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LET’S MOVIE 340 da NYC – massacra “IT” di Andrès Muschietti

LET’S MOVIE 340 da NYC – massacra “IT” di Andrès Muschietti

Fashion Fellows,

Succede prima o poi nella vita di ciascuno, quell’evento che ti fa dire, sì, doveva succedere prima o poi.
Non sapevo né quando né come, i contorni che avrebbe assunto, né l’indirizzo in cui avrebbe avuto luogo. Ma tra le infinite cose che non so, questa, la sapevo.
L’indirizzo è quello del Pierre Hotel, struttura non propriamente low-budget dell’Upper East Side, a otto passi da Central Park.
La forma è quella del First Ladies Luncheon per Fashion 4 Development. Ovvero quando le Nazioni Unite incontrano la moda. E quando le Nazioni Unite incontrano la moda c’è da perdere la testa perché si fondono alti principi — i Commissariati ONU, dopotutto, sono sempre Alti —  insieme a raccolta fondi, insieme a iniziative benefiche, insieme a glamour — tanto, tantissimo glamour — insieme a bellezze di una bellezza illogica, insieme a macchine organizza-eventi che riescono a mettere insieme stampa, first ladies, ex-modelle, modelle Co.Co.Co, first ladies che si credono modelle, Ufficiali ONU trasformati in imprenditori illuminati, stilisti, editori.
Tutto questo in un semplicissimo martedì di settembre. Dalle 11 am alle 2:30 pm. Con la città fuori blindata perché, mentre al Pierre Hotel si sta tenendo l’evento più ethic-cool dell’anno, in cui si parla di moda equo-sostenibile — e il bello è che alla chiacchiere fanno seguito i fatti — Donald è alle Nazioni Unite a illustrare la sua “linea” in politica estera, soprattutto nei riguardi della Corea del Nord, paese a lui completamente sconosciuto fino a poche ore prima, quando un nordcoreano con una messaimpiega ben più temeraria della sua — ma con lo stesso vuoto cosmico sotto la messaimpiega — ha avuto l’ardire di dargli del “demente”.
La macchina organizzativa del First Ladies Luncheon era talmente in ansia per questa questione delle strade bloccate e dei ritardi che si sarebbero potuti creare nel raggiungere l’Hotel, che ha comunicato a noi invitati che, qualora avessimo preso la 61esima tra la Quinta e la Madison, chiusa al traffico, avremmo potuto dire al cop di turno che ci stavamo dirigendo al Fashion 4 Development First Ladies Luncheon, e il cop ci avrebbe lasciato passare.
Quando anche la polizia è dalla tua parte, vuol dire che son cose grosse. Peccato che io, rientrando nella categoria metropolitana — che sta per “pendolare-in-metropolitana” — non abbia potuto beneficiare dell’abuso di potere conferitomi. Sarà per il Luncheon dell’anno prossimo. 🙂
L’evento si inseriva nella 72esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che fa il punto sui progressi nel cambiamento sociale a supporto degli Obbiettivi dello Sviluppo Sostenibile dell’ONU attraverso la sinergia tra diplomazia e moda. Ma perché il “Pranzo per le First Ladies”? Perché le mogli dei funzionari dell’ONU sono tutte impegnate in azioni benefiche, tra cui figura anche quella di Fashion 4 Development, un’iniziativa molto nobile che incentiva la crescita sostenibile della moda e che è supportata da grossissimi nomi della moda stessa.
Una delle più grandi supporter era Franca Sozzani, compianta Capo Editor di Vogue Italia, che spero ci guardi da qualche parte e ci protegga sempre dal cattivo gusto. E questo evento, oltre a celebrare i nobili valori di Fashion 4 Development, è stato tutt’un tributo a Franca — che, se volete il mio parare, era due spanne più avanti rispetto ad Anna Wintour, nostra Signora di Vogue America.

Non ve la voglio fare troppo lunga. Anzi sì, ve la voglio fare lunga (!) perché prima del Lunch, c’è il red carpet — per l’occasione green, vista la sostenibilità tanto sostenuta — e prima del red/green carpet c’è il cocktail, e durante il cocktail ci sono io che mi ritrovo a intervistare Beatrice Borromeo Casiraghi (!) e poi sempre io che mi ritrovo ad essere sfiorata da Naomi Campbell.
Sì, Naomi, LA Naomi. E il momento è stato mistico. Ho capito in quell’istante che esistono degli esseri che un qualche dio dall’animo buono ha lasciato cadere sulla terra per pura bontà d’animo. Ma prima li ha mandati a stringere un patto con il diavolo, per pura meschinità divina. Così questi esseri dal DNA griffato Dorian Gray, mantengono la loro bellezza inalterata per centinaia d’anni e rimarranno per sempre tali e quali e senza ricorrere al botox — che negli zigomi delle First Ladies, Moviers, scorreva copioso come le acque nel Rio Lobo.
Naturalmente sono rarissimi, questi esseri. E uno di questi è Naomi Campbell.
Gli occhi sono tra il viola e il verde, ma pare siano lenti a contatto, chissà. Sta di fatto che quello che mi ha colpito sopra ogni cosa, mentre il suo corpo passava accanto al mio, è stata la pelle del viso. Non una ruga d’espressione. Non un’imperfezione. E sapete, Goddess Campbell non è più proprio al liceo: ha compiuto 47 anni. Ma la pelle è quella di una liceale. Il corpo ha perso certe asperità della gioventù — francamente non so se il corpo di Naomi sia mai stato aspro, nemmeno all’età di dieci anni, ma si dice sempre così. Ora è una donnona, una Giunone. E non dico che sorride celestiale come una specie di Madonna per non mettere insieme troppe divinità.

Finisco la mia intervista alla Borromeo. E fatemi dire. Lei è nobile di nascita, sposata con un super nobile tipo Pierre Casiraghi della stirpe monacò. Potrebbe benissimo starsene a dormire sugli allori di Montecarlo preoccupandosi, al limite, di scegliere la tappezzeria della plancia del Pasha III. E nessuno gliene farebbe una colpa, anzi, si complimenterebbero tutti con lei per la tinta scelta. E invece no. Questo giunco di figliola dalla faccia d’angelo e dal temperamento Fallaci, gira un documentario sulla condizione drammatica in cui vivono i bambini a Caivano. Per dimostrare che le violazioni dei diritti civili non avvengono solo nel terzo/quarto mondo, ma anche a 14 km da Napoli, e per dire che in Italia “il sistema protegge sempre il sistema”.
Ebbrava Beatrice.

Dopo l’intervista, e dopo essere stata sfiorata dalla divina — e immagino, per un istante, che al suo sacro passare, il mio mignolo guarirà de tutto e mi spunteranno anche sette magnifici centimetri così da poter raggiungere il metro e 77 — scorgo movimento intorno a quella che chiamano Great Ball Room, una stanza blindata da guardie del corpo, personale dell’hotel, vigilanza varia. Lì sta per svolgersi il luncheon, e la premiazione di tutte queste personalità. Lo show, insomma.
Guardo il mio polso, a cui manca il bracciale che dà accesso al Luncheon. Okay, festa dei plebei finita, mi dico, mentre di là dalle porte, i patrizi cominciano il party. Poi però penso che sono lì per raccontare tutto ciò — e questa è la versione ufficiale — quindi devo PER FORZA avere diritto al braccialetto e alla Great Ball Room. Un diritto inalienabile, I’d say. E infatti ce l’ho. E come per magia etica, compare, intorno al mio polso, il bracciale rosso che pochi minuti prima avevo visto intorno al quello di Beatrice.
E allora entro. In mezzo ai tavoli rotondi imbanditi da matrimonio, vedo spuntare lei. La passerella.
Prendo posto al mio tavolo, circondata da first ladies discretamente sorridenti, impegnatissime a scattare, twittattare, far tutto con il cellulare. E io ascolto tutti i discorsi. Diane Von Furstenberg, Naomi Campbell, Iman, Afef, Beatrice (ormai è Beatrice), e altre donne che hanno dedicato la vita a cercare di cambiare in meglio il destino delle donne, come Precious Moloi-Motsepe. Passano due videomessaggi di due donne che avrebbero dovuto essere presenti ma che non hanno potuto.
Due qualunque.
Alicia Keys e Donna Karan.
E io ascolto. Ascolto. E prendo anche degli appunti. Ma la mia mente corre a quel momento. Quello che sai che prima o poi succederà.
Ed è sul punto di succedere.
E succede. Io davanti a una sfilata.
Finiti i premi e i discorsi, la presidentessa è lieta di comunicarci che Elie Saab ha scelto dei capi dalla collezione autunno-inverno 2017-18 che sfileranno per noi.
Ed eccoli i capi Eli Saab dalla collezione autunno-inverno 2017-18 apposta per noi. Un trionfo di trasparenze, voile, gli immancabili contrasti con borchie, pelle, Svaroswsky. Musica da sfilata. Modelle incazzate e magrissime, come tradizione vuole. E un cappotto blu ciano che, è evidente, Eli Saab ha disegnato per me. 🙂
Tutto questo doveva succedere prima o poi. Carrie Bradshaw. Per 3 ore.
Ma come Carrie Bradshaw insegnava — quella della serie televisiva, i film lasciamoli perdere — c’è sempre qualcosa che non va e che sdrammatizza tutto.
Esco fuori credendo di trovare il cielo terso che mi aveva accompagnato al mattino. E invece, monsone estivo —qui siamo in piena estate, con giornate fra i 30 e i 35 gradi, l’autunno può aspettare.
Abbasso lo sguardo sulle mie Rem Koolhaas rosse. Coraggio ragazze, un po’ di pioggia non ha mai ucciso nessuno, mento. E sotto un ombrellino di nulla, con la gift bag piena di velina e gift che fanno la felicità di ogni donna da che mondo è mondo, Nilde Iotti e Angela Merkel comprese, mi butto nel monsone, pensando che prima o poi avrebbe dovuto succedere.

E corro non già verso casa ma verso sabato, ieri, all’incontro con cinque giganti della poesia internazionale, alla Poets House. Uno in particolare Raul Zurita. Dietro di lui scorgo chiaramente Pablo Neruda.
Alla fine dell’incontro, combattuta se andare a rendere grazie a un gigante o liquidarmi nel nulla, faccio vincere l’incoscienza e vado da lui perché quello che ho sentito non sarà mai scordato dalla mia memoria uditiva, e lo devo ringraziare per questo dono dal valore incalcolabile. El Canto a su amor desaparecido. Fatemi un piacere, ascoltatela tutta, fino alla fine, anche se non parlate spagnolo.
Raul ha la gobba e cammina a stento. Non parla inglese e io non parlo spagnolo. In un italiano che pare una sangria gli dico che sono italiana, e lo ringrazio.
Non servono le parole.
Mi stringe la mano e non la lascia più.
Rimaniamo così per un tempo lunghissimo, ma mai abbastanza.
Negli occhi dei poeti vecchi vedi tutto. L’acqua sporca delle fogne, il mare grosso di novembre e i grani di sale sfuggiti alle lacrime. Vedi tutto, negli occhi dei poeti vecchi.
Non riuscirò mai a scordare le onde della sua poesia. La scala di dolore che sale e scende pronunciando “Pegado, pegado a las rocas, al mar y a las montañas”.
E anche questo, doveva succedere.
Naomi e Raul. Bellezze diverse.
Due volte nell’Olimpo questa settimana.

Per consistency con la mia giornata fashion, avrei dovuto andare a vedere “Manolo: the Boy Who Made Shoes for Lizards”, il biopic su Manolo— Blanhik of course — il ragazzo che faceva le scarpe per le lucertole. Ma poi mi sono lasciata prendere dal sentimentale. Volevo vedere cosa combina questo tale Andrés Muschietti — ma chi è, Andrés Muschietti?? — con “It”.
A “It” mi lega un controverso sentimento di odio e amore. Nel 1990, la miniserie in due episodi che uscì in TV contribuì a farmi guardare le lenzuola stese in giardino in modo diverso e tremebondo, e a stare alla larga, molto alla larga, dai canali di scolo, dalle barchette di carta e dai circhi. Perché non è che vai a cercare Pennywise proprio a casa sua.

La trama immagino la sappiate: Pennywise è uno spirito malvagio antichissimo che assume le sembianze delle paure dei bambini del paese di Derry, e se ne nutre ogni 27 anni, quando si sveglia dal suo letargo.
Un gruppo di ragazzi del paese, i cosidetti “Losers”, ciascuno con la sua bella fobia al seguito, uniscono le forze per combattere il clown e liberarsi, al contempo, delle loro paure. La trama è tutta qui. Come ogni horror che si rispetti, gli ingredienti sono pochi e devono essere di qualità — chef King sa come cucinarsi i lettori, lo sappiamo.
Il regista che si cimenta nella resa di un horror che ha fatto la storia della paura degli anni ’90 — pensate a “Misery non deve morire” — non può assolutamente permettersi di ridurre la complessità del personaggio di “It” dentro un pagliaccio con la faccia da chipmuck. Il regista di un film del genere deve prima leggersi e guardarsi tutto Hitchcock, tutta l’opera omnia, scritta e filmata, dalla prima riga all’ultima scena. Il segreto, per Alfred, era terrorizzare lo spettatore non usando il buio e i luoghi paurosi, bensì la luce e le situazioni comuni. Perché la miniserie — specie la prima puntata, la seconda è assai ridicola — ci aveva terrorizzato tanto? Perché Pennywise appariva in pieno giorno fra le lenzuola stese in cortile — quelle che non sarebbero MAI più state le stesse, mannaggia. Non c’era bisogno di mostrare arti strappati, bocche con dentature da pescecane e occhi spiritati platealmente al computer. Il regista di un horror così deve creare l’angoscia, perché è delle angosce di ognuno di noi che sta parlando. Siamo noi, i protagonisti del film, non i sei ragazzini. Siamo noi, i losers che devono superare le proprie paure — nello specifico, quella di Pennywise, ma più in generale, le paure tutte. Muschietti invece si preoccupa solo del colpo di scena. E così, in base al principio per il quale quando cerchi una cosa non la trovi mai, così Muschietti non trova mai il colpo di scena. Urla “al lupo! Al lupo!” troppe volte per attirare la nostra attenzione. E già dopo il quarto minuto, speri in una svolta, perché se tutto il film è così, allora, oh my God, let me get out of here…

E’ un film pornografico, nel senso che ti svela tutto, ti dice e pre-dice tutto. Quando Georgie, il fratellino di Ben, uno dei “loser”, si avvicina al canale di scolo, e dentro c’è It, lo spettatore non dovrebbe vedere It che strappa il braccio di Georgie e Georgie che arranca, senza braccio, per la strada. Perché allora sconfiniamo in un banalissimo gore. Non devo vedere. Se vedo, tutto si spiega — per quanto sia un tutto orroroso. Ma è l’inspiegato, ciò che non si comprende, che innesca la strizza. E questo Kubrick e Lynch lo sanno alla perfezione. Se vuoi mostrarmi tutto, allora, perdi la parte irrazionale, inconscia, di me, che è proprio la parte in cui sbocciano e lussureggiano — lussureggiano?? — le paure.
Non c’è una sola cosa che funzioni. Questo “It” sembra uno di quei filmetti che mandavano in seconda serata su Italia Uno, l’estate. La paura che qualche zanzara vi stia ronzando nel soggiorno, supera di gran lunga quella suscitata dal film. Uno “Stand by me” in cui l’unico vero orrore scaturisce dal fatto che non c’è nessun River Phoenix da ammirare.
A questo punto rivaluto di gran lunga l’“It” del 1990, persino la parte che mi aveva fatto ridere, quella in cui It assume le forme di un ragno. Lì se non altro It sembra un vero clown, non l’ennesimo personaggio fuoriuscito da un videogioco dell’horror.
Se mi chiedete perché il film stia avendo così tanto successo qui, non ve lo so dire. Forse l’idea di tornare al passato è più appealing del film stesso. Ma è un vero peccato. Il tema del male che non muore ma che sistematicamente ritorna, la paura che non si sconfigge mai veramente del tutto, ma che ti aspetta sempre, acquattata nell’angolo. Sono delle idee universali e lunga vita a King per averci scritto sopra un romanzo fiume come “It”. Ma senza una vera riflessione su come trasferire tutto ciò in chiave cinematografica, non possiamo sperare — Muschietti non può sperare — di raggiungere alcunché.

E dopo questo bel massacro, Moviers, è tutto. 🙂
Frunyc II aggiornato, ringraziamenti sentiti, e saluti, stasera, divinamente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 339 da NYC – commenta “MOTHER!” di Darren Aronofsky

LET’S MOVIE 339 da NYC – commenta “MOTHER!” di Darren Aronofsky

Mercoledì Moviers

è stato da leoni. Niente devastazioni anfetaminiche o trip nei territori di Las Vegas — lo scudo termico ci protegga dalla Strip. I miei leoni sono stati liberati a seguito di un’iniziativa tutta newyorkese che farebbe impazzire il più williamwallace degli scozzesi, il più trota dei padani. “One Film One New York”. Sentite cosa si sono inventati, all’Ufficio Media Entartainment del Sindaco de Blasio in questa città baciata da Batman. Ve lo spiego tutta d’un fiato.
Cinque film con New York per protagonista, proiettati durante il mese di agosto nei parchi della città, i newyorkesi chiamati a votare il migliore dei cinque, e il film decretato vincitore, proiettato gratuitamente il 13 settembre in sync nei cinque borough della città, sia all’aperto sia nelle maggiori sale cinematografiche indipendenti.
La cinquina dei film, scelta  da due critici cineamtografici del NY Times, comprendeva Crooklyn di Spike Lee (1994), Un giorno a New York (On the Town), di Gene Kelly e Stanley Donen (1949), New York, New York di Martin Scorsese (1977), Cercasi Susan disperatamente (Desperately Seeking Susan) di Susan Seidelman (1985) e Il banchetto di nozze (The Wedding Banquet), di Ang Lee (1993). Il 6 settembre scorso l’annuncio del film vincitore…
And the winner was… “Crooklyn”, by Spike Lee!

Quanto ai parchi della città usati a mo’ di cinema all’aperto, sono talmente tanti e talmente ovunque che non basterebbero tutti i giorni da giugno a ottobre (compresi) per passarli tutti. Dal Bronx, a Central Park, da Brooklyn a Coney Island, dal Queens a Staten Island. Le location oltre ai parchi pubblici e ai parco giochi (o parchi gioco??) includono anche rooftop di bar, rooftop di centri culturali, rooftop abbandonati e okkupati. Insomma rooftop. Oppure gli scalini antistanti alla Columbia. Oppure i Chelsea Piers. Oppure i Brooklyn Piers, con il po’ po’ della skyline di Manhattan a far da sfondo. Ogni location è buona. Ovviamente tutto gratuito. I film possono essere recentissimi oppure classici. Bianco e nero o technicolor, cartoni animati o muti. Da “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi” a “Il conformista”. La proiezione comincia all’imbrunire, verso le 7:30 pm, e i newyorkesi arrivano, prendono il posto, stendono la coperta, aprono il cestino con i viveri — che rimanere due ore senza mettere qualcosa sotto i denti, si sa, potrebbe portare all’estinzione della specie — e si preparano alla visione.
L’esperienza a Bryant Park è particolarmente spettacolare e non solo perché allestiscono un palco vero e proprio e perché siete delimitati sul davanti dalla Sesta Avenue e dietro dalla New York Public Library, e per me già questo basterebbe-e-avanzerebbe. Ma perché hanno istallato due enormi fari sui due grattacieli davanti al parco, puntandoli sul parco, e rimangono accesi fino al momento del “play”. Nel momento in cui fanno play, i due grossi riflettori vengono spenti. L’effetto è strabiliante. Di colpo ti crolla il buio addosso, anche se il cielo ti direbbe che non è ancora propriamente sera. E ti senti dentro una sala cinematografica. Ma sei all’aperto, tra la Sesta Avenue e la New York Public Library, Times Square a due passi.

Tornando a “One Film One New York”, cosa può esserci di più elettrizzante di vedere un film su NYC in sync con tutta NYC? E’ una specie di Lez Muvi, ma senza la dittatura del Board! 🙂
E quanto alla location in cui andare a vedere il film vincitore, non c’era che l’imbarazzo della scelta. il BAM Rose Cinema a Brooklyn, il QUAD Cinema di recente riapertura nel Greenwich Village, il Nitehawk di Williamsburg o ancora il Simphony Space nell’Upper West Side. La scelta è caduta sulla Film Society del Lincoln Center, presso il Walter Reade Theater.
Per un unico motivo.
Mister Shelton Jackon “Spike” Lee in persona a introdurre il film.

La vita di ciascuno è costellata di sogni ad occhi aperti, che sono poi le gocce che vanno a riempire la bucket list di ciascuno. Nella mia, da sempre, Spike Lee. Già sapere di vivere nella sua New York, è un bell’achievement di per sé, ma certo vederlo da qualche parte…
Perché Spike Lee? Perché il suo cinema ha scritto una pagina del cinema, nero su bianco — il doppio senso non è casuale. “He got game”, “Jungle Fever”, “Clockers”, sono film visti intorno ai 20 anni, che mi hanno sventrato il cervello.
Il cervello è una fila di pareti, una dietro l’altra, tirate su a furia di modelli imposti, ambiente sociale e famigliare, pregiudizi scambiati sin dall’infanzia con la stessa foga delle figurine Panini. Poi un giorno apri un libro, vedi un film, conosci una persona e babum, giù una parte. Babum, giù un’altra.
Aria. Spazio. Big picture.
Per me, sapere che Mister Shelton Jackon “Spike” Lee in persona sarebbe stato al Walter Reade Theater alle 6 pm del 13 settembre, è stato più che sufficiente a farmi fare due cose che tendo sempre a evitare di fare: arrivare in anticipo al cine e mettermi in fila — questa mia seconda deficienza mi costerà il visto, prima o poi, lo so.
Alle 5:04 pm avevo già davanti a me una cinquantina di persone.
Ma io ero la cinquantunesima. Un biglietto è mio.

E come promesso, Mr Lee arriva. Con la sua tenuta d’ordinanza. Giubbino di jeans con una X enorme sulla schiena — e non posso non pensare al suo Malcolm, che valse a Denzel Washington l’Orso d’Argento a Berlino, ma non certo l’Oscar, Jim Crow is always alive, dopotutto — sneakers da basketballer, una quantità di stemmi e marchi ovunque, occhiali cerchiati di arancio e l’immancabile cappellino con visiera.
Sembra un teenager. Ma l’anagrafe mi ricorda che proprio quest’anno ha compiuto sessant’anni.

Una volta che gli passano il microfono si percepisce chiaramente che il pubblico è rapito dalla sua presenza. Parla subito di Crooklyn, la cui sceneggiatura fu il frutto di una scrittura collettiva con i fratelli e la sorella. È la storia della sua famiglia quando Spike era un bambino, e viveva con i genitori, i quattro fratelli e la sorella a Fort Greene, Brooklyn.
“Il quartiere è cambiato radicalmente. Ora la nostra gente, neri e portoricani, è costretta ad andarsene per via della gentrificazione”, e, aggiunge, con ironia affatto velata, “Mai vista tanta polizia in vita mia… E ora, guarda caso, le scuole si sono messe a funzionare…”.
Incalzato dal critico del NY Times che lo intervista, Spike racconta qualche aneddoto sugli zii “down South”, ovvero in Alabama. “Una volta andai giù al sud a trovarli. Portavo i capelli afro all’epoca. Non feci nemmeno in tempo ad arrivare, che mi spedirono dritto dal barbiere, un nazista di un nero che mi rapò la testa ai lati, lasciandomi, per ricordo, una cresta da punk…”.
La sala è piena, il pubblico ride, si diverte. Ma è ora del film, e Spike prima di andarsene confessa che è diretto alla location di Fort Greene — a salutare la sua gente, my folks. Al Fort Greene Park non sanno che arriverà nientepopodimeoche Shelton Jackon “Spike” Lee in carne e ossa ad augurare loro buon film. Ve l’immaginate l’accoglienza che avrà ricevuto?

Anche se mi piacerebbe parlarvi approfonditamente di “Crooklyn”, di cui consiglio la ricerca — il film è del 1994, e non so se sia stato distribuito in Italia. Ma oggi avete i potenti mezzi di Netflix a cui appoggiarvi, quindi magari lo recuperate. Oppure, se non lo trovate, guardatevi “Bamboozeled”, ma non “Miracolo a Sant’Anna”… anche a Spike capitano le cantonate 😉
Non vi parlo di “Crooklyn” perché giovedì nelle sale newyorkesi è uscito “Mother!”, l’ultimo di Darren Aronofsky. Quello de “Il cigno nero” e “The Wrestler”, per intenderci. Avevo sentito dire che alla Mostra del Cine di Venezia i critici l’avevano fischiato pesantemente alla proiezione per la stampa. Questo non fa che aumentare l’urgenza di vederlo. E sono contenta di averlo fatto: io sono uscita dal Village East Cinema con un livello di adrenalina nel sangue che temo di essere stata fluorescente per tutto il tragitto dal Lower East Side ad Harlem.
Chiariamo subito un paio di punti. E’ un film per pochi. E’ un’allegoria distopica. Quindi non vi aspettate storia lineare, realismo, trama 1+1. Mollate gli ormeggi e lasciatevi andare in questo viaggio per acque scure e sempre più scure fino ad arrivare nella tenebra più profonda, e forse, forse, in fondo, vedere un po’ di luce….nera… So che tutto questo suona apocalittico. Ma “Madre!” ospita una specie di Apocalissi, e in più, già dal titolo — e anche dalla locandina — si capisce subito che il film è attraversato da interferenze bibliche più o meno esplicite.

Una splendida casa in mezzo a un campo di grano non ben precisato. Potrebbe essere l’Arkansas come la Toscana. Lui uno scrittore che ha perso l’ispirazione e lei, moglie devota che lo accudisce e riverisce mentre, nel frattempo, si occupa di ristrutturare la casa — i due non hanno nome, quindi per comodità li chiamerò Jennifer (Lawrence) e Javier (Bardem).
Tutto apparentemente benissimo finché una sera bussa alla porta un individuo che chiede ospitalità. Un presunto ammiratore della poesia di Javier. Di lì a poche ore, lo raggiunge anche la moglie. E tutto, tutto quanto comincia inesorabilmente a crollare.
L’inizio è gemello omozigote dell’inizio di “Funny Games” di Haneke, in cui due ragazzi all’apparenza per bene bussano alla porta di una famiglia veramente per bene e gliene combinano di tutti i colori dell’arcobaleno — film nella mia top ten personale in assoluto.
In “Mother!”, l’invasione della casa da parte di questa coppia, porta alla corruzione dell’equilibrio tra i due protagonisti, di cui tuttavia ne subirà le conseguenze lei, Jennifer, che nel frattempo fa anche delle scoperte inquietanti relative all’amata abitazione da lei definita “il paradiso”.
La strana coppia viene raggiunta dai figli, che, per motivi d’eredità, finiscono in una zuffa furibonda.
Cosa vi ricorda una coppia di genitori che s’introducono in un paradiso e hanno due figli maschi? Due fratelli di cui uno ammazzerà l’altro?
Too easy, dudes. Please help me welcome the Biblicals, Adamo, Eva, Caino e Abele…
Passato tutto questo scompiglio, l’ordine sembra ristabilirsi. Jennifer rimane incinta, Javier ritrova l’ispirazione e compone l’opera d’arte delle opere d’arti. Il parto di lei, tuttavia, coincide con il momento di massimo successo di lui. E qui davvero, Moviers, comincia l’inizio della fine…

“Mother!” dipinge con tinte rosso sangue e nero pece — tenete a mente queste tinte per la primissima scena — la deriva verso cui il mondo di oggi sta andando. La smania di apparire a tutti i costi, di essere riconosciuti, idolatrati che porta all’ipervisibilità attraverso i social e i media, si traduce, per Javier, nella sete di fama che ottiene come poeta. Un poeta-messia che porta il verbo (=la verità) al popolo e che il popolo venera alla stregua di un Dio. Il passo è talmente breve che dall’ammirazione si passa all’esaltazione, e dall’esaltazione al fanatismo, e nel giro di poche scene ci troviamo in un vero e proprio scenario babelico-terroristico. E tutto questo dentro la casa — capite ora l’accoppiata allegoria-distopia.
Parallelamente a questo filone della necessità della società di costruirsi sempre e nuovi idoli, prima da adorare e poi da distruggere, corre anche la riflessione su come funziona la creatività. Javier sembrerebbe creare facendosi ispirare dalle storie che gli arrivano in casa, ovvero prendendo spunto dalla vita, dal mondo. Ma solo alla fine capiamo dove prende la vera ispirazione. La “estrae” dal cuore delle persone — dico proprio in senso letterale… L’artista, ci dice Aronofsky, è colui che ruba l’anima agli esseri umani — quanto di più puro e cristallino e prezioso ci sia in loro — e lo rinchiude nella sua casa. E ogni nuova storia, è come se tutto ricominciasse da capo — dico proprio in senso letterale…

“Mother!” si presta anche a un’altra lettura, forse più cosmogonica, planetaria, eco(il)logica. La casa della coppia è come il pianeta terra che viene invaso in continuazione dall’avidità, dalla prepotenza e dal menefreghismo degli esseri umani, che se ne infischiano della sua salvaguardia, un po’ come tutte le persone che invadono la casa della coppia, e la devastano. Jennifer, la sintesi perfetta del triangolo mariano madre-madrenatura-madonna, cerca di accoglierle e sopportarle, prendendosi cura di loro e mettendo pezze ai guai che combinano, ma a un certo punto, quando le toccano il figlio, scoppia. Diventa una furia devastatrice pronta a incenerire tutto.
Javier, dal canto suo, incarna la sintesi altrettanto perfetta del poeta-messia a cui aggiungiamo il terzo polo: Dio. Un Dio despota e concentrato su stesso, incurante della compagna e disposto a sacrificare il figlio pur di innalzare la sua gloria.
Il linguaggio che Aronosfky ha scelto per raccontarci questo Vecchio Testamento dei giorni nostri riprende le atmosfere verosimili ma distorte de “Il cigno nero”, in cui la realtà, così come siamo abituati a vederla, salta, e una nuova realtà, deformata, prende il suo posto, e ce ne mostra il lato mostruoso.
Lo stesso dicasi per “Mother!”, dove l’abominio più grande — la morte di un figlio — è generato dalle mani del padre.
Ora forse è più chiaro il motivo per cui il film riesce ostico. Chi è disposto a sopportare una lettura così spietata del mondo contemporaneo, della religione, dell’uomo narciso e della donna asservita? Chi non s’infastidisce davanti a scene che svelano un’epica su cui sappiamo benissimo essere imperniato il mondo moderno?
Personalmente, posso considerare la lettura di Aronofsky un tantino troppo apocalittica — ma solo perché sono nel periodo polyanna, in cui i cerbiatti trotterellano nei prati di Central Park e gli uccellini intonano “Amazing grace” quando esco di casa. 🙂 Ma a guardare i fatti, la prospettiva verso cui Aronofsky guarda allo stato delle cose va considerata e mostrata. Così come va apprezzato il suo indubbio talento nel trasferire questa prospettiva in un racconto allegorico più o meno comprensibile/accettabile — la più/meno comprensibilità/accettabilità è legata alla disponibilità del singolo spettatore. Alla sua volontà, anche, di infilare al testa dentro un buco nero e lasciarcela per un paio d’ore.
L’idea della casa verso la quale tutti mancano di rispetto, ma anche della casa-oceano che inghiotte tutto, digerisce, e poi risputa in forme atroci tutta la spazzatura assorbita, dovrebbe farci riflettere in maniera seria su quello che stiamo facendo, e non scagliarci contro “le esagerazioni di Aronofsky”…
Io confido molto in voi, Fellows, sappiatelo. E mi auguro che quando il film uscirà in Italia, vi armiate di buona volontà e andiate a vederlo.
Essere fluorescenti richiede un po’ di lavoro, dopotutto.

Prima di lasciarvi, un’altra goccia nella mia bucket list.
Domani.
Carnegie Hall.
E il mondo si fermò e sorrise.
🙂

Anche per stasera è tutto, my Moviers.
Frunyc al solito posto, ringraziamenti totalizzanti, e saluti, stasera, ferocemente cinematografici.

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LET’S MOVIE 322 da NYC commenta “GET OUT”/”SCAPPA!” di Jordan Peele

Manhattan II Moviers,

Così si chiamava il battello a vapore che mi ha portato, un paio di settimane fa, a risalire l’Hudson. Non sto qui a spiegarvi come ci sono finita, in una gita su un battello a vapore su per l’Hudson — tanto ormai avete capito che l’unica cosa prevedibile di New York City è la sua imprevedibilità. Ma vi dico che i passeggeri erano stati selezionati con il preciso intento di conoscersi, fare networking, diventare amici. Architetti navigatissimi — a prescindere dal contesto natante — giovani impresarie operistiche dal lessico assai losangelino — una sequela imbarazzante di “Oh-my-god-you-this-is-so-awesome-!” — e poi poeti che però sono anche associati di studi finanziari di grido — sarà forse questo, il futuro della poesia? — e organizzatori di eventi e cantanti di musica swing e gemelli imprenditori edili e aggiungete vari ed eventuali. Lo scopo, a parte far socializzare, è quello di far conoscere la Hudson Valley a chi non la conosce.
Ogni ora e mezza il battello attraccava a un porticciolo di un paese dai nomi Far West tipo Cold Spring, e chi voleva poteva scendere e tornare a New York in treno — il treno costeggia l’Hudson come l’Autobrennero costeggia l’Adige. Gli altri proseguivano. Io ho proseguito fino a Poughkeepsie, cittadina che si sente spesso nominare nei film ma che si pensa non esista, anche per via di quel nome che più che alla toponomastica può far pensare all’industria dolciaria — sono fermamente convinta che le caramelle “Poughkeepsie” venderebbero milioni e milioni di sacchetti.
C’era un meteo da lupi di mare, quella domenica. Considerando che l’Hudson è un mare, il lupo va bene anche per quel tipo di fluvialità espansa. Quindi il paesaggio è diventato altamente scenografico e soprattutto, evocativo. Se all’inizio io ero partita, anche solo nella mia immaginazione, come una sorta di Huckleberry Finn sulle acque del Mississippi, le nuvole e l’umido mi hanno portato in pieno “Apocalypse Now”, nel quale i nostri eroi navigavano le acque di un fiume nel cuore dell’Africa Nera. Ecco, io non avevo nessun Capitan Kurtz da cui finire, ma qualcuno dice sempre che il viaggio non sta nella destinazione, ma nel percorso. Poi c’è anche da dire che l’atmosfera militare è stata evocata dall’Accademia di West Point, che vi si presenta dopo circa un paio d’ore di navigazione, sulla vostra sinistra. Anche in quel caso lì, io non pensavo che quel posto esistesse veramente. Esiste nei film, esiste nell’immaginario orroroso di tutte le cose orrorose che succedono dentro le accademie militari — nonnismo giornaliero, punizioni corporali, spazzolini che fregano fughe di piastrelle dall’alba al tramonto, ragazzoni del Kentucky che piangono disperati davanti a un tratto di percorso resistenza che non riescono proprio a superare mentre il Generale urla “incapaceincapaceincape”, e allora il ragazzone del Kentucky rotolerà nella fantasia di un certo Stanley Kubrick e prenderà il nome di Palla-di-lardo…. Invece l’Accademia di West Point, my Moviers, esiste veramente.
Si erge lugubre sopra le scogliere e fa l’effetto che farebbe uno scarpone finito dentro una torta nuziale. Ora potrete dirmi che i tempi sono cambiati, che non è più come una volta e che io mi lascio suggestionare troppo dal cine. E potrà anche essere vero. Ma la vertigine che ho provato guardando quei muri, quelle finestre, quello strapiombo sotto di loro, nemmeno quando siete in cima a qualche grattacielo e guardate sotto, ve lo assicuro…
Passi anche accanto a nomi che toccano altre zone della memoria. Yonkers ti accende l’area dedicata alle patatine. Marlboro alle sigarette e Sleepy Hollow al mistero che aveva visto Johnny Depp per protagonista.
Poi incappi in Manitou. E fai due conti. Qui, prima degli yankee e prima dei britannici, ci stavano i nativi. Quelli ai quali, prima i britannici e poi gli yankee, hanno gentilmente portato via tutto, soprattutto la terra. Tanto passato indiano risuona qui, e non solo nella gita lungo l’Hudson. Lo stesso “Manhattan” è la corruzione di “Mannahatta”, parola degli Indiani del Delaware che significa “isola con molte colline”. “Poughkeepsie”, prima di diventare la marca di caramelle più famosa degli Stati Uniti (!), era un termine indiano Delaware, apokeepsingk, ovvero “porto sicuro”. E poi è ancora fortissima la presenza olandese, che di fatto amministrarono New Amsterdam/York praticamente fino alla fine del ‘700. Nomi tipo Harlem, Brooklyn, Hudson, arrivano proprio dall’Olanda. Tutto questo per dire che alla fine il mondo è fatto di ladrocini, di sovrapposizioni, di stratificazioni. Nulla è puro nella costruzione di una nazione.

Il film che sono andata a vedere questa settimana mi rimbalza in testa da un mesetto. È stato un caso — tutt’ora lo è. Parlo di “Get Out” del regista Jordan Peele, che dal comico è passato all’horror, proponendoci una sceneggiatura di un’originalità rara — specie quando si tratta di film di genere, specie specie quando si tratta di film di genere horror. E’ stato un caso perché “Get out” ha incassato 30,5 milioni di dollari nel primo weekend di programmazione, a fronte di un costo di 4,5. E continua su questa via.
Chris e Rose. Una coppia mista ai giorni nostri in una grande città americana non ben precisata. Lui nero nero lei bianca bianca. Belli entrambi, innamorati entrambi. Talmente innamorati che lei decide di presentarlo ai suoi, famiglia altoborghese con la correttezza politica scritta nel corredo genetico. Fate conto che, se la città non ben precisata è New York, i genitori di Rose abitano negli Hamptons. Detta così potrebbe farvi venire in mente “Indovina chi viene a cena?”. E un po’ anche “Ti presento i miei” — anche se lì siamo in territorio buffonesco. Gli ingredienti sono quelli. Ma ricordiamoci che qui siamo in zona horror e in zona horror c’è sempre qualcosa che non va come dovrebbe andare.
Chris decide, con non poca riluttanza, di accettare la proposta dell’amata e i due partono per il weekend dalla famiglia di lei. “Non ti preoccupare”, lo rassicura Rose, “I miei sono le persone più mansuete e democratiche che tu possa immaginare. Non sono razzisti, come on…”. Le ultime parole famose… All’interno di una cornice di agghiacciante political correctness in cui “Obama è il miglior presidente della storia degli USA” e “Tiger Woods il miglior giocatore di golf”, Chris deve affrontare prima situazioni solo un po’ imbarazzanti, e poi via via sempre più strane. Comincia pian piano a realizzare che i futuri suoceri non sono affatto quello che appaiono. E lo stesso vale anche per gli amici e i vicini, riuniti in una festa che, secondo me, passerà alla storia come la miglior peggior festa mai organizzata dalla cinematografia horror.
Non voglio farvi spoiler — sull’horror proprio non posso, altrimenti vi ammazzo il film, e ammazzare un film horror ha un che di perverso che è meglio non esplorare. Però posso dirvi dove originano gli asset del film e del suo regista. Innanzitutto aver studiato alla Hitchcock Academy. Ovvero non ti faccio vedere l’orrore attraverso mostri e nel cuore della notte, ma te lo faccio vedere attraverso persone assolutamente normali e in pieno giorno. Questo ti scioccherà di brutto. Così il film è ambientato nella tranquilla countryside dell’America bene — ripeto, Hamptons, oppure il bel New England in pieno foliage — villette isolate eleganti, famiglie benestanti. E trac, in mezzo a tanta sonnolenta perfezione, scopriamo che le opinioni progressiste e democraticissime dei personaggi che la abitano sono anche più inquietanti delle opinioni conservatrici o trumpiane (!). Lo spettatore capisce immediatamente che dietro il bello di tutta quella facciata buona pulsano un male e un marcio ben peggiori di male e marcio alla luce del sole. “Get Out” investiga il razzismo nella società americana dissezionando — con un piglio sadicamente chirurgico — il perbenismo ipocrita di un mindset “bianco” che va di pari passo con un paternalismo assolutamente insopportabile. Il risultato è disorientante da tutte le prospettive: lo spettatore si trova a sorridere della stoltezza del bianco, ma anche del nero, colpevole, forse, di arrendersi troppo repentinamente all’idea di passare per “quello che deve essere accettato”. “Get Out” provoca, smaschera, satirizza, ti lascia interdetto e ti fa ridere e rabbrividire. Cosa si può chiedere di più a un film?
Il successo del film non si deve solo alla combinazione originalità+solidità della trama, o alla lucidità con cui Peele scorpora le psicologie dei suoi personaggi, ma anche alla costruzione del film stesso, che rispetta alla lettera certe geometrie del genere. Esempio. Mentre Rose e Chris si dirigono in macchina verso la casa dei genitori di lei, investono un cervo. Ora, nulla succede mai per caso nel cinema. La morte del cervo è un avvenimento presago che anticipa un futuro prossimo per Chris. E allo stesso modo, la testa di un cervo imbalsamato, aiuterà Chris a districarsi in un momento difficile.
“Get Out” è una favola dark dei giorni nostri in cui noi potremmo benissimo essere i protagonisti — e per la sottoscritta che si trova su suolo stelle&strisce questa ipotesi è quanto mai raccapricciante. Ci racconta gli eterni luoghi comuni dei bianchi — ma siamo ancora lì?! — ma anche le eterne insicurezza dei neri — ma sono ancora lì? Tutto questo facendoci ridere e spaventare… Il pubblico del BAM Rose Cinema, sala strepitosa all’interno della Brooklyn Academy of Music, era molto molto coinvolto… 🙂
Non perdetelo assolutamente! In Italia uscirà a metà maggio con il titolo “Scappa”…

E per oggi è tutto, Fellows.
Frunyc aggiornato, e nel Maelstrom sempre cinema, con un’intervista a un giovane regista, Alessandro Comodin.

Ringraziamenti sempre molto sentiti e saluti, stasera, natantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, eccovi l’articolo, 🙂 http://www.lavocedinewyork.com/arts/spettacolo/2017/04/09/in-blocchi-grezzi-di-realta-le-cose-belle-il-cinema-di-alessandro-comodin/

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LET’S MOVIE 318 FROM NYC – commenta RAW

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Michiedevo Moviers

cosa ci facessero tutte quelle senior — impariamo a utilizzare il termine al posto di “anziane/i” — in piscina. Soprattutto di colore, visto che la mia piscina sta nel cuore pulsante di Harlem. E quanto al complesso in cui la piscina si trova, per me è un miracolo di edilizia e occultamento di cadavere. Mi hanno spiegato che una ventina d’anni fa, sul sito dove ora sorge il Riverbank State Park — uno spazio di terreno enorme con campi di tutti i tipi, e perfino una pista di pattinaggio dove ovviamente suonano “Dancing Queen”, canzone da pista di pattinaggio e glitter sugli occhi — su quell’enorme lotto di terra, sorgeva un’enorme discarica. Allora cos’hanno fatto, questi americani. Ci hanno costruito sopra un centro sportivo. Questa filosofia del riciclare luoghi e trasformare spazi non è solo pratica americana o newyorkese, per la verità. E’ un nuovo modo di guardare all’edilizia urbana ed extraurbana che permette non solo ai luoghi di rinascere, ma anche agli architetti di sbizzarrirsi — pensate alla High Line.
Ogni tanto, quando spira certo vento, senti un odore inequivocabile di depuratore — i depuratori non conoscono nazionalità e parlano la stessa fetida lingua ovunque, Riva del Garda o Harlem. Il che ti ricorda ciò che quel luogo è stato. Quindi per una volta, l’odore più che il terreno, custodisce la memoria del luogo. E mi piace l’idea. Il Riverbank State Park, inoltre, da Harlem, si trasforma in una splendida ciclabile che corre giù giù fino a Midtown, Battery Park e prosegue fino a Brooklyn. Quindi non vi stupite se a NYC trovate un botto di ciclisti. Tra Central Park e questo tratto di costa a Ovest della città, i biker possono ben dirsi contenti.

Tornando alla piscina, che sto frequentando assiduamente in questi giorni in cui l’Armata Russa dell’inverno ha ripreso il potere. Vedevo tutte queste senior nello spogliatoio, ma poi non le vedevo nuotare. Una volta. Due volte. Tre volte. Un giorno stavo mettendo le mie cose nell’armadietto — sempre il numero 3650 per ricordarmi quanto bello sarebbe se gli anni avessero un migliaio di giorni in più — e accanto a me c’era una di loro. Non ho avuto bisogno di guardarla. Mi è bastato sentire l’odore. Non molto diverso, temo, di quello sollevato dal vento e memore della discarica sepolta… Non voglio fare il Grenouille della situazione, ma ci vedevi di tutto, in quel tanfo. Stazioni fredde, angoli sporchi, centri di assistenza alla periferia di qualche quartiere su a Fordham Road o Mosholu Parkway. Tappezzerie macchiate e materassi sfondati. Biancheria messa e rimessa, girata e rigirata. C’era dentro tutto. Allora ho capito. E guardando, ho trovato la mia conferma. Accanto alla senior, visibilmente in sovrappeso, un carretto della spesa sgangherato, pieno di effetti personali. Non certo un borsone da piscina.
Queste donne vengono in piscina per fare la doccia. Pagano il biglietto — 2 dollari, e questo è uno degli aspetti più dolci della piscina al Riverbank State Park, 2 dollari (l’unica cosa cheap nello Stato di New York). Entrano, si lavano e se ne vanno. 2 dollari, anche un clochard li mette insieme facilmente. La donna dal tanfo micidiale si stava rivestendo. Ed era il suo pastrano, ad emanare il tanfo micidiale, non lei.
Ho pensato a quanto è contro natura, rinfilare un capo sporco e puzzoso, quando tu invece sei lustro come un bebé. Ho pensato anche che quella donna, poi, sarebbe tornata fuori in quel gelo doloroso di marzo, nella dittatura ripristinata dell’Armata Russa — il vero inverno è ora, Fellows, credetemi, altroché gennaio — e trovarsi un posto dove trascorrere la sua vita. E forse lei no, non vorrebbe che gli anni avessero un altro migliaio di giorni…
Se raccontassi questa storia a mia madre, da cui ho ereditato tutto il mio esser schizzinosa, storcerebbe la faccia e mi direbbe, “ma Sara, ma tu poi ti fai la doccia dove se la sono fatta loro??”, per poi ritrattare spinta da un’umanità che penso sia l’altro lascito che ho avuto da lei. “Pòre donne, ma dove vanno a mangiare?”…

Io non mi scandalizzo sulla questione della doccia. L’acqua porta via tutto, e se hai un paio d’infradito ai piedi, che problema c’è. Mi scandalizzo un po’ dal numero di homeless che ricamano questa città. Mi affascinano terribilmente, lo confesso. E non so se questa sia la perversione di una fortunata viziata italiana, oppure se sia la deriva di una curiosità verso tutto ciò che è umano e che, da quando sono qui, ha raggiunto un’intensità massima. Dico che questi senzatetto “ricamano” la città, perché le loro storie non dette sono un fiume di parole silenziose per le strade della città. E non serve avere un orecchio fino per ascoltarle. Basta guardarsi un po’ intorno mentre aspetti la metro. Oppure sbirciando dentro le anticamere delle banche, dove ci sono i bancomat, la notte, e dove loro trovano il modo — God knows how — d’infilarsi. Alcuni di loro sembrano millenari, hanno facce come quelle maschere in bronzo dell’antichità. Altri sono giovani e magri come chiodi. Bianchissimi o nerissimi. Affamati. Tanti chiedono “spare change”. Ma tanti altri chiedono proprio da mangiare — any snack, sandwich, leftover? Questo è quello che li distingue dai poveracci italiani. In Italia la sussistenza non è un problema. Qui può essere un problema.

Per concludere il capitolo sul Riverbank State Park, di cui vado assai fiera, ve lo dico, devo aggiungere che è un parco vero e proprio. Ma non come Parco Gocciadoro o Sempione o Gardaland. E’ un parco come lo Yellowstone National! All’ingresso c’è una guardiola, e dentro la guardiola una guardia — si danno il cambio in tre. Ormai mi conoscono — quando non faccio la spola per la piscina, attraverso il parco da runner, quindi hanno la mia conformazione piantata nella testa. La guardia di turno mi saluta con un sorriso, un cenno del capo. Io penso ogni volta a Yoghi e alle sequoie. Poi guardo sotto il ponte che sto attraversando, vedo le tre corsie della 9A, la Hudson Parkway, l’interstatale che costeggia l’Hudson River e il Parco, e torno con i piedi per terra…

Il film che sono andata a vedere questa settimana è Raw, di Julia Ducournau, che in Italia uscirà con il titolo “Grave” in questi giorni. E’ stato presentato nella sezione Settimana Internazionale della Critica al Festival di Cannes 2016, dove ha vinto il premio FIPRESCI, ma qualche mese dopo è stato presentato al Toronto Film Festival, dove alcuni spettatori sono svenuti ed è stato necessario chiamare un’ambulanza (!).
Venerdì, all’Angelika Film Center, un responsabile del cine, prima della proiezione, ci ha messo in guardia sulla crudezza — appunto — di molte scene e ci ha indicato l’ubicazione dei bagni…
Ecchessarà mai, mi direte voi…
Eh… Confermo che il film non è per stomachi deboli. E io mi stupisco sempre di quanto forte sia il mio, visto che sì, certe scene mi disgustano, ma non per questo svengo o esco dalla sala. Ammetto che con “Raw”, anche il più resistente dei duodeni, è messo a dura prova.

Il film racconta la storia di Justine, una giovane studentessa vegetariana, proveniente da una famiglia di vegetariani, in procinto di cominciare il primo anno in un istituto per veterinari dove studia anche la sorella, e dove si sono formati anche i genitori. Vittima di spiacevolissimi riti d’iniziazione come ogni matricola, Justine comincia a cambiare. La carne, da cibo temuto e odiato, diventa la sua unica fonte di sostentamento. Da vegetariana a carnivora nel giro di 24 ore. La voglia irrefrenabile per la carne, che la sveglia nel cuore della notte e le fa addentare petti di pollo crudi, o che la porta a gustare l’anulare della sorella (oops, ho detto troppo?), si trasforma in altro… Una voglia irrefrenabile di mangiare solo carne umana. Justine si scopre cannibale, così come cannibale è la sorella — e apprenderemo, tutta la famiglia.

Se vi fa impressione l’idea che qualcuno mangi della carne umana, no, “Raw” non è per voi. Ma io difendo il film perché per me parla di tutto fuorché di cannibalismo. L’ho detto anche alla regista, presente in sala a fine proiezione, una francesina con la faccia da topmodel, la lingua tagliente e il cervello molto fino. “Raw” è un film imbevuto di violenza dall’inizio alla fine, ma non la violenza delle scene cruenti — che ci sono. La violenza, per esempio, dei riti d’iniziazione, del bullismo, della brutalità nei confronti degli animali. Un atteggiamento che rinvia alla violenza e alla brutalità della nostra società. E per me il film è proprio un racconto distopico sul mondo in cui viviamo, nel quale ci cibiamo di carne umana nel momento in cui leggiamo un quotidiano o sfogliamo Vanity Fair. Del resto si sa che i corpi, specie se femminili, sono spesso ridotti a carne da macello, siano essi rifatti dalla testa ai piedi, o ròsi fino alle ossa quando sfilano in passerella. Certo, la regista usa le maniere forti, nel senso che non va per il sottile. Non si risparmia nulla. Dita mozzate e mangiate con gusto, cosce scarnificate, guance azzannate, capelli vomitati… Ma, ripeto, sono le scene non esplicitamente cruente a rimanerci dentro. Una colata di sangue animale che piove sulle teste degli studenti del primo anno per “iniziarli” all’iniziazione. Scene di animali deformati in vasi di formaldeide nel laboratorio dell’istituto, Justine che, appena arrivata, sviluppa un rush cutaneo che la scortica viva e che sembra più vero che verosimile. Per non parlare poi dei rave che gli studenti organizzano e nei quali ballano, sudano, si devastano, si fanno (narcoticamente e reciprocamente) e si disfano, letteralmente si sfiniscono, acquisendo un’animalità più animale di quella degli animali.

La regista ha confessato che le interessava anche mostrare il lato umano del cannibalismo. I cannibali, ha detto, non sono altro da noi, non sono marziani. Sono umani. Mostrarli senza giudicarli era quello che ricercava. E mostrare anche il rapporto che si genera fra carnalità, desiderio e distruzione. Non è un caso — ha confessato — che la protagonista si chiami Justine… Ora, non so come siate messi in letteratura francese, ma io, che sono costretta a raggiungere la sufficienza per dovere scolastico (francese seconda lingua di laurea sul piano di studi universitari Fruner), devo sapere che Justine è la protagonista di “Justine o le disavventure della virtù”, del Marchese De Sade — quello da cui discende il termine “sadismo” — romanzo erotico in cui, alla casta Justine, ne capitano di tutte le sfumature di grigio. Fortunatamente per la mia sufficienza, avevo riconosciuto il riferimento, che la regista ha confermato: la protagonista si chiama “Justine” proprio per via dell’opera sadiana.
Se volete il cinema per rilassarvi, no, questo film non è per voi. Ma se riuscite ad affrontare del gore — questo non è splatter, è proprio gore — e se pensate come me che in fondo il cinema è anche questo, spingere i nostri limiti aldilà di ciò che è comodo e rassicurante, allora rimanete a stomaco vuoto, armatevi di coraggio e andate a vederlo.

Riconoscerete con piacere, le note del successo di Nada, tra l’altro in una sequenza apprezzabilmente molto pulp del film.
Considero “Raw” un film molto più utile e onesto di certa chincaglieria sonnolenta da viaggi in crociera tipo “La luce sugli oceani” — il film NO di Michael Fassbender, ma lo perdono perché un film NO può starci…uno…

E per stasera, purtroppo, è già tutto.
Trovate il Frunyc aggiornato  — adoro il modo in cui mi controcommentate i commenti…Keep doing it!

Visto che li WG Mat e le “due righe” su “Beata ignoranza” non si vedono, nel Maelstrom trovate un articolino sul Vino Nobile di Montepulciano — a riprova che di tutto sì, posso scrivere di qualsiasi cosa, anche di cose che si degustano e del cui gusto io non ho … 🙂
Sempre grazie dell’attenzione che mi dimostrate e saluti, perplessamente cinematografici.

Let’s Movie
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MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, http://www.lavocedinewyork.com/food/2017/03/12/la-sera-che-la-valdichiana-fece-sognare-new-york/
E lo dedico a Davide, il Fellow Testone dei Guys di Los Angeles, senese DOC della Contrada del Nicchio… 😉

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