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LET’S MOVIE POP UP propone 99 HOMES e commenta IL PIANO DI MAGGIE

LET’S MOVIE POP UP propone 99 HOMES e commenta IL PIANO DI MAGGIE

99 HOMES
di Ramin Bahrani
USA 2014, ‘112
Giovedi’/Thursday 14
Ore 21:30/9:30 pm
Cortile di The Impact Hub
Via Roberto da Sanseverino 95
Ingresso 5 Euri
WP, Weather-Permitting: istruzioni per l’uso giù di sotto

 

Monnalisa Moviers e Farage Fellows,

Se ne sentono delle belle, in quest’estate 2016! Uno non ha nemmeno più bisogno di giullari e saltimbanchi, barzellette e freddure… Ci pensano i politici, a farci ridere.
A inizio settimana Sgarbi si è messo al volante ed è partito alla volta di Parigi per “riportare” la Gioconda e il suo sorriso “a casa”. Da quello che mi risultava, non se l’erano portata via: non era stato Napoleone, come tutti crediamo, mettendo il nanerottolo accanto a Zidane nella lista dei francesi cattivi. Fu Leonardo stesso che la portò con sé in Francia, e la piazzò al Re Francesco I. Per un po’ di anni Napoleone la tenne appesa in camera della sua Giuseppina detta Pina, tanto gli piaceva, ma no, non se l’era rubata ― tanto altro sì, ma quella no. Quindi lei, la Gioconda, appartiene legittimamente ai cugini, rien à faire et rien ne va plus, facciamocene una ragione. Ma se Sgarbi ha voluto travestirsi da Annibale, scavalcare le Alpi e andare a fare un po’ di putiferio e di pubblicità a se stesso, facesse pure. Siamo poi stati informati che la pubblicità più che a se stesso era all’ultimo modello di Citroen con cui si è recato in Francia, e che questa messinscena in fondo non era che una banale marchetta… Quanto nulla passano i giornali!
Comunque l’episodio mi ha fatto riflettere sulla nazionalità delle opere d’arte: potremmo disquisirci sopra per decenni. Meglio pensare che i capolavori appartengano all’umanità, altrimenti noi italiani, che siamo stati saccheggiati da qualsiasi longobardo o nanerottolo dalla notte dei tempi in avanti, passeremmo il futuro a bussare alle porte del mondo e a fare il recupero crediti.

Ho riso di gusto anche alla battuta sferzante dell’Eurodeputato belga Guy Verhofstadt in merito alle dimissioni di Nigel Farage dall’Ukip: “Finalmente ci libereremo del più grande spreco del bilancio UE: il suo stipendio”… Gran cabarettista, il nostro Guy, non c’è che dire. 🙂
Ancora più sferzante era stato l’amato Christoph Waltz, che, sempre in merito alla fuga di Farage dalle sue responsabilità di leader del “Leave”, ha commentato:È ovvio che il capo dei topi abbandoni per primo la nave che affonda” ― ricordatemi di non fare o dire nulla che scontenti Christoph perché ti trancia con la sola imposizione di due parole.
Grande ammirazione per lui 🙂

Insomma, analizziamo un attimino la mossa di questo personaggio. Mette insieme tutta una campagna contro l’Europa e pro-isolazionismo infarcendola di promesse false e omettendo informazioni. Strano ma vero ci riesce e convince 17 milioni d’inglese, ma si rende ben presto conto di aver fatto segnare l’autogol più sensazionale della storia moderna al suo paese. Subodorati i tempi grami che attendono il Regno Unito, il nostro Schettino d’Albione, fa bye-bye con la manina e lascia la sua Costa Concordia sola sola in mezzo al Mare del Nord… Non mi stupirei se il soggetto ― o forse dovrei cedere all’assonanza e dire “farabutto”? ― finisse vittima di qualche linciaggio. E questo comunque la dice lunga sulla fazione dei leader pro “Leave” ― Johnson e Cameron sono gli altri due brexodati. Tutti talmente pro Leave che il Remain non è pensabile dopo quello che hanno combinato…
Ah povero Regno Unito, sedotto e abbandonato dalla prima testa di Nigel che passa! E la Regina, giù di Xanax….

Io starei qui a spassarmela con la Komikpolitik, e menomale che c’è lei a farci ridere, dal momento che la commedia fa tutto fuorché quello. Mi sto riferendo, nello specifico, a “Il piano di Maggie”, il film le cui premesse mi erano parse buonissime. Ottimo cast, ottima sceneggiatrice, ottimi passaggi internazionali. Ottimo! E invece Troisi fa spallucce da lassù e miagola “Pensavi fosse amore…” …E invece era un carretto, caro Massimo. Manco un calesse, un carretto!
Hanno fatto le spese di questo supplizio il (Candy) {Andy} [The] e il WG Mat, il cui martirio non passerà inosservato alla storia… 🙁

Questa Maggie partirebbe anche bene: newyorkese indipendente, un buon lavoro accademico, un gran cervello ma zero uomini. Visto che le sue relazioni non durano più di 6 mesi, Maggie decide di attuare il suo piano, parte I: inseminazione artificiale con donatore attentamente selezionato, gravidanza ed educazione del pargolo on her own. Poi però incontra John, un antropologo con velleità da scrittore, un matrimonio in crisi con una pestifera intellettualoide, e Maggie s’innamora. E John s’innamora di lei. Lui lascia la pestifera, e si mette con lei. Idillio il primo periodo ma poi tutto cambia. Da newyorkese indipendente e autonoma, Maggie si trasforma nella desperate housewife che annulla se stessa per stare appresso a sua figlia, al marito, ai figli del marito, alla ex moglie del marito… Maggie non ci sta, allora organizza la parte II del suo piano: fare in modo che John si rinnamori dell’ex moglie e torni con lei. Riuscendoci.

La trama, per quanto scontata e riciclata, avrebbe potuto regalare qualche sorriso, fosse stata gestita con della verve nella mise-en-scene. In fondo le commedie non hanno bisogno di plot straordinari: non è tanto il cosa racconti, ma come lo racconti. Con quali tempi, battute, gag, ironia, surrealismo, non-sense… Un regista ha tante frecce al suo arco. Purtroppo Roberta Miller sceglie di non tirarne nemmeno una e se ne esce con un film piatto, noioso con dei personaggi che annegano nella loro inarrestabile logorrea, trascinando a fondo lo spettatore, il quale spera a tutti i costi in qualche spiraglio comico per risollevarsi, e invece no, sprofonda sempre di più mano a mano che il film procede. Un Titanic! Non una risata, manco mezza. Manco un sorriso! Ed è terribilmente frustrante, oltreché un peccato mortale, desiderare il sorriso d’altri (tempi) e sperare che il film a un certo punto decolli, e rendersi conto, all’ultimo minuto, che no, non riderai più e che il film è troppo pesante per spiccare il volo nei paradisi dell’umorismo ― quello, la fine della possibilità, è il momento più triste dell’esperienza cinematografica.

A parte l’insufficienza umoristica, ho sofferto molto la figura di lei, Maggie, il tipo di donna che rappresenta. Se la letteratura ― il cinema è letteratura ― ci propone donne sicure e dalle idee chiare, che poi crollano e finiscono dritte dritte nelle ciabatte degli anni ’50 ― faccio tutto io purché tu, uomo, possa lavorare/produrre/creare in pace ― e alla fine si ritrova innamorata del donatore di seme, bello ma un po’ citrullo, allora non facciamo che diffondere il solito tipo di modello di donna e di comportamento! E non ne esce male solo la donna, Maggie, ma anche l’uomo, John: una banderuola senza nervo e volontà che si lascia maneggiare da una ex moglie che crede di detestare, ma di cui, alla fine, non riesce a fare a meno, e da una compagna che gli fa fare il bello e il cattivo tempo. Un cervellone di antropologo ma completamente privo d’intelligenza emotiva.
E allora va bene, cara regista, se vuoi fare una critica di questo tipo di donna e di uomo, falla, questa critica, FALLA! Non ti far lusingare dalla favola, non preferire la cerebralità dei dialoghi ― di Woody Allen ce n’è uno solo, by the way ―all’ironia con cui potresti bacchettare ― demolire anche ― i tuoi meschini personaggi, che difendi e assecondi pur disprezzandoli… Dai Roberta Miller, hai i geni di papà Arthur nel DNA, sfruttali!
Siamo stanchi morti di commedie replicanti senza sale in zucca e tanta pubblicità al seguito. Dov’è la ciccia, signori registi, cari produttori? Dove nascondete la roba seria??

E per martedì Let’s Movie pops up e rischia il cine all’aperto,

99 HOMES
di Ramin Bahrani

Dunque il film passò con successo alla Mostra del Cine di Venezia nel 2014. Ha impiegato 2 anni per trovare un distributore: dobbiamo festeggiare questa grande impresa… 🙂

Per quanto riguarda la proiezione, è weather-permitting, ovvero, siamo in balia del meteo, e considerando quanto sia schizzato in quest’estate monsonica, siamo oggettivamente a rischio. Quello che si fa è: guardare il cielo nel pomeriggio; in caso d’incertezza di giudizio, chiamare the Hub, allo 0461 158340, tipo verso le 5 pm del giorno stesso e chiedere cosa abbiano intenzione di fare; scongiurare collettivamente le eventuali nubi minacciose affinché ammorbino territori ben più ammorbabili, tipo Merano o Bolzano, ma non Trentoville, dai, che ha già tutte le sue magagne da smazzarsi e non si spara sulla Crocerossa, come on…
So che questa trafila ― altrimenti detta “sbattimento” ― potrebbe farvi desistere. Allora ho pensato di testare il campo e convincervi con l’esperienza diretta.
Dunque a nostra disposizione abbiamo: impianto video e audio di qualità deluxe ― le Crispi con il loro cortile sono un due-stelle in confronto; bar attiguo con ogni sorta di drink da sorseggiare durante la visione; presentazione del nostro Fellow Zadramat the Magician ― garanzia di qualità; e, dulcis in fundo, visione da spaparanzati in una di quelle sedie sdraio Bibione 1970, quelle in legno, con la stoffa a cucchiaio per contenere il vostro peso piuma…
Io e la Vanilla ci siamo trovate alla grande, giovedì scorso. Quindi un po’ di sbattimento si può pure fare… 😉
Ah, nel caso in cui il film salti, potrebbe saltare anche il Lez Muvi di domenica prossima. Quindi non chiamate la Farnesina se non trovate la mail del Board nella posta… 🙂

E ora Fellows, vi invito a dare un’occhiata nel Maelstrom per un appuntamento da recuperare, se l’avete perso… E ora vi ringrazio e vi saluto, con dei saluti giocondamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Se, come la qui presente, vi siete persi AVE, CESARE!, il film dei fratelli Coen, che non dev’essere il capolavoro dei capolavori ma sono pur sempre i Coen, possiamo recuperarlo giovedì, alle ore 21:30, presso il il Cortile delle Crispi ― ingresso 5 Euri. Anche lì siamo weather-permitting, ma ormai ci abbiamo fatto l’abitudine… 😉

99 HOMES: Dennis Nash è un giovane disoccupato che viene sfrattato insieme alla sua famiglia da un cinico agente immobiliare Mike Carver. Nel disperato tentativo di riappropriarsi della casa e saldare i suoi debiti, Dennis inizia a lavorare a fianco di Carver e presto si ritrova a sfrattare altri proprietari di casa. Ma il suo nuovo stile di vita a costo delle disgrazie altrui lo porta a fare i conti con una decisione più grande del denaro.

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LET’S MOVIE 262 – propone TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY e commenta FRANCOFONIA e THE WALK

LET’S MOVIE 262 – propone TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY e commenta FRANCOFONIA e THE WALK

TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY
di Peter Bogdanovich
USA, 2014, ‘93
Lunedì 2 / Monday 2
21:30 / 9:30 pm
Astra / Dal Mastro

 

 

Fantozzi Fellows,

E’ d’obbligo dedicargli l’overture.
40 anni dal primo, a cui poi sono seguiti Secondi Tragici e Super e alla riscossa e pronti alla pensione. Chissà se Paolo Villaggio si sarebbe immaginato, 40 anni fa, che il suo Rag. Ugo, sarebbe sbarcato indenne ― anzi, in formissima ― nel terzo millennio? Di lui si potrebbero scrivere pagine e pagine, come personaggio che incarna l’italiano ― no, l’uomo ― medio moderno, quello piccolo piccolo e non borghese, quello timido, pavido ma che alla fine, sotto sotto, c’ha una tenerezza dentro e un cuore che te lo spezzano, il cuore. L’empatia che provi per lui, la provi perché ti rivedi in scene tipo il tuo corpo sprofondato in una poltrona in pelle umana davanti al Megadirettore e al suo ficus, oppure in gita a Venezia, dove un sacchetto di mais per piccioni ti costa 30.000 lire (e tu le paghi!) o nel sogno “Lasignorinasilvani”, l’alternativa fantastica allo sveglia&caffè / barba&bidet della dimensione domestica ― con una moglie molto pina e una figlia molto mariangela (diventati aggettivi di uso corrente). Ma Fantozzi Rag. Ugo, la vittima più illustre della legge di Murphy ― se la parte di una bici deve staccarsi, tranquillo che sarà il sellino ― colui che sempre si nasconde e sempre viene scovato ― lei, sì, lei, ci facci vedere… ― non smette di provarci. Scene irresistibili come Fantozzi dal dietologo tedesco e l’accusa “Tu mancia” davanti a un piatto di polpette mezzo vuoto, oppure Fantozzi alle prese con il Kotionkin della Corazzata, non attenuano minimamente la malinconia con cui lo guardiamo sospettare il tradimento della moglie davanti alla casa stipata di sfilatini, oppure a prendere le difese della sua babbuina, ehm bambina, derisa da tutti. Fantozzi ― Tozzi-Fan nella versione giappo ― c’est nous. E dato che non sono riuscita a rendergli omaggio andando a rivederlo al cine questa settimana ― era nelle sale con la versione restaurata di “Fantozzi” ― lo faccio qui con un micropippone.
Moltoumanalei.

Ma veniamo a noi, e vi avviso, andrà per le lunghe qui, perché oggi va così e c’ho troppe cose da dire. Il mio Buddha di riferimento mi ha già prospettato 18 reincarnazioni per espiare l’abuso che faccio del vostro tempo. Ha anche aggiunto, con quella sua espressione di lipidica trance, “18 è meglio di 19”.
Ecche gli vuoi dire, al Buddha?

Nella querelle “è la spazzatura ad esserci somministrata o siamo noi a lasciarcela somministrare”, io non sono per la prima. Credo nella volontà di potenza del singolo, e voglia Nietzsche lasciarmi la giacchetta, bitte. Non credo ci sia un circolo vizioso dentro cui siamo trascinati, senza possibilità di opporre la nostra forza. No. La nostra Forza ha la F maiuscola come quella di Star Wars, ed è un muscolo, più che un’entità astratta. Un deltoide, sort-of.
Sono tuttavia ben consapevole che se l’altro-da-trash non viene agevolato ― dalle case di distribuzione, dalle sale cinematografiche, dalla TV di Stato, dall’editoria ― e il piatto propone solo prodotti stupidi e istupidenti, allora le cose si complicano. E la Forza singola vacilla.
Nello specifico. Se a un film come “Francofonia” viene riservata la fine dei vostri jeans con le pinces (si legge “pèns”) ovvero un angolino remoto in soffitta, ovvero una proiezione UNA ― e per grazia del Santo Mastro e il suo accordo con la Settimana della Critica ― e se a un film come “Il sopravvissuto – The Martian” sono riservate 500 sale in tutta Italia e proiezioni a tutte le ore, siamo costretti a fare uno sforzo in più, ingegnarci con misure alternative. Tipo scaricare Francofonia da qualche piattaforma ― Netflix il primo della classe ― e tipo boicottare il Marziano così come sto facendo io da quando l’ho visto.
Questa settimana ho avuto la riprova della Forza. Il pezzo da 90 “Francofonia”, il cine d’essai spinto, ha portato in sala ben quattro Moviers: l’abbinamento sempre juicyVanilla & Chocolate, il Pizzo con Teresa, una Guest diventata immediatamente la Movier Modenella, e non solo perché, lo vedete, ha delle evidenti origini emiliano-romagnole, ma anche perché è bella come una top ― fenotipo di riferimento: Afef. Tutt’intorno una sala discretamente popolata: tenete sempre a mente che si tratta di Sokurov, inferiore, quanto a timore suscitato, al centroavanti di sfondamento Tarkovskij.
Il pezzo da 180 “The Walk”, il cine d’entartainment, stacco-la-mente-e-stop, al quale mi aspettavo folle e folle di giubilanti Muviani, ha portato in sala la Vanilla, la Honorary Member Mic da Vicenza ―in un Let’s Movie In-Sync calcolato al millimetro 🙂 ― e una manciata di altri spettatori, tanto manciata da farci sentire dei dispersi nella sala grande dello Smelly Modena.

I comportamenti della massa possono davvero interdire. Certo, “Francofonia” era gratis, e “The Walk” è capitato in una notte buia e tempestosa. Però questo non m’impedisce di bearmi nell’evidenza che il cinema d’essai spinto l’abbia spuntata ― possa spuntarla― sui pop-corn.

Com’era “Franconcofonia”? Mi sono sentita chiedere nei giorni successivi alla visione.
Eh, una roba mai vista, ho risposto io, regredendo alla prima media nella padronanza espositiva. Non mi spingerei fino a dire che Sokurov reinventa un genere. Ma posso con sicurezza affermare che scava uno spazio tra il documentario e la fiction, la museologia, la storia e la storia dell’arte a cui nessuno prima di lui aveva pensato. Sokurov fruga il Louvre e porta sullo schermo un episodio che credo solo gli addetti ai lavori conoscano: la collaborazione, e l’intesa, che il direttore del museo Jacques Jaujard e l’ufficiale tedesco Franziskus Wolff-Metternich strinsero durante l’occupazione nazista della Francia.
Non si pensa mai alle opere d’arte quando studi o rifletti su una guerra. La guerra è conseguenze pratiche, numero di vittime tra i soldati, condizioni penose per i civili, effetti psichici su tutti quanti. L’arte slitta in secondo piano, e non solo nella contingenza degli eventi, ma anche nella loro analisi postuma. Parlo per me, naturalmente: non mi sono mai domandata: ma il Louvre, il museo più visitato al mondo, il più conosciuto (se proprio non il più grande, che l’Hermitage quanto a km, non lo batte nessuno), il Louvre e i tesori che si porta appresso da secoli, come ha fatto durante la Seconda Guerra Mondiale? Ovviamente la domanda si estende a tutti i musei. E l’estensione prosegue ancora all’arte. Come fa, l’arte, durante la guerra?
Nella storia tra questi due individui illuminati, Jaujard e Metternich, è proprio il fatto che abbiano agito da soggetti pensanti, incuranti delle rispettive ideologie nazionali, e non da oggetti manovrati da ordini bellici, troviamo una grandissima prova di coscienza umana: questi due hanno trovato il modo di accordarsi affinché l’arte custodita nel Louvre non venisse toccata e potesse proseguire nel suo cammino verso il futuro, arrivando fino a noi. Allora, vi prego, aggiungiamo a Batman e Capitan Harlock questi due eroi, che magari non avranno avuto la bat-mobile in garage e navigato i mari del cosmo, ma che hanno garantito al cuore dell’umanità ― l’arte è il cuore dell’umanità― di continuare a battere.
Sokurov lega a questo filo narrativo principale ―ben distinguibile stilisticamente dal bianco e nero e da una banda laterale zigzagante― un paio di video-telefonate molto disturbate con il capitano di una nave che sta trasportando dei container pieni di opere d’arte, il mare forza 9 (o 18, insomma, grosso). Il nodo che unisce questi due fili, lo vedete, è quello della salvezza dell’arte: Jaujard e Metternich fecero in modo che i tesori millenari del Louvre traversassero incolumi la tempesta della guerra e l’oceano del tempo, così come il capitano di marina sta facendo con il suo cargo. Tutto questo è accompagnato da immagini di repertorio, ritratti ripresi all’interno del Louvre, filmati d’epoca, foto di Tolstoj e Stalin, e l’interno del Louvre stesso, e soprattutto dalla voce del regista, una presenza sonora fondamentale nel film, più di quella di un personaggio in carne e ossa. Il regista compare anche fisicamente nel suo studio e in altre scene, e questo suo mettere se stesso dentro il film, voce e corpo, per me è un modo di dire allo spettatore, “sono qui”. Non faccio un documentario su una materia esterna da me. È una materia che mi tocca, è una materia di cui faccio parto, sia come artista sia come uomo. È una materia che CI tocca, tutti, europei, non-europei, mondo. Mi casa es tu casa.

Ma a Sokurov non basta. È un visionario, non può accontentarsi di immaginare i dialoghi fra due personaggi storici realmente esistiti ma sconosciuti ― che sarebbe stato già tanto. Si diverte anche a trasformare la Marianna di Francia ― nientepopodimenoche ― in un disco rotto che ripete senza sosta il ritornello Liberté-Egalité-Fraternité. Come se l’unico concetto che le riuscisse d’articolare sia questo. O forse, come se quella triade fosse l’UNICA cosa che contasse. Interpretazione splendidamente aperta… Sta di fatto che questa Marianna pappagalla è molto comica, e fa da spalla ad un altro personaggio che par uscito dal Derby ―non Milan-Inter, mi riferisco allo storico locale di Milano in cui si formarono i comici dell’assurdo degli anni ’70, Jannacci, Cochi&Renato, Gaber…  Un Napoleone tronfio e borioso, pinguino come non mai nella sua classica uniforme beige e blè, il cappello a goletta, l’ego mastodontico dentro la statura inesistente. Così come la pappagalla Marianna è ferma su Egalité-Liberté-Fraternité, Napoleone ha un’unica idea fissa in testa: “C’est moi”, che ripete over and over, con un effetto esilarante, e molto emblematico sul tipo di (d)io che l’imperatore si portava a spasso. Dopotutto basta un “c’est moi” ripetuto con piglio bonapartiano, a sintetizzare non solo il personaggio, ma anche, per analogia, la campagna di saccheggio che la Francia napoleonica organizzò ai danni di Italia, Africa, tutti i paesi che subirono il passaggio francese e l’avidità del piccoletto.
“Francofonia” fa della controversia, e della controversia iscritta nella storia, un argomento centrale del suo dire. La storia è una ruota, sembra dirci Sokurov. La Francia ha depredato paesi e ora viene depredata dal nazismo, ma la storia non ha alcun ruolo educativo ― il famoso tormentone della magistra vitae. Se possiamo fare qualcosa è prenderci cura della memoria, e dell’arte. Perché sono loro, memoria, arte, e quindi cultura, a salvare le generazioni dalla barbarie a cui le generazioni, masochisticamente e insensatamente, si sottopongono. Solo arte e cultura travalicano la politica, la trincea, mettono a un tavolo un tedesco e un francese in piena guerra ― non in una barzelletta ― e li fanno giungere a un accordo. E non c’è alcuna nostalgia o afflato passatista nella voce di Sokurov. Benché maneggi la storia e incoraggi la preservazione della memoria, il film è radicato nel presente, tanto che uno dei suoi primi statement è “Non voglio parlare del passato. Parliamo solo del presente”. Gli artisti veri sono quelli con le spalle cariche e lo sguardo avanti.
Non so se ho reso l’idea. Forse bastava mi fermassi a “roba mai vista” per commentare “Francofonia”…. Ma mi andava di farvi venire voglia di non scordarlo. Se non proprio di vederlo, almeno di non scordare che esiste.

Ho citato prima “gli eroi” Metternich e Jaujard. Be’, in misura diversa e in contesto diverso e con le dovute cautele, anche Philippe, il protagonista di “The Walk” è un eroe, una specie. Provatevi voi a: tirare 42 m di fune da Torre Gemella a Torre Gemella mentre le Gemelle sono ancora in corso d’opera (siamo nel 1974); passeggiare da una Torre all’altra per 8 volte, non una, OTTO, e, nel corso delle otto passeggiate, inchinarvi, sdraiarvi ― sdraiarvi! ― sul filo e ignorare l’elicottero dei cops che ti vola sopra la testa con quel leggero spostamento d’aria di cui gli stolidi cops s’infischiano.
Un eroe è uno che fa cose eroiche. Ho trovato che queste cose ― il piano rocambolesco per sistemare il filo e le otto passeggiate a 100 m d’altezza ― siano, a loro modo, eroiche.
Confesso che in “The Walk” la componente “storia vera” è fondamentale. Non sarei mai andata a vederlo se si fosse trattato di pura finzione. Vai a vederlo per guardare con i tuoi occhi la follia di compiere un gesto del genere, così privo di senso e paradossalmente con così tanto senso che sei a rischio schizofrenia tutto il tempo. E il senso deriva dal considerare tutta l’operazione un gesto artistico, una specie di happening, un’opera d’arte in movimento.
Si consideri quel che si consideri, questa storia ti fa raggiungere una conclusione elementare, “Se s’è camminato per otto volte su un filo tra due torri alte 100 m, allora si può fare tutto” ― una conclusione che a tanta americanità piace. E anche a noi europei disincantati un po’ piace, ammettiamolo…
Per quanto Joseph Gordon-Leavitt mi garbi molto come attore, il suo personaggio ha un taglio troppo da buffoncello per i miei gusti ― immagino ritagliato sul vero Philippe Petite, funambolo e pazzo di professione ― e nemmeno il ripercorre la storia della sua vita raccontandocela dalla torcia della Statua della Libertà (!) attraverso un flash-back a tinte assai fiabesche e autocompiaciute incontra il mio gusto.
Ma Zemeckis sa come costruire una tensione difficilmente costruibile: dato che Philippe ci racconta la storia, sappiamo sin dall’inizio che non si schianterà, quindi il rischio “noia” sarebbe sempre in agguato. Invece, no, non ti annoi, e se riesci a far pace con delle indubbie ridicolaggini proprie di Philippe e delle forzature nei personaggi che lo circondano, l’ultima mezz’ora è entertainment duro e puro!
Siamo al fianco di un funambolo, mentre cammina a 100 metri d’altezza e sotto di lui si stende New York, pronta ad accogliere la frittata in cui potrebbe trasformarsi a ogni passo. Siamo lì accanto a lui ― e questo cos’è se non cinema? L’effetto è davvero impressionante ― chi soffre di vertigini o scappa dalla sala o guarisce ― grazie anche al 3D, un benefit a cui rinunciare sarebbe davvero da braccini troppo corti, e per una volta tanto non mi ha fatto rimpiangere nessun Travelgum. Io e la Vanilla non riuscivamo a credere ai nostri occhialini. Soprattutto, non riesci a credere che Philip, quello vero, possa averlo fatto. Otto volte avanti e indietro. Semplicemente non puoi crederci.
Il film non ti chiede altro: non risponde a domande più grandi, per esempio cosa stia dietro l’ossessione di quest’uomo per spingerlo a compiere un gesto che ha il 99.9% delle possibilità di finire in tragedia. Di quelle domande dicono se ne sia occupato “Man on Wire”, il documentario che James Marsh girò nel 2008, e che vinse l’Oscar.
Va bene così. In “The Walk” mi si dà questo, thrill&fun, non mi viene promesso nient’altro. I take what I buy.
Quindi se magari vi capita una serata buia e tempestosa ― fuori e dentro ― quattro passi fra le nuvole di Wall Street e del sano cardiopalma potrebbero rimettervi in sesto. 🙂

E ora Fellows, lo attendiamo da Venezia 2014 (un anno!)

TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY
di Peter Bogdanovich

È una commedia, Muviani! Una di quelle sullo stile Lubitch, che ci piace tanto ― ricordate “Ninotchka” e “Vogliamo ridere?”. Il titolo originale, con cui mi riferirò al film d’ora e per sempre amen, è “She is funny that way”, ben più felice dei soliti fatalistici accadibili di cui non se ne può più.
Il film stese dalle risate le platee critiche della Mostra del Cinema lo scorso anno. Io me l’ero appuntato, conscia che vederlo sul grande schermo avrebbe richiesto mesi e mesi di santa pazienza, visti i qui-comando-io della distribuzione. Ma alla fine questa-è-casa-mia, e l’abbiamo spuntata 🙂
La domanda che ciascuno di voi si deve porre è. Voglio perdermelo?
Ecco, se sollevate lo sguardo in questo istante, ci sono io che vi guardo con l’espressione “Ma ché stai a scherzà??”. 🙂

Prima di salutarvi, sempre con quel misto di dispiacere e contrizione (per aver abusato di voi), vi annuncio, con napoleonica soddisfazione, che il Fellow vostro collega, il The Shoe-Must-Go-On (che razza di spettacolo di cine-identità!), ha risposto al mio appello della settimana scorsa su “The Lobster”! Ricordate le mie perplessità? Il mio “Mi fate la cortesia di andare a vederlo e di dirmi cosa ne pensate? [email protected]”. Be’, il nostro Fellow ha fatto la cortesia di vederlo e dirmi cosa ne ha pensato 🙂 E con quanta dovizia, ragazzi! Io m’inchino. Leggete per credere.
Muviers, fate anche voi come lui. Riducetemi a un eterno inchino, fate di me un Bow Board! 😉

Ora scappo proprio. Il menu prevede riassunto sbobba, Maelstrom crème de la crème, ringraziamenti per ammazzacaffé e saluti, questa sera moltoumanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

The Shoe-Must-Go-On, ecco, i Muviani sono tuuuuuutti tuoi 🙂

Caro Board,

non posso esimermi dal commentare l’ultimo Lanthimos dopo aver letto la tua richiesta odierna. Iniziamo col dire che a me lui piace, il suo cinema d’autore credo faccia parte della categoria: “o li odi o t’incuriosiscono parecchio”, tesi confermata in parte dal Mastro che mi ha raccontato di gente che è uscita dalla sala schifata a metà film o molto contrariata a fine pellicola in risposta ad altri (come me) che sono usciti, si sono presi un caffè e sono rimasti su uno sgabello a pensare. Tornando allo stile del regista io lo adoro perchè avevo già visto il suo primo lungometraggio: Kynodontas (“Dogtooth” in inglese), che in quanto a “orrore e spaesamento” è in realtà molto simile a The Lobster, basta vedere il trailer per credere: https://www.youtube.com/watch?v=QFtDzK64-pk
Devo ancora vedere “Alps” per essere sicuro al 100% di quello che sto per dire, ma credo che il regista usi molto la violenza e giochi molto su crudeltà e rigidità oltre ad ogni limite per dare un’impronta forte al suo messaggio, per attirare quindi l’attenzione di chi dovrebbe ascoltare il suo parere e la sua visione sul mondo. Con Lobster secondo me vuole mettere in discussione gli schemi predefiniti della società odierna, basata (spesso ma non sempre) sulle cose che gli altri si aspettano da te e su schemi rigidi pre-fabbricati che vengono talvolta donati o imposti in maniera velata alle persone come “dogmi-esistenziali” spesso ingiusti e che tendono a reprimere le peculiarità ed i sogni dei singoli, anche se in realtà molto fragili se sollecitati a dovere. Lanthimos secondo me vuole andare contro la pubblicità della Pampers, quella che diceva: nasce, cresce, corre… “Perchè devo correre??? Io voglio nascere, crescere e giocare coi Lego, no di certo fare running come mi obbliga la pubblicità!!!”.
Scherzi a parte, in definitiva credo che questo regista greco sia l’espressione di un paese di pensatori e uomini di cultura che sta soffrendo ed ha sofferto molto negli ultimi decenni di malanni economici ed è per questo che usa le “maniere forti” per portare al mondo il proprio messaggio di sdegno. A supporto di quest’ultima affermazione c’è la “violenza cinematografica” utilizzata anche da un suo connazionale (Alexandros Avranas) con il film Miss Violence.

Pippone in salsa tzatziki finito.

Applausi e inchino!

TUTTO PUO’ ACCADERE A BRODWAY: Isabella “Izzy” Patterson (Imogen Poots) è una giovane squillo che aspira a diventare attrice. O piuttosto una giovane attrice che si arrangia a sbarcare il lunario. Una notte s’imbatte in Arnold Albertson (Owen Wilson), affermato regista con passioni da filantropo. Arnold le offre 30.000$ per coltivare i suoi sogni e realizzare se stessa. Si innesca così una girandola di eventi inaspettati ed incredibili equivoci che cambieranno la vita di tutte le persone che Izzy conosce, dalla sua stralunata psicanalista (Jennifer Aniston) fino ad un misterioso detective (George Morforgen).

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LET’S MOVIE 233 – propone UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA e commenta WHIPLASH

LET’S MOVIE 233 – propone UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA e commenta WHIPLASH

UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA
di Roy Andersson
Svezia, 2015, ‘100
Martedì 24 / Tuesday 24
21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

Michele Ferrero Fellows Moviers,

Qualche giorno fa se n’è andato lui, il papà della Nutella.
“Il Board sta alla Nutella come la cellulite sta a Belen”, questo sento computare nelle vostre testoline calcolatrici. Tranquilli, non voglio erigere alcun tempio per la commemorazione del Nut(ella) Daddy, i titoli sui giornali bastano e avanzano, grazie. E’ la dimensione infantile a cui la Nutella rinvia, che mi serve qui. Tutti, persino il Board che, computate voi, sta alla Nutella come la cellulite a Belen, abbiamo portato grossi s/baffi di cioccolato sulla faccia e le magliette. Tutti abbiamo dato innumerevoli baci al nostro indice, il dito più goloso fra i diti dalton suoi fratelli. Nutella è infanzia, pomeriggi davanti alla tele. Cartoni animati.
Sfido chiunque dei miei Moviers presenti lunedì a non aver intravisto l’allenatore di Mimì Ayuoara o quello di Mila Azuki (da non confondersi con la nostra Movier Milazuki eh) nel personaggio del temibile Terrence Fletcher, che, per conformazione fisica, eloquio molto più che turpe, citazioni parepare (“Tu, palla-di-lardo”) e metodi non esattamente montessoriani, è il gemello bianco del nerissimo Sergente Hartmann di Full Metal Jacket. Entrambi uomini di potere davanti a una banda di “rammolliti” da educare, Fletcher alla musica, Hartmann alla guerra. Tra gli alunni di Fletcher, spicca il rammollito 19enne Andrew Niemann che poi alla fine tanto rammolito non è, un po’ come Mayo Mayonese Gere in “Ufficiale Gentiluomo”, dove peraltro avevamo il terzo gemello degli istruttori col pugno di ferro, Emil Foley (Wikipedia teamo).

Ma prima di presentarvi Andrew e la sua ossessione, vi dipingo la scena del mio ingresso all’Astra lunedì. Spalanco la porta come quei mezzi sportelli da saloon di Tulsa (?) e mi si para davanti, da nord a sud, una carrellata di Moviers. Dicendo “carrellata” voi immaginate una quantità superiore a 12-14 unità, invece no, lo dicevo in senso cinematografico, computerini che siete, quindi i Moviers sono tipo i tre dell’Avemaria (siamo pur sempre a Tulsa): sulla punta a sud il WG Mat, al centro il Movier Magno Carlo e lassù al nord, in zona bistrot, il Fellow D-Bridge, che abbandonò il suo scetticismo e questo fu grandemente apprezzato. Sopraggiunge anche il Magician ―tra l’altro presente anche a “Birdman” la settimana scorsa― e all’ultimo si aggiunge pure il Fellow Candy/Andy/The, detentore della fascia “Amici Miei Atto IV” per lo scherzo telefonico in cui io e il Mastro siamo caduti come due poveri grulli di Boggibbbbonsi.

Andrew sogna di diventare il nuovo mito della batteria. Non vuole essere “come”, vuole essere “IL”. Ha una fiducia fin fastidiosa nelle sue capacità: lui ci crede, ma fino fino in fondo, fino fino alla fine. Il direttore d’orchestra Fletcher lo sottopone a ogni tipo di umiliazione ma al contempo vede il talento che c’è in lui: Fletcher è della scuola “spremiamolo fino all’osso”. Riconoscimento per una buona performance? Pacca sulla spalla e stretta di mano in un brodo d’orgoglio? Forgetabooutit! Il Fletcher-pensiero si basa sull’assunto che “Non esistono due parole più pericolose di “buon lavoro“, per chi ha fatto un buon lavoro”.
Il film si sviluppa come un duello, bacchette per guantoni e palcoscenico a mo’ di ring. E come in ogni duello che si rispetti, scorrono lacrime, sudore e sangue. E non in senso figurato, in senso proprio fisiologico. Perché oltre alla sfida di conquistare il riconoscimento del proprio maestro ―e mettergliela in quel posto, anche, volendo― e diventare “Er mejo”, Andrew deve dimostrare a se stesso quanto vale e fino a che punto. Se Fletcher è il giudice più intransigente che potesse capitare ad Andrew Nieman fuori, Andrew Nieman è il giudice più intransigente che potesse capitare ad Andrew Nieman dentro. In questa storia si sviscerano molti aspetti di quel ginepraio esistenziale che è il talento, e il talento rapportato con il sociale. Tra questi aspetti spicca anche il prezzo che Andrew paga per rimanere fedele al suo sogno. Andrew è solo, non ha amici, scarica l’amore prima ancora che un’amicizia diventi tale perché l’idea che una distrazione possa portarlo via dal suo scopo gli risulta insopportabile.
Fletcher e Andrew in fondo sono due binari che scorrono paralleli, due figure speculari nella loro ossessione. Mi piace che il regista ―trentenne al film d’esordio, accogliamolo con un grande applauso, Moviers!― Damien Chezelle abbia percorso, con la macchina da presa, la linea pressoché invisibile che delimita necessità d’espressione del proprio daimon, ovvero il proprio talento, e fissazione. Mi piace che non ci siano giudizi morali. Soprattutto mi piace il fatto che il film non ti permetta mai di sederti su un’unica posizione. Saltelli tutto il tempo dall’uno all’altro, Andrew Flecher Fletcher Andrew, in un balletto che tradisce una solida caratterizzazione di entrambi i personaggi e un’aderenza al vissuto, dove, lo sappiamo, nulla è tutto bianco o nero. Navighiamo nel grigio―he ha ben più di 50 misere sfumature.
Quindi ora ci sentiremo di scagliarci contro i modi inqualificabili del maestro, ora contro la presunzione da ragazzino testadura dell’allievo, ora capiamo il maestro nel suo tentivo di strizzare il più possibile l’allievo per il suo bene, ora parteggiamo per l’allievo, sottoposto una pressione eccessiva. Questo movimento tra i due personaggi ci accompagna fino alla fine, il culmine della sfida a cui tutto il film sembra tendere, come se sapessimo che lo scontro fra i due, è soltanto rimandato ma arriverà. E la scena finale, in cui Andrew si gioca l’ultima carta tornando su un palco dove Fletcher l’ha appena umiliato pubblicamente, è per metà duello per metà gioco di squadra. 8-10 minuti in cui Andrew tira fuori il talento e Fletcher lo assiste, lo agevola in questa sua operazione di riscatto e show, a riprova che lo scopo era quello di tirare fuori il meglio da lui ―proprio come Jo Jones aveva fatto con Charlie Parker, tirandogli addosso un piatto dopo una performance scadente.
E una serie di domande si mettono in coda nella mente dello spettatore circa il rapporto tra mentore e discepolo, pieno di zone d’ombra e paradossi. Qual è il limite? Fin dove si deve spingere un maestro e quanto deve essere disposto a sopportare un allievo? Il dilemma rimane, fortunatamente, aperto. E tu esci dalla sala con la sensazione di non saperlo e con la gara tra i due ancora aperta ―oltre alla voglia di iscriverti immediatamente a un corso di batteria.
Se ci penso, il rapporto tra mentore e discepolo è complesso perché mentore e discepolo sono due talenti. E l’incontro di due talenti si sa, scatena scintille per lo stesso principio per cui due galli in un pollaio s’azzuffano. Nel maestro c’è la voglia di fare primeggiare l’alunno, e il maestro vero non dovrebbe essere affetto dalla sindrome di Salieri, cioè eroso dall’invidia. Ma in qualche modo l’orgoglio personale, in personalità così forti (come quella di Fletcher) certo gioca un ruolo nella dinamica fra i due. Avessimo accesso a una radiografia emozionale della sfida che conclude il film, sono certa che vedremo chiaramente dei momenti ―più che altro all’inizio― in cui l’orgoglio di Fletcher è alle stelle, per poi calare, e lasciare il passo al “mandato del maestro” ovvero il compito di far risaltare quanto più possibile le qualità del proprio allievo. E lì allora è l’intesa che cresce, la complicità. Per dirla in musica, i due raggiungono la sintonia.
Un’altra grande questione è quella cantata anche da Lorenzo, “quanto sei disposto a perdere?”…Quant’è il tuo talento? Quanto credi al tuo talento? Quanta sete di gloria c’è, e quanto autentica capacità?
Dopo aver denunciato segretamente Fletcher per gli abusi subiti, Andrew appende le bacchette al chiodo. Avrebbe chiuso, se il caso non l’avesse riportato sulla strada del suo ex maestro. A questo proposito sorgerebbe un’altra domanda (n’antra?!): si può zittire il proprio daimon? Io credo di no. Credo che se gli sbarri la porta, lui, rientra dalla finestra. Ma quello che credo io poco conta. Contano piuttosto i fatti: un montaggio che ti tiene letteralmente aggrappatto allo schermo tutto iltempo, un ritmo che è tutt’uno con il jazz cui il film rende omaggio, tanto che, in alcuni momenti, il modo veloce di concatenare le scene molto patch-work mima le macchie sincopatiche di certo jazz (fucilate il Board); la tensione che non cala un minuto, e mica è facile mantenere la corda sempre tesa per due ore; e tutto, come dicevo, che converge fino al finale, momento massimo di sudore e sangue, una sintesi di “Momenti di gloria”, “Rocky” e “Scoprendo Forrester” ―e quest’ultimo aveva portato sullo schermo un altro singolare rapporto tra mentore e discepolo.

Ovviamente dobbiamo collocare il film nel contesto americano, anzi, newyorchese. La competizione in ambito artistico ―be’, in ogni ambito― è spinta ai massimi livelli. Sei pronto a sudare e sanguinare e sfracellarti contro un camion in corsa pur di arrivare in tempo a un concerto, e suonare con un trauma cranico, la faccia sanguinolenta, le mani tremanti? Sei pronto a tutto, farti prendere a sediate, insulti, ceffoni?
E per quanto il film estremizzi improperi e metodologie tutt’altro che ortodosse, le cose, sad-to-say, stanno abbastanza così di là dall’oceano. E certo il film non percorre la strada della poesia della musica. Il far musica è descritto in maniera molto muscolare ―corpi che sudano, dicevamo, dolgono― e questo a scapito della dimensione più emozionale e cerebrale del suonare. Insomma, io immagino che suonare uno strumento, batteria, sax o flicorno che sia, comporti anche altro. Ma questo lo lascio dire ai musicisti. Io, che al massimo intono la Barilla con il flauto di seconda elementare, mi godo questo tour de force a colpi di jazz spinto, e me ne esco dalla sala con un diavolo inside che non vorrei uscisse più dal mio corpo. 🙂
(Tutto ‘sto popò di pippone e bastava dicessi semplicemente “andate assolutamente a vederlo”…doh!).

E questa settimana, Fellows, on devient des cinéphiles…. Prepariamoci al Vincitore della Mostra del Cinema di Venezia 2014, perché questo è il film che ci tocca

UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA
di Roy Andersson

Andiamo a vederlo:
1. Perché controllare che il Leone d’Oro sia finito in Svezia per qualcosa e non per altro fa parte del nostro mestiere di cinefili lezmuviani che vigilano sulla legalità del movie-business italiano, europeo, occidentale, australe e piteco (!)
2. Perché un film con un titolo così lungo finisce in Lez Muvi anche solo per una mera questione di centimetri, sì.
3. Perché secondo me schiatteremo dalle risate anche se non ci sarà nulla sui cui schiattare

Il Fellow Brucke (esperimento) non inventi scuse di alcuna sorta. Gli altri, nemmeno.
Please 🙂
E come sapete fra qualche ora “And the Oscar goes to” risuonerà dal Dolby Theater di Los Angeles… Io e la Honorary Member Mic, separate dalla geografia, saremo unite nello spirito. And that matters more than anything else. 😉
Spero solo che Ida vinca e stravinca, e anche Birdman e Whiplash; per American Sniper qualche statuetta, ma non incetta (dai Clint non fare l’esoso), miglior attore allo schizzetto che interpreta Stephen Hawking, e anche qualcosina a Selma ―film da vedere per non farci dimenticare mai, soprattutto, per non far dimenticare agli americani…
Prego l’Academy di dedicare un’unica statuetta a Boyhood: quella per il film più sopravvalutato dell’anno.

E ora, Fellows, vi accompagno nel Movie Maelstrom: quest’oggi ospita davvero dell’incredibile… 🙂
Non vi seguirò nel Riassunto, che è un postaccio peggio del Pedavena. E ce ne vuole. 🙂
Quindi grazie, e saluti, oggi, (g)lucidamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non posso credere di stare per dirvi quello che sto per dirvi, ma ve lo sto per dire, quindi, ciccia.
Succede che martedì 24, alle 5:30 pm la Dante Alighieri propone “Lucciole in palmo alla notte. Per una visione cinematografica della parola“, un incontro di poesia. “Lucciole in palmo alla notte” è il verso di una mia poesia, quindi avete capito chi terrà l’incontro… Mammamia, la Sarafruner 🙂
Questo è il modo meno marketing al mondo di promuovere un evento, me ne rendo conto, ma quando ci sono di mezzo io con la mia poesia, mi sento sempre un oggetto soggetto a soggezione ―che come vedete sdrammattizzo buttando tutto in idiozia lessicale.
Quindi martedì, prima di Lez Muvi, se vi va di ascoltare qualche verso, mi trovate alla Dante Alighieri, in Via Dordi 8.
Dopo il primo istante d’ansia nel vedervi lì, un fiume d’oro colato mi scorrerà in petto.
Garantito 🙂

UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA: Una serie di storie quotidiane e fuori dal comune che ritraggono la nostra esistenza nella sua grandiosità e nella sua meschinità, nella bellezza e nella tragedia, nell’esagerazione e nella tristezza: in una prospettiva aerea, come raccontate da un uccello che riflette sulla condizione umana. Il piccione è sorpreso dagli uomini, e cerca di dare un senso e capire le loro attività, le follie, l’orgoglio e l’agitazione.

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LET’S MOVIE 231 – propone BIRDMAN e commenta GEMMA BOVERY

LET’S MOVIE 231 – propone BIRDMAN e commenta GEMMA BOVERY

BIRDMAN
di Alejandro González Iñárritu
USA, 2015, 119′
Lunedì 9/ Monday 9
Ore 21:00 / 9:00 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria

 

Mattarelli Moviers,

Ora siamo dotati anche di un presidente nuovo di zecca, con quell’ombra di zeppola che lo rende un po’ meno illustrissimo e un po’ più sergio famose-du-spaghi. Forse dire della leggera zeppola del dodicesimo Presidente della Repubblica non si fa, e io magari rischio qualche denuncia per vilipendio, ma sono scorsi mississippi di aggettivi e missouri di special televisivi intorno alla figura di quest’uomo quasi messianico, che ritagliare un quadratino di spazio dove far due chiacchiere ridacchianti sulla sua pronuncia un po’ jovanottesca mi pareva un gesto carino. Anche perché, che gli puoi dire, a uno così? Nulla, metti su un Ramazzotti di qualche decennio fa e aspetti il suo “grazie di esistere-e”. E poi ringrazi pure che questo paese non metta al mondo solo furbi, ladri e arrivisti, ma anche roba buona. Io gli direi, grazie Sergio, perché sei roba buona. 🙂
Peccato che il Lez Muvi della settimana non abbia convinto i miei Moviers e quindi non rispecchi il giubilo dello spirito nazionale. Intendo la Vanilla, il D-Bridge e il WG Mat ―ma quanto può piacermi, da uno a 10, vederli lì, tutti e tre in fila??** Ovverosia il pubblico pagante di lunedì, insieme tipo ad altre quattro persone, una delle quali ero io. Ho la vaga sensazione che “Gemma Bovery” non riuscirà ad eguagliare gli incassi di “American Sniper”, ma potrei sbagliarmi…. Non vorrei mai gufare, ma quelle sterpaglie che rotolavano in sala manco fosse il canyon del Rio Lobo nel 1886, dovranno pur significare qualcosa…
Io però dissento dai miei Moviers. Per me “Gemma Bovery” non è leggero, è lieve. E sì, farò anche le pulci alle parole, ma tra leggero e lieve c’è una tonnellata di differenza…Leggera è una commediola italiana come tante che vengono prodotte in serie negli ultimi anni, tutte uguali uguali uguali, oppure uguali uguali a film francesi d’un paio d’anni fa, di cui fanno il remake prendendoli paripari e rifacendoli senza aggiungere una punta di dispari ―sì mi riferisco a “Il nome del figlio” che non regge il confronto con l’originale “Cena tra amici”. Lieve è una commedia che prende un colosso della letteratura moderna e ha il coraggio, la follia anche, di giocarci sopra, tirandone fuori qualcosa di originale, d’intrigante, che ti fa pensare “mmm aspetta aspetta che quasi quasi vado a (ri)leggermi “Madame Bovary””. Foss’anche solo per questo, per una copia di un classico venduta o ripresa in mano, il film merita plauso e applauso.
“Gemma Bovery” avrebbe potuto anche intitolarsi “Martin Joubert”. I due personaggi si contendono la nostra attenzione. Martin ha un po’ del misantropo che Luchini aveva  interpretato magnificamònt in “Molière in bicicletta”. E’ un tipo po’ ombroso, grumpy come il nano, tendente alla solitudine e al far di fantasia… La sua tranquilla vita da panettiere del paese, costruita dopo aver detto addio a Parigi e a un ruolo di editor, viene scombussolata dall’arrivo di Gemma Bovery, una bella inglese che di Emma Bovary non porta solo il nome molto somigliante, ma anche l’attitudine, certi tratti del carattere, e il destino ―se vogliamo il suo, di Gemma, ancor più crudele.
Eppure Gemma è anche profondamente diversa da Emma. Così come il marito di Gemma, per quanto simile, in superficie, a Charles Bovary, risulta ben diverso dallo stolido tappetino del romanzo di Flaubert. Per questo vi dico che il film è un esperimento apparentemente comediola-flimsy-flimsy, ma in realtà propone una rimanipolazione del romanzo di Flaubert dai risvolti molto gustosi.
Immaginate un intellettuale con una fervida immaginazione e un bagaglio letterario da editor parcheggiato in piena campagna normanna che pensa di aver raggiunto la pace dei sensi, e si vede piombare nella casa difronte alla sua una coppia “letteraria”, la cui parte femminile è una bomba di sensualità nature al pari di chevvidico, Letizia Casta ―secondo me l’attrice le somiglia. Martin non resiste alla tentazione né di innamorarsi, pur platonicamente, della bella Gemma, né di metter mano agli eventi e far della vita letteratura. Metaforicamente parlando, Martin ha potuto infilare i panni e la penna di Flaubert e creare, in qualche modo, la sua versione personale e contemporanea di “Madame Bovary”. E forse forse non è un caso che Gemma finisca soffocata da un pezzo di pane che lui ha preparato apposta per lei… Il finale è piacevolmente aperto, anzi spalancato, su varie letture. Come lo interpretiamo? E’ l’autore, deus ex machina, che che uccide il suo personaggio? Oppure è il caso ―un misero tocco di pane― che mette fine alla vita di una donna normale, che di Madame Bovary, alla fin fine, non ha nulla? Oppure, più allegoricamente, è la vita (=il pane) che uccide il sogno (=Gemma/Emma)? Oppure è il destino cui personaggi insoddisfatti e indecisi, bovariani appunto, come G/Emma, sono condannati? Oppure è la prova che la tragedia ―Emma Bovary che muore tra gli spasmi di dolore provocati dall’arsenico che ella stessa ha ingoiato di sua sponte (sponte??)― la tragedia non è più possibile, oggi, e che persino la morte perde la sua sacralità, la sua grandezza, realizzandosi attraverso il banale soffocamento di un banale pezzo di pane? Così come il ricordo di Gemma non sarà eterno come quello di Emma, ma sarà passeggero e rimpiazzabile dalla prima pseudo Anna Karenina che passa? Oppure …
Oppure sono io che ho qualche problema visto che non la pianto più di aggiungere “oppure” alla lista??? 🙁
E poi ma scusatemi, un film che fa ripensare a quel’ineguagliato personaggio di Madame Bovary, non vale la pena di prenderlo in considerazione anche solo per quello? (Fingete un sì ora). La figura della donna che sogna grandi sogni, che si fabbrica tutt’un mondo parallelo di fantasia e desiderio che poco o nulla attiene al reale. La donna che punta all’idea dell’appagamento più che all’appagamento stesso, e per questo, condannata alla frustrazione eterna… Cavolo non l’avesse già detto Gustave, potrei con convinzione affermare “Madame Bovary, c’est moi”! 🙂
Presenti a parte, quanto bovarismo riscontriamo nella nostra società di oggi? Negli adolescenti scontenti, nelle donne insoddisfatte, negli uomini che non vogliono crescere? Guardate quanto può parlare un classico di noi, gente che si crede altra rispetto agli antenati ottocenteschi. Emma è l’essere umano che, nel tentativo di costruirsi una realtà immaginaria in cui convergere la sua tensione al desiderio, distrugge se stesso, trascinando anche nel baratro i poveri diavoli che le stanno attorno ―vedi la fine di Charles Bovary e della figlioletta. Ma ora sono io che vi sto trascinando nel meraviglioso baratro della letteratura…
Tornando al film, il bello, secondo me, è notare come si discosti dal romanzo. Soprattutto nel tono, che è ironico, di quell’ironia di cui i francesi sono grandi maestri ―diamo ad Asterix quel che di Asterix. Così come delle scene buffe, da commedia degli equivoci. Martin che succhia il pungiglione di un’ape dalla schiena di Gemma mentre arriva Hervé… Hervé, la sintesi 2.0 di Leon+Rodolphe, i due amanti di Madame Bovary, tanto bello e inconsistente il primo, quanto banderuola e opportunista il secondo.
E la battuta con cui Martin chiude il dialogo con la moglie Valerie e il figlio Julien assai testa-di-legno

– Martin: Indovinate come si chiama la coppia inglese?
– Julien: James Bond? Mc Donald’s?
– Martin: Bovery. Lui si chiama Charles e lei Gemma, qui in Normandia dove Flaubert ha scritto Madame Bovary.
– Valérie: Io preferisco i Tre Moschettieri
– Julien: Io Call of Duty. [Videogioco]​
– Martin: Io preferirei ti drogassi piuttosto che dire certe cazzate.

🙂 🙂
Non ho saputo trattenere una risata di potenza kilowatt 4.
Insomma, avete capito che si ridacchia, ed il finale è esilarante… Eppure tra le maglie della narrazione spira un vento tragico, malinconico, non so come spiegare. Forse per via del protagonista, oppure della morte della protagonista. Se ci pensate, in una commedia leggera, la protagonista che muore così, stride…Eppure…
Se non siete dei gran lettori, recuperatevi la trasposizione cinematografica di Chabrol. Isabelle Huppert è una notevole Madame Bovary….

Ed ora Fellows, vedete quella lì che non sta più nella pelle? Quella lì che saltella da un piede all’altro e guarda-come-gongola? Ecco quella lì sono io, e sì, non sto più nella pelle perché è arrivato…

BIRDMAN
di Alejandro González Iñárritu

Film d’apertura dell’ultima Mostra del cinema di Venezia, candidato a 9 premi Oscar, eccolo qui l’ultimo nato della cine-famiglia Inarritu, quello di Amores Perros, 21 grammi, Babel, Biutiful (che tanto piacque all’indimenticato Fellow Andy The Situation Phelbs). Lo aspettiamo da settembre: mi sento come Madame Bovary quando trepidava prima di fuggire al castello di Rodolphe… Vedete voi come sto messa, doh…

Ma questa settimana ho piacere di segnalarvi anche “Le mani sulla città” di Francesco Rosi, martedì alle 21:00 dal Mastro. Un’occasione in più per rendere omaggio al nostro cineasta scomparso pochi mesi fa. E per me un’occasione anche per salutare il Fellow TT, il rilocato ad Amsterdam, con cui vidi il film allo Smelly, due anni fa. 🙂

E anche oggi ci abbian dato dentro mi pare. Quindi vi lascio al vostro destino e auguro a tutti voi e a tutti noi un gran ballo alla Vaubyessard, dove tutto ebbe inizio… (prometto di disintossicarmi per la settimana prossima).
Rissunto che rottura e saluti, burlonamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

** 100, ovviamente. 😉

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Su esplicita richiesta del Fellow Scaccomatto, e sottolineo esplicita e sottolineo richiesta, getto volentieri nel Movie Maestrom una cine-iniziativa, http://www.movieday.it/, in cui il Fellow riveste il ruolo di guru con le piante dei piedi bruciate dagli hard-disk… Check it out! 🙂

BIRDMAN: il film è una black comedy che segue la vicenda di un attore (Michael Keaton), famoso per aver interpretato in passato un mitico supereroe, alle prese con le difficoltà della messa in scena di una commedia a Broadway. Nei giorni che precedono la serata della prima, l’uomo deve fare i conti con il suo io e tentare di recuperare la famiglia, la carriera e se stesso.

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LET’S MOVIE 229 – propone HUNGRY HEARTS e commenta STILL ALICE

LET’S MOVIE 229 – propone HUNGRY HEARTS e commenta STILL ALICE

HUNGRY HEARTS
di Saverio Costanzo
Italia-USA 2015, ‘109
Lunedì 26/Monday 26
Ore 21:30/9:30 pm
Astra/Dal Mastro

 

Fosforo Fellows,

Dovrò ricorrere a qualche integratore vitaminico, o a qualche sortilegio di cui le mie segrete sono zeppe ve l’assicuro, per ricordare tutti i Fellows che hanno aderito alla promozione di lunedì, ed evitare di fare la fine della protagonista del film…
Sì. Attacco subito con il politicamente scorretto senza temere le volanti del politicamente corretto che potrebbero sopraggiungere da un momento all’altro con le sirene spiegate, e io essere trascinata via a forza, nonostante opponga resistenza, e far la fine di quella che di lei non si seppe più che fine fece…
Quando sentirete i tonfi della mazza che fra poco si abbatteranno addosso al film (!), capirete che non posso proprio fare altrimenti. Che uno, se ha un briciolo d’integrità intellettuale, a un certo punto deve avere il coraggio di schiarirsi la voce e dire quello che c’ha da dire, e rischiare di suscitare lo sconcerto altrui. Ohllà.
Talvolta la mia mente associativa ―talvolta assai perversa― associa la correttezza politica a quei teli di nylon bianco che la Scientifica stende sui cadaveri post-killing. Noi vediamo il candore, siamo protetti dal fetore, ma sotto impazza il rocky horror picture show. Ecco. La correttezza politica, secondo me, preserva l’indicibile, che rimane lì, sotto il suo bel doppio strato di omertà e silenzio, non detto, e nel frattempo fermenta fermenta fermenta…
Io provo un po’ a spostarlo, quel nylon, e a far prender aria alle opinioni.
Dopo aver fatto Zarathustra quel tanto che basta, vediamo di ringraziare della loro lezmuviana presenza: il Movier Onassis Jr (il Fellow svizzero nell’organizzazione come nei caveaux di sua proprietà), il Fellow Felix (sempre più Hoffman), il Movier Easyriser (presente anche a “La teoria del tutto”, e lettore INTEGRALE e non coupé dei pipponi lezmuviani, sempre sia lodato!), il Fellow D-Bridge che ringrazio per aver portato la Guest Lidia (o l’Idia?!?), la Fellow Vanilla e la Lady Brown (un accostamento cromatico che non passa mai di moda), per la prima volta sugli schermi lezmunviani Mila, naturalmente ribattezzata Movier Azuki (non le chiediamo di Shiro però, che quelli saran fatti loro eh) accompagnata dalla mamma (che pure l’Azuki ce l’aveva una mamma eh), il Magno Carlo (carolingio come pochi), il WG Mat (finalmente di ritorno alla barda spaziale), il Fellow The Candy Andy The (filtrato in sala per via endovenosa, sicuramente, giacché nessuno se ne accorse). Data l’alta affluenza ―”gratis” è la parolina magica che riempie le sale e cura persino la ritenzione idrica― la presenza lezmuviana si è dispersa per la sala.
“Still Alice”. Ovvero. Professoressa al top della carriera, esimia docente di linguistica alla Columbia University, marito professore conteso tra accademia e  ricerca, tre figli talmente belli e variegati da star bene in una scatola di cioccolatini, una casa orientativamente nell’Upper East Side, molto jogging, molto pout-purri, tutto molto ben oltre il bianco del Mulino. Un giorno Alice, davanti a una platea di studenti s’inceppa sulla parola “patrimonio”. La perde. Perde il patrimonio ―voi dovete capirmi, rimanere seria sarà un’impresa titanica…Poi le capita di uscire per il jogging quotidiano e lì invece perde l’orientamento. Alice fa 2+2, va dal dottore
Dottore, mi dica
Alice, succede molto raramente: hai una forma prematura di Alzheimer.
Può essere ereditario, quindi potrebbero averlo anche i tuoi figli
Alice abbiamo i risultati degli esami: è ereditario

Se proprio proprio devo aggiungere altro per completare il quadro: soggiorni bordo spiaggia (non in monolocale a Cesenatico, ma villa in zona Hamptons), figlia ribelle con velleità d’attrice che ritorna da Los Angeles per star accanto alla madre, e il marito amorevole che deve pur avere un lato di umana imperferzione, decide di accettare un lavoro just behind the corner (in Minnesota).
Ultimi barlumi di lucidità in forma di speech pubblico ―il cinema ama molto certi momenti ex cathedra, prima e dopo Jobs ― Alice che discetta sulla sua condizione, sulla “lotta per rimanere connessa a tutto ciò che era una volta”.
Deterioramento progressivo.
Fine.
Fiumi di lacrime delle due ragazze che sedevano nella fila davanti alla mia.
Board bah-sito.

Chiariamo subito un punto. Non è che non provi pietas per un soggetto come Alice. Come si fa a non sentirsi solidali con un essere umano a cui un morbo famelico che immagino come un grosso lombrico bianco e lucido, mangia il sapere, i ricordi, tutto quello che sei come individuo pensante che ha molto pensato nella sua carriera? Nemmeno il più sadico dei Board rimarrebbe insensibile, come on.
Però dobbiamo anche guardare il film per quello che è. E qui prendo a prestito la definizione che ne ha dato il WG Mat.
“Sembra un film di Barbara d’Urso”.
E’ proprio così. C’è tutta quella concatenazione di elementi che ti permettono di capire già dopo pochi minuti il punto in cui il film vuole portarti, e, tragedia delle tragedie, intuisci anche il MODO in cui ti ci porterà. Quando tratti una storia in cui la trama è già praticamente letta prim’ancora di essere scritta, non ti rimane che giocartela sul modo di raccontarla. Se come modello di riferimento hai i film tratti dagli harmony di Danielle Steele o Rosamund Pilker, certo mi farai un film che non si discosterà molto da quel genere… E poco importa che tu abbia una regina della recitazione come Julianne Moore ―mai smetterò di ringraziare la Carolina de Nord per avercela sfornata: riesce in- e credibile in ogni ruolo che interpreta (persino quello del film più insulso del 2010, “I ragazzi stanno bene”).
Se non hai uno sguardo originale sul materiale che tratti, finisci a trattare il materiale del materiale ―sembra non-sense, ma rileggetela un po’ e vedrete che un senso ce l’ha. Finisce anche per imboccare la strada rassicurante del bennoto. Il bennoto, parente dello scontato, utilizza degli espedienti riconoscibilissimi anche a occhi chiusi. Un trionfo d’archi e un tripudio di pianoforte nella colonna sonora per enfatizzare momenti che non avrebbero bisogno di essere enfatizzati in quanto già portatori di enfasi in sé. Poi la scelta di certi setting. La spiaggia in autunno. La spiaggia in autunno nello Stato di New York. La spiaggia in autunno nello Stato di New York, e da laggiù potrebbe pure spuntarti Kevin Costner con le parole che non ha detto ―e invece no, spunta Alec Baldwin, o meglio quei 60 kg di scafandro adiposo che custodiscono la farfalla che era 60 kg fa…
“Still Alice” è come vedere un manuale emotivo sull’Alzehimer ambientato nell’Upper East Side. Mi si raccontano i sintomi, mi si mostra il processo di declino del corpo, e il calvario che affronta la protagonista. Tutto molto pulito ed encefalogramma piatto. Tutto molto politically correct.
Ma quanti ne abbiamo subiti, di drammi famigliari americani così?? Da perderne il conto. Non c’è la bencheminima scintilla artistica in “Still Alice”. Non c’è lo sforzo di prendere tutto quel dolore e saperci tirare fuori un minimo afflato poetico. C’è solo il rincorrere la pancia, l’empatia a tutti i costi, lacrime a pioggia. Barbara d’Urso, insomma.
Ripensandoci in questi giorni, mi sono anche resa conto che io mi trovo proprio in disaccordo sulla stessa teoria di fondo del film, ovvero sul fatto che Alice sia Still, cioè “ci sia ancora”, nonostante il lombricone che le sta mangiando la memoria. Il film propone l’affermazione dell’io e della propria persona sulla malattia. E invece no! Questo è un far retorica della malattia. Il malato di Alzheimer PURTROPPO NON è il sano che era prima dell’Alzheimer. Alice malata NON è più l’Alice sana, forget about it ― oops. Lo stesso titolo poggia su una travisazione: “Still Alice”? No. “Another Alice”, “A New Alice”, ma NON “Still Alice”. È una brutta realtà da guardare in faccia, ok. Ma questo non significa che se la Alice sana di un tempo non c’è più, la Alice malata di adesso perda dignità come individuo. Affatto. Ma sostenere che l’individuo malato di Alzheimer possa mantenere la connessione con quello che era un tempo, quando la meschineria di questo morbo sta proprio nello spezzare i lacci che legano l’io malato a quello sano, mi sembra la più grande forma di ipocrisia, operazione di manipolazione medica e mediatica e fesseria caccialacrime che io possa immaginare. Se vogliamo coltivare il romance della malattia, o darne un’idea distorta,  fain, facciamo pure, ma non raccontiamoci fregnacce.
Ci sono tanti film che trattano questo argomento e lo fanno in maniera molto ma molto ma molto più riuscita: persino “Alabama Monroe”, paragonato a “Still Alice”, fila dritto dritto in riabilitazione, per buona pace dell’Andy The Candy con cui abbiamo firmato un armistizio. 🙂
Per esempio ricordate “La mia vita senza me”? “Iris – un amore vero” (featuring l’accoppiata Judy Dench & Kate Winslet), “La guerra è dichiarata”? “Le invasioni barbariche”? “Amour”? “Mare dentro”? E l’irraggiungibile “Dancer in the Dark”?
E se poi una seranera voglio farmi un bel pianto libera-le-vie-aeree allora vado sulla roba pesante, tipo “Fiori d’acciaio”, “Philadelphia”. E “Georgie”.
Ultimo punto. Non mi si venga a dire che il film è innovativo perché “presenta la malattia dal punto di vista del malato”.
“Lo scafandro e la farfalla”, Julian Schnabel, 2007. E non aggiungo altro.

Questa settimana non ricasco nelle cine-svendite, e vado sul costoso

HUNGRY HEARTS
di Saverio Costanzo

Due Coppe Volpi per i protagonisti del film, Rohrwacher&Adams, all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Questo più “La solitudine dei numeri primi”, film di Costanzo di tre anni fa, che ci convinse assai, mi portano a proporre il film.
Non aspettatevi però quattro passi nel parco.

Quest’oggi il Movie Maelstrom si pregia di un articolo riportatoci dal WG Mat, che verte attorno alla questione della traduzione infelice e infausta dei titoli di molti film stranieri in italiano. Fa ridere e riflettere, la coppia di ri- che potrebbe sollevare il mondo e le sue sorti…
Se raschiate il fondo del Maelstrom, poi, troverete anche un’altra cine-svendita…giusto per non far torti alla Lidl…
E ora, amabili Fellows, è giunta l’ora di prender congedo da voi… Dove andrò, non so. Ma eviterò di chiederlo ad Alice.
Ok, la pianto. 🙂
Riassunto inutile sotto e ringraziamenti itticamente cinematografici sopra. 🙂

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccovi l’articolo, http://www.lercio.it/maxi-multa-allitalia-per-le-traduzioni-alla-cazzo-dei-titoli-dei-film/
Ridete et riflettete, fratelli Fellows…

La cine-svendita riguarda “Non sposate le mie figlie”, commedia brillante di Philippe de Chauveron, che se fate presto presto a registrarvi qui http://multivision.viaposta.it/LAdige134.html potete aggiudicarvi per la modica cifra di un Euro, martedì, ore 20:30 al Viktor Viktoria.
Questa è una segnalazione così, pour segnaler. Il Lez Muvi della settimana, ricordatelo, è “Hungry Hearts”: non mi si cannibalizzi il secondo con il primo eh… che poi il menù esce tutto scombinato. 🙂

HUNGRY HEARTS: Jude è americano, Mina è italiana. S’incontrano per caso a New York. S’innamorano, si sposano e presto avranno un bambino. Si trovano così in poco tempo dentro una nuova vita. Sin dai primi mesi di gravidanza Mina si convince che il suo sarà un bambino speciale. E’ un infallibile istinto di madre a suggerirglielo. Suo figlio deve essere protetto dall’inquinamento del mondo esterno e per rispettarne la natura bisogna preservarne la purezza. Jude, per amore di Mina, la asseconda, fino a trovarsi un giorno di fronte ad una terribile verità: suo figlio non cresce ed è in pericolo di vita, deve fare presto per salvarlo. All’interno della coppia inizia una battaglia sotterranea, che condurrà ad una ricerca disperata di una soluzione nella quale le ragioni di tutti si confondono….

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