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LET’S MOVIE da NYC commenta “THE HOUSE THAT JACK BUILT” di Lars Von Trier

LET’S MOVIE da NYC commenta “THE HOUSE THAT JACK BUILT” di Lars Von Trier

Madeline Millan Moviers

è una mia collega professoressa all’FIT. Insegna spagnolo. È di Puerto Rico. Ha quell’inglese che sa di Sud America.
Quando esclamo “mammamia”, non fa una piega. Non come gli americani, che ridono e, maldestramente, lo ripetono.
Madeline è anche una poetessa. Ha pubblicato molte raccolte in spagnolo. Tante sono state tradotte in inglese.
Quando viene a sapere che anch’io sono del partito della parola, si interessa subito.
Voglio introdurti alle scrittrici del PEN America Women’s Literary Workshop, mi scrive per email.
Quando leggo “PEN America”, io, nella mia testa, m’inginocchio.

Il PEN America è un centro la cui istituzione risale al 1922 —il Neolitico, in parametri storiografici americani — e il cui obbiettivo è “difendere e celebrare la libertà d’espressione negli Stati Uniti e nel mondo attraverso la promozione della letteratura e dei diritti umani”. Così è scritto nella loro costituzione.
Sono Membri del PEN America scrittori, poeti, drammaturghi con almeno una pubblicazione, editori e traduttori professionisti. È considerato il fiore all’occhiello della cultura americana — un luogo di prestigio, storia e nobili valori. Ha i suoi bravi premi, un Festival e organizza tutta una serie di conferenze, incontri, eventi, sparsi in tutto il mondo. Sì perché il PEN America è diventato anche PEN America International, e conta su qualcosa come 100 sedi worldwide. Un’istituzione, insomma.
Quando è nato, nel Neolitico, il PEN America era una struttura men-only, ovviamente. Ché la donna doveva rimanere nella caverna e badare ai piccoli, mentre l’uomo andava per la giungla a pubblicare e tenere reading. Poi le donne sono arrivate, ma senza una stanza tutta per sé, come invece voleva Virginia Wolf. Allora una venticinquina di anni fa, la poetessa newyorkese Ilsa Gilbert, ha detto, ma perché non istituiamo, all’interno del PEN America, un luogo in cui le scrittrici membre del PEN possano incontrarsi, e condividere i propri lavori?
Siccome siamo a New York e le idee carambolano nella pratica con più probabilità che in Italia, il PEN Women’s Literary Workshop ebbe inizio.
Madeline mi porta a uno di questi incontri una serata piovosissima di ottobre.
Io sono un’ospite, non devo dire o leggere nulla. Ma sono agitata come se dovessi fare un’interrogazione.

Ci si incontra una volta al mese, e la location cambia ogni volta. Le membre che hanno a disposizione una casa sufficientemente spaziosa, la mettono a disposizione per l’incontro, che si basa sul chi viene viene — un po’ come Let’s Movie quando Let’s Movie agiva a Trentoville.
Ma l’incontro di ottobre, non so bene perché, si tiene nella sede ufficiale del PEN America, che sta nel cuore di SoHo, al 588 Broadway. Forse per quello sono agitata. Sono intimidita dalla sede. Gli uffici bianchissimi, dove spiccano ovunque il rosso e il nero del logo “PEN America”.
Le donne sono tutte senior, ultra over senior. Viaggiamo dai settanta in su, con qualche incursione nella cinquantina.
La mancanza di anni che mi porterebbe al loro livello mi pesa addosso. Pensa se vedessero che nei messaggi sul cellulare uso la K al posto del “chi”, 3 al posto di “tre” e la x in vece del “per” — come Salvini!
Temo che la loro età le renda divine, demiurghe. Che loro sappiano tutto ancora prima di conoscermi.
La K, il 3, tutto.

Madeline mi presenta a Ilsa Gilbert, quella Ilsa Gilbert.
È talmente piccola e magra che potrebbe starmi in borsa. Ha due occhi azzurri che spuntano fuori, freschissimi, dalla rete di rughe che ricama il suo viso — il colore non invecchia, penso con gratitudine.
Arrivano altre membre. Una con un bastone, una persino con un deambulatore.
Fuori piove che Dio la manda. Eppure queste vecchine se ne sbattono lettaralmente pur di essere letterariamente presenti all’incontro.
Quando parlo di resilienza newyorkese intendo anche questo. Il “no mattter what”. Indipendentemente da tutto, ci sono.
Questo mi ha destabilizzato i programmi molte volte.
“Ma chi vuoi che ci vada, con questo tempo?”.
Appena trasferita qui, non facevo che rassicurarmi con questa domanda quando programmavo di partecipare a qualche evento. Poi arrivavo sul posto e trovavo pienissimo, se non sold-out.
I newyorkesi non permettono ad alcunché, meteo compreso, di intralciare i loro programmi. Se si tratta di meteo, aggirano l’ostacolo con outfit poco edificanti, ma lo aggirano.
Quindi non c’è da stupirsi che una scrittirce novantenne faccia il suo ingresso in deambulatore quando fuori imperversa l’apocalisse.

Poi arriva Rosalie, Calabrese. È ancora più magra di Ilsa. Nella mia borsa, ci nuoterebbe.
Rosalie è molto generosa, e mi segnalerà, nelle settimane successive, eventi poetici, e salotti letterari.
Il PEN America Literary Women’s Workshop funziona così. Tre scrittrici hanno dieci minuti a testa per leggere i loro scritti, e poi si apre un open mic, un microfono libero, in cui chi vuole può leggere per cinque minuti.
Una delle scrittrici da dieci minuti è proprio Rosalie. Legge da un librino sottile come lei. “Remembering Chris”.
“È suo figlio. Si è suicidato lo scorso anno”, mi sussurra Madeline all’orecchio.
La sua poesia non è strappalacrime, drammatica, come si potrebbe pensare.
Mantiene la dignità.
Ricordo un verso.
I reach for your hand/and hold the memory.

Altre donne leggono.
Molta poesia che sento, non mi parla. A quanto vedo, qui in America c’è la tendenza ad annacquare la poesia. A perdere la musica. A scrivere narrativa, e chiamarla poesia. Per questo, credo, quando mi capita di leggere le mie cose, mi si dice sempre “they are music”.
Se si perde la sintesi e si diluisce il pensiero, e con esso la parola, allora abbiamo la prosa. Ma se voglio scrivere in prosa, scrivo in prosa. Non la spaccio per poesia.
Quindi non rispondo molto, emotivamente parlando, a quello che le mie orecchie sentono. Ciononostante, ascolto con attenzione.
Non c’è solo poesia. Una drammaturga sta lavorando a una pièce teatrale, e ci legge un monologo. Una scrittrice di racconti, legge la bozza di un nuovo racconto.
Mi piace la formula “workshop”. Il fatto che alcuni dei lavori letti siano in-progress.
E mi piace l’energia di queste donne, che alla loro veneranda età, continuano a scrivere, uscire, fare, brigare. Che non si fermano davanti a niente.
Se me lo chiedete, è proprio questo tipo di donna che vorrei essere un giorno. Non lo sono ancora.
Nei giorni buoni sono una che ci prova. Nei giorni meno buoni una che arranca.

Rosalie mi invita al salone letterario di Otis Kidwell Burger, la 94enne del Greenwich Village di cui vi avevo accennato in un passato pippone.
I novantaquattro anni di Otis sono tutti ben allineati sulla sua spina dorsale ricurva e sul bastone che usa per camminare. Che non è un bastone, è una racchetta da sci, e dio solo sa da dove arriva, nel cuore del Greenwich Village, una racchetta da sci.
Ma la voce è quella di una donna nel fiore degli anni. Sicura e senza esitazioni. Se chiudo gli occhi davanti alla veste da casa in flanella, le scarpe comode, la gobba e la racchetta, potrei trovarmi davanti a una mia coetanea.

Siamo nel suo salotto, al 27 di Bethune Street.
Ci sono due divani diversi, sedie spaiate, una varietà di oggettistica che solo un rigattiere potrebbe eguagliare.
E poi libri, tappeti, un caminetto, uno scrittoio.
Otis è seduta su una sedia di velluto rosso. Un pezzo unico. Tutti sanno che quella è la sedia di Otis. Quando sono arrivata era libera, ma ho intuito immediatamente che quella sarebbe stata la sua sedia. Nella repubblica anarchica di New York City — e del Village — ha la solennità di un trono.
Otis fa il suo ingresso per ultima. Cammina a stento, ma cammina. Da sola. Dietro di lei, il suo gatto, arancio, a righe.
Otis avverte che il felino è molto “naughty”, e che morde.
Io lo accolgo con uno starnuto.
Prego tutti i santi allergici in paradiso di non farmi attaccare con il fuoco di fila di sternuti, come ogni tanto succede.
Fortunatamente mi limiterò a quattro, sparsi per tutto il reading.
I santi allergici hanno guardato giù.

Nel salone letterario di Otis funziona un po’ come con il Workshop delle PEN American Literary Women. Due scrittori leggono per venti minuti, e poi c’è il microfono libero. È il coordinatore del gruppo, un poeta che sembra Santiago, il vecchio de “Il vecchio e il mare”, ma con qualche libbra di più intorno al girovita, a scegliere gli scrittori che leggono per venti minuti negli incontri successivi.
Io leggo tre poesie da “Bitter Bites”. La voce un po’ tremolante.
Santiago, a fine reading, mi dice se posso venire e leggere il 9 dicembre.
Quindi il 9 dicembre, mi sono spettati venti minuti.

Sono tutti curiosi, gli scrittori —in generale, ma in questo caso, proprio i presenti.
Mi chiedono del mio inglese, di quanto debba essere difficile scrivere poesia in un’altra lingua, e poi venire in un altro paese — ma non conoscevi nessuno? E poi ma come hai fatto a pubblicare in così poco tempo??
Io dico no, non è difficile, poetare in inglese. È scoperta, lavoro e piacere. Tengo sempre a mente che nella lingua, ci entro in punta di piedi.
E no, non conoscevo nessuno, ma a New York non rimani a lungo senza conoscere nessuno.
E sì, sono stata fortunata a trovare un editore disposto a credere a una just-landed come me. Ma ho espiato tanto in Italia.

Prima di andarmene, Otis mi dice, torna, torna. Torna quando vuoi.
“Sai, ho studiato italiano a Venezia”, aggiunge, in inglese.
“L’ho studiato perché avevo un ragazzo italiano…”, sghignazza. Il suo viso si accende di malizia. Ha novant’anni e rotti, ma mi sembra una ragazzina.

E queste sono le reti di New York. Partono da una Madeline che ti invita a un reading, dove conosci una Rosalie che ti invita a un altro reading, e finisci da una Otis, da cui ritorni due volte.
Forse per questo a New York mi sento così “safe”. Percepisco l’esistenza di quella rete, là fuori.
Sono convinta che vada avanti a tramare anche quando io non guardo.

Questa settimana è stata una settimana cinematografica fortunata perché il film che attendevo di vedere dall’ultimo Festival di Cannes, “The House that Jack Built” di Lars Von Trier, è stato introdotto dall’attore protagonista, un tale Matt Dillon, alla Film Society del Lincoln Center.
Io, Matt Dillon, lo ricordavo un po’ gigione in “Tutti pazzi per Mary”. Mai avrei immaginato che potesse reggere due ore e trentacinque minuti di girato larsvontrieriano. Invece, li ha retti. Certo il suo intervento al Lincoln Center non è stato di molte parole. Ma del resto, dopo aver recitato da serial killer in un film come “The House that Jack Built”, comprendiamo e perdoniamo certa fiacchezza di spirito.

America, anni ’70. Jack è un ingegnare, ma avrebbe sempre volute essere un architetto. Questa distinzione risulta essere cruciale per capire — well, tentare di capire — la logica perversa che puntella la mente di questo personaggio. Come lui stesso spiega: “l’ingegnere è un musicista che legge la composizione e la esegue, l’architetto l’ha scritta”. Quindi possiamo dire che l’architetto è il poeta, il creatore supremo, l’artista. Mentre l’ingegnere è un esecutore: un po’ la differenza fra Mozart e Salieri.
Jack ambisce all’architettura: la sua più grande ambizione è quella di costruirsi una casa — la casa del titolo, appunto. Ma Jack è un esecutore. Seriale, per di più.
Jack, oltre a essere un ingegnere, è un serial killer.

Comincia la sua “carriera” da omicida in maniera rozza e grossolana, sfasciando la faccia a una povera Uma Thurman — God, quanto è invecchiata, dov’è finita Black Mamba! — colta nella più classica delle situazioni che ingolosiscono i killer da che murder è murder. Una donna, per altro assai insopportabile, fòra la gomma della macchina e chiede aiuto, a bordo strada: il suo cric è rotto, non può farcela da sola.
Ma tu guarda le coincidenze, un Jack passa proprio in quel momento…
Qui una parentesi linguistica è doverosa. In inglese “Jack”, oltre a essere nome di persona, significa proprio “cric”. Ma tu guarda ancora le coincidenze… E “Jack”, se ricordate bene, è anche “The Ripper”, “Lo squartatore”, il killer seriale più seriale di tutti i tempi. Ma tu guarda, ancora ancora, le coincidenze…
Lo scopo esistenziale di Jack è quello di compiere l’opera perfetta, così da “dar vita”, perversamente e antiteticamente, all’omicidio più sofisticato possibile. Di qui il nome con cui firma i suoi delitti — Mr Sophistication. Per realizzare tutto questo, Jack si serve di una cella frigorifera in periferia dove accatasta tutti i suoi “tentativi” nell’attesa di compiere il capolavoro definitivo: una casa con i “tentativi” al posto dei mattoni…

Nelle mani del genio del male Von Trier, l’ironia è un filo nero che corre lungo tutto il film. Diciamo lungo almeno tre quarti di film. In modo particolare perché Jack è affetto da OCD, ovvero da disturb ossessivo-compulsivo.
C’è niente di più lugubremente comico di un assissino che è costretto dalla sua ossessione a ritornare infinite volte sulla scena del delitto —cosa che non si deve fare mai— perché è convinto di aver lasciato una macchia?
Nel secondo omicidio compiuto, in cui Jack è ancora assai “grossolano” nella tecnica, ritornerà nella casa dove è accaduto il crimine qualcosa come dieci volte. La scena è obbiettivamente molto comica, anche se stiamo osservando un killer al lavoro. Del resto il cinema di Von Trier ci ha abituato a ridere dell’orrido. Quindi noi si sta al gioco e si gioca.

Quanto a struttura, il film è tutto una rievocazione, un flashback, con due voci fuori campo. Quella di Jack e quella di un tale Verge, una figura che potremmo identificare come Dio, o qualcuno/qualcosa di simile — interpretata mirabilmente da Bruno Ganz. Jack suddivide il suo racconto in cinque “incidenti” — così li chiama — che gli sono capitati e che, per qualche motivo, hanno segnato il suo percorso.
In un “incidente” dedicato alla famiglia, Jack prende in ostaggio con l’inganno una madre e due figli, e trasformerà un tranquillo picnic nel bosco, nell’estremo viaggio per i tre malcapitati. Anche qui, il dark humor raggiunge vette larsvontrieriane.
In un altro episodio, la vittima protagonista è una giovane donna, e l’argomento è “l’amore”. Non vi dico nel dettaglio cosa succede, ma vi posso anticipare che Jack si ritroverà con uno dei seni della ragazza a fargli da portamonete — in effetti, la forma si presta…

Jack e Verge inseriscono nella narrazione delle considerazioni altamente filosofiche sulla vita, l’arte, l’esistenza, trasformando la discussione in qualcosa tra dialogo filosofico, seduta psicoanalitica e tete-à-tete fra due megalomani.
La figura di Verge, infatti, assume contorni ora divini, ora psicoanalitici, ora virgiliani. Quest’ultimo contorno è evidente nella sezione finale del film, che s’intitola “Catabasi” — ovvero la discesa di una persona viva nell’Ade — in cui Verge, una specie di Virgilio, accompagna Jack, una specie di Dante — per altro vestito con una vestaglia rossa di chiara dantesca memoria — nell’ultimo viaggio.
E qui Von Trier ci chiede quel “leap of faith” che ogni tanto chiede ai suoi spettatori. Ovvero quello di essere flessibili e aprirci all’allegorico, uscire dalla nostra piccola scatoletta di causa-effetto quotidiana, e riflettere in termini grandi, universali, e metaforici.
Dopo aver guardato in lontananza dei Campi Elisi bagnati da una luce empirea e ammiccanti al Paradiso, Jack finisce giù in una specie di purgatorio dove Verge gli fa una proposta: puoi seguire il cammino convenzionale che tutti seguono, oppure c’è quell’altra strada, oltre quel ponte… Ma certo, se per raggiungerla cadi laggiù, in quel buco laggiù, finisci dritto tra le fiamme dell’Inferno.
Cos’ha fatto Dante? Si è rifiutato di scendere giù per i gironi? Cos’ha fatto Faust? Si è rifiutato di negoziare la sua anima con Mefisto, in cambio della conoscenza?
La scuola della tentazione ha la meglio anche nel caso di Jack.

“The House that Jack Built” è un film molto denso, che ribadisce ancora una volta quanto Von Trier sia innanzitutto un filosofo, un seduttore del pensiero. La macchina da presa non è altro che l’estensione del suo intelletto. Per questo il suo cinema è molto cerebrale, molto schematico e ordinato — cinque “incidenti” più chiusura finale in questo caso, ma ricordiamo “Dogma”, il manifesto a cui aveva aderito negli anni ’90 che prevedeva una serie di regole fisse per rispondere a un’idea di cinema minimalista.
Eppure Von Trier è anche un empatico nato: è questa empatia universale che gli fece dire, infelicemente, al Festival di Cannes del 2011: “I understand Hitler. He did some wrong things, absolutely, but I can see him sitting there in his bunker at the end … I sympathize with him, yes, a little bit”, un’uscita maldestra che gli valse la cacciata da Cannes.
Trier non perde mai la componente emotiva del suo spettatore. Nel caso di “The House that Jack Built”, Jack costringe lo spettatore a empatizzare, in qualche modo con lui — così come Von Trier “empatizzava” con Hitler? — lo porta a compiere l’estremo salto con lui, a vedere come lui vede, e quasi, a sentire come lui sente.
Dopotutto, non fanno questo i grandi artisti? Non ti fanno essere altro da te?

Lo spettatore è una via di mezzo fra complice e vittima: subiamo quello che Jack ci propone, ma al contempo non vediamo l’ora di vedere cosa succederà nel prossimo “incidente”. La potenza del cinema di Von Trier risiede proprio lì, nel lavorio sotterraneo ed efferato che opera dentro di noi.
Lo spettatore esce dalla sala stordito, ubriaco. Dopo un film di Trier pensi a tutto quello che si nasconde dietro le porte, dentro i tombini. Vedi “l’animo oscuro della luce” — una splendida immagine che il regista utilizza nel film, e sulla quale il film si spegne.
Continuando dantescamente, per entrare nel cinema di Von Trier dovete lasciare ogni speranza. Speranza di una comprensione totale e univoca. Soprattutto, accettare un patto che ti porta a perlustrare zone scomodissime dell’esistenza e dell’umanità.
Personalmente, non vedevo l’ora che il film uscisse. Ci sono gran pochi registi che esplorano gli abissi così come Lars riesce. Accanto a lui metto David Lynch.
Certo, se cercate il film di evasione, un paio d’ore di cine-entertainment, “The House that Jack Built” forse non fa per voi. Se invece volete l’evasione suprema, quella che vi permette di uscire dalla vostra piccola esistenza quotidiana e accedere a uno spazio in cui investigare l’umano essere — e l’umana follia, anche — il film sarà pane per i vostri denti.

Nella saletta piccola dell’IFC Center dove ho visto il film, il pubblico si è diviso fra quelli con le mani sugli occhi durante le scene più cruente, e quelli che ridevano per l’umorismo nero del regista. Quanto alle mani sugli occhi, sono ovviamente inutili: non c’è nulla di visivamente inguardabile, o che non abbiamo già visto — forse soltanto un paio di forbici in mano a Jack bambino le cui lame finiscono per stringere troppo la zampa di un anatroccolo…

Moviers coraggiosi, imbarcatevi in questo viaggio e andate a vedere la casa di Jack!
Potete tranquillamente prendervela con il vostro Board se il film vi sconvolgerà 🙂

E anche per stasera è tutto, Fellows.
Frunyc IV aggiornato, e saluti, stasera, poeticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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LET’S MOVIE 201 – NYMPHOMANIAC VOLUME II

LET’S MOVIE 201 – NYMPHOMANIAC VOLUME II

NYMPHOMANIAC Volume II
di Lars Von Trier
Danimarca, 2014, ‘123
Lunedì 5/Monday 5
22:00 / 10 pm
Multisala Modena/Lo Smelly (again)

Pharrel Fellows,

Vorrei che provaste un micron, o anche solo mezzo, dell’estasi in cui sono finita mercoledì sera a “Medeas”! Però prima di sciogliermi in fiumi di miele per il giovanissimo regista Andrea Pallaoro, devo assolutamente devolvere il 18 per mille lezmuviano (sì 18!) al Trento Film Festival, intestandolo all’Anarcozumi, vera intestataria del TFF, nonché trottola senza fissa dimora in questi dieci giorni festivalieri. Viste le tante incombenze ― e i tanti bernoccoli, anche! 🙂  ― l’abbiamo sentita al telefono più che vista in carne ed ossa, ma questo ha contribuito a renderla una presenza mistica, una voce oserei dire da Genesi, capitolo I versetto 1 et seq., che mi ha riconfermato quanto lavoro matto e disperatissimo (Leopardi è inconfondibile eh) stia alla base di un evento così articolato come il TFF… A questo proposito, ogni tanto mi fermo a riflettere su Expo 2015 e capisco perché a Milano stiano tutti sclerando, la deadline che incombe inesorabile sopra le teste degli organizzatori (questa è Apocalisse, capitolo I versetto 1 et seq., caso mai non l’aveste notato…). 🙂
Se la Zu è rimasta una voce fuori campo, il Fellow Fant() si è fatto uomo, ehm vivo (!), a tutte le proiezioni che ci aveva consigliato nella lista OFF, sia per introdurle al pubblico, che per monitorare il cine-ambaradan in corso… E guardate, di ambaradan in corso ce n’era dappertutto! Conferenze, mostre fotografiche sparse per la città, concerti, e spidermen veramente amazing (non come quello al cine, ts) arrampicati sui palazzi del centro ― adoro i boulderisti che usano un supermercato come fosse il Cerro Torre accontentandosi dell’8+ che passa la Despar… 😉
Purtroppo il tempo risiKato mi ha concesso ben poco oltre i film sulla nostra lista. 🙁 Ma è stata una gran cuccagna, trovare tanti Moviers alle proiezioni, a riprova dell’esito ON della lista OFF (dovevo cacciarla lì, prima o poi, eh).
Su tutti, applausi-come-se-piovessero alla Fellow Vanilla, che ha presenziato a tuuuutti gli appuntamenti tutti (e anche di più!) :-), alla Fellow Lady Brown, il WG Mat, il Fellow D-Bridge, la Fellow Francesca-ae.f., la Movier More e il Fellow President. Se togliete il WG Mat ― impegnato in Portogallo a trovare un gallo da portarmi (!!) ― e il D-Bridge ― impegnato con la risoluzione di problemi le cui chiavi non stanno in fondo al libro bensì chiuse in ufficio ― gli altri Fellows erano tutti presenti alla proiezione di “Medeas”. E oltre noi sei, quegli altri 444 spettatori che riempivano il Viktor Viktoria…Ebbene sì, un sold-out che ha spalancato le porte del cuore al Board e contribuito allo stato estatico di cui s’è detto in apertura. Certo, il fattore campanilista avrà senz’altro inciso sul pienone: Andrea Pallaoro è di Trentoville, ed era pure in sala ― e pure membro della Giuria del TFF. Però vi assicuro, campanilismo o non campanilismo, vedere 450 persone a un film “d’essai” senza la presunzione di esserlo ― nobilitandolo per questo ancora di più ― e sentire una serie di domande intelligenti/circostanziate a fine proiezione e non i soliti interventi demenziali/autoreferenziali, be’, uno spettacolo del genere, my Moviers, sovverte il pessimismo cine-cosmico che vuole la cinematografia italiana a un passo dal baratro e con essa il livello qualitativo del pubblico medio.
Insomma, ci foste stati, mercoledì, avreste sentito il Viktoria pulsare https://www.youtube.com/watch?v=y6Sxv-sUYtM  in una tachicardia di cui tutti vorremmo essere affetti 🙂
“Medeas” grida in tragico e presago silenzio. Concedetemi un ossimoro per cercare di racchiudere un film che riscrive il mito ma senza l’obbiettivo di dispensare lezioni, innescare catarsi o puntare indici. E concedetemi anche un pippone di quelli extra-large…il film lo merita…
Siamo in uno stato del profondo sud statunitense. Texas, forse, Arizona. Campi riarsi da un sole cocente, strade polverose e pickup cotti da cielo abbacinante. Avete il quadro.
Il tempo del racconto è precedente ai giorni nostri, ma sono certa che in certe parti di Texas e Arizona tutto vada avanti ancora così, tra sole, campi e pickup. Protagonista, una famiglia di allevatori che stenta a tirare avanti. Il marito è il classico burbero dal cuore tenero come tanti da quelle parti. La moglie, figura che ti strega dopo i primi 4 secondi, una sordo-muta a metà strada fra Madonna e Maddalena. Cinque figli, di età diverse, diciamo dai 15 alla culla. La vita scorre lentissima in questo angolo di mondo arido e sterile, fisicamente e metaforicamente. Tutto apparentemente normale: Christina prepara il pranzo, Ennis va alle stalle, i figli giocano per i campi. Eppure il piccolo normale domestico non esiste: è una sciocca illusione di chi rimane aggrappato all’apparanze delle cose, e non scosta il coperchio per guardare l’abisso che nasconde…L’amore tra la coppia è scemato (sarà mai veramente esistito?), e Christina ha il cuore altrove. Ennis capisce che il rapporto con la moglie è irrimediabilmente perduto, ma si aggrappa a tutti i costi al vincolo matrimoniale che li lega. “You are my wife”, strilla tre volte in un film di 97 minuti in cui il numero totale di parole parlate si aggirerà intorno alle 30-35 ― e credetemi, non se ne sente la mancanza.
Come ha specificato il regista, il paesaggio è uno dei protagonisti. E il silenzio, aggiungo io, una presenza più carnale di qualsiasi personaggio in carne e ossa. Il silenzio è strettamente connesso alla figura della moglie-madre: il suo sordo-mutismo sprigiona da lei, investe l’ambiente e diventa il vero linguaggio del film, spingendo il regista a evitare, argutamente, qualsiasi tipo di colonna sonora. La musica disturberebbe quella lingua, quel ritmo talmente lento da sfiorare l’a-ritmia, quel tempo dilatato la cui consistenza non è tanto scientifica o calcolabile, quanto legata alla coscienza ― sì, questo è Bergson, Henri. 😉 La disperazione esistenziale di cui i protagonisti sono portatori, portatori malati, sembra inoltre trovare una controparte metereologica: il paese è vittima di una prolungata siccità e tutta la famiglia è vittima di questa calura incessante, invoca la pioggia, che potrebbe spezzare quest’astmosfera di (in)sospeso, sciogliere la polvere, sbloccare il meccanismo inceppato e rimettere in moto la vita.
Quindi c’è questa attesa di acqua che monta e monta, accompagnata tuttavia da un’aria presaga, da “mmm something bad is gonna happen soon”… Dopotutto siamo dentro una tragedia, il titolo mette le cose in chiaro da subito. Ciò che non sappiamo è che alla fine, quando la pioggia finalmente arriva e un nuovo verde vivo potrebbe soppiantare tutto quel giallo secco, la catastrofe si abbatte su tutta la famiglia. Non vorrei farvi alcuno spoiler, ma dato che il film deve ancora trovare un distributore qui in Italia ― mentre in Colombia, Messico, negli Stati Uniti e in Francia, ce l’ha, ma tu guarda…― vi dico solo che il finale è al monossido di carbonio, in un abitacolo con dentro quattro figli e un marito… C’era da aspettarselo, naturalmente. Ma non con questa laica, necessaria, condivisa, agognata sospensione del giudizio che ci offre il regista, la rinuncia totale a sfoderare indici ammonitori o interpretazioni preconfezionate. In una catto-Italia come la nostra, in cui la cappa è quella esercitata dalla chiesa e non dalla calura, un’assenza così totale di morali è qualcosa a cui non siamo abituati.
A parte ribaltare il mito di Medea ― lo ricordate, vero, il mito di Medea? Quella che ammazzava i figli dell’ex-innamorato per fargli un dispetto― giacché non è la moglie, l’esecutrice del famiglicidio, bensì il padre, il film mi colpisce per l’abilità di condensare il grande dentro il piccolo. Ci sono certi istanti, certe situazioni quotidiane o domestiche che rimandano a un piano superiore, direi filosofico. For instance. Il padre è costantemente torturato da un bruscolino in un occhio. Non fa che strofinarselo, frugarselo davanti allo specchio nella speranza di scovare ed eliminare la causa del fastidio. Tutti abbiamo presente la sensazione ― non so voi, ma io devo avere qualche campo magnetico che attira nelle mie orbite la qualunque dell’entomologia contemporanea, bah. Ecco quel bruscolino/moscerino non è un semplice bruscolino/moscerino: è un tarlo esistenziale, un tormento che assilla Ennis/l’uomo senza lasciargli tregua. È come se la sua miseria, nel profondo della sua coscienza, e del suo abbattimento avesse trovato un malanno fisico per esternarsi fuori da lui o incistarsi ancora più dentro di lui  ― again, your interpretation. La mano di Ennis che cerca di scacciarlo, è la mano dell’uomo che cerca di liberarsi dal malessere, o forse anche dalla macabra soluzione che cova ― più o meno consapevolmente, again your interpretation ― riuscendo nel piano medeico (medeico? Ma si dirà??) di condannare Christina a una vita di mancanza infinita… Una stagione senza speranza di pioggia.
Un secondo esempio è un’inquadratura. A un certo punto la macchina da presa riprende una coppia di piedi penzolanti nel vuoto. La mia associazione immediata, non filtrata dalla ragione, li ha collegati a un cappio, trasformandoli in un cadavere oscillante nel vuoto… Dopo qualche istante l’obbiettivo inquadra il figlio maggiore dal basso verso l’alto, tranquillamente seduto, intento alla lettura. Con il senno di poi, quell’inquadratura, capirete, assume una coloritura tutta particolare. È una specie di “cifra nel tappeto” (eh, qui vi voglio) che vi dà la combinazione per accedere a ciò che avverà poi…
Riguardo Christina… mi ha ricordato fin dall’inizio Grazia, la protagonista di “Respiro”, di Emanuele Crialese. Due donne a-normali, Grazia per presunta follia e Christina per sordo-mutismo ―e voglia di amore. Una coppia di creature estremamente vitali, femminine, quasi mammifere nel modo in cui fondono maternità e sensualità, e per questa loro diversità, entrambe destinate alla sventura. Christina anche di più: non può parlare, non può sentire. Eppure parla con il corpo e sente con l’anima in maniera forte e chiara. E qui ritorniamo al discorso del silenzio, che, quando amministrato come Pallaoro sa amministrare, parla più di mille dialoghi ed emoziona più di mille colonne sonore. In effetti l’unico tipo di spettatore a cui sconsiglierei il film è il patito del botta e risposta, degli stordenti dialoghi alla Tarantino… Come si diceva, le parole pronunciate saranno si è no una quarantina… Per tutte le altre tipologie di spettatori, tutte tutte,“Medeas” è assolutamente da vedere, per storia narrata, per dramma evocato, per maestria di regia (in un poco più che trentenne!!), per spessore cinematografico e ambizione creativa.
In merito a quest’ultima posso dire che “Medeas” è una tragedia scritta con l’inchiostro del realismo poetico, uno sguardo rispettoso della sciagura che si riversa su una famiglia come tante. Come la nostra…
Al regista, presente in sala e commossissimo, dico: continua a sfruttare l’America per fare film che l’Europa ti invidia e per mantenere quello sguardo purissimo, quella mano sapiente che ti ha fatto girare “Medeas” 😉
E dopo aver atteso che il cine-carrozzone del TFF passasse, trascinandosi appresso una scia di orsi, piccozze, spazzaneve e trivelle (nel Movie Maelstrom capirete…) finalmente arriva

NYMPHOMANIAC Volume II
di Lars Von Trier

Avendo visto il Volume I e avendone tessuto le lodi talmente in lungo e talmente in largo da ricoprirci tutto lo stato del Kazakistan ― dove scorazzano gli orsi più adorable di tutto il pianeta (nel Movie Maelstrom capirete x 2) ― non c’è bisogno che dica altro per convincervi a completare il dittico e aggiungere il volume II. Per altro si dice che sia anche più bello del primo… Non ci resta che tastare, ehm, testare, tEstare, con mano… 🙂
Ma siccome in questi 10 giorni di Viktor&Smelly il Mastro e le sue Sale ci sono mancate come il sale con la esse minuscola, io, per i poteri conferitimi dall’amabile dittatura (delle banane) di Lez Muvi, propongo anche

HIROSHIMA MON AMOUR
di Alain Resnais
Francia, 1959, ‘91
Martedì 6/Tuesday 6
21:00 / 9 pm
Multisala Astra / Dal Mastro

Il film, l’avrete immaginato dalla data d’uscita, rientra nella rassegna dei “Classici Ritrovati”. Forse vi ricordate, l’avevo citato poco tempo fa, nel mio ultimo ciao-ciao ad Alain Resnais… “Vorrei vedere Hiroshima Mon Amour”, avevo scritto… Et voilà, ora il Mastro mi accontenta… E poi non dovrei cantare a squarciagola Pharrell?? 🙂
Spero di riuscire a farcela e non perderlo, ma se malauguratamente non dovessi farcela, incarico voi Moviers, di sostituirmi, ok? 🙂
E ora, giacché il Movie Malestrom che fa il punto sul TFF sarà assai corposo, termino qui, ringraziandovi, lasciandovi ben due riassunti (due è da 42 bis, Board) e dei saluti, felicemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Fatemi ringraziare ancora una volta il Fellow Fant(ASTICO) per la selection di movies! Non ci fosse stato lui, ci saremmo dovuti affidare al metodo che ben conoscete dell’ACDC ― Alla C***o di Cane. 🙂
La Terre des Ours è stata una piacevolissima scarpinata nel paesaggio kazako, sulle tracce di questi plantigradi che, ragazzi, dormono 9 mesi all’anno, si abbuffano di sushi i rimanenti 3 e sguazzano per le acque kazake con una signorilità da sirenetti. In order of disappearance è un divertimento macabro di qualità, senza molto divertimento, ma con moooolto macabro e buona qualità. L’amour est un crime parfait marcia fra alti e bassi ― gli alti a livello dell’idea e dell’ambientazione, i bassi a livello della credibilità di taluni accadimenti della trama (un poliziotto che passa inosservato sulle spalle di un assassino in centro a Ginevra??); i miei Moviers e io eleggiamo Blutgletscher l’horror più improbabile, splatter, esilarante sul mercato: esseri mutanti che proliferano dentro organismi ospitanti (cani, volpi, gambe, colli, insomma, basta che respiri), una ministra gemella della Merkel, in grado di maneggiare una trivella da montagna nonché di eseguire operazioni ad arto aperto con cauterizzazione a fine intervento, bambo-canini che allietano una coppia di innamorati sfatti dal dolore per la perdita dell’amato cane…la qualità di Blutgletscher magari non è proprio da manuale, ma le risate che ci siamo fatti noi Moviers, lo è stata davvero, da manuale :-); per ultimo lascio un horror con i fiocchi, Oltre il guado, di Lorenzo Bianchini: ora voi dite, “Board, ma come? Un horror, tu, che per superare le gemelle di Shining hai dovuto prenderlo a nolo 3 volte (3!)??” Ebbene sì, Moviers, un horror, io…Ed eccomi lì, mano spalancata sopra gli occhi che all’occorrenza passa a mano spalancata sopra la bocca… Cavolo non me la facevo così sotto davanti allo schermo dai tempi di Twin Peaks! Ma ne è stravalsa la pena! Lo consiglio in modo particolare al Movier Menagramo, patito del genere dark 😉 Le parole chiave sono: sinistrissimo bosco, animali predatori, gemelle (gemelle!!), etologo imprigionato nel sinistrissimo bosco in mezzo agli animali predatori e a due gemelle incavolate come bestie… Kubrik ha applaudito di lassù, ne siamo certi 🙂
Di questo TFF ricorderò anche gli splendidi ritratti fotografici degli elefanti nella mostra al SASS (grazie della dritta, Zu!); la follia di Alex Honnold, il climber più spider di Spiderman con il low profile più low del soloing ― “Fear is not a big deal, after all” (un mito!); il documentario “Fettel” ― che mi ha insegnato quanto segue: mai lasciare le foto con il/la vostro/a amante nella macchina fotografica, se poi andate ad arrampicare e dovete farvi fare sicura dalla dolce metà che avete tradito, che ohi ohi ha scoperto la scappatella e che ohi ohi ohi da là sotto deciderà cosa fare del vostro aereo destino…
Avrei voluto vedere molto di più…But after all, half a loaf is better than no bread at all… 😉

NYMPHOMANIAC Volume II: Seconda parte del nuovo film diretto da Lars von Trier. Si racconta la vita erotica e la scoperta dei desideri sessuali di una donna, dalla nascita fino al compimento dei cinquant’anni.

HIROSHIMA MON AMOUR: In Giappone per un film sulla pace, un’attrice francese ha una relazione appassionata con un architetto giapponese. Quest’amore le ricorda quello che durante la guerra ebbe nella natia Nevers con un giovane soldato tedesco, ucciso sotto i suoi occhi. Su un testo di Marguerite Duras, Resnais, cineasta della memoria, ha fatto un film incantatorio e dialettico la cui importanza innovatrice e precorritrice nell’evoluzione del linguaggio filmico ha superato la prova del tempo.

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LET’S MOVIE CXCXVII – NYMPHOMANIAC Volume I

LET’S MOVIE CXCXVII – NYMPHOMANIAC Volume I

NYMPHOMANIAC – Volume 1
di Lars Von Trier
Danimarca, 111′
Lunedì 7/Monday 7
22:00/ 10 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Friedrich Fellows,

Allora, passeggiando alla volta dell’Astra, passo in rassegna tutto il monacabile possibile. La serata è incredibilmente dolce, pressoché estiva, e io mi gusto, per una volta senza il ritardo che mi alita sul collo, il tragitto casa-Mastro. En passant, dico al proprietario di una storica osteria di Trentoville, che sto andando a vedere un film polacco. In bianco e nero. Protagonista, una suora. Lui mi guarda, scuote la testa e dice, “ciaaaao” ―ovvero, mi piacerebbe tanto unirmi a voi, ma come dire, no. 🙂
Io riprendo il filo di passi e pensieri. Be’ la Monaca di Monza, come no? Di lei mi piaceva solo il magnifico “la sventurata rispose”, di quel diavolo d’un Manzoni, che mi è maestro quanto a verbosità, ma che sapeva anche metterti lì due paroline che t’inchiodavano. “La sventurata rispose”… guarda un po’ cosa può fare la letteratura. Spalancarti un mondo di desiderio, fiamma, caduta, perdizione in tre parole ―dovremmo aspettare 150 anni e il “sole cuore amore” del 2001 per raggiungere simili vette… 🙂 E poi naturalmente la Capinera Maria, con la sua storia che non associo al Verga, ma a Zeffirelli, e al dram-melò che ne fece, lasciandosi sedurre da un certo sapor di Uccelli di Rovo e accendendo le luci rosse dentro un convento siculo.
Ah be’, poi ci sono le suore di “Magdalene”, il film di Peter Mullan con cui stresso tutti ―ma va visto, va assoultamente visto, anche per spazzare via quella bruttacopia di “Philomena”. E naturalmente le suore di Sorrentino, presenze che contrappuntano i suoi film, sbucando quando meno te l’aspetti.
E non scordarti, Board, la suora Margherita Buy di “Fuori dal mondo”, film delicato di Giuseppe Piccioni che ripesco da non so quale angolo della memoria ―forse da quello speciale in cui metto tutte le opere dove recita il caro Silvio Orlando.
Sono quasi arrivata al 16 di Corso Buonarroti, il tempo a mia disposizione per rievocare il monacabile è quasi finito. Giusto un secondo per aggiungere “Stabat Mater”, che non è un film, ma un libro, di Tiziano Scarpa, che mi riprometto di consigliare ai miei Moviers…
Sì il tempo è scaduto, e un po’ mi dispiace ―il camminar pensando fa bene a piedi e pensiero. Ma il dispiacere svanisce in un batter d’occhio.

 Dal Mastro non solo trovo il Mastro, con cui ce la ridiamo a proposito del wild-scheduling, pratica in cui, l’abbiamo visto tutti, eccelle, 🙂 ma anche l’Anarcozumi, il WG Mat e il Fellow Candy the Andy.

Ora, siamo, come al solito, tutti sconclusionati. La Zu prende il biglietto per “Roma città aperta” credendo fosse il Lez Muvi della serata (questo ricorda molto un deja-vu con la Movier More :-)); il WG Mat non mi vede arrivare all’Astra (come se passassi inosservata, con lo stacchettamento che mi contraddistigue!), né io vedo lui (come se passasse inosservato con i due metri d’altezza che lo contraddistinguono!) e il Fellow Candy the Andy ha sbagliato gli occhiali ―comunque ha saltato la palestra per esserci, e questo spero non c’entri con gli occhiali sbagliati. Sembriamo usciti da un racconto di Oliver Sacks ―sì, quello che scambiò la moglie per un cappello. 🙂

I primi 60 minuti del film penso wow questo Pawel Pawlikowski, nonstante l’eccesso di W e K, ci sa fare con la macchina da presa eh. “Ida” è un piccolo capolavoro di pura arte cinematografica. Le inquedrature sono tagliate al millimetro. I soggetti sempre inseriti in geometrie precisissime, e non penso solo ai soggetti animati, ma anche a quelli inanimati. Una macchina parcheggiata nella metà spaccata della scena. Una statua di un Cristo in un tondo innevato raggiunta da una diagonale di orme. Un personaggio che buca la scena come una bisettrice (bisettrice??) dentro un quadrato. Il progetto costruttivista ―credo di poter parlare di costruttivismo, qui― alla base del film è palpabile in ogni fotogramma.

E penso a quanto suggestiva sarebbe, una mostra realizzata con i fotogrammi bianchi e neri alle pareti di uno spazio artistico. Rettifico, non solo bianchi e neri. Pawlikowski corre su e giù per la scala di grigi ottenendo una morbidezza che smussa il rigore dei contorni. Fate conto che il regista  adotta anche un uso extremely unconventional delle inquadrature: i soggetti sono spesso tagliati dal naso in giù, la bocca inghiottita dal vuoto ―come se la visione d’insieme, o anche solo UNA visione d’insieme, non sia uno stato umanamente raggiungibile. L’effetto è molto speciale: le geometrie e i tagli, per quanto netti, assumono questa sfumatura soft che soffonde (sofTonde!) le scene. E per quanto potremmo aprire qui un discorso sull’uso del bianco e nero nell’ultimo periodo ―vedi “The Artist”, “Cesare non deve morire”, “Nebraska” (quest’ultimo con le dovute riserve)― il bianco&nero di “Ida” è qualcosa di più…Non c’è una fascinazione estetica o il piacere dell’esotico per il bianco e nero (come credo sia stato per “L’arbitro”). È come se il colore non interessasse: il colore racconta la realtà di superficie, mentre il black&white ne mostra il cuore più profondo, essenziale, “ridotto all’essenza”.
La prima ora quindi fugge via così, con il mio occhio che corre dietro alla forma, e non bada molto al contenuto. No no, non fraintendetemi, non ero distratta: ero troppo concentrata! E una caratteristica di questo film è quella di non essere emotivo. E’ molto lucido ―questo piacerà al Fellow Andy the Candy :-)― non dico freddo o distaccato, ma composto ―e alla luce dell’attenzione certosina alla forma, l’aggettivo risulta oltremodo adatto. E la grandezza di questo piccolo film risiede proprio nella profondità umana che riesce a sondare, e nella drammaticità degli argomenti che tocca, pur conservando tuttavia una pulizia e una misura bergmaniani ―dovrei dire tarkovskiani, ma avendo visto (sopravvivendolo) solo “L’infanzia di Ivan”, non posso arrogarmi un simile diritto.

Insomma, dicevo, rimango in questa dimensione di ravissment (=trip) estetica per la prima ora, relegando al secondo piano i fatti che sta vivendo la protagonista.
Per farvela breve. Polonia, 1962. Anna è un’orfana cresciuta in un convento e sta per diventare suora  Ma prima di prendere i voti scopre di avere una zia, Wanda. La madre badessa la esorta a incontrarla prima di rinchiudersi in convento per l’eternità, ed Anna, ovviamente, obbedisce. Oltre ad essere stata un’ex giudice comunista, Wanda è una viveuse (=party-animal). Beve, balla, fuma, ama. È quanto di più distante da Anna possiate immaginare. Eppure le due partono insieme per un on-the-road, che si rivela un vero e proprio viaggio nel passato e nell’identità della ragazza: Anna scopre di avere origini ebree, di non chiamarsi Anna, bensì Ida e di aver avuto dei genitori che il Nazismo ha assassinato e sepolto nella campagna polacca. Il viaggio per ritrovare le loro spoglie e dar loro degna sepoltura determina una sorta di evoluzione interiore per Ida che decide di non prendere i voti e di “provare” la vita, anche memore delle parole della zia: riferendosi all’amore carnale, Wande le dice: “Secondo me dovresti provare. Se no che sacrificio è?”.

Quel “se no che sacrificio è?” smuove qualcosa nell’animo di Ida, che prova. Beve, balla, fuma, ama. Proprio come la zia, il suo doppio negativo, che nel frattempo diventa protagonista di una scelta che lascia lo spettatore a bocca aperta, nell’assoluta spietata naturalezza con cui il gesto viene compiuto ―tipo “faccio un salto di sotto torno subito”…
Ed è stato lì a 12 minuti dalla fine, quelli che attaccano con questo atto di cinismo estremo della zia, che il film mi prende per i capelli e mi trascina con sé. Ida toglie il velo, scioglie i capelli che noi sappiamo essere rossi ―rossi!― s’infila per la prima volta i tacchi, un vestito provocante, una sigaretta fra le labbra, un collo di bottiglia in mano, un amante nel letto. Ed è proprio con l’amante che finiamo dritti dritti davanti alla piccineria dei nostri progetti di vita…

Vi riporto, così come lo ricordo, lo scambio fra i due:

Lui: “Vieni con me a Danzica?”
Lei: “E poi?”
Lui: “E poi ci sposiamo”
Lei: “E poi?”
Lui: “Facciamo dei figli. Compriamo un cane”
Lei: “E poi?”
Lui: “E poi cominciano i guai”
Lei: “E poi?”

Il fuoco di fila di “e poi?” di Ida mi ha investito e steso al tappeto. È come dire, sì okay, facciamo tutte queste “cosucce” che tengono impegnati tutti gli esserini mortali del mondo, ma dopo aver assolto a tutto ciò, DOPO, cosa resta? La domanda ovviamente rinvia alla necessità ―o forse al dovere?― di rispondere a un progetto più grande, più alto. Per Ida, questo coincide con il darsi a un essere superiore. Per noi, questo, con cosa coincide? Pensiamoci un po’. Diciamoci “e poi?”. Dopo le 8 ore di lavoro, dopo le bollette pagate, dopo Natale con i tuoi Pasqua con chi vuoi, fiori d’arancio e fiocchi rosazzurri, DOPO, cosa abbiamo? Ovviamente il senso di quello che voglio dire non è “facciamoci tutti suore/frati”! Il senso è, ce l’abbiamo noi, un progetto più grande, più alto da portare in risposta a Ida? È una domanda che fa una paura del diavolo (dovevo infilarlo prima o poi, per pars conditio :-)). La risposta, fa paura.
E come ci poniamo noi difronte alla scelta di Ida, una creatura che rinunica alla vita DOPO (capitalized again) averla assaggiata in tutti i suoi piaceri più classicamente piacevoli (carne, alcol, fumo, fashion) in nome di un’idea? A questo punto mi chiedo se le suore siano più sognatrici, anarchiche, romantiche, illuminate o mitomani. Forse tutto questo.

Naturalmente c’è dell’altro. La scoperta della sua vera identità, per esempio, che non la svia dal suo percorso di fede. La fede di Ida non vacilla dopo aver scoperto che i suoi genitori sono stati assassinati. La ragazza non cade nel facile 1+1 dell’assunto “se Dio ha permesso che succedesse tutto questo, allora Dio non vale la pena”. Ida non vacilla mai davanti a Dio. Vacilla davanti alla vita. E la conclusione cui giunge, DOPO (again) aver morso la vita, è che la vita perde davanti a Dio. And the winner is God, insomma.

Anche il personaggio della zia è “tondo”, cioè completo. Donna di fascino e peccati, Wanda rappresenta, come dicevamo, il doppio negativo della nipote. Là dove Ida serba una fede pura nell’idea, che si rifrange anche a livello fisico ―il giovane musicista la coglie al volo… “tu non sai, vero, l’effetto che fai?”, le dice a un certo punto― la zia è vittima di un cinismo e di una disillusione che la porteranno a cercare nella distruzione di sé l’unica risposta possibile. Per metterla in Nietzsche, Wanda è il dionisiaco portato all’estremo distruttivo; Ida l’apollineo che sceglie l’apollineo dopo aver conosciuto il dionisiaco.

“Ida” è la riprova che un film polacco, in bianco e nero, con una suora per protagonista può stupirti molto più di qualsiasi Blockbuster in 3D con spilungoni blu che ti zompano addosso (sì, Avatar). E tutte le persone che avevano accennato ai carati di questo gioiellino, bulgari se c’avevano ragione! 🙂

E adesso basta acqua santa ma sympathy for the devil…Let’s Movie goes porn!

NYMPHOMANIAC – Volume 1
di Lars Von Trier

A parte che questo era un film fatto apposta per il Porno Roma ―vederlo allo Smelly, tra patatine e gommose, ha qualcosa di logisticamente perverso… A parte questo… Ci fosse qualche rappresentante del MOIGE nascosto tra i Moviers, è pregato di cambiare canale immediatamente. I contenuti di seguito non sono adatti a un pubblico timorato di Dio.
E non sapete quanto mi piaccia farvi passare dal velo al latex nel giro di un Lez Muvi! La settimana scorsa passeggiatina nell’empireo del sacro; questa settimana discesa negli abissi red hot chili peppers. Dante e Lenny Kravitz andrebbero via di testa! 🙂
Del resto come ignorare il caso scandalo dell’anno? Il film che ha scosso Cannes, Berlino, e un po’ tutto l’establishement cinematografico europeo ed extraeuropeo? Io sono curiosa come una scimmia (sì Mat!).
Quindi bando alle pruderie-frunerie, bando alle bocche splancate, agli occhi sgranati, e via, facciamo di questo Lez Muvi il primo Lez Muvi Hardcore della storia ―sapete che ridere, la settimana prossima, scrivervi il pippone sul film (oddio, wait a minute, che connotazioni mi assume “pippone” alla luce del Lez Muvi Hardcore??? :-)).

Prima di lasciarvi, vi ricordo insieme all’Anarcozumi, che dal 10 aprile sarà dal Mastro un film da non perdere, “Piccola patria”, di Alessandro Rossetto. Realizzato con il contributo della Trentino Film Commission, in concorso nella sezione Orizzonti alla 70esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2013) e prodotto da un giovanissimo produttore che sta a Trentoville, Luigi Pepe, il film è “un’opera corale, un potente ritratto di una periferia del mondo e immagine di un piccolo universo di attorcigliata e distorta fascinazione”… Noi He-men di Let’s Movie lo sosteniamo con tutta la forza di Grayskull! 😉

E anche stasera s’è fatta una certa… Non ignoratemi il Movie Maelstrom, please, prendetevi tutti i ringraziamenti che queste mie braccia chilometriche vi offrono, ricordate assolutamente di unirvi al Lez Muvi domani (uno pseudo-porno da sola no eh, no :-(), fregatevene del riassunto e aggiungete ai ringraziamenti dei saluti nicianamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Con quei 13 anni di ritardo, ho visto “In the Mood for Love“, del maestro Wong Kar-wai. Better soon than never, Board…
Vi dico solo che entra nella top-ten dei best-of dei greatest-hits della mia personale cinematografia… Se vi volete un po’ di bene, anche solo una punta, trovatene una copia…

Io sono rimasta tutta la settimana con questo motivo in testa…quelle atmosfere ad alto contenuto poesia&senso…https://www.youtube.com/watch?v=23oBMOvt85o (versione breve), https://www.youtube.com/watch?v=fIgU9aNpb9k (versione lunga) …

Sublimely intoxicating, I’d say…

NYMPHOMANIAC – Volume I: è la storia poetica e folle di Joe (Charlotte Gainsbourg), una ninfomane, come lei stessa si autoproclama, raccontata attraverso la sua voce, dalla nascita fino all’età di 50 anni.
Una fredda sera d’inverno il vecchio e affascinante scapolo, Seligman (Stellan Skarsgård), trova Joe in un vicolo dopo che è stata picchiata.
La porta a casa dove cura le sue ferite e le chiede di raccontargli la sua storia.
L’ascolta assorto mentre lei narra, nel corso dei successivi 8 capitoli, la storia della sua vita, piena di incontri e di avvenimenti.

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Let’s Movie XCI

Let’s Movie XCI

MELANCHOLIA
di Lars Von Trier
Danimarca, 2011, 130’
Lunedì/Monday 24
21:30/9:30 pm
Astra (Mastrantonio)

Maine Moviers!

In medias res…

Se dovessi tradurre in parole lo sguardo dell’Anarcozumi durante e dopo la visione di “This Must Be The Place” dovrei calarmi un velo nero sugli occhi, infilare un paio di guanti di pizzo in coordinato e recitare un “Siamo qui riuniti per dare l’ultimo saluto a Paolo Sorrentino, regista innovativo della generazione K che tante speranze fece nascere con “Le Conseguenze dell’amore”…” e via di seguito, in tono mesto e compito, da brava movie-mourner…

Invece, pur cercando di non scordare gli occhi della Zu — tra la nausea, la delusione e l’esasperazione — diramo un meno categorico comunicato stampa con cui “Dichiariamo il paziente Paolo Sorrentino ancora in rianimazione, che combatte tra la vita e la morte”. Il Board è molto categorico, ma la medicina ha fatto passi da gigante, e forse, FORSE, riusciremo a recuperarlo…

Ma senza cartella clinica e dinamica dell’incidente, come potete voi, miei reporter Fellows che così numerosi popolate questa cine-camera mortuaria trasformata in conferenza stampa, capire?? Lasciate quindi che vi esponga i fatti, e pregovvi (pregovvi??) di non squagliarvela quatti quatti mentre non guardo…

Pur di corsa, martedì arrivo al Victor Victoria con tutta la tranquillità del Board che sa di trovare un’Anarcozumi e una Honorary Member Mic raccolte in sessione plenaria, e il cinema vuoto. E invece no, il cinema non è vuoto:c’è una gran folla all’ingresso che mi trascinerebbe alla deriva non fosse per l’intervento dell’Anarco e della Mic, balde capitane di ventura, che mi lanciano un biglietto salva-Board e mi oh-issano a boArdo.
L’equipaggio annovera anche il Fellow Cristoforocolombo, e non poteva essere altrimenti, visti i trascorsi Nina-Pinta-S.Maria e un paio di strepitosi calzini marinari a righe, passion passione del Board (forse ve l’avevo già detto, o forse il Fellow in questione è dotato di poteri paranormali, sta di fatto che li sfoggiava con splendida arroganza :-)).
Pensavo che l’equipaggio si fermasse a loro, e già sarebbe stato tanto, visto il martedì freddo e lo spread che fa dannare e la rottura tra Demi Moore e Ashton Kutcher. Ma anche qui un bell’”invece” introduce una golosa sorpesa: ecco lì in platea la Fellow Chocho-Barbara al suo debutto in Let’s Movie! Siamo molto fieri di averla tra noi! Non solo è patitissima di cinema, arte, architettura, design, letteratura e fashion — praticamente una Nonsolomoda in carne ed ossa ― ma è anche una Signora blogger! Scrive per il blog e-zine, http://www.e-zine.it, raffinato e-box pieno di cinema, arte, architettura, design, letteratura e fashion in cui ha fatto entrare anche il vostro Board! Se avete voglia, potete leggermi (ancora!) qui http://www.e-zine.it/numeri/ritorni/welcome/ ― è il mio primo articolo, fresco fresco di e-stampa! Rifletto sul tema del ritorno, e di “Welcome” il film che, a pensarci ora, ha dato il via a Let’s Movie, e che tanto era piaciuto all’Anarcozumi e alla Fellow Giuly Jules
GRAZIE Chocho-Bar (ma “Choco-Bar” è tavolettamente perfetto! :-)) La partnership E-zine – Let’s Movie è sancita!

Ma tornando a noi, le sorprese, golose, critiche e domotiche, non sarebbero finite lì…. Alla fine del film, scopro che di sopra, nella famosa galleria empiera del Victor Victoria aleggiavano anche la Fellow Vaniglia, la Fellow Cristina Casaclima con il Gentilconsorte e la Fellow Claudia The Critic! Quindi, scettici Moviers, contiamo un po’: 7 Moviers — i Magnifici 7 Moviers, per fare del meta-celebrazionismo. 🙂
La cosa più sorprendente NON è il numero di Movier presenti — contrariamente a quanto state pensando! — quanto il dibattito che è nato a fine film. Un salotto dialettico senza nei e poltrone che Vespa non si sogna nemmeno di sognare! È stato molto interessante perché eravamo spaccati nei nostri giudizi, completamente fratti — ma certo non frattali. Chi dichiarava “Paolo Sorrentino: ora del decesso, 23:18 pm”, e chi parafrasava Bruce con “Paolo Sorrentino: the Boss RE-born in the USA”… Io ero quasi più interessata ad assistere questo ping-pong tra Moviers più che a prendere in mano paletta e pallina…

E a questo proposito, (rim)balzo dritta dritta al film… La scena di Cheyenne al tennis da tavolo nel drugstore in mezzo al nowhere americano credo sia stata la più comica del film. Ed è anche paradigmatica della comicità utilizzata, che si basa sulle modalità classiche dell’umorismo teen-naif, quello delle scemate che fai quando hai 15 anni per ridacchiartela con gli amici… Cheyenne che approfitta della distrazione dell’avversario per fare punto, e poi andaresene ridendo, s’inserisce in questo tipo di silly humour che a sua volta è uno specchio del personaggio… Ora, io ve lo confesso. Ho retto Cheyenne per i primi sei minuti — nei primi sei minuti i pregiudizi sono neutralizzati dalle forze benefiche del beneficio del dubbio. Scattato il settimo, ho inserito il Board modalità sopportazione.

È troppo facile smascherare il giochetto di Sorrentino: costruzione del personaggio e del film sugli opposti e i contrari. Cheyenne personaggio nero fuori ma candido dentro… Famoso fuori ma fragilissimo dentro, che vive con una moglie brutta fuori ma ovviamente bella dentro, in una casa ultra-design fuori ma con una pizza surgelata dentro (nel forno)… Potrei andare avanti a elencare dicotomie fino a mercoledì, e anche allora mi fermerei solo per prendere l’aereo…
Ma a parte questa altalena di contrari su cui Sorrentino fa montare la sceneggiatura, “This Must Be The Place” ha anche un’altra pecca: il film sorrentina. Ed è quello che forse mi ha deluso di più. È come se il regista avesse realizzato un magnifico album di fotografie — e ce ne sono di magnifiche davvero — e ce lo mettesse in mano con molta sicurezza, come per dire “toh, impara un po’ chi è ‘sto Sorrentino”. Ecco, un gesto così, è un po’ pericolosetto quando sei al quarto film e magari devi fare ancora un po’ di strada prima di darti alle stampe… E guardate non sapete quanto mi costa dire così: un legame particolare mi lega a “Le conseguenze dell’amore” a “Il divo”, quindi non è come se stessi massacrando il primo You-know-Malick che passa…
Tutte queste magnifiche immagini che ci scorrono davanti agli occhi colgono in realtà tutta una serie di luoghi comuni americani — luoghi nel senso doppio di posti fisici e stereotipi. Per questo la delusione. Sorrentino ha incartato il cliché con una splendida carta da pacco. La carta è splendida, ma il cliché rimane cliché. Proprio su questo l’Anarcozumi si è giustamente imbestialita (senza con questo scalfire lo smashing effect di quel nuovo look all-black con frangia…sei da panico, Zu :-)): e la ragazza-madre col figlio obeso, e la emo con le paturnie, e gli autoarticolati fermi ai benzinai e i pub texani con i giochi da tavolo e le mogli dei nazisti post-nazismo nelle case di bambola tutto-rose-e-fiori… Anche qui, potrei andare avanti fino a mercoledì…

Ma non c’è mole incantatoria, non c’è nulla che eguagli lo skateboard che taglia la sala di Palazzo Chigi de “Il divo” ― la bottiglia di birra extralarge calata in mezzo alla strada di “This Must Be the Place” non regge proprio il confronto. Ed è triste vedere il deserto ghiacciato di “This Must Be the Place” che vuole rincorrere  quell’abbaccinante teatro della morte che era la cava di cemento ne “Le Conseguenze dell’amore”… L’abuso dell’estetica insieme all’abuso di battute al sapor di scienza infusa rendono il film in certi punti davvero fastidioso — “la paura salva sempre. Ma bisogna scegliere una volta, una sola volta nella vita, di non aver paura”… Mamma mia… (ma “il bacio è l’apostrofo rosa tra le parole ‘ti amo’”, quando??).

E poi c’è il finale… Il finale è la vittoria dell’imborghesimento, e meno male che la Mic —il cui smashing effect era dato da un paio di calze tricot spettacolo, quindi da panico pure lei 🙂 — se n’è fuggita a prendere l’autobus prima della fine. Non avrebbe retto al ritorno di Cheyenne a Dublino, dopo la terapia on-the-road in the US con espiazione della morte paterna e superamento catartico del desiderio di vendetta nei confronti del generale nazista responsabile delle torture inflitte al padre — ma li contate anche qui, tutti ‘sti stereotipi?! Cheyenne senza trucco, tutto ripulito, in abiti “civili”, col sorriso ce-l’ho-fatta-ho-capito-tutto mi ha fatto venire la tentazione di annuire alla Zu, abbassare la veletta sulla fronte, e cominciare a piangere la perdita dell’amato Paolo…

Ma poi ho pensato che l’America dà un po’ la testa a tutti, e forse anche all’amato Paolo ― che spero si sentirà un po’ SorrYentino quando si risveglierà dal coma stars&stripes… Per adesso lasciamolo riprendere. Teniamolo in rianimazione (e tu Zu, lontana dal respiratore eh…).

Detto ciò, vedere l’entusiasmo dei Fellows e la passione con cui difendevano le loro idee a fine film, be’, ha valso il prezzo del biglietto. Il cinema serve anche a questo. A spaccare/ci.

Serve anche ad annettere nuovi Moviers! La nostra Claudia The Critic ha agguantato l’amico Nicola fuori dal cinema e l’ha spinto dritto dritto nelle braccia di Mummy Board… Eh eh… Grande lavoro di pierraggio, Claudia... 😉 Dopo un reciproco scambio business-card molto from-pusher-to-pusher, Nicola è diventato ufficialmente il Fellow Nicomico, perché lui questo fa, il comico.
Frequentaci, Nicomico eh! Let’s Movie è il tuo habitat ideale… Par di stare al Pippo Chennedi Show… 🙂

Insieme ai Magnifici 7 ringraziati qua sopra, vorrei ringraziare anche il Fellow Iak-the-Mate per aver compreso, con straordinaria lungimiranza, che il linguaggio Haribo parla dritto dritto al cuore del Board… Grande Mate! 🙂

Colgo anche l’occasione di aggiornarvi sul lavoro encomiabile portato avanti dal Responsabile della Sede Distaccata Let’s Movie di Roma-Siena, il mio Fellow PhD Davide Testone. Quanto alla cara Keira Knightley confermo al Testone del Testaccio che sì, non so se abbia naso, ma di certo ha un gran mento, e che “The Social Network” è uno dei film più innovation di Let’s Movie 2010. Confermo altresì che il brevetto degli spiedini di frutta è depositato a tuo nome e che mai macchina fu più carica di fragole dopo Trikky 2007. 😉

Questa settimana ho già pre-annunciato il film ai magnifici 7 che sono stati TUTTI entusiasti! Loro e io non vediamo l’ora di spararci questi bei 130 minuti di pura

MELANCHOLIA
di Lars Von Trier

Anche solo per la parola, Moviers, “melancholia”…ditelo un po’ a voce alta…”Melancholia”…Viene  l’acquolina in bocca, no, con tutte queste laterali alveolari?
Sento odor di opinioni spaccate anche con questo film… Lars Von Trier non è esattamente il regista più vanziniano sul  mercato… Anche qui, staremo a vedere… Comunque sappiate che Kirsten Dunst si è aggiudicata la Palma D’Oro all’ultimo Festival del CInema di Cannes per la migliore interpretazione femminile…

Ma veniamo a noi… Mi serve la colonna sonora giusta per introdurvi quest’avviso, quindi please, cliccate qui http://www.youtube.com/watch?v=v94ugLhua9Y

Sono stata convocata nel profondo Maine jessicafletcheriano per una conferenza sulla traduzione letteraria, “Translations 2011: Cross-Cultural Exchange through Poetry An International Festival and Conference”, una cosa molto american-altisonante e da literary nerds che si terrà dal 26 al 29 ottobre a Lewiston, a due ore da Boston. Anche qui come per la mezzamaratona, non so bene perché lo si faccia— per preparare questa cosa, ho passato gli ultimi 20 giorni in ritiro claustrale! Il perché non è dato sapere, ma stando all’ipotesi più accreditata il Board sarebbe un (cine)sognatore con la testa di carta tentato dalle partenze quanto terrorizzato dai ritorni, che per una volta ha dato retta al sogno e fatto vincere la partenza….

Oppure diciamo che dopo aver finito i petali della margherita “vado-non-vado”, m’è rimasto in mano il “vado”, quindi, vado… 🙂

Ma non vi proccupate eh, Moviers, ritorno, eccome se ritorno! Tutto starà a scansare la iella della Fletcher, che dove passa lascia una scia di cadaveri lunga così, ma conto sugli skills acquisiti presso la Cluedo High School in gioventù…

Devo assolutamente ringraziare la nostra Honorary Member, che in questi ultimi quindici giorni si è trasformata nella preparatrice ufficiale Mister Mic, e ha lavorato su un Board in calzoncini e paradenti quanto mai titubante, dandogli il sostegno e la carica per non gettare la spugna sul ring — e la Fletcher giù dal poggiolo. Grazie Mister, prometto di puntare al “subliminale”… 😉

A proposito, a nome della Honorary Member, supportata dall’Anarcozumi, indiciamo la PPP, la “Punti Poli Pursuit”: la Mic deve raccogliere tipo ennemila punti del Poli per aggiudicarsi un tostapane. Ora, non pensate che questa sia la solita squallida raccolta bollini da supermercato di periferia, e il tostapane l’ennesimo elettro-giocattolo destinato al cimitero degli elettrodomestici di tante case occidentali (quanto agli elettro-domestici, li ha già fatti fuori tutti la Fletcher). No. Raggiungere il tostapane per la Mic è “Una metafora della lotta esistenziale che ogni individuo individuale porta avanti nei confronti della società coniugale/coniugalizzante della modernità specificamente trentina ma anche tristemente internazionale” — e poi pensate che il Board sia complicato, ts… Immaginate un po’ quando ci troviamo per i nostri CdA…

Insomma, SuperMarket Moviers, quando venite a Let’s Movie, portatevi i punti. Contribuite alla causa esistenzialista della Mic! Join the PPP campaign! 🙂

Okay, mi pare di aver detto tutto. O forse no. Volevo dire anche questo… Sul fatto che io attiri casini, non ci piove… E mi viene sempre in mente un verso di  Battiato “…dai fallimenti che per tua NATURA normalmente attirerai”… Sostituite “fallimenti” con “casini” e avete il Board 🙂 — in effetti anche l’originale potrebbe andare bene, ma questa è un’altra storia! Però per mia FORTUNA normalmente attiro anche esseri speciali…Che mi popolano i cinema, mi telefonano, mi seguono (in giro per l’Italia), mi supportano/sopportano, mi cazziano&comprano il biglietto quando arrivo tardi, mi chiedono se ho il passaporto e mi dicono che andrà tutto bene… I miei Moviers… E pensare che alcuni di loro pensano che quella speciale sia IO … Ts…. 🙂

Questa sviolinata era solo per indorare il cianuro, cocchi… Cioè non è che ora io parto e voi per due settimane fate tutti i plaid&pay-per-view… No no… Ho pensato di darvi un compitino per tenervi allenati. Niente di ché eh, non fatemi quegli sbuffi uffosi alla Fellow Giak eh, dai…

Il compito è il seguente: “Guardare un film a vostra scelta e mandarmi un commento, ANCHE DI UNA RIGA, anche di 140 twitter-caratteri (e qui faccio contenta la Senior Fellow Lady Loredana) a [email protected].” L’ideale sarebbe che andaste al cinema, ma se siete proprio proprio impossibilitati oppure se trovate un dvd che vi piace oppure un film in tv che v’ispira, anche un Let’s Movie At Home PER QUESTA VOLTA va bene. Poi io prendo i vostri commenti ANCHE DI UNA RIGA/anche di 140 twitter-caratteri, li butto nel mio movie-marmittone e ci tiro fuori qualcosa… 😉

Avete tempo fino a sabato 5 novembre. Io penso che ce la possiate fare…Anzi no, io penso che mi stupirete… 🙂

Sono proprio arrivata in fondo ora. Scusate la lunghezza, ma visto che salterò domenica prossima, questo messaggio è un messaggio (en)diadico ― Fellow Pa, che te ne pare? 😉

Aspettando di rubare la bici alla Fletcher per girarmi le viuzze di Cabot Cove, vi chiedo di calcarvi il cappuccio in fronte e ascoltare http://www.youtube.com/watch?v=RADHlFh1cb0 . Stavo correndo (ma va??) mentre ho risentito questa canzone dei Mattafix. Mi ha fatto pensare a Big-City Boston, dove starò qualche giorno… E ditemi se questa non è poesia

The Linguist across the seas and the oceans,
A permanent Itinerant is what I’ve chosen.
I find myself in Big City prison, arisen from the vision of man kind.
Designed, to keep me discreetly neatly in the corner,
You’ll find me with the flora and the fauna and the hardship.

Back a yard is where my heart is still I find it hard to depart this Big City Life

Vi dico solo che i primi due versi sono diventati l’epigrafe del mio saggio…

Ah mi raccomando, Moviers, from time to time don’t let the system get you down…

GRAZIE Fellows di mother Board (che non è la scheda madre), ora riassunto nell’underground e dei saluti, che sono transamericanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

 MELANCHOLIA: Due sorelle, Justine e Claire, un tempo unite, si stanno allontanando sempre di più l’una dall’altra. Poco dopo la cerimonia in cui Justine ha sposato Michael, la donna piomba in un improvviso stato di malinconia che la rende particolarmente calma mentre un misterioso pianeta, apparso da dietro il sole, è in rotta di collisione con la Terra. Claire, invece, è terrorizzata per la minaccia che incombe dallo spazio.

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