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LET’S MOVIE 204 – LA CITTA’ INCANTATA

LET’S MOVIE 204 – LA CITTA’ INCANTATA

LA CITTA’ INCANTATA
di Hayao Myiazaki,
Giappone 2001, 122’
Mercoledì 25/Wednesday 25
21:00 / 9 pm
Multisala Modena / Lo Smelly

Mousquetaires Moviers,

Ah questo eravamo, lunedì scorso dal Mastro! Atos, Portos, Aramis e D’Artagnan versione pink ― lo switch di gender sarebbe piaciuto a Dumas, credo, o forse più a Solange… 🙂 L’Anarcozumi, la Fellow Junior, la Movier More et moi, le Board. In effetti più che il quartetto francese alla corte di Luigi XIII c’è venuto in mente quello newyorkese anni ’90 al soldo della HBO. Sì loro, le quattro squinzie che hanno rivoluzionato la percezione del genere femminile nella società televisiva occidentale di fine millennio. Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte. A noialtre mancavano un bel po’ di cose, tipo la Quinta Strada, tipo Central Park, tipo Mister Big (l’appeal ce l’avevamo invece, of course! :-))… Ma ci siamo fatte andare bene l’idea di essere un quartetto, e di essere lì, in quel momento, toutes ensemble. E poi il Mastro e tutta la Mastro’s family ci hanno fatto sentire a casa, e non mi pare cosa da poco.

In effetti mi piacerebbe molto sedermi qui due minuti e discutere con voi il concetto di “home”. È un hot topic sempre molto hot nel panorama dei topic che ci troviamo per le mani, cittadini di questo nostro mondo pieno di roba bollente da managgiare che siamo. Ovviamente i viaggi ―specie negli USA― mi fanno sempre ripensare a questo, ai legami che intessiamo con le terre, a quanto questi, a volte, non rispecchino la bibbia con cui t’indottrinano qui in Trentino. La parabola della relazione con il territorio, quanto il territorio plasmi la nostra identità e quanto sia importante preservarlo, valutarlo, macché-dico, RIvalutarlo…

E se invece non fosse PIU’ così? Let me play Al Pacino and the devil’s advocate a little bit… E se fosse stato così in passato, diciamo fino a prima del 2.0 e la rivoluzione dello spazio virtuale che occupiamo, ma ora fosse cambiato tutto? E se provassimo a smontare, o semplicemente mollare, quest’àncora che c’è stata tramandata da generazioni ―e generazioni di giornali/programmi/(pubbliche) amministrazioni― che ci ricordano quanto il nostro territorio sia FONDAMENTALE nella collocazione di noi stessi nel mondo e nella società? Se provassimo a vederci come mobili, (non nel senso IKEA, nel senso “in movimento”)? Avete mai pensato a tutto questo? A vedere il vostro corpo e la vostra intelligenza come entità a sé stanti, indipendenti da qualsiasi radicazione geografica? Vi risulta troppo azzardato, improbabile, inconcepibile? Vi risulta così assurdo? Bisogna avere necessariamente un rapporto in crisi, o solo critico, con la propria territorialità per porsi questi interrogativi, oppure no?

Tutto ciò non c’entra molto con il Lez Muvi di lunedì. O forse, a pensarci bene, sì. “Le weekend” mostra com’è cambiata una generazione che fino a ieri si considerava, e consideravamo, “vecchia”. Nick e Meg sono una coppia di cinquantenni-sessantenni ―l’età non viene, sapientemente, mai precisata― di Birmingham in trasferta a Parigi per il weekend. Scopo del viaggio, festeggiare il 30esimo anniversario di matrimonio nella città che li aveva accolti per la luna di miele. Già vi sembra la premessa per una commedia brillante, di quelle che vedono Diane Keaton per  protagonista, il lui di turno un Jack Nicholson, o un Robert Deniro-alla-frutta, lui&lei che fanno un po’ di cane&gatto all’inizio, ma che poi a lungo andare si scoprono anime gemelle nella cornice pastello e posh di una Miami, o una Malibù. Invece, nooooouuu! I due, Nick e Meg, si massacrano per tutto il film! Anche se la vera peperina ―panzer sarebbe il termine― è Meg, che non perde l’occasione per infierire sul marito, un professore universitario insicuro e nostalgico che fa tenerezza al solo guardarlo ― s’è già detto dell’espressione da setter buono buono dell’attore.

Ma non è la classica carrellata di siparietti ironici su marito e moglie attempati che rimpiangono la giovinezza. Niente Congreve, niente Shakespeare da “Le allegre Comari di Windsor”… E non è nemmeno “Notting Hill”, ovvero “tutto ciò che vorresti ti capitasse nella vita raccontato da un film” ―essere una Julia Roberts sfondata di soldi che si rimorchia un Hugh Grant versione libraio squattrinato e irresistibilmente British.

“Le Weekend” è come spiare nella vita di una coppia e vedere e sentire quello che di solito non si vuole (far) vedere e sentire. Gli insulti plateali, quelli sottili. Le ricriminazioni. Il tendere alla libertà, agognarla anche ―come Meg, che minaccia di lasciare Nick ogni tre per due― e il ritrovarsi imprigionati in un rapporto che è al contempo al capolinea e in perpetua ripartenza. Nick e Meg si attraggono e si respingono, si cercano e si rifiutano per tutti i tre giorni parigini, e il film di cui sono protagonisti ―che altri non è se non il grafico del loro rapporto― è ondivago, ondulatorio, o sussultorio (scegliete pure quello che perferite, geofisici Fellows), nel senso che segue gli slanci di entusiasmo quasi infantile e le picchiate di depressione senile che vivono queste due anime un tempo gemelle e ora chissà. E infatti i due passano da bravate adolescenziali come scappare da un ristorante senza pagare il conto, o rincorrersi dentro un centro commerciale, a dialoghi serrati di una crudeltà micidiale che porta a scoprire il lato difficilmente accettabile dell’amore: la routine, il fardello dei figli (i 30enni che supplicano di poter tornare a casa dei genitori), la consapevolezza che quello che hai accanto è sia lo spazio che conosci meglio al mondo, sia, per tanti aspetti, un perfetto estraneo. Il risultato è la schizofrenia. Io che pensavo permeasse la generazione dei trentenni, quelli che non sanno da che parte andare a parare e quando lo sanno difficilmente ci arrivano ―per via della crisi e il brain-drain e il depauperamento della classe media e tutti quegli argomenti che riempiono la bocca agli opinionisti. Quelli che sono vittime dei rapporti più che esserne autenticamente artefici e che spesso mettono su famiglia e accendono mutui perché che altro si può fare se non fare quello che ci si aspetta che loro facciano? Quelli che sono insicuri e volubili e incostanti e fragili e viziati. E invece, guardando “Le weekend” scopri che anche la generazione prima, quella dei Baby-Boomers, non è messa tanto diversa… Anche Nick canticchia e ballicchia Bob Dylan (questa di Bob Dylan, https://www.youtube.com/watch?v=g1s47L8DrJ0) in boxer davanti allo specchio. Anche Meg gioca a fare la femme fatale infilando pizzi e provocando il marito. Anche loro devastano una stanza d’albergo, graffitando le pareti come il più classico dei Lenny Kravitz…

Insomma un trentenne pensa: va be’, ora sono così, alla perenne ricerca di un equilibrio, il centro di gravità permanente (grazie dell’assist, Franco B.), ma quando arriverò ai mid-50s, cavolo non sarò PIU’ così, avrò trovato equilibrio e centro, e i miei rapporti non si baseranno più sulle cavolatine del vivere quotidiano e non ci sarà il punzecchiamento continuo e il “oh come sei colà” e il “uh ma perché fai così”. A quell’età sarà diverso, sarò arrivato, formato, completo. Invece NOOOUUU, la schizofrenia esistenziale e relazionale è la stessa! Solo che forse a quell’età si ha più il timore di cadere nel ridicolo: la società e il luogo comune ti dice “you are 55, you are not supposed to…”. E invece sei proprio così! Ti viene voglia d’infilarti “Like a rolling Stone” nelle orecchie a tutto volume e imbrattare le pareti di un albergo posh. E non è cosa da poco, quello che fa questo film, che vabbé, non passerà alla storia e forse lo scorderemo. Però mi mostra un lato di quella fascia d’età che di solito rimane nell’ombra del non-detto. Non si parla mai di sessualità tra una coppia tra i 50 e i 60 ― se ne parla solo se uno dei due è una ninfa Lolita, oppure un virgulto Laszlo (mai visto “La chiave” di Tinto Brass? ;-)).

Il regista, Michell, sempre in sodalizio con lo sceneggiatore Kureishi, aveva già sondato il filone nel 2003, realizzando un film “scandalo”, “The Mother”: un giovane e rustico Daniel Craig diventa l’amante di una donna molto molto più matura di lui ―ma non matura Sharon Stone, matura Angela Merkel, capisciammmé. Fece scandalo perché la fisicità vizza era, ed è, ancora tabù. in “Le Weekend” Michell+Kureishi continuano il discorso e ci fanno entrare nella vita di due che, per molti aspetti, appaiono, e si sentono, come due ragazzi dentro un corpo da adulti, due ragazzi che vogliono lasciarsi, ma che alla fine non lo vogliono veramente, o forse sì, non lo sanno nemmeno loro. E il bello di questa storia è che questi due personaggi, alla loro veneranda età di XXX anni, hanno ancora qualcosa su cui accapigliarsi ―e non già la spazzatura da portare fuori o la scelta delle piastrelle del bagno da ristrutturare― qualcosa di emozionale su cui dibattere, su cui innescare la dialettica. Insomma, il “dramma” continua ―voi lo sapete che “dramma” vuol dire “azione”, vero? E sull’azione il film si chiude: Meg, Nick e l’amico Morgan (scrittore di successo, personaggio-cameo insopportabile e riuscitissimo) si mettono a ballare il Madison, un ballo che, a quanto leggo, era popolare negli USA negli anni ’50: un omaggio alla scena finale di “Bande à parte”, il film cult di Godard (guardate quant’erano fichi https://www.youtube.com/watch?v=47XX-h_hMME). Quindi in fin dei conti il film mi ha fatto riflettere su molti argomenti “proibiti”, o comunque, occultati. E quando il cine porta a galla ciò che rimane sotto la superficie ― come l’immacolata e borghesizzata quotidianità-di-coppia di due rispettabili british ― allora io dico grazie al cine, anche se magari il prodotto non è un must-see a tutti i costi e di Michell continueremo a ricordare “Notting Hill”…

Un must-see a tutti i costi, invece, è assolutamente

LA CITTA’ INCANTATA
di Hayao Myiazaki,

In versione restaurata, rieccolo, il capolavoro del Maestro Myiazaki, che non solo vinse l’Orso d’Oro a Berlino nel 2002, ma anche l’Oscar come miglior film d’animazione nel 2003. Con lui, il Maestro, non ho bisogno di spendere parole: non devo convincervi a NON perdere l’occasione di vedervi quest’opera al cinema, tra l’altro in versione restaurata. Il mio compito si esaurisce con lo scrivervi titolo e ora. 🙂

Mi pare di aver messo parecchia carne al fuoco anche stasera ― e detto da una vegeteriana… ― ma più nei contenuti che nelle lunghezze… Quindi mi appresterei all’uscita, non prima, tuttavia, di avervi rammentato la fermata prevista dalla legge in area Movie Maelstrom, ed essermi assicurata che saltiate, percarità, il riassunto.

Questa sera i ringraziamenti sono davvero sentiti: avete superato più o meno indenni il kilometro lezmuviano della mail scorsa. Ebbravi i miei Moviers! E i saluti, quelli, sono alexandrinamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Al Music Box Theater ― quella bella sala anni ’20 di Chicago, al 3733 di North Southport Avenue, se capitate da quelle parti ― avevo visto “The Dance of Reality”, del regista cileno Alejandro Jodorowsky. Se siete per le pellicole non convenzionali e vi piacciono i registi visionari, da Fellini a Gondry passando per Gilliam e Jarmush, ma con uno stile, se possibile, ancora più imprevedibile e irriverente e scioccante, segnatevi questo titolo…Non rimarrete delusi… È un trip! 😉

LA CITTA’ INCANTATA: Chihiro ha dieci anni ed è una bambina testarda e capricciosa. Quando Akio e Yugo, i suoi genitori, le comunicano che devono traslocare, la piccola si infuria e dà sfogo a tutta la sua rabbia. Durante il viaggio verso la nuova casa, i tre si fermano in una città fantasma dove li attende un sontuoso banchetto. Akio e Yugo si gettano avidamente sul cibo e vengono tramutati in maiali sotto gli occhi increduli della figlia: sono finiti in un mondo abitato da antiche divinità e da creature magiche governate da una strega malvagia, la perfida Yubaba. Chihiro, per sopravvivere, dovrà rendersi utile lavorando…

 

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Let’s Movie LXXII

Let’s Movie LXXII

GRANDI SPERANZE
di Massimo d’Anolfi e Martina Parenti
Italia, 2009, 77’
e LOGORAMA
di François Alaux
Francia 2009, 16′
Venerdì 3/ Friday 3

21:00/ 9:00 pm
Palazzo Calepini – Sala Fondazione Caritro
Via Calepina 1
Ingresso libero – Free entry

Ma-mi-faccia-il-piacere-Malick-mi-faccia Moviers,

Lasciatemi accogliere in fretta e furia Lorenzo, il Fellow Pischellow (no Müller Mat, non potrei essergli madre nemmeno in Cambogia!), imberbe dotto/edotto che si occuperà della sede distaccata di Let’s Movie in Liguria quando farà ritorno a Lerici-caput-mundi ― sì, Pischellow, ti occuperai della sede distaccata di Let’s Movie in Liguria, gioisci pure…

Ora parto in quarta con “The Tree of Life“… Ci sono voluti cinque giorni per smaltire l’indigestione lasciata a noi poveri Moviers dai palati delicati… Ringrazio lo stomaco doppiostrato della Fellow Shrilanka-Forever Flavia, del Fellow Prof. Fabio EffeBikappa e della sua guest foreigner il cui nome (chiedo perdono) mi sfugge, e del Fellow Name-of-the-Year Florian per essersi presentati, e sciroppati, “The Tree of Life”.

Ringrazio anche l’Anarcozumi, che è andata a vedere il film in anteprima, e ha cercato di mettermi in guardia ― metto in guardia a mia volta il Fellow Companero Gab (epitome della marchigianità) e tutti quelli che lo vedranno a breve. Zu, non posso che concordare con te: dopo 3 ore uno pensa che QUELLA sia la scena finale ― la agogna, QUELLA maledetta scena finale ― invece no! Danghete n’antra scena campale, e poi aridanghete n’antra, e poi ‘nantra ancora…. E quella scena finale (quella agognata, la maledetta) non arriva mai… MAI! Mamma Mister Malick, che supplizio…

Avete mai visto il docu-film “Supersize me”, in cui il protagonista-regista trangugia Big Mac per un mese? “The Tree of Life” è così ― un mese di Big Mac. E provoca un senso di fatica, di torpore… E un fiorire di elucubrazioni mentali sull’ergonomia delle poltrone dell’Astra (“ma farle un po’ più larghe, no?”, “ma pensare a dei braccioli regolabili, no?”). Quando si arriva a elucubrare sull’ergonomia delle poltrone di una sala cinematografica, allora vuol dire che forse il film non è proprio prioprio i “Goonies” (=riconosciuto all’unanimità dai Moviers come il film paradigma, il capolavoro dei capolavori).

Non ho capito bene l’obbiettivo di Malick ― Mister Malick voglia perdonare i di noi limiti. Cioè lui prende una storia abbastanza trita ma pur sempre dignitosa (il dramma nobilita, si sa) ― famiglia della piccola borghesia americana con marito/padre-padrone, moglie sensibile-un-po’-svampa, 50% sottomessa, 50% in adorazione per i figli, tre figlioletti splendidi che odiano il padre-orco, morte accidentale di un figlioletto splendido, dolore devastante e conseguenze che questo ripercuote sui sopravvissuti, soprattutto il figlioletto splendido maggiore (interpretato straordinariamente da Hunter McCracken, diciamolo). E intorno a questa storia, che Malick avrebbe potuto raccontare in ennemila modi, Malick ci aggiunge tutt’un armamentario cosmogonico sull’origine della vita e dell’universo, sull’evoluzione, su Dio, la religione, il Big Ben, tanto che, per farvi un esempio, a un certo punto vi ritrovate a guardare un paio di dinosauri sitting-on-the-dock-of-the-bay giurassico. E tu pensi “But what the hell… mi son perso qualcosa?”.

Mister Malick dev’essersi fatto prendere un sacco da quest’armamentario da Ocean Geographic: inanella scene su scene campali (sì, quelle di prima), grandiloquenti e documentaristiche di canyon, oceani, foreste, che di sicuro fanno la felicità di Piero e Alberto Angela father&son, ma che obbiettivamente risultano molto spesso gratuite, fini a sé stesse. Io ho trovato profondo (e fastidioso) lo scollamento tra la storia della famiglia e questo contorno pesantissimo a base di filosofeggiamenti che non ha nulla di collegato alla storia: siamo TUTTI esseri umani originanti dal brodo mesozoico, siamo tutti riconducibili a quelle macro-digressioni universali. Al posto di QUELLA storia famigliare avrebbe potutto tranquillamente essercene un’ALTRA, ed è proprio questo a rendere l’armamentario pippamentaleggiante così avulso, così a sé stante. Insomma, la storia non è né strumentale alla riflessione filosofico-religioso-scientifica in cui Mister Malick sguazza come un baby t-rex nel citato brodo mesozoico, né la riflessione filosofico-religioso-scientifica è strumentale alla storia. Si assiste quindi alla compresenza di due film separati che non solo non dialogano fra loro e non dialogano col pubblico ma, quel che più inquieta, non INTENDONO dialogore con nessuno! Qui si cerca deliberatamente la torre d’avorio, il No-pasaràn del senso…

E a questo punto io le chiedo, Mister Malick, se proprio proprio voleva volare così alto e filosofeggiare a tutti i costi, non poteva farsi un bel documentario ad hoc senza scomodare la narratologia? No, no, non s’arrabbi, per carità…. Il cinema è il regno della libertà espressiva, e la potenza visiva di certe sue immagini della natura è burkeianamente/friedrichianamente sublime, questo glielo riconosco. Ma figlio mio, poi non ci rimanga male se ennemila copie del dvd del suo film finiranno a riempire i cestoni negli ipermercati, il bollo “Euro 4,99” molto poco intellettual-sciccosamente stampato sopra il piedino del neonato in copertina…
Mi permetta di ricordarle che “Less is More”…. Che non occorre buttare tutto quello che le viene in mente in un unico film… Che di film se ne possono fare anche più spesso…. Che l’autoreferenzialità è un po’ sterile, e anche i No-pasaràn, e pure l’elogiarsi-crogiolarsi nel proprio talento… Che Kubrick era Kubrick, e “2001 Odissea nello Spazio”, “2001 Odissea nello Spazio”… No, no, adesso non mi pianga, Mister Malick, si faccia un po’ d’aria con quella palma d’oro lì… Il Board in fondo è di gusti semplici, non può apprezzare l’eau-très-chic-de-Malick… Voglia scusarlo…

E dopo le lacrime di un regista, passo a ricordarvi che questa settimana ― giovedì 2 giugno per la precisione ― si apre la sesta edizione del Festival dell’Economia! Non serve certo Let’s Movie a ricordarvelo ­― la città è tutta uno zompettar di scoiattoli neri su prati arancioni…. Ma Let’s Movie tiene in modo particolare a promuovere il lavoro-lavoraccio svolto dalla nostra Fellow Fausta Irrequieta 1 all’interno dell’Ufficio Stampa del Festival. Fausta, sei troppo il nostro orgoglio! Sei troppo la Donna-Ufficio-Stampa del Millennio!

Let’s Movie patrocina il Festival (ma sentitemi!) scegliendo un film in programmazione

GRANDI SPERANZE
di Massimo d’Anolfi e Martina Parenti
e LOGORAMA
di François Alaux

Non ne sono molto del film, che è una piccola produzioncina di valore presentata al festival di Locarno dell’anno scorso. Ma diamo fiducia ai giovani registi e alle piccole produzioncine…
A seguire LOGORAMA di François Alaux, il corto animato (16 minuti) vincitore del Premio Oscar come miglior cortometraggio d’animazione nel 2010.
Come vi pare come piatto unico? Juicy eh? Io ho già l’acquolina in bocca… 🙂

Ah, il ponte del 2 giugno potrebbe proiettarvi lontano, Fellows, lo so. Quindi se ce la fate ad esserci, bene, altrimenti capiremo… (Board versione Zen). 🙂

Ora i due riassunti calcificati e i saluti, a-cosmogonicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

P.S. Ah, per me Malik è e rimarrà sempre lui… http://www.youtube.com/watch?v=u9YNbKvRTbE … Beccatevi ‘sto capolavoro trash straightaway from the 90s… 🙂 🙂

GRANDI SPERANZE: Antonio Ambrosetti è un consulente aziendale che ha fatto fortuna con l’ideazione di un esclusivo corso di formazione: “Leader del futuro” in cui insegna a giovani privilegiati come mantenere l’equilibrio nei difficili giochi di potere economici. Federico Morgantini è un imprenditore rampante. Si è trasferito in Cina, A Shanghai per realizzare il suo sogno: aprire una fabbrica di acqua minerale gassata. Infine Matteo Storchi porta avanti con i suoi fratelli l’azienda di famiglia, leader in Italia nel settore degli ingranaggi per le macchine agricole. E’ convinto che i processi produttivi debbano essere portati avanti in Oriente e cerca di imporre ai suoi nuovi dipendenti cinesi una visione lavorativa tipicamente occidentale. Sono tre imprenditori, tre esempi della futura classe dirigente italiana, tre uomini assetati di successo fotografati nell’istante in cui non hanno ancora la garanzia di aver scommesso “sul cavallo vincente”.

LOGORAMA: Nel mondo odierno i loghi e i brand sono diventati parte integrante dell’universo che ci circonda. La polizia insegue un criminale pericoloso e armato in una Los Angeles completamente ricostruita mediante loghi.

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Let’s Movie LX

Let’s Movie LX

 

THE FIGHTER
di David Russell
USA 2010, 118’
Giovedì 10/Thursday 10
Ore 21:00/9:00 pm
Nuovo Cinema Roma

Ingresso Girl Moviers Euro 6 (eh eh)

Million Dollar Moviers,

Mi aiutate a dare il benvenuto al Fellow Daniele detto Angst (indiscutibilmente molto più thomasmanniano di “Ansia”)? Fellow Angst, eccoti qua nel meraviglioso mondo di Lets’ Movie, dove si corre e si accorre, dove si vola (vedi la nostra icona del cinesognatore chagalliano) ma non si sorvola. Siamo lieti di accoglierti ― Moviers, il Fellow Angst dirige lo Spazio Off, quindi vediamo di portargli rispetto ― e quanto alla tua proposta, stiamo valutando (come già accennato il Board è un diesel… well, un turbo diesel… quindi deve carburare…:-) ).

Come sapete, domenica scorsa a Roncabronx si è tenuto il CdA di Let’s Movie. Il Board e l’Honorary Member Mic hanno seguito i punti dell’ordine del giorno: supervisione della Notte degli Oscar live; valutazione dell’assegnazione Premi; analisi degli speeches e dei look dei presenti; analisi dei presenti, nello specifico Hugh Jackman, Jude Law, Jake Gyllenhaal (altrimenti detto Jake-Oh-My-God-Gyllenhall) e Robert Downey Junior; assegnazione Premio Peggior Outfit 2011 (ex aequo Scarlett Johansson per il capello scopa-Tonkita e Catherine Bigalow per la palandrana di flanella fantozziana) e Miglior Outfit 2011 (Christian Bale con completo total black da infarto).

Il CdA non si è lasciato intimorire dalla mole di lavoro e ha dichiarato sciolta la seduta alle 5:45 di lunedì mattina ― ‘cause let’s Movie works for you, si diceva…

Purtroppo “Il discorso del re” ha fatto inception ehm, incetta, di Oscar, portandosi a casa queli per il miglior film, la miglior regia, miglior sceneggiatura originale e il miglior attore protagonista (lode a Colin Firth). In Let’s Movie LV avevamo già parlato dell’eleganza del film, visto in uno speciale Let’s Movie On Friday con l’Anarcozumi e la Fellow Giuly Jules. L’opera è britannicamente confezionata ad arte, ma da lì a portarsi a casa quattro statuette così importanti, ne passa… Il Board rimane perplesso.

Anyway, io e la Honorary Member Mic siamo state moooolto contente per:

INCEPTION ― Let’s Movie XXXVIII ― Miglior fotografia; migliori effetti speciali; miglior sonoro; miglior montaggio sonoro

THE SOCIAL NETWORK ― Let’s Movie XLIV ― Miglior scieneggiatura non originale; miglior colonna sonora (troppo done); miglior montaggio

IN UN MONDO MIGLIORE ― Let’s Movie LIV ― Miglior film straniero (e vai!)

TOY STORY 3 ― Let’s Movie XXVII ― Miglior film d’animazione; miglior canzone 🙂

ALICE IN WONDERLAND ― Let’s Movie IX ― Miglior scenografia; migliori costumi (no wonder…)

Siamo rimaste mooooolto dispiaciute per il superbo Jeff Bridges de “Il Grinta”, le cui prestazioni nei panni dell’ubriaco-sciatto-sgarruppato rimangono sempre eccelse ― ma abbiamo già provveduto a creare il fondo speciale FFJ, “Fight For Jeff”, e speriamo di organizzare una serata tributo “Grande Lebowski” prima o poi…

A un certo punto della nottata, il Board si è schiarito la voce e ha asseganto un Oscar straordinario per la miglior attrice protagonista di “Fuga da Alcatraz”…
“And the Oscar goes to…. Michela Baschirotto (=Let’s Movie Honorary Member Mic)”!!

Ma veniamo ora ai ringraziamenti per giovedì sera. Una FOLLA di ligissimi studenti Moviers ha riempito le file dello Smelly Modena per assistere a “Uomo da Marciapiede”! Ringrazio la Let’s Movie couple ufficiale, il Fellow Pilo e la Fellow Giuly Jules, che mi mancavano tanto; la nostra Anarcozumi che scappa a gambe levata dalle imboscate notturne nel sopramontino…; il WG Mat che ancora non si capacita della fissa del Cda di Let’s Movie per gli Oscar, e la Fellow Junior, che si è premurata di avvertire del ritardo un Board in ritardasssssimo. Uno speciale ringraziamento va al duo Mic&Cap che sono rimaste a piedi con la macchina e, incuranti di un Board per nulla collaborativo, sono riuscite a guadagnare il Modena in tempo grazie alle spinte di due aitanti volontari tuttora non identificati…

Fellows totalizzati: 7 + Board (ma chi siamo, Moviers?!?)

Veniamo ora a “Un uomo da marciapiede”… Ma ve lo immaginavate (io no), che “Everybody’s Talkin” (http://www.youtube.com/watch?v=2AzEY6ZqkuE ) era la colonna sonora del film?!

Ho fatto qualche ricerchina, ed è saltato fuori che Schlesinger, il regista, nella sua biografia sostiene: “One cannot imagine ‘Midnight Cowboy’ now without ‘Everybody’s Talkin” ― per gli italianisti “Non si può immaginare ‘Un uomo da marciapiede’ senza ‘Everybody’s Talkin’”.
Ho riascoltato la canzone, ed abbiate pazienza, ma voglio condividerne il testo con voi.

Everybody’s talking at me
I don’t hear a word they’re saying
Only the echoes of my mind

People stopping, staring
I can’t see their faces
Only the shadows of their eyes

I’m going where the sun keeps shining
Through the pouring rain
Going where the weather suits my clothes
Banking off of the North East winds
Sailing on a summer breeze
And skipping over the ocean like a stone

Condivido il testo con voi perché in questi versi è incisa tutta la storia del protagonista, Joe Buck, il gigolo texano che arriva a New York con la speranza di fare fortuna e finisce per sbattere la faccia contro una città dai lineamenti a dir poco ferini ― il tropo del personaggio naif che lascia la provincia per immergersi nella giungla urbana è stato spesso sondato dalla letteratura e dal cinema moderni, pensate al capolavoro “Il ragazzo di campagna” starring Renato Pozzetto…

Questa canzone è una micro ballata struggente sull’impossibilità di instaurare un contatto con l’altro (“I don’t hear a word they are saying”), sulla cecità collettiva che questa incomunicabilità crea (I can’t see their faces”), e sul desiderio di fuggirla (“I’m going where the sun keeps shining…”). Ed è esattamente quello che Joe vive nella grande mela, che non è dorata e a portata di mano come la sua radio portatile gliel’aveva sempre raccontata, ma è marcia: nasconde un cuore nero di miseria, lordura morale e viscida meschinità che Sozzo (Sozzo non a caso…) impersona. La sua fisicità sciancata, sporca e malata amplifica al massimo il brusio sotterraneo dei bassifondi newyorchesi, dove le persone vivono di stenti ed espedienti (vedi l’uomo steso sul marciapiede e scavalcato da tutti i passanti), dove la follia s’impossessa degli animi (vedi la donna che vaga nella metro con un’asse da stiro e chiede a tutti dov’è la stazione), dove l’inquietante è all’ordine del giorno (vedi la madre che si struscia un topo di plastica sulla testa) dove tutto quello che luccica è corrotto (vedi la prima conquista di Joe, una donna di mezz’età il cui vestito di griffe nasconde cellulite, e tradimenti…). Joe si vede sgretolare il sogno fra le mani. New York gli strilla nelle orecchie tutta la sua ingenuità, tutta la sua inadeguatezza e lo relega in un appartamento abusivo con un altro reietto ― epitome vivente del degrado fisico e morale ― pronta prontissima a sputarli (espettorarli, meglio) alla prima occasione.

Il protagonista della canzone sogna di andarsene via, in un posto dove il sole splende sempre, a veleggiare su una brezza estiva… E così farà Joe, salendo su un autobus per la Florida insieme al suo amico non-amico morente, e spogliandosi letteralmente della sua identità da gigolo e delle sue aspettative newyorchesi. È bello vedere i suoi camperos e i suoi vestiti ridotti a fagotto finire in un bidone della spazzatura… È bello vedere che ricominciare è sempre possibile…

Ah, comunque, concordo con la Mic: Jon Voight così Ken-bamboccione non si poteva vedere… E aggiungo che la performance di Dustin Hoffman qui rasenta la vette di “Tootsie”.

Sì sì, ho capito, volete il film della settimana, my kiddy Moviers…

THE FIGHTER
di David Russell

Cerco di zittire la vocina dentro di me che mi ricorda quanto la boxe sia stata usa-busata dalla cinematografia ― Rocky non lo nominiamo nemmeno, ma pensate a “Toro scatenato”, “Hurricane”, “Ali”, “Million Dollar Baby”, “The Wrestler”, (il punto più basso l’abbiamo toccato con “Cindarella Man”, su questo concorderete, spero…). Ma sono molto impaziente di vedere in azione i premi Oscar Melissa Leo (miglior attrice non protagonista) e Christian Bale (miglior attore non protagonista, miglior outfit 2011), e anche per la storia in sé, che di pugilato in senso stretto sembra parlare molto poco, e che pare lasci spazio alle dinamiche psicologiche e famigliari. Questo ha zittito la vocina… Stiamo a vedere.

Quindi, my Million Dollar Moviers, vi aspetto giovedì sera, e non voglio sentire scuse. “The Fighter” nasce come produzione minore e sta diventando un blockbuster, quindi si addice a ogni palato ― anche quello del Fellow Big e della Fellow Cavallapazza Cavalleri, che non abbiamo ANCORA avuto il piacere di avere fisicamente fra noi… (Big, è tratto da una storia vera, non dico altro…).

Per ora, in attesa del ring e del gong, prendo calce e martello e vi abbozzo come sempre un riassuntino, aggiungendo dei saluti pesomassimamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

THE FIGHTER: La vera storia di Dicky Eklund, un pugile professionista trasformatosi in allenatore dopo una vita di crimini e droga e del fratellastro “Irish” Micky Ward, che dopo aver abbandonato prematuramente la carriera di pugile, sotto la guida di Dicky diventa campione nel mondo di pugilato.

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Let’s Movie XLVI

Let’s Movie XLVI

PRECIOUS
di Lee Daniels
USA, 2009, 109’
Mercoledì 1/Wednesday 1
21:00/9:00 pm
Astra

Moviers Figliol Prodighi,

Purtroppo questa settimana l’angolo ringraziamenti è chiuso al traffico. Purtroppo questa settimana il Board non ha nessun da ringraziare…

Ebbene sì, Moviers, giovedì scorso, per la prima volta dall’inizio di Let’s Movie (un anno tra qualche giorno!), il Board si è ritrovato all by himself-herself-themselves al cinema. Prima o poi sarebbe successo, né eravamo consapevoli. Solo che avevamo sempre confidato nella buona cine-stella…

E invece…

Di seguito le reazioni del Board:

  1. Trasformazione Lou Ferrigno/Hulk; doppie pistole sfoderate modello Lara Croft; caccia ai Moviers scuola Ispettore Callaghan col caso Scorpio
  2. Oh-povero-sventurato-miserabile-disgraziato-tapino Board, pugno sulla fronte e pessimismo cosmico che Leopardi in confronto è Fabrizio Corona

Dibattuto fra questi due estremi, intontito da una corsa al gelo pre-cinema, il Board prende posto in sala, chiedendosi se la bionda di mezz’età a poche poltrone di distanza sia anche lei un Board abbandonato di un qualche altro esperimento stile Let’s Movie di Trento ? capitemi, ero in piena crisi da insufficienza-Moviers… Poi il film/agonia ha inizio… 100 minuti di dialoghi fra due estranei che fingono (fingono?) di essere una coppia sposata da 15 anni. Ripercorrono tutti gli schemi e gli stadi che le coppie vivono durante la loro vita ? intesa, insoddisfazione, recriminazioni ? incontrando, durante il loro girovagare per i borghi toscani altrettante coppie (copie?) in varie fasi del loro rapporto (novelli sposi, coniugi mid-term, una coppia di vecchietti), e dando vita a una sorta di gioco di rifrazione spalmato su varie età. L’idea è buona, non c’è indubbio. Ma il modo con cui Kiarostami sceglie di svilupparla, mon Dieu, l’ammazza! Dopo poco (issimo), lo spettatore comincia ad accusare una fastidiosa sensazione di claustrofobia causata dal’onnipresenza dei due personaggi, e dai loro battibecchi esasperanti. Avete presente quando vi trovate davanti a una coppia arrivata al capolinea che non smette un istante di beccarsi? Ecco.

Di buono in “Copia conforme” ci sono la fotografia e le ambientazioni. Ma noi consideriamo il parlare di fotografia e ambientazioni l’ultima spiaggia della critica cinematografica ? oltre quello c’è solo il commento “è un film particolare” (qualcuno un giorno mi spiegherà cosa NON è “particolare” al mondo…). Di buono in effetti c’è anche l’ultima scena, dal punto di vista tecnico, intendo. Nessuno me ne vorrà se la descrivo ? immagino che il dvd di “Copia Conforme” non comparirà nelle letterine a Babbo Natale dei Moviers…

Nell’ultima scena c’è il marito che si guarda allo specchio, e noi spettatori siamo lo specchio (per capirci, lui guarda noi); alle sue spalle, una finestra spalancata (e questo lo segnalo per il cinefilo WG Mat, che apprezzerà…). La scena non solo ti risveglia dalla catatonia in cui sei scivolato, ma pone un sacco di domande! È lui che si rispecchia in noi, visto che noi siamo lo specchio? Oppure siamo noi che ci (ri)vediamo in lui? Lui è una copia nostra e noi siamo gli originali? Oppure siamo tutti quanti copie conformi? Oppure siamo tutti quanti originali? Oppure di originali non esiste nessuno? Oppure basta con gli oppure?

Insomma, come vedete, qualcosa il film di Solfamì Kiarostamì l’ha lasciato ? oltre a un prinicpio di ipotermia, dato che il riscaldamento al Cinema Vittoria, era fuori uso…

Vi confesso che in un momento di sconforto tra Hulk e Lara Croft, il Board ha pensato che Let’s Movie non avesse più ragion d’essere. Visto che lo scopo è quello di trascinare i Fellows fuori casa, e visto il fallimento… Poi però mi sono venuti in mente tutti Fellows che mi hanno avvertito per tempo della loro assenza (il WG Mat, l’Anarcozumi, la Giuly Giuls, il Fellow D e Andy The Situation Phelbs in visita) e mi sono detta, se i Moviers UNA sera non ce la fanno, se proprio non ce la fanno ? perché il mondo (Trento) è ostile, perché non c’è parcheggio, perché il film è di Solfamì Kiarostamì, perché la fuorì è un inferno di ghiaccio e qui dentro è un paradiso di scaldotti, be’ allora è il Board che deve fare la sua parte, e fare lo stoico. Altrimenti che razza di Board sarebbe?! Una settimana fa un Movier a cui sono vicina in questo momento poco done che sta attraversando, mi ha detto che il bello di Let’s Movie è che c’è. No matter what, lui sa che c’è. E sì, dico io. Sì, c’è, no matter what. In questo mondo di sabbie mobili, Let’s Movie è il vostro piccolo abuso edilizio di cemento cui potete aggrapparvi sempre… 🙂

E adesso, figlioli Moviers, tolgo la H da voi prodigHi e vi trasformo nei prodigi che siete… Ma vedete di smetterla col numero della sparizione, veh… Che il Board è magnanimo, ma voi dovete materializzarvi!!

Questa settimana proponiamo

PRECIOUS
di Lee Daniels

Il film ha ottenuto sei candidature agli Oscar 2010, finendo col vincere il premio per la migliore attrice non protagonista e per la migliore sceneggiatura non originale. Ma siamo ben più lieti che abbia suscitato l’interesse al Sundance, il nostro film festival preferito. Inoltre il Board aveva letto il romanzo da cui il film è tratto, “Push” di Sapphire, un meraviglioso pugno nello stomaco che siamo certi il film ricalcherà.

Vi aspetto eh, mi raccomando ? fate che l’Abominevole Board delle Nevi non scenda downtown… 🙂

Riassunto in calce, ora, e saluti prodigiosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

PRECIOUS: A Harlem un’adolescente obesa e senza istruzione rimane incinta per la seconda volta. Viene invitata da un’assistente sociale ad entrare in una scuola alternativa con la speranza che frequentarla possa cambiare la sua vita.

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Let’s Movie XXIII

Let’s Movie XXIII

Cari Moviers,

Innanzitutto, diamo il benvenuto a Flavia, nuova Fellow di Let’s Movie, che ha superato brillantemente il test d’ingresso “Survive-the-Movie” (prima sessione di giugno: SIMON KONIANSKI)… Congratulations Flavia, and welcome on board!
Questa settimana i ringraziamenti di rito vanno a Fausta e Federico (e alla guest Fellow Renetta), che hanno visto con me BRIGHT STAR.
Il Board consiglia VISCERALMENTE a tutti i Moviers di andare a vedere il film (in programmazione all’Astra per tutta la settimana), definito di concerto con Fausta, “sublime” . Ma anche il Fellow FFF Fed, a onor del vero, ha apprezzato ? con ovvie riserve maschileggianti, of course ? e il Board ha particolarmente gradito…
Un avviso a tutte le girl Moviers (e ai boy Moviers estimatori del fashion come forma d’arte): oltre alla storia struggente e alta, e all’analisi sensuale ma al contempo lucidissima del desiderio, sulla pellicola sfilano degli abiti che vanno ben oltre i classici costumi cinematografici benfatti ? vestiti stile impero con maniche in taffeta cioccolato e bronzo, guanti di cachemire lavanda, cappottini millerighe ciliegia e panna, e molto molto altro… Il risultato è una goduria estetica che non potete lasciarvi sfuggire… Parola di Board, da sempre estimatore del fashion come forma d’arte…

Questa settimana Let’s Movie propone:

IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI
di Juan Cosé Campanella
Spagna 2009, 127’ (Vincitore del Premio Oscar 2010 come Miglior Film Straniero)
Astra
Lunedì
21:00/9:00 pm

E, per chi l’avesse perso, si segnala anche

BASILICATA COAST TO COAST
di Rocco Papaleo
Italia 2009, 105’
Supercinema Vittoria
Giovedì
21:00/9:00 pm

Fellow Paola, questa è una commedia che potrebbe mettere fine alla tua latitanza…
Il Board, in via del tutto eccezionale, giustificherà i tanti Fellows CREATE-NETtiani che non si presenteranno alle proiezioni giacché impegnati con il convegno EFI 2010 ? http://efi.european-alliance.eu/.
…Poi non si dica che il Board sia tutto I&I (Intransigenza&Intolleranza)… per quanto eccella in questi due LODEVOLISSIMI  tratti distintivi…

Ringraziandovi sempre per essere i miei Fellows, vi lascio riassunti in calce e saluti gelidamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI: Buenos Aires. Per venticinque anni un caso di omicidio è rimasto impresso indelebilmente nella mente di Benjamín Espósito. Andato in pensione, decide di ripensare a quella storia per ripercorrere un passato pieno d’amore, di morte e d’amicizia. Ma quei ricordi, una volta liberati e scandagliati ossessivamente, cambieranno la sua visione del passato. E riscriveranno il suo futuro.

BASILICATA COAST-TO-COAST:è una commedia musicale, un viaggio denso di imprevisti e di incontri inaspettati che porta una combriccola di musicisti a mettersi in viaggio per partecipare al Festival del teatro-canzone di Scanzano Jonico, attraversando a piedi la Basilicata, dal Tirreno allo Ionio, lungo il tragitto che dà il titolo al film. Il viaggio avrà per tutti un valore terapeutico.
Basilicata coast to coast è una commedia corale, picaresca e canterina, malinconica e stralunata, che tra gag esilaranti, sagaci dialoghi e amare constatazioni di vita, prende quota per crescere ininterrottamente fino all’epilogo a sorpresa.

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