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LET’S MOVIE da NYC commenta “THE HOUSE THAT JACK BUILT” di Lars Von Trier

LET’S MOVIE da NYC commenta “THE HOUSE THAT JACK BUILT” di Lars Von Trier

Madeline Millan Moviers

è una mia collega professoressa all’FIT. Insegna spagnolo. È di Puerto Rico. Ha quell’inglese che sa di Sud America.
Quando esclamo “mammamia”, non fa una piega. Non come gli americani, che ridono e, maldestramente, lo ripetono.
Madeline è anche una poetessa. Ha pubblicato molte raccolte in spagnolo. Tante sono state tradotte in inglese.
Quando viene a sapere che anch’io sono del partito della parola, si interessa subito.
Voglio introdurti alle scrittrici del PEN America Women’s Literary Workshop, mi scrive per email.
Quando leggo “PEN America”, io, nella mia testa, m’inginocchio.

Il PEN America è un centro la cui istituzione risale al 1922 —il Neolitico, in parametri storiografici americani — e il cui obbiettivo è “difendere e celebrare la libertà d’espressione negli Stati Uniti e nel mondo attraverso la promozione della letteratura e dei diritti umani”. Così è scritto nella loro costituzione.
Sono Membri del PEN America scrittori, poeti, drammaturghi con almeno una pubblicazione, editori e traduttori professionisti. È considerato il fiore all’occhiello della cultura americana — un luogo di prestigio, storia e nobili valori. Ha i suoi bravi premi, un Festival e organizza tutta una serie di conferenze, incontri, eventi, sparsi in tutto il mondo. Sì perché il PEN America è diventato anche PEN America International, e conta su qualcosa come 100 sedi worldwide. Un’istituzione, insomma.
Quando è nato, nel Neolitico, il PEN America era una struttura men-only, ovviamente. Ché la donna doveva rimanere nella caverna e badare ai piccoli, mentre l’uomo andava per la giungla a pubblicare e tenere reading. Poi le donne sono arrivate, ma senza una stanza tutta per sé, come invece voleva Virginia Wolf. Allora una venticinquina di anni fa, la poetessa newyorkese Ilsa Gilbert, ha detto, ma perché non istituiamo, all’interno del PEN America, un luogo in cui le scrittrici membre del PEN possano incontrarsi, e condividere i propri lavori?
Siccome siamo a New York e le idee carambolano nella pratica con più probabilità che in Italia, il PEN Women’s Literary Workshop ebbe inizio.
Madeline mi porta a uno di questi incontri una serata piovosissima di ottobre.
Io sono un’ospite, non devo dire o leggere nulla. Ma sono agitata come se dovessi fare un’interrogazione.

Ci si incontra una volta al mese, e la location cambia ogni volta. Le membre che hanno a disposizione una casa sufficientemente spaziosa, la mettono a disposizione per l’incontro, che si basa sul chi viene viene — un po’ come Let’s Movie quando Let’s Movie agiva a Trentoville.
Ma l’incontro di ottobre, non so bene perché, si tiene nella sede ufficiale del PEN America, che sta nel cuore di SoHo, al 588 Broadway. Forse per quello sono agitata. Sono intimidita dalla sede. Gli uffici bianchissimi, dove spiccano ovunque il rosso e il nero del logo “PEN America”.
Le donne sono tutte senior, ultra over senior. Viaggiamo dai settanta in su, con qualche incursione nella cinquantina.
La mancanza di anni che mi porterebbe al loro livello mi pesa addosso. Pensa se vedessero che nei messaggi sul cellulare uso la K al posto del “chi”, 3 al posto di “tre” e la x in vece del “per” — come Salvini!
Temo che la loro età le renda divine, demiurghe. Che loro sappiano tutto ancora prima di conoscermi.
La K, il 3, tutto.

Madeline mi presenta a Ilsa Gilbert, quella Ilsa Gilbert.
È talmente piccola e magra che potrebbe starmi in borsa. Ha due occhi azzurri che spuntano fuori, freschissimi, dalla rete di rughe che ricama il suo viso — il colore non invecchia, penso con gratitudine.
Arrivano altre membre. Una con un bastone, una persino con un deambulatore.
Fuori piove che Dio la manda. Eppure queste vecchine se ne sbattono lettaralmente pur di essere letterariamente presenti all’incontro.
Quando parlo di resilienza newyorkese intendo anche questo. Il “no mattter what”. Indipendentemente da tutto, ci sono.
Questo mi ha destabilizzato i programmi molte volte.
“Ma chi vuoi che ci vada, con questo tempo?”.
Appena trasferita qui, non facevo che rassicurarmi con questa domanda quando programmavo di partecipare a qualche evento. Poi arrivavo sul posto e trovavo pienissimo, se non sold-out.
I newyorkesi non permettono ad alcunché, meteo compreso, di intralciare i loro programmi. Se si tratta di meteo, aggirano l’ostacolo con outfit poco edificanti, ma lo aggirano.
Quindi non c’è da stupirsi che una scrittirce novantenne faccia il suo ingresso in deambulatore quando fuori imperversa l’apocalisse.

Poi arriva Rosalie, Calabrese. È ancora più magra di Ilsa. Nella mia borsa, ci nuoterebbe.
Rosalie è molto generosa, e mi segnalerà, nelle settimane successive, eventi poetici, e salotti letterari.
Il PEN America Literary Women’s Workshop funziona così. Tre scrittrici hanno dieci minuti a testa per leggere i loro scritti, e poi si apre un open mic, un microfono libero, in cui chi vuole può leggere per cinque minuti.
Una delle scrittrici da dieci minuti è proprio Rosalie. Legge da un librino sottile come lei. “Remembering Chris”.
“È suo figlio. Si è suicidato lo scorso anno”, mi sussurra Madeline all’orecchio.
La sua poesia non è strappalacrime, drammatica, come si potrebbe pensare.
Mantiene la dignità.
Ricordo un verso.
I reach for your hand/and hold the memory.

Altre donne leggono.
Molta poesia che sento, non mi parla. A quanto vedo, qui in America c’è la tendenza ad annacquare la poesia. A perdere la musica. A scrivere narrativa, e chiamarla poesia. Per questo, credo, quando mi capita di leggere le mie cose, mi si dice sempre “they are music”.
Se si perde la sintesi e si diluisce il pensiero, e con esso la parola, allora abbiamo la prosa. Ma se voglio scrivere in prosa, scrivo in prosa. Non la spaccio per poesia.
Quindi non rispondo molto, emotivamente parlando, a quello che le mie orecchie sentono. Ciononostante, ascolto con attenzione.
Non c’è solo poesia. Una drammaturga sta lavorando a una pièce teatrale, e ci legge un monologo. Una scrittrice di racconti, legge la bozza di un nuovo racconto.
Mi piace la formula “workshop”. Il fatto che alcuni dei lavori letti siano in-progress.
E mi piace l’energia di queste donne, che alla loro veneranda età, continuano a scrivere, uscire, fare, brigare. Che non si fermano davanti a niente.
Se me lo chiedete, è proprio questo tipo di donna che vorrei essere un giorno. Non lo sono ancora.
Nei giorni buoni sono una che ci prova. Nei giorni meno buoni una che arranca.

Rosalie mi invita al salone letterario di Otis Kidwell Burger, la 94enne del Greenwich Village di cui vi avevo accennato in un passato pippone.
I novantaquattro anni di Otis sono tutti ben allineati sulla sua spina dorsale ricurva e sul bastone che usa per camminare. Che non è un bastone, è una racchetta da sci, e dio solo sa da dove arriva, nel cuore del Greenwich Village, una racchetta da sci.
Ma la voce è quella di una donna nel fiore degli anni. Sicura e senza esitazioni. Se chiudo gli occhi davanti alla veste da casa in flanella, le scarpe comode, la gobba e la racchetta, potrei trovarmi davanti a una mia coetanea.

Siamo nel suo salotto, al 27 di Bethune Street.
Ci sono due divani diversi, sedie spaiate, una varietà di oggettistica che solo un rigattiere potrebbe eguagliare.
E poi libri, tappeti, un caminetto, uno scrittoio.
Otis è seduta su una sedia di velluto rosso. Un pezzo unico. Tutti sanno che quella è la sedia di Otis. Quando sono arrivata era libera, ma ho intuito immediatamente che quella sarebbe stata la sua sedia. Nella repubblica anarchica di New York City — e del Village — ha la solennità di un trono.
Otis fa il suo ingresso per ultima. Cammina a stento, ma cammina. Da sola. Dietro di lei, il suo gatto, arancio, a righe.
Otis avverte che il felino è molto “naughty”, e che morde.
Io lo accolgo con uno starnuto.
Prego tutti i santi allergici in paradiso di non farmi attaccare con il fuoco di fila di sternuti, come ogni tanto succede.
Fortunatamente mi limiterò a quattro, sparsi per tutto il reading.
I santi allergici hanno guardato giù.

Nel salone letterario di Otis funziona un po’ come con il Workshop delle PEN American Literary Women. Due scrittori leggono per venti minuti, e poi c’è il microfono libero. È il coordinatore del gruppo, un poeta che sembra Santiago, il vecchio de “Il vecchio e il mare”, ma con qualche libbra di più intorno al girovita, a scegliere gli scrittori che leggono per venti minuti negli incontri successivi.
Io leggo tre poesie da “Bitter Bites”. La voce un po’ tremolante.
Santiago, a fine reading, mi dice se posso venire e leggere il 9 dicembre.
Quindi il 9 dicembre, mi sono spettati venti minuti.

Sono tutti curiosi, gli scrittori —in generale, ma in questo caso, proprio i presenti.
Mi chiedono del mio inglese, di quanto debba essere difficile scrivere poesia in un’altra lingua, e poi venire in un altro paese — ma non conoscevi nessuno? E poi ma come hai fatto a pubblicare in così poco tempo??
Io dico no, non è difficile, poetare in inglese. È scoperta, lavoro e piacere. Tengo sempre a mente che nella lingua, ci entro in punta di piedi.
E no, non conoscevo nessuno, ma a New York non rimani a lungo senza conoscere nessuno.
E sì, sono stata fortunata a trovare un editore disposto a credere a una just-landed come me. Ma ho espiato tanto in Italia.

Prima di andarmene, Otis mi dice, torna, torna. Torna quando vuoi.
“Sai, ho studiato italiano a Venezia”, aggiunge, in inglese.
“L’ho studiato perché avevo un ragazzo italiano…”, sghignazza. Il suo viso si accende di malizia. Ha novant’anni e rotti, ma mi sembra una ragazzina.

E queste sono le reti di New York. Partono da una Madeline che ti invita a un reading, dove conosci una Rosalie che ti invita a un altro reading, e finisci da una Otis, da cui ritorni due volte.
Forse per questo a New York mi sento così “safe”. Percepisco l’esistenza di quella rete, là fuori.
Sono convinta che vada avanti a tramare anche quando io non guardo.

Questa settimana è stata una settimana cinematografica fortunata perché il film che attendevo di vedere dall’ultimo Festival di Cannes, “The House that Jack Built” di Lars Von Trier, è stato introdotto dall’attore protagonista, un tale Matt Dillon, alla Film Society del Lincoln Center.
Io, Matt Dillon, lo ricordavo un po’ gigione in “Tutti pazzi per Mary”. Mai avrei immaginato che potesse reggere due ore e trentacinque minuti di girato larsvontrieriano. Invece, li ha retti. Certo il suo intervento al Lincoln Center non è stato di molte parole. Ma del resto, dopo aver recitato da serial killer in un film come “The House that Jack Built”, comprendiamo e perdoniamo certa fiacchezza di spirito.

America, anni ’70. Jack è un ingegnare, ma avrebbe sempre volute essere un architetto. Questa distinzione risulta essere cruciale per capire — well, tentare di capire — la logica perversa che puntella la mente di questo personaggio. Come lui stesso spiega: “l’ingegnere è un musicista che legge la composizione e la esegue, l’architetto l’ha scritta”. Quindi possiamo dire che l’architetto è il poeta, il creatore supremo, l’artista. Mentre l’ingegnere è un esecutore: un po’ la differenza fra Mozart e Salieri.
Jack ambisce all’architettura: la sua più grande ambizione è quella di costruirsi una casa — la casa del titolo, appunto. Ma Jack è un esecutore. Seriale, per di più.
Jack, oltre a essere un ingegnere, è un serial killer.

Comincia la sua “carriera” da omicida in maniera rozza e grossolana, sfasciando la faccia a una povera Uma Thurman — God, quanto è invecchiata, dov’è finita Black Mamba! — colta nella più classica delle situazioni che ingolosiscono i killer da che murder è murder. Una donna, per altro assai insopportabile, fòra la gomma della macchina e chiede aiuto, a bordo strada: il suo cric è rotto, non può farcela da sola.
Ma tu guarda le coincidenze, un Jack passa proprio in quel momento…
Qui una parentesi linguistica è doverosa. In inglese “Jack”, oltre a essere nome di persona, significa proprio “cric”. Ma tu guarda ancora le coincidenze… E “Jack”, se ricordate bene, è anche “The Ripper”, “Lo squartatore”, il killer seriale più seriale di tutti i tempi. Ma tu guarda, ancora ancora, le coincidenze…
Lo scopo esistenziale di Jack è quello di compiere l’opera perfetta, così da “dar vita”, perversamente e antiteticamente, all’omicidio più sofisticato possibile. Di qui il nome con cui firma i suoi delitti — Mr Sophistication. Per realizzare tutto questo, Jack si serve di una cella frigorifera in periferia dove accatasta tutti i suoi “tentativi” nell’attesa di compiere il capolavoro definitivo: una casa con i “tentativi” al posto dei mattoni…

Nelle mani del genio del male Von Trier, l’ironia è un filo nero che corre lungo tutto il film. Diciamo lungo almeno tre quarti di film. In modo particolare perché Jack è affetto da OCD, ovvero da disturb ossessivo-compulsivo.
C’è niente di più lugubremente comico di un assissino che è costretto dalla sua ossessione a ritornare infinite volte sulla scena del delitto —cosa che non si deve fare mai— perché è convinto di aver lasciato una macchia?
Nel secondo omicidio compiuto, in cui Jack è ancora assai “grossolano” nella tecnica, ritornerà nella casa dove è accaduto il crimine qualcosa come dieci volte. La scena è obbiettivamente molto comica, anche se stiamo osservando un killer al lavoro. Del resto il cinema di Von Trier ci ha abituato a ridere dell’orrido. Quindi noi si sta al gioco e si gioca.

Quanto a struttura, il film è tutto una rievocazione, un flashback, con due voci fuori campo. Quella di Jack e quella di un tale Verge, una figura che potremmo identificare come Dio, o qualcuno/qualcosa di simile — interpretata mirabilmente da Bruno Ganz. Jack suddivide il suo racconto in cinque “incidenti” — così li chiama — che gli sono capitati e che, per qualche motivo, hanno segnato il suo percorso.
In un “incidente” dedicato alla famiglia, Jack prende in ostaggio con l’inganno una madre e due figli, e trasformerà un tranquillo picnic nel bosco, nell’estremo viaggio per i tre malcapitati. Anche qui, il dark humor raggiunge vette larsvontrieriane.
In un altro episodio, la vittima protagonista è una giovane donna, e l’argomento è “l’amore”. Non vi dico nel dettaglio cosa succede, ma vi posso anticipare che Jack si ritroverà con uno dei seni della ragazza a fargli da portamonete — in effetti, la forma si presta…

Jack e Verge inseriscono nella narrazione delle considerazioni altamente filosofiche sulla vita, l’arte, l’esistenza, trasformando la discussione in qualcosa tra dialogo filosofico, seduta psicoanalitica e tete-à-tete fra due megalomani.
La figura di Verge, infatti, assume contorni ora divini, ora psicoanalitici, ora virgiliani. Quest’ultimo contorno è evidente nella sezione finale del film, che s’intitola “Catabasi” — ovvero la discesa di una persona viva nell’Ade — in cui Verge, una specie di Virgilio, accompagna Jack, una specie di Dante — per altro vestito con una vestaglia rossa di chiara dantesca memoria — nell’ultimo viaggio.
E qui Von Trier ci chiede quel “leap of faith” che ogni tanto chiede ai suoi spettatori. Ovvero quello di essere flessibili e aprirci all’allegorico, uscire dalla nostra piccola scatoletta di causa-effetto quotidiana, e riflettere in termini grandi, universali, e metaforici.
Dopo aver guardato in lontananza dei Campi Elisi bagnati da una luce empirea e ammiccanti al Paradiso, Jack finisce giù in una specie di purgatorio dove Verge gli fa una proposta: puoi seguire il cammino convenzionale che tutti seguono, oppure c’è quell’altra strada, oltre quel ponte… Ma certo, se per raggiungerla cadi laggiù, in quel buco laggiù, finisci dritto tra le fiamme dell’Inferno.
Cos’ha fatto Dante? Si è rifiutato di scendere giù per i gironi? Cos’ha fatto Faust? Si è rifiutato di negoziare la sua anima con Mefisto, in cambio della conoscenza?
La scuola della tentazione ha la meglio anche nel caso di Jack.

“The House that Jack Built” è un film molto denso, che ribadisce ancora una volta quanto Von Trier sia innanzitutto un filosofo, un seduttore del pensiero. La macchina da presa non è altro che l’estensione del suo intelletto. Per questo il suo cinema è molto cerebrale, molto schematico e ordinato — cinque “incidenti” più chiusura finale in questo caso, ma ricordiamo “Dogma”, il manifesto a cui aveva aderito negli anni ’90 che prevedeva una serie di regole fisse per rispondere a un’idea di cinema minimalista.
Eppure Von Trier è anche un empatico nato: è questa empatia universale che gli fece dire, infelicemente, al Festival di Cannes del 2011: “I understand Hitler. He did some wrong things, absolutely, but I can see him sitting there in his bunker at the end … I sympathize with him, yes, a little bit”, un’uscita maldestra che gli valse la cacciata da Cannes.
Trier non perde mai la componente emotiva del suo spettatore. Nel caso di “The House that Jack Built”, Jack costringe lo spettatore a empatizzare, in qualche modo con lui — così come Von Trier “empatizzava” con Hitler? — lo porta a compiere l’estremo salto con lui, a vedere come lui vede, e quasi, a sentire come lui sente.
Dopotutto, non fanno questo i grandi artisti? Non ti fanno essere altro da te?

Lo spettatore è una via di mezzo fra complice e vittima: subiamo quello che Jack ci propone, ma al contempo non vediamo l’ora di vedere cosa succederà nel prossimo “incidente”. La potenza del cinema di Von Trier risiede proprio lì, nel lavorio sotterraneo ed efferato che opera dentro di noi.
Lo spettatore esce dalla sala stordito, ubriaco. Dopo un film di Trier pensi a tutto quello che si nasconde dietro le porte, dentro i tombini. Vedi “l’animo oscuro della luce” — una splendida immagine che il regista utilizza nel film, e sulla quale il film si spegne.
Continuando dantescamente, per entrare nel cinema di Von Trier dovete lasciare ogni speranza. Speranza di una comprensione totale e univoca. Soprattutto, accettare un patto che ti porta a perlustrare zone scomodissime dell’esistenza e dell’umanità.
Personalmente, non vedevo l’ora che il film uscisse. Ci sono gran pochi registi che esplorano gli abissi così come Lars riesce. Accanto a lui metto David Lynch.
Certo, se cercate il film di evasione, un paio d’ore di cine-entertainment, “The House that Jack Built” forse non fa per voi. Se invece volete l’evasione suprema, quella che vi permette di uscire dalla vostra piccola esistenza quotidiana e accedere a uno spazio in cui investigare l’umano essere — e l’umana follia, anche — il film sarà pane per i vostri denti.

Nella saletta piccola dell’IFC Center dove ho visto il film, il pubblico si è diviso fra quelli con le mani sugli occhi durante le scene più cruente, e quelli che ridevano per l’umorismo nero del regista. Quanto alle mani sugli occhi, sono ovviamente inutili: non c’è nulla di visivamente inguardabile, o che non abbiamo già visto — forse soltanto un paio di forbici in mano a Jack bambino le cui lame finiscono per stringere troppo la zampa di un anatroccolo…

Moviers coraggiosi, imbarcatevi in questo viaggio e andate a vedere la casa di Jack!
Potete tranquillamente prendervela con il vostro Board se il film vi sconvolgerà 🙂

E anche per stasera è tutto, Fellows.
Frunyc IV aggiornato, e saluti, stasera, poeticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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LET’S MOVIE 373 da NYC commenta “AMERICAN ANIMALS” di Bart Layton

LET’S MOVIE 373 da NYC commenta “AMERICAN ANIMALS” di Bart Layton

Manhattanhenge Moviers,

Sembra una delle mie solite idiozie linguistiche, vero?
E invece no. E’ un’idiozia linguistica 100% made by New York City. 🙂
Descrive un fenomeno, la cui esistenza è stata l’ennesima riprova di quanto questa città sia, nell’ordine:

1. Avanti mille miglia, sempre con gli occhi a rovistare il futuro
2. Creativa. Semplicemente creativa. Suonerà banale o scontato, ma l’inventiva di questi newyorkesi ha il potere di spiazzarmi ogni volta
3. Burlona. Quando capirete di che si tratta, non potrete che concordare su questo suo lato totò-dariofo che ho scoperto solo vivendoci. Siamo tutti abituati all’entertainement per turisti — molto spesso di dubbio gusto — che offre in ogni forma e dimensione. Ma non mi sto riferendo a quelle carabattole. Il Manhattanhenge è un evento architettato dai newyorkesi per i newyorkesi. Può capitare che i turisti vi s’imbattano per caso, ma sono rari. La maggioranza dei presenti all’evento sono autoctoni — “metroctoni”, direi.

Il Manhattanhenge origina da una domanda. Cosa penseranno le civiltà del futuro quando approderanno/atterreranno sull’Isola di Manhattan e, scavando nel sottosuolo, troveranno la famosa griglia composta da Street e Avenue? Sicuramente le imputeranno dei significati astronomici reconditi, proprio come facciamo noi con le strutture monolitiche nel Vecchio Mondo, prima fra tutte Stonhenge.
Per lui, il cerchio di pietre verticali che spunta nella pianura inglese vicino a Salisbury, il giorno magico è il solstizio d’estate: il 21 giugno, il sole sorge e si allinea perfettamente con alcune delle pietre perennemente sull’attenti. Millenni e secoli si sono spremuti le meningi per capire cosa si nasconda dietro a Stonhenge. Alcuni pensano addirittura che sia un sito alieno, una specie di punto di sbarco di creature extraterrestri in visita sul nostro pianeta — un parcheggio, insomma. 🙂
Se la piana di Salisbury ha Stonhenge, Manhattan ha Manhattanhenge.
E il momento speciale, cade tre volte all’anno, ovvero quando il sole sta per tramontare e si allinea perfettamente alla griglia di strade manhattiane, dando luogo a una luminescenza aranciolimone da Incontri ravvicinati del terzo tipo — altroché parcheggio! Fate conto che il sole sia come una fetta d’anguria capovolta sul piatto dell’orizzonte.
I giorni fortunati cadono intorno al Memorial Day (che quest’anno è stato lunedì 28 maggio), il mercoledì successivo, e il Baseball’s All Star Game — una partita, a quanto mi si dice, di gran rilievo, tipo finale di Champion’s League— che si tiene a metà luglio.
Gli antropologi del futuro — dicono i newyorkesi convinti — potrebbero giungere alla conclusione che il popolo degli Americani venerava la guerra e il baseball…

Per godere al massimo del Manhattanhenge, il consiglio è quello di posizionarsi nella parte più a est possibile della 14esima, 23esima, 34esima, 42esima e 57esima, preferendo la 34esima e la 42esima. Queste street sono l’ideale perché, in caso di cielo terso, il vostro occhio taglierà tutta Manhattan e arriverà fino all’Hudson.
Ovviamente non potevo farmi sfuggire quest’occasione aliena a Gotham City — la concentrazione fantasy era semplicemente troppo ghiotta per fare come se niente fosse.
Scelgo la 42esima. Errore madornale, se siete Robert Capa e aspirate a raccogliere materiale per la vostra prossima mostra. Io non sono Robert Capa, ma certo non disdegno qualche bello scatto. Tuttavia, quando sono arrivata, ho capito che l’evento andava vissuto come momento di mistica congregazione, e non di portfolio fotografico.
Scendo dalla metro a Grand Central Station, e l’idea è quella di proseguire sulla 42esima, e camminare giù giù fino alle Nazioni Unite, in modo da vedermi lo spettacolo e includervi anche il Chrysler Building, l’edificio che, ormai lo sapete, fa di New York Gotham City. Ovviamente faccio l’errore che faccio sempre. Ogni volta che scopro qualcosa di folle, o anomalo, o strambo — tipo Manhattanhenge — mi convinco, in maniera automatica e idiotica, di essere fra i pochi che ne sono a conoscenza. “Massì, chi vuoi che lo sappia, chi vuoi che ci vada…”, qualunqueggio io, e, con quello spirito avventato e sconsideratamente ingenuo, vado incontro al mio destino, che è tutto l’opposto.
Emersa dalla metro, capisco infatti che l’idea originaria va a farsi benedire. Vengo accolta da decine e decine e decine di persone lungo la stradea, rivolte a ovest, con il braccio sollevato e armato di cellulare, per immortalare la luminescenza. In corrispondenza del semaforo, i pedoni aspettano il verde non già per attraversare, ma per piazzarsi in mezzo alla strada e beneficiare di una visuale quattro terzi. E questo è nulla. Mi avvicino al ponte sopra Pershing Square, e vedo che è preso d’assalto. Letteralmente invaso di persone che attendono i sei minuti, dalle 8:12 alle 8:18 pm, in cui la sfera del sole che galleggia sull’Hudson, sarà perfettamente incastrata fra i grattacieli.
Mando all’aria l’idea delle Nazioni Unite e mi dirigo nella zona d’assalto. Sia per il solito masochismo che mi abita, sia perché tutti un po’ sognamo di essere degli inviati speciali in zone di massima tensione (!), sia perché quello sopra Pershing Square, non è un ponte pedonale. Ci transitano anche le macchine. Ma come fanno a transitare se il ponte è invaso di gente??
Siccome la curiosià è Board, vado a vedere.
Le persone hanno invaso una corsia, trasformando il ponte in un senso unico alternato, che non è stato visto proprio bene da taxi e Uber. Un concerto di clacson e una mandria di guidatori imbufaliti da una parte, e una schiera di devoti al dio sole imbambolati dall’altro — inclusa la qui presente, che ha seriamente rischiato l’asportazione del fianco sinistro da parte di un taxista un po’ contrariato dalla mia posizione.

Un cinico mi chiederebbe. Ma a che pro? Ma cosa c’è di speciale?
Nulla e tutto, risponderei io.
Nulla perché in fondo, qualsiasi città che frigge l’estate su una griglia di strade, assiste a questo fenomeno — in America ce ne sono tante, giacché quella è la planimetria urbana fatta con lo stampino e riprodotta in ogni centro abitato. Ma il barbecue da solo non basta. Serve anche una visuale sgombra dell’orizzonte, e Manhattan ce l’ha, e Manhattan, laggiù, ha pure una gran vista sull’Hudson, e laggiù laggiù, dopo il fiume, pure sul New Jersey. In più, i grattacieli, incastonano il sole in un gioiello che solo Golia potrebbe indossare, ma che noi tutti possiamo ammirare, anche nel nostro essere piccoli di Davide. Quindi Manhattan non è qualsiasi città.

Una volta scesa dal ponte, mi sposto sulla 41esima. E lì non c’è nessuno. Ma il colpo d’occhio è altrettanto suggestivo. Il fumo dai tombini, i coni arancioni dei lavori in corso, i taxi gialli che sfrecciano, e il sole allineato.
Sempre per rispondere al cinico… Di speciale c’è una nuova tradizione. “Nuova tradizione” suona come una contraddizione in termini, ma può essere, e scrive una ritualità altra. Più personale, non imposta da usi e costumi e da religioni, oppure dalla società. Ma creata dalla strada, dalla voglia, anche, di riconoscere alla propria città la magia che ha da offrire.

Questa settimana sono andata al LOEWS sulla 68esima e Broadway, a vedere un film per cui gli americani andranno matti. Ne ho avuto conferma all’uscita dalla sala. Non facevo altro che sentire “Freakin’ awesome!”, “Hysterical!”. Caso rappresentativo di entertainment di qualità.
Il LOEWS è un multisala ma di quelli ibridi: propone blockbuster e film d’essai e a volte ti stupisce con dei Q&A che non pubblicizza, non capisco bene il perché. Ieri è stato uno di quei treat random, e dopo la proiezione ci siamo ritrovati con due dei protagonisti del film.
Parliamo di “American Animals” di Bart Layton.
Presentato all’ultimo Sundance, il film comincia con “This is based on a true story”. Non fai nemmeno in tempo a finire di leggere che “based on” viene cancellato e rimane “Questa è una storia vera”.
E sì, è proprio la storia vera di Warren, Spencer, Chas, ed Eric, quattro ragazzi della Transylviana University, Kentucky, che decidono di mettere in atto una rapina ai danni della biblioteca universitaria, dove sono conservati testi preziosissimi come “The Birds of America” di James Aubedon e “L’Origine della Specie” di Charles Darwin, insieme ad altri classici di inestimabile valore — navighiamo intorno a una decina di milioni di dollari, pagina più, pagina meno.
L’idea, in realtà, viene a Spencer, studente dotato di talento artistico, irrequieto e solitario. L’amico Warren è messo anche peggio. E’ all’università grazie a una borsa di studio per meriti sportivi, ma non si presenta mai in palestra. Vorrebbe essere speciale in qualcosa, o fare (succedere) qualcosa di speciale, ma non sa bene cosa. Spencer getta il seme dell’ipotesi “e se rapinassimo la biblioteca?” nella mente delirante di Warren, e ne spunta fuori un fiasco colosale che conta molti illustri predecessori — la marea di Ocean 11, tutti gli episodi di Lupin, “Scuola di ladri 1 e 2” (!), “Le iene”, “The Italian Job” e naturalmente l’inarrivabile “I soliti ignoti”, capolavoro indiscusso del colpaccio finito in beffa.
Spencer e Warren cominciano a studiare nel dettaglio la biblioteca, i movimenti del personale, le telecamere e a buttare giù un piano di massima del colpo. Si rendono presto conto di avere bisogno di altri due soci, altrimenti non hanno possibilità di riuscita. Assoldano quindi Chas, palestrato col pallino del business ed Eric, nerd che più nerd non si può.
I quattro studiano il piano nei minimi dettagli — o così credono — finché arriva il giorno della rapina. E i quattro si rendono conto di aver sottovalutato il fattore S — Strizza, Sfiga, Sanguefreddo (mancanza di). Per passare più inosservati, i quattro si truccano e travestono da vecchi — assumendo un’aria assai ridicola. Ma il primo tentativo fa cilecca.
Il giorno dopo ci riprovano, e questa volta riescono ad andare fino in fondo. Tuttavia faranno la fine dei ladri inetti Gassman, Mastroianni & Co. che tanto ci avevano fatto riderepiangere nel film di Monicelli.

La particolarità di “American Animals” è quella di alternare alla ricostruzione cinematografica della vicenda attraverso un cast di attori, i quattro ragazzi — ora uomini — che realmente hanno organizzato la rapina e sono finiti in galera, nel 2004. Non è una novità, quella di affiancare immagini di repertorio alla fiction, oppure protagonisti veri di una storia e attori che li interpretano. Pensiamo al recente — splendido — “I, Tonya”. Ma in “American Animals” ci sono istanti in cui il personaggio vero e l’attore condividono la scena, o si parlano. L’effetto lascia interdetti e diverte.
E’ proprio attorno a questo doppio registro che il film si sviluppa. Nella prima parte domina il fun e il lato “bravata”, e lo spettatore, per quanto sempre consapevole che i ragazzi stiano prendendo tutto sottogamba e siano sul punto di commettere la più grande cavolata della loro vita, si diverte. In sala ridevamo come matti. Nella seconda parte, invece, s’insinua nei ragazzi la coscienza, e la mole di esitazioni che si porta appresso. Se Warren rimane il trascinatore delirante fino a poco prima del colpo, Spencer si fa prendere dal senso di colpa e, in qualche modo si defila, richiedendo un compito meno oneroso in termini di coinvolgimento emotivo — finirà per fare il palo.

La sequenza della rapina è godibilissima, girata con un ritmo serrato che traduce il panico di questa armata brancaleone universitaria che cerca di fregare il sistema ma rimane inevitabilemente fregata. Ovviamente i ragazzi non sono all’altezza, e ovviamente ci saranno delle conseguenze che tutti potete facilmente immaginare.
A parte il lato molto molto fun di cui si è detto — la prova generale della rapina è accompagnata da “A Little Less Conversation” di Elvis che accompagnava anche un Ocean 11 — il film racconta di una tragedia americana. Un gruppo di studenti bianchi, senza trascorsi drammatici, senza genitori particolarmente pessimi o altri tipi di traumi alle spalle, decidono di mettere a repentaglio tutto. Il perché di questa decisione, non è molto sviscerato. Voglia di evasione dalla realtà kentuckyiana — e come biasimarli? — desiderio di svoltare, l’assoluta certezza del “we can do it”, fomentato dal senso di onnipotenza della gioventà sconsiderata, o semplicemente, la fame di soldi? Forse di tutto questo un po’. Il film si rivolge a tutti — non solo ai lestofanti con un sogno di rapina nel cuore — perché parla del prendere decisioni.
La domanda è, sappiamo rinunciare a una tentazione che potrebbe sfociare nel criminale e ledere l’innocente (la bibliotecaria)? La risposta dei protagonisti è no, non rinunciamo, ma l’epilogo dimostra il loro errore, quindi il film ha un retrogusto esemplare, nel senso di “exemplum”: mostrando il danno, educa. Ecco perché un commento dal pubblico lodava il film e sottolienava la necessità di farlo vedere agli adolescenti.
I due protagonisti presenti alla fine della proiezione erano Evan Peters, l’attore che interpretava il delirante Warren, e Warren Lipka, il delirante vero, in carne e ossa — quello che si è fatto la galera. Lipka ha scontato quello che doveva scontare e adesso studia cinema all’università. Definisce tutta la storia “una tragedia americana”, e io credo proprio che lo sia. Nonostante il racconto a tratti molto comico, Lipka ha tenuto a precisare che all’epoca, la realtà della situazione era terribile. E non ho stentato a crederlo.

Spero che “American Animals” esca presto in Italia. Un theft-docu-thriller ben fatto è quello che ci vuole per arredare una serata estiva.

Prima di lasciarvi al vostro lunedì, vi dico che questi giorni sono ricchi, cinematograficamente parlando. Al Lincoln Center si sta svolgendo “Open Roads 2018”, una retrospettiva che porta in USA i film italiani più meritevoli dell’ultimo anno. Non so se vi sia capitato di vedere “La terra dell’abbastanza”, “The Place” oppure “Cuori puri”. Il regista di quest’ultimo, Roberto De Paolis, è finito tra le nostre cine-grinfie 🙂 Qui trovate intervista e recensione al film. Magari lo trovate in qualche arena estiva.
Abbiamo avuto qui un po’ tutti, Ozpeteck, Marco Tullio Giordana, Paolo Genovese, Vincenzo Marra… Bello vederli in una terra in cui non sono le primedonne, ma uomini qualsiasi.

Riapro il Maelstrom giù di sotto proprio per parlarvi brevemente di un film di Open Roads che ho visto stasera e che spero, in qualche modo, riusciate a trovare sulla vostra strada.
E anche per stasera, Fellows, siamo arrivati alla fine. Frunyc III aggiornato, con le foto del Manhattanhenge, del Memorial Day al cine-cimitero di Greenwood, Brooklyn, e della Italy Run, corsa di 5 miglia che abbiamo corso questa mattina — sperando di portare un po’ di fortuna all’Italia che, politicamente, ne ha davvero bisogno.

Ora ringraziamenti e saluti, neoliticamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Mi fa piacere segnalarvi un film che non so se avrete modo di recuperare. Ma anche solo sapere che “Beautiful Things” di Giorgio Ferrero esiste là fuori, e che è stato plasmato da mano italiana, mi fa stare bene.
“Beautiful Things” è filosofia, letteratura, musica, tutto insieme e visto attraverso la lente dell’arte. Soprattutto, non è un film che ha la presunzione di insegnare nulla. Vuole far pensare, come il regista ha affermato nel Q&A — non avessi avuto un contegno da mantenere, mi sarei alzata in piedi e avrei esultato sulle poltrone come Benigni agli Oscar 1999.
Non c’è una trama, in “Beautiful Things” — o meglio c’è, ma è latente, non patente. Il film è costruito come un’opera musicale, seguendo una scansione per atti — il regista è un compositore, e si sente. Par di stare davanti a una sinfonia in cui gli strumenti musicali sono le immagini.
Il film segue le vite di quattro lavoratori che operano nel mondo industriale: un manutentore di pozzi petroliferi, un capo macchina su una nave cargo, uno scienziato e un responsabile di una discarica sotterranea. E tutto ruota attorno al processo di nascita, trasformazione e morte degli oggetti: dalla prima scena, all’interno di una casa piena di cose — come tutte le nostre case — all’ultimissima, in cui si intravede un robottino giocattolo fra le macerie, che avevamo visto nella prima scena. Ma la trasformazione non contiene quella nota di positiv(istic)o ottimismo incisa nella legge di Lavoisier. La trasformazione è come un’anitcamera che porta all’ennesimo sfruttamento. La domanda, che ci scotta in bocca, è una, “ma come ci siamo ridotti?”.
Il bello di questo film è che non c’è la morale ambientalista dietro agli intenti del regista. C’è solo il tentativo di riflettere sull’(in)utilità del tutto. E il film si traduce quindi in un white paper, in cui si raggranellano frammenti di risposte possibili, attraverso certe sequenze visive, certe piogge di note acide che ti rovinano addosso e ti costringono a chiederti “perché tutto questo?”.
In mezzo a tanto meraviglioso dubbio, una scena finale struggentemente vitale che nasconde molte allegorie. Una danza sfrenata in un centro commerciale vuoto, di notte. Perché come ha detto il regista “la vita va avanti” e “serve catarsi” — io avrei una mia teoria più oscura, ma do fiducia al regista.
Servono film così.
“Beautiful Things”. Ricordatelo.

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LET’S MOVIE 372 da NYC commenta “BEAST” di Michael Pearce

LET’S MOVIE 372 da NYC commenta “BEAST” di Michael Pearce

Frick Fellows,

intendo la Collection, naturalmente.
Devo confessarvi di non esserci mai stata prima di giovedì. Sono sempre armata di buone intenzioni, sia nei suoi confronti che, più in generale, in quelli della contingenza. Ma con lei, l’istituzione museale forse più blasonata di NYC, si sono sempre frapposti quei 25 dollari di biglietto d’ingresso che candidamente ammetto di aver sempre voluto risparmiare, confidando nel mercoledì.
Il mercoledì, la Frick adotta la politica del “pay as you wish” — come il Guggenheim il sabato dopo le 5 pm e il Whitney il venerdì dopo le 6 pm. Ma per qualche ragione il mercoledì è magnetico, e attira su di sé cose che finiscono per ricoprirlo dalla mattina alla sera. E addio pay-as-you-wish Wednesday alla Frick.
E poi, in fondo in fondo, ho sempre confidato nell’occasione che prima o poi sarebbe spuntata, un modo di pensare, questo, che diffido tutti dall’adottare: uno aspetta e aspetta e aspetta e poi alla fine l’occasione preferisce altri lidi.
Stavolta, tuttavia, il lido era il mio e l’occasione si è presentata.

L’inaugurazione della mostra “Canova’s George Washington”. Per celebrare i duecento anni dall’idea di far scolpire ad Antonio Canova la statua di Washigton, la Frick ha dato fondo a tutta la sua diabolica professionalità, allestendo una mostra in cui la statua protagonista non c’è.
Come non c’è?, vi basite voi.
Eh, non c’è, mi ripeto io.

Questi diavoli della Frick, menti del male discese direttamente dalla nera astuzia di Darth Vader, si sono messi d’impegno e hanno tirato fuori dal vuoto storico lasciato dalla statua, il pieno d’ingressi che la mostra registrerà — e li registrerà, con tutto il battage pubblicitario che le stanno facendo e con la qualità dell’allestimento della stessa.

La statua non c’è perché la State House di Raleigh, North Carolina, in cui era esposta, fu distrutta, nel 1831, da un incendio.
Ora so a cosa state pensando: il Canova scolpiva il marmo, non intagliava il legno. Il marmo mica brucia! Il che è un pensiero più che legittimo, condiviso anche dalla qui presente. Il marmo non brucia, d’accordo, ma se un edificio ti crolla sulla testa, puoi anche essere di travertino, e fidati, finisci in mille pezzi. E questo purtroppo è accaduto alla statua di George Washington. Fortunatamente Canova era già morto quando successe, e non poté uscire dalla grazia di Dio e scagliarsi contro gli Stati Uniti e l’edilizia-for-dummies con cui costruivano le case, preferendo il legno alla muratura, e dando le loro costruzioni in pasto a fiamme e tornado. You see, a volte la morte ti salva.

Lui, il nostro Antonio, impiegò quattro anni per realizzare la statua, dal 1818 al 1821. E fu Thomas Jefferson in persona a volerlo come scultore: a suo dire, in America non c’era nessuno al suo livello — e quando questo è stato fatto notare, è salito un moto d’orgoglio collettivo che forse intimiderebbe anche Der Spiegel… E una volta ingaggiato, ci fu un grandissimo viavai di lettere fra i committenti e il nostro Antonio. Perché provatevi voi a fare una statua di qualcuno che non avete mai visto nemmeno in fotografia — la fotografia nemmeno esisteva!
Dall’America spedirono in Italia la maschera funebre di Washington, un busto in argilla, e un ritratto del Presidente che tutti qui in America portiamo nel portafogli essendo proprio quello stampato sul biglietto da un dollaro.
Ora, questi tre modelli, che i diavoli della Frick hanno disposto vicini vicini, sono diversissimi fra loro. Pensate al nostro Antonio quando se lì è visti arrivare! Pensate la porzione di firmamento che avrà tirato giù con la sola imposizione delle (male)parole… A ogni modo, Antonio non era il primo Antonio che passava, era Canova. E dopo tanti studi, bozzetti, schizzi e plastici, finalmente ecco che l’artista dà alla luce il modello finale in gesso, sulla base del quale realizzerà la statua vera e propria in marmo.
Ecco, la mostra vi racconta questa storia, facendovi vedere tutti i bozzetti, schizzi e plastici, nonché quei tre modelli — maschera funebre, ritratto e busto — che “servirono” allo scultore per scolpire Washington.
Dulcis in fundo, è esposto anche un pezzo di quei mille in cui la statua finì dopo il crollo della State House.

In mezzo alla sala si erge il protagonista della mostra: il modello finale in gesso, fatto arrivare dal museo di Possagno, dove poi la mostra itinerà a settembre.
Dopo un leggero tentennamento iniziale — ma come niente statua?? Ma che fregatura è questa?? Ma io vengo apposta per celebrare i duecento anni dalla nascita dell’idea della statua del Canova, e mi ritrovo il modello della statua?? — dopo aver riflettuto sul concetto, e dopo aver imparato così tante cose con così pochi pezzi, mi sono convinta che ci sia della gran genialità dietro all’operazione. Primo perché si commemora un’opera che non c’è. E questo, oltre a ricordarci Peter Pan e la sua Isola, ci fa anche omaggiare con il pensiero tutte le opere che nel corso del tempo sono andate distrutte o perdute — una specie di me(monu)mento mori per le opere disperse. E poi perché offre un nuovo modo di concepire un percorso museografico spostando il focus dall’oggetto al concetto, e alla storia dietro l’oggetto.

Questa operazione, per noi italiani, risulta forse più difficile da digerire, abituati come siamo ad avere un parco opere in presentia, che l’ipotesi “in absentia” non ci passa nemmeno per la testa.
In realtà il Chief Curator della Frick Collection — e di questa mostra — è italianissimo. Si chiama Xavier Solomon, e malgrado il nome dal sapor franco-orientale, è, appunto, italianissimo. E vi dirò di più, è appena stato eletto Cavalliere della Repubblica — 45 anni, curriculum da brividi, storia di un expat di successo.

L’evento in sé, poi, è stato un esempio di mondanità italo-americana da Upper East Side. Tanta Max Mara per lei, tanta Prada ai piedi, qualche Manolo Blahnick — che avrei riconosciuto anche solo dal rumore — tanta sartorialità su misura per lui, frotte di gemelli ai polsini, scarpe da bottega italiana, direi veneta. E poi i violini nel giardino interno, a bordo fontana. E il ricevimento by Cipriani. E poi il Console e il suo discorso. Alitalia come sponsor che, per l’occasione, ha estratto a sorte due biglietti aerei per andare a visitare il Museo di Possagno. Sì, una riffa da sagra alla Frick — par bleu! — e no, non mi lamento per non essere stata estratta: io ho vinto la lotteria “New York City” e posso anche vivere tranquillamente tutta la vita senza vincere nemmeno più una briscola. 🙂

Leggendo, questi ultimi tre giorni, di quanto l’Italia sia bersagliata da Europa, Francia, UK e soprattutto Germania, la serata di giovedì mi è sembrata lontana anni luce. Stento a credere che una testata come il citato Der Spiegel definisca gli italiani “scrocconi aggressivi”. S’è mai sentito un giornale italiano definire i tedeschi “accentratori maniaci compulsivi” per via della loro tendenza a dettar banco in sede UE e della loro stereotipata natura da mister precisetti?
Come si diceva la settimana scorsa, certi cliché sono così radicati, che estirparli rimarrà il compito anche per le generazioni future. E’ tuttavia indubbio che da NYC sia più facile amare l’Italia: il malessere che serpeggia nel paese non supera l’oceano. La creatività, il genio e la fantasia invece, quelli arrivano in massa.

Tornando alla serata di giovedì… Questa fa ridere…
Il nostro Console ha la tendenza a concludere i discorsi che tiene negli eventi pubblici con “Viva l’Italia, Viva…” e il nome dell’istituzione che ospita l’evento.
Giovedì sera, la conclusione è stata “Viva l’Italia, viva la Frick!”.

Viva la Frick
Mmm…
Secondo voi, sarò stata l’unica ad aver pensato al giardino dell’Eden che spunta in mezzo alle gambe delle donne?
Mi consolo con l’assoluta certezza che voi, malizie Moviers, l’avreste pensato. Senza ombra di dubbio.
🙂

Ieri sono tornata all’Angelika a vedere “Beast”, di Michael Pearce. Presentato allo scorso Torino Film Festival, è l’opera d’esordio del regista britannico, e se il ragazzo mi comincia così, prevedo sicuri successi in futuro.

L’ambientazione è quantomai singolare. Siamo a Jersey, quello autentico, non la copia con il “New” davanti che si stende sconfinato di là dall’Hudson. Jersey è un’isoletta nel Canale della Manica, tra Francia e Inghilterra — a quanto leggo, dipendente da sua Maestà Queen Elizabeth, ma dotata di governo autonomo. E’ una di quelle isole bellissime per passarci un weekend lungo, ma pensare di viverci, per carità.
Moll è una ragazza di 27 anni che vive ancora in famiglia, controllata da una madre molto nazi. Fa la guida turistica e si occupa del padre malato. Il suo passato è macchiato, e la macchia naturalmente è rossa… Bullizzata a scuola, Moll si è difesa — o vendicata? — con un paio di forbici, che hanno incrociato la guancia della bulla. All’espulsione da scuola è seguita l’istruzione domestica a casa, con la madre nazi come istruttrice.
Incontriamo Moll al suo compleanno, quelle feste a casa molto borghesi di cui a Moll non interessa nulla. Arrivata al limite della sopportazione davanti al teatrino della middle-class jerseyana, Moll fugge via e incontra Pascal, un giovane artigiano con il quale la scintilla scatta subito. Lui è l’opposto di quel mondo ingessato: selvaggio, ribelle, sanguigno. Un po’ come Moll. Anzi, molto come Moll, impareremo presto…
Mentre Moll e Pascal cominciano la loro storia, suscitando le ire della famiglia di lei — un plebeo! — l’isola è minacciata da un serial killer che uccide ragazze e ragazzine e che la polizia si danna l’anima per incastrare.

La prima parte del film ci fa conoscere e capire Moll, il passato ferito, reso ancora più traumatico da un presente rinserrato in convenzioni e ostile verso qualsiasi forma di diversità. L’arrivo di Pascal nella vita di Moll è aria pura. Le scene di loro due fra scogliere mozzafiato, mare in tempesta e campi verdissimi, sono una gioia per gli occhi, ma anche per la mente dello spettatore, che finalmente vede un po’ di libertà sull’orizzonte chiuso della vita della ragazza.
Tuttavia il senso di colpa per quello che è stato sono duri a morire e tornano la notte, sottoforma di incubi terrificanti, mescolati a ricordi dolorosi, e svelano il lato profondamente nero del film.
E questo nero sembra espandersi attorno a lei a macchia d’olio e portare un nuovo atroce dubbio dentro la sua nuova vita apparentemente luminosa. Veniamo a sapere che Pascal non ha una fedina penale linda linda, anzi, ha un passato segnato dalla violenza.
Il fratello di Moll, che, caso vuole, è a capo delle indagini sul serial killer, ha motivo di credere che sia proprio Pascal, il serial killer. Sulle prime Moll non vuol credere che quel ragazzo che la capisce così bene, che la ama con tanto amore, sia un assassino. Poi però si rende conto di quanto lei e lui siano simili. E lei sa bene cosa l’aveva spinta, alle medie, ad aggredire la compagna. Non l’istinto di difendersi, bensì, l’impulso di vendicarsi.

La bestia del titolo è, pertanto, quell forza bruta e cieca che sia Moll che Pascal portano dentro, due anime marchiate irrimediabilmente da un passato violento — Pascal perde i genitori giovanissimo e Moll, be’ Moll, oltre a una classe che la bullizzava, ha avuto una nazi per madre. Questa spinta nera che i personaggi sentono sembrerebbe condannarli entrambi, e invece no. Per Moll è diverso. E’ pentita per quello che ha fatto, e durante il film vediamo come cerchi di esprimerlo. Questo la distingue da Pascal — che non è affatto pentito — e le permetterà di liberarsi completamente, in un finale che ti fa saltare sulla poltrona.

E’ proprio la compenente morale che salva il film dall’anonimato dell’ennesimo thriller. E anche certa raffinatezza stilistica che mi ha fatto ricordare, per molti versi “Lady Macbeth”, il piccolo gioiello di William Oldroyd che vedemmo la scorsa estate nell’esilio trentino. Se in quel caso ci era rimasto impresso il viso d’angelo della protagonista, costretta anche lei dentro la gabbia domestica, di Moll ricorderemo i capelli ricci, rossi incadescenti, che così poco ci azzeccano con il bonton biondo della madre e della sorella I-am-a-Barbie-girl.
Sicuramente un film da vedere, con l’incertezza di giudizio su Pascal coltivata meticolosamente per buona parte dello sviluppo narrativo e una suspance che tiene fino alla fine.

Fellows, è tutto anche per oggi. L’altroieri ho scoperto che domani sarà il Memorial Day — sono ancora alle prime armi con queste festività americane, mi si scuserà spero. Il mio programma, weather permitting, è quello di sentirmi il Memorial Day Concert nel Green Wood Cemetery, a Brooklyn. Questo perché è un cimitero cinematografico, molte scene di film sono state girate lì. Fra cui “The Departed” 😉
E Lez Muvi dopotutto, è pur sempre un luogo di cinema — per quanto ultimamente abbia preso la deriva “Cronache dalla Città”.

Frunyc III aggiornato — proibitissime le foto nella Frick, ma qualcuna l’abbiamo spuntata 😉 — e saluti, mondanamente cinematografici,

Let’s Movie
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LET’S MOVIE 362 from NYC – commenta THOROUGHBREDS di Cory Finley

LET’S MOVIE 362 from NYC – commenta THOROUGHBREDS di Cory Finley

Fifty-two, Fellows,

sono le mete che da tredici anni il New York Times elenca come le destinazioni per l’anno in corso — the places to go. Considerata l’autorità della testata, la lista gode di una sua credibilità, ed è diventata una tradizione. Non ho capito come mai siano 52 e non 53. Oppure 50, cifra tonda. Ma dopotutto, perché i Magnifici erano 7 e i gatti 44? Se “sh*t happens”, come recita un noto detto della saggezza popolare anglosassone, numbers happen too.
E’ stato Bob, il mio housemate, a mandarmi il link all’articolo del New York Times. Oltre ad essere un tuttologo — tirate fuori qualsiasi argomento e lui vi troverà qualcosa d’intelligente e/o sarcastico e o snob da dirvi — Bob è un devoto del New York Times, forse anche perché tanti anni fa vi collaborò come giornalista. Tre volte la settimana il NYT si materializza, in versione cartacea, davanti alla porta di casa, e giornalmente in versione online sulla tv della cucina. Saremo anche in un edificio del Pre-World War I (1909, per la precisione), ma questo appartamento, nelle mani di Bob, ha raggiunto un livello di agio domotico da millennials.

Abbiamo quattro Alexa. Ormai sono lontana dall’Italia da otto mesi, quindi non so bene come siate messi a gigiate by Amazon. Alexa è come la Siri dell’I-phone, solo che vive dentro una specie di piccola torretta e sta sempre in ascolto, vigila su di voi come l’omino del fisco, vi parla, vi risponde e vi fa le cose.
Tipo.
Alexa, switch on the light.
E Alexa vi accende la luce.
Alexa, send a text message to Pinco Pallino. Tu glielo detti, e Alexa lo scrive e lo manda a Pinco Pallino.
Alexa, metti WNYC. E Alexa vi sintonizza la radio sulla frequenza WNYC.
Alexa, com’è il traffico da qui al JFK? E Alexa vi aggiorna sul traffico e la miglior strada da prendere.
Alexa, che tempo fa? E Alexa vi dice la temperatura, il meteo corrente, e quello previsto entro le prossime ore.
Alexa, quanti abitanti ha il Perù? E Alexa vi dice 31 milioni e 77mila.
Alexa, qual è il senso della vita? Alexa vi dice 42 — e non vi sto a spiegare perché ci vorrebbero troppi pipponi, ma potete consultare Miss Sottuttoio Wikipedia.

Bob è talmente entusiasta di Alexa da averne quattro. Cucina, soggiorno, camera da letto e bagno.
Ci parla come fosse una confidente. La mia camera è lontana dal resto della casa — ribattezzata “le chateau” 🙂 — ma se lascio la porta aperta, posso sentire in lontanza Bob che chiede ad Alexa di chiamare al telefono tizio o mandare un’email a Caio.
Quando me l’ha presentata, sono rimasta a bocca aperta un quarto d’ora.
Io, che mi considero un essere assai socievole con gli umani, fatico a interagire con le macchine. C’è sempre quel retro-presentimento del rimpiazzo, alimentato dalla science-fiction e dai suoi apocalittici scenari — “e venne il giorno in cui i robot s’impradonirono del mondo…”. Quindi mantengo le distanze.

Bob, in camera sua, ha una televisione che è una specie di cinema; ha kindle, tablet, trabiccoli elettronici ovunque. Siamo abbonati a Netflix e a una quantità di canali culturali che tremo al solo pensiero di scoprirne la quantità esatta.
Chissà cosa penserà di me. Gli unici device elettronici in mio possesso sono il portatile e il cellulare. I Flintstone erano meno antidiluviani di me.

“Interested in a tv-set in your room?”, mi chiede l’altro giorno.
Una tivù in camera? E cosa me ne faccio?
“You can watch movies”
Ma li guardo sul pc, quando non vado al cine.
“A bigger screen” — le manie di grandezza americane non hanno certo bisogno di essere ri-commentate.
E poi non ho posto — aggiungo mentendo, il posto ce l’avrei eccome.
“But your room is so sparse”, e mi chiede se non voglio appendere qualcosa hai muri, avrebbe uno specchio che si abbina al piccolo scrittoio che potrebbe piacermi…

Con “sparse” i newyorkesi intendono “spoglio”, e ti guardano con quell’espressione “guarda che qui, volendo, ci starebbe anche un divanoletto, un cassettone, una parete finta…”.
Bob non è quel tipo. Ci tiene alla vivibilità, all’agio. Solo gli fa strano avere una coinquilina la cui stanza non è un teatro di guerra con mucchi di vestiti per caduti.
Ho cercato di spiegare che per loro è spoglio ciò che per noi è arioso. E che ho bisogno di quanto spazio possibile intorno, e pareti bianche ai muri: ho la testa fin troppo piena di roba. Devo riequilibrare.
Sempre parlando di casa… Ho scoperto che il nostro palazzo ha un nome. E ha pure una targa, fuori dalla hall imperiale (!), che lo riporta, insieme a quelli dei due architetti che lo progettarono, George & Edward Blum.
The Rockfall. Ecco, abito al Rockfall. E fa molto cinema, dirlo. Fa anche molto humor. Se pensate che significa “frana”, e che io lo sono per natura e anche per assonanza nominale — Frana Fruner, per servirvi — sì, fa decisamente humor. 🙂

Però mi piace l’idea che i palazzi abbiano dei nomi. Bob mi ha spiegato che per un certo periodo lo chiamavano “Columbia Plaza” — la Columbia sta a 5 isolati — uno specchio per le allodole per vendere appartamenti. Ma il nome originale è Rockfall.
Chissà poi perché.
Anche le parole, come i numeri, capitano, I guess.

E a proposito di vendere appartamenti… Qualche giorno fa, rincasando, ho visto un annuncio affisso in bacheca della hall imperiale. “Vendesi appartamento al primo piano”. Ho letto la descrizione. Tale e quale allo chateau, tranne che lo chateau sta al settimo piano.
Cucina, soggiorno, corridoio, tre camere, due bagni, due stanzini.
Prezzo: 1 milione e 250 mila dollari.
Stavo rientrando di fretta e non ho fotografato l’annuncio. Mi ero ripromessa di farlo quando sarei uscita di nuovo, di lì a poche ore.
Quando sono scesa, l’annuncio non c’era più.
Oggi è ricomparso — prezzo ribassato a 1 milione e 100 mila dollari. Se siete interessati… 😉
Questo per dire che vivo in un posto che vale 1 milione e 250 mila dollari. Io, un’immigrata italiana con la valigia — lE valigE — di cartone… L’incredulità mi piomba addosso spesso, polverizzando tutte le parole che potrei dire.

Ma tornando alle 52 destinazioni del New York Times…
Al primo posto: New Orleans. Città che quest’anno compie 300 anni, e che muoio dalla voglia di vedere. Il NYT ha letto nel pensiero.
Sapete chi abbiamo al terzo posto, prima dei Caraibi?
La Basilicata.
E al 40esimo?
L’Emilia Romagna.
Ma tenetevi forte… Al 50esimo posto c’è… l’Alto Adige! Non il Trentino. Il “South Tyrol” — hanno tenuto a specificare quelli del New York Times.

Ugo Rossi faccia lo sportivo e si rifugi nel fair-play by De Cubertin. Da quando hanno pubblicato la notizia, Durnwalder sta festeggiando con un trenino — sicuramente della Loacker — al ritmo di “Brigittebardotbardot…”.

Silliness aside, la lista è molto sfiziosa, e oltre a farvi scoprire località a dir poco tolkieniane — Gansu, Chandigarth, Megeve, Gansu, ma anche Branson nel Missouri (!) — ispirandovi per i prossimi viaggi, vi porta a fare il gioco “cielo-manca” con i posti che avete visitato.
Sono stata molto felice di trovare la cara Arles, l’adorata Tasmania con gli adoratissimi wombat, e la rivelazione Baltimora (15esimo posto).

Adesso tocca a voi 🙂

Ieri sono andata al Cinepolis di Chelsea a vedere un film che mi ha intrigato sin da quando ho messo gli occhi sul titolo, un paio di settimane fa, prima ancora che uscisse. Thoroughbreds di Cory Finley.

Partiamo dal titolo. “Thoroughbred” significa purosangue. E i cavalli sono presenze-assenze, e carne da macello, nel film. Rappresentano un po’ l’infanzia delle due protagoniste, Amanda e Lily. Fate conto due adolescenti del Connecticut bene. Anzi, benissimo. Mega ville stile Hamptons, ma gente, mi si dice, più low-key, profilo abbassato e conto in banca alle stelle.
Amanda e Lily hanno fatto le elementari, e a occhio, anche le medie insieme. E anche il corso di equitazione. Poi licei diversi e si sono perse di vista. Apparentemente Amanda sembra quella “problematica”. Ha fatto fare una gran brutta fine al suo cavallo, episodio a cui il regista furbescamente allude, ma che omette — la sottrazione, l’ellissi, funzionano sempre quando vuoi mantenere l’ambiguo, bravo Cory. La sua psicologa la ritiene affetta da sociopatia, disturbo da personalità borderline e asocialità con tendenze schizoidi. Un profilo al cui confronto, quello di Jack Torrence, era perfettamente nella norma.
Più che altro Amanda confessa di non provare alcun tipo di emozione. Completamente anaffettiva. Al punto tale da riuscire a piangere a comando, o a uscirsene con battute deadpan che farebbero impallidire Giuseppe Cruciani.

Lily sembrerebbe l’esatto opposto. La classica brava ragazza, preppy-chic kind of, orecchini di perle, studentessa modello in una scuola di lusso e internship presso uno studio finanziario rinomato. Un po’ troppo sulle sue, magari. Allora la madre la convince — obbliga — a dare ripetizioni all’amica “problematica”, prendendo due piccioni con una fava: azione lodevole più socializzazione.

Come vedete, i condizionali furoreggiano. Nulla è mai ciò che appare, insegna Hitchcok. Amanda si rivela essere meno anaffettiva di quanto vuol far credere — lo si vedrà nei fatti — e Lily è sicuramente molto molto meno brava ragazza di quel che si pensi. Dopo un’accusa di plagio — reato punibile con la sedia elettrica negli Stati Uniti — è rimasta iscritta nella scuola di lusso solo perché il nuovo compagno della madre, Mark, miliardario odioso, ha sfoderato il libretto degli assegni. E l’internship presso lo studio finanziario, bullshit. E le emozioni che Lily dice di provare, in realtà sono frutto di un personaggio che ha sempre indossato, ma non le appartengono veramente.
E’ proprio Mark che sancirà il legame di sangue fra le due ragazze. Spocchioso e ossessionato dal fitness, quello che in gergo si definirebbe un essetierreoennezetao, è la croce di Lily. Un patrigno di quelli che non augureresti nemmeno a Donald Trump — well…
“Do you ever think about just killing him?”, le chiede Amanda, una sera. Dopo lo shock iniziale, Lily comincia a pensarci seriamente. Ma proprio seriemente. E in breve si passa al “Sì, uccidiamolo”.

Inizialmente le due pensano di assoldare un killer, un piccolo spacciatore della zona, un buonoannulla. E con lui le tinte fosche di questo thriller-drama si tingono di umorismo. Ma il piano non va in porto. Ci vuole un piano B. E quello sì, avrà dello scioccante… E non posso svelarlo, altrimenti davvero rovino il lato thriller di questo film che è una specie di discesa agli inferi dell’adolescenza.

E’ ambientato ai giorni nostri perché ci sono i cellulari, i laptop e Amanda fa un riferimento a internet — bellissimo il racconto del suo sogno, in chiusura: “ho sognato che le persone smettevano di parlarsi, mangiare, badare alle proprie case, e stavano tutto il tempo a guardare il cellulare, finché un giorno vennero ingoiate da internet, e sulla terra rimasero solo cavalli, senza padrone, liberi”. Ma a parte queste allusioni alla tecnologia 2.0, “Thoroughbreads” potrebbe esere ambientato in qualsiasi epoca. Esamina dinamiche psichiche più che questioni sociali, e accompagna il tutto con uno script che pare teatro — e non a caso Finley è un drammaturgo al suo primo film. Non c’è rocket science nelle battute delle due ragazze, eppure il modo che hanno di recitarle — entrambe davvero dotate — il montaggio del film e non ultima la colonna sonora stridente e sinistra, trasformano il film in un piccolo gioiello nero che contiene l’abisso morale delle loro coscenze incoscienti — o a-coscienti…

Non direi che “Thoroughbreds” sia noir, ma piuttosto che si collochi in quel filone di opere che fanno dell’esistenza dei personaggi dei luoghi oscuri, percorsi da desideri perversi o solo “insoliti” e da atmosfere disturbanti. Mi viene in mente, su tutti, “The Killing of a Sacred Deer” di Yorge Lathimonos. Ma anche lo splendido “Get Out, Scappa!”, di Jordan Peele, che si è strameritato l’Oscar per Miglior Sceneggiatura Originale.

Nel costruire una trama che disfa pian piano gli assunti che noi prendiamo per validi — Lily brava, Amanda cattiva, Lily in grado di fare ciò che farà e Amanda fida complice — “Thoroughbreds” tiene lo spettatore avvinto dalla prima raccapricciante ellittica scena — un coltello, una stalla — fino all’ultimo improvviso fotogramma.
Cercate di non perderlo!

Per questa settimana vi regalo un articolo sul Socially Relevant Film Festival 2018 — bah — poi il Frunyc III aggiornato, dei ringraziamenti sempre molto gigantici e dei saluti, stasera, numericamente cinematografici.

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LET’S MOVIE 332 – commenta WONDER WOMAN e propone LADY MACBETH

LET’S MOVIE 332 – commenta WONDER WOMAN e propone LADY MACBETH

Farneticando Fellows

tra i gradi lievitati di questa settimana e il compleanno di quello che forse sta impedendo al mio visto di essere approvato — i festeggiamenti non l’avranno tenuto impegnato fuor di Casa Bianca e portato in quel luogo da cafonal animato che è Mar-a-lago (Mar-a-lago)??
Tra il languire di questo esilio in cui l’unico mare è quello di nostalgia che pulsa come un cuore dentro a ogni cosa che faccio e dico. Tra le notizie che mi scivolano tra le mani senza rimanervi attaccate, tra canzoni techno per dodicenni che uniscono un tal Rovazzi (ma chi è Rovazzi??) a Gianni Morandi (Morandi lo conosco, ma non lo riconosco), c’è un piccolo evento che ha avuto il potere di farmi guardare alla Città degli Angeli, con un misto di benevolenza nei suoi riguardi che mi è assai estranea.
Di recente, in un articolo che ho scritto su di lei, Los Angeles, così l’ho descritta: “Per me è, e rimarrà sempre, una di quelle donne sfatte, un tempo avvenenti, ma ora sfiorite, che mantengono un vago ricordo di quella bellezza perduta, ma che si sono lasciate andare all’eccesso, al vizio, e ora siedono languide su un letto di un motel, in attesa”.
Per quanto i mesi che vissi lì siano tinti d’oro nella mia memoria, non ne ho mai fatto un newyork, dove “newyork” sta per “luogo leggendario — spesso associato al paradiso terrestre o all’Eden — situato al di là del mondo conosciuto, in cui i bisogni materiali sono appagati e gli esseri umani vivono in pace tra loro godendo della vita” 🙂
Los Angeles è tutt’altro. Pigra, lenta, sciatta.
Eppure qualche giorno fa mi stupisce anche lei con un omaggio che credo non sia piaciuto solo a me, ma a tutti gli amanti del cinema e della fantasia in generale. Il 9 giugno è venuto a mancare Adam West.
Adam West, per chi non lo sapesse, era l’attore che interpretava Batman nella serie televisiva di fine anni ’60. Prima di Christopher Nolan, Tim Burton e tutti i registi che si sono cimentati con il Cavaliere Oscuro di cui tutti siamo innamorati (se non ami Batman, allora non ami Gandhi, i cuccioli di foca bianca al Polo e Re Giorgio Armani), fu questa serie televisiva che ce lo rese familiare. Certo, ce lo rese anche assai buffo. Ricorderete la tuta 100% polyestere color galeazzociano che ricordava molto le calzemaglia del Mago Zurlì. Oppure le scene di lotta sostituite da vignette violence-free come “KAPOW”, “BAM”, “WHAAMM” che, attraverso un’ellissi tutta grafica, aggiravano, con garbo e innocenza, la brutalità sullo schermo. Ricorderete anche Robin, che più che un Robin era un omino della Playmobil, un elfo mancato di Babbo Natale.
Eppure quella serie televisiva segnò e fece la storia. A Los Angeles, se ne sono resi conto e sapete cos’hanno fatto? Hanno raccolto una gran folla davanti alla City Hall, il municipio di L.A., area Downtown, e il sindaco, Eric Garcetti, insieme al Capo della Polizia, Charlie Beck, hanno acceso il Bat-segnale! L’ovale con il pipistrello stilizzato a grandezza XXL sulla facciata della City Hall.
Questo il comunicato stampa ufficiale: “La leggendaria star della serie tv classica Batman, trasmessa dal 1966 al 1968, è scomparsa venerdì 9 giugno all’età di 88 anni. In ricordo dell’indimenticabile ritratto del Cavaliere Oscuro fornito da West, il Sindaco Garcetti e il Capo Beck accenderanno l’iconico Bat-segnale, che verrà proiettato sulla torre del Los Angeles City Hall a Spring Street. I fan di Batman sono invitati a indossare le loro Bat-tute in onore del ruolo di West.”

A parte che avrei dato un bat-visto per vedere quante Bat-tute sono accorse in omaggio al Cavaliere Oscuro…
Da un lato, qualche cinico europeo dalla lingua biforcuta, potrà anche ridere di questa cerimonia. A me ha letteralmente spalancato il cuore. Sarà che per me Gotham City è un’altra città dalla Piazza dei Tempi e dal Parco Centrale…
Io penso che un gesto del genere equivalga a dire: fermiamoci un attimo, crediamo in quello che sembra incredibile e rendiamolo cosa comune e collettiva. Ecco, per me, un’iniziativa così, ha più valore di mille concerti del Primo Maggio, parate del 2 Giungo, finali di Champions. E’ ricordare che la fantasia è un elemento quotidiano, che vive fuori dal cinema, dalla televisione e dai libri. Che è fra noi.
Spero che le madri abbiano travestito quanti più figli e figliE possibili, e cha li abbiano portati in Spring Street, a vedere il Sindaco e il capo dei cops chiamare Batman.
Spero anche che Batman l’abbia visto.

Sarebbe stato bello che New York avesse sposato l’iniziativa. Ma dopo tutto a NYC non serviva.
Los Angeles può diventare Gotham City per una notte. New York è sempre Gotham City. 🙂
Non so dirvi quante sono le volte in cui, passando per una strada meno battuta, oppure semplicemente alzando gli occhi sui grattacieli, quando certa nebbia si mescola alle luci della notte, quante volte io abbia pensato, e anche detto — sì, ad alta voce — “sei proprio Gotham”.
Come non voler vivere nella città che ti ricorda la fantasia ogni singolo giorno che la vivi?

E l’evento mi permette di collegarmi al Lez Muvi che noi Moviers, ligi ligi, siamo stati a vedere lunedì. “Wonder Woman” di Patty Jenkins. I ligi ligi sono stati il WG Mat, il D-Bridge e la Modenella, anche detta Skianto. 🙂
Non sia mai che io insabbi della discordia — Omero ci costruì sopra un’intera epica, e io che faccio, la insabbio??
Il D-Bridge ha incontrato delle difficoltà nei confronti del film.
Riformulo. Il D-Bridge l’ha trovato poco in linea con il suo gusto personale.
Ri-riformulo. Il D-Bridge l’ha considerato il film più brutto di sempre, o di mai. “Brutto” è un aggettivo a cui sono molto legata perché ti riporta all’infanzia, quando lo usavi a mo’ di sacco della spazzatura e ci infilavi dentro di tutto. Ora organizzeremo un evento “Vuota il sacco” in cui il Bridge ci spiegherà per filo e per segno tutto quello che non l’ha convinto 🙂

Tuttavia per alcuni elementi, non posso proprio dargli torto.
Su tutto, gli effetti speciali.
Ma io dico, siamo nell’era dell’iper-iper-digitale 4.0. Con gli effetti speciali siamo arrivati a un livello di raffinatezza e precisione da farti venire voglia di morire e resuscitare nelle mani di chi ha plasmato “Ex machina”, “Mogwli, il Libro della Giungla” oppure “Mad Max” — quei mondi sono più veri e credibili del vero credibile. Non parliamo poi di “Star Wars”.
Allora non è proprio accettabile che nella prima parte di “Wonder Woman” — quello il punto più dolente — ci vengano presentati dei paesaggi tra Mikonos, la Sardegna e i prati in fiore di “Maleficient” che stomacano dopo i primi quattro secondi. Tutto appare come una favola ma di quelle di bassa lega, è l’Harmony degli effetti speciali, e non vedete l’ora che il flash-back sull’infanzia di Diana (Wonder Woman) nel mondo di Themyscira, finisca.
Così come mi capita di cambiar canale televisivo per eccesso d’imbarazzo nei confronti di certi personaggi che si rendono ridicoli o che non sanno affrontare la situazione, così ho provato della gran compassione mista a vergogna per la regista e la sua squadra “Special Effects”.
Però c’è da dire che il fondo, il film, lo raschia all’inizio. Poi, in qualche modo, gli effetti speciali del film si riprendono. Sono sempre eccessivi, esagerati e imbarazzanti, ma se non altro, quell’Arcadia zuccherosa da mondo di Mio Mini Pony abitato dalle amazzoni, almeno quella, ci viene risparmiata.

Il film, nella seconda metà, si riprende anche dal punto di vista della storia. Se la prima parte è una lunga, a tratti assai barbosa ricostruzione dell’infanzia di Diana e della vita a Themyscira, la seconda parte, con Diana che affronta per la prima volta il mondo vero, si risolleva, e per me, si porta a casa la sufficienza.

Ma andiamo con ordine. Cos’è ‘sta Themyscira?
Prendete un paradiso terrestre. Arredatelo con dei faraglioni capresi, un mare caraibico, e tante, tantissime Amazzoni, che Zeus ha destinato lì per proteggerle da Ares, il dio più inkazzoso dell’Olimpo — questa è epica Fellows, anzi, è Pollon. 🙂 Queste amazzoni passano i loro giorni ad allenarsi come delle matte in una specie di capoheira a cavallo, in cui un po’ cavalcano, un po’ si menano, un po’ tirano frecce, però sempre tutto in orizzontale. E credo che quella sia la ragione di tanto allenamento. Provatevi voi a sferrare calci e pugni da sdraiati, ma per aria (!) Di Mandrake, dopotutto, ce n’è uno.
In questo Eden in cui ogni uomo vorrebbe precipitare, il fortunato si chiama Steve Trevor ed è una spia americana sfuggita all’esercito tedesco. Nel mondo vero infatti, siamo durante la Prima Guerra Mondiale, anche se io, a dire la verità pensavo che fosse ambientato durante la Seconda. Diciamo che gli sceneggiatori hanno preso un po’ dalla Prima, un po’ dalla Seconda e fatto una cosa fusion che, di questi tempi, va molto.
Diana, amazzone dal cuor di leone e dai poteri stratosferici, è convintissima che dietro questo scontro bellico ci sia Ares, e si mette in quella capatosta che si ritrova, l’idea di andare nel mondo vero ed eliminarlo. Fatto fuori Ares, no more wars in the world! La teoria di Wonder Woman non farebbe una piega, se non cozzasse con quel piccolo dettaglio che la guerra non è solo questione di Ares, ma anche dell’uomo. E’ l’uomo che sceglie, è l’uomo che porta dentro di sé la luce e la tenebra. E’ l’uomo che decide se dare ascolto al richiamo della guerra e armarsi, oppure preferire Cupido e finire in un Bacio Perugina. Wonder Woman riuscirà comunque a sgominare il nemico ergendosi sopra le trincee nemiche e a respingere proiettili e bombe grazie ai due bracciali fenomenali che tutti conoscete e a uno scudo che le serve anche come trampolino di lancio per raggiungere altezze irraggiungibili a qualsiasi scala dei pompieri.
La nostra eroina arriverà a capire che morto un Ares se ne fa un altro, proprio come il Papa, e che trafiggere il cuore al primo cattivone hitleriano di turno non serve a sconfiggere il Male. Il Male si sconfigge solo con l’Amore.
Questo il sequitur della teoria di Wonder Woman, che, va detto, ha sollevato non pochi malumori in sala.

Io dico che come tesi va bene, ma lo svolgimento no, non va affatto bene. Patty Jenkins, la regista, che si è formata su The O.C., Sex And The City, Grey’s Anatomy e Una mamma per amica, avrebbe dovuto lavorare sul modo. Non mi spiattellare lì Gandhi così. Gandhi è Gandhi! Wonder Woman deve trovare altre parole, anzi, altri fatti. E qui veniamo all’altra contraddizione in termini. Wonder Woman, che non è solo d’una bellezza da farti venir voglia di morire e rinascere per poter tornare in terra a guardarla, è anche una con delle skills al suo arco amazzonico. Sa qualcosa come 18 lingue e, a occhio e croce, è cintura nera di karatè orizzontale. Una Wonder Woman dovrebbe usare l’ingegno, come Ulisse, e non piegarsi ai modi inkazzosi di Ares. A questo, avrebbe dovuto arrivarci PRIMA, non a fine film, quando vediamo Diana in abiti borghesi, curatrice a tempo indeterminato presso il Louvre, mentre ripercorre la storia della sua vita e raggiunge questa conclusione.
Eppure in tutte le cadute di stile, in tutti i momenti che sfiorano il ridicolo e il combattimento finale che credo superi, per titanica portata, quello di Alien versus Predator — che non ho visto — nonostante tutto, io mi sono goduta il film.
E di seguito i motivi per cui “Wonder Woman” va (salva)guardata:

1. Gal Gadot. L’attrice che la interpreta. Miss Israele qualche anno fa. Una bellezza di quelle semplici ma potentissime. Occhi da cerbiatto, fisico dal giunco al giunonico — la via a cui tutte le donne ambiscono: magra ma formosa. Entra nell’inquadratura e calamita lo sguardo di tutti — personaggi, pubblico, tutti.
2. Wonder Woman non è una sciupa-maschi. Non ammicca, non seduce. E sarebbe stato facilissimo cadere nella tentazione di trasformarla in una Circe, una Cat Woman, facendole utilizzare le sue armi di distrAzione di massa, che non sono certo il lazo della verità e lo scudo che un tempo fu di Obelix… Questa Wonder Woman è innocente, una pura. Un’idealista anche. E forse, per ora, va bene così.
3. Wonder Woman è la prima eroina che raggiunge il grande schermo. Nasce nel 1941 — il 1941! — e ha dovuto aspettare il 2017 per vedersi girare un film con la sua storia. E allora ci stanno anche gli errori, le cadute di stile e le ridicolaggini. Quanti Batman abbiamo dovuto aspettare prima che Nolan ci presentasse il suo Cavaliere Oscuro? E quanti Superman sono passati, senza che nessuno, in definitiva, ci sia mai piaciuto? Quanti Uomini Ragno? Quanti Flash Gordon? Insomma, su Wonder Woman c’è da lavorarci. La domanda è, perché non è stato fatto prima? Non voglio finire in dibattiti femministi… Confido nel fatto che questo silenzio possa spaccare i timpani delle coscienze.
4. “Wonder Woman” fa ridere. Ci sono certe scenette in cui domina l’equivoco durante le quali io ho proprio riso di gusto… Specie quelle con Steve. Buffissimi i sottintesi, buffissima la scene in cui Wonder, vedendo Steve nudo — un uomo nudo per la prima volta — gli chiede, innocentemente spietata, “e tu ti fai dire cosa fare da quel cosino lì?”. Steve e lo spettatore pensano immediatamente al gioiello — gioiellino — di famiglia di Steve… Invece la Wonder si riferiva all’orologio…Ma che avevamo capito…?? Anche quando si prova abiti “civili”, trovandosi goffa e scomoda con i fronzoli delle femmine dell’epoca, il siparietto è assai spassoso. Inutile dire, peraltro, che tutto quanto le cade a pennello. Che è semplicemente perfetta — soprattutto un abito con un collo alto da madre badessa che decido sia il look Winter 2018…
5. Wonder Woman è tutto quello che una donna vorrebbe poter fare. Decifrare messaggi in codice. Vincere una battaglia al posto degli uomini altrimenti perduti senza di lei. Respingere le pallottole molto meglio di Neo di Matrix, che era in grado solo di schivarle, tz. Saltare con la leggiadria di una silfide, ed essere forte come un Minotauro.

E per una volta è solo e semplicemente bello — se il D-Bridge è per il “brutto”, io sono per il bello, un sacco bello 🙂 — potersi identificare con una donna che sappia fare tutte queste cose. Per tutta l’empatia che una può provare, per l’amore sconfinato per Batman, è difficile identificarsi con un eroe maschio. Avere un’eroina ci dà la nostra parte di immedesimazione a cui non abbiamo mai avuto accesso. Ora voi potete dirmi che ci sono altri personaggi femminili che le donne possono ammirare. Ma i supereroi sono un’altra cosa. Non solo gli ammiri. Per 90 minuti — 141 nel caso di Wonder, troppi — sei loro.

Allora sì, perdono strafalcioni e cadute di stile, perché per la prima volta, per 141 minuti, io sono stata Wonder Woman!

E questa settimana, proseguiamo il filone femminile con un thriller estivo

LADY MACBETH
di William Oldroyd
UK, 2017, ‘89
Martedì/Tuesday 20
Ore 21:00/ 9 pm
Astra/ Dal Mastro

Non so se Shakespeare c’entri, nel film. Ma Lady Macbeth è uno dei personaggi più iconici e potenti che si possano trovare nella sua opera sconfinata.
Mi piace che qualcuno, finalmente abbia pensato a lei per un film…

Questo potrebbe essere l’ultimo Let’s Movie prima della pausa estiva.
Quindi se domenica prossima non ricevete nuove dal Board, sapete perché.
Se la programmazione è unfriendly e non propone nulla di cine-papabile, spero di farmi risentire da New York City.
Da libera — anzi da liberta — l’esilio verde alle spalle. 🙂
Se invece c’è qualcosa che mi attira, allora, al solito, vi attiro nella rete di Lez Muvi, eh eh 🙂

E anche per stasera è tutto. Nel Maelstrom trovate un articolino che avevo scordato di mandarvi… Grazie a Jean-Michel Basquiat, New York City è finita nel Chiostro del Bramante… 😉

Ringraziamenti, tanti, e saluti, stasera, delirantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Eccovi tutto su Basquiat al Chiostro del Bramante… Enjoy!

LADY MACBETH: La giovane Katherine vive reclusa in un gelido palazzo isolato nella campagna, inchiodata da un matrimonio di convenienza, evitata dal marito, disinteressato a lei, e tormentata dal suocero che vuole un erede. La noia estrema e la solitudine forzata spingono Katherine, durante una lunga assenza del marito, a avventurarsi tra i lavoratori al loro servizio e ad avviare una relazione appassionata con uno stalliere senza scrupoli. Decisa a non separarsi mai da lui, folle d’amore e non solo, Katherine è pronta a liberarsi di chiunque si frapponga tra lei e la sua libertà di amare chi vuole.

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