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LET’S MOVIE 330 commenta “LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE” e propone “RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA”

LET’S MOVIE 330 commenta “LA NOTTE CHE MIA MADRE AMMAZZO’ MIO PADRE” e propone “RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA”

Miconsolo Moviers

con una realtà che avrebbe dovuto farmi dormire sonni da bebé in queste settimane. Invece mi sono lasciata inquietare dalle convinzioni degli americani che credono che l’Italia nostra sia l’Italia che James Ivory dipinge nel suo cinema: la terra del dolce languire, degli infiniti pomeriggi passati a sedursi sui colli toscani, oppure quella del post-boom, la Vespa con dietro una sventola, risaie coltivate a Mangano. Un paese in cui si vive bene.
Noi tutti italiani navigati sappiamo altrettanto bene che quelle sono cartoline da un paese che non esiste più — è forse mai veramente esistito? Ma nelle mie due tappe presso le regine del Nord, Milano e Torino, la sensazione era proprio quella. La bella copia dell’Italia. E mi complimento con entrambe le Amministrazioni del posto per il lavoro sin qui svolto — per quanto mi sia imbattuta in un reportage de L’Espresso sull’operato dell’Appendino che non deve esserle piaciuto molto…
Se il Chianti avesse una versione urbana, sarebbe Milano, ora. Torino poi è il ballo di corte: camminandola, ti aspetti da un momento all’altro che l’orchestra attacchi la Marcia di Radetzky e che qualche cavaliere ti rubi dall’anonimato e ti faccia volteggiare in Piazza Vittorio Emanuele.
La realtà che avrebbe dovuto farmi dormire è Roma. Roma è sempre Roma. Ti sbatte a terra, e ti fa volare. La monnezza, ‘ebbuche, er traffico. Ma anche il buio giallo delle strane eterne, le ville nei parchi — o i parchi attorno alle ville — certa imponenza, quella storica, che non origina da un monumentalismo post, come la maggior parte del monumentalismo americano, ma dalla Storia, da un preciso momento storico. Noi ovviamente, essendo nati fra capitelli, are e colonne mozze — tra le armi più potenti che abbiamo in dotazione — diamo per scontato tutto. E’ la nostra sciagura. Forse, anche, la nostra fortuna. Se veramente ci rendessimo conto, moriremmo. Tanta bellezza tutta insieme 24 ore su 24 non si può sopportare. Come la troppa luce al Polo. La lussuria della foresta in Amazzonia.
Stecchiti da un’overdose estetica.

Roma è incasinata, rumorosa, piena di sé, esagerata, disfunzionale, esasperante. In una parola, imperfetta. New York è esattamente così. Un cervello con tante aree che non funzionano bene e che potrebbero essere curate, con non troppo sforzo da parte dei cittadini o delle istituzioni. Roma ha quella stessa componente. Il fattore “giungla”, la chiamo io, che probabilmente contraddistingue tutte le grandi metropoli e non può essere preteso dalle città medio-grandi — Milano — oppure dalle piccole virgole urbane — Trento.
Credo che l’aspetto che mi attiri sia proprio quello, alla fine — l’imperfezione — il che, per chi mi conosce, è un paradosso di portata colossal… Questo non vuol dire che alla metropoli manca l’ambizione di fare le cose in grande. Significa convivere con l’impossibilità di risolvere certe disfunzioni endemiche che la caratterizzano. Le metropoli contemporanee come NYC e Roma accettano di avere un profondo Bronx, accettano di avere Tor Bella Monaca. Ma non mette mano alle ruspe e demoliscono quartieri — mi vengono in mente le township di Soweto e Sophiatown, i quartiere popolari di Johannesburg letteralmente rasi al suolo durante l’Apartheid… Questo aspetto di clemenza urbana — che qualcuno potrà chiamare lassismo — in realtà permette anche un florilegio di culture alternative. E’ lì, in mezzo al margine, che il centro viene messo in discussione. A Trento — bene o male in tutte le città di piccole dimensioni — in cui si vuole imborghesire anche l’inimborghesibile, c’è la spinta all’Eldorado. Creare la città mitica, ordinatissima, in cui l’elemento fuori dal coro può stonare e rovinare l’armonia — gli immigrati da Piazza Dante, per fare un esempio. Da dove deriva questa pulizia urbano-etnica? Perché abbiamo così paura di tutto quello che stona? A Roma, a New York, si stona di brutto! E di stonati ce ne sono — siamo (!) — un gran bel numero. Vero, nella metro ti puoi prendere il tetano, le barriere architettoniche sono capolavori d’inespugnabilità deambulatoria, i senzatetto sono i veri residenti della città, la viabilità la lasciamo ai canali navigabili e certo non alle strade.
Vero, tantissimo fa imbestialire.
Eppure.

Non credo serva aggiungere altro a questo significativissimo “eppure”, se non che mi piacerebbe continuare il discorso sulle città insieme a voi Fellows, animi urbani, animi amanti della natura, animi con una solidità residenziale che a me, lo vedete, manca.
Certo risulta difficile intavolare discorsi se si diserta Lez Muvi, doh… E qui la strigliata la prendono tutti i Moviers tutti tranne la Vaniglia e il Nick-The-Nuts — attorno alla cui cine-identità si è scatenato un piacevole inferno, in cui il Board, naturalmente, ha sguazzato 🙂
Ora io mi rendo conto di essere un po’ Pierino còlto a gridare “Al lupo, al lupo!”: il plan era di rientrare a New York per fine maggio, invece ahimè, le maglie burocratiche statunitensi mi hanno incastrato… Quindi sono costretta a bazzicare per Trentoville ancora per un po’, in attesa…. Però questo non autorizza nessun Movier nessuno a credere che io starò qui foreva and eva! 🙁 Pertanto, anche se i film proposti non sono il massimo — del resto, QUESTA è la programmazione, e QUESTA è la fine della stagione cinematografica — cercate di farvi vedere. Per trovarsi un po’, discutere, azzuffarsi, tirar fuori l’italianità che è in noi, e di cui siamo fierissimi ambasciatori nel mondo — altroché Angelina Jolie 🙂
Avrei potuto essere molto ma molto più tragica e drammatica, molto più castellitto-mazzantini insomma, ma preferisco l’approccio “Ingmar Bergman” e creare quella sorta d’inquietudine, malessere, senso di colpa, che ogni film del Maestro lascia sui suoi spettatori… Ih ih ih… 🙂

Parlando di film che non sono proprio il massimo, ma il minimo… “La notte che mia madre ammazzò mio padre” s’inserisce nel regime dei minimi, e lì deve stare, fanalino di coda della partita IVA (!).
L’idea sarebbe stata sfiziosa: affascinante attrice di mezz’età sposata a un rinomato scrittore/sceneggiatore vuole dimostrare al marito di meritare la parte della protagonista nel suo ultimo film: una donna fredda e calcolatrice che commette omicidi manco fosse Lady Macbeth. Allora si mette d’accordo con l’ex marito e organizza il suo omicidio in una classica cena con i classici ospiti: l’ex moglie dello scrittore, la nuova squinzia del primo marito, e una star del cinema argentino giunto in villa per parlare del suo ruolo nel film.

Vi risparmio i siparietti, gli equivoci, i colpi di scena assolutamente senza colpi, le trovate cliché, le trovate gratuite, una black comedy bianca che più bianca non si può: non una goccia di cinismo, nulla d’irriverente, scioccante, dissacrante, grottesco. Il film mescola humor da “Weekend con il morto” — una brutta copia di “Weekend con il morto” — a una parodia mal riuscita: in realtà non si vuole ridicolizzare un genere o una situazione — due compiti assai ardui. Si vogliono semplicemente infilare degli equivoci e delle situazioni limite e mostrare la reazione “imprevedibile” dei personaggi. Peccato che tantissimo — quasi tutto — è telefonato oppure posticcio. E che l’imprevedibile è prevedibilissimo, se avete già visto “Una famiglia perfetta” di Paolo Genovese.
Sì perché l’idea sfiziosa di cui parlavo prima non è nuova. Ho passato tutto il film a chiedermi dove avessi già visto quel plot — mi suonava troppo famigliare, troppo déjà-vu. E infatti l’ho déjà-vu proprio nel film del 2012 di Paolo Genovese. Storia di un riccone di mezza età che soffre di solitudine. Per Natale decide di ingaggiare una troupe di attori per interpretare la famiglia perfetta che ha sempre sognato. La vicenda si sviluppa su due piani: uno reale e l’altro che segue un copione, scritto dal protagonista e dato agli attori. Ma pian piano i due piani si intersecano ed il copione non viene più seguito. Solo che nel film di Genovese, godibilissimo e con una sceneggiatura forte, la realtà si inserisce nella finzione, ed ogni ruolo viene rimesso in discussione, sino alla rivelazione finale. In “La notte che mia madre ammazzò mio padre” la trama si perde più nel desiderio di stupire il pubblico che nell’effettivo stupirlo.

Grazie a mamma Wikipedia vengo a sapere che “Una famiglia perfetta” è un remake del film spagnolo “Familia”, diretto nel 1996 da Fernando León de Aranoa, spagnolo come Ines Paris, la regista di “La notte che mia madre uccise mio padre”. E’ assai improbabile che la regista non conoscesse il film di Aranoa, sia perché sono entrambi spagnoli, sia perché il film è considerato un cult, sia perché lei sarà cresciuta con i film del regista — negarlo sarebbe un po’ come dire che Verdone non conosceva Scola o Monicelli prima di girare certi suoi film storici — sia perché i punti di contatto sono effettivamente numerosi. Non c’è nulla di male, intendiamoci. L’arte è un furto continuo. Lo diceva anche T.S. Eliot — “I poeti immaturi imitano; i maturi rubano”. Ma il modo in cui lei hai preso spunto fa la differenza — “Il buon poeta salda il suo furto in un complesso di sensi che è unico, interamente diverso da ciò da cui è avulso; il cattivo lo getta in qualcosa che non ha coesione”.
C’hai sempre ragione, Thomas.

All’ultimo Festival di Cannes è imperversata la polemica sul caso Netflix: possono partecipare al concorso i film che non verranno distribuiti in sala ma soltanto in rete? Ecco, “La notte che mia madre uccise mio padre” mi sembra un titolo perfetto per Netflix e NON per le sale. Un film a impatto zero come i messaggi di “Mission Impossible” che si disintegrano 10 secondi dopo averli ricevuti.
Starebbe bene fra le commedie netflixiane — commedie, NON black comedy.

E questa settimana giapponiamo,

RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA
di Kore’eda Hirokazu
Giappone, 2017, ‘117
Lunedì/Monday 5
Ore 21:00 / 9 pm
Astra/ Dal Mastro

Presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2017, mi si dice che sia l’ultimo capolavoro del Maestro Hirokazu, “fra i massimi esponenti del cinema giapponese contemporaneo”. Tranquilli, ci saranno forse forse un paio di Moviers che sanno chi sia il Maestro Hirokazu, e io non faccio parte dei due…
Si dice anche il Museo Nazionale del Cinema di Torino gli dedicò una retrospettiva completa nel 2013…
L’ignoranza che dilaga dentro e fuori di noi è grande.
Facciamo qualcosa, quindi.
Lezmuviamo 🙂

E anche per oggi è tutto. L’esilio continua, la Città manca.
Cionondimeno, vivo e scrivo 🙂

Stasera, al posto del Maelstrom, un vile riassunto — dovrò pur esprimere, in qualche modo, della stizza! 🙂
E dei saluti, stasera, leggermente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA: Fino a ieri Ryoto aveva tutto: una consorte, un figlio e un altro romanzo da scrivere dopo aver vinto un premio letterario prestigioso. Poi qualcosa è andato storto, Kyoko gli ha chiesto il divorzio, Shingo lo vede soltanto una volta al mese, il romanzo è rimasto un’intenzione. Per pagare l’assegno mensile alla ex moglie, lavora per un’agenzia investigativa, per dimenticare le indagini ordinarie gioca alle corse, alla lotteria, a qualsiasi cosa possa restituirgli quello che ha perduto. Ma la vita è più complicata di così, bugie, tradimenti, meschinità gli hanno alienato la fiducia degli affetti. Kyoto gira a vuoto e fatica a trovare il suo posto nel mondo e in quello di suo figlio. Poi una sera un ciclone si abbatte su Tokyo e sulla sua famiglia che trova riparo a casa della madre, felice di averli di nuovo tutti e tre insieme. La notte porterà consiglio e Kyoto proverà a riguadagnare la fiducia di Shingo e a ‘scommettere’ questa volta sull’amore.

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Let’s Movie CLXVIII

Let’s Movie CLXVIII

CONFESSIONS
di Tetsuya Nakashima
Giappone, 2010, 106′
Martedì 14/Tuesday 14
21:15/9:15 pm
Astra/Dal Mastro

Frotte di Fellows e Moviers a Mucchi,

Quando succede così, it’s bliss.
Quando succede la giornata di lavoro e poi English teaching e poi scappar via dall’aula e mollare il registro e infilare la tenuta da Board e via verso il Mastro che ti aspetta lì, e c’è tutta la frenesia dell’evento fuori dal cinema, gli spettatori che hanno prenotato, e che hanno quell’espressione da Buddha tibetano che un posto assegnato può darti, e poi gli spettatori che non hanno prenotato, e che hanno quell’ansia da Lauramorante e scalpitano attorno alla zona off-limits presieduta dal team dei Mastrantonios.
Quando succede tutto questo e io arrivo, e vedo tutto questo, il movimento e i sorrisi, la gente che finalmente si è chiusa l’ufficio alle spalle e può pensare ad altro, aprire la mente su altro, e vedo gli sguardi d’intesa, e sento “Eccoti qui, finalmente” di un vecchino a una vecchina, oppure una ragazza che aspetta trepidante sulla panchina, quando vedo tutto questo, io provo una sensazione, Fellows, che potrei spiegarvi soltanto ricorrendo alla storia e immaginando la sensazione che devono aver provato gli antichi davanti al primo arcobaleno del creato. O un geek davanti all’I-phone 2 dopo l’avvento dell’1. 🙂
Tra la folla spuntano sorridenti due facce. Il Fellow Andy Candy è arrivato diretto da Monaco ― non quello Cote Azur della nostra Fellow Milanie de, quello molto più in-Deutschland-geboren. Aveva anticipato un “non-jeafò” a cui il Board aveva risposto un “dai-che-jeafai”, e per fortuna una volta su un milione la azzecco. 🙂 Poi ecco la Honorary Member, filamente yoga-free ― che yogare va bene ma limita il raggio d’azione lezmuviano,e questo non va tanto bene. E lì accanto a loro c’è una preda, Daniele, che ben si trasformerà in un Fellow, il Fellow Sunrise, perché lui non c’entra con il rising di Trentorising, lui è per il sun senza rise. 😉 Ringrazio il fantastico lavoro di squadra del Fellow Andy Candy e della Honorary Member Mic, che hanno visto del potenziale “Movier” in Daniele e hanno venduto magistralmente la diavoleria Let’s Movie. 🙂
In pianta standa dalle 6 pm dal Mastro, l’Anarcozumi, che finalmente riesce a interloquire con le persone in maniera normale dopo l’eccesso di sovraesposizione umana a cui è stata sottoposta durante il Festival. In extra extremis giunge anche il Sergente Fed FFF, e grazie all’abilità di Robin con il tetris dei posti, riesce a rimediare una poltrona libera. Dentro in sala troviamo la Fellow Francesca-ae, con la quale scambiammo solo un bacio aereo, dacché il buio in sala incalzava. Con lei il Guest Massimo, anche lui potenziale preda, che spero ricapiti sul mio sentiero quanto prima ― la mia fame di Movier non si placa mai… Un ringraziamento speciale va alla Fellow Giuly-Jules, che avrebbe tanto voluto esserci ma è stata bloccata on the way. Ma keep trying, diciamo alla nostra Fellow!
Se dovessi descrivere sinteticamente com’è “Viaggio sola”, direi onesto, ben fatto e con un gran bel personaggio come protagonista. Fortunatamente non devo fare nulla sinteticamente, quindi se permettete, me la prendo un po’ con calma per ragionare sulla protagonista.
Nella vita Irene (Margherita Buy) fa l'”ospite a sorpresa”, ovverosia il cliente in incognito che si presenta negli alberghi di lusso per giudicarne gli standard.
Irene è un personaggio che mi è piaciuto molto e mi fa dire “menomale” che finalmente hanno puntato una cinepresa su questa donna, perché di donne come Irene ce ne sono tante, ma proprio tante tante. Irene è una indipendente, viaggia sola (per lavoro e nella vita), è single ma senza i piagnistei di Bridget Jones, è una zia affettuosa ma non usa le nipoti come surrogato delle figlie che non ha (avuto): di figli non ne vuole, e di questo è consapevole. Nel dibatto post-film ― gran dibattito post-film, durato più di un’ora!― la regista Maria Sole Tognazzi e lo sceneggiatore Ivan Cotroneo hanno spiegato che Irene è un personaggio che non subisce nessun cambiamento, che rimane se stessa fino alla fine. Sono d’accordo, rimane se stessa fino alla fine, però secondo me ― e mi scuseranno i Moviers presenti per aver già sentito queste mie parole in sala ― secondo me Irene compie un percorso, che è tutto costellato da situazioni che cercano di farla vacillare, che cercano di farla rientrare nella griglia dei modelli in cui la società vuole incastrarla. Come se ci fossero degli agenti finalizzati alla standardizzazione del personaggio che lei, in qualche modo è costretta ad affrontare per rimanere se stessa.
E lei, Irene, nel (per)corso del film impara non solo ad affrontare questi agenti e neutralizzarli, ma anche non doversi giustificare con il resto del mondo per com’è. Il resto del mondo ti vorrebbe con un compagno o dei figli o comunque disperante se non hai né l’uno né gli altri. Invece la conclusione (rincuorante!) cui il film giunge è che si è come si è, punto, e non possiamo/dobbiamo imporci graticole che non ci appartengono solo per non disturbare la società con l’ennesimo “altro” da somatizzare…
La storia di Irene mi ha portato inevitabilemente a riflettere alla storia di tante donne come lei. Non so voi che ne pensiate, Fellows, ma io non parlo tanto di solitudine, che ha sempre quel sapore di stanze grige, limoni raminghi in frighi deserti. Io parlo piuttosto di autonomia, la capacità che sviluppi ―a fatica, eh― di stare sulle tue gambe, senza bisogno di appoggiarti a qualcuno. Se poi quel qualcuno c’è, tanto meglio, ma la sua mancanza non può determinare il crollo della tua vita. Questo penso io. Penso anche che ogni tanto la soitudine venga demonizzata  e strumentalizzata, e che ci sia bisogno di una revisione delle conformazioni di coppia e delle strutture famigliari ― ma qui divago.
Se devo trovare un difetto al film ―per la verità devo ancora decidere se sia un difetto oppure una gran furbata da parte di Tognazzi&Cotroneo ― è il dibattito che inevitabilmente questo personaggio solleva e che, in un certo senso, supera il fil stesso. Il film deve avere un valore intrinseco quale opera d’arte ― anche nel suo piccolo; non può essere solo un corollario di spunti di discussione…Ma mi sembra di averlo già detto in passato, questo…
Insomma, non ho trovato molta arte in “Viaggio da sola”, ma non si può avere tutto, lo sappiamo… C’è anche un problemino con il personaggio dell’antropologa inglese che Irene incontra in uno dei suoi tanti soggiorni alberghieri. Kate è troppo palesemente un personaggio cartaceo, nel senso che parla troppo come un libro stampato. E anche la sua morte, che allude a una potenziale fine scampata di Irene, mi pare una scelta un po’ naif, di cui si sarebbe potuto fare a meno. Quindi, tolto il personaggio di Kate, e anche la tendenza del film, ad essere troppo esplicit(at)o, “Io viaggio sola” è un progetto che appoggio. Anche solo per la decisione di puntare quella cinepresa verso un territorio femminile che non va guardato con commiserazione (sulla commiserazione con cui i camerieri guardano i single ― uomini e donne― nei ristoranti, Cotroneo ha tristemente scherzato!), né con diffidenza, né tantomeno con mire di addomesticamento. Perchè al mondo coesistono pacificamente i prati inglesi e le giungle…
E non per essere ripetitiva, ma vi prego, cercate di non perdere gli appuntamenti con il regista in sala: i fabbri(catori) del cinema ti permettono di sbirciare dentro l’officina…
E adesso ci trasformiamo tutti in perfetti giapponauti e ci spariamo questa bomba di film

CONFESSIONS
di Tetsuya Nakashima

Nominato all’Oscar come Miglior Film Straniero nel 2011, e acclamato in Giappone e all’estero, il film sbarca da noi con quel ritardo trenitalia di tre anni ― meglio non commentare. Anche qui, vado d’intuito e ispirazione. E anche di rigore. Il cinema giapponese ha quel minimalismo lapidario che spesso a noi italiani ― ehm, a noi barocchi Board ― manca. Quindi preparatevi una bella thermos di tè verde (o di sakè, fate voi) e raggiungetemi dal Mastro-San. 🙂
Ah e last but not least…Questa scintilla che vedete in questo istante, guardando dalla mia parte, non è la luccicanza di Danny, no no, è la scintilla blin-blin del mio sorriso 32 denti: dal 9 al 16 maggio si celebra la Festa del cinema, e il biglietto per l’ingresso nelle sale cinematografiche di tutta Italia (festa per tuuuuutti i Moviers in tuuuuuuutti gli angoli del paese) sarà a prezzo ridotto: 3 € per i film in 2D e 5 € per quelli in 3D.
Quindi, Moviers, non avete più nemmeno la scusa della pecunia (assenza di) per evitare il cinema. La pigrizia, quella la stiamo combattendo da tre anni e mezzo e con risultati incoraggianti. Quindi, on the top of my tips, metto sen’altro questo “farsi qualche caffettino in meno e qualche cinemino in più”. 😉

E dopo questa notiziona da tesoretto, Movie-Maelstrom, riassunto e…Sto dimenticando qualcosa? Ah già certo, i saluti, stasera, numerosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

In questo weekend s’è approfittato molto della citata Festa del Cinema, mettendo a segno una tripletta cominciata con “Effetti collaterali” di Soderbergh, proseguita con “Kiki. Consegne a domicilio” di Myazaki (mai imparerò a scriverlo) e coronata con “Miele” di Valeria Golino. Il primo è un thrillerone benfatto che piacerà a tutti gli appassionati del genere (e di Jude Law); il secondo riconferma ancora una volta la magia dell’universo poetico di Miazaki (no, non imparerò mai a scriverlo), per quanto il finale sia un po’ così; il terzo, “Miele”, non mi ha convinto affatto, purtroppo, ma mi permette di FARE PUBBLICA AMMENDA IN STAMPATELLO MAIUSCOLO CON L’ANARCOZUMI ALLA QUALE NON HO DATO AGGIORNAMENTI SULL’ORARIO DEL FILM E PER COLPA, COLPISSIMA, COLPISSIMISSIMA MIA SE L’È PERSO (MENO MALE CHE ERA “MIELE” E NON “CONFESSIONS” ALTRIMENTI NON ME LO SAREI MAI PERDONATO!). ZU, I AM DOWN ON MY KNEES! 🙁 🙁

E ORA, SE VOLETE SCUSARMI, HO UN CILICIO CHE MI ATTENDE…!

CONFESSIONS: Siamo in marzo al termine dell’anno scolastico giapponese e la professoressa Moriguchi (Takako Matsu) che ha perso la sua figlioletta di 4 anni, annuncia che sta per lasciare l’insegnamento. In una lunga confessione davanti a tutta la classe racconta la sua versione dei fatti, secondo cui la figlia sarebbe stata uccisa da due studenti che la professoressa decide di rovinare attraverso una vendetta tanto gelida quanto crudele. Ma non sempre le cose sono come appaiono e la ripresa dell’anno scolastico sarà l’occasione per altre confessioni di alcuni studenti implicati nella tragedia.

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Let’s Movie XIV

Let’s Movie XIV

Cari Fellows,

First thing first, let us welcome Joe Wakeling, our new Fellow Movier from CREATE-NET! Joe, Let’s Movie synthezises cinema and movement ? your legs dragging you out of home and bringing you  to the movie theater to enjoy a masterpiece your Board suggests…
First exemple of cine-dictatorship, please do not expect Let’s Movie to promote FAQs, ask for opinions, beg for feedbacks… We lay down films, you come to the cinema. That’s it. Easy as pie.
(You can’t wait fort experiencing our club, can you?!?!)

Il primo ringraziamento della settimana va alla Honorary Member Mic che ha sfidato con me i 72 minuti di LE MYSTERE PICASSO (più spettatori presenti in sala di parole pronunciate: 13 a 7). Abbiamo apprezzato la location molto radical-d’essai dello Spazio Off, con tutto il corollario della location molto radical-d’essai ? sedie scomode, interni molto black, riscaldamento Off (per coerenza nominis) spettatori navigati e consapevoli, o giovani e inconsapevoli… Gradita è stata anche la discrezione con cui la Honorary Member ha dormito senza disturbare gli altri dormienti ? confessiamo che l’insonnia inveterata del Board ha contribuito non poco alla sua veglia…

Il secondo ringraziamento va a Mat, per aver assistito alla proiezione di DEPARTURES ? e con lui anche la new entry Joe. L’ultimo quarto d’ora decisamente cheesy ha inquinato un po’ l’andamento comico-leggiadro del film, ma i non affetti da cinismo cronico apprezzeranno senz’altro il velo rosa calato sul finale…
Per questa settimana Let’s Movie propone:

IL PROFETA
di Jacques Audiard, Francia 2010, 150’
Martedì
Astra
Ore 21:00

F FOR FAKE
di Orson Welles, Francia 1974, 85′
MercoledìSpazio Off, via Venezia 5Ore 21:00
Ingresso: 3 euro.

Per i non affetti da cinismo cronico risegnaliamo inoltre:

DEPARTURES
di Yojiro Takita, Giappone, 2010, 130’
Giovedì
Cinema Astra
Ore 21:00

Forza Moviers, fatevi vedere… PLEASE… (…anche alla cortesia ci votiamo pur di spronarvi…)
Riassunti in calce e saluti cinematografici…

GRAZIE,

Let’s Movie
The Board

IL PROFETA: Condannato a sei anni di carcere, il diciannovenne Malik El Djebena non sa né leggere né scrivere. In prigione, Malik sembra più giovane e fragile rispetto agli altri detenuti. Preso di mira dal leader della gang corsa che spadroneggia nel carcere, Malik è costretto a svolgere numerose “missioni”, che però lo fortificheranno e gli meriteranno la fiducia del boss. Ma Malik è coraggioso e impara alla svelta, e non esiterà a mettere a punto un suo piano segreto.
Gran Premio della Giuria al festival di Cannes 2009, 9 riconoscimenti (tra cui quello di miglior film) ai Premi César 2010.

F FOR FAKE: Caleidoscopico film-documentario di Orson Welles, è una lunga riflessione sul rapporto che esiste tra la verità e l’arte. Cos’è la verità? Chi stabilisce se un quadro è arte o no? Come si fa a riconoscere il bello? Sullo sfondo, un falsario franco-ungherese Elmir de Hory e la sua storia che funge da apologo a una delle più profonde e affascinanti riflessioni cinematografiche sull’estetica.

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