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LET’S MOVIE 311 FROM NYC – commenta BARRIERE/FENCES

LET’S MOVIE 311 FROM NYC – commenta BARRIERE/FENCES

Millequattrocentosessanta Moviers,

Sono questi i giorni che separavano l’altro ieri, il giorno dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, e la libertà. Questo adesso è l’obbiettivo. 1460 giorni all’alba. Il numeri fa spavento, sembra un’eternità e rimbalza ovunque. In rete, per strada, nei rallies politici, nei reading poetici.
Ma questi sono giorni di cifre, o meglio, di stime. Secondo il New York Times in marcia a Washington ieri c’erano 470.000 donne, e 400.000 a New York. E’ difficile calcolare con precisione. Posso dire che a New York si aspettavano 100.000 donne, ma posso garantirvi che eravamo molte ma molte di più. Un fiume in piena, da Dag Hammarskjold Plaza accanto al Palazzo dell’ONU su su per la Seconda Strada e giù giù per la 42esima e poi accanto a Grand Central, sopra il ponte di Pershing Square e via via fino alla 55esima. Un fiume di tutti i colori, lingue, gender, età, outfit.

La Marcia ha avuto tutt’un altro sapore rispetto al rally di protesta su Central Park West di giovedì sera. In quella manifestazione, organizzata in quattro e quattr’otto dallo zoccolo duro di attori impegnati politicamente — Michael Moore, Bobby De Niro, Julianne Moore, Mark Ruffalo e Cher — l’atmosfera era di lutto. Nessun coro, pochissimi applausi. Una processione, più che una manifestazione. E tutti quegli artisti che a turno hanno preso la parola sul palco, hanno compreso il momento di estrema tristezza e non hanno forzato la mano. Niente incitazioni da stadio. Tutto molto compassato.
Personalmente l’ho molto apprezzato. Era il giorno del lutto nazionale. L’ultimo giorno prima dei 1460. Come lasciare una giornata di sole ed entrare in un tunnel… Nessuno sa come sarà, ma un tunnel è pur sempre un tunnel. E di questo, qui, c’è forte e chiara la percezione. E’ un’austerity, quella che attende il popolo americano — quella che CI attende, perché ora i miei piedi sono su questa terra, e devo accettare quello che è successo. Allora nella manifestazione a Central Park West, c’è stato il momento di accettazione e cordoglio. E lo capivi guardando in faccia le persone. Sentendo il silenzio — il silenzio a una marcia di protesta è qualcosa di innaturale e mette i brividi. Il rumore è la lingua dell’azione. Quando al suo posto c’è silenzio, significa che l’azione non è ancora pronta, e si brancola. In questi giorni ho osservato New York. E mi si spezza il cuore a dirlo, ma aveva l’aria dell’animale preso e legato. Vi ho detto di quanto questa città corra, sempre. Provate a prenderla per il coppino, infilarle un collare e metterla sottochiave. Vedete un po’, l’effetto che può farvi… Ecco, giovedì New York era legata all’angolo — can you imagine?? Poi però c’è stata la Marcia di ieri, e quanta vita! E non c’era solo New York. C’era DC, c’era Chicago, Seattle, Boston, Los Angeles. C’erano tutti i centri nevralgici di questa nazione che non sanno bene cosa fare, ma sanno che qualcosa bisogna fare. E se c’è una cosa che ho capito di questo paese — e di NYC in particolare — da quando sono qui, è che il lutto dura un giorno. Poi si fa. “We will find a way”. Questo si sentiva spesso, ieri. Un modo, lo si troverà. Che questo sia detto più per autoconvinzione che per altro, può starci. Eppure è uno statement forte. E’ la speranza che spunta in mezzo allo sfacelo.

Ieri ho incontrato donne che avevano marciato a Washington contro la Guerra del Vietnam, a favore dell’aborto, in difesa dei diritti civili a donne, gay, neri. “We are still here”, mi hanno detto, con un sospiro. Settantenni, scarpe comode, un piglio fiero e indomito che hanno in comune con certe Rossana Rossanda, Simone de Beauvoir, Emma Bonino, e donne mie amiche che guardo sempre ammirata. “We are still here”. E in questo c’era un po’ di esasperazione — ma siamo ancora qui?? — ma anche fermezza — siamo ancora qui e da qui non ci schiodiamo fin quando anche questa battaglia è combattuta. Una signora aveva sentito Martin Luther King predicare, e partecipato ai comizi di Malcolm X. E ora protesta contro Donald Trump. Noi abbiamo visto tutti questi eventi attraverso le pagine dei libri di storia, oppure sullo schermo del cinema. Sentirle raccontare da bocche vere, è qualcosa che mi rende profondamente riconoscente: queste narrazioni ti gettano dritta dritta nel cuore della storia — o in mezzo alle sue gambe sempre spalancate, that bitch… Devo ancora decidermi sulla sua identità.
E un mio amico di qui mi ha detto “New York is the place to be”. Ha ragione. E’ qui che devo essere. Nella pancia della storia, o in mezzo alle sue gambe. Indipendentemente da quanto penoso possa essere.

Venerdì, il giorno dell’insediamento, è stato penoso sopra ogni cosa. La sconfitta, la vergogna, il senso di perdita, e di smarrimento. Danno, beffa, rabbia. New York che geme, il collo dentro un collare. E’ un giorno che ho vissuto e che non dimentico. Una camicia nera dentro la Casa Bianca. Avete analizzato il discorso di Trump? I tormentoni fascisti, il populismo da Duce, l’autarchia, il ripiegamento su se stessi in una terra che è cresciuta grazie agli altri — che vada a leggerseli, Trump, i dati sulla crescita che gli immigrati hanno contribuito a costruire negli Stati Uniti.

Poi però c’è stato ieri. E questa straordinaria mobilitazione.
E non avete idea della fantasia con cui queste donne — e uomini, e X — hanno riempito le strade di cartelli, slogan, giochi di parole, critiche feroci, battute satiriche, disegni irriverenti… Se avete due minuti, date un’occhiata al Frunyc… https://goo.gl/photos/UEjUZkCTXiymWES88

C’è stato un momento, poi, in cui ho spiato, in lontananza un cartello geniale. “Free Melania”. Mi sono fatta largo fra la folla, ho raggiunto l’autrice del cartello, le ho chiesto se potevo fare una foto perché toccava un punto esilarante e dolente, e poi mi sono messa a ridere nella maniera boardiana che conoscete bene, la risata grassa grassissima che rimbomba per mezz’ora quando rimbalza fra le pareti di una stanza (!). E naturalmente tutti quelli intorno a me si sono girati (!!). E hanno cominciato a ridere anche loro la risata grassa grassissima, e la risata ha contaminato i vicini, e i vicini dei vicini, finché tutti, a un certo punto guardavamo il cartello “Free Melania” e ridevamo, ridevamo… E’ stato un momento di liberazione collettiva e condivisione comica.
E lasciatemi dire due parole proprio su di lei, la bambolina Melania, che rappresenta tutto quello contro cui le donne cerebro-munite combattono da sempre. La donna bell’oggetto da esibire nelle occasioni speciali e poi riporre nella custodia di qualche Rotary Club quando non serve più. La donna muta. Melania non parla, e quando parla, non riesce ad articolare un pensiero, oppure ripete a pappagallo slogan tipo “America first” — che sembra il nome di una banca… Melania è la schiava moderna, che si può permettere qualsiasi gingillo Tiffany abbia in catalogo, e che crede, con quel gingillo, di accattivarsi le simpatie del suo opposto, Michelle Obama.
Preferisco di gran lunga Holly Golightly (=Audrey Hepburn), che quei gingilli li sognava solamente, davanti alle vetrine dell’omonimo store a Wall Street, ma che viveva una vita libera, e sfruttava gli uomini con la sua lingua tagliente, il suo cervello finissimo, il suo fascino intelligente. Melania è un cappottino azzurro, è Michelle prima che Michelle si laureasse e sviluppasse un suo pensiero critico. Ma non è colpa sua, alla fin fine, poor miserable Melania: è vittima di un sistema a imbuto che l’ha risucchiata in un mondo a 24 cafoni-carati e da cui non ha la forza, né il modo, di uscire. Quindi sì, “Free Melania”!! 🙂
Tra i cori intonati, oltre “This is not my President”, quello più strillato è stato “This is what democracy looks like”. E davvero la democrazia ha verosimilmente l’aspetto di 400.000 persone che si oppongono a un regime. Non so cosa succederà ora. Nessuno lo sa. Ma non sono così ingenua da credere che sarà facile. E non uso le parole a caso. Trump ha lasciato intendere che il lavoro deve tornare agli americani. Da immigrata quale sono, questa prospettiva non fa splendere molti soli nel mio cielo. Se poi a questo aggiungete che sono una donna, ovvero una pussy con della carne intorno, I don’t belong to the right side of the world, come si dice. Quindi no, niente illusioni. Ma non sono nemmeno senza speranze. Più di un milione di persone si sono mobilitate negli USA ieri. Qualcosa vorrà pur dire. Qualcosa potrà pur valere.
Quindi, forza… E forza Melania! 🙂

Il film che ha coronato la giornata di ieri — dovevo pur concludere in bellezza — è stato Fences, Barriere, diretto, interpretato, prodotto, insomma, tutto il pacchetto completo, da Denzel Washington. Ma se vi aspettate di trovare il Denzel di “Hurricane” o di “Malcolm X”, tutto muscoli e fitness, be’, preparatevi a una bella delusione. Denzel offre una pancia da Oktoberfest che francamente fatichiamo a spiegarci nella sua daily life losangelina… Bah…
“Barriere” è l’adattamento della pièce teatrale che valse all’afroamericano August Wilson il Pulitzer nel 1984, e racconta la storia dell’uomo più amareggiato dalla vita di tutto il secolo.
Pittsburgh, anni ‘50. Troy cerca di mandare giù il fatto di non essere stato accettato nella Baseball Major League per via del colore della sua pelle e fa il netturbino, con l’intento di crescere la sua famiglia. Purtroppo le sue intenzioni non trovano riscontro, molto spesso, nei fatti. Riversa sul figlio minore la propria frustrazione per la mancata carriera nel baseball, e non gli permette di tentare un futuro nel football, tanto da portarlo ad arruolarsi nei Marines. In più Troy non è uno stinco di santo e a un certo punto se ne viene fuori con una notizia bomba: nonostante l’amore ancora molto intenso per la moglie Rose, ecco che le confessa di avere una relazione con un’altra donna e che c’è un bebè in arrivo… Tutto questo è aggravato da un fratello mentalmente disturbato, e da un clima di segregazione raziale molto pesante negli anni ’50 in America.
Avete capito che dopo la Marcia non mi sono ritrovata con una passeggiata di film (!). Troy è un personaggio complesso, a tratti odioso nel modo burbero con cui tratta i figli — scatti d’ira, delirio di onnipotenza-prepotenza, saccenteria, frustrazione. Troy è il tipico maschio schiacciato dalla responsabilità di dover badare alla propria famiglia e rispondere a un certo modello sociale standard, e carico di rancore verso la piega che ha preso la sua vita. L’amarezza di cui è portatore inquina i rapporti famigliari ed è uno degli obbiettivi del film: mostrare fino a che punto un padre può danneggiare i propri figli pur cercando di fare “il loro bene”. E’ verboso, Troy. I suoi monologhi durano decine e decine di minuti, e non è sempre facile stargli dietro senza perdere il filo. La moglie, Rose, se da un lato suscita tutta la nostra solidarietà, ci fa anche incavolare un po’ nel suo livello di totale accettazione. Quando acconsente a crescere la figlia di Troy senza praticamente batter ciglio, be’, a noi ragazze di oggi noi, ci girano un po’…
Un aspetto colto bene è l’autocensura che caratterizza i rapporti tra amici maschi. Troy e l’amico di una vita Bono parlano di tutto e condividono lavoro e vita, ma Troy non riesce a confessargli della sua seconda vita sentimentale, né a dirgli della bambina in arrivo. Come se la confidenza, fra i due, si fermasse a un certo punto. Come se il “parlare di tutto” fosse prerogativa delle donne, mentre gli uomini occultano intere zone di vita quotidiana, forse per il timore del giudizio, della perdita della faccia.
Che il testo origini dal teatro è evidente. L’azione si svolge quasi sempre in casa o in giardino e o dialoghi sono costruiti per il palcoscenico. Denzel è davvero bravo nell’interpretazione che dà di questo personaggio così osso duro, ma la regia, per come la vedo io, non è al livello della sua interpretazione attoriale. Non è nulla di ché. Ma non mi stupirei che lui o Rose si portassero a casa qualche riconoscimento per il lavoro notevole che hanno svolto.
Eppure non riguarderei “Barriere”. Non so bene perché, ma in alcuni punti ho trovato i dialoghi troppo forzati, troppo drammatici. Come se le disgrazie che capitano a questa famiglia non bastassero di per sé, ma avessero bisogno anche di una drammatizzazione linguistica che io ho trovato eccessiva.
E’ tuttavia così raro vedere un’opera drammaturgica/cinematografica black, che esorto tutti a vedere il film. Parlo da Harlemita… 😉

E anche per stasera è tutto… Ho naturalmente aggiornato il Frunyc, e in più ci terrei a farvi conoscere una canzone che è la mia colonna sonora da quando sono qui. Arriverà anche in Italia, fra qualche mese… S’intitola “Black Beatles”, https://www.youtube.com/watch?v=b8m9zhNAgKs.  Mettetela a palla e sentite come si distingue dal rap tradizionale. C’è una sonorità melanconica che l’accompagna, e in più guardate come riscrive i canoni dell’amor cortese ai tempi del terzo millennio, in da City…
“Ya body is like a work of art, baby. Don’t fu*k with me I break ya heart baby”.
🙂

Nel Maelstorm trovate un articolino, in italiano e in inglese, sempre sul musicale, ma più sull’operistico…

E per oggi è tutto, Moviers, grazie per l’ascolto, e saluti, stasera, numericamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Et voilà…
http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2017/01/18/gianandrea-noseda-conducting-an-opera-a-miracle/
http://www.lavocedinewyork.com/en/arts/2017/01/18/gianandrea-noseda-conducting-an-opera-a-miracle/

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Let’s Movie XXXII o Let’s Movie to the Castle

Let’s Movie XXXII o Let’s Movie to the Castle

Eletti e e diletti Moviers,

Spero tanto che il Baby Blog cominci a piacervi… I cambiamenti non sono mai facili, si sa, specie per i miei adorati lazy-laggard routinari Moviers… Ma poi leggete i commenti dei vostri nuovi colleghi Fellows, vi fate due risate, o aggrottate la fronte un po’ perplessi (ci sta…), e capite che i cambiamenti, in fondo in fondo, sono molto done.

Ma diamo il benvenuto agli enne Moviers acquisiti dal clan CREATE-NET! Jessica detta Fata Jes (la Guest Fellow che ha risposto prontamente al Last-Call-For-Moviers  la settimana scorsa), Iacopo detto Iak the Mate (il Mate che fa di quelle mattate sportive col Board che nemmeno le immaginate…in pieno stile NSM, Never Stop Moving… in pieno stile Let’s Movie…), Benedetta detta Banana (la romana che abita in una domus molto cinematografica accanto ai Cannoni di N/Lavarone…)e Katiuscia detta Kat (che mi sopporta quotidianamente con tutte queste mie follie cinematografiche).

Vogliate notare, Junior Moviers, un paio di cosette: voi, in quanto Fellows, avete l’obbligo di frequenza ma NON avete l’Habeas Corpus ? Let’s Movie non aderisce nemmeno agli Accordi di Schengen…e naturalmente, Geneva Convention what?!? I Senior Fellows lo sanno bene, ma rinfrescare i capisaldi su cui poggia Let’s Movie non fa male a nessuno…

Questa settimana il Board era pronto a sfoderare il bravo kalashnikov, prevedendo il deserto ad AGORA… Invece… Invece il nostro Sergente Fed FFF ha aggiunto Salvatote alla sua schiera di nicknames ed è giunto in soccorso del lonely Board ? dopo un duro pomeriggio di kite-surfing, un misero gelato per cena e un polpaccio malmesso, ci teniamo a precisare… Grazie Fed FFF, abbiamo molto apprezzato e i punti pro-BOE, Best-Of-Ever Award non te li toglie nessuno.

Quanto al film dirò due (cento) paroline in un Commento a parte… Per il momento vi basti sapere che ci aspettavamo un hamburgerone grondante effeti speciali baked-in-Hollywood… Invece, invece anche qui ci siamo dovuti ricredere… Potremmo fondare un nuovo club Tutti-Pazzi-Per-Ipazia, sessantottina ante-litteram, eroina perfetta ? cerebralmente, fisicamente, eticamente… (E sì, Honorary Mic, l’hanno pure uccisa ? questo ce la rende, come dire, ancor più affine…). Quanto all’andamento della macchina da presa, anche quello è molto molto done: segue la circolarità del dilemma su cui ragiona Ipazia e al contempo gioca all’elastico con riprese che partono dallo spazio verso la terra e dalla terra tornano verso lo spazio… Va be’, mi fermo qui… Sono certa di aver mietuto la mia solita schiera di vittime tra voi Moviers ? cadete come mosche, coi MIEI hamburgeroni….

Questa settimana la ricerca di un film da proporvi ha messo a dura prova il Board, vista la scelta non-scelta presentata dalle sale trentine (100% ostilità)… Lasceremo quindi al Multisala Modena capolavori del calibro di “Sansone”, “Qualcosa di speciale”, “Splice”, e “L’apprendista Stregone”  e chiamiamo a gran voce un “Let’s Movie to the Castle” con…

GLASS – TRASPARENZE OPALESCENTI
di Antonio Massena e Maria Cristina Giambruno
Castello del Buonconsiglio
Venerdì/Friday
21:00/9:00 pm
Ingresso € 1

Non vi sarà molto d’aiuto la descrizione (in calce, ovvio) dello spettacolo, che fa molto fusion, molto ambient, molto innovation… Ma a noi di Let’s Movie l’indecifrabile ci fa un baffo…

Esortandovi CALDAMENTE a rimpinzare il Baby Blog con i vostri commenti ? tranquilli my Fellows, lui, il Baby Blog, è di bocca buona e si gusta tuuuutto quello che gli proponete… ? vi ringrazio sempre dell’attenzione e mi auguro di vedervi venerdì… per sconfiggere l’indecifrabile…
Saluti evolutivamente cinematografici,

Let’s Movie
The Board

GLASS, TRASPARENZE OPALESCENTI: L’idea portante dell’evento spettacolo – che scaturisce dall’elaborazione progettuale e dall’ambientazione all’interno del Castello del Buonconsiglio di Trento in occasione della mostra sul vetro – è il concetto di fusione. Fusione di linguaggi, di spazi e di espressioni artistiche a partire dallo studio e dalla visualizzazione dei quattro elementi fondamentali: aria, acqua, terra e fuoco componenti basilari di ogni ecosistema, e dei complessi meccanismi che li governano.
Ma questi elementi sono parte della stessa natura del vetro e dallo studio di essi così come dal concetto di fusione saranno realizzate installazioni scenografiche che, abbinate a effetti di luce, suoni e musiche, saranno integrate dai movimenti del corpo degli attori e dei danzatori creando una “fusione strutturale” dell’allestimento scenico; le installazioni saranno dislocate in quattro punti diversi dal percorso espositivo a creare un ulteriore percorso per il pubblico, “fusione spaziale”; brani letterari sul vetro e/o su aria, acqua, fuoco e terra arricchiranno alternativamente le dinamiche sceniche sulla “fusione drammaturgica” vetro/acqua, fuoco, aria, terra/vetro. Il percorso drammaturgico e spaziale dello spettacolo immetterà e guiderà lo spettatore in una rarefatta e trasparente atmosfera nella quale il gioco degli attori, dei danzatori e degli acrobati, la suggestione delle musiche, l’incanto delle luci… avvolgerà tutti in un mondo di indefinita e trasparente irrealtà.

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