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LET’S MOVIE 432 da NYC commenta “IL PALLONCINO ROSSO” di Albert Lamorisse

LET’S MOVIE 432 da NYC commenta “IL PALLONCINO ROSSO” di Albert Lamorisse

Meadow Moviers,

Quello sul lato est di Central Park. L’East Meadow. Quello che l’estate accoglie le schiene di quelli che prendono il sole, e i frisbee di quelli che ancora negli anni 2000 si ostinano a giocare a frisbee. Quel prato lì, all’altezza della 90esima Strada è stato colonizzato dall’ospedale da campo offerto dall’associazione benefica Samaritan’s Purse.

Lo trovo lì lunedì mattina, quando esco per la corsa. È una giornata di cielo color grigio latte. Il bianco dei tendoni sbatte violento contro il verde vivo del prato. È così abbaccinante, quel bianco con il grigio latte sullo sfondo, che, pur sforzandomi di contare i tendoni, non ci riesco. La vista mi si annebbia, e non posso nemmeno strofinarmi gli occhi perché ai tempi del Coronavirus, se ti tocchi il viso con le mani, rischi di contagiare te stesso (!).
Ne conto dodici. Li riconto e sono quattordici. Ritento e sono ancora dodici. Desisto.

È una presenza aliena, questa. Necessaria, ma aliena. Un gesso attorno al braccio di un bambino. Questa è l’impressione che mi dà. Il lato sinistro del mio cervello, quello che regola i processi sequenziali, riconosce il valore di questa donazione. Il lato sinistro, quello che si occupa dell’elaborazione visiva e della percezione delle immagini, mi fa pensare a marziani, arti rotti e gessi.
Corro via da lì. E per qualche giorno evito di tornarci.

Cambio tracciato anche perché in certe ore Central Park è più affollato, e lo sarà sempre di più. Giovedì il Governatore Cuomo ha deciso di chiudere tutti i parcogiochi della città. Aveva molto perso la pazienza vedendo dei giovani assembrarsi in un parcogiochi di Manhattan.
Allora, enough, I’ll lock them up.
Qui Cuomo piace molto, il suo piglio deciso.
Prima o poi lo troveremo alla Casa Bianca.
Meglio prima che poi.
 
Mi oriento sul lato Ovest di New York. Prendo Riverside Drive, e costeggio l’Hudson, verso sud. E’ tantissimo tempo che non ci torno. Era il mio tragitto quando abitavo ad Harlem, sulla 150esima.
Prendo la Cherry Walk, la passeggiata che scrive il suo tracciato dritto parallelo lungo il fiume.
Arrivo all’altezza della 72esima. Il Café Pier-i incastrato sotto la sopraelevata è deserto. Ci sono venuta a luglio, a sentire un po’ di musica all’aperto. Suonavano una canzone che non ho più scordato —“C’est magnifique” di Cole Porter — e che è finita in un mio libro. Sembra passato un ventennio. No, di più.
Prendo atto del silenzio al posto delle voci. Non sono triste, né nostalgica. Ho la certezza che il silenzio cova le voci, quindi no, non sono triste.

La mia corsa non è priva di scopo — nessuna lo è. Voglio vedere la Comfort, la nave ospedale che la Marina Militare ha gentilmente donato alla città, come i Samaritan’s Purse l’ospedale da campo a Central Park. A bordo ci sono mille letti.
Lunedì ha attraccato al Pier 90. Ho letto che quando è arrivata, le persone, sulla sponda opposta, nel New Jersey, hanno applaudito e tifato. Il supporto è stato così forte che le persone sulla sponda di Manhattan riuscivano a sentirlo.

Arrivo al Pier 90, ma rimango delusa. Il molo è rientrante e protetto da muri, non ho modo di vedere la Comfort. Vedo solo dei soldati con addosso delle tute color sabbia che credevo s’indossassero solo in Iraq. Alcuni di loro sono assiepati all’ingresso, a mo’ di posto di blocco. Lasciano passare le ambulanze.
Mi spingo giù, e arrivo ad altezza Hudson Yards.
Par quasi bello, da questa prospettiva, il complesso.
Ho detto quasi.

Ci sono alcuni soldati con le uniformi sabbia che si fanno delle fotografie con i grattacieli, the Vessel, e la Highline sullo sfondo. Siamo in pandemia, ma la voglia di immortalarsi continua, specie magari se sei dell’Arkansas e la Marina ti ha mandato a sorvegliare i lavori intorno alla Comfort, attraccata a Manhattan, a due passi da Hudson Yards.

Lo scorso luglio scoppiò un caso qui ai moli di Manhattan. Al Pier 40, per la precisione.
Una “brunch cruise” doveva partire per Liberty Island e ritornare in mattinata. Una brunch cruise è una nave che vi ospita a bordo, vi rimpinza di food&booze e ha una meta — Liberty Island, in questo caso— giusto per dare una parvenza di credibilità itinerante all’iniziativa. Ebbene, a luglio, le cose sono sfuggite di mano all’equipaggio della Hornblower. La nave non ha nemmeno lasciato il molo: i passeggeri a bordo erano tutti talmente ubriachi ancora prima di partire che è stato necessario chiamare il 911 per far rinvenire i passeggeri in coma etilico. E per dare assistenza a quindici feriti — feriti da che o da chi o perché, ancora non si sa.
La notizia finì su tutti i giornali.
    
La brunch boat e la Comfort sono il ritratto galleggiante di due epoche separate da appena otto mesi.

Mi giro e torno indietro.
Nelle orecchie ascolto dibattiti sull’Europa, sui Coronabond, sui Frugal Four.
È da qualche giorno che li ho in testa, con o senza approfondimenti radiofonici.
 
Una pandemia non riguarda solo l’aspetto sanitario di un paese. È il banco di prova di un’unione.
Mai come prima quel banco ha scricchiolato sotto il peso di una situazione senza precedenti.
Ho guardato con grande apprensione, tristezza, sdegno e imbarazzo alla posizione presa da Olanda, Germania, Austria e Finlandia.
I quattro parchi.
Ritoccherei, i quattro tirchi.

Da sognatrice in perpetuo stato di veglia qual sono, non posso che essere un’europeista convinta. Nel mio piccolo, l’Europa vuol dire innanzitutto l’Erasmus che l’Europa mi ha permesso di fare, tanti anni fa. Nel mio grande, vuol dire condividere un passato di sangue e buio come quello di due guerre mondiali. Vuol dire riuscire a superarlo in nome di un legame che è più forte persino delle storiche ripicche, dei meschini nazionalismi. Quel legame è fatto di valori che non hanno nulla di religioso, ma che ho sempre creduto inscritti nel patrimonio gen/etico di ogni uomo e donna abitanti in Europa.

Un mattino di aprile 2020 mi sveglio e scopro che ci sono quattro stati europei ricchi che tirano indietro. Che dicono no.
Poi, anche loro, ritoccano.
No, ma non è che non vogliamo aiutarvi. Vi vogliamo aiutare alle nostre condizioni…”.
Quando la solidarietà mette delle condizioni, smette di essere solidarietà. È un prestito. Un prestito è una transazione economica.
Si chiamassero le cose con i loro nomi.

Allora mentre correvo, con questi pensieri in testa, e l’amaro in bocca, mi è venuto in mente il discorso che ho sentito qualche giorno fa pronunciato da Edi Rama, il premier dell’Albania. Ho pianto, sentendolo. È un periodo in cui le lacrime corrono spesso, a lungo, per nulla. Ma davanti a queste parole, anche Darth Vader avrebbe pianto. Anche Hitler.

Come sapete meglio di me, l’Albania ha fatto arrivare in Italia trenta medici per aiutare durante l’emergenza. L’Albania non è il Liechetenstein, non può permettersi grandi donazioni. Eppure ha donato trenta preziosissimi dottori in un momento di grande carenza di personale. A un’Italia che, certo ha accolto molti dei suoi cittadini negli anni ’80-90, ma che a tanti di loro ha fatto anche sentire il gelo del razzismo, riducendoli, molto spesso, a un punto in agenda di certi programmi politici — specie quelli di colore verde vivo sulle rive di un fiume, forse celtico, chiamato Po’.

Ho sentito da qualche parte questa cosa. C’è una divinità, si chiama Karma e ha un senso dell’umurismo perverso.
Io laicizzo e la chiamo Storia.
Ai Quattro Parchi Tirchi — e a Salvini — direi, guardate quelle mani albanesi che oggi curano un malato di Pontida, Bergamo.
Non aggiungerei altro.

Ho riascoltato Edi Rama e il suo discorso ai “fratelli italiani”, e ho provato ancora più imbarazzo per la classe di governo dei Quattro Frugal. In questo disagio, però, ho anche capito che devo evitare di imboccare una strada molto spianata e in discesa. Quella che porta a sovrapporre a una posizione di uno stato, quella dei cittadini di quello stato. Non dobbiamo mai confondere lo Stato con il popolo.
Così come gli americani non sono Trump, gli olandesi non sono Rutte, né i tedeschi Merkel.

Per quanto amareggiata, e anche, per qualche istante, scioccata, devo sforzarmi di non essere quella che ero. Il virus, Fellows, non dà solo l’occasione di passare più tempo in famiglia, per chi ha una famiglia con cui passarlo. O di leggere, guardare film e visitare musei online.
Il virus chiama nuovi noi.

La dieta a base di film d’essai del passato continua. Questa settimana, nella pancia della balena Kanopy, ho pescato “Il palloncino rosso”, o forse dovrei dire “Le ballon rouge”, di Albert Lamorisse, anno 1956.
Dura 35 minuti, con una manciata di parole. Un film poema, se così si può dire — tranquilli, ci ritorno su questo punto.
E’ un titolo talmente noto al mondo — ma ahimè, e ahivoi, non al vostro Board — che è disponibile anche qui su Youtube, per quelli che non hanno accesso alla pancia della balena Kanopy.
E’ passato alla storia anche perché ha incassato una fila di premi quando uscì. Palma d’oro a Cannes nel 1956. Premio Oscar nel 1957 per la migliore sceneggiatura originale. Un BAFTA Special Award e un Premio Luois Delluc.
Ed una storia minima, costruita intorno ad un’idea semplicissima.

Un giorno Pascal, che è pure il figlio del regista, trova un grosso palloncino rosso attaccato con una cordicella a un lampione. Il bambino si arrampica, lo libera e da allora diventano inseparabili. Non immaginatevelo come i palloncini comuni, ovali, oblunghi. Il palloncino di Pascal è molto grosso, tondo, d’un intenso rosso mela biancaneve.
Un palloncino così, ogni bambino, se lo sogna. E anche ogni adulto.

E già il sogno comincia qui. Una mela rossa senza peso che si sposta sopra un bambino per le strade grigie della città. Una Parigi degli anni successivi alla guerra, non una Parigi da Moulin Rouge e Folies Bergères. Il tono è dimesso, i cittadini camminano in fretta e a testa bassa. Immaginate come può stagliarsi un palloncione rosso mela su uno sfondo così fosco, così mesto.
La particolarità di questo palloncino, oltre la dimensione e la forma, è il fatto che sia senziente. Pensante. Ebbene sì, Moviers, il palloncino segue Pascal. Lo segue dappertutto. In casa, a scuola. Fa persino in modo di liberare il ragazzino dalla punizione a scuola, pur di star con lui. Lui e Pascal diventano two-peas-in-a-pod. Pascal a livello stradale, e il palloncino a un metro sopra di lui. E badate, Pascal non lo tiene per la cordicella. È proprio il pallone a seguirlo.
Un idillio.
Pascal felicissimo. Il pallone, anche: splende in tutto il suo rossore.

Però si sa, il mondo è un posto di bruti. Di bulli. E i monellacci del quartiere, che spiano la coppia felice, fanno di tutto per rovinare il quadretto, e impossessarsi del palloncino. Pascal scappa sempre e ogni volta salva il suo fedele amico. Ma i monellacci gli fanno la posta ovunque, finché, un giorno, riescono a prenderglielo.
Cercano di farlo fuori tirandogli i sassi con le fionde. Una scena davvero cruenta che mostra quanto adulti possano essere i bambini, o quanto degli adulti che diventeranno sia già dentro di loro.
Nessuno di quei proiettili raggiunge l’obbiettivo. Ma succede una cosa stranissima — stranissima brutta. Il palloncino, lustra mela rossa, con la pelle tesa e liscia, comincia ad avvizzire. Si sgonfia piano piano, si rattrappisce, fino ad agonizzare per terra, minuscolo. Nello stesso tempo un’altra cosa stranissima —stranissima bella— succede. Tutti i palloncini della città sfuggono alle mani dei legittimi proprietari. Bambini, adulti, negozi, feste. Si alzano in cielo, si raggruppano in un unico enorme grappolo colorato, che raggiunge il luogo dove si trova Pascal con i monellacci, e lo salva. Lo alza in volo, e lo porta via, lui attaccato a questa mongolfiera di palloncini colorati, vola via, sopra Parigi.

È una bellissima storia di affinità elettiva, “Il palloncino rosso”. Il palloncino segue Pascal e obbedisce solo a lui perché Pascal l’ha trovato, l’ha salvato dalla sua solitudine, dal suo confino in cima a un lampione, e si è preso cura di lui. E così, un po’ come il Genio della Lampada con Aladino, il palloncino decide di contraccambiare il favore, e di star dietro al suo nuovo padroncino. Quando Pascal molla la presa per lasciarlo andare libero, lui, di sua sponte, torna indietro e vuole stare con lui.

Simbolicamente, il palloncino è il compagno di giochi perfetto, burlone e fedele, birichino ma sempre presente. E’ l’amico immaginario che infila una guaina rossa e si fa visibile. E’ anche, la rappresentazione dell’immaginazione dei bambini, che tuttavia è presente, pur in forma sotterranea e occultata, anche negli adulti. La scelta di concretizzarlo in un palloncino è piùcheperfetta: cosa c’è di più aereo, giocoso, concreto e astratto, terreno e celeste, di un palloncino?
La parte drammatica, con la persecuzione del palloncino rosso e la sua morte, ma, anche il trionfo di tutti i palloncini colorati che giungono in soccorso di Pascal, riporta il film alla realtà della brutalità umana per poi mostrare come possa essere sempre trascesa, sublimata, da altro colore, altra levità.

Un film poema —eccomi di ritorno— nel senso che non c’è poesia nel film, come molto spesso si dice, a sproposito, di tanti titoli. Il film è una poesia. Funziona esattamente come funziona un testo poetico. Senza troppi nessi, senza un filo narrativo che costringe il film a una trama, il film avanza, leggero. Proprio come il palloncino protagonista.
Ve lo dice una che ha un debole per i palloncini e che sono finiti in un altro libro… Stay tuned 😉

Se non vi regalate la mela rossa del palloncino di Pascal, vi negate davvero un momento per cui vale la pena essere umani. Foss’anche solo per quella scena che è finita tra le mie scene preferite in assoluto della cinematografia mondiale: durante un giorno di pioggia, Pascal chiede ai passanti di riparare il palloncino sotto i loro ombrelli. E tu vedi tutti questi ombrelli neri d’un nero magrittiano, scortare sotto di loro questo grosso testone rosso, mentre Pascal lì accanto, cammina sotto la pioggia.
Guardandolo ho pensato a Totoro. Siamo infatti nel lessico visivo ed emozionale che siamo abituati ad ascoltare dai disegni di mastro Myiazaki.

Guardandolo da spettatori attenti del 2000, non possiamo fare a meno di tracciare anche una linea —una cordicella!— fra questo film e “Up”, il film d’animazione che conquistò tutti nel 2009. La scena in cui la casetta del protagonista Carl si leva nel cielo grazie alla forza di una nuvola di palloncini che spuntano dal camino di casa sua, salvandola dalla demolizione, è sorella della scena finale del film di Lamorisse.
Non parliamo di plagio, per carità. Diciamo solo parentela d’aria. 🙂

Ecco Moviers, sono arrivata alla fine anche oggi. Vi ringrazio per la pazienza con cui mi state sempre ad ascoltare. Vi ringrazio anche per il calore che mi state dimostrando, che scioglie ogni rigore, che stende qualsiasi virus. Corona e tutto.

Gli applausi di New York per i first responders, continuano, puntuali, da undici giorni, ogni sera alle 7 pm. Ogni sera più convinti. Mi tirano su un sorriso del valore di un milione di dollari. 🙂
Ve li mando, dalla finestra della mia camera, with much love.

E questa sera i saluti sono parcamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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Let’s Movie LXIX

Let’s Movie LXIX

IL FIGLIO
di Luc e Jean Dardenne
Belgio 2002, 103’
Martedì 10/Tuesday 10
20:30/8:30 pm
Astra
Ingresso gratuito/Free entry

My mommy Moviers,

Allora, prima che mi dimentichi, do il benvenuto al Fellow Paolo detto l’Avvopaolo, che ci legge dal Baby Blog e che è un patito di film svedesi d’essai. Paolo, adesso che sei ufficialmente un Movier perdi tutti i diritti di cittadino libero ma acquisti la cittadinanza di Letsmovieland, terra dell’improbabile, del sogno e dell’unheimlich (e facciamo felice Freud, dai). E vuoi mettere?! The trade is worth it, no doubts… 🙂

Il “Tribute to Workers” lanciato da Let’s Movie la settimana scorsa è stato accolto e condiviso dall’Honorary Member Mic, che ha partecipato alla proiezione di “Tempi Moderni” (stavolta è stata lei a farci venire due mammuth così con il film, eh Mic?!?), e dal Fellow Avvopaolo di cui sopra, che ha partecipato alla proiezione di “Uomini della luce”. Li ringrazio entrambi della presenza ― Paolo ha insistito tanto per fare il bohemien e adagiarsi mollemente sui gradini del cinema, che il buon Board l’ha lasciato fare, mentre lui/lei/loro (=il Board uno e trino) guadagnava i velluti della sua poltrona non-prenotata… 🙂

E ringrazio ovviamente la Fellow Katia, la nostra splendidda soon-to-be-mommy film-maker, che ha pazientemente cucito “Gli uomini della luce” e l’ha introdotto al pubblico.

“Tempi moderni”. 1936. Muto. Nessuna meraviglia che ve la siete data a gambe levate, Fellows… Come promesse non eraono delle più invitanti, lo riconosco. Ma il CdA di Let’s Movie (Board+Honorary Member Mic x altezza : 2), che come sempre lavora per voi, è andato oltre l’anno di realizzazione e il sonoro  non-sonoro, e si è riunito in sala, come si suol johnlennonianamente dire, per dargli una possibilità ― approccio “give-peace-a-chance”.

Le conclusioni tirate al termine del film ci impongono di costringervi all’acquisto/noleggio (ma meglio l’acquisto) del dvd. Perché ragazzi miei, “Tempi moderni” contiene tutto! Ha detto tutto, previsto tutto, analizzato, drammatizzato, ironizzato, demolito, ricostruito TUTTO. TUTTOTUTTO! Nel 1936!!! Per farvi prendere un po’ le misure… Nel 1936 Walt Disney aveva ancora da concepire “Biancaneve e i sette nani” (l’originale, non le rivisitazioni red-lighted, veh…), Cinecittà doveva ancora aprire i battenti (**) e Molotov e Ribettronp non erano che un russo e un tedesco con una gran passione per gli affati esteri…

Insomma TUTTOTUTTO, dicevamo. La prima cosa che viene in mente, i danni e l’effetto alienante del lavoro alla catena di montaggio e la de-umanizzazione dell’essere umano, ridotto a mero robot. Anche il robot ― l’esasperazione della meccanizzazione! ― è rappresentato nel film: dall’inquietantissima “macchina da auto-nutrizione Billos”, finalizzata a nutrire l’operaio per ottimizzare al massimo i tempi uomo-ore, ma in realtà congegno infernale che finisce per soffocare ― metaforicamente e non ― il povero operaio Charlie. (Una delle scene davvero più inquietanti del fim, giacché mostra come il concetto di  “ottimizzazione” possa sconfinare con estrema facilità nella prassi dello “sfruttamento” selvaggio, dell’abuso incondizionato… La cosa altrettanto inquitente è che tutti in sala ridevano ― tutti tranne io e la Mic, naturalmente…).

E poi c’è senz’altro la parabola discendente affrontata dal lavoratore privato del lavoro, ovvero l’assoluta mancanza di alternative che fa dire a un innocente, struggente, adorabile Charlie Chaplin galeotto ma sul punto di essere scarcerato, “Devo proprio uscire? Io sono felice qui”…

E poi c’è senz’altro la compassione, il rapporto di candida solidarietà che lega Charlie alla monella (bella la traduzione dal gusto veneto e retrò di “the gamin”…), anche lei vittima degli eventi e della società.

Ma come vi dicevo c’è molto, molto, MOLTO, di più. Il film parla di quello che sarà, del futoro (che è il nostro presente), e ne parla con una chiarezza e una precisione di cui solo noi, posteri muniti d’ardua sentenza, possiamo riconoscerne l’esattezza. Ci sono gli assistenti sociali che smembrano famiglie e dividono fratelli. C’è la cocaina, come sostanza-stampella per tirare avanti in situazioni avverse. Ci sono persino le veline! ― la monella sceglie la strada dell’intrattenimento per guadagnare in fretta, non va a fare la cameriera… E tenete a mente, siamo nel 1936. Nel 1936. Non nel 2010 da Lele Mora…

And thank be to God and heavens, l’ending non è happy. L’ending è esistenzialista! La scena di chiusura, passata ingiustamente alla storia come cartolina di buon augurio per il futuro, in realtà apre a una meditazione ben più ampia e più profonda. Predentevi questo minuto e 53 secondi e guardatela http://video.libero.it/app/play?id=ae6ff14fb915d3d65308baf7b2773745 .
Il “A che serve?” della monella, riferito a tutte le tribolazioni del vivere e al senso che questa lotta quotidiana dovrebbe avere, è la domanda che ossessionerà Camus&al. per anni… E nel “Non ti dare per vinta. Ce la caveremo” di Charlie, seguito dal suo “Smile” c’è sì il genuino ottimismo degli americani, ma anche la tendenza tutta italiana al sopportare e all’andare avanti nonostante tutto ― o come piace dire a me, no matter what. Con un sorriso, anche ― in fondo la commedia italiana è questo (Monicelli, Sordi, etc. docent).
Ma guardate un po’ dove camminano i due! Una strada in mezzo al deserto (non so voi, ma io ho pensato immediatamente al capolavoro letterario di Cormac McCarthy, “La strada”…). Due figurette gracili e sparute, un omino e una donnina in mezzo al nulla. C’è il destino dell’uomo in quell’immagine finale! C’è la sua impotenza, ma anche la sua potenza. C’è il pericolo, la precarietà, ma anche la possibilità.

Vedere “Tempi moderni” è come attraversare una galleria di metafore, come sfogliare un album allegorico in cui le immagini sono vere e proprie icone che mostrano l’universalità attraverso due baffetti e un bastone…. E quanto ai baffetti e al bastone, be’, Charlie va oltre la recitazione. Charlie danza lungo il film con la grazia e la leggiadria e la forza e la determinatezza di un Nijinsky del cinema ― si Mat, Nijinsky….
Capite quanto grande è stato Chaplin? Capite perché siete troppo costretti a procurarvi il dvd??!

Certo, una volta visto un film così, la ditta Moccia, Muccini&Co. della nostra contemporaneità può pure chiudere i battenti seduta stante, ma alla fin fine sta a noi decidere da chi comprare, giusto? Non so voi, ma io (e la Mic) abbiamo il conto aperto alla Chaplin S.p.A…. 🙂

E anche questa settimana approviamo la scelta della rassegna “Lavoro di martedì. La sicurezza del/sul lavoro racconata dal cinema” e proponiamo

IL FIGLIO
di Luc e Jean Dardenne

Premessa. Il film non è un “Sapore di mare. Un anno dopo”, diciamo così… Però io conto sulla tempra dei miei Moviers e spero di vedere qualche coraggioso martedì… Almeno uno, please…
E comunque, Palma d’Oro a Cannes nel 2002 per il miglior attore protagonista, Olivier Gourmet.
E comunque, beccatevi ‘sto po’ po’ di critica: “ “Il figlio” parte alla maniera dei film d’impegno del miglior Ken Loach,si trasforma in un semi-thriller, diventa un’ analisi psicologia, somiglia in seguito ad un road-movie introspettivo, dove vengono svelati i nodi del passato e delle azioni presenti. Si conclude,dopo il confronto più diretto,con una pacatezza vitale dreyeriana…. Un cinema raro dunque, unico, a l di là di ogni moda e tendenza. Ma chi riesce ad apprezzare “Il figlio” può dire di aver assistito ad una lezione di cinema…e di vita. Cinema allo stato puro. Cinema anno zero. Capolavoro”.

Ora per par condicio dovrei riportare una critica criticona, ma naturalmente sapete tutti che Let’s Movie non si appoggia a questi sistemucoli democraticheggianti…

In realtà proponiamo “Il figlio”, anche per un sano rispetto nei confronti della Dardenne Bros…. e anche perché il panorama cinematografico trentino non offre grandi alternative (“Fast&Furious 5” ha bisogno di un seminario a parte per essere debitamente apprezzato in tutta la sua fast&furiousness…)

Allora Mommy Moviers, sperando che vi siate ricordati gli auguri a mammà  perché le ricorrenze, checché bacioperuginiane, sconfiggono l’oblio― e anoi piacciono in modo particolare perché ri-corrono 🙂 ― conto sulla vostra forza d’animo per martedì, e nel frattempo vi auguro buona cine-serata.

E dove potrebbe essere il riassunto, se non murato vivi in calce?
E come potrebbero essere i saluti oggi, se non matriarcatamente cinematografici?
Love ya all, magic Moviers…

Let’s Movie
The Board

(**) Cinecitta nasce ufficialmente nel 1937. Proprio la settimana scorsa, per festeggiarne i 74 anni, si è aperta a Roma, “Cinecittà si Mostra”, mostra che spalanca le porte de “la fabbrica dei sogni” ai visitatori, e che tutti noi Moviers dovremmo visitare ― specie chi vive con un cortile cinematografico al Pigneto, vero Fellow Davide Testone&Cloaca?? E altroché Studios losangelini, ts… Se siete dalle parti di Via Tuscola 1055, fateci un salto… 🙂 Per maggiori info, http://www.cinecittastudios.it/news/2011/cinecitta-si-mostra

IL FIGLIO: Olivier, un falegname che insegna in un centro di formazione professionale per ragazzi disadattati, accoglie tra i suoi allievi Francis, un giovane di sedici anni appena uscito dal riformatorio: è questo il ragazzo che sei anni prima, per rubare un’autoradio, ha ucciso il figlio del falegname.

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Let’s Movie LVII

Let’s Movie LVII

ANOTHER YEAR
di Mike Leigh
Gran Bretagna 2010, 129’
Mercoledì 16/Wednesday 16
21:45/9:45 pm
Astra

My Miracle Moviers,

Diamo il benvenuto ai Moviers numero 61 e 62: il Fellow Hugo, detto Superstar, del clan CREATE-NET ― cinefilo D.O.C. che siamo lieti di avere a bordo ― e il Fellow Maurizio detto il Veronese. Maurizio, non ti preoccupare, sappi che non ti discrimineremo per l’amicizia decennale che ti lega al WG Mat. Tu però prometti di lavare l’onta venendo a trovarci in quel di Trento e frequentando Let’s Movie 🙂

La tirata d’orecchi della settimana scorsa forse è servita a qualcosa: i Moviers si sono triplicati, come i Gremlins… Ringrazio il Fellow Andy Miky The Situation Phelbs giunto appositamente dal varesotto ― l’impegno dimostrato gli vale il perdono per i lacci delle scarpe difettosi e poco Let’sMovie-oriented: quando c’è da correre al cinema non ci si può fermare ogni tre per due (Andy, la prossima volta porta le Asics, che fanno pure molto prestige…); ringraziamo il nostro fedele WG Mat che si merita la palma d’oro del Giappone per aver tenuto botta con Let’s Movie in queste settimane, e per aver dirottato in Let’s Movie il Fellow Veronese; e ringraziamo la Fellow Junior, che ha stupito il suo Board arrivando al cinema con 2 minuti di pericolosissimo-ma-temerarissimo-quindi-apprezzatissimo ritardo.

Che dire di “Biutiful”? Potrei indossare gli occhiali di Quattrocchi (sì lui, il Puffo) e farvi una disamina dal gusto dottissimo sulla raffigurazione del degrado famigliare e umano nella società contemporanea còlta in una megalopoli occidentale dai lineamenti sfuocati ma disgreganti…

E invece, miei cari Moviers baciati dalla fortuna, vi risparmio tutto ciò e vi propongo il gioco del “Pensavate-che-la-vostra-vita-fosse-la-peggio-del-peggio?-Guardate-un-po’-Uxbal-come-sta-messo”. (Uxbal è il protagonista del film).

Uxbal sbarca il lunario sfruttando una squadra di cinesi clandestini che gomorrianamente cuciono borse simil-Prada in uno scantinato del Bronx di Barcellona.
Uxbal ha un cancro alla prostata con metatstasi sparse all over e ha tre mesi di vita.
Uxbal vive in un buco di appartamento infestato da scarafaggi (e mostri della morte sul soffitto), insieme ai due figlioletti, Ana (che ha dei problemi con l’inglese se a 12 anni scrive ancora “Biutiful”) e Mateo (che ha dei problemi con tante cose se a 7 anni fuma).
Uxbal ha una moglie quasi ex-moglie affetta da sindrome bipolare che nelle fasi down si fa suo fratello (di Uxbal, intendo).
Uxbal non ha mai conosciuto il padre ma si ritrova a riconoscerne la salma dopo quarant’anni dalla morte ― una salma dopo quarant’anni, presente in che condizione è apparsa ai suoi/nostri occhi??
Uxbal sente le voci dei morti e arrotonda lo stipendio riferendo i messaggi dei trapassati ai rispettivi parenti in lutto (categoria “straordinari creativi”? Bah…).
Uxbal compra delle stufette (evidentemente non a marchio CEE) per scaldare i cinesi intirizziti dello scantinato: una perdita di gas si porta via tutti i poveri cinesi e i loro cadaveri finiscono gettati in mare ― la scena dei corpi sputati dall’acqua sulla spiaggia, rifiuti del villaggio globale in cui ci illudiamo di vivere da nababbi democratici, è forse una delle scene più tristemente done/not-done del film.
Uxbal muore senza sapere chi diavolo si prenderà cura dei suoi figli, se la sciamannata bipolare rinchiusa in una clinica psichiatrica o una senegalese che gli fa da badante negli ultimi giorni di vita e che resisterà alle malìe del gli-rubo-i-soldi-e-scappo-in-Senegal non si sa per quanto tempo…

Spero che il gioco “Pensavate-che-la-vostra-vita-fosse-la-peggio-del-peggio?-Guardate-un-po’-Uxbal-come-sta-messo” vi aiuti a mettere le cose in prospettiva…. Spero anche che Inarritu torni a fare film duri, ma senza per questo sconfinare nell’eccesso del dramma. Il troppo stroppia, si sa, e può arrivare a minare la credibilità di una storia, come in questo caso. I tre Moviers e io siamo usciti abbacchiati dalla sala, certo, ma abbiamo trasformato lo scoramento in riso (il Fellow The Situation e il WG Mat sono dei campioni in questo, bisogna riconoscerlo) e ci siamo salvati con del sano umorismo, umorismo che ha dettato il simpatico giochetto di cui sopra.
Dal mare nero di “Biutiful” ho deciso di pescare la citazione che parcheggerò nel Parking-lot di Let’s Movie: una battuta della moglie al povero Uxbal: “Io voglio esserti fedele”. Pausa di riflessione. “Ma voglio anche spassarmela”.
Mi ha fatto ridere… E che fare altimenti, se non ridere? Il mare nero si esorcizza anche così…

Ok, dopo aver giocato insieme, una comunicazione ufficiale. Il CdA di Let’s Movie si è riunito e ha espresso parere negativo al conferimento del titolo di “Honorary” al WG Mat.
La Honorary Member Mic si è opposta con veemenza alla proposta presentando al Board la seguente, articolatissima, motivazione: “Il titolo, io, me lo sono sudato, guai a te se lo dai a qualcun altro”.
Mat, ci rincresce, ma dovrai accontentarti di essere “WG” vita natual durante.
A proposito di titoli, non so se lo sapevate ma il Board e la Honorary Member Mic si contendono quello di “Crudelia Demon del Millennio” da sempre… eh eh.

Comunicazione ufficiale numero 2: il Board perdona entrambi, il WG Mat e la HMM, per essere andati a vedere il trashissssimo “Sanctum” sabato sera. Errare humanum est, dopo tutto. Ma il perseverare in Let’s Movie è da morituri te salutant (e con questo chiudiamo la parentesi latineggiante).

Questa settimana Let’s Movie propone

ANOTHER YEAR
di Mike Leigh

Presentato al Festival del Cinema di Cannes 2010 e candidato all’Oscar per la miglior sceneggiatura, “Another Year” è l’ultima fatica di un regista che percorre la strada del maestro realista Ken Loach. Apprezzatisssssimo in “Segreti e bugie” e “Il segreto di Vera Drake”, Leigh racconta storie che altrimenti paserrebbero ― inviste e inascoltate ― nelle maglie larghissime dell’indifferenza collettiva. Storie invisibili, storie di noi, che a pensarci bene siamo una manica di Canterville Ghosts se non ci fossero i Mike Leigh della situazione a catturarci ― e senza Ecto 1…
Naturalmente siete tutti obbligati a palesarvi, my Miracle Moviers.

Ora vi lascio riposare, che la mail è stata ricca di intermezzi ludici, comunicazioni ufficiali, riferimenti nascosti ai Ghostbusters, e quel po’ di fuffa che non guasta mai…
Grazie della pazienza, fantolini Fellows… Accompagno il riassunto in calce con dei saluti lazzar(on)amente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

ANOTHER YEAR: La vita di coppia di Gerri e Tom, del loro figlio Joe e dei loro amici si sviluppa nell’arco di un ciclo che passa per le quattro stagioni. Un anno che trascorre tra amori non corrisposti e amori che nascono, speranza e disperazione, gioia e tristezza, gelosia e solitudine… intanto il tempo passa.

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Let’s Movie LVI

Let’s Movie LVI

BIUTIFUL
di Alejandro Gonzalez Inarritu
Messico, Spagna, USA, 2010, 138’
Martedì/Tuesday 8
21:00/9:00 pm
Cinema Astra

Springish Moviers,

Venerdì durante il festeggiamento del compleanno della Fellow Fata Jes (finalmente maggiorenne…eh eh…), Let’s Movie ha accalappiato un nuovo Movier. Accogliamo nella nostra sgangheratissima famiglia il Fellow Gerri (niente J e y, please, che Let’s Movie teme i topi), al secolo Matteo Gerola, del clan CREATE-NET.

Fellow Gerri, come ripeto a ogni nuovo Movier, la frequenza è conditio sine qua non per Let’s Movie. Tuttavia il Board, la cui B sta per Buono&Bravo (Bello forse a tratti, come le code), concede dei permessi straordinari soprattutto se coinvolgono attività sportive di sorta. A te che progetti di correre anaerobicamente durante la pausa pranzo e che guardi i tuoi compagni di calcetto giocare dalla panchina tre volte a settimana, ne verranno accordati pochisssssimi, di questi permessi straordinari, quindi procedi pure a inserire “Let’s Movie” tra gli impegni (gioie) settimanali ― ovviamente Biancaneve e i nani non rientrano nella programmazione letsmoviana, specie se Biancaneve sta SOTTO i nani, if you know what I mean…

A proposito di frequenza… Nelle ultime settimane non abbiamo potuto fare a meno di notare la scarsa partecipazione dei Moviers ― “Moria di Moviers a Trento”, titolava la Repubblica qualche giorno fa. Ora, la B di Board sta per Bravo&Buono ma sta anche per Belluino (che NON è un diminutivo vernacolare di Bello…). Quindi, mie adorate piccolecanaglie Fellows, cercate d’impegnarvi di più, altrimenti il Board comincia a dubitare della sgangheratissima famiglia letsmoviana… E ve lo dico con intento smaccatamente egoistico. Io vi voglio lì perché Let’s Movie propone film di qualità (Certificazione ISO 9001 agli atti), ma soprattutto perché io ho piacere ad avervi lì… Accontentate quindi il vostro Baord, che vuole essere SOLO Bravo&Buono, NON Belluino!

Per fortuna giovedì scorso il nostro WG Mat ci ha salvato dalla solitudine…. Grazie Mat, ti sei presentato no matter what, e questo sarà tenuto in gran conto in sede di rinnovo contratto e riconferma della posizione di “Web Geek”. Stiamo valutando anche un “Honorary”, ma prima il CdA di Let’s Movie deve riunirsi e discuterne (Honorary Memeber Mic to attend).
Il Fellow D ha guardato il film tra le nuvole ― tratta aerea Milano-Doha ― e confermiamo a lui e a tutti i Moviers che sì, “Let’s Movie to the sky” vale eccome.

“Com’era ‘Gorbaciof’?” mi è stato chiesto in questi giorni.
Sporco. Viscido. Scimmiesco.

I tre aggettivi si riferiscono sia al film che sineddoticamente al protagonista. Faccia-di-gomma Sir Servillo si conferma la grande maschera attoriale qual è ― Jim Carey gli fa una p**pa, se permettete il triviale. Ogni volta è come se riuscisse a farsi possedere completamente dal personaggio che deve interpretare… Ripenso a “Le conseguenze dell’amore”, “Gomorra”. Ripenso a “Il divo”, rivisto l’altra sera e goduto fino all’ultimo minuto… Servillo È “Gorbaciof”, tutto il film intendo. E per questo rimango perplessa: un film non può vivere SOLO di un’interpretazione di un attore, per quanto eccellente.

Io faccio spesso un esercizio quando mi trovo davanti a performance di questi livelli. Provo a chiedermi “Come sarebbe il film se al suo posto ci fosse un altro attore?”. Il numero di motivi che riuscite a trovare a favore di un film prescindendo dall’attore, vi aiuterà a capire se il film è più o meno convincente ― trucco da Board… Per me, nel caso del film di Incerti, quel numero è estremamente basso…

Troppe poche parole pronunciate (40 in tutto? Forse anche meno, tutte in napoletano stretto). Finale prevedibile, almeno per noi cinici spettatori che gnosticamente scartiamo gli happy-ending. Dualismo puro-impuro troppo facile. Gorbaciof è impuro, fallato, anzi, macchiato ― la voglia in fronte è un’allegoria fin troppo scontata. La ragazza cinese di cui s’innamora, troppo pura, con quell’ovale mariano, con il suo silenzio virginale. Non può esserci nessun tipo di relazione tra i due, Gorbaciof non può pulirsi ― la sua sporcizia morale è troppo inveterata, troppo sedimentata. E la piccola parentesi possibilista che vivono ― lui che la fa ridere (e ride) spingendola titanichianamente sul carrello all’aeroporto ― non è altro che questo: una passata di Glassex sopra un mondo immondo. Il film è viscido come le banconote che vengono contate, smistate, trafugate, passate, e che lasciano sulle mani/anime dei personaggi la loro scia scura. I soldi sono sporchi di per sé, ma QUEI soldi che Gorbaciof sottrae ai parenti dei carcerati, sono sporchi in maniera metafisica: subiscono la trasformazione dall’atto puro (quello altruistico dei parenti) all’atto impuro (quello contaminante di Gorbaciof che li ruba). Dinamica puro vs. impuro anche qui.
Concludo sull’aggettivo “scimmiesco”. Il film fotografa un’umanità napoletana che di umano non ha nulla. C’è come una regressione allo stato animale delle persone colte dalla macchina da presa. Rappresentativa la scena di Gorbaciof in metropolitana: un passeggero perditempo gli si avvicina imitando una scimmia con una serie di smorfie del viso e del corpo. Gorbaciof non rimane impassibile: Gorbaciof gli risponde con una smorfia scimmiesca da manuale. Come a dire “Piantala con ‘sta sceneggiata: io e te parliamo lo stesso linguaggio”.

Be’, ora che guardo sopra e vedo quanto ho scritto, mi rendo conto che il film ha regalato tutta una serie di spunti interessanti… Ecco perché non dovremo mai fermarci davanti al primo grado di giudizio (ti è piaciuto il film? Sì/No). Insomma, oltre le gambe c’è di più…

Riguardo al “Quanto ho scritto”, volevo tranquillizzare tutti i Fellows… Ho saputo che molti di voi (non faccio nomi ma gli Iak-the-Mate e i Centauri si sentano chiamati in causa) saltano a pié pari il corpo del testo e passano direttamente alla parte “Il film della settimana”. Volevo solo dire ai Moviers estimatori-di-tutto-il-corpo-del-testo-letsmoviano, di dormire sereni: il Board sta mettendo a punto dei sistemi correttivi ad hoc per togliere loro questo brutto vizio, eh eh… Belluino Board rassicura… 🙂

Ma veniamo al sospirato film della settimana…

BIUTIFUL
di Alejandro Gonzalez Inarritu

Ho una predilezione per Inarritu, regista di pellicole raffinate come “Amores Perros”, “21 grammi” e “Babel”. Javier Bardem è il protagonista di questo film, e ho una predilezione anche per lui, nata ben prima del suo talentuosissimo caschetto di “Non è un paese per vecchi”… Sappiate che per questo film, il buon Bardem si è aggiudicato la palma d’oro al Festival di Cannes 2010 ex-aequo con il nostro Elio Germano (“La nostra vita”, Let’s Movie XIX, modestamente). Credo non vi servano altri motivi per venire, renitenti Moviers…

QUINDI, springish Moviers, che oggi avete fatto il pieno di sole ed energie, vi aspetto tutti martedì sera, e nel frattempo vi lascio col riassunto del film in calce, con dei ringraziamenti che non potete nemmeno immaginare e con dei saluti precipitevolissimevolmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

BIUTIFUL: Uxbal è un padre devoto di due bambini di cui si occupa al posto della moglie, mentalmente instabile. Quando viene a sapere di essere malato comincia a temere per il futuro dei suoi figli, destinati a crescere da soli.

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Let’s Movie XLVIII

Let’s Movie XLVIII

IL PADRE DEI MIEI FIGLI
di Mia Hansen-Løve
Francia 2009, 110’
Giovedì 16/Thursday 16
Ore 21:00/9:00 pm
Supercinema Vittoria

Mooooviers… Let’s Movie vien di notte con le scarpe tutte MAtte…

Prima di preparare il necessaire per Santa Lucia (che da qualche anno ha scoperto Bata), eccomi da voi per salutare ufficialmente la Fellow Azzurra! Come anticipato la settimana scorsa, si occuperà della succursale pugliese di Let’s Movie, carambolando per le sale baresi allo scopo di promuovere la nostra programmazione nella sede distaccata. Welcome among us, Fellow Azzura detta Skyblu! E grazie del commitment!

Purtroppo la serata-commemorazione a John Lennon si è trasformata in serata-devastazione di John Lennon… Non so se avete avuto occasione di leggere il commento al vetriolo che l’Anarcozumi ha scritto a tal proposito (http://www.letsmovie.it/2010/12/lets-movie-xlvii/#comments). Di seguito la lista di “In effetti” a supporto della posizione anarcozumiana:

–      In effetti la voce dell’attore che accompagnava il film ha decisamente LOGORATO i nervi ai presenti in sala e al Board. La quantità di essssse pronunciate e la cadenza valdemocheniana (valdemocheña?) hanno fatto rimpiangere la dizione degli anchormen di RTTR.

–      In effetti il taxista newyorchese con la camicia a quadrettoni e i pomelli rossi alla nonno-di-Heidi non erano esattamente look&colorito da metropoli wild

–      In effetti le studentesse riprese al Parco Gocciadoro (volevo dire Goldendrop) erano più flashate e sessantottine di qualsiasi settantottina vissuta nel ’68

–      In effetti alcuni interventi musicali hanno lasciato tutti UN PO’ perplessi…

–      In effetti lo spettacolo, con i suoi 120 minuti sonanti, ha messo a dura prova persino i performers….

–      In effetti l’insalata pre-spettacolo nel piatto dell’Anarcozumi non si poteva vedere (“Mai ordinato un’insalata al ristorante”, è riecheggiato lapidario l’anarcozumiano commento…)

Di seguito la lista di “Sì però vuoi mettere” nel rispetto dell’approccio “Ascoltiamo-tutte-le campane”:

–      Sì però vuoi mettere vedere l’Anarcozumi indignata, che si alza dal posto imbufalita, si dirigge verso il Board con passo assassino, le fa il noto gesto “ti-taglio-la-gola”, le sibila “stavolta ti massacro”, e se ne esce dal teatro, che teatralmente crolla sotto il peso della sua ira funesta??! (Dopo alcuni istanti indispensabili per riprendersi dal noto gesto “ti-taglio-la-gola”, il Board ha molto riso, e molto apprezzato la reazione spontanea dell’Anarco, che è uno spettacolo quando è indignata/imbufalita/assassina)

–      Sì però vuoi mettere assistere a una trasposizione così estrema che catapulta dei trentini sparutissimi nella New York johnlenniana, e soprattutto essere convinti che la trasposizione possa funzionare??! E soprattuttissimo, ricevere dei finanziamenti per realizzarla???

–      Sì però vuoi mettere ascoltare i Bastard dopo una serie di interventi canori Karaokeanti? (Bastard bravi bravi davvero e affrancati finalmente dal giogo X-Factor)

–      Sì però vuoi mettere ascoltare una versione underground di “Imagine” ? interpretata senza le solite manfrine dei dilettanti?

–      Sì però vuoi mettere non vedersi plagiare per una volta il commento “gesto apprezzabile”??

–      Sì però vuoi mettere ringraziare il WG Mat, la Fellow Anarcozumi e la Fellow Kat (giù nel parterre dei vip) per essersi presentati?

Voi Moviers che dite? Siete più pro “In effetti” o vi schiererate più per il “Sì però vuoi mettere”? Chissà… Voi Fellows siete imprevedibili peggio degli exit-poll…

Ma veniamo al film della settimana ? rapidissimamente che i Moviers applicano la Teleselezione e parlare costa!

IL PADRE DEI MIEI FIGLI
di Mia Hansen-Løve

Il film si è aggiudicato il Premio Speciale della Giuria alla 62esima Edizione de Festival di Cannes 2009 ? sezione ‘UN CERTAIN REGARD’, che dopo non mi dormite la notte se non lo specifico. Ci recita (benissimamente!) Chiara Caselli, un’attrice italiana molto brava che, guarda caso, è fuggita in Francia (ma che è ‘sto movie-drain oltralpe, dico io? La Bellucci se la possono pure tenere, i cari cugini Camembert, ma la Castelli, mannaggia…).

Ora devo proprio scappare, fanta Moviers. Ho scordato di dare il codice dell’ascensore a Santa Lucia, e quella se trova un ostacolo mi fa dietro-front senza passare…

Dov’è il riassunto? In calce
Come sono i saluti? Tassativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

IL PADRE DEI MIEI FIGLI: Un giovane produttore cinematografico, Grégoire Canvel, ha tutto quello che un uomo può desiderare: una moglie che ama, tre splendide figlie e un lavoro stimolante in cui mettere tutta la propria energia. La sua compagnia, l’indipendente Moon Films, gode di un grande prestigio, ma i troppi debiti e i troppi rischi la stanno spingendo verso la bancarotta…

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