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LET’S MOVIE 362 from NYC – commenta THOROUGHBREDS di Cory Finley

LET’S MOVIE 362 from NYC – commenta THOROUGHBREDS di Cory Finley

Fifty-two, Fellows,

sono le mete che da tredici anni il New York Times elenca come le destinazioni per l’anno in corso — the places to go. Considerata l’autorità della testata, la lista gode di una sua credibilità, ed è diventata una tradizione. Non ho capito come mai siano 52 e non 53. Oppure 50, cifra tonda. Ma dopotutto, perché i Magnifici erano 7 e i gatti 44? Se “sh*t happens”, come recita un noto detto della saggezza popolare anglosassone, numbers happen too.
E’ stato Bob, il mio housemate, a mandarmi il link all’articolo del New York Times. Oltre ad essere un tuttologo — tirate fuori qualsiasi argomento e lui vi troverà qualcosa d’intelligente e/o sarcastico e o snob da dirvi — Bob è un devoto del New York Times, forse anche perché tanti anni fa vi collaborò come giornalista. Tre volte la settimana il NYT si materializza, in versione cartacea, davanti alla porta di casa, e giornalmente in versione online sulla tv della cucina. Saremo anche in un edificio del Pre-World War I (1909, per la precisione), ma questo appartamento, nelle mani di Bob, ha raggiunto un livello di agio domotico da millennials.

Abbiamo quattro Alexa. Ormai sono lontana dall’Italia da otto mesi, quindi non so bene come siate messi a gigiate by Amazon. Alexa è come la Siri dell’I-phone, solo che vive dentro una specie di piccola torretta e sta sempre in ascolto, vigila su di voi come l’omino del fisco, vi parla, vi risponde e vi fa le cose.
Tipo.
Alexa, switch on the light.
E Alexa vi accende la luce.
Alexa, send a text message to Pinco Pallino. Tu glielo detti, e Alexa lo scrive e lo manda a Pinco Pallino.
Alexa, metti WNYC. E Alexa vi sintonizza la radio sulla frequenza WNYC.
Alexa, com’è il traffico da qui al JFK? E Alexa vi aggiorna sul traffico e la miglior strada da prendere.
Alexa, che tempo fa? E Alexa vi dice la temperatura, il meteo corrente, e quello previsto entro le prossime ore.
Alexa, quanti abitanti ha il Perù? E Alexa vi dice 31 milioni e 77mila.
Alexa, qual è il senso della vita? Alexa vi dice 42 — e non vi sto a spiegare perché ci vorrebbero troppi pipponi, ma potete consultare Miss Sottuttoio Wikipedia.

Bob è talmente entusiasta di Alexa da averne quattro. Cucina, soggiorno, camera da letto e bagno.
Ci parla come fosse una confidente. La mia camera è lontana dal resto della casa — ribattezzata “le chateau” 🙂 — ma se lascio la porta aperta, posso sentire in lontanza Bob che chiede ad Alexa di chiamare al telefono tizio o mandare un’email a Caio.
Quando me l’ha presentata, sono rimasta a bocca aperta un quarto d’ora.
Io, che mi considero un essere assai socievole con gli umani, fatico a interagire con le macchine. C’è sempre quel retro-presentimento del rimpiazzo, alimentato dalla science-fiction e dai suoi apocalittici scenari — “e venne il giorno in cui i robot s’impradonirono del mondo…”. Quindi mantengo le distanze.

Bob, in camera sua, ha una televisione che è una specie di cinema; ha kindle, tablet, trabiccoli elettronici ovunque. Siamo abbonati a Netflix e a una quantità di canali culturali che tremo al solo pensiero di scoprirne la quantità esatta.
Chissà cosa penserà di me. Gli unici device elettronici in mio possesso sono il portatile e il cellulare. I Flintstone erano meno antidiluviani di me.

“Interested in a tv-set in your room?”, mi chiede l’altro giorno.
Una tivù in camera? E cosa me ne faccio?
“You can watch movies”
Ma li guardo sul pc, quando non vado al cine.
“A bigger screen” — le manie di grandezza americane non hanno certo bisogno di essere ri-commentate.
E poi non ho posto — aggiungo mentendo, il posto ce l’avrei eccome.
“But your room is so sparse”, e mi chiede se non voglio appendere qualcosa hai muri, avrebbe uno specchio che si abbina al piccolo scrittoio che potrebbe piacermi…

Con “sparse” i newyorkesi intendono “spoglio”, e ti guardano con quell’espressione “guarda che qui, volendo, ci starebbe anche un divanoletto, un cassettone, una parete finta…”.
Bob non è quel tipo. Ci tiene alla vivibilità, all’agio. Solo gli fa strano avere una coinquilina la cui stanza non è un teatro di guerra con mucchi di vestiti per caduti.
Ho cercato di spiegare che per loro è spoglio ciò che per noi è arioso. E che ho bisogno di quanto spazio possibile intorno, e pareti bianche ai muri: ho la testa fin troppo piena di roba. Devo riequilibrare.
Sempre parlando di casa… Ho scoperto che il nostro palazzo ha un nome. E ha pure una targa, fuori dalla hall imperiale (!), che lo riporta, insieme a quelli dei due architetti che lo progettarono, George & Edward Blum.
The Rockfall. Ecco, abito al Rockfall. E fa molto cinema, dirlo. Fa anche molto humor. Se pensate che significa “frana”, e che io lo sono per natura e anche per assonanza nominale — Frana Fruner, per servirvi — sì, fa decisamente humor. 🙂

Però mi piace l’idea che i palazzi abbiano dei nomi. Bob mi ha spiegato che per un certo periodo lo chiamavano “Columbia Plaza” — la Columbia sta a 5 isolati — uno specchio per le allodole per vendere appartamenti. Ma il nome originale è Rockfall.
Chissà poi perché.
Anche le parole, come i numeri, capitano, I guess.

E a proposito di vendere appartamenti… Qualche giorno fa, rincasando, ho visto un annuncio affisso in bacheca della hall imperiale. “Vendesi appartamento al primo piano”. Ho letto la descrizione. Tale e quale allo chateau, tranne che lo chateau sta al settimo piano.
Cucina, soggiorno, corridoio, tre camere, due bagni, due stanzini.
Prezzo: 1 milione e 250 mila dollari.
Stavo rientrando di fretta e non ho fotografato l’annuncio. Mi ero ripromessa di farlo quando sarei uscita di nuovo, di lì a poche ore.
Quando sono scesa, l’annuncio non c’era più.
Oggi è ricomparso — prezzo ribassato a 1 milione e 100 mila dollari. Se siete interessati… 😉
Questo per dire che vivo in un posto che vale 1 milione e 250 mila dollari. Io, un’immigrata italiana con la valigia — lE valigE — di cartone… L’incredulità mi piomba addosso spesso, polverizzando tutte le parole che potrei dire.

Ma tornando alle 52 destinazioni del New York Times…
Al primo posto: New Orleans. Città che quest’anno compie 300 anni, e che muoio dalla voglia di vedere. Il NYT ha letto nel pensiero.
Sapete chi abbiamo al terzo posto, prima dei Caraibi?
La Basilicata.
E al 40esimo?
L’Emilia Romagna.
Ma tenetevi forte… Al 50esimo posto c’è… l’Alto Adige! Non il Trentino. Il “South Tyrol” — hanno tenuto a specificare quelli del New York Times.

Ugo Rossi faccia lo sportivo e si rifugi nel fair-play by De Cubertin. Da quando hanno pubblicato la notizia, Durnwalder sta festeggiando con un trenino — sicuramente della Loacker — al ritmo di “Brigittebardotbardot…”.

Silliness aside, la lista è molto sfiziosa, e oltre a farvi scoprire località a dir poco tolkieniane — Gansu, Chandigarth, Megeve, Gansu, ma anche Branson nel Missouri (!) — ispirandovi per i prossimi viaggi, vi porta a fare il gioco “cielo-manca” con i posti che avete visitato.
Sono stata molto felice di trovare la cara Arles, l’adorata Tasmania con gli adoratissimi wombat, e la rivelazione Baltimora (15esimo posto).

Adesso tocca a voi 🙂

Ieri sono andata al Cinepolis di Chelsea a vedere un film che mi ha intrigato sin da quando ho messo gli occhi sul titolo, un paio di settimane fa, prima ancora che uscisse. Thoroughbreds di Cory Finley.

Partiamo dal titolo. “Thoroughbred” significa purosangue. E i cavalli sono presenze-assenze, e carne da macello, nel film. Rappresentano un po’ l’infanzia delle due protagoniste, Amanda e Lily. Fate conto due adolescenti del Connecticut bene. Anzi, benissimo. Mega ville stile Hamptons, ma gente, mi si dice, più low-key, profilo abbassato e conto in banca alle stelle.
Amanda e Lily hanno fatto le elementari, e a occhio, anche le medie insieme. E anche il corso di equitazione. Poi licei diversi e si sono perse di vista. Apparentemente Amanda sembra quella “problematica”. Ha fatto fare una gran brutta fine al suo cavallo, episodio a cui il regista furbescamente allude, ma che omette — la sottrazione, l’ellissi, funzionano sempre quando vuoi mantenere l’ambiguo, bravo Cory. La sua psicologa la ritiene affetta da sociopatia, disturbo da personalità borderline e asocialità con tendenze schizoidi. Un profilo al cui confronto, quello di Jack Torrence, era perfettamente nella norma.
Più che altro Amanda confessa di non provare alcun tipo di emozione. Completamente anaffettiva. Al punto tale da riuscire a piangere a comando, o a uscirsene con battute deadpan che farebbero impallidire Giuseppe Cruciani.

Lily sembrerebbe l’esatto opposto. La classica brava ragazza, preppy-chic kind of, orecchini di perle, studentessa modello in una scuola di lusso e internship presso uno studio finanziario rinomato. Un po’ troppo sulle sue, magari. Allora la madre la convince — obbliga — a dare ripetizioni all’amica “problematica”, prendendo due piccioni con una fava: azione lodevole più socializzazione.

Come vedete, i condizionali furoreggiano. Nulla è mai ciò che appare, insegna Hitchcok. Amanda si rivela essere meno anaffettiva di quanto vuol far credere — lo si vedrà nei fatti — e Lily è sicuramente molto molto meno brava ragazza di quel che si pensi. Dopo un’accusa di plagio — reato punibile con la sedia elettrica negli Stati Uniti — è rimasta iscritta nella scuola di lusso solo perché il nuovo compagno della madre, Mark, miliardario odioso, ha sfoderato il libretto degli assegni. E l’internship presso lo studio finanziario, bullshit. E le emozioni che Lily dice di provare, in realtà sono frutto di un personaggio che ha sempre indossato, ma non le appartengono veramente.
E’ proprio Mark che sancirà il legame di sangue fra le due ragazze. Spocchioso e ossessionato dal fitness, quello che in gergo si definirebbe un essetierreoennezetao, è la croce di Lily. Un patrigno di quelli che non augureresti nemmeno a Donald Trump — well…
“Do you ever think about just killing him?”, le chiede Amanda, una sera. Dopo lo shock iniziale, Lily comincia a pensarci seriamente. Ma proprio seriemente. E in breve si passa al “Sì, uccidiamolo”.

Inizialmente le due pensano di assoldare un killer, un piccolo spacciatore della zona, un buonoannulla. E con lui le tinte fosche di questo thriller-drama si tingono di umorismo. Ma il piano non va in porto. Ci vuole un piano B. E quello sì, avrà dello scioccante… E non posso svelarlo, altrimenti davvero rovino il lato thriller di questo film che è una specie di discesa agli inferi dell’adolescenza.

E’ ambientato ai giorni nostri perché ci sono i cellulari, i laptop e Amanda fa un riferimento a internet — bellissimo il racconto del suo sogno, in chiusura: “ho sognato che le persone smettevano di parlarsi, mangiare, badare alle proprie case, e stavano tutto il tempo a guardare il cellulare, finché un giorno vennero ingoiate da internet, e sulla terra rimasero solo cavalli, senza padrone, liberi”. Ma a parte queste allusioni alla tecnologia 2.0, “Thoroughbreads” potrebbe esere ambientato in qualsiasi epoca. Esamina dinamiche psichiche più che questioni sociali, e accompagna il tutto con uno script che pare teatro — e non a caso Finley è un drammaturgo al suo primo film. Non c’è rocket science nelle battute delle due ragazze, eppure il modo che hanno di recitarle — entrambe davvero dotate — il montaggio del film e non ultima la colonna sonora stridente e sinistra, trasformano il film in un piccolo gioiello nero che contiene l’abisso morale delle loro coscenze incoscienti — o a-coscienti…

Non direi che “Thoroughbreds” sia noir, ma piuttosto che si collochi in quel filone di opere che fanno dell’esistenza dei personaggi dei luoghi oscuri, percorsi da desideri perversi o solo “insoliti” e da atmosfere disturbanti. Mi viene in mente, su tutti, “The Killing of a Sacred Deer” di Yorge Lathimonos. Ma anche lo splendido “Get Out, Scappa!”, di Jordan Peele, che si è strameritato l’Oscar per Miglior Sceneggiatura Originale.

Nel costruire una trama che disfa pian piano gli assunti che noi prendiamo per validi — Lily brava, Amanda cattiva, Lily in grado di fare ciò che farà e Amanda fida complice — “Thoroughbreds” tiene lo spettatore avvinto dalla prima raccapricciante ellittica scena — un coltello, una stalla — fino all’ultimo improvviso fotogramma.
Cercate di non perderlo!

Per questa settimana vi regalo un articolo sul Socially Relevant Film Festival 2018 — bah — poi il Frunyc III aggiornato, dei ringraziamenti sempre molto gigantici e dei saluti, stasera, numericamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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LET’S MOVIE 332 – commenta WONDER WOMAN e propone LADY MACBETH

LET’S MOVIE 332 – commenta WONDER WOMAN e propone LADY MACBETH

Farneticando Fellows

tra i gradi lievitati di questa settimana e il compleanno di quello che forse sta impedendo al mio visto di essere approvato — i festeggiamenti non l’avranno tenuto impegnato fuor di Casa Bianca e portato in quel luogo da cafonal animato che è Mar-a-lago (Mar-a-lago)??
Tra il languire di questo esilio in cui l’unico mare è quello di nostalgia che pulsa come un cuore dentro a ogni cosa che faccio e dico. Tra le notizie che mi scivolano tra le mani senza rimanervi attaccate, tra canzoni techno per dodicenni che uniscono un tal Rovazzi (ma chi è Rovazzi??) a Gianni Morandi (Morandi lo conosco, ma non lo riconosco), c’è un piccolo evento che ha avuto il potere di farmi guardare alla Città degli Angeli, con un misto di benevolenza nei suoi riguardi che mi è assai estranea.
Di recente, in un articolo che ho scritto su di lei, Los Angeles, così l’ho descritta: “Per me è, e rimarrà sempre, una di quelle donne sfatte, un tempo avvenenti, ma ora sfiorite, che mantengono un vago ricordo di quella bellezza perduta, ma che si sono lasciate andare all’eccesso, al vizio, e ora siedono languide su un letto di un motel, in attesa”.
Per quanto i mesi che vissi lì siano tinti d’oro nella mia memoria, non ne ho mai fatto un newyork, dove “newyork” sta per “luogo leggendario — spesso associato al paradiso terrestre o all’Eden — situato al di là del mondo conosciuto, in cui i bisogni materiali sono appagati e gli esseri umani vivono in pace tra loro godendo della vita” 🙂
Los Angeles è tutt’altro. Pigra, lenta, sciatta.
Eppure qualche giorno fa mi stupisce anche lei con un omaggio che credo non sia piaciuto solo a me, ma a tutti gli amanti del cinema e della fantasia in generale. Il 9 giugno è venuto a mancare Adam West.
Adam West, per chi non lo sapesse, era l’attore che interpretava Batman nella serie televisiva di fine anni ’60. Prima di Christopher Nolan, Tim Burton e tutti i registi che si sono cimentati con il Cavaliere Oscuro di cui tutti siamo innamorati (se non ami Batman, allora non ami Gandhi, i cuccioli di foca bianca al Polo e Re Giorgio Armani), fu questa serie televisiva che ce lo rese familiare. Certo, ce lo rese anche assai buffo. Ricorderete la tuta 100% polyestere color galeazzociano che ricordava molto le calzemaglia del Mago Zurlì. Oppure le scene di lotta sostituite da vignette violence-free come “KAPOW”, “BAM”, “WHAAMM” che, attraverso un’ellissi tutta grafica, aggiravano, con garbo e innocenza, la brutalità sullo schermo. Ricorderete anche Robin, che più che un Robin era un omino della Playmobil, un elfo mancato di Babbo Natale.
Eppure quella serie televisiva segnò e fece la storia. A Los Angeles, se ne sono resi conto e sapete cos’hanno fatto? Hanno raccolto una gran folla davanti alla City Hall, il municipio di L.A., area Downtown, e il sindaco, Eric Garcetti, insieme al Capo della Polizia, Charlie Beck, hanno acceso il Bat-segnale! L’ovale con il pipistrello stilizzato a grandezza XXL sulla facciata della City Hall.
Questo il comunicato stampa ufficiale: “La leggendaria star della serie tv classica Batman, trasmessa dal 1966 al 1968, è scomparsa venerdì 9 giugno all’età di 88 anni. In ricordo dell’indimenticabile ritratto del Cavaliere Oscuro fornito da West, il Sindaco Garcetti e il Capo Beck accenderanno l’iconico Bat-segnale, che verrà proiettato sulla torre del Los Angeles City Hall a Spring Street. I fan di Batman sono invitati a indossare le loro Bat-tute in onore del ruolo di West.”

A parte che avrei dato un bat-visto per vedere quante Bat-tute sono accorse in omaggio al Cavaliere Oscuro…
Da un lato, qualche cinico europeo dalla lingua biforcuta, potrà anche ridere di questa cerimonia. A me ha letteralmente spalancato il cuore. Sarà che per me Gotham City è un’altra città dalla Piazza dei Tempi e dal Parco Centrale…
Io penso che un gesto del genere equivalga a dire: fermiamoci un attimo, crediamo in quello che sembra incredibile e rendiamolo cosa comune e collettiva. Ecco, per me, un’iniziativa così, ha più valore di mille concerti del Primo Maggio, parate del 2 Giungo, finali di Champions. E’ ricordare che la fantasia è un elemento quotidiano, che vive fuori dal cinema, dalla televisione e dai libri. Che è fra noi.
Spero che le madri abbiano travestito quanti più figli e figliE possibili, e cha li abbiano portati in Spring Street, a vedere il Sindaco e il capo dei cops chiamare Batman.
Spero anche che Batman l’abbia visto.

Sarebbe stato bello che New York avesse sposato l’iniziativa. Ma dopo tutto a NYC non serviva.
Los Angeles può diventare Gotham City per una notte. New York è sempre Gotham City. 🙂
Non so dirvi quante sono le volte in cui, passando per una strada meno battuta, oppure semplicemente alzando gli occhi sui grattacieli, quando certa nebbia si mescola alle luci della notte, quante volte io abbia pensato, e anche detto — sì, ad alta voce — “sei proprio Gotham”.
Come non voler vivere nella città che ti ricorda la fantasia ogni singolo giorno che la vivi?

E l’evento mi permette di collegarmi al Lez Muvi che noi Moviers, ligi ligi, siamo stati a vedere lunedì. “Wonder Woman” di Patty Jenkins. I ligi ligi sono stati il WG Mat, il D-Bridge e la Modenella, anche detta Skianto. 🙂
Non sia mai che io insabbi della discordia — Omero ci costruì sopra un’intera epica, e io che faccio, la insabbio??
Il D-Bridge ha incontrato delle difficoltà nei confronti del film.
Riformulo. Il D-Bridge l’ha trovato poco in linea con il suo gusto personale.
Ri-riformulo. Il D-Bridge l’ha considerato il film più brutto di sempre, o di mai. “Brutto” è un aggettivo a cui sono molto legata perché ti riporta all’infanzia, quando lo usavi a mo’ di sacco della spazzatura e ci infilavi dentro di tutto. Ora organizzeremo un evento “Vuota il sacco” in cui il Bridge ci spiegherà per filo e per segno tutto quello che non l’ha convinto 🙂

Tuttavia per alcuni elementi, non posso proprio dargli torto.
Su tutto, gli effetti speciali.
Ma io dico, siamo nell’era dell’iper-iper-digitale 4.0. Con gli effetti speciali siamo arrivati a un livello di raffinatezza e precisione da farti venire voglia di morire e resuscitare nelle mani di chi ha plasmato “Ex machina”, “Mogwli, il Libro della Giungla” oppure “Mad Max” — quei mondi sono più veri e credibili del vero credibile. Non parliamo poi di “Star Wars”.
Allora non è proprio accettabile che nella prima parte di “Wonder Woman” — quello il punto più dolente — ci vengano presentati dei paesaggi tra Mikonos, la Sardegna e i prati in fiore di “Maleficient” che stomacano dopo i primi quattro secondi. Tutto appare come una favola ma di quelle di bassa lega, è l’Harmony degli effetti speciali, e non vedete l’ora che il flash-back sull’infanzia di Diana (Wonder Woman) nel mondo di Themyscira, finisca.
Così come mi capita di cambiar canale televisivo per eccesso d’imbarazzo nei confronti di certi personaggi che si rendono ridicoli o che non sanno affrontare la situazione, così ho provato della gran compassione mista a vergogna per la regista e la sua squadra “Special Effects”.
Però c’è da dire che il fondo, il film, lo raschia all’inizio. Poi, in qualche modo, gli effetti speciali del film si riprendono. Sono sempre eccessivi, esagerati e imbarazzanti, ma se non altro, quell’Arcadia zuccherosa da mondo di Mio Mini Pony abitato dalle amazzoni, almeno quella, ci viene risparmiata.

Il film, nella seconda metà, si riprende anche dal punto di vista della storia. Se la prima parte è una lunga, a tratti assai barbosa ricostruzione dell’infanzia di Diana e della vita a Themyscira, la seconda parte, con Diana che affronta per la prima volta il mondo vero, si risolleva, e per me, si porta a casa la sufficienza.

Ma andiamo con ordine. Cos’è ‘sta Themyscira?
Prendete un paradiso terrestre. Arredatelo con dei faraglioni capresi, un mare caraibico, e tante, tantissime Amazzoni, che Zeus ha destinato lì per proteggerle da Ares, il dio più inkazzoso dell’Olimpo — questa è epica Fellows, anzi, è Pollon. 🙂 Queste amazzoni passano i loro giorni ad allenarsi come delle matte in una specie di capoheira a cavallo, in cui un po’ cavalcano, un po’ si menano, un po’ tirano frecce, però sempre tutto in orizzontale. E credo che quella sia la ragione di tanto allenamento. Provatevi voi a sferrare calci e pugni da sdraiati, ma per aria (!) Di Mandrake, dopotutto, ce n’è uno.
In questo Eden in cui ogni uomo vorrebbe precipitare, il fortunato si chiama Steve Trevor ed è una spia americana sfuggita all’esercito tedesco. Nel mondo vero infatti, siamo durante la Prima Guerra Mondiale, anche se io, a dire la verità pensavo che fosse ambientato durante la Seconda. Diciamo che gli sceneggiatori hanno preso un po’ dalla Prima, un po’ dalla Seconda e fatto una cosa fusion che, di questi tempi, va molto.
Diana, amazzone dal cuor di leone e dai poteri stratosferici, è convintissima che dietro questo scontro bellico ci sia Ares, e si mette in quella capatosta che si ritrova, l’idea di andare nel mondo vero ed eliminarlo. Fatto fuori Ares, no more wars in the world! La teoria di Wonder Woman non farebbe una piega, se non cozzasse con quel piccolo dettaglio che la guerra non è solo questione di Ares, ma anche dell’uomo. E’ l’uomo che sceglie, è l’uomo che porta dentro di sé la luce e la tenebra. E’ l’uomo che decide se dare ascolto al richiamo della guerra e armarsi, oppure preferire Cupido e finire in un Bacio Perugina. Wonder Woman riuscirà comunque a sgominare il nemico ergendosi sopra le trincee nemiche e a respingere proiettili e bombe grazie ai due bracciali fenomenali che tutti conoscete e a uno scudo che le serve anche come trampolino di lancio per raggiungere altezze irraggiungibili a qualsiasi scala dei pompieri.
La nostra eroina arriverà a capire che morto un Ares se ne fa un altro, proprio come il Papa, e che trafiggere il cuore al primo cattivone hitleriano di turno non serve a sconfiggere il Male. Il Male si sconfigge solo con l’Amore.
Questo il sequitur della teoria di Wonder Woman, che, va detto, ha sollevato non pochi malumori in sala.

Io dico che come tesi va bene, ma lo svolgimento no, non va affatto bene. Patty Jenkins, la regista, che si è formata su The O.C., Sex And The City, Grey’s Anatomy e Una mamma per amica, avrebbe dovuto lavorare sul modo. Non mi spiattellare lì Gandhi così. Gandhi è Gandhi! Wonder Woman deve trovare altre parole, anzi, altri fatti. E qui veniamo all’altra contraddizione in termini. Wonder Woman, che non è solo d’una bellezza da farti venir voglia di morire e rinascere per poter tornare in terra a guardarla, è anche una con delle skills al suo arco amazzonico. Sa qualcosa come 18 lingue e, a occhio e croce, è cintura nera di karatè orizzontale. Una Wonder Woman dovrebbe usare l’ingegno, come Ulisse, e non piegarsi ai modi inkazzosi di Ares. A questo, avrebbe dovuto arrivarci PRIMA, non a fine film, quando vediamo Diana in abiti borghesi, curatrice a tempo indeterminato presso il Louvre, mentre ripercorre la storia della sua vita e raggiunge questa conclusione.
Eppure in tutte le cadute di stile, in tutti i momenti che sfiorano il ridicolo e il combattimento finale che credo superi, per titanica portata, quello di Alien versus Predator — che non ho visto — nonostante tutto, io mi sono goduta il film.
E di seguito i motivi per cui “Wonder Woman” va (salva)guardata:

1. Gal Gadot. L’attrice che la interpreta. Miss Israele qualche anno fa. Una bellezza di quelle semplici ma potentissime. Occhi da cerbiatto, fisico dal giunco al giunonico — la via a cui tutte le donne ambiscono: magra ma formosa. Entra nell’inquadratura e calamita lo sguardo di tutti — personaggi, pubblico, tutti.
2. Wonder Woman non è una sciupa-maschi. Non ammicca, non seduce. E sarebbe stato facilissimo cadere nella tentazione di trasformarla in una Circe, una Cat Woman, facendole utilizzare le sue armi di distrAzione di massa, che non sono certo il lazo della verità e lo scudo che un tempo fu di Obelix… Questa Wonder Woman è innocente, una pura. Un’idealista anche. E forse, per ora, va bene così.
3. Wonder Woman è la prima eroina che raggiunge il grande schermo. Nasce nel 1941 — il 1941! — e ha dovuto aspettare il 2017 per vedersi girare un film con la sua storia. E allora ci stanno anche gli errori, le cadute di stile e le ridicolaggini. Quanti Batman abbiamo dovuto aspettare prima che Nolan ci presentasse il suo Cavaliere Oscuro? E quanti Superman sono passati, senza che nessuno, in definitiva, ci sia mai piaciuto? Quanti Uomini Ragno? Quanti Flash Gordon? Insomma, su Wonder Woman c’è da lavorarci. La domanda è, perché non è stato fatto prima? Non voglio finire in dibattiti femministi… Confido nel fatto che questo silenzio possa spaccare i timpani delle coscienze.
4. “Wonder Woman” fa ridere. Ci sono certe scenette in cui domina l’equivoco durante le quali io ho proprio riso di gusto… Specie quelle con Steve. Buffissimi i sottintesi, buffissima la scene in cui Wonder, vedendo Steve nudo — un uomo nudo per la prima volta — gli chiede, innocentemente spietata, “e tu ti fai dire cosa fare da quel cosino lì?”. Steve e lo spettatore pensano immediatamente al gioiello — gioiellino — di famiglia di Steve… Invece la Wonder si riferiva all’orologio…Ma che avevamo capito…?? Anche quando si prova abiti “civili”, trovandosi goffa e scomoda con i fronzoli delle femmine dell’epoca, il siparietto è assai spassoso. Inutile dire, peraltro, che tutto quanto le cade a pennello. Che è semplicemente perfetta — soprattutto un abito con un collo alto da madre badessa che decido sia il look Winter 2018…
5. Wonder Woman è tutto quello che una donna vorrebbe poter fare. Decifrare messaggi in codice. Vincere una battaglia al posto degli uomini altrimenti perduti senza di lei. Respingere le pallottole molto meglio di Neo di Matrix, che era in grado solo di schivarle, tz. Saltare con la leggiadria di una silfide, ed essere forte come un Minotauro.

E per una volta è solo e semplicemente bello — se il D-Bridge è per il “brutto”, io sono per il bello, un sacco bello 🙂 — potersi identificare con una donna che sappia fare tutte queste cose. Per tutta l’empatia che una può provare, per l’amore sconfinato per Batman, è difficile identificarsi con un eroe maschio. Avere un’eroina ci dà la nostra parte di immedesimazione a cui non abbiamo mai avuto accesso. Ora voi potete dirmi che ci sono altri personaggi femminili che le donne possono ammirare. Ma i supereroi sono un’altra cosa. Non solo gli ammiri. Per 90 minuti — 141 nel caso di Wonder, troppi — sei loro.

Allora sì, perdono strafalcioni e cadute di stile, perché per la prima volta, per 141 minuti, io sono stata Wonder Woman!

E questa settimana, proseguiamo il filone femminile con un thriller estivo

LADY MACBETH
di William Oldroyd
UK, 2017, ‘89
Martedì/Tuesday 20
Ore 21:00/ 9 pm
Astra/ Dal Mastro

Non so se Shakespeare c’entri, nel film. Ma Lady Macbeth è uno dei personaggi più iconici e potenti che si possano trovare nella sua opera sconfinata.
Mi piace che qualcuno, finalmente abbia pensato a lei per un film…

Questo potrebbe essere l’ultimo Let’s Movie prima della pausa estiva.
Quindi se domenica prossima non ricevete nuove dal Board, sapete perché.
Se la programmazione è unfriendly e non propone nulla di cine-papabile, spero di farmi risentire da New York City.
Da libera — anzi da liberta — l’esilio verde alle spalle. 🙂
Se invece c’è qualcosa che mi attira, allora, al solito, vi attiro nella rete di Lez Muvi, eh eh 🙂

E anche per stasera è tutto. Nel Maelstrom trovate un articolino che avevo scordato di mandarvi… Grazie a Jean-Michel Basquiat, New York City è finita nel Chiostro del Bramante… 😉

Ringraziamenti, tanti, e saluti, stasera, delirantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Eccovi tutto su Basquiat al Chiostro del Bramante… Enjoy!

LADY MACBETH: La giovane Katherine vive reclusa in un gelido palazzo isolato nella campagna, inchiodata da un matrimonio di convenienza, evitata dal marito, disinteressato a lei, e tormentata dal suocero che vuole un erede. La noia estrema e la solitudine forzata spingono Katherine, durante una lunga assenza del marito, a avventurarsi tra i lavoratori al loro servizio e ad avviare una relazione appassionata con uno stalliere senza scrupoli. Decisa a non separarsi mai da lui, folle d’amore e non solo, Katherine è pronta a liberarsi di chiunque si frapponga tra lei e la sua libertà di amare chi vuole.

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LET’S MOVIE 321 DA NYC commenta “PERSONAL SHOPPER” di Oliver Assayas

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Mixed Feelings Moviers Fellows,

Vi avevo promesso che oggi vi avrei raccontato del mio boat-trip sulle acque dell’Hudson di domenica scorsa. E vi giuro Fellows, l’idea era quella. Ma questa settimana ho finalmente affrontato il penultimo borough — distretto, quartiere, borgo, tradurre l’intraducibile è cosa che, per una volta, lascio a voi — il penultimo borough che mi rimaneva dopo Manhattan, Brooklyn, Queens e Staten Island. Questa, Staten Island, mi manca. Non credo, personalmente, che metter piede giù dal ferry che parte da Battery Park ogni mezz’ora e rimontare su quello che da Staten Island riparte alla volta di Battery Park la mezz’ora successiva, valga come “essere Staten sull’Island”. Ma ho già in programma di farci una capatina. E se non proprio proprio Staten Island, Ellis Island. Tanto una island vale l’altra, no? 🙂
Il borough che mi mancava all’appello lo corteggiavo, idealmente, dal giorno in cui sono arrivata. Ma non avevo mai occasione di andarci. Gli eventi sono perlopiù downtown, o a Brooklyn/Williamsburg. Nel Bronx uno ci va per altri motivi. Non so di preciso quali. Ma io, ci sono andata semplicemente per farci una corsa.

Ho capito che avere Central Park a 25 minuti da casa, per fico che sia, ti preclude l’esplorazione. E’ così Central, lui, così Park… Come fare a resistergli? Questo fa sì che io venga attirata sempre giù a sud senza che la mia volontà abbia alcun tipo di effetto — lui magnete, io calamita. Però l’altro giorno ho pensato che non potevo avere la parte sinistra — o est che dir si voglia — di New York sprofondata nella tenebra: metà cervello funzionante, e l’altra colpita dall’ictus dell’ignoto. Se Manhattan è lambita dal fiume Hudson a destra — o ovest che dir si rivoglia — dall’altra parte parte vanta un altro corso fluviale non meno imponente. L’Harlem River. Chissà perché non lo si nomina mai…. Discriminazione fluviale? Sembra un’idiozia boardiana delle solite, ma v’invito a rifletterci. Il Tigri e l’Eufrate vanno a braccetto sin dai tempi dei Mesopotamici. Perché Hudson e Harlem River non possono funzionare nello stesso modo?
Insomma, decido di vederlo questo Harlem River. E di attraversarlo. Per farlo, ci sono tre modi “accanto” a casa mia. Un ponte pedonale che scopro essere il ponte più vecchio di New York, l’Highbridge — 1848, mentre Milano festeggiava le sue Cinque Giornate… poi chiuso, restaurato e riaperto al pubblico nel 2015. Il Drawbridge. Un ponte di quelli classici dell’americanità, ferro screpolato e bulloni a vista. E il 145th Street Bridge, una di quelle strutture “make America great again”, con il nome tatuato su una fibbia gigante in testa al ponte, quattro corsie, woosh-woosh. Mi stanno a cuore tutti e tre per motivi diversi e assolutamente ininfluenti sulla vostra conoscenza complessiva del Bronx, quindi inutile che ve li dica. Anche perché è “Dabronx” che voglio dirvi, non tanto le tensostrutture che mi ci portano (!).

Il primo giorno accedo alla parte “turistica” del quartiere, se di parte turistica si possa parlare. E’ il Bronx basso, quello tra la 149esima e Grand Concourse, l’arteria che corre su su per tutto il borough. Un po’ come la Broadway, o Park Avenue, che te le ritrovi ad altezze e a bassezze inimmaginabili — sempre loro. E’ il Bronx all’acqua di rose. Quello che mi presenta la comunità variegata di ispanoamericani, neri, portoricani. Tre-quattro bianchi — di cui una, io. Le rivendite di pneumatici accanto all’Iglesia di Nuestra Senora Something. E poi un susseguirsi di negozietti non ben identificabili ma con dentro merce cheap che vuole sembrare fancy e merce cheap che vuole essere solo cheap. Meccanici, Popeye’s “Louisiana Kitchen” — tremo alla sola idea di cosa il menù abbia da offrire — Wine&Liquor, Laudromat, Key-Foods. La classica morfologia dell’americanità quando si reifica nel retail da strada. Non guardo tanto i negozi. Vi sembrerà folle e falso, ma da quando abito qui, sono molto parca di sguardi ai negozi, ha dell’incredibile, lo so, ma credeteci. Guardo, invece, la gente. Fino ai limiti dello stalking. Trecce color ciliegia su corpi di donne in sovrappeso. Uomini magri magri con sguardi giallo cannabis, palloni da basket sottobraccio a ragazzi dentro cappucci oversize. La popolazione può somigliare a quella di Harlem. Ma guardandoli bene, non è quella di Harlem.
Me ne accorgo il secondo giorno, quando entro nel Brox più alto, una decina di isolati sopra, altezza Yankee Stadium — scoprendo che lui, lo Yankee Stadium, dista da casa mia una ventina di minuti …tifassi per gli Yankees sarei lì dipinta. Quel Bronx lì è diverso. I tre-quattro bianchi spariscono completamente, rimango solo io. Chi mi vede arrivare mi guarda più stupefatto che incuriosito. Qualcuno accenna un sorriso moolto timido, niente aperture 24-denti harlemite. Si vede che non sono abituati ad avere dell’albume nel piatto. La maggior parte mi guarda con incredulità. Non sospetto. Diciamo che, nell’istante in cui passo, mi studiano.
L’effetto è strano. Non è Harlem. E’ il Bronx.
I due campetti da calcio del Mullay Park sono divisi per razza. In uno latini e portoricani. Nell’altro ragazzi di colore. La distinzione salta all’occhio subito — da una parte tutti piccoletti, dall’altra tutti vatussi — e uso il termine in pace, non con intenti derisori.
Ne ho la riprova quando faccio una fotografia. Una fotografia a nulla di veramente particolare. La strada, il marciapiede, la gente. Appena scatto, vedo questo nero più nero del nero lanciarmi uno sguardo più nero del nero. Una di quelle occhiate “checciai da guardare cosa credi che siamo fenomeni da baraccone fossi in te leverei il tuo cuBo bianco da qui e non ce lo rimetterei più capita l’antifona se non l’hai capita no problem te la faccio capire”.
Occhi territoriali, e io dentro il suo territorio. Con una macchina fotografica. Combinazione Schettino-Costaconcordia.
Ora io la butto sul ridere. Ma dietro quello sguardo lì, anzi al di là di quello sguardo lì, si estende un mondo bronxiano pieno di quegli sguardi lì. Penso a cosa ci sia dentro gli anni che queste persone hanno vissuto. Case popolari. Botte, o anche solo blatte. Scuola lasciata a metà strada. Il modello di macchina vagheggiato e la Metrocard in tasca. In mano una borsa di nylon con dentro chissà cosa.
Mi spingo fino alla 170esima, poi faccio dietrofront. Ma solo per una questione di tempo. Il Bronx è un corpo pieno di lividi sotto una tuta mimetica che mi piace. Come tutti quelli che hanno preso botte, non vuole farle vedere. Nasconde, e ringhia se qualcuno —o qualcuna, qualcuna bianca, qualcuna bianca di corsa — fa il ficcanaso.
Sì, ho capito l’antifona.
Quindi, you understand me now, non potevo rimandare il Bronx per un boat-trip sull’Hudson. Questa volta, per una volta, ha vinto l’Harlem River. Mi riprometto di parlarvene la prossima settimana. Anche perché non avevo mai risalito un fiume su un battello a vapore — non sapevo nemmeno che esistessero ancora, o davvero…

Sentimenti contrastanti anche nei confronti del film che sono andata a vedere. “Personal Shopper” di Oliver Assayas — il cui precedente “Sils Maria”, detta delicatamente, mi stomacò. Il titolo potrebbe trarvi in inganno. Non ha nulla a che vedere con le Kinsellate di “I Love Shopping” o eventuali film che una Paris Hilton potrebbe interpretare fra Rodeo Drive e Via Monte Napoleone. “Personal Shopper” racconta la vita un po’ balenga di Maureen, una ventottenne che di mestiere fa l’assistente personale/tuttofare di Kyra, una top super model che sembra essere tutto il contrario di quello che Maureen crede di essere. Kyra superficiale, vanitosa, artefatta, sofisticata, quanto lei seria, con velleità artistiche, sobria ai limiti dell’ascetismo — nu jeans e na maglietta. Poi Maureen è pure una medium. E ora qui si scatena l’inferno di “nuoooo” dei Moviers… Una medium?? Donascimiento? Il Mago di Segrate — Oppebbacco, lievitamento?
Indipendentemente dalle opinioni personali verso questo genere di esperienze, sono sempre scettica verso l’uso di certo paranormale nel cinema. Non perché non m’interessi, ma perché credo che pochissimi registi siano in grado di maneggiare il tema senza cadere o nel melodrammatico o nel ridicolo. Difficilissimo mantenere la credibilità quando tratti di fenomeni che sconfinano con il soprannaturale. E’ un terreno scivolosissimo su cui sono rovinati tanti registi, anche molto grandi su tutti, doveroso ricordarlo, Tornatore con “La corrispondenza”.

Maureen ha la capacità di comunicare con i morti, e nella vita, oltre a rimbalzare da una boutique all’altra a rifare il guardaroba di Kyra, aspetta. Cosa aspetta mi chiedete? Un segnale da parte del fratello gemello morto a causa di una malformazione cardiaca da cui è affetta pure lei. E le arrivano, dei segnali… Ma da presenze — vive? Vere? Morte? — che la perseguitano via cellulare. Il film si trasforma, a questo punto in un thriller dall’esito abbastanza prevedibile.

Fossi stata Assayas, avrei lasciato perdere tutta la deriva paranormale e mi sarei concentrata sulla vita di questa ragazza che cerca di trovare la propria identità. Il confronto con l’altrissimo da sé, rappresentato da Kyra, la porta a interrogarsi sulla propria natura. Disprezza davvero la “vacuità” della top model, oppure, in qualche modo, vorrebbe essere (come) lei?
“Non c’è desiderio senza il proibito”, ragiona a un certo punto, Maureen. E se il regista avesse scavato un po’ di più da quella parte, ovvero nelle riflessioni sul desiderio, preferendole agli ectoplasmi che si materializzano nella vecchia casa di famiglia (!), il film avrebbe avuto più fortuna. Anche il lavoro del personal-shopper, che, come alludevamo, potrebbe erroneamente suscitare associazioni al mondo del futile, del superficiale, esce fuori con tutto il suo bel codazzo di problematiche. Io scelgo i vestiti altrui. Devo scegliere utilizzando il mio gusto ma stando attenta a non scordare il gusto del cliente. Devo fare in modo di esserci, di non perdermi, ma devo rimanere invisibile… Un po’ come il lavoro del traduttore… Non facilissimo, come lavoro, direi.
E poi c’è anche la componente di falsità che emerge. Se io sono personal shopper di qualcuno e quel qualcuno diventa famoso GRAZIE ai look strepitosi che IO gli propongo, chi merita la fama, IO o il cliente? La scena in cui Maureen vede le foto in cui Kyra è ritratta con gli outfit scelti da lei, e si stizzisce, è ben rappresentativa di questo conflitto che vive. Conflitto interiore che troverà la sua massima espressione nel momento in cui indosserà vestiti e biancheria intima di Kyra e dormirà nel suo letto quando lei non c’è.

Se devo dire la cosa che mi è piaciuta di più del film, quella cosa è Kristen Stewart. Praticamente LEI è il film. Passa buona parte del tempo a digitare messaggi via Whatsapp e a parlare su skype con il moroso lontano, eppure la sua interpretazione è sempre credibile, dall’inizio alla fine — e provateci voi, ad essere credibili quando vi danno del Mago di Segrate ogni due per tre…
E poi “Personal Shopper” va salvato anche per certe riprese, stilisticamente raffinatissime. Movimenti di camera all’indietro, come se l’occhio volesse sgusciare via dal set e non vedere ciò che non si può vedere. Oppure il gioco di afflato e porte automatiche chiuse-aperte verso il finale…
Un film si deve apprezzare anche nella sua componente più meccanica.

E ora Fellows vi saluto. Il Frunyc sarà aggiornato nelle prossime ore. Quindi stay tuned 😉

Nel Maesltrom vi riporto un articolino sull’esperienza nello showroom Diesel a Chelsea, con il nuovo Patron Stefano Rosso, figlio di. (Renzo).

Sempre grazie per esserci e ascoltarmi. E adesso saluti, antiteticamente cinematografici.

Let’s Movie

The Board
(Da Board)

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Come anticipato, http://www.lavocedinewyork.com/arts/lingua-italiana/2017/03/27/un-mentore-alla-moda-diesel-incontra-gli-studenti-iace/ 🙂

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LET’S MOVIE 212 – propone IL FUOCO DELLA VENDETTA e commenta CORPO DI DONNA

LET’S MOVIE 212 – propone IL FUOCO DELLA VENDETTA e commenta CORPO DI DONNA

IL FUOCO DELLA VENDETTA
di Scott Cooper
USA-UK, 2014, ‘116
Lunedì 1/Monday 1
22:00 / 10 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

Ma Moviers!

Dalla sporca dozzina al deserto dei tartari in una settimana?! Ma che è? Una dieta dimagrante in cui i kg persi si esprimono in “Moviers”, nuova unità di misura con le caratteristiche dell’inchiostro simpatico?!
Già una torna dalla Puglia tutta scombussolata, e lo scombussolamento dipende da tanti fattori, su tutti, lo shock visivo-uditivo-olfattivo a cui sei sottoposto una volta che rimetti piede a Trentoville. E guardate, per una volta lei, l’urbe versione micromachine, non c’entra. E’ proprio una questione d’intensità di certi luoghi, e di mancanza d’intensità di altri. Per metterla in termini fotoelettrici, una lampadina da 1000 watt contro la candela di Guglielmo da Baskerville, ecco. Il Salento ti strapazza ― e così credo valga anche per i paesi mediterranei in generale, per l’Africa poi vale a pacchi. Ti piglia e ti scuote da capo a piedi. Avete presente i fichi? Quelli che vi sembrano tanto dolci, tanto yummy yummy quando li mangiate qui. Ecco, prendete un fico di Arco, o di Vigolo Vattaro o di Baselga di Piné o di qualsiasi località trentina dal nome singolo o doppio, indifferentemente. Prendetelo e moltiplicatene al cubo il sapore. Ora prendete quest’operazione e applicatela a tutto ― colori, panorami, rumori, odori.
Insomma, una torna tutta elettrizzata, e deve affrontare questa nebbiolina da Manchester ad Halloween, questi poveri abitanti ingrigiti dall’estate mancata, che hanno quello sguardo un po’ sparuto, fin sgomento, quella faccetta da fermenti lattici tre volte al dì che ti fa terrore e tenerezza… Quell’espressione va-be’-nella-vita-ci-si-abitua-a-tutto-ci-abitueremo-anche-alla-nebbiolina-di-Manchester… Una torna e vorrebbe, se non una dozzina, almeno tre Moviers, per fare la piangimerenda e per condividere il film.
Per fortuna c’erano loro, i Fellows Magicians, Marco&Matteo. Ed è sempre bello incontrarli: ogni volta che li vedo ―ogni volta che raggiungo Rovereto in tempi ritiropatente ― mi aggiornano, confusi e felici, sull’affluenza di pubblico alle loro rassegne ― provatevi voi, vi sfido io, a mettere insieme 14-15 anime, in agosto, in uno scantinato, a vedere film potentemente d’essai… per me dovrebbe diventare una disciplina olimpica.
E anche a “Corpo d’amore” eravamo una quindicina ―30 se contiamo gli ombrelli (valgono anche gli ombrelli, no?). E anche “Corpo d’amore” è un film potentemente d’essai. Quello il cui riassunto occupa una manciata di righe, per la felicità di quelli che odiano i riassunti.
Immaginatevi un posto di villeggiatura al mare. Casa sulla spiaggia. Padre sessantenne e figlio adolescente che non riescono a comunicare neanche a botte. Un bel giorno i due, che si stanno smarrendo nel tentativo di trovare la causa ultima (o prima) della loro incapacità comunicativa ― tirandosi delle menate che il Rag. Fantozzi definirebbe “mostruose”― un bel giorno i due trovano una sventola biondo Svezia priva di sensi sul bagnasciuga ― e ditemi se questo non è il sogno del 98% della popolazione maschile mondiale. La ragazza parla una lingua straniera incomprensibile ai due ―e ditemi se anche questo non è il sogno del 98% della popolazione maschile mondiale― quindi la sua presenza è puramente carnale, un simulacro di senso davanti all’intelletto che i due, con i loro discorsoni introspettivi, i loro monologhi interiori, sfoggiano di continuo a livelli faccia-a-faccia tra Freud e Jung.
Manco a dirlo, padre e figlio s’innamorano entrambi della ragazza. Ma hanno fatto i conti senza il fusto. Ecco che entra in scena il ragazzo della biondina, un palombaro che con lei condivide la lingua e un feeling evidente. Padre e figlio, a cui non va molto giù l’idea di vedersi portar via la biondina da sotto il naso, decidono di re-agire. Da rivali quali erano, passano a complici: architettano un delitto la cui vittima lascio a voi il compito di indovinare (secondo voi ammazzano il tenero fiorellino svedese oppure il maschio alfa terzo incomodo??).
Ora, io l’ho raccontata usando il mio solito stile balengo (altrimenti detto ca**one). Ma il film è profondamente serio e intenso, strutturato in tre momenti che coincidono con il percorso incomprensione-evoluzione-involuzione di padre e figlio. Prima non si sopportano, poi trovano nella ragazza il canale comunicativo di cui abbisognavano (abbisognavano??), e infine scendono la china della distruzione etica pur di non mollare l’oggetto d’amore.
A me ha intrippato molto la figura di questa donna, un essere privo di parola ma dalla carica fisica molto potente, a metà strada fra un Venerdì dafoeiano e un Emile rousseuiano. Una donna che è un corpo, un corpo d’amore. E’ come se i due, prima di trovare lei, parlassero di nulla, come se la comunicazione non potesse sussistere perché vuota, priva di significato ―i dialoghi sono molto spesso ridondanti e autoreferenziali, costruiti intorno al vaniloquio e a domande lasciate irrisposte. Attraverso di lei, che funge da motivo e motore ―questo è l’amore, alla fine, motivo e motore primordiale― il loro dialogo trova sostanza, un soggetto in carne e ossa. E il loro dialogo acquisisce un fine, anche solo quello, banale, di decidere per lei, vestirla, darle da mangiare, accudirla. E lei diventa l’incarnazione della loro comunicazione. Non è un caso che la ragazza non parli la loro lingua: a loro, lei interessa come puro oggetto, e ridiventa soggetto solo quando sta con il palombaro e parla la sua lingua.
Mi piace molto la parabola discensionale che Carpi (Fabio, non Paolo, errata corrige) fa prendere al film. M’intriga che padre e figlio, da opposti ―il padre un entomologo che parla per tassonomie, il figlio un teenager insicuro ma saputo― e da rivali in amore, diventino complici, che si macchino le mani insieme. E’ come se compissero un rito, come se quell’estate, su quella spiaggia, i due avessero condiviso qualcosa ―qualcosa d’indicibile― per la prima volta. Una sorta d’iniziazione. C’è qualcosa di profondamente animalesco in questo film, pur essendo così lucido e composto, apollineo ―niente scene forti, né di sesso, né di violenza. C’è una carica profonda che attraversa sotterranea la trama del film, che lo anima e lo rende, per certi versi, dionisiaco. E’ come leggere “Lo straniero” di Camus. Tutto sotto la luce del sole, tutto apparentemente normale. Eppure, sotto tutto quel sole, dentro tutta quella normalità, il protagonista del romanzo commette, di punto in bianco, un omicidio ―leggete e paragonate 🙂
“Corpo di donna” è un film di silenzi, tempi lunghi, le atmosfere sono come sospese ―e questo anche grazie a una luce quasi nordica, fredda, affatto calda e mediterranea, come se Storaro, direttore della fotografia, avesse aderito all’agenda apollinea dell’involucro visivo del film.
C’è un sacco Bergman, secondo me, lì dentro. Quei momenti in cui magari non succede nulla, ma che sono presaghi. Se avete visto qualcosa del regista svedese sapete di che parlo…E anche qualcosa di tragedia greca… I personaggi sono tutti senza nome, come se la specificità identitaria non contasse. Come se i personaggi fossero dei tipi, più che dei personaggi. Quindi no, non è un film “leggero”, anche perché propone una serie di battute (meravigliose) tipo “Quand’è che la testa smetterà di pensare? Di immaginare? Tra il dolore e il nulla scelgo il dolore” oppure “Se una cosa non ha senso, che senso ha continuare a pensare?”… Roba pesante…
Siccome il Mago Matteo mi ha suggerito, con sguardo solenne, che mi devo contenere, 🙂 proverò l’ebbrezza dell’esperienza Tupperware, e per una volta mi conterrò,  chiudendo qui il pippone 🙂 (e dalla curva sud s’alzò un urlo di giubilo che contagiò tutti i Moviers). 🙂

Ma parliamo di cose serie… S’è aperta qualche giorno fa la 71esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Ovviamente l’Anarcozumi è in loco per controllare che tutto vada come deve andare. Io fremo dalla curiosità. “Il giovane favoloso” di Martone ―già solo il titolo merita il Leone d’Oro– sulla vita di Giacomino Leopardi, e poi “Birdman”, di Inarritu che ha aperto la Mostra e letteralmente rapito pubblico e critici. E poi “Pasolini” di quel folle di Abel Ferrara, e “The sound and the fury” su Faulkner di James Franco (non che me lo veda molto come regista, ma diamogli una chance), e “La vita oscena” di De Maria e “Hungry Hearts” di Costanzo (figlio, per carità), e anime nere” di Francesco Munzi….Come vedete abbiamo di che banchettare 🙂 …Speriamo che le pellicole arrivino presto in sala… Conto sul Mastro 🙂 anche se per questa settimana mi tocca cedere allo Smelly per questo filmetto di cui mi si dice gran bene circa l’interpretazione di un certo Christian Bale, che è sempre un gran piacere ritrovare…

IL FUOCO DELLA VENDETTA
di Scott Cooper

Scott Cooper, per capirci, è quello che ha girato “Crazy Heart” tre anni fa, con il quale Jeff Lebowski Bridges vinse l’Oscar. Magari “Il fuoco della vendetta” non sarà il capolavoro dell’anno, ma va bene chiudere la pausa estiva con un thriller ― con un thriller con un cast così: Christian Bale, Casey Affleck, Zoe Soldana e William Dafoe ― e mi pare il meglio che questa fine di agosto abbia da offrire. Come dicevo, aspettiamo CON ANSIA i film presentati a Venezia.

Anche questa domenica vi chiedo di far tappa nel Movie Maelstrom. A proposito, lasciatemi ricordare ai Moviers di recente acquisizione che quello sarebbe uno spazio tutto vostro. Io lo okkupo solo per non lasciarlo sfitto e alla mercé dei pancabbestia 🙂
Se volete segnalare un film ― ma anche una canzone, un libro ― se volete lamentarvi, se volete strillare o ballare sul mondo, potete farlo tranquillamente lì dentro. Lì dentro vale tutto. È un Maelstrom ― la versione 2.0 dello Zibaldone leopardiano. È fatto per il ricircolo benefico di suggerimenti ed esperienze. Basta che mi mandiate due righe ― o un papiro, as you wish ― a [email protected]. Io poi copio&incollo. Se lo preferite, mantengo l’anonimato. Insomma, fatevi sentire, ok? 🙂 Dai dai dai 🙂

E ora ho finito.
Non credo di essermi contenuta troppo, purtroppo ― sorry Matteo il Mago! 🙁 Ma si sapeva, no? La tecnologia Tupperware ha bisogno di tempo per attecchire nel mio universo all-you-can-speak…
Ora da bravi, schifate il riassunto, crogiolatevi nel Maelstrom, e beccatevi questi saluti, stasera, avversativamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board
MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Qualche notte fa mi è capitato di vedere finalmente “Drive” di Nicolas Winding Refn, vincitore della Palma D’oro a Cannes nel 2011 (miglior regia): a Trentoville aveva fatto una tappa lampo, e mannaggia-allo-Smelly, l’avevo perso.
Il film, indiscutibilmente tra i best-of degli ultimi anni, accontenta tutti: i patiti di thriller e regolamenti di conti; i fan della velocità e dello stunting; i teneroni che s’inteneriranno davanti a una storia d’amore in boccio. “Drive” farà letteralmente uscire di testa le slave to the Ryan, Ryan Gosling, anche detto Ryan Oh-my-Gos(h)ling… Mai così bravo (e lo è sempre), mai così bello (e God, lo è sempre)…
In più non ricordavo che la mia canzone teen preferita in assoluto, che già vi mandai qualche tempo fa, fosse la colonna sonora del film! https://www.youtube.com/watch?v=boFhHOjljs0
Prendete questa canzone ― dal potente effetto lisergico ― e aggiungetevi del Ryan Gosling ― dal potente effetto taumaturgico.
Si può volere di più da un film??

IL FUOCO DELLA VENDETTA: Russell Baze non fa una vita facile. Di giorno, operaio senza nessuna prospettiva di futuro nell’acciaieria locale, di notte si prende cura del padre malato terminale. Suo fratello Rodney, reduce da una missione in Iraq, resta coinvolto nel giro di un’organizzazione criminale che organizza incontri di lotta clandestini e scompare misteriosamente. Di fronte all’incapacità della polizia di fornire delle risposte credibili, Russell, che non ha niente da perdere, decide di mettersi personalmente alla ricerca di Rodney, rischiando la sua vita pur di scoprire che fine abbia fatto il fratello.

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Let’s RandoMovie II

Let’s RandoMovie II

Martedì 13 agosto
Blow Out
di Brian De Palma (1981, 107′)
Interrato del Bar Locos, Via Valbusa Grande 7, Rovereto
21:00/9:00 pm

Allora sì, devi dire senz’altro della conformazione morfologica e del cromatismo. Perché uno s’immagina la Grecia piatta, cotta e gialla ― ‘na frittella ― e invece no, le Sporadi sono ricce, fresche e verdi ― n’insalata. Forse è meglio che usi le pietre preziose per paragone, acquamarina e smeraldo, anche se Cartier ha fatto il suo tempo e lo trovi un po’ stucchevole. Devi dire di ulivi, platani, pini marittimi e alberi con foglie lucide che non sapresti nominare. Delle cicale in mezzo alle quali Villa Colpianoforte stava sprofondata ― e di’ del pianoforte che voi compagni Sporadici, nonché talent-free della musica classica, non avete saputo suonare (che sporadica vergogna!). E del mare lussureggiante che ti si apre davanti ― lussureggiante fa un po’ troppo Salgari, ma quell’azzurro vivo e vegeto come lo spiego sennò? ― e alle tue spalle questa natura odorosa dall’animo pseudo montano ― miele, pino, sale, gelsomino. Di’ che l’hai trovata una combinazione spiazzantemente riuscita, e che dobbiamo rivolgere i complimemti agli dei dell’Olimpo, Pollon in primis, che possiedono tutto questo. 🙂
Non so se dovresti dire delle mille peripezie ― dai Salgari, basta! ― che hanno contraddistinto la vacanza. Stelle marine (be’, una) finite sulla tua tratta natatoria, boccagli smarriti negli abissi e recuperati dalle tue braccia ― purtroppo solo banalmente lunghe e non nobilmente bianche come quelle della posh Nausicaa ― e l’immancabile relitto che quest’anno non era un cimelio cinefilo come quello dello scorso anno (cfr “Le Grand Bleu”), ma un’imbarcazione losca con anima e stiva dedite al narcotraffico (di cinefilo, c’è la trama che ci potremmo inventare, in effetti), e poi la guerra delle etimologie perchè i leucociti derivano da leucos che vuol dire bianco, e i gatti molestatori e il nuovo detto “serbo al volante pericolo costante”, e l’isolotto con sopra un monastero con dentro due monaci (briscola passatempo number one immagino), e la vecchina che regalava le caramelle e i vecchini confabulanti sulle panchine e la spiaggia rossa e la luna rossa (esistono davvero, tutt’e due, non sono scherzi dell’insolazione) e le stelle riconosciute grazie a quell’app galattica (già) di Google Sky Map che è stata pensata appositamente per quelli che nel cielo distinguono al massimo i propri sogni, non certo la Costellazione del Cigno.
Dovresti dire poi della descalation delle accommodation, da Beverly Hills 90210 di Skopelos e la sua Villa Colpianoforte (sempre lei, quella tra ulivi e cicale, col barbecue e pure la pompa dell’acqua della famiglia Oleson), s’è passati a Melrose Place di Allonissos con piscina e terrazzo chill-out, fino ad arrivare allo scantinatos di Skyathos, dove gli standard erano più ostellari che stellari, ma un po’ di bagpacking non ha mai fatto male a nessuno. 😉
Ah be’ certo poi dovresti dire che il trash si spalma dagli Appennini alle Ande e raggiunge persino certe spiagge greche che vanno evitate a pié pari, dacché vomitano barche di turisti chiassosi e colorati in locali che sparano musica Jlo a partire dalle due del pomeriggio, corpi bisunti che fanno dell’erba finta tra i tavolini una pietosa passerella, ragazzine che si atteggiano a dive, uomini in là con gli -anta aggrappati alle caviglie volanti di Peter Pan…
Ah e poi devi dire senz’altro grazie ai tuoi compagni Sporadici, il WG Mat, la Junior, Micheleingegnere e Geli: l’ever-exploring Board avrebbe bisogno d’iniezioni di Lexotan due volte al dì in vacanza, soprattutto in vacanza… 🙁 🙁

Monologue Moviers!

Questo è un filo di pensiero di un pomeriggio in spiaggia. Sprovvista di computer ― “pc-free” è stata la conditio intimatami dal gruppo di Sporadici a cui ho piegato il capo (gari)baldamente obbediente ― mi rigiravo il filo in testa, aspettando il momento di stenderlo una volta a Trentoville…
E il rientro a Trentoville è stato addolcito dalla serata al Cineforum di Rovereto! Ricordate la rassegna noir che vi segnalai come Let’s RandoMovie, prima di partire? Ecco. La sera del rientro, mi sono precipitata a Rovereto sulle tracce del Pub Locos, di cui non ricordavo più le coordinate. Dopo aver chiesto a tre (tre!) passanti, finalmente lo raggiungo e trovo Matteo&Marco, gli organizzatori della rassegna (con Maurizio, il terzo MA), che mi accolgono. Tu devi essere il Board. Sì, so’ il Board. 🙂
Matteo&Marco The Magicians, intendo, perché organizzatela voi, una rassegna noir, in piena estate, con tutto quello che sta capitando là fuori ― la nascita del royal baby e la conversione di Belen e i capricci di un nano dopo una sentenza… Matteo&Marco The Magicians, che scovano una location da favola per ospitare la loro signora selezione… Si scende in un interrato a voltabotte di pietra beige ― come immergersi in una crème chantilly freschissima ― ed ecco sedie in vimini, maxischermo e bugigattolo per il proiettore. Pam, Board galvanizzato!
E “Gun Crazy”! What a movie, Fellows! Una doccia gelata, con quella protagonista dal sang froid che più froid non si può. Che brividi!
Figuratevi Bart e Annie come una specie di Bonnie e Clyde dark che hanno smarrito quell’aura positiva da simpatiche canaglie di cui Bonnie e Clyde erano circonfusi. Bart e Annie sono due appassionati/malati di pistole avviati inesorabilemente alla perdizione. Be’ forse Bart senza Annie si salverebbe. Ma c’è questa figura di femme fatale, irresistibile e pericolosissima, che lo conduce a un triste finale…
Patologicamente attratti dalle armi da fuoco, i due commettono una rapina via l’altra finché ― be’, potete immaginare cosa c’è oltre il “finché”… Sono due sventurati, Bart e Annie, lui soprattutto, finito nelle mani della donna sbagliata.
Il film, del ’50, ha una tensione che non posso proprio raccontarvi. Ma posso raccontarvi che si trattiene il fiato tutto il tempo ― e non sono tanti, i film che ultimamente ti fanno trattenere il fiato tutto il tempo…
Tommaso, il Movier Tiny T ― perché è nella Tiny T che ci sta il vino buono 😉 ― nuovo Fellow che mastica molta semantica, che colgo l’occasione di presentarvi oggi e che è un grande esperto-barra-aficionado del genere noir, mi ha spiegato che esistono vari filoni all’interno del noir, tra cui quello appunto della “femme fatale”, la virago che conduce la sua vittima alla rovina…. Annie, la sanguinaria, è proprio questo, l’amantide che mangia l’amore del suo compagno e lo porta alla distruzione…
Ma lasciate che ringrazi la Honorary Member Mic! Sapete cos’ha fatto, la Honorary in terra vicentina? E’ andata in biblioteca ― tranquillizziamo gli utenti: le biblioteche venete non hanno ANCORA predisposto il sequestro delle opere straniere lasciando solo il biopic “Alberto da Giussano”; io, in ogni caso, mi affretterei… ― e s’è noleggiata tutti e tre i film della rassegna!! Ora vi spiegate perché lei sta nel CdA. Ora vi spiegate perché si pregia del titolo di “Honorary Member”. Ora vi spiegate perché io e lei siamo crazy, e senza gun. 😉
Ma Matteo&Marco The Magicians colpiscono ancora, Fellows! (Houdini torni pure a giocare coi lucchetti…). Visto il successo di pubblico nonostante il caldo (e forse un po’ anche per quello!), proseguono con la rassegna CINEMA IN THE CAVE che supportiamo con estremo piacere e che propone

SSSSILENCE…Vite pericolose di raccoglitori di suoni

Martedì 13 agosto
Blow Out
di Brian De Palma (1981, 107′)

Martedì 20 agosto
Musica lontana (installazione acustica)
Christian Marchi + Brailleway
The Shout (L’australiano)
di Jerzy Skolimowsky (1978, 86′)

Quando: Poco dopo le 21:00
Dove: Interrato del Bar Locos, Via Valbusa Grande 7, Rovereto
Come: Ingresso gratuito
😉 Posti limitati (=hurry up!)

Ricordo a tutti la preziosissima stringa da applicare a questi due film: INVERSIONEORIGINALESOTTOTITOLATA!

Spero di riuscire ad esserci martedì 10. Dovessi stazionare in certe coste azzurre, lascio a voi il piacere d’immergervi nella chantilly ― a zero calorie zero, volete perdervela?! 🙂
E per oggi è tutto, my missed-you-much RandomMoviers… Sapete che vi dico? È bello ritrovarvi, abbronzati, sciallissimi, in forma strepitosa… siete dei Vanity Fair Fellows! Da copertina!
Grazie dell’attenzione, anche in agosto, e senza sovrapprezzo… Pianto un tiny Movie Maelstrom prima del riassunto palmifero, e vi offro dei saluti filologicamente cinematografici.

Let’s RandoMovie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Tra gli imperdibili del genere noir, il neo-Movier Tiny T preziosamente suggerisce “Il vaso di Pandora” (Georg Wilhelm Pabst, 1929) e “Il mistero del falco” (John Huston, 1941) e la filmografia di Humphrey Bogart, un uomo un’espressione. Prendiamo nota!

BLOW OUT: Jack è un tecnico del suono, ed una notte sta registrando suoni che gli servono per il sonoro di un film dell’orrore di serie B al quale sta lavorando. Accidentalmente registra uno sparo e da quel momento per lui saranno guai…

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