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LET’S MOVIE 404 da NYC commenta “STYX” di Wolfgang Fischer

LET’S MOVIE 404 da NYC commenta “STYX” di Wolfgang Fischer

MoMA Moviers,

Non quello solito, l’isolato nell’isolato tra la 53esima e la 54esima, la Sesta e la Quinta Avenue. Quello nuovo. “The new MoMA. The reimagined museum”, come si grandeggia qui.

Da un bel po’ di tempo il MoMA sta lavorando a questo lifting. Nel corso degli ultimi mesi, alcune sale sono state chiuse, e una parte dell’isolato in cui si isola, è fasciata da impalcature dietro cui si celano chissà quali chirurgici misteri. Questo restyling avrà una ripercussione non da poco sulle attività del museo — e sulle mie abitudini — giacché, è notizia di qualche settimana fa, il museo chiuderà per la bellezza di 4 mesi abbondanti, dal 15 giugno al 20 ottobre, dell’anno in corso d’opera.

La notizia è stata accolta con sommo sgomento dai sui Membri, sgomento capitanato da quello della qui presente, che del MoMA, come sapete, ha fatto la sua seconda casa.
Questo, per vari motivi.

Innanzitutto, il museo è un po’ come la metropolitana. Non chiude mai. O meglio, chiude a Natale, il primo dell’anno e il giorno del Ringraziamento. Ma per gli altri 362 giorni, spalanca sempre le porte al mondo. È una bella sensazione. Una bellissima sensazione. Infonde calore, sollievo, come un esemplare unico d’estate dopo una mandria d’inverni tutti uguali.
Poi l’offerta. I talks. E i film, come dico sempre. Racchiusi dentro rassegne spalmate su tutto l’arco della giornata. Così se siete un’infermiera che fa il turno di notte, si ritrova temporalmente sfasata, e proprio non riesce a dormire al mattino o nel primo pomeriggio, potete infilarvi in una matinée. Oppure se siete dei comuni mortali da nine-to-to-five, potete portare tutta la vostra comune mortalità allo spettacolo delle 6 pm, che vi regala anche l’ora di mezzo per il commuting.
Per le amanti della notte, c’è lo spettacolo delle 7:30 pm, che okay, non è proprio notte, ma il museo dovrà pur chiudere, a qualche ora, per ripresentarsi l’indomani, in piena forma, gisuto? Quindi, l’amante notturna qui presente sta zitta e non si lamenta.

Certo ho capito che non tutto quello che passa per il convento del MoMA, è arte. Questa è stata una verità dura da accettare. Il MoMA, per noi europei — o perlomeno, per me — ha sempre rappresentato lo scalino più alto dell’olimpo museologico. La terra promessa ambìta da ogni artista e la meta di ogni turista pazzo di New York — il 99,99% dei turisti sono pazzi di New York, o dell’idea che hanno di New York.
Quindi, vederti passare filmetti di quart’ordine, filmetti che nella traversata verso la cinematografia di qualità occuperebbero si e no un posto in cambusa, vederteli passare su uno dei due teatri del museo, solo perché legittimati/blasonati dall’etichetta “produzione indipendente”, oppure “regista burmese” oppure “progetto LGBTA” — dove la A finale di recente acquisizione sta per Asexual, e fra un po’ si aggiungerà anche la L di Liquid, visto che l’ultima frontiera toccata dai maniaci delle etichettature identitarie è “Liquid” di “Gender-liquid”, e noi finiremo tutti stampigliati come quarti di manzo — vedersi questa robaglia, ti fa cadere le braccia molto più che se la vedessi in un cinemino d’essai o in un multisala da blockbuster.

Sì perché il MoMA fa le marchette. Sì, anche lui. Verso novembre, fino ai primi di gennaio, si svolge una rassegna chiamata “The Contenders”, che ripropone i film che hanno riscosso successo di critica e di botteghino. Tra i titoli proposti nell’ultima edizione, “Mission Impossible”. E non intendo il primo, che potrebbe essere considerato archeologia degli action movie. L’ultimo, “Mission Impossible – Fallout”. Io non sono per le porte chiuse agli action movies, per carità. Ma comunque tu sei il MoMA, e uno straccio di selezione, diamine, la devi fare.

Tra le varie iniziative, ci sono le “Members Previews”, le visite alle mostre in anteprima, e le “Member Early Hours”, per i membri usignoli a cui piace avere un’ora di museo tutto per sé, dalle 9:30 alle 10:30 am, oppure le “Member Night Hours”, per i membri allodole — e le amanti della notte — a cui piace avere due ore di museo tutte per sé, dalle 6:30 alle 8:30 pm.
Io che sono un’allodala, preferisco sgattaiolare nella fascia serale. Ed è un privilegio assoluto, avere un museo tutto per sé. Or well, quasi tutto per sé. I Membri del MoMA non sono esattamente quattro gatti, né quarantaquattro, né quattrocentoquarantaquattro, ma ben di più. Ma il museo è grande, e ti capita di trovarti spesso da solo in una sala con Pollock. Oppure Hopper. E in quei momenti io credo di essere la persona più ricca della terra, più sana della terra, più benedetta della terra. Credo che i collezionisti perseguano quella sensazione, quando vogliono a tutti i costi una tela, e sono disposti a sborsare milioni.
Non so, tuttavia, se sia lo stesso. Personalmente, considero l’arte un bene dell’umanità, non del singolo. Forse io mi sentirei male ad avere un Giacometti tutto per me, a respirare tra le crepe di un cretto di Burri. Dico forse perché non ne ho l’assoluta certezza. Così come so che probabilmente svilupperei un’addiction per il gambling se mi avvicinassi con troppo cash a un tavolo da black jack, allo stesso modo potrei cadere nel vortice del collezionsimo selvaggio.
A volte è un bene che certe strade ci siano precluse.
Opportunity makes a thief, si dice anche in inglese.

Ovviamente ci sono vari livelli di Membership. Fino a qualche giorno fa, io, da basica quale sono, ero il basic member.
Il profilo del basic member? Dunque, il membro basico, oltre a non essere affatto acido (!), vuole sostanzialmente avere accesso illimitato al Museo, fare l’usignolo o l’allodola nelle mattinate e nelle serate in cui il MoMA lo consente, vedersi i film gratis, e partecipare ai talks.
Non è interessato a party, eventi speciali, cene al museo, tour personalizzati con i Chief-Curator e tante altre iniziative risesrvate ai membri di livello avanzato e avantissimo che cacciano molti dollari, moltissimi dollari all’anno.
Fruitori bulimici, noi membri basici siamo per il tanto e subito. Quelle finezze da palati dell’Upper East Side non fanno per noi.
Sono assai fiera di appartenere alla plebe delle membership. Tira fuori il bolscevismo che è sepolto in ognuno di noi — c’è un po’ di Lenin in ognuno di noi, dopotutto.
Questo è stato così fino alla settimana scorsa, quando la mia membership da operaia è scaduta.
E con l’astuzia, ho tentato l’upgrade — c’è anche un po’ di Adam Smith in ognuno di noi, dopotutto.
Ho scoperto che c’è una splendida membership riservata agli artisti che costa 35 miseri dollari all’anno — contro gli 85 dei basici — e che il MoMA la rilascia a chi opera nel mondo dell’arte.
Ora, io non sono un’artista visiva, questo si sa. Ma poeto. E la poesia non è forse una forma d’arte?
Armata di questo silloggismo, micidiale nella sua semplicità, tiro i miei dadi e vedo se la fortuna mi assiste.
Tutto sta a chi incontri al desk delle membership. Se incontri l’americano che applica il regolamento alla lettera, oppure se incontri l’americano che è disposto a bersi il tuo sillogismo, micidiale, e dolcissimo, nella sua semplicità.
Trovo la seconda categoria. 🙂

Quindi da una settimana sono un “Member Artist”. Questo nuovo livello non solo ti permette di risparmiare 50 dollari, ma anche di beneficiare di altri privilegi riservati ai Membri di livello superiore. Quindi ora mi arrivano inviti per eventi dai quali prima, come bolscevica basica, ero bandita.
Fra questi, giovedì, una conversazione: “New MoMA: Member Conversation. Ann Temkin, The Marie-Josée and Henry Kravis Chief Curator of Painting and Sculpture, in conversation with Peter Reed, Senior Deputy Director for Curatorial Affairs”.
Come vedete, ci tengono molto, alle cariche.
“The conversation will be followed by a reception in The Agnes Gund Garden Lobby”.

A me, del ricevimento, interessava quanto a Donald Trump interessa il nome corretto di Tim Cook (!). Ma l’idea che l’atrio principale del Museo, quello che dà sul giardino interno, quello che sorge sotto la scalinata nera stile Bauhaus che porta ai piani superiori, l’idea che quell’atrio lì fosse allestito a banchetto, con i Membri higher-level scivolassero tra flute di champagne e bicchieri in cui far volteggiare il porto, disquisendo dello scarto fra Transavanguardia e Postavanguardia, tutto questo mi faceva pregustare un momento tra realtà e cliché che non avrei voluto perdere.

Allora giovedì sera, vado al talk e prendo posto nel teatro 1 del MoMa. Intorno a me non ci sono quattrocentoquarantaquattro membri, ce ne sono molti meno. Un centinaio.
La selezione, ammica Darwin verso Adam Smith.

Il Chief Curator, Peter Reed, è una pasta d’uomo. Molto amabile, voce ovattata, tranquillità rodata da anni di problemi risolti, di scazzi dissolti nell’acido dolce della diplomazia. Ci spiega di come il New MoMA diventerà una “multi-medium institution” che mescolerà espressioni artistiche diverse. Questo perché gli artisti sono, di per se stessi, delle “multi-media creatures”.
Io annuisco e annoto, ben detto Peter.
Molto spazio sarà dedicato al cinema — e io salivo — e a modalità sorprendenti di come affiancare cinema e arte visiva. Poi iniziative legate alla danza.
Dopo aver estenuato il concetto della multi-medialità passandolo per il tritacarne della sinonimia — mescolare, combinare, fondere, associare, unire, coesistere, convivere, e naturalmente “cross-pollinate”, l’amatissimo verbo della contaminazione spogliata da ogni accezione negativa — Peter lascia la parola a Ann Temkin.

Ann è una di quelle donne che hanno perso la donna dietro il ruolo che sono diventate. Capo curatrice della sezione pittura e scultura del primo museo del mondo non dev’essere una passeggiata, quindi capisco la perdita. Tuttavia, perdere una donna per un ruolo, è un lutto nero e proprio.
Giacca lunga sopra gonna lunga, taglio Gestapo, ma sartoriale. Un Donna Karan, a occhio. Capelli cortissimi e arancione Cheetos. Occhiali in pendant, che non toglierà mai, preferendo tenerli sulla punta del naso e guardando noi del pubblico da sotto in su, come il professore di latino dell’inconografia classica, che non aspettava altro che ucciderti chiedendoti la proposizione completiva.
Il viso di Ann è una landa post-nucleare dove un’esplosione atomica si è portata via ogni forma di sorriso. Quello che riesce a mettere insieme, con grande e visibile sforzo, è una smorfia che le contrae il viso, congelandoglielo in un’espressione da strega. Le streghe quelle vere, vive e vegete, non le donne bruciate al loro posto nel Medioevo.
Ann spreme lo spremibile dal concetto dello spazio multi-medium. Ma ci parla anche delle giustapposizioni che verranno proposte. Tipo affiancare Remedios Varo a Giacometti — e io salivo, salivo. Oppure ci promette che artisti ignorati — soprattutto donne — si prenderanno la luce che meritano, come Tarsila do Amoral — davanti a “Moon”, proiettato sullo schermo, salivo, salivo e salivo.
Si premura anche di sottolineare, che dopo aver visto il New MoMA, tutto il resto ci parrà vecchio.
Al ché io freno, piano, Ann, piano, don’t count your chickens before they hatch — che da noi si dice il gatto nel sacco, e qui usano le galline e la cova.
Capisco accendere le aspettative, ma finire bruciati è un attimo.

Finalmente aprono il Q&A.
Io ho una domanda che mi preme da dentro come un dente del giudizio — quando il biografico invade il meaforico…
Due membri più rapidissimi di me, alzano la mano.
Spero che mi lascino il tempo di parlare.
“We have time for one last question”, rintocca Peter, e il valletto con il microfono, viene dalla mia parte.
Grazie, Peter. Grazie, valletto.

La mia domanda mi sembra talmente banale, talmente elementare che spero di non suscitare l’ilarità generale. Se poi la susciterò, pazienza, avrò compensato tutta l’ilarità morta sulla landa post-nucleare del viso di Ann.
Mi alzo, mi schiarisco la voce, ed esordisco dicendo che sono italiana, quindi sentiranno un po’ di accento. Lo dico sempre. In qualche modo mi aiuta a superare l’incoscienza che mi spinge a buttarmi, porre una domanda davanti a una platea di Membri d’elite del Museo numero uno al mondo.
Se non è incoscienza questa…

“Avete parlato di spazio in cui convivranno tanti medium artistici diversi, e ne sono entusiasta. Tuttavia, ho notato che nessun riferimento è stato fatto alla parola. La parola scritta, intendo. La parola è senz’altro un medium artistico, e non solo perché tanti artisti l’hanno utilizzata nelle loro creazioni — penso ai Futuristi — ma anche perché abbiamo la poesia. Ecco, mi chiedevo, ci sarà uno spazio dedicato anche alla parola, alla poesia? Se non ci sarà, magari potreste metterlo in lista per il nuovo MoMA del 2040”.
Va sembre bene concludere con dell’ironia 🙂
E naturalmante la domanda è una domanda interessata.

“That’s an excellent question”, dice Peter, guardandomi dolcissimo. Una dolcezza dietro cui leggo del panico, perché ho toccato un punto su cui non possono dire nulla. Peter guarda Ann, che gli siede accanto come un blocco di ghiaccio. “Non so, Ann, quanto possiamo rivelare su questo punto…” Ann rimane impassibile. Non mi guarda nemmeno, e per fortuna: se l’avesse fatto, io, a quest’ora, starei in un posacenere.
Peter continua “Non possiamo dire molto, ma posso assicurarti che rimarrai soddisfatta da quello che vedrai…”. E poi, per qualche minuto, loda il potere della parola e i punti di contatto della parola con le arti visive.
Ann aggiunge qualcosa che non c’entra assolutamente nulla, e così si conclude il talk.
Peter ci invita tutti nell’atrio per il ricevimento “e further talking”.

Appena mi alzo, tre o quattro persone del pubblico mi si avvicinano e mi dicono “Bellissima domanda, in effetti è vero. Hanno parlato di tutte le forme d’arte, e non hanno parlato delle parole….”
Infatti.
Io ringrazio tutti, e un po’ mi tremano le gambe. Anche se continuo a credere che la mia domanda sia di una logicità, di una banalità, da terza elementare.

Dietro di me, una vocina piccola piccola.
“Allora sei italiana? Da dove?”
Mi giro e mi trovo una signora di mezza età, piccola piccola come la sua voce. Sembra uscita dagli anni ’70. Maglione anni ’70, capello anni ’70, borsa anni ’70. La sintesi tra Shirley e Laverne di “Shirley & Laverne”.
Si chiama Kathleen, e tempo due minuti, capisco che è uno spasso. Avvocato, originaria della California ma newyorkese di adozione, ha frequentato la seconda media a Trieste, e parla un’italiano che i miei studenti si sognano nei loro sogni più spinti.
“Domanda bellissima. Coraggiosa, alzarsi in piedi davanti a tutti, brava!”
Quando un americano declina “bravo”, capisci che ne sa di italiano.
Parliamo fitto fitto raggiungendo il ricevimento.
Il ricevimento consta in vasi di porcellana bianca a forma di vaso per gerani, pieni di popcorn. Da bere, prosecco e acqua naturale.
Ricevimento??
Mr MoMA, vediamo di rivedere i fondamenti delle politiche ricettive, eh.

Sentendoci parlare italiano, un’altra donna di mezz’età si avvicina.
“Italia, bella”.
Eccoci risprofondati nell’anglofonia più buia.

Viene fuori che è una rilegatrice di libri antichi del Regno Unito, e che si chiama Griselda.
Ho passato alcuni mesi a Roma, molti anni fa, spiega Griselda.
Ci racconta questo aneddoto.
Al controllo passaporti dell’aeroporto, un poliziotto le dice: “Griselda, come quella del Boccaccio”. Allora lei chiede se in Italia tutti leggono il Boccaccio. Certo, le risponde il poliziotto, in Italia tutti conoscono Boccaccio.
Griselda aggiunge che lei non conosce Boccaccio, non sa che Griselda è un personaggio di una delle sue novelle — peraltro “l’unica noiosa, l’unica che si comporta bene!”, commenta Griselda, ridendo.
Il padre le aveva dato quel nome perché Griselda era un personaggio dei “Canterbury Tales” di Chaucer.
Dopo aver sentito di Boccaccio, Griselda si è letta il “Decameron”.

Io le dico con non poco orgoglio che il “Decameron” è uno dei libri più divertenti della letteratura italiana e sì, certo lo conosciamo un po’ tutti, chi più chi meno — qui ritocco, non so, in verità, quanti l’abbiano letto…
Dentro di me, m’inginocchio al cospetto di quel poliziotto, e lo ringrazio. Lo ringrazio per aver portato la letteratura, all’interno di un cubicolo controllo-passaporti di un aeroporto, e per averla divulgata a modo suo.

Sentendoci parlare italiano, si avvicina un signore distinto, si complimenta per la mia domanda e mi chiede di dove sono. Viene fuori che si chiama Ross, ma il suo nome non è davvero “Ross” all’americana, è Rosario, all’italiana: suo nonno emigrò da Garlasco.
E giù che finiamo a parlare di Pavia, che si dice Pavìa e non Pavia!

E poi, con gran godimento, critichiamo il MoMA, e il talk, dall’alto della nostra Membership d’elite.
…Perché lui, Peter, anche bravo e a modo eh, ma lei, lei un’arpia d’altri tempi… Comunque dovrebbero migliorare il sistema di prenotazione biglietti online, non ci si capisce niente… E poi dovrebbero darsi una regolata con i film dì gran nome e infima qualità, certi obbrobri… E poi “Mission Impossible”? Seriously??… E poi vabbé, anche chiudere quattro mesi, cioè, quattro mesi…
Come faremo quattro mesi??

Insomma, con questo MoMA, ci diamo giù di mazzate e carote. Più mazzate.

A evento finito, esco sulla 54esima, nel gelo di marzo, e rido. Rido come una scema, pensando alla favola di serata fra il cavalier servente Peter, la strega Ann, la boccaccesca Griselda, l’avvocato minuscolo Kathleen, con il passato triestino, che mi abbraccia tre volte prima di lasciarmi andare, ma non prima di avermi dato il suo biglietto da visita, accompagnato da “Scrivimi, vediamoci!”.
E il gigante MoMA ridotto a cavia sotto il nostro bisturi da Member d’elite…

Questa settimana sono andata, dopo parecchio tempo, nel tempio dei film d’essai di New York — il Film Forum. Zona Greenwich Village. L’occasione mi si è presentata perché davano “Styx” di Wolfgang Fischer, un film apparentemente piccolo piccolo ma decisamente grande grande, che non volevo assolutamente perdere.
Ogni tanto ci vedo giusto: “Styx” è una delle migliori opere sull’immigrazione che io abbia visto negli ultimi anni. Se non la migliore. Di gran lunga migliore dell’osannato “Fuocoammare”.

Presentato al Festival del Berlino e al Toronto Film Festival 2018, “Styx” si apre a Gibilterra con un’inquadratura — molto molto intrigante — di due scimmie che camminano a piede libero per la città. Dopo i primi cinque minuti, ci trasferiamo in Germania, dove incontriamo una donna intorno alla quarantina. Una dottoressa, Rikke, intenta a salvare una vita, in ambulanza. Ritorniamo a Gibilterra, dove la vediamo caricare di viveri la sua barca a vela. È in procinto di partire in solitaria per raggiungere un’isola tropicale al largo di Sant’Elena. Un’isola frequentata da Darwin — e già cominciamo a tracciare alcune righe fra le due scimmie del meraviglioso prologo, e la meta della dottoressa…

Noi pubblico salpiamo con lei. Rikke è sola, e a noi del pubblico piace fare compagnia a personaggi soli, specie se in mezzo all’Oceano. Il regista è stato furbissimo: ha adottato un setting molto intimo e chiuso — la barca — nonostante il contesto a cielo aperto in mezzo al mare.
Rikke è una tostissima, fa tutto: la marinaia, la capitana, legge libri con illustrazioni delle foreste che pregusta di visitare di lì a poco, e quelle stesse foreste, le sogna pure.

A un certo punto, la quiete del suo trantran marino s’interrompe. Rikke avvista in lontananza un barcone di immigrati che si sbracciano verso di lei e che, a poco a poco, si gettano in mare.
Rikke capisce subito, e avverte la guardia costiera, che le intima di non fare nulla, e di proseguire la sua rotta come se niente fosse.
Rikke, tuttavia, vede un adolescente flottare stremato vicino alla sua barca e lo soccorre.
E lì cominciano i dilemmi per Rikke. Cosa fare? Andare a salvarli? Ma non è equipaggiata per salvare tutte quelle persone. Tirare dritto? Ma sono persone. E stanno morendo.
La guardia costiera, nel frattempo, tarda a mandare i soccorsi.
Rikke vede sul monitor satellitare che un’imarcazione più grossa della sua si trova a poca distanza dal barcone. Benissimo, loro sono attrezzati per il salvataggio.
Chiama e dice, salvateli.
Dalla nave però, le rispondono che non vogliono grane. E loro, che avrebbero l’obbligo di fermarsi, tirano dritto.
Nel film nessuna nazionalità è specificata. E questo per evitare facili indici puntati contro quel paese o quell’altro, rendendo particolare una storia che si vuole universale.

Nel frattempo il ragazzino, Kingsley, si risveglia, e vuole convincere Rikke a tornare indietro. C’è la sua famiglia su quella barca, come può non fare niente?
Rikke è combattutissima tra il dovere legale e il dovere morale.
Dopo un colpo di scena che il pubblico non si aspetta minimante e che ben riassume la tensione emotiva tra i due, che incarnano le due posizioni opposte di soccoritori e soccorsi, Rikke decide di agire. La decisione è un altro colpo di scena che dimostra quanto perversa possa essere la macchina dei soccorsi: se la guardia costiera temporeggia e non vuole agire per salvare una bagnarola di poveracci africani, di certo si muoverà se la barca in pericolo è la sua, se la vita in pericolo è la sua, un medico benestante, europeo, bianco.
Quindi perché non dare l’SOS “Sto affondando”?

Il finale ribalta l’inizio. Rimango vaga per non svelarvi troppo, ma posso dirvi che Rikke diventerà lei stessa migrante…

Il film sfrutta la potenza dell’allegoria e l’immedesimazione tra protagonista e pubblico: ti chiedi tutto il tempo “e io? Io cosa farei al suo posto?”, e capisci che non potresti mai, mai, mai, tirare dritto, perché, caspita, sono vite umane quelle, e non lasci affogare vite umane in mezzo al mare perché una legge te lo vieta. Ecco dove sta l’allegoria. “Styx” è l’istantanea del momento storico che stiamo vivendo, con la tragedia umanitaria che si sta compiendo a ogni barcone colato a picco, a ogni porto sbarrato.
Il film non è buonista, è rigorosissimo, parchissimo di parole — non più di un centinaio nel corso della storia. Non prende posizione. Sei tu, spettatore, che la prendi, guardandolo. E questo deve fare il cinema. Non spiegarti alcunché, non dirti cosa pensare, ma mostrarti una realtà, e farti sprofondare coi piedi dentro quella realtà.
Sulla barca a vela non c’è Rikke, ci siamo noi.

“Styx” è lo Stige, il fiume che attraversa l’inferno dantesco. Quale titolo migliore? Il mare può essere una bellissima autostrada blu che ti permette di raggiungere l’isola dei tuoi sogni — come Rikke. Ma il mare, oggi più che mai, può essere anche un fiume invernale, la cui traversata non è un’impresa solo fisica, ma anche etica, spirituale, dalla quale l’immigrato esce bruciato, segnato nel profondo.

Credo che il film sia già uscito in Italia. Quindi cercate di recuperarlo da qualche parte!

Per oggi è tutto, Moviers. Il MoMA mi ha preso un po’ la mano e sono andata un po’ lunga… Mi perdonate? 🙂

Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti d’uopo, e saluti, multimediamente cinematografici.

Let’s Movie
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Mitrasferisco Moviers

no no, tranquilli, non ritorno a Trentoville (!), né punto a Miami Beach — per quanto sapere di averla a 2 ore e 50 minuti di aereo è un pensiero molto ghiotto con cui solleticarsi l’immaginazione. Mi trasloco, ovvero, trasloco me medesima e tutti i miei effetti/affetti personali, sapete dove? Nel quartiere a cui guardo con la bocca bavosa e lo sguardo sognante si da quando abito a New York City.
C’è da dire che questo mi capita con parecchie zone di questa città. E mi piace l’idea di trasferirmi, prima o poi, in tutti questi quartieri e di viverli da inquilina, non solo da soggetto ambulante che li attraversa in lungo e in largo. La classifica di questi quartieri include, in testa, la santa trinità delle mete abitative newyorkesi. Inarrviabili, e non geograficamente. Finanziariamente. SoHo, Chelsea, Greenwich Village. Belli e impossibili più di qualsiasi macho con gli occhi neri e al sapor mediorientale. La santa trinità la lasciamo, per il momento, a popolare il regno dei cieli immobiliari… Seguono a ruota il l’East Village, quartiere storico in cui tutti gli artisti/aristoidi, intellettuali, veri/presunti/mancati, dimorano e operano sin dagli anni ‘60. Anche se credo che il vero Est Village, che sconfina nell’altrettanto storico Lower East Side (LES) non esista più. Chi l’ha vissuto ne racconta in termini mitici. Quando c’erano la Factory di Andy Warhol — Decker Building, al 33 di Union Square West — e Allen Ginsberg, che bazzicava Washington Square Park decantado le sue poesie e tutti i locali che ancora esistono, il Caffè Wha?, la Minetta Tavern, il Caffè Reggio. E poi Madonna, Basquiat, Keith Haring, Kerouac, Bob Dylan, William S. Burroughs, Jackson Pollock, Tennessee Williams — devo continuare?? — bazzicavano tutti il Village. Ve l’immaginate come doveva essere? Quindi capirete che vivere lì, anche solo per tributo storico, è quasi un obbligo per chiunque abbia un briciolo d’arte nel cuore. Anche lui però come la santa trinità, è abbastanza off-limits. Se una volta gli affitti dei suoi loft post-industriali raggiungevano le poche centinaia di dollari, oggi sono schizzati a cifre stratosferiche. Persino i divi non si possono più permettere Manhattan e da qualche anno preferiscono Brooklyn, anche la Brooklyn profonda di Park Slope e dintorni, complice il maggior spazio a disposizione e la privacy — tra queste Anne Hathaway, Michelle Williams, Sarah Jessica Parker, Paul Giamatti e John Turturro.

Un altro quartiere in cui spero di poter piantare le tende, un giorno, è DUMBO, Down Under the Manhattan Bridge Overpass, quel pugno di strade ai piedi del Manhattan Bridge dalla parte di Brooklyn e affaccio sull’East River. Lì tutto sa di Sergio Leone e Martin Scorsese. Abitarvi è quasi impossibile, come abitare a SoHo, ma si spera sempre, you know.

Ma veniamo a quello che, dal 2/3 febbraio, sarà il mio nuovo quartiere. UWS. Upper West Side. Altezza 111esima e Broadway, quindi sostanzialmente rimango fedele alla parte West, e alla Broadway, googlatelo pure, 545 West 111th Street :-). Ma scendo a sud di 39 strade. Questo vuol dire che sarò a quattro isolati — QUATTRO — dal mio amor di Central Park, a un isolato dall’altro parco, quello sull’Hudson, il Riverside Park — con la mia amata ciclabile — e a un isolato dal Morningside Park — una fetta di limone di parco accanto alla Columbia University. Lei, la Columbia, è a cinque isolati 🙂

L’Upper West Side è un quartiere tranquillo e vivissimo con tanti locali, tante elegantissime brownstones, tanti elegantissimi palazzi Pre-World War I. Quelli con la tenda a cupola fuori, e il portiere dentro, in livrea. Non so come, ma è in uno di quelli che mi trasferisco. O meglio, so come. Craigslist. Craigslist è la piattaforma per annunci in cui trovate di tutto. Ma proprio tutto tutto. Dal bracciolo sinistro del divano IKEA tal dei tali, al loft in cui si celebra il poliamore (!). Tutte le case statunitensi che ho avuto in vita mia, le ho trovate su Craigslist, facendo slalom fra annunci farlocchi —i cosidetti “scam”— e gli annunci spassosissimi (“condivido monolocale con doccia in cucina a giorni alterni”).
I punti a favore dell’appartamento sono tanti. Ma due sono quelli che io definisco “killer” e che mi hanno steso appena lessi l’annuncio, in Florida. Stanza con bagno e “garden on rooftop”.
Ora voi dovete uscire dal vostro mindset immobiliare italiano in cui si dà per scontato quello che scontato, a NYC, cari Moviers, non è. Condividere un appartemanto con qualcuno e avere un bagno ciascuno è considerata una grazia di categoria “San Gennaro”. Altri doni divini che noi italiani ignoriamo, sono lavatrice e l’asciugatrice nell’appartamento. Ecco, finalmente non dovrò più scendere in nessun basement, con quelle luci al neon che prima o poi illumineranno qualche omicidio.
Nel nuovo appartamento, lavatrice e asciugatrice in cucina. E poi soggiorno pieno di luce, così come la mia camera, che ha una panca sotto la finestra, da cui si vede una di quelle cisterne dell’acqua che fanno di New York City, la città delle cisterne sui tetti. Lei sarà il mio nuovo faro — stay tuned for the pics, next week. 😉
In tutto questo, pagherò la metà dell’affitto che pago ora. Pagherò meno dell’affitto che pagavo a Trentoville. E questo perché è uno dei famosi e concupitissimi “rent-stabilized”, gli appartamenti a cui la città di New York ha pensato bene di congelare l’affitto, che altrimenti schizzerebbe a cifre assurde. L’Upper West Side è un’area molto ambita, e per questo molto molto MOLTO cara.
Il mio nuovo housemate è un agente letterario in pensione che naviga, va all’opera, viaggia tre mesi all’anno — questo significa casa libera tre mesi all’anno… — e che, in sostanza, si gode la vita.
Ovviamente il punto di forza sta tutto nel punto più in alto. Il rooftop. Arredato con sedie, sdraio, BBQ — in caso abbiate voglia di una grigliata. A me ovviamente interessano le sdraio — io ho sempre voglia di tintarella. 🙂 Specie se a vista Empire State Building, Chrysler Building e scorci di Hudson…
Ora lo so che mi odiate… Ma non fatelo! Ho passato molto tempo, nelle notti insonni newyorkesi, a cercare — e questo mi fa capire che l’insonnia, più che un punto storto da raddrizzare, sia una strada spianata verso il poter fare. Quindi prima o poi il premio doveva arrivare. E no, non avevo urgenza di cambiare. Casa mia ad Harlem mi piace. E il quartiere in sé, lo sapete, occupa una parte importantissima dentro di me. Sugar Hill mi ha adottato. Mi ha dato una raccolta di poesie. E’ la collina di zucchero su cui ho mosso i primi passi newyorkesi. Non scorderò mai la sua dolcezza. Il suo retrogusto amaro, anche — “Bitter Bites from Sugar Hills” viene da lì.
Ma vedete, a NYC ci si muove perché tutto si muove attorno è te, e perché vuoi migliorarti. E’ come essere parte di un sistema solare in cui l’immobilità non è data. Allora si passano le notti a fare mille cose, e in mezzo a quelle, cercare un nuovo spazio, perché lo spazio è il petrolio di questa città. Si cerca, si trova, si parte e si comincia una fase nuova. L’idea di comprare casa e rimanere per sempre in quella casa — “per sempre”, sentite il peso specifico presuntuoso, e illusorio, di queste parole? — l’idea di possedere “il mattone”, mi rimaneva incomprensibile anche quando ero in Italia. Mi sembra un po’ contronatura, o per lo meno prima dei 60 anni. Qui ancora di più.

Come dicevo, non è piovuta dal cielo, la nuova sistemazione. Ho visitato qualcosa come una decina di stanze. Venendo a contatto con individui tra la commedia dell’arte, la bipolarità e la depressione livello crack del ‘29.
Martzia, afroamericana sovrappeso che si vede tornare a casa il figlio divorziato, lo mette a dormire su una brandina nella sua camera da letto, e affitta quella che un tempo fu la di lui stanza. Siamo sulla 97esima e Columbus Avenue, un isolato da Central Park.
“Hai accesso al bagno, certo” — moltoumana Martzia — “Ma alla cucina no…. Certo ti procuro un mini-frigo e un micro-onde da tenere in stanza… Mica posso lasciarti morire di fame, giusto?”, aggiunge, con una risata che ha del malefico.
“Ma veramente io sono una muschi&licheni, al massimo bollo — bollisco?? — delle verdure…”
“Ah ecco perché sei così magra! Io sono a dieta, ma non ce la faccio sai… Non riesco a fare a meno dei dolci…”.
E lì io comincio tutto uno spiegone sull’importanza del movimento e l’aberrazione dei cibi spazzatura.
E concludo con un “Go for it, Martzia, you can do it!”. E lei mi guarda con quegli occhi mammiferi e spenna-coinquilino che non mi avranno mai.

Poi c’è stato David, israeliano, che fece fortuna in Florida, per poi perdere tutto e tornare a NYC, amareggiato come il Lucano. Anche in questo caso, sono stata attirata dalla location: 83esima strada e Broadway. Mi presento. Dopo avermi detto cinque volte che non vuole un’inquilina che si porti uomini in camera, e dopo averlo rassicurato dieci volte che non c’è pericolo, mi mostra un tugurio buio e lugubre in cui probabilmente sono morte delle persone. Ammazzate dal buio, s’intende: emorraggia fatale di vitamina D per mancanza di sole.
Mi racconta del suo falliemento, e di come detesti NYC.
Io guardo l’orologio che non ho e cerco di andarmene. Non tanto per il tugurio. Quanto per l’amarezza. Non voglio trasformarmi anch’io in un Lucano.

Poi è toccata a Uttara, ragazza indiana adorabile, con un bilocale pulito e luminoso sull’84esima, dietro Central Park. Con il terrazzino e la scala antincendio — che, capirete, fanno la cinematografia di NYC. Tanto adorabile, Uttara, quanto picchiatella.
Pratica newyorkese è quella di trasformare il salotto di un bilocale in una camera per un secondo inquilino, per dividere l’affitto — quello che si dice un “converted”. Solo che un salotto non è esattamente una camera… Quindi i newyorkesi, che lo sanno, s’industriano con paraventi, pareti mobili, e delle idiozie simili per creare della privacy laddove la privacy non è possibile. Lei, inamorata dell’Italia, era così entusiasta all’idea di averne una portatrice sana sotto il tetto, da essere tutt’un “we can do this, and you can put the bed here, and the desk there, and we will be all fine!”, tanto che poco poco mi convinceva. Poi, dopo l’estasi iniziale di pensarmi Audrey Hepburn sulla scala antincendio a intonare “Moon River”, ho realizzato che uno può certo rinunciare a tanto, ma non a tutto, soprattutto, non alle pareti. Alle pareti, Uttara, no!
Dopo essere rinsavita, mi sono liquidata nel nulla newyorkese.

E poi lui, lo psicopatico travestito da documentarista. Anche qui, mi innamoro della location. UWS, 79esima strada. Il che vuol dire 5 isolati dal Lincoln Centre, che è un po’ la mia terza casa — la seconda è il MoMA. Michael è sui 45, alto, magro, capello disgustoso raccolto in una coda bassa. Occhialetti con bordo di alluminio da pazzo intellettualoide. La casa puzza di fumo, d’incolto e di anni di ramazza mancata, di olio di gomito risparmiato e aria fresca bandita.
La camera sarebbe anche passabile, in sé. Ha anche lo sbocco su un piccolo terrazzo — a NYC una rarità tanto quanto la lavatrice in casa. Ma davanti alla porta finestra c’è uno strato di Domopack.
“La finestra non è isolata e il vetro è troppo sottile. La mia ultima coinquilina si lamentava degli spifferi…”, e così hai spacciato il Domopack per l’ultimo degli isolanti, ebbravo Michael, il delinquente dal braccino corto aggiungo io, rigorosamente fra me e me.
Apre un armadio di quella che dovrebbe essere la MIA stanza e mi mostra circa una spanna e mezza di spazio fra i SUOI vestiti. Io soffoco una risata circense.
Lì dovrebbero stare le mie sei valigie di vestiti. Scarpe escluse.
Ora capite la risata circense.
Su una parete del salotto in cui lui avrebbe dormito — sfruttando l’idea insana di Uttara e la filosofia “converted”— campeggia, a mo’ di quadro, un’uniforme da cameriera anni ’50.
“Mi serviva per un documentario… Poi mi piaceva e non sono più riuscito a disfarmene… Credo stia bene lì, non trovi?”
Un’uniforme da cameriera anni ’50 appesa al muro del salotto non è esattamente un Van Gogh.
Il cucinino e il bagno conservano talmente tanti strati di sporco che credo Michael stia prendendo parte a un esperimento archeologico in cui si monitora la stratificazione del sudicio nel corso dei decenni.
Farà delle scoperte sensazionali, ne sono certa. Ma io non presenzierò.
Quindi capite, Fellows, trovar casa non è semplicissimo. Ma ti permette di entrare in contatto con tutta la strana umanità che popola questa città. Chissà se qualche università ha mai pensato a un corso di antropologia immobiliare nello Stato di New York.

Ma veniamo a quello per cui dovrei scrivervi… Questa settimana sono stata al Lincoln Cinema Plaza — prima che lo chiudano, sigh — a vedere “A Ciambra”, dell’italo-americano Jonas Carpignano.
Presentato a Cannes alla Semaine de la Critique nel 2015 — nel 2015! — “A Ciambra” racconta della comunità rom di Gioia Tauro, in Calabria, e lo fa attraverso la vita di uno di loro, il quattordicenne Pio. Dopo che il fratello maggiore e il padre finiscono in galera, Pio incomincia a provvedere alla numerosissima famiglia. Per farlo, conosce un solo modo: rubare. Sale sui treni e scende alla fermata successiva con i bagagli dei passeggeri — l’incubo avverato di ogni viaggiatore. A piazzare poi gli oggetti rimediati gli dà una mano Ayiva, immigrato del Burkina Faso con il quale costruisce un rapporto d’amicizia, e che gli permette di entrare anche nella comunità africana, che occupa una parte di Ciambra.
Ma a un certo punto Pio si trova davanti al dilemma della coscienza. Tradire o non tradire l’amico per fare il bene suo e della famiglia? Amicizia nel giusto o famiglia nell’errore?

“A Ciambra” è un racconto di formazione che non fa sconti a nessuno, soprattutto al protagonista che subisce il processo della crescita e accoglie, quasi fatalisticamente, quello che esso comporta: il silenzio anche quando bisognerebbe gridare — denunciare, sarebbe il verbo. Fermare un ladro che ruba al tuo migliore amico, anche se quel ladro è tuo fratello. Ma ci sono gesti giusti che non si fanno, denunce che rimangono taciute, perché la famiglia è pur sempre la famiglia, ed è più forte di tutto, anche nella comunità rom, non solo a Corleone.
“A Ciambra” cammina su un filo di lana: quello tra il documentario e il film di finzione. Gli attori sono tutti non professionisti in pieno stile neorealista, ma il film non è un documentario. E’ fiction, c’è un copione: un esempio riuscito di cinéma vérité che ricorda da vicino quello dei fratelli Dardenne. Oppure dei Taviani di “Cesare non deve morire”.
Facciamo fatica a capire Pio. Parla una lingua meticcia fra italiano, dialetto calabrese e rom che mescola tutte queste derivazioni in un pastiche molto contemporaneo. L’empatia, però, ci permette di capire i gesti che compie. I furti, gli espedienti che trova per mandare avanti la famiglia mentre il pater familias è in galera. Pio attraversa quella terra di mezzo che è l’adolescenza —in cui non sei più bambino ma non sei nemmeno un uomo — vivendo in una terrra di mezzo tra Italia e non-Italia, un luogo in cui le regole sono scritte a voce dal clan, dalla tradizione. E’ un film difficile, con un finale da romanzo verghiano, reso cinematograficamente in maniera molto efficace. Un bivio, l’infanzia da una parte, l’età adulta dall’altra, Pio in mezzo. Incedere verso l’età adulta sarà quasi scontato. E il peso di questa scelta obbligata, la nostalgia che sappiamo comporta, rimanda a quella che tutti noi abbiamo provato, lasciando andare l’infanzia per buttarci nel mondo dei grandi, dove tutto è più fosco, più complesso, più faticoso.

Per due ore siamo sprofondati nello squallore di questi condomini abbandonati e occupati illegalmente, siamo tra indumenti dozzinali e frusti, grida, polvere e sporcizia. Carpignano non censura la macchina da presa, e sa regalarci una fotografia splendida, pur nel degrado. Guarda tutto, registra tutto, ripropone tutto.
Non ci meravigliamo che il film non sia entrato nella rosa dei candidati ultimi per miglior film straniero ai prossimi Oscar. E’ un film troppo spiccatamente non americano per farcela. Con tempi allungati — direi troppo — con una lingua che rende la comprensione assai difficoltosa, persino l’italiano.
Eppure c’è un certo lato visionario, che si manifesta attraverso la figura di un cavallo, simbolo di una libertà che Pio sogna, e che si allontana da lui, man mano che il film procede. Che la sua vita procede.
Se volete un film che catturi uno spaccato sociologico dell’Italia contemporanea, “A Ciambra” è il film che fa per voi. Ma non vi aspettate di uscire dal cinema con il cuor leggero.

E anche per oggi è tutto, Fellows.
Siamo arrivati a esaurire lo spazio del Frunyc II — a cui ho aggiunto alcuni commenti, nelle ultime foto — quindi inauguriamo solennemente il Frunyc III. E per i nostagici, il Frunyc I… 🙂

I miei ringraziamenti sono qui fra le mie mani, e i mie saluti, quelli, sono locatariamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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Let’s Movie CIII

Let’s Movie CIII

ALMANYA – La mia famiglia va in Germania
di Yasemin Şamdereli
Germania, 2011, 97’
Giovedì 26/Thursday 26
21:00/9 pm
Astra/Mastrantonio’s

Marina(r)i Moviers,

Non è certo mia intenzione mancare di rispetto alla tragedia che è successa all’Isola del Giglio, ma questo messaggio ― oltre a NON distruggersi automaticamente dopo sessanta secondi da quando l’avrete letto ― saprà molto di mare-sapore-di-mare. Sia perché ogni volta che succede un fatto che calamita l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, il nostro linguaggio assorbe inevitabilmente il lessico di riferimento (oggi siamo tutti novelli Adam Smith; nell’anno dei mondiali di calcio siamo tutti Galeazzi ― mastichiamo moduli come bistecconi ―; e oggi purtroppo discettiamo di commodori, plance e biscagline) sia perché, cari i miei marina(r)i, mercoledì avete abbandonato il bastimento Lez Muvi e il Capitan Board… 🙁
Ebbene sì, dopo una giornata NO, iniziata NO e finita NO, mi dirigo dal buon Mastrantonio con la speranza di trovare un Movier, un solo piccolissimo, luminosissimo Movier ― i Movier sono fari nella notte: ne basta uno e sei bell’e che salvo. E invece, NO.

Il buon Mastrantonio, coccolamente s’interroga, non sarai mica da sola? E io, con un presentimento grande come una caserma, scuoto il capo con fare un po’ (molto) teatrale, annuisco e declamo: “Caro Mastro, ci sono dei momenti nella vita di un Board in cui il Board deve imparare a cavarsela da solo”. E poi, con fare sempre più teatrale, m’incammino verso la sala, “La morte del cigno” in sottofondo… 🙂

Ma al largo del mare di solitudine, sballottata tra flutti e marosi (marosi??), scorgo laggiù in lontananza una speranza. E no, non è la nave di Friedriech, e no, non è nemmeno un braccio di un Movier ― che avrei dato un braccio per veder spuntare ― e no, non è nemmeno uno sconosciuto dalle fattezze di Fassbender che mi supplica “Ti prego, Board, ti prego, fammi entrare in Lez Muvie”.  😉 No, la speranza è proprio il film, la speranza che sia la mia zattera in una giornata NO, iniziata NO e che magari poteva finire su un “ni”… E invece, NO! Ancora flutti e marosi… 🙁

Mamma mia, che film, Fellows! Un film sulla solitudine dell’uomo occidentale contemporaneo, tanto professionalmente e socialmente capace quanto umanamente e affettivamente incapace ― di amare, di stabilire un contatto umano autentico con gli altri esseri umani. Una storia di afasia comunicativa, dove il silenzio è il linguaggio imperante.

Brandon è un uomo che ha tutto ― un lavoro e una casa da quartieri alti, amici, vita sociale ― un uomo che è tutto. Bello (oh my God, anzi oh mein Gott, bellissimo), raffinato, colto, intelligente, affermato. Ma dietro questo ritratto di perfezione fisica e quotidiana si nasconde la devastazione interiore. Brandon è il Dorian Gray del 2012, divino fuori quanto marcio dentro. Non c’è tuttavia un giudizio morale nei confronti della sua corruzione. La vergogna del titolo non è la condanna cattolica verso una patologia che lo spinge a cercare il sesso ovunque. È piuttosto un turbamento provocato dalla sterilità emotiva che affligge il protagonista, e, metonimicamente, la società in cui si colloca. Il suo bisogno compulsivo di avere rapporti con delle donne è il modo che ha sia per tenere il legame con l’altro solo sul piano carnale e non sentimentale, sia per allontanare la sua omosessualità repressa (ed espressa solo sul finale).
Brandon è una torre d’avorio anche con la sorella, Sissy, una ragazza fragilissima e alla deriva, un personaggio che ho trovato tenerissimo, e che avrebbe solo bisogno di una spalla cui aggrapparsi ― straziante la sua supplica al telefono con qualche partner occasionale, il suo “dimmi che mi ami dimmi che mi ami dimmi che mi ami” senza sosta, fra le lacrime. Brandon le volta la schiena, la spinge nel baratro.
Brandon non trova il modo di amare, e questo è evidente quando cerca di avviare una relazione con la collega. Nel momento in cui si accorge che potrebbe diventare qualcosa di serio, il rapporto naufraga (vedi infatti il rapporto fisico interrotto da lui).
McQueen ha portato la spietatezza su un piano cerebrale. Non l’ha mostrata con la passione. L’ha prima raffreddata, e poi la trasposta in pellicola. Ed è come stare un’ora e mezza dentro una macelleria, uomini e donne ridotti a pezzi di carne, atmosfera illuminata da una luce fredda, una minaccia sanguinolenta che incombe costantemente… E ha fornito a questo processo una cornice metropolitana assolutamente speculare: una New York irriconoscibile, bagnata, anonima, sapientemente spersonalizzata, spogliata di qualsiasi specificità da Grande Mela. New York diventa uno spazio urbano alienato e alienante, in linea con la desolazione emotiva del suo abitante tipo, Brandon. Una delle scene finali è d’alta scuola, con Brandon, che pencola sul bordo della metropolitana, atto scimmiottato all’inizio dalla sorella, che finge di buttarsi, e presago di quello che succederà più avanti… Per Brandon non c’è speranza. E per noi? Quanto “Brandon” siamo? Sembra chiederci il regista…

Ovviamente un film del genere dopo una giornata del genere può dare il colpo di grazia, trascinarti negli abissi… Quindi a uscita sala, ho scosso un’altra volta il capo al buon Mastrantonio, come a dire “Caro Mastro, ci sono dei momenti nella vita di un Board in cui il Board non se la cava AFFATTO da solo”… Tuttavia, ho una mediocre dimestichezza con flutti, marosi e nuoto, e ho sciaguattato (sciaguattato??) fino al mattino… E lì, al mattino, eccola, la scialuppa di salvataggio, guidata dalla Fellow Lover Killer o Killer in Love(r), e giunta in forma di email… 🙂

 “Cara la mia Board, ti stupirò dicendoti che ho fatto i compiti a casa e sta mattina ho guardato “Shame” in streaming.

Questi i commenti della tua “Fellow Lover Killer”:

– Lui bello è bello, anche se continuo a preferire quel bel maschione di Timi.

– Svolgimento del film un po troppo lento, alcune scene da mandare avanti con ” >> ” tipo la sorellina che canta new york new york, lui a cena con la neretta e cameriere impacciato, lui che corre per mezza nyc…

– Dialoghi poveri.

– Belle le musiche

– Lui bravo

Nel complesso non lo boccio, gli do la sufficienza premiando soprattutto il coraggio di parlare di questa nuova piaga sociale”.

 Il Board, provato dalla notte tempestosa, si è ripreso in tempo zero! E dopo aver enormemente ringraziato la Fellow, le ha perdonato i panni pirateschi che ha indossato per la visione in streaming: Lover è un paesino ai confini dell’inimmaginabile e il cinema, un luogo lontanissimo da raggiungere…

Grazie ancora, quindi, alla Fellow Lover Killer: avrebbe potuto guardarsi una qualsiasi commediucola da strapazzo, invece ha seguito la programmazione lezmuviana, e ha pure fatto i compiti a casa. Io, un 9+ glielo do tutto… 😉

Quanto ai suoi commenti (la cui stringatezza è oggetto di plauso da parte mia e soprattutto dei Fellows)… Per me Micheal-der-Gott è un capolavoro. Eccellente nella recitazione (Coppa Volpi strameritata), ma anche uno che potrebbe mettersi calzini bianchi e pantaloni con le pinces (leggere “pèns”) e lasciarti comunque a bocca aperta… La falcata aggraziata con cui taglia New York di corsa fa di lui un Bolt, con la grazia di un Bolle e l’ascendente su un Board… 🙂

Mi permetto di dissentire sul giudizio della Fellow Killer riguardo la versione di “New York New York” cantata da Sissy. È un momento di grandissima emozione e di struggente poesia (forse l’unico momento di poesia) del film. Prendetevi questi 2 minuti e 45 secondi e giudicate voi, http://www.movieplayer.it/video/clip-new-york-new-york-shame_9721/ 

E certe scene, my Killer in Love(r), sono volutamente diluite… Il cameriere impacciato riflette l’impaccio tra Brandon e la collega, e più in generale, la difficoltà di comunicazione citata sopra…

Consiglio la visione di “Shame” con un Trudy vero, finto, a nolo (fate vobis) alto 1.80 da stritolarvi addosso o, alternativamente, un vaso di Nutella di dimensioni morettiane in cui tuffarvi per combattere i momenti amari del film (il Trudy però, magari vero, è decisamente preferibile ;-)).

Prima di passare al Let’s Movie di questa settimana, vorrei comunque ringraziare i Fellow che mi avevano avvertito della loro assenza, tra cui l’Anarcozumi (andata in avanscoperta a vedere “Shame” venerdì perché impegnata mercoledì in un business-trip a Roma che si è magicamente trasformato in una cena in Val di Non con il Principe Emanuele Filiberto, i Neri per caso e assessori versione Schumacher al volonte…e poi non ditemi che l’Anarcozumi non è la regina dell’incredibile…); la Honorary Member Mic, febbricitante e contrariata per le programmazioni a orari troppo tardi, incompatibili con il fenomeno geomorfo della cosiddetta “palpebra calante” di cui è portatrice sana :-); il Sergente Fed FFF e il Fellow D, all’estero per missioni lavorative molto prestige…

Per questa settimana Let’s Movie è lieto di proporre

ALMANYA – La mia famiglia va in Germania
di Yasemin Şamdereli

Presentato fuori concorso al Festival del cinema di Berlino 2011, e campione d’incassi in questi ultimi mesi, “Almanya” è una travolgente commedia turco-tedesca che ha scatenato gli entusiasmi di critica e pubblico, ma soprattutto, un titolo che Mastrantonio ha fortemente voluto includere nel calendario mastrantoniano (sequel del mariano e gregoriano, of course .-)).

Ora Fellows: “Almanya” è una commedia, si ride, non c’è bisogno di portare Trudy di varia dimensione (ma se li portate, most welcome). Quindi, non mi fate naufragar ancora in questo mare, che, contrariamente al nerd recanatese, non mi è affatto dolce… 🙁

E ora, marina(r)i Fellows, aprire il Movie-Maelstrom mi sembra quasi obbligatorio, così come blindare il riassunto giù in cambusa, ringraziarvi (e amabilmente rimbrottarvi!) tanto tanto, e salutarvi con dei saluti, salvagentemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Vorrei sospingere con delicatezza nel nostro Movie-Maelstrom, la voce e il ricordo di Etta James,  leggenda del black soul, che purtroppo è venuta a mancare la settimana scorsa, dopo aver lottato per anni contro un male avido di globuli bianchi…

In memoriam, due capolavori, http://www.youtube.com/watch?v=_1uunRdQ61M, http://www.youtube.com/watch?v=F0uCsFOhNCE
This is a men’s world, but it wouldn’t be nothing, nothing, nothing without a woman, or a girl…

ALMANYA: Protagonista del film è la famiglia Yilmaz, emigrata in Germania dalla Turchia negli anni ’60 e giunta ormai alla terza generazione. Dopo una vita di sacrifici, il patriarca Hüseyin ha finalmente realizzato il sogno di comprare una casa in Turchia e ora vorrebbe farsi accompagnare fin lì da figli e nipoti per risistemarla. Malgrado lo scetticismo iniziale, la famiglia al completo si mette in viaggio e alle nuove avventure nella terra d’origine si intrecciano i ricordi tragicomici dei primi anni in Germania (Almanya in turco), quando la nuova patria sembrava un posto assurdo in cui vivere.

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Let’s Movie LXXXVII

Let’s Movie LXXXVII

TERRAFERMA
di Emanuele Crialese
Italia, 2011, 88’
Martedì 27/Tuesday 27
21:15/9:15 pm
Astra

May-I-Have-Your-Attention-Please Moviers!

Il momento è solenne. Lo sentite questo silenzio? Le vedete queste luci che si spengono, i vostri compagni Fellows che prendon posto in fretta e furia? Chi spegne il cellulare, chi comincia a sgranocchiare popcorn? C’è persino la Fellow Cavallapazza Cavalleri ― hanno provato a spegnerle la borsetta arancio fluorescente, ma non c’ è stato nulla da fare… E c’è persino il Fellow Gerri che, da quando gioca in Nazionale un giorno sì e un giorno sì, non si vede mai… 🙂

Il momento è stato appositamente allestito per dare il benvenuto a un Movier che mai ci saremo immaginati di accogliere nel cine-mondo parallelo di Let’s Movie. Non ce lo saremo mai aspettato perché incute un bel timor reverenziale lui, con quelle tre sale cinematografiche lì, con quelle poltroncine dell’ammooooore lì… E con quella mannaia stronca-scocciatori lì, che il Board ammira e invidia dall’alto verso il basso and back… Avete capito chi si nasconde dietro il sipario del palco “Diamo-il-benvenuto-a”??!…. Sì, lui, l’unico e solo, the one and the only, direttamente da Corso Buonarroti, simultaneamente Antonio e Mastro, Mastro e Antonio, lui, crasisticamente nostro come nostra signora di Guadalupe, lui, il Cinema-fatto-persona-fatto-sala Mastrantonio!

Ebbene sì, Fellows! Con la mediazione dell’Anarcozumi — che fior fiore di eventi ha organizzato nel corso degli anni con l’Astra — il Board e Mastrantonio hanno finalmente rotto la cortina di ferro e silenzio che li divideva, e non hanno stretto un semplice patto di non-belligeranza (come si figurava il Board, memore dell’esperienza Ribentropp-Molotov), ma si son fatti una sanax risata, che è stata ben più istituzionale e funny degli hurra-hurra della Triplice Intesa.

Neo-Movier Mastrantonio, la tua iscrizione SPONTANEA e in perfetta autonomia attraverso il Baby Blog (“bellissimo” lo definì il Mastrantonio, e il commento sia vergato nei registri letsmoviani a beneficio della posterità :-)); l’interesse che hai dimostrato verso la nostra Let’s Movie Paradise Island (e verso le pagliacciate che il Board con tanta prolissa facilità scrive); e la tua promessa di seguirci nelle nostre peregrinazioni cinematografiche, ci hanno letteralmente spiazzato. Tu, con la tua gargantuesca mastrantonaggine sei una cine-istituzione a Trento, e noi temevamo un “No pasaran” o qualcosa del genere.… Invece la risata ha disteso gli animi, e io ho tirato un suspiria di sollievo… 🙂
Ora, non so bene se il Codice d’Onore delle Sale Cinematografiche ti permetterà di frequentare il Victor Victoria, lo Smelly Modena (che comunque sconsigliamo, a nostro discapito, per la notoria ostilità odorifera) e le altre location in cui si proiettano film random e che a noi piace tanto scovare, tra cui lo Spazio Off (ma sempre In ;-)) e i cine-camping nei cortili sparsi per la città. Immagino che questa tua carica pubblica, e anche un’ombra di conflitto d’interesse (ma proprio un’ombra, eh) non ti permetteranno di partecipare ai vari Let’s Movie in giro per Trento. Ma se non altro abbiamo la certezza che non mancherai MAI quando proporremmo dei Let’s Movie all’Astra… Non mi pare mica poco come patto d’acciaio… 🙂

Testimoni assoluti (e fortunatissimi) della stretta di mano Board-Mastrantonio, la citata raffreddata Anarcozumi, il Fellow D (che ha sconfitto il divano risucchia-ricercatori e ha guadagnato Cristoré contro ogni aspettativa del Board) e un altro neo-Movier che siamo onorati di accogliere fra noi — ‘sta settimana affari d’oro alla Fellows’ Volksbank.

Conosciuto al Let’s Movie Marriage dei Fellow Giuly Jules e Pilo sabato scorso, Patrizio assume la letsmovie-identity di Patric Le Chic: come porta lui le camice con collo simil coreano, bottoncini a coppie lungo la chiusura ed effetto plissé sul davanti, be’, cari miei cari, non le porta nessuno! Arredatore e cinefilo, è uno che mangia pane, Polanski e poltrone Frau :-)… Insomma, con questi ingressi d’eccellenza, Let’s Movie potrebbe anche assumere insospettate connotazioni “prestige”…

Ma lasciatemi sfogare questo fiume di elogi per “Carnage”: è una settimana che è lì che preme e preme contro la diga della pazienza di quelli che m’incontrano e si sorbiscono i miei 1000 Watt di “Devi TROPPO andare a vedere Carnage!”.

Dunque da dove comincio? Be’, dall’unità di luogo, da dove sennò? Hitchcock docet, e pochi, pochissimi hanno avuto e hanno il coraggio di seguire i suoi insegnamenti, perché provateci voi, a girare un film in una stanza, al massimo due… Provateci a misurare ogni espressione con il bilancino, ogni sguardo, ogni singolo movimento del viso e del corpo. Costretto a rimanere dentro quattro mura sceniche, il regista si trova parallelamente obbligato a incastonare la recitazione dentro una struttura architettata al dettaglio, ma senza per questo permettersi di far risultare il tutto strutturato, o architettato. Lì sta il difficile: ricreare la natura(lezza) dentro al cemento armato. Nella forma, “Carnage”, è proprio questo: un impianto (‘na macchina da guerra!) di tempi di recitazione rispettati al millesimo di secondo e di pause che paion cronometrate, il tutto racchiuso in una guaina tuttonudo dove tout-se-tient (de Saussure mi ama qui, je le sais). E si vede lontano un miglio che “Carnage” nasce come pièce teatrale — se vi interessa il titolo è Le Dieu du Carnage, di Yasmina Reza.

 I personaggi si muovono con la dialettica ― più che con il corpo ― all’interno del rispettabile spazio brooklyniano che li delimita. E infatti lo scopo è proprio dimostrare, nel corso del film, il rapsodico — non graduale eh, rapsodico — deboArdamento dai limiti imposti dall’etichetta civilizzatrice e perbenista della società occidentale contemporanea. Rapsodico, dicevo, perché non c’è una gradualità nel progetto di sfacelo che seguono i personaggi — non un dall’ordine-al-disordine-passetto-dopo-passetto, per intenderci. Ed è qui che sta il film. Si passa dai convenzionalismi più estremi sulla squisitezza di un dolce o “l’intensità” di un qualche artista trendy che finisce per -oscka, alla brutalità massima di commenti tipo quello del marito che definisce il lavoro della moglie impegnata nella stesura di un libro sul Darfur la sua “cotta per quei negroni del sud” (!), per poi ritornare al garbo ghandiano di espressioni come “La cultura è la forza che spinge verso la pace” e ripiombare negli abissi scioccanti di un meraviglioso “Io mi ci pulisco il cu*o con i suoi diritti umani” . Non è un Bolero di Ravel, non c’è una costruzione per cui il caos monta pian piano fino a esplodere nel finale. È piuttosto una jam session, in cui il caos è inserito nel non-caos, a sua volta collocato in un super-caos che tuttavia ha un suo qualche ordine sparso interno (un premio a tutti quelli che mi hanno seguito qui…). E non a caso la scena MONDIALEMAGISTRALE del vomito è collocata poco dopo l’inizio e non funge da classico “inizio della fine”. Il vomito non è altro che l’ennesimo “colorito” (quantomai double-face come espressione…) “colorito” momento di animalità che accentua lo scompiglio, ma che comunque non lo determina. (Stando al Bignami della Psicoanalisi il vomito è il gesto con cui il corpo si ribella alla mente e “rigetta” ciò che la mente lo ha costretto a tollerare…).

Immaginatevi lo spettatore! Lì che assiste a questo concerto noir — noir dacché Polanski assassina l’immagine dell’uomo “civilizzato” contemporaneo — assiste a questa lotta di quattro lupi travestiti da agnelli (tutti e quattro, a modo loro, sono wolves&lambs…Non a caso il titolo, “carneficina-carnaio”, che contiene vittime e carnefici…), mentre subisce un fuoco di fila di sensazioni contrastanti, tra cui vergogna, indignazione, solidarietà, assenso, sdegno, rabbia. Alla fine esci stordito, completamente stravolto all’idea di aver sbirciato dentro la quotidianità di due famiglie normali, metropolitane, bene, progressiste anche, e aver visto tanta piccineria, tanto provincialismo, razzismo, cinismo (e –ismi su -ismi). Tanto “noi”. E quanto può spaventare, riconoscersi in certi tratti? Quanta paura può fare l’effetto specchio? Nessuno forse l’avrà notato, ma il nostro Volponpolanski, che la sa lunga, ma lunga lunga, se la ride sotto i baffi a fondo sala di ogni sala cinematografica… Ci ha smascherato alla grande… E ha ottenuto — almeno con me — il massimo cui un regista può aspirare: vedere il proprio spettatore uscire dal cinema con mollto più di quanto si era aspettato di ricevere. E guardate che quando il Board parte con delle aspettative, è la ROVINA…. 🙁

Quindi my 105 Fellows, vi prego, andate a vedere “Carnage”. Se non per me, fatelo per Kate&Jodie, una coppia di attrici la cui interpretazione raggiunge qui dei livelli di bravura imbarazzanti — e con loro anche l’esilarante, odiosissimo, Christoph Waltz.

Sì sì, vi ho convinto, ho capito, ora vado avanti, vado, non spingete dai… 🙂

Per questa settimana riprendiamo il filo sull’immigrazione che avevamo lasciato a “Io sono Li” e proponiamo

TERRAFERMA
di Emanuele Crialese

Uff, qui però parto con qualche piccola perplessità… Forse perché il Festival del Cinema di Venezia è stato un po’ inclemente con il film, che ha suscitato pareri discordanti nel pubblico e nella critica… O forse perché ho una passione tutta appassionata per “Nuovomondo”, un capolavoro di visionarietà e realismo, speranza, tenerezza e sofferenza che mi conquistò quando uscì nel 2006 e che sarà difficile eguagliare….
Comunque stiamo a vedere…. Per ora, go Emanuele, go go go… 🙂

E questa settimana mi mantengo sul breve… Ho sentito dire che la mail di domenica scorsa, tra brainstorming nel CdA, matrimoni e maratone, ha popolato il vostro sonno con strane creature di rosso vestite che battevano i piedi neropuffo davanti un macellaio buono issando bandiere bianche verso Roncabronx…. Bah… 🙂

Quindi ora vi saluto, my phenomenal Fellows, vi scarico ‘sto minivan di riassunto là sotto, e vi mando dei saluti che stasera, visto l’incipit, sono emine(me)ntemente cinematografici*.

Let’s Movie
The Board

* http://www.youtube.com/watch?v=xAv0gt7cqtY , per la felicità della Honorary Member Mic… 😉

TERRAFERMA: Un’isola siciliana di pescatori, quasi intatta, è appena lambita dal turismo che pure comincia a modificare comportamenti e mentalità dei suoi abitanti. Al tempo stesso, è investita dagli arrivi dei clandestini e dalla regola nuova del respingimento: la negazione stessa della cultura del mare che obbliga al soccorso. Proprio in questo ambiente vive una famiglia di pescatori composta da un vecchio di grande autorità, una giovane donna che non vuole rinunciare a vivere una vita migliore ed un ragazzo che, nella confusione, cerca la sua strada morale. Vengono tutti messi di fronte ad una decisione da prendere che segnerà la loro esistenza.

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