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LET’S MOVIE 201 – NYMPHOMANIAC VOLUME II

LET’S MOVIE 201 – NYMPHOMANIAC VOLUME II

NYMPHOMANIAC Volume II
di Lars Von Trier
Danimarca, 2014, ‘123
Lunedì 5/Monday 5
22:00 / 10 pm
Multisala Modena/Lo Smelly (again)

Pharrel Fellows,

Vorrei che provaste un micron, o anche solo mezzo, dell’estasi in cui sono finita mercoledì sera a “Medeas”! Però prima di sciogliermi in fiumi di miele per il giovanissimo regista Andrea Pallaoro, devo assolutamente devolvere il 18 per mille lezmuviano (sì 18!) al Trento Film Festival, intestandolo all’Anarcozumi, vera intestataria del TFF, nonché trottola senza fissa dimora in questi dieci giorni festivalieri. Viste le tante incombenze ― e i tanti bernoccoli, anche! 🙂  ― l’abbiamo sentita al telefono più che vista in carne ed ossa, ma questo ha contribuito a renderla una presenza mistica, una voce oserei dire da Genesi, capitolo I versetto 1 et seq., che mi ha riconfermato quanto lavoro matto e disperatissimo (Leopardi è inconfondibile eh) stia alla base di un evento così articolato come il TFF… A questo proposito, ogni tanto mi fermo a riflettere su Expo 2015 e capisco perché a Milano stiano tutti sclerando, la deadline che incombe inesorabile sopra le teste degli organizzatori (questa è Apocalisse, capitolo I versetto 1 et seq., caso mai non l’aveste notato…). 🙂
Se la Zu è rimasta una voce fuori campo, il Fellow Fant() si è fatto uomo, ehm vivo (!), a tutte le proiezioni che ci aveva consigliato nella lista OFF, sia per introdurle al pubblico, che per monitorare il cine-ambaradan in corso… E guardate, di ambaradan in corso ce n’era dappertutto! Conferenze, mostre fotografiche sparse per la città, concerti, e spidermen veramente amazing (non come quello al cine, ts) arrampicati sui palazzi del centro ― adoro i boulderisti che usano un supermercato come fosse il Cerro Torre accontentandosi dell’8+ che passa la Despar… 😉
Purtroppo il tempo risiKato mi ha concesso ben poco oltre i film sulla nostra lista. 🙁 Ma è stata una gran cuccagna, trovare tanti Moviers alle proiezioni, a riprova dell’esito ON della lista OFF (dovevo cacciarla lì, prima o poi, eh).
Su tutti, applausi-come-se-piovessero alla Fellow Vanilla, che ha presenziato a tuuuutti gli appuntamenti tutti (e anche di più!) :-), alla Fellow Lady Brown, il WG Mat, il Fellow D-Bridge, la Fellow Francesca-ae.f., la Movier More e il Fellow President. Se togliete il WG Mat ― impegnato in Portogallo a trovare un gallo da portarmi (!!) ― e il D-Bridge ― impegnato con la risoluzione di problemi le cui chiavi non stanno in fondo al libro bensì chiuse in ufficio ― gli altri Fellows erano tutti presenti alla proiezione di “Medeas”. E oltre noi sei, quegli altri 444 spettatori che riempivano il Viktor Viktoria…Ebbene sì, un sold-out che ha spalancato le porte del cuore al Board e contribuito allo stato estatico di cui s’è detto in apertura. Certo, il fattore campanilista avrà senz’altro inciso sul pienone: Andrea Pallaoro è di Trentoville, ed era pure in sala ― e pure membro della Giuria del TFF. Però vi assicuro, campanilismo o non campanilismo, vedere 450 persone a un film “d’essai” senza la presunzione di esserlo ― nobilitandolo per questo ancora di più ― e sentire una serie di domande intelligenti/circostanziate a fine proiezione e non i soliti interventi demenziali/autoreferenziali, be’, uno spettacolo del genere, my Moviers, sovverte il pessimismo cine-cosmico che vuole la cinematografia italiana a un passo dal baratro e con essa il livello qualitativo del pubblico medio.
Insomma, ci foste stati, mercoledì, avreste sentito il Viktoria pulsare https://www.youtube.com/watch?v=y6Sxv-sUYtM  in una tachicardia di cui tutti vorremmo essere affetti 🙂
“Medeas” grida in tragico e presago silenzio. Concedetemi un ossimoro per cercare di racchiudere un film che riscrive il mito ma senza l’obbiettivo di dispensare lezioni, innescare catarsi o puntare indici. E concedetemi anche un pippone di quelli extra-large…il film lo merita…
Siamo in uno stato del profondo sud statunitense. Texas, forse, Arizona. Campi riarsi da un sole cocente, strade polverose e pickup cotti da cielo abbacinante. Avete il quadro.
Il tempo del racconto è precedente ai giorni nostri, ma sono certa che in certe parti di Texas e Arizona tutto vada avanti ancora così, tra sole, campi e pickup. Protagonista, una famiglia di allevatori che stenta a tirare avanti. Il marito è il classico burbero dal cuore tenero come tanti da quelle parti. La moglie, figura che ti strega dopo i primi 4 secondi, una sordo-muta a metà strada fra Madonna e Maddalena. Cinque figli, di età diverse, diciamo dai 15 alla culla. La vita scorre lentissima in questo angolo di mondo arido e sterile, fisicamente e metaforicamente. Tutto apparentemente normale: Christina prepara il pranzo, Ennis va alle stalle, i figli giocano per i campi. Eppure il piccolo normale domestico non esiste: è una sciocca illusione di chi rimane aggrappato all’apparanze delle cose, e non scosta il coperchio per guardare l’abisso che nasconde…L’amore tra la coppia è scemato (sarà mai veramente esistito?), e Christina ha il cuore altrove. Ennis capisce che il rapporto con la moglie è irrimediabilmente perduto, ma si aggrappa a tutti i costi al vincolo matrimoniale che li lega. “You are my wife”, strilla tre volte in un film di 97 minuti in cui il numero totale di parole parlate si aggirerà intorno alle 30-35 ― e credetemi, non se ne sente la mancanza.
Come ha specificato il regista, il paesaggio è uno dei protagonisti. E il silenzio, aggiungo io, una presenza più carnale di qualsiasi personaggio in carne e ossa. Il silenzio è strettamente connesso alla figura della moglie-madre: il suo sordo-mutismo sprigiona da lei, investe l’ambiente e diventa il vero linguaggio del film, spingendo il regista a evitare, argutamente, qualsiasi tipo di colonna sonora. La musica disturberebbe quella lingua, quel ritmo talmente lento da sfiorare l’a-ritmia, quel tempo dilatato la cui consistenza non è tanto scientifica o calcolabile, quanto legata alla coscienza ― sì, questo è Bergson, Henri. 😉 La disperazione esistenziale di cui i protagonisti sono portatori, portatori malati, sembra inoltre trovare una controparte metereologica: il paese è vittima di una prolungata siccità e tutta la famiglia è vittima di questa calura incessante, invoca la pioggia, che potrebbe spezzare quest’astmosfera di (in)sospeso, sciogliere la polvere, sbloccare il meccanismo inceppato e rimettere in moto la vita.
Quindi c’è questa attesa di acqua che monta e monta, accompagnata tuttavia da un’aria presaga, da “mmm something bad is gonna happen soon”… Dopotutto siamo dentro una tragedia, il titolo mette le cose in chiaro da subito. Ciò che non sappiamo è che alla fine, quando la pioggia finalmente arriva e un nuovo verde vivo potrebbe soppiantare tutto quel giallo secco, la catastrofe si abbatte su tutta la famiglia. Non vorrei farvi alcuno spoiler, ma dato che il film deve ancora trovare un distributore qui in Italia ― mentre in Colombia, Messico, negli Stati Uniti e in Francia, ce l’ha, ma tu guarda…― vi dico solo che il finale è al monossido di carbonio, in un abitacolo con dentro quattro figli e un marito… C’era da aspettarselo, naturalmente. Ma non con questa laica, necessaria, condivisa, agognata sospensione del giudizio che ci offre il regista, la rinuncia totale a sfoderare indici ammonitori o interpretazioni preconfezionate. In una catto-Italia come la nostra, in cui la cappa è quella esercitata dalla chiesa e non dalla calura, un’assenza così totale di morali è qualcosa a cui non siamo abituati.
A parte ribaltare il mito di Medea ― lo ricordate, vero, il mito di Medea? Quella che ammazzava i figli dell’ex-innamorato per fargli un dispetto― giacché non è la moglie, l’esecutrice del famiglicidio, bensì il padre, il film mi colpisce per l’abilità di condensare il grande dentro il piccolo. Ci sono certi istanti, certe situazioni quotidiane o domestiche che rimandano a un piano superiore, direi filosofico. For instance. Il padre è costantemente torturato da un bruscolino in un occhio. Non fa che strofinarselo, frugarselo davanti allo specchio nella speranza di scovare ed eliminare la causa del fastidio. Tutti abbiamo presente la sensazione ― non so voi, ma io devo avere qualche campo magnetico che attira nelle mie orbite la qualunque dell’entomologia contemporanea, bah. Ecco quel bruscolino/moscerino non è un semplice bruscolino/moscerino: è un tarlo esistenziale, un tormento che assilla Ennis/l’uomo senza lasciargli tregua. È come se la sua miseria, nel profondo della sua coscienza, e del suo abbattimento avesse trovato un malanno fisico per esternarsi fuori da lui o incistarsi ancora più dentro di lui  ― again, your interpretation. La mano di Ennis che cerca di scacciarlo, è la mano dell’uomo che cerca di liberarsi dal malessere, o forse anche dalla macabra soluzione che cova ― più o meno consapevolmente, again your interpretation ― riuscendo nel piano medeico (medeico? Ma si dirà??) di condannare Christina a una vita di mancanza infinita… Una stagione senza speranza di pioggia.
Un secondo esempio è un’inquadratura. A un certo punto la macchina da presa riprende una coppia di piedi penzolanti nel vuoto. La mia associazione immediata, non filtrata dalla ragione, li ha collegati a un cappio, trasformandoli in un cadavere oscillante nel vuoto… Dopo qualche istante l’obbiettivo inquadra il figlio maggiore dal basso verso l’alto, tranquillamente seduto, intento alla lettura. Con il senno di poi, quell’inquadratura, capirete, assume una coloritura tutta particolare. È una specie di “cifra nel tappeto” (eh, qui vi voglio) che vi dà la combinazione per accedere a ciò che avverà poi…
Riguardo Christina… mi ha ricordato fin dall’inizio Grazia, la protagonista di “Respiro”, di Emanuele Crialese. Due donne a-normali, Grazia per presunta follia e Christina per sordo-mutismo ―e voglia di amore. Una coppia di creature estremamente vitali, femminine, quasi mammifere nel modo in cui fondono maternità e sensualità, e per questa loro diversità, entrambe destinate alla sventura. Christina anche di più: non può parlare, non può sentire. Eppure parla con il corpo e sente con l’anima in maniera forte e chiara. E qui ritorniamo al discorso del silenzio, che, quando amministrato come Pallaoro sa amministrare, parla più di mille dialoghi ed emoziona più di mille colonne sonore. In effetti l’unico tipo di spettatore a cui sconsiglierei il film è il patito del botta e risposta, degli stordenti dialoghi alla Tarantino… Come si diceva, le parole pronunciate saranno si è no una quarantina… Per tutte le altre tipologie di spettatori, tutte tutte,“Medeas” è assolutamente da vedere, per storia narrata, per dramma evocato, per maestria di regia (in un poco più che trentenne!!), per spessore cinematografico e ambizione creativa.
In merito a quest’ultima posso dire che “Medeas” è una tragedia scritta con l’inchiostro del realismo poetico, uno sguardo rispettoso della sciagura che si riversa su una famiglia come tante. Come la nostra…
Al regista, presente in sala e commossissimo, dico: continua a sfruttare l’America per fare film che l’Europa ti invidia e per mantenere quello sguardo purissimo, quella mano sapiente che ti ha fatto girare “Medeas” 😉
E dopo aver atteso che il cine-carrozzone del TFF passasse, trascinandosi appresso una scia di orsi, piccozze, spazzaneve e trivelle (nel Movie Maelstrom capirete…) finalmente arriva

NYMPHOMANIAC Volume II
di Lars Von Trier

Avendo visto il Volume I e avendone tessuto le lodi talmente in lungo e talmente in largo da ricoprirci tutto lo stato del Kazakistan ― dove scorazzano gli orsi più adorable di tutto il pianeta (nel Movie Maelstrom capirete x 2) ― non c’è bisogno che dica altro per convincervi a completare il dittico e aggiungere il volume II. Per altro si dice che sia anche più bello del primo… Non ci resta che tastare, ehm, testare, tEstare, con mano… 🙂
Ma siccome in questi 10 giorni di Viktor&Smelly il Mastro e le sue Sale ci sono mancate come il sale con la esse minuscola, io, per i poteri conferitimi dall’amabile dittatura (delle banane) di Lez Muvi, propongo anche

HIROSHIMA MON AMOUR
di Alain Resnais
Francia, 1959, ‘91
Martedì 6/Tuesday 6
21:00 / 9 pm
Multisala Astra / Dal Mastro

Il film, l’avrete immaginato dalla data d’uscita, rientra nella rassegna dei “Classici Ritrovati”. Forse vi ricordate, l’avevo citato poco tempo fa, nel mio ultimo ciao-ciao ad Alain Resnais… “Vorrei vedere Hiroshima Mon Amour”, avevo scritto… Et voilà, ora il Mastro mi accontenta… E poi non dovrei cantare a squarciagola Pharrell?? 🙂
Spero di riuscire a farcela e non perderlo, ma se malauguratamente non dovessi farcela, incarico voi Moviers, di sostituirmi, ok? 🙂
E ora, giacché il Movie Malestrom che fa il punto sul TFF sarà assai corposo, termino qui, ringraziandovi, lasciandovi ben due riassunti (due è da 42 bis, Board) e dei saluti, felicemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Fatemi ringraziare ancora una volta il Fellow Fant(ASTICO) per la selection di movies! Non ci fosse stato lui, ci saremmo dovuti affidare al metodo che ben conoscete dell’ACDC ― Alla C***o di Cane. 🙂
La Terre des Ours è stata una piacevolissima scarpinata nel paesaggio kazako, sulle tracce di questi plantigradi che, ragazzi, dormono 9 mesi all’anno, si abbuffano di sushi i rimanenti 3 e sguazzano per le acque kazake con una signorilità da sirenetti. In order of disappearance è un divertimento macabro di qualità, senza molto divertimento, ma con moooolto macabro e buona qualità. L’amour est un crime parfait marcia fra alti e bassi ― gli alti a livello dell’idea e dell’ambientazione, i bassi a livello della credibilità di taluni accadimenti della trama (un poliziotto che passa inosservato sulle spalle di un assassino in centro a Ginevra??); i miei Moviers e io eleggiamo Blutgletscher l’horror più improbabile, splatter, esilarante sul mercato: esseri mutanti che proliferano dentro organismi ospitanti (cani, volpi, gambe, colli, insomma, basta che respiri), una ministra gemella della Merkel, in grado di maneggiare una trivella da montagna nonché di eseguire operazioni ad arto aperto con cauterizzazione a fine intervento, bambo-canini che allietano una coppia di innamorati sfatti dal dolore per la perdita dell’amato cane…la qualità di Blutgletscher magari non è proprio da manuale, ma le risate che ci siamo fatti noi Moviers, lo è stata davvero, da manuale :-); per ultimo lascio un horror con i fiocchi, Oltre il guado, di Lorenzo Bianchini: ora voi dite, “Board, ma come? Un horror, tu, che per superare le gemelle di Shining hai dovuto prenderlo a nolo 3 volte (3!)??” Ebbene sì, Moviers, un horror, io…Ed eccomi lì, mano spalancata sopra gli occhi che all’occorrenza passa a mano spalancata sopra la bocca… Cavolo non me la facevo così sotto davanti allo schermo dai tempi di Twin Peaks! Ma ne è stravalsa la pena! Lo consiglio in modo particolare al Movier Menagramo, patito del genere dark 😉 Le parole chiave sono: sinistrissimo bosco, animali predatori, gemelle (gemelle!!), etologo imprigionato nel sinistrissimo bosco in mezzo agli animali predatori e a due gemelle incavolate come bestie… Kubrik ha applaudito di lassù, ne siamo certi 🙂
Di questo TFF ricorderò anche gli splendidi ritratti fotografici degli elefanti nella mostra al SASS (grazie della dritta, Zu!); la follia di Alex Honnold, il climber più spider di Spiderman con il low profile più low del soloing ― “Fear is not a big deal, after all” (un mito!); il documentario “Fettel” ― che mi ha insegnato quanto segue: mai lasciare le foto con il/la vostro/a amante nella macchina fotografica, se poi andate ad arrampicare e dovete farvi fare sicura dalla dolce metà che avete tradito, che ohi ohi ha scoperto la scappatella e che ohi ohi ohi da là sotto deciderà cosa fare del vostro aereo destino…
Avrei voluto vedere molto di più…But after all, half a loaf is better than no bread at all… 😉

NYMPHOMANIAC Volume II: Seconda parte del nuovo film diretto da Lars von Trier. Si racconta la vita erotica e la scoperta dei desideri sessuali di una donna, dalla nascita fino al compimento dei cinquant’anni.

HIROSHIMA MON AMOUR: In Giappone per un film sulla pace, un’attrice francese ha una relazione appassionata con un architetto giapponese. Quest’amore le ricorda quello che durante la guerra ebbe nella natia Nevers con un giovane soldato tedesco, ucciso sotto i suoi occhi. Su un testo di Marguerite Duras, Resnais, cineasta della memoria, ha fatto un film incantatorio e dialettico la cui importanza innovatrice e precorritrice nell’evoluzione del linguaggio filmico ha superato la prova del tempo.

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LET’S MOVIE CXCXVII – NYMPHOMANIAC Volume I

LET’S MOVIE CXCXVII – NYMPHOMANIAC Volume I

NYMPHOMANIAC – Volume 1
di Lars Von Trier
Danimarca, 111′
Lunedì 7/Monday 7
22:00/ 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Friedrich Fellows,

Allora, passeggiando alla volta dell’Astra, passo in rassegna tutto il monacabile possibile. La serata è incredibilmente dolce, pressoché estiva, e io mi gusto, per una volta senza il ritardo che mi alita sul collo, il tragitto casa-Mastro. En passant, dico al proprietario di una storica osteria di Trentoville, che sto andando a vedere un film polacco. In bianco e nero. Protagonista, una suora. Lui mi guarda, scuote la testa e dice, “ciaaaao” ―ovvero, mi piacerebbe tanto unirmi a voi, ma come dire, no. 🙂
Io riprendo il filo di passi e pensieri. Be’ la Monaca di Monza, come no? Di lei mi piaceva solo il magnifico “la sventurata rispose”, di quel diavolo d’un Manzoni, che mi è maestro quanto a verbosità, ma che sapeva anche metterti lì due paroline che t’inchiodavano. “La sventurata rispose”… guarda un po’ cosa può fare la letteratura. Spalancarti un mondo di desiderio, fiamma, caduta, perdizione in tre parole ―dovremmo aspettare 150 anni e il “sole cuore amore” del 2001 per raggiungere simili vette… 🙂 E poi naturalmente la Capinera Maria, con la sua storia che non associo al Verga, ma a Zeffirelli, e al dram-melò che ne fece, lasciandosi sedurre da un certo sapor di Uccelli di Rovo e accendendo le luci rosse dentro un convento siculo.
Ah be’, poi ci sono le suore di “Magdalene”, il film di Peter Mullan con cui stresso tutti ―ma va visto, va assoultamente visto, anche per spazzare via quella bruttacopia di “Philomena”. E naturalmente le suore di Sorrentino, presenze che contrappuntano i suoi film, sbucando quando meno te l’aspetti.
E non scordarti, Board, la suora Margherita Buy di “Fuori dal mondo”, film delicato di Giuseppe Piccioni che ripesco da non so quale angolo della memoria ―forse da quello speciale in cui metto tutte le opere dove recita il caro Silvio Orlando.
Sono quasi arrivata al 16 di Corso Buonarroti, il tempo a mia disposizione per rievocare il monacabile è quasi finito. Giusto un secondo per aggiungere “Stabat Mater”, che non è un film, ma un libro, di Tiziano Scarpa, che mi riprometto di consigliare ai miei Moviers…
Sì il tempo è scaduto, e un po’ mi dispiace ―il camminar pensando fa bene a piedi e pensiero. Ma il dispiacere svanisce in un batter d’occhio.

 Dal Mastro non solo trovo il Mastro, con cui ce la ridiamo a proposito del wild-scheduling, pratica in cui, l’abbiamo visto tutti, eccelle, 🙂 ma anche l’Anarcozumi, il WG Mat e il Fellow Candy the Andy.

Ora, siamo, come al solito, tutti sconclusionati. La Zu prende il biglietto per “Roma città aperta” credendo fosse il Lez Muvi della serata (questo ricorda molto un deja-vu con la Movier More :-)); il WG Mat non mi vede arrivare all’Astra (come se passassi inosservata, con lo stacchettamento che mi contraddistigue!), né io vedo lui (come se passasse inosservato con i due metri d’altezza che lo contraddistinguono!) e il Fellow Candy the Andy ha sbagliato gli occhiali ―comunque ha saltato la palestra per esserci, e questo spero non c’entri con gli occhiali sbagliati. Sembriamo usciti da un racconto di Oliver Sacks ―sì, quello che scambiò la moglie per un cappello. 🙂

I primi 60 minuti del film penso wow questo Pawel Pawlikowski, nonstante l’eccesso di W e K, ci sa fare con la macchina da presa eh. “Ida” è un piccolo capolavoro di pura arte cinematografica. Le inquedrature sono tagliate al millimetro. I soggetti sempre inseriti in geometrie precisissime, e non penso solo ai soggetti animati, ma anche a quelli inanimati. Una macchina parcheggiata nella metà spaccata della scena. Una statua di un Cristo in un tondo innevato raggiunta da una diagonale di orme. Un personaggio che buca la scena come una bisettrice (bisettrice??) dentro un quadrato. Il progetto costruttivista ―credo di poter parlare di costruttivismo, qui― alla base del film è palpabile in ogni fotogramma.

E penso a quanto suggestiva sarebbe, una mostra realizzata con i fotogrammi bianchi e neri alle pareti di uno spazio artistico. Rettifico, non solo bianchi e neri. Pawlikowski corre su e giù per la scala di grigi ottenendo una morbidezza che smussa il rigore dei contorni. Fate conto che il regista  adotta anche un uso extremely unconventional delle inquadrature: i soggetti sono spesso tagliati dal naso in giù, la bocca inghiottita dal vuoto ―come se la visione d’insieme, o anche solo UNA visione d’insieme, non sia uno stato umanamente raggiungibile. L’effetto è molto speciale: le geometrie e i tagli, per quanto netti, assumono questa sfumatura soft che soffonde (sofTonde!) le scene. E per quanto potremmo aprire qui un discorso sull’uso del bianco e nero nell’ultimo periodo ―vedi “The Artist”, “Cesare non deve morire”, “Nebraska” (quest’ultimo con le dovute riserve)― il bianco&nero di “Ida” è qualcosa di più…Non c’è una fascinazione estetica o il piacere dell’esotico per il bianco e nero (come credo sia stato per “L’arbitro”). È come se il colore non interessasse: il colore racconta la realtà di superficie, mentre il black&white ne mostra il cuore più profondo, essenziale, “ridotto all’essenza”.
La prima ora quindi fugge via così, con il mio occhio che corre dietro alla forma, e non bada molto al contenuto. No no, non fraintendetemi, non ero distratta: ero troppo concentrata! E una caratteristica di questo film è quella di non essere emotivo. E’ molto lucido ―questo piacerà al Fellow Andy the Candy :-)― non dico freddo o distaccato, ma composto ―e alla luce dell’attenzione certosina alla forma, l’aggettivo risulta oltremodo adatto. E la grandezza di questo piccolo film risiede proprio nella profondità umana che riesce a sondare, e nella drammaticità degli argomenti che tocca, pur conservando tuttavia una pulizia e una misura bergmaniani ―dovrei dire tarkovskiani, ma avendo visto (sopravvivendolo) solo “L’infanzia di Ivan”, non posso arrogarmi un simile diritto.

Insomma, dicevo, rimango in questa dimensione di ravissment (=trip) estetica per la prima ora, relegando al secondo piano i fatti che sta vivendo la protagonista.
Per farvela breve. Polonia, 1962. Anna è un’orfana cresciuta in un convento e sta per diventare suora  Ma prima di prendere i voti scopre di avere una zia, Wanda. La madre badessa la esorta a incontrarla prima di rinchiudersi in convento per l’eternità, ed Anna, ovviamente, obbedisce. Oltre ad essere stata un’ex giudice comunista, Wanda è una viveuse (=party-animal). Beve, balla, fuma, ama. È quanto di più distante da Anna possiate immaginare. Eppure le due partono insieme per un on-the-road, che si rivela un vero e proprio viaggio nel passato e nell’identità della ragazza: Anna scopre di avere origini ebree, di non chiamarsi Anna, bensì Ida e di aver avuto dei genitori che il Nazismo ha assassinato e sepolto nella campagna polacca. Il viaggio per ritrovare le loro spoglie e dar loro degna sepoltura determina una sorta di evoluzione interiore per Ida che decide di non prendere i voti e di “provare” la vita, anche memore delle parole della zia: riferendosi all’amore carnale, Wande le dice: “Secondo me dovresti provare. Se no che sacrificio è?”.

Quel “se no che sacrificio è?” smuove qualcosa nell’animo di Ida, che prova. Beve, balla, fuma, ama. Proprio come la zia, il suo doppio negativo, che nel frattempo diventa protagonista di una scelta che lascia lo spettatore a bocca aperta, nell’assoluta spietata naturalezza con cui il gesto viene compiuto ―tipo “faccio un salto di sotto torno subito”…
Ed è stato lì a 12 minuti dalla fine, quelli che attaccano con questo atto di cinismo estremo della zia, che il film mi prende per i capelli e mi trascina con sé. Ida toglie il velo, scioglie i capelli che noi sappiamo essere rossi ―rossi!― s’infila per la prima volta i tacchi, un vestito provocante, una sigaretta fra le labbra, un collo di bottiglia in mano, un amante nel letto. Ed è proprio con l’amante che finiamo dritti dritti davanti alla piccineria dei nostri progetti di vita…

Vi riporto, così come lo ricordo, lo scambio fra i due:

Lui: “Vieni con me a Danzica?”
Lei: “E poi?”
Lui: “E poi ci sposiamo”
Lei: “E poi?”
Lui: “Facciamo dei figli. Compriamo un cane”
Lei: “E poi?”
Lui: “E poi cominciano i guai”
Lei: “E poi?”

Il fuoco di fila di “e poi?” di Ida mi ha investito e steso al tappeto. È come dire, sì okay, facciamo tutte queste “cosucce” che tengono impegnati tutti gli esserini mortali del mondo, ma dopo aver assolto a tutto ciò, DOPO, cosa resta? La domanda ovviamente rinvia alla necessità ―o forse al dovere?― di rispondere a un progetto più grande, più alto. Per Ida, questo coincide con il darsi a un essere superiore. Per noi, questo, con cosa coincide? Pensiamoci un po’. Diciamoci “e poi?”. Dopo le 8 ore di lavoro, dopo le bollette pagate, dopo Natale con i tuoi Pasqua con chi vuoi, fiori d’arancio e fiocchi rosazzurri, DOPO, cosa abbiamo? Ovviamente il senso di quello che voglio dire non è “facciamoci tutti suore/frati”! Il senso è, ce l’abbiamo noi, un progetto più grande, più alto da portare in risposta a Ida? È una domanda che fa una paura del diavolo (dovevo infilarlo prima o poi, per pars conditio :-)). La risposta, fa paura.
E come ci poniamo noi difronte alla scelta di Ida, una creatura che rinunica alla vita DOPO (capitalized again) averla assaggiata in tutti i suoi piaceri più classicamente piacevoli (carne, alcol, fumo, fashion) in nome di un’idea? A questo punto mi chiedo se le suore siano più sognatrici, anarchiche, romantiche, illuminate o mitomani. Forse tutto questo.

Naturalmente c’è dell’altro. La scoperta della sua vera identità, per esempio, che non la svia dal suo percorso di fede. La fede di Ida non vacilla dopo aver scoperto che i suoi genitori sono stati assassinati. La ragazza non cade nel facile 1+1 dell’assunto “se Dio ha permesso che succedesse tutto questo, allora Dio non vale la pena”. Ida non vacilla mai davanti a Dio. Vacilla davanti alla vita. E la conclusione cui giunge, DOPO (again) aver morso la vita, è che la vita perde davanti a Dio. And the winner is God, insomma.

Anche il personaggio della zia è “tondo”, cioè completo. Donna di fascino e peccati, Wanda rappresenta, come dicevamo, il doppio negativo della nipote. Là dove Ida serba una fede pura nell’idea, che si rifrange anche a livello fisico ―il giovane musicista la coglie al volo… “tu non sai, vero, l’effetto che fai?”, le dice a un certo punto― la zia è vittima di un cinismo e di una disillusione che la porteranno a cercare nella distruzione di sé l’unica risposta possibile. Per metterla in Nietzsche, Wanda è il dionisiaco portato all’estremo distruttivo; Ida l’apollineo che sceglie l’apollineo dopo aver conosciuto il dionisiaco.

“Ida” è la riprova che un film polacco, in bianco e nero, con una suora per protagonista può stupirti molto più di qualsiasi Blockbuster in 3D con spilungoni blu che ti zompano addosso (sì, Avatar). E tutte le persone che avevano accennato ai carati di questo gioiellino, bulgari se c’avevano ragione! 🙂

E adesso basta acqua santa ma sympathy for the devil…Let’s Movie goes porn!

NYMPHOMANIAC – Volume 1
di Lars Von Trier

A parte che questo era un film fatto apposta per il Porno Roma ―vederlo allo Smelly, tra patatine e gommose, ha qualcosa di logisticamente perverso… A parte questo… Ci fosse qualche rappresentante del MOIGE nascosto tra i Moviers, è pregato di cambiare canale immediatamente. I contenuti di seguito non sono adatti a un pubblico timorato di Dio.
E non sapete quanto mi piaccia farvi passare dal velo al latex nel giro di un Lez Muvi! La settimana scorsa passeggiatina nell’empireo del sacro; questa settimana discesa negli abissi red hot chili peppers. Dante e Lenny Kravitz andrebbero via di testa! 🙂
Del resto come ignorare il caso scandalo dell’anno? Il film che ha scosso Cannes, Berlino, e un po’ tutto l’establishement cinematografico europeo ed extraeuropeo? Io sono curiosa come una scimmia (sì Mat!).
Quindi bando alle pruderie-frunerie, bando alle bocche splancate, agli occhi sgranati, e via, facciamo di questo Lez Muvi il primo Lez Muvi Hardcore della storia ―sapete che ridere, la settimana prossima, scrivervi il pippone sul film (oddio, wait a minute, che connotazioni mi assume “pippone” alla luce del Lez Muvi Hardcore??? :-)).

Prima di lasciarvi, vi ricordo insieme all’Anarcozumi, che dal 10 aprile sarà dal Mastro un film da non perdere, “Piccola patria”, di Alessandro Rossetto. Realizzato con il contributo della Trentino Film Commission, in concorso nella sezione Orizzonti alla 70esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2013) e prodotto da un giovanissimo produttore che sta a Trentoville, Luigi Pepe, il film è “un’opera corale, un potente ritratto di una periferia del mondo e immagine di un piccolo universo di attorcigliata e distorta fascinazione”… Noi He-men di Let’s Movie lo sosteniamo con tutta la forza di Grayskull! 😉

E anche stasera s’è fatta una certa… Non ignoratemi il Movie Maelstrom, please, prendetevi tutti i ringraziamenti che queste mie braccia chilometriche vi offrono, ricordate assolutamente di unirvi al Lez Muvi domani (uno pseudo-porno da sola no eh, no :-(), fregatevene del riassunto e aggiungete ai ringraziamenti dei saluti nicianamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Con quei 13 anni di ritardo, ho visto “In the Mood for Love“, del maestro Wong Kar-wai. Better soon than never, Board…
Vi dico solo che entra nella top-ten dei best-of dei greatest-hits della mia personale cinematografia… Se vi volete un po’ di bene, anche solo una punta, trovatene una copia…

Io sono rimasta tutta la settimana con questo motivo in testa…quelle atmosfere ad alto contenuto poesia&senso…https://www.youtube.com/watch?v=23oBMOvt85o (versione breve), https://www.youtube.com/watch?v=fIgU9aNpb9k (versione lunga) …

Sublimely intoxicating, I’d say…

NYMPHOMANIAC – Volume I: è la storia poetica e folle di Joe (Charlotte Gainsbourg), una ninfomane, come lei stessa si autoproclama, raccontata attraverso la sua voce, dalla nascita fino all’età di 50 anni.
Una fredda sera d’inverno il vecchio e affascinante scapolo, Seligman (Stellan Skarsgård), trova Joe in un vicolo dopo che è stata picchiata.
La porta a casa dove cura le sue ferite e le chiede di raccontargli la sua storia.
L’ascolta assorto mentre lei narra, nel corso dei successivi 8 capitoli, la storia della sua vita, piena di incontri e di avvenimenti.

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Let’s Movie XCI

Let’s Movie XCI

MELANCHOLIA
di Lars Von Trier
Danimarca, 2011, 130’
Lunedì/Monday 24
21:30/9:30 pm
Astra (Mastrantonio)

Maine Moviers!

In medias res…

Se dovessi tradurre in parole lo sguardo dell’Anarcozumi durante e dopo la visione di “This Must Be The Place” dovrei calarmi un velo nero sugli occhi, infilare un paio di guanti di pizzo in coordinato e recitare un “Siamo qui riuniti per dare l’ultimo saluto a Paolo Sorrentino, regista innovativo della generazione K che tante speranze fece nascere con “Le Conseguenze dell’amore”…” e via di seguito, in tono mesto e compito, da brava movie-mourner…

Invece, pur cercando di non scordare gli occhi della Zu — tra la nausea, la delusione e l’esasperazione — diramo un meno categorico comunicato stampa con cui “Dichiariamo il paziente Paolo Sorrentino ancora in rianimazione, che combatte tra la vita e la morte”. Il Board è molto categorico, ma la medicina ha fatto passi da gigante, e forse, FORSE, riusciremo a recuperarlo…

Ma senza cartella clinica e dinamica dell’incidente, come potete voi, miei reporter Fellows che così numerosi popolate questa cine-camera mortuaria trasformata in conferenza stampa, capire?? Lasciate quindi che vi esponga i fatti, e pregovvi (pregovvi??) di non squagliarvela quatti quatti mentre non guardo…

Pur di corsa, martedì arrivo al Victor Victoria con tutta la tranquillità del Board che sa di trovare un’Anarcozumi e una Honorary Member Mic raccolte in sessione plenaria, e il cinema vuoto. E invece no, il cinema non è vuoto:c’è una gran folla all’ingresso che mi trascinerebbe alla deriva non fosse per l’intervento dell’Anarco e della Mic, balde capitane di ventura, che mi lanciano un biglietto salva-Board e mi oh-issano a boArdo.
L’equipaggio annovera anche il Fellow Cristoforocolombo, e non poteva essere altrimenti, visti i trascorsi Nina-Pinta-S.Maria e un paio di strepitosi calzini marinari a righe, passion passione del Board (forse ve l’avevo già detto, o forse il Fellow in questione è dotato di poteri paranormali, sta di fatto che li sfoggiava con splendida arroganza :-)).
Pensavo che l’equipaggio si fermasse a loro, e già sarebbe stato tanto, visto il martedì freddo e lo spread che fa dannare e la rottura tra Demi Moore e Ashton Kutcher. Ma anche qui un bell’”invece” introduce una golosa sorpesa: ecco lì in platea la Fellow Chocho-Barbara al suo debutto in Let’s Movie! Siamo molto fieri di averla tra noi! Non solo è patitissima di cinema, arte, architettura, design, letteratura e fashion — praticamente una Nonsolomoda in carne ed ossa ― ma è anche una Signora blogger! Scrive per il blog e-zine, http://www.e-zine.it, raffinato e-box pieno di cinema, arte, architettura, design, letteratura e fashion in cui ha fatto entrare anche il vostro Board! Se avete voglia, potete leggermi (ancora!) qui http://www.e-zine.it/numeri/ritorni/welcome/ ― è il mio primo articolo, fresco fresco di e-stampa! Rifletto sul tema del ritorno, e di “Welcome” il film che, a pensarci ora, ha dato il via a Let’s Movie, e che tanto era piaciuto all’Anarcozumi e alla Fellow Giuly Jules
GRAZIE Chocho-Bar (ma “Choco-Bar” è tavolettamente perfetto! :-)) La partnership E-zine – Let’s Movie è sancita!

Ma tornando a noi, le sorprese, golose, critiche e domotiche, non sarebbero finite lì…. Alla fine del film, scopro che di sopra, nella famosa galleria empiera del Victor Victoria aleggiavano anche la Fellow Vaniglia, la Fellow Cristina Casaclima con il Gentilconsorte e la Fellow Claudia The Critic! Quindi, scettici Moviers, contiamo un po’: 7 Moviers — i Magnifici 7 Moviers, per fare del meta-celebrazionismo. 🙂
La cosa più sorprendente NON è il numero di Movier presenti — contrariamente a quanto state pensando! — quanto il dibattito che è nato a fine film. Un salotto dialettico senza nei e poltrone che Vespa non si sogna nemmeno di sognare! È stato molto interessante perché eravamo spaccati nei nostri giudizi, completamente fratti — ma certo non frattali. Chi dichiarava “Paolo Sorrentino: ora del decesso, 23:18 pm”, e chi parafrasava Bruce con “Paolo Sorrentino: the Boss RE-born in the USA”… Io ero quasi più interessata ad assistere questo ping-pong tra Moviers più che a prendere in mano paletta e pallina…

E a questo proposito, (rim)balzo dritta dritta al film… La scena di Cheyenne al tennis da tavolo nel drugstore in mezzo al nowhere americano credo sia stata la più comica del film. Ed è anche paradigmatica della comicità utilizzata, che si basa sulle modalità classiche dell’umorismo teen-naif, quello delle scemate che fai quando hai 15 anni per ridacchiartela con gli amici… Cheyenne che approfitta della distrazione dell’avversario per fare punto, e poi andaresene ridendo, s’inserisce in questo tipo di silly humour che a sua volta è uno specchio del personaggio… Ora, io ve lo confesso. Ho retto Cheyenne per i primi sei minuti — nei primi sei minuti i pregiudizi sono neutralizzati dalle forze benefiche del beneficio del dubbio. Scattato il settimo, ho inserito il Board modalità sopportazione.

È troppo facile smascherare il giochetto di Sorrentino: costruzione del personaggio e del film sugli opposti e i contrari. Cheyenne personaggio nero fuori ma candido dentro… Famoso fuori ma fragilissimo dentro, che vive con una moglie brutta fuori ma ovviamente bella dentro, in una casa ultra-design fuori ma con una pizza surgelata dentro (nel forno)… Potrei andare avanti a elencare dicotomie fino a mercoledì, e anche allora mi fermerei solo per prendere l’aereo…
Ma a parte questa altalena di contrari su cui Sorrentino fa montare la sceneggiatura, “This Must Be The Place” ha anche un’altra pecca: il film sorrentina. Ed è quello che forse mi ha deluso di più. È come se il regista avesse realizzato un magnifico album di fotografie — e ce ne sono di magnifiche davvero — e ce lo mettesse in mano con molta sicurezza, come per dire “toh, impara un po’ chi è ‘sto Sorrentino”. Ecco, un gesto così, è un po’ pericolosetto quando sei al quarto film e magari devi fare ancora un po’ di strada prima di darti alle stampe… E guardate non sapete quanto mi costa dire così: un legame particolare mi lega a “Le conseguenze dell’amore” a “Il divo”, quindi non è come se stessi massacrando il primo You-know-Malick che passa…
Tutte queste magnifiche immagini che ci scorrono davanti agli occhi colgono in realtà tutta una serie di luoghi comuni americani — luoghi nel senso doppio di posti fisici e stereotipi. Per questo la delusione. Sorrentino ha incartato il cliché con una splendida carta da pacco. La carta è splendida, ma il cliché rimane cliché. Proprio su questo l’Anarcozumi si è giustamente imbestialita (senza con questo scalfire lo smashing effect di quel nuovo look all-black con frangia…sei da panico, Zu :-)): e la ragazza-madre col figlio obeso, e la emo con le paturnie, e gli autoarticolati fermi ai benzinai e i pub texani con i giochi da tavolo e le mogli dei nazisti post-nazismo nelle case di bambola tutto-rose-e-fiori… Anche qui, potrei andare avanti fino a mercoledì…

Ma non c’è mole incantatoria, non c’è nulla che eguagli lo skateboard che taglia la sala di Palazzo Chigi de “Il divo” ― la bottiglia di birra extralarge calata in mezzo alla strada di “This Must Be the Place” non regge proprio il confronto. Ed è triste vedere il deserto ghiacciato di “This Must Be the Place” che vuole rincorrere  quell’abbaccinante teatro della morte che era la cava di cemento ne “Le Conseguenze dell’amore”… L’abuso dell’estetica insieme all’abuso di battute al sapor di scienza infusa rendono il film in certi punti davvero fastidioso — “la paura salva sempre. Ma bisogna scegliere una volta, una sola volta nella vita, di non aver paura”… Mamma mia… (ma “il bacio è l’apostrofo rosa tra le parole ‘ti amo’”, quando??).

E poi c’è il finale… Il finale è la vittoria dell’imborghesimento, e meno male che la Mic —il cui smashing effect era dato da un paio di calze tricot spettacolo, quindi da panico pure lei 🙂 — se n’è fuggita a prendere l’autobus prima della fine. Non avrebbe retto al ritorno di Cheyenne a Dublino, dopo la terapia on-the-road in the US con espiazione della morte paterna e superamento catartico del desiderio di vendetta nei confronti del generale nazista responsabile delle torture inflitte al padre — ma li contate anche qui, tutti ‘sti stereotipi?! Cheyenne senza trucco, tutto ripulito, in abiti “civili”, col sorriso ce-l’ho-fatta-ho-capito-tutto mi ha fatto venire la tentazione di annuire alla Zu, abbassare la veletta sulla fronte, e cominciare a piangere la perdita dell’amato Paolo…

Ma poi ho pensato che l’America dà un po’ la testa a tutti, e forse anche all’amato Paolo ― che spero si sentirà un po’ SorrYentino quando si risveglierà dal coma stars&stripes… Per adesso lasciamolo riprendere. Teniamolo in rianimazione (e tu Zu, lontana dal respiratore eh…).

Detto ciò, vedere l’entusiasmo dei Fellows e la passione con cui difendevano le loro idee a fine film, be’, ha valso il prezzo del biglietto. Il cinema serve anche a questo. A spaccare/ci.

Serve anche ad annettere nuovi Moviers! La nostra Claudia The Critic ha agguantato l’amico Nicola fuori dal cinema e l’ha spinto dritto dritto nelle braccia di Mummy Board… Eh eh… Grande lavoro di pierraggio, Claudia... 😉 Dopo un reciproco scambio business-card molto from-pusher-to-pusher, Nicola è diventato ufficialmente il Fellow Nicomico, perché lui questo fa, il comico.
Frequentaci, Nicomico eh! Let’s Movie è il tuo habitat ideale… Par di stare al Pippo Chennedi Show… 🙂

Insieme ai Magnifici 7 ringraziati qua sopra, vorrei ringraziare anche il Fellow Iak-the-Mate per aver compreso, con straordinaria lungimiranza, che il linguaggio Haribo parla dritto dritto al cuore del Board… Grande Mate! 🙂

Colgo anche l’occasione di aggiornarvi sul lavoro encomiabile portato avanti dal Responsabile della Sede Distaccata Let’s Movie di Roma-Siena, il mio Fellow PhD Davide Testone. Quanto alla cara Keira Knightley confermo al Testone del Testaccio che sì, non so se abbia naso, ma di certo ha un gran mento, e che “The Social Network” è uno dei film più innovation di Let’s Movie 2010. Confermo altresì che il brevetto degli spiedini di frutta è depositato a tuo nome e che mai macchina fu più carica di fragole dopo Trikky 2007. 😉

Questa settimana ho già pre-annunciato il film ai magnifici 7 che sono stati TUTTI entusiasti! Loro e io non vediamo l’ora di spararci questi bei 130 minuti di pura

MELANCHOLIA
di Lars Von Trier

Anche solo per la parola, Moviers, “melancholia”…ditelo un po’ a voce alta…”Melancholia”…Viene  l’acquolina in bocca, no, con tutte queste laterali alveolari?
Sento odor di opinioni spaccate anche con questo film… Lars Von Trier non è esattamente il regista più vanziniano sul  mercato… Anche qui, staremo a vedere… Comunque sappiate che Kirsten Dunst si è aggiudicata la Palma D’Oro all’ultimo Festival del CInema di Cannes per la migliore interpretazione femminile…

Ma veniamo a noi… Mi serve la colonna sonora giusta per introdurvi quest’avviso, quindi please, cliccate qui http://www.youtube.com/watch?v=v94ugLhua9Y

Sono stata convocata nel profondo Maine jessicafletcheriano per una conferenza sulla traduzione letteraria, “Translations 2011: Cross-Cultural Exchange through Poetry An International Festival and Conference”, una cosa molto american-altisonante e da literary nerds che si terrà dal 26 al 29 ottobre a Lewiston, a due ore da Boston. Anche qui come per la mezzamaratona, non so bene perché lo si faccia— per preparare questa cosa, ho passato gli ultimi 20 giorni in ritiro claustrale! Il perché non è dato sapere, ma stando all’ipotesi più accreditata il Board sarebbe un (cine)sognatore con la testa di carta tentato dalle partenze quanto terrorizzato dai ritorni, che per una volta ha dato retta al sogno e fatto vincere la partenza….

Oppure diciamo che dopo aver finito i petali della margherita “vado-non-vado”, m’è rimasto in mano il “vado”, quindi, vado… 🙂

Ma non vi proccupate eh, Moviers, ritorno, eccome se ritorno! Tutto starà a scansare la iella della Fletcher, che dove passa lascia una scia di cadaveri lunga così, ma conto sugli skills acquisiti presso la Cluedo High School in gioventù…

Devo assolutamente ringraziare la nostra Honorary Member, che in questi ultimi quindici giorni si è trasformata nella preparatrice ufficiale Mister Mic, e ha lavorato su un Board in calzoncini e paradenti quanto mai titubante, dandogli il sostegno e la carica per non gettare la spugna sul ring — e la Fletcher giù dal poggiolo. Grazie Mister, prometto di puntare al “subliminale”… 😉

A proposito, a nome della Honorary Member, supportata dall’Anarcozumi, indiciamo la PPP, la “Punti Poli Pursuit”: la Mic deve raccogliere tipo ennemila punti del Poli per aggiudicarsi un tostapane. Ora, non pensate che questa sia la solita squallida raccolta bollini da supermercato di periferia, e il tostapane l’ennesimo elettro-giocattolo destinato al cimitero degli elettrodomestici di tante case occidentali (quanto agli elettro-domestici, li ha già fatti fuori tutti la Fletcher). No. Raggiungere il tostapane per la Mic è “Una metafora della lotta esistenziale che ogni individuo individuale porta avanti nei confronti della società coniugale/coniugalizzante della modernità specificamente trentina ma anche tristemente internazionale” — e poi pensate che il Board sia complicato, ts… Immaginate un po’ quando ci troviamo per i nostri CdA…

Insomma, SuperMarket Moviers, quando venite a Let’s Movie, portatevi i punti. Contribuite alla causa esistenzialista della Mic! Join the PPP campaign! 🙂

Okay, mi pare di aver detto tutto. O forse no. Volevo dire anche questo… Sul fatto che io attiri casini, non ci piove… E mi viene sempre in mente un verso di  Battiato “…dai fallimenti che per tua NATURA normalmente attirerai”… Sostituite “fallimenti” con “casini” e avete il Board 🙂 — in effetti anche l’originale potrebbe andare bene, ma questa è un’altra storia! Però per mia FORTUNA normalmente attiro anche esseri speciali…Che mi popolano i cinema, mi telefonano, mi seguono (in giro per l’Italia), mi supportano/sopportano, mi cazziano&comprano il biglietto quando arrivo tardi, mi chiedono se ho il passaporto e mi dicono che andrà tutto bene… I miei Moviers… E pensare che alcuni di loro pensano che quella speciale sia IO … Ts…. 🙂

Questa sviolinata era solo per indorare il cianuro, cocchi… Cioè non è che ora io parto e voi per due settimane fate tutti i plaid&pay-per-view… No no… Ho pensato di darvi un compitino per tenervi allenati. Niente di ché eh, non fatemi quegli sbuffi uffosi alla Fellow Giak eh, dai…

Il compito è il seguente: “Guardare un film a vostra scelta e mandarmi un commento, ANCHE DI UNA RIGA, anche di 140 twitter-caratteri (e qui faccio contenta la Senior Fellow Lady Loredana) a [email protected].” L’ideale sarebbe che andaste al cinema, ma se siete proprio proprio impossibilitati oppure se trovate un dvd che vi piace oppure un film in tv che v’ispira, anche un Let’s Movie At Home PER QUESTA VOLTA va bene. Poi io prendo i vostri commenti ANCHE DI UNA RIGA/anche di 140 twitter-caratteri, li butto nel mio movie-marmittone e ci tiro fuori qualcosa… 😉

Avete tempo fino a sabato 5 novembre. Io penso che ce la possiate fare…Anzi no, io penso che mi stupirete… 🙂

Sono proprio arrivata in fondo ora. Scusate la lunghezza, ma visto che salterò domenica prossima, questo messaggio è un messaggio (en)diadico ― Fellow Pa, che te ne pare? 😉

Aspettando di rubare la bici alla Fletcher per girarmi le viuzze di Cabot Cove, vi chiedo di calcarvi il cappuccio in fronte e ascoltare http://www.youtube.com/watch?v=RADHlFh1cb0 . Stavo correndo (ma va??) mentre ho risentito questa canzone dei Mattafix. Mi ha fatto pensare a Big-City Boston, dove starò qualche giorno… E ditemi se questa non è poesia

The Linguist across the seas and the oceans,
A permanent Itinerant is what I’ve chosen.
I find myself in Big City prison, arisen from the vision of man kind.
Designed, to keep me discreetly neatly in the corner,
You’ll find me with the flora and the fauna and the hardship.

Back a yard is where my heart is still I find it hard to depart this Big City Life

Vi dico solo che i primi due versi sono diventati l’epigrafe del mio saggio…

Ah mi raccomando, Moviers, from time to time don’t let the system get you down…

GRAZIE Fellows di mother Board (che non è la scheda madre), ora riassunto nell’underground e dei saluti, che sono transamericanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

 MELANCHOLIA: Due sorelle, Justine e Claire, un tempo unite, si stanno allontanando sempre di più l’una dall’altra. Poco dopo la cerimonia in cui Justine ha sposato Michael, la donna piomba in un improvviso stato di malinconia che la rende particolarmente calma mentre un misterioso pianeta, apparso da dietro il sole, è in rotta di collisione con la Terra. Claire, invece, è terrorizzata per la minaccia che incombe dallo spazio.

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