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LET’S MOVIE da NYC – commenta “A CIAMBRA” di JONAS CARPIGNANO

LET’S MOVIE da NYC – commenta “A CIAMBRA” di JONAS CARPIGNANO

Mitrasferisco Moviers

no no, tranquilli, non ritorno a Trentoville (!), né punto a Miami Beach — per quanto sapere di averla a 2 ore e 50 minuti di aereo è un pensiero molto ghiotto con cui solleticarsi l’immaginazione. Mi trasloco, ovvero, trasloco me medesima e tutti i miei effetti/affetti personali, sapete dove? Nel quartiere a cui guardo con la bocca bavosa e lo sguardo sognante si da quando abito a New York City.
C’è da dire che questo mi capita con parecchie zone di questa città. E mi piace l’idea di trasferirmi, prima o poi, in tutti questi quartieri e di viverli da inquilina, non solo da soggetto ambulante che li attraversa in lungo e in largo. La classifica di questi quartieri include, in testa, la santa trinità delle mete abitative newyorkesi. Inarrviabili, e non geograficamente. Finanziariamente. SoHo, Chelsea, Greenwich Village. Belli e impossibili più di qualsiasi macho con gli occhi neri e al sapor mediorientale. La santa trinità la lasciamo, per il momento, a popolare il regno dei cieli immobiliari… Seguono a ruota il l’East Village, quartiere storico in cui tutti gli artisti/aristoidi, intellettuali, veri/presunti/mancati, dimorano e operano sin dagli anni ‘60. Anche se credo che il vero Est Village, che sconfina nell’altrettanto storico Lower East Side (LES) non esista più. Chi l’ha vissuto ne racconta in termini mitici. Quando c’erano la Factory di Andy Warhol — Decker Building, al 33 di Union Square West — e Allen Ginsberg, che bazzicava Washington Square Park decantado le sue poesie e tutti i locali che ancora esistono, il Caffè Wha?, la Minetta Tavern, il Caffè Reggio. E poi Madonna, Basquiat, Keith Haring, Kerouac, Bob Dylan, William S. Burroughs, Jackson Pollock, Tennessee Williams — devo continuare?? — bazzicavano tutti il Village. Ve l’immaginate come doveva essere? Quindi capirete che vivere lì, anche solo per tributo storico, è quasi un obbligo per chiunque abbia un briciolo d’arte nel cuore. Anche lui però come la santa trinità, è abbastanza off-limits. Se una volta gli affitti dei suoi loft post-industriali raggiungevano le poche centinaia di dollari, oggi sono schizzati a cifre stratosferiche. Persino i divi non si possono più permettere Manhattan e da qualche anno preferiscono Brooklyn, anche la Brooklyn profonda di Park Slope e dintorni, complice il maggior spazio a disposizione e la privacy — tra queste Anne Hathaway, Michelle Williams, Sarah Jessica Parker, Paul Giamatti e John Turturro.

Un altro quartiere in cui spero di poter piantare le tende, un giorno, è DUMBO, Down Under the Manhattan Bridge Overpass, quel pugno di strade ai piedi del Manhattan Bridge dalla parte di Brooklyn e affaccio sull’East River. Lì tutto sa di Sergio Leone e Martin Scorsese. Abitarvi è quasi impossibile, come abitare a SoHo, ma si spera sempre, you know.

Ma veniamo a quello che, dal 2/3 febbraio, sarà il mio nuovo quartiere. UWS. Upper West Side. Altezza 111esima e Broadway, quindi sostanzialmente rimango fedele alla parte West, e alla Broadway, googlatelo pure, 545 West 111th Street :-). Ma scendo a sud di 39 strade. Questo vuol dire che sarò a quattro isolati — QUATTRO — dal mio amor di Central Park, a un isolato dall’altro parco, quello sull’Hudson, il Riverside Park — con la mia amata ciclabile — e a un isolato dal Morningside Park — una fetta di limone di parco accanto alla Columbia University. Lei, la Columbia, è a cinque isolati 🙂

L’Upper West Side è un quartiere tranquillo e vivissimo con tanti locali, tante elegantissime brownstones, tanti elegantissimi palazzi Pre-World War I. Quelli con la tenda a cupola fuori, e il portiere dentro, in livrea. Non so come, ma è in uno di quelli che mi trasferisco. O meglio, so come. Craigslist. Craigslist è la piattaforma per annunci in cui trovate di tutto. Ma proprio tutto tutto. Dal bracciolo sinistro del divano IKEA tal dei tali, al loft in cui si celebra il poliamore (!). Tutte le case statunitensi che ho avuto in vita mia, le ho trovate su Craigslist, facendo slalom fra annunci farlocchi —i cosidetti “scam”— e gli annunci spassosissimi (“condivido monolocale con doccia in cucina a giorni alterni”).
I punti a favore dell’appartamento sono tanti. Ma due sono quelli che io definisco “killer” e che mi hanno steso appena lessi l’annuncio, in Florida. Stanza con bagno e “garden on rooftop”.
Ora voi dovete uscire dal vostro mindset immobiliare italiano in cui si dà per scontato quello che scontato, a NYC, cari Moviers, non è. Condividere un appartemanto con qualcuno e avere un bagno ciascuno è considerata una grazia di categoria “San Gennaro”. Altri doni divini che noi italiani ignoriamo, sono lavatrice e l’asciugatrice nell’appartamento. Ecco, finalmente non dovrò più scendere in nessun basement, con quelle luci al neon che prima o poi illumineranno qualche omicidio.
Nel nuovo appartamento, lavatrice e asciugatrice in cucina. E poi soggiorno pieno di luce, così come la mia camera, che ha una panca sotto la finestra, da cui si vede una di quelle cisterne dell’acqua che fanno di New York City, la città delle cisterne sui tetti. Lei sarà il mio nuovo faro — stay tuned for the pics, next week. 😉
In tutto questo, pagherò la metà dell’affitto che pago ora. Pagherò meno dell’affitto che pagavo a Trentoville. E questo perché è uno dei famosi e concupitissimi “rent-stabilized”, gli appartamenti a cui la città di New York ha pensato bene di congelare l’affitto, che altrimenti schizzerebbe a cifre assurde. L’Upper West Side è un’area molto ambita, e per questo molto molto MOLTO cara.
Il mio nuovo housemate è un agente letterario in pensione che naviga, va all’opera, viaggia tre mesi all’anno — questo significa casa libera tre mesi all’anno… — e che, in sostanza, si gode la vita.
Ovviamente il punto di forza sta tutto nel punto più in alto. Il rooftop. Arredato con sedie, sdraio, BBQ — in caso abbiate voglia di una grigliata. A me ovviamente interessano le sdraio — io ho sempre voglia di tintarella. 🙂 Specie se a vista Empire State Building, Chrysler Building e scorci di Hudson…
Ora lo so che mi odiate… Ma non fatelo! Ho passato molto tempo, nelle notti insonni newyorkesi, a cercare — e questo mi fa capire che l’insonnia, più che un punto storto da raddrizzare, sia una strada spianata verso il poter fare. Quindi prima o poi il premio doveva arrivare. E no, non avevo urgenza di cambiare. Casa mia ad Harlem mi piace. E il quartiere in sé, lo sapete, occupa una parte importantissima dentro di me. Sugar Hill mi ha adottato. Mi ha dato una raccolta di poesie. E’ la collina di zucchero su cui ho mosso i primi passi newyorkesi. Non scorderò mai la sua dolcezza. Il suo retrogusto amaro, anche — “Bitter Bites from Sugar Hills” viene da lì.
Ma vedete, a NYC ci si muove perché tutto si muove attorno è te, e perché vuoi migliorarti. E’ come essere parte di un sistema solare in cui l’immobilità non è data. Allora si passano le notti a fare mille cose, e in mezzo a quelle, cercare un nuovo spazio, perché lo spazio è il petrolio di questa città. Si cerca, si trova, si parte e si comincia una fase nuova. L’idea di comprare casa e rimanere per sempre in quella casa — “per sempre”, sentite il peso specifico presuntuoso, e illusorio, di queste parole? — l’idea di possedere “il mattone”, mi rimaneva incomprensibile anche quando ero in Italia. Mi sembra un po’ contronatura, o per lo meno prima dei 60 anni. Qui ancora di più.

Come dicevo, non è piovuta dal cielo, la nuova sistemazione. Ho visitato qualcosa come una decina di stanze. Venendo a contatto con individui tra la commedia dell’arte, la bipolarità e la depressione livello crack del ‘29.
Martzia, afroamericana sovrappeso che si vede tornare a casa il figlio divorziato, lo mette a dormire su una brandina nella sua camera da letto, e affitta quella che un tempo fu la di lui stanza. Siamo sulla 97esima e Columbus Avenue, un isolato da Central Park.
“Hai accesso al bagno, certo” — moltoumana Martzia — “Ma alla cucina no…. Certo ti procuro un mini-frigo e un micro-onde da tenere in stanza… Mica posso lasciarti morire di fame, giusto?”, aggiunge, con una risata che ha del malefico.
“Ma veramente io sono una muschi&licheni, al massimo bollo — bollisco?? — delle verdure…”
“Ah ecco perché sei così magra! Io sono a dieta, ma non ce la faccio sai… Non riesco a fare a meno dei dolci…”.
E lì io comincio tutto uno spiegone sull’importanza del movimento e l’aberrazione dei cibi spazzatura.
E concludo con un “Go for it, Martzia, you can do it!”. E lei mi guarda con quegli occhi mammiferi e spenna-coinquilino che non mi avranno mai.

Poi c’è stato David, israeliano, che fece fortuna in Florida, per poi perdere tutto e tornare a NYC, amareggiato come il Lucano. Anche in questo caso, sono stata attirata dalla location: 83esima strada e Broadway. Mi presento. Dopo avermi detto cinque volte che non vuole un’inquilina che si porti uomini in camera, e dopo averlo rassicurato dieci volte che non c’è pericolo, mi mostra un tugurio buio e lugubre in cui probabilmente sono morte delle persone. Ammazzate dal buio, s’intende: emorraggia fatale di vitamina D per mancanza di sole.
Mi racconta del suo falliemento, e di come detesti NYC.
Io guardo l’orologio che non ho e cerco di andarmene. Non tanto per il tugurio. Quanto per l’amarezza. Non voglio trasformarmi anch’io in un Lucano.

Poi è toccata a Uttara, ragazza indiana adorabile, con un bilocale pulito e luminoso sull’84esima, dietro Central Park. Con il terrazzino e la scala antincendio — che, capirete, fanno la cinematografia di NYC. Tanto adorabile, Uttara, quanto picchiatella.
Pratica newyorkese è quella di trasformare il salotto di un bilocale in una camera per un secondo inquilino, per dividere l’affitto — quello che si dice un “converted”. Solo che un salotto non è esattamente una camera… Quindi i newyorkesi, che lo sanno, s’industriano con paraventi, pareti mobili, e delle idiozie simili per creare della privacy laddove la privacy non è possibile. Lei, inamorata dell’Italia, era così entusiasta all’idea di averne una portatrice sana sotto il tetto, da essere tutt’un “we can do this, and you can put the bed here, and the desk there, and we will be all fine!”, tanto che poco poco mi convinceva. Poi, dopo l’estasi iniziale di pensarmi Audrey Hepburn sulla scala antincendio a intonare “Moon River”, ho realizzato che uno può certo rinunciare a tanto, ma non a tutto, soprattutto, non alle pareti. Alle pareti, Uttara, no!
Dopo essere rinsavita, mi sono liquidata nel nulla newyorkese.

E poi lui, lo psicopatico travestito da documentarista. Anche qui, mi innamoro della location. UWS, 79esima strada. Il che vuol dire 5 isolati dal Lincoln Centre, che è un po’ la mia terza casa — la seconda è il MoMA. Michael è sui 45, alto, magro, capello disgustoso raccolto in una coda bassa. Occhialetti con bordo di alluminio da pazzo intellettualoide. La casa puzza di fumo, d’incolto e di anni di ramazza mancata, di olio di gomito risparmiato e aria fresca bandita.
La camera sarebbe anche passabile, in sé. Ha anche lo sbocco su un piccolo terrazzo — a NYC una rarità tanto quanto la lavatrice in casa. Ma davanti alla porta finestra c’è uno strato di Domopack.
“La finestra non è isolata e il vetro è troppo sottile. La mia ultima coinquilina si lamentava degli spifferi…”, e così hai spacciato il Domopack per l’ultimo degli isolanti, ebbravo Michael, il delinquente dal braccino corto aggiungo io, rigorosamente fra me e me.
Apre un armadio di quella che dovrebbe essere la MIA stanza e mi mostra circa una spanna e mezza di spazio fra i SUOI vestiti. Io soffoco una risata circense.
Lì dovrebbero stare le mie sei valigie di vestiti. Scarpe escluse.
Ora capite la risata circense.
Su una parete del salotto in cui lui avrebbe dormito — sfruttando l’idea insana di Uttara e la filosofia “converted”— campeggia, a mo’ di quadro, un’uniforme da cameriera anni ’50.
“Mi serviva per un documentario… Poi mi piaceva e non sono più riuscito a disfarmene… Credo stia bene lì, non trovi?”
Un’uniforme da cameriera anni ’50 appesa al muro del salotto non è esattamente un Van Gogh.
Il cucinino e il bagno conservano talmente tanti strati di sporco che credo Michael stia prendendo parte a un esperimento archeologico in cui si monitora la stratificazione del sudicio nel corso dei decenni.
Farà delle scoperte sensazionali, ne sono certa. Ma io non presenzierò.
Quindi capite, Fellows, trovar casa non è semplicissimo. Ma ti permette di entrare in contatto con tutta la strana umanità che popola questa città. Chissà se qualche università ha mai pensato a un corso di antropologia immobiliare nello Stato di New York.

Ma veniamo a quello per cui dovrei scrivervi… Questa settimana sono stata al Lincoln Cinema Plaza — prima che lo chiudano, sigh — a vedere “A Ciambra”, dell’italo-americano Jonas Carpignano.
Presentato a Cannes alla Semaine de la Critique nel 2015 — nel 2015! — “A Ciambra” racconta della comunità rom di Gioia Tauro, in Calabria, e lo fa attraverso la vita di uno di loro, il quattordicenne Pio. Dopo che il fratello maggiore e il padre finiscono in galera, Pio incomincia a provvedere alla numerosissima famiglia. Per farlo, conosce un solo modo: rubare. Sale sui treni e scende alla fermata successiva con i bagagli dei passeggeri — l’incubo avverato di ogni viaggiatore. A piazzare poi gli oggetti rimediati gli dà una mano Ayiva, immigrato del Burkina Faso con il quale costruisce un rapporto d’amicizia, e che gli permette di entrare anche nella comunità africana, che occupa una parte di Ciambra.
Ma a un certo punto Pio si trova davanti al dilemma della coscienza. Tradire o non tradire l’amico per fare il bene suo e della famiglia? Amicizia nel giusto o famiglia nell’errore?

“A Ciambra” è un racconto di formazione che non fa sconti a nessuno, soprattutto al protagonista che subisce il processo della crescita e accoglie, quasi fatalisticamente, quello che esso comporta: il silenzio anche quando bisognerebbe gridare — denunciare, sarebbe il verbo. Fermare un ladro che ruba al tuo migliore amico, anche se quel ladro è tuo fratello. Ma ci sono gesti giusti che non si fanno, denunce che rimangono taciute, perché la famiglia è pur sempre la famiglia, ed è più forte di tutto, anche nella comunità rom, non solo a Corleone.
“A Ciambra” cammina su un filo di lana: quello tra il documentario e il film di finzione. Gli attori sono tutti non professionisti in pieno stile neorealista, ma il film non è un documentario. E’ fiction, c’è un copione: un esempio riuscito di cinéma vérité che ricorda da vicino quello dei fratelli Dardenne. Oppure dei Taviani di “Cesare non deve morire”.
Facciamo fatica a capire Pio. Parla una lingua meticcia fra italiano, dialetto calabrese e rom che mescola tutte queste derivazioni in un pastiche molto contemporaneo. L’empatia, però, ci permette di capire i gesti che compie. I furti, gli espedienti che trova per mandare avanti la famiglia mentre il pater familias è in galera. Pio attraversa quella terra di mezzo che è l’adolescenza —in cui non sei più bambino ma non sei nemmeno un uomo — vivendo in una terrra di mezzo tra Italia e non-Italia, un luogo in cui le regole sono scritte a voce dal clan, dalla tradizione. E’ un film difficile, con un finale da romanzo verghiano, reso cinematograficamente in maniera molto efficace. Un bivio, l’infanzia da una parte, l’età adulta dall’altra, Pio in mezzo. Incedere verso l’età adulta sarà quasi scontato. E il peso di questa scelta obbligata, la nostalgia che sappiamo comporta, rimanda a quella che tutti noi abbiamo provato, lasciando andare l’infanzia per buttarci nel mondo dei grandi, dove tutto è più fosco, più complesso, più faticoso.

Per due ore siamo sprofondati nello squallore di questi condomini abbandonati e occupati illegalmente, siamo tra indumenti dozzinali e frusti, grida, polvere e sporcizia. Carpignano non censura la macchina da presa, e sa regalarci una fotografia splendida, pur nel degrado. Guarda tutto, registra tutto, ripropone tutto.
Non ci meravigliamo che il film non sia entrato nella rosa dei candidati ultimi per miglior film straniero ai prossimi Oscar. E’ un film troppo spiccatamente non americano per farcela. Con tempi allungati — direi troppo — con una lingua che rende la comprensione assai difficoltosa, persino l’italiano.
Eppure c’è un certo lato visionario, che si manifesta attraverso la figura di un cavallo, simbolo di una libertà che Pio sogna, e che si allontana da lui, man mano che il film procede. Che la sua vita procede.
Se volete un film che catturi uno spaccato sociologico dell’Italia contemporanea, “A Ciambra” è il film che fa per voi. Ma non vi aspettate di uscire dal cinema con il cuor leggero.

E anche per oggi è tutto, Fellows.
Siamo arrivati a esaurire lo spazio del Frunyc II — a cui ho aggiunto alcuni commenti, nelle ultime foto — quindi inauguriamo solennemente il Frunyc III. E per i nostagici, il Frunyc I… 🙂

I miei ringraziamenti sono qui fra le mie mani, e i mie saluti, quelli, sono locatariamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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Let’s Movie CIII

Let’s Movie CIII

ALMANYA – La mia famiglia va in Germania
di Yasemin Şamdereli
Germania, 2011, 97’
Giovedì 26/Thursday 26
21:00/9 pm
Astra/Mastrantonio’s

Marina(r)i Moviers,

Non è certo mia intenzione mancare di rispetto alla tragedia che è successa all’Isola del Giglio, ma questo messaggio ― oltre a NON distruggersi automaticamente dopo sessanta secondi da quando l’avrete letto ― saprà molto di mare-sapore-di-mare. Sia perché ogni volta che succede un fatto che calamita l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, il nostro linguaggio assorbe inevitabilmente il lessico di riferimento (oggi siamo tutti novelli Adam Smith; nell’anno dei mondiali di calcio siamo tutti Galeazzi ― mastichiamo moduli come bistecconi ―; e oggi purtroppo discettiamo di commodori, plance e biscagline) sia perché, cari i miei marina(r)i, mercoledì avete abbandonato il bastimento Lez Muvi e il Capitan Board… 🙁
Ebbene sì, dopo una giornata NO, iniziata NO e finita NO, mi dirigo dal buon Mastrantonio con la speranza di trovare un Movier, un solo piccolissimo, luminosissimo Movier ― i Movier sono fari nella notte: ne basta uno e sei bell’e che salvo. E invece, NO.

Il buon Mastrantonio, coccolamente s’interroga, non sarai mica da sola? E io, con un presentimento grande come una caserma, scuoto il capo con fare un po’ (molto) teatrale, annuisco e declamo: “Caro Mastro, ci sono dei momenti nella vita di un Board in cui il Board deve imparare a cavarsela da solo”. E poi, con fare sempre più teatrale, m’incammino verso la sala, “La morte del cigno” in sottofondo… 🙂

Ma al largo del mare di solitudine, sballottata tra flutti e marosi (marosi??), scorgo laggiù in lontananza una speranza. E no, non è la nave di Friedriech, e no, non è nemmeno un braccio di un Movier ― che avrei dato un braccio per veder spuntare ― e no, non è nemmeno uno sconosciuto dalle fattezze di Fassbender che mi supplica “Ti prego, Board, ti prego, fammi entrare in Lez Muvie”.  😉 No, la speranza è proprio il film, la speranza che sia la mia zattera in una giornata NO, iniziata NO e che magari poteva finire su un “ni”… E invece, NO! Ancora flutti e marosi… 🙁

Mamma mia, che film, Fellows! Un film sulla solitudine dell’uomo occidentale contemporaneo, tanto professionalmente e socialmente capace quanto umanamente e affettivamente incapace ― di amare, di stabilire un contatto umano autentico con gli altri esseri umani. Una storia di afasia comunicativa, dove il silenzio è il linguaggio imperante.

Brandon è un uomo che ha tutto ― un lavoro e una casa da quartieri alti, amici, vita sociale ― un uomo che è tutto. Bello (oh my God, anzi oh mein Gott, bellissimo), raffinato, colto, intelligente, affermato. Ma dietro questo ritratto di perfezione fisica e quotidiana si nasconde la devastazione interiore. Brandon è il Dorian Gray del 2012, divino fuori quanto marcio dentro. Non c’è tuttavia un giudizio morale nei confronti della sua corruzione. La vergogna del titolo non è la condanna cattolica verso una patologia che lo spinge a cercare il sesso ovunque. È piuttosto un turbamento provocato dalla sterilità emotiva che affligge il protagonista, e, metonimicamente, la società in cui si colloca. Il suo bisogno compulsivo di avere rapporti con delle donne è il modo che ha sia per tenere il legame con l’altro solo sul piano carnale e non sentimentale, sia per allontanare la sua omosessualità repressa (ed espressa solo sul finale).
Brandon è una torre d’avorio anche con la sorella, Sissy, una ragazza fragilissima e alla deriva, un personaggio che ho trovato tenerissimo, e che avrebbe solo bisogno di una spalla cui aggrapparsi ― straziante la sua supplica al telefono con qualche partner occasionale, il suo “dimmi che mi ami dimmi che mi ami dimmi che mi ami” senza sosta, fra le lacrime. Brandon le volta la schiena, la spinge nel baratro.
Brandon non trova il modo di amare, e questo è evidente quando cerca di avviare una relazione con la collega. Nel momento in cui si accorge che potrebbe diventare qualcosa di serio, il rapporto naufraga (vedi infatti il rapporto fisico interrotto da lui).
McQueen ha portato la spietatezza su un piano cerebrale. Non l’ha mostrata con la passione. L’ha prima raffreddata, e poi la trasposta in pellicola. Ed è come stare un’ora e mezza dentro una macelleria, uomini e donne ridotti a pezzi di carne, atmosfera illuminata da una luce fredda, una minaccia sanguinolenta che incombe costantemente… E ha fornito a questo processo una cornice metropolitana assolutamente speculare: una New York irriconoscibile, bagnata, anonima, sapientemente spersonalizzata, spogliata di qualsiasi specificità da Grande Mela. New York diventa uno spazio urbano alienato e alienante, in linea con la desolazione emotiva del suo abitante tipo, Brandon. Una delle scene finali è d’alta scuola, con Brandon, che pencola sul bordo della metropolitana, atto scimmiottato all’inizio dalla sorella, che finge di buttarsi, e presago di quello che succederà più avanti… Per Brandon non c’è speranza. E per noi? Quanto “Brandon” siamo? Sembra chiederci il regista…

Ovviamente un film del genere dopo una giornata del genere può dare il colpo di grazia, trascinarti negli abissi… Quindi a uscita sala, ho scosso un’altra volta il capo al buon Mastrantonio, come a dire “Caro Mastro, ci sono dei momenti nella vita di un Board in cui il Board non se la cava AFFATTO da solo”… Tuttavia, ho una mediocre dimestichezza con flutti, marosi e nuoto, e ho sciaguattato (sciaguattato??) fino al mattino… E lì, al mattino, eccola, la scialuppa di salvataggio, guidata dalla Fellow Lover Killer o Killer in Love(r), e giunta in forma di email… 🙂

 “Cara la mia Board, ti stupirò dicendoti che ho fatto i compiti a casa e sta mattina ho guardato “Shame” in streaming.

Questi i commenti della tua “Fellow Lover Killer”:

– Lui bello è bello, anche se continuo a preferire quel bel maschione di Timi.

– Svolgimento del film un po troppo lento, alcune scene da mandare avanti con ” >> ” tipo la sorellina che canta new york new york, lui a cena con la neretta e cameriere impacciato, lui che corre per mezza nyc…

– Dialoghi poveri.

– Belle le musiche

– Lui bravo

Nel complesso non lo boccio, gli do la sufficienza premiando soprattutto il coraggio di parlare di questa nuova piaga sociale”.

 Il Board, provato dalla notte tempestosa, si è ripreso in tempo zero! E dopo aver enormemente ringraziato la Fellow, le ha perdonato i panni pirateschi che ha indossato per la visione in streaming: Lover è un paesino ai confini dell’inimmaginabile e il cinema, un luogo lontanissimo da raggiungere…

Grazie ancora, quindi, alla Fellow Lover Killer: avrebbe potuto guardarsi una qualsiasi commediucola da strapazzo, invece ha seguito la programmazione lezmuviana, e ha pure fatto i compiti a casa. Io, un 9+ glielo do tutto… 😉

Quanto ai suoi commenti (la cui stringatezza è oggetto di plauso da parte mia e soprattutto dei Fellows)… Per me Micheal-der-Gott è un capolavoro. Eccellente nella recitazione (Coppa Volpi strameritata), ma anche uno che potrebbe mettersi calzini bianchi e pantaloni con le pinces (leggere “pèns”) e lasciarti comunque a bocca aperta… La falcata aggraziata con cui taglia New York di corsa fa di lui un Bolt, con la grazia di un Bolle e l’ascendente su un Board… 🙂

Mi permetto di dissentire sul giudizio della Fellow Killer riguardo la versione di “New York New York” cantata da Sissy. È un momento di grandissima emozione e di struggente poesia (forse l’unico momento di poesia) del film. Prendetevi questi 2 minuti e 45 secondi e giudicate voi, http://www.movieplayer.it/video/clip-new-york-new-york-shame_9721/ 

E certe scene, my Killer in Love(r), sono volutamente diluite… Il cameriere impacciato riflette l’impaccio tra Brandon e la collega, e più in generale, la difficoltà di comunicazione citata sopra…

Consiglio la visione di “Shame” con un Trudy vero, finto, a nolo (fate vobis) alto 1.80 da stritolarvi addosso o, alternativamente, un vaso di Nutella di dimensioni morettiane in cui tuffarvi per combattere i momenti amari del film (il Trudy però, magari vero, è decisamente preferibile ;-)).

Prima di passare al Let’s Movie di questa settimana, vorrei comunque ringraziare i Fellow che mi avevano avvertito della loro assenza, tra cui l’Anarcozumi (andata in avanscoperta a vedere “Shame” venerdì perché impegnata mercoledì in un business-trip a Roma che si è magicamente trasformato in una cena in Val di Non con il Principe Emanuele Filiberto, i Neri per caso e assessori versione Schumacher al volonte…e poi non ditemi che l’Anarcozumi non è la regina dell’incredibile…); la Honorary Member Mic, febbricitante e contrariata per le programmazioni a orari troppo tardi, incompatibili con il fenomeno geomorfo della cosiddetta “palpebra calante” di cui è portatrice sana :-); il Sergente Fed FFF e il Fellow D, all’estero per missioni lavorative molto prestige…

Per questa settimana Let’s Movie è lieto di proporre

ALMANYA – La mia famiglia va in Germania
di Yasemin Şamdereli

Presentato fuori concorso al Festival del cinema di Berlino 2011, e campione d’incassi in questi ultimi mesi, “Almanya” è una travolgente commedia turco-tedesca che ha scatenato gli entusiasmi di critica e pubblico, ma soprattutto, un titolo che Mastrantonio ha fortemente voluto includere nel calendario mastrantoniano (sequel del mariano e gregoriano, of course .-)).

Ora Fellows: “Almanya” è una commedia, si ride, non c’è bisogno di portare Trudy di varia dimensione (ma se li portate, most welcome). Quindi, non mi fate naufragar ancora in questo mare, che, contrariamente al nerd recanatese, non mi è affatto dolce… 🙁

E ora, marina(r)i Fellows, aprire il Movie-Maelstrom mi sembra quasi obbligatorio, così come blindare il riassunto giù in cambusa, ringraziarvi (e amabilmente rimbrottarvi!) tanto tanto, e salutarvi con dei saluti, salvagentemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vorrei sospingere con delicatezza nel nostro Movie-Maelstrom, la voce e il ricordo di Etta James,  leggenda del black soul, che purtroppo è venuta a mancare la settimana scorsa, dopo aver lottato per anni contro un male avido di globuli bianchi…

In memoriam, due capolavori, http://www.youtube.com/watch?v=_1uunRdQ61M, http://www.youtube.com/watch?v=F0uCsFOhNCE
This is a men’s world, but it wouldn’t be nothing, nothing, nothing without a woman, or a girl…

ALMANYA: Protagonista del film è la famiglia Yilmaz, emigrata in Germania dalla Turchia negli anni ’60 e giunta ormai alla terza generazione. Dopo una vita di sacrifici, il patriarca Hüseyin ha finalmente realizzato il sogno di comprare una casa in Turchia e ora vorrebbe farsi accompagnare fin lì da figli e nipoti per risistemarla. Malgrado lo scetticismo iniziale, la famiglia al completo si mette in viaggio e alle nuove avventure nella terra d’origine si intrecciano i ricordi tragicomici dei primi anni in Germania (Almanya in turco), quando la nuova patria sembrava un posto assurdo in cui vivere.

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Let’s Movie LXXXVII

Let’s Movie LXXXVII

TERRAFERMA
di Emanuele Crialese
Italia, 2011, 88’
Martedì 27/Tuesday 27
21:15/9:15 pm
Astra

May-I-Have-Your-Attention-Please Moviers!

Il momento è solenne. Lo sentite questo silenzio? Le vedete queste luci che si spengono, i vostri compagni Fellows che prendon posto in fretta e furia? Chi spegne il cellulare, chi comincia a sgranocchiare popcorn? C’è persino la Fellow Cavallapazza Cavalleri ― hanno provato a spegnerle la borsetta arancio fluorescente, ma non c’ è stato nulla da fare… E c’è persino il Fellow Gerri che, da quando gioca in Nazionale un giorno sì e un giorno sì, non si vede mai… 🙂

Il momento è stato appositamente allestito per dare il benvenuto a un Movier che mai ci saremo immaginati di accogliere nel cine-mondo parallelo di Let’s Movie. Non ce lo saremo mai aspettato perché incute un bel timor reverenziale lui, con quelle tre sale cinematografiche lì, con quelle poltroncine dell’ammooooore lì… E con quella mannaia stronca-scocciatori lì, che il Board ammira e invidia dall’alto verso il basso and back… Avete capito chi si nasconde dietro il sipario del palco “Diamo-il-benvenuto-a”??!…. Sì, lui, l’unico e solo, the one and the only, direttamente da Corso Buonarroti, simultaneamente Antonio e Mastro, Mastro e Antonio, lui, crasisticamente nostro come nostra signora di Guadalupe, lui, il Cinema-fatto-persona-fatto-sala Mastrantonio!

Ebbene sì, Fellows! Con la mediazione dell’Anarcozumi — che fior fiore di eventi ha organizzato nel corso degli anni con l’Astra — il Board e Mastrantonio hanno finalmente rotto la cortina di ferro e silenzio che li divideva, e non hanno stretto un semplice patto di non-belligeranza (come si figurava il Board, memore dell’esperienza Ribentropp-Molotov), ma si son fatti una sanax risata, che è stata ben più istituzionale e funny degli hurra-hurra della Triplice Intesa.

Neo-Movier Mastrantonio, la tua iscrizione SPONTANEA e in perfetta autonomia attraverso il Baby Blog (“bellissimo” lo definì il Mastrantonio, e il commento sia vergato nei registri letsmoviani a beneficio della posterità :-)); l’interesse che hai dimostrato verso la nostra Let’s Movie Paradise Island (e verso le pagliacciate che il Board con tanta prolissa facilità scrive); e la tua promessa di seguirci nelle nostre peregrinazioni cinematografiche, ci hanno letteralmente spiazzato. Tu, con la tua gargantuesca mastrantonaggine sei una cine-istituzione a Trento, e noi temevamo un “No pasaran” o qualcosa del genere.… Invece la risata ha disteso gli animi, e io ho tirato un suspiria di sollievo… 🙂
Ora, non so bene se il Codice d’Onore delle Sale Cinematografiche ti permetterà di frequentare il Victor Victoria, lo Smelly Modena (che comunque sconsigliamo, a nostro discapito, per la notoria ostilità odorifera) e le altre location in cui si proiettano film random e che a noi piace tanto scovare, tra cui lo Spazio Off (ma sempre In ;-)) e i cine-camping nei cortili sparsi per la città. Immagino che questa tua carica pubblica, e anche un’ombra di conflitto d’interesse (ma proprio un’ombra, eh) non ti permetteranno di partecipare ai vari Let’s Movie in giro per Trento. Ma se non altro abbiamo la certezza che non mancherai MAI quando proporremmo dei Let’s Movie all’Astra… Non mi pare mica poco come patto d’acciaio… 🙂

Testimoni assoluti (e fortunatissimi) della stretta di mano Board-Mastrantonio, la citata raffreddata Anarcozumi, il Fellow D (che ha sconfitto il divano risucchia-ricercatori e ha guadagnato Cristoré contro ogni aspettativa del Board) e un altro neo-Movier che siamo onorati di accogliere fra noi — ‘sta settimana affari d’oro alla Fellows’ Volksbank.

Conosciuto al Let’s Movie Marriage dei Fellow Giuly Jules e Pilo sabato scorso, Patrizio assume la letsmovie-identity di Patric Le Chic: come porta lui le camice con collo simil coreano, bottoncini a coppie lungo la chiusura ed effetto plissé sul davanti, be’, cari miei cari, non le porta nessuno! Arredatore e cinefilo, è uno che mangia pane, Polanski e poltrone Frau :-)… Insomma, con questi ingressi d’eccellenza, Let’s Movie potrebbe anche assumere insospettate connotazioni “prestige”…

Ma lasciatemi sfogare questo fiume di elogi per “Carnage”: è una settimana che è lì che preme e preme contro la diga della pazienza di quelli che m’incontrano e si sorbiscono i miei 1000 Watt di “Devi TROPPO andare a vedere Carnage!”.

Dunque da dove comincio? Be’, dall’unità di luogo, da dove sennò? Hitchcock docet, e pochi, pochissimi hanno avuto e hanno il coraggio di seguire i suoi insegnamenti, perché provateci voi, a girare un film in una stanza, al massimo due… Provateci a misurare ogni espressione con il bilancino, ogni sguardo, ogni singolo movimento del viso e del corpo. Costretto a rimanere dentro quattro mura sceniche, il regista si trova parallelamente obbligato a incastonare la recitazione dentro una struttura architettata al dettaglio, ma senza per questo permettersi di far risultare il tutto strutturato, o architettato. Lì sta il difficile: ricreare la natura(lezza) dentro al cemento armato. Nella forma, “Carnage”, è proprio questo: un impianto (‘na macchina da guerra!) di tempi di recitazione rispettati al millesimo di secondo e di pause che paion cronometrate, il tutto racchiuso in una guaina tuttonudo dove tout-se-tient (de Saussure mi ama qui, je le sais). E si vede lontano un miglio che “Carnage” nasce come pièce teatrale — se vi interessa il titolo è Le Dieu du Carnage, di Yasmina Reza.

 I personaggi si muovono con la dialettica ― più che con il corpo ― all’interno del rispettabile spazio brooklyniano che li delimita. E infatti lo scopo è proprio dimostrare, nel corso del film, il rapsodico — non graduale eh, rapsodico — deboArdamento dai limiti imposti dall’etichetta civilizzatrice e perbenista della società occidentale contemporanea. Rapsodico, dicevo, perché non c’è una gradualità nel progetto di sfacelo che seguono i personaggi — non un dall’ordine-al-disordine-passetto-dopo-passetto, per intenderci. Ed è qui che sta il film. Si passa dai convenzionalismi più estremi sulla squisitezza di un dolce o “l’intensità” di un qualche artista trendy che finisce per -oscka, alla brutalità massima di commenti tipo quello del marito che definisce il lavoro della moglie impegnata nella stesura di un libro sul Darfur la sua “cotta per quei negroni del sud” (!), per poi ritornare al garbo ghandiano di espressioni come “La cultura è la forza che spinge verso la pace” e ripiombare negli abissi scioccanti di un meraviglioso “Io mi ci pulisco il cu*o con i suoi diritti umani” . Non è un Bolero di Ravel, non c’è una costruzione per cui il caos monta pian piano fino a esplodere nel finale. È piuttosto una jam session, in cui il caos è inserito nel non-caos, a sua volta collocato in un super-caos che tuttavia ha un suo qualche ordine sparso interno (un premio a tutti quelli che mi hanno seguito qui…). E non a caso la scena MONDIALEMAGISTRALE del vomito è collocata poco dopo l’inizio e non funge da classico “inizio della fine”. Il vomito non è altro che l’ennesimo “colorito” (quantomai double-face come espressione…) “colorito” momento di animalità che accentua lo scompiglio, ma che comunque non lo determina. (Stando al Bignami della Psicoanalisi il vomito è il gesto con cui il corpo si ribella alla mente e “rigetta” ciò che la mente lo ha costretto a tollerare…).

Immaginatevi lo spettatore! Lì che assiste a questo concerto noir — noir dacché Polanski assassina l’immagine dell’uomo “civilizzato” contemporaneo — assiste a questa lotta di quattro lupi travestiti da agnelli (tutti e quattro, a modo loro, sono wolves&lambs…Non a caso il titolo, “carneficina-carnaio”, che contiene vittime e carnefici…), mentre subisce un fuoco di fila di sensazioni contrastanti, tra cui vergogna, indignazione, solidarietà, assenso, sdegno, rabbia. Alla fine esci stordito, completamente stravolto all’idea di aver sbirciato dentro la quotidianità di due famiglie normali, metropolitane, bene, progressiste anche, e aver visto tanta piccineria, tanto provincialismo, razzismo, cinismo (e –ismi su -ismi). Tanto “noi”. E quanto può spaventare, riconoscersi in certi tratti? Quanta paura può fare l’effetto specchio? Nessuno forse l’avrà notato, ma il nostro Volponpolanski, che la sa lunga, ma lunga lunga, se la ride sotto i baffi a fondo sala di ogni sala cinematografica… Ci ha smascherato alla grande… E ha ottenuto — almeno con me — il massimo cui un regista può aspirare: vedere il proprio spettatore uscire dal cinema con mollto più di quanto si era aspettato di ricevere. E guardate che quando il Board parte con delle aspettative, è la ROVINA…. 🙁

Quindi my 105 Fellows, vi prego, andate a vedere “Carnage”. Se non per me, fatelo per Kate&Jodie, una coppia di attrici la cui interpretazione raggiunge qui dei livelli di bravura imbarazzanti — e con loro anche l’esilarante, odiosissimo, Christoph Waltz.

Sì sì, vi ho convinto, ho capito, ora vado avanti, vado, non spingete dai… 🙂

Per questa settimana riprendiamo il filo sull’immigrazione che avevamo lasciato a “Io sono Li” e proponiamo

TERRAFERMA
di Emanuele Crialese

Uff, qui però parto con qualche piccola perplessità… Forse perché il Festival del Cinema di Venezia è stato un po’ inclemente con il film, che ha suscitato pareri discordanti nel pubblico e nella critica… O forse perché ho una passione tutta appassionata per “Nuovomondo”, un capolavoro di visionarietà e realismo, speranza, tenerezza e sofferenza che mi conquistò quando uscì nel 2006 e che sarà difficile eguagliare….
Comunque stiamo a vedere…. Per ora, go Emanuele, go go go… 🙂

E questa settimana mi mantengo sul breve… Ho sentito dire che la mail di domenica scorsa, tra brainstorming nel CdA, matrimoni e maratone, ha popolato il vostro sonno con strane creature di rosso vestite che battevano i piedi neropuffo davanti un macellaio buono issando bandiere bianche verso Roncabronx…. Bah… 🙂

Quindi ora vi saluto, my phenomenal Fellows, vi scarico ‘sto minivan di riassunto là sotto, e vi mando dei saluti che stasera, visto l’incipit, sono emine(me)ntemente cinematografici*.

Let’s Movie
The Board

* http://www.youtube.com/watch?v=xAv0gt7cqtY , per la felicità della Honorary Member Mic… 😉

TERRAFERMA: Un’isola siciliana di pescatori, quasi intatta, è appena lambita dal turismo che pure comincia a modificare comportamenti e mentalità dei suoi abitanti. Al tempo stesso, è investita dagli arrivi dei clandestini e dalla regola nuova del respingimento: la negazione stessa della cultura del mare che obbliga al soccorso. Proprio in questo ambiente vive una famiglia di pescatori composta da un vecchio di grande autorità, una giovane donna che non vuole rinunciare a vivere una vita migliore ed un ragazzo che, nella confusione, cerca la sua strada morale. Vengono tutti messi di fronte ad una decisione da prendere che segnerà la loro esistenza.

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