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LET’S MOVIE 381 da NYC commenta “BLACKKKLANSMAN” di Spike Lee

LET’S MOVIE 381 da NYC commenta “BLACKKKLANSMAN” di Spike Lee

Ferragnez Fellows,

tornando in Europa, il cellulare invaso da buzzfeed italiani, non ho fatto che assorbire, giorno dopo giorno, il fiume di dettagli circolanti sui due reali di casa nostra che si apprestavano al matrimonio. Non avevo idea, da New York, che tanta stampa ruotasse intorno alla coppia.
A quanto pare i piccioni impazzano sempre, di qua e di là dall’oceano. Dalla versione per teenager influencer&rapper, a quella per adulti, Amal&George Clooney, la moglie e il marito che in tanti, almeno qui in America, vorrebbero vedere, un giorno, alla Casa Bianca — l’incarnazione dell’edutainment che sbarca in politica. Entrambi impegnati, entrambi belli. Cosa volere di più?

Se me lo permettete, io eviterei di aggiungere commenti sui dettagli matrimoniali che con tanta dovizia il duo Ferragnez si è premurato di pubblicizzare.
Io faccio sempre l’errore di prendere tutto troppo sul serio e di interrogarmi sul futuro: penso, ad esempio, agli studenti posteri venturi che tra un centinaio d’anni studieranno la Storia Italiana dal 2000 al 2100 e dovranno scrivere tesine sulla maniacale compulsività alla spettacolarizzazione della generazione 2K, legandola al kitch: l’ondata storica di kitch che si abbatté sul secolo trasformandolo nel pitale d’oro per i bisogni dei giovani ricchi del millennio…
Allora facciamo che lascio povere barocche cittadine siciliane trasformate in set nuziali, e passo a dirvi un po’ del mese spagnolo. 🙂

Le residenze in cui sono stata erano due, la prima a Castellvì de la Marca, 40 km da Barcellona. Can Borni, per la precisione, un piccolo casolare nel middle of Mediterranean nowhere della campagna catalana, dove lo spettacolo naturale è da ricondursi principalmente al mare di vigneti che vi circondano e in cui navigar v’è dolce, ve lo garantisco.
Appena sono scesa dalla macchina, quando sono arrivata, odore di fichi e uva dolce. La mia petite madeleine, se Proust mi presta il suo sistema decimo sensoriale per elaborare il risveglio della memoria.
Da piccola trascorrevo i primi dieci giorni di settembre dai miei nonni materni. Gli adulti vendemmiavano e io, bambina, giravo fra viti, prugni, fichi, sperimentando le consistenze diverse delle cose —il nulla rosso dei papaveri, le bucce ostili delle prugne, i graffi sui miei ginocchi da maschiaccio. I giorni erano i giorni graziati dal tempo dilatato dell’infanzia, quando un pomeriggio sembrava eterno e la sera un antro misterioso.
Lì, all’Hannah Creative Center, ho ritrovato la stessa dimensione olfattiva e temporale.

Quanto agli artisti ospiti, eravamo un’italiana che abita a New York, due coreane trasferite a Parigi, un portoghese emigrato ad Amsterdam e una polacca in cerca del suo posto nel mondo. Detta così suona praticamente come una barzelletta, ma immaginate l’intreccio di lingue! L’inglese era la nostra salvezza, anche se ho capito che le coreane trasferite a Parigi fanno una gran fatica, ma davvero una gran fatica con qualsiasi lingua all’infuori del coreano. Molto spesso, ve lo confesso, desistevo dall’impresa di capire e spalancavo un sorriso sconfitto.

La vita, a Can Borni, scorreva lemme lemme, proprio come la immaginate. E c’era una cosa che mi dava particolarmente ai nervi. Il melodico iberico che mandano alla radio —io correvo molto, quindi molta radio, quindi molto melodico.
Il melodico iberico non si regge, è insostenibile. Tipo Bobby Solo, versione spagnola.
Solo che almeno lui, Bobby, era solo! Niente mariachi al seguito!
Il melodico iberico ti stende un manzo.

Ma una sera è stata ravvivata — be’, incendiata — dai correfoc. I correfoc sono un gruppo di pazzi che si travestono da diavoli, invadono le strade di qualche paese, ballando musiche tribali e dandosi fuocodartificio. Proprio così, hanno, attorno al loro corpo, dei candelotti di fuochi d’artificio versione stellefilanti, che fanno scoppiare mentre si scatenano come dei posseduti. Il tutto, nella via principale, che viene percorsa per tutto il paese, una processione pirotecnica seguita dagli oh-ah-oh-ah degli autoctononi e dall’incredulità dei turisti — pochissimi, a dire il vero… chi conosce la zona del Penedès, vi chiedo io?
In America, ma anche in Italia, uno spettacolo del genere sarebbe bandito per ovvi motivi di sicurezza. Immaginate una sfilata di correfoc, che si danno fuocodartificio, e si scatenano liberamente, con tanto di carretto di polvere da sparo al seguito, a meno di due metri dalla folla.
Io me ne sono rimasta a una certa distanza, il naso pieno di zolfo e la sensazione di trovarmi in qualche posto della mia immaginazione letto da qualche parte, ma certo non vissuto.
Ecco, questo rito pagano del correfoc — il cui nome, tuttavia mi ha stregato sin da quando l’ho sentito — credo sintetizzi al meglio cos’è la Spagna. La terra in bilico fra il tradizionale, il crudele, il mistico e il masochistico. Pensate alla corrida, ma pensate anche alla corsa dei tori a Pamplona. Pensate, ora, al correfoc.
Fuoco, sangue, terra.

Ora, non ne abbiano a male gli spagnoli o i filo-iberici.
Ricordate i temi d’italiano a scuola? Si faceva la brutta e poi la bella.
Ecco, io trovo la Spagna la brutta copia dell’Italia; l’Italia, la bella copia della Spagna. Nel senso che i contenuti, quelli mediterranei, sono gli stessi. Il mare tranquillo, da bambini. Le viti e i fichi. Il paesaggio a tratti toscano, a tratti sardo. C’è moltissima Italia in Spagna, ma a un livello primevo, rudimentale. Manca assolutamente la raffinatezza stilistica che si respira in Italia — e che, popolo di Moviers, non ha eguali al mondo, riconosciamolo — manca quella parte di ragionamento estetico che si fa sopra un ragionamento pratico: è lì, in quella fascia, che caglia lo stile. Insomma, è come se l’idea di fondo fosse la stessa, ma il modo in cui viene presentata — lo svolgimento — mancasse completamente, o fosse allo stato grezzo.

L’ambiente urbano fa un po’ eccezione — un po’. Barcellona, già conosciuta anni fa, è una città amabile e vivibile. Maneggiabile. Arte, tanta. Vita, anche. Uno splendido museo nuovo che è il Museu del Dessiny (che sta per Design), dalle forme architettoniche assai intriganti e mostre da acquilina in bocca — immaginate l’estasi del Board a una mostra intitolata “Dressing the Body. Silhouettes and fashion (1550-2015)”…
Ma certo, adesso che ho New York come riferimento metropolitano, anche Barcellona si inserisce nel piccolo. Non necessariamente provinciale. Ma piccolo.

Tutt’altra impressione ho avuto di Madrid. Ariosa, chiara, metropolitana. Lo si capisce in uno sguardo che è la capitale, appena scendete dal treno, nella stazione che se la gioca con la Gare de Lion, quanto a monumentalità. Non scorderò mai il giardino tropicale all’interno della Estacio Antochia, piante dai fusti altissimi, contenuti sotto un tetto di vetro Liberty. Avrei voluto avere le frange di un vestito anni ’20 a solleticarmi le gambe, al posto delle mie braghette corte millennial.
Ma non si può avere tutto, claro.

Madrid per me è stata solo una giornata: per permettermi il tanto agognato Museo Thyssen-Bornemisza e, ovviamente il Reina Sofia, per vedere “Guernica”. E lasciatemi dire. È grande “Guernica”. No, è giaigantica. 3,50 m x 7,87 m — ho appuntato le misure. In testa, la fantasia sfrenata e scema di averla appesa in corridoio nell’Upper West Side.
Malgrado il divieto tassativo di scattare fotografie, ne ho rubate due, con il flusso di folla davanti, che immagino scorrere perenne, come davanti alla Monnalisa.
Me ne sono rimasta piantata lì per un po’. A differenza della Monnalisa, però, la grandezza fa di “Guernica” una narrazione piena di dettagli, in parte anche solo abbozzati, e bisogna far attenzione per individuarli.
Per esempio, vi siete mai accorti che i pezzi degli animali si fondono con gli arti degli umani? Che una zampa equina diventa un braccio umano? E che c’è un fiore che sboccia su una spada? E che c’è una lama sopra un’oca che piange? Che il lampadario in alto sembra un occhio umano, più che un lampadario? Che nell’angolo in alto a destra c’è una finestra vuota, bianca?
Avete mai pensato che Picasso è riuscito a far parlare l’orrore, attraverso immagine fisiche di orrore — le donne piangenti, i corpi feriti — e, al contempo, attraverso immagini metafisiche — come, appunto, una dechirichianissima finestra vuota bianca?
La tappa al Reina Sofia è da farsi.

Tornando alla città, una scrittrice molto stimata in Spagna, Montserrat Cano, che avrei conosciuto di lì a pochi giorni su La Gomera, mi ha parlato di lei, di Madrid.
Ho abitato per tanti anni in Portogallo, dice Monserrat. Sei mesi fa mio marito è morto, e non potevo più stare nella nostra casa. Troppi ricordi. Così l’ho venduta. Ora vivo sei mesi a Madrid, e sei mesi su La Gomera. Madrid è la città aperta. Nessuno ti chiede da dove vieni per capire se sei catalano o spagnolo, come invece succede a Barcellona. A Madrid la gente è da tutto il mondo.
Come a New York?, chiedo io.
Sì, come a New York, dice lei, l’altra città in cui mi piacerebbe abitare.

Credo che Montserrat abbia ragione da vendere. Madrid e New York hanno quell’ampio respiro urbano che poche città riescono a restituire. Io ci sono stata una manciata di ore, ma quell’afflato l’ho avvertito immediatamente, e quando Montserrat me l’ha confermato, ho pensato che avrei dovuto illuminare questo legame sotterraneo fra le due città, anche solo in un pippone lezmuviano.

E poi, Moviers, è toccata La Gomera, quel tondino d’isola delle Canarie che è come la mosca bianca delle Canarie: con loro condivide solo la natura vulcanica, ma certo non quella turistico-baccana che ha snaturato le altre isole dell’arcipelago.
Perché diciamocelo, uno dice “Canarie” e immediatamente la cartolina sbiadita di spiagge superaffollate, discoteche moleste e natura violata plana nell’immaginario — almeno nel mio. La Gomera è un mondo a sé che, grazie alla mancanza assoluta di tratti balneabili per famiglie e tardo adolescenti in cerca di ebrezza, non risulta sulle mappe turistiche, dove invece pulsano, in tutta la loro artificiale fluorescenza, Tenerife, La Palma e Lanzarote.
Il turismo è quello degli hikers, grazie alla rete di sentieri che la mappano meglio di Google. Se siete appassionati di natura e camminate, l’isola vi farà andare via di testa — e ve lo dice un’urbana.

È un paesaggio del tutto peculiare, La Gomera. C’è forte l’odore della preistoria, o di quel ‘600 pre-Conquistadores che rende l’isola un luogo della memoria. E poi una vegetazione talmente variegata e schizofrenica davanti alla quale tutte le coronarie di tutti i geografi, scienziati, botanici — Von Humboldt compreso — dal ‘700 in avanti devono essersi fermate.
Lui, Alexander Von Humboldt, il papà della geografia moderna, vi arrivò nel 1799, proprio per studiarne la flora così unica.
Tratti aridi come l’Arizona si alternano a macchie rigogliose da foresta tropicale, con palme colossali e fiori technicolor. Poi, d’improvviso, aree alpine, con pini marittimi e mughi che ti scaraventano dritto dritto in Trentino.
“Me ne vado con le lacrime agli occhi. Vorrei trasferirmi qui”, si legge nei diari di Humboldt — ettecredo, Alexander.
So di lui non perché io abbia studiato storia della biologia, ma perché Donna, un’artist-in-residence a Casa Tagumerche, era una ricercatrice gallese che si occupava di “Romantic science”, ovvero la disciplina che si interessa al rapporto tra scienza e arte — soprattutto scienza e poesia — nell’‘800.

E poi naturalmente il mare. Il Mediterraneo è il bagnetto per bimbi, calmo e tiepido. L’Atlantico è la malìa degli adulti, muscolare e muscoloso. Ricco di pesci, di scale di colori dal cobalto all’acquamarina, ma parco di zone da ammollo.
È un animale irruento e divino, e ogni volta che m’immergevo, sapevo che lui mi stava accogliendo e che, francamente, poteva fare di me ciò che voleva. Strapazzarmi, trascinarmi al largo, risputarmi a terra. Lo approcciavo con umiltà fantozziana e attenzione svizzera.

Nonostante “paradisiaco” sia l’aggettivo più immediato con cui descrivere quell’Eden, c’è la componente vulcanica, che ti spinge in qualche girone dantesco. La sabbia è nera come la notte, e così sono certe macchie di roccia. L’infernale è senz’altro lì.

Casa Tagumerche si trova a 400 m sul livello del mare. Pertanto gode di una vista mozzafiato, ma paga il pegno di essere esposta. E il vento soffia ininterrotto —è lui, credo, il vero padrone dell’isola. La piccola depandance che mi avevano assegnato, un po’ staccata dalla residenza, era battuta da folate che solo in Tasmania avevo conosciuto, su Flinders Island. Tutto questo vento ha trasformato le mie notti in viaggi per mare, in cui la mia camera era una barchetta al largo, e io dentro, a chiedermi se sarei riuscita a tornare a riva.
Non so bene come, ma ogni mattina mi sono svegliata a riva… 🙂

C’è stato un periodo della mia vita, appena trasferita a Trento, in cui non volevo partire. Per il terrore di ritornarvi — il terrore del ritorno. Poi l’ho superato, e sono sempre partita. Ma ogni volta che dovevo rientrare, era una specie di piccolo lutto.
Ecco, da quando abito a New York, questo lutto non è più. Tornare a New York è come continuare il viaggio. Perché New York è la città che non finisce mai. Ricomincia, nuova, ogni giorno.
Quindi, per quanto sia stato triste lasciare il mio soldino d’isola, in cui ho fatto tutte le cose ragazzine che potete immaginare — corse, nuotate, esplorazioni in foreste salgariane con gambe mocciose e graffiatissime — atterrare al JFK è stato naturale e piacevole.
Persino il rapporto con la Dogana è cambiato.

“What are you doing here in New York?”
“I teach Italian at the Fashion Institute of Technology”
“I see”
“…And well, I am a poet too”
“Oh really? I should have studied you in the books at school, then! Welcome back!”

Welcome back.
Pensare al “follow me”, dieci anni fa, quando sbarcai al LAX, e l’agente di turno non voleva saperne di spalancarmi le porte di Los Angeles. Pensare all’ora di interrogatorio che seguì, dopo che lo seguii in un ufficio con un altro agente al suo fianco, perché le rogne non vengono mai sole.
Un visto O1 cambia tutto.

E questa settimana, dopo un mese di astinenza cinematografica al quale sono incredibilmente sopravvissuta, sono andata all’ACM Magic Johnson Harlem 9, la sala cinematografica di Harlem, su Fredrick Douglas Blvd e la 124esima, che mi mancava all’appello. Aspettavo il film giusto. Il film giusto è stato “BlacKkKlansman” di Sir Spike Lee.

Il film è l’adattamento cinematografico del libro Black Klansman scritto dall’ex poliziotto afroamericano Ron Stallworth, del distretto di Colorado Springs: Ron è stato il primo uomo ad essersi infiltrato nella divisione locale del Ku Klux Klan — stiamo parlando di una storia vera, quindi. E già avete capito che questo gesto è eroico e al contempo assurdo, esilarante — un nero infiltrato nel Ku Klux Klan!
Da un lato Ron deve tener monitorate un gruppo di Black Panther, militanti che vogliono diffondere gli ideali “Black Power” nella tranquilla Cold Spring. Dall’altro però Ron vuole fare qualcosa contro i movimenti di suprematisti bianchi che stanno prendendo piede nel paese.
Dopo aver letto un annuncio sul giornale, telefona al Ku Klux Klan, e dice, sono un vostro simpatizzante, voglio entrare nell’Organizzazione. La voce al telefono suona convincente, ma capirete che Ron ha bisogno di un corpo bianco che si spacci per lui: ed ecco quindi il collega, bianchissimo ed ebreo, Flip Zimmerman (il sempre bravo Adam Driver), che si infiltra fisicamente nel gruppo, previ accordi telefonici col capo presi da Ron, che se la ride e ci fa ridere, decantando il suo profondo razzismo contro i nigga.

Il film si apre su un monologo farneticante di Alec Baldwin che fa il verso a Donald Trump, e che ci fa capire immediatamente dove siamo: il territorio dell’ironia, dei riferimenti continui all’attualità, dialoghi paradossali, azioni con intenti brutali ma agite in maniera goffa, vòlte a ridicolizzare un gruppo che predica la superiorità a parole ma esercita l’idiozia nei fatti.
Il feeling fra i due attori principali si sente, così come la componente umoristica, ciononostante c’è qualcosa che appesantisce — il film è troppo lungo, e per quanto a tratti esilaranti, è troppo troppo lungo.
Ed è una storia naturalmente sul razzismo, ma troppo bianco-o-nero — e perdonerete il gioco di parole. C’è una rappresentazione scontata degli siocchi meschini incappucciati, e una rappresentazione scontata dei neri che si battono per i giusti ideali. In altri film Spike Lee aveva tentato di mostrare il complicato sfumato che si cela dietro alla quastione della razza, dal punto di vista sociale, personale, psichico e di coppia — l’avevamo trovato riuscito in “Jungle Fever”, “Bambozleed”, “Do the Right Thing”, “Clockers”, “He Got Game”, “Crooklyn”.
Qui forse Spike è rimasto incastrato nelle maglie della storia vera, e non ha potuto lavorare più di tanto d’immaginazione. Questa, l’immaginazione, manca al film. Se brilla in certi scambi linguistici, il film rimane incolore in fatto di trovate — anche visive, non solo narrative — che mi hanno lasciato a bocca asciutta.
La delusione maggiore è arrivata, tuttavia, nel finale. Spike Lee ha deciso di chiudere inserendo immagini di repertorio sugli scontri fra suprematisti bianchi e manifestanti a Charlottsville, lo scorso anno, dove morì una ragazza e si contarono venti feriti.
Ho trovato l’aggiunta, per quanto di effetto, un’appendice a se stante, che poteva essere inserita nel tessuto narrativo. Perché non far comparire Ron oggi, mentre osserva, magari in tv, gli accadimenti di Charlottesville?
In fondo, il presente è costantemente presente nel film, con i suprematisti che ripetono “Let’s make America great again” e “America first” — i ritornelli trumpiani che ci fanno ridere e inorridire.

Ma questa è un’opinione del tutto personale. Sono andata a vedere il film con Gretchen — ricordate l’artista che avevo conosciuto al 44esimo piano dell’appartamento vicino a Columbus Circle? A lei è piaciuta, invece, l’idea di inserire le immagini vere di Charlottesville.
“Perché dimentichiamo. E tutto quanto ci fa ricordare che Charlottesville è accaduto, è benvenuto e necessario”.
Ma l’arte, mi chiedo io? L’arte non è forse prendere la realtà, spremerla, e farne uscire un succo sconosciuto, mai assaggiato prima, che contiene quella realtà e altro?

Bah, forse ho una visione troppo alta delle cose, e mi dovrei accontentare del lavoro passabile di Spike Lee. E ringraziarlo perché almeno lui l’ha fatto.
Dovendolo comparare a “Sorry to Bother You” di Boot Riley, il film rivelazione di cui parlammo prima della mia partenza, “BlacKkKlansman” è meno innovativo, molto più prevedibile, sia nello sviluppo narrativo che stilistico. Certo gli obbiettvi dei due film sono diversi, ma entrambi si concentrano, per esempio, sull’uso della lingua dei due neri — entrambi i protagonisti si fingono bianchi al telefono. Quindi diversi sì, ma anche avvicinabili, per certi versi.
A ogni modo, il film di Spike, al momento, è alla Mostra del Cinema di Venezia — e Spike con lui. Immagino quindi che uscirà presto anche in Italia.
E naturalmente voi andrete a vederlo… 🙂

E siamo arrivati alla fine.
Ho creato un album con le foto della Spagna e de La Gomera — così vedete un po’, e mi vedete anche un po’, se volete.
Si chiama Fruspain. Ma ad avercene, di dolori così… 😉
Dalla settimana prossima, inaugureremo il Frunyc IV!

Ah, un’ultima cosa. It’s good to be back…

E ora ringraziamenti e saluti, socialmediaticamente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 349 da NYC commenta “WHOSE STREETS?” di Sabaah Folayan e Damon Davis

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Massachusets Moviers

e Connecticut. Questi due “staterelli” che mi hanno visto passare, un paio di settimane fa. Prima lui, il Connecticut, in ordine di passaggio. New Haven, per la precisione.
So l’effetto che fa sentire questi nomi dall’Italia. Prima di venire qui, erano pura immaginazione cinematografica. Ora sono la realtà. Nel caso di New Haven, realtà di una cittadina tranquilla, piena di olmi e di studenti. L’Ivy League ha deciso di trionfare per le strade da quando qualcuno decise, un bel giorno, che l’Università di Yale sarebbe stata aperta lì.
Uno non va a New Haven per gli olmi e gli studenti, a meno che voi non siate dei botanici, oppure botanici amanti di studenti, oppure studenti amanti dei botanici (!). Io non sono né l’uno né l’altro né quest’altro, quindi checci faccio a New Haven, Connecticut?
Questa cittadina ospita uno dei più preziosi e meno noti musei di tutta la costa est degli Stati Uniti. Si tratta della Yale Art Gallery che non spunta in un anonimo edificio fra studentati e Shake Shack — il Shake Shack è la versione millennial di McDonald’s, segnatevelo. La Yale Art Gallery è collocata in un edificio firmato da Louis Kahn — e qui i miei Moviers architetti vanno in visibilio. 🙂
E voi lo guardate da fuori, dalla parte della parete di mattoni rossi, e magari non vi dice granché. Ma poi gli fate il giro, e allora capite. Vi trovate davanti a una colata di vetro. Una griglia di finestre, su su dal cornicione fin giù giù al livello della strada. E se vi mettete sull’angolo, per vedere entrambe, il contrasto vi fa pensare che due volumi distinti si siano dati appuntamento lì, e lì abbiano intavolato un discorso che continua dal 1953, l’anno in cui s’incontrarono, con tutta la loro munumentalità — e forse nel 1953 non era così semplice, far parlare mattoni e vetro in maniera così netta, così sfacciata.
Fosse a NYC, la Yale Art Gallery sarebbe detestata da MoMA e MET. Cercherebbero di boicottarla in ogni modo: una competitor così farebbe paura anche a due giganti così. Ospita la bellezza di cinque Hopper mozzafiato, un angolo dedicato al nostro Giacometti, e poi il famoso badile di Duchamp, che il genio di Duchamp lo portò a intitolare “Anticipo del braccio rotto” — Marcel, tu es un génie. E poi Cy Towmbly, Richard Morris, Mirò, Grosz, Rothko, il Mondrain più bello che io abbia mai visto, finalmente privo dei rossi e dei gialli L’oreal. E poi due Van Gogh tra cui “Le Café des Artistes”, che fino a due settimane fa per me esisteva soltanto nel manuale di storia dell’arte del liceo. E poi il Ghirlandaio e Rubens. E se siete degli appassionati di arte africana, arte delle popolazioni amerinde ed arte antica, potreste rinchiudervi per delle ore e riemergere completamente ebbri e stravolti, elettrizzati e stanchissimi. Io sono uscita in quello stato avendo visitato solo i piani di arte moderna e contemporanea, con un salto rapido da Hieronymus Bosch e l’800 europeo. Mai potresti immaginare che nel mezzo del Connecticut, uno staterello con un nome da elfo, vi potete imbattere in un tesoro di simili proporzioni — peraltro a ingresso gratuito, elemento che rende la visita ancora più juicy. Questa Gallery ha lo stesso fattore “sorpresa” della Barnes Foundation di Philadelphia — ve la ricordate? Perché anche lì, nella tranquillla Philly, tra Rocky Balboa e cheese steak, mai potresti immaginare tanta grazia.

Poi ogni volta che m’imbatto in un angolo Giacometti, in un Balla, in un Ghirlandaio, sento i miei geni fare le capriole — come quando le donne incinte mangiano zucchero e il bimbo nella pancia fa il matto. Ecco. Mi sento così. L’estasi di appartenere alla terra che ha generato tanta bellezza. E dimentico tutto. Il paese dei trasformismi politici, delle promesse mai mantenute. Del garantismo che sconfina nell’omertà e della pubblica amministrazione soprofitica.
Quando senti nominare “Salvator Mundi” e 400 milioni di dollari, oltre a pensare al marketing e all’expectation-building micidiali di cui sono capaci da Christie’s, pensi, damn, Leonardo è dentro di me. Dentro ogni italiano.
Con tutto questo in testa me ne esco dalla Gallery e su, si va a nord-est, Massachusets. Ahmerst, per la precisione. Campi di zucche, chiese di legno bianco, l’immacolata perfezione concepita dalla provincia, in cui tutto sembra scritto. In cui perfino la caduta delle foglie sembra seguire un disegno. La geometria del quieto vivere.

Ahmerst perché al 280 di Main Street, sorge la casa di Emily Dickinson. E se poco poco conoscete la poesia del mondo, sapete che Emily Dickinson è LA poetessa americana, insieme a Sylvia Plath. Emily ha vissuto tutta la vita lì, ad Ahmerst. Si dice che negli ultimi anni, sempre di bianco vestita, non abbia mai lasciato camera sua. La casa, oggi museo, è rimasta intatta. Gialla con gli scuri verdi, il piccolo porticato, il bel giardino tutt’intorno. Se volete vederla cinematograficamente, “A Quiet Passion”, il mediocre biopic uscito lo scorso anno che cerca l’inarrivabile: arrivare a cogliere il mistero dietro la figura di questa poeta pazzesca.
La mia visita è stata funestata dalla solita intransigenza stelle-e-strisce, quella contro cui un animo diciamo un filo bisbetico (!) si scontra sempre. Siccome non ho prenotato la visita accompagnata — e non l’ho prenotata perché non è che pianifichi sempre tutto, gimme a break — e siccome la casa, per motivi di sicurezza, si può visitare solo in un tour accompagnato, con un massimo di 12 teste visitanti per volta, e siccome al momento il registro dice “fully booked”, niente visita.
Cerco di appigliarmi a ogni appiglio possibile, a ogni motivazione, vera, presunta, farlocca, mafiosa, minacciosa. Sono una poeta, sono una giornalista, sono venuta dall’Italia apposta e poi devo rientrare (!), sono disposta a pagare un extra, il doppio, c’è un superiore? Niente, né arte né pecunia né malattia che ti lascia poco meno di un mese di vita né nulla osta papale né grazia concessa dal Presidente della Repubblica Italiana o degli Stati Uniti d’America. Nulla, nulla può nulla contro il No Pasaram americano.
Tutto ciò mi manda in bestia solo come i favoritismi italiani. E alla fine non sono altro che due facce della stessa medaglia, in cui di mezzo ci finisci sempre tu.
A ogni modo, ho imparato a non lasciarmi rovinare nulla dai paletti piantati dall’intransigenza americana. Ho perlustrato in lungo e in largo il giardino. Con quella grossa quercia nel mezzo. E poi il portico. E poi ho guardato molto su, a quella finestra da cui lei avrà guardato giù un’inifinità di volte, cercando di capire un po’ come funziona, questo strano macchinario dell’esistenza. Lei sicuramente ci ha visto più di me. Io sto continuando a cercare.
Quando, nel lontanissimo 2004, lessi la magnifica biografia che di lei scrisse Marialuisa Bulgheroni, “Nei sobborghi di un segreto”, mai avrei vagamente sognato che un giorno avrei toccato con piede il terreno che la accolse per tutta la sua vita. Guardato quella luce che lei tante volte avrà guardato.
La vita è stravagante e imprevedibile. Tutto sta a lasciarglielo fare.
E quando poi, alla fine di una giornata upstate, come dicono qui, rientrate verso New York City, e superate una fascia di traffico che sembra quasi volervi impedire il rientro sull’Isola, è lui, il mio ponte del cuore, a darvi il bentornato, alla vostra destra.
Devono aver combinato qualcosa con l’illuminazione.
Digredisco — digredisco??
E’ una pratica molto newyorkese, quella di armeggiare con le luci di ponti, grattacieli, e building vari, fra cui, primo tra tutti, inevitabilmente, l’Empire State. Io sono sempre alquanto scettica verso i giochi di luci. Il pericolo “Bollywood” è sempre in agguato. Il kitsch non conosce riposo settimanale. Quindi quando l’Empire diventa viola, o verde mela, oppure quando certi palazzi del Jersey, di là dall’Hudson, schizzano blu elettrici, be’, capite, io rimango molto molto perplessa. Ma questa volta, i light-designer che hanno ripensato l’anima luminosa del George Washington Bridge, hanno fatto un lavoro con i fiocchi. Spicca d’uno splendido bianco metallico — non bianco sposa, bianco metallico — che gli dà un’aria da oggetto di design, una lampada che qualche Castiglioni avrebbe potuto disegnare dopo aver scambiato quattro chiacchiere con un qualche Sol LeWitt.
Io ho sorriso tronfia. Il George Washington Bridge è il mio ponte. Vederlo così in tiro, così da gara, mi fa sentire estremamente orgogliosa.

E quando siete arrivati, con la provincia che preme da nord, e voi al sicuro sull’isola, dove la provincia non potrebbe mai raggiungervi, nemmeno lo volesse, perché c’è l’Harlem River di mezzo e si provi, lei, ad attraversarlo, tirate un gran sospiro di sollievo. E cominciate a maledire il caos, i prezzi, la frenesia, those damned tourists and that damned wind… But oh boy, siete al sicuro sull’isola. 😉

Il film di questa settimana non è un film. E’ un documentario, “Whose Streets?”, di Sabaah Folayan e Damon Davis. Sono andata al Lincoln Center a vederlo, l’altro ieri, durante un evento anti Black Friday — e che il Black Friday sia arrivato anche in Italia, m’inquieta assai: stiamo importando l’America che non vale proprio la pena d’importare: Halloween, Black Friday, Starbucks (i primi due aprono a Roma, l’avrete sentito, sì?).
Venerdì si celebrava il “Blackout for human rights #blackoutblackfriday”, la quarta edizione di un call-to-action nazionale che incoraggia le persone ad astenersi dallo shopping e a praticare attivismo culturale, protestando così contro l’ingiustizia economica e sociale presente negli USA.
Ora, io non sono certo una che pratica o predica l’astensione dallo shopping — anche se qui a NYC, lo crediate oppure no, è l’ultima cosa a cui penso, con tutto quello a cui c’è da pensare. Sono per la libera spesa in libero stato :-)…  Credo che uno possa fare prima quello, e poi partecipare all’attivismo culturale dirigendosi al Lincoln Center. Cosa che ho fatto. Non credo che l’uno debba necessariamente escludere l’altro. E se così invece deve essere, be’, possa io bruciare tra le fiamme dell’inf-ashion. 🙂

Presentato con successo all’ultimo Sundance Film Festival, e pure al Festival Diritti Umani di Lugano (!), “Whose Streets?” racconta l’anno che seguì l’agosto del 2014 a Ferguson, Missouri, dove il diciottenne Michael Brown, afroamericano disarmato, venne brutalmente ucciso da un agente bianco.
I registi si sono serviti di immagini amatoriali, voci dei protagonisti e hanno lavorato lì, sul campo, a Ferguson, con l’obbiettivo di documentare le assurdità che sono successe dopo l’assassinio. Dico assurdità perché il linguaggio, per quanto lo frughi, non mi restituisce altro modo con cui definire quanto è successo.
Dopo l’uccisione del ragazzo, la comunità nera di Ferguson è scesa in strada per farsi sentire. E non solo la comunità di Ferguson, ma anche genitori, artisti e insegnanti provenienti da tutto il paese, che si sono diretti in Missouri per sostenere la causa della libertà e della giustizia. Questo non è piaciuto alle forze dell’ordine, che sono scese in strada pure loro. Si è arrivati alla vera e proria guerriglia armata. Con negozi incendiati, lacrimogeni, manganelli. Scene da un G8 mai dimenticato. Le tensioni razziali e gli scontri sono arrivati a un punto talmente insostenibile che il governatore del Missouri ha acconsentito all’intervento della Guardia Nazionale.
Decisione, questa, avvallata dall’Amministrazione Obama — non certo l’avvallo più apprezzato della storia obamaniana. Vedere la Guardia Nazionale fare il proprio ingresso, con autoblindo e soldati pronti ad andare in guerra, ha aizzato gli animi ancora di più. “This ain’t no fuc*ing Iraq!” senti strillare durante il video. E seguono immagini “prevedibili” di scontri, pestaggi, su uno sfondo altrettanto prevedibile. Il fumo dei lacromogeni, le vetrine spaccate, i cittadini protestanti atterrati e malmenati.
Ciò che rende particolare “Whose Streets?” sono due figure che puntellano il documentario dall’inizio alla fine. Brittaney e la compagna. Due lesbiche attiviste che si mettono in prima linea per difendere la loro comunità e insegnare alla figlia di 9 anni cosa significa “care”. Non essere indifferenti. Combattere per quello che non va.
Mentre asoltavo Brittaney sostenere la necessità di educare la sua bambina alla politica sin da piccola, e di farla crescere nella consapevolezza, sentivo una parte di me annuire, e l’altra dissentire in nome dell’infanzia, la santa terra che nessuna consapevolezza politica dovrebbe deturbare. Ma immagino che nel 2017 non ci sia più posto per un’infanzia del genere, sadly enough.

Piccolo dettaglio. Darren Wilson, il cop bianco che uccise senza apparente motivazione Mike Brown, è stato proclamato innocente dal Gran Giurì. Molti poliziotti e soldati antisommossa che partecipavano agli scontri, portavano al polso un braccialetto con la scritta “Darren Wilson”. Questo per dirvi quanto desiderio di placare gli animi e dimostrare compensione ci fosse nelle forze armate…
La co-regista Sabaah Folayan era presente al Lincoln Center. “L’idea era di scendere in strada e capire veramente come sono andate le cose. Lo abbiamo fatto e abbiamo capito che quello che ci raccontava la televisione era in contraddizione con quello che vedevamo sul campo. Questo film è il tentativo di raccontare senza filtri quello che abbiamo registrato durante quelle notti di protesta”. Con il co-direttore Damon Davis, hanno cercato di far uscire l’aspetto privato delle vite di un gruppo di manifestanti instaurando con loro un legame profondo, intimo, che è il punto di forza del documentario.
Non so voi, ma io ho un vago ricordo di quello che successe a Ferguson. Rammento il fatto che gli scontri non solo non si placavano, ma andavano aumentando. Ma è tutto molto vago e non ricordo come tutto si concluse. Certo nessuno disse dei braccialetti in supporto a Darren Wilson.
Mi chiedo quanti rammentino. Mi chiedo se non ci sia rimedio contro l’oblio che i media, social e non, alimentano, con il flusso inarrestabile di fatti riportati, notizie, opinioni, parole.
La mia speranza è che questo documentario arrivi in Europa, in Italia. Che mostri, e che faccia parlare.

E anche per stasera è tutto, Fellows. Ma prima di fuggire via, date un’occhiata al Maelstrom, giù di sotto — mi piace, ogni tanto, far riemergere il Maelstrom, la sezione in cui vortica laqualunque.
Ho trovato qualcosa da farvi fare martedì a Trentoville, con la complicità del Fellow Lumière… 😉
Frunyc II aggiornato, come sempre, e saluti, stasera, americanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Il nostro Fellow Lumière, al secolo musicista Michele Kettmeier nonché compagno di avventura nel nostro ARTPOT, non riesce a stare fermo un attimo. Quindi martedì, vi invita tutti dal Mastro all’Astra per assistere all’ultimo progetto di musicazione dal vivo di film muto del gruppo Radio Days movie, ovvero il lungometraggio Storia di erbe fluttuanti” di Yasujiro Ozu.
Ora, io martedì sono alla Brooklyn Academy of Music detta anche BAM, per “The Fountainhead” — 4 ore di pièce in olandese, molto peggio della fantozziana Corazzata Kotionkin — e non potrò esserci. Ma voi, Moviers trentini, ci sarete per me, vero? Non ve/me lo perdete per nulla al mondo! Evento absofu*kinglutely must-see!!

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LET’S MOVIE 322 da NYC commenta “GET OUT”/”SCAPPA!” di Jordan Peele

LET’S MOVIE 322 da NYC commenta “GET OUT”/”SCAPPA!” di Jordan Peele

Manhattan II Moviers,

Così si chiamava il battello a vapore che mi ha portato, un paio di settimane fa, a risalire l’Hudson. Non sto qui a spiegarvi come ci sono finita, in una gita su un battello a vapore su per l’Hudson — tanto ormai avete capito che l’unica cosa prevedibile di New York City è la sua imprevedibilità. Ma vi dico che i passeggeri erano stati selezionati con il preciso intento di conoscersi, fare networking, diventare amici. Architetti navigatissimi — a prescindere dal contesto natante — giovani impresarie operistiche dal lessico assai losangelino — una sequela imbarazzante di “Oh-my-god-you-this-is-so-awesome-!” — e poi poeti che però sono anche associati di studi finanziari di grido — sarà forse questo, il futuro della poesia? — e organizzatori di eventi e cantanti di musica swing e gemelli imprenditori edili e aggiungete vari ed eventuali. Lo scopo, a parte far socializzare, è quello di far conoscere la Hudson Valley a chi non la conosce.
Ogni ora e mezza il battello attraccava a un porticciolo di un paese dai nomi Far West tipo Cold Spring, e chi voleva poteva scendere e tornare a New York in treno — il treno costeggia l’Hudson come l’Autobrennero costeggia l’Adige. Gli altri proseguivano. Io ho proseguito fino a Poughkeepsie, cittadina che si sente spesso nominare nei film ma che si pensa non esista, anche per via di quel nome che più che alla toponomastica può far pensare all’industria dolciaria — sono fermamente convinta che le caramelle “Poughkeepsie” venderebbero milioni e milioni di sacchetti.
C’era un meteo da lupi di mare, quella domenica. Considerando che l’Hudson è un mare, il lupo va bene anche per quel tipo di fluvialità espansa. Quindi il paesaggio è diventato altamente scenografico e soprattutto, evocativo. Se all’inizio io ero partita, anche solo nella mia immaginazione, come una sorta di Huckleberry Finn sulle acque del Mississippi, le nuvole e l’umido mi hanno portato in pieno “Apocalypse Now”, nel quale i nostri eroi navigavano le acque di un fiume nel cuore dell’Africa Nera. Ecco, io non avevo nessun Capitan Kurtz da cui finire, ma qualcuno dice sempre che il viaggio non sta nella destinazione, ma nel percorso. Poi c’è anche da dire che l’atmosfera militare è stata evocata dall’Accademia di West Point, che vi si presenta dopo circa un paio d’ore di navigazione, sulla vostra sinistra. Anche in quel caso lì, io non pensavo che quel posto esistesse veramente. Esiste nei film, esiste nell’immaginario orroroso di tutte le cose orrorose che succedono dentro le accademie militari — nonnismo giornaliero, punizioni corporali, spazzolini che fregano fughe di piastrelle dall’alba al tramonto, ragazzoni del Kentucky che piangono disperati davanti a un tratto di percorso resistenza che non riescono proprio a superare mentre il Generale urla “incapaceincapaceincape”, e allora il ragazzone del Kentucky rotolerà nella fantasia di un certo Stanley Kubrick e prenderà il nome di Palla-di-lardo…. Invece l’Accademia di West Point, my Moviers, esiste veramente.
Si erge lugubre sopra le scogliere e fa l’effetto che farebbe uno scarpone finito dentro una torta nuziale. Ora potrete dirmi che i tempi sono cambiati, che non è più come una volta e che io mi lascio suggestionare troppo dal cine. E potrà anche essere vero. Ma la vertigine che ho provato guardando quei muri, quelle finestre, quello strapiombo sotto di loro, nemmeno quando siete in cima a qualche grattacielo e guardate sotto, ve lo assicuro…
Passi anche accanto a nomi che toccano altre zone della memoria. Yonkers ti accende l’area dedicata alle patatine. Marlboro alle sigarette e Sleepy Hollow al mistero che aveva visto Johnny Depp per protagonista.
Poi incappi in Manitou. E fai due conti. Qui, prima degli yankee e prima dei britannici, ci stavano i nativi. Quelli ai quali, prima i britannici e poi gli yankee, hanno gentilmente portato via tutto, soprattutto la terra. Tanto passato indiano risuona qui, e non solo nella gita lungo l’Hudson. Lo stesso “Manhattan” è la corruzione di “Mannahatta”, parola degli Indiani del Delaware che significa “isola con molte colline”. “Poughkeepsie”, prima di diventare la marca di caramelle più famosa degli Stati Uniti (!), era un termine indiano Delaware, apokeepsingk, ovvero “porto sicuro”. E poi è ancora fortissima la presenza olandese, che di fatto amministrarono New Amsterdam/York praticamente fino alla fine del ‘700. Nomi tipo Harlem, Brooklyn, Hudson, arrivano proprio dall’Olanda. Tutto questo per dire che alla fine il mondo è fatto di ladrocini, di sovrapposizioni, di stratificazioni. Nulla è puro nella costruzione di una nazione.

Il film che sono andata a vedere questa settimana mi rimbalza in testa da un mesetto. È stato un caso — tutt’ora lo è. Parlo di “Get Out” del regista Jordan Peele, che dal comico è passato all’horror, proponendoci una sceneggiatura di un’originalità rara — specie quando si tratta di film di genere, specie specie quando si tratta di film di genere horror. E’ stato un caso perché “Get out” ha incassato 30,5 milioni di dollari nel primo weekend di programmazione, a fronte di un costo di 4,5. E continua su questa via.
Chris e Rose. Una coppia mista ai giorni nostri in una grande città americana non ben precisata. Lui nero nero lei bianca bianca. Belli entrambi, innamorati entrambi. Talmente innamorati che lei decide di presentarlo ai suoi, famiglia altoborghese con la correttezza politica scritta nel corredo genetico. Fate conto che, se la città non ben precisata è New York, i genitori di Rose abitano negli Hamptons. Detta così potrebbe farvi venire in mente “Indovina chi viene a cena?”. E un po’ anche “Ti presento i miei” — anche se lì siamo in territorio buffonesco. Gli ingredienti sono quelli. Ma ricordiamoci che qui siamo in zona horror e in zona horror c’è sempre qualcosa che non va come dovrebbe andare.
Chris decide, con non poca riluttanza, di accettare la proposta dell’amata e i due partono per il weekend dalla famiglia di lei. “Non ti preoccupare”, lo rassicura Rose, “I miei sono le persone più mansuete e democratiche che tu possa immaginare. Non sono razzisti, come on…”. Le ultime parole famose… All’interno di una cornice di agghiacciante political correctness in cui “Obama è il miglior presidente della storia degli USA” e “Tiger Woods il miglior giocatore di golf”, Chris deve affrontare prima situazioni solo un po’ imbarazzanti, e poi via via sempre più strane. Comincia pian piano a realizzare che i futuri suoceri non sono affatto quello che appaiono. E lo stesso vale anche per gli amici e i vicini, riuniti in una festa che, secondo me, passerà alla storia come la miglior peggior festa mai organizzata dalla cinematografia horror.
Non voglio farvi spoiler — sull’horror proprio non posso, altrimenti vi ammazzo il film, e ammazzare un film horror ha un che di perverso che è meglio non esplorare. Però posso dirvi dove originano gli asset del film e del suo regista. Innanzitutto aver studiato alla Hitchcock Academy. Ovvero non ti faccio vedere l’orrore attraverso mostri e nel cuore della notte, ma te lo faccio vedere attraverso persone assolutamente normali e in pieno giorno. Questo ti scioccherà di brutto. Così il film è ambientato nella tranquilla countryside dell’America bene — ripeto, Hamptons, oppure il bel New England in pieno foliage — villette isolate eleganti, famiglie benestanti. E trac, in mezzo a tanta sonnolenta perfezione, scopriamo che le opinioni progressiste e democraticissime dei personaggi che la abitano sono anche più inquietanti delle opinioni conservatrici o trumpiane (!). Lo spettatore capisce immediatamente che dietro il bello di tutta quella facciata buona pulsano un male e un marcio ben peggiori di male e marcio alla luce del sole. “Get Out” investiga il razzismo nella società americana dissezionando — con un piglio sadicamente chirurgico — il perbenismo ipocrita di un mindset “bianco” che va di pari passo con un paternalismo assolutamente insopportabile. Il risultato è disorientante da tutte le prospettive: lo spettatore si trova a sorridere della stoltezza del bianco, ma anche del nero, colpevole, forse, di arrendersi troppo repentinamente all’idea di passare per “quello che deve essere accettato”. “Get Out” provoca, smaschera, satirizza, ti lascia interdetto e ti fa ridere e rabbrividire. Cosa si può chiedere di più a un film?
Il successo del film non si deve solo alla combinazione originalità+solidità della trama, o alla lucidità con cui Peele scorpora le psicologie dei suoi personaggi, ma anche alla costruzione del film stesso, che rispetta alla lettera certe geometrie del genere. Esempio. Mentre Rose e Chris si dirigono in macchina verso la casa dei genitori di lei, investono un cervo. Ora, nulla succede mai per caso nel cinema. La morte del cervo è un avvenimento presago che anticipa un futuro prossimo per Chris. E allo stesso modo, la testa di un cervo imbalsamato, aiuterà Chris a districarsi in un momento difficile.
“Get Out” è una favola dark dei giorni nostri in cui noi potremmo benissimo essere i protagonisti — e per la sottoscritta che si trova su suolo stelle&strisce questa ipotesi è quanto mai raccapricciante. Ci racconta gli eterni luoghi comuni dei bianchi — ma siamo ancora lì?! — ma anche le eterne insicurezza dei neri — ma sono ancora lì? Tutto questo facendoci ridere e spaventare… Il pubblico del BAM Rose Cinema, sala strepitosa all’interno della Brooklyn Academy of Music, era molto molto coinvolto… 🙂
Non perdetelo assolutamente! In Italia uscirà a metà maggio con il titolo “Scappa”…

E per oggi è tutto, Fellows.
Frunyc aggiornato, e nel Maelstrom sempre cinema, con un’intervista a un giovane regista, Alessandro Comodin.

Ringraziamenti sempre molto sentiti e saluti, stasera, natantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come promesso, eccovi l’articolo, 🙂 http://www.lavocedinewyork.com/arts/spettacolo/2017/04/09/in-blocchi-grezzi-di-realta-le-cose-belle-il-cinema-di-alessandro-comodin/

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Let’s Movie LXXXIV

Let’s Movie LXXXIV

COSE DELL’ALTRO MONDO
di Francesco Patierno
Italia, 2011, 90’
Martedì 6/Tuesday 6
21:45/9:45 pm
Astra

Fondamentalmente-siamo-sempre-lì Fellows,

Comincio con un’ammissione di colpevolezza, signori e signore della Movie-Giuria. Il Board non era molto attento durante il Let’s Movie di mercoledì… Tuttavia, in sua difesa, portiamo due attenuanti:

  • Board afflitto da un’infezione al canale uditivo destro
  • Board in collera per l’infezione al canale uditivo destro

Afflizione e collera, capirete, non sono due compagne ideali per apprezzare un concerto ― con un’otitte in corso poi… E il caso ha voluto che il concerto non fosse di musica da camera, o di quella musica sperimentale tipo pling (tocco di triangolo) seguito da 5 minuti di silenzio poi pling (tocco di xilofono) seguito da altri 5 minuti di silenzio, e via così fino alla narcosi collettiva. No, il caso ha voluto che il concerto fosse il tripudio di percussioni di un gruppo africano… Se l’Africasound con tamburi battenti e canto a volume elevato sono molto apprezzati in condizione di salute normali, in condizione di salute alterate (speice uditive), diventano alquanto provanti…
Immaginate un orecchio destro tappato. Immaginate il parossismo dei tamburi. Immaginate che il parossismo dei tamburi s’infili in una testa entrando dall’orecchio sinistro e vada a sbattere dritto contro l’orecchio destro, tappato e dolorante. Immaginate che il parossismo non trovi via d’uscita e resti lì a rimbalzare e rimpallare da un angolo all’altro della testa.
Avete immaginato? Ecco, il parossismo dei tamburi era quello dei Marnan, e la testa era quella del Board… 🙁

Ora chiamerò a deporre al banco degli imputati la Honorary Member Mic e la Fellow Milena Miles&More, quest’ultima accompagnata da una Guest di cui ovviamente non ho sentito il nome, pur fingendo il contrario — anche l’Amplifon non può nulla contro l’otite.
Io e la Honorary Member confessiamo di aver lasciato il luogo del delitto prima della fine dello spettacolo: la dinamica “parossismo percussionista nella testa del Board”, e “mal di stomaco nello stomaco dell’Honorary Member Mic” impedivano la giusta attenzione allo spettacolo.
Tutto questo mi ha fatto riflettere su quanto una condizione fisica possa incidere sulla fruizione artistica ― un po’ come il meteo della settimana scorsa. Su quanto la vita (=carne, sangue, otite) possa surclassare l’arte. Sigh… All’università avevo un docente che diceva: “Possiamo incantarci davanti a un quadro e commuoverci sopra una poesia, ma quando hai mal di pancia hai mal di pancia”… Aveva ragione! Bisognerebbe aprire una parentesi sull’uso terapeutico dell’arte…l’arte come antidolorifico (arte Aulin), o come analgesico (arte paracetamolo)…
Ma preferirei aprire un’altra parentesi relativa alla serata di mercoledì, e so che se ne apro troppe, di parentesi, voi pensate immediatamente alle equazioni di terzo grado e vi sconcentrate (ah comunque, sto ancora cercando qualcuno che mi spieghi il teorema di Shannon, quindi, fatevi avanti… ;-))

Nonostante l’acciacco uditivo, non ho potuto fare a meno di notare — e la Mic con me — che il Giardino Santa Chiara era decisamente spopolato mercoledì rispetto alle altre sere. Ora, anche qui non possiamo non valutare le attenuanti del caso (oggi sono molto “tribunale” come attitude, i Moviers Avvocati apprezzeranno…). La fine dell’estate, il back-to-work o lo still-on-holiday, il mercoledì di coppa (ah Big, le cose che mi hai insegnato… :-)), le giornate più corte, il calo delle tempertaure, mettiamoci pure i lavori su Viale Verona e la crisi, via.
Insomma, tolti questi fattori che avranno sottratto X spettatori al Giardino Santa Chiara, perché, mi chiedo e vi chiedo, signori e signore della Movie-Giuria, questo concerto non avrà attirato tanta gente come i precedenti? Ricordate no, nelle settimane scorse, le mie puntualizzazioni sul parterre stipato, la gente pigiata in piedi, ai lati e in fondo… Ricordate no? (Dite “sì”). Allora perché proprio QUESTO concerto, di musica AFRICANA?

Avevo un’ipotesi in testa, fastidiosa, che ho cercato di scacciare prima che si facesse strada… Ho rivolto il quesito in tempo reale alla saggia Mic. Lei mi ha guardato e, dall’alto del suo metro e 78 che invidio, ha oracolato, “La risposta sta nella domanda”.
(Se volete imparare a zittire il Board, contattate pure la Mic, ore pasti..) :-).

Scherzi a parte… Sì, la domanda, in quanto retorica, racchiude già la risposta. La percentuale di disertori a QUESTO concerto, signore e signori della Movie-Giuria, non ha subìto gli effetti negativi dalle attenuanti sopraelencate, quanto le solite vecchie boArdate del pregiudizio. Uno prende il bel depliant degli eventi di Trentoestate, sfoglia, arriva a Marnan, legge “Savana Onlus”, “sviluppo agricolo-sociale in Senegal”… Secondo voi la mente del trentino medio dove corre? Be’, di certo non dove portavano i raffinati elogi di Paolo Fresu sui Gaia Cuatro, né gli entusiasmi per le sonarità Scottish di Tony McManus… La mente corre al Boogy-man, all’uomo nero…
E allora Fellows, siamo fondamentalmente ancora lì. Nonostante la paretcipazione a questi eventi da parte della crème “colta” di trentini. Nonostante il 2 kk. Nonostante la “sensibilizzazione”… Nonostante tutto siamo lì. Avete capito a cosa mi sto riferendo, vero? Alla musica di serie B. Ai cittadini di seconda classe. Alla pelle. E guardate, mi sforzo anche qui di concedere a Trentostile, trentini della crème “colta” e non, il beneficio del dubbio. Faccio uno sforzo. Ma dentro di me l’ipotesi ha preso forma l’istante stesso in cui ho formulato la domanda alla Mic. Sì. Fondamentalmente siamo ancora lì. Fermi davanti all’uomo nero. Fermi davanti all’idea che un concerto di musica africana sia potenzialmente inferiore nell’esecuzione e nella resa rispetto a un concerto di musica bianca, e quindi scartabile. Sta tutto nelle diverse variabili dell’insuccesso (=grado di tollerabilità da parte nostra verso un loro possibile flop) che decidiamo di applicare: con certi gruppi siamo disposti ad accordare una certa variabile (vedi Gaia Cuatro), con altri gruppi, altre (vedi Marnan). E l’assegnazione di queste variabili è determinata da fattori tra cui l’appartenenza a un paese, un’etnia, un colore. Una razza. E quindi sì, fondamentalmente siamo ancora fermi lì, immobilizzati dagli stessi pregiudizi e dallo stesso etno-fondamentalismo che hanno incatenato generazioni e generazioni di “razza-sensibili” (non “razzisti” per carità) dietro political-correctness e Occidentebene. Sempre, etno-fondamentalmente, fermi lì.

Quando io e la Mic ce ne siamo andate, il Giardino si era riempito un po’. Ma erano passanti capitati per caso, non spettatori ritardatari ma consapevoli. E c’è differenza — la premeditazione di un atto e la sua assenza, FANNO la differenza, signore e signori della Movie-Giuria. Pa(rolisi) docet.

Sarà stata l’otite, sarà stata l’elucubrazione sulla variabile dell’insuccesso (la si brevetta?!) e tutti i mumblemumble che mi mumblavano in testa, ma sono tornata a casa molto amareggiata. 🙁

Ora però vi sfilo di dosso le vesti da giurati e vi infilo il grambiule da cine-scolari…. Ebbene sì, Fellows, le vacanze sono finite, basta concerti sotto le stelle, cinema all’aperto… The bell is ringing! 🙂 M(Astrantonio) è tornato da Ibiza-People-From-Ibiza e ha riaperto i battenti! Per testare il suo livello di abbronzatura propongo…

COSE DELL’ALTRO MONDO
di Francesco Patierno

Il film è stato presentato alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia in corso in questi giorni, ma suscita polemiche da un bel po’ di tempo. Pare che il Sindaco di Treviso non abbia gradito l’immagine buzzurra dei nord-estici che viene data, e non abbia concesso l’autorizzazione a girare alcune scene del film in città ― il Fellow trevigiano Giak mi farà un resoconto in proposito il prossimo fine-settimana ;-)…  Visto che noi con le polemiche e le immagini buzzurre ci andiamo a nozze, e visto che questo messaggio domenicale si è aperto sulla questione “razza”, il film di Patierno mi pare quanto mai calzante… In più trattasi di una commedia: l’anno cine-scolastico non poteva partire con drammoni su pedofilia et sim…

Riguardo alla Mostra di Venezia, poteva Let’s Movie non mandare in laguna la sua inviata sto(r)ica, l’Anarco-zumi?? Certo che no… Secondo voci da red carpet pare che George Clooney, vecchia conquista della nostra Anarco-zumi, abbia fatto carte false per entrare in concorso con “Le idi di marzo”, e avere una seconda occasione con la nostra inviata — le voci da red carpet aggiungono anche che si sia fatto tatuare “No Zumi No Party” sulla natica destra… Come sempre, rimaniamo in attesa di conferme o smentite… 🙂

Vi anticipo che MUOIO dalla voglia di vedere “Carnage” di Polansky e “Contagion” di Soderbergh, quindi se per caso dovessero uscire in settimana, vi prego di resistere alla tentazione di andare a vederveli soli soletti, e di aspettare il vostro impazientissimo boardissimo Board… :-

Prima di lasciarvi a scopiazzare i compiti per le vacanze, vorrei ringraziare la Fellow Vanilla. I post con cui rimpinza il nostro skinny-thinny Baby Blog non solo fanno la felicità del Board (e avere un Board felice, credetemi, è meglio per tutti), ma le valgono fior fior di crediti per il conseguimento della Let’s Movie Laurea in Cinemat(t)ografia — molto ivy-league, molto. 😉

Ringrazio anche il Fellow Daniele detto Angst, che dallo Spazio Off ci segue sempre, savant&sauvage… 🙂 (http://www.spaziooff.com/).

La vostra deboArdante Signorina Rottermeier si augura che l’anno cine-scolastico si apra all’insegna della disciplina, soprattutto in ambito “frequenza”, che, ricordiamolo, è obbligatoria — vedasi lo Statuto Let’s Movie, articolo 2/bis.
Per ora eccovi tante-grazie, un affresco trompe-l’oeil (trompe-l’oeil??) raffigurante un riassuntino dormiente nella volta a tutto sesto di sotto, e una quantità imprecisata di saluti, che per questa sera sono fondamentalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

COSE DELL’ALTRO MONDO: Libero Golfetto è un piccolo industriale di un paese del Veneto. Per colpa della sua politica, da un giorno all’altro la piccola cittadina si risveglia senza tutti gli extracomunitari che la abitavano e che in essa lavoravano. Il problema è che senza il loro contributo, il paese non va avanti.

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