Posts Tagged "storico"

LET’S MOVIE 413 da NYC – commenta “MEETING GORBACHEV” di Werner Herzog e André Singer

LET’S MOVIE 413 da NYC – commenta “MEETING GORBACHEV” di Werner Herzog e André Singer

Mistero, Moviers,

per me questo che vi sto per raccontare rientra nella categoria degli X-files, quei casi che Mulder e Scully si dannavano l’anima a risolvere negli anni ’90, ignari che gli spettatori non aspettavano altro che i due scoprissero la reciproca chimica, piuttosto che quella nel tessuto cellulare rinvenuto su un possibile corpo alieno.

La prendo larga, e mi avvicino a poco a poco.
Il mio palazzo sta subendo tutta una serie di lavori di manutenzione esterni di cui non capisco né la natura né il senso. Siamo stati allertati di tutto ciò da quello che qui chiamano “Super” — credo stia per “Superintendent” — una specie di tuttofare che sovrintende al buon funzionamento del palazzo.
In Italia non abbiamo nulla di simile. Per questo tradurlo risulta così arduo. “Tuttofare” è impreciso, anche se la versatilità della sua figura lo spingerebbe a pieno diritto dentro quell’etichetta.
Il Super si occupa di tutt’un po’, quindi. Il problema può riguardare l’idraulica o l’elettricistica. Può trattarsi del pavimento in tek del rooftop da verniciare — tan season approaching… pista!— oppure gli ascensori gemelli da mettere a posto. Per ogni cosa, ecco il Super pronto a intervenire.

Mi documento un po’, e capisco che il nostro Super non lavora unicamente per il nostro palazzo. Lavora per un’impresa, la Century NYC, che si occupa di amministrare gli edifici a gestione coop. Faccio un giro sul loro sito, e non ti ritrovo il mio roftop in bella vista?? — che è sempre una bella vista 🙂
Da quanto capisco, questi di Century NYC gestiscono tutto. Anche i lavori di manutenzione alla facciata del mio edificio, il Rockfall.
Al mio occhio, miope magoo in opere murarie ma discreto falco in estetica, nulla sembrava richiedere l’istallazione di un ponteggio al livello del primo piano, e l’avvolgimento nel Domopack della nostra bella tenda tondeggiante sopra il portone dell’ingresso, che fa molto New York anni ’20 — e adesso fa solo molto Domopack. Non mi pareva fosse nemmeno il caso di chiamare una squadra di operai e di impegnarli nella ristrutturazione. Tutto sembrava a posto.
Poi mi è stato detto che questi lavori sono imposti dalla Città di New York. E quando un’imposizione s’impone, in questo paese, non trovi — come in Italia per esempio — una strada alternativa.
Qui esegui.
Il Rockfall esegue.

Allora da un mesetto a questa parte siamo presi d’assedio. L’obbiettivo è quello di rimuovere la calce dei davanzali e sostituirla con della calce nuova. Posso assicurare che la calce del mio davanzale non aveva nulla di male, che avrebbe potuto farsi un’altra decina d’anni d’intemperie newyorkesi senza batter ciglio. Ma again, qui si fa come la Città di New York vuole.
Il Super ci aggiorna sullo stato dei lavori tramite messaggi che affigge negli ascensori.
I lavori non vanno per piani. Vanno per linee, ovvero per file alfabetiche di appartemanti: la finestra della mia camera appartiene alla linea J. Quando sulla nota affissa in ascensore, oppure sullo zerbino, trovi la tua linea, devi aspettarti il montacarichi carico di operai far fermata fuori dalla tua finestra, e lì sostare e lavorare al tuo davanzale.
Se sei in camera, la convivenza, sulle prime, risulta assai imbarazzante. Tu dentro che cerchi di lavorare facendo finta di nulla, e loro fuori, che lavorano, facendo finta di nulla. Se trovate la differenza tra queste due proposizioni, trovate anche il perché dell’imbarazzo. Io mi sforzo di fare come se nulla fosse. Loro fanno come se nulla fosse.
Nei giorni che hanno preceduto il montacarichi davanti alla mia camera, il montacarichi ha sostato davanti ad altre linee, davanti ad altri piani. E il trapano l’ha puntualmente annunciato.

Non sentirete lamenti, ora, circa i rumori molesti. Vivere a New York significa convivere con un cantiere aperto che non conosce chiusure. Se non sta bene, quello è il JFK, tanti saluti.
Impossibile contare il numero di lavori in corso attualmente in corso d’opera a Midtown, oppure a Hudson Yards, oppure intorno all’FIT.
Nella pausa durante le mie lezioni, mentre gli studenti cercano di riaversi un po’ ingurgitando una quantità di cibo che potrebbe risolvere i problemi alimentari dell’Angola, io uccido il tempo guardando giù dall’ottavo piano. Vedo queste formichine d’uomini guidare ruspe e armeggiare terra, foderare palazzi, e cercare di tirare fuori da mattoni e cemento, l’idea che un architetto ha messo nero su bianco.
Il mio pensiero va ogni volta agli appartamenti circostanti. La pazienza che gli inquilini portano come un peso, tutti i giorni, e il lavoro in ufficio, che ringraziano, perché li porta fuori casa.

Una mia conoscente ha un loft da favola a Hell’s Kitchen, tre isolati da Times Square. Disposto su due piani, mobili italiani di pregio, stile ricercato ma non sfrontato — la casa dei sogni. Il tutto infranto in un incubo dall’orchestra di martelli pneumatici che fanno del circondario il loro teatro e degli inquilini, spettatori forzati a sorbirsi quella sinfonia in loop. La volta che andai a trovarla, parlare fu un’avventura. Capirsi, tutto di guadagnato.
“Vanno avanti giorno e notte”, mi disse, rassegnata.

Pertanto, il piccolo Black&Decker che fa il proprio dovere sulla facciata del Rockfall, è giusto un flauto magico. La cosa che mi dava noia, non era, quindi il trapanio, quanto l’imprevedibilità del montacarichi.
Se il tempo si guastava, guastava i piani agli operai, che non potevano operare. E questa primavera matta — voi, in Italia, mi par ne sappiate qualcosa — ha guastato molto, nelle ultime settimane.
Quindi un giorno, sentivi il cigolio del montacarichi passare accanto alla tua finestra, e poi il lamento del trapano. Il giorno dopo, se pioveva, nulla. Silenzio, deserto. Questo on-and-off poteva verificarsi anche durante il giorno. Mattina motacarichi, pomeriggio niente montacarichi. O viceversa.
Mi sono ritrovata a vivere in balia del meteo, e della tabella di marcia degli operai.

Il giorno in cui il mio davanzale è stato sottoposto alla trapanatura e alla stesura della nuova calce, era un venerdì, e l’FIT mi ha reclamato in facoltà.
La sera, rincasata, ho notato il lavoro fatto. Se mi chiedete di quantificare la differenza tra prima e dopo da 0 a 10, in cui 10 è il massimo della differenza, direi -1. Ma me ne sono stata zitta e non ho detto nulla. Quando, l’anno scorso, mi avevano ritinteggiato il bagno — 3 metri per 2, non la Domus Aurea — e io avevo avanzato delle perplessità circa i quattro giorni pieni impiegati dall’imbianchino latino Mario, Bob aveva buttato lì un laconico “Ci mette il tempo che serve”.
Allora stavolta, zitta e muta.

Il mistero, che ho preso il giro largo per raccontare, riguarda una piantina di rose che avevo sul davanzale.
Dunque, io non possiedo piante. Nulla di vivente. Non perché non mi piacciano. Il contrario semmai, mi piacciono troppo, e non voglio vedermele morire tra le mie goffe mani.
Perché io uccido. Nulla di premeditato, Vostro Onore. Sono semplicemente incapace. Inetta, o forse solo distratta. Ho ucciso ripetutamente. Orchidee, basilico, persino la salvia. Anche i cactus, che sopravvivono nel deserto. Mi sono chiesta spesso come si comporterebbe un esemplare di ginestra in casa mia: probabilemente sognerebbe le lave dell’Etna coi versi di Leopardi in sottofondo.
Visti questi precedenti, mi guardo bene dal portare dell’altra morte nel mondo, e resisto alla tentazione di colorarmi la stanza con delle primule, che fanno rima con tremule anche senza il mio intervento, figurarsi con il mio.
Ma quella piantina di roselline rosse, una settimana fa, da Trader’s Joe, se ne stava lì con quell’aria smarrita, fra le tronfie orchidee, con quella spocchia da Miss Orchidee che si ritrovano, quella divinità nel nome, come a dire, ce l’abbiamo scritto addosso, che siamo dee.
Peggio di così, a questa piantina alla deriva in un mare di smorfiose, non può andare, ho pensato. La morte sarà la più dolce delle ultime spiagge, ho aggiunto.
Allora ho portato la piantina di roselline a casa, e ho fatto del davanzale con la calce nuova di zecca, la sua nuova casa.

Il problema in passato con le altre piante di mia proprietà stava nell’acqua. Non che mi scordassi di dar loro da bere. È che ogni volta pensavo, be’ ma può resistere ancora un giorno. Sicuro che ce la fa. E così poi i giorni passavano. E poi sì, Vostro Onore, a volte, lo confesso, capitava che mi scordassi. E mi rendo conto che l’associazione di oblio e privazione scriva praticamente l’ora del decesso sul certificato di sopravvivenza di una pianta.
Anche qui, sul suolo americano, ho commesso lo stesso errore.
Lo scorso inverno Bob è andato a sciare per cinque giorni.
Una volta tornato, trovando lo stato agonizzante delle piante in casa, se n’è uscito con un’interpretazione antigonea. “My plants! You let my plants die!”
Io, che sono più da commedia all’italiana, ho cinguettato “They are not dead, Bob, they are just experiencing… the thrill of thirst”…
Evidentemente l’ebrezza della sete non l’ha convinto.
Tornata seria, gli ho detto, “La prossima volta ricordamelo, e lo faccio”.
E così è stato. Lo scorso febbraio, nei suoi quattro giorni di sci nelle Catskills, io ho annaffiato le piante ben due volte.
Al suo ritorno, niente Sofocle.

Con questa rosellina, in quel suo vaso di latta bianca dai bordi traforati — più il colletto di una camicetta che il bordo di un vaso — mi sono ripromessa di scacciare l’oblio, e soprattutto, la prova di endurance: la rosellina non deve affrontare nessun thriatlon, non deve prepararsi a nessua carestia, quindi può anche permettersi dell’acqua tre volte alla settimana.
I primi due giorni ho guardato la sua chioma verde e rossa far capolino dal colletto bianco. Il terzo giorno pareva più mogia, quindi le ho dato dell’acqua. Tempo due minuti, riecco il capolino fiero.
Bene, andiamo, bene, mi sono detta.

Sono stata parecchie volte sul punto di fotografarla, così come facciamo un po’ tutti con tutto, da un po’ di smart-phone a questa parte. Ma qualcosa mi ha sempre frenato. Scaramanzia, oppure, solo il semplice desiderio di godere di un soggetto soltanto con gli occhi, senza l’interferenza di un corpo estraneo, che, con il suo click, inserisce il tempo nel rapporto spaziale.
Dopo una settimana, sembrava proprio essersi acclimatata. E anch’io. Giravo la testa dalla mia scrivania, e la vedevo lì, sul supporto di acciaio che d’estate supporta un condizionatore che non voglio — forse proprio lui, il supporto può essere responsabile di quanto seguirà.
Lei se ne stava lì, accoglieva il mio sguardo senza pretendere nulla, se non un goccio d’acqua ogni tanto.

Poi un giorno di bizze metereologiche, ma nemmeno troppo accentuate, rincaso. Raggiungo la mia camera, e lei, la rosellina, non c’è più.
Sparita.
Mi ci vuole qualche minuto per riprendermi. Mi ero abituata alla sua presenza tricolore fuori dalla finestra. Ogni presenza che diventa assenza richiede un tempo di elaborazione, anche se il soggetto è un vegetale.
Dopo il senso di perdita, rammarico, riconoscimento di essere fatalmente legata a un destino di killer in fatto di natura d’appartamento, comincio a valutare le ipotesi.
Suicidio, omicidio, rapimento.
Ritengo di poter escludere il suicidio. Troppo presto. Non aveva ancora raggiunto lo stadio di malnutrizione e depressione delle mie condannate del passato.
Il rapimento per mano di uno degli operai è un’ipotesi che regge. L’occasione rende l’uomo flower-snatcher, quando un montacarichi ti scarica dritto dritto davanti a quella Lolita di piantina tutto rosso e pizzi.
Il movente? Be’, magari portarla alla propria bella. O alla propria mamma — vista la Festa di, molto sentita qui in America. O magari farla semplicemente atterrare sul proprio davanzale: i fiori fanno gola a tutti.   

L’omicidio, solo il vento avrebbe potuto commetterlo. Abito al settimo piano, e non è agevole raggiungerlo al solo scopo di buttar di sotto una pianta di roselline.
Quanto agli operai, è vero che la letteratura investigativa insegna che bisogna sospettare di tutti, ma honestly, degli operai che buttano di sotto una piantina di rose for fun? Seriously??
No, l’omicidio preterintenzionale è da escludersi. Quanto al vento, quel giorno, non era così forte. Forse la posizione rialzata sul supporto porta-condizionatore potrebbe aver agevolato zefiro, e il suo caratteraccio. Ma lo dubito.
Ho tirato su la mia finestra a ghigliottina e mi sono affacciata per perlustrare con lo sguardo il ponteggio montato dagli operai, e vedere se il cadavere della rosellina fosse lì, insieme al vaso bianco.
Niente.
Ho setacciato ogni centimetro, controllato ogni tettuccio di macchina parcheggiata in strada, ogni pezzo di marciapiede in vista.
Niente.
C’è da dire che ero sporta fuori in maniera tanto sconsiderata che, una volta resamene conto, sono rientrata di scatto e ho panicato per cinque minuti buoni.

Per me questo rimane un mistero irrisolto. Le piante non spariscono nel nulla. Se è caduta, deve essere da qualche parte.
Ma non c’è.
Nei giorni seguenti ho chiesto a tutti i miei doormen, che hanno alternato reazioni scettiche, scocciate, incredule, solidali, divertite, senza mai azzeccare quella che avrei voluto ricevere. Quella “andremo in fondo a questa storia”.

L’altro giorno e anche oggi, passando davanti allo scaffale dei fiori, da Trader’s Joe, non ho potuto fare a meno di notare, che quelle roselline non sono più in vendita. Timidissimi tulipani, orchidee da schiaffi, mazzi di fiori confezionati, tremule primule. Ma di roselline, neanche l’ombra.
Ricapitolando. Nessuno ha visto la mia pianta di roselline, e queste roselline non si vendono più. Non ho una foto che ne provi l’esitenza. Non ne ho parlato a nessuno.
Un dubbio mi assale. Un dubbio armato da una fondatezza di ferro.
E se la piantina non fosse mai esistita?
La materia, gli oggetti, esistono in sé, oppure è la nostra esistenza che li fa esistere?
La filosofia si arrovella su questo dilemma da qualche bell’anno.
Se un albero cade in mezzo alla foresta, fa rumore?
Se un albero cade in mezzo alla foresta, esiste?
Se una piantina di roselline ospitata da un davanzale al settimo piano di un palazzo dell’Upper West Side, scompare in mezzo a una città di otto milioni e mezzo di persone, e non ci sono prove del suo transitare nella vita del soggetto ospitante, essa ha transitato oppure no?

Non so se rivolgermi, con questo mistero filosofico, al Dipartimento di Filosofia della Columbia, alla Centrale di Polizia del mio distretto, oppure all’Octagon, il New York Lunatic Asylum, che ospitò questi dubbi, e molti altri, nella seconda metà dell’800, su Roosevelt Island.

Questa settimana sono stata al Film Forum a vedere “Meeting Gorbachev” di Werner Herzog e André Singer. Un documentario che è meglio di qualsiasi film di finzione visto ultimamente. La Storia meglio della storia.

Fate conto di vedere Herzog che si siede davanti a uno dei più importanti leader politici del ‘900, e gli pone delle domande. Il leader politico in questione ha 87 anni. Non è più il Michail della Perestroika e del Glasnot che riempiva gli schermi televisivi negli anni ’80. È un anziano che si divide tra l’ospedale e la Fondazione a lui intitolata. È solo, anche. La morte dell’amatissima moglie, Raissa, ha lasciato un vuoto incolmabile nella sua vita.
Per me il documentario è stato utilissimo per conoscere una parte della Storia che mi ha visto troppo piccola per ricordare, e che era troppo recente per essere scritta e studiate nei libri di scuola. Quindi trovarla sfilare sullo schermo, è stato come apprenderla per la prima volta. Sarà per questo, anche, che “Meeting Gorbachev” mi ha colpito tanto positivamente. Ha riempito una pagina piena di righe bianche.

Herzog comincia con l’infanzia del leader, in un paesino sperduto della Russia, in cui la gente moriva di fame — come successe, letteralmente, a una coppia di suoi zii. Michail intuisce che c’è altro oltre piatti vuoti e stalle fredde. Studente molto dotato, si trasferisce a Mosca, frequenta l’università, si laurea in legge, ma capisce subito che il suo destino è la politica.
Diventa responsabile del comitato centrale per l’agricoltura del Partito Comunista. E fa una cosa che nessun politico russo aveva mai fatto prima. Comincia a viaggiare. Inghilterra, Germania, Francia, Italia, Stati Uniti, Canada. Gorbachev vuole capire come gli altri stati affrontino certi problemi, che soluzioni applicano. Domanda, chiede, s’informa, studia. Dietro quell’atteggiamento di apertura e interesse, si può intravedere il suo porsi politico degli anni successivi, improntato al dialogo, all’apertura, all’incontro.

Tanti funerali attraversano il documentario. Funerali russi — riuscite a pensare a qualcosa di più agghiacciante di un funerale russo? Temperature siberiane — appunto — parate militari con austere marce in grado di tingere di nero anche la più rossa delle piazze. E poi il kitsch, la pompa magna, lo sfarzo baccano dell’estetica socialista in versione a lutto. Le esequie sono quelle di Breznev, Andropov e Černenko, i suoi predecessori. Ma c’è un altro funerale cardine nella vita di Gorbachev: quello di Raissa, morta di leucemia nel 1999.
Al suo funerale, si vede un giovane Putin, rendere omaggio alla sua bara.

La morte è molto presente, nel documentario. Tutti i personaggi che vediamo Gorbachev incontrare — la Thatcher, Reagan, Busch Senior, Kohl — sono tutti morti. E purtroppo lo spettatore sa che anche per lui, Gorbachev, il tempo è contato.
Si vede che Herzog è innamorato — intendo intellettualmente — di quest’uomo. Pone le domande giuste, attorno alle quali il documentario si sviluppa, ma risparmia le più scomode.
Ho atteso tutto il film che gli chiedesse “Cosa ne pensa, Presidente, di Putin?”.
Ma forse anche Herzog avrebbe voluto porgliela, quella domanda, e forse, per rispetto, pudore, o buon cuore, si è autocensurato. Oppure Gorbachev non ha voluto rispondere. Chissà.
Ovviamente non ricordavo il Colpo di Stato del 1991, i tre giorni in cui Gorbachev rimase chiuso nella villa presidenziale in Crimea, mentre Eltsin cavalcava il malcontento russo e prendeva il potere.
Riguardo proprio a quell’evento, che cambio la storia russa e non solo, “Meeting Gorbachev” svela un interessante dietro le quinte della ripresa televisiva del discorso di dimissioni di Gorbachev, che si rifiutò di firmare le dimissioni in onda, e non si piegò, così, alle esigenze mediatiche.

C’è anche posto per parlare di nucleare. Michail fu una delle forze politiche che negli anni ‘80 spinse con convinzione al disarmo. Ed è ancora convinto della necessità che le potenze mondiali la smettano di sostenere il nucleare. Se uno sceglie il disarmo, anche l’altro lo fa. Se uno sceglie di armarsi, anche l’altro lo fa. Così dice, Michail. Semplice. Eppure così difficile.

Nel film sono inserite anche immagini di Raissa, e il dolore di Gorbachev, dopo la sua scomparsa. “La vita è morta quel giorno”, ha commentato, quando Werner gli ha chiesto della perdita della moglie. Non è stato solo questo, a farmi piangere — io che non piango mai al cinema. Ma Gorbachev in sé, l’uomo e il personaggio storico, una figura tragica: guardato in modo molto positivo in Occidente, criticato spietatamente in Russia. Un uomo sul cui capo pesa lo smembramento dell’URSS.
“È il mio più grande rimpianto”, confessa, candido, quasi indifeso, a Herzog. “Non me lo perdonerò mai”.
Davanti alle figure tragiche arrivate al tramonto della loro vita, io non so trattenere il pianto.

Il documentario ha aperto il Trieste Film Festival di quest’anno, e penso verrà distribuito presto in Italia. Se avete modo, non perdetelo. Sia perché Herzog è pur sempre Herzog. Sia perché conoscere la Storia attraverso il cinema è un otttimo modo per imprimersela ben bene nella mente.

Eccoci in fondo, anche questa domenica, my Moviers.
Frunyc IV aggiornato dove sapete voi, ringraziamenti di rito e saluti, inspiegabilmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE da NYC commenta “SICILIAN GHOST STORY” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia

LET’S MOVIE da NYC commenta “SICILIAN GHOST STORY” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia

Mimbarco Moviers

sulla Miss Liberty, una mattina gelida, un paio di domeniche fa. Il cielo sopra è grigio, l’acqua sotto ancora peggio. Mi vieto di pensare quali contenuti possa contenere.
La Miss Liberty è diretta a Ellis Island.
È una traversata che rimando sin da quando sono arrivata qui, due anni fa — sì, già due anni, il 2 novembre scorso.
Perché?
Perché Ellis Island, prima di essere un luogo geografico, con i suoi muri e le sue porte, i suoi mattoni e il suo pontile, è un luogo del pensiero.
Lì, in quella forma tutta mia di quel posto, ci sono stata infinite volte. Ne ho camminato i corridoi, fatto su e giù per le scale. Ho sentito i mormorii dei sogni, e lo schianto delle aspettative.
Per far capire quanto quell’isola pesi nel mio immaginario, vi dico che ci ho scritto una serie di quindici poesie, prima ancora di metterci piede. Mi ha accompagnato in Spagna, mi accompagna qui, indipendentemente dal quartiere in cui io mi trovi. È come una presenza costante, Ellis Island.
E questo perché parla di me, declinandomi al passato. Io sono — well, noi siamo — tutti declinati al presente, ovviamente. Ma ci sono delle situazioni, oppure dei posti, che hanno la facoltà di scrivere chi siamo al passato.
Questo succede, per me, a livello dello spirito, con Ellis Island.

Poi, quando un luogo mentale diventa fisico, ovvero quando ci portate il vostro corpo, e quei corridoi e quelle scale, li camminate con le vostre gambe, l’esperienza esercita un impatto doppio.
L’ho rimandata perché temevo che l’impatto sarebbe stata troppo forte. Che il momento in cui l’esperienza fisica avrebbe incontrato quella emotiva sarebbe stata una collisione, un punto di rottura.
Non volevo disintegrarmi.
A voi non capita mai di temere di disentegrarvi, a un certo punto? A me sì. Come se la pressione fosse troppa, e si implodesse, e il nostro petto finisse in un’infinità di stelle.
Non sarebbe una brutta morte, a ben vedere.
A ogni modo, non è successa. La collisione. La rottura. È stata invece, una congiuntura. Una congiunzione, direi. Tra passato e presente.

All’inizio del ‘900 Ellis Island ha rappresentato la porta d’ingresso per gli Stati Uniti. E non solo per gli italiani. Ma per mezza Europa. Irlandesi, greci, polacchi, russi, ebrei, slavi, you name it. Tutti a imbarcarsi in un viaggio che non finiva dopo i nove giorni di traversata, ma che dopo nove giorni di traversata, cominciava.
Il raffronto tra quegli immigrati storici e gli immigrati di oggi è scontato. Allora non avevano letteralmente nulla. E non parlo di averi fisici. Ma di conoscenze intellettuali. Non conoscevano la lingua. Molto spesso non sapevano leggere e scrivere nemmeno nella loro lingua madre.
L’idea di arrivare in un paese senza padroneggiarne il linguaggio m’inquieta da sempre. La lingua non è solo comunicazione, ma è anche giustizia. Potere. Esserne privato ti mette alla mercé di qualcun altro.

La maggior parte degli immigrati italiani non veniva dalle città. Quindi molto probabilmente non aveva mai visto un palazzo alto più di quattro piani. Oppure un tram. Oppure un ponte. Figurarsi cosa doveva essere ritrovarsi con la skyline newyorkese in lontananza — il Brooklyn Bridge di fronte, la Statua della Libertà sulla sinistra. Tantissimi grattacieli stavano spuntando proprio in quegli anni. La città era tutta un cantiere.

Mi ha colpito, del posto, la dimensione. Per la prima volta da ché sono sul suolo americano, qualcosa non mi è apparsa smisuratamente grande. Al contrario, direi che la struttura centrale è di dimensioni contenute, viste le quantità di sbarcati da accogliere e smistare. La registry room è spaziosa, sì, ma non ginormous, come si dice da ‘ste parti il superlativo di enorme.
Forse le misure mi sembrano ridotte perché lo spazio — a parte la registry room — è suddiviso in tante piccole stanze, in cui venivi fatto passare nel tuo percorso verso la goilden door — la porta d’oro che ti cinsentiva l’accesso al Nuovo Mondo.
Inspection room e mental room, dove ti visitavano e ticket room, dove acquistavi il biglietto per il treno che ti portava in New Jersey, o in Pennsylvania, o in Iowa.

Sono i controlli sanitari, quelli che più rimangono impressi. Il modo bruto in cui ti spogliavano e controllavano. Se eri troppo magro, troppo smunto, troppo verde o troppo giallo — immaginatevi la tonalità dell’incarnito dopo una traversata in mare di dieci giorni — troppo scuro — noi italiani eravamo i white niggers, ricordate? — oppure se camminavi un po’ storto, se ti rigiravi troppo le dita, se uno di questi “se” ti capitava, facile che il dottore di turno ti facesse marchiare la giacca con una croce. Se succedeva, ti beccavi una “thorough examination”, il che voleva dire, una visita da capo a piede.
Ma quello più impressionante era il “weeding out process”, ovvero “lo sfoltimento”, che avveniva tramite test volti a valutare le tue capacità logiche e di “buon senso”.

Tra queste, delle domande assurde, e molto spesso, a trabocchetto.
“Come lavi le scale? Dall’alto verso il basso, o dal basso verso l’alto?”.
Pauline Notkoff, un’immigrata polacca arrivata in America nel 1917, racconta che una ragazza, proveniente dalla sua città, a quella domanda rispose “Io non vado in America per pulire le scale”.
Chissà se la risposta piacque agli ispettori sanitari tanto quanto piace a noi.
Tra i modi in cui venivano distinti gli immigrati: feeble-minded, mental defective, constitutional inferior, idiot, stupid, moron.
I test a cui venivano sottoposti potevano essere difficili. Oggi sappiamo che alcuni dottori portavano i test a casa e li sottoponevano a parenti e amici, just for fun. E loro stessi, individui scolarizzati, parlanti nativi della lingua e colti, non li superavano.
Figurarsi un immigrato da Acitrezze, Spilinbergo, o Borgo Valsugana!

Ci sono storie raccapriccianti di famiglie divise. Il marito trovato “non idoneo”, la moglie “idonea”. Il marito deportato a casa. La moglie lasciata sola sulla soglia di una vita immaginata a due.
Un bambino morto di polmonite nell’ospedale di Ellis Island — le visite dei famigliari non erano consentite. Una ragazzina con una banale infezione al cuoio capelluto ha trascorso otto mesi nell’ospedale di Ellis Island.
Senza dire una parola, senza vedere i genitori.

Oggi tante delle sale di Ellis Island ospitano delle fotografie che raccontano l’esperienza del migrare.
Io sono andata sulle tracce di quella italiana. Dai cartelloni che pubblicizzavano la Cunard Line, “la prima congiunzione celere diretta fra Trieste e Nuova York”, oppure La Veloce, che partiva da Napoli, oppure la White Star Line, che collegava New York, Boston e Genova. E ancora L’Esperia, “l’Assicurazione degli Emigranti”, che, dietro il versamento di dieci Lire, assicurava “Lire Milleduecento in caso di decesso infra i trenta giorni della data d’imbarco pagabili agli eredi”.
Una bella foto immortala alcune migranti, cariche di bauli. In lontananza una stazione ferroviaria molto famigliare a noi italiani, con la sua mezza luna di vetro: Milano Centrale.
Victor Tartarini, immigrato nel 1921, disse, in un’intervista del 1985: “America was a bid deal in those days… Because when they sent a letter or a picture… It was a big deal… Everybody thought everybody was rich in America… The Italian people, they thought America was gold”.
Il mito dell’America, era tutt’un mito. Una narrazione. Una fantasia — come ci ha mostrato benissimo Emanuele Crialese in “Nuovomondo”, immaginando mari di latte e alberi carichi, appunto, d’oro. Quegli immigrati non impiegarono molto a capire che così non era. Che i mari non erano di latte, e che gli alberi non erano carichi né d’oro. Ma anche se le difficoltà erano indubbie, chi riusciva a raggiungere Manhattan, capiva immediatamente che il potenziale di quel nuovo sconfinato paese era esso stesso sconfinato. Per questo così tanti italiani prosperarono qui. Capirono una massima che ancora vale oggi, e che mi piace molto. Qui si dice “the sky is the limit”. Nessun tetto a quanto in alto la tua immaginazione può puntare. Questo non significa che non cadrai e ti farai del male, cercando di raggiungerlo, quel cielo.
L’America è un paese fatto sulle rovine di chi non ce l’ha fatta, ma il fallimento è previsto nel percorso per raggiungere quella felicità custodita nel Primo Articolo della Dichiarazione d’Indipendenza. Se cadi, ti alzi e ci riprovi. Fino a esaurimento. E nessuno ti tratta da pariah. Nessuno ti giudica se hai fatto l’avvocato, venduto burritos, recitato in una commedia Off Broadway che non è mai decollata, o aperto un agenzia per cuori solitari che Tinder ti ha fatto chiudere dopo un mese di attività.
Questa forse, è la vera grande libertà dell’America. La possibilità di rivendicare il diritto all’errore, e al cambiamento. In Italia, siamo più marmorei. Se studiamo medicina, faremo per sempre i dottori, anche se, a un certo punto, non ci andrà più. Se riusciamo a guadagnarci un impiego nel pubblico, rimarremo nel pubblico fino alla pensione — se baby, meglio — e faremo tutto quanto in nostro potere per infilare il figlio nell’ambiente e fargli prendere quella strada sicura. Ecco, qui in America, non è così.
Non ci sarà la sanità pubblica, l’istruzione t’indebita fino alla crisi di mezz’età e non si scrostano gli infissi prima di ridipingerli (!), ma almeno le persone ci provano.

Io non sono un’immigrata storica. Sono un’expat –di lusso– di oggi. Non avevo una valigia. Ne avevo sei –suddivise in viaggi diverso, a mia discolpa (!). Non avevo in bocca il silenzio dato dal non sapere una lingua. Non avevo la miseria a mangiarmi i calcagni.
Eppure, io, come loro, ho lasciato il paese che mi ha partorito. Io, come loro, ho chiuso una porta.
Gli immigrati di ogni epoca passano tutti per Ellis Island.

Dopo di lei, ho proseguito il mio viaggio fino a Liberty Island, l’isolotto a forma di pepita che ospita Lady Liberty. Da Ellis Island a Liberty Island ci sono quattro minuti di traghetto, quindi niente di troppo picaresco.
Lo ammetto, ci sono stata più per togliermelo dalla lista. Abitare a New York e non andare a porgere i propri omaggi alla Statua della Libertà, è come abitare a Parigi e schifare la Tour Eiffel.
Ce n’est pas possible.
Proprio come non impressionavano le dimensioni di Ellis Island, non impressiona l’altezza, di Lady Liberty. Ormai siamo abituati a veder svettare chilometri di building in cielo, soprattutto dalle parti di Dubai. Impressiona, invece, la postura. Tutti questi anni a immolarsi in piedi, con quella fiaccola in mano, per rappresentare la libertà, e non solo in America, ma in tutto il mondo.

Quante ne avrà viste, Lady Liberty! È lì dal 1886. Ellis Island fu aperta sei anni dopo. Pensate quante navi le saranno sfilate davanti. In quanti occhi sognanti si sarà immaginata riflessa — non a caso fu considerata in quegli anni la “madre degli esuli”.
E pensate a quell’11 settembre 2001. La vista sulle Torri Gemelle sgombra, Lady Liberty ha assistito a tutto, ancorata al suo isolotto.
Quel giorno avrebbe voluto sedersi, penso. Poggiare la fiaccola per terra, e sedersi.
Anche oggi, penso, le deve costare una gran fatica, rimanere in piedi, reggere quella fiamma, quel simbolo.
La libertà è lavoro, dedizione. Dovrebbe essere un diritto inalienabile, ma non lo è.
Dobbiamo partire dal presupposto di dovercela guadagnare tutti i giorni.

Ogni volta che penso alla libertà, mi viene in mente Napoleone, che della sua corona, diceva: “Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca”.
Ecco, io sostituisco alla corona la libertà.
Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca.

Questa settimana vi parlo di un film italiano. Ebbene sì, arrivano anche qui. 🙂
A Sicilian Ghost Story” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, che ha aperto la Semaine de la Critique all’ultimo Festival di Cannes.
Ieri c’era Antonio Piazza a presentarlo al Quad Cinema, quindi sono andata ancora più volentieri.

“A Sicilian Ghost Story” racconta, con linguaggio che sconfina nel soprannaturale, la terribile vicenda di cronaca che vide per protagonista, nel 1994, il giovane Giuseppe Di Matteo, il ragazzino rapito, ucciso e sciolto nell’acido da sicari della mafia perché reo di essere figlio di un pentito che aveva deciso di collaborare con le forze dell’ordine.
Diciamo che una storia del genere va raccontata a priori. Il cinema è anche luogo in cui far sopravvivere la memoria. Persino — soprattutto — la memoria di cui ci si vergogna, come paese. Un atto barbaro come quello subìto da Giuseppe non deve essere mai dimenticato.
Io mi sono resa conto che non lo ricordavo — ero adolescente, va be’, ma c’ero. Ricordo che negli anni ’90 si parlava molto di pentiti e di bidoni di acido. Ma non ricordavo Giuseppe di Matteo, rapito a tredici anni, ucciso a quindici. Nel 1996.

Dire per immagini un fatto del genere non è impresa facile. Piazza e Grassadonia escludono il realismo di stampo cronachistico e preferiscono una soluzione che mescola generi cinematografici diversi, tra cui il fantasy, la favola gotica, il teen-movie, raccontando questa storia dalla prospettiva —inventata — di Luna, una compagna di scuola innamorata di Giuseppe decisa, dopo la sparizione del ragazzo, a trovarlo.
E’ evidente l’obbiettivo dei due registi di mantenersi fedelissimi alla storia — e questo è stato confermato anche dal regista Piazza alla fine della proiezione — ma di adottare una serie di archetipi che parlassero la lingua fantastica. A cominciare dal bosco, dove tutto bene o male ha inizio, oppure dal personaggio gelido della madre di Luna — una vera e propria matrigna di stampo favolistico — o ancora i mostri che perseguitano i due ragazzi, come il pitbull da cui scappano, oppure ancora la fedele migliore amica di Luna, che giunge in suo soccorso e le salva la vita.
Il tentativo di ridisegnare in termini artisitici i contorni di una vicenda così dolorosa per la storia italiana è degno di merito. E anche se non è l’unico caso in cui si vuole portare il fantasy in Italia — ricordiamo i film dei Manetti Bros, ma anche “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti — sappiamo bene quanto ancora refrattaria sia certa Italia a un linguaggio cinematografico altro da quello realistico.

Tuttavia il film non mi ha conquistato. E questo soprattutto per via della recitazione. Gli attori scelti, spiace dirlo, mancano totalmente di naturalezza. Si vede tutto il tempo che stanno recitando una parte.
Forse questo è dovuto anche a dei dialoghi poco efficaci, oppure forzati. Mi chiedo che film sarebbe stato, “A Sicilian Ghost Story”, se il cast fosse stato diverso. Se il copione fosse stato scritto come se a parlare fossero due adolescenti e non due adulti che fanno parlare due adolescenti.
Onestamente, durante il film, non vedevo l’ora che finisse. E mi sentivo in colpa perché un film così va promosso e guardato. Soprattutto dalle nuove generazioni, che si sa, non vedono di là dal loro tablet.

E proprio questo ci ha detto Antonio Piazza dopo la proiezione. “Il film ha diviso la critica, ma viene fatto vedere molto in giro. Specie nelle scuole.” In effetti la critica italiana l’ha criticato, mentre la critica americana ha speso parole di elogio sul film, così come quella euopea e francese. Non a caso Cannes gli ha concesso l’apertura della Semaine de la Critique. Ed è stato incluso anche nel programma del New York Film Festival, il mese scorso.
In più, il Sundance l’ha pregiato del suo endorsement. Piazza ci ha spiegato di come il team del Sundance li abbia invitati a Salt Lake City, li abbia aiutati con la sceneggiatura, li abbia incoraggiati in tutto e per tutto, e fatto conoscere Robert Redford, naturalmente.
L’America, checché se ne dica, fa anche questo…

Prima della proiezione, Piazza ha detto che per molti anni lui e il co-regista Grassadonia sono stati arrabbiati con la Sicilia. Se ne sono andati. Non riuscivano più a guardarla in faccia.
Dopo la proiezione, gli ho chiesto se il rapporto con la regione è cambiato, se loro due sono ancora esuli, oppure se sono riusciti a tornare. Mi ha detto che la rabbia si è attenuata, che adesso vedono quanta volontà ci sia di andare avanti, di lavorare bene, di essere generosi. Che, insomma, in Sicilia non c’è solo il marcio.
Ha detto che per il momento hanno una casa a Roma e una casa a Palermo. Fanno la spola.
Credo che fare la spola sia un gran bel modo di vivere una vita.
Sempre in movimento, mai radicati in un unico posto.

In sala il pubblico era a dir poco scandalizzato da quello che vedeva sullo schermo. Non una domanda è stata fatta nel Q&A — a parte una perplessità di una spettatrice che non aveva capito se avesse davvero capito il finale (!).
Gli americani non sono abituati a vedere questo volto dell’Italia. Preferiscono le colline toscane, il Chianti e Ferragamo. Ma l’ho visto, il modo in cui s’irrigidivano o sbuffavano mentre sullo schermo s’intuiva l’omicidio di Giuseppe, il suo corpo sciolto in un bidone, e il contenuto vuotato in un lago. Credo che nessuno spettatore in sala potesse immaginare un tale abominio. Anche noi italiani fatichiamo ad accettare che quella è parte della nostra storia.
Io penso che sia giusto che l’immagine dell’Italia venga conosciuta nella sua complessità. Luogo d’indicibile bellezza, luogo d’indicibile infamia, da cui però abbiamo preso le distanze. Dopo gli anni ’90, anni sanguinosissimi, non si sono più sentiti casi simili. Questo non significa che ci siamo ripuliti totalmente dal marcio, ma che siamo sulla strada giusta.
Voglio crederci.

E anche per stasera è tutto, Fellows.
Nel Frunyc IV trovate le foto di questa settimana — e se scorrete in quelle passate, vedete anche Ellis Island.

Vi ringrazio sempre dell’attenzione, e vi mando dei saluti, stasera, atlanticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

LET’S MOVIE 367 da NYC commenta “ZAMA” di Lucia Martel

LET’S MOVIE 367 da NYC commenta “ZAMA” di Lucia Martel

Mmm Moviers

che nervi.
Ricevo un invito a quello che si definisce un “boutique” concert.
Spieghiamo subito che “boutique” — e l’ho scoperto abitando qui — viene spesso utilizzato in forma aggettivale per indicare il carattere esclusivo, per pochi eletti, del sostantivo a cui si riferisce. Potete dire un boutique hotel, un boutique event, ma anche una boutique law firm — uno studio legale con pochi associati specializzato in casi di nicchia.
Se un concert si tiene in un appartamento privato al 22esimo piano del 10 di Park Avenue, capirete anche voi, si definisce inequivocabilmente “boutique”.
L’orario d’inizio è previsto alle 7:30 pm, ma mi si dice di arrivare almeno un quarto d’ora prima: per prendermi il posto migliore. Difficile trovare un posto peggiore quando gli spettatori sono venti, selezionatissimi, contati con il contagocce.
Ma obbedisco e parto da casa con largo anticipo, in modo da sfatare il mito del Board sempre perennemente trafelato. Il 10 di Park Avenue non ammete il trafelo, mi ammonisco mentre calcolo orari e metro.
Arrivo con un quarto d’ora di anticipo sul quarto d’ora di anticipo. Le 7. Allora me la prendo comoda e decido di camminare Park Avenue.

Mi sembra quasi di essere in un’altra città. East Side e West Side sono molto diversi. Vi dico come la diversità viene descritta? “Nell’East Side contano il numero di vestiti che si hanno nell’armadio. Nel West Side il numero di libri che si hanno in libreria” — molto felice di abitare nel West Side. 🙂 Me l’ha detto una donna che ha abitato nel West Side, ora abita nell’East Side, e non vede l’ora di tornare nel West Side.
Percorro gli isolati che dalla 33esima arrivano fino a Grand Central Station, alla 42esima. Sulla via incontro lo splendido edificio ultra-moderno della Scandinavian House — una specie di Istituto Italiano di Cultura versione scandinava — l’elegantissimo Hotel Kitano, che, con la sua facciata rosa tenue, si sposa benissimo con le magnolie in fiore che sorprendentemente riescono a fiorire nella striscia di terra che separa i due sensi di marcia di Park Avenue.
E penso. Chissà se ci sarà un torneo. Oppure se c’è stato. Tra East Side e West Side. Park Avenue contro Broadway. Queste due arterie definiscono New York City, sono l’inconicità fatta strada. Park Avenue è Arnold e il Monopoli. Broadway è West Side Story, Cats, Kinky Boots e tutti i musical che associate con i teatri del Theater District, il rettangolo tra la 40esima e la 54esima — West side, of course — e tra la Sesta Avenue e l’Ottava.
Se me lo chiedete, per me non c’è storia. Broadway vincerebbe il torneo tutta la vita.
Tuttavia ammetto che Park Avenue abbia un certo suo fascino. Anche soltanto percorrerla e chiedersi come saranno gli appartamenti dei palazzi che danno sulla strada. E come saranno le persone che li abitano. E come sarà abitare a una manciata di isolati da Grand Central Station, la stazione che è madre di tutte le idee che ci facciamo di una stazione ferroviaria americana. La hall grandissima di marmo beige, i binari al coperto il cui accesso è consentito solo se sei munito di biglietto. La stazione di “Carlito’s Way”, “Intrigo internazionale” e “Innamorarsi”, per dirne tre.
Penso talmente tanto che quasi sforo il quarto d’ora d’ozio. Shoot. Torno indietro fino alla 34esima.

Il 10 di Park Avenue ha una hall di quercia scura, luci gialle soffuse, divani in pelle e un caminetto. Appena varco la porta girevole, mi sembra di salire a bordo dell’Orient Express.
Entro in ascensore e pigio 22, e quando esco, è lì, in quel momento, che mi vengono i nervi.

Dalla porta dell’appartamento D, si dipartono, sul corridoio, due file di scarpe: una corre lungo il muro di destra e una lungo il muro di sinistra. Un millepiedi a forma di elle che non avrei mai voluto incontrare. Quando incontri quel millepiedi lì, hai già capito che ore sono.
Sulla porta, un cartello. Casomai non capissi.
“Please remove your shoes”.

So che questa è una pratica che disgraziatamente si pratica anche in Italia. L’ho sempre trovata detestevole. Se decidi di invitare qualcuno a casa tua, lo inviti a casa tua, fai di lui il tuo ospite dando forma a un libero atto di accoglienza. Non ti obbliga nessuno. Quindi dovresti accettare il pacchetto completo: la sua compagnia, la sua presenza di spirito e corpo, e anche i suoi germi. E dovresti mettere in preventivo che, dopo la sua dipartita, sì, potresti anche dover pulire il pavimento. Se la cosa ti scoccia, allora ti piacerà valutare lo spazio “party” da MacDonald’s per il prossimo get-together, così non dovrai più preoccuparti dei germi altrui.
Una volta si facevano scivolare gli ospiti sulle pattine. Anche quella, una soluzione assai misera, con gli ospiti che si muovevano come zombie per la sala.
Una volta si lasciava anche il cellophan sul divano.
Spero che quell’epoca sia passata. Se si vive una vita con il terrore di sciupare un sofà o di sporcare/rigare un pavimento, be’, allora davvero è meglio rivolgersi agli spazi “party” da MacDonald’s.
Perché insomma, non costringi nessuno ad affrontare l’imbarazzo di rimanere senza scarpe davanti agli altri, che certo, sono anche loro scalzi, ma loro non hanno ai piedi delle Michael Kors in plaid rosso e nero, quintessenza dell’adorabilità. Degli stivaletti che suscitano la stessa reazione “Oh my God, they are sooo cute” in qualsiasi soggetto di qualsiasi sesso, dai 9 ai 99 anni, ogni volta che le metti. Ecco, quelle scarpe lì, non le lasci fuori dalla porta — non metti baby in un angolo, per chi di voi mastica “Dirty Dancing”. Anche perché poi si sfascia tutto il disegno d’insieme, si rovina la poesia. Un boutique concert ha bisogno di un boutique dress, e un boutique dress, e un boutique dress di un paio di boutique shoes — non è che lo invento io, il pensiero consequenziale. Se le togli, casca il palco — casca anche il Board, da +12 cm a -12 cm.
Fingo di non vedere il cartello ed entro — la porta è socchiusa. Davanti a me, una quarantina di calzini sotto a una ventina di corpi. Un paio di donne guardano ai miei stivaletti, poi guardano me e il loro sguardo dice “ti credo che non vuoi toglierli”. Ma poi mi piego a questa barbara usanza, e scendo dalle meravigliose vette dei +12. Tuttavia lascio le mie due babies nell’appartamento, non fuori — e questo link vi aiuterà a capire cosa intendo quando parlo di cuteness.

C’è un’altra cosa che mi dà sui nervi. La riprova che la perfezione non è di questo mondo.
All’ingresso, un tavolo con degli stuzzichini. Tutto molto di classe. La disposizione del cibo meriterebbe un servizio fotografico in qualche rivista. Ma noto subito — il mio naso nota subito — che il protagonista di questa tavola è il formaggio. I formaggi. Ce ne saranno una decina di tipi — non esagero — tutti disposti in fetida mostra, nella più classica combinazione, molto amata a NYC, di cheese&crackers.
Ora, chi mi conosce sa della mia fobia verso qualsiasi tipo di formaggio: l’alimento creato dal diavolo per impestare i frigoriferi di tutto il mondo. Fatico a sopportarne la vista, non parliamo dell’odore. E di quello, di odore, nella stanza, ce n’è tanto. Troppo.

La perfezione non esiste, ma la fortuna sì. Rimane un unico posto libero per sedersi — mi chiedo a che ora sono arrivati gli altri spettatori. E il posto è nel punto più lontano dal tavolo. Negli anni ho sviluppato l’abilità di respirare con la bocca, quando mi trovo vicina a fonti casearie — innumerevoli sono state le volte in cui ho dovuto ricorrervi. Ma trascorrere tutto un concerto a lottare con la puzza, avrebbe compromesso l’apprezzamento, e il ricordo, del concerto stesso.
Proust aveva la petite madeleine a fungere da grilletto della memoria. Io non voglio avere il camembert.
Digressione. Ma perché non si può imbandire un tavolo con cup-cakes alla fragola, mousse al cioccolato, biscotti alla vaniglia? Perché non si può fare del cibo un deodorante per l’ambiente, ma si opta invece per il puteolente, per il mefitico?
Per come la vedo io, ci dovrebbe essere una legge che vieta di abbinare il formaggio a musica di livello celestiale come questa.
Haendel a Park Avenue, gommose alla frutta.
Sagra di paese in Valsugana, puzzone di Moena.

La sala dell’appartamento ha due finestre che danno su Park Avenue e una finestra che dà sulla 33esima. Non voglio immaginare gli zeri di questo appartamento, anche se li vedo tutti nella classe non ostentata dell’arredamento. Pochi pezzi. Un pianoforte a coda in mezzo alla stanza, un pianoforte a muro accanto a un muro. Due lampade in stile Gropius — due semplici bocce sorrette da due semplici tubi di alluminio che avresti trovato nella casa di Walter a Weimar.
Libri di musica. Dettagli in marmo nero, che apprezzo. Piccole pile di libri qui e là. In cima a una, “Haendel”. E il concerto è proprio dedicato a questo compositore. “Haendel in Harlem”, il titolo. Come se il compositore, vissuto nel ‘700, avesse fatto un viaggio a Manhattan ai nostri giorni e si fosse incrociato con le sonorità harlemite. Questo non a caso: a quanto ci spiega il sassofonista, il ritmo di Haendel è vicinissimo al jazz. E in effetti scorpriremo che lo è.

Non avevo mai assistito a un concerto da camera. Ma ora capisco cosa li rende speciali, questi concerti, e perché si chiama “musica da camera”: la eseguivano nelle sale delle corti per divertire i principi (contrapposta alla musica di teatro o di chiesa). L’esperienza è davvero principesca: lo spettatore gode al massimo grado della musica. E’ come sentirla dritta nella pancia, dentro nell’anima. In un teatro, per quanto piccolo, la musica si disperde. Nella sala di un appartamento tutto rimane lì.
Allora mi bevo questa musica, fino all’ultima goccia, fino all’ultima nota, dimenticando la minaccia del formaggio a pochi passi, il ghetto delle calzature fuori dalla porta e tanti poveri piedi orfani tutt’attorno.

E parlando di musica…Avete sentito a chi è stato assegnato il Pulitzer per la musica quest’anno? A Kendric Lamar. 🙂 Forse lo ricorderete per “Humble”, un signolo che mi fece impazzire lo scorso anno. La giuria della Columbia — ma voi sapevate che l’ateneo gestisce i Premi Pulitzer?! — ha così motivato riferendosi all’album DAMN.: “A virtuosic song collection unified by its vernacular authenticity and rhythmic dynamism that offers affecting vignettes capturing the complexity of modern African-American life”.
Questa vittoria fa la storia. E’ la prima volta che si premia un’opera non classica o non jazz. La prima volta che si premia un artista hip-hop.
A volte le cose possono cambiare 🙂
Yo, Kendric bro, yo.

Questa settimana sono andata al Walter Reade Theater del Lincoln Center a vedere “Zama” di Lucia Martel.
Diciamo subito che questo è un film di nicchia. Se siete appassionati di storia, post-colonialismo, vi piace il cinema che osa e siete disposti a incontrare una regia che si discosta dalle solite regie, allora “Zama” è pane per i vostri denti. In caso contrario, il film vi risulterà un po’… indigesto.

Presentato fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, “Zama” è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Antonio Di Benedetto, considerato un classico della letteratura argentina del Novecento e della storia del colonialismo in Sudamerica.

Ambientata nel diciassettesimo secolo, la narrazione vede per protagonista l’ufficiale argentino Don Diego De Zama, il quale, per ordine della Corona Spagnola, viene esiliato in Paraguay, lontano dalla moglie e dai figli. Zama brama ardentemente per tutto il film l’arrivo di una lettera che certifichi il sospirato trasferimento a casa, a Buenos Aires. Un’attesa infinita intervallata soltanto dalla misteriosa — incomprensibile — figura del bandito Vicuña Porto, la cui cattura potrebbe accellerare, agli occhi illusi di Zama, la su dipartita dal Paraguay.
La permanenza di Zama nella colonia spagnola — un vero e proprio esilio napoleonico — lo costringe a vivere una specie di condizione da teatro dell’assurdo, mentre aspetta aspetta e aspetta una liberazione che non arriva mai. Godot-style.

Moviers, non credo di aver mai visto un film così. E per me potrebbe aprire un nuovo filone. Quello del film storico in cui la storia è vista attraverso l’occhio distorto di un personaggio ieratico, praticamente sempre zitto, dalla sanità psicologica compromessa, e parallelamente, da una regista che se ne infischia del genere “storico/in costume” ma si concentra piuttosto su come proporre una riflessione potente sull’insensatezza del colonialismo. Nel film la storia sfocia nel visionario, grazie anche a una natura lussureggiante e vergine che si presta bene a una resa onirica come si vede in “Zama”.
Un nuovo filone perché non c’è la spasmodica ricerca da parte della regista, di ricreare il setting, i vestiti dell’epoca, il mobilio dell’epoca. Nessuna riconstruzione verosimile, nessun tentativo di mimare la realtà di un periodo storico. C’è, al contrario, la volontà di mostrare lo sciatto, il trucchetto che si cela dietro, o sotto —ovvero, metaforicamente, la menzogna, la balla, il marcio del colonialismo. Le parrucche settecentesche, indossate per dovere, non nascondono i veri capelli ma li lasciano intravedere platealmente. Gli appartamenti dei “signori” si confondono con le baracche degli indigeni. La commistione tra nobile e plebeo, tra umano e animale, trova il suo climax nella scena in cui un lama gironzola nell’ufficio del governatore.
Un film come “Zama” scardina i punti fissi del cinema storico — pensate a che lavoro di ricostruzione era stato “Barry Lindon” — e propone un prodotto che non somiglia a nulla di già visto, affidandosi a una narrazione stagnante, visionaria, a tratti fortemente enigmatica. Forse il viaggio del Capitano Benjamin Willard in “Apocalypse Now”, con la storia che incontra la follia nel personaggio di Kurtz, sono dei degni predecessori. Ma in Martel non c’è nessuna intenzione di rifarsi a nessun modello. L’assurdo è il destino riservato a Zama, espresso metaforicamente dal finale — lui, mutilato, trasportato in barca, in mezzo ad acque verdissime — e dall’ineffabile espressione che porta sul viso. Grandissima scena.
Un film che è un trip. Se non temete gli effetti collaterali, servitevi pure.
E anche per statesera è tutto, Moviers.

Questa settimana ho combinato dei pasticci con il WiFi, cancellando alcune foto, mannaggiamme. Per questo il Frunyc III di questa settimana è un po’ magrino — ma vedrete alcune immagini spettacolari dell’uscita in barca sull’Hudson di oggi. 😉
Mi rifarò la prossima settimana!

Ringraziamenti tanti, e saluti, stasera, fastidiosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

Let’s Movie CLXII

Let’s Movie CLXII

SFIORANDO IL MURO
di Silvia Giralucci
Italia, 2012, 51’
Mercoledì 3/Wednesday 3
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro
Watch out! Regista in sala!!

Futuristici Fellows,

Allora una sera di finta primavera con una prima vera vera, uno se l’aspetta di trovare questo dal Mastro. “Questo” sta per la sala sold-out e la frenesia dell’evento e l’Anarcozumi che controlla che tutto si svolga come deve svolgersi. Certo uno NON si aspetta di trovare il Presidente della Regione (Provincia, Fru, PRO-VIN-CIA!), Alberto Pacher, e tutti i produttori del film, e RAICinema e telecamere e fotografi e stampa e tutto il carrozzone mediatico che si muove quando si verifica quel fortunoso fenomeno del cosiddetto Something-Big-Is-Going-On.

Io sfioro sempre quella strisciolina liminale tra puntualità e ritardo da cui sono fatalmente attratta. Ma dentro, dentro in sala c’è già la Honorary Member Mic ad attendermi e lei sì che è una che pianifica le vere prime come si deve, attraverso quel sistema geniale che si chiama “prenotazione con largo anticipo”. Grazie a questo sistema, ho potuto guardare con sprezzo e superiorità il cartello che campeggiava sulla porta del Mastro ― “I posti per il film ‘Un giorno devi andare’ sono esauriti”. Consiglio a tutti i Moviers di far proprio questo sistema della “prenotazione con largo anticipo” quando ci sono questi eventi, in modo da sfoderare quanta più indifferenza possibile  davanti all’irreversibilità del sold-out. 😉

Non escludo che tra la ressa di spettatori presenti ci fossero altri Fellows, anzi ne sono convinta ― vi prego, lasciatemelo credere, che naufragar m’è dolce in questo mare. E lasciatemi anche ringraziare l’Anarcozumi, la mia Zu, la cui la spola fra Trentino Film Commission e Trento Film Festival riesce sorprendentemente/magggicamente bene e a cui dobbiamo happening come quello di giovedì. Mettere insieme tutto e tutti, coordinarsi con uffici e persone, enti e istituzioni, opere ed omissioni, richiede una dose massiccia di sangue freddo (ce l’ha), di liquidi sempre a portata di mano (ce li ha) e di autentica capacità di problem-solving (non quella che gonfiamo sui curricula, ma quella vera vera, e lei ce l’ha). Insomma, la Zu totalizza un sacco di punti spuntati dalla lista “cielo-manca”, e di questo c’eravamo accorti tutti da mo’. Certo la sua fiamma da ribelle è sempre pronta a divampare, ma d’altronde, possiamo chiedere al fuoco di non bruciare? Jamais!

Un grazie anche al nostro Mastrantonio, ovviamente, senza la cui Sala 3, tutto questo non sarebbe stato possibile ― Mastro, questo ringraziamento altisonantemente formale, segnatelo. 😉

E adesso? Adesso sto indugiando sulla soglia…. Come quando dovete andare ma non volete andare, e allora v’intrattenete, spalla contro stipite, a chiacchierare del più e del meno… Non che non voglia parlare di “Un giorno devi andare” eh. Ma vedete, è un film difficile, che mi sentirei di consigliare a pochi, anche se forse sarebbe utile a tanti. Come ho avuto già modo di dire, il tema principale è quello delle vie del dolore, e dei modi diversi e personali con cui ciascuno di noi le affronta. Giorgio Diritti in sala ha detto che per lui “Un giorno devi andare” è la storia di un viaggio che la protagonista intraprende per trovare se stessa. Ed è vero: Augusta lascia il Trentino dopo una grande sofferenza (la perdita di un bambino e l’impossibilità di averne altri) e si trasferisce in Brasile, dapprima legata a una missione cattolica, e poi per conto suo fra la gente delle favelas. Però io penso ― ma è una mia opinione ― che tutta la nostra vita sia questo, un viaggio per cercare noi stessi; e se poi a un certo punto ci troviamo, tutto di guadagnato, e se vaghiamo tutta la vita nella ricerca, ci avremo guadagnato comunque (più punti miles&more che calli, spero).

Quindi per me la storia del film è più una specie di tentativo di terapia che Augusta prova su se stessa per vedere se riesce a guarire da quel male. A un certo punto comprende che la Fede, quella canonica, quella nazionalpopolare, su di lei non ha effetto: quindi la lascia, lasciando la missione in cui prestava aiuto e partendo da sola, e quello è il VERO viaggio, quello staccato dal cammino già battuto dalla religione cristiana sulle tracce di una SUA religione, o ragione ― e non è forse un caso che i due termini si somiglino così tanto, perché cos’è la religione se non la volontà estrema di trovare una ragione? Il film propone anche questo: l’idea che non ci siano solo tante religioni istituzionali, ma che ce ne siano anche tante, tantissime di personali che non necessariamente coincidono con il singolare assoluto, delLA Religione canonica.

Capite ora perché vi dicevo che è un film difficile? Se poi aggiungete anche un certononsoche francese. Dicasi “uncertononsoche francese”: silenzi ― molti, lunghi ― scene di grandi panoramiche paesaggistiche, o di microdettagli piccolissimi sempre sprofondati nel silenzio (dalle foreste pluviali alle formiche), sub-trame tragiche ― vedi la ragazza brasiliana che perde il bambino ― e una netta sensazione di film di qualità che intimorisce un po’.

Dopo la visione Diritti ha aggiunto che è anche un film sulla possibilità di ricominciare, sulla speranza. E forse ha ragione. E la peculiarità di questo film è che questi barlumi di speranza che bucano la notte in cui Augusta vive e combatte, non si trovano alla fine (tipo come alla fine di un percorso, e come ci si aspetterebbe), ma sono sparpagliati in tutto il film, mentre la fine è una non-fine ― c’era da aspettarselo, anche le non-fini rientrano nel certononosoche francese, a pensarci. Non c’è una linearità, c’è piuttosto un andare avanti, un tornare indietro in una danza imprevedibile che rispecchia in fondo l’assoluta imprevedibilità dell’esperienza che lei sta vivendo (comprendere il male e tentare di superarlo). La parte conclusiva vede Augusta accampata su una spiaggia, sferzata dal vento e dalla pioggia, in un delirio di solitudine, di lotta contro i propri demoni, di sfinimento fisico e psichico… Perché a volte quello bisogna fare…Mondarsi per rammendarsi….A volte è così….
Quindi se andrete a vedere “Un giorno devi andare”, siate preparati a incontrare delle situazioni che vi faranno pensare alla vostra vita, al vostro percorso. Parla direttamente di noi, e il tribolare di Augusta, ce lo portiamo appresso, dopo. Quando uscite dalla sala e anche il giorno dopo, e quello dopo ancora…

Ci sarebbe tanto altro da dire, ma la settimana scorsa il fedele Fellow di Via Falz ha meravigliosamente definito “oceanica” la mail domenicale di Let’s Movie ― senza intenti critici eh, solo quantistici ― e per quanto mi piaccia essere atlantica e indiana ― certo non pacifica! ― devo imparare ad arginarmi un po’…. Non è che puoi inondarli tutte le volte così, Board! 🙁

Questa settimana ho deciso di fare la sto(r)ica e proporre

SFIORANDO IL MURO
di Silvia Giralucci

Il docufilm apre la rassegna cinematografica “Che storia! – Quando il cinema racconta la storia organizzata dall’associazione “Note a Margine” e al via proprio mercoledì dal Mastro. Così è descritta la rassegna: “…La rassegna cinematografica di impegno civile per ripercorrere le vicende che hanno segnato l’Italia negli ultimi cinquant’ anni e offrire un’occasione di confronto e dibattito su periodi molto controversi del nostro Paese”.

Sapete perché non dovete guardarmi con quegli occhi mamma-mia-che-pacco-Board?

  1. Il docufilm è stato presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, e questa è cosa buona
  2. La regista sarà presente alla proiezione. E questa è cosa molto buona.
  3. La regista è la figlia di Graziano Giralucci, prima vittima delle Brigate Rosse, quindi può raccontare gli anni di piombo da “insider”. E questa è cosa buonissimissima
  4. Riacquisiremo punti col Mastro dopo la parentesi “Nemiche per sempre”, pur non proponendo l’ultima nullità di Almodovar “Gli amanti passeggeri” ― non me ne volere Mastro, ma il declino di un regista proprio no! 🙁

Prima di salutarvi, vi lascio una gran verità. L’altra sera io e la Honorary si disquisiva sulla natura vaticinatrice del Fibra e viene fuori che entrambe siamo rimaste colpite dallo stesso verso, un verso che reputo adattissimo a Let’s Movie e che vi prego di tenere a mente: Let’s Movie non passa mai di moda, come la.

http://www.youtube.com/watch?v=iFTbElhF9dE (al minuto e 21)

E dopo questa parentesi rosa tra le parole bella zio, vi ringrazio dell’attenzione ― sicuramente offuscata dalle abbuffate pasquali ― vi faccio degli auguri che ormai sono un po’ appassiti ma che per qualche ora reggono ancora, vi costringo bonariamente a bagnarvi nelle acque non del lago di Tiberiade ma del Movie Maelstrom, e vi porgo dei gran saluti, che stasera sono RAPsodicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Questa settimana il Sergente Fed FFF ha saltato Let’s Movie per un buonissimo motivo: il concerto in onore dell’incommensurabile Fabrizio De André e dell’incommensurabile album “La buona novella”. Da quelle dieci canzoni sublimi, decido di salutare la Pasqua con “Il testamento di Tito”. http://www.youtube.com/watch?v=jyL5pCtPr8w

Se qualche volta sentiamo l’Italia come un paese troppo cialtrone e impossibile, e siamo arrabbiati e delusi, pensiamo che l’Italia ha partorito Fabrizio. L’Italia, in fondo, fa anche quello.

SFIORANDO IL MURO: Nel 1974, Silvia Giralucci ha solo tre anni quando suo padre Graziano, militante dell’Msi, viene assassinato dalle Brigate Rosse nella sede dell’Msi di via Zabarella a Padova. L’evento segnerà vivamente l’esistenza di Silvia, provocando in lei un profondo vuoto affettivo, materiale e sociale, ma anche politico. Il ricordo di una scritta che la regista vedeva campeggiare sul muro di fronte alla casa della nonna e il ritrovamento negli archivi di famiglia di alcuni filmati in Super8 diventano lo spunto iniziale per un viaggio nel passato e nella memoria storica del nostro Paese, ripercorrendo gli anni del terrorismo anche attraverso interviste ai protagonisti di un’epoca che mostra ancora diversi lati oscuri.

 

 

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More

Let’s Movie CLIII

Let’s Movie CLIII

LINCOLN
di Steven Spielberg
USA 2012, 150’
Lunedì 28/Monday 28
Ore 21:00/9:00 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria

From: [email protected]
To: [email protected]
Subject: Tarantinando a Trentoville e dintorni….

 Caro Quentin,

Lasciami partire con un Che peccato non essere riusciti a sincronizzare i rispettivi calendari in dicembre! Tu a lanciare “Django Unchained” a Los Angeles e io a New York! La prossima volta ci incontriamo “Da qualche parte in Texas”…
Ti scrivo per mandarti il feedback di Let’s Movie sulla tua ultima fatica, come mi avevi chiesto, tutto trepidante…

Giovedì eravamo in cinque a vederti al PornoRoma ―il PornoRoma è una sala cinematografica di Trentoville che ti piacerebbe, con quel suo retrogusto hot da B-movie all’italiana degli anni ’70, tra Edwige Fenech e Barbara Bouchet. C’era la Fellow Junior detta anche Jackie Chan,che ti segnalo per un eventuale “Kill Bill III”: è la nostra regina delle arti marziali e impersonare Black Mamba è un po’ il suo sogno ― caso mai Uma Thurman avesse appeso la tutina gialla al chiodo, vi metto in contatto. C’era il suo Miche(le), detto anche Miche Katana&Copacabana (per amor d’Aikido e Brasil), che si è dimostrato preziosissimo nell’intercettare i rimandi al genere western d’autore con cui hai infarcito il tuo film. C’erano i piccioncini Natasa detta Nat (che sta anche per “nut”, in un cocktail speciale di noccioline&nonsense) e Aleks detto ovviamente Prestige, che non erano ancora dei Moviers ma che ora, con quei due cine-nomini lì, lo sono diventati di diritto.

Questo per quanto riguarda giovedì sera. Ma devi sapere, caro Quentin, che “Django Unchained” è stato visto da una sfilza di Moviers spalmate su serate diverse: il Fellow Fiiiiii in primis, che ebbe la fortuna unglorious e pure un po’ basterd di vederlo in lingua originale, alla prima nazionale al Cinema Sacher di Roma, e pure alla presenza di Padron Nanni (Moretti) (della serie nun ce famo mancà gniente ar Testaccio) ― dall’Anarcozumi, dall’Honorary Member Mic, dalla Fellow Cap e dal Fellow Fra, (i magnifici 4 in avanscoperta) sabato scorso, dal Fellow Truly Done e dal Fellow steveAustin (Attenti a quei 2 English-speaking) lunedì e dal WG Mat in solitaria venerdì. L’entusiasmo dei Moviers è stato unanime, non fosse per quell’unica ombra di dubbio alta 2 metri d’un WG Mat poco convinto… Ma vedi, si è sentito colpito negli idoli (Trinità soprattutto), e vederli rivisitati come li hai rivisitati tu, be’, l’ha scosso… (Cerca anche di capire che lui è da cinefilia alta, tipo indonesiana o giù di lì…insomma, cerca di perdonarlo…).
Ma Quentin, dimmi come posso non cadere nella lode sperticata, e non sembrare eccessiva nell’elogio che il tuo Django merita? E a dimostrazione di quanto alto sia stato il gradimento collettivo, e non solo mio, ti mando in allegato la reazione a caldo del mio Fellow Fiii, che si premurò di mandarmi subito dopo la visione (sì, ha usato “paso doble”, perdona anche lui… ).
Innanzitutto la scelta tematica, la schiavitù, argomento poco battuto dalla cinematografia americana ― così sui due piedi mi vengono in mente solo “Il colore viola”, “Amistad”, “Jefferson in Paris” e “Toussaint”, e perdona me per averti riportato alla mente Spielberg, che quando si cimenta con la Storia ci fa rimpiangere parchi giurassici e squali ― un argomento che ha effetto patata bollente giacché sbatte in faccia agli americani che anche loro hanno avuto il loro buio medievale, tra ‘700 e ‘800. Tu hai preso questo argomento taciuto, e l’hai calato in un impianto western e ci sei riuscito in maniera così totalizzantemente naturale, come se non ci fosse nulla di più naturale che vedere uno schiavo liberto e un cacciatore di taglie di teutoniche origini a spasso per il Midwest…E sai, ho capito che tu non hai fatto uno spaghetti western: “Django” è altro. Tu hai guardato all’epica indogermanica, hai preso la coppia nibelunga Sigfriedo+Brunilde come riferimento, e l’hai fatta rivivere nella coppia black Django+Hildy trapiantandola in un contesto ottocentesco americano, e assurgendo i due, Django&Hildy, a rango di mito. Mentre nuotavo ieri, rigirandomi il film in testa, ho sputacchiato un’“Eureka!”: hai fatto nel cinema quello che Derek Walcott ha fatto con “Omeros” in letteratura! Solo che non volevi raccontare questa storia d’epica moderna e nera con il linguaggio dell’epos antico. Né tantomeno volevi seguire la cupa scia spielberghiana de “Il colore viola” costruendo un colossal di singhiozzi e lacrime. Allora hai scelto un genere che ti piace da morire, il western, ci hai sistemato dentro questi Sigfrido&Brunilde black, hai aggiunto il tuo amato splatter, la tua inarrivabile irriverenza, l’ironia taglia-tutto che usi dapper-tutto, hai scardinato il canone dei generi classici dall’interno, e hai cantato una storia che nessun bardo aveva mai cantato prima, mostrando la tragedia della schiavitù, la demenza bianca, e confermando, infine, il supremo potere del racconto.

Il western ti serviva anche per il tema ghiotto ghiotto del cacciar-taglie e per l’immenso personaggio del Dr. Schulz, immensamente interpretato da Christoph Waltz. Cacciar taglie vuol dire far del bene attraverso il male. Uccidere criminali è questo… E questo porta a dei crucci etici notati dallo stesso Django, e sottoposti a Schultz, nella scena in cui Django esita a premere il grilletto davanti a un criminale con il figlioletto accanto.

I personaggi sono tutti talmente miracolosamente black&white che la questione razziale si sovrappone a quella etica. Schultz rappresenta l’europeo illuminato che ripudia la schiavitù e affranca lo schiavo Django. Ma è anche quello che ammazza la gente per intascare quattrini! E questa bicromia, Quentin, tu la porti avanti con una precisione euclidea quando costruisci la geometria su cui poggiano le due coppie speculari Schulz (bianco)/Django(nero) e Candy(bianco)/Stephen(nero). Anche in questo caso, folletto super-foxy che non sei altro, ti diverti a sovvertire le pelli e i ruoli, e noi finiamo per trovarci davanti a Schulz che è un bianco “nero” (nel senso che si spende per la causa black) e a uno Stephen che è un nero “bianco” (nel senso che è stato fagocitato nella logica imperialistica “white”, perdendo così la sua identità da nero).

Lasciami spendere due paroline proprio su Stephen. Non so se ti rendi conto, ma tu, attraverso un incredibile&credibilissimo Samul Lee Jackson, sei il primo che porta sul grande schermo una figura ignorata dal cinema ma di grandissimo interesse storico-psicologico-letterario. Quella dell’overseer, il nero che nelle piantagioni di cotone faceva le veci del bianco, controllando che i neri sgobbassero, e riportando eventuali rivoltosi o simili al padrone. Sostanzialmente ciò che i kapot facevano nei campi di sterminio nazisti. Questi overseer diventano delle estensioni dei bianchi al punto di sviluppare una sorta di timor reverenziale/venerazione nei confronti del proprio Master e un disprezzo profondo per la propria gente. Potete immaginare con quali risvolti psicologici ― io nero aiuto te bianco a schiavizzare i miei simili… Stephen, il servo di Mister Candy, ne è l’epitome perfetta. E quando si  trova davanti a Django, che è sostanzialmente l’eroe, cioè quello che lui, nel suo io più profondo, vorrebbe essere ― un liberto che gira con un bianco e che persino dorme nella “grande” casa dei bianchi ― allora fa di tutto per distruggerlo. Django è il suo contrario, uno specchio dentro cui Stephen vede quello che non è ― ennesimo ribaltamento qui, furbastro Quentin… E bravo, bravissimo, Samuel Lee Jackson, la cui pelle non è mai sembrata così scura, e i cui occhi non sono mai sembrati così inqueitantemente Oscuri… Stephen è un personaggio che fa paura, perché la perversione del giusto determina mostruosità inimmaginabili ― come la complicità nel maltrattamento di migliaia di schiavi, nel caso di Stephen. E bravo bravissimo anche Leonardo Di Caprio. Gli hai dato il personaggio del citrullo pieno di sé: un bianco goloso, Mr Candy, con i denti guasti a furia di cibarsi di se stesso che sostanzialmente non capisce nulla di quello che la coppia Schultz+Django ha in mente… Non ci fosse il fido&furbo Stephen a spiegargli i piani dei due, Candy si lascerebbe tranquillamente infinocchiare… Un citrullo, sì…. Ma le conosciamo tutti, le nefandezze che i citrulli senza cervello ma con tanto potere riescono a combinare… Candyland ne è la prova. E non hai idea, Quentin, quanto io abbia apprezzato la chiusura del film, il monito cupo (e vero, purtroppo) di Stephen in punto di morte…un presagio che si alza minaccioso da una casa sul punto di esplodere… “Ci sarà sempre una Candyland”… Sì… Nonostante i candelotti di dinamite, nonostante il babum, nonostante il lieto fine, ci sarà sempre una nuova disgrazia storica da combattere…

E guarda, potrei scriverti delle ore sulla musica… Sulla polifonia che hai adottato. Anche qui, certo, il genere western ti ha permesso di affidarti a sonorità ben note di sergioleonina memoria ― il tributo a “Lo chiamavano Trinità” alla fine, per esempio, che tanto rabbrividire fece il WG Mat (perdonalo ancora). Ma non ti sei accontentato dell’ovvio. Hai attinto ad altri generi, e li hai abbinati a scene a cui nessun comune mortale le avrebbe abbinate ― e qui esce fuori la tua unicità, la tarantinità… Per esempio, la scena degli incappucciati del Ku Klux Klan che scendono in valle a cavallo, quella che io chiamo “la discesa dei deficienti”, che tu decidi di accompagnare con il Requiem and Prologue di Verdi…Ecco vedi, tu prepari tutti alla solennità, e invece questi si dimostrano essere degli imbecilli da manuale! Credo che questa scena entrerà di diritto nelle dieci scene più esilaranti del cinema ― del MIO cinema di certo, ma anche di altri, a giudicare dalle reazioni raccolte (vedi Honorary Member Mic) e dal numero di click su youtube, http://www.youtube.com/watch?v=q97sP1_W_IE. Anche in questo caso, tu mostri l’idiozia del KKK attraverso l’idiozia dei suoi seguaci… Nonn giudichi, mostri…

E poi, ma come cavolo ti è venuta in mente l’idea GENIALE di ricorrere all’hip-hop rappato?! Cioè, quando io ho sentito partire i bassi di questa http://it.musicplayon.com/play?v=360305 e di questa http://www.youtube.com/watch?v=7rHdyofwVlQ  avrei voluto alzarmi in piedi in mezzo alla sala e gridare “Ma quanto sei figo, Quentin”! Perché ci stanno così tutti, il soul e l’r&b, perché non sono un anacronismo, bensì l’evoluzione in chiave urbana dell’holler e del blues, i generi che sbocciano dalla tribolazione nei campi di cotone… Hai messo insieme Ennio Morricone, 2 Pack, James Brown, Elisa, John Legend…

E quanto al tuo cameo… Sulle prime ho pensato, eccolo qui, il mio Mister Vain, a cui non basta la gloria della cinepresa, vuole anche quella incisa sulla pellicola… Ma mi sono dovuta ben presto ricredere: non solo ti sei dato la parte di un cretinetti di prima categoria, ma ti fai pure saltare in aria, in un chiaro esempio di auto-IRriverenza… Anche qui, ma quanto sei figo?!

E non ti preoccupare per quel paio di chiletti che hai messo su ― anzi vedo che la dieta a zone che stai seguendo sta già dando i suoi risultati…. E poi, come dico sempre io, non c’è niente di più sexy del genio, anche con due chiletti di troppo…

Guarda, potrei continuare a tirare fuori argomenti su argomenti, tanto il film è fitto di spunti e genialate, ma non voglio trattenerti oltre… Giù un grazie per battute tipo “Ciao piccola peste” “Ciao grande peste” (Hildy a Django e viceversa). O “Non ci vedo un ca**o di niente” (i deficienti della discesa). O “Io sono solo più abituato agli americani di lui” (Django parlando di Schultz). “Mi piace come muori, giovane” (Django). Grazie anche per lo splatter della penultima scena, che per me è un tributo alla penultima scena di “Scarface”.

 Ci tengo a ringraziarti per il capolavoro che sei riuscito a tirar fuori da quella testolina, e che per me entra di diritto nell’Olimpo dei miei “Best of”. E pensare che temevi così tanto il nostro giudizio…

Ah, prima di chiudere… Confermami se devo esserci agli Oscar. Stiamo organizzando un C.d.A. per l’evento e devo organizzarmi.

Il tuo Board

Mailing Moviers!

Questa è l’email che ho appena mandato a Quentin, amico di vecchia data: ancora lo prendiamo in giro per le lacrime che versò dopo “Bambi”, l’unico film che l’abbia mai spaventato.

Al WG Mat volevo dire che non solo ho “registrato il tuo disappunto nella mia recensione, voce al dissenso”, ma che l’ho rivolto pure al diretto interessato. Non si dica che Let’s Movie censuri… Mi aspetto della sconfinata riconoscenza per questo… 😉

Ah, chiudete un occhio sul “paio di chiletti”…Altro che paio! Ma non potevo infierire, no, povero Quentin? Dopo il po’ po’ di capolavoro che ci ha regalato…

Volevo confermare anche al Sergente Fed FFF che dopo “Django” possiamo aprire ufficialmente la Maratona Tarantino, la Maratarantina… 😉

E a malincuore chiudo il paradiso Tarantino e apro il purgatorio Spielberg… Sì perché il film della settimana è

LINCOLN
di Steven Spielberg

Le aspettative per “Django” volavano alte ― e sono state quentessenzialmente soddisfatte ― tanto quanto i presagi su “Lincoln” pesano grevi… Lo propongo, tra le altre cose, per tener fede al fioretto numero 2 per il 2013: “avere meno pregiudizi cinefili” (visto che il fioretto numero 1 ― “fare meno sport” ― sarà miseramente disatteso, punto sul successo del secondo)…
Ce la farà Steven Spielberg a convincere il Board che si sbaglia di grosso e che lui è in grado, nonostante i citati “Amistad” e “Il colore viola”, di fare un film storico senza finire nel didascalismo lacrimoso e nell’apologia dell’americanità? E che non ci cucinerà un polpettone??
Bah..
Bah…
Ci giungono voci poco confortanti in merito…

Okay Fellows, credo di essermi dilungata abbastanza per oggi… Forse non avrei dovuto copia-incollarvi la mail per Quentin, ma ho pensato che l’avreste apprezzato (ho sentito un “non c’è limite agli errori di valutazione”, o sbaglio?). 🙂

Questa settimana al posto del Movie Maelstrom c’è l’allegato featuring il commento del Fellow Fiiiii, che vi prego di consultare (chiudendo un occhio, questa volta, su “paso doble” 🙂 :-)), e poi c’è sempre quella scocciatura del riassunto. E poi ci sono questi saluti, che oggi, dopo Django, sono missiva-e-massivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

 ALLEGATO per Quentin – Fellow Fiiiii – 21 gennaio 2012

“Django: AMAZING! Quell’uomo è un genio, un GENIO un GE NI O e se gmail avesse caratteri più grossi lo scriverei ancora più grosso. Un film lungo centosessanta minuti e rotti, durante i quali non sai (quasi) mai quello che sta per succedere, in cui il ritmo, il tempo, il pace è dettato in modo sovrano, assolutista e illuminato, dal regista: lui mette su il suo personale Matrix in pieno far west, e tu devi andare al suo passo; lui rallenta per mostrarti la danza dell’apparecchiatura di una tavola o la liturgia della redazione di un contratto, e tu devi rallentare con lui. Ho avvertito “lentezza” in un solo momento, e due minuti dopo tutto era già cambiato. E poi, dialoghi strepitosi (penso che vederlo in italiano uccida un buon cinquantacinque percento dell’efficacia), un gioco linguistico delizioso con l’inglese di oggi (dimmi tu quale mai traduzione di nigga potrà sostenere adeguatamente il paso doble tra il lessico schiavista del tempo che fu e lo slang nordamericano dei nostri dì!), la solita ironia/nonironia in tutto tutto, dalle inquadrature alla colonna sonora praticamente enciclopedica, il solito cameo del panciuto regista, che si regala la morte più spettacolare e cretina di tutte, le citazioni/allusioni, i soliti piedi che fino alla fine temevo venissero a mancare e invece no…
Note sparse: manderò a vederlo un paio di sessantenni che hanno visto l’originale e non conoscono Tarantino, e mi farò dire cosa ne pensano. La scena degli incappucciati alla caccia del negro sembra scritta da Mel Brooks. Elisa ce la poteva risparmiare, ma il resto della colonna sonora… sublime (tra l’altro se leggi tra i titoli di coda una delle canzoni è co-autorata da Jamie Foxx!).Quando il povero Django era appeso a testa in giù ho temuto davvero che stesse per succedere quello che sembrava stesse per succedere. L’eloquio del dottor Schultz è a dir poco godurioso… Ah, cavolo, dimenticavo l’ottimissimo Di Caprio, e poi Denzel Washington [errata corrige: Ovviamente si disregarda l’incolpevole Denzel e lo si sostituisce con Samuel L. Jackson!], lasciando stare i due protagonisti….vabbè, mi fermo. BEL-LO”.

LINCOLN: In una nazione divisa dalla guerra e spazzata dai venti del cambiamento, Lincoln osserva una linea di condotta che mira a porre fine alla guerra, unire il paese e abolire la schiavitù. Avendo il coraggio morale ed essendo fieramente determinato ad avere successo, le scelte che compirà in questo momento critico cambieranno il destino delle generazioni future…

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...
Read More