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LET’S MOVIE 395 da NYC commenta “VOX LUX” di Brady Corbet

LET’S MOVIE 395 da NYC commenta “VOX LUX” di Brady Corbet

Miraccomando Moviers,

don’t get me wrong. Non tradirei mai il cinema con il treatro.
Per quanto io lo ami, il teatro, e rimanga affascinata dal potere di un posto che, per una novantina di minuti, diventa altro. Un’altra epoca, un altro stato, un’altra storia. E con un limitatissimo numero di oggetti scenici — che qui si chiamano “props”. Il teatro è l’arte dell’arrangiarsi con poco, da sempre. Non ha bisogno di grandi scenografie ed effetti speciali. L’aveva intuito Grotowski con il suo Teatro Povero. Un palco ridotto al minimo indispensabile. Due sedie, un tavolo. That’s it.

Il cinema è tutt’altra esperienza. La freccia più appuntita al suo arco è la replicabilità. La durabilità, anche. Oggi vediamo film del 1899. E li vedranno anche nel 2080. Infinite volte. Di contro, il teatro è unico e irripetibile. Muore nel momento in cui nasce. Se non sei presente, non puoi goderlo. Passa. E in questo, sembra mantenere in sé la dinamica dei mystery plays, del teatro di strada, quando le compagnie erano un carro che si spostava di città in città per portare in giro l’arte. Toccando una sera un posto, una sera un altro, e le persone che decidevano di trasformarsi in spettatori.
Vedere in televisione una pièce teatrale non funziona. Si svende la magia. È come leggere il quaderno degli appunti di Houdini.

Anche l’aspetto finanziario diversifica i due. Molto spesso il teatro è meno accessibile. Questa è una tendenza che sta cambiando, e sempre più spesso ci sono produzioni a portata di portafoglio. Eppure, fra i 15 dollari di un biglietto per il cinema, e i 35-45 per un biglietto di uno spettacolo Off-Broadway, ci sono quei dollari di differenza che incidono. Non parliamo poi delle grandi produzioni di Broadway, dove i biglietti arrivano a costare 5000 dollari: il caso del 2017 è stato senz’altro il musical “Hamilton”: sold-out per tutte le date dello spettacolo, biglietti introvabili e, come ho detto, a tre zeri. Tuttavia, va detto. Ai newyorkesi il teatro piace moltissimo, e magari risparmiano su qualche capo di abbigliamento — sicuramente risparmiano su qualche capo di abbigliamento — ma sul teatro no, indulgono. Per questo il polo del Theater District esiste e continua a esistere, nonostante la crisi e tutto.

Tornando ai due giganti, cinema e teatro, dovessi per qualche ragione scegliere, sceglierei il cinema.
Love of my life.
Ma abitando a New York, fingere che Broadway non esista, sarebbe davvero imperdonabile da parte mia. Broadway esiste eccome. Con il suo rettangolo di teatri, il Theater District, nella zona intorno a Times Square. Ce ne sono circa quaranta, e sicuramente avrete sentito nominare l’Ambassador, l’Imperial, il Marquis, il Regal, il New Victory. E Off-Braodway esiste, con i suoi teatri grandi e minuscoli sparpagliati in tutti i cinque boroughs di New York.
Ma ho imparato che il teatro Off-Braodway, ovvero quella miriade di produzioni sperimentali anti-mainstream, ha conquistato anche il Theater District. Sulla Nona Avenue e, ovviamente la 42esima, l’arteria su cui è spaparanzata Times Square, sorgono due strutture teatrali che ospitano produzioni Off-Broadway. Sono il Pershing Square Signature Center, un edificio moderno che contiene al suo interno quattro teatri. E il Theater Row, pochi passi prima, un altro polo con dentro altri teatri.
Insomma, a New York trovate teatrini che non sai nemmeno come facciano a sopravvivere — un piccolo sopravvissuto in cui andare è il Brick Theater, al 549 di Metropolitan Avenue, a Brooklyn. Oppure i teatri si clusterizzano. Se condividono la stessa pasta sperimentale, convergono e condividono in spazi comuni. L’unione fa la forza anche nel logistico drammaturgico.

Complice Peter, un amico giornalista con un piede nella scena teatrale, e complice Il Nordic Stage 2, il Festival del Nuovo Teatro Scandinavo, i miei ultimi dieci giorni, ho piantato le tende nel campo del teatro Off-Broadway nel cuore del Theater District.

Due parole sulla zona. Il Theater District è accanto a Hell’s Kitchen. Devo ancora capire se, in qualche punto si sovrappongono oppure se sono divisi da un confine netto — più la prima, penso.
Hell’s Kitchen è il ritratto della New York che qui si dice seedy. Malfamata, sordida, trasandata. Le luci di plastica sono troppo simili a quelle di Las Vegas per non ricordarla. I bar sono troppo pieni di dispiaceri affogati in una birra per ignorarli. La sensazione è quella di camminare in un paese dei balocchi dopo i balocchi, squallido e fatiscente, dall’alto contenuto cinematografico.
Anche se Hell’s Kitchen non è fra i miei quartieri preferiti di New York, quando ci cammino, e magari mi spingo fino al West End — che non è una zona, come a Londra, ma è la strada più a ovest della città: se non vi fermate e proseguite, vi trovate dritti nell’Hudson — quando mi capita di camminarci, Times Square alle spalle, l’illuminazione a giorno anche se è notte fonda, i turisti mescolati ai disperati, gli homeless intorno al Port Authority Bus Terminal, penso sempre che quel quartiere sia rimasto intatto, che il tempo, con il suo passare, non l’abbia nemmeno sfiorato. Certo, fuori da Madame Tussauds campeggia la statua di Morgan Freeman — New York City baluardo del racially correct — e il New York Times, a due isolati, sforna inchieste dal suo bel building by Renzo Piano. Ma l’atmosfera rimane la stessa degli anni che furono: traffichini dalle idee multimilionarie, il lastrico sfiorato tutto il tempo.
O così mi piace pensare.

Peter mi parla dell’Houghton Festival Reading organizzato dalla Julliard School.
Funziona così. La Julliard School, una delle accademie più prestigiose in cui, se avete tanti soldi e/o tanto tantissimo talento, vi potete formare nell’arte della danza, della musica e del teatro, organizza ogni anno questo evento in cui dà la possibilità agli studenti di drammaturgia dell’ultimo anno di presentare una pièce che hanno scritto.
Tipo il saggio di fine anno, ho minimizzato io, in tutto il mio pressapochismo mentale.
Peter mi spiega che gli studenti di drammaturgia della Julliard di solito sono alla seconda o terza laurea — di solito dopo Yale e Columbia — e sono dei professionisti fatti e finiti. Sono molto giovani — possono non superare la trentina — ma hanno un curriculum di otto pagine.
Hanno bisogno di tre lauree perché sfondare nel teatro a New York è un’impresa quasi bellica, proprio per la quantità di talento che si concentra in città, e per le innumerevoli coppie di gomiti che sgomitano per conquistarsi un palco, Broadway, Off-Broadway. Wherever. Purché un palco.
La formazione è essenziale. Se ti formi in quei tre atenei hai qualche speranza, altrimenti, bye-bye my love, tornatene in Wisconsin.

Ho avuto la riprova che le parole di Peter non erano solo parole parole parole.
Assistiamo a un reading, non a una vera rappresentazione teatrale.
Gli attori hanno il copione su un leggìo, non sanno ancora le battute a memoria. Questo perché quella è la fase in cui i registi mostrano l’opera a dei potenziali produttori. Se poi trovano il produttore interessato che rimane colpito dalla pièce e decide di investirci, lo spettacolo si fa. Altrimenti non si fa. È una specie di prova pilota per addetti ai lavori.
Un reading, una lettura… Sarà come una bruttacopia della performance vera e propria.
Il mio pressapochismo mentale colpisce ancora. Ho sottovalutato il talento.
Gli attori, giovanissimi, pregiati dalla presenza di Debra Monk, un’attrice di teatro che apprendo essere molto conosciuta in città, trasformano una semplice lettura in una vera e propria esperienza teatrale. Dopo venti secondi scordi i leggii e i copioni. In venti secondi sei già catapultato in “Nicole Clark Is Having a Baby”, una pièce scritta divinamente da Morgan Gould.

Una giovane donna obesa, incinta, innamorata del proprio compagno di colore, ha un rapporto conflittuale con la madre, un’egocentrata attrice di teatro, ex obesa.
Questa, in due righe, la trama. I dialoghi, un fuoco d’artificio di comicità e tristezza.
Io non m’intendo molto di recitazione teatrale, ma per me, tutti gli attori sono da Premio Strehler.
Finito lo spettacolo, Peter, che la sa lunga in fatto di teatro, mi dice. “Fra un anno ne leggeremo sul New York Times”.
Io: “Un anno??”
Lui: “Di solito ci vuole un anno per metter su uno spettacolo”.
Io: “Un anno è tantissimo!”
E in quell’istante visualizzo tutte le maestranza che devono essere mobilitate, i produttori da trovare, il teatro da accaparrarsi, le scene e le luci da disegnare, la pubblicità da approntare.
E un anno è sembrato pochissimo.

Concordo con Peter. La pièce piacerà all’audience newyorkese, o ai produttori che intenderanno produrla. La drammaturga ha dato prova di furbizia, spuntando dalla lista gli ingredienti caldi su cui la democratica e progressista New York è molto probabile che voglia interrogarsi: una donna obesa (sicura vittima di body-shaming) affermata nel lavoro (empowered woman) con un compagno di colore (multi-ethnicity) in conflitto con un genitore (parenthal issues), ovvero la madre (archetipica rivalità madre-figlia) lei stessa ex obesa (disturbi alimentari).
Non so bene come funzioni con il teatro. Se il prodotto si confeziona a tavolino, in maniera logica e ragionata, come mi è parso in questo caso. Tuttavia il risultato è godibilissimo.
Mi riservo il diritto di pensarci ancora.

In questo weekend poi, si è svolto il Nordic Stage 2, che porta in città, da dieci anni a questa parte, il meglio delle produzioni teatrali non mainstream provenienti da Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca. Siccome io sono un’estimatrice di Bergman, Strindberg e, con le dovute riserve, dell’IKEA, ho pensato che fosse un’occasione imperdibile.
Anche in questo caso si tratta di performance “by the book”, ovvero con il copione. In più, offrono anche una tavola rotonda e dei talkback alla fine degli spettacoli in cui conversare con il drammaturgo e gli autori.
Io sono in prima fila.

Dei tre spettacoli che ho visto, uno mi ha davvero intrigato. “Goliath”. La rivisitazione del mito di Davide e Golia, dove i due ragazzi sono fratelli, la madre ha sempre ricoperto di attenzioni Davide, e Golia ha covato del rancore. Golia si vendica nel modo estremo, e nel modo estremo la madre cercherà di vendicare Davide. Una madre che ha cinquant’anni e che è incinta di una figlia, Annette. Ideona del regista: far prendere vita ad Annette e metterla sul palco, come se fosse già nata, anche se la madre ha ancora evidentemente il pancione.
Ecco, solo i paesi nordici possono riscrivere dei miti biblici. Sarà forse la lontananza dal cuore del cattolicesimo che batte in Vaticano. I mediterranei fanno fatica a riscrivere ciò che è chiuso nel mausoleo della cristianità. Non parliamo poi di una madre che cerca di ammazzare un figlio — il tabù dei tabù.

Prima di passare al film, vi rubo un momento per cantare “Happy Birthday” a Let’s Movie. 🙂
Il 9 dicembre 2009, ho mandato la prima mail a uno sparuto gruppo di cinefili trentini, che hanno creduto subito a questa follia travestita da cartone animato.
Pur bramando New York con ogni grammo del mio essere, mai avrei immaginato che Let’s Movie avrebbe festeggiato il suo nono compleanno nell’Upper West Side, con il 395 pippone. E con tutti voi Fellows al seguito!
Certo il motto originario di Lez Muvi, in cui ogni grammo del mio essere si rispecchia, viene da Shakespeare, che di Amleto disse: “C’è del metodo nella sua follia”… E quella, la metodica follia, sembra non conoscere vecchiaia.
🙂
Dovrò inventarmi qualcosa per i dieci anni, nel 2019.
Per il momento, vediamo di arrivarci, e festeggiamo i nove anni!

Dopo il teatro off-Broadway, sono ovviamente tornata al love of my life, il cine.
E sono andata a vedere “Vox Lux”, di Brady Corbet.
Ricordavo che era passato da Venezia, dividendo la critica dell’ultima Mostra del Cinema, insieme a una Natalie Portman inguainata in un terribile abito da faraona — egiziana o gallina, fate voi.
Quando c’è Natalie, tendo a vedere il film. È un’attrice di cuore, metodo e IQ di cui mi fido.
Con “Vox Lux”, forse, mi sono fidata troppo…

Costruito come un’opera lirica con prologo, due atti ed epilogo, “Vox Lux” parte in quarta e mi ha conquistato subito. In una classe di un liceo dell’anonimo Midwest americano sta per cominciare una normale lezione di educazione musicale. La prof dice, aspettiamo ancora un paio di minuti che arrivino gli ultimi ritardatari. A quel punto fa ingresso, fuori campo — scelta ottima — non l’ultimo ritardatario, ma un ragazzo armato di mitra che fa quello che Eric Harris e Dylan Klebold fecero, sempre nel 1999, alla Columbine High School di Denver: apre il fuoco su compagni di scuola e insegnanti.
Della classe del film, si salva per miracolo, Celeste — omen nomen — una ragazzina angelica che viene sfregiata sul collo, ma che la scampa.

Celeste ha quel “certo non so che”. Quel quanto-basta di talento che, alla fine degli anni ‘90, poteva trasformarti in una Britney Spears o in una Christina Aguilera. Così Celeste, accompagnata dalla fida sorella — più bella, più dotata, ma più remissiva di lei — passa da uccellino innocente a star del pop.
Dischi, video, tour in Europa. Successo.

A questo punto il film fa un balzo temporale e dai primi anni del 2000 arriva fino al 2017. Celeste è una donna adulta, madre di Albertine, interpretata dall’attrice che interpretava Celeste adolescente, scelta che, lì per lì, spiazza non poco lo spettatore.
Vediamo subito quanto il successo abbia cambiato l’angelo scampato alla strage, trasformandola in un Lucifero caduto nelle spire dello star-system. Instabile, capricciosa, egocentrata, dipendente prima dall’alcol e poi dalla droga, Celeste è una madre più figlia che madre, una donna imprigionata nel suo personaggio a metà fra Madonna di “Confessions on a Dance Floor” e Lady Gaga di “Monster”.

Un aspetto interessante del film, è l’affiancamento di due fenomeni che hanno caratterizzato la storia degli ultimi vent’anni: l’ascesa, da una parte, del pop spensierato e frivolo, testi fatti di nulla colorato, e, dall’altra, l’irrompere, brutale, del terrorismo nella vita quotidiana. Celeste gira il primo video nel 2001, mentre le Torri Gemelle crollano. E nel 2017, alla vigilia del suo mega concerto a New York, un manipolo di terroristi con il volto coperto da un passamontagna glitterato come quello indossato da Celeste in un video, apre il fuoco su una spiaggia della Croazia.

Tra i tanti difetti, “Vox Lux” ha il pregio di ripercorrere il ventennio 2000-2017, tirando delle linee interessanti: il progressivo svuotamento di contenuti dalle canzoni passate non più in radio ma su spotify, fa da contraltare agli episodi di efferata violenza che hanno tragicamente caratterizzato l’inizio del terzo millennio.
Detto questo, il film è squilibrato. Parte molto bene, con il ritratto della giovane angelicata Celeste, sfuggita fisicamente — ma certo non psicologicamente — a una strage, e decisa a trasformare in bellezza — o forse solo fama — questa sua esperienza.
I problemi nascono proprio con l’arrivo in scena della Portman, assolutamente fuori parte. Troppo sopra le righe, Natalie semplicemente non riesce mai a mettere a fuoco il personaggio. Lo strilla, lo porta agli estremi, cade vittima dei suoi eccessi, ma senza essere il personaggio: esattamente come se lo recitasse, non come se lo fosse.

Il film è anche irrisolto. Si conclude con un quarto d’ora del concerto di Celeste, in cui Celeste, dopo una crisi di nervi con sorella, staff e figlia, balla e canta (in playback) davanti a un palazzetto adorante, fasciata in una tuta scintillante — più 80s che 2kks. Ci pare chiaro che il regista voglia puntare sulla vacuità di glitz&glitters, sul nulla che “l’arte” di questa star vuole portare a queste folle adoranti, se non un momento di semplice e semplicistica evasione — mentre il mondo là fuori si complica sempre di più.
Ma in un film il regista deve sempre considerare l’orologio. Non puoi dedicare metà film alle crisi isteriche fini a se stesse o alle canzonette. Mi devi dare altro!

In definitiva, “Vox Lux” lancia il sasso e tira indietro la mano nel finale, vanificando un po’ tutto l’ardire delle intenzioni iniziali. Se il film vuole dirmi che tutti noi, davanti a un mondo sempre più assassino, e assetato di sangue, giriamo la testa, preferendo annebbiarci i sensi con la leggerezza di canzonette e l’easy entertainment sfornato da tv e media, il film manca l’occasione di costruire un “what’s next?” all’interno della storia di Celeste.
Personalmente, non cerco mai una risposta filosofica nei film. Cerco di trarre delle conclusioni dal percorso del personaggio. Terminare il film su dieci minuti di concerto, Celeste sgambettante da un lato all’altro del palco, ribadisce il déjà-dit. È come leggere una pagina già scritta.

Infine, “Vox Lux” è un po’ il gemello dark e diverso di “A Star Is Born”. Entrambi raccontano l’ascesa di due stelle. Entrambi, il difficile percorso che porta al successo — benché nessuno arrivi alle vette di “The Neon Demon”, opera sublime di Nicolas Winding Refn che vi prego di recuperare.
Per quanto “Vox Lux” sia fallace in tanti punti, per quanto la recitazione esagerata della Portman letteralmente lo uccida, lo preferiamo comunque al melodrammone di Bradley Cooper.
Per noi il dark batte sempre il pink, almeno al cinema.

E su questo siamo giunti al termine, Fellows.
Frunyc IV aggiornato dove sapete voi, ringraziamenti sinceri, ancora happy birthday to Lez Muvi e saluti, probabilmente cinematografici.

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LET’S MOVIE 392 da NYC commenta “BOHEMIAN RHAPSODY” di Bryan Singer

LET’S MOVIE 392 da NYC commenta “BOHEMIAN RHAPSODY” di Bryan Singer

Questa settimana sono andata a vedere “Bohemian Rhapsody” di Bryan Singer, il biopic su Freddie Mercury, e be’, sui Queen.
Allora, cominciamo con il dire che sono partita prevenutissima.
Qui in America, in sala, prima che cominci il tuo film, ti propinano qualcosa come 15 minuti di trailer: provvidenziali se siete in ritardo, ma fatali se siete dei puristi che non vogliono sapere nulla in anticipo, come me.
Ho visto due volte il trailer di “Bohemian Rhapsody”, e volevo sprofondare. Il film appare in tutta la sua compenente televisiva, in tutta la sua assenza cinematografica. Ho scrollato il capo, e ho chiesto scusa a Freddie per conto dei responsabili.
Ma il primo film su Freddie, per quanto di malavoglia, dovevo vederlo. Per l’amore incondizionato, smisurato che provo per questo artista.

E qui entro un po’ nel biografico. Non so voi, ma io ero una teenager negli anni ’90, e ho scoperto i Queen perché nell’estate del 1994-5 non facevo che sentire i due Greatest Hits con i loro capolavori. Tutto il mondo, e tutti i ragazzi che ho conosciuto in quegli anni, sembravano essere innamorati di quei due album e della band.
Inoltre, associo ai Queen tre amori grandi della mia vita. Uno su tutti. E con lui, canzoni capolavori. Canzoni che sono sculture, che sono Cappelle Sistine, e che mi abitano di bellezza sin da allora. “Love of My Life”. “Under Pressure”. “Too Much Love Will Kill You”. “My Bijoux”.

E ancora. All’età di diciotto anni, in gita scolastica a Londra, prego la professoressa che ci accompagna di poter andare in pellegrinaggio al Garden Lodge 1, Logan Place, di Kensington, residenza di Freddie. Così, armata di pennarello, avrei potuto scrivergli, su un pezzo di muro, tutto il mio amore.
Per favore, Prof, per favore.
E così, grazie al sì di quella prof. Illuminata, ho fatto.

Quando una band fa parte così integrante della tua giovinezza, un film che la ritrae tocca delle corde che vanno oltre l’opera che state guardando. L’obbiettività viene messa a repentaglio. Quindi immaginatemi a cantare tutto il tempo, tutte le hits che si susseguono nel film. Killer Queen, We Will Wock You, Another One Bites the Dust, la stessa Bohemian Rhapsody, Somebody to Love, Love of My Life, I Want to Break Free.
E questo è il film, in definitiva. Un juke-box con un’unica band al suo interno. Se siete un fan, è la vostra festa.

Ma a parte la gioia di cantare a squarciagola in un teatro newyorkese — il volume del film è tenuto volutamente alto, credo, così non sentite il vicino (o voi stessi!) stonare — a parte il lato musicale, che trasforma il film in una specie di revival musicale, con gli ultimi dieci minuti dedicati allo storico Live Aid del 1985, con la scaletta interpretata para para. A parte tutto questo, “Bohemian Rhapsody”, dal punto di vista strettamente cinematografico, non ha molto da dire e dare.

Il film ripercorre le fasi salienti della vita di Freddie Mercury e dell’ascesa dei Queen, fino appunto all’’85. Dagli inizi come scaricatore di bagagli all’aeroporto di Heathrow, alla fondazione dei Queen con il chitarrista e studente di fisica Brian May e il batterista e studente di medicina Roger Taylor, a cui si aggiungerà il bassista John Deacon. E poi l’amore difficile con Mary Austin, che è stato davvero l’amore della sua vita, e che gli è stata vicino tutto il tempo, anche quando Freddie è sceso a patti con la propria bisessualità, e con la vita folle che condusse nei primissimi anni ’80, e che gli fecero contrarre l’AIDS.

Ovviamente c’è la genesi di “Bohemian Rhapsody”, la canzone. Il desiderio di fare qualcosa di totalmente nuovo, di spaccare le convenzioni: un pezzo in cui convivessero opera lirica, melodico, rock, pop, persino punk. 6 minuti di durata, quando tutte le radio passavano canzoni di 3 minuti al massimo — Pink Floyd esclusi.
Bene che il film s’intitoli come la canzone, perché quel pezzo è la quintessenza dei Queen, è quello che i Queen sono stato e che hanno fatto alla musica. Sovvertitori, inventori, innovatori, giocolieri, professionisti. Tutti e quattro, ognuno con il proprio strumento. Freddie, ovviamente, sopra tutti. Il Live Aid dell’’85, con migliaia e migliaia e migliaia di persone che duettano in coro con Freddie, fanno capire fino a che punto i Queen sono stati amati e venerati.

Ma il film è troppo impegnato sul mimetico. Troppa importanza ai denti sporgenti di Freddi — tanto che Rami Malek, che lo interpreta, pare sfoggiarli, quando invece Freddie non lo faceva affatto. Troppa importanza alle mosse, ai gesti. Al Brian May preciso identico al Brian May originale — chissà dove sono andati a scovarlo. Ma pochissima attenzione alle tribolazioni di Freddie uomo, innamorato pazzo di Mary, ma alle prese con la sua sessualità complicata, allargata, ritratta solo di striscio nel film. E zero attenzione alle sue origini africane: sì perché Freddie Mercury si chiamava Farrokh Bulsara, e la sua famiglia veniva da Zanzibar. Nel film, il suo essere di ceppo immigrato è giusto un elemento di colore.
Così come anche certi passi importanti fatti dalla band nella storia della musica. I Want to Break Free è stato il primo video che ha mostrato degli uomini travestiti da donne, intenti/e a svolgere delle bizzarre pulizie domestiche. Il video scatenò una marea di polemiche all’epoca, su cui il film tace completamente. Va meglio sulla genesi della canzone di “Bohemian Raspody”, che racchiude il “metodo Queen”: quello di integrare nel registrato dei rumori insoliti fatti con secchi, monetine, campanelli, casse oscillanti per muovere il suono, e Roger Taylor che strilla “Galileooo” fino al limite del castrato!

Lo diciamo sempre, ma vale la pena ribadirlo per questo film. Il biopic è un genere ostico: hai a che fare con un personaggio che è stato una persona. Devi smazzarti la sua componente di vita vissuta. Alcuni ci sono riusciti in maniera magistrale. Ricordate il Jim Morrison di Val Kilmer? Oppure la Marilyn Monroe di Michelle Williams? Oppure il Neil Armstrong di Ryan Gosling? Ecco. Ma bisogna essere dei grandi interpreti. Bisogna guardare dentro all’uomo, e stanarne le paure e le stranezze, i difetti e i misteri. E non bisogna imitarli. Bisogna viverli sul set.
La mia impressione è che il film li abbia imitati. Che Rami Malek, per quanto bravo, abbia imitato Freddie. Ma non sia stato Freddie. Quest’aria posticcia — l’emblema del quale è nei dentoni conigli in bocca al personaggio — questa sensazione di guardare un film per la televisione, non vi abbandona mai.
Se vi guardate “The Doors”, vi sembra di stare negli anni ’60-70, e di contare tutti i demoni che Jim si portava dietro.

Se affrontate il film con leggerezza, due ore di cantate come non le facevate da mesi, “Bohemian Rhapsody” fa per voi. Se cercate un lavoro cinematografico di fino, e la resa poliedrica del vostro mito Freddie, “Bohemian Rhapsody” vi lascerà molto delusi.

Mi permetto di concludere adolescentemente su un “Freddie, I love you”. Spero me lo consentiate 🙂

E dopo miglia e miglia di pippone, sono giunta alla fine.
Il Frunyc IV è aggiornato con le foto di Hauser&Wirth e della nevicata di giovedì 15 novembre — abbiamo capito che NY è sempre avanti in tutto, ma fosse un po’ più indietro, meteorologicamente, sarebbe pure meglio…
Ringraziamenti sentiti, e saluti, stasera, artisticamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 325 from NYC commenta “CHASING TRANE”

LET’S MOVIE 325 from NYC commenta “CHASING TRANE”

Malva Moviers,

E’ questo il cielo che mi ha accompagnato ieri sera mentre rincasavo. Non viola, non rosa. Quella via di mezzo che, ad annusarla sa di lavanda.
Il mio punto preferito della 1, la metro che corre lungo la Broadway, da South Ferry, la punta a sud di Manhattan fin su su alla 242esima, è tra la 110ima e la 125esima. Lì, la metro sbuca fuori da sottoterra e fende il cielo, in sopraelevata. Ho visto ogni sorta di meteo accogliere quei dieci isolati. Ma un cielo non viola, non rosa, ma malva, no, quello era la prima volta che lo vedevo.
New York City quest’anno ha deciso d’ignorare la primavera ed è passata direttamente all’estate. Ieri è stata  la mia ultima sera e per la prima volta da novembre, avevo la finestra con la ghigliottina completamente alzata, pronta ad abbattersi solo sul caldo. Fuori si sentivano i rumori dell’estate. Non chiedetemi quali sono i rumori dell’estate. Qualche ragazzino che strilla. Il traffico attutito dal caldo, l’acciottolio dei piatti dagli appartamenti intorno. E un ronzio di fondo che forse è semplicemente l’avvio collettivo dei condizionatori, ma che a me piace pensare sia il respiro di Harlem tornato a respirare dopo l’apnea invernale.
Non è sempre così, mi si dice. La primavera esiste anche qui. Io preferisco credere che New York ignori le mezze stagioni. E’ una città talmente estrema, talmente “o bianco o nero”, o ricco o povero, o mi ami o mi odi, che non vedo il motivo per cui l’estate dovrebbe trascolorare nell’autunno e l’inverno nella primavera.
Per il mio ultimo pomeriggio qui — prima del ritorno qui, intendiamoci — mi sono dedicata a SoHo. E no, non per lo shopping — cioè, un vestito c’è scappato, ma quello è un obbligo stabilito per legge.
Abbattiamo un luogo comune. SoHo non è solo Prince Street e Spring Street, che sono un po’ il Corso Vittorio Emanuele II e Piazza San Babila di Milano. SoHo si estende, in orizzontale, dalla Sesta Avenue a Crosby Street e, in verticale, da Houston Street fino a Canal Street. Cinque isolati per quattro, in cui non c’è solo fashion e glamour, ma anche molta molta arte.
E ho capito che anche New York organizza eventi fratelli che finiscono coltelli: si fanno la guerra, cannibalizzandosi a vicenda. Un po’ come il Salone del Libro a Torino e la nuova fiera “Tempo di Libri” a Milano, se non ho capito male…
Oggi si è tenuto sia il SoHo Art Network, http://www.sohoarts.org/DCW-map-lowres.pdf, sia la Madison Avenue Gallery Walk, nell’Upper East Side, http://www.artnews.com/madavegallerywalk/.
Due iniziative gocce d’acqua. Self-tour per le gallerie del quartiere con eventi fissati a ore stabilite — la macchina organizzativa di questa città mi sciocca ogni volta che la vedo in azione. Eppure, entrambe nello stesso giorno, entrambe from 11 am to 6 pm.
Dubito si sia trattato di una svista, di una fatale coincidenza. Io ci vedo una competition fra quartieri… Le contrade a Siena, Montecchi versus Capuleti a Verona. Quella rivalità tra rioni che c’è in ogni paese — New York ha solo qualche milione di abitanti in più, ma le dinamiche sono le stesse.
Muoio dalla voglia di trovare qualcuno dell’Amministrazione newyorkese e, quasi prendendomela con i miei limiti, buttar lì un “I was actually wondering why the two events took place the very same day… There must be some scheme I am missing…”.
Ih ih ih…
E non è esattamente che potete oscillare fra i due quartieri. Fra l’Upper East Side e SoHo ci stanno, nell’ordine, Midtown con la sua Times Square, il Garment District, Koreatown, il Flatiron District, il Greenwich Village e NoHo. Non c’è piede in due scarpe che tenga: ti devi schierare. Io, che nell’Upper East Side ci vado per correre il Museum Mile e infilarmi o al MET o alla Neue Galerie — uno dei musei più piccoli e più belli di NYC — non mi ci sento molto affezionata. Portofino va bene, ma per qualche giorno. SoHo invece ti fa sorridere già anche solo a pensarlo, con quel nome dalla vaga sonorità sushi che richiama Londra ma che vuol semplicemente dire SOuth of HOuston Street. Allora che SoHo sia.
Anche l’idea del “self-tour” è molto intelligente. Ai newyorkesi non piace sentirsi costretti a rispettare orari e ritrovi anche durante il finesettimana — hanno già l’agenda sufficientemente fitta durante la settimana, il weekend, give me some space, please.
Il concept è perfetto: ti fornisco una mappa con tutte le gallerie che aderiscono al progetto, ti propongo delle presentazioni e dei walkthrough accompagnati a determinate ore, ma per il resto, sentiti pure libero di gestirti come vuoi.
Io, che comprendo assai bene l’insofferenza verso tutto ciò che può ricordare Alpitour coi suoi viaggi organizzati, ho fatto quello che mi interessava, quando m’interessava — altroché statua, la libertà… La libertà deve camminarti a fianco il più possibile.
Di tutte le location suggerite, ho apprezzato sopra tutte la Judd Foundation.
Sapete chi era Donald Judd? Il minimalista che faceva tutti quei parallelepipedi in metallo, gli “Stacks”, uguali e in serie, e li appendeva alle pareti… Mi sa che il MART ha qualche sua opera nella collezione permanente. Ebbene, nel 1965 Judd ebbe la lungimiranza di comprare un edificio di cinque piani al 101 di Spring Street, e di farci il suo studio. Rimase la sua base newyorkese anche quando era in giro per il mondo e, dopo la sua morte (1994), i figli decisero di trasformare il posto in una Fondazione. Tutto quello che si vede è autentico, disposto come lo dispose Judd prima di morire. Al secondo piano — solo i primi due piani sono visitabili — c’è un open space che oggi è normale amministrazione. Ma immaginate cosa voleva dire, nel 1965, mettere un lavandino, nudo, senza mobili intorno, con i tubi a vista, verso la parte adibita a salotto…
Il pavimento è rigorosamente di legno — il legno imperfetto delle case newyorkesi di una volta, non le distese impeccabili del Mar d’IKEA. Anche i vetri sono 100% vintage, quelli di certi bicchieri che, guardandoci attraverso, deformano le sagome. In mezzo al salotto, una stufa di ghisa che sembra piombata da qualche montagna svizzera. E poco distante, maioliche siciliane — il contrasto sarà anche casuale, ma è comunque forte. Nessuna antina o cassetto o sportello. Tutto a vista.
Si legge molto della sua arte nella sua casa.
Aggiungete anche la Judd Foundation nelle vostre mete.

Cinematograficamente è stata una settimana all’insegna del documentario. Sono indecisa su quale dei due parlarvi. Opto per quello che forse avrete modo di vedere in Italia: un personaggio come John Coltrane è amato da tutti gli amanti del jazz di tutto il mondo: “Chasing Trane” di John Scheinfeld contribuirà a farlo amare, se possibile, anche di più. Già il titolo è una poesia che farà impazzire i distributori per la sua meravigliosa intraducibilità. “Trane”, come lo chiamavano, è omofono di “train”, e “chasing” significa “inseguire”… Good luck, translators…
Premessa. Io non ho una formazione musicale. Non suono nessuno strumento, sono immoderatamente stonata, e per me Sol-fa-mi è un personaggio dei Puffi. Ma mi piace il jazz. Miles Davis, John Coltrane, Dizzie Gillespie, Duke Ellington, Thelonius Monk. Datemi loro, e sto zitta e buona come una bambina.

Il documentario ripercorre la vita di questo genio supremo che spinse il jazz in territori mai esplorati prima. Era schivo e timido, Coltrane, talmente tanto da non aver mai rilasciato un’intervista televisiva. Si hanno degli spezzoni alla radio, qualche suo scritto, ma per il resto sono opinioni di chi conobbe lui, oppure la sua musica, tra cui, Kamasi Washington, Common, Carlos Santana, Wynton Marsalis, Sonny Rollins. C’è pure Bill Clinton, che sappiamo, strimpella il sax, e, come apprendiamo, ha un vero e proprio culto per Coltrane. E questo dicasi anche per Common — rapper e attore, per chi non sapesse — e Wynton Marsalis — trombettista, compositori, nonché Direttore Artistico del Lincoln Center che diventerà il nuovo Louis Armstrong, per chi non sapesse.
Santana spende delle parole alte per Coltrane. “Some people play jazz, some people play blues, some  people play hip hop. Coltrane plays life”.
Santana ci sa fare con la chitarra, ma anche con le parole non scherzo eh. Commentando il suo pezzo “Supreme”, Carlos dice: “It is a vortex of possibilities. It is the sound of light and of love”. E aggiunge: “You cannot describe music with words. You hear it. And you wanna cry”.
Non c’è verità più vera. Descrivere una musica con le parole è persino più difficile che descrivere un sapore. E ve lo dico da paroliera — una che gioca con le parole a tutte le ore. Coltrane non si ferma alle note. C’è un’irrequietezza che lo porta a sfidare l’ignoto. Molte delle sue ultime produzioni rimasero incomprese proprio per quello: era avanti rispetto ai suoi tempi, ma non ebbe mai paura di osare e di cambiare.
Proprio come nella vita privata. S’innamorò di una donna molto più giovane di lui, divorziò dalla prima moglie e si costruì una nuova famiglia. Sono scelte difficili che pochissimi uomini hanno il coraggio di fare.
Così come smise completamente alcol e droga. Nel primo periodo della sua carriera, Coltrane visse schiavo di queste due idre. Quando capì che stavano compromettendo la sua musica, smise completamente. Decisione non facile, specie in certi ambienti.
Ma quello che mi affascina di Coltrane, è che la sua ricerca era volta alla risoluzione dei grandi dilemmi dell’esistenza. I quesiti einsteiniani del “cosa facciamo qui e dove stiamo andando?”, a cui cercava di rispondere frugando fra le note.
“My music is to uplift and inspire people to find meaning to life. Because that’s what is all about”. Con questo suo statement in testa, pezzi come “A Kind of Blue”, “A Love Supreme” e “Acknowledgement” hanno acquisito un nuovo senso per me. Non sono solo un patrimonio di bellezza sonora dell’umanità, ma sono anche dei tentativi filosofici attraverso i quali il musicista-filosofo Coltrane cerca di trovare il senso del tutto.

Perché questi documentari sono così importanti? Perché non solo mi raccontano un gigante che ha cambiato la storia della musica, ma anche la Storia. Per esempio, non sapevo che “Alabama”, un suo pezzo famosissimo, fosse stato scritto dopo il discorso che Martin Luther King tenne in seguito al massacro di Birmingham. “Pain and hope are there”, commenta la voce di Denzel Washington, che racconta, fuori campo la vita di Coltrane.
Non importa quindi se di jazz non sapete molto. “Chasing Trane” è un’opera per scoprire John l’uomo, Coltrane il mito. Assolutamente imperdibile. E usciranno, nel corso dell’anno molti film su personaggioni della musica, a cominciare da “Bohemian Rhapsody”, il biopic su His Majesty, the King&Queen Freddie Mercury, e “All eyez of me” su Tupac — may He be always blessed. In ambito jazz, mi si dice che sia uscito Miles Ahead”, su Miles Davis. Cerchiamolo!

Prima di lasciarvi vorrei dirvi del Crowdfunding che abbiamo lanciato il 25 aprile per La Voce di New York su Kickstarter. Siccome La Voce è libero e indipendente, e vuole continuare a esserlo, contribuite alla causa!
https://www.kickstarter.com/projects/1697005818/liberty-meets-beauty
Grazie Moviers 🙂

E ora devo proprio chiudere casa e andare a prendere l’aereo… 🙁
Menomale che Trentoville mi accoglie in pieno Trento Film Festival.
A questo proposito mi preme far sapere al Signor Bobby De Niro che il TFF è il Trento Film Festival. Perché il Tribeca avrà anche compiuto 16 anni, ma il Trento Film Festival ne ha 65. You got that, Bobby?? Sixty-five…
Parla pure con la nostra Anarcozumi se vuoi saper come si fa… 😉

Nel Maelstrom stavolta vi metto il video di cos’è La Voce di New York… Vedete se mi trovate… 😉

Ho aggiornato il Frunyc, con nuovi scatti, e i titoli, pian piano arrivano anche quelli… 😉

E per oggi è tutto, my Moviers… Ci vediamo in esilio… 🙂
Ringraziamenti e saluti, stasera, cromaticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board
    
Eccolo qui, il video de La Voce di New York… https://youtu.be/pk8GLKdC11M
Insomma, per parlare un po’ di trentino-rivano dovevo venire a NYC! 🙂

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Let’s Movie CLXXXVI – FEDELE ALLA LINEA

Let’s Movie CLXXXVI – FEDELE ALLA LINEA

 FEDELE ALLA LINEA
di Germano Maccioni
Italia, 2013, ‘74
Mercoledì/Wednesday 30
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro
5 Eurini

Mah Moviers,

difficile dire perché la gente non riempia le sale cinematografiche quando c’è la possibilità di vedere un classico. Se ne parlava anche con il Mastro, dopo la proiezione di “Pasqualino Settebellezze”. In sala si saranno contante sette persone, non proprio delle bellezze, a parte l’Anarcozumi, che rappresenta la controtendenza ― non soltanto ha affrontato una pioggia uguale a quella che batteva Napoli ne “L’arte della Felicità” (alla vostra destra “Quando un film rimane impresso”, olio su tela, 2013), non soltanto per vedere il film, ma per Rivederlo! Sì, la nostra Zu rappresenta l’eccezione.
Forse le proposte sono troppe, in questo periodo prolifico di proposte (e di P), e i giorni della settimana rimangono sempre sette (la puntata sulla persecuzione del sette l’abbiamo già mandata in onda), uno deve fare delle scelte ― e poi naturalmente ci sono l’hydro-pilates, il biking-yoga, il corso di cucina dove t’insegnano a usare il lievito madre, le lezioni per imparare il russo o l’arabo (sulla trendiness delle lingue potremmo costruirci una puntata). Forse si ritiene che i classici possano essere recuperati agilmente, anche scaricandoli come qualcuno malandrinamente fa, e che non ci sia bisogno di andare apposta al cinema a vederli, e si preferisce investire il budget previsto alla voce “fun&dintorni” in film nuovi; forse siamo tutti dei couch-potatoes-slash-pelandroni quando ci viene richiesto uno sforzo in più: dipende un po’ dal genere e dal film, però è indubbio che il classico presenti qualche forma di complessità o centimetri di spessore che l’hanno reso tale (cioè prendete”Grand Hotel Excelsior”, per dirvi…:-)). Io e il Mastro ci siamo rigirati il boccone amaro in bocca senza trovare una spiegazione soddisfacente. Il discorso è nato dalla mia reazione da 5 stelle Michelin al film della Wertmuller, che sarà pure un’indomabile cavalla matta, ma che i film li sa girare.

“Pasqualino Settebellezze è un giovane camorrista napoletano che, nella Napoli del 1936, uccide il seduttore di una delle sette sorelle, viene rinchiuso in un manicomio criminale da cui esce come volontario di guerra, finisce in un lager tedesco, diventa kapò, è costretto a uccidere il suo migliore amico e infine torna a Napoli, battuto ma vivo, per ricominciare una nuova vita”. La trama è questa, ma quanto poco/nulla la trama parla di un film! E quanto poco/nulla questo film è classificabile! È senz’altro un dramma: Pasqualino è un disgraziato che finisce in luoghi segnati profondamente dalla disgrazia: il manicomio e il campo di concentramento, e prima di quelli, la Napoli del tramaccio e del losco; è senz’altro una farsa: c’è una chiara derisione del macho latino, e una denuncia, pur in termini grotteschi e grossier (per dirla col Fellow Fuzz :-)), del maschilismo meditterraneo; è senz’altro comico nel modo in cui Pasqualino parla e s’atteggia e semplicemente è, a partire dal soprannome che porta ―”Settebellezze”, la resa ironica della bruttezza delle sette sorelle.  Dramma, farsa, commedia, grottesco, tutto in unico esperimento in cui gli stili si fondono in maniera naturale e spiazzante insieme. Difficile spiegare la sensazione che se ne trae: è come camminare, magri, dentro un quadro di Botero (non so se renda l’idea, ma ci si prova…). Certo il grottesco è molto fellinianamente presente ―e lo dico da conoscitrice non già dell’opera felliniana ma della categoria del felliniano (sono due cose ben diverse). La tipologia di femminilità proposta è molto Gradischiana  ―la prostituta formosa, sciatta, con qualcosa di tragico sotto tutte quelle carni debordanti. E la tipologia di maschilità di Pasqualino è quella dell’italiano sciagurato e farabutto e opportunista e pure un po’ viscido da cui prendiamo le distanze ma verso il quale simpatizziamo, o quanto meno dimostriamo dell’indulgenza. Sarà anche per via dello charme di Giannini che è da rimanerci secchi a ogni sorriso, a ogni sguardo.

Pasqualino ne passa un po’ di tutti i colori, per ragioni sia legate alla sua storia personale sia alla Storia in cui si ritrova a vivere. Ma non soccombe. Nonostante elettroshock, umiliazioni ―a questo proposito pensate alla fine spietatezza del contrappasso cui Pasqualino viene due volte sottoposto: le sorelle, il cui onore avaeva così strenuamente tentato di preservare, finiranno per postituirsi, e lui stesso sarà costretto a farlo: e con una crudelissima odiosissima ciccionissima generalessa nazista ― nonostante tutte queste miserie, la carne non molla, l’afflato della vita sconfigge l’alito nero della morte. Il film, in questo è profondamente nietzschianamente dionisiaco. Dopo aver sfiorato la morte nel campo di concentramento, Pasqualino ritorna a Napoli con una violenta fame di vita che costringerà la futura moglie a sentirsi intimare: “Voglio figli, tanti, 25, 30, noi dobbiamo diventare tanti e forti, che ci dobbiamo difendere”…e il film finisce proprio sul verbo (“voce del” e “in principio era il”) “Vivo”.

“Pasqualino Settebellezze” guadagnò 4 candidature all’Oscar. E possiamo scagliarci quanto vogliamo sul principio di cineselezione (la tele la lasciamo alla SIP) con cui l’Academy stila le rose dei finalisti. Ma non c’è dubbio che quegli espertacci yanchi, per quanto –acci e per quanto yankee, riconoscano la sostanza quando se la ritrovano fra le mani. Il modo unico in cui la Wertmuller inserisce una riflessione sulla storia dentro un personaggio e un universo borderline fra riso sguaiato e pianto disperante, e l’equilibro che sa mantenere, e l’ineffabilità di un linguaggio narrativo iconograficamente potente e purtuttavia impossibile da rinserrare in una categoria prestabilita le hanno giustamente spalancato le porte per aceddere all’elenco puntato della shortlist hollywoodiana.

E da spalancare è d’uopo (d’uopo??) anche una parentesi: quella per Giancarlo Giannini, il cui talento mi era sconosciuto. O meglio, sapevo che era uno dei big del panorama italiano. Ma lo dicevo più per sentito dire che per esperienza diretta. Cosa fa di lui un big? La capacità ― che credo nasca come dono di natura affinato con tempo e training ― di trasformare ogni impercettibile movimento del viso in un momento. E dentro quel momento lo spettatore ci legge pagine e pagine, e su quel momento ci potrebbe scrivere pagine e pagine. Una generosità espressiva rara, rarissima, di cui, ripeto, non sapevo Giannini fosse portatore. C’è anche un altro fatto che mi ha molto colpito della sua interpretazione. Pasqualino subisce una mutazione. All’inizio è lo scugnizzo faccia-da-schiaffi che noi stessi prenderemmo a schiaffi, pur bonariamente; poi quella faccia cambia: registra tutte le vicende dolorose di cui s’è detto, e le restituisce plasticamente allo spettatore, che si ritrova, alla fine, il viso quasi inespressivo (o aespressivo) del personaggio. Ecco, Giannini è riuscito a tenere il passo del suo personaggio e a tenere in piedi il Pasqualino dell’inizio e il Pasqualino della fine senza capitolare. Ci vuole una gran bella stabilità scenica eh…

Parlando di classici, vi anticipo già che mercoledì 5 novembre sarà la volta di “Il Gattopardo”, starring Claudia Cardinale e Alain Delon (che non sono proprio proprio Shannen Doherty e Jason Priestley, con tutto il rispetto per i gemelli Walsh…). Spero che riusciate a dominare l’hydro-pilates e a rimandare il presente indicativo in cirillico ed essere presenti. Vedere un classico al cinema e vederlo scaricato a casa, checché ne dicano i malandrini, sono due esperienze diverse. Su questo concordiamo tutti, SPERO….

Questa settimana sostengo e propongo un documentario di cui il Mastro mi parla un gran bene

 FEDELE ALLA LINEA
di Germano Maccioni

In giro viene descritto come un “film dialogo” con Giovanni Lindo Ferretti, cantautore dei CCCP, band culto degli anni ’60, di cui il Blockhead Board (inferite il significato di  “blockhead” immagino) non conosce nulla di nulla. Ma il Fellow Fra (il climber, per distinguerlo dal Fra della Fellow Cap), che abbiamo saputo, ci legge con tarda costanza (tarda sì, ma pur sempre costanza), è un grande conoscitore della loro musica, quindi questa sarebbe l’occasione ideale per tornare a Let’s Movie ― e tranquillo, gli dico, gli anime di cui è goloso consumatore, lo attenderanno il giorno dopo 😉

Se voleste farmi pervenire qualche risposta alla domanda “comemai(machisarai) non si guardano i classici al cine?”, il mio indirizzo è [email protected]. O potete postarla qui sul Baby Blog― ancora m’illudo che qualche anima molto raminga e poco ramenga si fermi lì e conceda una manciatina di paroline al fantolino Blog (per evocare l’atmosfera “piccola fiammiferaia”, i diminutivi, non li batte nessuno).

E anche per oggi, miei insostituibili Moviers, sono arrivata al termine ― concetto peraltro tutto relativo, a guardare la voglia, rimarrei qui da voi ancora un po’, ma non voglio abusare della vostra ospitalità..come dite? Non disturbo affatto? Che carrrrrini…(per evocare l’atmosfera “cortesie per gli ospiti”, il “che carrrrrrrrino”, non lo batte nessuno).

E sulla mia evidente schizofrenia (!), vi ringrazio più e più volte, vi accompagno al riassunto di cui per una volta sposo la lettura, prima ci fermiamo nel Movie-Maelstrom, che qualche foto lì ci sta bene nell’album del matrimonio, vi domando scusa per la sillyness con cui sempiternamente vi assillyness, e vi lascio dei saluti, stasera, interrogativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Sabato sera l’ex Casino di Arco ha ospitato un incontro con Pupi e Antonio Avati, detti anche Avatis Bros, e/o C’eravamo tanto Avati :-)…Mancaddirlo, l’evento è stato reso possibile grazie alla Trentino Film Commission ― nella persona di Zumi Anarco, brillantissima speaker in testa d’evento ― all’interno di Old Cinema, “piattaforma nazionale di documentazione e recupero dei cinema «dimenticati» e delle «sale perdute»” (http://www.oldcinema.it/progetto.html).

In formissima, alla faccia degli anni e dei chili (il passare dei primi direttamente proporzionale all’aumento dei secondi, a quanto pare), i Bros hanno tenuto banco per ben due ore…

Classe 1938, Pupi ha confessato in tutta umiltà: “Sto ancora aspettando di girare il mio “Otto e mezzo”” ― film che lo folgorò e che gli fece decidere di abbandonare il mondo dei surgelati Findus (davvero!) e prendere la strada del cinema.

Nel mare di boria in cui questa nostra società sguazza, ho trovato dolce e nobile, quest’umiltà.

Pupi, done 🙂

FEDELE ALLA LINEA: Giovanni Lindo Ferretti, persona pubblica e uomo privato, negli anni disorienta fan e opinione pubblica manifestando un pensiero libero e forte, senza sottrarsi a critiche e fraintendimenti. Un dialogo intimo tra le mura di casa che ripercorre un intero arco esistenziale: dall’Appennino alla Mongolia, attraversando il successo, la malattia e lo sgretolarsi di un’ideologia. Il ritorno a casa infine, tra i suoi monti, per riprendere le fila di una tradizione secolare. Sullo sfondo il suo ultimo ambizioso progetto, Saga. Il Canto dei Canti, opera epica equestre che narra il legame millenario tra uomini, cavalli e montagne.

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