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LET’S MOVIE 412 from NYC – commenta “NON-FICTION” (“Il gioco delle coppie”) di Olivier Assayas

LET’S MOVIE 412 from NYC – commenta “NON-FICTION” (“Il gioco delle coppie”) di Olivier Assayas

Mark, Moviers,

ma come ho fatto a non saperlo, per quasi tre anni, da quando sono qui?? Quasi tre anni passati ignorando, nella più bifolca ignoranza, che Samuel Langhorne Clemens, altrimenti noto come Mark Twain, visse un anno della sua preziosa vita al numero 14 della Decima Strada, in pieno Greenwich Village?
Non stiamo parlando del primo scribacchino che passa, eh. Un tale di nome William Faulkner, che sulla mensola del caminetto, fra i vari premi, teneva la targa del Nobel, sosteneva che Mark Twain fosse “il primo scrittore americano”. Un altro tale, anche lui con la targa del Nobel sopra il caminetto e sotto un fucile, accanto alla bottiglia di brandy, di Mark e del suo capolavoro successivo a “Le avventure di Tom Sawyer” diceva: “Tutta la letteratura americana moderna discende da un libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn”.

L’isolato della Decima Strada tra la Sesta e la Quinta Avenue — siamo a due passi da Washington Square Park — è pieno di storia della letteratura. Anche quello ignoravo. Scopro tutto giovedì, uno di quei giorni in cui ti senti particolarmente benedetto a vivere a New York. Ma nello stesso tempo maledetto.
Giovedì c’erano quattro eventi imperdibili, tutti oscenamente accavallati l’uno sull’altro dalle 6 pm alle 9 pm. Una conferenza sulla scrittrice Louise DeSalvo al Calandra Institute. L’inizio di “In scena!”, un festival teatrale che porta il teatro italiano a New York, la proiezione di “New Rose Hotel” al MoMA, alla presenza del regista Abel Ferrara e dell’amatissimo attore Willem Defoe. Un reading con due mostri sacri della letteratura contemporane, Edmund White e Colm Toibin, alla Creative Writers House dell’NYU.
Tutto questo, ci tengo a precisarlo, gratis. Giusto per ricordare che New York ha un animo filantropo che convive in maniera straordinariamente easy con il suo coté capitalista.

Benedetti e maledetti, quindi. Una cuccagna, un mare di cultura e fun in cui tuffarsi e da cui riemergere con quella sensazione d’ebbrezza che solo l’apprendimento di qualcosa di nuovo t’infonde. Ma al contempo una sciagura. La scelta dell’uno che elimina tutti gli altri. Darwinismo allo stato puro. Non hai scelta: devi scegliere.
In queste situazioni, io cerco di resistere all’appeal di un grosso nome — Abel Ferrara in conversazione con Willem Defoe, per esempio — e di affidarmi piuttosto al sesto senso. Scarto a malincuore tutte le opzioni e rimango con il reading dei mostri sacri. Per i mostri sacri, certo. Ma anche perché, mentre controllo su Googlemaps il luogo preciso da raggiungere, il numero 58 sulla Decima Strada, vedo che, a poche decine di passi da lì, al numero 14, c’è la Mark Twain’s house.
Holy moly! La casa di Mark Twain??

Una volta fatta questa scoperta, le altre opzioni in agenda sono state spazzate vie.
Ho capito che se scopro qualcosa di sensazionale — la casa dove abitò Mark Twain è indubbiamente una scoperta sensazionale — devo correre quanto prima sul campo. Non posso rimandare. Data la sua infinitezza, New York vieta il lusso della procrastinazione. Se devi visitare un posto ma ti dici che lo visiterai un’altra volta perché qualcos’altro si è frapposto tra te e lui, quel sito lì finirà nell’oblio. Sommerso prima da quell’unico qualcos’altro, e poi da una quantità innumerevoli di altri, che lo seppelliranno nel cimitero del Nonfatto.
Allora, visto che la casa di Mark Twain non può finire tra le tombe del Nonfatto, decido per i mostri sacri, e scarto tutto il resto. Il MoMA non se la prenderà: ho prenotato, il giorno seguente, un posto in prima fila per “Pasolini”, il film di Abel Ferrara con Willem Defoe. Alla presenza, sempre, dei due. 🙂

Mi avvio verso la mia destinazione con un po’ di anticipo. Così posso gironzolare in zona Casa Twain con calma, prima di andare dai mostri sacri.
La zona è molto molto bella. È la New York che amiamo. Le brownstones, le porte ad arco spesse ed eleganti, nere notte, rosso carminio o verde scuro. Signorili e senza scrostature. Quei sette-otto scalini che portano al loro cospetto, che si chiamano con l’intraducibile stoop.
Le finestre dietro cui immagino musica concettuale, candele, libri, uno scialle in cashmere sopra un paio di spalle sotto una testa che legge libri ascoltando note incomprensibili ai più.
Gli alberi sono verdissimi. Più verde del verde. Forse per via di una strana luce che si cela dietro alle nuvole. E i mattoni arancionissimi. Più arancio dell’arancio. E anche questo, forse, sempre per via di quella strana luce. Il cielo è coperto, quindi questa vividezza non trova una spiegazione fotocredibile. Ma accetto di buon grado l’effetto prodotto. È come passeggiare dentro un disegno appena colorato da un bambino con dei pennarelli nuovissimi.

Prima di raggiungere il numero 14, mi fermo davanti al numero 18. Lì, sul muro di un’elegante casa che, fosse a Londra, sarebbe in tutto e per tutto Vittoriana, spicca un tondo di ceramica azzurra. M’informa che Emma Lazarus (1849-1887) visse lì. “Poeta, saggista, e filantropa”. Sotto, alcuni versi del suo sonetto più famoso…

Give me your tired, your poor,
Your huddled masses yearning to breathe free,
The wretched refuse of your teeming shore.
Send these, the homeless, tempest-tost to me,
I lift my lamp beside the golden door!

Questi versi sono incisi sul piedistallo della Statua della Libertà.
Ecco perché il sonetto è famoso. Lady Liberty non è una testimonial da poco.

Dopo aver presentato gli omaggi a Emma, proseguo il mio cammino. Fatico a mantenere un passo tranquillo,
che non dia nell’occhio. Fosse per me, correrei. E non solo perché lì dentro ha abitato un genio, ma anche per dell’altro che, se un poco pazientate, presto scoprirete. Tuttavia mi trattengo, m’impongo di fare la flaneuse che da sempre aspiro a essere, e mai sarò.

Arrivo davanti a Casa Twain. La maggior parte dei comuni mortali farebbe un sorrisetto, scatterebbe un selfie, e andrebbe avanti per la sua strada. Io, che mortale lo sono di certo, ma comune non so di preciso, mi piazzo lì, con un’espressione beata, e naturalmente beota. Anch’io scatto delle foto, ma certo non includono me. L’obiettivo è tutto per il luogo, e quello che contiene. La casa. Bella. Quattro piani, finestre, un uscio interrato, inferiore al livello stradale. E poi la targa.

“In this house once lived Mark Twain (Samuel Langehorne Clemens), author of this beloved American classic The Adventures of Tom Sawyer.”

La vaghezza della targa dice molto più di quello che non dice, stimolando una serie di interrogativi da Simenon.
Perché il testo è così vago? Perché glissa sul fatto che Mark ci abitò solo un anno? Perché non nomina quell’anno, fra il 1900 e il 1901, che avrebbe permesso una miglior contestualizzazione dell’edificio e del rapporto dello scrittore con esso?
Forse con “once lived/un tempo visse”, si mirava a ricreare uno stile letterario e ricalcare — per tribuatare — la natura letteraria dell’illustre inquilino?
La targa, inoltre, non riporta il secondo nome della casa.
The House of Death.

Ebbene sì.
Questa casa, che include i numeri civici 14 e il 16 della Decima Strada, è stata ribattezzata così perché, sin dal momento in cui fu eretta, negli anni ’50 dell’800, ha registrato qualcosa come ventidue decessi. In circostanze misteriose o macabre.

Il New York Post vi ha dedicato un bell’articolo, nel 2012, che ho letto in metropolitana nel tragitto che mi porta sul posto.
A quanto pare, alcuni residenti, negli anni, hanno raccontato di aver visto lo spettro di Mark Twain, vestito di bianco, aggirarsi al primo piano. Nello specifico, negli anni ’30, una madre e una figlia sostennero di aver visto lo scrittore in forma di fantasma, seduto accanto alla finestra. Stando alla loro testimonianza, lo spettro avrebbe detto: “My name is Clemens and I has a problem here I gotta settle”, per poi svanire.

Se avete un po’ di dimestichezza con l’inglese, sapete che “has” dovrebbe essere “have”, e che “gotta” è molto gergale.
Chi ha letto “Le avventure di Tom Sawyer” e “di Huckleberry Finn”, sa benissimo che una delle peculiarità dei due romanzi è l’uso di un linguaggio colloquiale, parlato, molto vivace, preso direttamente dalla strada. Questo, fra gli altri, fu uno dei tratti che marcò il carattere rivoluzionario dei due romanzi. Uno scrittore che scriveva come si parlava. Non era mai successo prima.
Questo, è anche uno dei motivi che rendono la lettura dei due romanzi così spassosa.
Quando ho letto le parole del presunto spettro di Twain, ho sorriso, molto compiaciuta: parla esattamente come Tom o Huck parlerebbero.

Spettro di Twain a parte, sempre negli anni ’30, una coppia, Jan Martell e marito, affittarono l’ultimo piano della casa, un tempo quartiere della servitù.
Da subito cominciarono ad avvertire delle presenze, unite a passi sulle scale, fruscii sul collo, ondate di odore di marcio, mobili spostati anche se nessuno dei due li spostava. La coppia fece ispezionare la casa da un esperto di fenomeni paranormali, che avvertì qualcosa di funereo sotto le assi del pavimento, la presenza di una donna vestita di bianco, di un bambina con gli occhi azzurri e di un gatto grigio. 
Siccome queste presenze non accennavano ad andarsene, fu la coppia a farlo. A malincuore, immagino, era pur sempre il Greenwich Village — oggi come oggi, potresti tranquillamente condividere la casa con il fantasma di Jack Torrence, pur di vivere in quella strada…
Jan, però, scrisse un libro su quell’esperienza — “Spindrift”.

Il New York Post riporta anche le parole di un certo Dennis, un inquilino che vive — o perlomeno viveva — al numero 16, quando l’articolo fu scritto, nel 2012. Dennis ha preferito tacere il proprio cognome: troppo l’imbarazzo di raccontare storie di fantasmi nel terzo millennio.
Questo Dennis, musicista e appassionato di fotografia, dice di aver visto spesso, con la coda dell’occhio, strane figure di donne muoversi fra le stanze di casa. Una sera, mentre fotografava una ballerina nel suo soggiorno, la ballerina vide una donna vestita di bianco, seguita da un gatto, entrare nella stanza, e se la diede a gambe levate.
Dennis dice di aver trovato una copia di “Spindrift” per caso, da Strand. Dice di credere al resoconto sulla casa infestata che Jan fece nel testo. Ma dice anche di aver dovuto ricomprare il libro una decina di volte: non si spiegava bene come, ma il libro continuava a sparire…

Il paranormale finisce dove il macabro comincia.
Al numero 14, proprio nella fetta di casa di Mark Twain, l’inquilino Joel Steiberg, nel 1986, picchiò a morte la figlia adottiva di sei anni, ridusse in fin di vita il figlio di due anni, e la moglie. Quando la polizia arrivò, trovò una scena da film dell’orrore. La bambina morta in bagno, accanto alla moglie intontita, e il bambino con una corda attorno alla vita, legato al box, in un mare di sudicume.
Joel faceva l’avvocato. Come secondo lavoro, sniffava coca.
Dall’esterno, sembravano la famiglia perfetta.
Joel ha scontato sedici anni di galera.
Ora si dice viva ad Harlem.

Il nome “House of Death” non è proprio proprio fuori luogo, quindi.
Ma meglio non scriverlo sulla targa.

In realtà, tutto l’isolato è un po’ infestato.
Oltre al fantasma di Twain, si dice che quello di Emma Lazarus, la poeta del sonnetto per Lady Liberty, si aggiri intorno a casa sua.
Inoltre al numero 17 visse, poco prima di morire, nientepopodimenoche Edgar Allan Poe, che sul soprannaturale e l’occulto ci ha costruito una carriera letteraria. Mentre abitava lì, presso un amico dottore, corteggiò la di lui sorella tanto da chiederla in moglie. Lei — pazza!— rifiutò la proposta di matrimonio.
Un minuto di silenzio per il cuore rotto di Edgar Allan.
Non ci fossero le date a smentirmi, sosterrei che Edgar scrisse “Il cuore rivelatore” dopo aver visto il suo ridotto in frantumi.
Che il suo spettro si aggiri nei dintorni, è più o meno una bufala.
Tuttavia, resta il fatto che questo isolato sulla Decima Strada, fra la Quinta e la Sesta, ospiti una carica letteraria e un viavai ectoplasmatico notevoli.
Mi piace credere che il fascino di queste storie tocchi tutti, empiristi convinti e votati ai logaritmi, oppure possibilisti, disposti ad aprire la porta verso l’inspiegabile.

Io credo nell’esistenza di Tom Sawyer e Huck Finn. Credo in Madame Bovary, Raskolnikov e Humbert Humbert. Credo, insomma, nella religione della letteratura, che crea ciò che non è.
Credo, anche, ai racconti che avvolgono le brownstone in quell’isolato.
Che poi i fatti siano veri o presunti, che gli spettri popolino stanze e scale, non importa molto.

Dopo il tuffo nell’occulto, riemergo al talk dei mostri sacri. Si tratta del lancio di un’antologia di saggi sull’opera di Edmund White, presente anche lui all’incontro.
Ogni saggista legge parte del suo saggio. E alla fine Edmund legge qualche passaggio dal suo libro meno amato, “Charcoal”.
Romanziere, critico letterario, saggista, professore a Princeton, White è considerato il maggiore scrittore gay americano.
Tutti i saggisti che hanno contribuito alla raccolta sono gay.
L’editore è gay. Il pubblico in sala, al 99,99 è gay — lo 0,1% rimanente sono io.
Il mio corpo è lì, nella sala, ascolta saggi personali grondanti esperienze personali e tributi sperticati al mostro sacro.
La mia testa è là fuori, piazzata davanti al numero 14, e strizza l’occhio a una figura di bianco vestita.

Questa settimana sono stata al Walter Reade Theater a vedere “Non-fiction” di Olivier Assayas, che sarà tradotto in italiano con “Il gioco delle coppie”.
Assayas è il regista di “Sils Maria” e di “Personal Shopper” — il primo disdegnato quanto il secondo apprezzato.

Presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, e al Sundance, “Non-fiction” è una commedia satirica, molto parlata, molto francese, molto cerebrale, molto raffinata, molto alto-borghese, molto franco-intelligentia che inscena un upgrade del gioco delle coppie dove le coppie sono lì per portare sul tavolo le loro defaillances ma soprattutto, questioni con cui la contemporaneità si ritrova a confrontarsi.

Alain — una bellezza che di così poderose non se ne vedevano da anni (Gauillame Canet, segnatevelo) — fa l’editore in una prestigiosa casa editrice — fate conto Adelphi — ed è sposato con Selena — la sempre poderosamente bella e brava Juliette Binoche — attrice fra teatro e serie tv, più serie tv recentemente.
Coppia solida, con reciproche corna.
Uno degli autori pubblicati da Alain è Leonard, uno scrittore scarruffato e assai buffo, che traduce in letteratura le sue avventure clandestine con donne famose — tutte per altro riconoscibili nei suoi scritti — mentre la compagna Valerie, assistente di un politico, fa un po’ spallucce e si affida al comandamento dei traditi: don’t ask, don’t tell.
Questi personaggi hanno tutti una doppia vita: Leonard ha una relazione con Selena, Alain ha una relazione con Laure, giovane imprenditrice nel campo dei nuovi media che ha il ruolo di digitalizzare la casa editrice in cui lavora Alain.

Nelle immancabili cene che popolano le commedie francesi — come loro nessuno mai — e anche “Non-fiction”, questa sofisticata borghesia parigina si ritrova a dibattere — senza venirne a capo, ovviamente — sulle grandi questioni che gravano sulle nostre spalle, nello specifico, la relazione fra supporti tecnologici (tablet, smartphone, e-book) e prodotti tradizionali (il libro cartaceo, la carta stampata), fra la comunicazione ragionata e i 140 caratteri di un twit. Un fiume di domande scorre fra le mani di questi parigini. Qual è il futuro del libro, in una Francia in cui si legge sempre meno? L’e-book è davvero la soluzione? Dati recenti, nota il film, direbbero di no. Molto meglio l’audiolibro — ve l’avevo detto io! Ma che fine farà l’editoria? Soprattutto, in un’era in cui tutto verrà digitalizzato e reso alla portata di un click, che fine farà il diritto d’autore, e non solo per quanto riguarda i libri, ma anche i film, la musica? Scrivere un blog equivale a scrivere un articolo in un giornale? L’impegno è lo stesso? La lingua la stessa?

Assayas fa sviscerare ai personaggi questi argomenti, e molti altri, in un fuoco di fila di discorsi, contro-discorsi, cene a casa, pranzi al ristorante, caffè al bar, grigliate al mare. Ogni occasione è buona per innescare lo scambio dialettico. Il regista si diverte un mondo — e lo vediamo! — a prendere in giro questi suoi personaggi, che siamo senz’altro anche noi.
Per farci capire quanto ridicolo sia il chiacchiericcio, il nostro sbrodolarci addosso con ogni modo e mezzo, soprattuto telematico, cita “Luci d’inverno” di Bergman — conoscete? Un prete che ha perso la fede predica in una chiesa vuota: il problema, però, non sta nella la chiesa vuota, né tantomeno nel prete. Sta nel credere… E cita anche “Il Gattopardo” di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Insomma, sembra dirci il regista, anche se a sentire i nerd di tutto il mondo pare che stiamo vivendo una rivoluzione copernicana mai vista, non sta succedendo tutto sto granché. Non sta capitando nulla di veramente nuovo, né in quest’epoca che riteniamo tanto rutilante, né nelle vite dei personaggi. Certo, nelle loro dinamiche di coppia, ci sono passi indietro, separazioni e ricollocamenti, ma nessuna vera rottura.

È una festa dialettica, “Non-fiction”. Un gioco di rifrazioni. Leonard fa della verità finzione, e la finzione è perfettamente riconoscibile — come riconoscibili sono le persone a cui si ispira per i suoi personaggi. Un po’ come succede oggi con i social network, Instagram, facebook: vetrine in cui postiamo un’immagine di noi che nella maggior parte dei casi non corrisponde al vero di ciò che siamo noi. Eppure continuiamo con i like, anche se sappiamo benissimo che ciò che stiamo laikando, è frutto di un photoshop, oppure l’ennesimo retwitting di un twit originario partito chissà dove.
La parlantina che tanto piace al regista, non fa che riprodurre la logorrea con cui vomitiamo noi stessi addosso agli altri attraverso i tanti canali che internet e il 2.0 ci propongono.

Un film intelligente, per palati sottili, pieno di battute, situazioni e gag buffissime che ingaggia il cervello e fa bene allo spirito. Certo, con “Non-fiction” non dovete andare al cinema sperando di staccare la mente. La mente vi andrà, piuttosto, in fiamme.
Approved!

E anche per oggi è tutto, my Moviers.
Frunyc IV aggiornato, ringraziamenti di cuore, e saluti, occultamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 395 da NYC commenta “VOX LUX” di Brady Corbet

LET’S MOVIE 395 da NYC commenta “VOX LUX” di Brady Corbet

Miraccomando Moviers,

don’t get me wrong. Non tradirei mai il cinema con il treatro.
Per quanto io lo ami, il teatro, e rimanga affascinata dal potere di un posto che, per una novantina di minuti, diventa altro. Un’altra epoca, un altro stato, un’altra storia. E con un limitatissimo numero di oggetti scenici — che qui si chiamano “props”. Il teatro è l’arte dell’arrangiarsi con poco, da sempre. Non ha bisogno di grandi scenografie ed effetti speciali. L’aveva intuito Grotowski con il suo Teatro Povero. Un palco ridotto al minimo indispensabile. Due sedie, un tavolo. That’s it.

Il cinema è tutt’altra esperienza. La freccia più appuntita al suo arco è la replicabilità. La durabilità, anche. Oggi vediamo film del 1899. E li vedranno anche nel 2080. Infinite volte. Di contro, il teatro è unico e irripetibile. Muore nel momento in cui nasce. Se non sei presente, non puoi goderlo. Passa. E in questo, sembra mantenere in sé la dinamica dei mystery plays, del teatro di strada, quando le compagnie erano un carro che si spostava di città in città per portare in giro l’arte. Toccando una sera un posto, una sera un altro, e le persone che decidevano di trasformarsi in spettatori.
Vedere in televisione una pièce teatrale non funziona. Si svende la magia. È come leggere il quaderno degli appunti di Houdini.

Anche l’aspetto finanziario diversifica i due. Molto spesso il teatro è meno accessibile. Questa è una tendenza che sta cambiando, e sempre più spesso ci sono produzioni a portata di portafoglio. Eppure, fra i 15 dollari di un biglietto per il cinema, e i 35-45 per un biglietto di uno spettacolo Off-Broadway, ci sono quei dollari di differenza che incidono. Non parliamo poi delle grandi produzioni di Broadway, dove i biglietti arrivano a costare 5000 dollari: il caso del 2017 è stato senz’altro il musical “Hamilton”: sold-out per tutte le date dello spettacolo, biglietti introvabili e, come ho detto, a tre zeri. Tuttavia, va detto. Ai newyorkesi il teatro piace moltissimo, e magari risparmiano su qualche capo di abbigliamento — sicuramente risparmiano su qualche capo di abbigliamento — ma sul teatro no, indulgono. Per questo il polo del Theater District esiste e continua a esistere, nonostante la crisi e tutto.

Tornando ai due giganti, cinema e teatro, dovessi per qualche ragione scegliere, sceglierei il cinema.
Love of my life.
Ma abitando a New York, fingere che Broadway non esista, sarebbe davvero imperdonabile da parte mia. Broadway esiste eccome. Con il suo rettangolo di teatri, il Theater District, nella zona intorno a Times Square. Ce ne sono circa quaranta, e sicuramente avrete sentito nominare l’Ambassador, l’Imperial, il Marquis, il Regal, il New Victory. E Off-Braodway esiste, con i suoi teatri grandi e minuscoli sparpagliati in tutti i cinque boroughs di New York.
Ma ho imparato che il teatro Off-Braodway, ovvero quella miriade di produzioni sperimentali anti-mainstream, ha conquistato anche il Theater District. Sulla Nona Avenue e, ovviamente la 42esima, l’arteria su cui è spaparanzata Times Square, sorgono due strutture teatrali che ospitano produzioni Off-Broadway. Sono il Pershing Square Signature Center, un edificio moderno che contiene al suo interno quattro teatri. E il Theater Row, pochi passi prima, un altro polo con dentro altri teatri.
Insomma, a New York trovate teatrini che non sai nemmeno come facciano a sopravvivere — un piccolo sopravvissuto in cui andare è il Brick Theater, al 549 di Metropolitan Avenue, a Brooklyn. Oppure i teatri si clusterizzano. Se condividono la stessa pasta sperimentale, convergono e condividono in spazi comuni. L’unione fa la forza anche nel logistico drammaturgico.

Complice Peter, un amico giornalista con un piede nella scena teatrale, e complice Il Nordic Stage 2, il Festival del Nuovo Teatro Scandinavo, i miei ultimi dieci giorni, ho piantato le tende nel campo del teatro Off-Broadway nel cuore del Theater District.

Due parole sulla zona. Il Theater District è accanto a Hell’s Kitchen. Devo ancora capire se, in qualche punto si sovrappongono oppure se sono divisi da un confine netto — più la prima, penso.
Hell’s Kitchen è il ritratto della New York che qui si dice seedy. Malfamata, sordida, trasandata. Le luci di plastica sono troppo simili a quelle di Las Vegas per non ricordarla. I bar sono troppo pieni di dispiaceri affogati in una birra per ignorarli. La sensazione è quella di camminare in un paese dei balocchi dopo i balocchi, squallido e fatiscente, dall’alto contenuto cinematografico.
Anche se Hell’s Kitchen non è fra i miei quartieri preferiti di New York, quando ci cammino, e magari mi spingo fino al West End — che non è una zona, come a Londra, ma è la strada più a ovest della città: se non vi fermate e proseguite, vi trovate dritti nell’Hudson — quando mi capita di camminarci, Times Square alle spalle, l’illuminazione a giorno anche se è notte fonda, i turisti mescolati ai disperati, gli homeless intorno al Port Authority Bus Terminal, penso sempre che quel quartiere sia rimasto intatto, che il tempo, con il suo passare, non l’abbia nemmeno sfiorato. Certo, fuori da Madame Tussauds campeggia la statua di Morgan Freeman — New York City baluardo del racially correct — e il New York Times, a due isolati, sforna inchieste dal suo bel building by Renzo Piano. Ma l’atmosfera rimane la stessa degli anni che furono: traffichini dalle idee multimilionarie, il lastrico sfiorato tutto il tempo.
O così mi piace pensare.

Peter mi parla dell’Houghton Festival Reading organizzato dalla Julliard School.
Funziona così. La Julliard School, una delle accademie più prestigiose in cui, se avete tanti soldi e/o tanto tantissimo talento, vi potete formare nell’arte della danza, della musica e del teatro, organizza ogni anno questo evento in cui dà la possibilità agli studenti di drammaturgia dell’ultimo anno di presentare una pièce che hanno scritto.
Tipo il saggio di fine anno, ho minimizzato io, in tutto il mio pressapochismo mentale.
Peter mi spiega che gli studenti di drammaturgia della Julliard di solito sono alla seconda o terza laurea — di solito dopo Yale e Columbia — e sono dei professionisti fatti e finiti. Sono molto giovani — possono non superare la trentina — ma hanno un curriculum di otto pagine.
Hanno bisogno di tre lauree perché sfondare nel teatro a New York è un’impresa quasi bellica, proprio per la quantità di talento che si concentra in città, e per le innumerevoli coppie di gomiti che sgomitano per conquistarsi un palco, Broadway, Off-Broadway. Wherever. Purché un palco.
La formazione è essenziale. Se ti formi in quei tre atenei hai qualche speranza, altrimenti, bye-bye my love, tornatene in Wisconsin.

Ho avuto la riprova che le parole di Peter non erano solo parole parole parole.
Assistiamo a un reading, non a una vera rappresentazione teatrale.
Gli attori hanno il copione su un leggìo, non sanno ancora le battute a memoria. Questo perché quella è la fase in cui i registi mostrano l’opera a dei potenziali produttori. Se poi trovano il produttore interessato che rimane colpito dalla pièce e decide di investirci, lo spettacolo si fa. Altrimenti non si fa. È una specie di prova pilota per addetti ai lavori.
Un reading, una lettura… Sarà come una bruttacopia della performance vera e propria.
Il mio pressapochismo mentale colpisce ancora. Ho sottovalutato il talento.
Gli attori, giovanissimi, pregiati dalla presenza di Debra Monk, un’attrice di teatro che apprendo essere molto conosciuta in città, trasformano una semplice lettura in una vera e propria esperienza teatrale. Dopo venti secondi scordi i leggii e i copioni. In venti secondi sei già catapultato in “Nicole Clark Is Having a Baby”, una pièce scritta divinamente da Morgan Gould.

Una giovane donna obesa, incinta, innamorata del proprio compagno di colore, ha un rapporto conflittuale con la madre, un’egocentrata attrice di teatro, ex obesa.
Questa, in due righe, la trama. I dialoghi, un fuoco d’artificio di comicità e tristezza.
Io non m’intendo molto di recitazione teatrale, ma per me, tutti gli attori sono da Premio Strehler.
Finito lo spettacolo, Peter, che la sa lunga in fatto di teatro, mi dice. “Fra un anno ne leggeremo sul New York Times”.
Io: “Un anno??”
Lui: “Di solito ci vuole un anno per metter su uno spettacolo”.
Io: “Un anno è tantissimo!”
E in quell’istante visualizzo tutte le maestranza che devono essere mobilitate, i produttori da trovare, il teatro da accaparrarsi, le scene e le luci da disegnare, la pubblicità da approntare.
E un anno è sembrato pochissimo.

Concordo con Peter. La pièce piacerà all’audience newyorkese, o ai produttori che intenderanno produrla. La drammaturga ha dato prova di furbizia, spuntando dalla lista gli ingredienti caldi su cui la democratica e progressista New York è molto probabile che voglia interrogarsi: una donna obesa (sicura vittima di body-shaming) affermata nel lavoro (empowered woman) con un compagno di colore (multi-ethnicity) in conflitto con un genitore (parenthal issues), ovvero la madre (archetipica rivalità madre-figlia) lei stessa ex obesa (disturbi alimentari).
Non so bene come funzioni con il teatro. Se il prodotto si confeziona a tavolino, in maniera logica e ragionata, come mi è parso in questo caso. Tuttavia il risultato è godibilissimo.
Mi riservo il diritto di pensarci ancora.

In questo weekend poi, si è svolto il Nordic Stage 2, che porta in città, da dieci anni a questa parte, il meglio delle produzioni teatrali non mainstream provenienti da Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca. Siccome io sono un’estimatrice di Bergman, Strindberg e, con le dovute riserve, dell’IKEA, ho pensato che fosse un’occasione imperdibile.
Anche in questo caso si tratta di performance “by the book”, ovvero con il copione. In più, offrono anche una tavola rotonda e dei talkback alla fine degli spettacoli in cui conversare con il drammaturgo e gli autori.
Io sono in prima fila.

Dei tre spettacoli che ho visto, uno mi ha davvero intrigato. “Goliath”. La rivisitazione del mito di Davide e Golia, dove i due ragazzi sono fratelli, la madre ha sempre ricoperto di attenzioni Davide, e Golia ha covato del rancore. Golia si vendica nel modo estremo, e nel modo estremo la madre cercherà di vendicare Davide. Una madre che ha cinquant’anni e che è incinta di una figlia, Annette. Ideona del regista: far prendere vita ad Annette e metterla sul palco, come se fosse già nata, anche se la madre ha ancora evidentemente il pancione.
Ecco, solo i paesi nordici possono riscrivere dei miti biblici. Sarà forse la lontananza dal cuore del cattolicesimo che batte in Vaticano. I mediterranei fanno fatica a riscrivere ciò che è chiuso nel mausoleo della cristianità. Non parliamo poi di una madre che cerca di ammazzare un figlio — il tabù dei tabù.

Prima di passare al film, vi rubo un momento per cantare “Happy Birthday” a Let’s Movie. 🙂
Il 9 dicembre 2009, ho mandato la prima mail a uno sparuto gruppo di cinefili trentini, che hanno creduto subito a questa follia travestita da cartone animato.
Pur bramando New York con ogni grammo del mio essere, mai avrei immaginato che Let’s Movie avrebbe festeggiato il suo nono compleanno nell’Upper West Side, con il 395 pippone. E con tutti voi Fellows al seguito!
Certo il motto originario di Lez Muvi, in cui ogni grammo del mio essere si rispecchia, viene da Shakespeare, che di Amleto disse: “C’è del metodo nella sua follia”… E quella, la metodica follia, sembra non conoscere vecchiaia.
🙂
Dovrò inventarmi qualcosa per i dieci anni, nel 2019.
Per il momento, vediamo di arrivarci, e festeggiamo i nove anni!

Dopo il teatro off-Broadway, sono ovviamente tornata al love of my life, il cine.
E sono andata a vedere “Vox Lux”, di Brady Corbet.
Ricordavo che era passato da Venezia, dividendo la critica dell’ultima Mostra del Cinema, insieme a una Natalie Portman inguainata in un terribile abito da faraona — egiziana o gallina, fate voi.
Quando c’è Natalie, tendo a vedere il film. È un’attrice di cuore, metodo e IQ di cui mi fido.
Con “Vox Lux”, forse, mi sono fidata troppo…

Costruito come un’opera lirica con prologo, due atti ed epilogo, “Vox Lux” parte in quarta e mi ha conquistato subito. In una classe di un liceo dell’anonimo Midwest americano sta per cominciare una normale lezione di educazione musicale. La prof dice, aspettiamo ancora un paio di minuti che arrivino gli ultimi ritardatari. A quel punto fa ingresso, fuori campo — scelta ottima — non l’ultimo ritardatario, ma un ragazzo armato di mitra che fa quello che Eric Harris e Dylan Klebold fecero, sempre nel 1999, alla Columbine High School di Denver: apre il fuoco su compagni di scuola e insegnanti.
Della classe del film, si salva per miracolo, Celeste — omen nomen — una ragazzina angelica che viene sfregiata sul collo, ma che la scampa.

Celeste ha quel “certo non so che”. Quel quanto-basta di talento che, alla fine degli anni ‘90, poteva trasformarti in una Britney Spears o in una Christina Aguilera. Così Celeste, accompagnata dalla fida sorella — più bella, più dotata, ma più remissiva di lei — passa da uccellino innocente a star del pop.
Dischi, video, tour in Europa. Successo.

A questo punto il film fa un balzo temporale e dai primi anni del 2000 arriva fino al 2017. Celeste è una donna adulta, madre di Albertine, interpretata dall’attrice che interpretava Celeste adolescente, scelta che, lì per lì, spiazza non poco lo spettatore.
Vediamo subito quanto il successo abbia cambiato l’angelo scampato alla strage, trasformandola in un Lucifero caduto nelle spire dello star-system. Instabile, capricciosa, egocentrata, dipendente prima dall’alcol e poi dalla droga, Celeste è una madre più figlia che madre, una donna imprigionata nel suo personaggio a metà fra Madonna di “Confessions on a Dance Floor” e Lady Gaga di “Monster”.

Un aspetto interessante del film, è l’affiancamento di due fenomeni che hanno caratterizzato la storia degli ultimi vent’anni: l’ascesa, da una parte, del pop spensierato e frivolo, testi fatti di nulla colorato, e, dall’altra, l’irrompere, brutale, del terrorismo nella vita quotidiana. Celeste gira il primo video nel 2001, mentre le Torri Gemelle crollano. E nel 2017, alla vigilia del suo mega concerto a New York, un manipolo di terroristi con il volto coperto da un passamontagna glitterato come quello indossato da Celeste in un video, apre il fuoco su una spiaggia della Croazia.

Tra i tanti difetti, “Vox Lux” ha il pregio di ripercorrere il ventennio 2000-2017, tirando delle linee interessanti: il progressivo svuotamento di contenuti dalle canzoni passate non più in radio ma su spotify, fa da contraltare agli episodi di efferata violenza che hanno tragicamente caratterizzato l’inizio del terzo millennio.
Detto questo, il film è squilibrato. Parte molto bene, con il ritratto della giovane angelicata Celeste, sfuggita fisicamente — ma certo non psicologicamente — a una strage, e decisa a trasformare in bellezza — o forse solo fama — questa sua esperienza.
I problemi nascono proprio con l’arrivo in scena della Portman, assolutamente fuori parte. Troppo sopra le righe, Natalie semplicemente non riesce mai a mettere a fuoco il personaggio. Lo strilla, lo porta agli estremi, cade vittima dei suoi eccessi, ma senza essere il personaggio: esattamente come se lo recitasse, non come se lo fosse.

Il film è anche irrisolto. Si conclude con un quarto d’ora del concerto di Celeste, in cui Celeste, dopo una crisi di nervi con sorella, staff e figlia, balla e canta (in playback) davanti a un palazzetto adorante, fasciata in una tuta scintillante — più 80s che 2kks. Ci pare chiaro che il regista voglia puntare sulla vacuità di glitz&glitters, sul nulla che “l’arte” di questa star vuole portare a queste folle adoranti, se non un momento di semplice e semplicistica evasione — mentre il mondo là fuori si complica sempre di più.
Ma in un film il regista deve sempre considerare l’orologio. Non puoi dedicare metà film alle crisi isteriche fini a se stesse o alle canzonette. Mi devi dare altro!

In definitiva, “Vox Lux” lancia il sasso e tira indietro la mano nel finale, vanificando un po’ tutto l’ardire delle intenzioni iniziali. Se il film vuole dirmi che tutti noi, davanti a un mondo sempre più assassino, e assetato di sangue, giriamo la testa, preferendo annebbiarci i sensi con la leggerezza di canzonette e l’easy entertainment sfornato da tv e media, il film manca l’occasione di costruire un “what’s next?” all’interno della storia di Celeste.
Personalmente, non cerco mai una risposta filosofica nei film. Cerco di trarre delle conclusioni dal percorso del personaggio. Terminare il film su dieci minuti di concerto, Celeste sgambettante da un lato all’altro del palco, ribadisce il déjà-dit. È come leggere una pagina già scritta.

Infine, “Vox Lux” è un po’ il gemello dark e diverso di “A Star Is Born”. Entrambi raccontano l’ascesa di due stelle. Entrambi, il difficile percorso che porta al successo — benché nessuno arrivi alle vette di “The Neon Demon”, opera sublime di Nicolas Winding Refn che vi prego di recuperare.
Per quanto “Vox Lux” sia fallace in tanti punti, per quanto la recitazione esagerata della Portman letteralmente lo uccida, lo preferiamo comunque al melodrammone di Bradley Cooper.
Per noi il dark batte sempre il pink, almeno al cinema.

E su questo siamo giunti al termine, Fellows.
Frunyc IV aggiornato dove sapete voi, ringraziamenti sinceri, ancora happy birthday to Lez Muvi e saluti, probabilmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 388 da NYC commenta “A STAR IS BORN” di Bradley Cooper

LET’S MOVIE 388 da NYC commenta “A STAR IS BORN” di Bradley Cooper

Milioni, Moviers,

siamo milioni in questa città. Otto e mezzo — Fellini ride. Ma ogni tanto lo dimentico, e tratto NY come fosse un grande paesone. Forse perché il mio quartiere ben si presta a questa percezione. Più raccolto, direi quasi intimo, rispetto all’idea che di una metropli si ha. O forse perché gli esseri umani, tutti, anche il Board, cercano di disegnare una propria mappa personale del posto in cui vivono, sia esso grande città o piccolo paese.
Questa mappa include dei luoghi che frequentate di solito, a cui siete affezionati, oppure che vi riescono facili di strada, oppure che vi servono, oppure che vi fanno stare bene oppure che semplicemente vi fanno ricordare altri luoghi, con altre storie e altri ricordi. E allora la mappa s’ingrandisce, abbracciando passato e presente. Più la città è grande, più occasioni ci sono che questa mappa individuale si faccia fitta fitta di posti vostri. Il paese piccolo si esaurisce in un pugno di strade, e questo è oggettivamente un limite.
Ma chi sono io per condannare i borghi? C’è chi non s’è mai mosso ed è diventato immortale — di Emily Dickinson abbiamo già parlato, e della sua clausura ad Amherst, Massachussets.

C’è P, una mia amica italiana qui, che abita come me nell’Upper West Side — 84esima and Broadway. Vive a sei isolati dall’ufficio. Va al lavoro a piedi. Fa la spesa nei supermercati che sono sparsi lungo il tragitto casa-lavoro, compreso un mercato della frutta e della verdura che il venerdì pomeriggio offre ortaggi bio&organic direttamente dai campi del New Jersey: il New Jersey, ai miei occhi, è un po’ come una Striscia di Gaza contesa fra criminalità italo-americana — o solo il ricordo di — e squallidi diner, commuters esasperati dal traffico che angustia il loro commuting, e rigogliosi campi di fagioli e zucche, asparagi e bietole.
Mascalzoni, pendolari e contadini, questo è il New Jersey, ai miei occhi.
Quando c’è bisogno di uno spettacolo, P. va al Lincoln Center, a una ventina di isolati da casa. Se poi un giorno le va di esplorare la città, sale in metro, e in un ragionevole — a volte, irragionevole — lasso di tempo, eccola che arriva a Greenwood (Brooklyn), oppure Williamsburg, oppure anywhere. Ma il suo è un modus vivendi sostanzialmente rionale. La città vissuta a piedi. Il negozio di fiducia, il bar di fiducia, il ristorante di fiducia. Qui come a Trento, come a Firenze, come a Bari.
Insomma, a definirci, a dire chi siamo, sono anche le nostre abitudini. Le abitudini offrono stabilità, sicurezza, una rassicurante quantità di noto per combattere lo spaventevole mare d’ignoto su cui la barchetta della nostra vita galleggia. Per questo è così difficile cambiarle. La paura, poi, trova nella pigrizia e nel comodo alleati preziosi per preservare lo status quo.

Questa è una legge di natura tanto quanto la tendenza a socializzare. È un meccanismo che ci portiamo montato dentro dalla nascita, di default. Alcuni, a un certo punto, cercano di manometterlo, e riscrivere da zero le loro mappe individuali. Ci vuole forza, coraggio, e un bravo hacker 🙂
Io non credo di possedere nessuno dei tre. Certo non ho un bravo hacker, forse qualcosina delle prime due, che nel mio dizionario, tuttavia, finisce sotto la voce “sana inconscienza” — mollare tutto e trasferirsi di là dall’oceano ne è senz’altro prova provata. Proprio perché non sono un avventuriero, un pirata dei sette mari, o le stereotipo dell’artista che vive senza fissa dimora, proprio per questo, anch’io possiedo la mia mappa individuale. La disegno in ogni posto che vado. Anche per quindici giorni, anche per una settimana. È incredibile, quanto l’essere umano tenda al sentirsi al sicuro. E una cosa che ho notato: in tutte le esplorazioni che faccio, c’è sempre un tratto conosciuto. Parto dal tratto conosciuto, e poi ci attacco un tratto sconosciuto. Ma il tratto conosciuto non manca mai. Linus e la sua coperta sono parte del nostro imprinting comportamentale — non ce ne libereremo mai.

La mia mappa individuale naturalmente copre i luoghi in cui lavoro. Chelsea con l’FIT, adesso Dobbs Ferry dove c’è il Mercy College, la Columbus Citizen Foundation, 69esima tra Madison e la Quinta Strada, dove insegno il lunedì sera — e prima o poi devo spiegarvi di questo posto… Copre anche i luoghi in cui corro, che ormai conoscete: Harlem e il Bronx, oltre all’amato Central Park.

Quando mi avvio al nord, non percorro la Broadway, ma Amsterdam Avenue, e non so bene perché, ma così l’abitudine è cominciata, e così me la tengo. Tra la 141esima e la 142esima so cosa mi aspetta, e lo aspetto ogni volta. C’è un palazzo che deve avere la sala lavanderia a piano terra, non nel basement come succede di solito. Oppure ce l’ha nel basement e ci sono delle bocchette di ventilazione che portano l’aria in superficie, in strada. Non so di preciso. Ho sbirciato, ma non vedo nulla di nulla. Sento col naso e basta.
Tra la 141esima e la 142esima sulla Amsterdam, vieni accolto da un profumo di bucato d’altri tempi. Non è un odore chimico, Dash e Dixan. È più ammorbidente, o sapone di Marsiglia. E accanto all’odore, c’è del caldo — presumibilmente l’aria scaricata dalle asciugatrici? Ogni volta che io arrivo in quel posto, so benissimo che il mio cervello penserà a Gervaise.
Gervaise è la protagonista di “L’ammazzatoio” di Emile Zola, uno dei volumi del ciclo “Les Rougons-Maquart” — parliamo dell’ultimo ventennio dell’‘800. Gervaise Macquart fa la lavandaia. E io non sono un’amante del naturalismo, ma Zola è pazzesco nel modo in cui descrive l’ambiente di una lavanderia di fine ‘800. È così pazzesco che si è incistato nella mia mente, al punto che ogni volta che la mia corsa mi porta lassù, fra la 141esima e la 142esima, io non sono più a New York nel 2018, ma sono a Parigi nel 1876, tra miseria, delirium tremens e fatalismo — come compito per casa vi direi di fare un raffronto tra i Malavoglia e i Rougon-Macquart, ma forse siete già a Storia delle Letteratura II… 🙂
Insomma, io sono talmente presa da quel posto che l’ho persino spinto in una mia poesia — “Laundry”. Quando ho un posto è così speciale, e ti trascina così prepotentemente nella letteratura, non puoi far altro che consegnarlo all’immortalità della pagina scritta.

Proseguendo lungo la Amsterdam, incontrate, fra la 143esima e la 144esima, un micro triangolo rettangolo di plaza, con due piante di numero nell’area in mezzo, e bordato, lungo i lati, da panchine. Gli hanno dato persino un nome, Johnny Hartman Square Park, forse l’idea di qualche Amministrazione per aumentare il numero di “spazi verdi” in città, almeno sulla carta — solo sulla carta.
Su quelle panchine naufragano i relitti di questa città — relitti di pelle nera, siamo pur sempre a Harlem. Uomini, di mezza età, o più giovani, fra i 30 e i 40. Emaciati, negli occhi il giallo-rosso della mariuana quando incontra il crack. I denti storti o mancanti, che raccontano storie di dentisti mai frequentati alternati a scazzottate più che benvenute.
Ce ne è uno con un karaoke portatile, di quelli degli anni ’90, il microfono color oro. E canta per sé. Dal karaoke non esce nessuna musica.
Un altro dorme sprofondato nella giacca di pelle nera, e chissà a chi sarà appartenuta, quella giacca, prima di arrivare intorno al suo corpo, chissà quante storie avrà assorbito, quante paure e gioie.
Poi, c’è un vecchio con un deambulatore. È così vecchio che potrebbe raccontare della crisi del ’29 e di quando Eisenhauer divenne presidente, nel ‘52. Penso sempre, ce la farà a deambulare a casa, dopo aver trascorso qualche ora sul limitare del Johnny Hartman Square Park? A quanto vedo ce la fa ogni volta, e ogni volta ritorna.
Poi ci sono dei figuri i cui visi sono difficili da ricordare. Stanno chini sopra un tavolo portatile e giocano alle tre carte.

Tra i frequentatori della “plaza”, c’è un ragazzone afroamericano di nome Scottie. Dire che è grasso sarebbe manipolare la realtà dei fatti. Scottie è proprio obeso. Non avrà più di trentacinque anni. Porta sempre felpone della tuta scolorite, che molto spesso portano tracce sparse dei suoi lauti pasti — lauti, li immagino, vista la stazza. Le sue scarpe da ginnastica sono così larghe che una delle sue potrebbe benissimo contenere tutt’e due le mie. Non so com’è cominciata, ma ogni volta che passo, mi fermo e faccio due chiacchiere con Scottie. È un buono, lo si capisce dal sorriso genereso, e da quanto a lungo lo mantiene sul viso.

“How’s goin’, kiddo?”, mi chiede ogni volta.
“Kiddo” è un diminutivo/vezzeggiativo molto cute di “kid”, bambino, ragazzo. Credo mi creda davvero un “giovanotto”. E onestamente, come dargli torto? Con l’outfit da runner anche mia mamma mi prenderebbe per un maschio — that’s the fun of it, actually.
Io mi fermo, dico che oggi oddio è freddissimo, oddio è caldissimo, menomale si sta bene. Le solite small talk sul meteo che riempiono il vuoto esistenziale che altrimenti ci risucchierebbe inesorabile — sì, oggi pane e apocalisse a colazione. Una volta gli ho raccontato in venti secondi la mia storia. Italia, emigrata, prof, ora casa nell’Upper West Side, ma fino a gennaio 2018, casa a Harlem, a quattro isolati da lì.
Scottie è sempre gentile e ascolta con interesse. Io ho provato a fargli delle domande. Abiti qui vicino? Sì. Poi torni a casa? Sì. Ma non si sbottona.
Allora parto con le ipotesi. Vivrà con qualche sussidio, oppure con la madre, e la sua pensione? Oppure in un istituto? Non mi dà l’idea di uno che lavori, Scottie. L’ho trovato su quella panchina a tutte le ore. Certo, questo potrebbe pensarlo anche lui di me — ma questa corre a tutte le ore? Non ce l’ha un lavoro? Per questo gli ho detto della prof. Devi dar modo agli sconosciuti di penetrare un po’ il mistero che sei, altrimenti rimani il monolite di Kubrick in “2001 Odissea nello spazio”.

Da quando sono rientrata dalla Spagna, ho visto Scottie solo una volta.
“Hey, kiddo, long time no see, how was the trip?”, mi chiede alla fine di agosto, stupendomi. Non ricorda il mio nome, ma il mio viaggio sì.
Quel giorno Scottie aveva gli occhi giallo-rossi, e purtroppo la Roma non c’entra. Mentre gli dicevo quattro cose sul viaggio, vedevo che non mi vedeva. Vedeva qualcos’altro. Quelle strane forme con cui la droga deve riempirti la testa e che, mentre fa effetto, ti popolano il mondo di stupidera, e poi, quando l’effetto svanisce, ti scaraventano nella solitudine più nera.
Vedere un ragazzone — un bambinone — così, con della roba in circolo, fa strano. “It’s not for you”, ti viene da dirgli. Te lo immagini affogare in un bidone di alette di pollo fritte e in un silos di milkshake al triplo cioccolato, ma non con della roba in circolo.

Da quella volta, non ho più visto Scottie.
È trascorso più di un mese e mezzo.
E allora riparti con le ipotesi. Ma una, quella definitiva, ha sempre la precedenza sulle altre.
Spero di sbagliarmi, e che si tratti di un raffreddore, di un’indigestione — più probabile — o di un viaggio inaspettato — molto poco probabile.

Scottie era un luogo umano della mia mappa individuale. Non trovarlo più lì, sulle panchine del Johnny Hartman Square Park, lascia un vuoto. Come se, d’un tratto, venisse a mancare il palazzo con dentro la lavanderia che pulisce un marciapiedi sudicio di Harlem, trasformandolo in letteratura.
Quanto sparisce in una città? Quanti buchi neri ci sono a New York, pronti a risucchiare chi non ce la fa, chi è debole, magari in un momento maledetto della propria vita? Quante persone scompaiono a New York? E dove finiscono? C’è un posto che le r-accoglie? Un grande ricovero di anime rotte, un lazzareto contemporaneo pieno di contemporanee agonie?
Sarei davvero cieca, e ipocrita, se non riconoscessi l’ombra che New York staglia accanto alla sua luce scintillante.

Venerdì sono stata al Cinepolis a Chelsea per vedere “A Star Is Born” di e con Bradley Cooper.
Il giorno pattuito fra me e la mia agenda era martedì, ma martedì, tutto sold-out. Il bigliettaio mi dice che lo spettacolo intorno alle 7:30 pm è sempre stato sold-out da ché il film è uscito.
Allora per venerdì si prenota online.

Sono sei mesi che nelle sale mandano il trailer del film. È ovvio che allo spettatore scatti la curiosità. Poi metti insieme una potenza recitativa come Bradley Cooper e una potenza canora come Lady Gaga, e la curiosità schizza a livelli tossici. Aggiungete il passaggio all’ultima Mostra a Venezia, con Lady Gaga più divina che diva in quei suoi look scelti ad arte, e capirete perché “A Star Is Born” sta catalizzando l’attenzione di mezza New York cinefila
.
Partiamo con il dire che il film è un remake del film con lo stesso titolo diretto da William Wellman. E siamo nel 1937. Poi è arrivato il musical del 1954 con Judy Garland e infine il musical rock del 1976 con Barbra Straisand come protagonista. Quando ti cimenti con un classico hollywoodiano sai tutti i rischi a cui vai in incontro. Cooper li sapeva, ciononostante, per la sua prima prova da regista, ha scelto di buttarsi, e questo gli va riconosciuto.
Anche a Lady Gaga dobbiamo riconoscere del fegato: classico hollywoodiano e prima prova da attrice — nel documentario “Five Feet Tall”, su Netflix, è se stessa, e le riesce bene (!). Quindi anche a lei alziamo tanto di cappello.

Ecco, sbrigati i buonismi del caso, passiamo allo schiacciasassi.
E vi prego di scusarmi se scenderò negli spoiler, ma confido nel fatto che limiterete la conoscenza di questo film solo a questo pippone, e che non deciderete di seguire la metà cinefila di New York.

“A Star Is Born” racconta il processo spietato in base al quale, per una stella che nasce, una stella muore. È una legge dell’universo, it sucks, ma è così, accettiamolo. Nel caso del film, non parliamo di pulsar e nane bianche, ma di cantanti. Jackson è un cantautore country osannato dal suo pubblico. Ally è una cameriera che sogna di fare la solista e, nel mentre, si esibisce in un locale di drag queen.
Dopo un concerto, Jackson si ferma proprio in quel locale, proprio mentre Ally sta per esibirsi. La vede, la ascolta, sente quel po’ po’ di Lamborghini che la ragazza si tiene parcheggiata in gola, la segue in camerino, la corteggia, la fa cantare in un suo concerto — “Shallow” obbiettivamente strepitosa — e i due s’innamorano follemente — ma dai? E Ally comincia a muovere i primi passi nel mondo della musica che conta.
Però mentre Ally comincia il suo percorso di ascesa nel firmamento della musica pop, Jackson cade sempre più nel baratro infestato dai suoi demoni: una famiglia assai sgarrupata, un rapporto odi-et-amo con il fratello, la dipendanza da alcol e droga. Stelle per Ally, stalle per Jackson.
In tutto questo però i due si sposano, Ally deve cedere ai compromessi della casa discografica, che spingono per un cambiamento d’immagine, e Jackson si rintana in una rehab per ripulirsi. Alla fine l’operazione detox non sortisce gli effetti sperati: mentre Ally vince due Grammy, Jackson fa quello che deve fare aiutato da una cintura, un cappio, e un garage.

Dunque all’inizio, quando senti Bradley Cooper alias Jackson parlare — e cantare, obbiettivamente, molto molto bene — ti vibrano le pareti dello stomaco. Anvedi che vocione profondo, da polmonite all’ultimo stadio, ma pur sempre sexy e intrigrante — pensi. Dopo due ore di film — dura due ore e quattordici minuti in più — non ne puoi più di sentirlo grugnire o meglio, digerire… non uso il verbo giusto perché, come sapete, sono una signora. Ma quella è la voce di Bradley Cooper in “A Star Is Born”… Come avesse fantozzianamente bevuto una cassa di Perrier prima di andare in scena… Ogni singola scena.

Su Lady Gaga, nulla da dire. È in parte, canta da Dio come sempre, e si vede che il ruolo le sta bene addosso. Tuttavia non basta.
“A Star Is Born” è come ascoltare lo stesso disco o vedere uno stesso video in loop. Lui s’incasina di alcol e droghe, lei s’incavola ma poi lo perdona. Lei al settimo cielo per i passi da giganti compiuti in così breve tempo, lui sull’orlo del precipizio. Il film è godobile solo nel cantato, perché è nel cantato che esce fuori la vera anima dei due.
“È importante che tu abbia qualcosa di vero da dire, quando sali su quel palco”, le dice Jackson, a un certo punto. Peccato che questo saggio consiglio non sia stato applicato da Cooper stesso, che continua a ripetersi. Il film s’ingolfa in continuazione e nemmeno la Lamborghini in bocca a Lady Gaga riesce a farlo ripartire quando si arena nella valle di lacrime in cui troppo spesso si arena.
Inoltre non c’è nessun tipo di riflessione sul cambiamento che Ally deve subire. Passa dall’essere la cantautrice dura, pura e bobdylaniana, a Britney Spears con tanto di ballerini, per poi terminare nell’I-will-always-love-you alla Whitney Houston.

In più, Cooper vuol anche fare il cineasta sottile. E inserisce, nella terza o quarta scena, un’immagine che ammicca al finale, come se avesse appena fatto un corso di Regia I all’università, avesse imparato che nulla di ciò che appare in un film è mai lì per caso, che tutto ha un significato, e cosa fa? Inserisce, in un cartellone pubblicitario, l’immagine di tre cappi. Lo spettatore un po’ attento — ma giusto un po’, niente alta chirurgia critica — capisce immediatamente che quello è un rimando al finale. Io ho pensato, ecco toh, mi fa la fine di “Impiccalo più in alto”… E come volevasi dimostrare…

A fine film, tutt’intorno a me, un campo di lacrime. Donne, uomini — presumibilmente gay — tutti. Io ho esclamato un “Oh My God” di proporzioni evangeliche, ho sbuffato uno sbuffo che credo aleggi ancora nel Theater 6 del Cinepolis, e me ne sono andata, con la sensazione di aver camminato nel discount dei sentimenti, dove le emozioni si vendono tanto al litro — di lacrime — e in cui non c’è il desiderio di cercare la delizia del dolore rappresentato, di scavare dietro una storia o un personaggio.
Se vogliamo imparare come si leggono e si scrivono le umane emozioni, guardiamoci “Roma” di Cuaron. E lì sì, le lacrime hanno ragion di scorrere. Perché non siamo dentro una banale soap-opera americana. Siamo dentro la vita vera e vediamo l’anima dei protagonisti percorrere l’arduo meraviglioso golgota della vita.
Sento dire che “A Star Is Born” è già in odor di Oscar… Quanto oro sprecato!

E anche stasera let’s call it a night, come si dice da queste parti.
Il Frunyc IV aggiornato, sapete dov’è, giusto? 😉

Vi ringrazio per l’ascolto, la pazienza e vi mando saluti, numerosamente cinematografici.

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Maledetta me Moviers

che ho aspettato fino all’ultimo weekend.
Il weekend peggiore, e non solo perché l’ultimo — non si aspetta mai l’ultimo, in nulla, finisci sempre per rimetterci — ma perché la pioggia. Lo scorso finesettimana la pioggia ha spinto tutta la popolazione residente nello Stato di New York, tutti i turisti in visita, tutti i businessman di passaggio, tutti quanti tutti, al MET, sfruttando l’ultima occasione di vedere “Heavenly Bodies: Fashion and Catholic Imagination”.
Vi parlai della mostra a maggio, raccontandovi del MET Gala, con tutte le celebrities vestite in base al tema della mostra, che quest’anno, era, appunto, il rapporto fra moda e cattolicesimo.

Mi sono fatta sfuggire i mesi così, come la prima delle principianti che affronta NY senza sapere che a NY non puoi dire “massì oggi che faccio? Vado al MET”. No! Il last-minute è banditissimo qui. Tutto si dimentica. E questo non lo dico solo io. Lavoisier ha riscritto le sue leggi per adattarle a questa città: tutto si crea, tutto si distrugge e tutto si dimentica. Quindi qui funziona che qualsiasi azione, anche la più piccola, anche la più insignificante, come andare in un museo, finisce in agenda, anche se poi finisce che ci vai da solo, e non corri il rischio di dar buca a qualcuno.

Cosa è successo ai miei mesi prima di ottobre? Cosa è successo a giugno? A luglio? A settembre? L’unico a passarla liscia è agosto, grazie alla Spagna e alle sue residenze che mi hanno portato via alla città. Ma gli altri? Ho cercato di fare mente locale. Un po’ come esercizio dal volere psicologico, e un po’ per incastrarmi — ecco, davanti a questa prova, l’imputata appare evidentemente colpevole.
A maggio ero impegnata a tornare a respirare. L’inverno si è protratto così a lungo, quest’anno.
Giugno? Giugno è stato il mese dei concerti all’aperto a Central Park, dei film sotto le stelle lungo l’Hudson River.
Luglio? Luglio è stato il mese dei weekend in bicicletta a Brighton Beach e del caldo assassino — il mio killer preferito.
Poi settembre? Settembre il mese del lutto nazionale. L’estate trucidata da un manipolo di farabutti travestiti da monsoni.
Un lutto lungo un mese?
Sì, un lutto lungo un mese. Lo ricordo alla perfezione.
E poi ottobre subito qui.

Questa difesa fa acqua da tutte le parti.
Per questo, camminando a velocità sostenuta alla volta del MET, sabato scorso, sotto una pioggia autunnale, mi sono maledetta tutto il tempo. E così ho continuato a fare quando sono arrivata e ho trovato una fila senza capo né coda alle biglietterie.
Non potevo sprecare 45 dei 60 minuti che avevo a disposizione per visitare la mostra stando in una fila — per giunta senza capo né coda.
Allora confido nella mia residenza newyorkese. Se risiedi a New York, e puoi provarlo — con la NY ID, per esempio — puoi entrare beneficiando del pay-as-you-wish. 🙂
Ma al banco informazioni mi dicono che purtroppo anche i residenti devono fare la fila.
Allora, come si dice da queste parti, I tried my luck.

Mi presento al banco dei MET Members, ben conscia del fatto che la mia membership è scaduta a febbraio 2018. Non ho alcun titolo per rivolgermi a quel desk.
La signorina di là dal bancone a cui offro il tesserino da Member, mi dice che è scaduto, e che devo fare regolare biglietto alle biglietterie.
“Oh, even if I am a Newyorker?”
“I am afraid so”.
Al ché io faccio un po’ la drama, ma senza piazzate. Come farebbe un newyorkese. E dico, oh no, non ce la farò mai a fare la coda e a visitare la mostra…Ho un impegno fra un’ora…
Aggiungo anche un’espressione dispiaciuta, ma contenuta. Non da Europa dal Sud. Da Danimarca.
La signorina abbocca.
“Ok, I’ll do it for you, Captain”.
Mi chiama “Captain”.
Trattengo l’ilarità solo perché sono nel mezzo del mio film e non posso mandare tutto in malora per una risata.
Mi chiama “Captain” perché il titolo che compare sul mio tesserino da Membro MET scaduto c’è il titolo “Captain”.
“Posso scegliere ‘captain’?” Avevo chiesto, da canaglia, all’addatto delle Membership quando avevo compilato il modulo, scartando “Dr”, “Miss” e “Mrs”.
“Sure”, mi aveva risposto lui, con un sorriso da canaglia complice.
Da allora, che lo crediate o no, per il MET, io sono Captain Fruner. 🙂

Baciata dalla fortuna come mai prima, entro nell’ala di arte medievale e bizantina che ospita la mostra. E giù fioccano le maledizioni.
Capisco l’unicità di ciò che sto per vedere. “Heavenly Bodies” è un evento che non si ripeterà e che rimarrà scolpito nella memoria delle mostre non solo del MET, ma a livello mondiale — è stata la terza mostra più visitata della storia del MET.
Sono davanti a una fila di manichini sospesi a due metri d’altezza, vestiti con abiti di lamé d’oro by Gianni Versace. Lì accanto, calici e piatti e monili d’oro arrivati direttamente dal Vaticano. La conversazione che intessono oscilla fra sacro e profano e sarà sostenuta in tutte le sale che visiterò. Quindi ho presente il valore di ciò a cui assisto. E questo valore — che la memoria traduce in ricordo, la valuta più preziosa di tutte le valute — è intaccato dagli stormi di visitatori che, uccelli neri, invadono le sale. E i miei esuli pensieri sono tutti rivolti a maledire me stessa.
A fatica cerco di isolarmi in una mia dimensione personale che permetta ai capolavori della moda di tutti i tempi di raggiungermi, e parlarmi. A fatica, ce la faccio.
Ci sono modelli di tutte le epoche, stilisti da tutto il mondo. Ma la presenza italiana è ovviamente massiccia. E non solo con i soliti noti che mi aspetto di trovare. Dolce e Gabbana, Valentino e Riccardo Tisci. Ma anche quei nomi italiani che hanno scritto la storia della moda ben prima di loro. Come le Sorelle Fontana, presenti nella mostra con un modello chiamato “Il Pretino”: un abito semplice semplice, inequivocabilmente rassomigliante a quello portato dai preti, che impazzò alla fine degli anni ’50 perché fu indossato e amato da una certa Ava Gardner. Ed Elsa Schiapparelli, la prima vera competitor di Coco Chanel, presente in mostra con una mantellina corta del 1938 in tutto e per tutto somigliante alla zimarra che indossano i chierici.

E poi manichini trasformati in monache. Qualcosa di simile alle monache. Se guardati bene da vicino, si capisce che non sono abiti da novizia, né da badessa. Le linee ricordano conventi e monasteri, ma le reinterpretazioni, insieme a tessuti preziosissimi e linee precise al millimetro, fanno di queste creature — molto più di creazioni — dei veri e propri luoghi di seduzione dove aleggia, da qualche parte, il desiderio. E quando l’immaginario cattolico incontra seduzione e desiderio, capite che l’estasi è inevitabile.

Una mostra così era ad altissimo rischio scivolone.
I curatori avrebbero potuto facilmente cadere nel pruriginoso o nella facile iconografia del proibito e del peccaminoso. Nulla di tutto ciò. La sfera sessuale non è minimamente tirata in ballo. La sensualità che trasuda dai lunghi pudicissimi abiti è data dall’eleganza e dalla solennità stessa dell’abito, tanto che il corpo che lo indossa, è un mezzo per evocare una dimensione superiore, celeste. Proprio come era per i paramenti ecclesiastici nel passato.
Se date un’occhiata al Frunyc IV, potrete capire di cosa parlo.

Dior, Yves St Laurent, Thomas Brown, Raf Simons, Givenchy, Christian Lacroix, Jean Paul Gautier, Alexander Mc Queen (Dio l’abbia in gloria per l’eternità, Amen) si sono tutti ispirati, in determinati momenti della loro carriera, all’immaginario cattolico: ogni artista, dopotutto, persegue il sacro. Farlo attraverso un linguaggio estetico che ha funzionato per secoli, sembra la più naturale delle scelte.

Dopo essere uscita in uno stato mistico che mi ha reso sorella di Caterina da Siena e Benedetto da Norcia, so che non è finita qui.
Sì perché il MET non ha adibito solo le gallerie medievali e bizantine sulla Quinta Strada alla mostra, ma anche The Cloisters, una sede distaccata che sta nella parte alta di Manhattan, intorno alla 190esima Strada.
Ma cos’è The Cloisters? E perché al plurale?
Sentite che storia da Regina Coeli (!)

Nel 1927, New York si mette in testa l’idea di realizzare un sito di bellezza medievale.
E come si fa?
Si ringrazia un certo Rockefeller Jr per le cospicue donazioni, si parte per l’Europa, si saccheggiano — potete anche dire raccolgono se volete — parti di chiese e monasteri, colonne, fontane, frontoni, pietre, vetrate, altari, porte, portoni, persino campane, da Francia, Spagna e Italia, e si portano via nave nella parte alta di Manhattan. Gli si costruisce attorno una struttura molto cistercense di gusto e di forma, et voilà, Manhattan ha il suo sito di bellezza medievale.
Il plurale di “Cloisters” è proprio per via dei cinque chiostri medievali spagnoli e francesi la cui struttura, dopo essere stata trasportata a NY, è stata incorporata nella costruzione del museo.
Questa, a casa mia, si chiamerebbe appropriazione indebita, ma ora casa mia è New York, e forse a New York questa si chiama scambio culturale. Una specie di Erasmus a senso unico che ha degli oggetti d’arte per soggetti.
Certo, tante nazioni sono tristemente unite dalla pratica del saccheggio di opere d’arte. Ma nel ’27? Un’epoca così recente? E soprattutto, con un piano così lucido, da Lupin III? Sotto la luce del sole?
Ancora stento a credere che un taglia-e-cuci, anzi, uno scomponi-ricomponi come The Cloisters sia stato permesso.
Ma magari c’è una causa aperta di cui ignoro l’esistenza.

Mi ritaglio tre ore di tempo e vado a The Cloisters lunedì, ultimo giorno possibile — l’8 ottobre. È vano sperare che il lunedì possa facilitare una visita meno affollata. L’8 ottobre è stato il Columbus Day.
Ciononostante, arrivo a un orario ragionevole, e la vera mandria arriva quando io me ne vado — qualche Santo, forse Versace, nel paradiso della moda deve aver guardato giù.

Se l’effetto degli abiti nella galleria medievale e bizantina al MET sulla Quinta Strada mi aveva fatto provare provare emozioni di mistico delirio, provate immaginare cosa ho provato incontrando modelli di Alexander McQueen, Dior, Balenciaga d’ispirazione cattolica in una cornice come quella di un convento…
Ho girovagato per tre ore in uno stato di grazia mariana, conscia che se la morte fosse giunta lì, l’avrei accolta con il sorriso sulle labbra e le braccia aperte: la bellezza fa bella anche la morte — forse anche le turiste con le Birkenstock e i calzini bianchi.
Cheddirvi? Una cappella è stata riservata a un abito da sposa di Dior — “Hymnée”. L’abito davanti a un crocifisso, una luce sistemata in maniera furba, in modo da gettare un’ombra tattica tutt’intorno. La musica di Schubert in sottofondo.
Cheddirvi? Una sezione del piano interrato ospitava “Il Giardino dell’Eden”: una decina di pezzi Alexander McQueen (Dio l’abbia sempre in gloria per l’eternità, Amen) con motivi memori di Hyeronimus Bosch e de Chirico.
Cheddirvi? Un abito in oro e tulle di seta by Valentino, evoca i campi di grano dipinti da Van Gogh. E un abito in seta vermiglia e chiffon nero sboccia come una rosa rossa dall’anima dark dentro un confessionale di legno risalente al Medioevo.
Cheddirvi? Un chiostro interno dal cui soffitto pendono lunghi mantelli neri by Valentino, e l’effetto è quello di quando incontrate l’arte di Magritte, che tante volte ha riempito il cielo dei suoi quadri di omini sospesi in abito scuro.
Cheddirvi? Questa è, by far, la mostra migliore a cui sia mai stata.

Un unico rammarico — a parte averla vista con troppa mandria turistica attorno. Il rammarico si rivolge, ancora una volta, all’Italia. L’Italia che non solo ha gli stilisti, ma che avrebbe i luoghi 100% original in cui ospitare una mostra come questa, e che non dovrebbe saccheggiare nessuna Francia, nessuna Spagna. L’Italia ha gli originali!
Eppura l’Italia non se ne esce con un’idea come “Heavenly Bodies”. Non le passa nemmeno per la testa di rileggere l’estetica clericale attraverso la lente della moda — in cui peraltro eccelle da secoli! — e di sfruttare una delle infinite location a sua disposizione per ospitarla. Ma nulla. Dobbiamo aspettare che l’America si porti qui l’Europa per fare quello che noi potremmo — dovremmo — fare. Dobbiamo ringraziare il MET e i suoi curatori sempre più avanti di tutti, quando gli italiani potrebbero già essere talmente avanti da mettere le crisi d’identità al futuro.
Questi pensieri, tuttavia, non hanno minato la mia estasi. Nella mia immaginazione, ho indossato ogni singolo abito visto — persino la corona di spine disegnata da Alexander McQueen e chiamata “Dante”.

Questa settimana è proseguito il NY Film Festival, che mi ha messo sul piatto proiezione e conferenza stampa
Di “At Eternity’s Gate”, il film di Julian Schnabel su Vincent Van Gogh che è valso la Coppa Volpi a Willem Dafoe all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Ci ho scritto un articolone che è uscito su La Voce di New York, e che più o meno dice così…

Cosa succede quando un artista decide di fare un film su un artista? Alcuni pensano sia un cortocircuito che sprigiona troppa energia, e optano per lo scetticismo. Altri, come noi, che amiamo le centrali elettriche in forma di talento, e mettiamo in preventivo il rischio sovraccarichi, sono andati alla proiezione di At Eternity’s Gate con curiosità e fiducia: quando un artista decide di fare un film su un altro artista, semplicemente lo segui. Se poi non ti porta da nessuna parte, avrai semplicemente perso un paio d’ore.
Julian Schnabel, in questo caso, non solo ti porta da qualche parte. Ma per due ore ti fa essere Van Gogh. Perché At Eternity’s Gate non è il biopic lineare che ci si potrebbe aspettare da qualsiasi regista invaghito dalla vita del pittore — chi, obbiettivamente, non ne subisce il fascino? Ma, come abbiamo avuto modo di confessare al regista dopo la proiezione, At Eternity’s Gate è il film che avrebbe girato Van Gogh su se stesso se Van Gogh fosse stato regista. E questo non lo rende un’opera per tutti, ma per coloro che sono disposti a lasciare la propria corazza di sanità e di intraprendere un viaggio di due ore sulle vette dell’estasi creativa e giù nei meandri dell’incubo, dell’alienazione.
l film è stato presentato all’interno della Main Slate, la categoria dei film principali del NYFF, e ha portato, sul palco del Walter Reade Theater, sia il cast con Willem Dafoe, Oscar Isaac, Ruper Friend, sia il trio che ne ha firmato la sceneggiatura — Julian Schanbel, Jean-Claude Carrière e Louise Kugelberg — che si sono prestati a commentare, pur brevemente — troppo brevemente! — il making-of del film.

“Non volevo fare un film su Van Gogh”, confessa Schnabel, “Io e Jean-Claude eravamo al Musée d’Orsay, e Jean-Claude ebbe un’epifania…”, aneddoto che Carrière prosegue a raccontare, “Grazie a Julian, abbiamo goduto di una visita privata al museo. Eravamo soli. E ci siamo trovati davanti a un autoritratto molto triste di Vincent. Un autoritratto in cui aveva usato tre tipi diversi di blu per marcare il contorno dei suoi occhi, e un rosso vermiglio. Era come sentire il battito del suo cuore. Non ho mai provato una sensazione simile in vita mia. Era come se Van Gogh ci stesse seguendo”. La parola torna a Schnabel, “Allora abbiamo buttato giù il copione. Ma non ho pensato in termini di struttura. Ho pensato a delle vignette, come se lo spettatore uscisse dal cinema così come uscirebbe da un museo — portandosi con sé delle vignette delle cose che ha visto”.
E in effetti la cronologia della vita dell’artista è rispettata a grandi linee, ma quello che interessa a Schnabel è più che altro restituire l’esperienza di Vincent uomo e artista, il suo percorso che rasenta la follia e che poi ci finisce dentro, per poi riuscirne, e per poi rifinirci dentro di nuovo, in un in-and-out che lo condannerà a uno stato di turbe momentanee, consacrandolo, ciononostante, all’eternità della storia dell’arte.

Quindi abbiamo il periodo trascorso Arles, dove Vincent vive una stagione di furore artistico, ma dove al contempo subisce le angherie dei paesani piccoli e diffidenti, che vedono in lui il matto da punire e allontanare — “mi sento un esule, un pellegrino… Del resto anche Gesù era totalmente sconosciuto e perseguitato quando era in questo mondo”, deduce Van Gogh, lettore delle Sacre Scritture. Abbiamo l’anno trascorso presso l’istituto psichiatrico di Saint-Rémy de Provence, dove Vincent dipinge qualcosa come centocinquanta dipinti tra il 1889 e il 1890. E gli ultimi due mesi a Auvers-sur-Oise, dove ne dipinse ottanta, in una furia creativa che supera persino gli anni arlesiani. Tutto questo è inframezzato dagli eventi salienti che hanno puntellato la biografia — e la sua sanità — del pittore. L’amicizia complicata con Paul Gauguin, l’episodio del taglio dell’orecchio, il rapporto tenerissimo con il fratello Theo — colui che più di tutti tentò di proteggere e incoraggiare il talento di Vincent. Tutti questi elementi, legati alla sfera biografica ed emotiva, occupano lo schermo in maniera frammentata. Così abbiamo un frammento — struggente, mirabile — del legame fortissimo con Theo in un momento d’infinita dolcezza: Vincent assopito nel letto dell’ospedale psichiatrico, Theo sdraiato accanto a lui, la cinepresa vicinissima ai loro volti, come per restituirci il calore che solo un rapporto fraterno autentico può sprigionare. E abbiamo frammenti di vita quotidiana. Le peregrinazioni per i campi inondati di sole, nel più classico dell’immaginario vangoghiano — l’estasi fanciullesca del pittore. Oppure le finestre intrise di pioggia, gli scarponi malandati che diventeranno soggetto di un suo quadro, le radici degli alberi, i matti che camminano in circolo dentro un manicomio — lui insieme a loro.

La soggettiva è il linguaggio che Schnabel sceglie di adottare. La cinepresa sta addosso ai personaggi, assume prospettive scomode, l’occhio si fa sfocato, la pellicola sgranata. La sensazione è quella di trovarsi in un mondo deformato, disturbato da qualcosa che incombe e che non sappiamo spiegare. Quel qualcosa è la follia, che bracca Vincent, e che, in base agli intenti “transfert” del regista, insegue noi.
“Ci sono moltissime parti di questo film che sono in silenzio, e moltissime parti narrate in prima persona. È come se non stessimo guardando un film su Van Gogh, ma come se fossimo Van Gogh”, commenta Schnabel in conferenza stampa. E ricorre anche a una tagliente, doverosa battuta ironica, quando una giornalista gli chiede se la scelta di sfocare certe immagini, specie all’inizio, sia stata voluta. “Voluta? Nah, sarà stata un svista…”, butta lì, sornione. Ebbene, non solo è voluta, ma ricercata con cura maniacale, attraverso immagini fuori fuoco, camera a spalla, inquadrature sottosopra.
“Mi era capitato di comprare per sbaglio un paio di occhiali bifocali. Li ho messi per gioco davanti alla lente della cinepresa. E quello era l’effetto che ricercavo per rendere la follia, e catturare la paura che deve aver provato Vincent. Penso che fosse spaventato a morte dall’idea di diventare pazzo”.
Ineccepibile l’interpretazione di Willem Dafoe, le cui rughe e il cui viso scavato di sessantenne cantano benissimo l’anima vecchia del giovane trentasettenne Vincent. Racconta l’attore, “Avevamo una sceneggiatura robusta a cui affidarci. Andavamo sul set la mattina presto, giravamo in fretta, e poi avevamo il pomeriggio per camminare nella natura e farci ispirare. È stato tutto molto naturale, e il pensiero che avevo era quello di godere a pieno dell’esperienza che stavo vivendo”.

In conferenza stampa anche Oscar Isaac, che sullo schermo, nel ruolo poco incisivo di Paul Gauguin, ci ha fatto rimpiangere il sanguigno, credibilissimo Anthony Quinn: la sua interpretazione in Brama di vivere (Lust for Life) di Vincente Minnelli, gli valse l’Oscar come miglior attore non protagonista nel 1956, e gli bastarono una manciata di minuti di recitazione per guadagnarselo — Dafoe, di contro, tiene testa a Kirk Douglas, che di Vincent diede un’interpretazione parimenti convincente.

È evidente che i tre sceneggiatori hanno saccheggiato a piene mani lo splendido epistolario fra Theo e Vincent. Le citazioni sulla pittura, sulla vita, Dio, la bellezza, la malattia, l’emarginazione, l’esistenza sono sparse per tutto il film, e molto spesso vengono ripetute due volte, quasi per dar modo allo spettatore di capirle a fondo, e di non lasciarle scivolare via insieme allo scorrere della pellicola. “Volevo far dire a Van Gogh cose sulla pittura che volevo sentirgli dire”, ammette Schnabel. Il rischio, in alcuni punti, è quello di scendere nella deriva del citazionismo e mettere a repentaglio l’equilibrio volutamente squilibrato che At Eternity’s Gate persegue. E di scivolare nell’accademico. Ciò non succede. Schnabel si salva: il tipo di spettatore che sceglie di vedere questo film sul pittore sa di trovare pane per i suoi denti, tanto che potrebbe uscire con le mani piene di perle, avesse la pazienza di raccoglierle su un taccuino, cosa che ho fatto per voi, e che condivido di seguito.

“Quando mi trovo davanti a un paesaggio, vedo l’eternità. Magari sono il solo a vederla, ma la vedo.”
“A volte la mente mi sfugge… Sente di perderla. A volte vedo fiori, angeli, esseri umani, a volte mi parlano. Quando sono in quello stato, non mi rendo conto di ciò che potrei fare. Potrei anche uccidere. O gettarmi da un burrone”.
“Mi sento perduto quando non sono nella natura. Quando la guardo, vedo i legami che ci uniscono tutti”.
“Ho bisogno di uscir fuori e scordar me stesso. Ho trascorso tutta la vita da solo in una stanza. E ho bisogno di dipingere veloce. Ho bisogno di trovarmi in uno stato febbrile. Più dipingo in fretta, più sono felice.”
“C’è qualcosa in me, non so cosa sia. Vedo cose che nessuno vede, e voglio condividerle con gli altri, per mostrare loro com’è veramente la vita”.
“Dipingo la luce del sole”
“Sono un pittore. Non riesco a far nient’altro. Dio mi ha dato questo dono. Forse Dio ha scelto il periodo sbagliato, io sono per le persone che non sono ancora nate”.
“Dipingo per smettere di pensare. Penso al rapporto con l’eternità. Stazionano molte distrazioni e fallimenti, al limitare di un dipinto riuscito”.

E anche per oggi, eccoci in fondo –siete arrivati fino in fondo??
🙂

Consiglio vivamente quattro passi nel Frunyc IV per capire “Heavenly Bodies”.
Vi ringrazio sempre tanto e vi porgo dei saluti, stasera, maledettamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 386 da NYC commenta “ROMA” di Alfonso Cuaron

LET’S MOVIE 386 da NYC commenta “ROMA” di Alfonso Cuaron

Mental Moviers,

ci sono dei momenti, in qualsiasi lingua, in cui le parole, perdono il primato della parola più trendy e lasciano il posto a nuove parole. Io immagino ci sia un ospizio per le parole passate di moda, ma certo non posso dirlo con sicurezza. Questo capita a tutte le lingue. La pischella e il paninaro, per esempio, due perle degli anni ’80 che, guardate da vicino nel 2018, hanno perso tutto lo smalto. Lo stesso dicasi per “ganzo”, che ha fatto di me una teenager mono-aggettivale per tutto il biennio1995-96.
Capita anche all’inglese. Pensavate voi che “insane”, oppure “crazy”, fossero sempiterni? No, non lo sono.
Oggi sono minacciati da “mental”.

“This week was absolutely mental for me”. Così mi dice Vivek.
Vivek è indiano di nascita — non nativo indiano, indiano dell’India. Trasferito in Canada all’età di tre anni. Poi spostato a Phoenix, Arizona, e da un annetto qui a New York. Fa il Business Intelligence Director alla Columbia Univerity, se vi interessa. E mi ha rivelato dei segreti mica da ridere su quanto gli americani — specie gli ebrei americani — facciano donazioni da milioni e milioni e milioni di dollari all’ateneo… E senza nemmeno dover insistere troppo. Lo fanno di natura.
Ma torniamo alle parole…
“Mental” sta per “fuori di testa”. E ci sta.

Barba da talebano e animo hip-hop, Santek, a un’opening di una mostra presso la Municipal Art Society, nel Greenwich Village, mi butta lì un “You are dope, maaaan” quando gli spiego un po’ la mia storia — e su “instagrammable” per il momento soprassiedo…
Ora vi prego di sostituire “cool” con “dope”, oppure di affiancarglielo se siete troppo affezionati.
“Dope” sta per “da droga”, “da paura”. Non siate troppo sentimentali quando toglierete il primato di “cool” dal vostro lessico di quotidiano stupore.
Io sono ben felice che gli americani ricorrano a un altro modo per dire che qualcosa è fico, perché, parliamoci chiaro, lo abusano in maniera impropria, anche in contesti in cui un italiano farebbe uno sforzo per trovare aggettivi più consoni.
Ho dovuto far scrivere ai miei studenti del Mercy College un paper: “Vai in un posto italiano, frequenta un evento italiano e descrivi cosa ti ha colpito dell’esperienza” — questa, sostanzialmente, la traccia, per un paper assolutamente inutile, giacché da scriversi in inglese.
Thomas, molto meritoriamente, è andato a visitare Magazzino Italian Art, il bel contenitore che contiene tanta Arte Povera del secondo ‘900 italiano a Cold Spring.
A parte rimanere molto stupita della briga che si è preso di andare Upstate NY, in tre paginette ho contato cinque “cool”, per descrivere opere d’arte, di un’importanza assai capitale, e non solo per l’Italia — One thing I forgot to add was that a lot of artwork used shadows which was really cool… I spent a good while at the art museum giving thought to each piece of work and overall it was definitely really cool how they pushed subtleties in work
Definitely really cool.

Ma quando noi scrivevamo un tema d’italiano alle superiori, o un essay all’università, ma dicevamo “Penso che sia molto fico che” o “a mio parere è fico che l’artista voglia…”. Non mi risulta, ma magari ero solo io che mi arrampicavo sulla scala della sinonimia, chissà.

Non solo Santek mi ha nominato “dope”. Ed è questo che mi ha acceso una spia. Quando senti una parola una volta, fai la faccia basita. Quando la senti la seconda volta, fai la faccia dell’uomo ricco che s’intasta un assegno.
Parola nuova, tesoro nuovo.
Dovevo dirvi di una micro mostra che sono andata a vedere a SoHo. Ecco.
Il venerdì olimpico in cui ho ricevuto le copied di Bitter Bites from Sugar Hills — e ora, udite udite, lo potete pre-ordinare su Amazon e ammirare su Small Press Distribution 🙂 — mi sono diretta al Morrison Hotel and Art Gallery, 116 Prince Street.
Il Morrison funziona un po’ come lo spazio Domenico Vacca — ricordate? Un accostamento di attività diverse, tutte sotto lo stesso tetto. Ma devo ancora capire se il Morrison sia un hotel di fatto oltre che di nome, e se sì, dove si nasconda. Credo nel suo caso si realizzi il fenomeno del name-displacement, come quando chiamano un risporante “La sacrestia”, o “Il convento”, e tu non è che devi domandarti dove si saranno mai cacciati preti e suore.

Quando arrivo, salgo una scala strettissima e mi ritrovo in una stanza assai grande, ma non certo il MoMA. Un ufficio, con tre tavoli, pareti bianchissime, legno per terra, le finestre ricamate all’esterno dalle scale antincendio. A SoHo, tante scale antincendio sono bianche, e questo fa di SoHo, SoHo. Nel resto di New York, le scale antincendio sono nere. E questo fa di New York, New York.

Mi accoglie Matthew, un gayissimo gentilissimo che, appena dico, “I am Italian”, sbotta in un “OMG, Italy is sooo dope”.
E lì, si accende la spia di cui sopra: “dope” entrato nel quotidiano lessicale della città.

Da quando sono qui, è sempre un po’ un problema dire da dove vengo.
Vengo dall’Italia ma abito a New York. Quanto tempo dovrà passare prima di poter dire “Sono di New York”? Ma poi, voglio proprio dirlo, “Sono di New York”? Me lo chiedo perché ogni volta mi sento sempre in dovere di rivelare che sono italiana. Lo infilo ogni volta. Mi chiedo il perché.
Tutto il mondo capisce dal mio aspetto che non sono americana. Alcuni sentono che c’è un accento nel mio inglese. Ma non un accento italiano. Per questo rimangono stupefatti quando dico, “I am Italian”.
E poracci, questi americani. Non è che se sei italiano si aspettano che parli l’inglese del Padrino o dei Good Fellas, ma cerchiamo di capirli. Il 98% degli expat parla un inglese con un fortissimo accento italiano.
Non c’è da meravigliarsi se gli autoctoni strabuzzano gli occhi quando sentono un’italiana con una pronuncia inglese accettabile.
Dire che si è italiani è sempre un piacere, a New York. Ma penso un po’ dappertutto, all’estero. Si aprono dei gran sorrisi, si rimestano ricordi “Oh Italy! I have been there to…” e via con la brochure dell’Ufficio del Turismo. Oppure si sgranano occhi sognanti, ma vaghi — “Oh Italy…”, e chissà quali immagini riempiono quei puntini di sospensione quando sospirano “Oh Italy…”.

Per omaggiare il bel paese, Matthew mi dice, “I am Matteo”. Come il mio amico Hemingway, anche lui pronto a rinnegare Matthew e passare alla sua controparte italiana.
È originario di Montreal. E lo lusingo, decantando la città. In realtà ci sono stata tre giorni qualcosa come dodici anni fa or so, sotto una pioggia torrenziale, in cui ho maledetto il Canada ogni singolo minuto. Quindi ho dei ricordi nebulosi della città. Ma ricordo, tuttavia, la gran concentrazione museale, e un senso d’Europa, da qualche parte. Lo stesso che pulsa a Boston.
Matteo mi spiega della micro mostra che hanno allestito. S’intitola semplicemente “Hip Hop” e raccoglie una trentina di scatti fatti ad artisti hiphop e rap negli ultimi trent’anni. Fra loro Biggie, Tupac, Eminem, Run-DMC, NWA, Public Enemy, Dr. Dre, Lil’ Kim, Beastie Boys, 50 Cent, Kendrick Lamar, OutKast, Snoop Dogg, Jay-Z, Nicki Minaj, Kanye West, ASAP Rocky, Wiz Khalifa.
Le foto sono quasi tutte in bianco e nero, tranne tre o quattro. Fra queste, ne spicca una che porta l’arancio della tuta e l’oro della zecca che Jay-Z si porta addosso, in uno scatto in cui aveva 18 anni — e sicuramente 18 kg — in meno.
Lo scatto è un cimelio.
Al fotografo, il noto Thimothy White — quel Thimothy White che immortalò i Guns’ N Roses nella loro prima copertina di Rolling Stones — capita di ospitare l’amico Jay-O nel suo loft di Los Angeles. Siamo nel 1988. Noi si guardava “La casa nella prateria” e Sarah Ferguson dava alla luce la sua primogenita — non fate domande, non so perché lo ricordo. Jaz-O deve farsi scattare delle foto da Timothy. E si porta appresso questo bro, questo ragazzone che in realtà è un ragazzetto di 18 anni. Dice a Thimothy “Oh, hey, this is my friend”, un bro da New York, che sto seguendo, lo produco, gli ho trovato un nome. Jay-Z.
Thimothy scatta delle foto a Jaz-O e Jay-Z, e a Jay-Z da solo. Poi le mette via in una cartella. E se ne scorda per trent’anni. Poi come sempre succede quando fai repulisti, ecco che la cartella spunta fuori dal nulla. Ecco le foto. Ecco la foto di Jay-Z a 18 anni.

Se lo guardate, lo vedete che è lui. Quell’aria da “ne vedo di tutti i colori ma non mi compatite ve la canto e ve la suono come mi pare”. Quelle labbra che sono cuscini, sopra cui saranno rimbalzati dei gran pugni, quando Jay-Z viveva e spacciava al Marcy Project di Bushwick — che sta a New York come le Vele stanno a Napoli. Oggi i cuscini accolgono la bocca di Byoncé, e per un periodo anche quella di qualcun’altra — un tradimento che quel dritto del nostro rapper ha trasformato in un successo colossale con l’album e il tour 4:44. E poi l’arancio della tuta, che a stento s’intravede sotto tutto quell’oro — vero — che lo ricopre. Una corazza dorata contro un mondo di fakeness.

Io sono incantata. Certo dal ritrovato Jay-Z. Certo dallo scatto a Eminem, our beloved baby Bunny boy, nel 2002, quando era nella sua fase inkazzosissima. Capello ossigenato, due ditoni medi davanti a sé e dietro il suo ghigno da bad boy che convince solo i suoi detrattori: i suoi estimatori lo estimano perché vedono ancora più dietro di tutto.
Perché con tutte le mega mostre a disposizione, questa micro mostra?
Per l’intuizione. Un’intuizione che è stata replicata anche alla Municipal Art Society, dove ho conosciuto Santek, il cantante hiphop molto “dope”.
L’opening, lì, era per “Close to the Edge: The Birth of Hip hop architecture”, un’altra micro mostra che osserva come l’hiphop abbia influenzato l’architettura urbana dagli anni ’80 in poi.

Questi sono dei segnali. Prima o poi arriverà anche il MoMA con la sua mega mostra sull’hiphop. E allora avremmo finalmente la consacrazione nell’olimpo dell’arte.
Sarà molto dope.
E anche un po’ mental.
🙂

Questa settimana è stata graziata anche dalla visione per la stampa di “Roma”, all’interno del NY Film Festival. E dalla conferenza stampa post-proiezione con lui, il regista, Alfonso Cuaron. Oltre a essere un genio assoluto del cinema contemporaneo, Cuaron ha anche quel fascino stropicciato dell’uomo d’intelletto che si nasconde dentro l’uomo del sentimentale. Non so come la pensate voi, ma per me la combinazione è fatale.

È andata così. Contatto il mio contatto al Lincoln Center per sentire se ci sono posti per i due film italiani in programma, e in aggiunta, “Roma” e “At Eternity’s Gate” di Julian Schnabel — il film su Van Gogh che muoio dalla voglia di vedere.
Il contatto mi dice, spiecente Sara, i due film italiani sono sold-out, ma se vuoi ho un posto per l’anteprima stampa di Cuaron e Schnabel.
Secondo voi potrei mai non aver voluto?
Ed eccomi venerdì mattina ad andare al Walter Reade Theater. Sala gremita di giornalisti. Mi piazzo in seconda fila.
Cuaron ha da gustarsi da vicino.

“Roma” è un capolavoro. C’è poco da dire. Di film belli ne ha fatti, ma questo è il suo capolavoro, e a Venezia c’hanno visto giusto, assegnandogli il Leone d’Oro. Lo capisci già dalla scena iniziale: un pavimento bagnato di acqua saponata, il rumore di una ramazza che ramazza. Cinque minuti passano così, e in quei cinque minuti Cuaron scrive la sua regola di poetica numero uno per questo film: rendere omaggio al passare naturale del tempo.
Ce l’ha detto lui in conferenza stampa.

Roma è il quartiere di Città del Messico in cui Cuaron ha vissuto infanzia e giovinezza. Roma lo celebra partendo dall’interno di una casa, di una famiglia borghese che ha moltissimo della sua famiglia, a cominciare dall’amatissima domestica Libo, Cloe nella finzione del film, il centro attorno al quale il film gravita.
Tutto sembra perfetto nella grande casa sullo schermo. Sofia, la madre, biochimica di formazione ma casalinga di lusso per badare alla famiglia, il padre, stimato medico, quattro bei figli, la nonna, e la domestica devota. Ma questo apparente quadretto di perfezione Mulino Bianco s’incrina dopo poche scene, quando scopriamo il poco di buono di cui Cloe s’invaghisce, e che farà di lei una sedotta e abbandonata con tanto di gravidanza non voluta. Quando scopriamo, anche, l’infedeltà del marito di Sofia, e la sua decisione di lasciare la famiglia — altro aneddoto autobiografico del regista.
Accanto alla storia personale vissuta dai protagonisti, con la delusione di Cloe, il sogno infranto di Sofia, la Storia sfila nel film attraverso episodi collettivamente drammatici, come il Massacro del Corpus Christi del 10 giugno 1971, quando un numero imprecisato di studenti manifestanti furono uccisi da un gruppo paramilitare.
Tuttavia è l’interno, il luogo che Cuaron vuole esplorare con la sua macchina da presa: l’intimo domestico — la casa — e l’intimo suo, l’archivio della sua memoria.
“È un film sui miei ricordi. Personale. E sugli strumenti emotivi a cui ho attinto”, ci dice nella conferenza stampa dopo la proiezione del film. “Ho cullato il progetto per molti anni, ma non ero pronto a lasciare andare le cose. Dovevo affrontare del materiale della mia vita personale che mi risultava difficile affrontare”.
Lo spettatore capisce immediatamente che ciò che sta guardando non è la semplice narrazione di un racconto, come tanti racconti. Da subito, si percepiscono la vita e il suo svolgersi, con i tempi e i ritmi veri, naturali, dello scorrere del tempo, come dicevo prima.
“Volevo onorare il senso del tempo, e volevo onorare lo spazio. Lo spazio e il tempo ci lasciano, alla fine, ma segnano la nostra vita. Per me la memoria funziona esattamente così.”
La quotidianità della famiglia è osservata con una meticolosità e una cura che non hanno nulla di morboso, e nemmeno di semplicemente naturalistico. Un piatto con del cibo, i panni lavati e stesi al sole, un’automobile che fa manovra in un garage per non toccarne le pareti, persino le cacche del cane di famiglia nel cortile. Tutto è annotato, con grazia ma senza giudizio, dalla macchina da presa, dietro cui c’è l’occhio di Cuaron che ri-guarda un passato ancora chiaramente presente e vivissimo dentro di lui. E allo sguardo che abbraccia il grande urbano di Città del Messico così come il piccolo domestico della casa —uno sguardo che ha molto, moltissimo del poeta, in grado di cogliere il macro tanto quanto il micro — si affianca la dimensione del suono, impiegata con attenzione ed estro dal regista.
“Se per Proust era il sapore che azionava il grilletto della memoria, per me è l’odore. E l’ho ricreato, cinematograficamente, attraverso il suono, cercando di catturare i rumori di una città, e la musica di una società in un determinato momento storico”.

Oltre a spazio e tempo, Roma celebra anche le donne. Non eroine, non sgualdrine, ma anime che sopravvivono, con grazia, alle asperità contro cui le loro vite si trovano a sbattere, chi, come Cloe, scoprendo nel ragazzo appena incontrato l’uomo decisamente sbagliato, e chi, come Sofie, scoprendo lo stesso nel proprio marito.
Un film dal patrimonio genetico femminile, ma non femminista, che si limita a porgere una realtà narrativa allo spettatore, lasciando a lui il compito di decifrarla come meglio crede — ovvero ciò che ogni regista dovrebbe fare. “Non volevo dare alcun tipo di risposta”, commenta Cuaron, e quando gli faccio notare — sì io, pazza — che gli uomini, in questo mirabile affresco emotivo del Messico degli anni ’70 — che potrebbe essere benissimo l’Italia degli anni ’70 — gli uomini risultano piccoli, ridicoli e violenti, come il ragazzo di Cloe, codardi e deboli, come il marito di Sofia, Cuaron risponde, “Non c’è mai stato un progetto intellettuale dietro questo film. È un lavoro puramente emotivo. E sì, è vero, è proprio un affresco, un murale su cui è dipinta la storia di una famiglia. E sì, potrebbe essere l’Italia. E potrebbe essere l’India di Bombay, come qualcuno mi ha fatto notare”. Io naturalmente stavo per morire, ma come diceva Gabriel Garçia Marquez, ho vissuto per raccontarlo. 🙂

Eppure, nonostante lo scavo nella memoria al lavoro in Roma, Cuaron non indulge nella nostalgia, anzi, la rifugge, ricorrendo a un linguaggio visivo che potrebbe superficialmente far pensare il contrario. “Ho usato il bianco e nero, ma non è un bianco e nero nostalgico, è digitale. È un punto di vista dal presente sul passato, non del passato su se stesso”.
Questa scelta stilistica aumenta notevolmente il peso estetico del film, il cui nitore ricorda quello della fotografia di Sebastiao Salgado. La sensazione è quella di trovarsi in una galleria d’arte mobile e, per una volta, guardare le opere d’arte scorrere davanti ai propri occhi — noi fermi, loro in movimento. Le opere d’arte sono gli oggetti della quotidianità. Un telefono, un piatto, un canale di scolo con un omino giocattolo abbandonato a se stesso.
Roma è drammatico, penosamente, dolorosamente drammatico: durante un momento molto cruento del film, il parto di Cloe, la sala del Walter Reade del Lincoln Center ha risuonato distintamente di singhiozzi — dietro di me un giornalista alto due metri per 100 kg, il suo pianto inconsolabile. Ma non è una tragedia.
“La vita è un posto di solitudine. Ma la vita ti sorprende. Ci sono elementi che sfuggono al nostro controllo. Nelle relazioni, puoi esercitare il controllo, ma solo fino a un certo punto. Devi imparare a trattare con la casualità”.
Per tutti quelli che hanno l’occhio un po’ clinico, non sarà difficile notare quanto l’acqua, tra tutti gli elementi presenti, sia quello che s’infiltra, letteralmente, in tutto il film — per lavare un pavimento, spegnere un incendio, portarsi via due bambini.
Alla conferenza stampa erano presenti anche le due protagoniste, Yalitza Aparicio — nei panni di Cloe — bravissima attrice non professionista alla sua prima esperienza attoriale, e Marina de Tavira — Sofia. Entrambe hanno raccontato l’approccio assai spiazzante di Cuaron alla recitazione, “Abbiamo lavorato senza copione: Alfonso arrivava al mattino e ci dava la descrizione delle scene del giorno. Solo quelle. Abbiamo lavorato giorno per giorno. È stato difficilissimo per me, all’inizio. Ma poi ho capito: la vita ti sorprende, e per restituirla in maniera naturale, dovevamo farci sorprendere. Quello è stato il processo che abbiamo adottato”, ha raccontato Marina de Tavira.
Struggente e nello stesso tempo pieno di vita e di speranza, con una geometria narrativa ineccepibile che apre il film sulla terra bagnata dall’acqua e lo chiude sul cielo, Roma è proiettato a Los Angeles, dove gli auguriamo tutti gli Oscar che l’edizione 2019 potrà portargli, orgogliosi che Venezia l’abbia consacrato per prima 😉

E anche per stasera abbiamo pipponato alla grande… Sarete ancora lì, vivi, oppure sarete caduti sul campo?
Io, dei Moviers, dico sempre, ma chi li ammazza quelli?, quindi ho la risposta.
Frunyc IV aggiornato e saluti, schizzatamente cinematografici.

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