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Let’s Movie – CXL

Let’s Movie – CXL

XIAO HE o LOTUS
di Liu Shiu
Cina 2012, ‘90
Lunedì 8/Monday 8
21:15/9:15 pm
Astra/Mastrantonio’s
Ingresso libero/For free

Fritti&Misti Fellow Moviers,

Che grande abbuffata lezmuviana mercoledì sera! Sono rientrata a casa dopo la proiezione ― e l’inevitabile, inimitabile, invidiabile post-proiezione ― con quella sensazione di appagamento che solo una grande abbuffata lezmuviana può dare. Un “Mission accomplished, Board” con occhiolino strizzato e il pollice Fonzie non ce l’ha levato nessuno. 😉
Ma andiamo con un po’ d’ordine. Meno di un’ora prima di “Reality”, il Sergente Fed FFF, trovandosi in macchina in località Brescia, avverte il Board della difficoltà tempistico-logistica di raggiungere Mastrantonio on time. Il Board, trovandosi in scarpe da ginnastica in località Monte Cimirlo, avverte parimenti il Sergente della difficoltà tempistico-logistica di raggiungere Mastrantonio on time. Stessa difficoltà, mezzi diversi. L’esito ha visto il Sergente trionfare sullo spazio-tempo e raggiungere il Mastro vittorioso, mentre il Board arrancare, facendo quanto di meglio i suoi tacchi potevano fare (più dei nove miglia orari risulta difficile). Provvidenziale l’affaccio del Mastro fuori dal cinema: se intravedi un Mastro, mentre stai correndo e pensi “non ce la faccio non ce la faccio stavolta cavolo non ce la faccio”, la visione di lui in versione timoniere nel canottaggio ti fa sentire un terzo fratello Abbagnale, ti mette il turbo ai tacchi e conquistare la sala in tempo. Una volta lì, sfasciata come una reduce da un Cimirlo e una traversata Centro Trentoville-Corso Buonarroti, in quinta fila o giù di lì trovo lei, la seraficità che mi attende nelle fattezze del Fellow Iak-the-Mate, che non ha perso la speranza di veder arrivare il Board nemmeno per un secondo: sa benissimo che il Baord è fisiologicamente incompatibile con qualsiasi forma di anticipo e/o puntualità ― ma da Mate qual è non smette mai la fiducia ;-). Un po’ più sopra, nell’ultima fila il Sergente Fed FFF, anche lui serafico, come se non avesse affatto bruciato 100 e rotti chilometri (in un tempo che non divulgheremo per ostacolare il turpe lavoro della stradale).
Mi ritenevo già sufficientemente soddisfatta dallo schieramento a tre, Mate, Board e Sergente, quando, ancora più in ritardo di noi ― e qui davvero s’è sfiorata l’ipossia ― arriva il WG Mat con la Fellow Guest Francesca. Anche loro belli serafici ― solo il Board, sfasciato e ansante 🙁 . Una volta tutti riuniti in ultima fila ― che risulterà essere una tipologia di fila molto gradita  ― il Mastro schiaccia PLAY, e via che si parte. 😉

Grazie a un movimento di camera studiato ad arte, “Reality” parte dall’alto, scende giù e dentro nella realtà non-realtà di un matrimonio trash napoletano, entra la non-realtà del sogno esasperato del pescivendolo Luciano ― cioè partecipare come concorrente al Grande Fratello ― per uscirne fuori, sempre dall’alto, lasciando Luciano intrappolato dentro le mura di quel suo stesso sogno, la casa del GF. È una vera e propria discesa, quella che percorre lo spettatore di “Reality”. Una discesa nella realtà di un personaggio che vuole fare della propria realtà un reality.

In cosa è stato smart Matteo (Garrone)? Nell’osservare la distorsione della percezione a cui un soggetto come Luciano è sottoposto quando il proprio sogno prende il sopravvento e va a snaturare la realtà. Mi spiego, che vi vedo un po’ titubanti. Nel momento in cui Luciano crede di essere stato selezionato per l’edizione del GF, comincia a sentirsi spiato, controllato. I passanti non sono più passanti, i clienti della sua pescheria diventano spie, i matti del quartiere, trappole ideate dalla produzione per metterlo alla prova e monitorarne le sue reazioni. La sua mente crea una dimensione parallela, un po’ come Nash in “A Beautiful Mind”, presente? E dove sta ancora la smartness di Matteo? Nel mostrare come l’occhio ― vero, tipo quello di un passante, o meccanico, tipo quello di una telecamera ― cambi l’attteggiamento del soggetto. Luciano comincia a comportarsi “bene”: chiede scusa al matto che aveva maltrattato, inizia a regalare mobili e vestiti alla povera gente, distribuisce cibo ai senzatetto. E tutto ciò non per una vera spinta bonaria o caritatevole, ma per esibire un Luciano da copertina: un buono assolutamente privo del brutto e del cattivo. Piano piano Luciano perde il contatto con la realtà e finisce imbrigliato nelle maglie del reality che la sua mente ha tessuto per lui, giacché il Reality vero e proprio (il GF), non l’ha selezionato come concorrente.

Io credo che il film di Matteo offra una pletora (non lo dico più, promesso) di spunti che vanno oltre la riflessione sul reality e sulle conseguenze che può avere  o avere avuto sugli italiani. Tant’è vero che il film esce nell’anno in cui il Grande Fratello potrebbe saltare. Non sono d’accordo con chi ha affermato  che il film, proprio per questo, “arriva tardi”. No, dico io, il film arriva giusto giusto perché  mostra gli effetti mostruosi che un genere televisivo arrivato al capolinea può generare.

Mostra anche il pericolo del sogno. E qui bacio le mani a Matteo. Viviamo in un’epoca ubriaca di American dreams. Non mi riferisco al “sogno americano” storico, quello degli immigrati italiani con la valigia di cartone che vedevano nell’America l’america. Intendo la credulità americana nei confronti dei propri sogni. Il credere incondizionato che si possano SEMPRE realizzare, no matter what. Da un lato ci fanno tenerezza, questi teddy boys tutto Wisconsin&Missouri ― noi cinici disillusi dell’acciaccata Europa ci guardiamo bene da quest’entusiasmo tout court, scientificamente definito “entusiasmo yeh-eh-eh”. Ma li invidiamo anche un po’, questi innocenti di Yankee-land. Credere che tutto sia possibile forse, a volte, rende tutto possibile? (Questa è una domanda che mi e vi rivolgo).
Matteo cosa fa? Matteo prende il sogno e fa vedere cosa diventa quando il soggetto perde totalmente l’appiglio con la realtà. Fa vedere la perversione del sogno, il sogno malato.

A questo proposito…Prima ho citato il post-proiezione. Vedete, il cinema del Mastro è frequentato da tutt’una fauna di cine-celebrities non da poco! Per dire… Domenica scorsa l’Anarcozumi ha visto il film con Emanuele-udite-udite-Crialese, Anita Caprioli cenava con le prelibatezze servite dalla Cateringcaterina nel Bistrot Chez Mastrò, e qualche giorno prima Christian De Sica ha fatto una capatina dall’angolo trentino in cui sta girando l’ennesimo cine-panettone (may God the Allmighty forgive us all …) e Andrea Segre, il regista di “Io sono Li”, dopo aver visto anche lui “Reality”, s’è fermato un po’ a parlare del film.

Andrea parlava di favola nera. Io non sono d’accordo (ma sarai d’accordo con qualcuno, Bastiancontrario Board?!! 🙁 ). E leggo in giro che per Matteo, Luciano è una specie di Pinocchio moderno che perde la propria innocenza in un paese dei balocchi moderno. Io però non confonderei personaggio e genere. Secondo me “Reality” è la cartella clinica con l’anamnesi di un paziente rimasto vittima del proprio sogno. La patologia della fantasia: il film formalizza la possibilità della disfunzione del sogno. Non c’è un lessico fiabesco, e non bisogna, a mio parere farsi trarre in inganno dalla fotografia a tratti un po’ circense, un po’ felliniana (e qui sì, davvero magistrale). Matteo ricorre alla cifra dell’iperrealismo e dell’esegarazione, sia dal punto di vista dei colori che delle forme. Prendiamo l’incipit, per esempio: il festeggiamento di un matrimonio pacchiano in cui la tensione al posh sfocia nella riuscita in tresh ― sposi in arrivo su una carrozza del ‘700, colombe, lustrini e paillettes su corpi da Botero ― e tengo a dire che l’inizio, per me, è un vero e proprio cortometraggio a se stante per la completezza con cui è girato. Gli invitati, e tutti i personaggi del film, in realtà sono eccessivi nelle carni che mostrano (vedasi scena della piscina, in cui questi corpi in costume da bagno abitano lo spazio nella loro pingue nudità), sono chiassosi, e terribilmente umani. Ma come dicevo mercoledì, non li trovo grotteschi. Una fetta di popolazione napoletana, anzi, italiana, è proprio così. Adiposa, rumorosa, d’una semplicità tra l’imbarazzante e il commovente, e in perenne attesa di una chiamata ― non religiosa, ma mediatica, come  in questo caso,  quella del Grande Fratello. Non credo che Matteo critichi loro in quanto esseri umani: non c’è satira nella sua cinepresa, il suo sguardo cristallizza un momento nella storia contemporanea di questo paese dove la televisione diventa terra promessa che può salvare dalla miseria quotidiana. È come se Matteo dicesse: guardate qui, guardate questa nostra Italia ingrassata a fiction e f(av)ole (altro esempio di parola fisarmonica), guardate cosa può produrre. Ma non c’è ferocia, non è un j’accuse. E nemmeno beffa. Mi piace, l’umanità con cui Matteo guarda a questi personaggi. E lo si capisce dalla carrellata a fine matrimonio tresh, quando questi soggetti sani (ma ad alto rischio), ovvero gli invitati, vengono ripresi nelle loro case mentre si sfilano di dosso il loro “reality” a cui hanno appena preso parte ― il matrimonio ― sfilandosi di dossi gli abiti cheap, i lustrini&paillettes made-in-China, per r-infilare la propria realtà ― stanzette squallide a limiti della vivibilità, muri ammuffiti, copriletti lisi e scolapasta di plastica. È una sequenza che mi ha molto colpito: cogliere la spogliazione come momento di risveglio dal sogno e ritorno al reale. Questi personaggi, nella loro umiltà, si salvano: capiscono che il momento di finzione e festa è finito, e ritornano al proprio quotidiano. Luciano purtroppo non riesce a “spogliarsi” dalla sua chimera gieffina, e ne rimane soffocato. Passerà le proprie giornate imbambolato davanti alla tv, a sbirciare in quella casa mediatica da cui è stato escluso ma in cui si sente a tutti gli effetti incluso. E anche qui, ci sarebbero tutta una serie di scene da discutere. Per esempio quella del grillo sul soffitto che per Luciano diventa una sorta di telecamera che lo sta osservando. E invece non è altri che un insetto. Qui potrei parlare di distopia, se sabato sera non avessi promesso di evitare certe parole come appunto “distopia”… 🙂

Per quanto riguarda il finale, è stato oggetto di pareri discordanti sia tra i Movier sia sui giornali. In effetti si tratta di un finale in cui reality e realtà si sovrappongono definitivamente e in cui anche noi spettatori perdiamo il filo con la realtà. Nel finale Luciano riesce a intrufolarsi nella Casa del Grande Fratello. Osserva, da dentro, tutti i concorrenti mentre vivono la loro realtà di finzione (svendita di ossimori stasera eh), e non vedono Luciano. Lui li osserva, gironzola per le stanze e ride. E la risata che accompagna tutta la sequenza conclusiva è tremendamente drammatica perché è la risata della follia, dell’io che è finito a pié pari dentro la propria ossessione-allucinazione e lì finirà a vagare. Il finale spiazza perché i due piani di reality e realtà si fondono. Perché noi diventimo, per un attimo, Luciano. Fin quanado il regista ci libera, con un piano sequenza che parte dal basso e ci porta su su nel cielo, e noi guardiamo giù, la planimetria della casa del GF, Luciano dentro, spacciato. Noi (per ora) salvi.

Come dicevo, il fritto misto del post-proiezione è stato di quelli che piacciono tanto a me: pareri discordanti e opinioni diverse. “Reality” ha diviso: ad alcuni è piaciuto ― io e il Mate, per esempio, e Mastrantonio ― ad altri non ha convinto ― il Sergente e Andrea e anche l’Anarcozumi. Alcuni, come il WG Mat, sono rimasti perplessi. Ma è proprio lì il bello. Noi di Let’s Movie odiamo la cucina monosapore: ci piacciono i gusti vari&eventuali! E comunque questa diversità di reazioni lezmuviane verso il film rispecchia la risposta dello spettatore italiano: alcuni ritengono “Reality” il capolavoro di Matteo, altri sono rimasti delusi. Io, per una volta, non ho pianto sulle aspettative infrante (emmmenomale!), ma non mi spingerei a definirlo “capolavoro”. È un film che ha meritato la vittoria del Premio della Giuria a Cannes e che merita le lodi della nostra critica. Ma il termine “capolavoro” è prezioso e non voglio consumarlo: c’è tempo per i dieci e lode! Per ora a Matteo do un bel nove, e gli assetto una gran manata bravo-bro sulla spalla. Avercene, di Garroni, in un’Italia che a volte sembra fare i film con lo stampino…

Prima di passare al film of the week, devo aprire la parentesi dei Proattivi. Qualche giorno fa indovinate chi si è iscritto da solo (= di sua spontanea volontà) a Lez Muvi? Ma lui, Michele, detto il Movier Michele il Magnanimo, e non tanto perché sovrano filo-gandhiano, ma per il divertissement antifrastico che è la sua cine-identità. Dovete sapere che il Magnanimo, quando non è un Movier, è un rettilologo: “anfibiologo” non si può scrivere/dire in Lez Muvi: per via di quella LIEVISSIMA fobia del Board nei confronti di R _ _ E e R_ _ _ I, Let’s Movie è un’isola felice da cui R _ _ E e R_ _ _ I sono banditi 🙁 ). Mio caro il Magnanimo, spero vivamente che Let’s Movie possa diventare “troppo” per te, ed eguagliare, nella gioia che ti procurerà, il tritone crestato, pane e nutella e lo scorpione reale. 😉

Nella Parentesi “Proattivi” dobbiamo aprire un capitolo a parte (ma la fisica permetterà di aprire un capitolo dentro una parentesi?? Ma chi mi risponde?? Il Fellow Footballer-For-Fun, che è un fisico, c’illumini, please). Con la complicità del Fellow Fiiiii e della regal Movier Marie Thérèse l’Impératrice, qualche giorno fa mi è giunta una mail da una loro amica, Milena, che mi chiedeva di poter essere iscritta a Lez Muvi. Ora voi penserete “Maronnamia, questa è la volta che il Board s’è stampato l’email e se l’è incorniciata…” Invece no, avevo semplicemente una parete libera da riempire e allora… 🙂 … Cine-battezziamo la sant, ehm, Milena, la Movier Mail Milena detta anche Mailena, per l’affinità sonora con la posta elettronica e la richiesta ai limiti della beatificazione. 🙂

Sì sì, mi muovo Fellows, ora passo al film…

XIAO HE o LOTUS
di Liu Shiu

Grazie alla Rassegna “La Settimana Internazionale della Critica” ― ospitata indovinate un po’ da chi?? ModestoMastro, io non vorrei incensarti troppo, ma come faccio?? 🙂 ― abbiamo modo di vedere questo film che si è fatto notare all’ultimo Festival del Cinema di Venezia. E qui sì, fate un pit-stop nella piazzola “Riassunto”: la storia mi sembra molto interessante, e sono curiosa di vedere coma una regista cinese (alla sua opera prima) affronti un dilemma scottante: seguire la propria indole da spirito libero e vivere una vita coi bastoni fra le ruote o adeguarsi al regime e vivere una vita tricaricamente tranquilla-ah-ah-ah? Guardate, mi assumo tutte le responsabilità se il film vi annoia… Io non credo che vi annoierà, ma se volete sfidarmi, io non mi tiro indietro… 😉 😉

Ovviamente la presenza della sinologa di Let’s Movie, la Fellow Archibugia from Busa Bel-Air, sarebbe grandemente apprezzata… Così  come quella della nostra Honorary Member Mic, giapponauta per formazione cafoscarina con cinese as second language…Ah, tra l’altro il film è in cinese, con i sottotitoli (in italiano, non in polacco, eh!), quindi Katrin, Mic, potreste rispolverare il Ni-hao che è in voi! 🙂

Come siamo messi a lunghezza? Mmm, bad, Board, very very bad 🙁 … Comunque ora ho finito finito finitissimo. E il Movie Maelstrom non è da considerarsi all’interno dello spazio riservato al corpo del testo: è un interrato a sé stante fuori dalla particella di cine-terreno a nostra disposizione (no, non ho trascorsi come geometra eh, non scherziamo).

Grazie, miei commensali Moviers, mi regalate un  sacco di soddisfazioni, e per premiarvi, laggiù nell’interrato, troverete qualcosa di dolce… E i saluti che vi porgo  stasera non potevano che essere lucullianamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

 

Qualche giorno fa mi è ricapitata per le mani questa canzone… è molto saudaje, e anche anni ’70, non so…È davvero un nonnulla di canzonetta, ma it’s so sweet, and fun…. Ho pensato che dopo il fritto misto ci volesse un buon caffè… http://www.youtube.com/watch?v=yQ1muomLZBo 😉

XIAO HE o LOTUS: Insegnante cinese in una cittadina del nord con idee innovative sull’apprendimento, Xiao He è costretta ad andare a Pechino per poter dare libero sfogo alla propria creatività, ma l’innato istinto di libertà la mette nuovamente nei guai. Possiamo vedere nella protagonista la tipica rappresentante della gioventù intellettuale della Cina contemporanea, in pieno boom economico, posta di fronte al dilemma se utilizzare la cultura per ottenere pragmaticamente il massimo del profitto o seguire gli ideali con il rischio di trovarsi fuori dalla parte di società che conta.

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Let’s Movie CXXXVIII

Let’s Movie CXXXVIII

POLLO ALLE PRUGNE
di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
Francia 2011, 94’
Martedì 25/Tuesday 25
21:00/ 9 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria

Majakovskij Moviers,

M’imbatto adagio-ma-non-troppo in un articolino che prospetta uno scenario abbastanza cape-fear-il-promontorio-della-paura per il cinema italiano. “Solo nel 2012 in Italia hanno chiuso 60 esercizi, in gran parte urbani e dedicati ai film d’essai”, rintocca il giornalista, preparado il lettore ad un Apocalypse Now senza Mighty Marlon e Dennis U-hopper (scusate, ma questa è per il Fellow Iak-the-Mate :-)). Siamo tutti stufi di sentire le solfe e-la-crisi, e-la-spending-review, e-l’IMU e-l-Ilva e-il-caro-cancelleria e il settembre-nero, ma una notizia così, che s’inserisce tranquillamente nel filone notizie-solfa, fa rabbrividire un po’.
Non volendo erigere monumenti ai “Fellows caduti leggendo valorosamente una movie-mail”, non entro nello specifico, ma l’articolino mi ha riportato con la mente a mercoledì, e alla fortuna di avere un “esercizio in parte urbano dedicato ai film d’essai” a 11 minuti di pié-veloce da casa Board e all’esperienza collettiva che una sala cinematografica può diventare. Perché, Moviers, non è solo questione di “vedere” un film. È anche questione di ANDARE a vedere un film al CINEMA. Ed è su questo punto infatti che batte il Board con Let’s Movie, che non vuole salvare le sorti della cinematografia internazionale — per ora ci bastano quelle nazionali 😉 — ma far tornare l’entusiasmo per la Sala e fare in modo che a Mastrantonio non tocchi mai-e-poi-mai-e-giammai la fine di quei 60 esercizi. 🙁 Per quanto, sappiate, voi che vivete il mondotondo là fuori e che di Trentoville conoscete solo Stonehenge, Roncabronx, Povorock e Los Gardolos per sentito dire (e per fortuna), che la Mastrantonio&Sons (anzi Daughters) conti, oltre alle 3 sale cinematografiche, una sala ristorante comunicante con il cinema stesso ― e ci dev’essere anche un campo da golf da qualche parte, già lo dicemmo… Il Mastro ha fuso le esperienze cine e cibo diversificando il bisnèss — Steve Jobs brillava nella Silicon Valley, il Mastro nella Valle dell’Adige, uno si prende quello che passa il convento. 🙂 E se dietro il bancone del cinema ci sta la Maddymastrantonio quando il daddy armeggia con le pellicole nel bugigattolo delle meraviglie (che prima o poi dovrò visitare), dietro il bancone del bistrot, chi ci puo’ stare, vi domando io? Ma lei, la primogenita Caterina, d’ora innanzi la Cateringcaterina! E ancora vi domando, ma se la Maddy era una creturina così da fiaba, tutta grano&mare, poteva la primogenita essere da meno?? Of course, not. Capelli e occhi nocciola su un incarnito nature da far invidia ai segreti di Lady Lancome…Ma quante belle figlie (Madamadorè) c’ha ancora, il Mastro?? Vi domanderete voi a questo punto, curious Moviers… Nessun’altra, il Mastro si è declinato in oro e bronzo, e per il momento, basta così… 😉
Però vedete, non è solo andare a vedere un film. È correre in contro all’Honorary Member Mic, che mi aspetta sul marciapiede quando credi che non verrà, e buttarle le braccia al collo con foga quarter-back. Oppure trovare la Movier Marie Thérèse, che ha ciclettato regalmente sotto la pioggia sin dalle praterie a sud dell’urbe per venire a Let’s Movie. E anche questo fa parte dell’andare al cinema. Spingere un dvd in un lettore e premere play va bene. Ma farlo premere ai Mastri in giro per l’Italia va meglio. 😉

E ora preparatevi…

La missione sul pianeta Kimkiduk (one word, one world) non è stata affrontata a cuor leggero. Eravamo corazzatepotemkin. Insomma, non ci aspettavamo di far quattro passi nel favoloso mondo di Amelie, e infatti è stata una discesa agli inferi, ma senza ignavi e Dante. L’inferno esteriore esplorato da Kimkiduk è quello anonimo e proletario di una periferia urbana sudcoreana, che si accompagna all’inferno interiore del protagonista. Il protagonista, Kang-do, è un bad guy talmente bad che in confronto Bane e Ras Al Gul dell’ultimo Batman sono le simpatiche canaglie. Il ragazzo è uno strozzino che passa le giornate a riscuotere degli interessi del 300% ai poveracci che si sono rivolti a lui. Se non possono pagare, Kang-do s’ingegna a procurare agli insolventi tutta una serie di menomazioni per intascare i soldi dell’assicurazione. Bastano pochi fotogrammi a gettarti nel baratro del film: una sedia a rotelle, un gancio, l’urlo di una donna fuori campo. Così comincia, e anche lì, come amo sempre dire a chi ha la pazienza di starmi ad ascoltare, lì c’è già tutto il film — l’inizio che contiene la fine, e solo i bravi, quelli da 8, ci riescono. 🙂
Un film che non può non essere sgradevole (in realtà più per le immagini evocate che per quelle effettive ― un rivolo di sangue agghiaccia più di mille vasche da bagno horror), ma anche perché a parte gli universali che tocca (pietà, vendetta, amore, odio), tocca anche il denaro, e lo sporco morale che esso porta con sé corrompendo le anime e tutto quello che circonda i corpi. E infatti l’ambiente è sudicio: frattaglie sulle piastrelle di un bagno, animali morti, o destinati a morire (in ogni caso animali che nella mitologia rinviano proprio al diabolico) — conigli, galline, anguille. Kang-do non conosce misericordia: è una maschera impassibile che nasconde un cuore di pietra.
Un giorno però tutto cambia. Irrompe nella sua vita una donna misteriosa che dice di essere sua madre. Si profonde in scuse per averlo abbandonato da piccolo e gli si mette alle calacagna per recuperare il rapporto perduto. Qui Kim si spinge all’estremo, non risparmia i tabù archetipici che costellano il bagaglio socio-culturale di tutte le civiltà. Va oltre, architettando un piano ― e questo sì, è diabolico. Non vorrei svelare troppo a chi andrà a vederlo: l’idea del film sta proprio nel rovesciamento di prospettive che sconvolge la vita di Kang-do. La madre, che noi crediamo a metà fra Maria (la pia) e Maddalena (la peccatrice pentita), incarnazione della pietà e del perdono, si trasfigura nel suo esatto opposto… Diventa una Madonna dark… La lucidità micidiale che la contraddistingue ci dimostra quanto il dolore possa scavare fosse dentro cui convivono e trionfano follia, sangue freddo e sete di vendetta.  E il contrappasso ― per far contento Dante che via dai riflettori non sa proprio starci ― piega definitivamente Kang-do, ma anche, tristemente, lei. Nel film tutti personaggi perdono ― chi un arto, chi i soldi e la casa, chi la vita. E questo forse ha portato tanta critica a intravedere in “Pietà” una critica al dio denaro e al capitalismo, che ha spinto l’uomo verso una deriva morale dai risvolti abominevoli. Io sono rimasta più colpita dal fatto che tutto subisca una perversione: la madre, da Maria a Maddalena a Angelo Vendicatore, il figlio, da delinquente senza rimorsi a Piccolo Lord amorevole colto in una regressione allo stadio infantile, quasi a voler recuperare il tempo perduto e a godere di quel rapporto simbiotico di cui era stato privato da bambino.
Il film si riversa, come gli occhi dei posseduti, e porta lo spettatore in un antro cieco dove l’amore materno ― o quello che crediamo tale ― agisce da giudice supremo e cerca nella vendetta (portata al massimo grado) l’unica ragione di vita. Ma come dicevamo, tutti perdono tutto, e tutti escono sconfitti. La vendetta è sterile e non porta a nulla ― non certo in vita un figlio morto…. I soldi guadagnati con il sangue portano altro sangue; il male è batterio che prolifera nella piaga. L’aspetto sconvolgente di quest’opera kimkidukkiana è che è profondamente intrisa di “cristianesimo” o meglio, di valori cristiani ― miseridordia, compassione, clemenza ― che però qui degenerano. E mai locandina fu più significativa: una Pietà dalla conformazione triangolare nella più classica della conformazioni michelangiolesche sostituisce i ben noti originali perfetti con due esseri fallati, usciti dritti dritti dalla discarica del 21esimo secolo: una madre assassina che regge il cadavere di un figlio assassino.

Certo, direte voi, ma come mai questi personaggi sono così negativi? Questi personaggi hanno subito il danno. E scrivendo queste parole, mi torna in mente, chiarissima e fortissima, la storia d’amore distruttivo tra Anna e Stephen in “Il danno”, libro e film (quello che preferite, ma meglio libro ;-)).  Allora vado cercarlo tra i miei libri, per voi… A un certo punto, raccontando della propria vita, Anna gli dice: “Ho subìto un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere”. E lui le chiede il perché di questa cosa. E lei: “Perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro”. In Joseophine Hart troviamo Kimkiduk, e viceversa! Kang-do ha subito la mancanza dell’amore materno da piccolo. La madre ha subito la perdita di un figlio. Il dolore può partorire esecrazioni. E il troppo amore di una donna per il proprio figlio, anche quello può portare a esecrazioni ― persino la perdita dell’umana coscienza. Questo vuole mostrarci il film: la pietà è la negazione della vendetta, ma senza di essa non esisterebbe. Come il bene con il male, Batman con Jocker, legati l’uno all’altro (verooo, WG Mat? ;-)).

Quando vedete questo film, capite il perché abbia vinto la Mostra del Cinema di Venezia. Non c’è paragone con “Bella addormentata”. “Pietà” è terremoto. C’è il trovarsi davanti a qualcosa che ti sconquassa dalle punte dei piedi alle doppiepunte dei capelli. Esci e sei sottosopra. E questo, lo ripeto per l’ennesima volta, dovrebbe rientrare nell’agenda dell’arte. Scuotere. Dalla radice alle punte (evvai con la tricologia). Lì sta la VERA innovazione. Majakovskji Vladimir, il magister che tanto docet, scriveva della poesia: “Vogliamo che la parola esploda nel discorso come una mina e urli come il dolore di una ferita e sghignazzi come un urrà di vittoria”. Kimkiduc l’ha fatto con le immagini.

All’uscita noi Moviers non abbiamo sollevato i sei pollici d’ordinanza. Ci siamo guardate e abbiamo sospirato “Checcavolodifilm”. “Checcavolodifilm” significa che non hai parole. È come aver visto un fenomeno soprannaturale che in qualche modo ti ha aperto un terzo occhio. E guardate, capisco benissimo quando tanti di voi, stanchi dal lavoro, caro-cancelleria ecc, mi dicono “Voglio andare al cinema per non pensare”. Ma chemmi rispondete se vi dico “e se andassimo al cinema per pensare (ad) altro?”… Think different ― mannaggia ‘sta Apple spunta dappertutto… 🙁

Oh cavolo, mi sono persa sul pianeta Kiduk (ma ve l’avevo detto di prepararvi! :-)). Ora rimedio e volo a offrirvi un filmettino che mi porto nel paniere da un po’.

POLLO ALLE PRUGNE
di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud

Il “Pollo alle prugne” di Marjane Satrapi cade a fagiolo (ma si può dire, nutriozionisticamente parlando, che un pollo cade a fagiolo? Bah). Dopo film massicci come gli ultimi tre proposti, c’è bisogno di un po’ di favola e onirico. Dobbiamo smaltire le bombe festivaliere, e le prugne ci sembravano quanto mai adatte (ok, questa era pessima 🙁 ).

Per chi non lo sapesse ― io non lo sapevo ― Marjane Satrapi è autrice della graphic novel “Persepolis” in cui narrava la propria vita di giovane ragazza a Téhéran e da cui ha tratto l’acclamato film d’animazione di qualche anno fa. Si dice in giro che “Pollo alle prugne” ― il suo primo lungometraggio non animato ― non sia agli stessi livelli, ma che sia comunque degno di essere visto (tra l’altro era in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia dell’anno scorso). Gliela diamo una possibilità? Falquì se gliela diamo… 🙂
E il Board promette solennemente di smetterla con tutta ‘sta ignoranza e di vedersi “Persepolis” (come “Ferro 3” per Kimkiduk ― visto (finalmente!) e decisamente approvato ;-)).

Okay, ora basta Board, BA-STA-BOARD! Scappo via, la notte è davvero ancora lunga… Per fortuna… 😉

Prima di scappare via anche voi, attimi-fuggenti Fellows, schivando il riassunto che vi ritroverete in mezzo ai piedi, date uno sguardo nel Movie-Maelstrom. Ho pensato che servisse qualcosa per tirare su l’animo a tutti…Domani è pur sempre Monday, e l’IMU s’ha da pagare e le sale cinematografiche chiudono… 🙁

436 grazie, my  Fairy-tale Fellows… E accogliete questi saluti, che stasera sono sovversivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dato che il contrappasso l’ha fatta da padrone nel film di Kiduk, e dato che c’è bisogno, per noi piccola umanità in balia dell’errore e della tribolazione, di un po’ di beata misericordia, ho pensato di gettare in questo spazio-minestrone, una notizia che ci ricorda che la vita indossa due maschere, una che piange (e su questo, stasera, abbiamo dato abbondantemente) e una che ride. Adesso è il turno della faccia che ride. 🙂

Giunta dalle nostre fonti misteriose, la notizia riguarda la consegna dei Premi IgNobel, i riconoscimenti per le ricerche più improbabili e bislacche ― ma fondate e finanziate! ― del 2012. Da più di 20 anni questo premio celebra le scoperte scientifiche più assurde e fantasiose in 10 settori dell’umano sapere ― come il Nobel, il fratello serioso. Vi sembrerà incredibile, ma la celebrazione dell’IgNobel si tiene nell’Auditorium dell’Harvard University e non ha nulla da invidiare al fratello serioso di base a Stoccolma. Mi preme segnalarvi l’IgNobel 2012 per la Letteratura, andato al US Government General Accountability Office per aver pubblicato un “Rapporto sui rapporti che raccomandano la preparazione di un rapporto sul rapporto sui rapporti sui rapporti”. Lo so, lo so, come non averci pensato prima? Leggete voi stessi…E consultate le 10 categorie….
http://www.lescienze.it/news/2012/09/21/news/premi_ignobel_2012_scienza_improbabile-1270341/

E facciamo ridere quella faccia! 🙂 🙂

POLLO ALLE PRUGNE: Téhéran, 1958. Nasser-Ali, un famoso suonatore di violino, incontra la sua amata Irâne per strada, ma lei non lo riconosce. Durante questo incontro fortuito scopriamo che, a causa di un litigio, sua moglie ha distrutto il suo prezioso strumento musicale. Poiché nessun violino riesce più a procurargli il piacere di suonare, Nasser-Ali decide di morire. Otto giorni dopo si toglie la vita.

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Let’s Movie CXXII

Let’s Movie CXXII

QUIJOTE
di Mimmo Paladino
Italia 2012, 75′
Mercoledì 30/Wednesday 30
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio’s
In sala: l’attore Alessandro Bergonzoni 🙂

 

Magia-magia Moviers,

Mandrache Mastrantonio si è frugato nel cine-cilindro e se n’è uscito con un evento surprise-surprise a cui noi non possiamo proprio rimanere indifferenti.

Mercoledì, alle ore 21:00/9:00 pm, il nostro mago ci propone “Quijote”, opera d’arte in forma di cinema realizzata da uno dei maggiori artisti della Transavanguardia italiana, nonché genio idolatrato dal Board ― Mimmo Paladino.

E non solo il Mastro è riuscito ad accaparrarsi una pellicola che sarà stata realizzata tipo in quattro copie (di cui una sotto il tavolo zoppo di casa Paladino e l’altra al sicuro nella cassaforte della storia dell’arte universale), ma farà comparire in sala uno degli attori che ci hanno recitato, Alessandro Bergonzoni!!

Quindi, per ragioni puramente maggggiche, “Cosmopolis” slitta a data da destinarsi e viene rimpiazzato da questo numero unico proiezione+regista. Ta dan!! 🙂

Allora, dato che l’evento è più unico che raro ― mai mi sarei aspettata che “Quijote” raggiungesse, un dì di maggio, Trentoville ― vi esorto a prenotare chiamando lo 0461-829002 per non cadere vittime della ghigliottina sold-out, che tante Movier-teste ha fatto rotolare in passato… 🙁

Come sapete la parola d’ordine, anzi magica, da recitare al telefono è “Mastrantonio” ― così il nostro Mandrache ci mette tutti vicini vicini micini…. 😉

Fellows, io non sto nella pelle… Cioè, “Quijote” di Mimmo Paladino a Trentoville…È proprio vero che a volte la realtà supera la circoscrizione…

Vi aspetto tuttissimi…E se avete qualche dubbio, vi chiedo, ma quando mai vi ricapita di trovare l’arte sciolta in cinema??

Trust Your Sim-Sala-Bim-Board… 😉

Let’s Movie
The Board

QUIJOTE: La trama del film non si discosta troppo dalla storia di Cervantes: un “hidalgo” (ovvero un signorotto) spagnolo, Don Chisciotte De la Mancha, e il suo fido assistente Sancho Panza, in un road-movie ante-litteram alla ricerca di nemici e di loro stessi, raccontano ciò che incontrano sulla loro strada e filtrano la realtà attraverso la loro cultura. Il tutto in una messa in scena molto tetrale, dove la fedele ricostruzione storica è totalmente tralasciata a favore di una ricerca dell’ immagine e dell’ interiorità.

Presentato all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Con Peppe Servillo, Lucio Dalla, Alessandor Bergonzoni, Edoardo Sanguineti.

Magnitudo/Magnitodos Moviers,

Questa cosa del terremoto mi scuote parecchio — sì, ho fatto la battuta. Tu sei lì circondato dalle tue belle cosine, l’appartamentino con il riscaldamento termoautonomo, la lavastoviglie se sei fortunato. I tulipani in un vaso, se sei fortunato. La macchina posteggiata sottocasa, con entrambi gli orecchi, sempre se sei fortunato. Tutto molto amodino, molto Legoland. Poi suddenly, from the heart of the earth, there comes the shock… E vedete un po’ l’inglese, che razza di bella lingua. Per noi lo shock è il trauma, la doccia fredda del panico. Per gli inglesi lo “shock” è la scossa — elettrica, o appunto, terremotica… Subisci quest’onda d’urto che ti risale le gambe puntando dritta al cervello dove rimarrà anche quando nelle gambe sarà tornata la calma. In un certo senso, per me, il terremoto di sabato scorso, è ancora lì, a seminare il panico nell’area di Broca, gli omini di Legoland in un fuggi fuggi generale…

È un po’ come essere posseduti, una scossa sismica, no? Io ci penso.

Passando a qualcosa di meno destruens e deciasamente più costruens….Fellows, diamo il benvenuto in Lez Muvi a Francesca, d’ora innanzi Fellow Frannie Back Home, perché dopo un esilio poco dorato in terra Busa Bel-Air, è tornata al Trent-ovil(l)e, e ha richiesto, DI SUA SPONTANEA VOLONTÀ, di poter firmare il modulo “Join Let’s Movie” ― che ricordiamo non contempla il diritto di recesso né annullamento. Io sono rimasta stupita quanto voi, ma ho passato subitissimamente la penna per la firma, sfregandomi le mani soddisfatta… One more Movier caught…eh eh…  🙂

Martedì si prospettava un Let’s Movie oh-so-quiet oh-so-still, come cantava sopraffina Bjorg dentro un film sopraffino. Arrivo per una volta con un largo anticipo di sei minuti da Mastrantonio, e fuori sulle cine-panchine mastrantoniane (sì, Mastrantonio offre pure delle cine-panchine) trovo ― in uno splendido trench sabbia incredibilmente in linea con l’ambientazione del film ― la Fellow Vaniglia in posizione relax post-arrivo pre-film. Poi il sorriso della Fellow Vaniglia seduta su una panchina mastrantoniana in un trench sabbia prima di un Let’s Movie è stato battuto 12.000.000 di Euro da Christie’s. E noi di Let’s Movie ce l’abbiamo agratis…Cioè. 😉

Mentre sono al bancone che discorro amabilmente con Mastrantonio&Milady Mastrantonio, sul film che si stava per vedere e sul pacco-contropacco che Lioret ha tirato ― pure con il contropaccotto ― al Board dieci giorni prima, mi spunta sulla destra l’altissimo, purissimo, lunghissimo Fellow Chris detto Fellow Truly Done, per via di un cognome che gli permette di portarsi appresso la coolness anywhere. 😉

 Let me remind you, Chris, that the adjective “done” ― from Middle English don, from Old English dōn, akin to Old High German tuon “to do” ― currently means “cōol-oh-so-cōol” in Letsmuvian language (Merriam-Webster Dictionary implemented by the Board). 🙂

Dovete sapere che nelle fila di Fellows (di fila) militano un numero imprecisato e transfinito di Moviers stranieri. Let’s Movie porta avanti la missione d’internazionalizzazione attraverso dipartimenti esteri sparsi per la qualunque, e accanto a questi abbiamo dei rappresentanti in loco, come il nostro Fellow Truly Done, direttamente da Manchester, Greater Manchester, United Kingdom of Great Britain, God Save the Queen ma anche no, amen. Ora, vogliamo apprezzare all together lo sforzo di un English-speaking Movier che si guarda un film d’autore in lingua straniera e senza il becco d’un sottotitolo?! Chris, you are truly ― madly, deeply ― “done”. 🙂

“Il primo uomo” è cashmere. Raffinato, duraturo, di pregio. E questo un po’ me l’aspettavo. Amelio è uno dei cineasti più “puri” che abbiamo in Italia ― puro nel senso che rimane fedele alla sua agenda creativa: cesella sempre opere in cui è in grado di unire un grande rigore formale a una grande umanità (ricordo a questo proposito “Lamerica” e anche “Le chiavi di casa”, film struggente con uno strepitoso Kim Rossi Stuart. Check it out, please).

Come vi dicevo domenica scorsa, temevo un po’ “Il primo uomo”. La trasposizione cinematografica della trasposizione di un personaggio letterario è un procedimento con alto potenziale “catastrofe” sia in termini di intento che di effettiva riuscita. Amelio ― e francamente non so come sia riuscito ― è stato in grado di tracciarsi un percorso interpretativo all’interno del romanzo di Camus. L’ha letto in modo personale, e con “personale” mi riferisco sia allo sguardo tutto suo con cui ha guardato alle vicende del testo e alla cernita che ne ha fatto per il film, sia al “personale” di se stesso medesimo, Gianni Amelio. Il protagonista del romanzo, lo scrittore Jacques Cormery, non è solo l’alter ego di Albert Camus, ma anche una figura con cui Amelio si identifica. In un’intervista rilasciata dopo l’uscita del film, Amelio ha proprio ammesso che nell’Algeri degli anni ’20 ha ritrovato le tracce della sua Calabria degli anni ’50. E questo vale anche per le figure (assenti) del padre e delle due presenze (molto presenti) della madre e della nonna, nonché del maestro elementare, che ha permesso al trio, Jacques-Albert-Gianni, di continuare gli studi. Ed è proprio questa stratificazione che porta il film a un profondissimo livello di profondità ― se guardate con attenzione alla locandina del film, troverete, sopra il titolo, l’accostamento dei due nomi “Amelio / Camus” che possiamo considerare un riconoscimento/tributo del regista alla vicinanza con lo scrittore francese.

“Il primo uomo” però non è (solo) un ritorno alle origini vissuto dal protagonista/scrittore/regista quando torna nella natia Algeri nel 1957. I ricordi di lui bambino che affiorano e si mescolano al presente, le immagini della madre (amatissima) e della nonna (cerberissima), l’infanzia e le tribolazioni di un’infanzia povera vissuta in un paese povero, tutto questo c’è, forte e chiaro e bello ― bello nel modo in cui Amelio sa trasformare una scena in un piccolo quadro a sé, con un’atmosfera tutta sua, ordinata, pulita, eppure estremente umana, come si diceva prima… Le strade cotte dal sole e gli interni casalinghi e gli occhi rugosi di una vecchia raccontano la storia più delle parole. Tutto questo, dicevamo, c’è. Ma c’è anche, e soprattutto, la politica. “Il primo uomo” investiga la prospettiva camusiana sulla questione coloniale magrebina e lo scontro tra il governo francese e il Front de Libération Nationale che sosteneva l’indipendenza dell’Algeria dalla Francia (anche) attraverso atti terroristici. Il film mostra e dimostra come il colonialismo, violentando la libertà di un territorio, sia da considerarsi un atto distruttivo tout court. Tuttavia Camus aveva preso le distanze dai modi terroristi adottatti dagli indipendentisti algerini, e questo è espresso chiaramente nelle parole di Jacques ― parole che utilizzò Camus per se stesso ― “Mia madre nella sua vita ha sofferto quanto voi. E sento che lei non ha nessuna colpa, come non ce l’avete voi. Se qualcuno nella sua insensatezza usa dei mezzi che possano colpire mia madre, io considero questa cosa talmente ingiusta che sono contro di vi e sarò vostro nemico”.

Il bello del film è che mostra anche l’atra parte. Quella che supporta le ragioni degli indipendentisti, ben rappresentata dalla figura del maestro, dalla cui bocca escono un paio di “cosucce” pregne che mi sono appuntata e che vi riporto, senza commentare, giacché parlano da sole.

“È la violenza del colonialismo che giustifica la violenza della ribellione”. E sentite questa, “Si può stare dalla parte dei barbari”. Se stare o no, non so, ma certo li si possono capire… Think about it, Moviers…I will…

Ciò non toglie che il film si apra con uno statement molto preciso dello scrittore Cormery che può essere letto come una vera e propria dichiarazione di poetica dello scrittore Camus. “Il dovere di uno scrittore non è quello di schierarsi dalla parte di quelli che fanno la storia, ma di aiutare quelli che la subiscono”. E credo che non ci sia altro da aggiungere su questo.

Consiglio “Il primo uomo” alle persone che del cashmere apprezzano la ricercatezza, l’esclusività e la durevolezza nel tempo. 😉

E finalmente, canticchiando insieme a Claus “Santa Cannes is coming to town”, eccoci con il primo film presentato al Festival che arriva in città

COSMOPOLIS
di David Croeneberg

 

Tratto dall’omonimo romanzo di quel genio un po’ murgugno di Don Delillo, il film ha suscitato pareri molto contrastanti sia sulla Croisette che nelle sale. Noi Moviers abbiamo il dovere di toccare con mano, come dicevano una volta le televendite. Inoltre la Fellow Giuly Jules mostra dell’ammirazione nei confronti del partito Pro-Pattinson ― ammirazione puramente politica, che andate mai a pensare… Quindi ci cucchiamo tutti “Cosmopolis” senza fare strorie, da bravini bravini…

Prima di passare&chiudere ci tengo a ricordarvi che questa settimana ― da giovedì 31 maggio a domenica 3 giugno per la precisione ― si apre la settima edizione del Festival dell’Economia! (www.festivaleconomia.it ). Come ogni anno Let’s Movie sostiene e promuove e apprezza e premia e patrocina il festival e soprattutto il lavoro svolto dalla nostra Fellow Fausta, l’Irrequieta 1, all’interno dell’Ufficio Stampa!

Vedete Moviers, io ho la fortuna di avere intorno donne straordinarie…Una di queste è lei, Fausta, testa e gambe micidiali. Un esempio? Studia di notte per prendere la seconda laurea in storia dell’arte e qualche anno fa circumnavigò l’Elba a nuoto… Se non è essere straordinari questo… 🙂

Brava la mia Irrequieta 1! (Guess who is the 2…).

E magari il Board se avrà tempo&voglia, farà un salto da Mastrantonio anche giovedì 31 a vedere “Le quattro volte” di Michelangelo Frammartino, alle 9 pm, film proposto nella sezione “Cinema” del Festival… 🙂

Un’ultimissima news fresca fresca di Croisette…

“Michal Haneke è il vincitore del  Festival di Cannes 2012, il suo Amore’ è stato premiato con la Palma d’oro di miglior film dell’edizione numero 65 della rassegna cinematografica francese. Ma c’è anche un pezzo d’Italia sulla Croisette: Matteo Garrone con il suo ‘Reality‘ ha vinto infatti il Grand Prix de la Jurie, Gran Premio della Giuria”.

Grande Haneke ― che vi ho citato circa 18 volte… ― e soprattutto grande Garrone!! L’anno scorso palma d’oro per “Gomorra” e quest’anno Grand Prix de la Jurie… Ma chi sei?!?! 🙂

Attendiamo che l’Import-Export Mastro c’importi  i film… 😉

Ora vi lascio (davvero) in preda ai flutti del Movie-Maelstrom (vi prego dateci un occhiata), vi segnalo il solito riassuntino, al sicuro in una gabbia antisismica la-bas, ringrazio sempre i vostri occhi&orecchi che mi seguono, e vi mando dei saluti che stasera sono telluricamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Premessa. Voi sapete che il Board rifugge la cheesiness (=melassa) come la peste (di Camus e non). Ma non confondiamo cheesiness con sweetness, please, che il Board l’adora, e può essere, lui medesimo, the sweetest guy ever… 🙂

Un/a (gender privacy) Fellow smart-super-smart ci ha segnalato un video su Youtube che vi farà ridere e forse un po’ commuovere… http://www.youtube.com/watch?v=5_v7QrIW0zY  Se siete dei Moviers in procinto di chiedere la mano della vostra future Movier-moglie, guardate un po’ cosa s’è inventato ‘sto ragazzo, e prendete spunto…E ricordate… Impress is the way to success (e su questa stampo il marchio ® del Board). 🙂

COSMOPOLIS: New York è una città in subbuglio, l’era del capitalismo si avvicina alla conclusione. Eric Packer, un “golden boy” dell’alta finanza, entra in una limousine bianca. Mentre la visita del presidente degli Stati Uniti paralizza Manhattan, Eric Packer ha un’unica ossessione: farsi tagliare i capelli dal suo barbiere, che si trova dall’altra parte della città. Durante la giornata, il caos esplode e Packer osserva impotente il crollo del suo impero. Inoltre, è sicuro che qualcuno voglia assassinarlo. Quando? Dove? Saranno le 24 ore più importanti della sua vita.

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Let’s Movie CXVIII

Let’s Movie CXVIII

TUTTI I NOSTRI DESIDERI
di Philippe Lioret
Francia 2012, 120’
Mercoledì 8/Wednesday 8
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio’s

 

My/Mai Manolo Moviers,

Io, nella carica di Board, alla presenza di voi, nella carica di Moviers, dichiaro nullo il trattato di non-belligeranza con cui la Let’s Movie Pacific Army riusciva a convivere più o meno pacificamente con lo Smelly Modena, e apro ufficialmente non il televoto ma qualsiasi ostilità si reputi necessaria a vendicare l’affronto subito da Let’s Movie in data 1 maggio 2012.
Ecche mai successe in data 1 maggio 2012, bellicosissimo Board?
Ebbene, in data 1 maggio 2012, lo Smelly Modena, respinse l’ingresso alla Honorary Member Mic, al WG Mat, alla Fellow Giuly Jules e al Fellow Pilo e, temiamo, anche alla Fellow Vaniglia. E, non bastasse quest’oltraggo, il Marrano-Malsano Smelly negò il tavolo delle trattative persino all’Anarcozumi, Generale di Brigata “Trento Film Festival” (non so se vi rendete conto). Orfano dei suoi Moviers fermati da tanta puteolenta viltade (ok, lapidatemi), il lonely Board vide “A Lonely Place to Die” tutto lonely e circondato da un ambiente nemico ― nello specifico, numero tre babbione aspiranti al titolo “La miglior commentatrice dell’anno”. Il Fellow PaPequod si era accaparrato l’ingresso per tempo, ma ahimé partecipò alla visione solo nella parte conclusiva.

Informiamo tutti che i summenzionati Fellows, caduti sotto la scure dello Smelly, riceveranno a breve la Movie-Medaglia al Valore per la tenacia e l’intraprendenza dimostrate sul campo. 🙂

 Definito all’unanimità il Thrillerone del TFF, “A Lonely Place to Die” sembrava poterlo essere. Per i primi 14 minuti. I pezzi del puzzle c’erano tutti. Ambientazione mozzafiato, inquadrature a tutto campo sulle Highlands scozzesi ― noi spettatori plananti come le aquile del Fernet Branca :-). Un gruppo di giovani belli e aitanti e variegati: lo sbroffoncello ma in fondo in fondo simpatico, la climber eroina tutto talento&coraggio, il grande&grosso&fifone, la climber buona buona saggia saggia, e la guida, che sai già farà una brutta fine. Al terzo minuto, caduta schivata per un pfui-pelo che ti fa venire i sudori freddi anche solo a immaginartela, figurarsi vedertela lì. Un buco sotterraneo dal quale proviene una strana voce di bambina… Pure il regista, Julian Gibney, presente in sala, ragazzone da Guinness (non dei primati, if you know what I mean ;-)) al primo viaggio in Italia ― ma zero punti di contatto con Goethe.
I pezzi del puzzle, come vedete, ci sono. Il problema è che Julian, il ragazzone al suo primo thriller, è ingordo. Per la paura di farsi mancare qualcosa, butta nel film tutto. Cadute, rapimenti, criminalità organizzata dell’Est, caccia agli innocenti da parte di cattivonissimi, fucili di precisione e coltellacci da Rambo, corse su e giù pei monti, capitomboli nelle rapide, perdita degli innocenti che cadono come mosche tranne la climber eroina tutto talento&coraggio… Insomma, mancava solo il batterio killer per sterminare l’umanità… 🙁
Mi rendo conto che l’innovazione nel genere thriller sia complicata. Molto è stato inventato e detto. Se devo pensare a un thriller riuscito, io penso a “Il Silenzio degli innocenti”. A “Seven”. Tra i recenti, sicuramente “Shutter Island”. E il meno noto “Funny Games” (in entrambe le versioni, austriaca del 1997 e americana del 2007, entrambe di Michael Haneke, a voi la scelta, ma mettendovi in guardia: it will scare the bloody hell out of you… ;-)).

Sapete, era davvero tanto che non andavo al cinema a vedere un thriller ― da “Shutter Island” in effetti. E in realtà mi è piaciuto guardarlo, trovarmi lì. Con un thriller sul grande schermo gli spettatori perdono la propria individualità e diventano un organismo unico che reagisce, respira/sospira e si muove all’unisono… un po’ come sul Colorado Boat…  🙂 Ed è stato proprio bello quando, al nono minuto, la guida, quella che sapevamo già dall’inizio avrebbe fatto una brutta fine, precipita per una fucilata di metri e ci propone il dessert “cranio aperto a mo’ di noce di cocco e servito su letto di fiume”…. Il trasalimento di noi spettatori ― avete presente, no? L’“Ohhh” collettivo ― deve aver fatto gongolare di soddisfazione il ragazzone scozzese… Proprio per questo ― per la compartecipazione che si viene a creare ― cercherò di proporre più thriller, promesso… 😉

Poi, vi dicevo, il quindicesimo minuto è stato fatale… È cominciata la carrellata dei cliché… E soprattutto l’implausibilità (ma si dice??) del tessuto, delle scene. A cominciare dal volo che tocca all’eroina…Un volo talmente volo, con rimbalzo e contro-rimbalzo plurimo tra le fresche frasche e tuffo finale nel torrente “River Wild” (piccolo il mondo eh), che credere alla di lei incolumità a fine caduta risulta davvero difficile… Fate conto che mentre lei vola, il nostro compito è quello di spuntare dalla lista tutte le fratture che colleziona on the way: “Ulna, perone, scapola, tibia, radio…mmm, sì, quello era proprio il radio…”. E invece di finire in pasto ai salmoni del torrente, la nostra eroina riemerge dalle acque come un’Ursula Andress in terra d’Albione con giusto giusto qualche abrasione qua e là, un micro taglio sulla fronte, e un’impercettibile tremarella (in fondo l’acqua cosa sarà stata, 4 gradi?).
Va bene tutto eh, ma un volo di 80 metri, con schiocco sonoro di tarsi contro fresche frasche, e tu mi fai la Ursula??  Mmm… Mmm… A dire il vero l’invulnerabilità risulta essere un tratto distintivo dei personaggi che agiscono nel genere thriller… Ma dovrebbe esserci un limite. Cioè, una caduta così e subito dopo Ursula Andress  tutta-salute non può proprio essere… O la caduta è più breve, meno sensazionalista, o Ursula mi si deve spaccare qualcosa… Per amor di verosimiglianza, se non altro… Ma anche qui, il sensazionalismo è cuBo-e-camicia con il genere, quindi non posso questionare più di tanto… 🙁

Ah, parlando di cadute… Ricordate che un paio di settimane fa Let’s Movie sequestrò tutti i ciclomotori ai Fellows centauri per il timore di qualche incidente… Ecco, parimenti (parimenti??), Let’s Movie vieta a tutti i Moviers scalatori/appassionati di montagna― e parecchi ne contiamo ― di praticare del climbing (rock, free et al.), del trekking, dell’hiking, del walking (mountain, hill, nord, et al.), dello scrambling (che, apprendo, non c’entra nulla con le uova strapazzate), del rafting, del waterfalling e pure del picknicking (l’orrore del picknicking…). Saranno requisite tutte le attrezzature necessarie a svolgere queste attività, in modo che i Fellows non cadano in tentazione…
Perché vedete, My/MAI Manolo Moviers, la montagna nasconde delle insidie insidiosissime!  🙁 Voi non lo sospettate, ma dietro ogni stella alpina si nasconde un volo come quello della nostra Ursula, con la differenza che noi saremo davvero diventati la cena dei salmoni del river wild… Voi capirete che non posso permettervi di rischiare le vostre vite così… Pertanto sappiate che d’ora in poi “Manolo” potrà essere solo Blahnik per voi, e che ho ordinato online, pattino, racchettoni, flip-flop e una sana, tranquilla estate al mare per tutti ― boicottando i siti di vendita ramponi, moschettoni, scarponi, gommoni…
…E fu così che il Board venne espulso dal Trentino per istigazione alla balneazione e offesa a pubblico crinale…

Prima di passare al Uh-uh-film della settimana, vi somministro qualche Pillola, anzi Zigulì di TFF 🙂

Dovete sapere che l’Anarcozumi non solo è sopravvissuta, ma se l’è cavata egregiamente rimbalzando da da un evento all’altro per dieci giorni ― ora il livello di anarco-rimbambimento è alto, ma si rimetterà, ne siamo certi. 🙂 Il Fellow Pa è ufficialmente il Camoscio d’Oro del TFF (nessun riferimento caseario, of course) per la capacità di saltabeccare da sala a sala e per l’assiduità con cui ha presenziato alle proiezioni ― ogni tanto incrociando il Board, molto più disorientato ma parimenti (ddaje) entusiasta di cine-abbuffarsi.

Vi consigliamo caldamente la visione di “King Curling” film norvegese che secondo me rappresenta la nuova frontiera del demenziale d’essai: una Norvegia surreale con raffinatissime tinte candy-shop, personaggi irresistibili e comicità ai confini dello spiegabile ― faticheremo a dimenticarlo.

Vi consigliamo anche il vincitore del Festival, “Vivan las Antipodas!” di Victor Kossakowski,  un documentario finalmente originale e di rara qualità: il livello di nitore estetico delle scene, la genialità di passare da un antipodo all’altro del globo in un gioco di rovesci di camera e sovrapposizione/sfioramento delle immagini, gli hanno valso la vittoria.

Vi Sconsigliamo caldamente i documentari sulla storia della macchina Dacia in Romania (a meno che non abbiate qualcuno a cui far scontareun torto subìto, allora sì, “My Beautiful Dacia” è perfetto), sul Kurdistan iracheno visto con gli occhi di Sokurov (devo aggiungere altro a “Kurdistan iracheno” e “Sokurov”? Mi pare di no…). E pure il Johnnie To di “Romancing in Thin Air”: io e la Honarary Member Mic abbiamo predetto il finale suppergiù al terzo minuto, e passato il resto del film a demolirlo a suon di buegrasse risate come ogni tanto ci piace fare…Eh eh… 🙂  Aspettiamo con ansia spiegazioni dal WG Mat sulla svolta pink del regista guru del noir…

Margherita Hack, la solita matta(trice) di sempre, alla domanda “cosa avrebbe voglia di fare ora”, risponde “andare a sonare li campanelli per dispetto come quando llll’ero giovane”…
Mauro Corona, Giano bifronte bislacco e bizzarro, vanesio e autolesionista, sboccato e colto, parlando dell’umiltà e  del masochismo dei grandi, ha proposto una citazione di Beckett, che mi sono segnata per noi/voi. “Avrei potuto fallire meglio”. Monumento a Beckett, subito.

Spero che queste Zigulì di TFF vi siano piaciute (come quell vere), e che abbiano reso un po’ l’idea di quanto sia stato tutti-frutti questo TrentoFilmFestival… Ancora grazie Zu! 🙂

Questa settimana si torna da Menomale Mastrantonio con un’anteprima nazionale

TUTTI I NOSTRI DESIDERI
di Philippe Lioret

A tre anni di distanza del bellissimo “Welcome”, Lioret esce con questo nuovo film che è stato presentato alle Giornate degli Autori all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Non so quasi nulla del film ― aspetto di vederlo. Ma per me Philippe Lioret, dopo tutto quello che “Welcome” ha saputo dirmi, è una garanzia.

Naturalmente aspetto di vederlo CON voi… 🙂

Okay, as usual, ho tirato tardi… Tranquilli tranquilli, non vi faccio perdere altro tempo. Guardate, il riassunto è già lì sotto l’ombrellone, e se scrutate bene l’orizzonte, riuscirete a scorgere anche un Movie Maelstrom… Lo vedete? Nooo? Come no? Be’, ma allora mi siete un po’ Myopia Moviers eh… 🙂 🙂

Grazie, Fellows eh, sempre…e saluti Fellows eh, stasera, balnearmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

 Settimana di premiazioni, questa… Let’s get the party started: i nostri cari Bruder Tavianen, vincitori a Berlino lo scorso novembre, ritornano di diritto Fratelli d’Italia Taviani essendosi aggiudicati, venerdì, cinque David di Donatello, tra cui quelli per miglior regia e miglior film con “Cesare deve morire” ― Let’s Movie CXI. Sul palco parevano due pischelli ― uno dei due (vai a sapere chi è Paolo e chi è Vittorio) con addosso gli occhiali arancio del Bono Vox di “Zooropa”…. Che stile… 😉

TUTTI I NOSTRI DESIDERI: il film è liberamente ispirato al romanzo “Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère (pubblicato da Einaudi). Claire è un giovane magistrato di Lione: un giorno davanti a lei, in tribunale, compare la madre di una compagna di classe di sua figlia, “strozzata” dal sovraindebitamento. Decide allora di coinvolgere Stéphane, giudice esperto e disincantato ma sensibile al problema, nella sua battaglia contro le derive del credito al consumo. Tra lei e Stéphane nasce qualcosa: il desiderio di cambiare le cose e un legame profondo, ma soprattutto l’urgenza di vivere questi sentimenti.

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Let’s Movie CXII

Let’s Movie CXII

SCIALLA!
di Francesco Bruni
Italia 2011, 95’
Giovedì 29/Thursday 29
Ore 21:00/ 9:00 pm
Supercinema Vittoria/Vicktor Vicktoria

Forget-about-it Fellows!

La ressa di Moviers e mortali dai Bruder Tavianen giovedì documenta due fatti di cui vi pregherei di prendere atto (I scena 2…scusate, interferenze terminologiche del post-proiezione):

  1. I Bruder Tavianen, nonostante gli 80 e 83 anni che si portano appresso con malcelata nonchalance; nonostante il successo alla Berlinale, non molto Italy-friendly (il vostro Google Board, cercando l’ultimo vincitore made-in-Italy, si è ritrovato nel 1972 davanti a Pier Paolo Pasolini e al suo “I Racconti di Canterbury” che sono certa tutti i Moviers abbiano visto orientativemante dalle cinque alle sette volte cadauno); nonostante film io-ti-spiezzo-in-due tipo “Padre Padrone” (effetto “Ivan Drago” assicurato, con quel padre-padrone lì che popola l’onirico di noi tutti Everyman Balboa dell’era post-post-post-post-IT ― Information Technology e/o blocchetto 76x76mm); nonostante tuuuutti questi “nonostante” e la vostra sensazione di stordimento dopo tuuuuutti questi “nonostante”, i Bruder Tavianen hanno spaccato di brutus giovedì dal nostro Mastrantonio ― che per l’occasione sfoggiava il look “Marcantonio”, con toga modello Anco Marzio & calzari caligola collezione 2012 a.C. 🙂
    La sala “poltroncine dell’ammmoooore” ― la nostra preferita non tanto per le poltroncine o per l’ammmmmore quanto per l’effetto “cinema d’essai anni 70 senza sedute in legno da Russia zarista” ― pullulava di spettatori e che-ve-lo-dico-a-fare Moviers. 🙂
  1. …. I che-ve-lo-dico-a-fare Moviers (che, ve lo dico, in inglese si dice “forget about it”, così potete riutilizzare l’espressione nei contesti più dispA/E/rati :-)), constavano di: Anarcozumi, arrivata dalla piscina di Los Gardolos come se fosse appena uscita da Jean-Louis David (le magie tricologiche dell’Anarco lasciano sempre il testa-di-crauti Board senza parole); l’Honorary Member Mic, tornata meravigliosamente carica di punti esclamativi da un periodo sabbatico in cui ha raccolto del materiale esistenziale utile sui massimi sistemi del minimo comune multiplo per altezza diviso due (così sui tormentoni matematici abbiamo dato); il Sergente Fed FFF, che, nonostante l’abbandono del mezzo in territorio Canicattì, è riuscito a guadagnare l’avamposto del cinema appena tempo; il WG Mat, che tiene a specificare l’assoluta casualità della sua presenza a Lez Muvi anche se il Board con toga marcantoniana ammonisce “Noli dicere mendacia, O Mat” (nel vulgus De Curtis, “ma-mi-faccia-il-piacere-mi-faccia” 🙂 ); il Guest Paolo detto il Non-Fellow Duca di Lombardia, che si è sempre dichiato contrario ad unirsi alle fila lezmuviane e che per questa sua fermezza ― e soprattutto per i cappelli strepitosi che indossa ― merita da sempre la nostra stima. 😉

Dopo questi 2 pit-stop sul circuito dell’idiozia, eccomi qui davanti a “Cesare deve morire”… Per parlarne ― e cercherò di parlarne poco anche se il film meriterebbe una tesi di dottorato ― mi serve che rispolveriate i vasi comunicanti. Massì, il principio secondo cui un liquido contenuto in due o più contenitori comunicanti tra loro raggiunge lo stesso livello dando vita ad un’unica superficie equipotenziale (Santa Wikepedia prega per noi). Ecco, io me ne frego un po’ della “superficie equipotenziale”, che un giorno sarà dato a noi tutti sapere che d’è. Quello che mi frega è la mescolanza del liquido (e no, Bauman Zygmunt non c’entra qui, Fellow Pa)… È questo l’effetto che il film vi lascia: la sensazione, dopo 75 minuti di film, di avere arte, vita, finzione, teatro, cinema, dramma, riscatto, condanna, tutto miscelato all’interno prima del film, e poi di voi (ecco, avrei anche potuto scegliere il principio del Pastamatik o del Blue Tornado, ma la fisica ha sempre quel certo non so che… :-)).

“Cesare deve morire” è una meta-meta-tragedia (o meta-tragedia², se preferite) in cui i confini tra la finzione teatrale e la vita degli attori si (con)fondono per fissarsi attraverso la finzione cinematografica: il film inscena il “Giulio Cesare” di Shakespeare (tragedia di finzione) calando dei carcerati veri (realtà) nei panni dei personaggi da interpretare (finzione) all’interno del dramma penitenziario del carcere di Rebibbia (tragedia vera) utilizzando il mezzo del cinema (finzione). E già questo dovrebbe bastarvi per capire il perché dei vasi comunicanti…

Il film è fisico, potentemente: vi arriva addosso in tutta la sua essenzialità scenica, e nella scelta felicemente estraniante del bianco e nero per  le scene in cui i carcerati “provano” il dramma shakespeariano ― quasi tutto il film. In realtà i carcarati fanno più che “provare” il dramma. Lo vivono all’interno della prigione, che si fa teatro sia della tragedia di Shakespeare che della tragedia (dellE tragediE) vissute dai singoli carcerati. C’è di più. La stessa opera di Shakespeare diventa teatro in cui le vicissitudini dei singoli attori-carcerati trovano modo e spazio per esprimere i loro sensi di colpa, il loro bisogno di perdono. È come se i carcerati, attraverso la finzione, esternassero la propria disgrazia e la propria situazione. Alcuni di loro sono “uomini d’onore” ― e questo riecheggia i romani d’onore che organizzano la congiura ai danni di Cesare nell’opera skaspeareana. Alcuni sono degli assassini ― e questo si sovrappone al dramma di Bruto. Tutti sono perseguitati dalla colpa, dalla reclusione.
Si entra e si esce in continuazione da vita, recitato, teatro, cinema, verità, finzione e tutto all’interno di uno spazio chiuso che contiene la più grande forma di dramma istituzionalizzato ― la prigione.

Sì, vasi comunicanti, da cui non si esce nemmeno quando si esce dai 75 minuti del film e dalla sala. A casa con te porti le facce scolpite di alcuni attori (Bruto su tutti, per me, che ho trovato molto simile a Timi, nella fisicità e nel volto espressivissimo). Porti con te il “fine pena mai”, che fa accapponare la pelle ― lo sentite anche voi il coma irreversibile dentro quel “mai”?
Vi portate a casa Shakespeare, che davvero, davvero, ha detto tutto 500 anni fa: attraverso penna e calamaio ha fatto scivolare l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo… Come mi disse una dottoranda del Wisconsin durante il mio viaggio in Maine, “Shakespeare is awesome”…

Prendete per esempio la battuta, gridata con pathos da Bruto mentre ragiona turbato sull’omicidio, inevitabile, di Cesare: “Questo non è un assassinio, è un sacrificio. Ah, se si potesse strappare lo spirito a Cesare senza squarciargli il cuore!”. Prendete questa battuta e guardateci dentro ― e tenete a mente che chi la pronuncia qui ha condiviso lo stesso pensiero di Bruto nella realtà. Non ci vedete il ragionamento che sta dietro all’atto criminoso? Perché cos’è l’atto criminoso se non l’attuazione dell’unica opzione possibile in un determinato momento? La strada a senso unico che non amette laterali?

E vi portate a casa immagini che rimangono ― l’angustia delle celle, la desolazione dei cortili (il bianco e nero affila la lama del quotidiano squallore che uno spazio aperto all’interno di uno spazio ermeticamente chiuso può dare), ed espressioni  che rimangono ― “guardasoffitti siamo, noi carcerati” pensa un detenuto ad un certo punto: “guardasoffitti”, io e la Mic  ci siamo scambiate un’occhiata, allucinantemente colpite. Vi portate a casa un rinnovato attaccamento a questa cosa che si chiama libertà, che è tanto impalpabile quando c’è quanto schiacciante quando manca.

Al ritiro dell’Orso d’Oro i Bruder Tavianen hanno dichiarato: “Sinceramente non avremmo mai creduto di poter vivere alla nostra età un’esperienza così coinvolgente, che ci ha rivelato un’umanità dolente, da riscattare”.

Un’umanità dolente, siamo.
Io ci penso un po’ su, a questa cosa.

E ho pensato un po’ su anche a noi cinque Moviers, che siamo usciti dal cinema a dir poco elettrizzati… Molto glowing in the dark… (vedasi giù nel Maelstrom).

Prima di chiudere la parentesi “Tavianen” ― pur avendola appena socchiusa, ma questa, ahimé, non è una tesi di dottorato ― voglio precisare che il Movier MARt, grande estimatore dei Bruder, non si è potuto unire all’allegra combriccola lezmuviana perché giovedì si è trasformato in Dart-MARt, vista la sua posizione altolocata nel mondo delle freccette. Vorrei altresì precisare che il Fellow in questione è perdonato sia perché mi ha permesso di esclamare, in tono quanto mai shakespeariano, “How dare you dart, MARt!” concedendomi un trionfo di assonanze da sballo, sia perché mi ha promesso di recuperare “Cesare deve morire” (e di postare un commentino di 1500 parole sul Baby Blog ― questo lo aggiungo io ora a tradimento, eh eh… Tu quoque, Brute-Board…). Grazie MARt… 🙂

E per questa settimana… Rullo di tamburi….

SCIALLA!
di Francesco Bruni
Italia 2011, 95’

 Tschh!! (=bacchette su piatti). 🙂

Dopo i Bruder, ci vuole qualcosa di meno engagé… Anche se “Scialla!” non è garbage eh, anzi, just the other way round. La commedia, presentata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, si è aggiudicata il Premio Controcampo, ha acceso l’entusiasmo di pubblico e critica ed è stata considerata una delle migliori del 2011. Inoltre lo propongo

  • perché Fabrizio Bentivoglio, co-protagonista del film, si fa sempre benvolere 🙂
  • perché il regista Bruni (e stasera Wikipedia a spregio) ha recitato una particina in “La guerra degli Antò”, un film di Riccardo Milani che tutti, tutti, tuttissimi tutti i Moviers dovrebbero vedere (e che solo Mario Menagramo the Eraserhead, cinefilo sopraffino, ha visto, credo)…
  • perché dopo “The Boxer” (2011) e “The Wrestler” (2010), un po’ di box “annata 2012” non potevamo farcela mancare (siamo degli Everyman Balboa, dopo tutto…).

Vi bastano 3 perché? Se non vi bastano, compilate l’apposito modulo “3 Perché non mi bastano” e inviatelo in busta chiusa a [email protected] (certificata PEC, of course)… 🙂

E ora Fellows, vi lancio il riassunto giù accanto all’Ufficio Reclami… sì sì laggiù oltre il Movie-Maelstrom e l’anagrafe, vi ringrazio come sempre della pazienza, e vi mando dei saluti che stasera sono pubblicamministrativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

…Glowing in the dark, dicevamo… http://www.youtube.com/watch?v=zTFBJgnNgU4  …Sì, i Coldplay, ancora loro… Sostakovic lo comincio la settimana prossima eh, promesso. 😉

SCIALLA!: Luca è un quindicenne romano, irrequieto, cresciuto senza un padre e inconsciamente alla ricerca di una guida. Bruno, ex insegnante solitario e schivo, ha scelto di vivere scrivendo biografie di attori, veline, calciatori, pornostar e dando lezioni private. Luca è uno dei suoi allievi, allegro, vitale, attratto da una mitologia un po’ criminale che lo porta a mettersi nei guai. Sono padre e figlio, ma non lo sanno. Finché la madre di Luca non lo rivela a Bruno, facendogli promettere di mantenere il segreto e glielo affida per sei mesi.

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