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LET’S MOVIE da NYC commenta “SICILIAN GHOST STORY” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia

LET’S MOVIE da NYC commenta “SICILIAN GHOST STORY” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia

Mimbarco Moviers

sulla Miss Liberty, una mattina gelida, un paio di domeniche fa. Il cielo sopra è grigio, l’acqua sotto ancora peggio. Mi vieto di pensare quali contenuti possa contenere.
La Miss Liberty è diretta a Ellis Island.
È una traversata che rimando sin da quando sono arrivata qui, due anni fa — sì, già due anni, il 2 novembre scorso.
Perché?
Perché Ellis Island, prima di essere un luogo geografico, con i suoi muri e le sue porte, i suoi mattoni e il suo pontile, è un luogo del pensiero.
Lì, in quella forma tutta mia di quel posto, ci sono stata infinite volte. Ne ho camminato i corridoi, fatto su e giù per le scale. Ho sentito i mormorii dei sogni, e lo schianto delle aspettative.
Per far capire quanto quell’isola pesi nel mio immaginario, vi dico che ci ho scritto una serie di quindici poesie, prima ancora di metterci piede. Mi ha accompagnato in Spagna, mi accompagna qui, indipendentemente dal quartiere in cui io mi trovi. È come una presenza costante, Ellis Island.
E questo perché parla di me, declinandomi al passato. Io sono — well, noi siamo — tutti declinati al presente, ovviamente. Ma ci sono delle situazioni, oppure dei posti, che hanno la facoltà di scrivere chi siamo al passato.
Questo succede, per me, a livello dello spirito, con Ellis Island.

Poi, quando un luogo mentale diventa fisico, ovvero quando ci portate il vostro corpo, e quei corridoi e quelle scale, li camminate con le vostre gambe, l’esperienza esercita un impatto doppio.
L’ho rimandata perché temevo che l’impatto sarebbe stata troppo forte. Che il momento in cui l’esperienza fisica avrebbe incontrato quella emotiva sarebbe stata una collisione, un punto di rottura.
Non volevo disintegrarmi.
A voi non capita mai di temere di disentegrarvi, a un certo punto? A me sì. Come se la pressione fosse troppa, e si implodesse, e il nostro petto finisse in un’infinità di stelle.
Non sarebbe una brutta morte, a ben vedere.
A ogni modo, non è successa. La collisione. La rottura. È stata invece, una congiuntura. Una congiunzione, direi. Tra passato e presente.

All’inizio del ‘900 Ellis Island ha rappresentato la porta d’ingresso per gli Stati Uniti. E non solo per gli italiani. Ma per mezza Europa. Irlandesi, greci, polacchi, russi, ebrei, slavi, you name it. Tutti a imbarcarsi in un viaggio che non finiva dopo i nove giorni di traversata, ma che dopo nove giorni di traversata, cominciava.
Il raffronto tra quegli immigrati storici e gli immigrati di oggi è scontato. Allora non avevano letteralmente nulla. E non parlo di averi fisici. Ma di conoscenze intellettuali. Non conoscevano la lingua. Molto spesso non sapevano leggere e scrivere nemmeno nella loro lingua madre.
L’idea di arrivare in un paese senza padroneggiarne il linguaggio m’inquieta da sempre. La lingua non è solo comunicazione, ma è anche giustizia. Potere. Esserne privato ti mette alla mercé di qualcun altro.

La maggior parte degli immigrati italiani non veniva dalle città. Quindi molto probabilmente non aveva mai visto un palazzo alto più di quattro piani. Oppure un tram. Oppure un ponte. Figurarsi cosa doveva essere ritrovarsi con la skyline newyorkese in lontananza — il Brooklyn Bridge di fronte, la Statua della Libertà sulla sinistra. Tantissimi grattacieli stavano spuntando proprio in quegli anni. La città era tutta un cantiere.

Mi ha colpito, del posto, la dimensione. Per la prima volta da ché sono sul suolo americano, qualcosa non mi è apparsa smisuratamente grande. Al contrario, direi che la struttura centrale è di dimensioni contenute, viste le quantità di sbarcati da accogliere e smistare. La registry room è spaziosa, sì, ma non ginormous, come si dice da ‘ste parti il superlativo di enorme.
Forse le misure mi sembrano ridotte perché lo spazio — a parte la registry room — è suddiviso in tante piccole stanze, in cui venivi fatto passare nel tuo percorso verso la goilden door — la porta d’oro che ti cinsentiva l’accesso al Nuovo Mondo.
Inspection room e mental room, dove ti visitavano e ticket room, dove acquistavi il biglietto per il treno che ti portava in New Jersey, o in Pennsylvania, o in Iowa.

Sono i controlli sanitari, quelli che più rimangono impressi. Il modo bruto in cui ti spogliavano e controllavano. Se eri troppo magro, troppo smunto, troppo verde o troppo giallo — immaginatevi la tonalità dell’incarnito dopo una traversata in mare di dieci giorni — troppo scuro — noi italiani eravamo i white niggers, ricordate? — oppure se camminavi un po’ storto, se ti rigiravi troppo le dita, se uno di questi “se” ti capitava, facile che il dottore di turno ti facesse marchiare la giacca con una croce. Se succedeva, ti beccavi una “thorough examination”, il che voleva dire, una visita da capo a piede.
Ma quello più impressionante era il “weeding out process”, ovvero “lo sfoltimento”, che avveniva tramite test volti a valutare le tue capacità logiche e di “buon senso”.

Tra queste, delle domande assurde, e molto spesso, a trabocchetto.
“Come lavi le scale? Dall’alto verso il basso, o dal basso verso l’alto?”.
Pauline Notkoff, un’immigrata polacca arrivata in America nel 1917, racconta che una ragazza, proveniente dalla sua città, a quella domanda rispose “Io non vado in America per pulire le scale”.
Chissà se la risposta piacque agli ispettori sanitari tanto quanto piace a noi.
Tra i modi in cui venivano distinti gli immigrati: feeble-minded, mental defective, constitutional inferior, idiot, stupid, moron.
I test a cui venivano sottoposti potevano essere difficili. Oggi sappiamo che alcuni dottori portavano i test a casa e li sottoponevano a parenti e amici, just for fun. E loro stessi, individui scolarizzati, parlanti nativi della lingua e colti, non li superavano.
Figurarsi un immigrato da Acitrezze, Spilinbergo, o Borgo Valsugana!

Ci sono storie raccapriccianti di famiglie divise. Il marito trovato “non idoneo”, la moglie “idonea”. Il marito deportato a casa. La moglie lasciata sola sulla soglia di una vita immaginata a due.
Un bambino morto di polmonite nell’ospedale di Ellis Island — le visite dei famigliari non erano consentite. Una ragazzina con una banale infezione al cuoio capelluto ha trascorso otto mesi nell’ospedale di Ellis Island.
Senza dire una parola, senza vedere i genitori.

Oggi tante delle sale di Ellis Island ospitano delle fotografie che raccontano l’esperienza del migrare.
Io sono andata sulle tracce di quella italiana. Dai cartelloni che pubblicizzavano la Cunard Line, “la prima congiunzione celere diretta fra Trieste e Nuova York”, oppure La Veloce, che partiva da Napoli, oppure la White Star Line, che collegava New York, Boston e Genova. E ancora L’Esperia, “l’Assicurazione degli Emigranti”, che, dietro il versamento di dieci Lire, assicurava “Lire Milleduecento in caso di decesso infra i trenta giorni della data d’imbarco pagabili agli eredi”.
Una bella foto immortala alcune migranti, cariche di bauli. In lontananza una stazione ferroviaria molto famigliare a noi italiani, con la sua mezza luna di vetro: Milano Centrale.
Victor Tartarini, immigrato nel 1921, disse, in un’intervista del 1985: “America was a bid deal in those days… Because when they sent a letter or a picture… It was a big deal… Everybody thought everybody was rich in America… The Italian people, they thought America was gold”.
Il mito dell’America, era tutt’un mito. Una narrazione. Una fantasia — come ci ha mostrato benissimo Emanuele Crialese in “Nuovomondo”, immaginando mari di latte e alberi carichi, appunto, d’oro. Quegli immigrati non impiegarono molto a capire che così non era. Che i mari non erano di latte, e che gli alberi non erano carichi né d’oro. Ma anche se le difficoltà erano indubbie, chi riusciva a raggiungere Manhattan, capiva immediatamente che il potenziale di quel nuovo sconfinato paese era esso stesso sconfinato. Per questo così tanti italiani prosperarono qui. Capirono una massima che ancora vale oggi, e che mi piace molto. Qui si dice “the sky is the limit”. Nessun tetto a quanto in alto la tua immaginazione può puntare. Questo non significa che non cadrai e ti farai del male, cercando di raggiungerlo, quel cielo.
L’America è un paese fatto sulle rovine di chi non ce l’ha fatta, ma il fallimento è previsto nel percorso per raggiungere quella felicità custodita nel Primo Articolo della Dichiarazione d’Indipendenza. Se cadi, ti alzi e ci riprovi. Fino a esaurimento. E nessuno ti tratta da pariah. Nessuno ti giudica se hai fatto l’avvocato, venduto burritos, recitato in una commedia Off Broadway che non è mai decollata, o aperto un agenzia per cuori solitari che Tinder ti ha fatto chiudere dopo un mese di attività.
Questa forse, è la vera grande libertà dell’America. La possibilità di rivendicare il diritto all’errore, e al cambiamento. In Italia, siamo più marmorei. Se studiamo medicina, faremo per sempre i dottori, anche se, a un certo punto, non ci andrà più. Se riusciamo a guadagnarci un impiego nel pubblico, rimarremo nel pubblico fino alla pensione — se baby, meglio — e faremo tutto quanto in nostro potere per infilare il figlio nell’ambiente e fargli prendere quella strada sicura. Ecco, qui in America, non è così.
Non ci sarà la sanità pubblica, l’istruzione t’indebita fino alla crisi di mezz’età e non si scrostano gli infissi prima di ridipingerli (!), ma almeno le persone ci provano.

Io non sono un’immigrata storica. Sono un’expat –di lusso– di oggi. Non avevo una valigia. Ne avevo sei –suddivise in viaggi diverso, a mia discolpa (!). Non avevo in bocca il silenzio dato dal non sapere una lingua. Non avevo la miseria a mangiarmi i calcagni.
Eppure, io, come loro, ho lasciato il paese che mi ha partorito. Io, come loro, ho chiuso una porta.
Gli immigrati di ogni epoca passano tutti per Ellis Island.

Dopo di lei, ho proseguito il mio viaggio fino a Liberty Island, l’isolotto a forma di pepita che ospita Lady Liberty. Da Ellis Island a Liberty Island ci sono quattro minuti di traghetto, quindi niente di troppo picaresco.
Lo ammetto, ci sono stata più per togliermelo dalla lista. Abitare a New York e non andare a porgere i propri omaggi alla Statua della Libertà, è come abitare a Parigi e schifare la Tour Eiffel.
Ce n’est pas possible.
Proprio come non impressionavano le dimensioni di Ellis Island, non impressiona l’altezza, di Lady Liberty. Ormai siamo abituati a veder svettare chilometri di building in cielo, soprattutto dalle parti di Dubai. Impressiona, invece, la postura. Tutti questi anni a immolarsi in piedi, con quella fiaccola in mano, per rappresentare la libertà, e non solo in America, ma in tutto il mondo.

Quante ne avrà viste, Lady Liberty! È lì dal 1886. Ellis Island fu aperta sei anni dopo. Pensate quante navi le saranno sfilate davanti. In quanti occhi sognanti si sarà immaginata riflessa — non a caso fu considerata in quegli anni la “madre degli esuli”.
E pensate a quell’11 settembre 2001. La vista sulle Torri Gemelle sgombra, Lady Liberty ha assistito a tutto, ancorata al suo isolotto.
Quel giorno avrebbe voluto sedersi, penso. Poggiare la fiaccola per terra, e sedersi.
Anche oggi, penso, le deve costare una gran fatica, rimanere in piedi, reggere quella fiamma, quel simbolo.
La libertà è lavoro, dedizione. Dovrebbe essere un diritto inalienabile, ma non lo è.
Dobbiamo partire dal presupposto di dovercela guadagnare tutti i giorni.

Ogni volta che penso alla libertà, mi viene in mente Napoleone, che della sua corona, diceva: “Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca”.
Ecco, io sostituisco alla corona la libertà.
Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca.

Questa settimana vi parlo di un film italiano. Ebbene sì, arrivano anche qui. 🙂
A Sicilian Ghost Story” di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, che ha aperto la Semaine de la Critique all’ultimo Festival di Cannes.
Ieri c’era Antonio Piazza a presentarlo al Quad Cinema, quindi sono andata ancora più volentieri.

“A Sicilian Ghost Story” racconta, con linguaggio che sconfina nel soprannaturale, la terribile vicenda di cronaca che vide per protagonista, nel 1994, il giovane Giuseppe Di Matteo, il ragazzino rapito, ucciso e sciolto nell’acido da sicari della mafia perché reo di essere figlio di un pentito che aveva deciso di collaborare con le forze dell’ordine.
Diciamo che una storia del genere va raccontata a priori. Il cinema è anche luogo in cui far sopravvivere la memoria. Persino — soprattutto — la memoria di cui ci si vergogna, come paese. Un atto barbaro come quello subìto da Giuseppe non deve essere mai dimenticato.
Io mi sono resa conto che non lo ricordavo — ero adolescente, va be’, ma c’ero. Ricordo che negli anni ’90 si parlava molto di pentiti e di bidoni di acido. Ma non ricordavo Giuseppe di Matteo, rapito a tredici anni, ucciso a quindici. Nel 1996.

Dire per immagini un fatto del genere non è impresa facile. Piazza e Grassadonia escludono il realismo di stampo cronachistico e preferiscono una soluzione che mescola generi cinematografici diversi, tra cui il fantasy, la favola gotica, il teen-movie, raccontando questa storia dalla prospettiva —inventata — di Luna, una compagna di scuola innamorata di Giuseppe decisa, dopo la sparizione del ragazzo, a trovarlo.
E’ evidente l’obbiettivo dei due registi di mantenersi fedelissimi alla storia — e questo è stato confermato anche dal regista Piazza alla fine della proiezione — ma di adottare una serie di archetipi che parlassero la lingua fantastica. A cominciare dal bosco, dove tutto bene o male ha inizio, oppure dal personaggio gelido della madre di Luna — una vera e propria matrigna di stampo favolistico — o ancora i mostri che perseguitano i due ragazzi, come il pitbull da cui scappano, oppure ancora la fedele migliore amica di Luna, che giunge in suo soccorso e le salva la vita.
Il tentativo di ridisegnare in termini artisitici i contorni di una vicenda così dolorosa per la storia italiana è degno di merito. E anche se non è l’unico caso in cui si vuole portare il fantasy in Italia — ricordiamo i film dei Manetti Bros, ma anche “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti — sappiamo bene quanto ancora refrattaria sia certa Italia a un linguaggio cinematografico altro da quello realistico.

Tuttavia il film non mi ha conquistato. E questo soprattutto per via della recitazione. Gli attori scelti, spiace dirlo, mancano totalmente di naturalezza. Si vede tutto il tempo che stanno recitando una parte.
Forse questo è dovuto anche a dei dialoghi poco efficaci, oppure forzati. Mi chiedo che film sarebbe stato, “A Sicilian Ghost Story”, se il cast fosse stato diverso. Se il copione fosse stato scritto come se a parlare fossero due adolescenti e non due adulti che fanno parlare due adolescenti.
Onestamente, durante il film, non vedevo l’ora che finisse. E mi sentivo in colpa perché un film così va promosso e guardato. Soprattutto dalle nuove generazioni, che si sa, non vedono di là dal loro tablet.

E proprio questo ci ha detto Antonio Piazza dopo la proiezione. “Il film ha diviso la critica, ma viene fatto vedere molto in giro. Specie nelle scuole.” In effetti la critica italiana l’ha criticato, mentre la critica americana ha speso parole di elogio sul film, così come quella euopea e francese. Non a caso Cannes gli ha concesso l’apertura della Semaine de la Critique. Ed è stato incluso anche nel programma del New York Film Festival, il mese scorso.
In più, il Sundance l’ha pregiato del suo endorsement. Piazza ci ha spiegato di come il team del Sundance li abbia invitati a Salt Lake City, li abbia aiutati con la sceneggiatura, li abbia incoraggiati in tutto e per tutto, e fatto conoscere Robert Redford, naturalmente.
L’America, checché se ne dica, fa anche questo…

Prima della proiezione, Piazza ha detto che per molti anni lui e il co-regista Grassadonia sono stati arrabbiati con la Sicilia. Se ne sono andati. Non riuscivano più a guardarla in faccia.
Dopo la proiezione, gli ho chiesto se il rapporto con la regione è cambiato, se loro due sono ancora esuli, oppure se sono riusciti a tornare. Mi ha detto che la rabbia si è attenuata, che adesso vedono quanta volontà ci sia di andare avanti, di lavorare bene, di essere generosi. Che, insomma, in Sicilia non c’è solo il marcio.
Ha detto che per il momento hanno una casa a Roma e una casa a Palermo. Fanno la spola.
Credo che fare la spola sia un gran bel modo di vivere una vita.
Sempre in movimento, mai radicati in un unico posto.

In sala il pubblico era a dir poco scandalizzato da quello che vedeva sullo schermo. Non una domanda è stata fatta nel Q&A — a parte una perplessità di una spettatrice che non aveva capito se avesse davvero capito il finale (!).
Gli americani non sono abituati a vedere questo volto dell’Italia. Preferiscono le colline toscane, il Chianti e Ferragamo. Ma l’ho visto, il modo in cui s’irrigidivano o sbuffavano mentre sullo schermo s’intuiva l’omicidio di Giuseppe, il suo corpo sciolto in un bidone, e il contenuto vuotato in un lago. Credo che nessuno spettatore in sala potesse immaginare un tale abominio. Anche noi italiani fatichiamo ad accettare che quella è parte della nostra storia.
Io penso che sia giusto che l’immagine dell’Italia venga conosciuta nella sua complessità. Luogo d’indicibile bellezza, luogo d’indicibile infamia, da cui però abbiamo preso le distanze. Dopo gli anni ’90, anni sanguinosissimi, non si sono più sentiti casi simili. Questo non significa che ci siamo ripuliti totalmente dal marcio, ma che siamo sulla strada giusta.
Voglio crederci.

E anche per stasera è tutto, Fellows.
Nel Frunyc IV trovate le foto di questa settimana — e se scorrete in quelle passate, vedete anche Ellis Island.

Vi ringrazio sempre dell’attenzione, e vi mando dei saluti, stasera, atlanticamente cinematografici.

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 367 da NYC commenta “ZAMA” di Lucia Martel

LET’S MOVIE 367 da NYC commenta “ZAMA” di Lucia Martel

Mmm Moviers

che nervi.
Ricevo un invito a quello che si definisce un “boutique” concert.
Spieghiamo subito che “boutique” — e l’ho scoperto abitando qui — viene spesso utilizzato in forma aggettivale per indicare il carattere esclusivo, per pochi eletti, del sostantivo a cui si riferisce. Potete dire un boutique hotel, un boutique event, ma anche una boutique law firm — uno studio legale con pochi associati specializzato in casi di nicchia.
Se un concert si tiene in un appartamento privato al 22esimo piano del 10 di Park Avenue, capirete anche voi, si definisce inequivocabilmente “boutique”.
L’orario d’inizio è previsto alle 7:30 pm, ma mi si dice di arrivare almeno un quarto d’ora prima: per prendermi il posto migliore. Difficile trovare un posto peggiore quando gli spettatori sono venti, selezionatissimi, contati con il contagocce.
Ma obbedisco e parto da casa con largo anticipo, in modo da sfatare il mito del Board sempre perennemente trafelato. Il 10 di Park Avenue non ammete il trafelo, mi ammonisco mentre calcolo orari e metro.
Arrivo con un quarto d’ora di anticipo sul quarto d’ora di anticipo. Le 7. Allora me la prendo comoda e decido di camminare Park Avenue.

Mi sembra quasi di essere in un’altra città. East Side e West Side sono molto diversi. Vi dico come la diversità viene descritta? “Nell’East Side contano il numero di vestiti che si hanno nell’armadio. Nel West Side il numero di libri che si hanno in libreria” — molto felice di abitare nel West Side. 🙂 Me l’ha detto una donna che ha abitato nel West Side, ora abita nell’East Side, e non vede l’ora di tornare nel West Side.
Percorro gli isolati che dalla 33esima arrivano fino a Grand Central Station, alla 42esima. Sulla via incontro lo splendido edificio ultra-moderno della Scandinavian House — una specie di Istituto Italiano di Cultura versione scandinava — l’elegantissimo Hotel Kitano, che, con la sua facciata rosa tenue, si sposa benissimo con le magnolie in fiore che sorprendentemente riescono a fiorire nella striscia di terra che separa i due sensi di marcia di Park Avenue.
E penso. Chissà se ci sarà un torneo. Oppure se c’è stato. Tra East Side e West Side. Park Avenue contro Broadway. Queste due arterie definiscono New York City, sono l’inconicità fatta strada. Park Avenue è Arnold e il Monopoli. Broadway è West Side Story, Cats, Kinky Boots e tutti i musical che associate con i teatri del Theater District, il rettangolo tra la 40esima e la 54esima — West side, of course — e tra la Sesta Avenue e l’Ottava.
Se me lo chiedete, per me non c’è storia. Broadway vincerebbe il torneo tutta la vita.
Tuttavia ammetto che Park Avenue abbia un certo suo fascino. Anche soltanto percorrerla e chiedersi come saranno gli appartamenti dei palazzi che danno sulla strada. E come saranno le persone che li abitano. E come sarà abitare a una manciata di isolati da Grand Central Station, la stazione che è madre di tutte le idee che ci facciamo di una stazione ferroviaria americana. La hall grandissima di marmo beige, i binari al coperto il cui accesso è consentito solo se sei munito di biglietto. La stazione di “Carlito’s Way”, “Intrigo internazionale” e “Innamorarsi”, per dirne tre.
Penso talmente tanto che quasi sforo il quarto d’ora d’ozio. Shoot. Torno indietro fino alla 34esima.

Il 10 di Park Avenue ha una hall di quercia scura, luci gialle soffuse, divani in pelle e un caminetto. Appena varco la porta girevole, mi sembra di salire a bordo dell’Orient Express.
Entro in ascensore e pigio 22, e quando esco, è lì, in quel momento, che mi vengono i nervi.

Dalla porta dell’appartamento D, si dipartono, sul corridoio, due file di scarpe: una corre lungo il muro di destra e una lungo il muro di sinistra. Un millepiedi a forma di elle che non avrei mai voluto incontrare. Quando incontri quel millepiedi lì, hai già capito che ore sono.
Sulla porta, un cartello. Casomai non capissi.
“Please remove your shoes”.

So che questa è una pratica che disgraziatamente si pratica anche in Italia. L’ho sempre trovata detestevole. Se decidi di invitare qualcuno a casa tua, lo inviti a casa tua, fai di lui il tuo ospite dando forma a un libero atto di accoglienza. Non ti obbliga nessuno. Quindi dovresti accettare il pacchetto completo: la sua compagnia, la sua presenza di spirito e corpo, e anche i suoi germi. E dovresti mettere in preventivo che, dopo la sua dipartita, sì, potresti anche dover pulire il pavimento. Se la cosa ti scoccia, allora ti piacerà valutare lo spazio “party” da MacDonald’s per il prossimo get-together, così non dovrai più preoccuparti dei germi altrui.
Una volta si facevano scivolare gli ospiti sulle pattine. Anche quella, una soluzione assai misera, con gli ospiti che si muovevano come zombie per la sala.
Una volta si lasciava anche il cellophan sul divano.
Spero che quell’epoca sia passata. Se si vive una vita con il terrore di sciupare un sofà o di sporcare/rigare un pavimento, be’, allora davvero è meglio rivolgersi agli spazi “party” da MacDonald’s.
Perché insomma, non costringi nessuno ad affrontare l’imbarazzo di rimanere senza scarpe davanti agli altri, che certo, sono anche loro scalzi, ma loro non hanno ai piedi delle Michael Kors in plaid rosso e nero, quintessenza dell’adorabilità. Degli stivaletti che suscitano la stessa reazione “Oh my God, they are sooo cute” in qualsiasi soggetto di qualsiasi sesso, dai 9 ai 99 anni, ogni volta che le metti. Ecco, quelle scarpe lì, non le lasci fuori dalla porta — non metti baby in un angolo, per chi di voi mastica “Dirty Dancing”. Anche perché poi si sfascia tutto il disegno d’insieme, si rovina la poesia. Un boutique concert ha bisogno di un boutique dress, e un boutique dress, e un boutique dress di un paio di boutique shoes — non è che lo invento io, il pensiero consequenziale. Se le togli, casca il palco — casca anche il Board, da +12 cm a -12 cm.
Fingo di non vedere il cartello ed entro — la porta è socchiusa. Davanti a me, una quarantina di calzini sotto a una ventina di corpi. Un paio di donne guardano ai miei stivaletti, poi guardano me e il loro sguardo dice “ti credo che non vuoi toglierli”. Ma poi mi piego a questa barbara usanza, e scendo dalle meravigliose vette dei +12. Tuttavia lascio le mie due babies nell’appartamento, non fuori — e questo link vi aiuterà a capire cosa intendo quando parlo di cuteness.

C’è un’altra cosa che mi dà sui nervi. La riprova che la perfezione non è di questo mondo.
All’ingresso, un tavolo con degli stuzzichini. Tutto molto di classe. La disposizione del cibo meriterebbe un servizio fotografico in qualche rivista. Ma noto subito — il mio naso nota subito — che il protagonista di questa tavola è il formaggio. I formaggi. Ce ne saranno una decina di tipi — non esagero — tutti disposti in fetida mostra, nella più classica combinazione, molto amata a NYC, di cheese&crackers.
Ora, chi mi conosce sa della mia fobia verso qualsiasi tipo di formaggio: l’alimento creato dal diavolo per impestare i frigoriferi di tutto il mondo. Fatico a sopportarne la vista, non parliamo dell’odore. E di quello, di odore, nella stanza, ce n’è tanto. Troppo.

La perfezione non esiste, ma la fortuna sì. Rimane un unico posto libero per sedersi — mi chiedo a che ora sono arrivati gli altri spettatori. E il posto è nel punto più lontano dal tavolo. Negli anni ho sviluppato l’abilità di respirare con la bocca, quando mi trovo vicina a fonti casearie — innumerevoli sono state le volte in cui ho dovuto ricorrervi. Ma trascorrere tutto un concerto a lottare con la puzza, avrebbe compromesso l’apprezzamento, e il ricordo, del concerto stesso.
Proust aveva la petite madeleine a fungere da grilletto della memoria. Io non voglio avere il camembert.
Digressione. Ma perché non si può imbandire un tavolo con cup-cakes alla fragola, mousse al cioccolato, biscotti alla vaniglia? Perché non si può fare del cibo un deodorante per l’ambiente, ma si opta invece per il puteolente, per il mefitico?
Per come la vedo io, ci dovrebbe essere una legge che vieta di abbinare il formaggio a musica di livello celestiale come questa.
Haendel a Park Avenue, gommose alla frutta.
Sagra di paese in Valsugana, puzzone di Moena.

La sala dell’appartamento ha due finestre che danno su Park Avenue e una finestra che dà sulla 33esima. Non voglio immaginare gli zeri di questo appartamento, anche se li vedo tutti nella classe non ostentata dell’arredamento. Pochi pezzi. Un pianoforte a coda in mezzo alla stanza, un pianoforte a muro accanto a un muro. Due lampade in stile Gropius — due semplici bocce sorrette da due semplici tubi di alluminio che avresti trovato nella casa di Walter a Weimar.
Libri di musica. Dettagli in marmo nero, che apprezzo. Piccole pile di libri qui e là. In cima a una, “Haendel”. E il concerto è proprio dedicato a questo compositore. “Haendel in Harlem”, il titolo. Come se il compositore, vissuto nel ‘700, avesse fatto un viaggio a Manhattan ai nostri giorni e si fosse incrociato con le sonorità harlemite. Questo non a caso: a quanto ci spiega il sassofonista, il ritmo di Haendel è vicinissimo al jazz. E in effetti scorpriremo che lo è.

Non avevo mai assistito a un concerto da camera. Ma ora capisco cosa li rende speciali, questi concerti, e perché si chiama “musica da camera”: la eseguivano nelle sale delle corti per divertire i principi (contrapposta alla musica di teatro o di chiesa). L’esperienza è davvero principesca: lo spettatore gode al massimo grado della musica. E’ come sentirla dritta nella pancia, dentro nell’anima. In un teatro, per quanto piccolo, la musica si disperde. Nella sala di un appartamento tutto rimane lì.
Allora mi bevo questa musica, fino all’ultima goccia, fino all’ultima nota, dimenticando la minaccia del formaggio a pochi passi, il ghetto delle calzature fuori dalla porta e tanti poveri piedi orfani tutt’attorno.

E parlando di musica…Avete sentito a chi è stato assegnato il Pulitzer per la musica quest’anno? A Kendric Lamar. 🙂 Forse lo ricorderete per “Humble”, un signolo che mi fece impazzire lo scorso anno. La giuria della Columbia — ma voi sapevate che l’ateneo gestisce i Premi Pulitzer?! — ha così motivato riferendosi all’album DAMN.: “A virtuosic song collection unified by its vernacular authenticity and rhythmic dynamism that offers affecting vignettes capturing the complexity of modern African-American life”.
Questa vittoria fa la storia. E’ la prima volta che si premia un’opera non classica o non jazz. La prima volta che si premia un artista hip-hop.
A volte le cose possono cambiare 🙂
Yo, Kendric bro, yo.

Questa settimana sono andata al Walter Reade Theater del Lincoln Center a vedere “Zama” di Lucia Martel.
Diciamo subito che questo è un film di nicchia. Se siete appassionati di storia, post-colonialismo, vi piace il cinema che osa e siete disposti a incontrare una regia che si discosta dalle solite regie, allora “Zama” è pane per i vostri denti. In caso contrario, il film vi risulterà un po’… indigesto.

Presentato fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, “Zama” è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Antonio Di Benedetto, considerato un classico della letteratura argentina del Novecento e della storia del colonialismo in Sudamerica.

Ambientata nel diciassettesimo secolo, la narrazione vede per protagonista l’ufficiale argentino Don Diego De Zama, il quale, per ordine della Corona Spagnola, viene esiliato in Paraguay, lontano dalla moglie e dai figli. Zama brama ardentemente per tutto il film l’arrivo di una lettera che certifichi il sospirato trasferimento a casa, a Buenos Aires. Un’attesa infinita intervallata soltanto dalla misteriosa — incomprensibile — figura del bandito Vicuña Porto, la cui cattura potrebbe accellerare, agli occhi illusi di Zama, la su dipartita dal Paraguay.
La permanenza di Zama nella colonia spagnola — un vero e proprio esilio napoleonico — lo costringe a vivere una specie di condizione da teatro dell’assurdo, mentre aspetta aspetta e aspetta una liberazione che non arriva mai. Godot-style.

Moviers, non credo di aver mai visto un film così. E per me potrebbe aprire un nuovo filone. Quello del film storico in cui la storia è vista attraverso l’occhio distorto di un personaggio ieratico, praticamente sempre zitto, dalla sanità psicologica compromessa, e parallelamente, da una regista che se ne infischia del genere “storico/in costume” ma si concentra piuttosto su come proporre una riflessione potente sull’insensatezza del colonialismo. Nel film la storia sfocia nel visionario, grazie anche a una natura lussureggiante e vergine che si presta bene a una resa onirica come si vede in “Zama”.
Un nuovo filone perché non c’è la spasmodica ricerca da parte della regista, di ricreare il setting, i vestiti dell’epoca, il mobilio dell’epoca. Nessuna riconstruzione verosimile, nessun tentativo di mimare la realtà di un periodo storico. C’è, al contrario, la volontà di mostrare lo sciatto, il trucchetto che si cela dietro, o sotto —ovvero, metaforicamente, la menzogna, la balla, il marcio del colonialismo. Le parrucche settecentesche, indossate per dovere, non nascondono i veri capelli ma li lasciano intravedere platealmente. Gli appartamenti dei “signori” si confondono con le baracche degli indigeni. La commistione tra nobile e plebeo, tra umano e animale, trova il suo climax nella scena in cui un lama gironzola nell’ufficio del governatore.
Un film come “Zama” scardina i punti fissi del cinema storico — pensate a che lavoro di ricostruzione era stato “Barry Lindon” — e propone un prodotto che non somiglia a nulla di già visto, affidandosi a una narrazione stagnante, visionaria, a tratti fortemente enigmatica. Forse il viaggio del Capitano Benjamin Willard in “Apocalypse Now”, con la storia che incontra la follia nel personaggio di Kurtz, sono dei degni predecessori. Ma in Martel non c’è nessuna intenzione di rifarsi a nessun modello. L’assurdo è il destino riservato a Zama, espresso metaforicamente dal finale — lui, mutilato, trasportato in barca, in mezzo ad acque verdissime — e dall’ineffabile espressione che porta sul viso. Grandissima scena.
Un film che è un trip. Se non temete gli effetti collaterali, servitevi pure.
E anche per statesera è tutto, Moviers.

Questa settimana ho combinato dei pasticci con il WiFi, cancellando alcune foto, mannaggiamme. Per questo il Frunyc III di questa settimana è un po’ magrino — ma vedrete alcune immagini spettacolari dell’uscita in barca sull’Hudson di oggi. 😉
Mi rifarò la prossima settimana!

Ringraziamenti tanti, e saluti, stasera, fastidiosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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Let’s Movie CLXII

Let’s Movie CLXII

SFIORANDO IL MURO
di Silvia Giralucci
Italia, 2012, 51’
Mercoledì 3/Wednesday 3
Ore 21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro
Watch out! Regista in sala!!

Futuristici Fellows,

Allora una sera di finta primavera con una prima vera vera, uno se l’aspetta di trovare questo dal Mastro. “Questo” sta per la sala sold-out e la frenesia dell’evento e l’Anarcozumi che controlla che tutto si svolga come deve svolgersi. Certo uno NON si aspetta di trovare il Presidente della Regione (Provincia, Fru, PRO-VIN-CIA!), Alberto Pacher, e tutti i produttori del film, e RAICinema e telecamere e fotografi e stampa e tutto il carrozzone mediatico che si muove quando si verifica quel fortunoso fenomeno del cosiddetto Something-Big-Is-Going-On.

Io sfioro sempre quella strisciolina liminale tra puntualità e ritardo da cui sono fatalmente attratta. Ma dentro, dentro in sala c’è già la Honorary Member Mic ad attendermi e lei sì che è una che pianifica le vere prime come si deve, attraverso quel sistema geniale che si chiama “prenotazione con largo anticipo”. Grazie a questo sistema, ho potuto guardare con sprezzo e superiorità il cartello che campeggiava sulla porta del Mastro ― “I posti per il film ‘Un giorno devi andare’ sono esauriti”. Consiglio a tutti i Moviers di far proprio questo sistema della “prenotazione con largo anticipo” quando ci sono questi eventi, in modo da sfoderare quanta più indifferenza possibile  davanti all’irreversibilità del sold-out. 😉

Non escludo che tra la ressa di spettatori presenti ci fossero altri Fellows, anzi ne sono convinta ― vi prego, lasciatemelo credere, che naufragar m’è dolce in questo mare. E lasciatemi anche ringraziare l’Anarcozumi, la mia Zu, la cui la spola fra Trentino Film Commission e Trento Film Festival riesce sorprendentemente/magggicamente bene e a cui dobbiamo happening come quello di giovedì. Mettere insieme tutto e tutti, coordinarsi con uffici e persone, enti e istituzioni, opere ed omissioni, richiede una dose massiccia di sangue freddo (ce l’ha), di liquidi sempre a portata di mano (ce li ha) e di autentica capacità di problem-solving (non quella che gonfiamo sui curricula, ma quella vera vera, e lei ce l’ha). Insomma, la Zu totalizza un sacco di punti spuntati dalla lista “cielo-manca”, e di questo c’eravamo accorti tutti da mo’. Certo la sua fiamma da ribelle è sempre pronta a divampare, ma d’altronde, possiamo chiedere al fuoco di non bruciare? Jamais!

Un grazie anche al nostro Mastrantonio, ovviamente, senza la cui Sala 3, tutto questo non sarebbe stato possibile ― Mastro, questo ringraziamento altisonantemente formale, segnatelo. 😉

E adesso? Adesso sto indugiando sulla soglia…. Come quando dovete andare ma non volete andare, e allora v’intrattenete, spalla contro stipite, a chiacchierare del più e del meno… Non che non voglia parlare di “Un giorno devi andare” eh. Ma vedete, è un film difficile, che mi sentirei di consigliare a pochi, anche se forse sarebbe utile a tanti. Come ho avuto già modo di dire, il tema principale è quello delle vie del dolore, e dei modi diversi e personali con cui ciascuno di noi le affronta. Giorgio Diritti in sala ha detto che per lui “Un giorno devi andare” è la storia di un viaggio che la protagonista intraprende per trovare se stessa. Ed è vero: Augusta lascia il Trentino dopo una grande sofferenza (la perdita di un bambino e l’impossibilità di averne altri) e si trasferisce in Brasile, dapprima legata a una missione cattolica, e poi per conto suo fra la gente delle favelas. Però io penso ― ma è una mia opinione ― che tutta la nostra vita sia questo, un viaggio per cercare noi stessi; e se poi a un certo punto ci troviamo, tutto di guadagnato, e se vaghiamo tutta la vita nella ricerca, ci avremo guadagnato comunque (più punti miles&more che calli, spero).

Quindi per me la storia del film è più una specie di tentativo di terapia che Augusta prova su se stessa per vedere se riesce a guarire da quel male. A un certo punto comprende che la Fede, quella canonica, quella nazionalpopolare, su di lei non ha effetto: quindi la lascia, lasciando la missione in cui prestava aiuto e partendo da sola, e quello è il VERO viaggio, quello staccato dal cammino già battuto dalla religione cristiana sulle tracce di una SUA religione, o ragione ― e non è forse un caso che i due termini si somiglino così tanto, perché cos’è la religione se non la volontà estrema di trovare una ragione? Il film propone anche questo: l’idea che non ci siano solo tante religioni istituzionali, ma che ce ne siano anche tante, tantissime di personali che non necessariamente coincidono con il singolare assoluto, delLA Religione canonica.

Capite ora perché vi dicevo che è un film difficile? Se poi aggiungete anche un certononsoche francese. Dicasi “uncertononsoche francese”: silenzi ― molti, lunghi ― scene di grandi panoramiche paesaggistiche, o di microdettagli piccolissimi sempre sprofondati nel silenzio (dalle foreste pluviali alle formiche), sub-trame tragiche ― vedi la ragazza brasiliana che perde il bambino ― e una netta sensazione di film di qualità che intimorisce un po’.

Dopo la visione Diritti ha aggiunto che è anche un film sulla possibilità di ricominciare, sulla speranza. E forse ha ragione. E la peculiarità di questo film è che questi barlumi di speranza che bucano la notte in cui Augusta vive e combatte, non si trovano alla fine (tipo come alla fine di un percorso, e come ci si aspetterebbe), ma sono sparpagliati in tutto il film, mentre la fine è una non-fine ― c’era da aspettarselo, anche le non-fini rientrano nel certononosoche francese, a pensarci. Non c’è una linearità, c’è piuttosto un andare avanti, un tornare indietro in una danza imprevedibile che rispecchia in fondo l’assoluta imprevedibilità dell’esperienza che lei sta vivendo (comprendere il male e tentare di superarlo). La parte conclusiva vede Augusta accampata su una spiaggia, sferzata dal vento e dalla pioggia, in un delirio di solitudine, di lotta contro i propri demoni, di sfinimento fisico e psichico… Perché a volte quello bisogna fare…Mondarsi per rammendarsi….A volte è così….
Quindi se andrete a vedere “Un giorno devi andare”, siate preparati a incontrare delle situazioni che vi faranno pensare alla vostra vita, al vostro percorso. Parla direttamente di noi, e il tribolare di Augusta, ce lo portiamo appresso, dopo. Quando uscite dalla sala e anche il giorno dopo, e quello dopo ancora…

Ci sarebbe tanto altro da dire, ma la settimana scorsa il fedele Fellow di Via Falz ha meravigliosamente definito “oceanica” la mail domenicale di Let’s Movie ― senza intenti critici eh, solo quantistici ― e per quanto mi piaccia essere atlantica e indiana ― certo non pacifica! ― devo imparare ad arginarmi un po’…. Non è che puoi inondarli tutte le volte così, Board! 🙁

Questa settimana ho deciso di fare la sto(r)ica e proporre

SFIORANDO IL MURO
di Silvia Giralucci

Il docufilm apre la rassegna cinematografica “Che storia! – Quando il cinema racconta la storia organizzata dall’associazione “Note a Margine” e al via proprio mercoledì dal Mastro. Così è descritta la rassegna: “…La rassegna cinematografica di impegno civile per ripercorrere le vicende che hanno segnato l’Italia negli ultimi cinquant’ anni e offrire un’occasione di confronto e dibattito su periodi molto controversi del nostro Paese”.

Sapete perché non dovete guardarmi con quegli occhi mamma-mia-che-pacco-Board?

  1. Il docufilm è stato presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, e questa è cosa buona
  2. La regista sarà presente alla proiezione. E questa è cosa molto buona.
  3. La regista è la figlia di Graziano Giralucci, prima vittima delle Brigate Rosse, quindi può raccontare gli anni di piombo da “insider”. E questa è cosa buonissimissima
  4. Riacquisiremo punti col Mastro dopo la parentesi “Nemiche per sempre”, pur non proponendo l’ultima nullità di Almodovar “Gli amanti passeggeri” ― non me ne volere Mastro, ma il declino di un regista proprio no! 🙁

Prima di salutarvi, vi lascio una gran verità. L’altra sera io e la Honorary si disquisiva sulla natura vaticinatrice del Fibra e viene fuori che entrambe siamo rimaste colpite dallo stesso verso, un verso che reputo adattissimo a Let’s Movie e che vi prego di tenere a mente: Let’s Movie non passa mai di moda, come la.

http://www.youtube.com/watch?v=iFTbElhF9dE (al minuto e 21)

E dopo questa parentesi rosa tra le parole bella zio, vi ringrazio dell’attenzione ― sicuramente offuscata dalle abbuffate pasquali ― vi faccio degli auguri che ormai sono un po’ appassiti ma che per qualche ora reggono ancora, vi costringo bonariamente a bagnarvi nelle acque non del lago di Tiberiade ma del Movie Maelstrom, e vi porgo dei gran saluti, che stasera sono RAPsodicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Questa settimana il Sergente Fed FFF ha saltato Let’s Movie per un buonissimo motivo: il concerto in onore dell’incommensurabile Fabrizio De André e dell’incommensurabile album “La buona novella”. Da quelle dieci canzoni sublimi, decido di salutare la Pasqua con “Il testamento di Tito”. http://www.youtube.com/watch?v=jyL5pCtPr8w

Se qualche volta sentiamo l’Italia come un paese troppo cialtrone e impossibile, e siamo arrabbiati e delusi, pensiamo che l’Italia ha partorito Fabrizio. L’Italia, in fondo, fa anche quello.

SFIORANDO IL MURO: Nel 1974, Silvia Giralucci ha solo tre anni quando suo padre Graziano, militante dell’Msi, viene assassinato dalle Brigate Rosse nella sede dell’Msi di via Zabarella a Padova. L’evento segnerà vivamente l’esistenza di Silvia, provocando in lei un profondo vuoto affettivo, materiale e sociale, ma anche politico. Il ricordo di una scritta che la regista vedeva campeggiare sul muro di fronte alla casa della nonna e il ritrovamento negli archivi di famiglia di alcuni filmati in Super8 diventano lo spunto iniziale per un viaggio nel passato e nella memoria storica del nostro Paese, ripercorrendo gli anni del terrorismo anche attraverso interviste ai protagonisti di un’epoca che mostra ancora diversi lati oscuri.

 

 

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Let’s Movie CLIII

Let’s Movie CLIII

LINCOLN
di Steven Spielberg
USA 2012, 150’
Lunedì 28/Monday 28
Ore 21:00/9:00 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria

From: [email protected]
To: [email protected]
Subject: Tarantinando a Trentoville e dintorni….

 Caro Quentin,

Lasciami partire con un Che peccato non essere riusciti a sincronizzare i rispettivi calendari in dicembre! Tu a lanciare “Django Unchained” a Los Angeles e io a New York! La prossima volta ci incontriamo “Da qualche parte in Texas”…
Ti scrivo per mandarti il feedback di Let’s Movie sulla tua ultima fatica, come mi avevi chiesto, tutto trepidante…

Giovedì eravamo in cinque a vederti al PornoRoma ―il PornoRoma è una sala cinematografica di Trentoville che ti piacerebbe, con quel suo retrogusto hot da B-movie all’italiana degli anni ’70, tra Edwige Fenech e Barbara Bouchet. C’era la Fellow Junior detta anche Jackie Chan,che ti segnalo per un eventuale “Kill Bill III”: è la nostra regina delle arti marziali e impersonare Black Mamba è un po’ il suo sogno ― caso mai Uma Thurman avesse appeso la tutina gialla al chiodo, vi metto in contatto. C’era il suo Miche(le), detto anche Miche Katana&Copacabana (per amor d’Aikido e Brasil), che si è dimostrato preziosissimo nell’intercettare i rimandi al genere western d’autore con cui hai infarcito il tuo film. C’erano i piccioncini Natasa detta Nat (che sta anche per “nut”, in un cocktail speciale di noccioline&nonsense) e Aleks detto ovviamente Prestige, che non erano ancora dei Moviers ma che ora, con quei due cine-nomini lì, lo sono diventati di diritto.

Questo per quanto riguarda giovedì sera. Ma devi sapere, caro Quentin, che “Django Unchained” è stato visto da una sfilza di Moviers spalmate su serate diverse: il Fellow Fiiiiii in primis, che ebbe la fortuna unglorious e pure un po’ basterd di vederlo in lingua originale, alla prima nazionale al Cinema Sacher di Roma, e pure alla presenza di Padron Nanni (Moretti) (della serie nun ce famo mancà gniente ar Testaccio) ― dall’Anarcozumi, dall’Honorary Member Mic, dalla Fellow Cap e dal Fellow Fra, (i magnifici 4 in avanscoperta) sabato scorso, dal Fellow Truly Done e dal Fellow steveAustin (Attenti a quei 2 English-speaking) lunedì e dal WG Mat in solitaria venerdì. L’entusiasmo dei Moviers è stato unanime, non fosse per quell’unica ombra di dubbio alta 2 metri d’un WG Mat poco convinto… Ma vedi, si è sentito colpito negli idoli (Trinità soprattutto), e vederli rivisitati come li hai rivisitati tu, be’, l’ha scosso… (Cerca anche di capire che lui è da cinefilia alta, tipo indonesiana o giù di lì…insomma, cerca di perdonarlo…).
Ma Quentin, dimmi come posso non cadere nella lode sperticata, e non sembrare eccessiva nell’elogio che il tuo Django merita? E a dimostrazione di quanto alto sia stato il gradimento collettivo, e non solo mio, ti mando in allegato la reazione a caldo del mio Fellow Fiii, che si premurò di mandarmi subito dopo la visione (sì, ha usato “paso doble”, perdona anche lui… ).
Innanzitutto la scelta tematica, la schiavitù, argomento poco battuto dalla cinematografia americana ― così sui due piedi mi vengono in mente solo “Il colore viola”, “Amistad”, “Jefferson in Paris” e “Toussaint”, e perdona me per averti riportato alla mente Spielberg, che quando si cimenta con la Storia ci fa rimpiangere parchi giurassici e squali ― un argomento che ha effetto patata bollente giacché sbatte in faccia agli americani che anche loro hanno avuto il loro buio medievale, tra ‘700 e ‘800. Tu hai preso questo argomento taciuto, e l’hai calato in un impianto western e ci sei riuscito in maniera così totalizzantemente naturale, come se non ci fosse nulla di più naturale che vedere uno schiavo liberto e un cacciatore di taglie di teutoniche origini a spasso per il Midwest…E sai, ho capito che tu non hai fatto uno spaghetti western: “Django” è altro. Tu hai guardato all’epica indogermanica, hai preso la coppia nibelunga Sigfriedo+Brunilde come riferimento, e l’hai fatta rivivere nella coppia black Django+Hildy trapiantandola in un contesto ottocentesco americano, e assurgendo i due, Django&Hildy, a rango di mito. Mentre nuotavo ieri, rigirandomi il film in testa, ho sputacchiato un’“Eureka!”: hai fatto nel cinema quello che Derek Walcott ha fatto con “Omeros” in letteratura! Solo che non volevi raccontare questa storia d’epica moderna e nera con il linguaggio dell’epos antico. Né tantomeno volevi seguire la cupa scia spielberghiana de “Il colore viola” costruendo un colossal di singhiozzi e lacrime. Allora hai scelto un genere che ti piace da morire, il western, ci hai sistemato dentro questi Sigfrido&Brunilde black, hai aggiunto il tuo amato splatter, la tua inarrivabile irriverenza, l’ironia taglia-tutto che usi dapper-tutto, hai scardinato il canone dei generi classici dall’interno, e hai cantato una storia che nessun bardo aveva mai cantato prima, mostrando la tragedia della schiavitù, la demenza bianca, e confermando, infine, il supremo potere del racconto.

Il western ti serviva anche per il tema ghiotto ghiotto del cacciar-taglie e per l’immenso personaggio del Dr. Schulz, immensamente interpretato da Christoph Waltz. Cacciar taglie vuol dire far del bene attraverso il male. Uccidere criminali è questo… E questo porta a dei crucci etici notati dallo stesso Django, e sottoposti a Schultz, nella scena in cui Django esita a premere il grilletto davanti a un criminale con il figlioletto accanto.

I personaggi sono tutti talmente miracolosamente black&white che la questione razziale si sovrappone a quella etica. Schultz rappresenta l’europeo illuminato che ripudia la schiavitù e affranca lo schiavo Django. Ma è anche quello che ammazza la gente per intascare quattrini! E questa bicromia, Quentin, tu la porti avanti con una precisione euclidea quando costruisci la geometria su cui poggiano le due coppie speculari Schulz (bianco)/Django(nero) e Candy(bianco)/Stephen(nero). Anche in questo caso, folletto super-foxy che non sei altro, ti diverti a sovvertire le pelli e i ruoli, e noi finiamo per trovarci davanti a Schulz che è un bianco “nero” (nel senso che si spende per la causa black) e a uno Stephen che è un nero “bianco” (nel senso che è stato fagocitato nella logica imperialistica “white”, perdendo così la sua identità da nero).

Lasciami spendere due paroline proprio su Stephen. Non so se ti rendi conto, ma tu, attraverso un incredibile&credibilissimo Samul Lee Jackson, sei il primo che porta sul grande schermo una figura ignorata dal cinema ma di grandissimo interesse storico-psicologico-letterario. Quella dell’overseer, il nero che nelle piantagioni di cotone faceva le veci del bianco, controllando che i neri sgobbassero, e riportando eventuali rivoltosi o simili al padrone. Sostanzialmente ciò che i kapot facevano nei campi di sterminio nazisti. Questi overseer diventano delle estensioni dei bianchi al punto di sviluppare una sorta di timor reverenziale/venerazione nei confronti del proprio Master e un disprezzo profondo per la propria gente. Potete immaginare con quali risvolti psicologici ― io nero aiuto te bianco a schiavizzare i miei simili… Stephen, il servo di Mister Candy, ne è l’epitome perfetta. E quando si  trova davanti a Django, che è sostanzialmente l’eroe, cioè quello che lui, nel suo io più profondo, vorrebbe essere ― un liberto che gira con un bianco e che persino dorme nella “grande” casa dei bianchi ― allora fa di tutto per distruggerlo. Django è il suo contrario, uno specchio dentro cui Stephen vede quello che non è ― ennesimo ribaltamento qui, furbastro Quentin… E bravo, bravissimo, Samuel Lee Jackson, la cui pelle non è mai sembrata così scura, e i cui occhi non sono mai sembrati così inqueitantemente Oscuri… Stephen è un personaggio che fa paura, perché la perversione del giusto determina mostruosità inimmaginabili ― come la complicità nel maltrattamento di migliaia di schiavi, nel caso di Stephen. E bravo bravissimo anche Leonardo Di Caprio. Gli hai dato il personaggio del citrullo pieno di sé: un bianco goloso, Mr Candy, con i denti guasti a furia di cibarsi di se stesso che sostanzialmente non capisce nulla di quello che la coppia Schultz+Django ha in mente… Non ci fosse il fido&furbo Stephen a spiegargli i piani dei due, Candy si lascerebbe tranquillamente infinocchiare… Un citrullo, sì…. Ma le conosciamo tutti, le nefandezze che i citrulli senza cervello ma con tanto potere riescono a combinare… Candyland ne è la prova. E non hai idea, Quentin, quanto io abbia apprezzato la chiusura del film, il monito cupo (e vero, purtroppo) di Stephen in punto di morte…un presagio che si alza minaccioso da una casa sul punto di esplodere… “Ci sarà sempre una Candyland”… Sì… Nonostante i candelotti di dinamite, nonostante il babum, nonostante il lieto fine, ci sarà sempre una nuova disgrazia storica da combattere…

E guarda, potrei scriverti delle ore sulla musica… Sulla polifonia che hai adottato. Anche qui, certo, il genere western ti ha permesso di affidarti a sonorità ben note di sergioleonina memoria ― il tributo a “Lo chiamavano Trinità” alla fine, per esempio, che tanto rabbrividire fece il WG Mat (perdonalo ancora). Ma non ti sei accontentato dell’ovvio. Hai attinto ad altri generi, e li hai abbinati a scene a cui nessun comune mortale le avrebbe abbinate ― e qui esce fuori la tua unicità, la tarantinità… Per esempio, la scena degli incappucciati del Ku Klux Klan che scendono in valle a cavallo, quella che io chiamo “la discesa dei deficienti”, che tu decidi di accompagnare con il Requiem and Prologue di Verdi…Ecco vedi, tu prepari tutti alla solennità, e invece questi si dimostrano essere degli imbecilli da manuale! Credo che questa scena entrerà di diritto nelle dieci scene più esilaranti del cinema ― del MIO cinema di certo, ma anche di altri, a giudicare dalle reazioni raccolte (vedi Honorary Member Mic) e dal numero di click su youtube, http://www.youtube.com/watch?v=q97sP1_W_IE. Anche in questo caso, tu mostri l’idiozia del KKK attraverso l’idiozia dei suoi seguaci… Nonn giudichi, mostri…

E poi, ma come cavolo ti è venuta in mente l’idea GENIALE di ricorrere all’hip-hop rappato?! Cioè, quando io ho sentito partire i bassi di questa http://it.musicplayon.com/play?v=360305 e di questa http://www.youtube.com/watch?v=7rHdyofwVlQ  avrei voluto alzarmi in piedi in mezzo alla sala e gridare “Ma quanto sei figo, Quentin”! Perché ci stanno così tutti, il soul e l’r&b, perché non sono un anacronismo, bensì l’evoluzione in chiave urbana dell’holler e del blues, i generi che sbocciano dalla tribolazione nei campi di cotone… Hai messo insieme Ennio Morricone, 2 Pack, James Brown, Elisa, John Legend…

E quanto al tuo cameo… Sulle prime ho pensato, eccolo qui, il mio Mister Vain, a cui non basta la gloria della cinepresa, vuole anche quella incisa sulla pellicola… Ma mi sono dovuta ben presto ricredere: non solo ti sei dato la parte di un cretinetti di prima categoria, ma ti fai pure saltare in aria, in un chiaro esempio di auto-IRriverenza… Anche qui, ma quanto sei figo?!

E non ti preoccupare per quel paio di chiletti che hai messo su ― anzi vedo che la dieta a zone che stai seguendo sta già dando i suoi risultati…. E poi, come dico sempre io, non c’è niente di più sexy del genio, anche con due chiletti di troppo…

Guarda, potrei continuare a tirare fuori argomenti su argomenti, tanto il film è fitto di spunti e genialate, ma non voglio trattenerti oltre… Giù un grazie per battute tipo “Ciao piccola peste” “Ciao grande peste” (Hildy a Django e viceversa). O “Non ci vedo un ca**o di niente” (i deficienti della discesa). O “Io sono solo più abituato agli americani di lui” (Django parlando di Schultz). “Mi piace come muori, giovane” (Django). Grazie anche per lo splatter della penultima scena, che per me è un tributo alla penultima scena di “Scarface”.

 Ci tengo a ringraziarti per il capolavoro che sei riuscito a tirar fuori da quella testolina, e che per me entra di diritto nell’Olimpo dei miei “Best of”. E pensare che temevi così tanto il nostro giudizio…

Ah, prima di chiudere… Confermami se devo esserci agli Oscar. Stiamo organizzando un C.d.A. per l’evento e devo organizzarmi.

Il tuo Board

Mailing Moviers!

Questa è l’email che ho appena mandato a Quentin, amico di vecchia data: ancora lo prendiamo in giro per le lacrime che versò dopo “Bambi”, l’unico film che l’abbia mai spaventato.

Al WG Mat volevo dire che non solo ho “registrato il tuo disappunto nella mia recensione, voce al dissenso”, ma che l’ho rivolto pure al diretto interessato. Non si dica che Let’s Movie censuri… Mi aspetto della sconfinata riconoscenza per questo… 😉

Ah, chiudete un occhio sul “paio di chiletti”…Altro che paio! Ma non potevo infierire, no, povero Quentin? Dopo il po’ po’ di capolavoro che ci ha regalato…

Volevo confermare anche al Sergente Fed FFF che dopo “Django” possiamo aprire ufficialmente la Maratona Tarantino, la Maratarantina… 😉

E a malincuore chiudo il paradiso Tarantino e apro il purgatorio Spielberg… Sì perché il film della settimana è

LINCOLN
di Steven Spielberg

Le aspettative per “Django” volavano alte ― e sono state quentessenzialmente soddisfatte ― tanto quanto i presagi su “Lincoln” pesano grevi… Lo propongo, tra le altre cose, per tener fede al fioretto numero 2 per il 2013: “avere meno pregiudizi cinefili” (visto che il fioretto numero 1 ― “fare meno sport” ― sarà miseramente disatteso, punto sul successo del secondo)…
Ce la farà Steven Spielberg a convincere il Board che si sbaglia di grosso e che lui è in grado, nonostante i citati “Amistad” e “Il colore viola”, di fare un film storico senza finire nel didascalismo lacrimoso e nell’apologia dell’americanità? E che non ci cucinerà un polpettone??
Bah..
Bah…
Ci giungono voci poco confortanti in merito…

Okay Fellows, credo di essermi dilungata abbastanza per oggi… Forse non avrei dovuto copia-incollarvi la mail per Quentin, ma ho pensato che l’avreste apprezzato (ho sentito un “non c’è limite agli errori di valutazione”, o sbaglio?). 🙂

Questa settimana al posto del Movie Maelstrom c’è l’allegato featuring il commento del Fellow Fiiiii, che vi prego di consultare (chiudendo un occhio, questa volta, su “paso doble” 🙂 :-)), e poi c’è sempre quella scocciatura del riassunto. E poi ci sono questi saluti, che oggi, dopo Django, sono missiva-e-massivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

 ALLEGATO per Quentin – Fellow Fiiiii – 21 gennaio 2012

“Django: AMAZING! Quell’uomo è un genio, un GENIO un GE NI O e se gmail avesse caratteri più grossi lo scriverei ancora più grosso. Un film lungo centosessanta minuti e rotti, durante i quali non sai (quasi) mai quello che sta per succedere, in cui il ritmo, il tempo, il pace è dettato in modo sovrano, assolutista e illuminato, dal regista: lui mette su il suo personale Matrix in pieno far west, e tu devi andare al suo passo; lui rallenta per mostrarti la danza dell’apparecchiatura di una tavola o la liturgia della redazione di un contratto, e tu devi rallentare con lui. Ho avvertito “lentezza” in un solo momento, e due minuti dopo tutto era già cambiato. E poi, dialoghi strepitosi (penso che vederlo in italiano uccida un buon cinquantacinque percento dell’efficacia), un gioco linguistico delizioso con l’inglese di oggi (dimmi tu quale mai traduzione di nigga potrà sostenere adeguatamente il paso doble tra il lessico schiavista del tempo che fu e lo slang nordamericano dei nostri dì!), la solita ironia/nonironia in tutto tutto, dalle inquadrature alla colonna sonora praticamente enciclopedica, il solito cameo del panciuto regista, che si regala la morte più spettacolare e cretina di tutte, le citazioni/allusioni, i soliti piedi che fino alla fine temevo venissero a mancare e invece no…
Note sparse: manderò a vederlo un paio di sessantenni che hanno visto l’originale e non conoscono Tarantino, e mi farò dire cosa ne pensano. La scena degli incappucciati alla caccia del negro sembra scritta da Mel Brooks. Elisa ce la poteva risparmiare, ma il resto della colonna sonora… sublime (tra l’altro se leggi tra i titoli di coda una delle canzoni è co-autorata da Jamie Foxx!).Quando il povero Django era appeso a testa in giù ho temuto davvero che stesse per succedere quello che sembrava stesse per succedere. L’eloquio del dottor Schultz è a dir poco godurioso… Ah, cavolo, dimenticavo l’ottimissimo Di Caprio, e poi Denzel Washington [errata corrige: Ovviamente si disregarda l’incolpevole Denzel e lo si sostituisce con Samuel L. Jackson!], lasciando stare i due protagonisti….vabbè, mi fermo. BEL-LO”.

LINCOLN: In una nazione divisa dalla guerra e spazzata dai venti del cambiamento, Lincoln osserva una linea di condotta che mira a porre fine alla guerra, unire il paese e abolire la schiavitù. Avendo il coraggio morale ed essendo fieramente determinato ad avere successo, le scelte che compirà in questo momento critico cambieranno il destino delle generazioni future…

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Let’s Movie XXXI e…

Let’s Movie XXXI e…

My luckystrike Moviers,

Fatemi sbrigare in fretta e furia la piacevole incombenza dei ringraziamenti settimanali perché ho per le mani una rivelazione copernicana che rivoluzionerà il fanta-universo Let’s Movie…

All’appuntamento “Mine vaganti” ? film su cui caliamo non un semplice velo pietoso ma un drappo funebre doppio strato ?  si sono presentati i cari Fellows Mat, Daniele detto D, Fed FFF o Sergente Fed FFFF (a seconda), e la guest Movier Jessica. Diciamo che la presenza è stata diretta conseguenza di un LCFM, un Last-Call-For-Moviers, da parte del Board dopo l’aperitivo in onore di Andy Miky Phelbs, che si assenterà dal Trentino per qualche tempo ? l’allenamento intensivo per London 2012, you know.
Grazie my Fellows, per aver risposto pronti e scattanti al LCFM! Avete applicato la philosophy letsmoviana, e state guadagnando dei punti sonanti col vostro Baord ? impresa non facile, si sa… Tutto ciò è molto molto done.

Ma eccomi giunta al momento epocale …
Moviers, se vi dico www.letsmovie.it cosa vi viene in mente?!? (No, non ci hanno denunciato per plagio!!!)… My Fellows, www.letsmovie.it è il nostro nuovo Blog ufficiale!!!!

Ovviamente il Board ? che sarà anche un movie-addicted, ma è rinomatamente un IT-loser ? non avrebbe MAI potuto concepire (figurarsi realizzare) una cosa del genere… Ringraziamo pertanto, dal profondo del cine-cuore, i Fellows Mat e Andy, che hanno fatto tutto tutto tutto loro ? tenendomi abilmente all’oscuro di tutto tutto tutto quanto…

L’idea è partita da quel gaglioffo-geek di Mat (da sempre Movier fido e web-fantasista), ma ci sono giunte voci che Andy ha contribuito massicciamente alla missione Blog. A quanto pare, oltre ad essere un campione in vasca, Andy è un asso con la grafica, e si vede… Il logo di Let’s Movie con Betty Boop (il tacco di è indubbiamente quello del Board… Quanto alle le gambe di BB, be’, quelle sono inarrivabili…) con la walk-of-fame personalizzata Fruni e il cine-sognatore volante (abbiamo un cine-sognatore volante, Moviers!), sono opera del nostro Andy…
Che razza di Starsky&Hutch Bo&Luke Jake&Elwood, questi Innovation guys!! Siete Super Done, e il Board non sa cosa ha fatto per meritarvi…

Nei prossimi giorni, con l’aiuto del gaglioffo-geek Mat, cheil Board nomina ufficialmente il nostro WG (pronunciato Dabliu Gi) , che sta per Web Guardian (e per Gaglioffo Geek), inseriremo i vostri nominativi all’interno del blog, così potrete scrivere tuuuutti i commenti che volete ? chiederei gentilmente al manipolo di dissidenti di contenere i CFR, i Call-For-Revolution, nel buon nome di Let’s Movie, ma anche del Dalai Lama, che fra poco si trasferirà a Povo per collaborare con l’Innovation Team.

Lo so, my Fellows, fa impressione… Pensare che Let’s Movie I contava 5 Moviers ? l’Anarco-zumi pre-anarchia, Alice pre-latitanza, l’Honorary Member Mic quando era solo “la Mic”, la Cap prima di darsi alla macchia, Paola Cavallapazzacavalleri (mai avvistata tra le file di Moviers, ma presente, sempre presente nello spirito) e l’arcense/archibugia Katrin, che vediamo poco SOLAMENTE per via del fuso orario tra Arco e Trento…
Pensare che ora, Board compreso, siamo in 30…

Dopo avervi copernicato la giornata, passiamo all’ultima email d’invito all’appuntamento settimanale che riceverete dal mio indirizzo… Poi, udite udite, potrete scrivermi a [email protected]
Questa settimana Let’s Movie propone:

AGORA
di Alejandro Amenabar, USA&Spagna 2009, 126’
Giovedì, Thursday
Ore 21:00/9:00 pm
Supercinema Vittoria

See Fellows, che il Board non snobba gli effetti speciali?! In realtà vogliamo vederlo per le polemiche che ha suscitato… E con le polemiche, noi di Let’s Movie, ci andiamo a nozze…
Spero che la notizia del NOSTRO blog abbia sgranato qualche occhio e strappato qualche sorriso. Io, ve lo confesso, ho una paresi facciale cronica da quando il nostro Web Guardian mi ha presentato il nostro baby blog..

Al solito, riassunto in calce e saluti wwwpuntoletsmoviepuntoittianamente cinematografici…

Let’s Movie
The Board

AGORA: Nell’Alessandria d’Egitto del 391 dopo Cristo, la filosofa Ipazia, ultima erede della cultura antica e forse, in quanto donna, massima espressione di una lunga evoluzione civile e di una libertà di pensiero che non si rivedrà più fino all’epoca moderna, viene travolta dalla crisi di un mondo, quello pagano, che non ha saputo ripensarsi, trovandosi così impreparato di fronte al nascere – e presto al dilagare – di movimenti religiosi sempre più fanatici e intolleranti.
Fra questi i “parabolani”, la setta cristiana che arriva a distruggere la biblioteca del Serapeo, dove Ipazia lotta insieme ai suoi discepoli per salvare la saggezza del Mondo Antico. Tra questi ultimi, due uomini in lotta per il cuore della filosofa: l’arguto e privilegiato Oreste e Davo, il giovane schiavo di Ipazia, che è diviso tra l’amore segreto per lei e la libertà che potrebbe ottenere se si unisse alla rivolta ormai inarrestabile dei cristiani.
Con ostilità implacabile, il vescovo Cirillo attacca senza sosta “l’eretica” Ipazia, fino a condannarla a morte.

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