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LET’S MOVIE 315 FROM NYC commenta I AM NOT YOUR NEGRO

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Morgan Moviers,

Quel J.P. lì non solo aveva un gran senso della finanza, ma anche delle cose belle. Forse il senso della finanza l’ha portato a permettersi cose molto belle, ed è noto che più stai nel bello, più bello vuoi.
Se si viene a New York una settimana, la Library sulla Madison che porta il nome di J.P. — John Pierpont…sì, Pierpont! — la raffinatissima Morgan Library, difficilmente rientra nelle mete prescelte. Si preferiscono altre newyorkate del circuito “I Fondamentali”. Non c’è nessun giudizio di merito o demerito in questo. Figurarsi, la prima volta che misi piede a New York — il Fellow Bergamini confermerà — rimbalzai fra Empire State Building, MoMA, Guggenheim, Strawberry Fields e Grand Central Station come la più classica delle impiegate di Vimercate che investono la tredicesima nella Grande Mela, sperando di trovare dei negozi abbordabili su Park Avenue — il che è impossibile quanto il teorema di Arrow. Ma noi abbiamo superato quel livello, e se potessi sabotare le tabelle di marcia delle impiegate, io sostituirei il Guggenheim con la Morgan Library.

Nello studio di Mr J.P. e nella sua biblioteca personale, sarete catapultati in “Harry Potter”, o “L’ombra del vento”. O in qualche racconto di Borges. O ne “Il nome della rosa”, anche se lì siamo più medievali, mentre la biblio di JP ricorda “Indiana Jones e l’ultima crociata” quando Indiana si ritrova nella biblioteca di Venezia — che esiste solo nell’immaginazione di Steven Spielberg e in un teatro di posa californiano, ahinoi…
Per me è stato come ripiombare nella Vecchia Europa. Ma non quella della Brexit, della Le Pen, dell’Isola dei Famosi declinata in ogni lingua. L’Europa dei grandi Voltaire, Spinoza, Gramsci, Locke. L’Europa dell’acume europeo, e dell’intelligenza prima che si trasformasse in classe e diventasse Intellighenzia. In piena America, nel cuore di New York, si nasconde un’isola felice di un paese che non esiste — e proprio per questo esistentissimo — che ha trovato nella residenza di un ricco magnate l’ecosistema ideale per sopravvivere. Mi piace pensare che il meglio storico dell’Europa sia finito in esilio qui, come Napoleone all’Elba, e lì ci sia rimasto, a coltivare i suoi saperi, e a custodire i suoi valori.
Nello studio rosso broccato di J.P., il magnate della finanza con il vizio del bello, tutti gli italiani che abbiano una vaghissima idea dell’arte del nostro paese, riconosceranno immediatamente certe tele, tra cui spicca quella di un certo Perugino… E non vi nascondo che mi fa sempre effetto — e lo farà sempre — ogni volta che m’imbatto in certi capolavori italiani qui in America. Risaltano come fiori spuntati in mezzo a un parcheggio.
L’impiegata di Vimercate che deciderà di lasciare il Guggenheim per la Morgan, troverà inoltre uno stanzino dietro un portone blindato — J.P. era pur sempre nato banchiere, aveva la fissa per i caveau. Lì vi custodiva i libri più preziosi — dato numerico non indifferente: la library conserva 250.000 opere tra manoscritti rari, stampe, partiture musicali, disegni e libri fra i più preziosi del mondo. 250.000. Tra questi — e a questo punto l’impiegata si tenga forte — spartiti originali di Bach, Mozart, Brahms. I diari di Thoreau. Lettere e poesie manoscritte di poeti come Emily Dickinson, John Milton, John Keats, pensatori come Einstein e Voltaire. E, si tenga ancor più forte l’impiegata, tre delle 50 bibbie stampate con i caratteri mobili da nientepopodimenoché Johan Gutenberg.
Certo non è finita qui. Nelle sale della biblioteca sono allestite delle mostre che il Guggenheim — qualcuno lo informi — farebbe carte false per saper allestire. Una tra queste “I am Nobody! Who are you? The Life and Poetry of Emily Dickinson”. E l’impiegata magari non l’avrà mai sentita nominare, questa Emily, ma io le spiegherei che questa Emily ha scritto qualcosa come 1800 poesie e che ne ha viste pubblicate 10. 10. Il che vuol dire 1790 capolavori lasciati in un baule mentre lei respirava l’aria di questo mondo. Poi si sa, uno muore e tutti corrono. La stanzetta al secondo piano è piena zeppa di poesie manoscritte, lettere, un percorso museografico, ripeto, da far invidia ai migliori musei del mondo — questa rimane pur sempre una biblioteca, ricordiamolo.
Se ancora non avrò convinto l’impiegata, mi gioco la carta “Renzo Piano”. Eh già, perché il nostro Renzo, nel 2000, è stato chiamato ad ampliare la Morgan Library. E lui cos’ha fatto? Ha incastrato un oggettino adorabile come una piccola ma funzionalissima scatola di fiammiferi bianca fra i due edifici esistenti. All’interno di questa nuova struttura, la firma di Piano: la piazza. L’architetto ha creato uno spazio ampio, aperto, aria pura. L’idea è quell’incontro, della condivisione. E se siete un po’ abituati allo stile Piano — prendete l’intervento a Postdamer Platz di Berlino — saprete quant’è giustamente fissato con l’idea d’infilare questo luogo che da sempre contraddistingue le nostre città, e di ricrearlo negli spazi su cui gli chiedono di lavorare. Il nuovo progetto ha aggiunto un teatro per concerti, dove si dice ci sia un’acustica incredibile, e tutto, nuovi padiglioni, piazza ed edifici storici sono legati tra di loro da una copertura trasparente di vetro e acciaio — Piano style.
Ecco, se ancora non ho convinto l’impiegata brianzola, aggiungo che la Library sta a pochi isolati da Time Square, così potrà farsi fare un sacco di foto con i pupazzi dei Minions e della Statua della Libertà, nonché farsi allucinare dalle luci tutto luci di quello strano buco nero colorato che è Time Square.
Ad ogni modo io puntavo a convincere voi, Moviers. Una tappa alla Morgan vale i $25 del biglietto. E se siete cost-conscious, come si dice da queste parti l’oculatezza — o la braccineria — potete segnarvi che il venerdì dalle 7 a alle 9 pm, i discendenti di J.P., lasciano che i visitatori visitino la biblioteca gratis. E proprio il venerdì, pecunia a parte, è il giorno migliore: la Library organizza sempre concerti di musicisti che si mettono nella Piazza Piano… e man, ti par davvero, di stare in qualche piazza.

Dal 225 di Madison Avenue, ecco che ci trasferiamo al 209 West di Houston Street, dove sta il Film Forum. Lì, dopo un’attesa di 15 giorni, dopo aver prenotato il biglietto con 4 giorni di anticipo (!), ho visto, finalmente “I am not your Negro”, un documentario necessario sulla vita di James Baldwin diretto da Raoul Peck, che passò, con gran plauso, alla Berlinale dello scorso anno. Il film è candidato all’Oscar come miglior film straniero — il regista è haitiano — e io, Francesco Rosi perdonerà, tiferò, sgolandomi e sgallinandomi, per quest’opera lungimirante e preziosa che dovrebbe essere trasmessa sui maxischermi di Time Square — così anche l’impiegata potrebbe vederla — oltreché nelle scuole e magari negli aeroporti, insomma in tutti i luoghi e non-luoghi che ci vengono in mente.

James Baldwin è stato uno degli intellettuali neri più alti della storia americana moderna. Romanziere, saggista, drammaturgo, omosessuale, nero e voce della comunità afroamericana, vissuto fra gli anni 20 e 70. Immaginate un’alchimia più esplosiva? Baldwin parla di razzismo quando in America il razzismo si praticava e basta, ma non si diceva. Dirlo significava prima ammetterlo, poi doverlo spiegare, poi doverlo affrontare.  Baldwin tira fuori la polvere da sotto il tappeto e ci caccia dentro la faccia di bianchi e neri.  Durante la sua vita, fu una specie di star, era estremamente popolare. E contate che visse tantissimi anni da esule auto-esiliato in Europa, soprattutto a Parigi, dove si sentiva di vivere una vita più libera. Poi, non si sa bene come, Baldwin è stato rimosso, o accantonato — le figure che propongono questioni scottanti, scottano… Peck, il regista, né fa il protagonista di questo film violento già nel titolo, con quella G che artiglia la political correctness di questo paese, e lo costringe a considerare la questione della razza, del colore della pelle. Nigro. Oggi questa è la “N-word”, la parola impronunciabile che comincia per N. Oggi non si può dire perché in passato — un passato recentissimo, un presente nascosto? — è stata usata troppo.
Il documentario di Peck recupera le 30 pagine di quello che doveva essere l’ultimo grande libro di Baldwin, Remember This House, ma che purtroppo non fu mai finito.
E’ una sorta di flusso di coscienza in cui Baldwin ripercorre la propria vita per parlare dell’essere neri, attraverso tre figure che hanno speso la vita — rimettendocela — per il riscatto dei neri americani. Medgar Evers, Malcolm X e Martin Luther King, il primo ucciso nel 1963, il secondo nel 1964, il terzo nel 1968. Tre uomini che Baldwin aveva conosciuto e frequentato, contribuendo ad arricchire e ad ampliare il suo pensiero. Peck chiama Samuel L. Jackson e gli fa leggere quelle 30 pagine fuori campo, accompagnandole con immagini di repertorio, spezzoni di film, scene di realtà contemporanea. E oltre a Remember This House, si sentono anche lettere di Baldwin, i suoi interventi alla tv americana. Ci scorrono davanti le sequenze dei film hollywoodiani che l’hanno formato da ragazzino, E lui, Baldwin, si renderà presto conto che al cinema ci si identifica con l’eroe John Wayne, nella realtà, da nero, gli spetta un ruolo simile a quello degli indiani, soggiogato da Wayne.
Baldwin dedicherà tutta la vita a scrivere e a riflettere sulla condizione dei neri, sull’identità americana, senza nascondere un pessimismo leopardiano circa la possibilità di risolvere la questione. Lo spettatore, bianco o nero che sia, non ha scampo. Ci sono il razzismo, la segregazione, ma anche le fascinazioni reciproche, la condiscendenza del buon americano verso i neri e il fascino esercitato sui neri dalla cultura, dall’immaginario bianco. Bianco e nero. Bianco contro nero.

Attraverso I Am Not Your Negro, vediamo e riviviamo decenni fondamentali – immagini della lotte per i diritti civili, Birmingham, Selma, e, ultimo solo cronologicamente, Ferguson (dove, nel 2014, venne ucciso un ragazzo nero, reo solo di essere stato testimone di un furto in una tabaccheria). Ne esce un film fortissimo, di denuncia — anche classico e tradizionale nel modo in cui denuncia — estremamente politico, come è giusto che sia, come era Baldwin e come dovremmo essere noi, oggi. La tendenza, oggi, è quella di depoliticizzare la realtà.
Baldwin diceva — e questo c’interessa anche cinematograficamente — le persone non hanno voglia di vedere sullo schermo una riproduzione troppo reale della realtà: ne hanno abbastanza, di realtà, con cui fare i conti. Questo le porta a creare realtà “ideali”, immagini di se stessi che non corrispondono — mai potranno corrispondere — con la realtà vera. C’è una perpetrazione della fantasia. La famiglia felice, lo steccato bianco, i figli al sicuro, il frigo sempre pieno, sono un mito americano che raramente trova riscontro effettivo nella realtà. E dice acutamente James, “We are trapped between what we are and what we want to be, and what we will never be”.

Mi si sono impresse a fuoco nella mente, certe parole lette divinamente da Samuel L. Jackson. “Dobbiamo forgiare una nuova identità dove gli uni abbiamo bisogno degli altri, altrimenti non esiste alcun sogno americano”. Se pensiamo alle spinte divisioniste di cui i discorsi di Trump e company sono imbevuti, l’esortazione di Baldwin sembra sempre più lontana… E il film si conclude con un gran peso che Baldwin schiaccia sulle spalle di noi bianchi.
“White is a metaphor for power and it is simply a way for describing Chase Manhattan Bank…. What white people have to do, is try and find out in their own hearts why it was necessary to have a nigger in the first place because I’m not a nigger. I’m a man, but if you think I’m a nigger, it means you need it,” Baldwin says. “If I’m not a nigger here and you invented him — you, the white people, invented him — then you’ve got to find out why. And the future of the country depends on that, whether or not it’s able to ask that question.”

Sono uscita dalla sala stordita, come quando ti caricano addosso un fardello troppo pesante e le gambe cedono. Le gambe non sono le gambe, sono il vuoto delle tesi che ci mancano per articolare una qualsiasi “difesa” verso quello che Baldwin ci sta dicendo. Ha ragione. E’ il bianco che ha inventato il nero, è una sua costruzione. Il nero è un uomo prima di essere un nero, allora perché i bianchi hanno avuto bisogno di vedere la blackness e perseguitarla? Sì Baldwin ha ragione, e sì, le gambe cedono, il pensiero non regge.
Come facciamo, noi bianchi, a uscire da questa colpa?
In sala c’erano bianchi e neri. Ho guardato il film con un’amica — bianca. Al termine, fuori nella hall, io e il mio fiume in piena di impressioni che conoscete bene. Lei timorosa di pronunciare persino le parole “blacks” e “whites”, lo sguardo guardingo, come se qualcuno potesse sentirla pronunciarle, quelle sue parole, “neri” e “bianchi”…
Come faremo a uscire dalle sabbie mobili dell’eccesso sclerotizzante della correttezza politica, e il razzismo duro e puro che vive incontrastato nell’out-there?
Come ne usciamo?

Vi lascio con questa domanda. E come avete visto, sto proponendo film black, e sostengo film black non solo perché tifo per “Moonlight” e “I am not your Negro” ai prossimi Oscar, ma perché qui, sin dal 1976, in febbraio si “festeggia” il Black History Month, il Mese della Storia dei Neri, e ci sono tutta una serie di iniziative vòlte a ricordare, e far parlare e riflettere riguardo la storia black in questo paese — il mese si festeggia anche in Canada e nel Regno Unito. Ovviamente non ne sapevo nulla prima di venire qui.
Ovviamente la mia ignoranza non ha limiti.

Per cui ora, cari Moviers, continuo a ragionare su quanto sopra, e spero che un pochino lo facciate anche voi. In Italia la questione nera è completamente diversa. Pensavo che in Italia fosse spinosa. Ma ora capisco che le spine, quelle vere, sono tutte qui.
E a New York City siamo a New York City. Non a Selma o a Talullah, Louisiana…altroché spine, lì…

Naturalmente ho aggiornato il Frunyc. 🙂
naturalmente vi ringrazio, e naturalmente i saluti, stasera, non potrebbero essere che finanziariamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se volete favorire un articolo sulla sostenibilità nelle concerie italiane (!), vedete un po’ di cosa si può scrivere, oltreché di cine… http://www.lavocedinewyork.com/lifestyles/fashion/2017/02/16/leather-leaders-allied-to-disrupt-sustainability/

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LET’S MOVIE 230 – propone GEMMA BOVERY e commenta HUNGRY HEARTS

LET’S MOVIE 230 – propone GEMMA BOVERY e commenta HUNGRY HEARTS

GEMMA BOVERY
di Anne Fointaine
Francia, 2015, ’99
Lunedì 2/ Monday 2
21:15 / 9:15 pm
Astra/Dal Mastro

 

Mother Moviers and Food Fellows,

Ci può essere voce al mondo meno autorevole della mia per parlare di due argomenti che occupano l’Italia da Bolzano in giù da molto tempo prima che la Carrà prendesse queste coordinate e ci facesse un tormentone? Maternità e cibo, i due argomenti.
La risposta è no, non c’è voce meno autorevole. Chi mi conosce sa, e chi non mi conosce, mi evita. 🙂 Ma Let’s Movie mi concede la favella. Dunque io che favo, ehm, faccio? Favello. A prescindere dagli argomenti, le inclinazioni personali, alimentari, parentali, e tutto quello che vi viene in mente là nei dintorni.
Cominciamo col dire che dopo due settimane di svendite siamo ritornati a pagamento. Thanks GoLd, perché questo si riflette nella qualità del prodotto. E guardate, dopo l’inqualificabile commedia francese di martedì, “Nessuno sposi le mie figlie”, ho capito che l’aggratis attirerà anche il pubblico, riempirà anche le sale, ma è ad altissimo rischio fregatura. Le cine-svendite sono come gli svuotatutto ai grandi magazzini: per un Euro ti porti a casa un microonde di ultima generazione, ma poi arrivi a casa e scopri che è una scatola di cartone con le manopole incollate sopra.
Pertanto lunedì dal Mastro c’erano gli unici due Fellows dotati di potere d’acquisto, il D-Bridge e l’Onassis Jr, il che è molto paradossale ―quindi molto da Moviers― se considerate il fatto che sono stati proprio loro due a segnalarmi le cine-promozioni sin qui sperimentate. Insomma, siamo davanti ai classici milionari che fanno la spesa all’Eurospin. 🙂 🙂

“Hungry Hearts” è la storia di una distorsione, che diventa ossessione. Mina è un’italiana che lavora all’ambasciata di New York. Incontra Jude, ingegnere. I due si piacciono. Amabili lotte a letto. Oops. Test di gravidanza. Matrimonio. 9 mesi. Pargolo.
E fin qui, tutto rosa e fiori.
La nascita del figlio infrange il quadretto d’amore in cui i due erano gli unici protagonisti. Mina comincia ad adottare uno stile di vita 100% taleban-bio ― sapete no, del tipo serra in terrazzo, indumenti color mal di pancia, pranzi a base di strane radici/oli/semi. E si convince che il piccolo debba essere protetto il più possibile dal mondo, che il mondo, con il suo inquinamento e i suoi cibi avvelenati, potrebbero nuocergli gravemente alla salute peggio delle Marlboro.
Di seguito le conseguenze pratiche di questa visione apocalittica: Mina tiene il bambino segregato in casa e lontano da ogni individuo (ogni individuo corrisponde a un grosso portatore malsano di microbaglia); rifiuta di alimentarlo con cibi provenienti da “là fuori”, gli impone una dieta ferrea a base di muschi&licheni coltivati nella famosa serra sul terrazzo impedendogli di crescere, e, aggiungerei, lo veste con degli indumenti color mal di pancia ― ma questo, concordo, è il minore dei mali.
Jude, capirete, si ritrova non solo a gestire una nuova creatura, ma pure il cambiamento della donna che ama. I due finiscono per cozzare l’uno contro l’altra e a schizzare in direzioni diametralmente opposte: lei sempre più immersa nel suo regime integralista verso la purificazione estrema e la chiusura totale verso gli altri, lui via via più convinto che i comportamenti di Mina verso il figlio, per quanto dettati da un amore infinito, gli saranno fatali.
Bel quadro, eh.
Il paradosso di questa storia è che lui ama lei, lei ama lui, loro amano il figlio, eppure ne viene fuori una tragedia da pagine epiche.
L’obbiettivo di Costanzo, il regista non l’altro, punta su una zona in cui non tanti obbiettivi puntano. Rendersi conto che un amore può pervertirsi in un’entità aliena del tutto imprevista che trasforma una madre, veicolo d’amore per eccellenza, nel potenziale killer del proprio oggetto d’amore, non è esattamente la storia che si racconta al cinema. Soprattutto al cinema non si raccontano molte storie di maternità abortite “in presentia infantis” ―latino gratis per tutti.
Nella cultura mediterranea soprattutto, la madre è messa in discussione molto poco. Si tende a non mostrare madri che sviluppano dei rapporti malati con il reale dopo la nascita del figlio, forse per timore di emulazione. Ma se la pensiamo così, allora non mostriamo più nulla: siamo un mondo di potenziali emulanti, noi. La giustificazione non tiene. Forse ―e questa tiene― perché si innesca una sorta di censura. Raccontare una madre-medea, per quanto una medea spinta da nobili ragioni ―Mina, in fondo, vuole il bene del bambino― è ancora un azzardo in Italia.
So che sono stati girati dei film sulla sindrome post-parto e sulla depressione, ma sono rimasti nell’ombra, purtroppo. Anche ragionare sull’ossessione verso forme alternative di concepire la nutrizione, la privazione di alimentazione come forma di purificazione, e il terrorre nei confronti del mondo quale portatore di calamità sono argomenti tabù. C’è un film assai angosciante però, che vidi qualche tempo fa ―ve lo consiglio SOLO se siete in mood pro-angoscia― e che è molto vicino ad “Hungry Hearts” nell’idea di soggetto che si sente braccato dal mondo. Si tratta di “Safe” (1995), con la nostra amata ―e mai scordata!― Julianne Moore, in cui il regista Tod Haynes immagina una donna che sviluppa una sorta di allergia al ventesimo secolo e finisce per isolarsi in una comunità asettica per scampare a qualsiasi contatto con l’umano… Angoscia, ve lo dissi…
Tornando ad “Hungry Hearts”, non c’è nulla di anormale nell’amore di Mina per il figlio. Quello che c’è di anormale è il linguaggio con cui lei esprime questo sentimento ―un linguaggio che è convinta dica il bene del figlio.
Questo punto di vista distorto porta il regista ad adottare delle scelte stilistiche che lo riflettano nel girato. Dal momento in cui Mina comincia a discendere la china del vegano-talebano, e Jude a subire la di lei capitolazione, la macchina da presa si attacca ai personaggi in maniera asfissiante, e restituisce allo spettatore prospettive quantomai insolite. Primissimi piani, inquadrature dall’alto, oppure di sbieco, come per sottolineare che la linearità della forma, in un universo famigliare malato, non è possibile. Il nostro occhio vede la perversione dell’occhio della protagonista sulla realtà. Questo, da patita dello stile, mi ha mandato abbastanza in solluchero.
Tra i “pro” del film includo anche il tentativo di aprire una porta su delle nuove tendenze che hanno preso piede negli ultimi decenni e su cui non si riflette. Gli integralisti dell’alimentazione bio, per esempio: Mina spinge all’estremo una dieta “alternativa” non rendendosi conto che questo fa del male al figlio e a se stessa. Certo i vegani non saranno rimasti entusiasti del film: si corre il rischio di confonderli con la protagonista, e non è proprio così. Mina combina più sindromi in sé, e questo rende il suo personaggio ben aldilà della line del border: un essere che non mi sento di giudicare, ma di comprendere, nel labirinto di vicoli ciechi intrapsichici in cui si è smarrito.
Credo che l’intento di Costanzo fosse quello di rimanere il più neutrale possibile, il più super partes possibile. Eppure alla fine ti viene la voglia di parteggiare per Jude, e la tentazione di dire “è una pazza scatenata quella, get that baby away from her”, quindi non so se il suo scopo d’imparzialità sia stato pienamente raggiunto.
Quello che forse mi lascia perplessa, nel film, è la mancanza di certe informazioni che ci avrebbe fatto piacere conoscere. Sappiamo pochissimo dei personaggi. Chi sono veramente? Cosa c’è nel passato di Mina? Da dove nasce questa ossessione per il mondo esterno? …Sarà che sono una bertuccia di natura e per cultura…
E poi un altro punto, che è saltato fuori parlandone con il Mastro a fine proiezione. Perché questo film è stato girato in America? C’era così bisogno di New York, che rimane opaca come non mai, sullo sfondo? Non sarebbe bastata qualsiasi città, o periferia urbana, italiana? E poi perché Adam Driver? Non c’erano attori italiani all’altezza? L’esportabilità, Board, il respiro internazionale… Ok, ho capito l’antifona, but still…
La Rohrwacher sempre brava, per carità, ma mi chiedo se non rischierà di rimanere intrappolata nel profilo della complessata-logorata-altrimenti-detta-pazza che ha interpretato in questi anni. Magari il suo agente può raccattarle un ruolo più comico, tipo quello in “Il comandante e la cicogna”, giusto per evitarle un futuro tra En e Xanax, a ‘sta benedetta ragazza…
E chiudiamo in musica… Costanzo si riconferma un nostalgico per le hits anni ’80. Se “La solitudine dei numeri primi” aveva recuperato questo gioiello dal passato, https://www.youtube.com/watch?v=EPOIS5taqA8, “Hungry Hearts” saccheggia “Flash Dance”, https://www.youtube.com/watch?v=ILWSp0m9G2U, per la gioia di tutti… 🙂

Questa settimana facciamo i post-modernisti con

GEMMA BOVERY
di Anne Fointaine

Un amore di rivisitazione di un capolavoro letterario supremo che inferite facilmente dal titolo ― lo inferite vero? Flaubert… (Ricordo, soprattutto al Fellow Big, che era un grande scrittore molto ma molto tempo prima che diventasse un fucile… :-))
Se averlo definito “un amore” non vi basta, eccovi altri 3 motivi per venire a vedere il film:

1. Dimostrare al Mastro che ora ho presente chi sia Luchini (l’attore protagonista) e promettere che mai lo scorderò. 🙂 Luchini aveva fatto da protagonista a “Molière in bicicletta”, un’altra commedia raffinatissima che giocava sul drammaturgo francese e gli attori che lo interpretavano.
2. Testare il livello di postmodernismo di cui s’è accenato in precedenza: a noi, ‘sti esperimenti che prendono un classico come spunto e ci lavorano sopra con esiti del tutto inaspettati, piacciono sempre un casinoroyale
3. Risollevare la cinematografia francese dopo aver visto “Nessuno sposi le mie figlie”, che spero rappresenti la cinematografia francese come “Alex l’ariete” rappresenta quella italiana.

Ho tuttavia un’altra segnalazione golosa per la settimana.
Visto che si fa un gran parlare di effetti speciali, m’intriga “ADDICTED TO LIFE” di Thierry Donard, un film che di speciali ha “solo” le capacità e le teste matte di questi skiers/surfers/kiters/snowborders/skaters/bikers/riders alle prese con imprese ai limiti dell’umano in contesti mozzafiato (Alpi, deserti, Polinesia, ecc). Forse sarebbe il momento di tornare a considerare la natura come generatrice di special effects e valida alternativa alle cucine tecnologiche che sfornano ogni giorno trucchi nuovi sulle realtà 3 D o 4 D o quinta effe…
Anyway.. Il film verrà trasmesso one-shot, ovvero una botta e via, ovvero in data unica, mercoledì alle ore 21:00 allo Smelly Modena.
Io credo proprio che non lo perderò… 😉

Ed eccomi in fondo… Fin qui mi sembra di essermi contenuta/trattenuta/uta, ma se vi va d’incontrare la furia che alberga in me e reagisce ai film scontati come la nitro con la glicerina, fate un giretto nel Maelstrom…e good luck…
Riassunto in clima di bovarismo e saluti, quest’oggi, bitematicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non so se a voi capita mai di ritrovarvi in una situazione in cui sentite il prurito alle mani, e le tarantole nelle gambe e il piede comincia a ballare e stare fermi vi risulta come una specie di tortura da Santa Inquisizione. Io mi sono ritrovata in quello stato davanti a “Nessuno sposi le mie figlie“, la presunta commedia del regista di “Quasi amici”, che di “Quasi amici” ha solo le virgolette con cui incornicio il titolo.
Banale, scontato, cheap, prevedibile, imbarazzante, vacanzedinatale…vado avanti?
Ho addirittura commesso un atto che il Codice Lezmuviano punisce severamente: ho sbirciato l’ora sul cellulare durante la visione…  Jamais on en fait ce ca! Jamais!
Alla fine i poveri Moviers presenti hanno fatto le spese della mia debordante insofferenza, e vogliano scusarmi… Ma io davanti alle copie delle copie delle copie di commedie banali, scontate, cheap, prevedibili, imbarazzanti, vacanzedinatale, sono la nitro quando incontra la glicerina.
Buuum Board! 🙂

GEMMA BOVERY: Martin è un parigino bohémien riciclatosi, più o meno volontariamente, come panettiere in un paesino della Normandia. Delle sue ambizioni di gioventù gli rimane una fervida immaginazione e una passione mai sopita per la grande letteratura, in particolare per le opere di Gustave Flaubert. Questa passione si risveglia quando una coppia di inglesi, dai nomi curiosamente familiari, si trasferisce in un rustico nelle vicinanze. I nuovi arrivati si chiamano Gemma e Charles Bovery, e persino i loro comportamenti sembrano imitare gli eroi di “Madame Bovary”.

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LET’S MOVIE 217 – propone IL GIOVANE FAVOLOSO e commenta CLASS ENEMY

LET’S MOVIE 217 – propone IL GIOVANE FAVOLOSO e commenta CLASS ENEMY

IL GIOVANE FAVOLOSO
di Mario Martone
Italia, 2014, ‘137
Lunedì 20/Monday 20
21:15 / 9:15 pm
Astra/Dal Mastro

 

Marketing Moviers,

Siccome un paio di Moviers mascalzonilatini martedì hanno sottolineato la mancanza di spiegazioni chiare fresche et dolci riguardo la Let’s Movie Card, impiego quest’incipit per purificare le acque. 🙂
Dunque voi vi presentate al Cinema Astra e io vedo, vi saluto, e dopo un po’ di chiacchiere urlate in simpatia come d’ordinanza, vi sgancio la Lez Muvi Card, che vi chiedo di conservare con cura tra la carta di credito e il bancomat ― priority to valuable first. 🙂
Con la LM Card avete diritto all’acquisto del biglietto scontato (Euri 6,50) o dell’abbonamento scontato, opzione, questa, che io incoraggio: 50 Euri per 10 ingressi ―la matematica la conoscete meglio voi di me, infatti avrei dovuto dire 50 Euri diviso 10 ingressi, ma Riemann perdonerà…. Insomma con questa seconda opzione il risparmio è maggiore e siete più incentivati a venire al cine. È un po’ come con la palestra: se fate l’abbonamento siete costretti ad andarci. Col cine è uguale, solo che il fun non c’entra niente con il fit ― è solo solissimamente FUN, meglio di così?!
Quindi esorto i Moviers junior (ossia quelli registratisi da poco e quelli che non si presentano al cine, che non diremo essere la stragrande maggioranza, ma che SONO la stragrande maggioranza) e i Moviers senior ancora sprovvisti di Card, di presentarsi al prossimo Let’s Movie, e dirmi “Board, sgancia la Lez Muvi Card, s’il te plait” (se siete franco-fobici va bene anche “please” :-)).
L’angolo promozionale si conclude qui, e io finalmente imbocco la retta che pregusto ogni volta che mi avvicino al pippone settimanale.

I due mascalzonilatini in questione erano il Fellow the (C)andy e il Fellow Onassis Jr che, insieme al ben più mite&mild Fellow Felix, aspettavano sulle panchine fuori dall’Astra l’inizio del film. A noi quattro ―apprezzate l’understatement nel rimuovere “fantastici”― si aggiunge, a luci già spente e titoli di testa già avviati la Fellow Vanilla ―giustamente in ritardo perché tarata ancora sul fuso polinesiano 😉

“Class Enemy” è uno di quei film dove la tua coscienza è in piedi tutto il tempo. Ogni volta che è lì lì per sedersi, track, salta fuori qualcosa che la fa scattare sull’attenti e vagare per la stanza in cerca di una nuova posizione da prendere.
Inutile (riba)dire quanto questa tipologia di film sia quella che preferisco. Lasciamo la sedentarietà alla vita quotidiana ―sempre che la si voglia sedentaria― ma al cine, please, dateci una dose massiccia di anfetamine in forma d’immagini.
Sarà capitato anche a voi, non di avere una musica in testa, ma un prof di quelli che fanno tremare i banchi e i polsi quando entrano in classe. Io ne ho avute un paio ―entrambe donne, entrambe megere― e solo ora, vent’anni dopo tutte le tremarelle tremate capisco il significato esercitato dalla loro presenza nella mia vita. All’epoca, quando il terrore era tale da farmi ammalare (God!), no, non capivo. E questo, è un po’ quello che succede alla quarta di un liceo sloveno (o slovacco, as you prefer) dei nostri giorni. A metà anno scolastico il lupo cattivo prof Zupas rimpiazza Cappuccetto Rosso, anzi Rottkapchen, anzi Hello Kitty, la prof di tedesco buonabuona bravabrava incintaincinta. I loro modi sono completamente diversi. La loro lingua è completamente diversa. Il prof parla solo in tedesco in classe e questa scelta ―oltre ad essere didatticamente condivisa da un certo Board 😉 ― ha un grosso significato metaforico in sé. Un docente ti parla in un’altra lingua, ti insegna un nuovo strumento per comprendere la realtà. Questo strumento ti richiede impegno e lavoro per essere capito  e padroneggiato, ma questo è il mestiere dello studente: andare a scuola e capire. Il prof Zupas mi correggere qui ―Fruner, du hast nicht richtig gesagt! Infatti. Il Prof Zupas dice “essere uno studente non è un diritto, è un privilegio”. Riflettiamo un pochino su questo… Quando hai 15 anni pensi che la scuola sia la più grande maledizione che il cielo poteva farti cadere in testa, con le interrogazioni e le megere che tuoneggiano dietro le cattedre e le schiene scoliotiche che ti ritrovi e i capelli sempre sbagliati e la sensazione di non essere mai quello che gli altri invece sono (mai più teenager mai più in my life). Quando però cresci, il senno di poi ti aiuta a comprendere quanto hai imparato su quei banchi ―insieme alle inutilità tipo il numero di avogadro, che ancora mina i miei sogni. Se magari si ricordasse ai teenager che andare a scuola PUO’ essere visto come un privilegio, nell’ottica poi di quello che li aspetta qua fuori, forse i teenager crescerebbero un po’ più preparati.
L’arrivo del temibile Zupas non è l’unico evento che scuote la classe. Un giorno Sabine, studentessa che risponde al fenotipo “adolescente emo (=ipersensibile, mi tiro le maniche sui polsi), introversa, taciturna, con doti artistiche (suona il piano)” si suicida ― questo fatto mi ricorda un altro bel film, “Monsieur Lazare”, in cui a suicidarsi, era l’amata prof.
L’evento spezza l’equilibrio precarissimo su cui la classe si stava dirigendo verso la fine dell’anno scolastico. Nell’ante ―ovvero la porzione di film pre-suicidio― abbiamo avuto modo prendere dimestichezza con il territorio accidentato delle personalità eterogenee di studenti e docenti. Nel post ―ovvero la porzione di film dopo il suicidio― dobbiamo rapportarci al caos che questi territori subiscono. I ragazzi hanno bisogno di trovare a tutti i costi un responsabile: non fatemi fare l’Andreolli della situazione, tutti sappiamo quanto una morte abbia bisogno, per essere elaborata, di una spiegazione quanto più logica possibile, quando essa manca, come nel suicidio, siamo portati a fabbricarcene una a tutti i costi. E chi meglio del temibile prof Zupas, che parla solo in tedesco, che non ha pietà, continua col programma imperterrito invece di piangere sulla morte di Sabine, che è insensibile anzi è un nazista, sì, è proprio un nazista? Chi meglio di lui come “nemico della classe”? E il film, in questa caccia alle streghe che si sviluppa, è in tutto e per tutto simile a un altro gioiellino che consiglio caldissimamente, “Il sospetto” di Thomas Vinterberg (non a caso premio miglior interpretazione maschile a Mads Mikkelsen al Festival di Cannes 2012). Intorno all’altro da sé ―più altro da sé di uno che si rifiuta di parlare la tua lingua e ti tratta da adulto cosa c’è?― viene montato tutto un sospetto che porta gli studenti a credere che Zupas abbia in qualche modo portato la ragazza al suicidio dopo un colloquio in cui lui è stato verosimilmente molto duro con lei, ma verosimilmente anche molto incoraggiante nell’assecondare il talento da musicista ―tra le poche parole distillate dal prof., eccole, scintillanti “Suonare il piano, lo fai bene. Devi continuare a farlo”. E’ molto intelligente, il regista: sposta quell’alone di responsabilità che gli studenti fanno gravare su Zupas, da personaggio a personaggio in modo da mostrarne gli effetti ai singoli personaggi, che sentono sulla propria pelle cosa significa essere lo Zupas di turno: i genitori, la migliore amica, il compagno di classe che la prendeva in giro. Tutti si ritrovano colpevoli: sgradevolmente mirabile la scena in cui Taddeus, lo sbruffoncello che prendeva in giro Sabine, sentendo per un attimo la lettera scarlatta cucita sul petto, corre in bagno e vomita.
In realtà la colpa è di tutti e di nessuno. E la lettera che la migliore amica della ragazza le scrive in forma di tema è un piccolo saggio sul suicidio che mi piacerebbe rileggere da qualche parte. Il nocciolo è: Sabine, sono arrabbiata con te perché uccidendoti hai pensato solo a te stessa, mentre noi dobbiamo vivere tutto questo dolore che ci hai lasciato. E pur odiandoti, la prima cosa che farei ora è abbracciarti…
La ribellione degli studenti architettata dal regista altri non è che un esempio in chiave scolastica del malcontento sociale in chiave globale, dove ogni scusa sembra buona per imbracciare le armi e scagliarsi contro il sistema, anche quando, per una volta, non c’entra. Qui il sistema è impersonato dal prof Zupas, e vediamo chiaramente ―perché abbiamo modo di vederlo lavorare e di sentirlo parlare― che Zupas non è il vero problema. Forse lui applica troppo alla lettera le regole, e la sua irreprensibilità appare troppo stonata in un mondo accordato all’eccessiva accondiscendenza di certi genitori o docenti, che più che comportarsi da genitori o docenti, si comportano da avvocati difensori dei ragazzi. Il fatto è che, alla lunga, la negazione di qualsiasi forma di autorità, non fa un servizio a questi ragazzi e alla vita che dovranno affrontare. Mentre Zupas, con il suo eis-zwei-Polizei vorrebe mostrare loro che nulla è black or white (a parte la hit di Michael Jackson) e alla fin fine, se gli avessero lasciato il tempo di concludere l’anno scolastico, avrebbero capito che tutto questo, i suoi metodi, la sua filosofia del werk-werk-werk, il suo approccio “das Leben geht weiter” nei riguardi del lutto, era solo ed unicamente per il loro bene. Invece il film si conclude su una nave che porta questi studenti lontano, verso una molle meta (la Grecia), dietro di loro, una scia di problemi che un viaggio verso una molle meta non cancellerà…
C’è una frase emblematica in questo film, pronunciata dalla Preside del liceo, riferendosi ai ragazzi. “Prima loro temevano noi, ora noi temiamo loro”.
La mia domanda è, come annullare la paura su entrambi i versanti? Di modo che non ci siano più sarefruner tremebonde davanti a due megere, né Professori Zupas troppo Zupas scacciati dalla scuola perché facevano il loro dovere e lo facevano in una maniera altra rispetto alle Hello Kitty e al docentame sotto scacco ai teenager oppressori? Ci pensate un po’ su anche voi, bitte??

Comunque la parte più fun del Lez Muvi è stata la mezz’ora di botte da orbi che ci siamo scambiati noi Moviers all’uscita del film :-), tanto che il circondario che circondaria l’Astra era pronto a chiamare la buoncostume, e il Mastro pronto con l’attenuante “No guardate, son Moviers, son dei matti, ma innocui, e pure un po’ meravigliosi…” 🙂 Il Fellow Onassis Jr non ha molto gradito “Class Enemy” ― diciamo che l’ha utilizzato come poggiatesta per un bel beauty sleep 😉 Ma il più agguerrito di tutti, persino del peso massimo The Board, è stato il peso piuma Andy the Candy che ne aveva per tutti, soprattutto i poveri Tom Ford e Ivano de Matteo rei di aver girato “A Single Man” e “I nostri ragazzi”… La prognosi dei due malcapitati è ancora riservata… 🙂
Io ADORO i miei Moviers sopra ogni cosa quando si fa questo tipo di baruffa! 😉

E ora, eccolo, FINALMENTE

IL GIOVANE FAVOLOSO
di Mario Martone

Ho già tessuto troppe aspettative ―le lodi sono qui pronte nel cestino― quindi non voglio/posso aggiungere altro. Siate clementi con la mia tendenza all’illusionismo, che non è l’arte magica, è il ricamare troppi arazzi sopra una parete di cartapesta…

Tipo “Pasolini“… Mi è capitato di vederlo all’interno della rassegna LGBT, lo scorso mercoledì. Non voglio dilungarmi (anche) su questo film, ma speravo in qualcosa di meglio. Molto compiaciuto e freddo dove avrebbe dovuto scaldare e gratuitamente bollente in scene esplicite assolutamente inutili, è un film che, secondo me, non sa bene dove voglia andare a parare, né scegliere il linguaggio per dirlo. E la scusa che Abel Ferrara è comunque Abel Ferrara e qualsiasi cosa giri è “un’opera d’arte” per la sua carica “visionaria”, a me non pare che questo, una scusa…

E ora, dopo aver demolito un mostro sacro del cinema con la sola imposizione di quattro righe, mi appresto giuliva a liberarvi dalla mia presenza che anche questa domenica, come ogni domenica dal cine-giurassico in avanti, si è frapposta tra voi e il mondo di cose che dovete fare…. Comunque sappiate che Dingen konnen warten ―sì, mi sono intrippata per il tedesco… 🙂
Riassunto, ahimé, in calce ―sogno un mondo libero dai riassunti― Movie Maelstrom assai sostanzioso prima della calce, ringraziamenti a pioggia e saluti, stasera, promozionalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Domenica scorsa, dal gran Mastro, abbiamo avuto il piacere di ospitare ― e presentare! 🙂 ― Gabriele del Grande, uno dei tre registi di “Io sto con la sposa”, il primo film italiano realizzato  grazie al contributo di 2617 sostenitori dal basso.
Io, che nella mia vita nine-to-five ho un pochino a che fare con l’innovazione, l’ho trovato un esempio felice del “fare innovazione”, fenomeno al quale molto spesso si preferisce il “parlare innovazione” ―ovvero il fuffare e il suo fumo― dai riscontri pratici difficilmente misurabili.
Il docu-film docu-filma un temerario atto di disobbedienza civile che mi fa ha fatto guardare Gabriele fra il meravigliato e l’orgoglioso. Tasnim dovrebbe essere una sposa siriana che parte da Milano insieme al suo corteo nuziale alla volta della Svezia. Però in realtà Tasnim non si è sposata e non è siriana, il suo non è un corte nuziale e il tutto è una messinscena organizzata da un gruppo di attivisti tra cui i tre registi del film, per consentire ad alcuni profughi siriani VERI di superare le frontiere dell’Europa “libera”, e permettere loro di raggiungere la Svezia, dove i profughi in asilo politico sono trattati da cristiani ―ooops ma lo posso dire?? 🙂
Il docu-film (difficile definirlo, è più di un documentario e non proprio un film, insomma, un bell’ibrido che staziona sul confine) racconta una storia di collaborazione trasfrontaliera: un gruppo di gente “del Mediterraneo” si mette insieme e riesce in un’impresa (illegale!) che ha dell’incredibile, ossia attraversare delle frontiere che in realtà, scopriamo, esistono solo sulla carta, e nelle cassettiere della burocrazia europea: nessun confine, nessun posto di blocco, durante il viaggio, hanno fermato il finto corteo ―per fortuna!― dimostrando che loro, i confini, non sono altro che linee immaginarie tracciate dalla geopolitica, ma che la solidarietà e lo spirito di cooperazione non conoscono nazionalità né leggi né dogane.
Bravi bravi bravi ai registi e alla loro coscienza, che li ha spinti a preferire l’eticamente giusto al legalmente ingiusto…

IL GIOVANE FAVOLOSO: Leopardi è un bambino prodigio che cresce sotto lo sguardo implacabile del padre, in una casa che è una biblioteca. La mente di Giacomo spazia, ma la casa è una prigione: legge di tutto, ma l’universo è fuori. In Europa il mondo cambia, scoppiano le rivoluzioni e Giacomo cerca disperatamente contatti con l’esterno. A 24 anni lascia finalmente Recanati. L’alta società Italiana gli apre le porte ma il nostro ribelle non si adatta.

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Let’s Movie CLXX

Let’s Movie CLXX

IL GRANDE GATSBY
di Baz Luhrman
Australia, 2013, 120’
Martedì 28/Tuesday 28
21:00/9:00 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria

L’INDUSTRIALE
di Giuliano Montaldo
Italia, 2011, 94′
Giovedi’ 30/Thursday 30
20:30/8:30 pm
Astra/Dal Mastro
Ingresso gratuito/Free entry

Filosof(eggi)anti Fellows,

Grazie a degli incroci che reificano l’ordinario e lo rendono straordinario, m’è capitato in questi giorni di ripercorrermi certa filosofia esistenzialista, che poi mi è servita anche a puntellare il discorso su “Confessions”, sotto la cui mole spero non sia rimasto schiacciato nessuno di voi ―per quanto il dubbio permanga. Sono felice di aver sfogliato quelle pagine perché “La grande bellezza” è un film profondamente esistenzialista…
Ma prima di passare alle vivisezioni, sempre per il sommo orrore del neo iscritto alla LAV, il Sergente Fed FFF :-), fatemi aggiungere che leggere filosofia non esclude testare altre discipline molto meno Abbagnano e molto più Abbagnale, tipo il dragon-boat, realtà sportiva che ha spalancato un mondo canottifero a cui vorrei introdurvi tutti, my Moviers, tanta è la soddisfazione in termini di sforzo collettivo che riserva. Ma di questo, del dragon-boating e delle porte della navigazione che mi si sono spalancate, non disquisiremo qui. Questo è il regno del sogno ― la pagaia la lasciamo su altri lidi.
Comincio col dire che l’uscita del film di Sorrentino in contemporanea con la proiezione al Festival di Cannes ha assicurato quella simultaneità che a mio parere fa bene al film e alla riflessione che esso solleva ―si crea un Discorso attorno alla pellicola, e ogni luogo, virtuale o meno, sito web o tabaccaio, diventa arena per (sentir) parlare dell’opera. Ricordo lo scorso anno, la gioia per la vittoria del Grand Prix de la Jurie di “Reality” di Garrone, e l’impazienza di dover aspettare fino a settembre per vederlo… Pasteggiando insieme alla Croisette con “La grande bellezza” s’è partecipato a un banchetto collettivo internazionale.
Martedì hanno risposto al richiamo di Let’s Movie: la Fellow Chocolate, e qui allestisco un palchetto, schiarisco la voce e infilo un intermezzo “Ode-to-Chocolate” perché: non solo mi confessa di leggere i miei pippponi (giappo e non) tutte le settimane (tutte!), non solo mi confessa di guardarsi in altri giorni i film che guardiamo a Let’s Movie (prometto di escogitare qualcosa armeggiando con l’ubiquità e del nastro isolante, per risolvere la questione del “trovarsi”: siamo tutti troppo DILANIATI dagli impegni), ma confessa altresì di essere rimasta flashata-fulminata-folgorata (più tutto quello che di elettrico vi viene in mente) da “Confessions”! E questo si assomma ai mille-motivi-Moviers per cui vedere questo film. 🙂
My Fellow Chocolate, spero che questo intermezzo abbia espresso l’ammirazione che sentiamo nei tuoi confronti, e prometto di continuare ad ingegnarmi per risolvere gli errori di sistema dello spazio-tempo… Il WG Mat ― temevo fino all’ultimo che le colline di Trentorising non lo rilasciassero in tempo, invece per una volta lo rilasciarono, permettendogli addirittura di presentarsi cenato e gelatato. Il già citato Sergente Fed FFF ― da quando ha risvegliato la moto dal letargo invernale, può uscire dall’ufficio 4 minuti prima, sfidare le leggi del traffico e battere il Board nella specialità “The Latest The Coolest”, in cui il Board un tempo, ricorderete, eccelleva. Specialità che per altro ha trovato un altro fuoriclasse nel Fellow D-Bridge, giunto in sala quando il Mastro aveva già spento le luci, gettandoci laggiù al termine della notte…
…E il film parte proprio da lì, da “Le voyage au bout de la nuit” di Céline, con la citazione poco confortante “Il viaggio (sia fisico che mentale) è l’unica cosa che conta, tutto il resto è delusione e fatica”. Le parole amare della citazione si sono appena dissolte e bum, un colpo di cannone, bellico e circense, fa esplodere il film. E dopo di quello, dopo Céline e il cannone, un coro lirico di voci angeliche e suore ― suore che saltabeccheranno poi per tutto il film, una presenza tormentante che parla di un cattolicesimo pervasivo ma nella sua forma forse più bella. E contro l’avvio lirico e aulico, ecco che irrompe il mondo, anzi il mondano, della Roma per una volta non ladrona ma cafona. Quella delle discoteche super trendy piena di vip vuoti, che non mancano l’occasione di notare che il loro scrittore preferito è Proust, assieme a Nicola Ammanniti (tutto il rispetto per Nicola, ma Marcel è Marcel)…Irrompe il chiasso, tanto uditivo quanto visivo, e aggiungerei olfattivo. Perché par di sentirlo, il tanfo di sudore e profumi costosi, di quei corpi umani che si scatenano in un ballo ora selvaggio ora regolamentato dai trenini e dai balletti di gruppo ben interiorizzati dopo stagioni di trasmissioni televisive e villaggi vacanza. È poderoso, Moviers, il quarto d’ora iniziale: la fauna umana, opulenta e villana, decadente e disperata (nel senso di “senza speranza”, hopeless) della Roma patrizia che si mostra, che è, in fin dei conti, profondamente plebea. E su tutti spicca lui, il protagonista, l’eroe che non è nemmeno più un anti-eroe, ma un non-eroe, Jep Gambardella, giornalista sessantacinquenne con un unico successo letterario alle spalle seguito poi da tanta, tantissima fuffa, anni trascorsi in feste dove il lusso si mescola inevitabilmente con il trash, con la bassezza, tra starlette, parvenu, tycoon, poeti e aritsti che non lo sono e che ripetono cose già dette da altri prima di loro (come l’artista che fa la Gina Pane della situazione e si schianta volontariamente contro un muro), giovani ricchi depressi, vecchi ricchi che lottano contro il tempo (vedasi la scena del pellegrinaggio al rivenditore di botox, un guru dall’aspetto pappalardo che somministra iniezioni a peso d’oro in una stanza di ori e broccati), nobiltà decaduta che reinventa se stessa dandosi a noleggio al miglior offerente, intellettuali emancipate “che hanno fatto la rivoluzione” con tre babysitter e un maggiordomo nella villa di famiglia, veline con la puzza ―nonché la coca― sotto il naso, drammaturghi nostalgici e invaghiti di veline con la puzza ―nonché la coca― sotto il naso. E poi suore, sempre loro, tantissime, e vescovi che spiegano, con presenza scenica da scuola clericale (=di Clerici, Antonella), come cucinare il coniglio alla genovese, matrone boteriane (potrei dire “felliniane”, ma per correttezza nei confronti di Fellini, di cui ammetto di conoscere pochissimo, e per pietà di Sorrentino che continua a rimbalzare, giustamente, paragoni con lui e la “Dolce vita”) che mi ricordano in tutto e per tutto la triste protagonista del “Saggio sull’umorismo” di Pirandello.
Eppure, così com’era stato lo sguardo di Garrone in “Reality”, lo sguardo di Sorrentino non castiga. È un occhio umano, quello che guarda questi personaggi, che ha una grande pietas nei loro confronti ―nei nostri confronti. Come a dire, esistere qui e ora, è già sufficientemente amaro, non aggiungiamo il facile veleno dello scherno su ciò che siamo. Guardiamo ciò che siamo, piuttosto. Conosciamolo, e conosciamoci. E l’umanità che scorre nel film è tutta guasta, imperfetta. Le belle donne che ballano in discoteca in abiti firmati non sono veramente belle; gli ambienti sono popolati da personaggi con un occhio bendato, personaggi con una gamba zoppa o una statura diversa (vedi la nana, capa di Jep). Questa è l’umanità, ci dice Sorrentino ― fallace, fallata, spesso fallita.
Questo modo agnostico di fare cinema, che porta sullo schermo una ricerca dell’io naturalmente esistenzialista e in petto un umanesimo quasi rinascimentale, non può parlare come le commedie amare alla Monicelli, né come i drammoni hanekiani. Quindi non vi aspettate una trama canonica, il classico sviluppo degli eventi e il solito telos che si diparte all’inizio e vi porta fino alla fine. Essendo Jep una sorta di Antoine Roquentin ―mai letto “La nausea”?― che osserva la società di nulla che lo circonda, il film deve riuscire a trovare una semantica che cerchi di spiegare quel nulla. E la linearità narrativa propria del film narrativo classico, non è contemplabile. Sorrentino sceglie di fare un film joyceano, con Jep che, come Ulysses, naviga una Roma becera, baraccona, farabutta eppure inframezzata da tanta sublime bellezza da poterle, in fondo in fondo, perdonare tutto. Tamarri e coca-party, deliri di onnipotenza e volgarità tutte. Un fluido quindi, più che una struttura. E un navigare, del personaggio, attraverso l’urbe, e le turbe, di una società vacua e di una sua esistenza esaurita ― ha vissuto tutto, provato tutto, Jep ― ma senza una ricerca. Jep non cerca nulla, sa perfettamente qual è la sua condizione. Jep osserva, ragiona, avanza qualche ipotesi su ciò che è stato e ciò che vede. Anche questo è stato criticato ― l’assenza di evoluzione, la mancanza di una progressività nel personaggio. Be’, chi sostiene questa critica non tiene conto, ancora una volta che i personaggi “tondi”, come Jep Gambardella, quelli che hanno vissuto tutto, provato tutto, esperiscono un altro tipo di progressione, che non è identificabile con la canonia del “parto A” e “arrivo B”.
Se la Roma brutta bruttissima di questo nostro presente è in qualche modo redenta da “sparuti incostanti sprazzi di bellezza”, rappresentati dalle opere d’arte che riempiono Roma, dalla geografia della città ― camminata da Jep a tutte le ore del giorno e della notte ― la bellezza che Jep ritrova alla fine del film, “la grande bellezza del titolo” è rappresentata dal petto del suo primo amore di gioventù, un petto nemmeno svelato a noi spettatori, ma solo alluso. Anche in questa piccola scelta s’iscrive l’intenzionalità del film, così come nella scelta di chiudere il film su suor Maria, sorella highlander/madrecoraggio che ha vissuto tutta la vita negli stenti e sussurra, proprio in fondo al film, prima di arrancare in ginocchio sugli scalini di qualche basilica, “la povertà non si racconta. Si vive”. Il petto non svelato di una ragazzina e una massima francescana sono lì, in tutta la loro potente fragilità, a ribadire due verità che quella grassa baldracca della nostra società, grondante vuoto e volgus, ha schiacciato sotto il suo grasso sederone. Semplicità ed autenticità. Due valori universali che Roma ― metonimicamente, la contemporaneità occidentale ― hanno smarrito.
Carlo Verdone, che interpreta il drammaturgo nostalgico di cui sopra, alla fine decide di lasciare la capitale e tornare al paese. “Roma mi ha molto deluso”, commenta. Quel personaggio con quelle parole si fa anche portavoce dell’invivibilità di questo paese, della necessità di evaderlo, di smettere di subirlo ―e io, Fellows, ho pensato ai cervelli in fuga, e alla sconfinata malinconia che si portano appresso quando se ne vanno.
“La grande bellezza” non è un film facile. Più spietato, per quello che mostra, dello spietatissimo “Confessions”, è un film mastodontico, enciclopedico (Balzac l’avrebbe apprezzato molto, secondo me, e anche Thackeray), per chi ha voglia di guardare il 2013 e vedere dove siamo finiti… Andate a vederlo, je vous en prie.
E questa settimana Let’s Movie si fa in due, Moviers.

IL GRANDE GATSBY
di Baz Luhrman

Come dice saggiamente l’Anarcozumi, profonda conoscitrice et estimatrice del regista australiano, Luhrman va visto a prescindere. E io rispondo, luhrman se c’hai ragione, Zu. 🙂
Nota è la mia avversione per il genere musical ― per quanto questo non sia un vero e proprio musical ― e anche la mia cautela nei confronti della rivisitazione dei classici letterari (vedasi il semi-disastro “Anna Karenina”), ma sono tuttavia curiosa di vedere Gatsby 90 anni dopo Fitzgerald e 40 dopo Redford.
Questa settimana ci faremo in due perché il Mastro propone un film all’interno della rassegna “La sicurezza del (e sul) lavoro raccontata dal cinema” che voglio vedere da mo’.

L’INDUSTRIALE
di Giuliano Montaldo

Ricordo di essermi fatta un appunto mentale quando uscì. Recuperalo prima o poi. Ora non è certo prima, ma forse nemmeno troppo poi, quindi ce lo recuperiamo. Dato che finisco l’English-teaching alle 8:30 pm, e cercherò di pigiare il tragitto fino all’Astra in 6 minuti primi, arriverò con quei 6 minuti primi di ritardo che mi costano molto più dell’IMU… Magari il Mastro è magnanimo e schiaccia play 6 minuti dopo…;-) (ma posso essere così illusa?!?!).

Ah permettetemi di ricordarvi che il 30 maggio, cari Financial Fellows, comincia il Festival dell’Economia 2013, l’evento che esiste SOLO grazie alla nostra Fausta, la Fellow Irrequieta 1, che non è sparita dalla circolazione, ma è la nostra eroina costretta a pensare a tante-troppe cose, e per questo è la nostra eroina e non la riprenderemo mai-e-poi-mai-e-giammai se perde Let’s Movie. 😉
Consultate il Movie Maelstrom per gli appuntamenti cinematografici all’interno dell’edizione 2013. 😉
Dunque, della coppia Abbagnano-Abbagnale s’è detto. Della grande bellezza de “La grande bellezza” anche. Del Festival dell’Economia pure. Non mi resta che fare puntoliberitutti, e proporvi una partita a guardie e ladri ― you silly Board… 🙂
Grazie Fellows, je vous aime, voulez-vous me perdonner pour les resumés, et lisez vous le Movie Maelstrom, s’il vous plait…. (Maronna cos’è il francese… :-))
E analizzate questi saluti così trascendentalmente cinematografici stasera.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Anche l’edizione del Festival dell’Economia 2013 prevede una sezione dedicata al cinema, con i seguenti appuntamenti, che possono interessarvi, my movie-addicted Moviers.

Thank you for Smoking” (2005) – Giovedì 30, ore 21:00 – Smelly Modena – Ma vi si sovrappone a “L’industriale”, quindi non vale! 😉
A cena col diavolo” (1993) – Venerdì 31, ore 21:00 – Smelly Modena
Le mani sulla città” (1963) Sabato 1, ore 21:00 – Smelly Modena – E questo Marco Rosi NON vorrei proprio perdermelo
The Vagabond” di Charlie Chaplin & “One Week” di Buster Keaton – Venerdì 31 alle ore 21:00, in Via Oss Mazzurana – musicati dal vivo dalla Piccola Orchestra Lumière (io e il Fellow Pa ci siamo sparati lo spettacolo alla Filarmonica, l’anno scorso, divertendoci come dei PAZZI… Non perdetevelo!)

IL GRANDE GATSBY: “Il Grande Gatsby” narra la storia di un aspirante scrittore, Nick Carraway che lasciato il Midwest Americano, arriva a New York nella primavera del 1922, un’epoca in cui regna la dubbia moralità, la musica jazz e la delinquenza. In cerca del suo personale Sogno Americano , Nick si ritrova vicino di casa di un misterioso milionario a cui piace organizzare feste, Jay Gatsby, ed a sua cugina Daisy che vive sulla sponda opposta della baia con il suo amorevole nonché nobile marito, Tom Buchanan. E’ allora che Nick viene catapultato nell’accattivante mondo dei super-ricchi, le loro illusioni, amori ed inganni. Nick è quindi testimone, dentro e fuori del suo mondo, di racconti di amori impossibili, sogni incorruttibili e tragedie ad alto tasso di drammaticità. Uno specchio fedele dei nostri tempi moderni e delle nostre quotidiane battaglie.

L’INDUSTRIALE: Il quarantenne Nicola (Pierfrancesco Favino) è proprietario di una fabbrica sull’orlo del fallimento di una Torino nebbiosa e notturna, immersa nella grande crisi economica che soffoca tutto il paese. Ma è orgoglioso, tenace. Ha deciso di risolvere i suoi problemi senza farsi scrupoli. Sua moglie Laura (Carolina Crescentini, che aveva già lavorato con Montaldo in I demoni di San Pietroburgo) è sempre più lontana, ma Nicola non fa nulla per colmare la distanza che ormai li separa. Assediato dagli operai che lo pressano per conoscere il loro destino, Nicola avverte che qualcosa sta turbando l’unica certezza che gli è rimasta: il matrimonio. Ma invece di aprirsi con Laura comincia a sospettare di lei e a seguirla di nascosto. Tutto precipita…

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Let’s Movie CLX

Let’s Movie CLX

ANNA KARENINA
di Joe Wright
UK, 2013, 130’
Lunedì 18/Monday 18
21:00/9:00 pm
Multisala Astra/Dal Mastro

Mojito Moviers,

Ma mi fa un po’ ridere questa storia che il nuovo Papa parli come Belen e abbia quei secondi nomi-cognomi-e-altro che fanno molto soap-opera e calcio sudamericano…Se dico Edson Arantes do Nasimiento capite tutti a chi mi riferisco eh ― e assicuro di non aver googlato, sono cresciuta con il Fellow Big, brother appassionato di calcio from-womb-to-tomb. 🙂 Sì, “Francesco I” c’ha quel totti di classe che non guasta mai (!!), quella romanità da bucatino de Trastevere…Però peccato, Papa Pelé suonava così bene…
Comunque dei dubbi mi attanagliano, as usual. Ma il TFR di Papa Ratzinger? E la convivenza? L’estate si divideranno Castelgandolfo, a luglio ci sto io, ad agosto ci vai tu? E la papa mobile? (Be’ Board, su quella no problem, Francesco usa i mezzi, non s’era capito??). Nei momenti di bad mood si rimbalzeranno “Papa don’t preach” da un angolo all’altro del Lotto San Pietro? Bah…
Ho elencato qui un po’ di quesiti idioti che rispecchiano, nel livello, l’idiozia di taluni (taluni?) servizi televisivi, telegiornali e trasmissioni, popolati da giornalisti o presunti tali pronti a strapparsi dai taccuini le idiozie che tanto li mandano in estasi in questi giorni, tipo la suolatura delle scarpette rosse di Rotkapchen Ratzinger ― l’emerito in panciolle― oppure la meccanica cromatica nascosta dentro le stufe da fumata bianca e le stufe da fumata nera ― caso mai valutassimo un sistema di riscaldamento alternativo e tono su tono con la zona giorno e la zona notte.
Va be’, spero che il delirio “New Pope Ieh Ieh Ieh” vada pian piano scemando perché onestamente né abbiamo pieni i camerlenghi di sorbirci la micro-aneddotica di Casa-Vianello-in-Vaticano, quando invece vorrei che qualcuno mi spiegasse cosa Franceschito intenda per, e cito, “vivere con irreprensibilità”… Ma “irreprensibilità” in che senso? In generale? Nel particolare? Verso il nuovo? Verso Vatileaks? Catto-pedofilia? I matrimoni gay??! Faccecapì Francé…. 🙁
Direi che la papa-parentesi è stata sufficientemente volumetrica, e presento richiesta di chiuderla ― tanto si sa che noi Moviers facciamo sempre il bello e il cattivo tempo, anche a livello di piano regolatore interno.

Il Let’s Movie di mercoledì ha visto un piacevole rovesciamento delle parti! Questa volta ero io, insieme alla Honorary Member Mic appena-mangiata, ad aspettare il Sergente Fed FFF di là dalla vetrata, e a vederlo sopraggiungere allo Smelly… ma senza aria dik-dik e Bertha Mason, lui…lui molto più posato, andatura tranzolla stress-free che invidiamo potentemente. 🙁 Dopo lo scambio dei biglietti, prendiamo posizione, e sopraggiungono (ma basta!) l’Anarcozumi e la missed-her-much Fellow Cap reduci da un fast-meal al fast-food più red-neck di Trentoville (il fast-food più red-neck di Trentoville è tale Boston Bar, che di Boston (=chic) ha solo il nome, e potrebbe chiamarsi tranquillamente come il locale più American-squallor mai frequentato a Los Angeles, tale Apple Pan ― 10801 W Pico Blvd, così lo evitate ― quando i miei guys from L.A. e vostri Fellow Moviers mi trascinavano bonariamente in questi locali American-squallor e dintorni…Ah gli anni d’oro delgrandereal… :-)).
Che ridere, “Amiche da morire”! 🙂 Do ragione al Sergente: è un film di cui magari scorderemo il titolo, oppure la trama ― non è Kurosawa insomma, per quanto ci si scordi titoli e trame anche di Kurosawa. Però il film di Giorgia Farina vi fa ridere tanto! È scritto e diretto bene ― ricordiamo che la regista ha 28 anni, una Shirley Temple nel panorama registico italiano, dove gli over-50 vengono fatti rientrare nella categoria “giovanissimi emergenti della nuova generazione”. Le tre attrici funzionano a meraviglia insieme! Interpretano tre macchiette, ma lo fanno senza rimanerne intrappolati ― il rischio con le macchiette è finirne soffocati…. La Capotondi interpreta la parte dell’ingenuotta svampa, che sotto sotto tanto svampa non è, e devo dire che le riesce proprio bene. La Gerini è la escort del paese ― con due escort sul davanti mai viste prima sui vostri schermi! ― il profilo di malafemmena intraprendente e un po’ tamarra in cui ritroviamo dei tratti molto Gesssssicca di Ivà&Gessssica, (“Che c’hai mmmente, Ivà?” “Riempieti i polmoni e gettete in acqua. Ah vojo fa’ strana quella pupa”, citarono a fine film l’Anarcozumi e il Board, a riprova che “Viaggi di nozze” rimane una pietra miliare della cinematografia italiana). La Impacciatore è Crocetta, la bruttina stagionata del trio: zitella per colpa dei completi anni ’80 che porta (!) e della madre (che la vorrebbe tanto sposata, ma anche no), operaia in una fabbrica di tonni (“tonnata dentro sono”) e con il sogno di trovare un uomo che se la pigli. Le tre, così diverse e all’inizio ostili fra loro, finiscono per trovarsi coinvolte in tre omicidi, che loro stesse commettono ― che l’ingenua svampa commette! E le situazioni che si vengono a creare, tra teatralità e commedia all’italiana di una volta, regalano 90 minuti di spasso. I dialoghi sono scritti con astuzia e funzionano, e questo anche grazie all’intesa fra le tre protagoniste che s’incastrano alla perfezione ― non una scena di forzatura o goffaggine intra-interpretativa (intra-interpretativa?? Ma la smetti?!).

Interessanti per me anche la dimensione atemporale e ageografica che Giorgia Farina è riuscita a costruire. Siamo in Sicilia, ed è evidente (anche se il film è stato girato in Puglia!), ma l’isola su cui si svolgono le vicende non esiste, è inventata. Possiamo dire che è il luogo immaginario della sicilianità: un misto fra il paesino di Corleone e gli spot di Dolce&Gabbana e quello che “Sicily” vi fa venire in mente ― case bianchissime e arroccate, mare azzurrisimo e scogli, pesce fresco on-the-stall e salsedine in-the-air. Non fosse stato per i telefoni cellulari, il riferimento a internet (Meetic, ma giusto per fini pubblicitari), e i riferimenti a microfoni ambientali&luminol (Crocetta patita di CSI), tutti elementi peraltro non funzionali all’evoluzione della trama, non avremmo affatto collocato la commedia in quest’ultimo decennio. L’avremmo piazzata negli anni ’50 o giù di lì: quella è l’atmosfera evocata. Anche se devo dire che definirei boccaccesca l’intraprendenza femminile di certi personaggi e shakespeariana quella favolosa arguzia ai limiti della meschinità che caratterizza certe figure femminili del Bardo…Sì okay, magari scomodare Boccaccio e Shakespeare è un po’ azzardato, ma fate finta che parliamo per iperboli… 😉 E, sempre iperbolando, c’è pure un po’ di Verga: è vero che le tre protagoniste sono furbe e tagliate e alla fine riescono a farla franca, ma è anche vero che tutte e tre vivevano in uno stato di perenne interdipendenza con l’altro sesso in un contesto sociale da Aci Trezza ― e di perenne (interdi)pendenza: una pende dalle labbra di un pessimo marito, l’altra da quelle dei prendenti che non ha e l’altra ancora dai conti correnti dei clienti che si fa…
L’isola è popolata da donne matrone con grembiuli e chili di troppo che sorvegliano il paese, fanno le madonne ma che tutto vedono, nulla sanno e mute stanno. In questa sorta di ginarchia (sì, esiste) gli uomini ne escono un po’ massacrati: sono dei sempliciotti, o volgari, o delinquenti, o traditori o approfittatori o semplicemente dei polli. Ma ci sta. “Amiche da morire” non ha pretese sociologiche o di critica di genere ― menomale, le opere a tesi hanno fatto il loro tempo ― mi sembra più che altro una sorta di favola un po’ pink un po’ black ― altrimenti detta favola “pink panther” ― che consiglio di vedere se volete ridervela di gusto e gustarvi del riso (cavolo ma questo è un chiasmo?!?).

E per questa tornata settimanale, finiamo dritti dritti nell’800 tra quadriglie, trojke e dasvidania con

ANNA KARENINA
di Joe Wright

 

E diciamola tutta…avei potuto vivere benissimo senza “Anna Karenina”: ma voglio tornare dal Mastro! Cosi la prossima volta potrò finalmente plagiare Alfieri Vittorio e declamare “Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli” tornare all’Astra! 🙂 Ma tranquilli. Il Board sembra che butti lì i film così, un po’ random un po’ Endor (devo uscire dalla galassia Star Wars prima o poi, lo so), ma in realtà ha delle orecchie lunghe lunghe e ascolta unsaccounsacco… 🙂 Di questa versione di “Anna Karenina” si parla in termini assai entusiastici, e anche l’Anarcozumi, l’always-updated Anarcozumi, è andata a vederlo appena uscito e ne rimase colpita. Quindi, viste queste premesse, visto Alfieri Vittorio e Zumi Anarco, questa settimana si tirano fuori i cotillon ― che non s’è mai capito cosa siano, menomale che ci sono frizzi&lazzi ― e ci trasferiamo tutti quanti nella grandemadrerussia, da da. 😉

Mi do una pacca sulla spalla per celebrare la stringatezza di oggi, che ha il suo perché. Volevo salvare un po’ della vostra lucidità e indirizzarla nel Movie Maelstrom, che questa settimana merita davvero di essere esplorato dal vostro glittering eye*.
Emanuela, “film-maker, docente e quant’altro” che ci conosce da Roma grazie al brillante lavoro di networking della Fellow Chocobar ;-), e che assicura di seguirci sempre sul web, ha un suo progetto di cortometraggio da presentarci, “Safari”. Dato che ci segue SEMPRE SUL WEB (mammamia!) e che si è iscritta a Let’s Movie di sua spontanea volontà, senza passare dalle mani del Board o subire coercizioni di sorta, la sua cine-identità avrebbe dovuto essere “Fellow Santa Subito”. Ma:

1. Con il Vaticaos di questi giorni non è ancora chiaro chi si occuperà dei diritti di espressioni quali “Santo/a subito”, quindi meglio lasciar stare per il momento.
2. Grazie a un cognome che suona con il suo nome come un limerick irlandese, cine-battezziamo la ragazza, Movier Emalive pronunciato e scritto Emalaiv.

Benvenuta a bordo, Emalaiv! 🙂 Mandaci cine-progetti, oggetti, tutto quello che ti pare, noi si getta con molto piacere nel Movie Maelstrom, il calderon-senza-barca nato appunto per questo ― far circolare progetti, oggetti e tutto quello che ci pare. 😉

Ahimè, la stringatezza s’è allargata un po’ ― ma che volete farci, è lo spread…
Grazie foreva&eva (® Fellow Fiiii), il riassunto sta ventimilaleghe sotto il Movie Maelstrom, ed eccovi tanti saluti, che questa sera sono papaholicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

*Il “glittering eye” ce l’aveva il vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge…(E se non vi va di leggervi il poema, almeno guardatevi il film “Bright Star” prima del tema in classe, che vi getta in pieno Romanticismo inglese… ;-)).

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ho chiesto alla Fellow Emalaiv di descriverci il suo progetto di cortometraggio, dando modo a me di cimentarmi nella pratica del copia-incolla e a voi di farvi un’idea di cosa sia “Safari”.
Vi giro anche i link alla pagina di facebook, al teaser in italiano e al teaser in inglese. Fateli girare anche voi ― dopotutto siamo nel Movie-Maelstrom….

http://www.facebook.com/pages/Safari/432012153537948?ref=stream

Ah quanto ci piacciono le sperimentazioni! Brava Emalaiv! 🙂

“Safari è un progetto per shortfilm ancora da realizzare.
Da qui si è sviluppato uno spin-off performativo per cui Safari sta diventando anche un live (musica, recitazione, videoproiezioni tutti rigorosamente dal vivo).
In genere la prima cosa che si chiede è: si, ma di cosa parla?
E’ giusto. Ecco qui: “Safari racconta la rivolta. Non si basa su un evento specifico ma è una storia vera. L’eroe e l’antieroe. L’inconsapevole atto di una passante. Suggestioni letterarie e cinematografiche. Flashback e flashfoward per un tempo che si ripete uguale a se stesso.
In un’ora zero di un giorno come un altro, in una città come un’altra, l’Uomo racconta come e perché quella che sembrerebbe una scelta per lui è di fatto un obbligo. E come è diventato il Cacciatore di Esseri.”
L’Uomo/Cacciatore è un simbolo, rappresenta tutti coloro che sono stanchi di ogni sopraffazione, per questo la storia narrata in Safari è universale.
Noi Safaristi siamo già nella jungla.
Seguiteci per avere news sul progetto e per sapere come diventare Safaristi. E perché parliamo di jungla.
Partecipate quanto volete magari rispondendo da subito a una domanda: voi, a cosa dite no?”

ANNA KARENINA: La storia si svolge nella sua versione originale nel tardo 19° secolo in Russia, ambientata nell’alta società ed esplora con forza la capacità di amare che sorge nel cuore dell’uomo, dalla passione tra adulteri al legame tra una madre ed i suoi figli. Quando Anna (Knightley) si porrà delle domande sulla sua felicità, il cambiamento arriverà nella sua famiglia, tra i suoi amici e nella comunità.

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