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LET’S MOVIE 418 da NYC va in sabbatico e commenta “ONCE UPON A TIME IN HOLLYWOOD di Quentin Tarantino

LET’S MOVIE 418 da NYC va in sabbatico e commenta “ONCE UPON A TIME IN HOLLYWOOD di Quentin Tarantino

Fermi Fellows,

aggrappatevi alla sponda: eludete il fiume di cose che state facendo!
Leggete questo pippone, di grazia. Non per fare un favore a me — well, sì, anche per quello — ma soprattutto per sapere che Let’s Movie, dopo dieci anni di onorato servizio, si prende un periodo di sabbatico. Non muore, non sparisce. Semplicemente permette al Board di affrontare un semestre lavorativo imponente.

Fatemi dire con dovizia.
In questi mesi estivi, tra residenze, Louisiana, Florida, di cui vi racconterò sotto, mi sono organizzata il semestre in arrivo.
Insegnerò sempre all’FIT — acque accademiche così colorate, son difficili da trovare altrove — ma si è aggiunta anche un’altra università… E qui vi pregherei di abbassare il capo in segno di rispetto, perché l’NYU, la New York University, quella con sedi e campus nel Greenwich Village, tutt’intorno a Washington Square Park e alla nostra statua di Garibaldi, l’NYU, lei in persona, con quel suo fare da regina accademica di New York, Città e Stato, con quei colori viola e bianco rubati alla Fiorentina, ha chiesto a me, il vostro Board, quella Fruner del borgo natio rivano, purtroppo non recanatese, ha chiesto a lei, a me, di insegnare ai suoi studenti.
Tutto questo, ovviamente, ha dell’onirico, e dell’escatologico. Quindi se ora siete in uno stato confusionale in cui si sovrappongono immagini e associazioni sconnesse — l’Ottava Strada, Caprera, Batistuta — tranquilli, è normale.

Quando NYU chiama, non si può far altro che rispondere — se chiamasse la Bocconi, o la LUISS, voi non correreste?
Insieme alla Columbia University, fanno le sorelle accademiche più ambite non solo di New York, ma di tutto il paese. Enclavi in cui uno studente paga delle rette che non stanno né in cielo né in terra, e ben di rado nel loro conto in banca — 73.000 dollari annuali alla Columbia, 69.000 all’NYU. Tuttavia i soldi da soli non bastano. Per essere ammessi, dovete dimostrare di avere un curriculum scolastico scritto con l’oro e il sangue dei vostri cum laude. E ricordate, avete diciotto anni. Niente esperienze professionali, niente di niente. Solo il monte dei vostri pegni, e crediti.

Allora sì, quando NYU ti offre due corsi, tu non rinunci nemmeno se dovessi farti Bronx-Brooklyn a piedi tutte le mattine. Rinunci, invece, a cinque altre proposte da altrettante università — quando si dice l’America…
Ho accettato in uno stato di estasi pari a quello seguito alla vittoria dei Mondiali nel 2006. Pari a quello di Werther quando Lotte gli rivolge la parola, proprio a lui, e lui, Werther il giovane, muore e rinasce prima di morire veramente a seguito dei suoi dolori, diventati virali in tutto il mondo ben prima dell’avvento dei social — qualcuno, vi prego, scriva “Dell’inutilità dei social”.
Quando sono tornata lucida, ho fatto i conti con il mio calendario. Tre corsi all’FIT più due all’NYU danno cinque corsi totali. Per quanto abbia sempre dichiarato guerra alla matematica, non posso contestare un risultato che lascia ben poco spazio all’immaginazione, e che impone, invece una riconfigurazione del mio immaginario.

E qui arriviamo a noi. Visto che, in tutto questo, sto lavorando alla mia seconda raccolta di poesie in italiano, e ad altro — di cui vi parlerò a tempo debito — devo dedicare quelle briciole di tempo libero che mi rimangono a quell’immaginario.
“E le notti?”, ribadite voi, conoscendo la mia santa insonnia, che mi ha benedetto negli anni.
Le notti, le ho già ipotecate.

Questo non vuol dire che smetto di andare al cinema. O, nei limiti del possibile, di scrivere di cinema. Non vuol dire nemmeno che sparisco o che vi abbandono. Io ci sono sempre. Come ci sono sempre stata quest’estate e nei periodi di break. Solo che questa volta, questo periodo si protrae un po’ più a lungo del solito.
Siccome siete delle aquile e avete notato, sopra, “seconda raccolta di poesie in italiano” e vi state chiedendo, “e la prima?”. Siccome lo state facendo e vi conosco, ebbene, la prima, FINALMENTE, dopo anni di peregrinare per le selve editoriali italiane — luogo in cui soccomberebbe persino Tarzan — finalmente è giusta davanti a un uscio aperto, a Venezia. Supernova Editore ha deciso di pubblicare “Lucciole in palmo alla notte”. E FINALMENTE le mie lucciole sono uscite, in giugno.
Se volete spalancare a loro il vostro uscio e accoglierle — cosa che vi esorto a fare, le lucciole son creaturine amiche — la maniera migliore è passare per Amazon, una foresta molto più easy di quella editoriale 🙂

Credo di non riuscire a mettere in parole ciò che significa pubblicare un libro con le proprie poesie. È un completo mettersi a nudo. Ma per quanto possa sembrare contradditorio, a proteggerti, c’è prima la parola, poi la carta. Quindi, in qualche modo, ti senti tranquillo.
La sensazione è di aver fatto ciò che doveva essere fatto, e che è scritto dentro di te sin dalla notte luminosa della tua nascita.
Done!

Quindi ora niente disperazione, niente musi lunghi. Innanzitutto perché sapete dove trovarmi. Ora avete anche un indirizzo in più — [email protected], oltre a [email protected], oltre a [email protected] 🙂
Poi perché, ricordate, ci sono. E magari la farò, qualche incursione inaspettata 😉
E cercherò di postare recensioni dei film, quindi tenete monitorato www.letsmovie.it

Sotto trovate il pippone che riassume un po’ Louisiana e Florida, e che trovate fotograficamente nel Fru-Down-South, un album con il mio viaggio down south. Mentre qui trovate il Frunyc V, con gli scatti del rientro newyorkese.
Il commento è tutto per “Once Upon a Time in Hollywood”. Perché se ti devi congedare, lo fai accompagnandoti da un grande. E se non è grande Tarantino, chi?


Mateus, Moviers,

mi apre la porta del 2117 North Claiborne, la residenza per artisti che mi ospita per una settimana.
“Welcome to New Orleans, Sara”, flauta una voce con un inglese morbido da cui spunta la R giusta di Sara, la R italiana, spagnola, la R ruggente, viva, che ogni americano invece smeriglia fino a a farla sparire. E io, già sciolta dai 36 gradi della città nel cuore della Louisiana, proseguo verso l’evaporazione, e completo gli stadi della fisica passando alla sublimazione.
Mateus è uno di quegli strepitosi incroci interraziali e transnazionali che quell’idiozia dei confini chiusi cerca di abolire da anni. Padre brasiliano, madre di origini italiane, laurea presa nello Stato di New York e ora, New Orleans, in attesa di decidere cosa fare del proprio talento da scrittore.
Io lo guardo come si guarderebbe un ninfo. Capelli folti, fluenti, morbidissimi, pulitissimi — onde di cioccolato. Occhi limpidi come la notte. Un sorriso di quelli che potrebbero disarmare l’Iran.
Ma il mio idillio si compie tutto nella mia testa. Mateus ha 27 anni. Potrei essergli, se non proprio madre, sorella maggiore. Quindi durante la mia settimana in residenza, in cui condividiamo gli spazi comuni, io sono stata quello per Mateus, una sorella maggiore. Certo con una gran passione per quei capelli, quelle onde, in cui persino il maschio alfa più etero avrebbe voluto affondare la mano. Mi sono trattenuta solo per l’impostazione sororale che ho settato per il nostro rapporto.

New Orleans, Fellows, è un’esperienza che va fatta nella vita. Non è una città. È in tutto e per tutto un’esperienza.
Per farla, dovete accettare delle regole. La prima riguarda il caldo. Atroce.
Il caldo, a New Orleans è un peso morto che ti piomba adosso per buttarti a terra tutto il tempo. Forse la canicola che sperimentai in Kenya, anni annissimi fa, è simile a quella di New Orleans. Ma poi c’è anche il fattore “storia” che si deve tenere presente, e che s’infiltra, anche nel discorso “calura”.
New Orleans ha vissuto un passato coloniale terribilmente frastagliato e violento. Se la sono contesa gli inglesi, i francesi, gli spagnoli, i creoli, e gli americani, che se la sono infine aggiudicata.
Era un dei punti di arrivo delle navi che partivano dall’Africa e riversavano schiavi nelle piantagioni di tutta la Louisiana, un mare di manodopera nera gratuita. Questo passato è altrettanto terribilmente vivo nel presente. E tutte queste diverse etnie, queste mani di diverse nazionalità che hanno cercato di plasmarla a seconda della reggenza di turno, hanno lasciato il marchio. Basta leggersi intorno: nel Quartiere Francese i nomi delle vie sono francesi e spagnole, con storpiature inglesi.
A questo si aggiungano le migrazioni del primo ‘900, con irlandesi, tedeschi e siciliani — ebbene sì — in testa. Si aggiungano, poi, gli uragani che regolarmente l’hanno spazzata — non solo Katrina — e gli incendi che l’hanno arsa innumerevoli volte.
Tutto questo ha collocato la città in quella scomoda, fertilissima posizione di precarietà, dove le arti tendono a prosperare — ché l’arte si presenta sempre dove c’è il trouble. Il jazz nasce ufficialmente a New Orleans — Louis Satchmo Armstrong vi nacque, ai primi del ‘900. Scrittori del calibro di Mark Twain, Tennessee Williams, e William Faulkner hanno vissuto in città. In pochi sanno che Degas, di madre creola, ci abitò — la casa, la trovate nello splendido viale albarato dell’Avenue Esplanade, che vi par di stare a Parigi.

Il caldo non è micidiale solo oggi, ma lo era — e ben di più — nel 1800. La morfologia ibrida, a metà fra terra e acquitrino, fa di New Olreans una città sottratta per miracolo alle paludi — le swamp — grazie a un sistema di piloni conficcatti nel terreno molto simili a quelli su cui poggia Venezia. Gli Europei che ci venivano morivano come le mosche. La calura, le zanzare, i coccodrilli — letteralmente milioni, nel sud dell’America — le condizioni igieniche al limite dell’umano spingevano la vita sempre a un passo dalla fine.   
Quindi mai come a New Orleans, vita e morte convivono nello stesso momento e nello stesso spazio, senza mai pestarsi i piedi. O pestandoseli in continuazione.
La città brulica di colore, vitalità, musica, letteratura. È la città soprannominata “The Big Easy”, perché c’è un andamento sciallo e un approccio tutto mediterraneo nell’affrontare il quotidiano e le sue incombenze. In una rivisitazione tutta laica, in un posto in bilico fra cristianesimo, voodo, e laicità, il take-it-easy, da verbo, si è fatto città.
La licenziosità la contradistingue sin da quando i francesi mandarono prostitute e cortigiane a divertire i signori che vi si trasferirono. Fiumi di alcol l’attraversano, la cucina ricca, grassa, sostanziosa dell’America del sud la rimpingua, e spezie creole la inebriano. Una big mama dai seni grossi e dalle labbra carnose.

Eppure, un’ombra ti segue sempre. Camminate, nella predisposizione d’animo più spensierata, il jazz nelle orecchie, le case coloratissime, il sole magno, e poi a un tratto, senza sapere bene perché, vi bloccate e vi guardate le spalle, o sentite un brivido. È pieno giorno, mezzogiorno, siete in mezzo alla folla, eravate baldanzosi, e di colpo, sentite sfiorarvi da qualcosa di leggero e pesante insieme. Uno sguardo greve, oscuro. Cercate di localizzarlo, ma non ci riuscite. Eppure lo sentite.
Eros e Thanatos a braccetto — Freud sarebbe impazzito!

Thanatos bazzica molto nell’aria gotica che avvolge la città. Storie di misteri, spriti, delitti irrisolti, e morti sospette sono la sua colonna sonora letteraria. Ovviamente gli abitanti — che son pur sempre americani — da bravi money-maker, hanno intravisto una grande possibilità di business nel ghost-telling, e si è sviluppata tutta una rete di ghost tours, che non fanno che alimentare la fama “spooky” della città.

Una su tutte, quella di Delphine Lalaurie, una ricca madama della New Orleans bene, che viveva in una palazzina molto elegante al 1141 di Royal Street. La Madama, si diceva avesse il vizietto di torturare gli schiavi che tenesse a servizio. Tutte supposizioni. Che però trovarono triste conferma nel 1834, quando un grosso incendio costrinse dei soccorritori a fare irruzione nella casa della Madama, e si trovò davanti a uno splatter di quelli tarantiniani.
Si dice che lo spettro di Delphine non abbia mai abbandonato la casa e la zona. C’è chi la vede. C’è chi vede spettri di schiavi con gli arti amputati da cui scorrono fiumi di sangue.

Io credo fortemente nel potere della suggestione. E credo che esistano cose che non vediamo, ma che, tuttavia, esistono — il vento mi è testimone.
Ora sentite la seconda parte della storia, che mi vede protagonista.
La guida che ci accompagnava nel tour, si è raccomandata molte volte che non scattassimo fotografie alla casa per non indispettire Delphine.
Finito il racconto, la guida e il gruppo si sono avviati verso la tappa creepy successiva. Io sono rimasta davanti alla mansion, per rubare un paio di scatti — cosa saranno mai, due scatti, Delphine, dai…
Ora. Il mio smartphone monta una Leica di ultima generazione — lo smartphone è stato acquistato apposta per la Leica di ultima generazione. Le foto non vengono mosse o sfuocate nemmeno se vi mettete d’impegno, nemmeno se scattate dall’ottovolante mentre ballate il twist.
Ora. Guardate com’è uscita la foto che ho scattato alla Lalaurie Mansion.
Mai scattata in tutta la mia vita una foto così. E ricordo perfettamente di aver messo a fuoco con calma, di essermi presa il tempo.

Tornata alla residenza, ho passato tutta la notte in uno strano dormiveglia, un senso di freddo in tutto il corpo — la temperatura era 36 gradi, quindi non dipendeva dalla meterologia. La guida ci aveva detto che quando qualche presenza decide di materializzarsi a qualcuno, quel qualcuno sente freddo.
Ho passato tutta la notte — una notte lunghissima — con la sensazione molto viva, quasi tangibile, che qualcuno mi osservasse.
Per questo vi dico che credo al potere della suggestione. La suggestione annulla qualsiasi razionalità.
Credo anche che lo spirito di Delphine Laularie non se la passi molto bene, a girovagare per New Orleans e a incasinare le fotografie dei Board — ma va benissimo, Delphine eh, figurati.

La fama fantasmatica della città è rafforzata anche dalla negromanzia di matrice creola, che i caribi portarorono con sé nel ‘700, e che si mescolò al bagaglio soprannaturale che gli africani deportati si portarono appresso dall’Africa. La stessa esperienza della schiavitù in tutta la Louisiana ha macchiato tutto il Sud, e lo si percepisce.

Sono stata a visitare la Whitney Plantation, una piantagione a un’ora e mezza fuori New Orleans. Se parte della vostra vita è trascorsa, come la mia, a leggere i libri di Toni Morrison — che abbiamo perduto tre settimane fa, e che per sempre piangeremo — e a riflettere sull’impatto che la tratta degli schiavi nell’800 può esercitare nell’America del 21esimo secolo, andare in una piantagione è una tappa obbligatoria. L’amara verità è che di quei posti, di quelle elegantissime roccaforti per bianchi circondate da un mare di baracche per neri, che permettevano ai bianchi quelle stesse roccaforti, sono sopravvissute solo quelle al tempo. Solo quelle residenze meschinamente bellissime, rimangono. Dei quartieri degli schiavi, c’è solo qualche goffa ricostruzione. La tipica baracca, il tipico focolare, il tipico granaio. Non c’è nulla di vero. Solo l’ombra dell’abominio compiuto dall’uomo.
Nostro compito fare in modo che quell’ombra permanga sempre. E che sia detta e additata, mostrata.

Ricordo che passeggiando nella piantagione, con 38 gradi, le pozze verdastre da cui la guida ci metteva in guardia perché i coccodrilli amano molto le pozze piccole. E gli alberi da cui pende il muschio spagnolo — quelle barbe grige che non smetteresti mai di fotografare — mentre passeggiavo, attorno a me c’erano una ventina di visitatori, tutti stranieri, nessun americano.
Non poteva trattarsi di un caso.
La storia brucia ancora.

E questa sensazione di qualcosa di vivo che continua a bollire, si sente in Louisiana, e presumo, negli altri stati del sud. Jim Crow vola ancora alto, e il bianco dei cappucci del Ku Klux Clan abbaglia ancora.
Un viaggio in queste terre ti fa sentire quanto scotti il presente, in America. E comprova quanto vado pensando da sempre. Il passato non è stato. È.

Ma certo c’è anche del gran fun a NOLA — così la si abbrevia, dandole un che di femminile, e partenopeo… 🙂 Risalire il Mississippi a bordo dello steamboat Nachez, con la ruota in legno rosso a poppa, il jazz dal vivo in sottofondo, è stato il mio regalo letterario della settimana. Huckleberry Finn era con me, insieme allo schiavo Jim. Tom Sawyer a terra, in attesa.
E maaan, il Mississippi è di una larghezza che fa sembrare l’Hudson, l’Adige.
E poi andare alla ricerca del cine. Nel quartiere del Garden District trovate il Prytania, la mono-sala cinematografica più vecchia di tutta la Louisiana. Aperta nel 1904. Prim’ancora che il sonoro rivoluzionasse la cinematografia. Quando l’ho raggiunta, scarpinando per un’ora — nella Big Easy i bus non sono molto affidabili, e i trolley, gli splendidi tram che vi fanno pensare agli anni ’40, coprono una porzione di città assai limitata — quando ho messo piede al Prytania, mi sono sentita cataputalta un secolo e più indietro.

Dopo New Orleans, lasciata a malincuore — e con lei le onde al cioccolato di Mateus, sigh — ho raggiunto Key West, nell’arcipelago delle Florida Keys. Il cambio di paesaggio e be’, un po’ di tutto, è stato radicale.
Key West è il punto più a sud-ovest degli Stati Uniti — e ci tengono molto a sottolinearlo. “90 miles from Cuba” campeggia ovunque. Sia su un grosso ceppo in cemento in un angolo della spiaggia — se volete farvi la foto con lui, fate una fila lunga così — sia su magliette, tazze, adesivi, bikini: ogni superficie diventa territorio su cui piantare un logo con la distanza da Cuba. Lo stesso dicasi per “Mile Marker Zero”, che si riferisce all’autostrada, e vuol dire, più o meno, “Uscita Numero Zero”. Questi sono due tormentoni dell’isola, così come il fatto che sia stata nominata “Conch Republic” negli anni ’80 — la Repubblica della Conchiglia.
I Keywestiani sono degli indipendentisti. Non si considerano parte dell’America, ma uno stato a sé stante. Tipo la Scozia. O la Padania, se è per quello.
Repubblica della Conchiglia sa da cartone animato — e la Padania, con le po-zioni da Mago Merlino, no?? — ma non è che dobbiamo farglielo sapere.

Key West è un Eden in cui mele e serpenti sono rimpiazzati da cocchi e galli. Questi ultimi scorrazzano incuranti sui marciapiedi, per la strada, nei cortili. Ovunque. Ce li hanno portati gli spagnoli. E poi anche i cubani. E ora sono specie protetta.
Io sono cresciuta con l’incubo di un gallo assassino nel pollaio dei miei nonni; un vero incubo notturno, quindi non so dire fino a che punto l’onirico abbia manipolato il diurno. Quindi mi faceva un po’ strano, ritrovarmi con quelle creature a piede libero tutt’intorno. Ma ammetto che gli esemplari di Key West hanno una maestosa superbia che mi ricorda certi personaggi storici. Potrebbero essere dei Borgia.
Hemingway ha abitato a Key West dal 1931 al 1939, a cinquecento metri da dove stavo io, a The Studios of Key West, 529 Eaton Street. E ha scritto Farewell to Arms, al secondo piano del Trev-Mor Hotel, un alberghetto proprio dietro la mia residenza.
Speravo molto che io e Ernest riuscissimo a firmare una tregua. Non sono mai andata molto d’accordo con la sua letteratura. Il libro che ho apprezzato di più, oltre a Il vecchio e il mare, è quello meno hemingwayano di tutti: Festa mobile. Il modo in cui racconta la sua vita e la Lost Generation non ha nulla a che fare con il cronachismo, il rigore giornalistico di Addio alle armi. I fatti per lui erano tutto. Per me, tutto quello che ci sta intorno.
Una volta rientrata a New York, mi sono obbligata ad ascoltare Fiesta (The Sun Also Rises), considerato il suo capolavoro.
È stata una tortura.
Quindi no, nessuna tregua fra me e lui.

Tra l’altro, sentite qui. Il Key West Art & Historical Society Custom House Museum — museo dell’isola con il nome più scomodo mai coniato — espone l’uniforme che Hemingway indossava quando fu ferito in Italia, a Fossalta di Piave, nel 1918. L’uniforme conserva ancora le macchie di sangue della ferita alla gamba.
Mi chiedo chi, a diciannove anni, metterebbe da parte la propria uniforme con il proprio sangue, se non uno con una grande visione — oltreché narrazione — di se stesso, e un ego smisurato.
E certo la sua casa, che è una tappa d’obbligo a Key West, mette in risalto questo aspetto. Però è stato molto utile per me, visitarla. Sia per i 56 gatti poli-dattili, sia per il suo studio.
A Hemingway regalarono una coppia di gatti a sei dita. Sono gatti bellisismi, molto rari, che si dice portino fortuna. Cominciarono a riprodursi nella sua proprietà, e quando morì, ne aveva più di venti. Oggi ce ne sono 56. Tutti a sei dita. Vivono come dei pascià nella proprietà, hanno nomi di personaggi famosi, e sono trattati con i guanti dall’amministrazione della casa.
Se volete sposarvi e fare il banchetto di nozze nel giardino della casa di Hemingway, potete farlo. Once again, si chiama money-making. Io mi farei qualche scrupolo a sposarmi nella casa di uno con tre divorzi e quattro matrimoni alle spalle.
Ma chi sono io, per giudicare le bomboniere altrui.

Però Ernest aveva questo studio. Una depandance staccata dalla casa, in cui scriveva dalle 6 del mattino fino a mezzogiorno. E in tutti i suoi otto anni a Key West, cascasse il mondo, Ernest si svegliava alle 6, scriveva sei ore, poi usciva, andava a devastarsi di whiskey — quello beveva, puro, non altri cocktail inventati dal marketing — andava a sfondarsi di pesca, bisboccia, e botte, anche, perché era una testa calda, il ragazzo dell’Illinois. Ma ogni mattina, a prescindere dai litri di whiskey, e dal casino fatto, lui si alzava e scriveva. Questa dedizione, questa incredibile disciplina e costanza, gli hanno permesso di accumulare libro su libro su libro. L’hanno portato al Nobel.
Quindi do a Ernest quel che è di Ernest. E il suo maschio-alfismo, la sua volubilità davanti alla conoscente della moglie di turno, che poi diventava sistematicamente la sua nuova moglie in pectore, sono tratti del suo personaggio che fanno di lui, appunto, un personaggio. Il cui suicidio, mi ricorda che non esiste cura per gli animi inquieti — e bipolari.

Non vi racconterò dei tramonti di Key West, le cui carni arancio sono esposte a troppi obbiettivi fotografici, a troppe scontate descrizioni. Tuttavia, lasciate che vi dica che solo su Flinders Island, in Tasmania, ho visto il cielo gettarsi nel fuoco dopo un bagno nell’oro di una decina di minuti.
Ogni crepuscolo, alle 7:45 pm, andavo a vedere cosa combinava. Era il mio appuntamento con il cinema.

A The Studios ho condiviso la residenza con due artisti di grandissimo talento. Laurel Oswald Clark, pittrice del Jersey, e Ben Walhund, compositore di marimba di Chicago. La marimba è la sorella maggiore in legno — di rosa — dello xilofono. Il suono è quello delle sillabe del mare, se il mare parlasse in musica. Abbiamo legato immediatamente. Tre diversissimi, e tre uguali. Three loners together, ci definivamo. Seriously silly, anche. 🙂
Abbiamo collaborato a una performance in cui, Ben ha improvvisato tre arie ispirate a tre mie poesie, mentre Laurel dipingeva in tempo reale. Questa è una foto dell’evento, nel patio della nostra residenza.
Non mi era mai capitato, nelle mie altre residenze, di provare un’affinità così forte, sia nelle discussioni sul processo creativo, sia nelle idiozie più irresistibilmente idiote.

Oltre a questo privilegio, Key West sono state le corse al mattino prestissimo lungo la spiaggia, in un’umidità che fa dell’aria una stanza da cui uscire è impossibile, e in cui tu non puoi fare che adattarti, e fartela andare bene. Le nuotate nella mia spiaggetta alla fine di Simonton Street, sempre presto al mattino. L’unica spiaggia con l’acqua celeste e senza le sargasso, le alghe brune che stanno infestando i Caraibi e, ahimé anche le Keys.
L’acqua più calda che io abbia mai sentito; nessuna differenza fra dentro e fuori. Un continuum mai sperimentato prima.
E poi Duval Street, il Viale Ceccarini di Key West, con troppi turisti, troppe infradito, troppe mani con troppi cocktail super alcolici, e t-shirt slabbrate, e pantaloncini troppo corti su cellulite troppo spessa, e ventenni con il nulla e un cranio intorno come solo a vent’anni.
Sono tornata a New York con la seconda raccolta di poesie in inglese. E la sensazione di aver appena iniziato a sfregare la superficie di quello che voglio scrivere.

New York mi ha accolto con uno dei weekend più caldi della storia. 37 gradi. I newyorkesi troppo spompati e atterriti per ribattere, io piacevolmente liquefatta insieme a loro.
Il mese è trascorso fra letture, scrittura, eventi all’aperto, cinema, tantissimo cinema — tutto il cinema perso in cinque settimane, per quanto a Key West abbia visto “Pavarotti”, il documentario di Ron Howard su Big Luciano che uscirà alla Festa del Cinema di Roma a ottobre, e “Midsommar”, un horror che, a suo modo, è un’opera d’arte (vedetelo!).
Ma certo, il primo impegno cinematografico al mio rientro a New York — grazie a un incastro temporale da maestri — è stato “Once Upon a Time in Hollywood” di Quentin Tarantino.

1969, Los Angeles. Rick Dalton è un attore di una mediocre serie tv, genere western. Lui ce la mette tutta, ma il viale del tramonto gli sta alle calcagna, anche se lui non ha davvero mai sfondato. A stargli vicino nei suoi alti e bassi emotivi — l’altalena fra delirio di onnipotenza e mancanza di autostima — Cliff Booth, fedele amico, controfigura sul set, tuttofare a casa. E soprattutto spalla su cui piangere e cercare conforto.
Dall’Italia giunge una proposta che potrebbe far svoltare la carriera di Rick: una serie di film western diretti niente meno che da Sergio Corbucci. Al suo ritorno, dopo un periodo travolgente di dolcevita romana, e una moglie italiana al seguito, Rick e Cliff tornano a Los Angeles. Cliff  nella sua squallida roulotte, condivisa con il suo fido bulldog. E Rick nel suo modesto villino, che sorge accanto al villone di un certo Roman Polanski, e alla di lui moglie incinta Sharon Tate, promessa del cinema del periodo.
Storicamente, sappiamo la triste fine che fece Sharon. La Manson family non la risparmiò. Ma Tarantino, a cui la realtà storica non sta bene, usa il cinema per riscrivere la Storia alla sua maniera. L’ha fatto con “Unglorious Basterds”, con “Django Unchained” e ora lo fa qui, in quest’opera che stilla anni 60, Hollywood e amore per il cinema dal primo all’ultimo minuto. L’attenzione al dettaglio, che da sempre distingue il regista, in questo film raggiunge un livello che supera la maniacalità. La ricerca svolta, in termini di interni, costumi, musiche, luoghi, oggetti, poster, qualsiasi minimo oggetto di scena — dai cereali al cibo per il cane — non lascia posto a sviste o scivoloni.

La cosa sorprendente del film è che non c’è la ri-creazione degli anni 60. Ci sono gli anni 60 nell’immagine che gli anni 60 hanno impresso sulla retina cinematografica di Tarantino, nutritosi per anni di film nati e cresciuti lì. La luce, è la luce dell’immagine di Hollywood di quel periodo. Il suono, è il suono dell’immagine di Hollywood di quel periodo. È come se il regista aprisse i cancelli della sua memoria da ragazzino spettatore e girasse il film direttamente lì. Tant’è vero che personaggi suoi eroi come Bruce Lee e Steve McQueen sono presenti in scena.
Tuttavia, la nostalgia di Tarantino non sfocia mai nel patetico. Viene fermata dal dissacrante, in cui è maestro.
E il grande mito Bruce Lee, per esmpio, viene prontamente demitizzato, così come il bello e dannato McQueen. Tarantino è pieno di idoli, ma non li mette su un altare. Li venera giocandoci. E ogni tanto, prendendosi gioco di loro.

DiCaprio e Pitt sono in stato di grazia. Funzionano benissimo insieme, funzionano benissimo singolarmente. Funzionano in silenzio, in crisi isterica, nei botta e risposta di pulpfictioniana memoria. Sono una gioia per gli occhi e le orecchie. DiCaprio se la deve vedere con un personaggio problematico, scisso tra la fame di approvazione su scala generale e individuale, e le manie di grandezza. Se la cava alla grande. Sempre convincente, mai affettato.
Brad Pitt non è da meno. Cliff Booth è un duro, con un passato forse non troppo pulitissimo (!), ma affidabile, leale verso Rick. Un vero amico. E, anche, uno che non si scompone, che mantiene sempre il sangue freddo. Tanto instabile è Rick, quanto saldo Cliff.
Tarantino non avrebbe potuto scegliere coppia migliore.

Un po’ meno bene il ruolo di Sharon Tate. E non per via di Margot Robbie, che ha fatto il suo dovere più che dignitosamente — lei è una di quelle attrici che possono tranquillamente star zitte tutto il tempo: con la lor presenza riempiono lo spazio da nord a sud, da sopra a sotto senza nessun bisogno di parlare. Il personaggio di Sharon è un po’ l’incarnazione della dea del cinema degli anni 60, la musa assurta a santa e martire a seguito della tragica fine subita. Il suo silenzio è il riflesso del silenzio nostro davanti alla ieratica sacralità di bellezza e bravura messe insieme. Eppure qualche battuta in più, l’avremmo goduta.

Gli ingredienti tarantiniani di sempre non mancano. Le citazioni. Un’enciclopedia di citazioni. Una saturazione che può dare le vertigini, un eccesso a cui però siamo abituati — è la cifra di Tarantino, se non piace, Tarantino è da evitarsi.
E poi la violenza. Tanta, tantissima, bruta, selvaggia, al limite di quel delirio che sfocia nell’assurdo comico. Again, se non va giù, Tarantino non fa per voi.
E poi la vendetta, il motore che da sempre muove muove le sceneggiature del regista, a partire da Kill Bill, passando per Unglorious Basterds, Django Unchained e The Hateful Hate. Anche qui, è la vendetta che spinge la Manson Family. Ma Tarantino ci mette lo zampino, e trova il modo per fermarla e ritorcerla contro chi la agisce, un po’ sceriffo, un po’ cacciatore di taglie, un po’ cavaliere mascherato. Un po’ dio.

Se è vero che il film è lungo, in alcuni punti un po’ troppo insistito, e, direi, compiaciuto, dall’altra vi dico che godere di un’opera simile è un dono che, come spettatori, dovete farvi. E non solo per l’oggettiva bellezza de film — un fiore estetico — ma perché è un film che parla del potere attivo del cinema, e più in generale, dell’arte. È come se Tarantino dicesse, io vi faccio vedere la mia versione della Storia, vi faccio vedere che altro è sempre possibile. Se sfiliamo l’allegoria dal suo discorso cinematografico, e la caliamo nel presente, direi che è un gran bel messaggio che ci arriva.
Altro è possibile.

Ed eccoci qui, my Moviers.
Ora io vi saluto nel modo in cui vi saluto da dieci anni — e chissà se poi qualcuno avrà notato che la chiusa riprende sempre l’apertura…
Facciamo come se nulla fosse. Il Frunyc V sta lì, il Fru-Down-South sta là, i ringraziamenti sempre sentitissimi, e i saluti, immobilmente cinematografici.

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THE REVENANT
di Alejandro González Iñárritu
USA, 2016, ‘153
Lunedì 18 / Monday 18
Ore 21:00 / 9 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

 

Martin Moviers,

Ah quanto mi è mancato lui, lo Scorsese, con o senza Morricone, non importa, ma lui, il cantastorie che usa la cinepresa per ore ― guardate un po’ quanto durano i suoi film ― e ti trascina dentro, qualsiasi sia la trama, qualsiasi sia l’attore feticcio del momento, un De Niro che si scatena nei panni di un toro, o di un tassista fuori di testa (“Taxi Driver”) o di un ex-galeotto fuori di testa (“Cape Fear”) o di un egocentrico fuori di testa (“Re per una notte”). Oppure un Di Caprio altrettanto fuori di testa sull’isola di “Shatter Island” o nei bassifondi bostoniani di “The Departed”. Insomma, io pensavo di andare al cine lunedì, dopo un mese di astinenza cinematografica ― i tanti film visti in volo non contano, è la Sala che conta ― di arrivare e trovarmi un “Wolf of Wall Street”, una belva di quel genere, un racconto che avrebbe fatto di me un sol boccone ― anche perché, dopo 3 settimane tasmaniacali, ero ormai abituata a soccombere agli elementi. Una giostra che mi avrebbe tirato a bordo nonostante i miei piedi puntati ― notoria la mia assoluta refrattarietà nei confronti della cosa finanziaria in tutte le sue forme. E io avrei cavalcato quel puledro selvaggio de “La grande scommessa” e finalmente la cosa finanziaria avrebbe acquistato un senso, e io sarei uscita dalla Sala sentendomi a metà strada fra Adam Smith e Ricardo, gli unici due economisti che io conosca, e finalmente avrei capito cosa diamine è successo nel 2008, quando la fine ebbe inizio, e la Crisi, creatura sfuggente ma dalla stazza assai ingombrante, prese a occupare ogni tavola rotonda ― di conferenzieri o semplicemente di ferrotranvieri a casa per cena ― ogni discorso, ogni singola lamentela che lamentava qualcosa che non andasse. Dal 2008 la malora aveva un’unica sgualdrina di madre: la Crisi.
Cantonata non avrebbe potuto essere presa in maniera più eclatante dalla sottoscritta, a riprova che l’apriorismo delle convinzioni non ha eguali, né rimedi. Nessuna illuminazione, nessun “Eureka!”, “urca”, ma nemmeno un “caspita”. Solo due ore di tenebra totale in cui ho vagato tra la voglia quasi fisica di Scorsese e del suo splendidamente debordante “The Wolf of Wall Street”, che mi aveva iniziato al significato di brokeraggio selvaggio e alle malefatte del suo protagonista ― fuori di test of course ― di tirare su milioni in maniera illegale ma anche perversamente geniale, e di foraggiare le pance della fauna wallstreetttiana che condivideva, negli anni ’80, quel sogno di grandeur economica che degli scrupoli aveva fatto coriandoli, e degli eccessi Vangeli.
Le mie uniche àncore di salvataggio in un Titanic(o) scenario, erano l’Onassis Jr, il WG Mat e la Vanilla, con me in sala. E dovrebbe scriverlo la Vanilla, un pippone sul film, perché lei sì che ha le basi e pure le altezze adatte per intendere il film. 🙂 E mentre io arrancavo smarrita dentro la labirintite che mi procurava “La grande scommessa”, lei, la Vanilla, avrebbe pure potuto buttar giù “La ricchezza delle nazioni Parte II” e pure una serie televisiva ad essa ispirata, mentre guardava il film. Forse si sarà accorta che io guardavo lei come Rey guarda Han Solo che sbuca fuori dal Millennium Falcon ― ne parleremo, sotto delle guerre stellari…
Dunque, a quanto ho visto e compreso, ci sono questi quattro spregiudicati investitori che nel 2005 intuiscono l’instabilità del mercato immobiliare statunitense e si dicono, qui l’economia mondiale sta per andare gambe all’aria e iniziano a scommettere sul sistema, giocando con dei gingilli finanziari dai nomi divertenti tipo swap o CDS ― ma non osate chiedermi la struttura e il colore di uno swap, men che meno i CDS. Uno di loro è Michael Burry, il personaggio che forse mi rimarrà impresso per qualche giorno e che poi finirà laddove sta già precipitando “La grande scommessa” ― la Fossa delle Marianne dell’oblio (sì, “Dell’esagerazione” lo scrissi io a 12 anni… ). Michael è uno abbastanza schizzato che suona la batteria in ufficio, o anche solo l’aria intorno a sé con un paio di bacchette, straluna gli occhi peggio del Mago Otelma in trance e riesce a portarsi a casa una quantità di milionate di dollari di cui naturalmente non ricordo il numero. Poi c’è Ryan Gosling che NON è Ryan Gosling ma Carlo Conti un po’ meno abbronzato, che fa più o meno lo stesso, solo che guarda fisso in camera e te lo racconta live. E questo, devo dire, l’ho apprezzato. Cioè, NON ho apprezzato la mutazione di Gossling in Carlo Conti, ho apprettato la scelta di farlo guardare dritto in camera, come se uscisse dalla sua storia e dal suo tempo ― il 2005 ― e l’attore diventasse il personaggio che impersona se stesso, il che, capirete, intriga, non è la solita narrazione diegeticamente lineare (sentitela, diegeticamente). Poi c’è quest’altro manager che lavora per la Morgan Stanley interpretato da Steve Carrell ― che per me rimarrà per sempre il 40enne vergine, e nemmeno un ruolo walstreettiano come questo riuscirà a togliergli quel ruolo di dosso ― ma nel complesso abbastanza insipido, e poi c’è Bradpitt, una sorta di cervellone di Wall Street in pensione che fa da mentore a due pischelli nerd che vogliono approfittare della situazione e spalare anche loro qualche bella milionata nei loro conti correnti presumibilmente svizzeri. Tutti questi personaggi arrivano, nei loro modi diversi, alla stessa conclusione ovvero che i mutui sono sul punto di fallire ― non so bene perché ― e quindi s’inventano una cosa che si chiama CDS che in qualche maniera, da questo fallimento, li fa guadagnare.
Ma usciamo dalla trama, che, come vedete, è tutta crivellata, fingiamo non abbia dei crateri lunari al posto del compreso, e lasciamola da parte un attimo.
Perché il film non funziona? Il film non funziona perché

  1. Inizia a palla, a bomba, fuochi d’artificio, bum bum bum. E tu dici, bene, qui abbiamo il figlio  adrenalinico di “The Wolf of Wall Street”, e sorridi quel sorriso citrullo di quando ti appresti a godertela. Ma poi, dopo circa 9 minuti capisci che no, “The Wolf of Wall Street” non era affatto suo padre ― Darth Vader la smetta di ridere e fare lo scemo laggiù― era solo tantissimo artificio senza il fuoco.
  2. È un ibrido, si lascia sedurre dai tecnicismi ma senza essere un documentario, giacché presenta evidenti velleità fiction. Il regista doveva pensare anche per chi non gioca con gli SWAP dalla mattina alla sera. Così facendo stermina una fila di spettatori ― tra cui, l’avete capito, io.
  3. L’ironia di cui, a quanto ho sentito dire, il film sarebbe imbevuto, non è ironia. È semplicemente il lato buffo della truffa. Ogni truffa è accattivante, ammettiamolo. E fior fior di registi l’hanno intuito e dato alla luce fior fior di pellicole, e mi basta citare “Bonnie&Clyde”, “La stangata”, “Arsenio Lupin”. E il lato drammatico o “dark” evocato ― ancora ‘sti colori ― è semplicemente il dramma che ha investito il mondo e in cui noi, ancora oggi sguazziamo. Parafrasando un vecchio cliché ― pur vero ― mi viene da dire, l’ironia, qui, sta negli occhi di chi guarda, ovvero noi, che vediamo questi quattro/cinque furboni che fanno una montagna di soldi sulle macerie del mondo. Non ci trovo affatto dell’ironia ― né nel contenuto, né nella forma. Non è esattamente come dire, faccio vedere una banda di soliti ignoti che tenta di svaligiare un appartamento per sbarcare il lunario e li faccio miseramente fallire… Oppure un Lupo col capo di Di Caprio che ci porta nel suo mondo di spregiudicatezze finanziarie e morali. Vorrebbe farlo, vorrebbe essere un film così, ma non gli riesce. Vorrebbe riflettere sulla maletica ― conio questo concetto qui e ora ― attraverso la risata, ma facendo lo splendido solo a metà (be’, 9 minuti non è metà, ma sono generosa), manca clamorosamente l’obbiettivo. E accenna solo vagamente a questioni più ampie, ma senza poi sviscerarle. Mi riferisco alla caduta delle certezze dell’uomo moderno, per esempio, o alla fine dell’età dell’oro, o ancora alla sostanziale fuffa attraverso la quale le certezze e l’impero economico occidentale sono crollati ― crollati a seguito di una bolla, il paradosso sarebbe stato ghiotto, indeed. Magari qualche regista più attento di McKay potrebbe riflettere cinematograficamente sull’avvento della Fuffa quale nuova arma di distruzione di massa, altroché antrace e missili terra-area nascosti nella valle degli orti dei contadini iracheni.
  4. Lo spettatore target ideale non è identificato. Così come scrittori ―e traduttori!― hanno un lettore target nella loro mente quando creano, anche il regista dovrebbe avere un suo spettatore ideale. In questo caso chi è? Quello che vive in simbiosi con la Borsa e con il Financial Times incollato alla faccia ― per esserci crollato addormentato sopra, dopo Sole 24 ore di lavoro non-stop a Wall Street naturalmente? No perché quel tipo di spettatore sa già tutto, e il film non è così comico da farli ridere, al massimo strappa qualche smorfia. Allora lo spettatore ideale sono io? Che considero uno Swap come una specie di cubo di Rubick nelle mani di un laureato alla Bocconi e che nelle mie mani è più ingestibile di un cubo di Rubick vero?! No perché la materia e la microlingua utilizzate mi tagliano fuori dalla comprensione, mi relegano nel grembo tiepido dell’ignoranza, e io finisco a pensare all’ascensore rotto, alla multa per eccesso di velocità da pagare (mannaggia) e a questa app che ti dice il motivo per cui il tuo bebé frigna e sulla quale vorresti scrivere un j’accuse che manco Zola con l’affare Dreyfuss…
  5. Bradpitt. No, aspettate, non è che il film NON funzioni per colpa sua, ma per la prima volta da che compare sul grande schermo, Bradpitt risulta assolutamente trasparente. Voi potreste dirmi, he was supposed to be, è il suo personaggio, agisce nell’ombra. Ok. E io sarò una tradizionalista, ma quando tengo un frutto come un Bradpitt per le mani, non lo uso a metà, lo spremo tutto. Non ne faccio un discorso di minuti: anche un cameo può lasciare il segno ― pensate a cosa ne hanno fatto di lui i fratelli Coen con l’indimenticabile personaggio minore/minorato che interpretava in “Burn After Reading”. Non è il “quanto”, è il “come”…. E lì, in “La grande scommessa” tre quarti di Bradpitt ci va a ramengo ― ed è peccato…

Non credo ci sia bisogno che dica oltre. E se magari il tentativo di raccontare la crisi è apprezzabile, dall’altra gli sceneggiatori avrebbero dovuto prevedere che la verbosità e il tripudio del tecnico ammazza il lato che voleva essere comico. Di certo ha ammazzato il mio. Ma può essere che qualcuno sia rimasto sveglio, e che si sia pure risvegliato, chissà…

E a questo proposito… Fatemi dire qualcosa su Star Wars 7 – Il risveglio della Forza. Giusto qualcosa perché ci penserà il WG Mat al “piuchequalcosa”, il nuovo tempo verbale che declinerà a suo piacere nel Maelstrom 🙂 ― del resto gestisce la Jedi Academy da un tempo lontano, quindi chi meglio di lui?
Io, dal canto mio, non entro nella critica spinta e mi fermo a delle considerazioni generali: ho riflettuto più che altro sull’esistenza di Star Wars tout court, più che sulla sua essenza ― gli Esistenzialisti avran da lamentarsi, va be’. Inoltre devo dire di aver visto il film un mese dopo la sua uscita, e questo ha senz’altro inciso sull’emotività. Probabilmente, fossi stata tra la pazza folla di quelli che lo videro il 16 dicembre, avrei vissuto l’evento e il film con maggior compartecipazione. Chissà. Il 16 dicembre io sbarcavo in Tasmania, mentre milioni di nerd e non-nerd rimettevano piede in una galassia lontana lontana ― in comune avevamo il lontano-lontano, ma i contesti erano un po’ diversi.
E comincio da qui. Da quelle parole, che sono diventate ormai come una preghiera, e quella scritta iniziale che obliqua scorre giù e accompagna Star Wars sin dal primissimo episodio. Ecco quando vedi quella scritta e senti quella colonna sonora, tu perdi già un po’ di lucidità: non solo vieni trasportato in un universo in cui le guerre sono stellari e i bigfoot si chiamano Chewbecca, ma anche nel tuo passato personale: allora ricordi come ti sentivi quando, bambino o un po’ più cresciutello (nel mio caso), hai sentito quella musica, e bevuto quelle scritte che scorrevano giù per lo schermo come ci si abbevera alla fonte della Conoscenza. Ma se noi abbandoniamo un istante il fascino che la Forza esercita su di noi ― a cui resistere è, obbiettivamente, missione ardua ― e facciamo invece lo sForzo di mantenerci obbiettivi, o il più obbiettivi possibili, forse il film di JJ Abrams non ci risulterà così batterstargalattico come per esempio la Trilogia storica. Non fraintendetemi, il film è una macchina da guerra dal punto rievocativo. La serie di rimandi agli episodi precedenti e la specularità, e la specularità rovesciata, con personaggi ed eventi precedenti, fa cadere un bel 9 tondo tondo sul compito  del regista ― è sicuramente di formazione strutturalista, il ragazzo, e si è specializzato sicuramente tra Genette e Greimas, non c’è dubbio, prendendosi anche un bel sabbatico in Russia tra i Formalisti, ne siamo pressoché certi. Però sì, questo è Star Wars 7, un compito, che il suo autore ha svolto in maniera diligente, a tratti egregia, a tratti patetica. A volerlo guardar bene bene, sembra una funzione matematica, dimostrata in ogni suo singolo passaggio. Ma matematica, appunto, meccanica. Manca l’estro. Manca la nota folle, il nuovo e l’inaspettato. Manca “Io sono tuo padre”, ruzzolato fuori da una maschera quando MAI ti aspetteresti quella rivelazione, e le implicazioni di quella rivelazione. E qui ritorno al mio punto, per il quale verrò presumibilmente definita un’anacronistica marxista. 🙂 Star Wars oggi mi appare come una grandiosissima operazione economica che viene tenuta in vita per quello. C’è senz’altro il tentativo di inspessire lo spessore epico-letterario della saga ― questo è indubbio. Ma l’operazione finanziaria alla base del film incide prepotentemente sul film stesso minandone l’essenza. La finalità detta la creatività. E quando la finalità detta la creatività assistiamo alla produzione in vitro di un figlio bellissimo, dai riccioli d’oro e i lineamenti perfetti che ammiriamo impressionati, ma che è privo di anima. Questo credo sia Star Wars dopo la prima storica trilogia.
Per come la vedo io, e lo dico con rammarico perché sono legata anch’io alla storica trilogia e alla colonna sonora e alla sintassi da pazzi di Yoda, per come la vedo io Star Wars dovrebbe smettere di aggiungere episodi su episodi: la serializzazione porta allo spegnimento della scintilla epica che “Guerre stellari”, “L’impero colpisce ancora” e “Il ritorno dello Jedi” portavano nel cuore. Omero ha scritto Iliade e Odissea. Ma a nessuno, né tantomeno a lui, è venuto in mente di aggiungere capitoli sopra capitoli e pre-quel e sequel alle due opere. Quelli sono miti, sono dati. Poi possiamo ricavarci tutti gli spin-off che vogliamo e inventarci mille revisioni postpostpostmoderniste, ma quei testi sacri sono lì. È il Verbo. Ulisse ha fatto ritorno a Itaca. Punto. E lo stesso dicasi per i miti nordici. Star Wars, nella mia mente, aveva le potenzialità ―proprio per com’era strutturata ― di finire lì, nell’epica moderna. Cos’ha di particolare, e magico, il mitico? Il fatto che, pur essendo “finito”, ovvero, concluso, tutto apparentemente iegato, mantenga delle zone interstiziali libere, riscrivibili da ogni generazione. È questo che rende il mito sempre giovane ― come l’arte e la poesia. Star Wars poteva essere quello, e ogni generazione avrebbe visto ciò che voleva nella storica trilogia. Ma con la ricerca del profitto ― sotto la quale tutti cadiamo schiavi ― il mito diventa fotoromanzo, diventa puntate. Allora giù a pensare a trame e sottotrame e nuove possibili trame da sviluppare in infiniti episodi cosicché il “Mito” non abbia mai fine, e gli spettatori vadano al cinema, e i gadget vengano sfornati e venduti… Non c’è nulla di male, these are the ways of the world, direbbe Congreve. Ma ciò non toglie che così, assistiamo alla parcellizzazione (!), alla depauperizzazione del Mito. Si snatura, quella scintilla di cui dicevo sopra si affievolisce, e noi ci ritroviamo di fronte a personaggi che sono copie, copie anche composite e curate nella loro delineazione, ma pur sempre copie ― spesso ahimé sbiadite ― di altri personaggi: Kylo Ren e Darth Vader, Han Solo e Rey, Yoda e quella tartarughina arancio che gli somiglia senza davvero somigliargli, taverne stellari che sono repliche di altre amate taverne, battute che ammiccano ad altre battute per farci gongolare e affezionare al film ― come un druggy alla sua droga, come un cliente all’oggetto, e i suoi gadget satelliti che poi comprerà. E ci ritroviamo anche davanti a stiracchiature narrative un po’ imbarazzanti. Ne dico una su tutte. Ma cosa ha fatto, di tanto brutto, Han Solo a Kylo Ren, per fargli sviluppare un’acredine tanto acre e acerrima nei suoi confronti? Che gli ha fatto?? La necessità di ammazzare il padre a priori ― anche quando il padre è un fico come Han Solo ― non è un po’ vecchia? E lo stesso dicasi per JJ Abrams nei confronti di Lucas. Harold Bloom aveva teorizzato l’Anxiety of influence, l’angoscia dell’influenza che gli scrittori provavano nei confronti dei “padri” ― ovvero gli scrittori che gli avevano preceduti ― ancora back in 1973… E Freud c’era arrivato già qualche annetto prima. E basta con ‘sto padre, dico io, let’s move on! Anche perché, siamo onesti, nessuna battuta, nessun colpo di scena, nessun precipitare di Han Solo nel vuoto con una spada in petto potranno mai eguagliare lo shock, il colpo di genio duro e puro dell’ “I am your father” di Darth Vader a Luke. Sicuramente ci proveranno ancora e non mi meraviglierei se Rey, nel prossimo, finisse a dire a un redivivo Han Solo, “Io sono tua figlia”…
A questo punto sarei tentata e spaventata nel pormi una domanda naturalissima… Non sarà che questo nostro tempo è assolutamente incapace di produrre nuovi miti solidi? E che si continui a guardare al passato per superare la terra desolata tutt’intorno?
Mi fa un po’ paura guardare in faccia alla risposta….
Insomma, se da un lato posso congratularmi con JJ Abrams per il lavoro svolto, dall’altro io mi dico che il compito dell’artista (i registi lo sono) dovrebbe essere quello di combattere la mercificazione, tanto più se dell’epica. Personalmente, mi fa male vedere un corpo bellissimo, come quello della trilogia di Lucas, stravolto dalla money-morfina che lo vuole tenere in vita a ogni costo. Combatto l’accanimento terapeutico, e sì, sono per l’eutanasia del Mito. Solo così lo possiamo ricordare in tutta la sua bellezza.
Let Star Wars go.
Mat non me ne voglia… 🙂

E ora, dopo aver scandalosamente perso “La grande scommessa”, non demordiamo e puntiamo su un cavallo di razza

THE REVENANT
di Alejandro González Iñárritu

Ciò che ci piace di Inarritu è vederlo cambiare pelle ogni volta. Dopo Birdman, eccolo in un film completamente diverso, per il quale è candidato a una sfilza di Oscar, premi, targhe, coppe, you name it. E finalmente rivediamo Di Caprio all’azione. Che è sempre un bell’agire. E che, per scaramanzia, non sarà destinatario dei nostri migliori auguri per vincere l’Oscar ― Leo è entrato in analisi ogni singolo febbraio dopo ogni singola cerimonia degli Academy Awards, e dopo ogni singola statuetta retta dalle mani della qualunque hollywoodiana che gliel’ha portata via, poor boy…

Ora c’è il Maelstrom del WG Mat, che ha mantenuto la promessa e ha pure citato, a fine pezzo, una frase di Yoda a me molto cara… E guardate quant’è bello, quando due prospettive su un film si guardano, e vi guardano…
Grazie Mat, e no che non ti mangio! Sono vegetariana 😉
E poi c’è quel diamine di riassunto, il maledetto… Ma la pagherà eh, eccome se la pagherà ― preparatevi all’atmosfera western, Fellows… Ai primi di febbraio esce Tarantino!

Ah, se avete delle DROPS, le vostre perle di saggezza su film che avete visto e volete condividere, mi raccomando, inviatemele! Il Drop Box è sempre pronto ad essere riaperto.
Oppure potete fare come il Woodstock, che le ripone diligentemente nel Baby Blog… 😉 http://www.letsmovie.it/2016/01/lets-movie-268-propone-la-grande-scommessa-e-commenta-perfect-day/#comments

Grazie, my Moviers, sempre, e saluti, stasera, scorsesemente e anche scortesemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dal WG Mat, with love and Force 🙂

Star Wars è epico e mitico. Non solo nel senso che è una saga che piace un sacco (“bella ‘sta roba! epico! mitico!) ma nel senso letterario del termine. Racconta cioè di ciò che è alla base di ogni storia, degli archetipi di ogni mitologia, dell’eterna lotta tra bene e male che scuote tutto dall’universo all’anima di ciascuno, ed è questo che lo rende un classico (cioè un testo/film/opera d’arte che non ha mai finito di dire quel che ha da dire).
Senza entrare nel perchè e nel per come lo è (o la Fru mi mangia), Star Wars 7 ha il compito di continuare la saga vivendo nell’ombra metaforica e non del Padre, la trilogia originale e l’Erore/il Cattivo per definizione Darth Vader.
Diamo per scontata la storia per brevità (o la Fru mi mangia di nuovo): ci ho pensato molto, e sono arrivato a concludere che la figura di Kylo Ren (il “cattivo” di quest nuova generazione di Star Wars) è veramente ciò che questo film è chiamato ad essere agli occhi di tutti: condannato a vivere all’ombra del nonno dell quale saprai non sarai mai all’altezza. Figlio degli eroi della ribellione, allenato dall’ultimo Jedi della galassia, lo zio Luke, uno Skywalker, e nipote del più grande cattivo della storia.
Ben Solo Kylo Ren è tormentato, è un fanboy del nonno che vive nel dolore di non capire cosa è e chi è, e per completare il suo passaggio al lato oscuro (qui un reminder di Yoda che spiega cosa porta al lato oscuro) fa l’unica cosa che gli permette di tranciare col passato: uccide (metaforicamente e non) il padre per chiudere col passato e le ombre.
J.J. Abrams con il risveglio della forza deve allo stesso tempo riprendere, rilanciare e continuare la saga della famiglia Skywalker (questo è Star Wars) e dal punto di vista formale il film riprende lo stile e la narrativa del primo star wars del 77 in una operazione quasi archeologica: paesaggi ampli, spazi vuoti, uno spazio-far west “sporco”, un eroe riluttante chiamato a seguire un destino più grande di lui, degli aiutanti, un mentore, un nemico che è il Nemico – il lato oscuro.
E riprende la stessa struttura narrativa (il pianeta deserto, la fuga, la taverna, la morte nera/base starkiller etc) ma ne fa un calco quasi fosse una foto in negativo: ci sono gli stessi elementi ma sto raccontando una storia diversa.
e la foto in negativo è anche la scena madre di Han Solo che cerca di redimere Ben Solo / Kylo Ren, con un esito differente dalla scena di Luke / Darth Vader però.
Il film mi è piaciuto, ovvio, ma ammetto che Abrams è stato molto “paraculo” nel farcelo piacere: studiato in ogni dettaglio come un ingegnere che controlla ogni pezzo dell’ingranaggio. Funziona tutto, funziona un po’ meno l’effetto wow della saga originale. Ma anche qui il giudizio credo sia da sospendere perchè il film è un pezzo di una saga, dovrà essere rivalutato a posteriori.
Ma penso anche il Risveglio della Forza altro: è l’ultimo libro di un epica collettiva, che, come lo stesso Lucas ha detto, non appartiene più a un singolo individuo, scrittore,  regista. “Always pass on what you have learned” diceva Yoda a Luke Skywalker, è la filosofia degli Jedi. E Il Risveglio della Forza questo è:  una nuova generazione di eroi e autori alle prese con un classico che ormai è qualcosa più grande di loro perchè appartiene a tutti.
Scriverei molto di più ma la Fru forse mi ha già mangiato.
Luminous being are we, not this crude matter,
May the Force be with you!

THE REVENANT: Tratto da una storia vera, Revenant racconta l’epica avventura di un uomo che cerca di sopravvivere grazie alla straordinaria forza del proprio spirito. In una spedizione nelle vergini terre americane, l’esploratore Hugh Glass (Leonardo Di Caprio) viene brutalmente attaccato da un orso e dato per morto dai membri del suo stesso gruppo di cacciatori. Nella sua lotta per la sopravvivenza, Glass sopporta inimmaginabili sofferenze, tra cui anche il tradimento del suo compagno John Fitzgerald (Tom Hardy). Mosso da una profonda determinazione e dall’amore per la sua famiglia, Glass dovrà superare un duro inverno nell’implacabile tentativo di sopravvivere e di trovare la sua redenzione.

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Let’s Movie CXCVII – THE WOLF OF WALL STREET

Let’s Movie CXCVII – THE WOLF OF WALL STREET

THE WOLF OF WALL STREET
di Martin Scorsese
USA, 2013, 180’ (yes, I know, 180’…)
Martedì 28/Tuesday 28
20:45/8:45 pm
Cinema Nuovo Roma/Il Porno Roma

Mazzacurati Moviers,

Dedico a lui, quest’overture. Niente requiem, per quanto la tristezza di aver perso uno dei registi più in gamba di questo nostro paese sforna-brizzi farebbe partire un lamento da muezzin. È stato il Mastro, a darmi la notizia, mercoledì. “È stato il primo regista che abbiamo ospitato, quando uscì ‘La giusta distanza’, anni fa”. Mi pare di rivedere quella serata anche se io chissà dov’ero, anni fa…
Ne ha girati tanti, di film, Mazzacurati. Gli riuscivano. Ha un modo tutto suo, di far cinema. Garbato e malinconico, anzi, malincoMico…quel sorriso che si stempera nel crepuscolare veneto, anche se non scade mai nello sterile regionalismo…Le finestre delle case sprofondate nelle pianura padana che ha ritratto, aprono verso ben altri, e ampi, orizzonti umani.
Se non avete mai avuto modo di conoscerlo, consiglio “Il toro”, e “La giusta distanza” (una perla), “L’amore altrove” (una storia d’amore senza scontare lo scotto dello scontato, ed essere sco.sco.sco), e se volete un paio di commedie “La passione” e “Vesna va veloce”. Il mio preferito, rimane “Il toro”, credo. Buffo e struggente ―una combinazione che stende lo spettatore meglio di qualsiasi philomenata made in US…
E pensate, il suo ultimo “La sedia della felicità”, l’aveva visto girare qui a Trentoville, l’estate scorsa ―ricordo l’Anarcozumi che mi raccontava del set, vado da Mazzacurati, diceva.
Non voglio macchiare questo triste evento con la solita retorica, ma 57 anni sono pochi. Troppo pochi. 57 anni quando maneggi una macchina da presa così bene sono l’età in cui ti accosti alla maturità.
Non rimane che farlo vivere attraverso i nostri lettori dvd, il passaparola (“devi troppo vedere ‘sto film che ho guardato l’altra sera…”), e questa overture, che vuole condividere Carlo, non piangerlo.

La doccia fredda della notizia è stata controbilanciata da un fenomeno caratteristicamente lezmuviano che di tanto in tanto si verifica, lasciandoci tutti allibiti.
Sono dentro in sala con il Fellow D-Bridge, e si conversa del più e del meno ―caldaie, statistiche, file excel, etc …. Stiamo lì, come sulla spiaggia coi piedi in ammollo, il mar bianco dello schermo di fronte. A un certo punto da dietro, monta un rombo che mi piacerebbe definire “famigliare” ma che sono costretta a definire anomalo vista la frquenza “pochi-ma-buoni” di Lez Muvi, e si riversa su di noi un’ondata di Moviers che non definisco tsunami solo per evitarmi l’inflazionato. Il WG Mat, che al momento sta visitando un numero imprecisato di casbeh (ma come casbah sarà il plurale??) e hammam e tutto ciò che al gusto Marocco vi venga in mente; con lui la Guest Angela, di cui spero di carpire l’indirizzo email a breve (una Fellow Empirea ci manca proprio); la Choko-Bar, la nostra Movier romana-per-un-periodo-trentina ritornata a vivere sull’ermo colle (l’ottavo, se non erro, accanto all’Aventino, giusto? :-)) e in trasferta giornaliera a Trentoville; il Fellow Andy-the-Candy, che non solo ha contribuito, la settimana scorsa, a gettare nel “girone infernale delle mail” (sue parole, che riporto con massimo orgoglio) il Fellow Onassis Jr. e il Fellow Felix, ma li ha pure trascinati al cinema, passando quindi brillantemente dalla fase 1 (Recruita-un-Movier) alla fase 2 (Rapisci-un-Movier). Capirete, da sciacalla qual sono, mi sono avventata sui due neonati Fellows, spazzando via completamente l’area contegno ―area che di rado frequento.
L’ondata di Moviers forza 8 ―mammamia 8 Moviers ― s’è riversata in sala risollevando la depressione dovuta alla notizia triste triste di cui sopra e a una giornatina fosca fosca di cui taccio.

E nel compesso sono felice che il film fosse “Nebraska” ―pensa, Honorary Member Mic, se fosse stato “C’era una volta in Anatolia”! Perché “Nebraska” è film che catalogo nel “tuttosommato”. Tuttosommato si ride parecchio, tuttosommato è confezionato meglio di un cabaret di paste (cabaret?? Seee ti manca solo l’Ovomaltine, Board!). Tuttosommato ti racconta una storia che piace a tutti, vecchi, donne e bambini, dai 9 ai 99 anni. Il vecchio padre un po’ padrone più per le vicissitudini della vita che per indole (ma non mi dire che ha combattuto nella Guerra di Corea??? Sì te lo dico), burbero perché allevato da una famiglia di burberi (ma non mi dire che lo picchiavano e che nel film padre&figlio colgono l’occasione per pellegrinare alla vecchia casa di famiglia in cui Woody bambino subiva le angherie del padre??? Sì te lo dico), alcolizzato ma di quell’alcolismo “buono”, da scapellotto once-in-a-while non da botte da orbi che avrebbe compromesso la naturale simpatia che proviamo per lui; disabituato all’amore ma non incapace di amare (ma non mi dire che si era innamorato di una squaw ma non ha potuto farci niente perché era sposato??? Sì te lo dico).
E poi c’è il figlio, buono buono che più buono non si può, un principino finito in the middle of the squallor del nowhere americano; un figlio talmente modello da intraprendere un road-trip e far vivere al padre un (primo e) ultimo momento di gloria.

Sì perché questo vecchio burbero di nome Woody è convinto di aver vinto un milione di dollari alla lotteria, e si mette in testa di andare in Nebraska a ritirare il premio. Montana e Nebraska distano più o meno quanto Bielorussia e Portogallo, in quelle MODESTE distanze americane che ben conosciamo. E il film racconta, anzi, fotografa, il loro road-trip (ma non mi dire che è assurdo nel modo in cui lo era “Little Miss Sunshine”, “Sideways” e “In viaggio con papà”??? Sì, te lo dico, e su questi due ultimi film ci ritorno pure, ‘spetta). “Fotografa”, giacché il film è un vero e proprio book, aiutato al 78% dal bianco e nero.

Ora, fatemi un esperimento. Andate in un campo di grano con qualche corvo qua e là, o fermatevi davanti a un distributore di benzina e fotografatelo con l’impostazione black&white. Ancora meglio se il campo e il distributore sono in un paese straniero, metti l’America. Vedrete come i soggetti vi sembreranno assurgere a un livello estetico superiore ―estetico per l’appunto― mentre prima erano solo semplici oggetti ―una pompa di benzina, un bidone di olio, un insegna gigantesca. Come se quella realtà fotografata, per quanto misera, diventasse, d’un tratto, bella. Questo succede perché tra noi e la realtà mettiamo un filtro (metaforico e non!) e quella realtà diventa, magicamente, altro ―finisce altro-ve. Così funziona il cinema, se ci pensate ―vedere dell’altro, anche nel noto. Ora sommate bianco&nero al cinema e avrete l’effetto raddoppiato, vualà. E credete che questo, i registi, non lo sappiano? Ts, ci lavorano, Fellows! Certo che lo sanno. Payne lo sa (ma sarà imparentato con Max quello della guerra agli zombi spaventosi? Bah…), e infatti il risultato riesce alla perfezione. Par di sentirli, tutti gli “oooh aaah” di meraviglia del pubblico, mentre il film scorre…

“Nebraska” ha senz’altro dei punti forti nel modo in cui rappresenta la piccola vita provinciale. I discorsi ripetuti all’infinito, l’immobilità della quotidianità, come se il tempo non scorresse, come se tutto fosse immortalato in un eterno presente che non passa, e che ripropone, day by day, gli stessi gesti, gli stessi argomenti, con un effetto alienante non tanto per i personaggi in sé quanto per noi spettatori esterni. Per loro, tutto appare assolutamente normale. La scena in cui tutti i membri della famiglia sono davanti alla tv, assorbiti completamente dal tubo catodico che permette loro giusto lo spazio di buttar lì qualche banalità ogni tanto, ecco, per me quella scena, come si suol dire, vale il prezzo del biglietto. L’alienazione inconscia dell’animale umano nel micro-proletariato suburbano occidentale ― casbah che paroloni (:-)).
Un incrocio tra Mister Magoo e le Misanthrope, Woody non sarebbe male come personaggio. Quello che mi piaceva, all’inizio, era la sua pasta coriacea. La scontrosità, e l’ostinazione. Però poi tutto finisce sempre a tarallucci e vino…
Per la prima volta nella sua vita, Woody vive un sogno. Che sia folle, irealizzabile, patetico, poco importa. Ha un sogno, e vuole viverlo fino in fondo. Quando scopre che il milione di dollari è puro miraggio e non intascherà un centesimo, capisce che il monte premi sta altrove ―in quello che ha vissuto e condiviso con il figlio… Come vedete, basta solo un “e vissero per sempre felici e contenti…” … È inutile, Moviers, il cinema americano non può contemplare di finire con l’amaro in bocca. Il think-positive non si tocca. Mmm… ma penso…Il cinema non deve semplicemente farmi vedere quello che voglio, ma quello che NON immagino. Il cinema ―l’arte― illuma strade la cui esistenza ignoro. Dice quello che non è mai stato detto prima. Se rifaccio lo stesso tema ogni volta, come ha fatto Payne, cammino sempre la stessa strada. Se avete visto “Sideways”, “Nebraska” vi sembrerà una replica cui è stato cambiato qualche connotato di superficie ma la cui sostanza è la stessa. E questo è proprio uno dei motivi per cui piace. Il noto è come una tradizione: ci fa sentire al sicuro, non dobbiamo temere brutte sorprese. L’ignoto invece, in quanto non-noto, spaventa. Ma è proprio entrando in contatto con lui, l’ignoto, l’altro, che conosciamo. Altrimenti come facciamo a passare a Gnoseologia II, Fellows? Rimaniamo sempre piantati al livello I. E noi non lo vogliamo…

Poi onestamente, il tema del viaggio con papà, è stato abbondantemente us(ur)ato nel cinema. E insuperato, se penso a quei due fenomeni di Verdone e Sordi in “In viaggio con papà”. Ma è stato anche felicemente rivisitato. Pensate un po’ a “Transamerica”. Lì il papà è divento mamma, e il film porta un altro nucleo di riflessione “gender-specific” su cui lavorare… Insomma, per farvela breve. Il film vincerà 6/7 Oscar dacché è tutto quello che gli americani vogliono vedere e sentirsi dire ―  così come “Philomena” (che vuoi dire a una storia vera che ti spezza il cuore?).
Ma noi vogliamo altro!
…Per esempio, metterci alle prese con Scorsese

THE WOLF OF WALL STREET
di Martin Scorsese

 

Come sempre mi tengo impreparata q.b. sul film che vedremo. Alcune informazioni sono tuttavia trapelate e mi hanno raggiunto 🙂 Informazioni di un certo rilievo… Ne condivido una con voi…Leonardo di Caprio dice 569 volte il termine “fu*k” nei 180 minuti che ci aspettano, declinandolo in modi diversi, beninteso, ma pur sempre 569 volte ― chissà come l’avranno reso in italiano…
Di mio, so che il film ha il titolo più scioglilingua della storia. Provate un po’ a ripeterlo con una velocità abbastanza sostenuta, e vedete un po’ se non vi s’ingolfa la lingua ― il Board, come sapete, è English-friendly, eppur s’ingolfa comunque…
Non c’è niente che debba dire per convincerci a vedere questo film. Scorsese è Scorsese. È come Re Giorgio per la moda (sì, Armani). È come Michael Fassbender per l’insostenibile bellezza dell’essere (“The Counselor” non si può guardare, ma lui, Michael, in quel film, si DEVE guardare…parola mia, e della Mic…;-))…

Ah una cosa importante…come sapete tutti domani, 27 gennaio, è la Giornata Internazionale della Memoria. Trentoville ― per una volta non la rimbrotto ― ha organizzato tantissimi eventi, concerti, proiezioni film a tema, incontri, spettacoli teatrali per celebrare questo giorno speciale. C’è solo l’imbarazzo della scelta ― e credetemi, c’è tutto, dato il numero degli eventi fra cui pescare.
Consultate www.crushsite.it o www.trentinocultura.net
Non dimentichiamo, Moviers…

Ecco, ho detto tutto ― no, non tutto, ma va be’. Per un’ultima cosetta, vi spalanco le porte della percezione del Movie Maelstrom, invocando Jim, naturalmente. Il riassunto è pressoché inutile, e ve lo dico solo per usare “pressoché”, che mi piace una discreta cifra. E vi ringrazio sempre per la fiducia accordatami ― soprattutto perché me la accordo io, dato che me la suono e me la canto da sola :-). E mi permetto, stasera, di lanciarvi un bacio volante insieme ai saluti, malinconicomestamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Pensando ancora un po’ a “Nebraska”, al fatto che non è da bocciare…
Il film ha l’effetto di alcune canzoni. Quelle che nell’insieme non ti piacciono, ma che hanno un qualcosa che sì, ti piace, ti piace un sacco. E in qualche modo te le fa salvare, nonostante il trash….
Questa canzone (trashissima!) che vi riporto sotto e che è molto passata dalle radio, è quanto di più distante da me, dal punto di vista del testo, che possiate immaginare…S’intitola “Talk dirty” ― per chi subisce la mia incapacità alle parolacce (rettaggio pruderie-frunerie, sempre lui), sa di chepparlo…
http://www.youtube.com/watch?v=RbtPXFlZlHg
Ma c’è quella tromba arabeggiante che s’infila nel tessuto hip hop del pezzo, che mi fa letteralmente impazzire…

Quindi sì, “Nebraska” non brillerà per originalità, ma ha quel mix di umorismo scorretto ed estetismo pret-à-manger che in fondo, ce lo fa salvare…

THE WOLF OF WALL STREET: Basato su una storia vera, The Wolf of Wall Street segue l’impressionante ascesa e la caduta di Jordan Belfort (Leonardo DiCaprio), il broker di New York che conquista una fortuna incredibile truffando milioni di investitori. Il film segue la folle cavalcata di Belfort, un giovane “nuovo arrivato” a Wall Street che si trasforma via via in un corrotto manipolatore dei mercati e in un cowboy della Borsa. Avendo conquistato rapidamente una ricchezza enorme, Jordan la utilizza per comprarsi un’infinita gamma di afrodisiaci: donne, cocaina, automobili, la moglie supermodella e una vita leggendaria fatta di aspirazioni e acquisti senza limiti. Ma mentre la società di Belfort, la Stratton Oakmont, è sulla cresta dell’onda e sguazza nella gratificazione edonistica più estrema, la SEC e l’FBI tengono d’occhio il suo impero contrassegnato dagli eccessi.

 

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Let’s Movie CI

Let’s Movie CI

J. EDGAR
di Clint Eastwood
USA 2011, 137’
Martedì 10/Tuesday 10
21:30/9:30 pm
Astra/Mastrantonio’s

 

Full Monty Fellow Moviers!

Inizio con Peter Cattaneo perché noi di Let’s Movie non ci facciamo mancare nulla: il trattamento completo (= Full Monty in English, Lesson Number Two). Mi sto riferendo ai festeggiamenti per il Centenario Letsmoviano che si sono svolti martedì scorso davanti alla Mansion di Mastrantonio (impallidisca pure Hugh Heffner, con quella sua monofamiliare da due soldi a Bel-Air… :-)).

Cento Let’s Movie e cento cazziatoni piovuti sul Board hanno portato al restyling completo del Quartier Generale di Lez Muvi. Ah per inciso, il primato dello spelling molto ciòfane, molto scena-underground-yo-bro-yo-bro del geniale “Lez Muvi” se lo contendono il Fellow Fiii e il Fellow Fra, che non hanno in comune solo una cifra di effe, ma anche l’intuizione di aver colto i mutamenti linguistici del parlato contemporaneo e averli tradotti in gergo cinematografico ― e l’intuizione è arrivata pressoché in contemporanea… Da non credere, I know, ma del resto i Moviers sono dei taumaturghi, lo si sa da mo’… 😉

Dato che il Board ha mooooolto abusato del suolo pubblico, si procede con un primo ridimensionamento delle lunghezze, seguito da una disposizione organizzata delle Zone suddivise per temi. Così qualcuno la smetterà di inondarci le scrivanie di richieste per avere la Table of Contents (=Indice)… Vero, Fellow Iak-the-Mate???!

Siete pregati di seguire le indicazioni di seguito per muovervi all’interno della Movie Mail di oggi senza perdere bussola e senno.

Per antefatto, dettagli, ringraziamenti, ricchi premi e cotillon sulle celebrazioni ufficiali prendete per “Zona 1”.
Per l’intervento Panzer su “Emotivi anonimi” che ha portato alla stroncatura di “Emotivi anonimi”, prendete per “Zona 2”.
Per il film della settimana, prendete per “Zona 3”.
Per i saluti e le scempiaggini conclusive prendete per “Zona 4”.

Ora il Board prova a non straboArdare troppo… Prova… (Non è che Rome was built in a day, eh… e i 2000 caratteri be’, Mate, quelli sono un filino utopici… :-)).

ZONA 1

Dopo una caduta swoosh-babum su una discesa un tantino ghiacciata, il Busterkeaton Big-Buttomed Board Road-Runner, che molto ha ringraziato il Big Bottom che si ritrova per avergli salvato la vita, passa a salutare l’Anarcozumi e il Fellow PaPequod, impegnati in una pizzata pre-Let’s Movie e in un dibattito “Come cucinare i rizomi. Teorie a confronto”. 🙂

Dopodiché il Board, incuriosito da un astutissimo sms solletica-curiosità della Honorary Member Mic (se volete comprarvi il Board, fatelo incuriosire ;-)), si precipita di corsa in zona Maison Mastrantonio e chittiscorge, laggiù in lontananza? Lei, la Honorary Member Mic, con una tenerissima candelina a forma di Rudolph (la renna) accesa in mano, e cosamiattacca? Un “HappybirthdaytoLetsMovie” che ha piegato in due dalla gioia il Board!! E quando dico piegato in due, intendo letteralmente piegato in due. Sapete, le botte di gioia ti scoppiano una risata in petto che ti devasta ― averne, di Hiroshima così! Ringrazio quindi la mia Honorary Member Unabomber Mic per l’idea, la realizzazione, l’esecuzione e quel sorriso, suo e mio, che non scorderò PIU’…

A darle manforte, il Fellow D, che magari non sarà Bocelli dal punto di vista dell’intonazione :-), ma che ha dimostrato uno spirito corifeo (corifeo??) molto interessante, e che mi ha fatto piacere avere lì per il Centenario Letsomovieano. Al bistrot della Mastrantonio Mansion (indagherò, ma sono convinta che sul retro la Mansion vanti anche campo da minigolf e hammam), trovo il Fellow Iak-the-Mate e il Fellow Fra, che avevano confermato la presenza nel pomeriggio e che, insieme al Fellow D, costituiscono il Comparto Ingegneriamoci di Lez Muvi. Come dite? Di che cosa si occupa il Comparto Ingegneriamoci di Lez Muvie? Be’, non è che vi posso svelare proprio tutto tutto… Al massimo posso accennare agli ultimi risultati di una ricerca ideata dal Fellow Fra, che ha analizzato i possibili logaritmi in base Board sull’identità boardiana e le sue conseguenti derivate, ponendo dei quesiti che rivoluzioneranno il modo di fare matTematica nei prossimi decenni-che-dico-millenni, tipo: Ma il Board in inverno è Snow-Board? E quando è triste, Black-Board? E quando perde le chiavi di casa, Key-Board?

Ora, da questo capite che non è facile spiegare cosa si ricerchi nel centro di ricerca in cui lavoriamo…  🙂 Comunque il Fellow Fra si aggiudica un seggio all’interno della Royal Academy of Engineering ― facimm’ nu paio di telefonate a Londònn, Fellas… 😉

Ringraziamo per la partecipazione anche la Fellow Vaniglia, più Vaniglia che mai, anche nel modo dolce in cui difende il diritto al chilometraggio illimitato della scrittura boardiana. Grazie my Vanilla Fellow, tu ti aggiudichi un seggio (il primo!) nella neonata Onlus Save-the-Board. 🙂

Ma non eravamo soli… In sala 3, il Fellow Pilo e la Fellow Giuly Jules recuperavano il Let’s Movie più done del 2011: “The Artist”, che il Fellow PaPequod ha ligiamente recuperato con esiti entusiastici venerdì sera. Purtroppo gli esiti per la Fellow Giuly non sono stati altrettanto entusiastici, ma non mi rammarico affatto, tutti i gusti son giusti (come dice sempre il WG Mat). Jules, pensa che poco tempo fa mi è capitato di vedere “Il cielo sopra Berlino”, il film più osannato della cinematografia europea, e la mia reazione finale si è tradotta in un misero e perplessissimo “Bah”… 🙁

Vorrei ringraziare anche il Fellow Fiii per gli auguri alle 100 Rudolph-candeline di Lez Muvie, e il Fellow Deportato per essersi preso una settimana di ferie e aver letto tutta la mail della settimana scorsa… 🙂

ZONA 2

Quest’area è adibita al commento di “Emotivi Anonimi”. Vista l’insignificanza del film ― per dirvela con un paragone topografico, il film è grande come la Repubblica di San Marino sull’Atlante Universal(e) ― quest’area cercherà di rispecchiarne le proporzioni. Cercherò pertanto di non calcare troppo sull’accelleratore del panzer su cui poggio il mio big bottom…
Idea buona ma sprecata (avesse guardato “Maledetto il giorno che ti ho incontrato” o “Ma che colpa abbiamo noi” di Verdone, e Woody Allen of course, il regista avrebbe forse imparato QUALCOSINA su come si gestiscono proficuamente fobie&ansie nel cinema…); trama inesistente con credibilità molto moooolto dubbia (mi chiedo come abbia potuto l’emotivo protagonista mettersi a cantare davanti a una sala piena di un ristorante, quando qualche scena prima correva ogni due minuti nel bagno di un altro ristorante per cambiarsi la camicia che il sudore da convenevoli gli inzuppava non-stop…); cioccolato privato di qualsiasi ghiottoneria narrativa (“Chocolat” e “Come l’acqua per il cioccolato” sono 3 metri sopra ― e non aggiungo “Cielo” perché Moccia lo lasciamo sul Ponte Milvio); battute kleenex (le senti una volta ed è già ora di buttarle); due intermezzi pseudo-musical che mi hanno fatto gelare il sangue nelle vene (non sono amante del genere musical, ma quei due intermezzi erano di qualità nettamente inferiore alle interpretazioni dei Beehive in Kiss Me Licia… e su questo credo che i presenti converranno, specie la Anarcozumi, musical lover che si è sparata “Moulin Rouge!” quarantotto volte). Mannaggia io calcherei l’accelleratore del panzer Massacra-Emotivi-Anonimi, ma

  1. Vengo meno al patto “Scrivo meno per incidere meglio” che ho firmato coi Muviers di mia spontanea volontà (non si pensi male dei Muviers…i sacchi di cemento che guardavano sinistramente i miei piedi saranno stati lì per caso…)
  2. Par brutto iniziare l’anno sparando a zero sulla croce rossa… Molto poco etico, e molto poco coerente, visto che nella scorsa mail ho augurato più clemenza per noi e per gli altri, che gli altri ― lo sapete ― siamo Morandi-Tozzi-Ruggeri noi…

Però accontento la Fellow Vaniglia ― e volete che non accontenti l’unico membro della Onlus Save-the-Board?!?! ― e riporto due battute che obbiettivamente hanno scatenato l’ilarità in sala

  1. “Le donne? Io le adoro, le donne. Mi terrorizzano”.
  2. Lui: “Io credo di essere innamorato di lei”. Lei: “Molte grazie”.

ZONA 3

È con grande curiosità, e freno a mano delle aspettative saggiamente tirato, che proponiamo

J. EDGAR
di Clint Eastwood

Sarà che a noi i biopic piacciono, sarà che Clint è sempre Clint (sorvoliamo su “Invictus” e “Hereafter” solo perché Clint è sempre Clint e perché non tutte le cine-ciambelle riescono col buco), sarà che Leonardo Di(o) Caprio è sempre stato una garanzia, a cominciare da “Genitori in Blue Jeans” passando per “Buon compleanno, Mister Grape”, e persino vestendo i panni (zuppi) di Jack Melassa Dawson sotto il Titanic. Sarà perché sono curiosa di saperne di più di questo Hoover, tanto celebrità negli USA quanto aspirapolvere da noi…

Dopo il riso in bianco di “Emotivi anonimi”, c’è bisogno di un bel seratone grondante ciccia, miei onnivori Moviers… 😉

ZONA 4

Lo so lo so, state sbuffando peggio del trenino della Valsugana, che sbuffa uguale all’Orient Express non fosse che siamo nel 2012… Pur tentando di confondervi con la divisione in Zone, non ho ridotto tantissimo i contenuti, me ne rendo conto… Ma apprezzate lo sforzo, dai, fate i bravi… Credetemi, è dura… Arginare la scrittura lezmuviana sta a me come leggere la scrittura lezmuviana sta a voi…(mamma mia vittime e carnefici di noi stessi…mamma mia!).

Ok, basta ho finito… Assicurandovi che Rudolph ― la prima candelina da 100 del Baby Blog ― non verrà MAI consumata e ringraziandovi sempre, ho pensato di riaprire il Movie-Maelstrom, di rinchiudere quel pazzo d’un riassunto laggiù nel manicomio in Zona Underground, e di mandarvi dei saluti serviziocompletamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dal Board (sì sempre lui, lei, io insomma :-)):

HE GOT GAME”, USA 1998, di Spike Lee prima che Spike Lee si mettesse a miracolare a Sant’Anna… Per passare due ore a Coney Island con Denzel, tra basket-ballers e (yo) bros (tutto in linea stasera), e tenere il ritmo sulla bella colonna sonora dei Public Enemy… http://www.youtube.com/watch?v=8y_VFGrGnCE  (Per i miei Fellow Guys di L.A.: par di stare allo Zanzibar… ;-))

J. EDGAR: Come volto dell’applicazione e del rispetto della legge negli Stati Uniti, J. Edgar Hoover è stato per quasi 50 anni il capo dell’Fbi, un uomo di potere temuto e ammirato, insultato e venerato. Ma, nel chiuso delle sue stanze, egli custodiva segreti che avrebbero distrutto la sua immagine, la sua carriera e la sua vita.

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