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LET’S MOVIE 423 da NYC commenta “GRETEL AND HANSEL” di Oz Perkins

LET’S MOVIE 423 da NYC commenta “GRETEL AND HANSEL” di Oz Perkins

Ma Moviers,

voi ce l’avete un incubo, un mostro di situazione da cui vi sentite minacciati e che temete da sempre? Una specie di spauracchio ancestrale, che vi perseguita sin dalla tenera età?
Io ne ho.
Più di uno.
Parecchi —se dici la verità, dilla tutta.

Due di quelli più longevi e inveterati sono la perdita del passaporto, e la perdita del portafoglio. Il primo, a seguito del mio trasferimento qui, è peggiorato. L’idea di perdere il passaporto con dentro il visto, di trovarmi faccia a faccia con l’Immigrazione americana, un gigante senza cervello ma con infinite braccia (armate), mi fa rabbrividire fin nel midollo.
Anche la perdita del portafoglio ha sempre rappresentato un grado di livello “Shining” nella mia personale scala delle situazioni orrifiche in cui ritrovarmi.
 
Poi quando è capitato, il giorno del mio compleanno del 2019, dopo nemmeno 24 ore dal mio arrivo in Australia, ho capito che c’è una bella differenza tra l’horror della paura e la realtà delle cose.
Che la realtà è molto meglio dell’horror.
Immaginavo che sarei rimasta disintegrata sotto il peso degli eventi. Sola, in Oceania, senza il becco di un contante se non una stropicciata banconota da 5 dollari americani —che non valgono un becco di niente nella terra dove quelli australiani valgono tutto — con la prospettiva di 30 giorni davanti in cui sopravvivere.
Quando è successo, ho tracciato un’associazione molto riuscita tra me e le migliaia di galeotti che, nell’‘800, il Vecchio Mondo scaricava con oliata regolarità nell’immacolata Australia.
Sarei stata anch’io come loro, confinata a vita nella periferia del Nuovo Galles del Sud.
Invece no, le cose sono andate diversamente. E io, al momento, non sto né picconando una miniera, né posando binari in mezzo al bush.

Nell’istante in cui mi sono resa conto di aver lasciato il portafoglio in una busta della spesa in un parchetto, dove mi ero attardata ad ascoltare dieci minuti di musica live sgangherata, in quel momento, il mondo non si è staccato dall’asse terrestre, non è rotolato via.
Sono rimasta incredibilmente calma. Una calma che non avrei mai pensato di poter generare all’interno del mio corpo elettrico. Certo sono volata sul luogo incriminato, certo ho chiesto a tutti i negozianti tutt’intorno con un fare concitato se avessero visto una borsa nera ai piedi di una panchina. Certo ho fatto tutto questo crivellandomi con una mitraglia di Fu*k Fu*k Fu*k Fu*k Fu*k.
Ma la terra ha continuato a girare. Il cielo non è caduto giù.

Nulla è irreparabile. Nemmeno perdere tutti i soldi, tutti i documenti — tranne il passaporto! — nemmeno se vi trovate letteralmente all’altro capo del mondo.
L’accettazione dell’idea che non avrei ritrovato il portafoglio, e soprattutto, avendo accettato che la cosa sia successa a me, a me, che tendo ad essere attentissima a queste cose, mi ha messo ammollo in un bagno di umilità lungo 30 giorni, da cui sono emersa con la remissività d’una Chiara d’Assisi. Perché sì, queste cose possono succedere anche a me. Perché no, non sono infallibile, protetta da qualche grazia divina, risparmiata da qualche potere soprannaturale.
Sono umana, fallace, smemorata, distratta, sventata. Frana.
Ma così come ho capito quello, ho capito anche che le cose si risolvono. Che non è la fine del mondo.

Dopo la tappa ai negozianti, la seconda tappa è stata alla Centrale di Polizia, per sporgere denuncia.
Mentre coprivo i cinque minuti di strada a piedi che separavano la mia residenza dalla Centrale, mi chiedevo, ma che razza di crimini potranno mai registrare, a Newcastle? Furto di una tavola da surf? Contrabbando di tavole da surf? Contraffazione di tavole da surf?
Esisterà qualche infrazione che non coinvolga le tavole da surf?
E certo quando sono entrata nella Centrale, il panorama è stato quello che avevo immaginato.
Deserto.
Certo, mi dico, le tavole da surf si proteggono a costo della propria stessa vita, figurarsi se succede loro qualcosa.

Spiego all’ufficiale William Lorrie quello che mi è successo.
Mi chiede dove alloggio.
A The Lock-Up, rispondo io.
“Lock-Up” in inglese significa galera. Dire a un poliziotto che abitate in una galera spiega la sua espressione perplessa. Capisco che non conosce il museo/spazio artistico a 5 minuti di distanza dalla Centrale (!), e mi affretto a spiegargli di cosa si tratta.
Emette un suono simile ad “Ah yoah”, che immagino sia un “ah sì”. Il mio primo assaggio dell’Australian English, una lingua forse celtica, forse fenicia, che non ha nulla a che vedere con l’inglese britannico, americano o standard che io abbia mai sentito, studiato, immaginato.

Mi parla e io non capisco nulla. Letteralmente nulla. Allora metto in pratica la mossa che insegno a tutti i miei studenti. Prevenire il contenuto delle sue domande.
Cosa può chiedermi… Quando ho perso il portafoglio, e dove.
La mossa funziona. Gli spiego tutto.

Quando parla, mi rendo conto che nell’Australian English le vocali vanno per conto loro, in un posto molto lontano dal posto in cui finiscono quelle italiane o quelle dell’inglese comune. È un posto nuovo, dai contorni sconosciuti. E’ lo stesso posto in cui sono finite le vocali dello spazzino che ho fermato nel parchetto dove ho dimenticato la borsa. Quando mi ha risposto, le sue vocali sono corse esattamente nel posto delle vocali dell’ufficiale. Che poi è il posto in cui immagino corranno tutte le vocali di tutti gli australiani.
La corsa delle vocali, in sé, potrebbe essere un fenomeno buffo da osservarsi, se non aveste smarrito il portafogli e steste cercando di uscire dal capolavoro di pasticcio che vi siete cucinati con le vostre mani.

Dopo le formalità di rito, William mi chiede di descrivergli il portafoglio.
E qui io parto in quarta perché sono fissata con i dettagli e le descrizioni mi sono sempre piaciute. In più, ho avuto modo di descrivere solo la mia bici rubata ai Carabinieri di Trento, nel 2014, che non apprezzarono molto il mio “d’un color bluette metallizzato tendente all’indaco con scritte bianco ghiaccio e manopole all’apparenza rigide, ma morbide quando le impugni”.
Allora parto all’attacco. “Ok, it’s a big purse, on the fat side, black in color, but with tiny wee white doodles, in the shape of little bows…”
Il sergente mi guarda e vedo succedere qualcosa ai suoi occhi azzurri e al suo viso da australiano bonaccione.
Capisco di aver detto qualcosa che non va. Ma cosa?
“Sai cosa vuol dire ‘doodle’ in Australian English?”, mi chiede.
Per me “doodle” ha sempre significato disegnino, scarabocchio. Ma non solo per me, per tutto il mondo. Cioè, il Doodle di Google me lo invento io o cosa?
“No”, rispondo io, in un soffio di voce.
Lui scoppia a ridere
“Small penis”.

Allora.
Io, in poco meno di venti secondi, ho annaspato nell’Australian English, ho detto che abito in una galera e che il mio portafoglio è ricoperto di piccoli peni bianchi a forma di fiocco.
Tanti anni di studio buttati alle ortiche.
William, che è un burlone, lo dice alla collega seduta alla scrivania poco distante. E anche lei esplode in una risata da martedì grasso.
Io, che, ricordo, ho da poco realizzato di aver perso il portafoglio con tutti i miei averi e la mia identità a metà fra Italia e America, provo a scusarmi con un “OMG, I am sorry… I couldn’t really know…”, sicuramente sul mio viso transitano tutte le centocinquanta sfumature del rosso, dal vermiglio al rosa cipria, ma nulla sembra fermare le risate di questi due burloni.

Finito il siparietto, io ringrazio per l’assistenza, saluto e mi dirigo a casa. Dopo un paio di minuti, però, mi viene in mente un dettaglio che avrebbe potuto essere utile alle indagini (!). Torno indietro, il Sergente mi vede e prorompe in un “Ehi guys, the doodle lady is here again!”.
Da dietro le finestre che dividono l’open space da un altro open space, si alzano, dalle rispettive scrivanie, quattro energumeni fasciati in divise molto molto strette, impazienti di vedere Lady Doodle, la Signora dei Piccoli Peni.
Mi vedono, scoppiano a ridere, William con loro, e anche la poliziotta alla scrivania.
Io penso di essere finita nella Centrale di Polizia del Benny Hill Show. E cosa posso fare se non ridere anch’io?

Il giorno prima di partire per Sydney, passo alla Centrale per farmi stampare una copia della denuncia da portare in Italia per il giorno in cui dovrò rifare la patente, la Motorizzazione farà storie e vorrà liquidarmi con un “senza denuncia non possiamo far nulla”, e io la produrrò con prontezza Houdini.
Appena William mi vede, “Ehi guys, the Doodle Lady is back!!”.
Stessa scena del 22 dicembre. Energumeni che spuntano su dalle loro scrivanie, poliziotta che riemerge da dietro il computer, risate.

Dunque, per ricapitolare. Ho perso il portafoglio, non l’ho ritrovato, e per le forze dell’ordine di Newcastle sono la Signora dei Piccoli Peni.
Ma almeno il mondo non è rotolato giù nello scarico dell’universo.
Se vi chiedete come ho fatto a evitare un mese senza contanti, un bonifico alla molto-umana direttrice di The Lock-Up, che mi ha dato cash, vi toglierà ogni dubbio.

Una cosa mi dispiace.
Nel mio portafoglio conservavo una banconota da 1.000 lire. Non quelle Newage con la Montessori colorata, quelle con Marco Polo da una parte, e Palazzo Ducale dall’altra — e quale valuta al mondo si porta un esploratore-sognatore in copertina, dico io?!
La tenevo con me sin dalle elementari, le ho fatto traslocare anni di portafogli.
Sull’angolo in alto a sinistra qualcuno aveva stampigliato due lettere, FS. In caratteri gotici, antichi, quelli che vi fanno pensare a regni, interregni, vassalli e valvassori.
Quelle due lettere lì, FS, dicevano a me bambina che quella banconota era destinata a me.
FS, Fruner Sara.
Wow.
Solo più tardi avrei appreso che in Italia, FS è per tutti “Ferrovie dello Stato”, e forse qualche zelante impiegato a corto di post-it aveva provato un nuovo timbro sull’angolo di una banconota a portata di mano.
O forse erano davvero destinate a me.
Wow.
Ho conservato quella banconota per tutti quegli anni.
Ora è da qualche parte in Australia.
Forse un giorno, da qualche parte in Australia, spunterà un albero che in primavera sboccerà fiori di mille lire, e profumerà arie di paesi lontani.
C’è un senso recondito dietro tutto.

Questa settimana, vuoi per mancanza di film d’un certo peso, vuoi per il mood dell’horror di questo Lez Muvi, sono andata a vedermi proprio un horror. Gretel e Hansel, di Oz Perkins.
Ricordo di aver visto il trailer un paio di mesi fa al cinema, e di essere rimasta colpita dal titolo, che ribalta l’ordine classico e mette per prima Gretel. Chissà perché Hansel retrocede, mi sono detta, facendomi l’appunto mentale di non perdermi il film.

Si capisce subito, la pole position di Gretel e la retrocessione di Hansel. E’ Gretel, la vera protagonista. A differenza della fabia dei fratelli Grimm — che anche loro, quanto a horror, non avevano nulla da imparare — la Gretel di Perkins non è una bambina. E’ un’adolescente di sedici anni, che deve badare al fratellino Hansel — buffo, adorabile nei suoi otto-nove anni, assolutamente inutile ai fini della sopravvivenza. Sì perché, proprio come nella fiaba, i due vengono cacciati di casa dalla matrigna cattiva, ma non per gelosie interne, ma per fame. Il mondo è raziato dalla carestia, e un fabbro e una matrigna non riescono a sfamare due giovani bocche.
Gretel rifiuta anche un posto di lavoro come governante da un sudicio individuo, che, con sudicia insistenza le chiede, “Are you untouched?”.
Gretel, ragazzina che non si fa mettere i piedi in testa, e certo non le mani in parti dove nessun sudicio deve metterle, dice no. Dice sì alla prospettiva della fame, ma dice no al molestatore. Bello quando una fiaba riverbera la contemporaneità in maniera tanto lugubremente radiosa.
Allora i due fratelli s’inoltrano nel bosco. Che non è il bosco delle meraviglie. E’ il bosco delle brutture. Ombre, bambini dispersi, veri o solo immaginati. Strane presenze. Finché i due, stremati dalla fame, arrivano davanti a una casetta dal tetto a punta — che, a dirla tutta, fa più progetto di Mies Van der Hohe, che casa di marzapane. La casa non è letteralmente di marzapane come quella dei Grimm, ma ci viene detto che profuma di torta, e lo scivolo di bacon.
Ci vive una vecchia, di nero vestita, con le punta delle dita ugualmente nere, magra come un chiodo, misteriosa come la notte. Davanti a un tavolo ricco di prelibatezze, i due cominciano a mangiare di gusto. L’idea è quella di pernottare e poi proseguire il cammnino. Ma la vecchia è così gentile, così accogliente, che i due rimangono.
Dopo poco, Gretel e Hansel, scopriranno però che la vecchina non è una semplice vecchina, e che devono pagare un prezzo per la loro permanenza… Perché quando si prende qualcosa, qualcosa bisogna ritornare. Sempre.

Il film è davvero originale nel modo in cui sposa la fiaba classica e al contempo ci divorzia, proponendo una lettura nuova — un finale nuovo — al racconto dei Fratelli Grimm, aggiungendo anche uno strato narrativo nuovo: c’era una volta una bambina che portava un cappello rosa, la bambina più bella del mondo, e con il potere di vedere le cose. Una bambina che, anche, si portava il male dentro. Gretel racconta sempre al fratello la storia di questa bambina, abbandonata nel bosco dai genitori perché cattiva. Sente una particolare affinità con lei: anche lei, Gretel, vede le cose. Vede prima che succedano. Alla fine del film, capiremo chi è questa bambina dal cappello rosa. Chi è la vecchia straga nella casa di Mies Van der Hohe.

Le atmosfere sono inquietanti, i colori lividi e certe riprese davvero macabre. Tutto perfetto per un horror. Il sangue è più che altro solo immaginato e, tranne una scena di interiora, non si trova un solo secondo splatter in tutti i 127 minuti di girato. Questo lo rende un horror di classe rispetto a quelli che puntano tutto sui sensazionalismi gore. Il difetto che gli trovo sta nell’uso poco bilanciato della musica. Eccessiva. Non c’è un solo secondo in cui regni il silenzio. Per come la vedo io, non c’è nulla di più orrorifico di un minuto di silenzio nel punto giusto — magari in pieno giorno. Invece la colonna sonora, certo molto paurosa, ma sempre pompata, finisce per estenuare, rovina la suspence: se tutto è suspence, nulla è suspence.  

E ancora, l’idea di trasformare Gretel in un’adolesente con una testa pensante sulle spalle, che agisce per sé e il fratello, che salva entrambi da situazioni di pericolo e scopre la sua vera vocazione — per quanto non proprio rosea — trasforma questa lettura della fiaba classica in un percorso di formazione nuovo e al tempo stesso atavico. Gretel non vivrà felice e contenta con la ritrovata famiglia. Gretel vivrà quello che la sua natura ha in serbo per lei.
In questo momento pre-Oscar, in cui non si parla che di Oscar a René Zellwegger per “Judy” — no ma seriously?? — “Gretel e Hansel” è un felice, e fatale, antidoto che porgo a tutti voi, malefici Moviers. 🙂
In Italia dovete aspettare fino a fine mese, ma non scordatevelo.

E anche per oggi abbiamo toccato il fondo, e ora risaliamo nel lunedì.
Come sempre ringraziamenti a tutti, e saluti, questa sera, dubbiosamente cinematografici.

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Let’s Movie 408 from NYC – commenta “THE WIND” di Emma Tammi

Let’s Movie 408 from NYC – commenta “THE WIND” di Emma Tammi

Metafora, Moviers,

significa, “portare da un posto a un altro”.
Non avevo mai pensato all’etimologia della parola. Quando poi ho sentito qualcuno dirlo, venerdì, mi ha colpito, come un bambino che, per la prima volta, impara a respirare, o a nuotare, o a guidare una bici senza rotelle, e il commento tutto interiore che fa a proposito di quell’attività, senza nemmeno sapere di farlo, è “Mi viene naturale”.

La metafora mi viene naturale da sempre. E’ la mia gioia semantica più somma. Ve ne sarete accorti nei miei pipponi. Io la uso senza nemmeno accorgemene.
Ma il massimo è vagabondare per la poesia — la terra della metafora. Creare un mondo di paralleli che alludono al mondo terreno, ma senza dirlo espressamente. Far saltare tutti i nessi con la dinamite della parola, senza accontentarsi della via di mezzo delle similitudini, le vili similitudini, che non hanno il coraggio di gettarsi nel vuoto rischiando di schiantarsi sul marciapiede della significazione, ma infilano il paracadute del “come”, che toglie tutto il divertimento.
Se dico “Husain Bolt è veloce come il vento”, io immagino Husain e il vento, uno a fianco all’altro.
Se dico “Husain Bolt è il vento”, Husain si fa vento.
Qual è il modo più efficace per raffigurare la velocità dell’uomo più veloce di tutti i tempi?
You tell me…
🙂

Il qualcuno che mi ha ricordato il significato di “metafora” è uno scrittore, poeta anche lui. Stephen Massimilla. Eravamo al John D. Calandra Italian American Institute, dove, venerdì, abbiamo festeggiato il National Poetry Month, il mese nazionale della poesia.
Il Calandra è una sorte di roccaforte della cultura italo-americana negli Stati Uniti — non solo a New York. Un difensore della patria dove la patria non sta per l’Italia, ma per la cultura nata in quel paese, e sbocciata poi in un paese con 300 milioni di abitanti che non riescono a pronunciare “gli”.

Insomma, il Calandra, per festeggiare la poesia, chiede a quindici poeti con qualche briciola tricolore nel pacchetto genetico, di ritrovarsi il 5 aprile, e concede loro cinque minuti a testa in cui leggere i propri versi. Una cosa seria, con il cronometro elettronico da parete che scandisce, rossissimo, il conto alla rovescia dei cinque minuti.
Il Calandra mi ha chiesto di far parte della quindicina.
Quando il Calandra chiama, tu sei il vento. Husain, tuo fratello.

Questo Massimilla si porta il cognome storpiato da generale romano con giulia fierezza. La briciola di italianità, conservata nel caveau della sua identità, assume la forma di un gioiello che vuole custodire e sfoggiare.
Ha scritto un libro —“Cooking with the Muse”— unendo cucina, poesia, saggistica, e uscendosene con una ricetta ibrida che, a quanto pare, è piaciuta molto al palato americano: il libro è diventato un bestseller.
Esordisce spiegando il significato di “metafora”, e io sgrano gli occhi, ringrazio per avermi fatto notare quello che ignoravo, e dico fra me, comincia con il piede giustissimo, questo Stephen.
Prima di lui avevo sentito otto poeti, e onestamente, da quei quaranta minuti, ci avevo cavato ben poca poesia.
Allora dico, bene Stephen, vai.

Poi però Stephen comincia a fare pubblicità al suo libro. Voglio dire, mostrando il tomo, alzandolo e lisciandolo come avrebbe fatto una valletta della televisione degli anni ’80 con un videoregistratore. Ne parla per un buon sei minuti prima di leggere, e il Direttore del Calandra, lì sulla destra, si spazientisce, pur cercando di tenere un contegno. Probabilmente pensa che avrebbe dovuto aggiungere “Cinque minuti di lettura e zero minuti di preambolo” al pistolotto che ci ha gentilmente presentato a inizio della serata, illustrandoci le regole del gioco.
Stephen, ci omaggia della storia del pomodoro, che partì dal Sud America per arrivare nel Vecchio Mondo, passare per oggetto che assorbiva gli spiriti maligni e poi, solo grazie a Lorenzo di Medici, entrare nella cucina prima toscana e poi italiana, e solo allora, rimbalzare negli Stati Uniti in forma essiccata.
Tutto questo con molti dettagli nel mezzo che io ho deciso di sfrondare qui, perché vi amo.

Quando nomina il carciofo, al Direttore, là seduto sulla destra, prende una sincope. Stephen non lo vede, ma credo che lo senta, e ha la buona creanza di tagliar corto, posare l’amato volume illustrato che troviamo in libreria, oltreché su Amazon, e accingersi a leggere le sue poesie.
Non ricordo un verso, né una parola, quindi, ho la certezza che non mi abbiano impressionato.
In questo non c’è necessariamente un giudizio di valore. Credo che uno cerchi di fare il meglio che può in quello che fa. Poi sta agli altri dire.

Ma la mia impressione generale, che vi esorto a prendere con le pinze, essendo essa parziale, soggettiva, e boardiana, è che ci sia una tendenza troppo smaccatamente confessionale nella poesia italo-americana. Una tendenza che, mi spiega un addetto ai lavori a fine evento, è tipica della poesia americana tutta.
“Ma la poesia confessionale americana è diversa dalla poesia confessionale italiana”, mi fa notare lui.
Io annuisco. Forse ha ragione, ma le mie riserve, nonostantetutto, rimangono.
Insomma, piangere mariti morti, decantare mariti vivi, o figli che se ne vanno da casa, e padri idolatrati e commemorati in toni elegiaci… Insomma, questa non è la mia idea di poesia.
Ma la parola è bella perché è varia. Ognuno sceglie ciò che crede giusto per sé.

A evento finito, alcuni poeti si avvicinano e mi dicono cose molto lusinghiere sul fatto che scrivo in inglese. Io mi schermisco, no guardate, ho una laurea in inglese, lavoro con l’inglese da tutta una vita, non è tanto straordinario che io scriva poesia in questa lingua, I am supposed to.
La lingua è una macchina: ciò che hai da dire, il motore.
È il motore che conta e che fa camminare la macchina.

Le metafore c’entrano anche con Princeton, il cuore del racconto di questa settimana, insieme alla mia gita là.
Perché Princeton?
Perché dista solo un’ora e mezza di (Mega)bus da Manhattan.
Perché, non lo nego, ho un’idea di Princeton nella mia testa sin da quando ho quindici anni e la sentivo nominare dallo zio del Principe di Bel Air, che si era laureato lì.
Perché vedere queste ivy-league fa parte dell’esperienza americana che sto facendo. Così come addentrare le periferie del Bronx, assistere ad apocalittici/catastrofici spettacoli teatrali nel Greenwich Village, partecipare alla parata del Thanksgiving.
Forse, prima o poi, metterò persino piede nello Yankee Stadium.
Forse.

Princeton anche perché ha un museo universitario che non ha nulla da inviadiare a altre istituzioni museali non universitarie. Ho scoperto che ogni classe di studenti, i cosiddetti Alumni — che si legge Alumnai, mi raccomando, se lo leggete correttamente alla latina, Alumni, vi si guarda con sgomento — gli Alumni, ogni anno, fanno delle grosse donazioni all’Alma Mater. Non tanto in denaro, o meglio, sì in denaro, ma che verrà investito per l’acquisto di opere d’arte. Lo possono fare singolarmente: “Dono di Tizio nell’anno…”, ma lo fanno soprattutto in massa, in classe, ovvero, “la classe del 1996 ha donato due Monet”. Oppure “la classe del 1951 ha donato un cimelio sumero del 5 A.C.”
Ovviamente, dietro tutta questa generosità, c’è una macchina organizzativa spaventosa, che esorta tutti i singoli laureati a contribuire. E i laureati a Princeton non si scocciano di queste continue richieste di soldi. Da bravi militi princetoniani, ubbidiscono e contribuiscono. Pure volentieri. Questa è la vera grande differenza tra il giving americano e quello —scarsissimo, inesistente — italiano. Qui c’è una vera e propria cultura del donate. L’americano arrivato, specie se con alle spalle un’università prestigiosa, si sente in dovere di restituire, e gode nell’essere riconosciuto come un donatore. Da esso, ovvero dall’atto del donare, ne trae piacere in forma di status, di prestigio.
Con questo sistema, ci guadagnano tutti, win-win for all: il donatore in termini di ritorno etico e di immagine, e l’università, in termini di entrate, e prestigio conferito dal prestigio di questo o quel donatore.

Con questo sistema, il Museo dell’Università di Princeton, che ha aperto i battenti nel 1750, ha messo insieme una collezione con più di 100.000 pezzi da tutto il mondo e da tutti i tempi, partendo dall’arte antica greca e romana, quella antica delle Americhe, quella dell’Africa, dell’Asia, arte moderna, arte contemporanea e fotografia. In numeri, un endowment — una dotazione — complessiva che ammonta a 30 bilioni di dollari — dove bilione, lo ricordo, sta per miliardo.
Hai capito quelli di Princeton.

Museo a parte, il campus è il campus di una ivy-league.
Personalmente, ho trovato quello di Harvard, quando ci andai, più cinematografico. Forse più stereotipato, ma senz’altro più d’impatto. Quello di Princeton è sempre molto classico, i vari edifici con le varie facoltà molto di gusto British, tutte convergenti verso la Nassau Hall, l’imponente edificio — l’originale, il primo nato — che vi accoglie quando varcate il grande cancello nero su Palmer Square.

La differenza con un campus nel cuore di New York si sente subito. Prendiamo l’FIT. Se la Presidente, la sovrana Dr Brown, si presenta senza badge, all’entrata la rimbalzano come una qualsiasi plebea. Potrebbe anche telefonare a Re Giorgio, scomodare l’Imperatore Valentino, ma nulla smuoverebbe l’esercito della security che le si para davanti, e che si para davanti a chiunque voglia accedere al tempio accademico del fashion.
Di solito sono sempre molto critica riguardo l’hyper-security che noto da queste parti, ma forse devo essere più accomodante in materia. Sentite un po’ qui.

Venerdì è stata lanciata un’allerta “Shelter in place” all’FIT. Significa che il seguente messaggio risuona negli autoparlanti del campus ed entra nella vostra casella di posta: “Due to an unspecified threat, a shelter in place is in effect. Please lock all doors and secure all windows. More information to follow.”
Ovvero, rimanete dove vi trovate, chiudete a chiave le porte e le finestre. Vi faremo sapere.

Non rinuncio alla tentazione mentale di aggiungere “mettete al riparo donne e bambini” allo scarno testo che ho trovato nella casella di posta, accompagnandolo con una risatina sciocca.
Dopo un’ora e mezza, ecco gli aggiornamenti, e l’interruzione dello stato d’allerta — liberi tutti — con lo spiegone dell’Ufficio External Relations. Alcuni studenti d’informatica avevano avvisato l’ufficio Sicurezza che in rete stava circolando un video. Il video mostrava uno studente su una scala dell’FIT con una presunta pistola. L’Ufficio ha notificato la NYC Police Department e loro hanno dato l’allerta.
All’FIT è arrivata l’artiglieria, hanno circondato l’area in cerca dello studente. Che poi, non si sa bene come, è stato pescato in zona Union Square, da Barnes&Nobles — evidentemente anche i presunti squilibrati leggono.

A Princeton, non c’è nemmeno una guardia al cancello. Nemmeno un bidello nel campus.
Okay, è domenica. Però un filo di personale in divisa Princeton fa anche colore, no?
Quando arrivo, piove, quindi il campus sa di acqua fresca e primavera vicina. I colori sono tutti molto vivi. Senz’altro per via della lavata di capo della pioggia. I narcisi giallissimi, le magnolie bianchissime, il prato del campus verdissimo.
Rimango due ore nel museo, sia per godermelo bene tutto da capo a fondo, sia nella speranza che spiova e la temperatura si alzi un po’. Marzo e aprile sono quei mesi ibridi in cui, per quanto t’ingegni con l’abbigliamento, sbagli sempre.
Io sbaglio sempre.

Quando esco, mi attendono una buona notizia e una cattiva notizia. La buona è che è spiovuto. La cattiva è che il cielo, ripulendosi, ha affilato la lama del freddo, che si è fatto, se possibile, ancora più pungente.
Ogni tanto il sole riesce a farsi largo tra le nuvole, e io lo accolgo ogni volta come fosse un messia.
È con questa instabilità termica che dal campus, mi avvio al 112 di Mercer Street, il clou della gita a Princeton.

Passo per delle stradine che mi ricordano la letteratura americana, e i film. Prendo Dickinson Street, e naturalmente la mente corre da Emily, poi la stradina imbocca University Place.
In inglese, definirei queste case con decent. Che non vuol dire “decenti” — false friend — bensì “a modo” — se lo dite di una persona, decent traduce “per bene”. Bianche, con lo steccato, azzurrine, grigio perla, gialle con i bidoni della spazzatura in pendant — se date un’occhiata al Frunyc IV, trovate tutto.
È un universo provinciale, quello di Princeton. Tranquillo, naturale, yoga. Immagino molta iuta negli interni di quelle case, e lino grezzo. Giacinti viola in vasi di latta, e torte di lamponi sotto campane di vetro. Ovviamente so benissimo che questo è tutto un sogno uscito da Elle Decor, ma così mi piace pensare all’interno di queste casette. Non al devasto che solo gli studenti universitari americani possono costruire attraverso party etilici all’insegna del Beer Bong.

Anche perché Princeton sembra una città fantasma. Nessuno in giro, nessuna ombra di là dei vetri delle finestre. Forse per via della domenica, o dello spring break che si avvicina. Forse perché è molto europeo, il passeggiare senza avere una vera e propria meta, ed è molto americano, invece, in una domenica di pioggia, lo sprofondare nel divano con serie tv, coppa di popcorn e due galloni di Coca Cola accanto.

Quando arrivo nel posto clou, non c’è nessuno. O meglio, ci sono due ragazzi dai lineamenti orientali che, appena arrivo, si spostano, in segno di deferenza. Io abbasso il capo e ringrazio. Arigato.

Al 112 di Mercer Street, dal 1933 e per i successivi 22 anni, fino alla sua morte, abitò Albert.
Albert Einstein. 
Apprendo che arrivò per la prima volta a Princeton nel 1921 — anno del Nobel — per tenere una lecture sulla teoria della relatività — immaginatevi l’RSVP per la serata.
Il Dean dell’epoca lo decorò “Doctor of Science” e di lui dette una definizione in cui c’è un po’ d’Italia, e in cui poesia e verità si contendono il primato: “The New Columbus of science, voyaging through strange seas of thought alone” — il nuovo Colombo della scienza, che viaggia da solo per gli strani mari dell’intelletto.
C’è più poesia o più verità lì dentro? Io non so decidermi.

La casa — adorabile! — ha sette finestre. Albert avrà probabilmente pensato alla quantità di rumore o alla porzione di luce che gli avrebbero portato dalla strada. Avrà sicuramente pensato che sette è un numero naturale, primo sicuro, difettivo, congruente e il cui cubo, 373, è palindromo.
C’è un piccolo portico, su cui l’ho visto leggere, o appisolarsi dopo una giornata di calcoli senza fine al Center of Advanced Studies dove lavorava. Il piano superiore è rientrante rispetto a quello inferiore, e la rientranza è una specie di piccola terrazza senza ringhiera. Lo vedo nelle sere d’estate, sdraiarsi lì, sotto la luna princetoniana e le stelle americane, immaginare cose inimmaginabili, che tiene per sé, perché i geni dicono tanto, ma non tutto.

C’è un unico piccolo cartello, ripetuto per due, sulla proprietà. “Private residence”.
Nelle sue volontà, Albert è stato molto chiaro: la casa non diventerà un museo.
Albert non puntava al culto di sé, cosa che invece una casa-museo avrebbe contribuito ad alimentare. Albert voleva essere ricordato per la sua fisica, non per la sua fisicità.
Bravo Albert.

Faccio un po’ avanti indietro sul vialetto. Mi spingo fino a Hibben Road, la traversa successiva. Laggiù, intravedo Marquand Park.
È scritto che gli abitanti di Princeton fossero soliti intravedere la sua zazzera bianca passeggiare per le vie della città, completamente assorto nei suoi pensieri.
Chissà quante volte avrà camminato in quei dintorni. Rigorosamente senza calzini. E il fatto che oggi, tutti i nerd di questo mondo non rinuncino mai ai calzini sotto le ciabatte, nemmeno con quaranta gradi, dev’essere una specie di mutazione intrinseca alla storia della fisica di cui qualcuno un giorno si dovrebbe occupare.

Scopro che anche Einstein amava le metafore.
A un giornalista che gli chiese come si trovasse a Princeton, rispose: “I found Princeton fine. A pipe as yet unsmoked. Young and fresh. Much is to be expected from America’s youth”.
Princeton, una pipa non ancora fumata.
Albert, fisico della relatività, e poeta.

Questa settimana sono stata a vedere l’horror in contesto western “The Wind” di Emma Tammi.
C’è una parte di me fatalmente attratta da questo genere, che offre inifinite succose potenzialità metaforiche — appunto. In più, questo è un horror firmato da mano di donna. Non ci sono molte registe che si cimentano con questo genere. Quindi, dopo l’evento al Calandra, in una notte davvero buia e davvero tempestosa, raggiungo l’IFC nel Greenwich Village e mi vedo, con altre otto anime accanto a me, “The Wind”.  

Isac e Lizzy abitano da soli in mezzo alla prateria. Soli vuol dire proprio soli soli. Non quei paesini con l’ufficio postale, la banca e il saloon. No. La loro casetta di legno, e il nulla prateriale intorno.
Dopo le prime scene iniziali in cui capiamo immediatamente che Lizzy ha perso un bambino e che c’è decisamente qualcosa che non quadra in quel nulla prateriale, ecco che arriva una coppia di sposini: dei vicini!

Le due coppie prendono a frequentarsi, ma anche qui, c’è qualcosa che non quadra. Gideon non sa nemmeno menar di zappa o riparare un carretto, e se abiti nel Lontano West, be’caro mio, quel bricolage di base lo devi saper padroneggiare. Ed Emma è una ragazza di città che poco ci azzecca con la mancanza di comfort del nulla prateriale. Ben presto Emma rimane incinta, e altrettanto presto comincia a sentire qualcosa, delle presenze… Così come le sente e le vede Lizzy, anche se il suo Isaac le dice, mannò cara, non ti preoccupare, è solo il vento…
Col cavolo che è il vento, Isaac, ribattiamo noi spettatori, è il demone delle praterie. Da’ retta a tua moglie. Non ricordi il prete, nel vostro tragitto per arrivare qui, che l’aveva avvisata infilandole il volantino “Il demone delle praterie” nella Bibbia?

Gli eventi prenderanno una piega decisamente storta. Soprattutto per Emma. E Isaac…

Questa è la trama ridotta ai minimi termini.
Ma lo sviluppo del film è frammentato, giacché procede a singhiozzo su uno scorrere non lineare del tempo. I flashback sono talmente tanti che perdiamo il presente. Di conseguenza arriviamo alla fine senza veramente capire se il film sia tutto, in realtà, un flashback, e non esista nessun presente per questi personaggi.
Non mi è chiaro se questa sia stata una scelta conscia e voluta dalla regista, oppure se sia puro e semplice casino narrativo.

La confusione a livello temporale si sente anche a livello relazionale, ma in questo secondo l’ambiguità è voluta. La regista vuole farci vedere tutto attraverso la lente distorta della mente non lucida di Lizzy. Isaac tradisce Lizzy con Emma ed Emma sta portando in grembo suo figlio? Oppure sono solo sciocchezze che Lizzy si mette in testa, sciocchezze che il vento incessante e snervante non fa che alimentare? E perché la capra che ha visto morta poco fa, squartata dai lupi, ora la guarda, viva e vegeta?

Il pubblico capisce in fretta il trucco, e non si scompone. Non si scompone nemmeno quando intravede l’ombra del demone delle praterie impossessarsi dei personaggi, tingendo di nero i loro occhi — cara Emma Tammi, questo espediente è stato utilizzato talmente tante volte nella storia degli horror che vederlo l’ennesima volta, fa nomenclatura, non paura.
E questo è il vero problema del film. Non fa un briciolo di paura! Ci prova a tutti i costi, assoldando anche i lupi affamati. Ma niente, non ce la fa. Ed è un peccatissimo.
Il problema nasce dal sovraccarico. Perché tirare in ballo in maniera tanto esplicita oscure e sovrannaturali presenze? L’ambientazione — il nulla prateriale spazzato da un vento continuo — è quanto di più horror si possa immaginare! Sfrutta quello, Emma Tammi, lascia perdere Mefisto.
Io avrei calcato la mano sul non-detto, sull’accennato. Avrei cancellato il fumo nero che mi rappresenta il demoniaco e avrei scavato di più nella mente di Lizzy, nel suo passato in Germania e nel suo presente da immigrata nel Nuovo Mondo, nel Far West, in mezzo a una natura ostile, che non perdona. Ecco, invece di tirare in ballo sempre il diavolo, perché non mostrare le conseguenze dell’isolamento, della natura matrigna?
Zero ansia insomma. E un horror me la deve far venire, l’ansia.

Anche se non consiglierei il film, ho apprezzato il tentativo di guardare questo mondo western dalla prospettiva della donna che rimane a casa da sola, mentre l’uomo è lontano, o semplicemente nei campi. Comunque non lì con lei. È una prospettiva che non ricordo sia mai stata investigata, quindi un merito, Emma Tammi, ce l’ha.
Farà meglio la prossima volta 🙂

Ed eccoci arrivati in fondo, Fellows.
Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti tanti e saluti, semanticamente cinematografici.

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Let’s Movie 406 from NYC – commenta “US” di Jordan Peele

Let’s Movie 406 from NYC – commenta “US” di Jordan Peele

Megabus Moviers,

È lui che mi porta a Washington DC. Il Megabus. Fantozzi avrebbe apprezzato. Io ho apprezzato. È la versione americana dell’amato Flixbus, che in Italia mi ha scarrozzato a modiche cifre in giro per il nord del paese. Il concept è lo stesso. Le mete cambiano. Boston, Washington, Baltimora, Philadelphia.
Allora m’imbarco venerdì dalla fermata sulla 34esima e l’11esima Avenue, a pochi passi dall’appena inaugurato Hudson Yards. Immagino avrete visto The Vessel, il vaso spuntato sul davanzale occidentale di Manhattan. In Italia, alcune testate l’hanno erroneamente tradotto con “vascello”, ignorando che “vessel” significa “vaso”. Che è proprio la forma della struttura, tu guarda.
Ve ne parlerò quando l’avrò passeggiato, da fondo a cima e viceversa, per capire quale effetto la sua fisica esercita su di me. Per il momento, vi dico solo che quel color bronzo lucido, mmm, non so se mi convince.

È da quando mi sono trasferita qui che voglio andare a Washington. Ma poi il 9 novembre 2016 è successo l’impensabile, e Washington ha dovuto ospitare l’impensato. Allora ho rimandato il viaggio, guardando al 2020 come la liberazione dall’oppressione e dicendo, categorica, “No, Washington con lui, no”.
Poi mi sono chiesta, e se succede una seconda volta? Non è così impensabile che l’impensabile abbia luogo un’altra volta: qui non si fa che mettermi in guardia.
Perciò, tanto vale andare subito.

E andiamo subito. E al sodo. La Casa Bianca.

Dunque, la incontro la mattina presto, verso le 7:30, sul tragitto della mia corsa giornaliera. La incontro sul retro. Dove ogni tanto i Presidenti si affacciano e parlano con la stampa, quando il vialetto non è impegnato da furgoni che scaricano derrate alimentari, o takeaway notturno, o posta diurna. È così che immagino il vialetto davanti alla facciata posteriore della Casa Bianca — un viavai poco presidenziale e molto operaio.
E, lo crediate o meno, ho trovata il retro più interessante del davanti, il portico rotondo con lo schieramento di colonne bianchissime, la fontana, il prato verdissimo. Tutto molto noto, e molto lontano anche. I cancelli dietro cui i cittadini possono sostare sono molto distanti. Se invece arrivate dal lato nord, quello all’altezza del1600 di Pennysilvania Avenue, la distanza è minima, l’edificio inaspettatamente vicino.
E la Casa, si presenta in tutta la sua modestia. Washington è una capitale nel senso proprio del termine — monumentale, estesa, ariosa. Ma il suo simbolo per eccellenza, è di dimensioni ragionevolmente contenute. O per lo meno, non così sviluppate come ci si aspetterebbe dalla dimora del primo cittadino americano.
Questo non vale per tutti gli altri siti d’interesse storico artistico della città. A cominciare da lui, il Lincoln Memorial, dove un grosso Abraham di marmo sta seduto in poltrona sin dal 1933, ed è sempre lì per tutti, ventiquattr’ore su ventiquattro.

A un certo punto, sulle scale che conducono a lui, verso la cima, è impresso “I have a dream”, il sogno che il Dr King non si stufava mai di predicare. Se voltate la schiena a Lincoln e vi girate, il colpo d’occhio vi riporta in pieno “Forrest Gump”, quando Forrest guadava la vasca d’acqua per raggiungere la sua Jenny in mezzo ai fricchettoni che protestavano contro la guerra in Vietnam. E laggiù, davanti a voi, il Washington Monument, l’obelisco che punge il cielo dal 1888.
Se vi alzate sulle punte e rovistate l’orizzonte con lo sguardo, v’imbattete in Capitol Hill, col secondo simbolo di Washington, il logo di “House of Cards” — il Campidoglio. Tutta questa monumentale estensione si chiama National Mall, ed è lunga qualcosa come 3 km. Se siete degli inguaribili corridori, la maneggiate con scioltezza. Se non lo siete, la città mette a disposizione di cittadini e turisti, dei monopattini elettrici che potete prelevare scaricando una app, e abbandonare in ogni dove. Washington è tutta disseminata di questi monopattini col il cuore elettrico morti sul ciglio della strada.
Erigeranno un monumento anche loro, prima o poi, sicuro.

Perché a Washington, tutto è commemorativo. Ogni battaglia è una scusa buona per mettere qualche generale in groppa a un cavallo e piazzarlo in mezzo a una rotonda. La sensazione è quella del sovraffollamento. Dopo l’incontro con i primi storici cavallerizzi, i cui nomi leggete con intensità pari a dieci sulla scala Minà-Minoli, dopo l’entusiasmo iniziale, l’intensità svanisce, e con lei i nomi dei rispettivi cavallerizzi.

Dovessi nominare un colore, per Washington, direi il bianco. Il materiale, il marmo. La Casa Bianca non è che la madre di innumerevoli strutture create a sua immagine e somiglianza. Tutto molto neoclassico, tutto molto dorico. Anche fascio, se vogliamo proprio dirla tutta. Persino nazi, se posso — Albert Speer andrebbe morirebbe d’invidia.
Se anche voi decidete di arrivare in Union Station, vi vedrete accolti da un’edificio con velleità da Central Station e l’impatto volumetrico della Stazione Centrale di Milano.

Però, se come me deciderete di pernottare a Georgetown, quartiere storico della città, a un passo dalla Georgetown University, un susseguirsi di amorevoli casupole in bilico tra England e New England, in tutte le tonalità pastello —gialline, azzurine, verdine, rosine. Ecco, in quel caso, la grandiosa, fredda monumentalità di downtown Washington è bilanciata dal carattere raccolto e quasi rurale di questo neighborhood a quattro passi dal centro.

Uscendo presto al mattino e percorrendo Pennsylvannia Avenue nel suo tratto pià a nord, prima che vi conduca dritti dritti all’ingresso nord della Casa Bianca, c’è la sensazione di stare in un Far West di lusso, con le boutique di Michael Kors e Balenciaga al posto del saloon e dell’ufficio dello sceriffo.

Si può dire che Washington sia la sorella maggiore e addomesticata del terremoto New York City. Ha l’aria tranquilla di una matrona fieramente adagiata su un triclinio, una cornucopia di muffin al suo fianco. New York, al suo confronto, è una scalmanata che non sta ferma un secondo e trama ogni modo possibile per stare a galla — facendo, nel mentre, tonnellate di dollari.
Washington non si sporca le mani sotto la luce del sole, trama in politica, sottobanco, che è ancora peggio. Ma se non altro la facciata è salva, almeno fino al prossimo Watergate, il cui edificio tondeggiante, ho incluso nelle mie peregrinazioni. Di giorno non fa lo stesso effetto che di sera, con le finestre stranamente illuminate dopo l’orario di lavoro, ma non ho dovuto faticare molto a immaginare plichi di documenti trafugati e gole profonde improvvisamente canterine.

I suoi musei, una nidiata di Smithsonian che la popolano soprattutto lungo il National Mall e dintorni, sono gratis per tutti. E questo va detto e riconosciuto.
In qualità di sorella maggiore assennata, dà il buon esempio. I marciapiedi sono lindi lindi, i canali di scolo non ricordano “It” e la barchetta che attraccava presso la mano artigliata di un clown, i bidoni della spazzatura sono mezzi vuoti e non c’è una cartaccia fuori posto.

Girandola a piedi, mi sono chiesta, ma perché NY non può fare come la sorella?
Poi ho pensato che se NY fosse troppo simile alla sorella maggiore, non sarebbe più NY. E allora, niente, rimaniamo così, e voltiamo gli occhi davanti a certi spettacoli di sconcezza urbana newyorkese.

Ieri sera mi sono spinta a Chavy-Chase — o quando una berlina incontra una banca… — un quartiere a nord-ovest di Georgetown. Mi aspettavo la periferia degradata come certa Brooklyn, certo Bronx. E invece no, sempre lo stesso scenario da Far West deluxe. I ristorantini tutti impeccabili, il diner americano, la banca, un cinema storico. Che poi è il motivo per cui mi sono spinta lassù. L’Avalon Theater è l’unica sala cinematografica no-profit in città, ed è aperta dal 1923. Se si riesce a superare l’odore burroso di popcorn e certi dolciumi con dei colori la cui portata acrilica li rende a tutto diritto dei tessuti, sembra di essere in pieni Anni Ruggenti. La scritta orizzontale al neon color lampone, la facciata nocciola con le modanature beige. Manca solo il gangster con la pupa sottobraccio.
Poi c’è questa abilità di risolvere i dilemmi della toponomastica nominando le strade o come gli ex Presidenti, o come gli Stati della Confederazione, che ti assicura una coerenza generale, suggellata da Constitution Avenue e Indipendence Avenue. Nel caso in cui, “spiacente gli abbiamo terminati”, il pragmatismo americano ricorre alle lettere. Quindi Washington Plaza, Virginia Avenue e M Street.

Però anche le migliori sorelle, quelle più assennate e monumentali, hanno i loro angoli bui.
Un taxista mi racconta di Anacostia, un quartiere al di là dell’omonimo fiume, in cui lui si rifiuta di mettere piede e pneumatico. Arrivato in America dall’Etiopia 15 anni fa, dice una cosa su cui rifletto. “L’America è un grande paese, ma bisogna stare molto attenti: non sai mai come reagirà quello che ti guarda di là dalla strada”.
Io ho preso queste sue parole, le ho raffrontate alla mia esperienza personale e ho visto che non combaciavano. A New York, ognuno si fa gli affari propri. Non c’è questa sensazione di minaccia costante.
Allora forse è meglio la scalmanata New York, che almeno quello al di là della strada non ti guarda nemmeno.

Washington è il parco dei divertimenti dei frequentatori di musei. Gli Smithsonian, della rete museale così chiamata, sono un numero a oggi ancora sconosciuto. C’è quello dedicato all’austronautica, quello alla geografia, quello all’arte degli Indiani d’America, quello alla storia naturale, quello alla storia della cultura afroamericana, c’è lo Smithsonian Institution, lo Smithsonian American Art Museum, la National Portrait Gallery, l’Hirschhorn Museum e, dulcissimo in fundo, la monumentale National Gallery of Art, una bellezza in due corpi: uno che va dall’arte bizantina fino al 20esimo secolo, e l’altro dedicato all’arte del Novecento. Quest’ultimo corpo è uno schianto uscito direttamente dalla mano dell’architetto Iao Ming Pei, nel 1978, quando decise di far parlare l’ala classica del museo con un interlocutore di cemento e acciaio più contemporaneo, e di unirli per l’eternità con un tunnel ombelicale sotterraneo.

Credo di non aver mai sperimentato la sensazione dell’aria e dello spazio e dell’agio in un museo così come nell’East Wing di Iao Ming Pei. Il soffitto è altissimo, i piani sono dislocati in modo da offrire una panoramica sul centro dell’edificio. In cima, una scultura mobile di Calder di dimensioni pterodattili.
Lì, al pianoterra, hanno allestito una stanzetta con dodici Modigliani. Non ho mai visto dodici Modigliani tutti insieme. E quando li hai tutt’intorno, senza nessuno intorno, ti accorgi di quello che finora avevi sempre ignorato.
Con Modigliani finisci sempre per fissarti sui colli delle persone. Perché quello è il suo marchio di fabbrica. Ma se guardi agli occhi dei suoi soggetti, vedi quanto ti dicono di quello che c’è dietro di loro. Spesso sono delle orbite prive di pupilla: mandorle senza mandorla ma ripiene di grigio, di plumbeo, che fanno assumere un’aria alienata e irresistibilmente malinconica al personaggio. Altri occhi sono slavati, vitrei, apparentemente inespressivi. Apparentemente.
Se non fossi stata circondata da dodici tele contemporanemente, non ci avrei mai fatto caso. E nessuno ti spiega mai queste cose, tanto meno le didascalie accanto alle opere.

Chissà se la quantità di bellezza in forma di arte visiva che ho introiettato provocherà delle ripercussioni a livello neurologico. Per il momento, ho rischiato, con dosi massicce di Matisse, Magritte, Vermeer, Van Gogh, Ursula von Ryndingsvard (amatissima!), e sculture epocali, nello Sculpture Garden dell’Hirschhorn Museum.

Poi Washington non è solo Washington. Se attraversi il ponte sul Potomac, il fiume che taglia la città, ti ritrovi direttamente in Virginia. Questa mattina, senza nemmeno saperlo, mi sono trovata direttamente in Virginia. E se sei in Virginia cosa fai, se non passare per l’Arlington Veteran Cemetery, il cimitero dove sono seppelliti qualcosa come 400.000 veterani, oltreché Eisenhauer, Nixon, Kennedy e Regan?

Da sempre ho il pallino dei cimiteri, quindi ci vado. Ovviamente sono in tenuta runner, e siccome non ho modo di portare con me e nascondere un M16, immagino che mi facciano al massimo sfilare sotto l’arco di trionfo del metal detector, e vai che sei pulita, you are good to go. Ma no. Dovo fare la fila ed essere perquisita come ogni mortale con appresso una borsa e quindi, possibile kamikaze. Allora dico ciaociao. In fondo, tre di quei presidenti non m’interessavano in verticale, figurarsi in orizzontale. E al quarto, JFK, rendo grazia ogni volta che vado in aeroporto.

M’interessava invece la distesa di denti bianchi che spuntano dal verde anglosassone. Ogni volta, davanti a quei denti bianchi, penso che ci vuole un nonnulla, anche a livello internazionale, a perdere di vista le priorità della stirpe umana — la sussistenza, la vita. Ci vuole un nonnulla per finire al volante e sotto le ruote della macchina bellica.

Dato che mi si vieta il panorama in maniera tradizionale, me lo trovo in maniera “fantasia”. Come i parcheggi con una ruota sul cordolo del marciapiede e una chissà dove, su per aria.
Prendo una laterale, e faccio un po’ di metri. Arrivo davanti a una recinzione, oltre la quale si stendono centinaia di migliaia di lapidi bianche.
Più facile del previsto.
Sulla recinzione, una ridondanza di cartelli che annuncia “US Property. No Trespassing”.
US Property.
Tranquilli, nessuno vi tocca i vostri morti. Ci bastano i nostri. Venivo in pace.

Prima di finire in Virginia però, mi sono concessa quattro passi, anzi, una scalinata, nella cinematografia.
Imbucati su Prospect St NW e la 36esima strada, s’inerpicano i 75 gradini dai quali è precipitato Padre Karras de “L’esorcista”.
Gli scalini sono diventati un passaggio obbligato per tutti i cinefili, e per tutti i runner che popolano la città — tantissimi. Se siete entrambi, il nirvana, si capisce, è doppio.
Si dice che quando il regista girò la scena, gli studenti della Georgetown University, fecero pagare 5 dollari per chi volesse vedere dal vivo lo stuntman rotolare giù per la scalinata — capitalismo in nuce.

Se sopravvivete a quei 75 scalini — tanta la paura coinvolta, tra lo sforzo fisico e l’inquietudine del film, che ha caricato pesantemente il bagaglio cinematografico di molti appassionati, inclusa la qui presente — se li sopravvivete, vi ritrovate nel cuore di Georgetown.
E siete lanciati in pieno Kent, oppure Oxbridge. Oppure St Andrews, in Scozia. Edifici maestosi di pietra grigio-nera, prati verde di classe “too-Brit-to-be-true” e finestre di legno bianco. Se poi gironzolate un po’ per Georgetown, vi ritrovate in piena anglo-fiction. Con quelle casupoline pastello di cui vi dicevo sopra, a cui aggiungiamo anche dei modelli color rosso fuoco e marrone cioccolato, che ricordano in tutto e per tutto la letteratura. Da Charles Dickens a Louise May Alcott.
Washington è un po’ più mite, meteorologicamente, di New York, quindi le prime magnolie hanno sfoderato il rosa carne della loro divisa d’ordinanza, e i ciliegi il loro bianco timido tremulo. Il quadro con queste casette, con gli alberi in fiore, potrebbe facilmente rientrare nella sala impressionista di qualche museo.

L’impressione che mi ha fatto Washington è positiva, nell’insieme. Anche se tutta questa grandeur, unita alla commemoraizione e all’eccesso di marmo bianco, suona la stessa musica che si suonava in Europa negli anni ’30 e ’40. Marce militari, manie di grandezza, volontà di potenza. E forse, vivere in mezzo a tanta grandiloquenza, porta a diventare grandiloquenti.
E io non vorrei proprio diventarlo. Venerdì sera, appena arrivata, sono stata a vedere “Us” di Jordan Peele, all’AMC Theater di Georgetown.
Ricordate “Get Out!”, l’horror che vinse meritatamente l’Oscar due anni fa per la miglior sceneggiatura non originale? Ecco, il regista è lui.
Visto che ha azzeccato l’opera prima, che ha appena trent’anni, e che ha vinto pure una statuetta, le aspettative della critica e del pubblico per l’uscita di questo secondo film erano altissime.
Dieci proiezioni a giornata, teatro strapieno, sono e prove tangibili dell’interesse suscitato dal film.

Nel prologo una bambina afroamericana si allontana dai genitori al luna park, entra nel tunnel “Find Yourself” — un po’ telefonato, Jordan, permettimi — e sparisce per dieci minuti. Poi ricompare, ma i genitori si disperano. Dio solo sa, cosa può capitare in dieci minuti…
Ed eccola lì, la bambina, trent’anni dopo. Adelaide Wilson ha un marito mattacchione che la ama, una figlia adolescente e un ragazzino. La famiglia modello — abbiente, unita, solare. Li troviamo in viaggio verso Santa Cruz, per passare le vacanze estive nella casa al mare.
Ma Adelaide è inquieta. La spiaggia di Santa Cruz è il posto in cui era sparita da bambina…
Le cose precipitano quando, una sera, compare fuori dalla porta di casa, una famiglia. Madre, padre, una figlia e un figlio — proprio come i Wilson. Indossano una tuta rossa, e portano una forbice d’oro in mano. Sono uguali in tutto e per tutto all’allegra famiglia Wilson.
Quando la famiglia “ospite” prende il sopravvento, cominciano i veri guai. Sì perché sono le ombre delle persone che perseguitano. L’incarnazione della nostra cattiva coscienza — perché tutti, in misura variabile, abbiamo una cattiva coscienza. Il loro scopo è quello di far fuori tutti gli umani, e finalmente, guadagnare la scena, uscire loro alla luce del sole.
Quando Adelaide chiede alla sua presunta ombra “Chi siete?”, lei risponde, “Siamo americani”. E chiaro è l’intento del regista: farci vedere il lato oscuro della società statunitense. E non è certo un caso che il titolo, “Us”, stia per “noi” tanto quanto per “United States”.

Le ombre sono degli emarginati che tramano di ribaltare il sistema. E gli originali, forse alla fine — e con un tocco da maestro di Peele— non sono proprio così originali… E allora non sappiamo più chi sono i cativi e chi sono i buoni. Non possiamo fidarci di nessuno.
I parallellismi con ciò che sta accadendo in politica si tracciano facilmente. Quelli che hanno votato per la Brexit, per Trump, per Salvini, come sono? I populisti sono tutti cattivi? E noi, come siamo? Originale o ombra?

L’aspetto interessante di “Us” è che ogni attore interpreta due ruoli: il personaggio e il suo doppelgänger negativo, quindo lo sdoppiamento è letterale, con due performance diverse poste una accanto all’altra, con un effetto molto inquietante, specie nella prima parte, e grazie anche all’ottima interpretazione di Lupita N’yongo nei panni di Adelaide e del suo alter ego.
Applausi per una delle scene più paurose degli ultimi anni, ovvero la comparsa della famiglia “altra” fuori dal villino dei Wilson. Peele è riuscito a materializzire la minaccia. E l’assenza di via di scampo, e non solo dei Wilson, bensì di tutto il mondo. Ebbene sì perché, tutti gli abitanti della terra — o perlomeno dell’America — hanno un loro doppio assetato di vendetta che vuole far fuori “l’originale” e ribaltare le cose.

Il finale potrebbe avere i contorni di un happy-ending, ma come ogni horror che si rispetti, non ce l’ha. L’epilogo spiega il prologo e ci mostra cosa successe in quei dieci minuti di smarrimento di Adelaide.
E poi propone una chiusa tutta apocalittica, una linea di tute rosse mano per la mano che travalica i confini di Santa Cruz, e va oltre, oltre… Un’ipotesi angosciante, e di notevole impatto visivo.

“Us” è un horror che riflette sulle derive che possiamo prendere con i nostri comportamenti. E la questione razziale, che era stata centrale in “Get out!”, qui è molto più camuffata e indiretta. I Wilson sono afroamericani, ma non combaciano con lo stereotipo della famiglia afroamericana media: sono molto benestanti, senza questione legate al razzismo da risolvere. Sono molto amici di una famiglia bianca che si vedrà perseguitata dalle loro ombre…

Eppure, anche se gli ingredienti singoli ci sono, e l’abilità compositiva c’è — a Peele piace molto disseminare rimandi e formare un palinsesto di citazioni che si rincorrono e tenere le fila di tutte queste citazioni interne — al film manca qualcosa. O forse svela troppo nelle sue due ore e 4 minuti che dura. La lunghezza uccide la suspense — Hitchcock lo sapeva bene. Non puoi tenere sulle spine uno spettatore per due ore: ha un certo punto mollerà la presa — è fisiologico — e scioglierà il patto di credibilità con il regista, cominciando a fare dell’ironia.
Non c’è niente come l’humor per ammazzare l’horror. E Peele si dimostra un coraggioso, perché con l’umorismo ci flirta tutto il film, attraverso battute e situazioni al limite tra comico e orrido. Tenere l’equilibro è un’operazione d’alta scuola che molto spesso gli riesce — e il pubblico si sciocca e ride — ma altre volte non gli riesce, e le batutte da tontolone di Gabe, il marito di Adelaide, personaggio goffo e, si diceva, tontolone, a lungo andare corrono il rischio di minare la suspence.

“Us” è sicuramente da vedere perché alimenta un genere fisso come l’horror con nuove istanze. Ma per essere davvero il film dell’orrore dell’anno, avrebbe dovuto rimanere entro l’ora e mezza, e rinunciare, anche, a qualche aspirazione metaforica di troppo — i conigli prima nelle gabbie poi fuori dalle gabbie, oppure i versetti 11:11 di Geremia, che richiamano le ore 11:11…

E anche per stasera, Fellows, ce l’abbiamo fatta.
Ho scritto questo pippone tra Washington, Megabus e New York, quindi abbiate pazienza se vi sembra un po’ disorientato… 😉

Nel Frunyc IV trovate una quantità vergognosa di scatti direttamente dal Columbia District e dalla Virginia (!). Per ora ringraziamenti tanti, e saluti, monumentalmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 348 da NYC commenta “THELMA” di Joachim Trier

LET’S MOVIE 348 da NYC commenta “THELMA” di Joachim Trier

Fire Fellows,

Venerdì eccomi per lavoro nel profondo Queens, zona Glen Oaks, via via a destra se guardate NYC dall’alto. Casette tutte uguali, per strada solo io. Ho impiegato un’ora a tornare sull’Isola Che Non C’è Che Per Foruna Invece C’è di Manhattan. Mentre sono in metro leggo di un incendio scoppiato alla 145esima, sulla Broadway. La 145esima è la mia fermata della metro — poi cammino la stringa colorata di Dunkin’ Donuts, Domino’s Pizza, C-Town, fruttivendoli e barbieri lunga cinque isolati che porta a casa, alla 150esima, e arrivo a casa.

Sdrammatizzo. Saranno quattro fiamme, un falò sfuggito di mano a qualche homeless. Cosa vuoi che sia. Gli incendi a Manhattan vanno via come il pane. I pompieri fanno sempre sensation. Sono amati. Sono come i Rangers: la Legge senza manganelli, acqua al posto dei proiettili — i clown buoni dell’Ordine. Solo good guys, di solito con una stazza molto importante, il sorriso estremamente facile e il cestino del pranzo grande come una cassetta degli attrezzi.
Sdrammatizzo la notizia mentre risalgo l’Upper West Side. Arrivata alla fermata, riemergendo dalla metro, capisco subito che le quattro fiamme devono essere state ben più di quattro. L’odore di bruciato si sente molto forte. Quando la mia testa spunta a livello stradale, i miei occhi guardano dritto avanti e vedono qualcosa di riservato ai cortei, al passaggio della maratona oppure del Presidente.
La Broadway chiusa al traffico in entrambi i sensi di marcia.
Oh oh.
Mi giro e capisco.
Davanti a me uno spiegamento di camionette di pompieri e auto della Polizia (quella vera, quella cattiva) e ambulanze. L’isolato circondato da nastro adesivo giallo e transenne. Gente del quartiere e curiosi stazionano aldiquà del nastro adesivo e delle transenne. Mentre laggiù all’ultimo piano dell’edificio, i pompieri continuano con gli idranti — so che l’incendio è scoppiato alle 3 pm, e sono le 8:30 passate; so anche che ci stanno lavorando più di 250 pompieri. Non vedo fiamme da sotto — niente incendio cinematografico — ma probabilmente è per colpa della mia posizione. Vedo solo una cappa di fumo più grigio del cielo grigio di nuvole di un venerdì sera newyorkese, e il braccio della camionetta dei pompieri, esteso fino all’ultimo piano.
Faccio anch’io qualche scatto, ma metto via il cellulare in fretta. Riprendere le magagne mentre stanno lavorando mi crea del disagio. La parte superiore dell’edificio è carbonizzata, un biscotto tenuto troppo a lungo in forno. Le finestre spaccate.
Rimango poco. Sempre per via delle magagne e del loro vil lavoro in corso. Mi dirigo a nord, verso casa. Cammino in mezzo alla Broadway chiusa al traffico, un lusso che l’incendio, perversamente, mi concede. Ai fianchi della strada, i manicotti stesi si abbeverano agli idranti che l’estate fanno ancora la gioia dei ragazzini, nonostante playstation e aria condizionata. La puzza di bruciato si sente fino nella hall del mio palazzo.

E sono stati giorni un po’ grami anche per lui, il mio palazzo. Vicki, una delle portinaie che si avvicendano tra il mio building e il twin building accanto, è stata trovata morta nell’Interrato. Quel famoso Basement di cui vi parlai lo scorso anno. Quello pieno di mobili scartati ed elettrodomestici antidiluviani degli ex inquilini. Il cimitero del passato condominiale.
Vicki non è Vicki. Vicki è Vildana Pilica Radoncic, detta Vicki. Tutti i portinai del mio building vengono o dall’Est Europa o dalla Russia. La conversazione con loro si limita agli argomenti di rito — il meteo, la posta, 20 dollari da cambiare in pezzi da 5 per fare il bucato. Hanno una conoscenza dell’inglese limitatissima, quindi non posso chiamare i nostri scambi delle vere e proprie conversazioni. Uno di loro — avrà 70 anni — non dice nemmeno una parola. Sorride e mi stringe sempre la mano quando rientro. E’ come un nonno, un reduce da qualche guerra. O solo un immigrato che ha lasciato il suo paese e cerca di campare come meglio può in quest’America che forse non è quella dei sogni. Lo vedo spesso leggere libri di favole per bambini. Con le parole scritte grandi e le figure. Per imparare la lingua.
Habesa, del Monte Negro, sa il mio nome “Hi Sara!!”, esclama appena mi vede, e io sorrido sempre perché lei non saprà articolare un discorso in inglese, ma pronuncia “Sara” come Dio comanda, con la A che è una A e la R senza arrotamenti.
Ho cercato più volte di intavolare un qualche tipo di discorso, ma non c’è verso. Mi faccio bastare il mio “Sara” da 10 e lode.
Sono tutti più o meno così. Tutti tranne Vicki. Parlava un inglese americano perfetto. E oggi mi pento di non averle mai chiesto da quanti anni fosse qui. Per dirla tutta, pensavo fosse americana. La sua fluency mi diceva sicuramente decenni.
Vicki deve averne visti, di inquilini. Ordinari, fatti, folli. Fate conto, 10 piani, 9 appartamenti per piano. Più il ricircolo di roomates in ogni singolo appartamento.
Vicki diceva quelle cose che ti fanno star bene. “Keep warm, honey, it’s gonna be rough and tough today outside”. “I like your shoes!”, “Look at you, today, missie!”.
Quando sono tornata qui, dopo l’esilio verde, due valige sovrumane e un piede zoppo al seguito, è stata lei ad accogliermi. “So you’ve come back. Bravo!!”.
A quanto pare ha avuto un infarto. E’ rimasta per delle ore nel basement, prima che la trovassero.
Il giorno in cui me l’hanno detto — un’inquilina mai vista prima, che mi ha abbracciato forte vedendomi tanto pietrificata — quel giorno non riuscivo a togliermi dalla testa l’immagine di Vicki nel basement ad agonizzare, mentre noi centinaia di migliaia di inquilini di sopra, continuavamo con le nostre singole vite come se nulla fosse.
Mi è sempre piaciuto immaginare che la vita che lotta contro la morte faccia un diavolo di chiasso. Tanto diavolo di chiasso da richiamare l’attenzione di qualcuno.
Invece no. I duelli possono anche essere spietatamente silenziosi.

Non so perché ho associato l’incendio a Vicki. O forse lo so. Dall’esterno New York City dà l’idea della città che non deve chiedere mai. Una macho-man ignifuga in forma metropolitana che detta legge, che fa il bello e il cattivo tempo. Be’, New York City non è così. New York City è case incendiate e donne gentile morte troppo giovani. E’ un palazzo che ha affisso una targa in ascensore per commemorare una portinaia russa, e ha aperto un Go-Fund-Me per lei — una pagina online che raccoglie offerte per i famigliari che restano.
New York City è la tenerezza di New York City. La sua vulnerabilità. La brownstone i cui due ultimi piani hanno preso fuoco ha più di 100 anni — per noi della vecchia Europa 100 anni sono un inizio, ma per la giovin America sono storia.
Ieri, tornando dal running, mi sono fermata. C’erano ancora pompieri e camionette, ma l’area era accessibile. In cima l’edificio è andato. Fa impressione. Parla la lingua muta dei feriti.
Ramon Ortiz, inquilino del sesto piano, un dominicano di 66 anni che ha perso tutto nell’incendio, ha detto al New York Times: “I lost everything material-wise. But not my life. We’ll rebuild the rest”.
New York City è l’istinto alla vita di New York City.

Questa settimana sono andata a vedere un film norvegese al nuovo Landmark sulla 11esima Avenue e la 57esima. Scendete dalla metro a Columbus Circle e camminate per tre lunghissimissimi isolati verso l’Hudson. Laggiù vi trovate il nuovo Landmark, struttura avveniristica che credo non mi vedrà mai più. 18 dollari e 50 cent per un biglietto sono troppo anche per una cine-scialaquatrice come il vostro Board. Ammetto che il trattamento è di quelli da SPA di alto bordo. Poltrone in pelle umana non appiccicosa che diventano lettini per lo spaparanzamento selvaggio. Un Dolby Surround che mi sono accorta io stessa fare la differenza — io che ignoro qualsiasi finezza sound che mi circonda, buzzurra del sound che sono. Bagni con lavandini in marmo nero — diciamo simil marmo, va’ — e un senso di pulizia che non respiri molto spesso a NYC.

Fortunatamente con “Thelma” di Joachim Trier il prezzo del biglietto è stato largamente ripagato.
Acclamato al Toronto Film Festival, “Thelma” è uno di quei meravigliosi corpi cinematografici che sfuggono alle facili etichettature. Horror, Thriller, Supernatural, Dramma, Coming-of-Age. I cartellini si mescolano tutti, e trovo che il film fiorisca splendidamente negli interstizi tra un genere e l’altro.
Thelma è al primo anno di università a Oslo. Viene da un piccolo paesino nel mezzo del nulla norvegese, ovvero fra campi innevati e laghi ghiacciati. Il terribile quanto goloso prologo si apre proprio in quell’ambientazione. Lei da piccola, 4-5 anni, e il padre, fuori a caccia di cervi. Quando ne avvistano uno, il padre, un paio di passi dietro a alla bambina, punta lei invece del cervo. Aprire con un inizio così, un inizio cinematografico inequivocabilmente scandinavo, prepara lo spettatore a un’esperienza non convenzionale —quando mai un padre può voler ammazzare, e così platealmente, un figlio?
Thelma è stata cresciuta a pane e Bibbia, da una coppia di ultrà della Cristianità. E’ schiva, timida, fatica a legare con i suoi coetanei. Finché un giorno non incontra Anja, e tra le due sboccia subito un’intesa che va ben oltre l’amicizia. Però, nel momento in cui Thelma comincia a realizzare la sua attrazione per la ragazza, viene colta da un violentissimo attacco epilettico. Thelma non capisce cosa le stia succedendo, ma prova comunque a respingere questa pulsione perché contraria ai precetti con cui è stata allevata — ama il Dio tuo, stop. La ragazza fa di tutto per opporsi al suo sentimento, ma alla fine vi si abbandona, con risultati sconvolgenti: non solo le sue crisi epilettiche si fanno più frequenti, ma Thelma sembra riuscire a dar forma ai propri desideri, e a far avverare ciò che vuole — make her dreams come true, insomma — ma con conseguenze catastrofiche per chi le sta attorno. Quando Thelma cerca di capire cosa può esserci dietro a questi attacchi, scoprirà un segreto del suo passato che la sua mente, e i suoi genitori, hanno cercato di occultare…

Cosa distingue “Thelma” dai classici horror sconfinanti nel soprannaturale? Sicuramente la componente erotica. Nella cultura imposta a Thelma dai genitori cristiani, l’eros è legato a doppio filo al peccato. Il regista ruba all’immaginario cristologico delle allegorie che sono sempre state associate a questi due elementi — primo fra tutti il serpente — e le infila nell’onirico allucinato epilettico di Thelma. Accanto ad esse, altri simboli animali, come l’uccello — stormi, o singoli, morti, poi vivi, in cielo o per terra — oppure il bruco, l’insetto. Anche la dimensione acquatica è molto presente, nella declinazione outdoor e indoor: il lago, la cui superficie ghiacciata può mostrare pesci che nuotano felici, oppure bimbi morti assiderati… E ancora la piscina, dove Thelma incontra Anja. Trier è abilissimo anche a giocare con associazioni che repellono richiamando alla memoria degli accoppiamenti che mandano in cortocircuito la tranquillità dello spettatore. Dopo aver effettuato degli esami neurologici per escludere l’epilessia, Thelma beve un bicchiere di latte. Sente che c’è qualcosa che non va. Guarda nel bicchiere e vede del delle gocce di sangue, che sta perdendo dal naso. Il bicchiere le sfugge di mano e si frantuma a terra, creando un lago — un altro lago! — di latte e sangue su cui la cinepresa meschinamente — meravigliosamente! — indugia, costringendo il muso dello spettatore davanti a una scena da cui vorrebbe evadere. Ricordiamo l’altro capolavoro in cui sangue infetto e latte candido si mischiavano, il supremo “Confessions” di Tetsuya Nakashima, visto dal Mastro in un Let’s Movie del maggio 2013.

Il film ha dei momenti di grande potenza visiva. Come per esempio quando il serpente di cui dicevamo esce dai meandri oscuri della natura, si avvolge intorno al collo della nonna matta di Thelma, oppure quando s’infila in bocca di Thelma stessa, o della sua allucinazione biblica. O ancora nell’Opera di Oslo, quando Anja sfiora per la prima volta Thelma, e la struttura del teatro comincia a scricchiolare, gli uccelli fuori impazziscono come se ci fosse un pericolo incombente, un cataclisma pronto a riversarsi sul mondo abitato dalle due portatrici di desiderio, e spazzarlo via.
Se ci piace interpetare… Il film ci fa riflettere anche sulla figura di Dio e sull’estremismo religioso. Nel momento in cui Thelma si libera del padre — Padre — e del passato, è davvero libera. Libera di amare, di vivere, di esistere senza costrizioni mentali.

Thelma parla molto più di qualsiasi film “a tesi” o a tema, sulla religione spinta al talebanismo, e su quanto i regimi catto-domestici possano portare a conseguenze pericolosissime, che quasi sempre snaturano il buono delle intenzioni che lo hanno costruito. Un bambino cresciuto nella fissa di Dio — o in qualsiasi fissa — sarà portato a desiderare altro, molto verosimilmante il suo opposto. Quindi occhio a come si tirano su le nuove generazioni. Il film sembra suggerirci questo. Insieme a molto molto altro. Spero vivamente che arrivi in Italia, e che andiate tutti in massa a vederlo.
Curiosa la coincidenza che mi ha portato a vedere “Thelma” la settimana dopo di “Novitiate”…

Ah, prima che mi dimentichi. Fra due giorni scade il termine per participare alla Diversity Visa Lottery 2019, altrimenti detta “Lotteria della Green Card” — la finestra rimane aperta solo un mese, dal 18 ottobre al 22 novembre. Ovviamente l’ho saputo due giorni fa. Ovviamente ho partecipato. Sai mai che un visto O1 si trasformi, come per magia, in una green card…
Purché abbiate la fotografia con i giusti requisiti — e guardate, tanti desistono per la scocciatura — s’impiega un attimo a compilare il form… E da come si mettono le cose con Trump, potrebbe anche essere l’ultima edizione…  Give it a go, and good luck, Fellows!

E anche per oggi è tutto.  Ho aggiornato il Frunyc II. E mi riprometto di parlarvi di Massachussets e Connecticut alla prossima!
Ringraziamenti vivissimi, e saluti, cocentemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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LET’S MOVIE 340 da NYC – massacra “IT” di Andrès Muschietti

LET’S MOVIE 340 da NYC – massacra “IT” di Andrès Muschietti

Fashion Fellows,

Succede prima o poi nella vita di ciascuno, quell’evento che ti fa dire, sì, doveva succedere prima o poi.
Non sapevo né quando né come, i contorni che avrebbe assunto, né l’indirizzo in cui avrebbe avuto luogo. Ma tra le infinite cose che non so, questa, la sapevo.
L’indirizzo è quello del Pierre Hotel, struttura non propriamente low-budget dell’Upper East Side, a otto passi da Central Park.
La forma è quella del First Ladies Luncheon per Fashion 4 Development. Ovvero quando le Nazioni Unite incontrano la moda. E quando le Nazioni Unite incontrano la moda c’è da perdere la testa perché si fondono alti principi — i Commissariati ONU, dopotutto, sono sempre Alti —  insieme a raccolta fondi, insieme a iniziative benefiche, insieme a glamour — tanto, tantissimo glamour — insieme a bellezze di una bellezza illogica, insieme a macchine organizza-eventi che riescono a mettere insieme stampa, first ladies, ex-modelle, modelle Co.Co.Co, first ladies che si credono modelle, Ufficiali ONU trasformati in imprenditori illuminati, stilisti, editori.
Tutto questo in un semplicissimo martedì di settembre. Dalle 11 am alle 2:30 pm. Con la città fuori blindata perché, mentre al Pierre Hotel si sta tenendo l’evento più ethic-cool dell’anno, in cui si parla di moda equo-sostenibile — e il bello è che alla chiacchiere fanno seguito i fatti — Donald è alle Nazioni Unite a illustrare la sua “linea” in politica estera, soprattutto nei riguardi della Corea del Nord, paese a lui completamente sconosciuto fino a poche ore prima, quando un nordcoreano con una messaimpiega ben più temeraria della sua — ma con lo stesso vuoto cosmico sotto la messaimpiega — ha avuto l’ardire di dargli del “demente”.
La macchina organizzativa del First Ladies Luncheon era talmente in ansia per questa questione delle strade bloccate e dei ritardi che si sarebbero potuti creare nel raggiungere l’Hotel, che ha comunicato a noi invitati che, qualora avessimo preso la 61esima tra la Quinta e la Madison, chiusa al traffico, avremmo potuto dire al cop di turno che ci stavamo dirigendo al Fashion 4 Development First Ladies Luncheon, e il cop ci avrebbe lasciato passare.
Quando anche la polizia è dalla tua parte, vuol dire che son cose grosse. Peccato che io, rientrando nella categoria metropolitana — che sta per “pendolare-in-metropolitana” — non abbia potuto beneficiare dell’abuso di potere conferitomi. Sarà per il Luncheon dell’anno prossimo. 🙂
L’evento si inseriva nella 72esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che fa il punto sui progressi nel cambiamento sociale a supporto degli Obbiettivi dello Sviluppo Sostenibile dell’ONU attraverso la sinergia tra diplomazia e moda. Ma perché il “Pranzo per le First Ladies”? Perché le mogli dei funzionari dell’ONU sono tutte impegnate in azioni benefiche, tra cui figura anche quella di Fashion 4 Development, un’iniziativa molto nobile che incentiva la crescita sostenibile della moda e che è supportata da grossissimi nomi della moda stessa.
Una delle più grandi supporter era Franca Sozzani, compianta Capo Editor di Vogue Italia, che spero ci guardi da qualche parte e ci protegga sempre dal cattivo gusto. E questo evento, oltre a celebrare i nobili valori di Fashion 4 Development, è stato tutt’un tributo a Franca — che, se volete il mio parare, era due spanne più avanti rispetto ad Anna Wintour, nostra Signora di Vogue America.

Non ve la voglio fare troppo lunga. Anzi sì, ve la voglio fare lunga (!) perché prima del Lunch, c’è il red carpet — per l’occasione green, vista la sostenibilità tanto sostenuta — e prima del red/green carpet c’è il cocktail, e durante il cocktail ci sono io che mi ritrovo a intervistare Beatrice Borromeo Casiraghi (!) e poi sempre io che mi ritrovo ad essere sfiorata da Naomi Campbell.
Sì, Naomi, LA Naomi. E il momento è stato mistico. Ho capito in quell’istante che esistono degli esseri che un qualche dio dall’animo buono ha lasciato cadere sulla terra per pura bontà d’animo. Ma prima li ha mandati a stringere un patto con il diavolo, per pura meschinità divina. Così questi esseri dal DNA griffato Dorian Gray, mantengono la loro bellezza inalterata per centinaia d’anni e rimarranno per sempre tali e quali e senza ricorrere al botox — che negli zigomi delle First Ladies, Moviers, scorreva copioso come le acque nel Rio Lobo.
Naturalmente sono rarissimi, questi esseri. E uno di questi è Naomi Campbell.
Gli occhi sono tra il viola e il verde, ma pare siano lenti a contatto, chissà. Sta di fatto che quello che mi ha colpito sopra ogni cosa, mentre il suo corpo passava accanto al mio, è stata la pelle del viso. Non una ruga d’espressione. Non un’imperfezione. E sapete, Goddess Campbell non è più proprio al liceo: ha compiuto 47 anni. Ma la pelle è quella di una liceale. Il corpo ha perso certe asperità della gioventù — francamente non so se il corpo di Naomi sia mai stato aspro, nemmeno all’età di dieci anni, ma si dice sempre così. Ora è una donnona, una Giunone. E non dico che sorride celestiale come una specie di Madonna per non mettere insieme troppe divinità.

Finisco la mia intervista alla Borromeo. E fatemi dire. Lei è nobile di nascita, sposata con un super nobile tipo Pierre Casiraghi della stirpe monacò. Potrebbe benissimo starsene a dormire sugli allori di Montecarlo preoccupandosi, al limite, di scegliere la tappezzeria della plancia del Pasha III. E nessuno gliene farebbe una colpa, anzi, si complimenterebbero tutti con lei per la tinta scelta. E invece no. Questo giunco di figliola dalla faccia d’angelo e dal temperamento Fallaci, gira un documentario sulla condizione drammatica in cui vivono i bambini a Caivano. Per dimostrare che le violazioni dei diritti civili non avvengono solo nel terzo/quarto mondo, ma anche a 14 km da Napoli, e per dire che in Italia “il sistema protegge sempre il sistema”.
Ebbrava Beatrice.

Dopo l’intervista, e dopo essere stata sfiorata dalla divina — e immagino, per un istante, che al suo sacro passare, il mio mignolo guarirà de tutto e mi spunteranno anche sette magnifici centimetri così da poter raggiungere il metro e 77 — scorgo movimento intorno a quella che chiamano Great Ball Room, una stanza blindata da guardie del corpo, personale dell’hotel, vigilanza varia. Lì sta per svolgersi il luncheon, e la premiazione di tutte queste personalità. Lo show, insomma.
Guardo il mio polso, a cui manca il bracciale che dà accesso al Luncheon. Okay, festa dei plebei finita, mi dico, mentre di là dalle porte, i patrizi cominciano il party. Poi però penso che sono lì per raccontare tutto ciò — e questa è la versione ufficiale — quindi devo PER FORZA avere diritto al braccialetto e alla Great Ball Room. Un diritto inalienabile, I’d say. E infatti ce l’ho. E come per magia etica, compare, intorno al mio polso, il bracciale rosso che pochi minuti prima avevo visto intorno al quello di Beatrice.
E allora entro. In mezzo ai tavoli rotondi imbanditi da matrimonio, vedo spuntare lei. La passerella.
Prendo posto al mio tavolo, circondata da first ladies discretamente sorridenti, impegnatissime a scattare, twittattare, far tutto con il cellulare. E io ascolto tutti i discorsi. Diane Von Furstenberg, Naomi Campbell, Iman, Afef, Beatrice (ormai è Beatrice), e altre donne che hanno dedicato la vita a cercare di cambiare in meglio il destino delle donne, come Precious Moloi-Motsepe. Passano due videomessaggi di due donne che avrebbero dovuto essere presenti ma che non hanno potuto.
Due qualunque.
Alicia Keys e Donna Karan.
E io ascolto. Ascolto. E prendo anche degli appunti. Ma la mia mente corre a quel momento. Quello che sai che prima o poi succederà.
Ed è sul punto di succedere.
E succede. Io davanti a una sfilata.
Finiti i premi e i discorsi, la presidentessa è lieta di comunicarci che Elie Saab ha scelto dei capi dalla collezione autunno-inverno 2017-18 che sfileranno per noi.
Ed eccoli i capi Eli Saab dalla collezione autunno-inverno 2017-18 apposta per noi. Un trionfo di trasparenze, voile, gli immancabili contrasti con borchie, pelle, Svaroswsky. Musica da sfilata. Modelle incazzate e magrissime, come tradizione vuole. E un cappotto blu ciano che, è evidente, Eli Saab ha disegnato per me. 🙂
Tutto questo doveva succedere prima o poi. Carrie Bradshaw. Per 3 ore.
Ma come Carrie Bradshaw insegnava — quella della serie televisiva, i film lasciamoli perdere — c’è sempre qualcosa che non va e che sdrammatizza tutto.
Esco fuori credendo di trovare il cielo terso che mi aveva accompagnato al mattino. E invece, monsone estivo —qui siamo in piena estate, con giornate fra i 30 e i 35 gradi, l’autunno può aspettare.
Abbasso lo sguardo sulle mie Rem Koolhaas rosse. Coraggio ragazze, un po’ di pioggia non ha mai ucciso nessuno, mento. E sotto un ombrellino di nulla, con la gift bag piena di velina e gift che fanno la felicità di ogni donna da che mondo è mondo, Nilde Iotti e Angela Merkel comprese, mi butto nel monsone, pensando che prima o poi avrebbe dovuto succedere.

E corro non già verso casa ma verso sabato, ieri, all’incontro con cinque giganti della poesia internazionale, alla Poets House. Uno in particolare Raul Zurita. Dietro di lui scorgo chiaramente Pablo Neruda.
Alla fine dell’incontro, combattuta se andare a rendere grazie a un gigante o liquidarmi nel nulla, faccio vincere l’incoscienza e vado da lui perché quello che ho sentito non sarà mai scordato dalla mia memoria uditiva, e lo devo ringraziare per questo dono dal valore incalcolabile. El Canto a su amor desaparecido. Fatemi un piacere, ascoltatela tutta, fino alla fine, anche se non parlate spagnolo.
Raul ha la gobba e cammina a stento. Non parla inglese e io non parlo spagnolo. In un italiano che pare una sangria gli dico che sono italiana, e lo ringrazio.
Non servono le parole.
Mi stringe la mano e non la lascia più.
Rimaniamo così per un tempo lunghissimo, ma mai abbastanza.
Negli occhi dei poeti vecchi vedi tutto. L’acqua sporca delle fogne, il mare grosso di novembre e i grani di sale sfuggiti alle lacrime. Vedi tutto, negli occhi dei poeti vecchi.
Non riuscirò mai a scordare le onde della sua poesia. La scala di dolore che sale e scende pronunciando “Pegado, pegado a las rocas, al mar y a las montañas”.
E anche questo, doveva succedere.
Naomi e Raul. Bellezze diverse.
Due volte nell’Olimpo questa settimana.

Per consistency con la mia giornata fashion, avrei dovuto andare a vedere “Manolo: the Boy Who Made Shoes for Lizards”, il biopic su Manolo— Blanhik of course — il ragazzo che faceva le scarpe per le lucertole. Ma poi mi sono lasciata prendere dal sentimentale. Volevo vedere cosa combina questo tale Andrés Muschietti — ma chi è, Andrés Muschietti?? — con “It”.
A “It” mi lega un controverso sentimento di odio e amore. Nel 1990, la miniserie in due episodi che uscì in TV contribuì a farmi guardare le lenzuola stese in giardino in modo diverso e tremebondo, e a stare alla larga, molto alla larga, dai canali di scolo, dalle barchette di carta e dai circhi. Perché non è che vai a cercare Pennywise proprio a casa sua.

La trama immagino la sappiate: Pennywise è uno spirito malvagio antichissimo che assume le sembianze delle paure dei bambini del paese di Derry, e se ne nutre ogni 27 anni, quando si sveglia dal suo letargo.
Un gruppo di ragazzi del paese, i cosidetti “Losers”, ciascuno con la sua bella fobia al seguito, uniscono le forze per combattere il clown e liberarsi, al contempo, delle loro paure. La trama è tutta qui. Come ogni horror che si rispetti, gli ingredienti sono pochi e devono essere di qualità — chef King sa come cucinarsi i lettori, lo sappiamo.
Il regista che si cimenta nella resa di un horror che ha fatto la storia della paura degli anni ’90 — pensate a “Misery non deve morire” — non può assolutamente permettersi di ridurre la complessità del personaggio di “It” dentro un pagliaccio con la faccia da chipmuck. Il regista di un film del genere deve prima leggersi e guardarsi tutto Hitchcock, tutta l’opera omnia, scritta e filmata, dalla prima riga all’ultima scena. Il segreto, per Alfred, era terrorizzare lo spettatore non usando il buio e i luoghi paurosi, bensì la luce e le situazioni comuni. Perché la miniserie — specie la prima puntata, la seconda è assai ridicola — ci aveva terrorizzato tanto? Perché Pennywise appariva in pieno giorno fra le lenzuola stese in cortile — quelle che non sarebbero MAI più state le stesse, mannaggia. Non c’era bisogno di mostrare arti strappati, bocche con dentature da pescecane e occhi spiritati platealmente al computer. Il regista di un horror così deve creare l’angoscia, perché è delle angosce di ognuno di noi che sta parlando. Siamo noi, i protagonisti del film, non i sei ragazzini. Siamo noi, i losers che devono superare le proprie paure — nello specifico, quella di Pennywise, ma più in generale, le paure tutte. Muschietti invece si preoccupa solo del colpo di scena. E così, in base al principio per il quale quando cerchi una cosa non la trovi mai, così Muschietti non trova mai il colpo di scena. Urla “al lupo! Al lupo!” troppe volte per attirare la nostra attenzione. E già dopo il quarto minuto, speri in una svolta, perché se tutto il film è così, allora, oh my God, let me get out of here…

E’ un film pornografico, nel senso che ti svela tutto, ti dice e pre-dice tutto. Quando Georgie, il fratellino di Ben, uno dei “loser”, si avvicina al canale di scolo, e dentro c’è It, lo spettatore non dovrebbe vedere It che strappa il braccio di Georgie e Georgie che arranca, senza braccio, per la strada. Perché allora sconfiniamo in un banalissimo gore. Non devo vedere. Se vedo, tutto si spiega — per quanto sia un tutto orroroso. Ma è l’inspiegato, ciò che non si comprende, che innesca la strizza. E questo Kubrick e Lynch lo sanno alla perfezione. Se vuoi mostrarmi tutto, allora, perdi la parte irrazionale, inconscia, di me, che è proprio la parte in cui sbocciano e lussureggiano — lussureggiano?? — le paure.
Non c’è una sola cosa che funzioni. Questo “It” sembra uno di quei filmetti che mandavano in seconda serata su Italia Uno, l’estate. La paura che qualche zanzara vi stia ronzando nel soggiorno, supera di gran lunga quella suscitata dal film. Uno “Stand by me” in cui l’unico vero orrore scaturisce dal fatto che non c’è nessun River Phoenix da ammirare.
A questo punto rivaluto di gran lunga l’“It” del 1990, persino la parte che mi aveva fatto ridere, quella in cui It assume le forme di un ragno. Lì se non altro It sembra un vero clown, non l’ennesimo personaggio fuoriuscito da un videogioco dell’horror.
Se mi chiedete perché il film stia avendo così tanto successo qui, non ve lo so dire. Forse l’idea di tornare al passato è più appealing del film stesso. Ma è un vero peccato. Il tema del male che non muore ma che sistematicamente ritorna, la paura che non si sconfigge mai veramente del tutto, ma che ti aspetta sempre, acquattata nell’angolo. Sono delle idee universali e lunga vita a King per averci scritto sopra un romanzo fiume come “It”. Ma senza una vera riflessione su come trasferire tutto ciò in chiave cinematografica, non possiamo sperare — Muschietti non può sperare — di raggiungere alcunché.

E dopo questo bel massacro, Moviers, è tutto. 🙂
Frunyc II aggiornato, ringraziamenti sentiti, e saluti, stasera, divinamente cinematografici.

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