Posts Tagged "letteratura"

LET’S MOVIE 393 da NYC commenta “LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS” di Joel ed Ethan Coen

LET’S MOVIE 393 da NYC commenta “LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS” di Joel ed Ethan Coen

Floats, Fellows,

è il nome in inglese. Carri. Noi diciamo carri, quando parliamo di quelli di Viareggio, Cento, o Arco (!). Qui il carnevale non si celebra, ma gli americani hanno Halloween per travestirsi, e il Thanksgiving per ammirare la parata con i carri.

Dunque, io non sono tipo da parate, sia per motivi sia di Stato — anche se sono civili, io penso sempre alla componente militare — che per motivi di statica. In una parata sei fermo mentre il parante si muove. E questo va contro l’idea che ho di me stessa: un essere mobile che si muove, più o meno all’unisono, con il mondo.
Sopporto l’immobilità in un numero limitato di posti.
L’aereo.
La sala cinematografica.

Poi di norma, è sempre freddo, alle parate. A Rio magari no, ma a New York City sì. Non essendo io a Rio ma a New York City, devo fare i conti con le temperature. E in questo anno domini horribilis meteorologico, siamo già stati messi a dura prova: non si sentiva un gelo così al Ringraziamento dal 1901 — meno sette gradi, ventoso. Ce ne siamo accorti tutti.
Infine, alle parate, il posto che occupate non è mai quello che volete voi. C’è sempre qualcuno che occupa il posto che vorreste voi. E certo non siete — siamo — del tipo da arrivare con ore di anticipo per accaparrarcelo. Di norma chi vi sta davanti è una fila di quarterback appassionati alle parate, oppure di discendenti di Shaquille O’neall. Oppure di padri con prole sulle spalle. E voi non osate chiedere di avanzare e superare quelle muraglie umane. Ve ne state dietro, con una visuale molto quarterback, molto Shaquille O’neall, molto dad+kid, dello spettacolo.

Però la parade di New York del Giorno del Ringraziamento è uno di quei passaggi che, da residente in città, dovete vivere.
I miei studenti adulti della Columbus Citizens Foundation erano sconvolti dal fatto che non ci fossi mai stata.
“You have to go, it’s so much fun!”. Al ché io volevo rispondere, sono italo-europea, noi non siamo per quel tipo di fun. Noi guardiamo carri satirici, che ridicolizzano la politica e la società, e per noi quello è “so much fun”.
Ma non possiamo sempre passare per i vissuti europei che schiacciano i sogni all’innocenza americana.
Quindi ho detto, va bene, quest’anno, vado alla parata.

La parata comincia alle 9 del mattino, dalla 76esima su Central Park West, poi circumnaviga la statua di Cristoforo a Columbus Circus, prosegue lungo la 59esima fino alla Sesta Avenue, e la percorre tutta fino a Herald Square, dove termina davanti a Macy. Sì perché è il colosso commerciale di Macy, a sponsorizzare lo show.
Nessun americano sa dirti perché il Thanksgiving si festeggi il quarto giovedì di novembre, e perché di giovedì e non di sabato o domenica, ma tutti gli americani sanno che Macy permette a carri e palloni aerostatici di sfilare per mezza Manhattan.

La mia idea — rivelatasi in tutta la sua disgrazia — era quella di correre attraverso Central Park, fermarmi un due-cinque minuti, fare qualche scatto all’evento, spuntare la casella “fatto” dall’elenco infinito di cose newyorkesi da fare, e poi continuare la mia corsa, in barba a tutti i paranti e parati.
Da italo-europea vissuta, ho preso sottogamba il “much fun” anticipatomi dai miei studenti. Arrivata all’altezza della 72esima di Central Park West, piazzatami davanti al Dakota Building, inchinatami a John Lennon per essere esistito e avervi abitato, ho capito che i due minuti sarebbero stati spazzati via da tutta la durata dell’evento, oltreché dal vento gelido che spirava — non c’è dubbio — dall’Antartide.
Sono stata catturata da quelli che qui chiamano “baloons”, giganteschi palloni aerostatici dalle fattezze cartone-animato. Alcuni personaggi sono riconoscibili: il Grinch, lo snowman di “Frozen”, Spongebob, Charlie Brown, un dinosauro che per me era Denver e un pilota che per me era un Power Ranger. Altri, assolutamente ignoti. Un folletto rannicchiato, tre creature a metà fra i Gremlins e Yoda e un soldatino che pareva gemello di quello de “Lo schiaccianoci”, ma con qualcosa di Barbablù.
La grandezza, lo confesso, mi ha sopraffatto. E, anche, il giubilo tutt’intorno. Questi grossi personaggi che fluttuano su Central Park West, vengono preceduti da un corteo festante abbigliato come il personaggio, che saluta il pubblico, balla, sostiene il personaggio stesso — tipo “Go Grinch go”. Davanti a loro c’è una banda. Ma non la banda come quelle a cui siamo abituati in Italia, con le marce e le musiche di Stato. Bande scanzonate, bande che suonano melodie jazz-funky, bande appena uscite dal conservatorio della fantasia. E ti vien voglia di ballare. E gli spettatori, per quanto infagottati, e ibernati, cercano di accennare dei passi di danza.

I bambini? Pietrificati dalla meraviglia. Ve l’immaginate cosa dev’essere avere cinque, sei, otto anni e vedersi un Grinch alto come un palazzo, passarvi davanti come se niente fosse? Anch’io ero pietrificata. Sia dalla meraviglia, che dal gelo. Non potevo andarmene da quello spettacolo, ma certo c’erano meno sette gradi. Arrampicata su una transenna, spazzata dal vento dell’Antartide di cui sopra, vivevo un momento di gran gioia e di gran dolore insieme. Praticamente un parto.
Sono rimasta fino all’ultimo carro. Sì perché i palloni aerostatici si alternano ai “floats”, che non hanno nulla a che fare con i nostri carri, figli di satira e carta pesta. I carri della parata del Thanksgiving sono marchingegni dall’animo waltdisneyano. A forma di albero di Natale, oppure di foresta incantata, oppure di giostra o di battello a vapore. Su uno di quelli, John Legend. Su un altro Diana Ross. Tutti festanti e salutanti.
Una spolverata di showbiz non guasta mai.

L’ultimo carro, supporta la slitta di Babbo Natale, quello che poi staziona a Macy fino al 25 dicembre, e davanti al quale una fila chilometrica di bambini e genitori aspetta il proprio turno per farsi scattare la foto con lui — non per chiedergli gli effetti del climate change in Lapponia, cosa che invece io gli chiederei.
Dopo aver aspettato la slitta di Babbo Natale, tutti schizzano via. Il freddo è qualcosa di irreale. Quasi celeste. Una specie di martirio, a cui però non segue una beatificazione, solo la perdita delle falangi. Ma i newyorkesi, come sempre, non fanno un gran clamore. Anzi, molti di loro si accampano alle 6 di mattina per predere il posto con la miglior visuale.
Non so come sopravvivano, fermi, a meno sette.
Questo è fra i misteri di questa città.

Appena sfilato Babbo Natale, scendo dalla transenna. Le mie gambe sono pesanti, ma dopo qualche metro reagiscono. Sono le mani, a preoccuparmi.
Ogni inverno succede che il freddo mi frega le mani. Due paia di guanti non bastano. Sento di non sentirle più.
Quella sera stessa, un invitato alla cena del Ringraziamento che mi aspetta, mi avrebbe spiegato che quella è una reazione sana del corpo: il corpo, per proteggere il cuore, rallenta la circolazione alle proprie estremità — mani, piedi, orecchie. Per quello sono subito fredde.
Ecco spiegato perché al cuor non si comanda. Altroché amore 🙂
Cerco di volare a casa nel più breve tempo possibile. Ma certo, sono a Columbus Circle: più di cinquanta isolati mi dividono dalla 111esima.
Quello che il sole sta facendo ai prati e agli alberi di Central Park è di una bellezza da galleria d’arte, ma non posso fermarmi. Il vento mi brucia la faccia, e le mani… Cosa sono le mani? Credo di non avere più delle mani.
Arrivo al mio palazzo. Al, uno dei nostri portieri, mi apre la porta.
“Chilly, isn’t it?”

Quando stai per perdere le mani, l’understatement newyorkese dà ai nervi.

Prendo l’ascensore e sbuco al settimo piano. Emy, la vicina dell’appartamento 7M, con cui ci contendiamo le stagioni — lei amante dell’inverno e io schiava dell’estate — mi guarda inorridita e mi rimprovera: “You are crazy, sweetie, you are so crazy! You burnt your face!”, e mi dice, devi metterci l’olio di Argan, quello senza alcol. Ce l’hai l’olio di Argan senza alcol? Te lo do io, se vuoi. Fa benissimo, per le bruciature. Ma quello senza alcol…
Io mento, sontuosamente.
Sì, certo, ce l’ho, corro a metterlo, Emy…
Non so se avete presente quanto puzzi l’olio di Argan — con o senza alcol. Non lo metterei nemmeno se mi trasformasse in Bella Hadid. Nemmeno se mi trasformasse in Zaha Hadid!

Voglio solo tagliare corto, raggiungere la mia camera e stare da sola con tutto il mio dolore.
Dieci interminabili minuti di sofferenza in cui cammini per la stanza gettando le mani al cielo, prefica, stendendole avanti, sonnambula, scrollandole lungo il corpo, Montella. E poi ancora soffiandoci sopra, infilandole sotto qualsiasi coperta, sapendo che nulla darà sollievo. Solo il passaggio di dieci minuti, il tempo che impiega il sangue a tornare a visitare le zone estreme in fondo alle falangi.
In quei minuti, sogni i paradisi della morfina, vagheggi spiagge maldiviane, immagini le centinaia di spiedizioni al Polo in cui tutti sono tornati sani e salvi, vietandoti di pensare alle ibernazioni che invece si sono portate via centinaia di spedizioni. Ma nonostante tutti i pensieri di evasione che si alternano nel tuo immaginario, il male t’inchioda al presente e ti costringe a viverlo fino all’ultimo minuto.

Dopo dieci minuti, tutto torna nella norma, e tu ti senti un miracolato: potrai ancora accarezzare qualcuno, stringere la mano a un estraneo, infilare la Metrocard nella fessura della metro.
Racconto tutto ciò, con molti meno dettagli drammatici, ai miei ospiti. Quelli che mi ospitano per la cena del Ringraziamento. Sono John e Babette, una coppia di amici di Bob, il mio housemate, che ha esteso il loro invito a me.
Insieme a loro, i genitori di Babette e un’altra coppia, Lisa — si chiamava veramente Lisa? — e Jack.

Ci presentiamo verso le 5:30 pm. La versione è Potlach, ovvero, tutti si porta qualcosa.
Bob ha preparato il ripieno per il tacchino: quello che un tempo si chiamava “stuffing”.
Da quando gli americani salutisti hanno scoperto che infilare del materiale commestibile nel didietro di un tacchino è rischioso per la salute — mentre l’idea era una delizia, intuisco — lo stuffing ha subito una mutazione linguistica e culinaria ed è diventato “dressing”: si cucina e si serve a parte. Da imbottitura interna a fru fru esterno.
Io, l’unica vegetariana a bordo, ho preparato una meravigliosa insalata.
Non guardatemi così.
Aveva tutti i colori dell’Italia. Verde lattuga, bianco cetriolo, rosso pomodoro. In più, ho portato un panettone e dei Baci Perugina.
Non so perché, ma quando mi invitano a cena, la mia italianià esce sempre fuori poderosa.

Quando arriviamo, mi scontro con una policy che ormai tutti conoscete bene.
Would you please remove your shoes?, mi chiede il padrone di casa sottovoce, come se il tono sussurrato alleviasse il torto alle mie Viktor&Rolf, dai cui 12 meravigliosi centimetri devo smontare, e lasciare all’ingresso.
Non c’è più posto sull’attaccapanni, e il mio cappotto Anna Karenina viene barbaramente posato su un passeggino.
Povera Anna.

In versione Puffo, raggiungo la zona giorno. Molto Upper West Side. Sala da pranzo comunicante con un salotto. Libri, quadri, un caminetto.
La tavola è apparecchiata che par di stare a Plymouth nel 1675. Tovaglia e tovaglioli di cotone grosso, piatti di porcellana bianchi e blu, tegami e brocche in terracotta colorata e candele alte.
Avrei dovuto indossare l’abito da madre pellegrina, trovarmi un padre pellegrino e fare un ingresso Amish. Che mi è saltato in mente? Tacco dodici e cappotto Anna Karenina!

Accanto al tavolo dei grandi, il tavolo dei bambini. Ce ne sono quattro, che fanno per otto.
Sono davvero belli — la bellezza del diavolo.
Partono da un anno e arrivano fino ai sei. Il divertimento del giorno risiede in un sacchetto di palloncini che non sono palloncini normali, sono bombe d’acqua, quindi scoppiano con una facilità doppia rispetto a quella dei palloncini normali.
Tutta la cena del ringraziamento sarà scandita da scoppi bellici a cui i bambini sono oramai abituati, mentre noi adulti evidentemente no, e trasaliamo a ogni scoppio come se fossimo sul Carso nel 1915.
Bob mi siede di fronte ed è il ritratto dell’irritazione.

A parte l’allestimento padrepellegrino, c’è anche una dinamica seicentesca.
Le donne portano in tavola i cibi. Il tacchino tagliato, cavolfiori al forno, una teglia di fagiolini con sopra delle cipolle fritte che tutti dicono essere una specialità e che a me personalmente fa l’effetto di alcuni film di Dario Argento. Poi un’insalata di cavoletti di Bruxelles — qui a New York vanno incomprensibilmente per la maggiore. Ovviamente la salsa di cranberries per accompagnare il tacchino nel suo ultimo viaggio. Le mashed potatoes e il dressing di Bob.
Si mangia alla velocità della luce.
In quel lasso di tempo mi si chiede qualcosa su Elena Ferrante. E se conosco Anna Maria Ortese — come non conoscerla.
Bello infilare la letteratura italiana del ‘900 nella Plymouth di fine diciassettesimo secolo, penso.

Jack, un estone che siede al mio fianco, mi punzecchia.
“Sai che la pizza è stata inventata qui a New York, vero?”
Io, che non so localizzare di preciso l’Estonia, ma che localizzo di preciso l’ironia e ci marcio sopra come un esercito, ribatto “Are you sure? I thought it was from Chicago…”, riferendomi alla “Chicago Pizza”, una pizza che non è una pizza, è una torta con dentro la qualunque e affogata nella salsa di pomodoro: gli abitanti di Chicago credono che quella sia la vera pizza e che loro ne siano gli inventori.
Jack sorride e capisce che a ironia e io rispondo con ironia.
Tuttavia sembra assai serio sul punto. “But they really say it was invented in NY, and not in  Italy”…
E io gli spiego che dubitare della nazionalità della pizza italiana è una battaglia che muore sotto i colpi dei fatti storici. E racconto della Regina Margherita, dell’omaggio dei pizzaioli napoletani a sua maestà, e del significato dei colori nascosti sotto basilico, mozzarella e pomodoro.
Mi guardano tutti come se l’oracolo avesse parlato.
Buffo che io parli a nome di un cibo. Ma dopotutto, il tricolore si difende anche così.

Dopo la cena al fulmicotone, le donne spariscono in cucina.
Io rimango a parlare con gli uomini.
Mi si cucirà una lettera scarlatta sul petto?, mi domando.
Rischio e rimango lì, abituata ormai alle esplosioni dei palloncini e a certi strilli sioux dei bambini.

Alle nove e mezza la coppia con due degli amabili demoni alza le tende, e gli altri due finiscono a letto.
Finalmente un po’ di pace. Vorrei cominciare a parlare un po’ di tutto.
Perché hai lasciato l’Estonia, Jack?
E tu, Lisa (Lisa?), riprenderai a ballare prima o poi?
E tu Babette, a parte quel nome così cinematograficamente legato al cibo, e alla tua permanenza in cucina per dodici ore, ti dedichi ad altro?
Cosa ne pensate di Nancy Pelosi Segretaria dei Democratici alla Camera?
Avete visto “La Ballata di Buster Sgruggs”?

Ma vedo la stanchezza dipinta sul viso di tutti.
Time to leave.
Rimonto sui miei dodici centimentri e infilo Anna Karenina.
L’anno prossimo, look “Casa nella prateria”.

A proposito di “La ballata di Buster Scruggs” dei fratelli Ethan e Joel Coen… Questo è stato il film che ha dilettato la mia settimana.
Vincitore del premio come miglior sceneggiatura all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, il film poggia su una struttura letteraria: è un libro di sei racconti —che, apprendo, i Coen hanno elaborato nel corso di 25 anni — ognuno dei quali ragiona a modo suo sul tema della morte, lasciando ampio spazio d’interpretazione allo spettatore-lettore grazie a dei finali enigmatici, ineffabili, non poco inquietanti.

I cantastorie Coen tornano finalemente con tutta la loro maestria affabulatoria e allestiscono una festa cine-letteraria in cui trionfano la commedia, il surrealismo, il dramma, la tragedia, inserendo personaggi estremamente reali dentro un contesto che per noi europei profuma di mitico: lo spietato Far West.
In tutti e sei i capitoli de “La ballata di Buster Scruggs”, il lontano Ovest è protagonista prima ancora dei protagonisti stessi.
Non una storia è illuminata dalla grazia, dalla bontà, dall’happy-ending. Siamo all’ombra del selvaggio, della legge del taglione, della falce che una vecchia immortale solleva sopra le nostre piccole teste. Il lieto fine potrà appartenere ad altri mondi e ad altre epoche storiche ma non all’old West, sembrano dirci Ethan e Joel Coen, ma questo non ci impedisce di riderne. Di ridicolizzare le sue situazioni classiche: il pistolero Buster Scruggs che si crede invincibile, e che si fa beffe di tutti, e che alla fine sarà beffato da un pistolero più in gamba di lui. Oppure l’epica dell’amor Western: il cowboy buono che incontra una “damsel in distress”, una/la classica fanciulla indifesa e innocente, durante una traversata per raggiungere l’Oregon. Lui le si propone, con l’idea di construire una casa nella prateria: tirar su bestiame, figli, combattere qualche malattia insieme e (soprav)vivere felici e contenti. Tutto sembra andare per il verso giusto, e lo spettatore-lettore crede che per quel racconto i Coen abbiano fatto un’eccezione. E invece no, i Coen non fanno mai eccezioni, non smettono mai il loro riso assassino. La giovane fanciulla ne farà le spese.

Non c’è spazio per la misericordia, nel vecchio West. Un racconto più di altro ce lo ricorda. Un attore privo di braccia e gambe porta in giro la sua arte drammaturgica, assistito da un vecchio. Il vecchio lo cura, gli dà da mangiare, lo fa sopravvivere. E i due attraversano le pianure e le montagne del West, cercando di portare un po’ di bellezza in un mondo di tribolazioni.
Sembrerebbe una storia piena di poesia, un messaggio positivo lanciato in un mare di stenti. Ma il vecchio, a un certo punto, vede che una gallina addomesticata (!) fa divertire di più — ovvero, fa guadagnare di più — dell’arte teatrale del giovane, colto, storpio.
Arrivati accanto a un ponte, con un fiume gelido sotto, il vecchio prende un sasso della grandezza dello storpio e lo getta giù dal ponte.
Noi non vediamo se poi farà lo stesso con lo storpio. Ma intuiamo che lo farà.
Nessuna misericordia è possibile, nel Far West.
Il rapporto fra uomo e violenza è una cara ossessione dei fratelli Coen — ricordiamo “Non è un paese per vecchi” — e questo film permette loro di esplorarla da sei punti di vista diversi. Un’altra loro ossessione è anche la demistificazione della mistica americana, con il suo sogno e i suoi racconti di self-made men e successi.
L’America come terra delle opportunità in realtà è la terra in cui trionfano la legge del più forte, l’egoismo, la crudeltà, e in cui non c’è spazio per l’onore, la comprensione, l’inclusione, il rispetto. Il diverso — e l’arte — sono rimpiazzati da una gallina (!) e finiscono in pasto ai pesci, l’amore muore per sua stessa mano, la natura è vilmente saccheggiata da un vile cercatore d’oro che sopravvive perfino al piombo di un proiettile. I Coen sembrano chiederci, guardate, questa era l’America della frontiera, l’America in cui è nato l’incubo del sogno americano, cosa è veramente cambiato oggi? Oggi non vince forse il più forte, il più furbo? Non è forse in vigore oggi la legge dell’homo homini lupus, nel business, nella politica, nella quotidianità?

Chi pensa di andare a vedere “La ballata di Buster Scruggs” e di vedersi un western dissacrante ma senza implicazioni con il presente, è un povero sciocco. Il film parla di questo nostro momento storico meglio di qualsiasi cinema-verité o documentario girato in qualche periferia suburbana del 2018.
Per questo, anche il film, mi è piaciuto molto. È un’allegoria che ci fa ridere tristemente sulle miserie dell’essere umano. Il nostro è un riso scomodo, un riso forse ancora più amaro di quello suscitato dalla nostra Commedia all’Italiana. La miseria americana intercettata dai Coen, se spogliata dalle stelle e dalle strisce, è la miseria di noi tutti, uomini piccoli e meschini, sempre pronti a tirare fuori il coltello nascosto nello stivale, o a impiccare qualcuno più in alto.

In più, i Coen, da sempre innamorati del genere Western, sembrano rendere omaggio — omaggio irriverente, sono pur sempre i Coen — al genere stesso, e a tutti i tropi che lo hanno caratterizzato. Peckinpah, Sergio Leone, il mito da demitizzare di John Wayne. Diligenze, salloon, duelli sotto il sole, carovane braccate da indiani, notti accampati sotto le stelle. I due registi prendono tutto questo bagaglio e ne danno una propria visione, ne riscrivono una propria versione che fa emergere la ferocia, l’ingiusto, e soprattutto l’assurdo. E quando si parla di assurdo, per cineasti come i Coen, o Tarantino, esso si accompagna sempre al comico, all’esilarante. Ed escono opere mirabili. Come appunto “La ballata di Buster Scruggs”, oppure “The Hateful Eight”, per citare un western rivisitato dal citato Tarantino.

Pensate, il film è già disponibile su Netflix. Io consiglio di vederlo al cinema — la natura è elemento cardine in tutta la narrativa del West, quindi uno schermo che le renda giustizia, rendendola alle fotografia del film, è consigliabile.
Non perdetelo!

Ed eccoci alla fine — so che avevate perso le speranze… 🙂
Frunyc IV aggiornato con le strepitose fotografie della Thanksgiving Parade, e saluti, stasera, gratamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 382 da NYC – commenta “THE WIFE” di BJORN RUNDE

LET’S MOVIE 382 da NYC – commenta “THE WIFE” di BJORN RUNDE

Mercy Moviers,

Ve la chiedo sempre la misericordia, quella specie di polverina magica che Manzoni chiamava grazia e che faceva scendere sugli umuncoli che siamo, nello specifico, Fra Cristoforo che era. Qui la misericordia è planata su un College che sta a Dobbs Ferry, a una ventina di minuti di treno da Upper Manhattan.
Ve ne avevo già parlato lo scorso aprile, del Mercy College. Per via di quell’invito, ricordate?
“No, non abbiamo posizioni aperte al momento, ma visto il tuo profilo, ti va di venire a parlare ai nostri studenti di quello che fai a New York?”.
Come no, corro, avevo risposto io. Ed ero corsa al Mercy College, la cui immagine si sovrappone a — e combacia con — l’immagine cinematografica che noi europei abbiamo del college americano.
Il corpo dell’università frammentato in tante piccole particelle, che sono i singoli dipartimenti, e che se ne stanno rinchiusi dentro a casette di mattoni, o di legno tinto di bianco, tutte a una ragionevole distanza dalla Main Hall. E tutt’intorno, verde, verde, verdissimamente verde. E alberi, alberoni, alberissimi. E quel silenzio della campagna, interrotto solo dal ronzio amico — benché molesto — dei tosaerba, che cercano di domare tutto quel manto, tutta quella ricrescita.
E se arrivate una sera d’inizio setttembre con 35 gradi, sentite i grilli e il loro frinire, non le cicale — le cicale, la loro bolgia nascosta, l’abbiamo lasciata a Castellvì de la Marca. E se vi chiedete cos’è quell’altro strano rumorino di fondo che vi giunge all’orecchio, oltre ai tosaerba e ai grilli, quel rumorino che non sapreste definire — e non solo perché definire i rumori è impresa ardua tanto quanto tentare di riprodurli — quel rumorino di scrocchio attutito è il crescere costante delle menti giovani, avvolte nel doppio strato della loro inconsapevolezza.
Ed ero corsa a Dobbs Ferry, ero sprofondata in Arcadia dopo un anno di giungla meccanica newyorkese, in una mattina freddissima ma soleggiata di aprile. Mattina presto presto, nessuno in giro. Solo io e il campus. Il parcheggio vuoto, il campo da basket vuoto, il dipartimento di lingue straniere, Maher Hall, deserto. Io che entro, scatto foto a tradimento di divanetti bonton, caminetto, del davanzale sopra il caminetto e la cornice con dentro la suora a cui il College è dedicato — il Mercy College non è esattamente un luogo devoto a Maometto. E poi tengo la mia presentazione su chi sono e cosa faccio davanti a studentoni grandi e grossi, ma intimiditi, un paio di ragazze sul Goth andante, annoiate o solo stanche, probabilmente dal turno di lavoro della sera prima. Perché, scoprirò, tantissimi studenti del Mercy lavorano, quindi non sono proprio dei fiori di freschezza al mattino.

Ebbene, a fine anno, si apre una posizione per insegnare un corso. Il Chair mi chiede se mi va, e anche in quel caso rispondo, come no, corro. Ed eccomi a correre di nuovo, mercoledì scorso a Dobbs Ferry, verso la mia prima lezione al Mercy College. Un corso di beginners che più beginners non si può. E il mercoledì si preannuncia essere il mio giorno campale. FIT a Chelsea fino alle 3 pm. Poi, se immaginate di essere me, prendete la metro, e dalla 28esima e Broadway, risalite tutta Manhattan, e scendete alla 225esima, sulla terraferma, immediatamente di là dall’Harlem River — Manhattan è pur sempre un’isola, la terraferma va raggiunta prima o poi. Lì scendete dalla metro e prendete il trenino che vi porta Upstate. Un regionale sciattarello, color argento vivo con la scritta blu “Metro-North”, che tante volte vedete in tanti film. Venti minuti di paesini Upstate, tipo Riverdale e Glenwood e scendete nello shakespeariano Ardsley-on-Hudson — il Bardo, bazzicava Stradford-upon-Avon, le due località se la giocano tutta sul fluviale. Lì, vi lasciate l’Hudson alle spalle. E credetemi, non ha nulla da invidiare all’Avon. L’Hudson può essere un fiume-mare inquietante per la sua ampiezza, e le ventimila leghe che immagino definiscano la sua profondità, ma se arrivate in un giorno sereno, col sole che ci gioca sopra, e lo scorrere lento lento di certe barcone un po’ chiatte che lo solcano, be’, l’Hudson fa la sua figura.

Dopo aver percorso un ameno sentiero tra il folto degli alberi, sbucate nel campus, che è quella culla verde di cui ho parlato poc’anzi. Ovviamente siete in largo anticipo, perché questa è la prima volta, e volete accertarvi che tutto fili liscio, soprattutto, che troviate la vostra aula, che il computer funzioni, e anche il proiettore. Raggiungete il secondo piano della Main Hall, la vostra aula, dove, ad accogliervi, c’è un tecnico, pronto prontissimo a spiegarvi come loggarvi nel sistema, e come maneggiare la console dei comandi per gestire lo schermo.
Rimanete impressionati. All’FIT siete a New York, e a New York ci si arrangia. Anche se avete sempre il numero salvezza tatuato sulla scrivania — il numero salvezza lo chiamate se qualcosa di tecnico/logico non funziona, e possono essere le 9 am o le 9 pm, il tecnico compare dopo due minuti e vi salva dall’imbarazzo di un apparato tecnologico che non funziona.

Dopo aver capito come pilotare il proiettore, ecco che arrivano i miei studenti. New York sta in un’altra galassia, e con lei, il fenotipo degli studenti FIT: strambi, creativi, gayissimi pure gli etero, esubero di studentesse, maschi in via di estinzione.

Qui al Mercy la mia classe conta 16 iscritti, le ragazze sono tre, di cui una è Nita, un colosso di donna che studia legge, e che, quando ho chiesto “cosa fai nel tempo libero”, ci ha tenuto a far sapere “sollevamento pesi e calcio. In una squadra maschile”.
La popolazione maschile della classe del Mercy è variegata.
C’è X, il secchione in giacca e cravatta, che prende appunti come se “IT 115” fosse il corso più importante del suo piano di studi — so che farà lo stesso per ogni corso del suo piano di studi, e che “cum laude” coronerà la sua laurea, fra qualche anno. Poi c’è Garrone, perché lui è incontrovertibilmente Garrone di De Amicis. Grande, grosso, gli occhi verdi, le gote ciliegia, il sorriso timido. Una ragazzo che è un pandolce. Quando gli chiedo cosa fa nel tempo libero, mi dice che lavora in un’impresa edile. Poi c’è Pel di carota, secco, bianchissimo, un folletto che suona la chitarra. Abbiamo una Candy Candy di Long Island che per l’occasione si chiama X: lei nel tempo libero lavora in un ospizio. Ho un X da Buenos Aires e un X dall’Ecuador. X l’italoamericano che non parla l’italiano e X che mi sa di ragazzo che ha convertito le difficoltà famigliari in sensibilità.

All’inizio sono molto intimiditi dall’italiana che si ritrovano davanti. Lo vedo da come mi guardano di sotto in su, temendo che chieda loro qualcosa — sanno benissimo che lo farò da un istante all’altro.
Quel momento di disagio e paura deve avere vita breve nelle mie classi. Ricordo benissimo come mi sentivo nei loro panni. Ricordo benissimo un paio di professori all’università che cavalcavano quel sentire, invece che stroncarlo sul nascere. Ogni lezione era una piccola agonia per tutti.
Dico subito che una lingua s’impara sbagliando e cadendo, e che non devono avere paura di sbagliare e cadere. E una lingua s’impara parlando. Quindi, noi si salta e si parla.
Dopo due frasi, giusto due frasi, l’atmosfera cambia completamente, si scioglie. Vedo che hanno tutti il sorriso facilissimo.

Una lezione di lingua è una coltura in cui brulica il buffo. Io ci metto del mio, naturalmente, perché nonostante l’anticipo con cui arrivi, i tecnici pronti ad aiutarti, c’è sempre qualcosa che sfugge.
La cosa che è sfuggita la mia prima lezione al Mercy, è stato il libro. Se non ci sono i gessi, oppure il proiettore fa le bizze, il problema si risolve in fretta. Se invece entrate in una classe con la lezione preparata su un libro che gli studenti dovrebbero avere, ma che non hanno, be’, il problema necessita di un plan B in tempo zero.
L’istante in cui realizzate che l’unica copia di “Oggi in Italia” è la vostra, e tutt’intorno ci sono solo block-notes immacolati, somiglia all’istante in cui uscite di casa vestiti di nulla, sta per avvicinarsi un fronte freddo di proporzioni dolomitiche e voi lo vedete arrivare, e siete lì, nude-look. Finiti.

Loro mi guardano un po’ colpevoli, un po’ innocenti. Perché insomma, sì, il libro dovevamo comprarlo, è vero, ma aspettavamo la prima lezione per essere sicuri che servisse… Io guardo loro e loro non pensano che io sono stata loro un tempo, e che conosco in anticipo tutte le scuse che stanno per buttarmi lì. Innocenti perché il libro costa la bellezza di 204 dollari. E non chiedetemi perché i libri costino così tanto qui, ma costano così tanto. E questi sono quasi tutti studenti lavoratori, e 204 dollari per uno studente lavoratore sono un sacco di soldi — anche per un’insegnante lavoratrice eh.
Allora faccio buon viso a cattivo gioco.
No problem, we will find something, dico.
Avere un computer in classe vi salva. Ripesco e proietto un paio di power-points che usiamo all’FIT a livello beginners et voilà, la lezione è fatta.
La prossima volta però, il libro s’ha da portare, metto in chiaro.

Sono reattivi, sorridenti ed entusiasti, questi studenti del Mercy. Bonariamente campagnoli, basic. Anni luce dall’universo glamorous dell’FIT, in cui i pupils vi si presentano con degli outfit sofisticati e avveniristici.
Questo semestre insegno due corsi lì, all’FIT. Italian Conversation. E finalmente sono passata dalla “graveyard”, l’aula sprofondata nel cemento buio del notturno, a due aule diurne con due finistre cadauna.
Ci sono quelli che masticano un po’ d’italiano e che si credono l’Alighieri — parentesi: di questi millennials Americans nessuno conosce Dante Alighieri… cioè, cavolo, l’Alighieri!
Ho chiesto perdono al Sommo a nome loro perché non sanno quello che fanno.

Ci sono quelle da cui non caverò nemmeno una goccia di italiano corretto, X e X, la coppia di bionde che sembrano due cloni di Kelly appena uscite da Beverly Hills 90210 – Vent’anni dopo — top, unghie fluò gialle, capelli ultra sleek e inchiostro rosa nella penna, immagino. Poi c’è X, dal Perù, che è già grande, lo vedo dalla vita che ha già visto dentro i suoi occhi giovanissimi. E poi X, una bellezza del Bronx con gli occhi azzurri, il sorriso più puro che possiate immaginare, e la voglia di compiacermi a tutti i costi attraverso compiti perfetti e lezione studiata — riuscendoci, ovviamente. E poi l’allampanato, perso, sbadatissimo X, che non ne azzecca mai una, ma che per il “VIP Misterioso: descrivi un vip che ti piace ma senza rivelarne il nome” descrive Mariah Carey con “Esce sempre a Natale” — io mi piego in due dalle risate, e la classe, vedendo me, si piega a sua volta e finiamo tutti piegati. E c’è chi, nel VIP misterioso, presenta Chiara Ferragni, magari pensando di colpirmi, ma in realtà affondandomi. E poi c’è chi crede di fregarmi, nascondendosi nell’ultima fila, credendo che io non veda il cellulare con cui whatsappa mentre io spiego la differenza tra “simpatico” e “sympathetic” — il cellulare e i laptop sono verboten da regolamento. Purtroppo sul suo cammino X ha avuto la sfortuna di trovare i miei occhi, che hanno delle aquile dentro a cui difficilmente sfugge qualcosa. Quindi ho lasciato passare mercoledì scorso, ma certo non lascerò passare mercoledì prossimo. E poi c’è lei, la ragazza misteriosa con gli occhi bassi e il broncio da Belen Rodriguez: quando la interpelli, lei sorride timidissima. Sai immediatamente che avrà davanti una strada cosparsa da cuori infranti.
Insegnare non ti farà diventare ricco, ma ti apre uno spiraglio sul presente e sul futuro dell’umano.

E se non vi va di scrivermi a [email protected], ora potete farlo a [email protected], perché faccio ufficialmente parte dei Mavericks — i dissidenti — del Mercy.
Sempre meglio dei Bulls di Chicago, dico io.

Un po’ di mercy, di misericordia, ve la chiedo anche perché, da peccatrice, infiniti sono i modi in cui pecco. Per esempio sono stata vaga e indefinita — qui mi ruggisce il Leopardi con la sua poetica — nell’illustrare cosa si fa in una residenza per artisti. E alcuni di voi mi hanno chiesto, ma cosa si fa in una residenza per artisti, è come una vacanza?
No, una residenza per artisti non è una vacanza. Il rischio che possa diventarlo, andando in posti paradisiaci come La Gomera è alto, e dovete stare molto attenti. Di solito, comunque, gli artisti non aspettano altro che il momento in cui dedicarsi alla loro arte senza le scocciature del quotidiano.
Io ho bisogno delle residenze perché mi regalano tempo ininterrotto, e certo la possibilità di conoscere un posto nuovo e stringere nuove amicizie sono parte del fun, ma io ci vado per il tempo ininterrotto.
Ci vuole disciplina, in una residenza. E quella, in casa Board, come immaginate, non manca — teniamo Lez Muvi ogni domenica sera, da nove anni, Vostro Onore… 🙂
Io lavoravo praticamente sempre, tranne un tre/quattro ore giornaliere in cui facevo il Tom Sawyer della situazione, correvo, nuotavo o andavo in giro per l’isola, oppure per i campi catalani. Per gli insonni, poi, anche la notte, è campo di lavoro.
Questo rigore mi ha fatto portare a casa più di 130 poesie per la seconda raccolta in inglese. 130 fanno impressione, lo so. Ma vedete, come dico sempre, non si va in un posto per farsi ispirare dal posto. Lo sai prima ancora di partire ciò su cui lavorerai: ho passato un anno e mezzo a raccogliere materiale. Non ho fatto altro che portarlo con me, tirarlo fuori e lasciar andare le parole. L’ispirazione funziona con il frammento d’idea iniziale, ma poi la poesia è lavoro. Si riveda, quindi, il falso mito della poesia momento d’estasi. L’idea in nuce parte da lì, dal mistero, ma poi sono ore di lima, olio di gomito, ricerca, e be’, ore.
Quindi no, non me ne sono stata con la pancia all’aria nel mese spagnolo. E non lo dico per mettere i puntini sulle i, ma per amettere una mia incapacità. Non so starci, a pancia all’aria, senza far niente. Mi viene l’ansia. Sono inetta!

Questa settimana sono andata al Paris Theater, accanto al Plaza Hotel, per vedere “The Wife”, dello svedese Bjorn Runde.
Non so se fosse per la location posh, ai piedi di Central Park, due passi dal Plaza e quattro dall’Upper East Side, o se fosse per la seniority dei due protagonisti del film, ma ero circondata da anziani.
Anziani Upper East Side. Ovvero bianchi, colti, snob.
Gestibilmente insopportabili.

Scrittore di successo, Joseph Castelman è in procinto di ricevere il premio Nobel per la letteratura. È a letto con Joan, la moglie devota con cui è sposato da trent’anni. Ecco che arriva la telefonata. Siamo lieti di comunicarle che è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura.
Joseph e Joan si mettono a saltare sul letto dalla felicità, malgrado l’età avanzata di entrambi.
Dopo anni e anni di lavoro e scrittura, finalmente il coronamento massimo.
Gli amici, i parenti, i giornali, tutti in visibilio. Eppure intravediamo del marcio, oltre le rose e i fiori.
La coppia parte per Stoccolma, accompagnata dal figlio, David, scrittore in erba che capiamo non avere vita facile con un padre premio Nobel.
Sul Concorde che li porta in Svezia, la coppia è avvicinata da un tale che vuole scrivere la biografia di Joseph, ma che Joseph liquida con un no, grazie.
Una volta a Stoccolma, Joan appare sempre più insofferente nei confronti del marito. E non è solo per sana invidia. Piano piano veniamo messi al corrente di quello che la coppia ha nascosto per anni. Una frode bella e buona. Sì perché, guess what, lo scrittore di casa non è Joseph. È Joan!
Lui era il suo professore all’università, uno scrittore con tante idee brillanti, ma incapace di metterle insieme. Lei, una studentessa dotata, capace di mettere insieme le idee brillanti sue e altrui. I due si innamorano, si sposano, e be’, decidono di compiere il passo che porta Joan dal fargli da editor a diventare il suo ghost-writer. Così tutti i successi finiti sullo scaffale sotto il nome di Joseph Castelman, in realtà dovrebbero portare il nome di Joan Castelman.

Ma perché Joan non ha perseguito una sua carriera come scrittrice, ci chiediamo?
Be’, perché negli anni 60-70, quando Joseph e Joan erano giovani, nessuno dava credibilità alle scrittrici. Quindi tra una non-carriera e una carriera da ghost-writer, Joan sceglie la seconda. Troppa era la voglia di scrivere.
Intanto, a Stoccolma, capiamo che Joseph non è mai stato uno stinco di santo — adultero e bambino, l’accoppiata che caratterizza la vita di tanti artisti.

Arriva la serata della premiazione, e succede che Joan non ce la fa più a tenere quel segreto. Si arriva alla resa dei conti. E il finale, be’, il finale è tutto da vedere… Diciamo che, a un certo punto, c’è una qualche giustizia divina che scende a regolare i conti… Ma non posso dire altro altrimenti vi rovino tutto.

“The Wife” è un film con una grandissima storia nel cuore e un corpo mingherlino a sostenerla. Stilisticamente troppo semplice, troppo lineare. Il regista, peraltro svedese, avrebbe fatto bene a ripassare un po’ di Bergman prima di affrontare la regia. Io tremo alla sola idea di ciò che un regista come Ingmar, oppure Stanley, avrebbe potuto fare con un conflitto intra-coniugale come questo. Kubrick alle prese con una coppia che nasconde un segreto così… Pensiamo alla monumentalità di “Eyes Wide Shut”… Oppure Ruben Ostlund, giusto per rimanere nel Nord Europa…

Rund si affida al flashback per raccontare gli anni in cui Joseph e Joan erano professore e allieva, e l’evoluzione del loro patto segreto. Ma i flashback risultano irritanti —risultano posticci— e superflui. Lo spettatore non ha necessariamente bisogno di vedere ciò che è stato in passato per capire il presente. Qualcuno dice che il flashback è per sua stessa natura non drammatico e spezza la tensione scenica. Il che è vero, e succede puntualmente in “The Wife”.

Con un po’ più di immaginazione, un po’ più di coraggio, il film sarebbe entrato di diritto nel memorabile, categoria in cui facciamo tuttavia rientrare la prestazione attoriale di Glenn Close, che interpreta Joan. Be’, Fellows, se volete vedere come si recita, recuperate “The Wife”. Spesso nominiamo la solita, ineccepibile Meryl Streep quando cerchiamo un talento femminile nella recitazione. E ci scordiamo un’attrice della grandezza di Glenn. Praticamente il film è lei. Guardarla muoversi nei panni di questa moglie servizievole con un immenso talento intrappolato nelle menzogna, guardarla nel suo divincolarsi dalla menzogna ed uscire fuori, finalmente, merita il biglietto.

C’è poi una scena particolarmente vera e toccante. Durante la resa dei conti fra moglie e marito, Joseph le chiede “Perché sei stata con me tutti questi anni allora, perché hai sopportato tutto questo?”.Joan lo guarda affranta e persa. “Non lo so”, risponde, come se in quel preciso momento capisse l’errore commesso. Quel “non lo so” contiene tutta l’irragionevolezza dell’amore, tutto quello che d’insano l’amore ci fa fare e che va contro il nostro stesso bene. Eppure lo facciamo, puntualmente, romantici masochisti che siamo.

Ed eccomi raggiungere il traguardo della fine anche stasera.
Inauguriamo ufficialmente il Frunyc IV, con le nuove foto da New York, tra cui spiccano i due scatti a Ethan Hawke, che per un attimo fuggente durato un’ora, ci ha deliziato in un talk al Lincoln Center 🙂

Grazie per avermi riaccolto così calorosi, e saluti, stasera, benevolmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 315 FROM NYC commenta I AM NOT YOUR NEGRO

LET’S MOVIE 315 FROM NYC commenta I AM NOT YOUR NEGRO

Morgan Moviers,

Quel J.P. lì non solo aveva un gran senso della finanza, ma anche delle cose belle. Forse il senso della finanza l’ha portato a permettersi cose molto belle, ed è noto che più stai nel bello, più bello vuoi.
Se si viene a New York una settimana, la Library sulla Madison che porta il nome di J.P. — John Pierpont…sì, Pierpont! — la raffinatissima Morgan Library, difficilmente rientra nelle mete prescelte. Si preferiscono altre newyorkate del circuito “I Fondamentali”. Non c’è nessun giudizio di merito o demerito in questo. Figurarsi, la prima volta che misi piede a New York — il Fellow Bergamini confermerà — rimbalzai fra Empire State Building, MoMA, Guggenheim, Strawberry Fields e Grand Central Station come la più classica delle impiegate di Vimercate che investono la tredicesima nella Grande Mela, sperando di trovare dei negozi abbordabili su Park Avenue — il che è impossibile quanto il teorema di Arrow. Ma noi abbiamo superato quel livello, e se potessi sabotare le tabelle di marcia delle impiegate, io sostituirei il Guggenheim con la Morgan Library.

Nello studio di Mr J.P. e nella sua biblioteca personale, sarete catapultati in “Harry Potter”, o “L’ombra del vento”. O in qualche racconto di Borges. O ne “Il nome della rosa”, anche se lì siamo più medievali, mentre la biblio di JP ricorda “Indiana Jones e l’ultima crociata” quando Indiana si ritrova nella biblioteca di Venezia — che esiste solo nell’immaginazione di Steven Spielberg e in un teatro di posa californiano, ahinoi…
Per me è stato come ripiombare nella Vecchia Europa. Ma non quella della Brexit, della Le Pen, dell’Isola dei Famosi declinata in ogni lingua. L’Europa dei grandi Voltaire, Spinoza, Gramsci, Locke. L’Europa dell’acume europeo, e dell’intelligenza prima che si trasformasse in classe e diventasse Intellighenzia. In piena America, nel cuore di New York, si nasconde un’isola felice di un paese che non esiste — e proprio per questo esistentissimo — che ha trovato nella residenza di un ricco magnate l’ecosistema ideale per sopravvivere. Mi piace pensare che il meglio storico dell’Europa sia finito in esilio qui, come Napoleone all’Elba, e lì ci sia rimasto, a coltivare i suoi saperi, e a custodire i suoi valori.
Nello studio rosso broccato di J.P., il magnate della finanza con il vizio del bello, tutti gli italiani che abbiano una vaghissima idea dell’arte del nostro paese, riconosceranno immediatamente certe tele, tra cui spicca quella di un certo Perugino… E non vi nascondo che mi fa sempre effetto — e lo farà sempre — ogni volta che m’imbatto in certi capolavori italiani qui in America. Risaltano come fiori spuntati in mezzo a un parcheggio.
L’impiegata di Vimercate che deciderà di lasciare il Guggenheim per la Morgan, troverà inoltre uno stanzino dietro un portone blindato — J.P. era pur sempre nato banchiere, aveva la fissa per i caveau. Lì vi custodiva i libri più preziosi — dato numerico non indifferente: la library conserva 250.000 opere tra manoscritti rari, stampe, partiture musicali, disegni e libri fra i più preziosi del mondo. 250.000. Tra questi — e a questo punto l’impiegata si tenga forte — spartiti originali di Bach, Mozart, Brahms. I diari di Thoreau. Lettere e poesie manoscritte di poeti come Emily Dickinson, John Milton, John Keats, pensatori come Einstein e Voltaire. E, si tenga ancor più forte l’impiegata, tre delle 50 bibbie stampate con i caratteri mobili da nientepopodimenoché Johan Gutenberg.
Certo non è finita qui. Nelle sale della biblioteca sono allestite delle mostre che il Guggenheim — qualcuno lo informi — farebbe carte false per saper allestire. Una tra queste “I am Nobody! Who are you? The Life and Poetry of Emily Dickinson”. E l’impiegata magari non l’avrà mai sentita nominare, questa Emily, ma io le spiegherei che questa Emily ha scritto qualcosa come 1800 poesie e che ne ha viste pubblicate 10. 10. Il che vuol dire 1790 capolavori lasciati in un baule mentre lei respirava l’aria di questo mondo. Poi si sa, uno muore e tutti corrono. La stanzetta al secondo piano è piena zeppa di poesie manoscritte, lettere, un percorso museografico, ripeto, da far invidia ai migliori musei del mondo — questa rimane pur sempre una biblioteca, ricordiamolo.
Se ancora non avrò convinto l’impiegata, mi gioco la carta “Renzo Piano”. Eh già, perché il nostro Renzo, nel 2000, è stato chiamato ad ampliare la Morgan Library. E lui cos’ha fatto? Ha incastrato un oggettino adorabile come una piccola ma funzionalissima scatola di fiammiferi bianca fra i due edifici esistenti. All’interno di questa nuova struttura, la firma di Piano: la piazza. L’architetto ha creato uno spazio ampio, aperto, aria pura. L’idea è quell’incontro, della condivisione. E se siete un po’ abituati allo stile Piano — prendete l’intervento a Postdamer Platz di Berlino — saprete quant’è giustamente fissato con l’idea d’infilare questo luogo che da sempre contraddistingue le nostre città, e di ricrearlo negli spazi su cui gli chiedono di lavorare. Il nuovo progetto ha aggiunto un teatro per concerti, dove si dice ci sia un’acustica incredibile, e tutto, nuovi padiglioni, piazza ed edifici storici sono legati tra di loro da una copertura trasparente di vetro e acciaio — Piano style.
Ecco, se ancora non ho convinto l’impiegata brianzola, aggiungo che la Library sta a pochi isolati da Time Square, così potrà farsi fare un sacco di foto con i pupazzi dei Minions e della Statua della Libertà, nonché farsi allucinare dalle luci tutto luci di quello strano buco nero colorato che è Time Square.
Ad ogni modo io puntavo a convincere voi, Moviers. Una tappa alla Morgan vale i $25 del biglietto. E se siete cost-conscious, come si dice da queste parti l’oculatezza — o la braccineria — potete segnarvi che il venerdì dalle 7 a alle 9 pm, i discendenti di J.P., lasciano che i visitatori visitino la biblioteca gratis. E proprio il venerdì, pecunia a parte, è il giorno migliore: la Library organizza sempre concerti di musicisti che si mettono nella Piazza Piano… e man, ti par davvero, di stare in qualche piazza.

Dal 225 di Madison Avenue, ecco che ci trasferiamo al 209 West di Houston Street, dove sta il Film Forum. Lì, dopo un’attesa di 15 giorni, dopo aver prenotato il biglietto con 4 giorni di anticipo (!), ho visto, finalmente “I am not your Negro”, un documentario necessario sulla vita di James Baldwin diretto da Raoul Peck, che passò, con gran plauso, alla Berlinale dello scorso anno. Il film è candidato all’Oscar come miglior film straniero — il regista è haitiano — e io, Francesco Rosi perdonerà, tiferò, sgolandomi e sgallinandomi, per quest’opera lungimirante e preziosa che dovrebbe essere trasmessa sui maxischermi di Time Square — così anche l’impiegata potrebbe vederla — oltreché nelle scuole e magari negli aeroporti, insomma in tutti i luoghi e non-luoghi che ci vengono in mente.

James Baldwin è stato uno degli intellettuali neri più alti della storia americana moderna. Romanziere, saggista, drammaturgo, omosessuale, nero e voce della comunità afroamericana, vissuto fra gli anni 20 e 70. Immaginate un’alchimia più esplosiva? Baldwin parla di razzismo quando in America il razzismo si praticava e basta, ma non si diceva. Dirlo significava prima ammetterlo, poi doverlo spiegare, poi doverlo affrontare.  Baldwin tira fuori la polvere da sotto il tappeto e ci caccia dentro la faccia di bianchi e neri.  Durante la sua vita, fu una specie di star, era estremamente popolare. E contate che visse tantissimi anni da esule auto-esiliato in Europa, soprattutto a Parigi, dove si sentiva di vivere una vita più libera. Poi, non si sa bene come, Baldwin è stato rimosso, o accantonato — le figure che propongono questioni scottanti, scottano… Peck, il regista, né fa il protagonista di questo film violento già nel titolo, con quella G che artiglia la political correctness di questo paese, e lo costringe a considerare la questione della razza, del colore della pelle. Nigro. Oggi questa è la “N-word”, la parola impronunciabile che comincia per N. Oggi non si può dire perché in passato — un passato recentissimo, un presente nascosto? — è stata usata troppo.
Il documentario di Peck recupera le 30 pagine di quello che doveva essere l’ultimo grande libro di Baldwin, Remember This House, ma che purtroppo non fu mai finito.
E’ una sorta di flusso di coscienza in cui Baldwin ripercorre la propria vita per parlare dell’essere neri, attraverso tre figure che hanno speso la vita — rimettendocela — per il riscatto dei neri americani. Medgar Evers, Malcolm X e Martin Luther King, il primo ucciso nel 1963, il secondo nel 1964, il terzo nel 1968. Tre uomini che Baldwin aveva conosciuto e frequentato, contribuendo ad arricchire e ad ampliare il suo pensiero. Peck chiama Samuel L. Jackson e gli fa leggere quelle 30 pagine fuori campo, accompagnandole con immagini di repertorio, spezzoni di film, scene di realtà contemporanea. E oltre a Remember This House, si sentono anche lettere di Baldwin, i suoi interventi alla tv americana. Ci scorrono davanti le sequenze dei film hollywoodiani che l’hanno formato da ragazzino, E lui, Baldwin, si renderà presto conto che al cinema ci si identifica con l’eroe John Wayne, nella realtà, da nero, gli spetta un ruolo simile a quello degli indiani, soggiogato da Wayne.
Baldwin dedicherà tutta la vita a scrivere e a riflettere sulla condizione dei neri, sull’identità americana, senza nascondere un pessimismo leopardiano circa la possibilità di risolvere la questione. Lo spettatore, bianco o nero che sia, non ha scampo. Ci sono il razzismo, la segregazione, ma anche le fascinazioni reciproche, la condiscendenza del buon americano verso i neri e il fascino esercitato sui neri dalla cultura, dall’immaginario bianco. Bianco e nero. Bianco contro nero.

Attraverso I Am Not Your Negro, vediamo e riviviamo decenni fondamentali – immagini della lotte per i diritti civili, Birmingham, Selma, e, ultimo solo cronologicamente, Ferguson (dove, nel 2014, venne ucciso un ragazzo nero, reo solo di essere stato testimone di un furto in una tabaccheria). Ne esce un film fortissimo, di denuncia — anche classico e tradizionale nel modo in cui denuncia — estremamente politico, come è giusto che sia, come era Baldwin e come dovremmo essere noi, oggi. La tendenza, oggi, è quella di depoliticizzare la realtà.
Baldwin diceva — e questo c’interessa anche cinematograficamente — le persone non hanno voglia di vedere sullo schermo una riproduzione troppo reale della realtà: ne hanno abbastanza, di realtà, con cui fare i conti. Questo le porta a creare realtà “ideali”, immagini di se stessi che non corrispondono — mai potranno corrispondere — con la realtà vera. C’è una perpetrazione della fantasia. La famiglia felice, lo steccato bianco, i figli al sicuro, il frigo sempre pieno, sono un mito americano che raramente trova riscontro effettivo nella realtà. E dice acutamente James, “We are trapped between what we are and what we want to be, and what we will never be”.

Mi si sono impresse a fuoco nella mente, certe parole lette divinamente da Samuel L. Jackson. “Dobbiamo forgiare una nuova identità dove gli uni abbiamo bisogno degli altri, altrimenti non esiste alcun sogno americano”. Se pensiamo alle spinte divisioniste di cui i discorsi di Trump e company sono imbevuti, l’esortazione di Baldwin sembra sempre più lontana… E il film si conclude con un gran peso che Baldwin schiaccia sulle spalle di noi bianchi.
“White is a metaphor for power and it is simply a way for describing Chase Manhattan Bank…. What white people have to do, is try and find out in their own hearts why it was necessary to have a nigger in the first place because I’m not a nigger. I’m a man, but if you think I’m a nigger, it means you need it,” Baldwin says. “If I’m not a nigger here and you invented him — you, the white people, invented him — then you’ve got to find out why. And the future of the country depends on that, whether or not it’s able to ask that question.”

Sono uscita dalla sala stordita, come quando ti caricano addosso un fardello troppo pesante e le gambe cedono. Le gambe non sono le gambe, sono il vuoto delle tesi che ci mancano per articolare una qualsiasi “difesa” verso quello che Baldwin ci sta dicendo. Ha ragione. E’ il bianco che ha inventato il nero, è una sua costruzione. Il nero è un uomo prima di essere un nero, allora perché i bianchi hanno avuto bisogno di vedere la blackness e perseguitarla? Sì Baldwin ha ragione, e sì, le gambe cedono, il pensiero non regge.
Come facciamo, noi bianchi, a uscire da questa colpa?
In sala c’erano bianchi e neri. Ho guardato il film con un’amica — bianca. Al termine, fuori nella hall, io e il mio fiume in piena di impressioni che conoscete bene. Lei timorosa di pronunciare persino le parole “blacks” e “whites”, lo sguardo guardingo, come se qualcuno potesse sentirla pronunciarle, quelle sue parole, “neri” e “bianchi”…
Come faremo a uscire dalle sabbie mobili dell’eccesso sclerotizzante della correttezza politica, e il razzismo duro e puro che vive incontrastato nell’out-there?
Come ne usciamo?

Vi lascio con questa domanda. E come avete visto, sto proponendo film black, e sostengo film black non solo perché tifo per “Moonlight” e “I am not your Negro” ai prossimi Oscar, ma perché qui, sin dal 1976, in febbraio si “festeggia” il Black History Month, il Mese della Storia dei Neri, e ci sono tutta una serie di iniziative vòlte a ricordare, e far parlare e riflettere riguardo la storia black in questo paese — il mese si festeggia anche in Canada e nel Regno Unito. Ovviamente non ne sapevo nulla prima di venire qui.
Ovviamente la mia ignoranza non ha limiti.

Per cui ora, cari Moviers, continuo a ragionare su quanto sopra, e spero che un pochino lo facciate anche voi. In Italia la questione nera è completamente diversa. Pensavo che in Italia fosse spinosa. Ma ora capisco che le spine, quelle vere, sono tutte qui.
E a New York City siamo a New York City. Non a Selma o a Talullah, Louisiana…altroché spine, lì…

Naturalmente ho aggiornato il Frunyc. 🙂
naturalmente vi ringrazio, e naturalmente i saluti, stasera, non potrebbero essere che finanziariamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se volete favorire un articolo sulla sostenibilità nelle concerie italiane (!), vedete un po’ di cosa si può scrivere, oltreché di cine… http://www.lavocedinewyork.com/lifestyles/fashion/2017/02/16/leather-leaders-allied-to-disrupt-sustainability/

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 230 – propone GEMMA BOVERY e commenta HUNGRY HEARTS

LET’S MOVIE 230 – propone GEMMA BOVERY e commenta HUNGRY HEARTS

GEMMA BOVERY
di Anne Fointaine
Francia, 2015, ’99
Lunedì 2/ Monday 2
21:15 / 9:15 pm
Astra/Dal Mastro

 

Mother Moviers and Food Fellows,

Ci può essere voce al mondo meno autorevole della mia per parlare di due argomenti che occupano l’Italia da Bolzano in giù da molto tempo prima che la Carrà prendesse queste coordinate e ci facesse un tormentone? Maternità e cibo, i due argomenti.
La risposta è no, non c’è voce meno autorevole. Chi mi conosce sa, e chi non mi conosce, mi evita. 🙂 Ma Let’s Movie mi concede la favella. Dunque io che favo, ehm, faccio? Favello. A prescindere dagli argomenti, le inclinazioni personali, alimentari, parentali, e tutto quello che vi viene in mente là nei dintorni.
Cominciamo col dire che dopo due settimane di svendite siamo ritornati a pagamento. Thanks GoLd, perché questo si riflette nella qualità del prodotto. E guardate, dopo l’inqualificabile commedia francese di martedì, “Nessuno sposi le mie figlie”, ho capito che l’aggratis attirerà anche il pubblico, riempirà anche le sale, ma è ad altissimo rischio fregatura. Le cine-svendite sono come gli svuotatutto ai grandi magazzini: per un Euro ti porti a casa un microonde di ultima generazione, ma poi arrivi a casa e scopri che è una scatola di cartone con le manopole incollate sopra.
Pertanto lunedì dal Mastro c’erano gli unici due Fellows dotati di potere d’acquisto, il D-Bridge e l’Onassis Jr, il che è molto paradossale ―quindi molto da Moviers― se considerate il fatto che sono stati proprio loro due a segnalarmi le cine-promozioni sin qui sperimentate. Insomma, siamo davanti ai classici milionari che fanno la spesa all’Eurospin. 🙂 🙂

“Hungry Hearts” è la storia di una distorsione, che diventa ossessione. Mina è un’italiana che lavora all’ambasciata di New York. Incontra Jude, ingegnere. I due si piacciono. Amabili lotte a letto. Oops. Test di gravidanza. Matrimonio. 9 mesi. Pargolo.
E fin qui, tutto rosa e fiori.
La nascita del figlio infrange il quadretto d’amore in cui i due erano gli unici protagonisti. Mina comincia ad adottare uno stile di vita 100% taleban-bio ― sapete no, del tipo serra in terrazzo, indumenti color mal di pancia, pranzi a base di strane radici/oli/semi. E si convince che il piccolo debba essere protetto il più possibile dal mondo, che il mondo, con il suo inquinamento e i suoi cibi avvelenati, potrebbero nuocergli gravemente alla salute peggio delle Marlboro.
Di seguito le conseguenze pratiche di questa visione apocalittica: Mina tiene il bambino segregato in casa e lontano da ogni individuo (ogni individuo corrisponde a un grosso portatore malsano di microbaglia); rifiuta di alimentarlo con cibi provenienti da “là fuori”, gli impone una dieta ferrea a base di muschi&licheni coltivati nella famosa serra sul terrazzo impedendogli di crescere, e, aggiungerei, lo veste con degli indumenti color mal di pancia ― ma questo, concordo, è il minore dei mali.
Jude, capirete, si ritrova non solo a gestire una nuova creatura, ma pure il cambiamento della donna che ama. I due finiscono per cozzare l’uno contro l’altra e a schizzare in direzioni diametralmente opposte: lei sempre più immersa nel suo regime integralista verso la purificazione estrema e la chiusura totale verso gli altri, lui via via più convinto che i comportamenti di Mina verso il figlio, per quanto dettati da un amore infinito, gli saranno fatali.
Bel quadro, eh.
Il paradosso di questa storia è che lui ama lei, lei ama lui, loro amano il figlio, eppure ne viene fuori una tragedia da pagine epiche.
L’obbiettivo di Costanzo, il regista non l’altro, punta su una zona in cui non tanti obbiettivi puntano. Rendersi conto che un amore può pervertirsi in un’entità aliena del tutto imprevista che trasforma una madre, veicolo d’amore per eccellenza, nel potenziale killer del proprio oggetto d’amore, non è esattamente la storia che si racconta al cinema. Soprattutto al cinema non si raccontano molte storie di maternità abortite “in presentia infantis” ―latino gratis per tutti.
Nella cultura mediterranea soprattutto, la madre è messa in discussione molto poco. Si tende a non mostrare madri che sviluppano dei rapporti malati con il reale dopo la nascita del figlio, forse per timore di emulazione. Ma se la pensiamo così, allora non mostriamo più nulla: siamo un mondo di potenziali emulanti, noi. La giustificazione non tiene. Forse ―e questa tiene― perché si innesca una sorta di censura. Raccontare una madre-medea, per quanto una medea spinta da nobili ragioni ―Mina, in fondo, vuole il bene del bambino― è ancora un azzardo in Italia.
So che sono stati girati dei film sulla sindrome post-parto e sulla depressione, ma sono rimasti nell’ombra, purtroppo. Anche ragionare sull’ossessione verso forme alternative di concepire la nutrizione, la privazione di alimentazione come forma di purificazione, e il terrorre nei confronti del mondo quale portatore di calamità sono argomenti tabù. C’è un film assai angosciante però, che vidi qualche tempo fa ―ve lo consiglio SOLO se siete in mood pro-angoscia― e che è molto vicino ad “Hungry Hearts” nell’idea di soggetto che si sente braccato dal mondo. Si tratta di “Safe” (1995), con la nostra amata ―e mai scordata!― Julianne Moore, in cui il regista Tod Haynes immagina una donna che sviluppa una sorta di allergia al ventesimo secolo e finisce per isolarsi in una comunità asettica per scampare a qualsiasi contatto con l’umano… Angoscia, ve lo dissi…
Tornando ad “Hungry Hearts”, non c’è nulla di anormale nell’amore di Mina per il figlio. Quello che c’è di anormale è il linguaggio con cui lei esprime questo sentimento ―un linguaggio che è convinta dica il bene del figlio.
Questo punto di vista distorto porta il regista ad adottare delle scelte stilistiche che lo riflettano nel girato. Dal momento in cui Mina comincia a discendere la china del vegano-talebano, e Jude a subire la di lei capitolazione, la macchina da presa si attacca ai personaggi in maniera asfissiante, e restituisce allo spettatore prospettive quantomai insolite. Primissimi piani, inquadrature dall’alto, oppure di sbieco, come per sottolineare che la linearità della forma, in un universo famigliare malato, non è possibile. Il nostro occhio vede la perversione dell’occhio della protagonista sulla realtà. Questo, da patita dello stile, mi ha mandato abbastanza in solluchero.
Tra i “pro” del film includo anche il tentativo di aprire una porta su delle nuove tendenze che hanno preso piede negli ultimi decenni e su cui non si riflette. Gli integralisti dell’alimentazione bio, per esempio: Mina spinge all’estremo una dieta “alternativa” non rendendosi conto che questo fa del male al figlio e a se stessa. Certo i vegani non saranno rimasti entusiasti del film: si corre il rischio di confonderli con la protagonista, e non è proprio così. Mina combina più sindromi in sé, e questo rende il suo personaggio ben aldilà della line del border: un essere che non mi sento di giudicare, ma di comprendere, nel labirinto di vicoli ciechi intrapsichici in cui si è smarrito.
Credo che l’intento di Costanzo fosse quello di rimanere il più neutrale possibile, il più super partes possibile. Eppure alla fine ti viene la voglia di parteggiare per Jude, e la tentazione di dire “è una pazza scatenata quella, get that baby away from her”, quindi non so se il suo scopo d’imparzialità sia stato pienamente raggiunto.
Quello che forse mi lascia perplessa, nel film, è la mancanza di certe informazioni che ci avrebbe fatto piacere conoscere. Sappiamo pochissimo dei personaggi. Chi sono veramente? Cosa c’è nel passato di Mina? Da dove nasce questa ossessione per il mondo esterno? …Sarà che sono una bertuccia di natura e per cultura…
E poi un altro punto, che è saltato fuori parlandone con il Mastro a fine proiezione. Perché questo film è stato girato in America? C’era così bisogno di New York, che rimane opaca come non mai, sullo sfondo? Non sarebbe bastata qualsiasi città, o periferia urbana, italiana? E poi perché Adam Driver? Non c’erano attori italiani all’altezza? L’esportabilità, Board, il respiro internazionale… Ok, ho capito l’antifona, but still…
La Rohrwacher sempre brava, per carità, ma mi chiedo se non rischierà di rimanere intrappolata nel profilo della complessata-logorata-altrimenti-detta-pazza che ha interpretato in questi anni. Magari il suo agente può raccattarle un ruolo più comico, tipo quello in “Il comandante e la cicogna”, giusto per evitarle un futuro tra En e Xanax, a ‘sta benedetta ragazza…
E chiudiamo in musica… Costanzo si riconferma un nostalgico per le hits anni ’80. Se “La solitudine dei numeri primi” aveva recuperato questo gioiello dal passato, https://www.youtube.com/watch?v=EPOIS5taqA8, “Hungry Hearts” saccheggia “Flash Dance”, https://www.youtube.com/watch?v=ILWSp0m9G2U, per la gioia di tutti… 🙂

Questa settimana facciamo i post-modernisti con

GEMMA BOVERY
di Anne Fointaine

Un amore di rivisitazione di un capolavoro letterario supremo che inferite facilmente dal titolo ― lo inferite vero? Flaubert… (Ricordo, soprattutto al Fellow Big, che era un grande scrittore molto ma molto tempo prima che diventasse un fucile… :-))
Se averlo definito “un amore” non vi basta, eccovi altri 3 motivi per venire a vedere il film:

1. Dimostrare al Mastro che ora ho presente chi sia Luchini (l’attore protagonista) e promettere che mai lo scorderò. 🙂 Luchini aveva fatto da protagonista a “Molière in bicicletta”, un’altra commedia raffinatissima che giocava sul drammaturgo francese e gli attori che lo interpretavano.
2. Testare il livello di postmodernismo di cui s’è accenato in precedenza: a noi, ‘sti esperimenti che prendono un classico come spunto e ci lavorano sopra con esiti del tutto inaspettati, piacciono sempre un casinoroyale
3. Risollevare la cinematografia francese dopo aver visto “Nessuno sposi le mie figlie”, che spero rappresenti la cinematografia francese come “Alex l’ariete” rappresenta quella italiana.

Ho tuttavia un’altra segnalazione golosa per la settimana.
Visto che si fa un gran parlare di effetti speciali, m’intriga “ADDICTED TO LIFE” di Thierry Donard, un film che di speciali ha “solo” le capacità e le teste matte di questi skiers/surfers/kiters/snowborders/skaters/bikers/riders alle prese con imprese ai limiti dell’umano in contesti mozzafiato (Alpi, deserti, Polinesia, ecc). Forse sarebbe il momento di tornare a considerare la natura come generatrice di special effects e valida alternativa alle cucine tecnologiche che sfornano ogni giorno trucchi nuovi sulle realtà 3 D o 4 D o quinta effe…
Anyway.. Il film verrà trasmesso one-shot, ovvero una botta e via, ovvero in data unica, mercoledì alle ore 21:00 allo Smelly Modena.
Io credo proprio che non lo perderò… 😉

Ed eccomi in fondo… Fin qui mi sembra di essermi contenuta/trattenuta/uta, ma se vi va d’incontrare la furia che alberga in me e reagisce ai film scontati come la nitro con la glicerina, fate un giretto nel Maelstrom…e good luck…
Riassunto in clima di bovarismo e saluti, quest’oggi, bitematicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non so se a voi capita mai di ritrovarvi in una situazione in cui sentite il prurito alle mani, e le tarantole nelle gambe e il piede comincia a ballare e stare fermi vi risulta come una specie di tortura da Santa Inquisizione. Io mi sono ritrovata in quello stato davanti a “Nessuno sposi le mie figlie“, la presunta commedia del regista di “Quasi amici”, che di “Quasi amici” ha solo le virgolette con cui incornicio il titolo.
Banale, scontato, cheap, prevedibile, imbarazzante, vacanzedinatale…vado avanti?
Ho addirittura commesso un atto che il Codice Lezmuviano punisce severamente: ho sbirciato l’ora sul cellulare durante la visione…  Jamais on en fait ce ca! Jamais!
Alla fine i poveri Moviers presenti hanno fatto le spese della mia debordante insofferenza, e vogliano scusarmi… Ma io davanti alle copie delle copie delle copie di commedie banali, scontate, cheap, prevedibili, imbarazzanti, vacanzedinatale, sono la nitro quando incontra la glicerina.
Buuum Board! 🙂

GEMMA BOVERY: Martin è un parigino bohémien riciclatosi, più o meno volontariamente, come panettiere in un paesino della Normandia. Delle sue ambizioni di gioventù gli rimane una fervida immaginazione e una passione mai sopita per la grande letteratura, in particolare per le opere di Gustave Flaubert. Questa passione si risveglia quando una coppia di inglesi, dai nomi curiosamente familiari, si trasferisce in un rustico nelle vicinanze. I nuovi arrivati si chiamano Gemma e Charles Bovery, e persino i loro comportamenti sembrano imitare gli eroi di “Madame Bovary”.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 217 – propone IL GIOVANE FAVOLOSO e commenta CLASS ENEMY

LET’S MOVIE 217 – propone IL GIOVANE FAVOLOSO e commenta CLASS ENEMY

IL GIOVANE FAVOLOSO
di Mario Martone
Italia, 2014, ‘137
Lunedì 20/Monday 20
21:15 / 9:15 pm
Astra/Dal Mastro

 

Marketing Moviers,

Siccome un paio di Moviers mascalzonilatini martedì hanno sottolineato la mancanza di spiegazioni chiare fresche et dolci riguardo la Let’s Movie Card, impiego quest’incipit per purificare le acque. 🙂
Dunque voi vi presentate al Cinema Astra e io vedo, vi saluto, e dopo un po’ di chiacchiere urlate in simpatia come d’ordinanza, vi sgancio la Lez Muvi Card, che vi chiedo di conservare con cura tra la carta di credito e il bancomat ― priority to valuable first. 🙂
Con la LM Card avete diritto all’acquisto del biglietto scontato (Euri 6,50) o dell’abbonamento scontato, opzione, questa, che io incoraggio: 50 Euri per 10 ingressi ―la matematica la conoscete meglio voi di me, infatti avrei dovuto dire 50 Euri diviso 10 ingressi, ma Riemann perdonerà…. Insomma con questa seconda opzione il risparmio è maggiore e siete più incentivati a venire al cine. È un po’ come con la palestra: se fate l’abbonamento siete costretti ad andarci. Col cine è uguale, solo che il fun non c’entra niente con il fit ― è solo solissimamente FUN, meglio di così?!
Quindi esorto i Moviers junior (ossia quelli registratisi da poco e quelli che non si presentano al cine, che non diremo essere la stragrande maggioranza, ma che SONO la stragrande maggioranza) e i Moviers senior ancora sprovvisti di Card, di presentarsi al prossimo Let’s Movie, e dirmi “Board, sgancia la Lez Muvi Card, s’il te plait” (se siete franco-fobici va bene anche “please” :-)).
L’angolo promozionale si conclude qui, e io finalmente imbocco la retta che pregusto ogni volta che mi avvicino al pippone settimanale.

I due mascalzonilatini in questione erano il Fellow the (C)andy e il Fellow Onassis Jr che, insieme al ben più mite&mild Fellow Felix, aspettavano sulle panchine fuori dall’Astra l’inizio del film. A noi quattro ―apprezzate l’understatement nel rimuovere “fantastici”― si aggiunge, a luci già spente e titoli di testa già avviati la Fellow Vanilla ―giustamente in ritardo perché tarata ancora sul fuso polinesiano 😉

“Class Enemy” è uno di quei film dove la tua coscienza è in piedi tutto il tempo. Ogni volta che è lì lì per sedersi, track, salta fuori qualcosa che la fa scattare sull’attenti e vagare per la stanza in cerca di una nuova posizione da prendere.
Inutile (riba)dire quanto questa tipologia di film sia quella che preferisco. Lasciamo la sedentarietà alla vita quotidiana ―sempre che la si voglia sedentaria― ma al cine, please, dateci una dose massiccia di anfetamine in forma d’immagini.
Sarà capitato anche a voi, non di avere una musica in testa, ma un prof di quelli che fanno tremare i banchi e i polsi quando entrano in classe. Io ne ho avute un paio ―entrambe donne, entrambe megere― e solo ora, vent’anni dopo tutte le tremarelle tremate capisco il significato esercitato dalla loro presenza nella mia vita. All’epoca, quando il terrore era tale da farmi ammalare (God!), no, non capivo. E questo, è un po’ quello che succede alla quarta di un liceo sloveno (o slovacco, as you prefer) dei nostri giorni. A metà anno scolastico il lupo cattivo prof Zupas rimpiazza Cappuccetto Rosso, anzi Rottkapchen, anzi Hello Kitty, la prof di tedesco buonabuona bravabrava incintaincinta. I loro modi sono completamente diversi. La loro lingua è completamente diversa. Il prof parla solo in tedesco in classe e questa scelta ―oltre ad essere didatticamente condivisa da un certo Board 😉 ― ha un grosso significato metaforico in sé. Un docente ti parla in un’altra lingua, ti insegna un nuovo strumento per comprendere la realtà. Questo strumento ti richiede impegno e lavoro per essere capito  e padroneggiato, ma questo è il mestiere dello studente: andare a scuola e capire. Il prof Zupas mi correggere qui ―Fruner, du hast nicht richtig gesagt! Infatti. Il Prof Zupas dice “essere uno studente non è un diritto, è un privilegio”. Riflettiamo un pochino su questo… Quando hai 15 anni pensi che la scuola sia la più grande maledizione che il cielo poteva farti cadere in testa, con le interrogazioni e le megere che tuoneggiano dietro le cattedre e le schiene scoliotiche che ti ritrovi e i capelli sempre sbagliati e la sensazione di non essere mai quello che gli altri invece sono (mai più teenager mai più in my life). Quando però cresci, il senno di poi ti aiuta a comprendere quanto hai imparato su quei banchi ―insieme alle inutilità tipo il numero di avogadro, che ancora mina i miei sogni. Se magari si ricordasse ai teenager che andare a scuola PUO’ essere visto come un privilegio, nell’ottica poi di quello che li aspetta qua fuori, forse i teenager crescerebbero un po’ più preparati.
L’arrivo del temibile Zupas non è l’unico evento che scuote la classe. Un giorno Sabine, studentessa che risponde al fenotipo “adolescente emo (=ipersensibile, mi tiro le maniche sui polsi), introversa, taciturna, con doti artistiche (suona il piano)” si suicida ― questo fatto mi ricorda un altro bel film, “Monsieur Lazare”, in cui a suicidarsi, era l’amata prof.
L’evento spezza l’equilibrio precarissimo su cui la classe si stava dirigendo verso la fine dell’anno scolastico. Nell’ante ―ovvero la porzione di film pre-suicidio― abbiamo avuto modo prendere dimestichezza con il territorio accidentato delle personalità eterogenee di studenti e docenti. Nel post ―ovvero la porzione di film dopo il suicidio― dobbiamo rapportarci al caos che questi territori subiscono. I ragazzi hanno bisogno di trovare a tutti i costi un responsabile: non fatemi fare l’Andreolli della situazione, tutti sappiamo quanto una morte abbia bisogno, per essere elaborata, di una spiegazione quanto più logica possibile, quando essa manca, come nel suicidio, siamo portati a fabbricarcene una a tutti i costi. E chi meglio del temibile prof Zupas, che parla solo in tedesco, che non ha pietà, continua col programma imperterrito invece di piangere sulla morte di Sabine, che è insensibile anzi è un nazista, sì, è proprio un nazista? Chi meglio di lui come “nemico della classe”? E il film, in questa caccia alle streghe che si sviluppa, è in tutto e per tutto simile a un altro gioiellino che consiglio caldissimamente, “Il sospetto” di Thomas Vinterberg (non a caso premio miglior interpretazione maschile a Mads Mikkelsen al Festival di Cannes 2012). Intorno all’altro da sé ―più altro da sé di uno che si rifiuta di parlare la tua lingua e ti tratta da adulto cosa c’è?― viene montato tutto un sospetto che porta gli studenti a credere che Zupas abbia in qualche modo portato la ragazza al suicidio dopo un colloquio in cui lui è stato verosimilmente molto duro con lei, ma verosimilmente anche molto incoraggiante nell’assecondare il talento da musicista ―tra le poche parole distillate dal prof., eccole, scintillanti “Suonare il piano, lo fai bene. Devi continuare a farlo”. E’ molto intelligente, il regista: sposta quell’alone di responsabilità che gli studenti fanno gravare su Zupas, da personaggio a personaggio in modo da mostrarne gli effetti ai singoli personaggi, che sentono sulla propria pelle cosa significa essere lo Zupas di turno: i genitori, la migliore amica, il compagno di classe che la prendeva in giro. Tutti si ritrovano colpevoli: sgradevolmente mirabile la scena in cui Taddeus, lo sbruffoncello che prendeva in giro Sabine, sentendo per un attimo la lettera scarlatta cucita sul petto, corre in bagno e vomita.
In realtà la colpa è di tutti e di nessuno. E la lettera che la migliore amica della ragazza le scrive in forma di tema è un piccolo saggio sul suicidio che mi piacerebbe rileggere da qualche parte. Il nocciolo è: Sabine, sono arrabbiata con te perché uccidendoti hai pensato solo a te stessa, mentre noi dobbiamo vivere tutto questo dolore che ci hai lasciato. E pur odiandoti, la prima cosa che farei ora è abbracciarti…
La ribellione degli studenti architettata dal regista altri non è che un esempio in chiave scolastica del malcontento sociale in chiave globale, dove ogni scusa sembra buona per imbracciare le armi e scagliarsi contro il sistema, anche quando, per una volta, non c’entra. Qui il sistema è impersonato dal prof Zupas, e vediamo chiaramente ―perché abbiamo modo di vederlo lavorare e di sentirlo parlare― che Zupas non è il vero problema. Forse lui applica troppo alla lettera le regole, e la sua irreprensibilità appare troppo stonata in un mondo accordato all’eccessiva accondiscendenza di certi genitori o docenti, che più che comportarsi da genitori o docenti, si comportano da avvocati difensori dei ragazzi. Il fatto è che, alla lunga, la negazione di qualsiasi forma di autorità, non fa un servizio a questi ragazzi e alla vita che dovranno affrontare. Mentre Zupas, con il suo eis-zwei-Polizei vorrebe mostrare loro che nulla è black or white (a parte la hit di Michael Jackson) e alla fin fine, se gli avessero lasciato il tempo di concludere l’anno scolastico, avrebbero capito che tutto questo, i suoi metodi, la sua filosofia del werk-werk-werk, il suo approccio “das Leben geht weiter” nei riguardi del lutto, era solo ed unicamente per il loro bene. Invece il film si conclude su una nave che porta questi studenti lontano, verso una molle meta (la Grecia), dietro di loro, una scia di problemi che un viaggio verso una molle meta non cancellerà…
C’è una frase emblematica in questo film, pronunciata dalla Preside del liceo, riferendosi ai ragazzi. “Prima loro temevano noi, ora noi temiamo loro”.
La mia domanda è, come annullare la paura su entrambi i versanti? Di modo che non ci siano più sarefruner tremebonde davanti a due megere, né Professori Zupas troppo Zupas scacciati dalla scuola perché facevano il loro dovere e lo facevano in una maniera altra rispetto alle Hello Kitty e al docentame sotto scacco ai teenager oppressori? Ci pensate un po’ su anche voi, bitte??

Comunque la parte più fun del Lez Muvi è stata la mezz’ora di botte da orbi che ci siamo scambiati noi Moviers all’uscita del film :-), tanto che il circondario che circondaria l’Astra era pronto a chiamare la buoncostume, e il Mastro pronto con l’attenuante “No guardate, son Moviers, son dei matti, ma innocui, e pure un po’ meravigliosi…” 🙂 Il Fellow Onassis Jr non ha molto gradito “Class Enemy” ― diciamo che l’ha utilizzato come poggiatesta per un bel beauty sleep 😉 Ma il più agguerrito di tutti, persino del peso massimo The Board, è stato il peso piuma Andy the Candy che ne aveva per tutti, soprattutto i poveri Tom Ford e Ivano de Matteo rei di aver girato “A Single Man” e “I nostri ragazzi”… La prognosi dei due malcapitati è ancora riservata… 🙂
Io ADORO i miei Moviers sopra ogni cosa quando si fa questo tipo di baruffa! 😉

E ora, eccolo, FINALMENTE

IL GIOVANE FAVOLOSO
di Mario Martone

Ho già tessuto troppe aspettative ―le lodi sono qui pronte nel cestino― quindi non voglio/posso aggiungere altro. Siate clementi con la mia tendenza all’illusionismo, che non è l’arte magica, è il ricamare troppi arazzi sopra una parete di cartapesta…

Tipo “Pasolini“… Mi è capitato di vederlo all’interno della rassegna LGBT, lo scorso mercoledì. Non voglio dilungarmi (anche) su questo film, ma speravo in qualcosa di meglio. Molto compiaciuto e freddo dove avrebbe dovuto scaldare e gratuitamente bollente in scene esplicite assolutamente inutili, è un film che, secondo me, non sa bene dove voglia andare a parare, né scegliere il linguaggio per dirlo. E la scusa che Abel Ferrara è comunque Abel Ferrara e qualsiasi cosa giri è “un’opera d’arte” per la sua carica “visionaria”, a me non pare che questo, una scusa…

E ora, dopo aver demolito un mostro sacro del cinema con la sola imposizione di quattro righe, mi appresto giuliva a liberarvi dalla mia presenza che anche questa domenica, come ogni domenica dal cine-giurassico in avanti, si è frapposta tra voi e il mondo di cose che dovete fare…. Comunque sappiate che Dingen konnen warten ―sì, mi sono intrippata per il tedesco… 🙂
Riassunto, ahimé, in calce ―sogno un mondo libero dai riassunti― Movie Maelstrom assai sostanzioso prima della calce, ringraziamenti a pioggia e saluti, stasera, promozionalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Domenica scorsa, dal gran Mastro, abbiamo avuto il piacere di ospitare ― e presentare! 🙂 ― Gabriele del Grande, uno dei tre registi di “Io sto con la sposa”, il primo film italiano realizzato  grazie al contributo di 2617 sostenitori dal basso.
Io, che nella mia vita nine-to-five ho un pochino a che fare con l’innovazione, l’ho trovato un esempio felice del “fare innovazione”, fenomeno al quale molto spesso si preferisce il “parlare innovazione” ―ovvero il fuffare e il suo fumo― dai riscontri pratici difficilmente misurabili.
Il docu-film docu-filma un temerario atto di disobbedienza civile che mi fa ha fatto guardare Gabriele fra il meravigliato e l’orgoglioso. Tasnim dovrebbe essere una sposa siriana che parte da Milano insieme al suo corteo nuziale alla volta della Svezia. Però in realtà Tasnim non si è sposata e non è siriana, il suo non è un corte nuziale e il tutto è una messinscena organizzata da un gruppo di attivisti tra cui i tre registi del film, per consentire ad alcuni profughi siriani VERI di superare le frontiere dell’Europa “libera”, e permettere loro di raggiungere la Svezia, dove i profughi in asilo politico sono trattati da cristiani ―ooops ma lo posso dire?? 🙂
Il docu-film (difficile definirlo, è più di un documentario e non proprio un film, insomma, un bell’ibrido che staziona sul confine) racconta una storia di collaborazione trasfrontaliera: un gruppo di gente “del Mediterraneo” si mette insieme e riesce in un’impresa (illegale!) che ha dell’incredibile, ossia attraversare delle frontiere che in realtà, scopriamo, esistono solo sulla carta, e nelle cassettiere della burocrazia europea: nessun confine, nessun posto di blocco, durante il viaggio, hanno fermato il finto corteo ―per fortuna!― dimostrando che loro, i confini, non sono altro che linee immaginarie tracciate dalla geopolitica, ma che la solidarietà e lo spirito di cooperazione non conoscono nazionalità né leggi né dogane.
Bravi bravi bravi ai registi e alla loro coscienza, che li ha spinti a preferire l’eticamente giusto al legalmente ingiusto…

IL GIOVANE FAVOLOSO: Leopardi è un bambino prodigio che cresce sotto lo sguardo implacabile del padre, in una casa che è una biblioteca. La mente di Giacomo spazia, ma la casa è una prigione: legge di tutto, ma l’universo è fuori. In Europa il mondo cambia, scoppiano le rivoluzioni e Giacomo cerca disperatamente contatti con l’esterno. A 24 anni lascia finalmente Recanati. L’alta società Italiana gli apre le porte ma il nostro ribelle non si adatta.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More