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Let’s Movie CLXXIV

Let’s Movie CLXXIV

L’INTERVALLO
di Leonardo Di Costanzo
Italia, Svizzera, Germania, 2012, 90’
Giovedì 27/Thursday 27
Giardino Santa Chiara, Via S. Croce
21:30/9:30 pm
Ingresso gratuito/Free entry

Frères Mongolfier Fellows Moviers,

Il Monday è stato manic nel modo corretto. Voi vi chiederete, e qual è il modo corretto dell’istituzione Manicmonday, (nolenti o nolenti, È un’istituzione)? Il modo corretto del Manicmonday è quando gli eventi vincono sul lunedì, il matto che infuria a inizio settimana..
Dopo lavoro domo il dragon-boat per un’ora e mezza, dando finalmente una parvenza di senso a quel Lago di Caldonazzo (neppue l’UNESCO, con tutta la sua bontà, riesce a giustificarne all’umanità la totale mancanza di patrimonio) copro con velocità abbastanza sostenuta ma pur nel rispetto dei limiti (ts, che ridere Board :-)) la tratta Caldonazzo-Trentoville e mi dirigo, post-doccia, allo Smelly Modena ― ‘cause the Modena smells and the Board scents, here is the difference ;-). Nel corso della tratta, oltre ad aver rispettato i limiti, scambio della gran messaggistica con dei Moviers da Premio Nobel, che mi fanno capire quanto sono bloody lucky e quanto voialtri Moviers siate una specie ultra, terrena e ultraterrena tutt’insieme. 😉 L’Anarcozumi deve fare i compiti per la Trentino Film Commission, quindi deve, a malincuore saltare la gita a Let’s Movie. 🙁 Della Fellow Cap, la nostra donna-duu-sudd, apprezziamo l’onestà: “è arrivato il caldo sfiancante” ― mi pare di sentirla, “Francé-fa-caaaldo”, e la CAPiamo, ovviamente. 🙂 Il WG Mat ci lascia senza parole: dopo aver provato tutte le combinazioni possibili di cinema-titoli-orari in città, rimbalzando da una parte all’altra della città e fissandosi accanitamente su “Sinestesia”+ore 9 pm+dal Mastro, ha finalmente scoperto che il film era “USA contro John Lennon”+10 pm+allo Smelly! 🙁 Lo ringraziamo per non aver ceduto al flipper ed essersi presentato, nonostante la salivazione azzerata. Combatte temeraria il caldo torrido, pure raggiungendo lo Smelly in bici, la Fellow Francesca-ae f. che a voler ben guardare, di Moser porta il nome ― e a questo punto credo non sia un caso… 😉
La Honorary Member Mic ci raggiunge con un messaggino, da Vicenza, in cui assicura che è con noi e John ― e io rassicuro, sì Mic, sei lì con noi e John.
Numero di anime in sala: 8, Moviers inclusi. 🙁 E la sala è la più grande, 230 posti. Dato che non soffriamo di agorafobia e gli spazi liberi (soprattutto dallo smell), ci gustano mucho, contempliamo la distesa a perdita d’occhio di poltrone vuote ―se l’avesse scorto Monet, questo peasaggio, ts, altro che ninfee.
“USA contro John Lennon” non può non piacere. Parto da questo commento delle elementari su cui poggio l’opinione che mi sono costruita a proposito del film. Premesso che il documentario ha un valore in sé per tutta la serie di immagini, rivelazioni, dettagli, contributi inediti che raccoglie, non posso svincolarlo dalla figura che racconta, a tratti esaltandala. “USA contro John Lennon” è John Lennon ― cavoli stasera sei da rivelazioni, eh Board ― John Lennon nel passsaggio dal caschetto beatles alla camicia verde militare all’occhialetto gandhi: da pop-star ad attivista politico a guru della pace. Ripercorrendo questa sua trasformazione identitaria, i registi raccontano anche la persecuzione che Jonh subì negli Stati Uniti dove negli anni ’70 era considerato un personaggio da pericolo-rosso e inserito per questo nel libro-nero dell’Amministrazione Nixon, affrontando il processo per essere espulso dal paese.
Mi ero ripromessa di non utilizzare mai espressioni come “tuffo nel passato” (ché, nel presente non nuotiamo??), ma questo lo è. E non c’è nostalgia, nello sguardo dei due registi, e nelle loro mani che pazienti cuciono la situazione storica, musicale, politica del periodo. Ma non c’è nemmeno pura fattualità, una carrellata di fatti, date, numeri. Siamo nella zona della riflessione emozionale ― ma posso inventarmi ‘ste robe io? Intendo, con questo, a quando ti fanno ripensare qualcosa che non conosci, che non hai vissuto. Come noi, generazione post ’70, quelli che si sono persi tutto il fun! 🙁  …Tranquilli tranquilli, non mitizzo i 60s, anche se la tentazione ci sarebbe, ve lo confesso.
Sapete, manca qualcosa, nella nostra generazione: l’ideale. Oggi noi giochicchiamo con il virtuale. Pensateci un po’, alla differenza…Can you see it? E poi c’è anche la questione del collettivo vs soggettivo. Allora, comuni e Woodstock, ora monolocali e i-pod.
E poi c’è anche la questione della perdita del divino terreno. Guardando le immagini registrate durante la veglia dopo la morte di John, con tutte le persone in lacrime, centinaia di migliaia di persone in lacrime, ho sentito la lontananza tra la mia generazione (e quelle successive alla mia, presumo) e la generazione che ha vissuto quegli anni. Mi sono chiesta per quali personaggi, noi, piangeremmo così. E ho realizzato, con una certa tristezza, che per nessuno, noi piangeremmo così.
“Saviano?” ha proposto astuta la Fellow Francesca-ae.f… No, non credo, nemmeno lui. 🙁 Nonostante il rispetto, la gratitudine e l’amore patrio che proviamo per lui in quanto patria…. E se lacrime fossero, sarebbero più di stizza, di rabbia verso lo stato (delle cose)…
La scorsa settimana ho scritto che John è una specie di Jesus Christ intergenerazionale, e che saperne di più su di lui è come aggiungere un capitolo alla Bibbia del ‘900. Credo che sia così. E ho capito che siamo orfani di dei con la testa piena di ideali (magari un po’ strampalati eh), e di progetti iper-pacifisti iper-utopici (sicuramente strampalati eh). Ho capito che viviamo in un orfanotrofio pieno di finti tutori dai talenti sbiaditi….
Francesca e Mat hanno cercato di riportarmi coi piedi per terra ― io sempre troppo mojngolfiera, con la testa nell’aria e i piedi nel vuoto. Il culto della personalità non va mai bene: ha portato a delle catastrofi storiche indicibili. Sono d’accordo, my beloved Fellows… Eppure questa sacra mancanza di figure di riferimento, non posso impedirmi di provarla…
Ora, per sdrammatizzare un po’. E’ vero che John era un hero, un grande, un figo tutto quello che volete. È vero che promuoveva la necessità di maggior consapevolezza politica, è vero che era tanto smart da capire che il suo primo lavoro era fare l’artista, e solo dopo il politico. Però, Moviers, cavolo, sentite cosa ha detto, descrivando il suo magico incontro con Yoko Ono: “L’idea che tutto quello che Yoko sapeva venisse da una donna mi sconvolgeva”. John, hero, grande, figo, E MASCHILISTA??!! Macchecavolo!! 🙁
Vorrei continuare a parlare delle tante annotazioni finite sul mio squadernino durante il documentario, ma decido di sistemare un juke-box nel Movie Maelstrom ― l’unico al mondo senza l’obbligo di monetina ― e passo allo STUNNING EVENT di mercoledì dal Mastro! Seratona sold-out con il regista Erik Bernasconi e il protagonista Alessio Boni (sì, lui, un omen un nomen), che sono stati con noi prima e dopo la proiezione. L’atmosfera era molto Première, ma molto relax&chill-out, anche. I Mastrantonios, che discreti e attenti scivolavano da una parte all’altra dell’Astra, e una vagonata di Moviers!
Ringrazio, nell’ordine il Fellow D-Bridge, la cui messaggistica è caratterizzata da strani codici che ricordano la dialettica di Mark Zuckerberg in stato confusionale; il Fellow Presidente, detto anche Monsieur Le President, la cui presenza, data la carica che riveste, non può proprio mancare in queste occasioni mondane; la Fellow Francesca-ae f. (twice this week?! Fantafrancesca!) che è riuscita a liberarsi, infilare un abitino vintage con inserti carta da zucchero (inserti carta da zucchero?? Ma chi sono, Marie Claire?) e pedalare al cinema, dove trova l’amica Stefania, che spero diventi una Movier ― con quei capelli di rame lì, sarebbe una perfetta Fellow Copper ;-); e naturalmente lei, l’Anarcozumi, che supervisionava lavori, tempi ― persino la Federal Reserve, ci giunge voce. 🙂
“Sinestesia” è un film di quelli tiny-tiny ― come piace dire a me ― di quelli che si girano in pochi giorni ma con tanto entusiasmo, come ricordava Alessio a fine proiezione. Purtroppo molto spesso sono così tiny-tiny che la distribuzione se li lascia scivolare fra le mani, rintronata com’è dai colossal che le sbattono addosso dagli States…
È un film letterario, tremenadamente compatto, in cui tutto si tiene, merito di un lavoro molto attento sulla sceneggiatura. Struttura a capitoli con epilogo alla fine, più un classico à rebour che riporta lo spettatore al punto di partenza, ma concedendogli la gnosi dei fatti. Il trigger narrativo è un incidente in motocicletta che riduce Alan (Alessio) sulla sedia a rotelle. Ma niente lacrimevolezze e pietismi, eh ― troppo banale sarebbe stato scadere nel sentimentalismo, e il regista evita (un bravo-bene-bis per lui). Non ce n’è nemmeno lo spazio: il film è fatto dai racconti che vedono come protagonisti i personaggi che ruotano attorno ad Alan: la moglie, l’amante, il migliore amico. E tutti gli eventi tornano e ritornano visti da altre prospettive e in altri momenti, determinando mano a mano una stratificazione narrativa la cui variegata compattezza ricorda, per usare un’immagine, quelle sezioni della crosta terrestre con tutti gli strati colorati diversi… Un’opera palinsestica, insomma, che si struttura per accumulazione.
È anche un film dai temi difficili. Come ho detto in sala, quella di Alan è soltanto UNA forma di handicap. Ce ne sono ben altre: la menomazione è una condizione esistenziale. Tutti lo siamo, menomati, in un certo momento della vita, in un certo ambito. E tutti i personaggi del film vengono colti nel momento in cui devono affrontare una difficoltà fisica più una difficoltà psichica: chi una persecuzione nevrotica combinata a una gravidanza (la moglie), chi una riabilitazione in concomitanza con la fine brusca di un amore (l’amante), chi l’inizio di un amore e un infarto (il migliore amico).
Imprevedibilità del destino ― il tronco d’albero rotolato giù per un pendio e che travolge la moto di Alan ― fragilità umana e istinto d isopravvivenza ― la disperata retromarcia di Alan in macchina, alla fine ― sono altri argomenti cui questa storia, che definisco quadriangolare, costringe a riflettere.
Il bravo-bene-bis ad Alessio per il talento interpretativo non c’è nemmeno bisogno di invocarlo, vero?! 🙂 E ricordo fugacemente ai miei Guys di Los Angeles, la prima di “Caravaggio” ― starring Alessio  ― che andammo a vedere all’UCLA nel 2007, insieme a un certo Vittorio Storaro…Ma che razza di vita facevamo in quel posto, Guys?!? 😉

E questa settimana, Fellows, si ritorna explorers e ci si getta nell’outdoor con

L’INTERVALLO
di Leonardo Di Costanzo

Come “The Guard” due settimane fa, “L’intervallo” è un oggetto smarrito, scivolato nel baratro fra produzione e distribuzione, questa volta tutte italiane…. Presentato con plauso alla Sezione Orizzonti all’ultima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, il film ha conquistato la critica per l’originalità e il linguaggio nuovo che ha adottato per raccontare un rapporto tra due adolescenti a Napoli.
Da vedere. Non serva che aggiunga altro. 🙂

E anche per oggi, è tutto, my Moviers, mongolfieri e non, volatili e terragni, whichever you are. Il juke-box vi attende nel Movie-Maelstrom, i ringraziamenti sono d’ordinanza e i saluti, aerostaticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come dicevo, niente monetine per far funzionare il juke-box.
Basta fare “click”

Working-class Hero – http://www.youtube.com/watch?v=njG7p6CSbCU
Revolution – http://www.youtube.com/watch?v=SMEgGGnZ43Y
Give Peace a Chance – http://www.youtube.com/watch?v=rhyiqGIJQus
War is Over – http://www.youtube.com/watch?v=z8Vfp48laS8

L’INTERVALLO: Veronica è prigioniera in un ospedale abbandonato di Napoli, guardata a vista da un ragazzo obbligato con la forza a farle da carceriere per un giorno. Tra fondamenta allagate, giardini trascurati, rottami, detriti e calce i due ragazzi parlano, si odiano e si rispecchiano l’uno nell’altro fino all’inevitabile confronto finale con la ragione della loro reclusione. Una giornata di vacanza dalla quotidianità che li schiaccia, una favola senza consolazione né eroismo, solo sottomissione al sistema.

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Let’s Movie CLXII

Let’s Movie CLXII

SFIORANDO IL MURO
di Silvia Giralucci
Italia, 2012, 51’
Mercoledì 3/Wednesday 3
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro
Watch out! Regista in sala!!

Futuristici Fellows,

Allora una sera di finta primavera con una prima vera vera, uno se l’aspetta di trovare questo dal Mastro. “Questo” sta per la sala sold-out e la frenesia dell’evento e l’Anarcozumi che controlla che tutto si svolga come deve svolgersi. Certo uno NON si aspetta di trovare il Presidente della Regione (Provincia, Fru, PRO-VIN-CIA!), Alberto Pacher, e tutti i produttori del film, e RAICinema e telecamere e fotografi e stampa e tutto il carrozzone mediatico che si muove quando si verifica quel fortunoso fenomeno del cosiddetto Something-Big-Is-Going-On.

Io sfioro sempre quella strisciolina liminale tra puntualità e ritardo da cui sono fatalmente attratta. Ma dentro, dentro in sala c’è già la Honorary Member Mic ad attendermi e lei sì che è una che pianifica le vere prime come si deve, attraverso quel sistema geniale che si chiama “prenotazione con largo anticipo”. Grazie a questo sistema, ho potuto guardare con sprezzo e superiorità il cartello che campeggiava sulla porta del Mastro ― “I posti per il film ‘Un giorno devi andare’ sono esauriti”. Consiglio a tutti i Moviers di far proprio questo sistema della “prenotazione con largo anticipo” quando ci sono questi eventi, in modo da sfoderare quanta più indifferenza possibile  davanti all’irreversibilità del sold-out. 😉

Non escludo che tra la ressa di spettatori presenti ci fossero altri Fellows, anzi ne sono convinta ― vi prego, lasciatemelo credere, che naufragar m’è dolce in questo mare. E lasciatemi anche ringraziare l’Anarcozumi, la mia Zu, la cui la spola fra Trentino Film Commission e Trento Film Festival riesce sorprendentemente/magggicamente bene e a cui dobbiamo happening come quello di giovedì. Mettere insieme tutto e tutti, coordinarsi con uffici e persone, enti e istituzioni, opere ed omissioni, richiede una dose massiccia di sangue freddo (ce l’ha), di liquidi sempre a portata di mano (ce li ha) e di autentica capacità di problem-solving (non quella che gonfiamo sui curricula, ma quella vera vera, e lei ce l’ha). Insomma, la Zu totalizza un sacco di punti spuntati dalla lista “cielo-manca”, e di questo c’eravamo accorti tutti da mo’. Certo la sua fiamma da ribelle è sempre pronta a divampare, ma d’altronde, possiamo chiedere al fuoco di non bruciare? Jamais!

Un grazie anche al nostro Mastrantonio, ovviamente, senza la cui Sala 3, tutto questo non sarebbe stato possibile ― Mastro, questo ringraziamento altisonantemente formale, segnatelo. 😉

E adesso? Adesso sto indugiando sulla soglia…. Come quando dovete andare ma non volete andare, e allora v’intrattenete, spalla contro stipite, a chiacchierare del più e del meno… Non che non voglia parlare di “Un giorno devi andare” eh. Ma vedete, è un film difficile, che mi sentirei di consigliare a pochi, anche se forse sarebbe utile a tanti. Come ho avuto già modo di dire, il tema principale è quello delle vie del dolore, e dei modi diversi e personali con cui ciascuno di noi le affronta. Giorgio Diritti in sala ha detto che per lui “Un giorno devi andare” è la storia di un viaggio che la protagonista intraprende per trovare se stessa. Ed è vero: Augusta lascia il Trentino dopo una grande sofferenza (la perdita di un bambino e l’impossibilità di averne altri) e si trasferisce in Brasile, dapprima legata a una missione cattolica, e poi per conto suo fra la gente delle favelas. Però io penso ― ma è una mia opinione ― che tutta la nostra vita sia questo, un viaggio per cercare noi stessi; e se poi a un certo punto ci troviamo, tutto di guadagnato, e se vaghiamo tutta la vita nella ricerca, ci avremo guadagnato comunque (più punti miles&more che calli, spero).

Quindi per me la storia del film è più una specie di tentativo di terapia che Augusta prova su se stessa per vedere se riesce a guarire da quel male. A un certo punto comprende che la Fede, quella canonica, quella nazionalpopolare, su di lei non ha effetto: quindi la lascia, lasciando la missione in cui prestava aiuto e partendo da sola, e quello è il VERO viaggio, quello staccato dal cammino già battuto dalla religione cristiana sulle tracce di una SUA religione, o ragione ― e non è forse un caso che i due termini si somiglino così tanto, perché cos’è la religione se non la volontà estrema di trovare una ragione? Il film propone anche questo: l’idea che non ci siano solo tante religioni istituzionali, ma che ce ne siano anche tante, tantissime di personali che non necessariamente coincidono con il singolare assoluto, delLA Religione canonica.

Capite ora perché vi dicevo che è un film difficile? Se poi aggiungete anche un certononsoche francese. Dicasi “uncertononsoche francese”: silenzi ― molti, lunghi ― scene di grandi panoramiche paesaggistiche, o di microdettagli piccolissimi sempre sprofondati nel silenzio (dalle foreste pluviali alle formiche), sub-trame tragiche ― vedi la ragazza brasiliana che perde il bambino ― e una netta sensazione di film di qualità che intimorisce un po’.

Dopo la visione Diritti ha aggiunto che è anche un film sulla possibilità di ricominciare, sulla speranza. E forse ha ragione. E la peculiarità di questo film è che questi barlumi di speranza che bucano la notte in cui Augusta vive e combatte, non si trovano alla fine (tipo come alla fine di un percorso, e come ci si aspetterebbe), ma sono sparpagliati in tutto il film, mentre la fine è una non-fine ― c’era da aspettarselo, anche le non-fini rientrano nel certononosoche francese, a pensarci. Non c’è una linearità, c’è piuttosto un andare avanti, un tornare indietro in una danza imprevedibile che rispecchia in fondo l’assoluta imprevedibilità dell’esperienza che lei sta vivendo (comprendere il male e tentare di superarlo). La parte conclusiva vede Augusta accampata su una spiaggia, sferzata dal vento e dalla pioggia, in un delirio di solitudine, di lotta contro i propri demoni, di sfinimento fisico e psichico… Perché a volte quello bisogna fare…Mondarsi per rammendarsi….A volte è così….
Quindi se andrete a vedere “Un giorno devi andare”, siate preparati a incontrare delle situazioni che vi faranno pensare alla vostra vita, al vostro percorso. Parla direttamente di noi, e il tribolare di Augusta, ce lo portiamo appresso, dopo. Quando uscite dalla sala e anche il giorno dopo, e quello dopo ancora…

Ci sarebbe tanto altro da dire, ma la settimana scorsa il fedele Fellow di Via Falz ha meravigliosamente definito “oceanica” la mail domenicale di Let’s Movie ― senza intenti critici eh, solo quantistici ― e per quanto mi piaccia essere atlantica e indiana ― certo non pacifica! ― devo imparare ad arginarmi un po’…. Non è che puoi inondarli tutte le volte così, Board! 🙁

Questa settimana ho deciso di fare la sto(r)ica e proporre

SFIORANDO IL MURO
di Silvia Giralucci

Il docufilm apre la rassegna cinematografica “Che storia! – Quando il cinema racconta la storia organizzata dall’associazione “Note a Margine” e al via proprio mercoledì dal Mastro. Così è descritta la rassegna: “…La rassegna cinematografica di impegno civile per ripercorrere le vicende che hanno segnato l’Italia negli ultimi cinquant’ anni e offrire un’occasione di confronto e dibattito su periodi molto controversi del nostro Paese”.

Sapete perché non dovete guardarmi con quegli occhi mamma-mia-che-pacco-Board?

  1. Il docufilm è stato presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, e questa è cosa buona
  2. La regista sarà presente alla proiezione. E questa è cosa molto buona.
  3. La regista è la figlia di Graziano Giralucci, prima vittima delle Brigate Rosse, quindi può raccontare gli anni di piombo da “insider”. E questa è cosa buonissimissima
  4. Riacquisiremo punti col Mastro dopo la parentesi “Nemiche per sempre”, pur non proponendo l’ultima nullità di Almodovar “Gli amanti passeggeri” ― non me ne volere Mastro, ma il declino di un regista proprio no! 🙁

Prima di salutarvi, vi lascio una gran verità. L’altra sera io e la Honorary si disquisiva sulla natura vaticinatrice del Fibra e viene fuori che entrambe siamo rimaste colpite dallo stesso verso, un verso che reputo adattissimo a Let’s Movie e che vi prego di tenere a mente: Let’s Movie non passa mai di moda, come la.

http://www.youtube.com/watch?v=iFTbElhF9dE (al minuto e 21)

E dopo questa parentesi rosa tra le parole bella zio, vi ringrazio dell’attenzione ― sicuramente offuscata dalle abbuffate pasquali ― vi faccio degli auguri che ormai sono un po’ appassiti ma che per qualche ora reggono ancora, vi costringo bonariamente a bagnarvi nelle acque non del lago di Tiberiade ma del Movie Maelstrom, e vi porgo dei gran saluti, che stasera sono RAPsodicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Questa settimana il Sergente Fed FFF ha saltato Let’s Movie per un buonissimo motivo: il concerto in onore dell’incommensurabile Fabrizio De André e dell’incommensurabile album “La buona novella”. Da quelle dieci canzoni sublimi, decido di salutare la Pasqua con “Il testamento di Tito”. http://www.youtube.com/watch?v=jyL5pCtPr8w

Se qualche volta sentiamo l’Italia come un paese troppo cialtrone e impossibile, e siamo arrabbiati e delusi, pensiamo che l’Italia ha partorito Fabrizio. L’Italia, in fondo, fa anche quello.

SFIORANDO IL MURO: Nel 1974, Silvia Giralucci ha solo tre anni quando suo padre Graziano, militante dell’Msi, viene assassinato dalle Brigate Rosse nella sede dell’Msi di via Zabarella a Padova. L’evento segnerà vivamente l’esistenza di Silvia, provocando in lei un profondo vuoto affettivo, materiale e sociale, ma anche politico. Il ricordo di una scritta che la regista vedeva campeggiare sul muro di fronte alla casa della nonna e il ritrovamento negli archivi di famiglia di alcuni filmati in Super8 diventano lo spunto iniziale per un viaggio nel passato e nella memoria storica del nostro Paese, ripercorrendo gli anni del terrorismo anche attraverso interviste ai protagonisti di un’epoca che mostra ancora diversi lati oscuri.

 

 

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Let’s Movie CLIV

Let’s Movie CLIV

LA BICICLETTA VERDE
di Haifaa Al-Mansour
Arabia Saudita-Germania 2012, 97’
Mercoledì 6/Wednesday 6
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio’s

MarcoMasini Moviers,

Semplicemente non ci pensi che gli americani abbiano i sussidiari. Vedi le high-school nelle serie televisive e trovi solo simpatici armadietti e balli di fine anno (che noi in Italia non avevamo). E ti dici, bah, loro avranno balli&armadietti, noi sussidiari&Invicta, this is how it goes.
Invece guarda te, lunedì scorso scopro che ce li hanno pure loro, i sussidiari. Solo che non li usano a scuola: li spalmano sul grande schermo con l’aiuto di grandi registi che vogliono fare grandi opere e che per far questo usano pennelli grandi e non grandi pennelli (e spero che ricordiate tutti la pubblicità, altrimenti la mia solitudine esistenziale non avrà limiti). Tutto questo giropizza di parole per informarvi che lunedì scorso io e la Honorary Member Mic (= il C.d.A.) abbiamo assistito a questa penosa trasposizione.

Già. “Lincoln” è un sussidiario. Solo che al posto delle pagine ci sono (prendete fiato perché questo che arriva è l’elenco più lungo che il vostro occhio abbia mia percorso): interminabili monologhi e fiumi di retorica e scene scontate e campi di battaglia ma non campi di battaglia inquadrati tipo con un piano sequenza d’ampio respiro che ti fa ricordare le scene di battaglia dei grandi (non serve scomodare di nuovo “Barry Lindon”, che scomodiamo parecchio, basta prendere il primo “Braveheart” che vi capita sottomano, santiddio) e invece nelle scene di battaglia di “Lincoln” vedi solo il post-battaglia, quindi solo arti sprofondati nel fango e nel sangue, il soldato vivo-morto-x che tribola nel fango e nel sangue ma che sai già finire nella categoria del “morto”, le immancabili ruote cigolanti a mezz’aria di carretti le cui ruote sono tragicamente finite a cigolare a mezz’aria, l’immancabile bandiera secessionista del Generale Lee (che purtroppo in questo caso non c’entra coi fratelli Duke) che sfila tra le macerie accompagnata da una musica austera e lasciatemi aggiungere, per i Moviers maschi, da toccarsi le parti basse; poi ci sono i poveri neri che fanno la parte dei poveri neri, poi ci sono i bianchi buoni buoni, i bianchi cattivi cattivi, i politicanti a cui non frega niente dell’abolizione della schiavitù, i politicanti repubblicani illuminati e i politicanti democratici che fanno tanto i burberi ma che alla fine dividono il talamo con un amore nero, giusto per avere tutte le combinazioni possibili (scherzi dimenticarti una combinazione?? Sei pur sempre Spielberg-the-Democrat); poi ci sono donne carta-da-parati o donne camicia-di-forza, come la moglie di Lincoln, che avrebbe fatto più bella figura se fosse rientrata nella prima categoria (carta-da-parati), ma purtroppo è finita nella seconda (camicia-di-forza); poi ci sono figli mandatemi-al-fronte-a-tutti-i-costi (manco il fronte fosse Ibiza e lui parte della people from) come il figlio di Lincoln, la cui voglia di primalinea si acuisce quando vede un carretto (carretti all over, ve l’avevo detto) tutto pieno di arti amputati. (Respiriamo)

Ma soprattutto c’è lui, Abraham Ammazziamolo Lincoln, e qui dobbiamo aprire un paragrafo a parte (che studierete insieme a “Strategie della Confederazione” e “Strategie dell’Unione” pp. 147-188). Cioè. Uno pensa Lincoln e dice, ammappa questo sì che c’ha il pelo sullo stomaco. Sì, magari avrà una natura mite e un temperamento docile, ma santiddio (x2), ha fatto passare l’emendamento che aboliva la schiavitù, una pietra miliare nella storia dei diritti umani, e nella storia tutta. Avrà avuto uno straccio di sacro fuoco dentro ― tutti i grandi personaggi storici l’hanno avuto… è proprio questo che li ha fatti diventare quello che sono diventati. Allora fammelo vedere, quel fuoco!! Forse Spielberg credeva che mostrando questo ometto storto, smunto, spento in tutta la sua domestica docilità, avrebbe aggiunto un aspetto nuovo, più inedito, del personaggio, ignorando tuttavia che, in questo modo, avrebbe tolto la spina dorsale al personaggio, lasciandolo come una marionetta senza mano dentro…Floscio floscio moscio moscio…

Oltre a questo, il Lincoln di Spielberg sembra un incrocio tra un messia, Papa Pio VI e un martire… e soprattutto uno che provoca il fuggi-fuggi generale ogni volta che attacca con un “Mi sovviene un ricordo….” seguito da qualche episodio allegorico tipo parabola “Dalla prima lettera di Abramo Lincoln ai Malcapitati” ― i Malcapitati non sono una popolazione poco conosciuta della Giudea Inferiore, siamo noi! Questo, “Mi sovviene un ricordo” è diventato il nuovo tormentone inverno-2013 tra me e la Mic… 😉
E credetemi, il doppiaggio di Favino peggiora di gran lunga le cose…Una cantilena strascinata tra l’enfasi e la flebo, che rende il personaggio ancora più insopportabile. E guardate, mi spiace un sacco per Daniel Day Lewis, perché s’è impegnato tanto e si vede, ma il mimetismo non è sempre necessariamente garanzia di successo…

In realtà il problema sta nel taglio che Spielberg ha deciso di dare al film. Un taglio cattedratico, vecchio&stravecchio, grossolano e semplicistico riguardo la situazione storica e razziale. Ma questo sarebbe niente! La delusione dipende dalla mancanza totale di un disegno cinematografico dietro  la sceneggiatura. “Lincoln” pare una di quelle ricostruzioni storiche che passano su History Channel, solo che le ricostruzioni su History Channel non ammorbano lo spettatore con dialoghi di cartapesta e personaggi dai soliloqui vaticinatori, non fanno venire la malincoLnoia come nella miglior tradizione masiniana. Qui manca totalmente il gusto artistico di trarre un’opera d’arte dalla Storia ― ambizione ambiziosa ma dico io, santiddio (x3), sei Steven Spielberg, siedi alla destra del Padrino, se non li hai tu i mezzi e l’esperienza, chi?! E le forme espressive che ha scelto sono vecchie&stravecchie pure quelle: Lincoln accompagnato dall’inizio alla fine da fonti di luce che garantiscono il messaggio “santo-subito” ― finestra all’inizio, candela alla fine…

Certo Board, potreste ribattermi voi, se Spielberg era in fissa con i sussidiari e voleva spalmarne uno sullo schermo, a che altro poteva ricorrere se non a carretti e metafore fotovoltaiche e a un protagonista la cui scena semi-finale, dopo l’attentato, ricorda tutti i “Compianto sul Cristo Morto” del manuale di storia dell’arte del liceo??

E come sempre c’avete sempre ragione voi, Fellows… 🙂

In fondo sono qui che mi lamento quando non dovrei. Dovrei invece ringraziare la Honorary Member che non mi ha lasciato sola solo per non lasciarmi sola (mammamia “Sara Ammazzatela Fruner”…) e perché non sottovaluta l’impegno nel C.d.A. E con lei abbiamo reinterpretato il film in chiave parodica che, per dirla come mangiate, vuol dire che ci siamo sfasciate dal ridere (del resto a “Lincoln” o ridi o dormi, non c’è grande alternativa) ricordandoci gli esordi di Let’s Movie, quando eravamo due pischelle e finivamo a vedere robe improbabili tipo “Lourdes” o il ben noto “Le Mystère Picasso”… 😉 Lo sfascio da risate è continuato anche fuori dal cinema dove eravamo fisicamente piegate in due in mezzo alla strada. Questo m’insegna che non tutti i mali(incoln) vengono per nuocere e che accartocciarsi su se stessi per agevolare il movimento ad angolo retto della risata (ri)compensa alla grande i 150 minuti di sfinimento spielberghiano. 🙂

Se proprio proprio non vi ho dissuaso e volete andare a vedere “Lincoln” no matter what, vi consiglio di immaginare Sacha Baron Cohen al posto di Daniel Day Lewis ― io in certi punti non ho saputo resistere alla tentazione ― oppure d’immaginarvelo doppiato in toscano, tipo così http://www.youtube.com/watch?v=QdaNcUDOlJo ― vi prego, regalatevi/mi un minuto e 28 secondi del vostro tempo per capire cosa può ridurvi/mi in lacrime. 🙂 🙂

Insomma, era meglio se Abramo Lincoln rimaneva il pesce rosso di Arnold invece che diventare la triglia del cRollosal di Spielberg…

Con me e la Mic concordano anche il WG Mat ― in guerra dichiarata con i big del firmamento registico ― e l’Anarcozumi, con cui s’è concordato di proporre a Spielberg un futuro nel giardinaggio o un ritorno zoologico tra squali e t-rex.

E ora corro a casa… Corro dal Mastro!

LA BICICLETTA VERDE
di Haifaa Al-Mansour

Che bello tornare dall’ovile dopo quindici giorni raminghi (o rOaminghi, bah mi sbaglio sempre)! Come poteva lui, l’onnisciente Mastro, non intercettaci questo filmetto di valore che aveva spiccato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia?! Non vedo l’ora che arrivi mercoledì per scavalcare il bancone dell’Astra e gioire di gioia con il Mastro e Robin, e fare la parte del primo figliol prodigo vegetariano della storia che non ammazzerà nessun maiale per festeggiare la family ritrovata!  🙂

E prima di salutarvi devo sbrigare la STRAordinaria amministrazione lezmuviana, e dare fiato alle trombe per dare il benvenuto in Let’s Movie a

  • Francesca detta ad infinitum Fellow Francesca-Francescae.f. (della prima, naturalmente) perché è un’illustre latinista e si porta sempre appresso le declinazioni, e senza fatica-faticae alcuna 🙂
  • Demelza d’ora innanzi la Fellow Demelza-de-Gipsy, perché voi non potete nemmeno immaginare quanta letteratura nomadica si porti scritta nel nome, insieme a quei due logaritmi in base E (sì, Moviers, esistono i logaritmi in base E, me l’ha assicurato lei, matematista che non è altro!); 😉
  • Maria Luisa detta per ora e per sempre Movier MaLù, come la coppa (che spero ricordiate, by Parmalat pre-Callisto), perché mi si dice essere collega deliziosa, e la cine-identità di una coppa cioccolato&panna fa decisamente al caso suo. 😉

Non so quanti nuotatori sguazzino fra voi Moviers (Fellow July Jules alias The Mermaid a parte), però vi informo che con il Fellow Robeywatch, che da sempre gestisce la permanenza del Board in vasca, stiamo ipotizzando una corsia riservata ai cinefili alla White Madonna Swimming Pool. Ma ve l’immaginate?? I will keep you posted… 😉

E adesso è veramente tutto… Avrei continuato a infierire mefistofelicamente su Lincoln, ma la Fellow Francesca-Francescae mi suggerisce “perseverare diabolicum”…

Grazie, my Fellows, per tutto. Pazienza, tracotanza, insofferenza. Tutto. Questa settimana Movie Maelstrom no, e riassunto sì ― yes, sometimes life sucks… 🙂 🙂
E ora tenete questi saluti, che stasera sono disperatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

 

LA BICICLETTA VERDE: Wadjda è una ragazzina di dieci anni che vive in un sobborgo di Riyadh, la capitale dell’Arabia Saudita. Pur vivendo in un mondo conservatore, Wadjda adora divertirsi, è intraprendente e si spinge sempre un po’ più in là nel cercare di farla franca. Dopo un litigio con il suo amico Abdullah, un ragazzo del vicinato con cui non potrebbe giocare, la bambina vede una bella bicicletta verde in vendita. Wadjda desidera la bici disperatamente per battere Abdullah in velocità, ma sua madre non gliela concede, poiché teme le ripercussioni di una società che considera le biciclette un pericolo per la virtù delle ragazze. Così Wadjda decide di provare a recuperare i soldi da sola.

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Let’s Movie CXXXVII

Let’s Movie CXXXVII

PIETÀ
Di Kim Kid-uk
Corea del Sud 2012, 104’
Mercoledì 19/Wednesday 19
Ore 21:00/9:00 pm (o forse 21:15/9:15 pm ― chiamate il Mastro per conferma, 0461-829002)
Astra/Mastrantonio

Fifty Fifty Fellows,

Tanto parlare della crisi della famiglia mononucleare italiana e della velata nostalgia per il patriarcato, quando tutto era più strutturato, i ruoli definiti, il pater portava i pantaloni di Lara Cardella e lavorava i campi, e le donne portavano le gonne di Vecchioni, mandavano avanti la casa/lavavano/stiravano/cucinavano/crescevano i figli/davano una mano nei campi (ma scusate, ma è cambiato qualcosa a parte i campi??). Tanto parlare del tracollo dei valori, dell’incomunicabilità genitori-figli (sulla quale programmi tv di varia natura e levatura dissero la loro, da “Amici” edizione pre-Garrison ai bignardeschi “Tempi Moderni”, giusto per buttarne lì un paio degli anni ‘90). Tanto rumore per nulla, dico io, citando William (che in linguaggio lezmuviano sarebbe Billy-il-Bardo, ma su di lui non mi sento di far troppo dell’umorismo: Shakespeare è il Dio della letteratura inglese, farci dell’umorismo equivale alla dissacrazione, e non vorrei che da Stratford-upon-Avon giungessero degli strali upon-Board sottoforma di ennesime sventure tecnologiche… 🙁 ).
Sì, tanto rumore per nulla perché mercoledì ho avuto la prova che la famiglia gode di ottima salute (almeno in certi casi), alla faccia di Maria De Filippi, Daria Bignardi e il carrozzone lacrimolento di chi specula sulle magagne altrui. Arrivo da Mastrantonio e dietro il bancone non trovo lui, IL Mastrantonio. Accanto a Robin c’è una creaturina che avrei potuto scambiare per Titania del “Sogno di una notte di mezz’estate”, citando ancora Billy, ehm William. O come io mi sono sempre immaginata Titania. Capelli di grano, occhioni di un verdeazzurro sbriluccicoso tipo gli occhi di Georgie (nostra vecchia conoscenza). Oppure Lady Oscar (anche lei nostra vecchia conoscenza). Oppure Candy Candy. Oppure…insomma avete capito, no? La creaturina dai tenerissimi quattordici anni altri non era che Maddalena, la Baby Mastrantonio, d’ora in avanti la Maddymastrantonio, che mi ha sfoderato, nell’ordine, un sorriso sciogliclienti, un abbonamento nuovo nuovo e una bella stretta di mano della serie ho-14-tenerissimi-anni-ma-sono-pur-sempre-una-Mastrantonios. 😉
Dietro di lei poi è spuntato il babbo, e anche la Lady Mastrantonio, che menomale non se l’era presa per il capolavoro di abbraccio che avevo rifilato al marito&mastro la settimana scorsa. Insomma, una famiglia tutta unita e schierata per la causa cinematografica. Ma crisi della mononucleosi  famigliare dddecché, mi chiedo e vi chiedo? A volte la sociologia (quella spiccia perlomeno) ama dipingere scenari apocalittici per la società contemporanea, ma ti trovi casi come i Mastrantonios che ti fanno davvero ben sperare ― anche le ciniche come me, sempre pronte a stanare il marcio-in-Normandia (William decisamente pervasivo stasera…). La sociologia li metta in luce, questi casi valorosi, please. Non si materializzi solo in plastici tragedici da Bruno Vespa, please.

Dal Mastro mi aspettava eburnea (eburnea??) la Fellow Vaniglia, che aveva dato notifica al Board del suo arrivo (Prologo al telefono: “Board, mi tieni un posto accanto a te da Mastrantonio, che arrivo?” Board: “Come no, certo, vai tranquilla, ci penso io!”. Epilogo al cinema: la Fellow Vaniglia aspetta il Board, Board in ritardo. Board passibile di destituzione 🙁 ).
Insieme a lei il Fellow Truly Done, che ormai non ha più bisogno di tradurre le movie-mail con Googletranslator (non cavandoci un ragno dal buco, poor guy), giacché il suo italiano da autodidatta sta migliorando giorno dopo giorno, togliendomi ahimé la goduria di far pratica con il British English (ma apro-parentesi, voi v’immaginate che razza di macaroni&cheese, le movie-mail filtrate nel colabrado di Googletranslator?! Mammamia…).

A fine proiezione scende dall’ultima fila, nobiliare come solo una nobile di Francia può essere, la Movier Marie Thérése l’Impératrice (mica una Middleton qualunque), alla sua prima volta lezmuviana. La prossima volta, Marie, ci si mette vicinivicinimicini ― il ben noto assetto lezmuviano da combattimento. 😉

Dunque dunque, “Bella addormentata”. Bellocchio Marco ha fatto un buon compito. Mi calo nei panni della Signorina Frunermeier, e scrivo  7 e mezzo sul suo foglio di protocollo ― sorvolando ovviamente sul fastidioso atteggiamento di superiorità che l’alunno dimostra con i compagni e il personale docente. 7 e mezzo perché si è impegnato, ribadendo il suo indiscusso talento. Ma l’alunno non arriva all’8. L’8 si dà a quelli che brillano per inventiva, per genio creativo. Per temerarietà, anche; va bene sapere a memoria l’ABC della macchina da presa e i meccanismi della sceneggiatura, ma bisogna anche, secondo me, osare un po’, shakerare la A, la B e la C inventandosi un alfabeto nuovo ogni volta. Questo mi aspetto dalla classe “Advanced”. E questo mi aspettavao da Bellocchio Marco ― se volevo l’ABC andavo nella classe “Intermediate” e  chiedevo a Muccino Gabriele, Ozpetek Ferzan e compagni (o loro stanno in quella “Beginners”??)… 🙂 🙂

Quindi posso dire di essere stata soddisfatta al 50%. E in quel 50% includo senz’altro la capacità (e non è poco eh) di aver parlato e fatto parlare di un tema così scottante come quello dell’eutanasia in un Italia in cui il Vaticano vaticana dalla mattina alla sera, e la politica vaticana dalla mattina alla sera…. In  realtà il film non è “a tema”: è a “temI”. Vita ― vita preservata a ogni costo, vita scacciata a ogni costo― morte ― morte cercata, morte combattuta ― salvezza, che si vuole dare e che non si vuole ricevere. E forse tutta questa carne al fuoco rischia di schiacciare la graticola….Ma meglio troppo che troppo poco, per me…
Non voglio propinarvi la mia opinione riguardo ai temi toccati. E non perché non mi interessi esprimerla qui. Ma perché voi non avreste modo di esprimere la vostra in real time. E non ci tengo a fare il monologo su questi argomenti…. Questi argomenti sono da agorà, tante voci parlanti, e litiganti anche… In questo spazio lezmuviano voglio concentrarmi sulla forma, sulla grammatica cui è ricorso Bellocchio, piuttosto che sul contenuto. Sul contenuto, vi basti sapere che condivido la frase che pronuncia il personaggio interpretato da Sir Servillo: “La sofferenza non nobilita l’uomo. Lo umilia”. Con questo avete già capito da che parte sto.
Tutte queste questioni universali, Bellocchio decide di concentrarle in tre storie che corrono parallele, e questa modalità no, NON la includo nel 50% “iuppidu”. Do ragione al Mastro: la struttura e lo sviluppo sono classici, quasi tipici del cinema italiano degli ultimi anni. C’è una mano quasi documentaristica che monta l’impianto narrativo. Da un regista come Bellocchio che ha esplorato i mezzi dell’artificio nel cinema, uno si aspetterebbe qualcosa di più. E guardate ve lo dice una che non ha certo fatto i salti di gioia davanti ai film del suo cosiddetto filone surreale-visionario ― penso a “Il regista di matrimoni” o “L’ora di religione”. Eppure, ed è paradossale me ne rendo conto, in questo film, le parti che ho apprezzato di più sono proprio quelle in cui ritrovo quel Bellocchio lì, quello dell’artifizio. Per esempio ho trovato la scena assolutamente virtuosistica del caos nel pronto soccorso molto riuscita perché forzava una teatralità inconsueta e spiazzante all’interno di uno spazio asettico e freddo come l’ospedale; e questo è un modo di localizzare ―nel senso di tradurre in un “loco”― lo scompiglio, il caos che la malattia/il dolore crea nella società. E lo stesso dicasi anche per la storia che delle tre mi è parsa la più originale, la meno da “L’Italia sul due”. Mi riferisco all’episodio della madre, interpretata magnificamente da Isabelle Huppert, che non vuole arrendersi al coma vegetativo della figlia e imbocca un cammino (per)verso l’estasi da santa: anela a uno stato di santificazione verso il quale il martirio che le è capitato la sospinge, ma nello stesso tempo si sente inadeguata e fallace, se non colpevole… E, significativamente, sogna le battute pronunciate da Lady Macbeth (William again) ― “Queste mani non saranno mai pulite” ripete compulsivamente nel sonno.
Questo riferimento apertamente “dramatic” si inserisce in quel progetto di teatralità di cui sopra, e rinvia anche alla stessa natura del personaggio, che nel film fa la parte di una famosa attrice di teatro che ha lasciato le scene per badare alla figlia, per la quale, ripetiamo, ha sviluppato un culto ossessivo. Ecco, questa scena per me rientra nel 50% “iuppidu”: mi dimostra che Bellocchio ha studiato il personaggio nella sua psicologia, che ha scavato nel suo subconscio, oltre che nel suo “conscio”.

Un momento che ho trovato tremendamente psicoanalitico, ma sempre teatrale, è il dialogo tra Sir Servillo, un senatore di destra in piena crisi e deciso a lasciare un partito di cui non condivide i valori, e un Roberto Herlitzka da Coppa Volpi o delle Coppe (la prima disponibile), che interpreta una specie di “psicoanalista del partito” cinico e realista e comico, che dà una lettura desolante (but oh sooo true) dei politici di oggi e della loro smania da apparizione ― “i politici diventano depressi quando la tv smette di cercarli”, sospira saggio e sornione Herlitzka.

Anche la storia della tossicodipendente con la fissa del suicidio che incontra un dottore con la fissa di salvarla è un po’ troppo da sceneggiato di Odeon TV. Per quanto intensi Maya Sansa e Piergiorgio Bellocchio (detto anche Poor Piergiorgio…avere un padre come Bellocchio Senior… vi prego, parliamone 🙁 ), i ruoli sono un po’ troppo stereotipati ― lei pazza furiosa e intrattabile, lui ombroso ma da quel tenero ― e questo finisce dritto dritto nel 50% “buuuubuuuu”.
Poi, intendiamoci, “Bella addormentata” è un film sostanzialmente di speranza. I finali di due storie su tre sono a tinte chiare: Sir Servillo si riappacifica con la figlia, “magistralmente interpretata da Alba Rohrwacher” (per cogliere il senso del virgolettato, vedasi obbligatoriamente il Movie Maelstrom ;-)), e il dottore convince la pazza furiosa a resistere alla malia di una finestra… Mentre la terza storia rimane, fortunatamente, aperta ed enigmatica .

Ovviamente il film gioca molto sul carico con cui lo spettatore esce dalla sala. E questo carico rischia di far perdere la lucidità necessaria a giudicare il film nella sua parte anatomica, grammaticale. E anche questo rientra nel 50% “buuubuuu”. Essere coinvolti va benissimo, ma coinvolgere attraverso canali meno scontati va ancora meglio, Bellocchio Marco. Ed è per questo che non posso darti più di un  7 e mezzo. Farai meglio la prossima volta, dai…  😉

E questa settimana, come già anticipato, affrontiamo in massa lui, il sudcoreano dall’effetto no-la-corazzata-Potemkin-no…

PIETÀ
Di Kim Kid-uk

 

Allora, il film è ABBASTANZA impegnativo ― meglio non mentire, Board, questa volta…. L’hanno detto in tutte le lingue e salse. Ma hanno anche detto che è il capolavoro di Kim,  e ha impressionato la Giuria della Mostra del Cinema di Venezia, che gli ha assegnato il Leone d’Oro come miglior film. Questo non è garanzia di 100% “iuppidu”, lo sappiamo. Ma non ci può lasciare 100% “chissenefrega” (ok, basta percentuali eh).
Spero che siate stati più bravi di me e siate partiti da “Primavera, estate, autunno ecceteraeccetera”… Quanto alla mia visione di “Ferro 3”, non è andata ancora in porto ― casa Board sta esperendo dei grossi problemi a relazionarsi con le prese scart… 🙁 Ma ci sto lavorando…
Quindi deciso, partiamo tutti per il pianeta Kimkiduk, e facciamo in modo che la missione non si trasformi in un Apollo 11 parte II.

Anche stasera son stata stringata nel writing (!), mi stupisco di me stessa… Posso dirigermi con passo tranquillo e animo sollevato al Movie Maelstrom in cui, ripeto, avete l’obbligo tassativo di fermarvi. E poi potete scegliere se sostare in area riassunto, ma io vi consiglio di non rimanerci troppo. I riassunti sono posti noiosi in cui incontri solo vigili urbani e colletti bianchi, mai un matto, un giullare… Forse è per questo che non amo frequentarli…

Ah e mi raccomando Moviers, non scordatevi di portarvi a casa i miei quattrocentosettantrè “grazie”. E i miei saluti ― questa sera, scolasticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dalla sede di Pisa/Reggio il Fellow Fiiiii, Responsabile Let’s Movie sempre attivo&attento, ci ha segnalato questo sito, http://bollettinodallitalia.gqitalia.it/2012/09/05/istruzioni-per-fare-un-film-italiano-di-successo/, ovvero le “Istruzioni per fare un film italiano di successo”. Dopo aver smesso di ridere (e c’è voluto un bel po’, da iena specie ridens quale sono :-)) ho realizzato che gli ingredienti elencati, e il modo in cui sono elencati, caricaturizzi ― ma azzecchi puntualmente ― la serialità e la prevedibilità di certa cinematografia contemporanea italiana che si vuole  d’essai ed engagée e da cine-intellighentia e che ripropone tutto sommato le stesse ricette, prendendosi davvero troppo, troooppo, sul serio…

Ditemi quante volte avete sentito/letto:

“…magistralmente interpretata da…
a)Alba Rohrwacher
b)Alba Rohrwacher
c)Alba Rohrwacher
d)Alba Rohrwacher
”?

Troppe, trooooppe volte…

Grazie Fiiii! 🙂

PIETÀ: La storia di uno strozzino che vaga riscuotendo crediti per i suoi capi. Un giorno una donna gli si presenta davanti, dichiarando di essere sua madre. Egli dapprima la respinge con freddezza, ma piano piano la accetta e decide di abbandonare quel lavoro crudele per condurre una vita normale. Ma la madre viene rapita all’improvviso.

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Let’s Movie CXXXVI

Let’s Movie CXXXVI

BELLA ADDORMENTATA
di Marco Bellocchio
Italia, 2012, 115’
Mercoledì 12/Wednesday 12
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio

Mississippi Moviers,

Vi do subito le coordinate così vi coordinate (cominciamo bene…).

Mercoledì parto per un running pre-Let’s Movie con un cielo pulito che più pulito non si può, e mentre sono nel bel mezzo di un bosco boscoso sento di lontano , fra la pausa tra una canzone e l’altra, un brontolio. Certa certissima che non si tratti del mio stomaco (e anche voi), alzo gli occhi e toh, il cielo m’è diventato di uno strano color susina, molto poco “Dash” e molto tanto “Houston we have a problem”. Mi scatafascio verso casa, ma nel frattempo il cielo si apre ― il cielo non risparmia nessuno, figurarsi il Board nel bosco boscoso. Giusto il tempo di passare da una doccia all’altra e d’infilare i miei stivali in gomma rossi a quadri che fortunatamente danno una svolta alla serata.
Perché dovete sapere, Fellows, che con un paio di stivali di gomma (meglio se rossi, meglio se a quadri) voi diventate automaticamente Huckleberry Finn ― è un fenomeno appurato dalla fisica moderna. Indipendentemente dall’età che avete, dallo status sociale e professionale, dal sesso e dall’orientamento religioso (!), eccovi lì, dei kids. E l’Adige o l’Arno o il Tevere o il Sarca o il Po o il Monticano (Giak, CommunicascionChiara, I know, vi sconvolgo, I know :-)) o il Noce o la Laguna Venuta (o Blu per l’Anarcozumi, fra poco di ritorno in), diventano lui, il fiume che taglia la pancia dell’America, il fiume con più coppie di consonanti del mondo idrografico, il fiume che nasce in Minnesota e muore nel Golfo del Messico (noi che siamo cresciuti con quelli che nascono sul Monviso e sfociano nel mar Adriatico), lui, quello su cui il papà della letteratura americana moderna Mark-mito-Twain (e non lo dice un Baord qualunque, ma un Hemingway qualunque), ambientò il romanzo più fun di tutti i tempi. E quello, un Huckleberry Finn,  son diventata io, correndo (oh, moooolto correndo) da Mastrantonio mercoledì sera. E anche se mancavano la pagliuzza in bocca e i pantaloni lisi e il cappello di paglia in testa e lo schiavo Jim, avevo quel paio di stivali in gomma lì ai piedi… Un paio di stivali in gomma vi permettono di prendere la pioggia per le corna, e di prendere tuuuuutte le pozzanghere che v’intralciano la strada, e pure di andarne a caccia di nuove, e  schiaffarvici dentro, alla faccia dello scamosciato e del cavallino e del “cavolo-ho-speso-un-patrimonio-per-ste-scarpe”! 😉

Insomma, immaginate in che condizione da scapigliatamilanese io, 100%-red-rubber-road-runner, mi sono presentata dal Mastro, che era lì sull’uscio a rimirar, e senza attinenza alcuna con quella barba di Carducci. Non sto a raccontarvi il capolavoro di abbraccio che ci siamo dati perché i capolavori non si raccontano ― ma Lady Mastrantonio stia pure tranquilla, nessuna malizia, solo tanto tantissimo sollievo nel ritrovare il Mastro Master della cinematografia in Trentoville. E con lui il fido Robin, che dal bancone vede e provvede. 😉

All’interno, ecco il Sergente Fed FFF, che aveva pure telefonato mentre l’Huckleberry-Board sfrecciava all’Astra per accertarsi della sua collocazione geografica, e il Fellow Truly Done, che affrontò il cielo susina e discese da Povorock pur di vedere “I giorni della vendemmia”.

E per fortuna discese! Si perché il film è un bijou. Piccolo, e da conservare. Anzi, da far conoscere. Pensate che il regista, oggi ventinovenne, lo girò in 15 giorni, tre anni fa (news tratte da “Mastroinforma” :-)) quando praticamente la maggior parte dei suoi coetanei decide ancora se dare Storia del Cinema II o toglierlo dal piano di studi…
“I giorni della vendemmia” racconta una vendemmia nella campagna emiliana nel 1984. Madre cattolicissima, padre comunistissimo ― la diade che da sempre racconta l’Emilia rossa, ma direi anche l’Italia, a metà tra il Papa e Palmiro… Il figlio maggiore, Samuele, a Londra o in giro per l’Europa, il figlio minore, Elia, diciassettenne tutto ormoni e insicurezze, che legge Tondelli e ruba il vino dal frigorifero di casa per sballarsi un po’. Lo scorrere lemme della vita rurale è scosso dall’arrivo di Emilia, una ragazza che inserisco con Catwoman tra le figure femminili belle&sfrontate&ribelli&malandrine del cinema. La sensualità dell’attrice (tale Lavinia Longhi) unita alla spregiudicatezza del personaggio che interpreta, capirete, sono una miscela esplosiva tanto per il povero Elia, quanto per lo spettatore, entrambi ammaliati da questa Circe dalle lunghe gambe e dalla tosta faccia (possa Omero perdonarci)… La tipica donna che gli uomini vorrebbero baciare e schiaffeggiare, nell’ordine che preferite.

La dinamica ricalca alla perfezione il triangolo Georgie-Arthur-Abel (e qui si citano i big della cartonianimatografia giapponauta), giacché il secondo momento di caos si verifica quando rientra in scena Samuele (Abel), bel tenebroso ma dal cuore pink (e non aggiungo altro…). Emilia (Georgie) diventa il pomo della discordia ed Elia (Arthur) soffre in silenzio (tale e quale al cartone).

La trama in sé rimette in scena un argomento caro alla letteratura e al cinema: un istante di formazione nella vita di un adolescente che poi ricorderà per la vita. E tutti abbiamo dei momenti che ci hanno scandito quella stagione dolcemente maledetta della teen-age, e credo che sia anche per questo motivo che il film risulta caro a chi lo guarda. È lo stesso motivo per cui “Il tempo delle mele” spopolò quando uscì. Oppure “Il giovane Holden” in letteratura, o il “Grano in erba” di Colette (se non l’avete letto, regalatevelo ;-)). Sono storie del cosiddetto “coming of age” nostro, non solo dei personaggi.

Ma poi c’è un discorso da aprire sul “come” il regista ha scelto di raccontare questa storia. Ritmi lenti, e silenzio, e immagini che sanno di grilli e caldo e bandiere rosse e crocifissi. E no, vi prego non sbuffate! Il film non è affatto noioso e questo perché il regista è stato in grado di calibrare i tempi ― come quando andate in un ristorante e il menù, dall’antipasto al dessert, vi viene servito con i giusti intervalli fra una portata e l’altra, non un minuto di più e non uno di meno. Con un film non è facile, ci sono tanti rischi: quello di innamorarsi di una scena e farla durare troppo, o quello di darne per scontata un’altra e farla correre via troppo in fretta. Qui tutto risulta tempisticamente corretto.
Come dicevo ai miei Moviers e al Mastro, avrei voluto almeno altri 10 minuti di girato in più, ma questo non dipende dalla lunghezza del film (corretta, dicevamo): dipende dalla gola, dal volerne ancora ― il Baord è un cine-goloso, che volete farci… 🙂 E come dicevo dopo la proiezione, mi sono balzate all’occhio due scene che mi hanno fatto drizzare le antenne…mmm, mi son detta, qui c’è del talento…
Mi riferisco alla ripresa di un prato, che parte dal basso e gradualmente sale su, come ad aprire un orizzonte già aperto, riscoprendolo… E la seconda, l’immagine di una madonnina di plastica (quelle tipo from-Lourdes-with-love, con dentro l’acqua santa) che si confonde e sfuma in una statuina di Pinocchio, poco dietro. La Madonnina e il Pincchio riassumono la cameretta di Elia meglio di qualsiasi panoramica. Pensateci: madonnina (religione formato take-away) e Pinocchio (infanzia). Righi racconta molto per dettagli. Come per esempio la pagina dell’Unità nascosta sulle ginocchia del padre durante la recitazione delle preghiere serali…Ecco, tutti questi preziosi semini che uno spettatore attento (rac)coglie, ci fanno ben sperare per i prossimi film del giovane Righi. Insomma, ad maiora! 🙂

Ah, un ringraziamento speciale alla Fellow Claudia-the-Critic, alla Fellow Chili Chocolate e alla loro amica (che sarà la Fellow Cappuccetto Rosso non appena riesco a metter le mani sul suo indirizzo email, ih ih ih), per avermi dato delle dritte su “Monsieur Lazhar” che avevano appena visto ― come vedete Let’s Movie si muove su più fronti in contemporanea, il tutto al fine di garantire una copertura critica sul panorama cinematografico (mamma mia, son peggio della barba Carducci!). 🙂

Certo è vero che le vie di mezzo, come le mezze stagioni, non esistono più. Fino a pochi giorni fa, una siccità cinematografica da Sahara. Oggi, un esondazione da Arno 1966. Insomma, o troppo o nulla, e noi di Let’s Movie, noi lì, sempre lì, lì nel mezzo (grazie, Liga). 🙂

Mmm fatemi scegliere un po’ per questa settimana

BELLA ADDORMENTATA
di Marco Bellocchio

Allora. Ricorderete  che ci scagliammo (sempre bonariamente, eh, s’intende) verso Marco-spocchio-Bellocchio, quando venne al MART due anni fa per tenere l’elogio di se stesso davanti a noi povero popolino… Questo però non deve impedirci la visione del suo ultimo film, e per vari motivi: Sir Servillo è nel cast (e lui be’, lui è Sir Servillo, c’è ben poco da aggiungere); il film tratta un tema osticissimo ma di grande interesse, su cui mi piacerebbe riflettere; il film è stato accolto da 16 minuti di applausi alla Mostra del Cinema di Venezia,  e io sono proprio curiosa di vedere se li ha meritati tutti, o se ne avrebbe meritati 13 o magari 18. Non sottovalutiamo i numeri e gli applausometri, please. 🙂

Già vi anticipo che “Pietas” di Kim Kiduk sarà un prossimo Let’s Movie, con tutta la sua sudcoreanità che tanta paura mette ai Fellows. E non tanto perché ha vinto il Leone d’Oro ― bravobravissimo Kim ― ma in nome di quello spettacolo di “Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera” di qualche anno fa. Cominciate da qui a prendere dimestichezza con lui ― io nel frattempo ho preso “Ferro 3” in biblioteca, sperando di riuscire a uscirne viva (da Ferro 3, non dalla biblioteca). 🙂

 Stasera con la questione degli stivali e dell’Huckleberryboard (uh come mi piace!), mi sono un po’ dilungata… Meno male che il Fellow Iak-the-Mate è faraway, altrimenti me le sentivo di brutto. 🙁
Corro verso il Movie Maelstrom senza farmi notare troppo…. Voi, my kid Moviers, valutate l’idea di farvi un paio di stivali 100% red rubber, o anche solo rubber senza il red, fate sosta giù al molo del Movie Maelstrom, leggetevi il riassunto con i piedi penzoloni sull’acqua, e gustatevi questi saluti, che per stasera, signori miei e signore mie, sono orograficamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non so bene perché, ma questa canzone di Otis Redding, mi fa venire in mente quei posti immaginifichi tipo l’Alabama o l’Arkansas… quegli stati lambiti dal Mississippi che non ho mai visto ma che, attraverso queste note, mi par di guardare seduta dalla banchina di un molo… Cliccate qui, via http://www.youtube.com/watch?v=UCmUhYSr-e4

BELLA ADDORMENTATA: Il film racconta il caso di Eluana Englaro, la ragazza che per 17 anni ha vissuto in stato vegetativo fino alla decisione della famiglia (accolta dalla magistratura) di sospendere l’ alimentazione forzata, ritenuta un inutile accanimento terapeutico e rispettando la volontà espressa in passato dalla stessa Eluana Englaro.

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