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LET’S MOVIE 255 – propone SANGUE DEL MIO SANGUE e INSIDE OUT e commenta LA BELLA GENTE

LET’S MOVIE 255 – propone SANGUE DEL MIO SANGUE e INSIDE OUT e commenta LA BELLA GENTE

SANGUE DEL MIO SANGUE
di Marco Bellocchio
Italia, 2015, ‘107
Lunedì 14/Monday 14
Ore 21:00 / 9:00 pm
Astra / Dal Mastro

 

 

INSIDE OUT
di Pete Docter
USA, 2015, ‘102
Mercoledì 16 / Wednesday 16
Ore 21:00 / 9:00 pm
Supercinema Vittoria / Viktor Viktoria

Frankie HI NRG MC Fellows,

Ve lo ricordate il 1997? La pecora Dolly, i paparazzi nell’Alma, “Titanic”?
​Musicalmente, noi s’impazziva per “Quelli che ben pensano” una canzone che racconta in rap ―rap-conta … rap-canta! ― quello che “La bella gente” racconta per immagini.
Concedetemi 4 minuti e 13 del vostro tempo e ascoltate bene il testo, https://www.youtube.com/watch?v=vrpJB7ucC5Y (dispongo di potenti e oscuri mezzi per sapere chi mi concede i 4 minuti e 13, quindi non negatemeli… :-)).

L’ipocrisia della gente che sembra “bene”, ma che poi sotto sotto è “male”, molto male, è la medesima. Come avete sentito, quelli che ben pensano nel 1997 cantati da Frankie vivevano “col timore di poter sembrare poveri, quel che hanno ostentano e tutto il resto invidiano, poi lo comprano, in costante escalation col vicino costruiscono: parton dal pratino e vanno fino in cielo, han più parabole sul tetto che S. Marco nel Vangelo” ― cioè “hanno più parabole che S. Marco nel vangelo”, ti adoro Frankie. A differenza di quelli, la bella gente portata sullo schermo 12 anni dopo dal regista De Matteo ― nello specifico Alfredo e Susanna la coppia colta, benestante, democratica ― vive col timore di poter sembrare ricca:​ ricco vuol dire materialista, vuol dire buzzurro, e loro invece no, loro sono colti, sensibili, impegnati, non sono come quella coppia di amici con la piscina e il filippino..​. Quindi scelgono di comportarsi da filantropi, di livellare quanto più possibile i gap tra le classi e avvicinare ​le frange della società opposte alle loro attraverso gesti altruistici, modi francescani. In realtà scopriremo, attraverso il film, che è proprio dentro questa patina di opportunistica generosità che s’incista il germe nuovo della sempreverde ipocrisia ―l’ipocrisia è verde sempre. E’ lì, proprio lì, che i gap si allargano.
Questo gemellaggio trans-temporale tra musica e cinema mi tira su un po’ il morale. Quello che vedi in questa bella gente non è affatto un bel vedere. Anche 6 Moviers presenti ti tirano indiscutibilmente su il morale, t’infondono un’energy più di quella di Frankie HI, se hai la fortuna di averli, e io, modestamente, la ebbi 🙂 Il D-Bridge, il WG Mat, il Magno Carlo, il Pizzo (mica macramé, intendiamoci), il Truly Done e, in extremis extremis che piu’ extremis non si puo’, la Babibobulova.

Come anticipavo poc’anzi, Alfredo e Susanna sono una coppia sulla cinquantina che appartiene alla bourgeoisie romana. Lui imprenditore, lei attiva in un centro protezione per le donne in difficoltà, si rifugiano nella tenuta umbra per scappare all’estate nella capitale. Un giorno Susanna ― un delirio di madreteresiana onnipotenza aleggiante intorno alla sua personalità con ambizioni 100% politically-correct ― vede sul ciglio della strada, una prostituta molto molto giovane che viene picchiata dal suo pappone. Nel giro di 300 metri, decide di salvarla ― madreteresiana onnipotenza si diceva, che è più forte di qualsiasi motivazione, anche dell’altruismo autentico. Una volta a casa convince il marito ad andare a riprenderla e portarla in casa, per ospitarla da loro, non si sa bene in quale veste. Nadja, la ragazza, lì per lì recalcitrante, accetta di provare la bambagia in cui i due coniugi la piazzano ― perché ditemi qualcuno che rifiuta un po’ di bambagia, tantopiù se sei entrata in contatto con le sozzure del clientelame a cui ti devi piegare (e il doppiosenso per una volta, ha senso…). Tra i tre sembra andare tutto bene, poi però arriva il figlio Giulio, viziatello figlio-di-papà, e questa versione laica del triangolo Maria + Giuseppe + Maddalena finisce per spezzarsi. La bella Nadja fa gola a Giulio ― abituato com’è a quella fotocopia di Paris Hilton pariolina della fidanzata ― e Giulio, dal canto suo, finisce per attirare Nadja, sempre abituata dal clientelame di cui sopra che certo non brilla per buone maniere. La catastrofe ― nel senso greco del termine ― è giusto dietro l’angolo…

“La bella gente” è un diesel. Impiega tutta la prima parte a carburare. Nella seconda acquista sicurezza e arriva a tagliare il traguardo assai dignitosamente. Devo confessare, tuttavia, che la metà iniziale ha dato del filo da torcere, e non solo a me ― sbuffava come un baio il WG Mat al mio fianco. Le sporcature a livello sceneggiatura sono assai macroscopiche e non occorre Giona Nazzaro (=nel gota della critica cinematografica spinta) a illuminarci su certa carenza di verosimiglianza che si respira dall’inizio e prosegue fino alla fine. L’inizio è troppo affrettato. Non capiamo perché Susanna, abituata ad anni di soprusi ai danni delle donne visto il lavoro che fa, si fissi a salvare questa ragazza. Sarebbero bastate un paio di scene in più, un po’ più di scavo nel suo personaggio a giustificare il desiderio di salvare proprio quella pecorella smarrita. Invece, nel modo frettoloso in cui tutto ci è presentato, è come se questa sua scelta piombasse dall’alto addosso allo spettatore: così stanno le cose, beccati questo senza farti troppe domande. Noi spettatori incassiamo e stiamo al gioco, ma ci rimane comunque quella domandina in testa “ma perché?” …
Questo tipo di atteggiamento registico è mantenuto anche nella caratterizzazione dei personaggi, che sembrano più messi lì per impersonare un ruolo, l’idea di un ruolo ― e per questo ad alto rischio stereotipia― più che se stessi. Il rischio, in un’operazione del genere, è quello di disegnare puppet-characters, personaggi-pupazzi che mancano d’humanitas, quell’indefinibile sostanza multicolore che tinge gli esseri umani e li salva dal manicheismo ― e manichinismo!― dell’o bianco o nero. La coppia di amici che abitano nella villa vicina ― quelli con piscina e filippino― purtroppo finiscono ingabbiati nel cliché: lui parvenu, lei con qualche goccia di sangue blu nel colesterolo (rumina in continuazione!), sono i classici borghesi che rimangono al livello base della comunicazione: parlano solo di cose, quantificabili attraverso il materiale ― soldi, immobili, mi avete capito.
Per fortuna il diesel, e per fortuna il corner in cui De Matteo si salva. Nella seconda metà, viene fuori l’ipocrisia di Susanna: finché Nadja rimane al suo posto e io posso impersonare la salvatrice che rimane fedele a quegli ideali di uguaglianza e altruismo studiati sui banchi universitari, va bene. Ma quando la ragazzina può minacciare l’equilibrio della mia famiglia, ovvero traviare il mio bambino ― piezz’e core de mammà ― allora non va più bene. E così il film, dopo aver scivolato qua e là, insicuro, si aggrappa saldamente a una triste realtà: le vie dello sfruttamento sono infinite. Qual è la prostituzione peggiore? Quella plateale del corpo, a cui il pappone sottoponeva Nadja, oppure quella sottile, dissimulata, travestita da bei vestiti, che Susanna esercita sulla ragazza? In entrambi i casi Nadja non è che un oggetto, e come tale è trattato. Quando Nadja dimostra di essere un Soggetto, cioè di avere dei desideri propri e l’ambizione di uscire dalla posizione subordinata del salvato ― in posizione di perenne sudditanza nei confronti del salvatore che l’ha tolto dai guai ― Susanna si stufa, non vuole più giocare a fare Madre Teresa. E così se ne sbarazza, o meglio lascia il dirty job al marito, così come all’inizio, quando era andato a bordo strada a salvarla dal marciapiede (l’urbanistica, come vedete, non è proprio il mio forte…).
È il trionfo del falso. Il democraticismo di Susanna è solo di facciata, ma si tratta, in effetti, di patrizio-snobismo, che nasconde, sotto sotto, una forma di razzismo verso quella plebe che vuole aiutare, ma che in verità guarda dall’alto in basso. Nadja non potrebbe mai diventare la nuova fidanzata di Giulio, non scherziamo. Per Giulio ci vuole una Paris Hilton, che magari qualche volta romperà pure i parioli, ma che certo non viene dalla strada. Con lei lo status quo è mantenuto.
Questa storia apparentemente semplice tira fuori questioni complesse e mai così scottanti come oggi. Mi riferisco per esempio all’altruismo. Al gesto del salvataggio e alle conseguenze che comporta. Chi salva una vita, e inserisce quella vita in un sistema codificato ― come una casa o, traslando, la società di un paese― è responsabile di quella vita. Non puoi caricarti qualcuno sulle spalle per regolare certi conti che hai con la tua coscienza oppure con il ruolo che ti piace impersonare agli occhi della società, e poi scaricarlo quando sei stanco. I danni che questo provoca, psicologicamente, nel soggetto scaricato, sono gravi, gravissimi, e mostrati ― NON spiegati ― in pochi fotogrammi ben assestati. Il trucco che ritorna sulle labbra di Nadja, alla fine, dopo che una vasca da bagno l’aveva portato via all’inizio. Nadja che accetta il denaro di Alfredo, alla stazione. Tutto questo ci fa capire che Nadja tornerà al marciapiede, ma ci tornerà con il cuore più duro. Nadja è cambiata. Ora è corazzata, e le corazze sono fatte di ferro.
“La bella gente” è la perdita di un’innocenza, quella che ti porta a fidarti delle persone ― così come lei si era fidata di Susanna― e che ti fa credere che un colpo di fortuna possa capitare e svoltarti l’esistenza. Una delle violenze più grandi che si possa rivolgere a un essere umano è sfilargli la speranza dalle mani e rimpiazzarla col cinismo.

Parentesi. Io mi auguro che la Germania o l’Inghilterra o qualunque paese civile abbia ben chiara questa dinamica: non si accolga per poi spedire via dopo un tot di tempo ― i paesi non sono stazioni di passaggio, ma che razza d’idea è mai quella, mi chiedo. Si accolga per tenere, se si accoglie.
Chiusa parentesi.

Quanto alle prestazioni attoriali, peccato per Monica Guerritore, di solito brava. Qui mi sembra perdere il personaggio per strada. Anche il marito, Antonio Catania, non riesce a entrare nella parte ― per quanto la sceneggiatura faccia di lui un bamboccio senza spina dorsale manovrato dalla moglie, quindi anche per l’attore immagino non ci sia stato molto margine d’(interpret)azione.
Però poi bastano 12 secondi di Elio Germano a riassestare tutti i pianeti nel cosmo del recitare. Elio, vola, semplicemente.
In conclusione, per quanto il film presenti dei difetti di gioventù ― del resto era il primo ― lascia intravedere, nella sua trama grezza e frettolosa, l’ordito raffinato che riserverà in un film come “I nostri ragazzi”, 7 anni dopo. Le due famiglie protagoniste sono discendenti dirette di Alfredo, Susanna e Giulio: oggi possiamo definirle “Aristodem”, un termine che nel 2009 forse non era stato ancora coniato, ma che oggi, con il senno/senso di poi, coglie alla perfezione questi tipi umani che popolano il secondo decennio del 2000: aristocratici democratici che nascondono dietro la democrazia di superficie una radical-chicness più spinta di quella degli aristocratici storici.
Per tornare a quelli che ben pensavano nel 1997, il grande Frankie concludeva così la sua canzone, e credo che valga anche per la “Bella gente” aristodem di De Matteo, 2009.

Ognun per sé, Dio per sé
mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica
mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano
altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano
Mani che poi firman petizioni per lo sgombero
mani lisce come olio di ricino, mani che brandiscon manganelli
che farciscono gioielli, che si alzano alle spalle dei fratelli
Quelli che la notte non si può girare più
quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la tv
che fanno i boss, che compran Class
che son sofisticati da chiamare i NAS,
incubi di plastica

che vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara
ma l’unica che accendono è quella che dà loro l’elemosina ogni sera
quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera

Ah voglio anche ringraziare la More e la Whynot per aver recuperato il film martedì, e laMore per aver reclutato un pezzo da 90 di Movier: Ladies and Gentlemen, da mercoledì in mezzo a voi si cela un politologo ― ne avevamo di tutti i tipi e colori, ma di politologhi proprio no. Roberto, da ora e per sempre il Fellow Big Beauty, perché la grande bellezza non è solo roba di Sorrentino, ma anche cosanostra! 🙂

O niente o tutto… Siamo passati dalla carestia cinematografica estiva alla cuccagna dell’autunno, complice anche la Mostra del Cinema di Venezia, che ha sfornato titoli a tutto spiano. Quindi questa settimana vi propongo un Lez Muvi Strong e un Lez Muvi Light, per ogni palato, per ogni stomaco ― e per la gioia degli Antimuviers, mi sa… 🙂
Il Lez Muvi Strong e’

SANGUE DEL MIO SANGUE
di Marco Bellocchio

Non faccio i salti di gioia. Abbiamo già avuto modo di dire della spocchia di Bellocchio tempo addietro. Però un film non si giudica in base al valore +/- simpatico del regista ― anche perché altrimenti dovremmo lasciar perdere i Tarantino e Lars Von Trier della situazione, noti rognosi. E poi Bellocchio conosce il mestiere, c’è poco da dire. Quindi andiamo a vedere cosa ha combinato con questa nuova pellicola. E se poi c’è da massacrare, si massacra 🙂

Il Lez Muvi Light lo aspetto sin dal Festival di Cannes, dove ha incantato le platee

INSIDE OUT
di Pete Docter

Voi direte ma chedè tutta ‘sta fretta, è appena uscito. Eh, sì, è appena uscito, ma noi dobbiamo sempre fare i conti con la dittatura smellyforme del Cinema Modena che ci relega i film d’animazione a orari pomeridiani ― naturalmente perché li vedono come “roba da bambini” da relegare in orario Bim Bum Bam. Quindi cogliamo la palla al balzo e andiamo a vederlo in orario cinefilo.

Prima di salutare, vi anticipo che la Mostra del Cinema di Venezia ha regalato molte belle sorprese che passeranno anche per Lez Muvi. Sicuramente “Non essere cattivo”, “11 Minuts”, “Anomalisa”, “The Danish Girl”. Ha vinto un film latinoamericano, “Desde Allà”, di Lorenzo Vigas ― bah, vedremo. Meno male per la Coppa Volpi alla Golino e a Fabrice Luchini (volevo dire Le Roi Luchini). Gran Premio della Giuria ad “Anomalisa”, film d’animazione che conto i giorni per vedere.
Vi confesso di essere sollevata: temevo vincesse “Behemoth” l’agghiacciante documentario cinese sugli operai minatori nell’hinterland mongolo … Va bene il piccione svedese dello scorso anno, che faceva pure sorridere (a tratti, radi), ma gli stenti del minatore cinese no eh, no!

E ora correte giù nel Maelstrom, non perdetelo stasera ―non proseguite sparati verso la vostra domenica sera. I riassunti invece, quelli, who cares. 😉
E i saluti, energicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come dicevo o tutto o niente. Nel vostro tutto settimanale VI PREGO d’inserire anche “AMY”, anzi, di metterlo in cima. Il documentario realizzato su Amy Winehouse ― voce SUPREMA stroncata nel 2011 all’età di 27 anni ― verrà proiettato solo tre giorni, martedì-mercoledì-giovedì. Non fossi andata a vedermelo all’Opera-Gaumont a Parigi, questo sarebbe stato indiscutibilmente il Let’s Movie della settimana. Ma non ho resistito ― sia perché concedersi un film al Gaumont all’una di pomeriggio quando fuori Parigi piove, be’, è un piccolo cadeau che tutti i cinefili si sarebbero concessi, sia perché lo aspettavo sin dal Festival di Cannes.
Il regista Asif Kapadia non mette solo insieme filmati privati e inediti che mostrano la cantante prima di diventare Amy Winehouse, ma racconta la discesa agli inferi di questo talento attraverso i testi delle sue canzoni, tutti struggentemente legati alla sua vita. Il film dura 127 minuti, e vi assicuro che alla fine, vorreste averne altri 127.
Per celebrare questa black soul ― in tutti i sensi ― della musica di tutti i tempi, vi prego, andate a scoprire quanta fragilità, quanta autodistruzione possa contenere un corpicino tanto scricciolo.
Grazie!

SANGUE DEL MIO SANGUE: Federico, un giovane uomo d’armi, viene sedotto come il suo gemello prete da suor Benedetta che verrà condannata ad essere murata viva nelle antiche prigioni di Bobbio. Nello stesso luogo, secoli dopo, tornerà un altro Federico, sedicente ispettore ministeriale, che scoprirà che l’edificio è ancora abitato da un misterioso conte, che vive solo di notte.

INSIDE OUT: Crescere può essere faticoso e così succede anche a Riley, che viene sradicata dalla sua vita nel Midwest per seguire il padre, trasferito per lavoro a San Francisco. come tutti noi Riley è guidata dalle sue emozioni: gioia, paura, rabbia, disgusto e tristezza. le emozioni vivono nel centro di controllo che si trova all’interno della sua mente e da lì la guidano nella sua vita quotidiana. Mentre Riley e le sue emozioni cercano di adattarsi alla nuova vita a San Francisco, il centro di controllo è in subbuglio. Gioia, l’emozione principale di Riley, cerca di vedere il lato positivo delle cose ma le altre emozioni non sono d’accordo su come affrontare la vita in una nuova città, in una nuova casa e in una nuova scuola.

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Let’s Movie CXXXVI

Let’s Movie CXXXVI

BELLA ADDORMENTATA
di Marco Bellocchio
Italia, 2012, 115’
Mercoledì 12/Wednesday 12
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio

Mississippi Moviers,

Vi do subito le coordinate così vi coordinate (cominciamo bene…).

Mercoledì parto per un running pre-Let’s Movie con un cielo pulito che più pulito non si può, e mentre sono nel bel mezzo di un bosco boscoso sento di lontano , fra la pausa tra una canzone e l’altra, un brontolio. Certa certissima che non si tratti del mio stomaco (e anche voi), alzo gli occhi e toh, il cielo m’è diventato di uno strano color susina, molto poco “Dash” e molto tanto “Houston we have a problem”. Mi scatafascio verso casa, ma nel frattempo il cielo si apre ― il cielo non risparmia nessuno, figurarsi il Board nel bosco boscoso. Giusto il tempo di passare da una doccia all’altra e d’infilare i miei stivali in gomma rossi a quadri che fortunatamente danno una svolta alla serata.
Perché dovete sapere, Fellows, che con un paio di stivali di gomma (meglio se rossi, meglio se a quadri) voi diventate automaticamente Huckleberry Finn ― è un fenomeno appurato dalla fisica moderna. Indipendentemente dall’età che avete, dallo status sociale e professionale, dal sesso e dall’orientamento religioso (!), eccovi lì, dei kids. E l’Adige o l’Arno o il Tevere o il Sarca o il Po o il Monticano (Giak, CommunicascionChiara, I know, vi sconvolgo, I know :-)) o il Noce o la Laguna Venuta (o Blu per l’Anarcozumi, fra poco di ritorno in), diventano lui, il fiume che taglia la pancia dell’America, il fiume con più coppie di consonanti del mondo idrografico, il fiume che nasce in Minnesota e muore nel Golfo del Messico (noi che siamo cresciuti con quelli che nascono sul Monviso e sfociano nel mar Adriatico), lui, quello su cui il papà della letteratura americana moderna Mark-mito-Twain (e non lo dice un Baord qualunque, ma un Hemingway qualunque), ambientò il romanzo più fun di tutti i tempi. E quello, un Huckleberry Finn,  son diventata io, correndo (oh, moooolto correndo) da Mastrantonio mercoledì sera. E anche se mancavano la pagliuzza in bocca e i pantaloni lisi e il cappello di paglia in testa e lo schiavo Jim, avevo quel paio di stivali in gomma lì ai piedi… Un paio di stivali in gomma vi permettono di prendere la pioggia per le corna, e di prendere tuuuuutte le pozzanghere che v’intralciano la strada, e pure di andarne a caccia di nuove, e  schiaffarvici dentro, alla faccia dello scamosciato e del cavallino e del “cavolo-ho-speso-un-patrimonio-per-ste-scarpe”! 😉

Insomma, immaginate in che condizione da scapigliatamilanese io, 100%-red-rubber-road-runner, mi sono presentata dal Mastro, che era lì sull’uscio a rimirar, e senza attinenza alcuna con quella barba di Carducci. Non sto a raccontarvi il capolavoro di abbraccio che ci siamo dati perché i capolavori non si raccontano ― ma Lady Mastrantonio stia pure tranquilla, nessuna malizia, solo tanto tantissimo sollievo nel ritrovare il Mastro Master della cinematografia in Trentoville. E con lui il fido Robin, che dal bancone vede e provvede. 😉

All’interno, ecco il Sergente Fed FFF, che aveva pure telefonato mentre l’Huckleberry-Board sfrecciava all’Astra per accertarsi della sua collocazione geografica, e il Fellow Truly Done, che affrontò il cielo susina e discese da Povorock pur di vedere “I giorni della vendemmia”.

E per fortuna discese! Si perché il film è un bijou. Piccolo, e da conservare. Anzi, da far conoscere. Pensate che il regista, oggi ventinovenne, lo girò in 15 giorni, tre anni fa (news tratte da “Mastroinforma” :-)) quando praticamente la maggior parte dei suoi coetanei decide ancora se dare Storia del Cinema II o toglierlo dal piano di studi…
“I giorni della vendemmia” racconta una vendemmia nella campagna emiliana nel 1984. Madre cattolicissima, padre comunistissimo ― la diade che da sempre racconta l’Emilia rossa, ma direi anche l’Italia, a metà tra il Papa e Palmiro… Il figlio maggiore, Samuele, a Londra o in giro per l’Europa, il figlio minore, Elia, diciassettenne tutto ormoni e insicurezze, che legge Tondelli e ruba il vino dal frigorifero di casa per sballarsi un po’. Lo scorrere lemme della vita rurale è scosso dall’arrivo di Emilia, una ragazza che inserisco con Catwoman tra le figure femminili belle&sfrontate&ribelli&malandrine del cinema. La sensualità dell’attrice (tale Lavinia Longhi) unita alla spregiudicatezza del personaggio che interpreta, capirete, sono una miscela esplosiva tanto per il povero Elia, quanto per lo spettatore, entrambi ammaliati da questa Circe dalle lunghe gambe e dalla tosta faccia (possa Omero perdonarci)… La tipica donna che gli uomini vorrebbero baciare e schiaffeggiare, nell’ordine che preferite.

La dinamica ricalca alla perfezione il triangolo Georgie-Arthur-Abel (e qui si citano i big della cartonianimatografia giapponauta), giacché il secondo momento di caos si verifica quando rientra in scena Samuele (Abel), bel tenebroso ma dal cuore pink (e non aggiungo altro…). Emilia (Georgie) diventa il pomo della discordia ed Elia (Arthur) soffre in silenzio (tale e quale al cartone).

La trama in sé rimette in scena un argomento caro alla letteratura e al cinema: un istante di formazione nella vita di un adolescente che poi ricorderà per la vita. E tutti abbiamo dei momenti che ci hanno scandito quella stagione dolcemente maledetta della teen-age, e credo che sia anche per questo motivo che il film risulta caro a chi lo guarda. È lo stesso motivo per cui “Il tempo delle mele” spopolò quando uscì. Oppure “Il giovane Holden” in letteratura, o il “Grano in erba” di Colette (se non l’avete letto, regalatevelo ;-)). Sono storie del cosiddetto “coming of age” nostro, non solo dei personaggi.

Ma poi c’è un discorso da aprire sul “come” il regista ha scelto di raccontare questa storia. Ritmi lenti, e silenzio, e immagini che sanno di grilli e caldo e bandiere rosse e crocifissi. E no, vi prego non sbuffate! Il film non è affatto noioso e questo perché il regista è stato in grado di calibrare i tempi ― come quando andate in un ristorante e il menù, dall’antipasto al dessert, vi viene servito con i giusti intervalli fra una portata e l’altra, non un minuto di più e non uno di meno. Con un film non è facile, ci sono tanti rischi: quello di innamorarsi di una scena e farla durare troppo, o quello di darne per scontata un’altra e farla correre via troppo in fretta. Qui tutto risulta tempisticamente corretto.
Come dicevo ai miei Moviers e al Mastro, avrei voluto almeno altri 10 minuti di girato in più, ma questo non dipende dalla lunghezza del film (corretta, dicevamo): dipende dalla gola, dal volerne ancora ― il Baord è un cine-goloso, che volete farci… 🙂 E come dicevo dopo la proiezione, mi sono balzate all’occhio due scene che mi hanno fatto drizzare le antenne…mmm, mi son detta, qui c’è del talento…
Mi riferisco alla ripresa di un prato, che parte dal basso e gradualmente sale su, come ad aprire un orizzonte già aperto, riscoprendolo… E la seconda, l’immagine di una madonnina di plastica (quelle tipo from-Lourdes-with-love, con dentro l’acqua santa) che si confonde e sfuma in una statuina di Pinocchio, poco dietro. La Madonnina e il Pincchio riassumono la cameretta di Elia meglio di qualsiasi panoramica. Pensateci: madonnina (religione formato take-away) e Pinocchio (infanzia). Righi racconta molto per dettagli. Come per esempio la pagina dell’Unità nascosta sulle ginocchia del padre durante la recitazione delle preghiere serali…Ecco, tutti questi preziosi semini che uno spettatore attento (rac)coglie, ci fanno ben sperare per i prossimi film del giovane Righi. Insomma, ad maiora! 🙂

Ah, un ringraziamento speciale alla Fellow Claudia-the-Critic, alla Fellow Chili Chocolate e alla loro amica (che sarà la Fellow Cappuccetto Rosso non appena riesco a metter le mani sul suo indirizzo email, ih ih ih), per avermi dato delle dritte su “Monsieur Lazhar” che avevano appena visto ― come vedete Let’s Movie si muove su più fronti in contemporanea, il tutto al fine di garantire una copertura critica sul panorama cinematografico (mamma mia, son peggio della barba Carducci!). 🙂

Certo è vero che le vie di mezzo, come le mezze stagioni, non esistono più. Fino a pochi giorni fa, una siccità cinematografica da Sahara. Oggi, un esondazione da Arno 1966. Insomma, o troppo o nulla, e noi di Let’s Movie, noi lì, sempre lì, lì nel mezzo (grazie, Liga). 🙂

Mmm fatemi scegliere un po’ per questa settimana

BELLA ADDORMENTATA
di Marco Bellocchio

Allora. Ricorderete  che ci scagliammo (sempre bonariamente, eh, s’intende) verso Marco-spocchio-Bellocchio, quando venne al MART due anni fa per tenere l’elogio di se stesso davanti a noi povero popolino… Questo però non deve impedirci la visione del suo ultimo film, e per vari motivi: Sir Servillo è nel cast (e lui be’, lui è Sir Servillo, c’è ben poco da aggiungere); il film tratta un tema osticissimo ma di grande interesse, su cui mi piacerebbe riflettere; il film è stato accolto da 16 minuti di applausi alla Mostra del Cinema di Venezia,  e io sono proprio curiosa di vedere se li ha meritati tutti, o se ne avrebbe meritati 13 o magari 18. Non sottovalutiamo i numeri e gli applausometri, please. 🙂

Già vi anticipo che “Pietas” di Kim Kiduk sarà un prossimo Let’s Movie, con tutta la sua sudcoreanità che tanta paura mette ai Fellows. E non tanto perché ha vinto il Leone d’Oro ― bravobravissimo Kim ― ma in nome di quello spettacolo di “Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera” di qualche anno fa. Cominciate da qui a prendere dimestichezza con lui ― io nel frattempo ho preso “Ferro 3” in biblioteca, sperando di riuscire a uscirne viva (da Ferro 3, non dalla biblioteca). 🙂

 Stasera con la questione degli stivali e dell’Huckleberryboard (uh come mi piace!), mi sono un po’ dilungata… Meno male che il Fellow Iak-the-Mate è faraway, altrimenti me le sentivo di brutto. 🙁
Corro verso il Movie Maelstrom senza farmi notare troppo…. Voi, my kid Moviers, valutate l’idea di farvi un paio di stivali 100% red rubber, o anche solo rubber senza il red, fate sosta giù al molo del Movie Maelstrom, leggetevi il riassunto con i piedi penzoloni sull’acqua, e gustatevi questi saluti, che per stasera, signori miei e signore mie, sono orograficamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non so bene perché, ma questa canzone di Otis Redding, mi fa venire in mente quei posti immaginifichi tipo l’Alabama o l’Arkansas… quegli stati lambiti dal Mississippi che non ho mai visto ma che, attraverso queste note, mi par di guardare seduta dalla banchina di un molo… Cliccate qui, via http://www.youtube.com/watch?v=UCmUhYSr-e4

BELLA ADDORMENTATA: Il film racconta il caso di Eluana Englaro, la ragazza che per 17 anni ha vissuto in stato vegetativo fino alla decisione della famiglia (accolta dalla magistratura) di sospendere l’ alimentazione forzata, ritenuta un inutile accanimento terapeutico e rispettando la volontà espressa in passato dalla stessa Eluana Englaro.

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Let’s Movie goes to Rovereto (FuturoPresente) – Occhio a Bellocchio

Let’s Movie goes to Rovereto (FuturoPresente) – Occhio a Bellocchio

Let’s Movie questa settimana ha bissato!

La Honorary Member Mic, la Fellow Milena, il WG Mat e il Fellow D hanno partecipato alla gita “Let’s Movie goes to Rovereto”, litigandosi i posti in fondo del Let’s Movie Van guidato dal Board….

Non scenderò in dettagli riguardo l’intervento di BelSPocchio: c’è davvero troppo masochismo  nello scrivere di smargiassaggine quando l’ha si è subita in maniera tanto imbarazzante la sera prima… Smargiassaggine travestita da falsa modestia per giunta, che è quanto di più irritante si possa immaginare. Oltre a non citare registi che tanto noi del pubblico (=plebe) non avremmo conosciuto, e a imbufalirsi quando lo spettatore usa l’aggettivo “lento” per definire i suoi film (ma bollando lui stesso come “lenti” i film altrui), BelSPocchio ha sfoggiato i panni da primadonna con fastidiosa nonchalance. Fastidiose anche alcune domande incomprensibili poste dai numerosi cinefili in sala (fenotipicamente provvisti di sciarpa radical-left, giacchetta finto worn-out e allure wanna-be tormentata). Su tutte la marzulliana: “È possibile raccontarsi un sogno senza svegliarsi?”…Bah…

Dell’incontro salviamo:

  1. La posizione assunta dal regista che vede nel tradimento della realtà storica in un film un atto di ribellione all’ineluttabilità della storia. (Questo è done, duole ammetterlo…).
  2. La citazione da Amleto “C’è del metodo nella tua follia”, che il WG Mat, non si sa bene perché, ha prontamente rivolto al Board.
  3. La signorina col microfono che ha riscosso notevole successo tra i due male Moviers…

…Comments by the attendees will be highly appreciated…

Let’s Movie
The Board

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