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LET’S MOVIE 246 – propone YOUTH e commenta IL RACCONTO DEI RACCONTI

LET’S MOVIE 246 – propone YOUTH e commenta IL RACCONTO DEI RACCONTI

YOUTH – LA GIOVINEZZA
di Paolo Sorrentino
Italia, 2015, ‘118
Lunedì/Monday 25
21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

Muoio Moviers

mi ripetevo quando ho capito la beata fine che mi stava facendo fare “Il racconto dei racconti”. Muoio adesso muoio qui, al cine, dentro questo buio, circondata da questi Fellows. Muoio perché tanto ingegno artistico, tanto estro filologico, tutti insieme, stenderebbero anche il più borghezio di tutti i salvini, figurarsi io, che mi dichiaro vestale di uno svedese perché ha fatto della Forza Maggiore un capolavoro che speriamo non rimanga figlio unico.
Muoio qui, e sarà la più bella di tutte le morti che potrebbero capitare a me, Sarafruner detta Lafru e di Lez Muvi il Board ―la morte al cine. Venisse pure la monotona dal mantello nero ―riuscite a pensare a qualcosa di più monotono della morte, sempre immutata dalla notte dei tempi? Accoglierla al cine per mano di Matteo (ovviamente lui, Garrone, d’ora innanzi Matteo) sarebbe stata la più dolce delle conoscenze.
Ho vissuto tutta la giornata di lunedì immersa in uno stato di pestifera agitazione ―quanti ampère, mi si fosse misurato il voltaggio! Poi è arrivato il tragitto casa-cine, accompagnato da una liturgia un po’ da stadio ripetuta senza sosta. “Dai Matteo, dai Matteo eh, dai Matteo che ce la fai”… Arrivo dal Mastro e trovo un’accoglienza lezmuviana tale da farmi capire che il film ha colpito al cuore ―o forse io ho esagerato con la promozione. L’Anarcozumi post vacanze romane e con il Guest Ugo The Boss, appena entro in possesso della sua email ih ih ih― la Fellow Vanilla che è riuscita nell’opera di movimentazione della Fellow Cristina Casaclima dai paradisi del green-living e delle certificazioni LLED :-), e poi il Movier Onassis Jr, che non mi perdonerà per averlo coinvolto in un film che non ha incontrato il suo gusto milionario, il Movier Scaccomatto, scampato alle grinfie di quel postaccio tra il meneghino e il beghino che le cartine chiamano Milano, e ultimissimo, a luci già buie, il Movier Magnocarlo, che non avrebbe potuto mancare data la sua vicinanza storica col Barocco ―dai lo so che i carolingi son venuti prima dei barocchi!
🙂
Il 3.2% della popolazione lezmuviana sta attendendo ― ci crediate o meno ― questi 4 km di pippone che si parano qui sotto di voi. Gli altri li temono.
Be brave…

Non lo capisco subito, “Il racconto dei racconti”. Mi ci vuole una mezz’ora ―sono abbastanza lenta, scusatela. Dopo una mezz’ora però, lux fiat est, e io non sono più seduta in poltrona, dentro l’Astra. Finisco esattamente nel posto in cui Garrone vuole trascinare i suoi spettatori. Fra le selve oscure del favoloso, e lasciamo ogni speranza noi ch’entriamo. E persino la gestazione del film, mi sa di favoloso… Matteo avrà trovato in qualche angolino virtuale di cui ignoriamo l’esistenza, un vecchio manoscritto, “Lo cunto de li cunti”, una raccolta di fiabe scritte da un certo Giambattista Basile, nella Napoli del 1600… Matteo ne rimane incantato ma scriverne una banale trasposizione cinematografica, aggiungendo un altro fantasy alla lista di titoloni americani, con e senza 3D, non interessa al giovane partenopeo ―la banalità è frutto che disdegna da sempre. Allora cheffà, Matteo? Matteo prende carta e penna e si inventa un genere nuovo. Tutto suo, che io nomino oggi, 24 maggio 2015, “Favoloso realistico”, o “Realismo favoloso”. Che non ha niente di niente del Realismo magico attribuito a Garcia Marquez, né del fantastico che il vate Todorov teorizzò, o del fantasy mainstream che siamo abituati a vedere ―ed è per questo che “Il racconto dei racconti” potrà non essere amato dagli amanti de “La storia infinita” o “ET” e forse anche “Star Wars”… il fantasy ha tante facce, non solo quella di Donnie Darko…
In un atto d’iconoclastismo filologico, Matteo prende il meraviglioso, con cui il mio vate Todorov nominò il mondo della fiaba ―nella quale non ci stupiamo di trovare orchi, draghi e pulci giganti perché perfettamente inseriti nella realtà non-reale dei protagonisti― e lo reifica, cioè lo porta giù sulla terra, gli dà la nostra stessa materia, rendendolo carne e sangue. Matteo ha fatto quello che Dio ha fatto con Cristo, solo che al posto di Gesù ci ha messo un genere artistico. Così noi ci confrontiamo con l’orrido di corpi sanguinolenti, cuori vivi pulsanti, pelli scuoiate e crani sbregati. E naturalmente con il bestiale all’interno della favola, ma anche e soprattutto all’interno di noi.
Parte scegliendo tre racconti: una regina che vuole diventare madre a tutti i costi e finirà vittima del suo stesso amore; una bella principessa con un padre bislacco e meschino che alleva pulci giganti e finisce per darla in sposa a un orco ―dal quale si salverà usando la tecnica che Giuditta usò con Oloferne, e Black Mamba coi i suoi aguzzini; un principe libertino cade innamorato di una bellissima fanciulla dai fulvidi capelli, che in realtà è una vecchia di un duo di vecchie sorelle trasformata in femme fatale da un incantesimo…
Ma nemmeno questo ―e già sarebbe stato tanta roba― bastava a Matteo. No perché lui non si accontenta di un prototesto, ovvero un testo di origine da cui partire. Matteo parte dalla notte de tempi della favola e del raccontare― Odissea e Iliade e Vite dei Santi comprese ― proprio agli albori, quando il genere non era ancora tale, mangia tutto, introietta tutto e poi risputa fuori, magicamente, questa creatura dai lineamenti bellissimi e dal cuore di tenebra: una favola che contiene tutte le favole. Una bibbia delle meraviglie.
Perché il film può NON piacere? E’ come mettervi dentro un a stanza buia con tante porte. Più chiavi hai in mano, più porte riesci ad aprire e più mondi ti si schiudono davanti. Tradotto significa che più conoscenza hai, più ti viene svelato. E non soltanto in ambito letterario ―e già sarebbe stato tantissima roba― ma anche pittorico, architettonico, musicale.
Per capire e godere de “Il racconto dei racconti” ne devi sapere di letteratura, di pittura, di architettura, di musica e di cinema, di geografia, di storia, d’Italia e di Monteverdi. Ma non c’è il citazionismo sterile e finalizzato al divertissement intellettualoidale del regista pavone con la coda in bella mostra. Prima dicevo, è una bibbia, NON un’enciclopedia. E di bibliotecomico, di didascalico e inventariale (inventariale??), spiacente per i detrattori, questo film non ha proprio nulla. Il lavoro operato ―anche grazie a 4 sceneggiatori e chissà quanti consulenti― utilizza la rielaborazione sincretica (sì, ho detto sincretica), e sei TU che vedi quello che riesci a vedere. Niente “Soluzioni” in fondo al testo.
Quindi trovi i tre scrigni de “Il mercante di Venezia” nella gara allestita dal padre bislacco per dare la figlia in sposa, e trovi una giustizia shylockiana nella tenacia con cui l’orco rivendica il diritto d’intascare quanto pattuito, la sua libbra di  carne ha capelli biondi e occhi azzurri; e trovi la follia di “Riccardo III” nel re bislacco, ma non tanto perché alleva pulci giganti, ma perché obbliga la figlia a sposare chi non ama; e trovi tutte le donne, all’inizio agnellini e poi cuor di leoni, nella parabola percorsa da quella principessa che alla fine, con un gesto sensazionale, si libera del suo male ―perché alla fine solo TU puoi liberarti dalle tue paure; e trovi Calibano nei suoni inarticolati dell’orco ―che poi CHI è il vero orco? Lui o un padre che lascia una figlia nelle mani di uno sconosciuto dai dubbi trascorsi? E trovi l’atmosfera tra il Sogno di una notte di mezz’estate e la Tempesta, quei luoghi belli però con quel je-ne-sais-quoi di minaccioso che incombe; Quindi Shakespeare è presente ma certo non è un film su Shakespeare. E Boccaccio? Boccaccio è profondamente lì, nel principe così succube dei propri istinti carnali da non vedere nulla all’infuori di un buco e un dito ―Boccaccio presente sopra ogni cosa, sì!― e da non rendersi conto che la giovinezza, altri non è che la vecchiaia con un bel vestito addosso che molto presto si toglierà. Boccaccio è Fiammetta e tutte le pagine erotiche che abbiamo letto con tanto piacere nel Decamerone, e pensate un po’, “Pentamerone” è l’altro nome con cui “Lo Cunto de li cunti” è conosciuto ―cinquanta fiabe raccontate nel corso di cinque giornate.
E naturalmente Charles Perrault: chi non ha subodorato “ucci ucci sento odor di cristianucci”, nell’orco che annusa l’aria in cerca della sua principessa? E Lewis Carrol? Chi non vede un po’ della Regina di Cuori nella madre ossessiva che vuole a tutti i costi l’amore del figlio? E naturalmente i fratelli Grimm: nell’immaginario del bosco popolato da strane creature, non sempre negative ―la strana donna che allatta la vecchia sorella gettata giù dalla torre e finita in mezzo al bosco non vi richiama nell’immaginario anche Mowgli a cui dei lupi restituiscono una nuova vita attraverso il loro latte? E naturalmente Mark Twain nella coppia di fratelli albini che sono il principe e il povero del film. E naturalmente Andersen nel brutto anatroccolo che diventa una gnocca da paura e finisce per diventare una principessa sul pisello… E naturalmente, o forse questo non così naturale, ma ve lo dico comunque. Per me c’’è “Le figlie del fuoco” di Gerard de Nerval ―leggetevi “Sylvie” e vedete quanto delle due vecchie sorelle c’è lì dentro. E nell’albino povero che lascia il principe per vagare tre giorni nel bosco, ma senza ricordare nulla una volta di ritorno a casa, c’è indubbiamente Meaulnes, il grande, di Alain Fourier. E naturalmente, per via entomologica, c’è Kafka: Gregor Samsa rifiutato dalla famiglia si trasformava in uno scarafaggio, mentre qui c’è una pulce ignorata dal mondo che viene adottata da un padre che ha una figlia sul punto di abbandonarlo ―ebbene sì, le vie delle Metamorfosi sono infinite… E naturalmente  c’è “La belle Dame Sans Mercie” di Keats, e naturalmente “Christabel” di Coleridge, nella fanciulla trovata sperduta in mezzo al bosco. E cosa mi dite di Lancillotto e Ginevra? Per altro citati, in un’operazione iper-metaletteraria, nel racconto della pulce gigante: la principessa chiede alla sua dama di compagnia di leggerle “ancora e ancora” la storia dei due amanti bretoni resi famosi dai due amanti danteschi, entrambe le coppie fregate dal galeotto d’un libro e chi lo scrisse…
E potrei andare avanti così, e se mettessimo insieme tutte le nostre teste e tutti i nostri singoli bagagli culturali sapete quanto lungo diventerebbe quest’elenco? Altroché pippone lezmuviano!

E con lo stesso zelo con cui redigeremmo l’elenco relativo ai rimandi letterari del testo, così potremmo fare con l’arte. Il film è una galleria di quadri che vi scorrono davanti agli occhi, e voi non fate nemmeno in tempo ad attribuirne uno che subito vi trovate davanti a quello successivo. And here, once again, non è un semplice sfoggio di arte barocca, per quanto, ovviamente, il Barocco sia presente, l’abbiamo capito, tra velluti drappeggaiti e ori e fregi e calzemaglie, comedianti e venghino-signori-venghino. Le nature morte, come no, ma Escher, ragazzi miei, non avete visto Escher nel sali-e-scendi dei personaggi da torri, scale, tetti, labirinti? E Giotto, sì Giotto, in quelle atmosfere sospese di castelli algidi e inquietanti da togliervi il fiato? Ma potrebbe esserci anche De Chirico, lì, o no? Come dite? Mimmo Paladino? Sì  ma artista o regista? No perché io ci ho rivisto anche il suo mirabile “Quijote”, lì…. E Hyeronymus Bosch, no? Io non l’ho mai visto così tanto come qui…E il rosso Valentino del velluto vermiglio sopra il verde smeraldo della foresta? Quello non è forse il colore puro di Kandinsky? O ricorda forse un arazzo di Miro? O le selve di Henri Rousseau? Magari sbaglio eh…
Tutti questi autori/artisti che si sono citati si son cimentati con l’archetipo del soprannaturale: è come se queste opere fossero tutte gemme appuntate a un drappo larghissimo che si stende sulla storia della letteratura e dell’arte: se prendete un angolo del drappo e lo scuotete, vedrete il luccichio di rimando da più parti. Se fossimo degli strutturalisti ―ma non lo siamo― parleremo di isotopie, ovvero la ridondanza di determinati riferimenti (semi, per dirla bene) dentro un testo che ne garantisce la compattezza e la coerenza strutturale. Ma siccome noi siamo gente semplice, lasciamo i Pagnini dentro i loro labirinti e continuiamo per la nostra strada…

E avremmo bisogno di un’altra pagina da dedicare al cinema, nel nostro elenco. I rimandi di Matteo al cinema non si contano. Tarantino, e non solo per il profluvio di scempi sanguinolenti, quanto per quel fermo immagine sulla principessa con la testa dell’orcoloferne in mano, l’espressione fra lo sgomento estremo per l’omicidio compiuto e la lucidità con cui l’ha compiuto e la libertà che da esso consegue ―Black Mamba e Giovanna d’Arco e la Madonna e Lara Croft respirano all’unisono dentro la principessa. E poi l’atmosfera dell’Armata Brancaleone, no? E la morte di nero incappucciata de “Il settimo sigillo” non è forse presente nell’oscuro figuro che si aggira nel film, e che altri non è secondo me, che il destino? E Fellini, coi suoi teatranti, i suoi Franco&Ciccio, le sue atmosfere circensi, non è forse lì, fra giullari e saltimbanchi? E mi rendo conto che voi volate alto fra Kurosawa e Sokurov, ma io sono cresciuta guardando roba televisiva tipo Fantaghirò e “Desideria e il mistero del lago”, che sembreranno scenaggiati televisivi di ben poco conto ma in realtà escono da un certo Bava Lamberto, figlio di cotanto Mario, che secondo me c’è molto nel film di Matteo.

E un’altra pagina andrebbe alla citazione di tutti i tesori architettonici e naturali che sono stati scovati e resi eterni nel film. Luoghi e costruzioni di cui io non ho conoscenza alcuna, ma che la Movier Cristina Casaclima potrebbe sciorinarvi dalla a alla zeta. Castelli  e borghi da far strabuzzare gli occhi, canyon naturali toscani più fantasy di qualsiasi effetto speciale la Pixar potrà mai inventarsi. E selve rigogliose dalle tinte nordiche, accanto a grotte marine che sembrano di cartapesta. E ancora strapiombi che sembrano dolomitici ma che in realtà sono pugliesi, così come le pietre color crema con cui è stato costruito un castello ottogonale che dovrebbe diventare, a mio avviso, l’ottava meraviglia del mondo. Se siete interessati a “tutti i luoghi del film” vedete un po’ http://www.ilpost.it/2015/05/19/il-racconto-dei-racconti-dove-e-stato-girato-luoghi-del-film/
Matteo ha nobilitato il product placement, sostituendo il product con il landscape, dimostrando che lo sguardo fantastico trova in questo nostro paese, una controporte di location che si prestano splendidamente, per conformazione e struttura, a dialogare con lui, e a rappresentarlo. E ci dice guardate dove viviamo, in mezzo alle meraviglie….

E finora non s’è parlato che della forma. E il contenuto?
Le tre storie impiegate, e intrecciate nel finale, utilizzano gli uomini mortali per affrontare grandi temi universali ―le favole fanno un po’ questo. Ma se dovessi scegliere un tema centrale, senz’altro è il desiderio e le tinte lugubri che assume se spinto all’eccesso. Il desiderio d’amore rinchiude la regina Salma Ayek in una prigione ―o labirinto― di ossessione per il figlio da cui uscirà soltanto per trasformarsi in un orribile mostro che vuole cibarsi, tuguarda, proprio del figlio ―peraltro, generato dopo aver mangiato il CUORE di un drago… Ed è stato lì, nella trasformazione da donna a madre a mostro, che “lux fiat est”: ho capito dove mi stava portando il racconto di Matteo. Basta un nonnulla per passare da essere madre, il simbolo dell’amore per eccellenza, a gargoyle. Un nonnulla per cadere, passare dall’altra parte. E non è proprio un caso che il film si chiuda sull’immagine del funambolo e sulla sua timida avanzata sopra una corda infuocata, sospeso a mezz’aria, attirato dalla terra, ma teso verso il cielo, ogni passo un possibile piede in fallo.
Il film ti indica tutto e non ti spiega nulla. Impiega metafore, non similitudini e c’è una differenza abissale, che ci riporta a intendere l’arte e la letteratura per simboli, proponendo allegorie che ci spingono a pensare al “nostro” attraverso “l’altro” e ad attivare dei meccanismi di associazione e rifrazione che la moderna fiction ha dismesso o ipersemplificato. Oggi viviamo nell’epoca della pornografia visiva. Tutto è svelato, tutto pop-artisticamente chiaro anche quando volutamente ermetico –sai già che un’installazione di arte contemporanea iperessenziale e assolutamente incomprensibile indica il “disagio psichico dell’uomo moderno”… Matteo ci riporta al “think-allegorical” ma attraverso la materia, la carne, e lo fa in grande: sintetizza secoli e secoli di “cuntato”, li rielabora, costruisce un sistema di rimandi fortemente visivi (ma non visionari) che funziona sia nel caso la tua cultura personale ti porti a leggere Habermas aspettando il turno in posta, sia che la tua cultura personale sia grigia in 50 sfumature diverse. Once again, il grado di profondità della tua personale mise-en-abyme dipende da te –ok, mise-en-abyme avevo promesso di non dirlo più, scusate.

E fatemi riprendere il filo del desiderio…Siamo spinti dal desiderio nella vita, ma occhio eh, dal desiderio siamo spinti giù da un precipizio: pensate al principe Cassel, schiavo del bello che finisce a letto con la summa del brutto… Siamo orchi, vittime d’orchi, uccisori di orchi. Siamo tutto, e siamo messi davanti a contraddizioni che ci tengono sempre in bilico, sempre su quella corda infuocata. La vecchiaia è l’ombra della giovinezza, il degrado mangia i piedi alla statua di marmo, la bellezza corre via, braccata dal brutto ―pensate alla scena finale, una fanciulla in fuga da una vecchia da cui non potrai MAI fuggire.
E l’amore? L’amore fa fare follie al sapore di martirio ―aggiungete San Giorgio e il Dragone alla lista di rimandi letterari lassopra― tipo porta un marito a infilare una tuta da palombaro, sondare i fondali marini e seviziare un drago per servire 15 kg di pescato cardiaco fresco alla moglie smaniosa di diventare mamma… E le donne come sono? Possono essere ingrate come le mogli a cui viene dato tutto su un piatto d’argento ―perfino 15 kg di pescato cardiaco fresco-― e che non degnano il cadavere del marito morto nell’impresa nemmeno di uno sguardo, per poi finire sole solissime, a banchettare a un tavolone vuoto, cibandosi, in fondo del loro stesso desiderio… E possono essere romantiche e piene di principi azzurri per la testa, e poi, all’evenienza, trasformarsi in Nikita e poi in Elisabetta I o in Vittoria dell’Età Vittoriana, e regnare da sole la propria vita and Long Live the Queen…
E quindi sapete che c’è? C’è che siamo noi, alla fine, lu cunto de lu cunti, siamo o possiamo essere tutti i racconti del mondo. E il film di Matteo è un trattato di filosofia dell’uomo scritto su pagine di sogno e incubo.
Come dite? Entra più nel dettaglio? Va bene, se proprio insistete…
Prendete la scena in cui la principessa rifiuta la bistecca. È troppo cruda, commenta, scansando il piatto. Il padre prende il piatto e lo porta alla pulce gigante…think about it…
E pensate a che fine fa la principessa: nella tana di un orco che no, non è il primo orco vegano della Storia, è un classico orco che si ciba di carne cruda.
Nulla è messo a caso nelle favole, nulla. La bistecca poco cotta non è solo una bistecca poco cotta. È un veicolo che porta avanti il racconto e rimanda, metà nemesi metà preconnitrice metonimia, a un destino che l’attenderà di lì a poco ― lei pezzo di carne di proprietà dell’orco e lei mangiatrice di carne in quanto donna dell’orco.
Altra scena bel-lis-si-ma. I due gemelli albini che si nascondono sott’acqua per sfuggire alle guardie. Again, l’acqua non è semplice acqua, è un paradiso amniotico post-nascita che li vede finalmente uniti, una volta celeste rovesciata in una culla alternativa, e mi ha fatto pensare che ogni tanto capita di nascere uguali uguali, albini albini, da madri diversissime, e di essere separati alla nascita e di prendere strade diverse, per poi ritrovarsi…

Ora forse capite perché io avrei anche potuto morire, lunedì sera. Dopo che sei entrato in contatto un’opera così, puoi anche morire, e ciao.
Eppure no, non muori, non sono morta. Sono qui che tento di farvi capire il dono di aver visto l’arte nel suo farsi e di farvi capire l’operazione culturale porttaa a compimento da questo regista ―che lo dico a chiare lettere, può fare di me ciò che vuole. Perché lui non ha linkato “Lo cunto de lu cunti” alla sua pagina face book ― e sarebbe stato comunque apprezzabile… Lui l’ha fatto rivivere, l’ha tirato fuori dalle borse degli addetti ai lavori, dalle tane dei topi da biblioteca. God Garrone l’ha risorto.
Mi rendo sempre più conto che “fare Cultura” non vuol dire inventarsi la app che ti fa scaricare Basile anche se stai a 3000 m sopra o sotto il livello del mare e che twitta alla tua community a che pagina sei arrivato. Fare Cultura vuol dire prendere opere dimenticate, o meno note, come questa, e farle vivere sulle labbra delle persone 500 anni dopo la loro nascita. Vuol dire ridisegnare con il cinema i contorni di un testo mastro, calandoli dentro la propria personale visione del mondo. Il cinema di Garrone è sempre stato molto affascinato dall’animalità e dalla carnalità (prendete “L’imbalsamatore”), così come dal suo opposto, la scarnificazione (prendete “Primo amore”). “Il racconto dei racconti” non è da meno: sa tutti gli odori dell’umanità, e primo fra tutti quello del sangue, del crudo, dell’essere bestia prima che si travesta da uomo. E Matteo ci prende per il collarino e ci sbatte col muso in mezzo alla sostanza di ciò che siamo fatti nell’istante in cui ci troviamo davanti a situazioni diverse e questioni “grandi”: l’amore, il desiderio, la libertà, la morte.
Lui ha fatto questo e io, nel mio piccolissimo, faccio un cunto di quell’esperienza, la condivido articolandola con delle parole, e non rinchiudendola nel police all’insù di un laik ―che nell’era post-facebook che ci attende passerà alla storia come il segno più insignificante e nullifero della comunicazione.
Questo è fare Cultura. Intrattenendo, perché “Il racconto dei racconti” è prima di tutto e sopra tutto un grandissimo spettacolo per gli occhi e l’immaginazione, un regalo per la fantasia di ognuno.
E non ve lo dico nemmeno quanto altro ci sarebbe da andare avanti, ma credo di aver cuntato abbastanza 😉

E ora, favellanti Fellows, se siete ancora vivi, continuiamo a volare alto anche questa settimana con

YOUTH – LA GIOVINEZZA
di Paolo Sorrentino

17 i minuti con cui è stato accolto a Cannes. Qualche fischio c’è stato, ma lo dico solo per non passare così sfacciatamente per manipolatrice contenutistica, che peraltro sono 🙂
Non c’è bisogno di dire nulla. Andiamo. Guardiamo. Poi parliamo ―spero per voi meno di quanto ho sbrodolato dopo “Il racconto dei racconti” lunedì sera: un’invasata avrebbe brillato di lucidità al mio confronto.
Se ancora non fosse chiaro:

1. Il morale della favola è: recuperare il film di Matteo 🙂
2. Matteo può far di me ciò che vuole
3. Matteo può far di me ciò che vuole (repetita iuvant)

Grazie della pazienza, Fellows. Se siete arrivati fin qui senza perdervi o desistere o morire, avete fegato, tempo e follia ―che poi sono gli ingredienti del vivere bene, no? 😉
Spero per voi che “Youth” mi piaccia un po’ meno del film di Garrone. Altrimenti io passerò altri cinque giorni con la testa inchiodata in un mondo di meraviglia fra gemelli albini, drappi rossi dentro foreste smeraldo con dentro fattezze di latte e capelli di fuoco…
Ai nostri tre eroi Moretti-Garrone-Sorrentino in trasferta fra i Galli, tutto il sostegno del mondo. Il film di Sorrentino non sì è ancora visto, ma onestamente, dopo aver visto l’avventura in cui Garrone si è gettato ―12 milioni di Euri sonanti per realizzarlo― e i territori fantastici che ha percorso PER LA PRIMA VOLTA, la Palma d’Oro, e tutto il Giardino dell’Eden, per me vanno a lui. 🙂

E ora my Moviers, riassunti ostracizzati, Maelstrom con dentro un esclusivo Martedì da Moviers da non perdere, e saluti, fatalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

E per voi un “Martedì da Moviers“, il 26, con un doppio appuntamento:

Ore 16:00, Associazione Dante Alighieri, Via Dordi 8: LET’S MOVIE ALLA DANTE propone, attraverso il Board, il terzo film della micro-rassegna tra cinema e letteratura: “NELLA CASA” di François Ozon, 2012, ‘110. Per tutti quelli che oziano alle 4 pm di un martedì e per gli amanti dei thriller…letterari… Non perdeteci!

Ore 21:00, Multisala Modena detto Losmelly, IL REGNO DEI SOGNI E DELLA FOLLIA, un documentario girato dal giapponauta Mami Sunada nel periodo che il Maestro Miyazaki ha dedicato alla lavorazione di “S’alza il vento”. Di questo docu si dice: “Con un ritratto intimo ed emozionante, il documentario ci offre per la prima volta l’opportunità di compiere un viaggio affascinante e indimenticabile all’interno di uno dei laboratori di animazione più amati al mondo. Un luogo unico dove il sogno e la passione rasentano la follia.”
Pertanto io e il WG Mat pensiamo valga la pena affrontare i miasmi dello Smelly.

YOUTH – LA GIOVINEZZA: Fred e Mick, due vecchi amici, sono in vacanza in un elegante albergo ai piedi delle Alpi in compagnia di Leda, figlia di Fred. Mick, un regista, sta ancora lavorando. Fred, un compositore e direttore d’orchestra, è ora in pensione. Guardano con curiosità e tenerezza alla vita dei loro figli, ancora confusi. Mentre Mick s’impegna per finire la sceneggiatura di quello che immagina sarà il suo ultimo film importante, Fred non ha alcuna intenzione di riprendere la sua carriera musicale. Ma qualcuno vuole a tutti i costi convincerlo a dirigere un concerto a Buckingham Palace, in occasione del compleanno del principe Filippo

NELLA CASA: Saggio sul voyeurismo, parabola sulla creazione letteraria, storia di formazione a incastri, dramma, commedia, thriller, il film è la storia di un professore di lettere che scopre lo spiccato talento nella scrittura di un suo studente e decide di incoraggiarlo, senza tuttavia rendersi conto che il suo intervento scatenerà una serie di eventi incontrollabili.

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Let’s Movie CLXIX

Let’s Movie CLXIX

LA GRANDE BELLEZZA
di Paolo Sorrentino
Italia, 2013, 142’
Martedì 21/Tuesday 21
21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro

Mille Motivi Moviers

per cui dovreste scegliere “Confessions”! Mille, come i baci mendicati da Catullo. No esagero, ventimila, come le leghe perlustrate dal Nautilus. O un numero che volete voi, e che vada ben oltre l’iperbole, mi raccomando. Perché questo film, ragazzi miei, rientra non solo nella classifica Best-of 2013. Questo film rientra nella classifica Best-of EVER, uno spazio che cerco di non popolare di troppi titoli, e di tenerlo per i veri happy-few. Quelli speciali specialissimi, quelli che non solo ti hanno sconvolto la pancia ma anche sedotto il cervello. “Confessions” entra di diritto nell’olimpo, con tanto di pompa magna, red carpet o quello che il vostro immaginario party-around sceglie come sfondo.
Fortuna ha voluto che non fossi sola, e non per la solitudine e le solite tapinerie da Board. La fortuna sta nel fatto che altri human beings ― very magnificient human beings, i Moviers ― lo abbiano visto. Sto parlando della folla Fellows che ha affollato la Sala 2 del Mastro, e nello specifico, la Honorary Member Mic, giapponauta per formazione accademica e reduce da una giornata molto somewhere-over-the-rainbow-blue-birds-fly, il WG Mat, giapponauta di formazione cinematografica e reduce da una giornata molto it’s-been-a-bad-day-please-don’t-take-a-picture, il Sergente Fed FFF, che vorrebbe istituire la lega contro la vivisezione cinematografica e sbarazzarsi così di quel Doktor Vivisektion del Board, ma credo che non riuscirà nein nein :-), la Fellow Junior, animo notoriamente sensibile alla cultura made-in-Japan, e Diego, un Fellow nuovo di zecca, che il Sergente cine-animalista ha indirizzato a Lez Muvi ma che, badatebene, s’è schiantato da solo nella mailing-list buttandosi dal Baby Blog. Capite che ha già cominciato con il piede giustissimo, il Fellow, il cui nome in codice non sarà Broken Arrow ma D-Bridge, per quella D che è un po’ Diego un po’ De, e quel cognome che sarebbe perfetto a Venezia, o a San Francisco. Con lui la Guest Sara ― e con un nome così, poteva NON cominciare alla grande anche lei?!
Un’ovazione di “brava-brava-bis” alla Fellow Vanilla, che purtroppo è rimasta vittima della Festa del Cinema e del sold-out, fenomeno che è dilagato nelle sale cinematografiche trentine questa settimana. Stentavo a crederci, ma persino “Confessions”, dove mi aspettavo di trovare qualche sparuto cinefinilo e i cespugli rotolanti del Far West, ha riempito tutta la Sala 2 del Mastro, la più d’essai ― la più Potemkin. Questo mi ha fatto riflettere sulle basi alquanto deboli su cui poggia Let’s Movie: se basta una campagna “Ingresso 3 euri, venghino siori venghino” a trascinare fuori casa la cittadinanza, allora Let’s Movie cosa ci sta a fare??! Bah, per una volta è meglio se ripongo il bisturi e non viviseziono oltre…

Tornando alla Fellow Vanilla, è stata brava-brava-bis perché non si è data per vinta e ha ripiegato su “Viaggio sola”, non solo facendo la festa alla Festa del Cinema, ma anche recuperando un Let’s Movie di due settimane fa. Mammamia, sono troppo sgaggi, ‘sti Moviers! 😉

E ora watch out, cominciano i motivi.

Moriguchi è un’insegnante di liceo la cui figlioletta di 5 anni viene uccisa dalla violenza immotivata di due suoi allievi, Naoki e Shuya. Le confessions del titolo sono le loro, quelle dei personaggi che prendono parte alle vicende: l’insegnante, i due ragazzi e una loro compagna di classe. Ma non lasciatevi trarre in inganno. Le confessioni non hanno nulla di cattolico, né di lontanamente religioso o morale. Hanno qualcosa di forense, piuttosto. Il film si apre in un’aula di scuola che in realtà diventa di tribunale ― il personale tribunale di Moriguchi ― dove espone i fatti accaduti, enuncia la sua sentenza e la esegue. Con estremo autocontrollo, una compostezza da corte suprema, davanti a una classe di adolescenti distratti da cellulari, doppiepunte e smalti colorati, l’insegnante ripercorre l’omicidio, la sua caccia agli assassini e l’attuazione della propria vendetta, la cui spietatezza ha un precedente solo in “Pietà” di Kim Ki-duk ― ricorderete, il checavolodifilm “Pietà”… Moriguchi fa credere di aver iniettato del sangue sieropositivo nei cartoncini di latte che i due ragazzi colpevoli hanno appena ingerito, condannandoli a morte. Pazzesco, direte voi. Eh, questo è niente… La punizione verso i due è ben peggiore…

Naoki entrerà in un delirio che lo porterà ad ammazzare la propria madre. E Shuya farà più o meno la stessa fine, ma assaggerà tutta la lama TUTTA della vendetta di Moriguchi, e quando maiuscolizzo tutta, non lo faccio a caso: Shuya finirà, inconsapevolemente (e qui sta anche parte del dramma) per uccidere sua madre ― la madre l’aveva abbandonato da piccolo e per lui rappresenta tutto ciò che sopra ogni cosa ama e (ri)vuole. Questa, la vendetta di Moriguchi: privarlo, per sua stessa mano della sua ragione di vita, senza condergli alcuna speranza di redenzione: il suo “stavo scherzando” finale, riferito a una speranza di rinascita che potrebbe cominciare per Shuya, accompagnato dalla risata più sadica e fredda che possiate immaginare, mette una pietra sopra la vita del ragazzo. E sulla pietra niente scritte R.I.P.! Shuya è condannato a una morte in vita: convivere con la colpa di aver ucciso l’amore della propria vita ― immaginate pena più grande? E questo per quanto riguarda la vendetta.

Ma “Confessions” è molto altro. Gli adolescenti protagonisti sono portatori (mal)sani di un malessere esistenziale che va oltre Sartre, Camus ― e Schopenhauer poi, Schopenhauer era Solange in confronto. Nulla ha senso per loro, la vita, la morte, la vita e la morte di un altro essere. Questi ragazzi, combattuti fra delirio di onnipotenza e parossismo di fragilità emo-style, sembrano riemergere dai cristalli liquidi dei loro smart-phones solo per commettere degli atti insensati, che da un lato concedono loro una scarica d’adrenalina e dall’altro non fanno che riconfermare l’assurdità del loro esistere. Però sarebbe semplicistico pensare che questa generazione di giovani sia banalmente lobotomizzata e alienata dall’eccesso di tutto quello a cui questa generazione ha facile accesso ― stimoli, mezzi, tecnologia. E ho capito che Nakashima non è un regista da semplificazioni. Così come in “Pietà” i personaggi “negativi” lo erano perché avevano subìto un danno (ricordate? Se non ricordate, mentite pure), dietro il mostro Shuya si nasconde il bambino abbandonato dalla madre, costretto a crescere con un vuoto dentro che risulta essergli fatalmente incolmabile. E il vuoto genera altro vuoto… Un gorgo che si allarga e trascina giù…

In questo istante sappiate che sto guardando con occhi tristi Nakashima, perché questo, l’incolmabilità del vuoto e l’incancellabilità della ferita, sono sentenze durissime da accettare per qualsiasi spettatore ― anche, soprattutto, un Board.
E tutto il film, se ci penso, è trapunto da un filo nero: la frase ripetuta da Shuya, dopo un leggerissimo rumore di bolla di sapone che scoppia. “Lei non l’ha sentito? Il suono di una cosa importante che sparisce per sempre”. Che è il suono più lacerante che possiamo udire, foriero com’è di mancanza e perdita. In una parola, dolore. “Confessions” non offre tregua, né scappatoie. Siamo nudi e piccoli davanti al buco nero del mondo.
In questa sorta di parabola diabolica in cui il figliol prodigo viene massacrato, si mettono anche a nudo la fragilità dell’essere umano, la sua esposizione, fin da piccolo, alla sofferenza e l’irreversibilità causata dagli effetti del dolore. E Fellows, voi non ci crederete, ma tutti questi contenuti da dammi-una-lametta sono rinchiusi in una scatola meravigliosa! E QUESTO è uno degli aspetti che mi ha fatto innamorare di “Confessions”: il bello che contiene l’orrido.

Stilisticamente ed esteticamente, il film vola altissimo. Della struttura dal sapore forense con le varie deposizioni monologanti dei personaggi abbiamo detto. Ma la cura visiva con cui questo processo viene processato e l’esecuzione eseguita può essere compresa solo se vista. Alcune scene sono fotografie che starebbero bene appese alle pareti di una galleria d’arte. Una goccia, un cielo, una pallina da baseball che rimbalza sul naso di un ragazzo, una Lelly-Kelly di bambina che galleggia su un letto d’acqua putrida. E la poetica del bianco, rosso, nero, che poi è la penna tricolore con cui i giapponesi scrivono il loro immaginario da secoli? Perché questo film è profondamente nero (oh my God, 100% pitch black!), ma è disinfettato, candido in un certo senso, riluce di quel bianco abbacinante del sole quando ferisce l’occhio. E tra quel nero e quel bianco, scorre copioso ed elegante il sangue. La potenza di questo tricolore scardina anche certi tabù: la siringa che inietta il sangue infetto nel latte, non solo fonde due elementi antropologicamente contrapposti (latte=vita; sangue=morte), ma sporca simbolicamente attraverso l’infezione (nero) il latte (bianco).
Ma pallottolieri Moviers, avete tenuto il conto?? A quanti motivi siamo arrivati? Eccone un altro…Una scena che non dimenticherò MAI. Shuya fabbrica una sveglia con le lancette che vanno all’indietro. Solo nell’istante prima che la madre salti in aria, e lo guarda, e lui guarda lei, solo lì, in quell’istante di amore puro e incondizionato, di speranza e affetto mammifero, in mezzo al caos apocalittico da cui sono circondati, solo lì le lancette cominciano ad andare avanti. E per pochi, preziosissimi secondi, tutto ha un senso, il tempo riprende il suo cammino per il verso giusto, ed è come se la scena dicesse, guarda che cosa veramente fa guadagnare senso al vivere, guarda che cosa dà la direzione al tempo ― l’amore.
Però tutto questo dura tre secondi, e poi l’apocalisse ha il sopravvento.
Credo che uno possa rimanere trasfigurato da certe scene. Io sono rimasta trasfigurata da questa.
Per me “Confessions” è un film che merita palme, orsi, leoni, tutti i vegetali e animali che le giurie potrebbero assegnargli. Ed è un peccato che non l’abbiano fatto, per quanto ci sia andati vicino agli Oscar 2011. Cavolo, quando l’arte grida così forte, non puoi tapparti le orecchie. Cavolo, NON puoi tapparti le orecchie!
Ora mi ricompongo eh… solo che vorrei noleggiare una sala del Mastro, noleggiare due ore del vostro tempo e della vostra pazienza, e riguardarlo tutti insieme!
Ed ora, basta seriosità, basta nippo-nichilismo! Ora ci dirigiamo verso quello che è stato definito “La dolce vita del terzo millennio”…

LA GRANDE BELLEZZA
di Paolo Sorrentino

Cast stellare attorno al lonely planet Sir Servillo (my love), l’unico film italiano in concorso al Festival del Cinema di Cannes. Non fatemi dire altro, ho già il tasso d’aspettativa alle stelle e per quello non c’è insulina che tenga. Vi voglio numerosissimi, Moviers, al più grande trionfo, o al più clamoroso fiasco, della cinematografia italiana degli ultimi anni.

A proposito del Festival, inutile dirvi che la nostra Anarcozumi s’è trasferita armi e bagagli in Costa Azzurra per il Cerchez-la-Cannes 2013… Scusa Zu, cerchez-la-Cannes mi fa troppo ridere, lo sai… 🙂 Dacci aggiornamenti, et je t’en pris, mon coeur, tampina Servillo-my-love con tutto l’amamentario tampinabile di cui puoi avvalerti… Et puis reviens chez nous tout à l’heure! 😉

E la chiudo qui, così, su ‘sto francese che par di masticare noblesse quando lo parli. Grazie per aver subìto l’affondo del giappo(pippo)ne… era tanta roba. Grazie anche per la cortesia che mi farete di salvare il Movie Maelstrom e cestinare il riassunto.

E prendetevi pure questi saluti, oggi, giustificatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ultimo affondo (promesso) del giappo(pippo)ne… 🙂

La colonna sonora di “Confessions” è stata nobilitata dai Radiohead ― perfetto il loro lirismo in tutta quella tragos ― e questo è un altro motivo da aggiungere alla lista… Mentre faccio i conti, vi lascio questa http://www.youtube.com/watch?v=QxYemY8CQaw
 
LA GRANDE BELLEZZA: Roma si offre indifferente e seducente agli occhi meravigliati dei turisti, è estate e la città splende di una bellezza inafferrabile e definitiva. Jep Gambardella ha sessantacinque anni e la sua persona sprigiona un fascino che il tempo non ha potuto scalfire. È un giornalista affermato che si muove tra cultura alta e mondanità in una Roma che non smette di essere un santuario di meraviglia e grandezza.

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Let’s Movie XC

Let’s Movie XC

THIS MUST BE THE PLACE
di Paolo Sorrentino
Italia/Francia/Irlanda 2011, 118’
Martedì/Tuesday 18
21:00/9:00 pm
Victor Victoria

FedericopontiggiaFrorever Fellows,

Attaccherei così, se vi piace.

A volte è così no, ti ritrovi con la giornata squagliata in una pozza d’incombenze dalla dubbia utilità e ti dici Bah. A volte ti domandi ma quanti Mersault abiteranno in Italia? E a Trento? E Mersault è come William “Bill” Foster (cine-personaggio, my Moviers) e la differenza sta solo nella pistola dell’uno contro il fucile dell’altro? A volte poi ti tocca aggiungere alla lista delle cose da fare la compilazione del censimento e pensi che 60 milioni di to-do list in Italia dovranno aggiungere questa voce, e allora decidi di dichiarare ufficialmente le to-do list “la peste bubbonica della new economy”.

Poi fortunatamente un mercoledì muore e un giovedì nasce, così, fuori uno e dentro un altro, e qui la new economy, per fortuna sua, non c’entra nulla. Il giovedì ha ucciso la mia to-do-list, la lista di quello che c’è da fare, e l’ha rimpiazzata con la “to-root list”: la lista di quello che c’è da TIfare 🙂
Eccovi quindi di seguito la mia to-root list ― che dichiaro ufficialmente l’antipeste migliore sul mercato (e non richiede nemmeno la prescrizione medica):

  • La Sede Distaccata di Let’s Movie di Treviso, che oltre al Fellow Giak conta anche la Fellow Chiara detta ComiunicascionChiara (vista la professione molto press-oriented). La Fellow ComiunicascionChiara pare attui una politica popcorn+Haribo per incentivare il Fellow Giak, la sua dolce metà (facciamo tre quarti, va’), alla visione dei film proposti… Strategia non poteva essere più vincente con un Fellow che gioca a calcetto per concedersi la cena del post-calcetto (forse dovrei presentargli il Fellow Gerri, anche lui allievo della scuola “fit-for-fat”). Bravissimi ‘sti trevigiani però eh…
  • La sede Distaccata di Pisa-Reggio, supervisionata dal Fellow Fiiii. Dopo aver visto “Carnage” (Let’s Movie LXXXVII), il Fellow Fiii detto anche river-wild Fellow Fiii (per il rapporto easy, molto easy, MOLTO easy, con la parola scritta) ha viziato il Baby Blog inondandolo con un commento della categoria Nilo pre-inondazione. Commosso fino alle cine-lacrime, il Board si è raccolto in un minuto di silenzio pieno di gratitudine e limo. Fiiiiii, please, please keep flooding us all… E non stare ad ascoltare i Moviers affetti da stitichezza espressiva che ti consigliano la concisione… MORE IS MORE.
  • La Honorary Member Mic e il Fellow Iak-the-Mate. Te li ritrovi seduti lassù, nell’empireo del cinema Victor Victoria, due skinny Budda che ti guardano dall’alto verso il basso tipo Archimede quando tu, Board, irrompi in sala con troppo pericoloso-odioso ritardo, la solita nube tossica di cocco e cloro al seguito, e ti perdonano, misericordiosamente, madreteresadicalcuttamente, con quello sguardo di pazienza, misto a condiscendenza misto a insofferenza, misto a cavolo-sei-incorreggibile-mai-‘na-volta-che-ce-la-fai-in-orario e ti accolgono, magnifici&mugnifici, accanto a loro. E tu Board, che hai un occhio guercio e uno strano doloretto all’anca destra e sei reduce da una telefonata effetto-911 con cui il Fellow Pequod-Pablito ti ha salvato dall’edge su cui pencolavi, tu Board, chini il capo davanti a queste due divinità CREATE-NET&ENERGY BUSINESS (e qui sì, la new economy c’entra), ti siedi e finalmente, finalmente, fai del film un sacco di popcorn da kg e ti ci strafoghi.

Con “This is England” comincio dal finale. Perché ho provato un emozione potente quando ho unito alla perfezione del quadro scenico conclusivo, questa versione inaspettata del capolavoro degli Smith cantata da Clayhill… Siete pronti? Vi avverto, è una botta… http://www.youtube.com/watch?v=VMVaCQEVmC0

Ok, immaginate un dodicenne che ha perso il padre nelle Falkland, e ha accumulato così tanto dolore, ma così tanto dolore, che il suo istinto di sopravvivenza, per non farlo implodere o uscire pazzo, lo porta a sfogarlo, tutto questo dolore, nell’aggregazione a due gruppi di Skinheads. Il primo di Skinheads “volemose-bene”, Skinhead più nel fumo che nell’arrosto, e il secondo di Skinheads “mamma mia-paura”, Skinhead di parole forti e Fronte Nazionale e croci scarificate nella carne. Paffuto, impacciato, solo, Shaun è un ragazzo la cui esistenza narrativa è suddivisa in tre momenti. Quando gli Skinhead buoni lo prendono sotto la loro ala, ritrova il calore che aveva perso con la perdita del padre. E questa prima fase del film, quella più spensierata e divertente e assurda e condivisibile (perché chi non è rimasto a languire sulle panchine o in un parco, insieme agli amici, nei pomeriggi senza fine dell’adolescenza? Ci si è passati tutti, mi sa…), in questa prima fase del film Shaun riemerge dalla catatonia causata dalla perdita, quel vacuum che non è cleaner, ma senso di dispersione che tutti, ne sono certa, abbiamo sperimentato prima o poi. È il risveglio di Shaun, e anche l’inzio della sua crescita, in cui cambia pelle, spogliandosi dai sui abiti bambini e infilando i panni previsti dal codice estetico di gruppo; “conosce” ― in senso bibilico ― una ragazza, Smell (personaggio pre-manga deliziosamente sballato quanto candidamente sfrontato); comincia a farsi un’idea su certi argomenti caldi: la patria, la fratellanza, la razza.
La seconda fase comincia con l’ingresso di Combo, personaggio violento e carismatico che dirompe nel film e letteralmente rompe l’ordine del gruppo, e il gruppo stesso. Le idee di Combo sull’orgoglio nazionale e il concetto “l’Inghilterra agli Inglesi” (mmm…mi ricorda qualcosa di verde e troll, questa espressione…) espresse con passione e vigore linguistico conquistano il tenero Shaun ― esperienzialmente tenero, la sua mente ancora molle come la testolina di un bebé ― e lo portano con sé in un paese dei balocchi al contrario, fatto di negozi pakistani da saccheggiare, ragazzini neri da intimidire e donne da insultare. In questa fase, il Shaun che tanto ci piaceva, comincia a piacerci un po’ meno. Ma non lo giudichiamo. E nemmeno Combo, giudichiamo. Nonostante la valanga di parolacce che frana sopra le teste di tutti, nonostante gli insulti, nonostante le botte inflitte a un ragazzo nero degli Skinehead “volemose-bene”, nonostante tutto, noi non giudichiamo. E qui Crialese dovrebbe prendere lezione da Meadows… Vi ricordate la grey’s theory (theory, non anatomy), che avevamo enunciato nel messaggio su “Terraferma”? Il fatto che tutte le rogne, gli scazzi, i problemi sono lì, nel grigio. Che la vita non è un pacchetto di Ringo Boys ― pur essendo una scatola di cioccolatini, lo sappiamo Forrest-ForrestGump. Che niente è bianco e nero, vaniglia da ‘na parte, cioccolato da quell’altra. That would be too easy. E guardate, se non fosse che odio le facili associazioni cromatiche, vi direi che il regista ha spremuto proprio il tubetto del tortora sulla sua tavolozza scenica… Condomini e cortili e muri e muretti e panchine e slarghi di cemento e spiagge deserte e persino il mare piatto. Il grigio è lì, sempre lì, davanti ai nostri occhi. E guardate, ci sono delle inquadrature che sono dei quadri dello squallore metropolitano che un Loach o un Leigh avevano dipinto prima, certo, ma mai con quello sguardo fresco, quel taglio originale… Come la scena che sovrappone la bandiera della croce di Sangiorgio (stendardo del Fronte Nazionale) a un sottopassaggio che Schaun attraversa insieme al gruppo degli Skinhead “mamma mia-paura” ― se dico che nella transizione di Shaun da una fase “innocence” a una fase “experience” trovo il bardo Blake chiamate il 113?? 🙂

Schaun sembra irrimediabilmente perso negli ideali nazionalisti caldeggiati da Combo, quando Combo cede per un istante, un istante di circa 46 secondi, e intravediamo, dietro alla testa rasata e alle parolacce, un vuoto (il vacuum, sì lui) ― la mancanza della famiglia (=dell’amore) ― e l’invidia ― sì Mic, hai detto bene, l’invidia ― nei confronti di chi ce l’ha, una famiglia (=l’amore). Lì, in quei 46 secondi in cui sbirciamo l’interiorità ferita di Combo, lì leggiamo anche la liberazione di Shaun, che ritrova se stesso. Il terzo momento è rintoccato.
Il finale, Moviers, il finale è così visivamente, sonoramente, concettualmente giottesco e/o dechirichiano, con quella barca eterna abbandonata sulla spiaggia, con Shaun che getta in mare la bandiera del Fronte Nazionale e si libera delle sue croci, quella di San Giorgio, quella del lutto e quella della rabbia repressa. Il finale, che combina questo dipinto a queste note dei Clayhill, articola dei messaggi universali importanti, come la salvezza del letting-go, il lasciar andare ― il dolore, la sete di rivalsa, e la meccanica stessa del dolore anche, che se soffocato o taciuto o misto a condizioni esterne di disagio, può esasperarsi e trasformarsi in minaccia politica, xenofobia sociale.

Il film mi si inserisce in quel filone di riflessioni sulla sofferenza e l’abbandono che hanno costellato questo mio ultimo periodo ― li ho consigliati a tutti, ma lo rifaccio volentieri: LEGGETEVI “Un giorno questo dolore ti sarà utille” di Peter Cameron e “La Trilogia della Città di K.” di Agota Kristof (e stavolta l’ho scritto giusto, Pa). E tutto questo senza lacrimosità americaneggianti, e con una forza e una chiarezza e un’emozione che ti incolla alla poltrona, e tu non puoi che dire “Ecco la vita fatta arte. Stica”.

Insomma grazie Federicopontiggia, chiunque tu sia, dovunque tu sia, per averci consigliato così onestamente “This Is England” e per aver parlato del film che “mappa storia e latitudine umana”. Ti sei scordato della longitudine stilistica, ma non ti preoccupare, la aggiungo io…

Potrei DAVVERO elencare altri asset (odiatemi per l’utilizzo del termine da new economy…sì sempre lei), potrei redigere una seconda lista lunga così di cose da TI-fare, ma non so se reggereste… Concedetemi almeno 3 voci:

  1. La colonna sonora ― chi la regala al Board? Pronti, attenti, via!
  2. Gli outfit ― bretelle (si sa, passione assoluta del Board), gonne pois ampie fino al ginocchio, chiome frisé o tagli improbabili frangetta sulla fronte  e capelli cortssimi dietro, camice a quadretti modello Ricky Cunningham, Doctor Marten’s ambiti come Manolo Bhlanik sex&thecityane, cappotti total black… Sulla passerella del film sfilano i Brit Eighities in tutta la loro improbabile estetica
  3. La bellezza bruta della desolazione urbana e naturale ― anche il mare diventa splendidamente brutto nell’Inghilterra tatcheriana degli anni ‘80.

Ok ok, finisco, ma sappiate che davvero, per “This Is England”, potrei esondare peggio del Fellow Fiiii

Persino il Fellow Iak-the-Mate ha approvato il film ― lui, così picky dopo la scottatura letsmoviena “La bellezza de somaro”, è un osso duro… E la Honorary Member Mic è rimasta così soddisfatta da non opporre resistenza a un passaggio sulla Mate-Mobile a Roncabronx…

E per questa settimana Let’s Movie fa una capatina a Cannes e recupera un film nostrano…

THIS MUST BE THE PLACE
di Paolo Sorrentino

Presentato in concorso al Festival di Cannes, è il primo film che il nostro Paolo-Pupillo-Sorrentino sforna internazionalmente preferendo Sean Penn al carissimo Sir Toni Servillo, amico-dei-cine-giorni-più-lieti.. Il film ha sollevato pareri contrastanti, non posso nascondervelo ― la censura non rientra (ancora) nei nostri mezzi… Ma questo deve invogliarvi ancora di più a correre a vederlo… Quindi, Moviers, do move!

Ah, prima di lasciarvi al riassunto trapiantato nella serra del vicino del piano di sotto, volevo informarvi che da oggi, domenica 16 ottobre 2011, Elisa, la Fellow Patata, che ci legge dal bagno di SporTmaggiore, assumerà anche la cine-identità di Fellow Killer… Non fatemi aggiungere chi potrebbe essere la vittima…

Muto se ne starà lu Board… Ma tu Killer, vacci piano con la Nutella…

Ah… XC, lassù, nell’oggetto di questo messaggio sta per 90 (caso mai non aveste Mr Google sottomano come me, che l’ho scoperto solo grazie a lui, Mr Google)… 90 Let’s Movie… That’s impressive… Il centenario come lo festeggiamo? Crociera? Nah, abbiamo già il trASTRAtlantico di Mastrantonio… Viaggetto? Nah, la Signora Fletcher mi sta già aspettando con ANSIA (mia) a Cabot Cove (domenica prossima vi spiego, Fellows…)… Vedremo dai… Per ora pasteggiate a insalata di matematica con questo XC=90.

Grazie Fellows, vite mie (un po’ melò, va be’), vi ringrazio della pazienza neverending, e vi mando dei saluti, che questa sera sono newecononomicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

THIS MUST BE THE PLACE: Cheyenne, ebreo, cinquantenne, ex rock star di musica goth, rossetto rosso e cerone bianco, conduce una vita più che benestante a Dublino. Trafitto da una noia che tende, talora, ad interpretare come leggera depressione. La sua è una vita da pensionato prima di aver raggiunto l’età della pensione. La morte del padre, con il quale aveva da tempo interrotto i rapporti, lo riporta a New York.
Qui, attraverso la lettura di alcuni diari, mette a fuoco la vita del padre negli ultimi trent’anni. Anni dedicati a cercare ossessivamente un criminale nazista rifugiatosi negli Stati Uniti. Accompagnato da un’inesorabile lentezza e da nessuna dote da investigatore, Cheyenne decide, contro ogni logica, di proseguire le ricerche del padre e, dunque, di mettersi alla ricerca, attraverso gli Stati Uniti, di un novantenne tedesco probabilmente morto di vecchiaia.

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