblico, rimarremo nel pubblico fino alla pensione — se baby, meglio — e faremo tutto quanto in nostro potere per infilare il figlio nell’ambiente e fargli prendere quella strada sicura. Ecco, qui in America, non è così.
Non ci sarà la sanità pubblica, l’istruzione t’indebita fino alla crisi di mezz’età e non si scrostano gli infissi prima di ridipingerli (!), ma almeno le persone ci provano.

Io non sono un’immigrata storica. Sono un’expat –di lusso– di oggi. Non avevo una valigia. Ne avevo sei –suddivise in viaggi diverso, a mia discolpa (!). Non avevo in bocca il silenzio dato dal non sapere una lingua. Non avevo la miseria a mangiarmi i calcagni.
Eppure, io, come loro, ho lasciato il paese che mi ha partorito. Io, come loro, ho chiuso una porta.
Gli immigrati di ogni epoca passano tutti per Ellis Island.

Dopo di lei, ho proseguito il mio viaggio fino a Liberty Island, l’isolotto a forma di pepita che ospita Lady Liberty. Da Ellis Island a Liberty Island ci sono quattro minuti di traghetto, quindi niente di troppo picaresco.
Lo ammetto, ci sono stata più per togliermelo dalla lista. Abitare a New York e non andare a porgere i propri omaggi alla Statua della Libertà, è come abitare a Parigi e schifare la Tour Eiffel.
Ce n’est pas possible.
Proprio come non impressionavano le dimensioni di Ellis Island, non impressiona l’altezza, di Lady Liberty. Ormai siamo abituati a veder svettare chilometri di building in cielo, soprattutto dalle parti di Dubai. Impressiona, invece, la postura. Tutti questi anni a immolarsi in piedi, con quella fiaccola in mano, per rappresentare la libertà, e non solo in America, ma in tutto il mondo.

Quante ne avrà viste, Lady Liberty! È lì dal 1886. Ellis Island fu aperta sei anni dopo. Pensate quante navi le saranno sfilate davanti. In quanti occhi sognanti si sarà immaginata riflessa — non a caso fu considerata in quegli anni la “madre degli esuli”.
E pensate a quell’11 settembre 2001. La vista sulle Torri Gemelle sgombra, Lady Liberty ha assistito a tutto, ancorata al suo isolotto.
Quel giorno avrebbe voluto sedersi, penso. Poggiare la fiaccola per terra, e sedersi.
Anche oggi, penso, le deve costare una gran fatica, rimanere in piedi, reggere quella fiamma, quel simbolo.
La libertà è lavoro, dedizione. Dovrebbe essere un diritto inalienabile, ma non lo è.
Dobbiamo partire dal presupposto di dovercela guadagnare tutti i giorni.

Ogni volta che penso alla libertà, mi viene in mente Napoleone, che della sua corona, diceva: “Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca”.
Ecco, io sostituisco alla corona la libertà.
Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca.

Questa settimana vi parlo di un film italiano. Ebbene sì, arrivano anche qui. 🙂
A Sicilian Ghost Story” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, che ha aperto la Semaine de la Critique all’ultimo Festival di Cannes.
Ieri c’era Antonio Piazza a presentarlo al Quad Cinema, quindi sono andata ancora più volentieri.

“A Sicilian Ghost Story” racconta, con linguaggio che sconfina nel soprannaturale, la terribile vicenda di cronaca che vide per protagonista, nel 1994, il giovane Giuseppe Di Matteo, il ragazzino rapito, ucciso e sciolto nell’acido da sicari della mafia perché reo di essere figlio di un pentito che aveva deciso di collaborare con le forze dell’ordine.
Diciamo che una storia del genere va raccontata a priori. Il cinema è anche luogo in cui far sopravvivere la memoria. Persino — soprattutto — la memoria di cui ci si vergogna, come paese. Un atto barbaro come quello subìto da Giuseppe non deve essere mai dimenticato.
Io mi sono resa conto che non lo ricordavo — ero adolescente, va be’, ma c’ero. Ricordo che negli anni ’90 si parlava molto di pentiti e di bidoni di acido. Ma non ricordavo Giuseppe di Matteo, rapito a tredici anni, ucciso a quindici. Nel 1996.

Dire per immagini un fatto del genere non è impresa facile. Piazza e Grassadonia escludono il realismo di stampo cronachistico e preferiscono una soluzione che mescola generi cinematografici diversi, tra cui il fantasy, la favola gotica, il teen-movie, raccontando questa storia dalla prospettiva —inventata — di Luna, una compagna di scuola innamorata di Giuseppe decisa, dopo la sparizione del ragazzo, a trovarlo.
E’ evidente l’obbiettivo dei due registi di mantenersi fedelissimi alla storia — e questo è stato confermato anche dal regista Piazza alla fine della proiezione — ma di adottare una serie di archetipi che parlassero la lingua fantastica. A cominciare dal bosco, dove tutto bene o male ha inizio, oppure dal personaggio gelido della madre di Luna — una vera e propria matrigna di stampo favolistico — o ancora i mostri che perseguitano i due ragazzi, come il pitbull da cui scappano, oppure ancora la fedele migliore amica di Luna, che giunge in suo soccorso e le salva la vita.
Il tentativo di ridisegnare in termini artisitici i contorni di una vicenda così dolorosa per la storia italiana è degno di merito. E anche se non è l’unico caso in cui si vuole portare il fantasy in Italia — ricordiamo i film dei Manetti Bros, ma anche “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti — sappiamo bene quanto ancora refrattaria sia certa Italia a un linguaggio cinematografico altro da quello realistico.

Tuttavia il film non mi ha conquistato. E questo soprattutto per via della recitazione. Gli attori scelti, spiace dirlo, mancano totalmente di naturalezza. Si vede tutto il tempo che stanno recitando una parte.
Forse questo è dovuto anche a dei dialoghi poco efficaci, oppure forzati. Mi chiedo che film sarebbe stato, “A Sicilian Ghost Story”, se il cast fosse stato diverso. Se il copione fosse stato scritto come se a parlare fossero due adolescenti e non due adulti che fanno parlare due adolescenti.
Onestamente, durante il film, non vedevo l’ora che finisse. E mi sentivo in colpa perché un film così va promosso e guardato. Soprattutto dalle nuove generazioni, che si sa, non vedono di là dal loro tablet.

E proprio questo ci ha detto Antonio Piazza dopo la proiezione. “Il film ha diviso la critica, ma viene fatto vedere molto in giro. Specie nelle scuole.” In effetti la critica italiana l’ha criticato, mentre la critica americana ha speso parole di elogio sul film, così come quella euopea e francese. Non a caso Cannes gli ha concesso l’apertura della Semaine de la Critique. Ed è stato incluso anche nel programma del New York Film Festival, il mese scorso.
In più, il Sundance l’ha pregiato del suo endorsement. Piazza ci ha spiegato di come il team del Sundance li abbia invitati a Salt Lake City, li abbia aiutati con la sceneggiatura, li abbia incoraggiati in tutto e per tutto, e fatto conoscere Robert Redford, naturalmente.
L’America, checché se ne dica, fa anche questo…

Prima della proiezione, Piazza ha detto che per molti anni lui e il co-regista Grassadonia sono stati arrabbiati con la Sicilia. Se ne sono andati. Non riuscivano più a guardarla in faccia.
Dopo la proiezione, gli ho chiesto se il rapporto con la regione è cambiato, se loro due sono ancora esuli, oppure se sono riusciti a tornare. Mi ha detto che la rabbia si è attenuata, che adesso vedono quanta volontà ci sia di andare avanti, di lavorare bene, di essere generosi. Che, insomma, in Sicilia non c’è solo il marcio.
Ha detto che per il momento hanno una casa a Roma e una casa a Palermo. Fanno la spola.
Credo che fare la spola sia un gran bel modo di vivere una vita.
Sempre in movimento, mai radicati in un unico posto.

In sala il pubblico era a dir poco scandalizzato da quello che vedeva sullo schermo. Non una domanda è stata fatta nel Q&A — a parte una perplessità di una spettatrice che non aveva capito se avesse davvero capito il finale (!).
Gli americani non sono abituati a vedere questo volto dell’Italia. Preferiscono le colline toscane, il Chianti e Ferragamo. Ma l’ho visto, il modo in cui s’irrigidivano o sbuffavano mentre sullo schermo s’intuiva l’omicidio di Giuseppe, il suo corpo sciolto in un bidone, e il contenuto vuotato in un lago. Credo che nessuno spettatore in sala potesse immaginare un tale abominio. Anche noi italiani fatichiamo ad accettare che quella è parte della nostra storia.
Io penso che sia giusto che l’immagine dell’Italia venga conosciuta nella sua complessità. Luogo d’indicibile bellezza, luogo d’indicibile infamia, da cui però abbiamo preso le distanze. Dopo gli anni ’90, anni sanguinosissimi, non si sono più sentiti casi simili. Questo non significa che ci siamo ripuliti totalmente dal marcio, ma che siamo sulla strada giusta.
Voglio crederci.

E anche per stasera è tutto, Fellows.
Nel Frunyc IV trovate le foto di questa settimana — e se scorrete in quelle passate, vedete anche Ellis Island.

Vi ringrazio sempre dell’attenzione, e vi mando dei saluti, stasera, atlanticamente cinematografici.

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LET’S MOVIE da NYC commenta “BORDER” di Ali Abbasi

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Marathon & Midterm Moviers,

Ho concluso il lezmuvi della settimana scorsa — per chi di voi è arrivato al traguardo — sulla Maratona. Ma questa è stata anche la settimana delle elezioni di metà mandato. Quindi capirete che la lunghezza di questa mia è più dettata dalla mole effettiva dei fatti, che da un dannunziano indulgere nel piacere dello scrivere.

Andiamo in ordine cronologico e parliamo, una volta per tutte, della Maratona di New York. Ve l’ho sempre proposta a spizzichi, e non ve l’ho mai offerta come piatto unico. Now it’s time.
Anche perché tutti, dall’Italia, fanno uno più uno — una corridora + una New York — e mi chiedono: perché non corri la maratona?!

Nessuno, dall’Italia, sa bene come funziona. Nemmeno io, da New York, sapevo bene come funzionava. Poi il mio pupil settantunenne Stephen, che prima di essere un pupil settantunenne è un maratoneta, mi ha spiegato per filo e per segno i meccanismi della gara. Quindi io faccio da vaso comunicante, e li travaso a voi.

La maratona di New York non è una maratona qualsiasi. L’euforia che scatena, a livello globale, non ha pari. Pressoché ogni runner del mondo coltiva un sogno: correre la maratona di New York. Ma pensate se tutti i runner del mondo cercasssero di trasformare quel sogno in realtà iscrivendosi. New York sprofonderebbe negli abissi, e di lei rimarrebbe solo il ricordo.
Giacché nessuno vuole questo, gli organizzatori se ne sono usciti con un sistema selettivo di stampo autarchico.

Se siete un residente di NYC, dovete prima di tutto diventare Membro dei NY Road Runners (NYRR), e questo è facile. Quando siete membri, dovete correre nove corse organizzate dalla NYRR nell’arco di un anno. Possono essere di 5 km, 10 km, 15 km, 21 km, etc. Ne dovete totalizzare nove. In più, dovete partecipare come volontario a un evento organizzato dalla NYRR. Questo è il modo “9+1”, il Nine Plus One: se vi correte nove corse e vi fate un giorno da boyscout, vi si disegna automaticamente davanti ai vostri piedi la linea di partenza della maratona dell’anno successivo.

Se non volete percorrere questa strada, dovete essere un maratoneta di quelli con la M maiuscola e aver corso, nel vostro passato, una maratona entro determinati tempi. Se siete un uomo fra i 35 e i 39 anni, entro 2:55, e una donna in 3:15.
Anche se non siete pratichi di tempistiche podistiche, capite anche solo da voi che terminare una maratona in 2 ore e 55 minuti è impresa da esseri etiopi, oppure kenyoti, oppure Baldini.
Insomma, questa strada è davvero poco percorribile.

L’altra alternativa è la NY Sweepstake, la lotteria.
Che in palio ci sia una green card o l’accesso a una maratona, agli americani piace molto solleticare la sorte e farla sorridere dalla tua parte.
Se siete residenti a New York, gettate il vostro nome, cognome, email e zip code nel calderone della fortuna, e aspettate il 14 gennaio 2019, giorno in cui verranno estratti 262 nomi. A quei nomi, rigorosamente residenti a New York City, corrisponde un ingresso assicurato e gratuito alla maratona.
Naturalmente il mio nome è già nel calderone. 😉

Ecco, questi, in sostanza, sono gli unici modi per partecipare. Capite da voi, che il modo più percorribile — e aggettivo non fu mai più adatto — è quello delle 9 gare + 1 giorno da boyscout. Da voi capite anche che la maratona, qui, ve la fanno sudare — e verbo non fu mai più adatto.
In più, geni della truffa travestita da occasione che sono, se calcolate che partecipare a ognuna delle nove gare prevede un’iscrizione di 30 dollari circa, i NYRR s’incassano, per ogni corridore, 270 dollari.

Dall’estero, avete più chances, se avete del capitale da investire.
Dall’estero funziona che vi appoggiate a delle agenzie che vi assicurano l’ingresso alla maratona. Ma se lo volete, dovete acquistare il pacchetto completo, che include biglietto aereo, pernottamenti, spostamenti, tutto. Naturalmente tutti i partecipanti della filiera hanno da guadagnarci, quindi i prezzi di questi pacchetti all-inclusive sono molto alti.
Ma ripeto, se avete dal capitale da investire, e vi sta bene la modalità carovana, allora questa soluzione fa per voi.

Visto che non ho potuto correrla da iscritta, domenica, così come i due anni scorsi da newyorkesa, ho corso parte della maratona in anticipo, e l’ultima parte in sync con i primi arrivati. Il che vuol dire controllare il percorso prima dell’arrivo dei corridori, e correre un tratto con i primi.
Quest’anno ho corso lungo la 59esima, qualche metro prima dell’arrivo, poco sopra Columbus Circle, insieme alla vincitrice, Mary Keitany. Lei in mezzo alla alla 59esima Strada, io sul marciapiede lungo la 59esima Strada. Lei però volava, e aveva 41 km sulle spalle. Io ne avevo 26, e cercavo soprattutto di non inciampare.
Prima di arrivare laggiù, ho attraversato parte del Bronx e poi tutta Harlem, e giù giù lungo la Quinta Strada, fiancheggiando Central Park, con il pubblico che ti incita anche se corri fuori dal percorso. 🙂

È davvero speciale. Immaginate 70.000 corridori che partono da Staten Island, alle 8:30 del mattino. E via sul Ponte di Verrazzano. E su su per tutta Brooklyn e tutto il Bronx, e poi via via per tutta Harlem, e poi giù giù per Manhattan, costeggiando Central Park, e poi l’ultimo km, dentro dentro Central Park. 140.000 piedi sotto 70.000 teste che si chiedono “ma chi me l’ha fatto fare??”. Poi quelle teste, appena tagliato il traguardo, dopo essersi maledette per 42 km e 195 m, si chiedono “a quando la prossima?”.
Questo è quello che si dice. E posso capirlo.

Perché la maratona di New York è complessa?
Innanzitutto per il meteo. Di solito la domenica della maratona è di quelli pessimi: pioggia, o nebbia, vento. Il peggio che l’autunno newyorkese ha da proporre. Il 2018 è stato una felicissima eccezione: il cielo azzurrissimo, il sole con i raggi ancora funzionanti, Van Gogh materializzato nei colori di Central Park — date un’occhiata al Frunyc IV.
È complessa anche per il percorso. Parte da Staten Island. E per raggiungere Staten Island, i bus della maratona partono alle 4 del mattino — la gara comincia alle 8:30 am. Cosa facciano i corridori mentre aspettano, non mi è dato sapere. Con quel freddo, con quell’ansia.
Il percorso è dissestato — buche, strade rattoppate. Correre a NY non è sport per signorine. E, al contrario di quanto si pensi, NY non è una città piatta. È tutta un saliscendi — corretevi un po’ la Quinta, e ditemi se vi sembra piatta… E questo incide.

Però certo, volete mettere? Quando correte gli ultimi isolati, dalla 110ima fino alla 59esima, e poi lungo tutta la 59esima fino a Columbus Circle, e il rush finale, in quegli ultimi km lì, voi non siete più nulla. La fatica, il dolore, tutto svanisce, credo. È la gente che vi porta. La gente lungo le strade, che fa un tifo gratuito e innocente — non tifi il vincitore, vinci tutti i piccoli grandi esseri umani che cercano di guadagnare la fine di quella tortura sublime. E tu, stremato come solo posso immaginare, tu ti affidi a loro, al loro calore. E alla tua testa. Perché dopo il 30esimo km, non hai la minima idea di come reagirà il tuo corpo, le tue anche, le tue articolazioni. È un salto nel buio.
Un giorno farò la maratona anche per quello: per vedere come reagirà il mio corpo. Cosa farà la mia testa. Per saltare nel buio. Perché è nel buio che le luci brillano forti, e le cose si vedono.

Un giorno correrò la maratona di New York anche per il dopo-maratona. A gara finita, tutti i maratoneti girano Manhattan con il mantello azzurro della maratona sulle spalle, e la medaglia in bella vista sul petto. Ed è tradizione che i newyorkesi, per strada, si rivolgano loro con un “Well done! Good job!”. Io naturalmente ho fatto lo stesso, congratulandomi con tutti i maratoneti e le maratonete che incontravo, e vedendo in loro, oltre la stanchezza, una indescrivibile soddisfazione.

Il lunedì dopo la Maratona, m’incontro con Stephen per la nostra solita lezione d’italiano.
Non sto più nella pelle, devo dirgli che ho fatto parte del percorso, accumulando un 26-27 km.
Lui mi ascolta, annuisce, sorride caloroso.
Poi estrae dallo zaino la medaglia e la mette sul tavolo.
“Hai corso la maratona?!!?”, strillo, aquila, io.
Stephen mi risponde che sì, l’ha corsa. L’ha deciso sabato sera. Per via del meteo favorevole.

Da ciò che seguirà, capirete in cosa consiste il low-profile newyorkese.
Mi dice “Sì l’ho corsa, ma ho sbagliato tutto”.
Mi spiega — tutto in italiano, ed è così che s’impara una lingua, cercando di spiegare quello che pensi inspiegabile — che dopo sei miglia, il tallone sinistro ha cominciato a fargli male. Un problema di nervi. Allora si è fermato a una tenda del soccorso medico, e gli hanno applicato due grossi cerotti che, applicati in quel modo, gli avrebbero permesso di non sentire dolore e proseguire la corsa.
Ha proseguito per altri dieci miglia, e poi il male ha ripreso.
“E cosa potevo fare? Non potevo… quit
“Mollare”
“Non potevo molare” — non c’è verso con le doppie…
Allora, Stephen uomo dalle mille risorse, si è infilato un fazzoletto tra il piede e la scarpa in modo da dar “sollievo” al tallone.
“E così sono arrivato fino alla fine”
“Ma Stephen, ma tu sei un eroe, non sei umano!”
No no, si schernisce Stephen. “Ero lento, così lento, così lento… so slow, so so slow”.
Io ribadisco il suo essere soprannaturale.
“Ma oggi sarai stanco morto!”
“Ma, non propriamente. Ieri sera un po’”.
Un po’. 42 km.
“E cos’hai fatto ieri dopo la corsa?”
“Ho fatto la spesa e poi i compiti d’italiano”.

Se Stephen non avesse settantunanni, non fosse gay, non avesse un compagno da vent’anni, io mi sarei già dichiarata da ‘mo 🙂
Come si fa a non amarlo?

Dopo avermi spiegato la sua maratona, mi spiega come funziona il meccanismo della maratona, che io ho spiegato a voi.
Abbiamo concluso la lezione sul Portogallo. Sì perché Stephen domenica ha corso la maratona, lunedì ha visto il suo medico e fatto italiano con me, martedì ha prestato volontariato al suo seggio di Chelsea per le elezioni di metà mandato, e mercoledì è partito alla volta di Lisbona. Dodici giorni di viaggio.
Altroché maratona: Stephen macina miglia di vita.
E già, le elezioni di metà mandato. Sarebbe davvero troppo lungo affrontare l’argomento qui. Diciamo che il pareggio, Senato ai Repubblicani, Camera ai Democratici, dimostra quanto il paese sia spaccato a metà. Se non altro Trump dà l’addio al muro sul confine con il Messico, e con la Camera blu, la possibilità di accusa di impeachment si fa più concreta. Certo ci si aspettava un risultato migliore al Senato. Ma New York ha festeggiato il risultato, non ha rimpianto l’ambìto.

New York ha particolarmente esultato per due successi epocali: Staten Island, per decenni roccaforte repubblicana, è passata dalla parte democratica. Quindi oggi tutti e cinque i boroughs della città sono di un bel colore blu.
Il secondo straordinario successo lo si deve a Alexandra Ocasio-Cortez: con i suoi 29 anni, la più giovane deputata della storia. Born in da Bronx da madre portoricana e padre bronxiano, la Cortez ha una parlantina e un carisma che superano persino il compianto Obama.
Ha cominciato a far politica a fianco di Bernie Sanders, e porta avanti le sue idee progressiste: sanità pubblica per tutti — quello che qui si chiama Medicare — università gratuita, l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora. E vorrebbe un iter che conduca alla cittadinanza per gli immigrati irregolari e l’abolizione dell’ICE, l’Immigration and Customs Enforcement Agency, l’agenzia che semina il terrore fra tutti gli immigrati regolari, irregolari, tutti.
Se a 29 anni, la Ocasio-Cortez è già al Congresso, chissà che, fra una ventina d’anni, non la si veda alla Casa Bianca. O anche meno di una ventina d’anni, why not?
Ho imparato che tutto è un po’ possibile, in questo paese.

Questa settimana sono andata all’IFC a vedere lo svedese “Gräns”, tradotto con “Border”, del regista iraniano-svedese Ali Abbasi.
Adattamento del romanzo omonimo di Lindqvist, il film si è aggiudicato il premio “Un certain regard” a Cannes, ed è opera che sfugge le definizioni e le facili etichettature. Forse è per questo che Cannes ha deciso di premiarlo.

Tina è una donna brutta, proprio brutta. Lineamenti neandertaliani, fisico tozzo e sgraziato. Ma ha un talento straordinario: riesce a sentire, attraverso l’olfatto, la rabbia, la vergogna, la colpa delle persone.
Per questo svolge il suo lavoro come guardia alla dogana con grande successo. Ma non ha una gran vita, Tina. Convive con un parassita che si occupa più dei suoi pitbull che di lei. Ha un padre colpito da demenza senile che la riconosce solo a momenti, e vive in una casa di cura. È sola, Tina. A parte il lavoro, le uniche sue gioie sono le passeggiate nella natura, con cui capiamo da subito, ha un rapporto speciale.
Un giorno, alla dogana, Tina incontra Vore. La somiglianza fisica tra i due è sconvolgente. E l’attrazione scoppia subito. Vore svela a Tina che lei non è frutto di un difetto cromosomico, come i suoi genitori le hanno sempre fatto credere. E che loro non sono esseri umani. Sono dei troll — e anche voi, lo so, pensate a “David Gnomo” — creature che vivono nella natura e che sono dotate di abilità tra l’animalesco e il sovrumano.

Nel frattempo Tina, grazie al suo naso stana-delinquenti, sta aiutando la polizia a rintracciare un covo di pedofili. E da lì in poi il film perde quella “magia” iniziale — non so, a dire il vero, se “magia” sia il termine più adatto per questo film…— e si perde un po’. Tina scoprirà che il suo amore di troll Vore è coinvolto nel caso: ruba i bambini e li sostituisce con degli esserini troll che non crescono e non si sviluppano…

L’idea alla base del film è molto intrigante, e be’, attuale: la perlustrazione del concetto di confine identitario quando si è “altro da”. Ma la crisi identitaria di Tina e la ricerca del suo vero io potevano benissimo fare a meno di certe propaggini narrative che azzavorrano il film: i troll transgender (!), Vore che dà alla luce uno di quegli esserini troll e lo fa sopravvivere tenendolo in frigorifero e alimentandolo a larve (!!). Il caso della pedofilia ci starebbe anche, per giustificare il coté poliziesco-thriller di un film che vuol essere un po’ tutto — fantasy, romance, gothic, noir — ma il coinvolgimento di Vore è tiratissimo per i capelli e castra la forza al personaggio.

A mio parere, le montagne russe della propria identità su cui viaggia Tina dovevano essere il centro del film. E lo sono, ma solo in parte: Tina la diversa, incontra Vore il diverso che le apre gli occhi su chi è veramente — una troll — ma nulla è mai semplice e Tina si sente anche umana, perché è stata cresciuta come tale. Poi capisce che Vore non è uno stinco di troll nemmeno lui, e deve affrontare cosa le detta la coscienza. Alla fine però la natura ha il sopravvento, e ha in serbo — intuiamo — un futuro viaggio di Tina in Finlandia, dove una colonia di troll vive felice e beata — probabilmente ascoltando gli Abba. 🙂

Che sia un film unico, è indubbio. Ma ci sono certe scene che avremmo preferito non vedere. E non tanto i pasti a base di larve, di Vore e poi Tina. Quanto il rapporto sessuale tra Vore e Tina, un momento in cui l’animalesco è iper-animalesco, come se i due umani divenissero più animali degli animali. Non mi ha scosso tanto la promiscuità di genere, maschio-femmina — che oh boy, è all’enesima potenza — quanto piuttosto la promiscuità di specie, animale-umano. Ma in fondo un film deve fare questo. Scuotere.

“Border” è un film per cinefili che sono disposti a confrontarsi con lo sgradevole, il perturbante, l’inverosimile e il molesto — quest’ultimo, più relativo all’uomo che ai troll, a dire il vero. Quindi c’è una parte di me che capisce la scelta di Cannes, pur non condividendo il premio.
Se avete fegato, e siete disposti a turarvi il naso/tapparvi gli occhi davanti a certe scene, “Border” è lì che vi aspetta.

E anche per oggi è tutto, carissimi Fellows.
Il Frunyc IV lo trovate al solito posto, i ringraziamenti sono qui, e i saluti, quelli, stasera, sono podisticamente, politicamente, cinematografici.

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