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LET’S MOVIE 371 da NYC commenta “FIRST REFORMED” di Paul Shrader

LET’S MOVIE 371 da NYC commenta “FIRST REFORMED” di Paul Shrader

Meghan Markle, Moviers,

tocca parlare di lei — il mondo intero l’ha già fatto, ora lo facciamo anche noi. Si è scomodato persino Noam Chomsky, lui, l’ultimo dei luminari del ‘900, il linguista e pensatore di sinistra osannato negli USA come un dio.
“Meghan Markle potrebbe scuotere la monarchia britannica”, disse Noam, lo scorso dicembre. Lo disse non perché all’epoca Miss Markle fosse al centro dei suoi pensieri, ma perché gli venne fatto notare che Meghan aveva letto il suo libro “
Who Rules the World” commentandolo su Instagram con “great read” e “highly recommended”.
Noam ha risposto, grato che il testo le fosse piaciuto, e aggiungendo la frase sulla scossa alla monarchia.
Insomma, un balletto di carinerie. Si noti che Miss Markle ha scritto quattro parole di commento al libro, non una tesi di dottorato. Se con quattro parole — quattro di numero — si scomoda una delle figure intellettuali più influenti della contemporaneità, be’, allora dobbiamo preoccuparci un po’ del livello di narcisismo di certi luminari, e della eco che quattro parole possono riscuotere.

Ed è questo che mi è parso il royal wedding, alla fin fine. La danza del fair play. Sarà che sto coi piedi immersi nella political correctness newyorkese 24×7, ma il matrimonio mi è sembrato proprio quello. La Cattedrale di St George un parlamento, e al posto delle quote rosa, le quote nere. Peccato che la parte black sia stata relegata al solito coro gospel e al solito predicatore, il Vescovo Evangelista Michael Curry — un filo invasato, come tradizione comanda — e a pochi altri invitati, tra cui, Oprah Winfrey, Serena Williams e Idris Elba. Non i cugini e gli zii di parte materna, i comuni mortali che vivranno nei sobborghi di Culver City, Los Angeles. Ma i “cool” black, quelli di talento, quelli ispirati, quelli di potere e che ce l’hanno fatta. La ciliegina sulla torta è stata, ovviamente, l’esibizione del violoncellista diciannovenne, l’afroamericano enfant prodige Sheku Kanneh-Mason.

Se avete visto la cerimonia, forse avrete notato gli sguardi perplessi, i sorrisini soffocati o le espressioni condiscendenti del monarchiame bianco, mentre il Vescovo Curry predicava. Nessun giornale ne ha parlato, presi come sono stati a narrare la favola della principessa e del principe convolati a nozze multirazziali — imbottendo il lettorato medio con informazioni di interesse planetario, come il numero di limoni amalfitani usati nella torta nuziale (!).
Ma io proprio non posso togliermi dalla testa quei sorrisini lì. E quanta strada ci sia ancora da fare prima di demolire tutti gli stereotipi che accompagnano certe categorie, etnie — o come volete chiamarle — nella società.
Gli afroamericani cantano, pregano e suonano. Fanno colore, insomma.
Poi ovviamente si vuole far passare l’immagine della coppia che rivoluziona Buckingham Palace, della nuova “principessa del popolo”, ambientalista, equa, solidale e soprattutto femminista — se hai un padre un po’ sciagurato e cammini la navata di St George da sola, acquisisci lo status di “femminista”, segnamocelo. E certo, il beneficio del dubbio non si nega a nessuno. Eppure, se proprio proprio la Duchess to-be avesse voluto fare un gesto nobile, avrebbe potuto rivolgersi a uno stilista nero per almeno uno dei due abiti sfoggiati, assicurandogli la visibilità di cui certo Givenchy e Stella MacCartney non hanno bisogno. La butto lì, eh, Meghan, senza offesa…
Ovviamente per le cose veramente importanti, tipo gli outfit del giorno del tuo matrimonio, si va sulla tradizione. Givenchy e Stella MacCartney in. E tutti i Lawrence Steele e Virgil Abloh out.

E non ci addentriamo poi nella questione Commonwealth, questione tutt’altro che archiviata. Il velo di Meghan ricamato con 52 fiori che simboleggiano i 52 stati che ne fanno parte. Una volta dalle colonie si spedivano ornamenti esotici, pietre preziose, pelli e pellicce come doni alla regina. Oggi quegli stati assumono i contorni dei fiori su un velo — l’oggetto cambia, ma il legame resta, a doppio filo, direi.
Ah ma certo io sono troppo critica, perché in fondo c’è pur sempre il Vescovo Curry a citare il Dr King e la schiavitù, e a riequilibrare le disparità fra black & white, colonizer & colonized…

Tutto questo mi puzza troppo di artificio perché io possa farmi piacere quello che obbiettivamente è stato un matrimonio meno tradizionale del solito, ma non certo più uguale.
E in definitiva è quello che c’è scritto nel vestito della sposa — un vestito, specie a questi livelli, non è mai solo un vestito: è uno statement. Nel vestito di Givenchy c’è scritto, “Tranquilli Windsor, mi attengo alle regole, niente di nuovo sul fronte cerimoniale”. E nel vestito di Stella MacCartney c’è scritto, “Osare di più? Macché siete matti?, questi sono i Windsor, già tanto che vi siate goduti un gospel live”.

E mentre guardavo questo set cinematografico a cielo aperto, in cui tutto pareva impeccabilmente perfetto — meteo inverosimilmente compreso — e scorrevo questi 100.000 inglesi accorsi da tutto il regno a celebrare la monarchia, e le piccole e grandi Union Jacks nelle mani di piccini e grandi, e tutti pronti-armati-via con il cellulare a immortalare la carrozza al passaggio dei duchi novelli sposi. Mentre tutto questo avveniva, un’unica domanda.
Are you kiddin’ me??
No perché qui, Fellows, siamo a puro panem et circenses! Con l’aggravante che nella Roma antica il Colosseo era l’unico spazio per l’entertainment collettivo. Oggi abbiamo altri modi. Anche gli inglesi li avranno, anche post-Brexit, ne sono certa!
Forse il matrimonio tra reali è il match di calcio in cui tutti vincono, e lo si vede volentieri per quello. Oppure lo si vede per criticare i look dei presenti — sport molto diffuso.
Oppure solo per sognare. E questa, la questione del sogno, mi risulta ancora più imperscrutabile.
Sognamo ancora il principe, il castello, la tiara e la carrozza? E’ questo ciò che sognano le donne oggi? Ci identifichiamo con questa idea di futuro?
Non sto questionando la scelta di una singola donna — Meghan Merkle, per altro, lo ricordiamo, descritta come femminista — ma dei desideri delle donne, materializzatesi in migliaia a Windsor, e in milioni in mondovisione.
Quelli, mi interessano, i desideri — di Meghan, francamente…
Dire addio a tutto? Ad avere un lavoro? Essere economicamente indipendenti, vedere il proprio talento realizzarsi? Non poter più mettere il naso fuori casa senza rendere conto a qualcuno 24 ore su 24? E’ questa prospettiva, che le donne sognano ancora nel 2018? Retrocediamo di 200 anni in un colpo solo? Back to 1818? Dopo la fine che hanno fatto Lady Diana e Grace Kelly, le principesse prigioniere? Masako la principessa triste?

Quando ho condiviso queste mie perplessità con Bob, il mio housemate, che ogni volta mi stende con la sua ironia da newyorkese navigato, questa è stata la sua reazione: “Sure, such a hard life, you know, hopping from one yacht to another… From this ball to that charity gala… Oh Lord, it would kill you…”.
Naturalmente non ho potuto che ridere.
Ma altrettanto naturalmente non ho potuto risparmiarmi il “That’s not the point”.

Ora voi, romanticoni Moviers, mi direte, ma per l’ammmmore si rinuncia a tutto! L’amore prospera sul sacrificio.
Sì? E’ così? L’amore comincia là dove la propria libertà individuale finisce? Non intendo la libertà di coppia, ma la libertà iscritta nel codice umano di ciascun individuo quando viene messo al mondo in una società democratica.
E’ questo che le donne sognano?
Se la risposta è sì, well, ladies, abbiamo urgente bisogno di scrivere nuovi sogni per le nuove generazioni di donne.

Su questa ipotesi da incubo, passo a dirvi che venerdì sono andata all’Angelika a vedere un film che qualcuno di voi cinefili ha già visto alla Mostra del Cine di Venezia, lo scorso settembre. “First Reformed”, di Paul Shrader era in concorso, e ricordo che lasciò tutti più o meno a bocca aperta. Sia per la storia in sé, che per l’interpretazione da applausi di Ethan Hawke.
Appena ho saputo che Paul Shrader in persona avrebbe partecipato al Q&A post-proiezione, mi sono precipitata a prendere il biglietto.
Lasciatemi dire, vivere circondata da newyorkesi, cinematograficamente parlando, non è impresa facile. E’ come avere un esercito di Board che si precipita in ogni sala che offra un talk, un Q&A, un qualsiasi qualcosa alla presenza di un qualcuno… Tocca combattere ogni volta. Ma ovviamente di Board ce n’è uno, e ne resterà sempre solo uno — Highlander, ciccia. 🙂

Sì, dite bene, Paul Shrader è il regista di “American Gigolò”, il film che l’ha reso famoso. Ma più che per le passate regie, è il caso di ricordarlo per le passate sceneggiature: “Taxi Driver”, “Toro scatenato” e “L’ultima tentazione di Cristo” le ha firmate lui — il sodalizio con Martin Scorsese, dite ancora bene, è chiaro e limpido.

La storia del film gira attorno al reverendo Toller, custode di First Reformed, una piccola chiesa fondata nel 1767 dai coloni olandesi e prossima a festeggiare il 250esimo anniversario. Middle of nowhere dello Stato di New York, per darvi delle coordinate geografiche.
Ci confessa lui stesso di essere stato un ex cappellano militare, ritiratosi dall’esercito dopo la scomparsa del figlio in Iraq.
Ci confessa tutto lui perché il film è come una specie di atto unico in forma di monologo interiore di Toller. Siamo praticamente dentro la sua testa — e questo naturalmente ci ricorda la stessa posizione che assumevamo con il tassista matto Travis in “Taxi Driver” — ma siamo anche sopra le sue spalle. Sì perché Toller decide di tenere un diario per un anno. Una specie di esercizio spirituale più che di strumento terapeutico alla Zeno Cosini. E questo naturalmente ci porta al “Diario di un curato di campagna”, se bazzicate il cinema di un certo blow-in-your-belly Bergman Ingmar. Quindi quando Toller scrive seduto alla sua scrivania, noi siamo come appesi alla macchina da presa, lo osserviamo dall’alto, sentendone contemporaneamente i pensieri. Posizione lì per lì privilegiata, ma alla fine, non poi così tanto…

Toller diventa confidente di una giovane coppia: lui, Michael, ambientalista affetto da depressione e lei, Mary, bionda, mariana e incinta — e qui, va be’, la sovrapposizione cristiana trionfa suprema. Michael, lo capiamo subito, è messo male: vorrebbe che la moglie abortisse per non mettere una creatura innocente in questo mondo condannato. E’ allo stadio “tombino” della depressione. Quando sei allo stadio “tombino”, o trovi una spinta psico-fisica che ti rispedisce in superficie, oppure continui a precipitare. Michael continua a precipitare, e la fine che fa, la intuite da soli.

Il fatto è che Taller, già tormentato dalla propria incapacità di pregare, sembra essere rimasto contagiato dal morbo di Michael. Quello che uccide la speranza e fa trionfare la disperazione. Il cruccio di Micheal — perché mettere al mondo un figlio se quel mondo lo stiamo distruggendo, e Dio, in tutto questo, non fa nulla? — si incista nella testa del reverendo, che comincia una lenta, inesorabile esplorazione nel buio dentro cui Michael è caduto. E noi spettatori assistiamo a questa caduta agli inferi e non sappiamo bene come porci.

Shrader è stato illuminante nella spiegazione del suo intento assai meschino — e riuscitissimo. “I am showing a binocular view: everything is seen through Taller’s perspective. So you start identifying with him. But then he starts veering (andar fuori carreggiata). And you have invested more than a hour in siding with this guy! And now you don’t know how to feel… you start feeling lost. So, yeah, I guess I did my job”.
Capito la vecchia volpe! Prima siamo con Taller al 100% — oltre al figlio perduto, a un matrimonio naufragato, il reverendo sta anche poco bene di salute, e quando stai poco bene di salute in un film, difficilmente hai solo un raffreddore…
Insomma, siamo tutti con lui e lo compatiamo, ma poi il reverendo sceglie la strada — già accennata dentro di lui — dell’estremismo. Ed è stato molto furbo, Shrader, a mostrarci quanto facile possa essere scivolare lungo la china dello sconforto e della sconfitta, e quanto questa sia così facilmente giustificabile.
Ma nulla è sempre bianco o nero — come i novelli duchi di Sussex c’insegnano… Il reverendo Toller fa parte di una congregazione che dipende dalle donazioni di una lobby di conservatori che con la destra inquinano l’ambiente con le loro fabbriche finto-green, e con la sinistra foraggiano la parrocchia: il lavacro istituzionalizzato delle coscienze. Questa scoperta dà il colpo di grazia a Toller, che si sente ulteriormente legittimato a compiere un gesto estremo. Tale gesto vedrebbe per protagonisti un giubbotto imbottito di esplosivo attorno al suo torace e una chiesa piena di fedeli… Ma il finale non è così scontato. E il regista, proprio sul finale ambiguo, che ha lasciato tutti noi del pubblico con un “Whaddaffa..??” soffocato in bocca, ha detto. “I don’t quite know how the film ends. You’ll tell me”. Un bello scaricabarile, che tuttavia apprezzo. Il pubblico si dovrà sbattere un po’, dico io.

La mia interpretazione è che solo l’amore, solo l’amore, può salvare. Banale magari, ma vera. La conclusione trova una sua anticipazione a metà film, una scena tra onirico, poetico e new-ageish verso la quale ho provato un sentimento molto contrastante. Una parte di me è letteralmente inorridita — “no ti prego, no ti prego, non prendermi la deriva spicchiamo-il-volo-verso-i-cieli-dell’ammmore…”. Una parte di me, capiva il senso di quel volo aereo uomo-donna attraverso i paradisi del mondo, fin giù agli inferi della terra, in cui l’edenico non è più, e non è più possibile, solo morte e distruzione lo sono. “Tarkovskiana”, ha definita quella scena Shrader.
Visto il finale, ho ricollegato le due scene. E sono come due grossi ganci visivo-narrativi che sorreggono il film, impedendogli di cadere nel noir totale. Conservo, tuttavia, dei dubbi sulla chiusura. La leggo come un colpo di coda troppo frettoloso, un modo semplicistico — o troppo spiccatamente all’americana — di “risolvere” ciò che non può essere risolto. Di trovare una spiegazione a tutti i costi, anche se il film ha tramato un’ora e mezza per convincerci dell’opposto.

Interrogato su Taller, Shrader ha ammesso che è un tormentato, fallato, danneggiato dalla vita. “I’ve written about him before…”, ha aggiunto, riferendosi naturalmente alla galleria di tormentati, fallati, danneggiati che popolano il suo immaginario cinematografico. Tuttavia, ha tenuto a precisare. “He is my guy. But he is not me” — e ce ne siamo rallegrati tutti.
Dal punto di vista visivo, il regista ha spogliato di ogni orpello gli ambienti che circondano le vicende. Campi brulli e cotti dal freddo, interni glaciali, mobilio ridotto all’osso. Lo stesso dicasi per la colonna sonora, che praticamente non esiste. Esiste un “paesaggio sonoro”, fatto appunto di suoni, non di musica. “I wanted no music. Music always tells you how to feel. I preferred a soundscape instead”.
Pensandoci, un po’ di ragione, Shrader ce l’ha. La musica è come l’acqua per la bacchetta del rabdomante, e la bacchetta siamo noi. La nostra pancia tende sempre a tremare quando sente viole e violini. Troppo facile così, dice Shrader.

Per farvela breve, fossi in voi, io, “First Reformed”, andrei a vederlo quando esce in Italia — vallo a sapere quando. Anche perché ci sono dei momenti in cui è macabramente divertente. E personalmente trovo il dark fun un fun dal gusto decisamente allettante.

E anche stasera devo salutarvi con delle scuse per essere andata lunghissima e aver sforato così barbaramente il tetto di sopportazione che mi concedete. Ma ormai avete capito come sono — una barbara della comunicazione. 🙂

Il Frunyc III è aggiornato, e i saluti, stasera, sono realmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 367 da NYC commenta “ZAMA” di Lucia Martel

LET’S MOVIE 367 da NYC commenta “ZAMA” di Lucia Martel

Mmm Moviers

che nervi.
Ricevo un invito a quello che si definisce un “boutique” concert.
Spieghiamo subito che “boutique” — e l’ho scoperto abitando qui — viene spesso utilizzato in forma aggettivale per indicare il carattere esclusivo, per pochi eletti, del sostantivo a cui si riferisce. Potete dire un boutique hotel, un boutique event, ma anche una boutique law firm — uno studio legale con pochi associati specializzato in casi di nicchia.
Se un concert si tiene in un appartamento privato al 22esimo piano del 10 di Park Avenue, capirete anche voi, si definisce inequivocabilmente “boutique”.
L’orario d’inizio è previsto alle 7:30 pm, ma mi si dice di arrivare almeno un quarto d’ora prima: per prendermi il posto migliore. Difficile trovare un posto peggiore quando gli spettatori sono venti, selezionatissimi, contati con il contagocce.
Ma obbedisco e parto da casa con largo anticipo, in modo da sfatare il mito del Board sempre perennemente trafelato. Il 10 di Park Avenue non ammete il trafelo, mi ammonisco mentre calcolo orari e metro.
Arrivo con un quarto d’ora di anticipo sul quarto d’ora di anticipo. Le 7. Allora me la prendo comoda e decido di camminare Park Avenue.

Mi sembra quasi di essere in un’altra città. East Side e West Side sono molto diversi. Vi dico come la diversità viene descritta? “Nell’East Side contano il numero di vestiti che si hanno nell’armadio. Nel West Side il numero di libri che si hanno in libreria” — molto felice di abitare nel West Side. 🙂 Me l’ha detto una donna che ha abitato nel West Side, ora abita nell’East Side, e non vede l’ora di tornare nel West Side.
Percorro gli isolati che dalla 33esima arrivano fino a Grand Central Station, alla 42esima. Sulla via incontro lo splendido edificio ultra-moderno della Scandinavian House — una specie di Istituto Italiano di Cultura versione scandinava — l’elegantissimo Hotel Kitano, che, con la sua facciata rosa tenue, si sposa benissimo con le magnolie in fiore che sorprendentemente riescono a fiorire nella striscia di terra che separa i due sensi di marcia di Park Avenue.
E penso. Chissà se ci sarà un torneo. Oppure se c’è stato. Tra East Side e West Side. Park Avenue contro Broadway. Queste due arterie definiscono New York City, sono l’inconicità fatta strada. Park Avenue è Arnold e il Monopoli. Broadway è West Side Story, Cats, Kinky Boots e tutti i musical che associate con i teatri del Theater District, il rettangolo tra la 40esima e la 54esima — West side, of course — e tra la Sesta Avenue e l’Ottava.
Se me lo chiedete, per me non c’è storia. Broadway vincerebbe il torneo tutta la vita.
Tuttavia ammetto che Park Avenue abbia un certo suo fascino. Anche soltanto percorrerla e chiedersi come saranno gli appartamenti dei palazzi che danno sulla strada. E come saranno le persone che li abitano. E come sarà abitare a una manciata di isolati da Grand Central Station, la stazione che è madre di tutte le idee che ci facciamo di una stazione ferroviaria americana. La hall grandissima di marmo beige, i binari al coperto il cui accesso è consentito solo se sei munito di biglietto. La stazione di “Carlito’s Way”, “Intrigo internazionale” e “Innamorarsi”, per dirne tre.
Penso talmente tanto che quasi sforo il quarto d’ora d’ozio. Shoot. Torno indietro fino alla 34esima.

Il 10 di Park Avenue ha una hall di quercia scura, luci gialle soffuse, divani in pelle e un caminetto. Appena varco la porta girevole, mi sembra di salire a bordo dell’Orient Express.
Entro in ascensore e pigio 22, e quando esco, è lì, in quel momento, che mi vengono i nervi.

Dalla porta dell’appartamento D, si dipartono, sul corridoio, due file di scarpe: una corre lungo il muro di destra e una lungo il muro di sinistra. Un millepiedi a forma di elle che non avrei mai voluto incontrare. Quando incontri quel millepiedi lì, hai già capito che ore sono.
Sulla porta, un cartello. Casomai non capissi.
“Please remove your shoes”.

So che questa è una pratica che disgraziatamente si pratica anche in Italia. L’ho sempre trovata detestevole. Se decidi di invitare qualcuno a casa tua, lo inviti a casa tua, fai di lui il tuo ospite dando forma a un libero atto di accoglienza. Non ti obbliga nessuno. Quindi dovresti accettare il pacchetto completo: la sua compagnia, la sua presenza di spirito e corpo, e anche i suoi germi. E dovresti mettere in preventivo che, dopo la sua dipartita, sì, potresti anche dover pulire il pavimento. Se la cosa ti scoccia, allora ti piacerà valutare lo spazio “party” da MacDonald’s per il prossimo get-together, così non dovrai più preoccuparti dei germi altrui.
Una volta si facevano scivolare gli ospiti sulle pattine. Anche quella, una soluzione assai misera, con gli ospiti che si muovevano come zombie per la sala.
Una volta si lasciava anche il cellophan sul divano.
Spero che quell’epoca sia passata. Se si vive una vita con il terrore di sciupare un sofà o di sporcare/rigare un pavimento, be’, allora davvero è meglio rivolgersi agli spazi “party” da MacDonald’s.
Perché insomma, non costringi nessuno ad affrontare l’imbarazzo di rimanere senza scarpe davanti agli altri, che certo, sono anche loro scalzi, ma loro non hanno ai piedi delle Michael Kors in plaid rosso e nero, quintessenza dell’adorabilità. Degli stivaletti che suscitano la stessa reazione “Oh my God, they are sooo cute” in qualsiasi soggetto di qualsiasi sesso, dai 9 ai 99 anni, ogni volta che le metti. Ecco, quelle scarpe lì, non le lasci fuori dalla porta — non metti baby in un angolo, per chi di voi mastica “Dirty Dancing”. Anche perché poi si sfascia tutto il disegno d’insieme, si rovina la poesia. Un boutique concert ha bisogno di un boutique dress, e un boutique dress, e un boutique dress di un paio di boutique shoes — non è che lo invento io, il pensiero consequenziale. Se le togli, casca il palco — casca anche il Board, da +12 cm a -12 cm.
Fingo di non vedere il cartello ed entro — la porta è socchiusa. Davanti a me, una quarantina di calzini sotto a una ventina di corpi. Un paio di donne guardano ai miei stivaletti, poi guardano me e il loro sguardo dice “ti credo che non vuoi toglierli”. Ma poi mi piego a questa barbara usanza, e scendo dalle meravigliose vette dei +12. Tuttavia lascio le mie due babies nell’appartamento, non fuori — e questo link vi aiuterà a capire cosa intendo quando parlo di cuteness.

C’è un’altra cosa che mi dà sui nervi. La riprova che la perfezione non è di questo mondo.
All’ingresso, un tavolo con degli stuzzichini. Tutto molto di classe. La disposizione del cibo meriterebbe un servizio fotografico in qualche rivista. Ma noto subito — il mio naso nota subito — che il protagonista di questa tavola è il formaggio. I formaggi. Ce ne saranno una decina di tipi — non esagero — tutti disposti in fetida mostra, nella più classica combinazione, molto amata a NYC, di cheese&crackers.
Ora, chi mi conosce sa della mia fobia verso qualsiasi tipo di formaggio: l’alimento creato dal diavolo per impestare i frigoriferi di tutto il mondo. Fatico a sopportarne la vista, non parliamo dell’odore. E di quello, di odore, nella stanza, ce n’è tanto. Troppo.

La perfezione non esiste, ma la fortuna sì. Rimane un unico posto libero per sedersi — mi chiedo a che ora sono arrivati gli altri spettatori. E il posto è nel punto più lontano dal tavolo. Negli anni ho sviluppato l’abilità di respirare con la bocca, quando mi trovo vicina a fonti casearie — innumerevoli sono state le volte in cui ho dovuto ricorrervi. Ma trascorrere tutto un concerto a lottare con la puzza, avrebbe compromesso l’apprezzamento, e il ricordo, del concerto stesso.
Proust aveva la petite madeleine a fungere da grilletto della memoria. Io non voglio avere il camembert.
Digressione. Ma perché non si può imbandire un tavolo con cup-cakes alla fragola, mousse al cioccolato, biscotti alla vaniglia? Perché non si può fare del cibo un deodorante per l’ambiente, ma si opta invece per il puteolente, per il mefitico?
Per come la vedo io, ci dovrebbe essere una legge che vieta di abbinare il formaggio a musica di livello celestiale come questa.
Haendel a Park Avenue, gommose alla frutta.
Sagra di paese in Valsugana, puzzone di Moena.

La sala dell’appartamento ha due finestre che danno su Park Avenue e una finestra che dà sulla 33esima. Non voglio immaginare gli zeri di questo appartamento, anche se li vedo tutti nella classe non ostentata dell’arredamento. Pochi pezzi. Un pianoforte a coda in mezzo alla stanza, un pianoforte a muro accanto a un muro. Due lampade in stile Gropius — due semplici bocce sorrette da due semplici tubi di alluminio che avresti trovato nella casa di Walter a Weimar.
Libri di musica. Dettagli in marmo nero, che apprezzo. Piccole pile di libri qui e là. In cima a una, “Haendel”. E il concerto è proprio dedicato a questo compositore. “Haendel in Harlem”, il titolo. Come se il compositore, vissuto nel ‘700, avesse fatto un viaggio a Manhattan ai nostri giorni e si fosse incrociato con le sonorità harlemite. Questo non a caso: a quanto ci spiega il sassofonista, il ritmo di Haendel è vicinissimo al jazz. E in effetti scorpriremo che lo è.

Non avevo mai assistito a un concerto da camera. Ma ora capisco cosa li rende speciali, questi concerti, e perché si chiama “musica da camera”: la eseguivano nelle sale delle corti per divertire i principi (contrapposta alla musica di teatro o di chiesa). L’esperienza è davvero principesca: lo spettatore gode al massimo grado della musica. E’ come sentirla dritta nella pancia, dentro nell’anima. In un teatro, per quanto piccolo, la musica si disperde. Nella sala di un appartamento tutto rimane lì.
Allora mi bevo questa musica, fino all’ultima goccia, fino all’ultima nota, dimenticando la minaccia del formaggio a pochi passi, il ghetto delle calzature fuori dalla porta e tanti poveri piedi orfani tutt’attorno.

E parlando di musica…Avete sentito a chi è stato assegnato il Pulitzer per la musica quest’anno? A Kendric Lamar. 🙂 Forse lo ricorderete per “Humble”, un signolo che mi fece impazzire lo scorso anno. La giuria della Columbia — ma voi sapevate che l’ateneo gestisce i Premi Pulitzer?! — ha così motivato riferendosi all’album DAMN.: “A virtuosic song collection unified by its vernacular authenticity and rhythmic dynamism that offers affecting vignettes capturing the complexity of modern African-American life”.
Questa vittoria fa la storia. E’ la prima volta che si premia un’opera non classica o non jazz. La prima volta che si premia un artista hip-hop.
A volte le cose possono cambiare 🙂
Yo, Kendric bro, yo.

Questa settimana sono andata al Walter Reade Theater del Lincoln Center a vedere “Zama” di Lucia Martel.
Diciamo subito che questo è un film di nicchia. Se siete appassionati di storia, post-colonialismo, vi piace il cinema che osa e siete disposti a incontrare una regia che si discosta dalle solite regie, allora “Zama” è pane per i vostri denti. In caso contrario, il film vi risulterà un po’… indigesto.

Presentato fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, “Zama” è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Antonio Di Benedetto, considerato un classico della letteratura argentina del Novecento e della storia del colonialismo in Sudamerica.

Ambientata nel diciassettesimo secolo, la narrazione vede per protagonista l’ufficiale argentino Don Diego De Zama, il quale, per ordine della Corona Spagnola, viene esiliato in Paraguay, lontano dalla moglie e dai figli. Zama brama ardentemente per tutto il film l’arrivo di una lettera che certifichi il sospirato trasferimento a casa, a Buenos Aires. Un’attesa infinita intervallata soltanto dalla misteriosa — incomprensibile — figura del bandito Vicuña Porto, la cui cattura potrebbe accellerare, agli occhi illusi di Zama, la su dipartita dal Paraguay.
La permanenza di Zama nella colonia spagnola — un vero e proprio esilio napoleonico — lo costringe a vivere una specie di condizione da teatro dell’assurdo, mentre aspetta aspetta e aspetta una liberazione che non arriva mai. Godot-style.

Moviers, non credo di aver mai visto un film così. E per me potrebbe aprire un nuovo filone. Quello del film storico in cui la storia è vista attraverso l’occhio distorto di un personaggio ieratico, praticamente sempre zitto, dalla sanità psicologica compromessa, e parallelamente, da una regista che se ne infischia del genere “storico/in costume” ma si concentra piuttosto su come proporre una riflessione potente sull’insensatezza del colonialismo. Nel film la storia sfocia nel visionario, grazie anche a una natura lussureggiante e vergine che si presta bene a una resa onirica come si vede in “Zama”.
Un nuovo filone perché non c’è la spasmodica ricerca da parte della regista, di ricreare il setting, i vestiti dell’epoca, il mobilio dell’epoca. Nessuna riconstruzione verosimile, nessun tentativo di mimare la realtà di un periodo storico. C’è, al contrario, la volontà di mostrare lo sciatto, il trucchetto che si cela dietro, o sotto —ovvero, metaforicamente, la menzogna, la balla, il marcio del colonialismo. Le parrucche settecentesche, indossate per dovere, non nascondono i veri capelli ma li lasciano intravedere platealmente. Gli appartamenti dei “signori” si confondono con le baracche degli indigeni. La commistione tra nobile e plebeo, tra umano e animale, trova il suo climax nella scena in cui un lama gironzola nell’ufficio del governatore.
Un film come “Zama” scardina i punti fissi del cinema storico — pensate a che lavoro di ricostruzione era stato “Barry Lindon” — e propone un prodotto che non somiglia a nulla di già visto, affidandosi a una narrazione stagnante, visionaria, a tratti fortemente enigmatica. Forse il viaggio del Capitano Benjamin Willard in “Apocalypse Now”, con la storia che incontra la follia nel personaggio di Kurtz, sono dei degni predecessori. Ma in Martel non c’è nessuna intenzione di rifarsi a nessun modello. L’assurdo è il destino riservato a Zama, espresso metaforicamente dal finale — lui, mutilato, trasportato in barca, in mezzo ad acque verdissime — e dall’ineffabile espressione che porta sul viso. Grandissima scena.
Un film che è un trip. Se non temete gli effetti collaterali, servitevi pure.
E anche per statesera è tutto, Moviers.

Questa settimana ho combinato dei pasticci con il WiFi, cancellando alcune foto, mannaggiamme. Per questo il Frunyc III di questa settimana è un po’ magrino — ma vedrete alcune immagini spettacolari dell’uscita in barca sull’Hudson di oggi. 😉
Mi rifarò la prossima settimana!

Ringraziamenti tanti, e saluti, stasera, fastidiosamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 360 from NYC – commenta “FOXTROT” di Samuel Maoz

MTA, Moviers,

sta per Metropolitan Transportation Authority: la società responsabile del trasporto pubblico newyorkese. Non solo di New York City, come erroneamente credevo io. Ma di 12 contee dello Stato di New York, e due nel Connecticut. Un po’ come l’ATAC di Roma, l’ATM di Milano e… l’Atesina in Trentino (!). Proprio perché l’MTA si occupa di scorrazzare qualcosa come 11 milioni di passeggeri la settimana, da Yonkers a  Wetchester, da Nassau a Putnam, uno non se la sente di criticarla più di tanto. Un elefante che, da fuori, deve portare nella cristalleria di Manhattan migliaia e migliaia e migliaia di animaletti, incazzosi il lunedì mattina, sballati il venerdì sera e tendenzialmente depressi la domenica pomeriggio. Come lo critichi, un Dumbo Senior che fa il suo lavoro, nonostante l’età, gli acciacchi, e soprattutto, le conseguenze di Sandy, l’Uragano?
Come ho già avuto modo di dire in passato, la rete metropolitana di NYC, ma soprattutto di Manhattan, subì danni serissimi, gravissimi, quel 27 ottobre del 2012. Sono passati sei anni e i lavori continuano e continuano. Ovviamente l’MTA cerca di farli impattare il meno possibile sul cittadino. Il che vuol dire, garantire il servizio durante la settimana, fino alle 11 pm, mettendo a disposizione shuttle bus nei tratti coinvolti, e concentrando i lavori dalle 11 pm alle 5 am, e nel fine settimana. Se nel finesesttimana devi andare a Brooklyn, devi industriarti con dei percorsi alternativi: la linea rossa non viaggia da Battery Park a Brooklyn il sabato e la domenica, quindi devi raggiungerla con la verde e la gialla — lo so perché il weekend scorso ho fatto la spola Brooklyn-Upper West Side tre volte per il LitFilm Festival. Questo semaforo metropolitano, checché assai impazzito, ti permette comunque di arrivare dove devi arrivare. Con qualche quarto d’ora di viaggio in più magari, e non proprio proprio alla stazione più vicina alla tua destinazione magari, ma per arrivare arrivi. E qui funziona che nessuno si lamenta. Tutti si adattano.
Fair enough, dico.

Però non smetto mai di chiedere ai newyokesi che conosco, come mai si stia impiegando così tanto. Sei anni non sono proprio due settimane. La risposta riconferma la devastazione di Sandy sulle strutture sotterranee e il salso dell’acqua di mare che avrebbe minato molti impianti elettrici. E poi l’estensione. 25 linee e più di 420 stazioni.
In effetti molto spesso mi ritrovo a ragionare con la mente da piccola regione. Da piccola Italia. Ma qui si tratta di altri numeri. Faccio lo stesso con la questione della spazzatura. NYC è stata eletta la capitale più sporca degli Stati Uniti. Dietro di lei, Los Angeles —il fatto che siano le due città americane in cui ho vissuto, io, una schizzinosa di livello ossessivo-borderline-compulsivo, rende questa “coincidenza” un contrappasso di perfezione pressoché dantesca.
Che sul risvolto del paltò di NYC spicchi la coccarda di Miss Discarica 2018 non mi sorprende. La chiamo sempre “giungla”, anche per questo. E se volevo Losanna, andavo in Svizzera.
E’ indubbio che qui manchi qualsiasi senso di educazione ecologica. Le cartacce vengono molto spesso gettate per terra, oppure giù per i binari della metro. Come se questi si spalancassero e inghiottissero tutto. I bidoni agli angoli delle strade tracimano. E in questo caso il problema non sta nei G-men — così chiamati gli spazzini (G=Garbage) — che passano a ciclo continuo, di giorno e di notte. Il problema sta nell’esubero di confezioni, polistiroli takeaway, bicchieroni, copri-bicchieroni, porta-bicchieroni, fascette anti-scottatura intorno ai bicchieroni, cannucce, mica-cannucce, plastiche, pellicole, cartoni, cartoncini, tovagliolini, posate, coperchi, and so on and so forth. L’America, il primo paese ad introdurre l’approccio usa&getta, USA —portandoselo scritto anche fatalmente nel nome — usa molto, ma getta altrettanto.
Da Wholefoods, il supermercato da americani sensibili e sensibilizzati al 100% organic, 100% bio, e da Trader’s Joe, la sua copia con i prezzi per comuni mortali, lì, la spesa, te la ripongono in due sacchettoni di carta con le maniglie. Due, non uno. Uno dentro l’altro. Perché? Perché un sacchetto da solo si rompe. Quindi hanno preso quest’abitudine dei due sacchetti. Quattro manici resistono. Due no.
L’assurdità del tutto sfiora davvero il Beckett più estremo. Nessuno avrà mai pensato di concepire una borsa più resistente, con manici più resistenti, di modo che ne serva solo una? Nessuno avrà mai pensato di farla pagare, quell’unica borsa, anche cara, tipo un quarter, no di più, mezzo dollaro? In questo modo il cliente la paga una volta, e sbuffa. La paga una seconda volta, e risbuffa. La paga una terza, ri-risbuffa, e dentro di sé si dice “col cavolo che butto via un altro quarto di dollaro, o mezzo dollaro, per comprare qualcosa che non mangio (!), la prossima volta me la porto da casa, anzi sai checcè, me ne porto una di tela”.
Non è andata così, del resto, anche in Italia, uno dei pesi più refrattari al cambiamento sulla crosta terrestre? Non so se ricordate quanto tempo impiegammo — quante multe cercammo di evitare e infine pagammo — per digerire l’obbligo delle cinture di sicurezza in macchina, nei primi anni ‘90… Quanti sbuffi avranno sentito, quei poveri abitacoli! Poi però ci siamo abituati. E ci siamo abituati a portarci la sporta di tela da casa quando abbiamo capito che quella borsa in materiale biodegradabile da 25 centesimi si spaccava anche solo guardando lo spigolo di quel pacchetto assassino, di quella bottiglia da 2 litri, e ti avrebbe abbandonato in quella striscia di Gaza che è lo spazio dei macelli fra la cassa e l’uscita.

Qualche timido cenno al miglioramento, tuttavia, lo intravedo qui. Qualche giorno fa hanno fatto la loro comparsa, nei reparti frutta e verdura, i sacchetti di materiale bio — quello della striscia di Gaza. Quei sacchetti che in Italia vengono utilizzati per l’umido. Ecco, qui ora, se andate da Trader’s Joe e volete comprarvi due mele, le mettete lì. Ah, se questi americani sapessero che in Italia questi sacchetti si fanno pagare! Troverebbero subito il modo di mettere in piedi un business e monetizzare come non ci fosse un domani. Perché questo, glielo dobbiamo riconoscere. Gli affari sono nati qui. Gli affari selvaggi, quelli spregiudicati, alla Jordan Belfort, quelli che noi italiani cerchiamo di scimmiottare, non riuscendoci — fortunatamente.

Ho chiesto al mio pupil Stephen di scrivere un breve essay sul perché i newyorchesi manchino di educazione ecologica.
Stephen è uno studente a cui do lezioni private d’italiano. Non è il solito sbarbatello che sogna di mettere le mani su quel pugno di crediti che gli mancano per passare Italiano II e laurearsi. Stephen è un avvocato in pensione di 71 anni che viaggia il mondo e ama l’italiano alla follia.
Ama tantissime altre cose, anche. Nuotare e correre — ed essere membro dei New York Road Runners. Se non fa qualcosa ogni giorno sta male, mi dice. Io gli dico, sei la versione di me senior 🙂 Inoltre è amministratore del suo palazzo, a Chelsea — e credetemi, it means a hell lot of work qui a New York. Cerca di andare all’opera almeno una volta ogni quindici giorni. Oltre alle lezioni con me, segue altri due corsi in due Recreational Center per anziani. Quindi fa italiano tre volte alla settimana. Con un insegnante leggono Pirandello, con l’altra, La Pimpa, che Stephen detesta — certo se mastichi un po’ di Pirandello, La Pimpa perde tutti i punti, tutti i poix. Io faccio un po’ da raccordo fra i due corsi, e gli passo meravigliose espressioni italiane che noi diamo per scontate ma che solo l’italiano può permettersi, tipo “oggi si sta proprio bene” — riferito a una giornata con temperatura ideale. Oppure gli faccio accettare azzardi linguistici apparentemente incomprensibili tipo “mi sono fatto la macchina nuova”.
Stephen ama anche il suo ragazzo, Lorenzo, detto Larry, un filippino che da una foto che mi ha mostrato, non avrà più di 35-8 anni. Stanno insieme da 10 anni. E menomale che la strabiliante matematica dell’amore se ne infischia dei numeri.
Arriva sempre con un maxi caffelatte by Starbucks, lo zaino da geek e l’andatura concitata. Al polso porta quel diavolo di orologio che vi monitora come un elettrocardiogramma ambulante e vi dice quante ore avete dormito, calorie assunto e bruciato. E nel cellulare, ha due app per studiare italiano. Una è un dizionario con la pronuncia incorporata e con l’altra può ascoltare le ultime notizie in italiano.
Non potete immaginare quanto s’infuri con se stesso quando non si ricorda una parola che abbiamo studiato le volte precedenti. Quanto pretenda da se stesso.
Siccome abita a New York City da oltre quarant’anni, ho tirato fuori la questione della sporcizia, dell’immondizia differenziata non-differenziata e di quanto invece ci si aspetterebbe un livello di sensibilità ecologica molto più alto, visto che NYC è la capitale che corre sempre avanti più di tutti.
Ha provato a spiegarmi di 40 anni fa: allora sì era davvero una discarica, sia sotto (in metro) che sopra (in strada) e che le cose sono molto molto MOLTO migliorate.
“Manca una historia di statou soci-ale”, fa lui.
“Sì, Stephen, ho capito”, faccio io, “ma cavolo però…”
“’Cavolou??’ Come brocoli?”, chiede lui — la U da Stanlio dopo la O e le doppie singole sono durissime a morire nei parlanti inglesi.
Allora colgo al volo l’occasione per spiegargli un’altra meraviglia della lingua italiana, che trasforma un ortaggio in un moto di stizza.
“A volte parliamo vegano”, aggiungo io.
Scoppia a ridere.
Sono curiosa di vedere cosa scriverà nell’essay che mi leggerà domani. Se sono rivelazioni copernicane in merito all’ecologia in NYC, mi premuro di passarvele 🙂

Questa settimana l’Angelika Film Center mi ha fatto vedere “Foxtrot”, Leone d’Argento all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Il regista è Samuel Maoz. Ricordate “Lebanon”? Il film che si svolgeva tutto dentro l’abitacolo di un carroarmato e che finiva in un immagine di girasoli? Precisamente lui.
“Foxtrot” è un film che si scinde in tre movimenti narrativi distinti, raccordati da un finale che ribalta — letteralmente… — tutto.
Pensate che un giorno due ufficiali vengano a casa vostra e vi dicano, Signor e Signora Feldman, ci spiace comunicarvi che vostro figlio è caduto per servire la patria.
Voi, se siete la Signora Feldman, stramazzate al suolo con una crisi epilettica. Se siete il Signor Feldman, non sapete dove sbattere la testa e cercate un modo per liberarvi di tutti quelli che, tutt’intorno, scaricano su di voi il loro dolore.
In questa prima parte l’occhio del regista è fisso dentro la bella casa dei Feldman, a spiare l’elaborazione di un lutto troppo grande, troppo insuperabile persino per essere manifestato. Feldman si chiude in bagno, cammina ossessivamente il perimetro della stanza, come se fosse fisicamente imprigionato nel loculo del suo dolore, mette la mano sotto l’acqua bollente fino a ustionarla, e non per punirsi, ma forse per avere una controparte fisica del dolore emotivo contro cui sta combattendo — siamo portati a comprendere la sofferenza del corpo molto più di quella dell’anima. Una mezz’ora che potremmo intitolare “l’anatomia della pena” — sulla falsariga de “La stanza del figlio” di Moretti. Tutto si svolge dentro l’appartamento dei coniugi, quindi la sensazione di costrizione, di claustrofobia e impossibilità di evasione è palpabile tutto il tempo. Lo spettatore è inchiodato visivamente ed emotivamente, come se fosse vittima di un lugubre incantesimo che lo costringe psichicamente a (ri)vivere una situazione estrema come quella della perdita improvvisa di un caro.

Ma poi, come spesso capita nella vita, ecco il rovesciamento. “Signor e Signora Feldman, c’è stato un terribile equivoco. Il Jonathan Feldman che è morto non è vostro figlio. E’ un altro Jonathan Feldman. Vostro figlio è vivo, e tornerà a casa presto”.
Di lì passiamo al secondo movimento narrativo, in cui ci scordiamo dei coniugi Feldman, e siamo spinti in un avamposto, in mezzo al nulla israeliano. Quattro soldati gestiscono un posto di blocco, controllando i documenti a qualche macchina, alzando la sbarra davanti a qualche cammello solitario, in mezzo alla noia e all’inazione generale. E’ la parte surreale, grottesca, in cui alla assoluta tragedia di quattro gioventù sprecate in un inutile posoto di blocco, si affianca la commedia, persino il musical, e poi il cinema d’animazione. Sembra di vedere il fantasma di Beckett aleggiare fra i quattro protagonisti, ricordandoci dell’assurdo che può penetrare nella tua vita e farti sfornare giorni replicanti, gli uni uguali agli altri, senza un senso, senza una destinazione.
Eppure Maoz ha un modo poetico, assolutamente originale di raccontarci questa inattività esistenziale, optando per scelte visive colorate e sorprendenti. E poi sviluppa una precisa metafora su cui poggia tutto il senso ultimo del film: il foxtrot, ovvero il ballo in cui ci si muove ma si rimane sempre nello stesso posto. Il ballerino di foxtrot si muove percorrendo sempre un quadrato, oltre il quale non esce. Un passo a destra, uno indietro, uno a sinistra, uno in avanti, uno a destra, riportano il ballerino sempre allo stesso punto di partenza. Un perimetro chiuso, senza possibilità di evasioni o progressioni, che ricorda la corsa convulsa del padre lungo le piccole pareti del bagno, nella prima parte. Che ricorda, soprattuto, quello che sta accadendo da tanti anni in Israele. Uno stato bloccato, fermo, incapace di andare avanti, in qualsivoglia direzione.

Apprendiamo, durante questo confino psico-fisico al limitare del nulla, della storia di Feldman Senior, che Jonathan racconta ai suoi compagni. Una storia che poi ritroviamo nel terzo e ultimo movimento del film, che si apre con un altro colpo di scena, l’ennesima svolta narrativa. Rieccoci nell’appartamento dei Feldman. E rieccoci di nuovo nel dolore. Ma perché?, ci chiediamo. Jonathan è vivo, sta per tornare a casa. Perché il lutto?
Perché la vita a volte sembra accanirsi talmente tanto da smuovere la sorte e tirarla dalla sua parte, piazzando un cammello dietro una curva, in mezzo alla strada, e facendo finire tutto, in maniera insulsa, per una giovane vita che la sorte, quella stessa sorte, aveva graziato poco prima.
Anche quest’ultima parte è ricca: scava nel passato del padre di Jonathan, nel presente dei quattro commilitoni costretti a vivere con una colpa per un altro assurdo equivoco che costa la vita a quattro persone, e lo fa attraverso flash-back animati, in cui i disegni del fumettista Jonathan prendono vita e si mescolano al racconto.
Questo mi porta a dire che l’inaspettato è la cifra di questo film, sia visivamente che narrativamente. In alcuni momenti si ha la sensazione che Maoz indugi eccessivamente su certe riprese oblique, certi stravolgimenti di camera, che tuttavia sono anche il modo che ha di assicurare ossigeno visivo a una storia di apnea emotiva ed esistenziale. Non mi sento quindi di parlare di virtuosismi, quanto piuttosto di un’arte che combatte l’assurdo attraverso la sua vitale forza interpretativa. In fondo è l’arte di Jonathan — i suoi disegni — che interpretano la storia della vita del Signor Feldman e la raccontano allo spettatore.
Film per palati sottili e menti a cui piace scavare dentro la materia proposta sullo schermo, “Foxtrot” è anche, in fondo, un “no” all’oltraggioso davanti al quale l’esistenza ci mette. E’ un soldato che balla in mezzo al nulla, con un mitra per ballerina, e il volto dipinto di una pin-up anni ’50 che sorride da un furgoncino scassato.

E cari Moviers, oggi ricevete questa mail in anticipo perché stanotte è LA notte. Sì delle elezioni, ma no, non quelle politiche… Quelle cinematografiche!
“And the Oscar goes to”…. Quest’anno, l’evento in sync con l’Honorary Member Mic d’istanza a Vicenza si ripeterà, per l’ennesimo anno. Io sarò probabilmente al Metrograph nel Lower East Side, a godermi lo spettacolo in sala. 🙂

Di seguito la mia “Wish List”. Non chi penso che vinca, ma chi voglio che vinca — in grassetto.

MIGLIOR FILM
Dunkirk
Get Out
Il filo nascosto
Lady Bird
Chiamami col tuo nome
La forma dell’acqua
L’ora più buia
The Post
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR REGIA
Greta Gerwig, Lady Bird
Christopher Nolan, Dunkirk
Paul Thomas Anderson, Il filo nascosto
Guillermo del Toro, La forma dell’acqua
Jordan Peele, Get Out

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
Daniel Day-Lewis, Il filo nascosto
Daniel Kaluuya, Get Out
Denzel Washington, Roman J. Israel, Esq.
Gary Oldman, L’ora più buia
Timothée Chalamet, Chiamami col tuo nome

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA
Meryl Streep, The Post
Sally Hawkins, La forma dell’acqua
Frances McDormand, Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Margot Robbie, Io, Tonya (ex aequo)

Saoirse Ronan, Lady Bird

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Christopher Plummer, Tutti i soldi del mondo
Richard Jenkins, La forma dell’acqua
Sam Rockwell, Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Willem Dafoe, The Florida Project
Woody Harrelson, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
Allison Janney, Io, Tonya
Laurie Metcalf, Lady Bird
Lesley Manville, Il filo nascosto
Mary J. Blige, Mudbound
Octavia Spencer, La forma dell’acqua

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE
Baby Boss
Coco
Loving Vincent
Ferdinand
The Breadwinner

MIGLIOR DOCUMENTARIO
Abacus: Small Enough to Jail
Faces Places
Icarus
Strong Island
Last man in Aleppo

MIGLIOR FILM STRANIERO
A Fantastic Woman
Loveless
The Insult
On body and soul
The Square (ex aequo)

MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE
Get Out
Lady Bird
La forma dell’acqua
The Big Sick
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR CANZONE
“Mighty River”, Mudbound
“Mystery of Love”, Chiamami col tuo nome
“Remember me”, Coco
“Stand Up for Something”, Marshall
“This is me”, The Greatest Showman

MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
Chiamami col tuo nome
Logan
Molly’s Game
Mudbound
The Disaster Artist

MIGLIORI COSTUMI
La bella e la bestia
Il filo nascosto
La forma dell’acqua
L’ora più buia
Victoria & Abdul

MIGLIORE SCENOGRAFIA
Blade Runner 2049
La Bella e la Bestia
Dunkirk
La forma dell’acqua
L’ora più buia

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO (“SOUND MIXING”)
Baby Driver
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi

MIGLIOR FOTOGRAFIA
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
L’ora più buia
Mudbound

MIGLIOR SONORO (“SOUND EDITING”)
Baby Driver
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi

MIGLIOR COLONNA SONORA ORIGINALE
Dunkirk
Il filo nascosto
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

MIGLIOR MONTAGGIO
Baby Driver
Dunkirk
Io, Tonya
La forma dell’acqua
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Tengo in modo particolare a “Call Me by Your Name” e a Timothée Chalamet — sarebbe l’attore più giovane mai premiato con la statuetta per miglior attore protagonista. Spero in qualche premio per “I, Tonya”, un mockumentary di spasso e terrore rari — con quel capolavoro di Margot Robbie per attrice protagonista e produttrice. Spero in “Dunkirk” e in Christopher Nolan. Così come in qualche Oscar per “The Shape of Water”, ma non come miglior film o regia. Spero in “Faces Places”, un documentario che promettetemi di non perdere, e in “Loveless” per il miglior film straniero, insieme a “The Square” del grande Ruben Ostlund. Miglior sceneggiatura originale a “Lady Bird”, please, che se lo merita — ma certo non nelle categorie maggiori, il film non regge il paragone, per esempio, con “Dunkirk”. “Loving Vincent” come miglior film d’animazione, evidamment.

E ora, è giunta l’ora di salutarvi. Il Frunyc III c’è sempre. E anche i ringraziamenti. E i saluti, oggi, movi(e)mentatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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LET’S MOVIE 339 da NYC – commenta “MOTHER!” di Darren Aronofsky

LET’S MOVIE 339 da NYC – commenta “MOTHER!” di Darren Aronofsky

Mercoledì Moviers

è stato da leoni. Niente devastazioni anfetaminiche o trip nei territori di Las Vegas — lo scudo termico ci protegga dalla Strip. I miei leoni sono stati liberati a seguito di un’iniziativa tutta newyorkese che farebbe impazzire il più williamwallace degli scozzesi, il più trota dei padani. “One Film One New York”. Sentite cosa si sono inventati, all’Ufficio Media Entartainment del Sindaco de Blasio in questa città baciata da Batman. Ve lo spiego tutta d’un fiato.
Cinque film con New York per protagonista, proiettati durante il mese di agosto nei parchi della città, i newyorkesi chiamati a votare il migliore dei cinque, e il film decretato vincitore, proiettato gratuitamente il 13 settembre in sync nei cinque borough della città, sia all’aperto sia nelle maggiori sale cinematografiche indipendenti.
La cinquina dei film, scelta  da due critici cineamtografici del NY Times, comprendeva Crooklyn di Spike Lee (1994), Un giorno a New York (On the Town), di Gene Kelly e Stanley Donen (1949), New York, New York di Martin Scorsese (1977), Cercasi Susan disperatamente (Desperately Seeking Susan) di Susan Seidelman (1985) e Il banchetto di nozze (The Wedding Banquet), di Ang Lee (1993). Il 6 settembre scorso l’annuncio del film vincitore…
And the winner was… “Crooklyn”, by Spike Lee!

Quanto ai parchi della città usati a mo’ di cinema all’aperto, sono talmente tanti e talmente ovunque che non basterebbero tutti i giorni da giugno a ottobre (compresi) per passarli tutti. Dal Bronx, a Central Park, da Brooklyn a Coney Island, dal Queens a Staten Island. Le location oltre ai parchi pubblici e ai parco giochi (o parchi gioco??) includono anche rooftop di bar, rooftop di centri culturali, rooftop abbandonati e okkupati. Insomma rooftop. Oppure gli scalini antistanti alla Columbia. Oppure i Chelsea Piers. Oppure i Brooklyn Piers, con il po’ po’ della skyline di Manhattan a far da sfondo. Ogni location è buona. Ovviamente tutto gratuito. I film possono essere recentissimi oppure classici. Bianco e nero o technicolor, cartoni animati o muti. Da “Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi” a “Il conformista”. La proiezione comincia all’imbrunire, verso le 7:30 pm, e i newyorkesi arrivano, prendono il posto, stendono la coperta, aprono il cestino con i viveri — che rimanere due ore senza mettere qualcosa sotto i denti, si sa, potrebbe portare all’estinzione della specie — e si preparano alla visione.
L’esperienza a Bryant Park è particolarmente spettacolare e non solo perché allestiscono un palco vero e proprio e perché siete delimitati sul davanti dalla Sesta Avenue e dietro dalla New York Public Library, e per me già questo basterebbe-e-avanzerebbe. Ma perché hanno istallato due enormi fari sui due grattacieli davanti al parco, puntandoli sul parco, e rimangono accesi fino al momento del “play”. Nel momento in cui fanno play, i due grossi riflettori vengono spenti. L’effetto è strabiliante. Di colpo ti crolla il buio addosso, anche se il cielo ti direbbe che non è ancora propriamente sera. E ti senti dentro una sala cinematografica. Ma sei all’aperto, tra la Sesta Avenue e la New York Public Library, Times Square a due passi.

Tornando a “One Film One New York”, cosa può esserci di più elettrizzante di vedere un film su NYC in sync con tutta NYC? E’ una specie di Lez Muvi, ma senza la dittatura del Board! 🙂
E quanto alla location in cui andare a vedere il film vincitore, non c’era che l’imbarazzo della scelta. il BAM Rose Cinema a Brooklyn, il QUAD Cinema di recente riapertura nel Greenwich Village, il Nitehawk di Williamsburg o ancora il Simphony Space nell’Upper West Side. La scelta è caduta sulla Film Society del Lincoln Center, presso il Walter Reade Theater.
Per un unico motivo.
Mister Shelton Jackon “Spike” Lee in persona a introdurre il film.

La vita di ciascuno è costellata di sogni ad occhi aperti, che sono poi le gocce che vanno a riempire la bucket list di ciascuno. Nella mia, da sempre, Spike Lee. Già sapere di vivere nella sua New York, è un bell’achievement di per sé, ma certo vederlo da qualche parte…
Perché Spike Lee? Perché il suo cinema ha scritto una pagina del cinema, nero su bianco — il doppio senso non è casuale. “He got game”, “Jungle Fever”, “Clockers”, sono film visti intorno ai 20 anni, che mi hanno sventrato il cervello.
Il cervello è una fila di pareti, una dietro l’altra, tirate su a furia di modelli imposti, ambiente sociale e famigliare, pregiudizi scambiati sin dall’infanzia con la stessa foga delle figurine Panini. Poi un giorno apri un libro, vedi un film, conosci una persona e babum, giù una parte. Babum, giù un’altra.
Aria. Spazio. Big picture.
Per me, sapere che Mister Shelton Jackon “Spike” Lee in persona sarebbe stato al Walter Reade Theater alle 6 pm del 13 settembre, è stato più che sufficiente a farmi fare due cose che tendo sempre a evitare di fare: arrivare in anticipo al cine e mettermi in fila — questa mia seconda deficienza mi costerà il visto, prima o poi, lo so.
Alle 5:04 pm avevo già davanti a me una cinquantina di persone.
Ma io ero la cinquantunesima. Un biglietto è mio.

E come promesso, Mr Lee arriva. Con la sua tenuta d’ordinanza. Giubbino di jeans con una X enorme sulla schiena — e non posso non pensare al suo Malcolm, che valse a Denzel Washington l’Orso d’Argento a Berlino, ma non certo l’Oscar, Jim Crow is always alive, dopotutto — sneakers da basketballer, una quantità di stemmi e marchi ovunque, occhiali cerchiati di arancio e l’immancabile cappellino con visiera.
Sembra un teenager. Ma l’anagrafe mi ricorda che proprio quest’anno ha compiuto sessant’anni.

Una volta che gli passano il microfono si percepisce chiaramente che il pubblico è rapito dalla sua presenza. Parla subito di Crooklyn, la cui sceneggiatura fu il frutto di una scrittura collettiva con i fratelli e la sorella. È la storia della sua famiglia quando Spike era un bambino, e viveva con i genitori, i quattro fratelli e la sorella a Fort Greene, Brooklyn.
“Il quartiere è cambiato radicalmente. Ora la nostra gente, neri e portoricani, è costretta ad andarsene per via della gentrificazione”, e, aggiunge, con ironia affatto velata, “Mai vista tanta polizia in vita mia… E ora, guarda caso, le scuole si sono messe a funzionare…”.
Incalzato dal critico del NY Times che lo intervista, Spike racconta qualche aneddoto sugli zii “down South”, ovvero in Alabama. “Una volta andai giù al sud a trovarli. Portavo i capelli afro all’epoca. Non feci nemmeno in tempo ad arrivare, che mi spedirono dritto dal barbiere, un nazista di un nero che mi rapò la testa ai lati, lasciandomi, per ricordo, una cresta da punk…”.
La sala è piena, il pubblico ride, si diverte. Ma è ora del film, e Spike prima di andarsene confessa che è diretto alla location di Fort Greene — a salutare la sua gente, my folks. Al Fort Greene Park non sanno che arriverà nientepopodimeoche Shelton Jackon “Spike” Lee in carne e ossa ad augurare loro buon film. Ve l’immaginate l’accoglienza che avrà ricevuto?

Anche se mi piacerebbe parlarvi approfonditamente di “Crooklyn”, di cui consiglio la ricerca — il film è del 1994, e non so se sia stato distribuito in Italia. Ma oggi avete i potenti mezzi di Netflix a cui appoggiarvi, quindi magari lo recuperate. Oppure, se non lo trovate, guardatevi “Bamboozeled”, ma non “Miracolo a Sant’Anna”… anche a Spike capitano le cantonate 😉
Non vi parlo di “Crooklyn” perché giovedì nelle sale newyorkesi è uscito “Mother!”, l’ultimo di Darren Aronofsky. Quello de “Il cigno nero” e “The Wrestler”, per intenderci. Avevo sentito dire che alla Mostra del Cine di Venezia i critici l’avevano fischiato pesantemente alla proiezione per la stampa. Questo non fa che aumentare l’urgenza di vederlo. E sono contenta di averlo fatto: io sono uscita dal Village East Cinema con un livello di adrenalina nel sangue che temo di essere stata fluorescente per tutto il tragitto dal Lower East Side ad Harlem.
Chiariamo subito un paio di punti. E’ un film per pochi. E’ un’allegoria distopica. Quindi non vi aspettate storia lineare, realismo, trama 1+1. Mollate gli ormeggi e lasciatevi andare in questo viaggio per acque scure e sempre più scure fino ad arrivare nella tenebra più profonda, e forse, forse, in fondo, vedere un po’ di luce….nera… So che tutto questo suona apocalittico. Ma “Madre!” ospita una specie di Apocalissi, e in più, già dal titolo — e anche dalla locandina — si capisce subito che il film è attraversato da interferenze bibliche più o meno esplicite.

Una splendida casa in mezzo a un campo di grano non ben precisato. Potrebbe essere l’Arkansas come la Toscana. Lui uno scrittore che ha perso l’ispirazione e lei, moglie devota che lo accudisce e riverisce mentre, nel frattempo, si occupa di ristrutturare la casa — i due non hanno nome, quindi per comodità li chiamerò Jennifer (Lawrence) e Javier (Bardem).
Tutto apparentemente benissimo finché una sera bussa alla porta un individuo che chiede ospitalità. Un presunto ammiratore della poesia di Javier. Di lì a poche ore, lo raggiunge anche la moglie. E tutto, tutto quanto comincia inesorabilmente a crollare.
L’inizio è gemello omozigote dell’inizio di “Funny Games” di Haneke, in cui due ragazzi all’apparenza per bene bussano alla porta di una famiglia veramente per bene e gliene combinano di tutti i colori dell’arcobaleno — film nella mia top ten personale in assoluto.
In “Mother!”, l’invasione della casa da parte di questa coppia, porta alla corruzione dell’equilibrio tra i due protagonisti, di cui tuttavia ne subirà le conseguenze lei, Jennifer, che nel frattempo fa anche delle scoperte inquietanti relative all’amata abitazione da lei definita “il paradiso”.
La strana coppia viene raggiunta dai figli, che, per motivi d’eredità, finiscono in una zuffa furibonda.
Cosa vi ricorda una coppia di genitori che s’introducono in un paradiso e hanno due figli maschi? Due fratelli di cui uno ammazzerà l’altro?
Too easy, dudes. Please help me welcome the Biblicals, Adamo, Eva, Caino e Abele…
Passato tutto questo scompiglio, l’ordine sembra ristabilirsi. Jennifer rimane incinta, Javier ritrova l’ispirazione e compone l’opera d’arte delle opere d’arti. Il parto di lei, tuttavia, coincide con il momento di massimo successo di lui. E qui davvero, Moviers, comincia l’inizio della fine…

“Mother!” dipinge con tinte rosso sangue e nero pece — tenete a mente queste tinte per la primissima scena — la deriva verso cui il mondo di oggi sta andando. La smania di apparire a tutti i costi, di essere riconosciuti, idolatrati che porta all’ipervisibilità attraverso i social e i media, si traduce, per Javier, nella sete di fama che ottiene come poeta. Un poeta-messia che porta il verbo (=la verità) al popolo e che il popolo venera alla stregua di un Dio. Il passo è talmente breve che dall’ammirazione si passa all’esaltazione, e dall’esaltazione al fanatismo, e nel giro di poche scene ci troviamo in un vero e proprio scenario babelico-terroristico. E tutto questo dentro la casa — capite ora l’accoppiata allegoria-distopia.
Parallelamente a questo filone della necessità della società di costruirsi sempre e nuovi idoli, prima da adorare e poi da distruggere, corre anche la riflessione su come funziona la creatività. Javier sembrerebbe creare facendosi ispirare dalle storie che gli arrivano in casa, ovvero prendendo spunto dalla vita, dal mondo. Ma solo alla fine capiamo dove prende la vera ispirazione. La “estrae” dal cuore delle persone — dico proprio in senso letterale… L’artista, ci dice Aronofsky, è colui che ruba l’anima agli esseri umani — quanto di più puro e cristallino e prezioso ci sia in loro — e lo rinchiude nella sua casa. E ogni nuova storia, è come se tutto ricominciasse da capo — dico proprio in senso letterale…

“Mother!” si presta anche a un’altra lettura, forse più cosmogonica, planetaria, eco(il)logica. La casa della coppia è come il pianeta terra che viene invaso in continuazione dall’avidità, dalla prepotenza e dal menefreghismo degli esseri umani, che se ne infischiano della sua salvaguardia, un po’ come tutte le persone che invadono la casa della coppia, e la devastano. Jennifer, la sintesi perfetta del triangolo mariano madre-madrenatura-madonna, cerca di accoglierle e sopportarle, prendendosi cura di loro e mettendo pezze ai guai che combinano, ma a un certo punto, quando le toccano il figlio, scoppia. Diventa una furia devastatrice pronta a incenerire tutto.
Javier, dal canto suo, incarna la sintesi altrettanto perfetta del poeta-messia a cui aggiungiamo il terzo polo: Dio. Un Dio despota e concentrato su stesso, incurante della compagna e disposto a sacrificare il figlio pur di innalzare la sua gloria.
Il linguaggio che Aronosfky ha scelto per raccontarci questo Vecchio Testamento dei giorni nostri riprende le atmosfere verosimili ma distorte de “Il cigno nero”, in cui la realtà, così come siamo abituati a vederla, salta, e una nuova realtà, deformata, prende il suo posto, e ce ne mostra il lato mostruoso.
Lo stesso dicasi per “Mother!”, dove l’abominio più grande — la morte di un figlio — è generato dalle mani del padre.
Ora forse è più chiaro il motivo per cui il film riesce ostico. Chi è disposto a sopportare una lettura così spietata del mondo contemporaneo, della religione, dell’uomo narciso e della donna asservita? Chi non s’infastidisce davanti a scene che svelano un’epica su cui sappiamo benissimo essere imperniato il mondo moderno?
Personalmente, posso considerare la lettura di Aronofsky un tantino troppo apocalittica — ma solo perché sono nel periodo polyanna, in cui i cerbiatti trotterellano nei prati di Central Park e gli uccellini intonano “Amazing grace” quando esco di casa. 🙂 Ma a guardare i fatti, la prospettiva verso cui Aronofsky guarda allo stato delle cose va considerata e mostrata. Così come va apprezzato il suo indubbio talento nel trasferire questa prospettiva in un racconto allegorico più o meno comprensibile/accettabile — la più/meno comprensibilità/accettabilità è legata alla disponibilità del singolo spettatore. Alla sua volontà, anche, di infilare al testa dentro un buco nero e lasciarcela per un paio d’ore.
L’idea della casa verso la quale tutti mancano di rispetto, ma anche della casa-oceano che inghiotte tutto, digerisce, e poi risputa in forme atroci tutta la spazzatura assorbita, dovrebbe farci riflettere in maniera seria su quello che stiamo facendo, e non scagliarci contro “le esagerazioni di Aronofsky”…
Io confido molto in voi, Fellows, sappiatelo. E mi auguro che quando il film uscirà in Italia, vi armiate di buona volontà e andiate a vederlo.
Essere fluorescenti richiede un po’ di lavoro, dopotutto.

Prima di lasciarvi, un’altra goccia nella mia bucket list.
Domani.
Carnegie Hall.
E il mondo si fermò e sorrise.
🙂

Anche per stasera è tutto, my Moviers.
Frunyc al solito posto, ringraziamenti totalizzanti, e saluti, stasera, ferocemente cinematografici.

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