Posts Tagged "Toni Servillo"

Let’s Movie CLXIX

Let’s Movie CLXIX

LA GRANDE BELLEZZA
di Paolo Sorrentino
Italia, 2013, 142’
Martedì 21/Tuesday 21
21:00/9:00 pm
Astra/Dal Mastro

Mille Motivi Moviers

per cui dovreste scegliere “Confessions”! Mille, come i baci mendicati da Catullo. No esagero, ventimila, come le leghe perlustrate dal Nautilus. O un numero che volete voi, e che vada ben oltre l’iperbole, mi raccomando. Perché questo film, ragazzi miei, rientra non solo nella classifica Best-of 2013. Questo film rientra nella classifica Best-of EVER, uno spazio che cerco di non popolare di troppi titoli, e di tenerlo per i veri happy-few. Quelli speciali specialissimi, quelli che non solo ti hanno sconvolto la pancia ma anche sedotto il cervello. “Confessions” entra di diritto nell’olimpo, con tanto di pompa magna, red carpet o quello che il vostro immaginario party-around sceglie come sfondo.
Fortuna ha voluto che non fossi sola, e non per la solitudine e le solite tapinerie da Board. La fortuna sta nel fatto che altri human beings ― very magnificient human beings, i Moviers ― lo abbiano visto. Sto parlando della folla Fellows che ha affollato la Sala 2 del Mastro, e nello specifico, la Honorary Member Mic, giapponauta per formazione accademica e reduce da una giornata molto somewhere-over-the-rainbow-blue-birds-fly, il WG Mat, giapponauta di formazione cinematografica e reduce da una giornata molto it’s-been-a-bad-day-please-don’t-take-a-picture, il Sergente Fed FFF, che vorrebbe istituire la lega contro la vivisezione cinematografica e sbarazzarsi così di quel Doktor Vivisektion del Board, ma credo che non riuscirà nein nein :-), la Fellow Junior, animo notoriamente sensibile alla cultura made-in-Japan, e Diego, un Fellow nuovo di zecca, che il Sergente cine-animalista ha indirizzato a Lez Muvi ma che, badatebene, s’è schiantato da solo nella mailing-list buttandosi dal Baby Blog. Capite che ha già cominciato con il piede giustissimo, il Fellow, il cui nome in codice non sarà Broken Arrow ma D-Bridge, per quella D che è un po’ Diego un po’ De, e quel cognome che sarebbe perfetto a Venezia, o a San Francisco. Con lui la Guest Sara ― e con un nome così, poteva NON cominciare alla grande anche lei?!
Un’ovazione di “brava-brava-bis” alla Fellow Vanilla, che purtroppo è rimasta vittima della Festa del Cinema e del sold-out, fenomeno che è dilagato nelle sale cinematografiche trentine questa settimana. Stentavo a crederci, ma persino “Confessions”, dove mi aspettavo di trovare qualche sparuto cinefinilo e i cespugli rotolanti del Far West, ha riempito tutta la Sala 2 del Mastro, la più d’essai ― la più Potemkin. Questo mi ha fatto riflettere sulle basi alquanto deboli su cui poggia Let’s Movie: se basta una campagna “Ingresso 3 euri, venghino siori venghino” a trascinare fuori casa la cittadinanza, allora Let’s Movie cosa ci sta a fare??! Bah, per una volta è meglio se ripongo il bisturi e non viviseziono oltre…

Tornando alla Fellow Vanilla, è stata brava-brava-bis perché non si è data per vinta e ha ripiegato su “Viaggio sola”, non solo facendo la festa alla Festa del Cinema, ma anche recuperando un Let’s Movie di due settimane fa. Mammamia, sono troppo sgaggi, ‘sti Moviers! 😉

E ora watch out, cominciano i motivi.

Moriguchi è un’insegnante di liceo la cui figlioletta di 5 anni viene uccisa dalla violenza immotivata di due suoi allievi, Naoki e Shuya. Le confessions del titolo sono le loro, quelle dei personaggi che prendono parte alle vicende: l’insegnante, i due ragazzi e una loro compagna di classe. Ma non lasciatevi trarre in inganno. Le confessioni non hanno nulla di cattolico, né di lontanamente religioso o morale. Hanno qualcosa di forense, piuttosto. Il film si apre in un’aula di scuola che in realtà diventa di tribunale ― il personale tribunale di Moriguchi ― dove espone i fatti accaduti, enuncia la sua sentenza e la esegue. Con estremo autocontrollo, una compostezza da corte suprema, davanti a una classe di adolescenti distratti da cellulari, doppiepunte e smalti colorati, l’insegnante ripercorre l’omicidio, la sua caccia agli assassini e l’attuazione della propria vendetta, la cui spietatezza ha un precedente solo in “Pietà” di Kim Ki-duk ― ricorderete, il checavolodifilm “Pietà”… Moriguchi fa credere di aver iniettato del sangue sieropositivo nei cartoncini di latte che i due ragazzi colpevoli hanno appena ingerito, condannandoli a morte. Pazzesco, direte voi. Eh, questo è niente… La punizione verso i due è ben peggiore…

Naoki entrerà in un delirio che lo porterà ad ammazzare la propria madre. E Shuya farà più o meno la stessa fine, ma assaggerà tutta la lama TUTTA della vendetta di Moriguchi, e quando maiuscolizzo tutta, non lo faccio a caso: Shuya finirà, inconsapevolemente (e qui sta anche parte del dramma) per uccidere sua madre ― la madre l’aveva abbandonato da piccolo e per lui rappresenta tutto ciò che sopra ogni cosa ama e (ri)vuole. Questa, la vendetta di Moriguchi: privarlo, per sua stessa mano della sua ragione di vita, senza condergli alcuna speranza di redenzione: il suo “stavo scherzando” finale, riferito a una speranza di rinascita che potrebbe cominciare per Shuya, accompagnato dalla risata più sadica e fredda che possiate immaginare, mette una pietra sopra la vita del ragazzo. E sulla pietra niente scritte R.I.P.! Shuya è condannato a una morte in vita: convivere con la colpa di aver ucciso l’amore della propria vita ― immaginate pena più grande? E questo per quanto riguarda la vendetta.

Ma “Confessions” è molto altro. Gli adolescenti protagonisti sono portatori (mal)sani di un malessere esistenziale che va oltre Sartre, Camus ― e Schopenhauer poi, Schopenhauer era Solange in confronto. Nulla ha senso per loro, la vita, la morte, la vita e la morte di un altro essere. Questi ragazzi, combattuti fra delirio di onnipotenza e parossismo di fragilità emo-style, sembrano riemergere dai cristalli liquidi dei loro smart-phones solo per commettere degli atti insensati, che da un lato concedono loro una scarica d’adrenalina e dall’altro non fanno che riconfermare l’assurdità del loro esistere. Però sarebbe semplicistico pensare che questa generazione di giovani sia banalmente lobotomizzata e alienata dall’eccesso di tutto quello a cui questa generazione ha facile accesso ― stimoli, mezzi, tecnologia. E ho capito che Nakashima non è un regista da semplificazioni. Così come in “Pietà” i personaggi “negativi” lo erano perché avevano subìto un danno (ricordate? Se non ricordate, mentite pure), dietro il mostro Shuya si nasconde il bambino abbandonato dalla madre, costretto a crescere con un vuoto dentro che risulta essergli fatalmente incolmabile. E il vuoto genera altro vuoto… Un gorgo che si allarga e trascina giù…

In questo istante sappiate che sto guardando con occhi tristi Nakashima, perché questo, l’incolmabilità del vuoto e l’incancellabilità della ferita, sono sentenze durissime da accettare per qualsiasi spettatore ― anche, soprattutto, un Board.
E tutto il film, se ci penso, è trapunto da un filo nero: la frase ripetuta da Shuya, dopo un leggerissimo rumore di bolla di sapone che scoppia. “Lei non l’ha sentito? Il suono di una cosa importante che sparisce per sempre”. Che è il suono più lacerante che possiamo udire, foriero com’è di mancanza e perdita. In una parola, dolore. “Confessions” non offre tregua, né scappatoie. Siamo nudi e piccoli davanti al buco nero del mondo.
In questa sorta di parabola diabolica in cui il figliol prodigo viene massacrato, si mettono anche a nudo la fragilità dell’essere umano, la sua esposizione, fin da piccolo, alla sofferenza e l’irreversibilità causata dagli effetti del dolore. E Fellows, voi non ci crederete, ma tutti questi contenuti da dammi-una-lametta sono rinchiusi in una scatola meravigliosa! E QUESTO è uno degli aspetti che mi ha fatto innamorare di “Confessions”: il bello che contiene l’orrido.

Stilisticamente ed esteticamente, il film vola altissimo. Della struttura dal sapore forense con le varie deposizioni monologanti dei personaggi abbiamo detto. Ma la cura visiva con cui questo processo viene processato e l’esecuzione eseguita può essere compresa solo se vista. Alcune scene sono fotografie che starebbero bene appese alle pareti di una galleria d’arte. Una goccia, un cielo, una pallina da baseball che rimbalza sul naso di un ragazzo, una Lelly-Kelly di bambina che galleggia su un letto d’acqua putrida. E la poetica del bianco, rosso, nero, che poi è la penna tricolore con cui i giapponesi scrivono il loro immaginario da secoli? Perché questo film è profondamente nero (oh my God, 100% pitch black!), ma è disinfettato, candido in un certo senso, riluce di quel bianco abbacinante del sole quando ferisce l’occhio. E tra quel nero e quel bianco, scorre copioso ed elegante il sangue. La potenza di questo tricolore scardina anche certi tabù: la siringa che inietta il sangue infetto nel latte, non solo fonde due elementi antropologicamente contrapposti (latte=vita; sangue=morte), ma sporca simbolicamente attraverso l’infezione (nero) il latte (bianco).
Ma pallottolieri Moviers, avete tenuto il conto?? A quanti motivi siamo arrivati? Eccone un altro…Una scena che non dimenticherò MAI. Shuya fabbrica una sveglia con le lancette che vanno all’indietro. Solo nell’istante prima che la madre salti in aria, e lo guarda, e lui guarda lei, solo lì, in quell’istante di amore puro e incondizionato, di speranza e affetto mammifero, in mezzo al caos apocalittico da cui sono circondati, solo lì le lancette cominciano ad andare avanti. E per pochi, preziosissimi secondi, tutto ha un senso, il tempo riprende il suo cammino per il verso giusto, ed è come se la scena dicesse, guarda che cosa veramente fa guadagnare senso al vivere, guarda che cosa dà la direzione al tempo ― l’amore.
Però tutto questo dura tre secondi, e poi l’apocalisse ha il sopravvento.
Credo che uno possa rimanere trasfigurato da certe scene. Io sono rimasta trasfigurata da questa.
Per me “Confessions” è un film che merita palme, orsi, leoni, tutti i vegetali e animali che le giurie potrebbero assegnargli. Ed è un peccato che non l’abbiano fatto, per quanto ci sia andati vicino agli Oscar 2011. Cavolo, quando l’arte grida così forte, non puoi tapparti le orecchie. Cavolo, NON puoi tapparti le orecchie!
Ora mi ricompongo eh… solo che vorrei noleggiare una sala del Mastro, noleggiare due ore del vostro tempo e della vostra pazienza, e riguardarlo tutti insieme!
Ed ora, basta seriosità, basta nippo-nichilismo! Ora ci dirigiamo verso quello che è stato definito “La dolce vita del terzo millennio”…

LA GRANDE BELLEZZA
di Paolo Sorrentino

Cast stellare attorno al lonely planet Sir Servillo (my love), l’unico film italiano in concorso al Festival del Cinema di Cannes. Non fatemi dire altro, ho già il tasso d’aspettativa alle stelle e per quello non c’è insulina che tenga. Vi voglio numerosissimi, Moviers, al più grande trionfo, o al più clamoroso fiasco, della cinematografia italiana degli ultimi anni.

A proposito del Festival, inutile dirvi che la nostra Anarcozumi s’è trasferita armi e bagagli in Costa Azzurra per il Cerchez-la-Cannes 2013… Scusa Zu, cerchez-la-Cannes mi fa troppo ridere, lo sai… 🙂 Dacci aggiornamenti, et je t’en pris, mon coeur, tampina Servillo-my-love con tutto l’amamentario tampinabile di cui puoi avvalerti… Et puis reviens chez nous tout à l’heure! 😉

E la chiudo qui, così, su ‘sto francese che par di masticare noblesse quando lo parli. Grazie per aver subìto l’affondo del giappo(pippo)ne… era tanta roba. Grazie anche per la cortesia che mi farete di salvare il Movie Maelstrom e cestinare il riassunto.

E prendetevi pure questi saluti, oggi, giustificatamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Ultimo affondo (promesso) del giappo(pippo)ne… 🙂

La colonna sonora di “Confessions” è stata nobilitata dai Radiohead ― perfetto il loro lirismo in tutta quella tragos ― e questo è un altro motivo da aggiungere alla lista… Mentre faccio i conti, vi lascio questa http://www.youtube.com/watch?v=QxYemY8CQaw
 
LA GRANDE BELLEZZA: Roma si offre indifferente e seducente agli occhi meravigliati dei turisti, è estate e la città splende di una bellezza inafferrabile e definitiva. Jep Gambardella ha sessantacinque anni e la sua persona sprigiona un fascino che il tempo non ha potuto scalfire. È un giornalista affermato che si muove tra cultura alta e mondanità in una Roma che non smette di essere un santuario di meraviglia e grandezza.

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Let’s Movie CXXXVI

Let’s Movie CXXXVI

BELLA ADDORMENTATA
di Marco Bellocchio
Italia, 2012, 115’
Mercoledì 12/Wednesday 12
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio

Mississippi Moviers,

Vi do subito le coordinate così vi coordinate (cominciamo bene…).

Mercoledì parto per un running pre-Let’s Movie con un cielo pulito che più pulito non si può, e mentre sono nel bel mezzo di un bosco boscoso sento di lontano , fra la pausa tra una canzone e l’altra, un brontolio. Certa certissima che non si tratti del mio stomaco (e anche voi), alzo gli occhi e toh, il cielo m’è diventato di uno strano color susina, molto poco “Dash” e molto tanto “Houston we have a problem”. Mi scatafascio verso casa, ma nel frattempo il cielo si apre ― il cielo non risparmia nessuno, figurarsi il Board nel bosco boscoso. Giusto il tempo di passare da una doccia all’altra e d’infilare i miei stivali in gomma rossi a quadri che fortunatamente danno una svolta alla serata.
Perché dovete sapere, Fellows, che con un paio di stivali di gomma (meglio se rossi, meglio se a quadri) voi diventate automaticamente Huckleberry Finn ― è un fenomeno appurato dalla fisica moderna. Indipendentemente dall’età che avete, dallo status sociale e professionale, dal sesso e dall’orientamento religioso (!), eccovi lì, dei kids. E l’Adige o l’Arno o il Tevere o il Sarca o il Po o il Monticano (Giak, CommunicascionChiara, I know, vi sconvolgo, I know :-)) o il Noce o la Laguna Venuta (o Blu per l’Anarcozumi, fra poco di ritorno in), diventano lui, il fiume che taglia la pancia dell’America, il fiume con più coppie di consonanti del mondo idrografico, il fiume che nasce in Minnesota e muore nel Golfo del Messico (noi che siamo cresciuti con quelli che nascono sul Monviso e sfociano nel mar Adriatico), lui, quello su cui il papà della letteratura americana moderna Mark-mito-Twain (e non lo dice un Baord qualunque, ma un Hemingway qualunque), ambientò il romanzo più fun di tutti i tempi. E quello, un Huckleberry Finn,  son diventata io, correndo (oh, moooolto correndo) da Mastrantonio mercoledì sera. E anche se mancavano la pagliuzza in bocca e i pantaloni lisi e il cappello di paglia in testa e lo schiavo Jim, avevo quel paio di stivali in gomma lì ai piedi… Un paio di stivali in gomma vi permettono di prendere la pioggia per le corna, e di prendere tuuuuutte le pozzanghere che v’intralciano la strada, e pure di andarne a caccia di nuove, e  schiaffarvici dentro, alla faccia dello scamosciato e del cavallino e del “cavolo-ho-speso-un-patrimonio-per-ste-scarpe”! 😉

Insomma, immaginate in che condizione da scapigliatamilanese io, 100%-red-rubber-road-runner, mi sono presentata dal Mastro, che era lì sull’uscio a rimirar, e senza attinenza alcuna con quella barba di Carducci. Non sto a raccontarvi il capolavoro di abbraccio che ci siamo dati perché i capolavori non si raccontano ― ma Lady Mastrantonio stia pure tranquilla, nessuna malizia, solo tanto tantissimo sollievo nel ritrovare il Mastro Master della cinematografia in Trentoville. E con lui il fido Robin, che dal bancone vede e provvede. 😉

All’interno, ecco il Sergente Fed FFF, che aveva pure telefonato mentre l’Huckleberry-Board sfrecciava all’Astra per accertarsi della sua collocazione geografica, e il Fellow Truly Done, che affrontò il cielo susina e discese da Povorock pur di vedere “I giorni della vendemmia”.

E per fortuna discese! Si perché il film è un bijou. Piccolo, e da conservare. Anzi, da far conoscere. Pensate che il regista, oggi ventinovenne, lo girò in 15 giorni, tre anni fa (news tratte da “Mastroinforma” :-)) quando praticamente la maggior parte dei suoi coetanei decide ancora se dare Storia del Cinema II o toglierlo dal piano di studi…
“I giorni della vendemmia” racconta una vendemmia nella campagna emiliana nel 1984. Madre cattolicissima, padre comunistissimo ― la diade che da sempre racconta l’Emilia rossa, ma direi anche l’Italia, a metà tra il Papa e Palmiro… Il figlio maggiore, Samuele, a Londra o in giro per l’Europa, il figlio minore, Elia, diciassettenne tutto ormoni e insicurezze, che legge Tondelli e ruba il vino dal frigorifero di casa per sballarsi un po’. Lo scorrere lemme della vita rurale è scosso dall’arrivo di Emilia, una ragazza che inserisco con Catwoman tra le figure femminili belle&sfrontate&ribelli&malandrine del cinema. La sensualità dell’attrice (tale Lavinia Longhi) unita alla spregiudicatezza del personaggio che interpreta, capirete, sono una miscela esplosiva tanto per il povero Elia, quanto per lo spettatore, entrambi ammaliati da questa Circe dalle lunghe gambe e dalla tosta faccia (possa Omero perdonarci)… La tipica donna che gli uomini vorrebbero baciare e schiaffeggiare, nell’ordine che preferite.

La dinamica ricalca alla perfezione il triangolo Georgie-Arthur-Abel (e qui si citano i big della cartonianimatografia giapponauta), giacché il secondo momento di caos si verifica quando rientra in scena Samuele (Abel), bel tenebroso ma dal cuore pink (e non aggiungo altro…). Emilia (Georgie) diventa il pomo della discordia ed Elia (Arthur) soffre in silenzio (tale e quale al cartone).

La trama in sé rimette in scena un argomento caro alla letteratura e al cinema: un istante di formazione nella vita di un adolescente che poi ricorderà per la vita. E tutti abbiamo dei momenti che ci hanno scandito quella stagione dolcemente maledetta della teen-age, e credo che sia anche per questo motivo che il film risulta caro a chi lo guarda. È lo stesso motivo per cui “Il tempo delle mele” spopolò quando uscì. Oppure “Il giovane Holden” in letteratura, o il “Grano in erba” di Colette (se non l’avete letto, regalatevelo ;-)). Sono storie del cosiddetto “coming of age” nostro, non solo dei personaggi.

Ma poi c’è un discorso da aprire sul “come” il regista ha scelto di raccontare questa storia. Ritmi lenti, e silenzio, e immagini che sanno di grilli e caldo e bandiere rosse e crocifissi. E no, vi prego non sbuffate! Il film non è affatto noioso e questo perché il regista è stato in grado di calibrare i tempi ― come quando andate in un ristorante e il menù, dall’antipasto al dessert, vi viene servito con i giusti intervalli fra una portata e l’altra, non un minuto di più e non uno di meno. Con un film non è facile, ci sono tanti rischi: quello di innamorarsi di una scena e farla durare troppo, o quello di darne per scontata un’altra e farla correre via troppo in fretta. Qui tutto risulta tempisticamente corretto.
Come dicevo ai miei Moviers e al Mastro, avrei voluto almeno altri 10 minuti di girato in più, ma questo non dipende dalla lunghezza del film (corretta, dicevamo): dipende dalla gola, dal volerne ancora ― il Baord è un cine-goloso, che volete farci… 🙂 E come dicevo dopo la proiezione, mi sono balzate all’occhio due scene che mi hanno fatto drizzare le antenne…mmm, mi son detta, qui c’è del talento…
Mi riferisco alla ripresa di un prato, che parte dal basso e gradualmente sale su, come ad aprire un orizzonte già aperto, riscoprendolo… E la seconda, l’immagine di una madonnina di plastica (quelle tipo from-Lourdes-with-love, con dentro l’acqua santa) che si confonde e sfuma in una statuina di Pinocchio, poco dietro. La Madonnina e il Pincchio riassumono la cameretta di Elia meglio di qualsiasi panoramica. Pensateci: madonnina (religione formato take-away) e Pinocchio (infanzia). Righi racconta molto per dettagli. Come per esempio la pagina dell’Unità nascosta sulle ginocchia del padre durante la recitazione delle preghiere serali…Ecco, tutti questi preziosi semini che uno spettatore attento (rac)coglie, ci fanno ben sperare per i prossimi film del giovane Righi. Insomma, ad maiora! 🙂

Ah, un ringraziamento speciale alla Fellow Claudia-the-Critic, alla Fellow Chili Chocolate e alla loro amica (che sarà la Fellow Cappuccetto Rosso non appena riesco a metter le mani sul suo indirizzo email, ih ih ih), per avermi dato delle dritte su “Monsieur Lazhar” che avevano appena visto ― come vedete Let’s Movie si muove su più fronti in contemporanea, il tutto al fine di garantire una copertura critica sul panorama cinematografico (mamma mia, son peggio della barba Carducci!). 🙂

Certo è vero che le vie di mezzo, come le mezze stagioni, non esistono più. Fino a pochi giorni fa, una siccità cinematografica da Sahara. Oggi, un esondazione da Arno 1966. Insomma, o troppo o nulla, e noi di Let’s Movie, noi lì, sempre lì, lì nel mezzo (grazie, Liga). 🙂

Mmm fatemi scegliere un po’ per questa settimana

BELLA ADDORMENTATA
di Marco Bellocchio

Allora. Ricorderete  che ci scagliammo (sempre bonariamente, eh, s’intende) verso Marco-spocchio-Bellocchio, quando venne al MART due anni fa per tenere l’elogio di se stesso davanti a noi povero popolino… Questo però non deve impedirci la visione del suo ultimo film, e per vari motivi: Sir Servillo è nel cast (e lui be’, lui è Sir Servillo, c’è ben poco da aggiungere); il film tratta un tema osticissimo ma di grande interesse, su cui mi piacerebbe riflettere; il film è stato accolto da 16 minuti di applausi alla Mostra del Cinema di Venezia,  e io sono proprio curiosa di vedere se li ha meritati tutti, o se ne avrebbe meritati 13 o magari 18. Non sottovalutiamo i numeri e gli applausometri, please. 🙂

Già vi anticipo che “Pietas” di Kim Kiduk sarà un prossimo Let’s Movie, con tutta la sua sudcoreanità che tanta paura mette ai Fellows. E non tanto perché ha vinto il Leone d’Oro ― bravobravissimo Kim ― ma in nome di quello spettacolo di “Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera” di qualche anno fa. Cominciate da qui a prendere dimestichezza con lui ― io nel frattempo ho preso “Ferro 3” in biblioteca, sperando di riuscire a uscirne viva (da Ferro 3, non dalla biblioteca). 🙂

 Stasera con la questione degli stivali e dell’Huckleberryboard (uh come mi piace!), mi sono un po’ dilungata… Meno male che il Fellow Iak-the-Mate è faraway, altrimenti me le sentivo di brutto. 🙁
Corro verso il Movie Maelstrom senza farmi notare troppo…. Voi, my kid Moviers, valutate l’idea di farvi un paio di stivali 100% red rubber, o anche solo rubber senza il red, fate sosta giù al molo del Movie Maelstrom, leggetevi il riassunto con i piedi penzoloni sull’acqua, e gustatevi questi saluti, che per stasera, signori miei e signore mie, sono orograficamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non so bene perché, ma questa canzone di Otis Redding, mi fa venire in mente quei posti immaginifichi tipo l’Alabama o l’Arkansas… quegli stati lambiti dal Mississippi che non ho mai visto ma che, attraverso queste note, mi par di guardare seduta dalla banchina di un molo… Cliccate qui, via http://www.youtube.com/watch?v=UCmUhYSr-e4

BELLA ADDORMENTATA: Il film racconta il caso di Eluana Englaro, la ragazza che per 17 anni ha vissuto in stato vegetativo fino alla decisione della famiglia (accolta dalla magistratura) di sospendere l’ alimentazione forzata, ritenuta un inutile accanimento terapeutico e rispettando la volontà espressa in passato dalla stessa Eluana Englaro.

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Let’s Movie LV

Let’s Movie LV

GORBACIOF – IL CASSIERE COL VIZIO DEL GIOCO
di Stefano Incerti
Italia 2010, 85’
Giovedì 3/Thursday 3
Supercinema Vittoria
21:00/9:00 pm

Eroici Fellows,

Siamo in piena lotta contro la merla che da sempre occupa abusivamente gli utlimi tre giorni di gennaio. Portate pazienza ancora 24 ore: se il pennuto non se ne volerà via, il Board cucinerà spezzatino per tutti. Promesso.

Incuranti del freddo e di una giornata lavorativa particolarmente provante, mercoledì il Board e il nostro WG Mat hanno visto “In un mondo migliore”. Mat, sappi che ho apprezzato lo stoicismo ― del resto tutti eroi ‘sti Moviers ― e ti ringrazio con un bowing emo.
Graditissimo l’sms della Fellow Giuly Giuls ke ha avvertito della latitanza: il Board in effetti può tutto tranne intercedere nelle riunioni condominiali.

Durante il film della Bier le poltrone dell’amoooore dell’Astra si sono trasformate nelle poltrone del dolooore, e non perché il Board soffrisse di qualche fastidio nelle parti basse, sia chiaro… “In un mondo migliore” equivale a 113 minuti tesissimi in cui lo stomaco e il cervello non smettono un istante di tribolare! Il film arriva come pochi film riescono: stomaco e cervello colpiti e affondati ― di solito i film arrivano O allo stomaco (vedi “La prima cosa bella”) O al cervello (vedi “Inception”). Quando le corde della razionalità e quelle della carne vengono toccate simultaneamente, la musica che scaturisce ti impedisce di rimanere tranquillo e composto in quinta fila, e trasforma la seduta della poltrona in un luogo estremamente scomodo…

Il disagio è prodotto dalle vicende che ci scorrono davanti agli occhi e che ci coinvolgono perché sentiamo di averle vissute noi stessi. Chi non ha mai subito un episodio di bullismo nella sua vita? (Perfino il bossy Board, trust me…). Chi non ha mai sentito il fuoco vivo del rancore montare dentro? O quello gelido della vendetta? Sono tutte sensazioni che lo spettatore condivide empaticamente con i personaggi, e che lo portano a interrogarsi sia sulle modalità di comportamento loro, sia sulle proprie. Lo sguardo pertanto è doppio: uno è rivolto verso l’esterno (sulle vicissitudini e le reazioni dei personaggi) e uno è rivolto verso l’interno (su di noi e il nostro personale vissuto). Quando un film può contare su questa bifocalità, allora lo spettatore rimane fregato, non ha scampo. Di qui il malessere. Di qui le poltrone del dolooooore…

Sono mastodontici i temi trattati nel film della Bier ― lutto, soprusi, divorzio, rancore, livore ― così come i dilemmi morali affrontati. Dimenticare? Perdonare? Subire? Porgere l’altra guancia? Vendicarsi? Noi ce ne restiamo lì a macerare pietas e vergogna ― pietas per i personaggi e vergogna di noi stessi, per aver sperimentato i loro stessi meccanismi emotivi… Parteggiamo per il dodicenne Christian quando picchia di brutto un bullo suo coetaneo, ma lo temiamo quando la sua sete di vendetta lo porta a fabbricare una bomba per vendicare il padre del miglior amico.

Pensate un po’. Il titolo originale del film, “Haeven”, significa proprio vendetta. E per una volta, lasciatemelo dire, non è colpa dei POVERI traduttori italiani, che si sono limitati a tradurre l’inglese “In a better world” (visto Mat? Ho fatto i compiti…). Qui bisognebbe aprire una parentesi sulle motivazioni che hanno portato a una manipolazione così radicale del titolo ― forse l’America tutta-speranza si rifiuta di guardare in faccia un mondo tutto-vendetta, voi che ne dite? …Ma il discorso è lungo, e i Fellows hanno orrore delle parentesi…

La vendetta è una cappa che grava sul film dall’inizio alla fine ― e la fine non è proprio all’insegna del tutto-è-bene-quel-che-finisce-bene… Vendetta del ragazzino Christian, Shylock in calzonicini dalla freddezza spiazzante. Vendetta nel campo profughi in Africa. Vendetta contro le angherie tra adulti. Vendetta, che satura gli animi e la società.

Tutta questa tribolazione etica cui siamo sottoposti è intervallata da immagini di esterni che agiscono un po’ come antidolorifico. Il mare. La campagna gialla di spighe sotto un cielo azzurrissimo. Il vento che scompiglia la natura. Il primo piano di un ragno, la passeggiata di un insetto su un vetro, i disegni tracciati in cielo dagli uccelli. Sono come delle pause di sospensione in cui noi spettatori riprendiamo fiato, per poi tornare a trattenerlo una volta che gli eventi dei personaggi ci ripiombano addosso. Potete immaginare l’effetto pressoché miracolare di quei fotogrammi…

“In un mondo migliore” si è aggiudicato la candidatura agli Oscar come miglior film straniero, candidatura che purtroppo non è arrivata per il citato “La prima cosa bella”. A pensarci bene il film di Virzì sembra “La casa nella prateria” al confronto (e guardate che mi era piaciuto moltissimo!). Io fossi in voi non me lo perderei… E vi do un consiglio: armatevi di un buon cuscino…

Parlando di Oscar, venerdì sera, l’Anarco-zumi, la Fellow Giuly Giuls e il Board hanno dato vita a uno speciale Let’s Movie On Friday, precipitandosi (letteralmente) a vedere “Il discorso del re”. Film elegante e delicato, con due protagonisti eccellenti, Colin Firth e Geoffrey Rush, candidato a una sfilza di statuette… Ve lo butto lì come un suggerimento extra, NON come alternativa al film che stiamo per proporre, la cui visione ovviamente è obbligatoria.

Questa settimana Let’s Movie ripesca un titolo presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2010 (sappiamo di fare la gioia dell’Anarco-zumi, che aveva molto minacciato il Board quando l’aveva escluso dalla programmazione a settembre…).

GORBACIOF – IL CASSIERE COL VIZIO DEL GIOCO
di Stefano Incerti

Sappiamo che il Fellow Roby attendeva con ansia “Frankenstein Junior” di Mel Brooks, che verrà proiettato al Multisala Modena mercoledì 2 alle 17:30 e alle 19:40. Purtroppo gli orari poco Board-friendly ci impediscono di presenziare, ma saremmo mooooolto fieri se qualche Movier (Roby su tutti) si dimostrasse extremely pro-active e andasse a vederlo… (Per altro il film rientra nel corso monografico di “Storia della cinematografia americana II”, quindi, per chi volesse iterare l’esame… :-)).

My heroes and sun-dreamers Moviers, nemici di merle e pennuti portafreddo tutti, vi ringrazio come sempre dell’ascolto, vi sparo un bel riassunto in calce, vi aspetto giovedì per “Gorbaciof” e vi mando dei saluti aviariamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

GORBACIOF: Marino Pacileo, detto Gorbaciòf a causa di una vistosa voglia sulla fronte, è il contabile del carcere di Poggioreale a Napoli. Pacileo, schivo e silenzioso, ha una sola passione: il gioco d’azzardo. Quando scopre che il padre di Lila, la giovane cinese di cui è innamorato, non può coprire un debito contratto al tavolo da gioco, Pacileo sottrae i soldi dalla cassa del carcere e li dà alla ragazza. Dal quel momento, tra partite sbagliate, riscossione di tangenti e rapine, inizia una spirale discendente dalla quale non riuscirà più ad uscire.

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Let’s Movie XLIII

Let’s Movie XLIII

UNA VITA TRANQUILLA
di Claudio Cupellini
Italia, 2010, 105’
Martedì 9/Tuesday 9
21:45/ 9:45 pm
Cinema Astra

Bamboli Moviers,

Parto immediatamente con gli special thanks ai Fellows che hanno partecipato alla serata “Animal Kingdom” mercoledì scorso. Il Board è stato molto molto felice di trovare all’Astra Restaurant, nell’ordine, il nostro WG Mat e il Fellow D, giunti senza fiato dopo due micro-session di squash da 7 minuti ciascuna, il Fellow Iak-the-Mate al suo battesimo ufficiale Let’s Movie (il Board ovviamente entusiasta di introdurlo alle gioie Let’sMovie), e i due fedelissimi-irriducibilissimi-intramontabilissimi Fellow Giuly Giuls e il Fellow Pilo, le cui lodi non finiremo mai d’intessere.

Grazie, my attending Moviers, per aver fatto compagnia con me agli altri otto spettatori presenti in sala…

“Animal Kingdom” non rientrerà nella top-ten della Let’s Movie collection autunno-inverno 2010-2011. Il film cammina piano, e parla poco. La tensione cerebrale che avrebbe dovuto montare nel corso del film in effetti non monta ? lo spettatore in realtà non è nemmeno troppo coinvolto, aspetta di capire dove lo porteranno questi personaggi tra lo spietato e il menefreghista che incontra in scena. A guardar bene però (guardiamo bene, Mate!) il film dà, anzi, fa: “Animal Kingdom” opera con ferina freddezza sul corpo (morente!) della famiglia intesa come istituzione intoccabile tout court. Il bisturi del regista, in questo senso, è affilatissimo e incide là dove noi italiani, family-addicted and family-obsessed, non osiamo MAI guardare. Io ringrazio molto il regista per quest’operazione che definirei “contro”: finché non metteremo in discussione il credo assolutista esalta-famiglia-quadretto-perfetto, non riusciremo mai a capire questa nostra società di famiglie non-famiglie che partoriscono mostruosità un giorno sì e un giorno sì ? la cronaca è una cartina di tornasole tristemente efficace.

Assistiamo così alla disgregazione, anzi, alla perversione dell’assetto quadretto-perfetto dove la famiglia, per quanto problematica, per quanto insopportabile, alla fin fine ti aiuta sempre, no matter what. Prendiamo per esempio il riuscitissimo “La nostra vita” di Lucchetti (Let’s Movie XIX, maggio 2010), in cui il protagonista interpretato da Elio Germano si salva dai debiti grazie all’intervento provvidenziale del fratello e della sorella ? il Mulino, per quanto malmesso, rimane pur sempre Bianco. In “Animal Kingdom” i fratelli sono coltelli, la nonna è un’idra bionda da temere come la peste e il Mulino Bianco si tinge di nero. Questa ipotesi dark straordinariamente-dolorosamente autentica per me salva il film, così come la perdita dell’innocenza di J. Questo gigante buono e babbeo (yes Mat) assorbe dentro di sé gli influssi nocivi, anzi belluini, della famiglia fino alla saturazione massima, e finisce per esplodere (metaforicamente e non) in quel colpo di pistola al 113esimo minuto che va considerato come il vero e proprio acme del film ? con la bocca spalancata intorno a un bel f**k, il Board ha incassato (e apprezzato!) l’impatto sonoro e visivo dallo sparo…quello spruzzo astratto di sangue sul materasso…Sì, il 113esimo minuto è stato in effetti molto done, così come l’ultima battuta, effetto pugno-nello-stomaco ? “Questo fottuto mondo è pazzo”…

Sicuramente il battesimo del Fellow Iak-the-Mate non è stato dei più soft, ma si sa, Let’s Movie non è cine-sport per signorine…

Prima di passare al film della settimana volevo micro-inaugurare (festeggiamenti low-profile, che c’è la crisi) il nostro parking-lot “Movie-lines – Park&Write!”, l’area dove potete parcheggiare le battute che vi hanno colpito/ divertito/ intimorito/ impressionato/ schifato/ sbarellato/ schockato/ commosso/ coinvolto/ sconvolto/ stravolto dei film proposti (http://www.letsmovie.it/category/movie-lines/). Finalmente il WG Mat ha preso cazzuola e mattoni e ce l’ha fabbricato, per la felicità della Honorary Member Mic, che l’ha fortemente voluto e che ci lascerà SPESSISSIMO le sue citazioni, ne siamo certi… Grazie Mat, vedi di non appendere la salopette al chiodo, che devi costruire altre zone trash nella periferia di Let’sMovie ben note a te e a Andy The Situation…

Mi raccomando, Moviers Drivers, fateci un giro, che il parcheggio è gratuito, e riempitelo di citazioni!

Ok, belli-addormentati Fellows, e per il film della settimana, the trigger, ehm, the winner is…

UNA VITA TRANQUILLA
di Claudio Cupellini

Sono particolarmente fiera di aggiungere questo capo alla Collection Let’s Movie dacché venerdì scorso Toni Servillo ? il protagonista ? si è aggiudicato il premio Marc’Aurelio come miglior attore al Festival del Cinema di Roma 2010. Ci sarà un legame tra l’ammirazione sconfinata che il Board nutre nei per Sir Toni Servillo e il fatto che l’Anarco-Zumi bazzicasse il red-carpet romano durante il Festival?!? (Grande Zumi, infiltrata speciale!).

Su questo quesito a cui tutti siete in grado di dare una risposta, vi ringrazio, Fellows fantolini miei, e per farvi dormire sonni un po’ tranquilli ? soltanto un po’, eh eh ? vi scaldo un riassuntino che vi appoggio in calce, e vi mando dei saluti teporosamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

UNA VITA TRANQUILLA: Rosario Russo ha poco più di cinquanta anni. Da dodici vive in Germania dove gestisce, insieme alla moglie Renate, un albergo ristorante. La sua vita scorre serena: ha un bambino (Mathias), un aiuto cuoco (Claudio) che è anche un amico, e molti progetti per il futuro. Un giorno di febbraio, però, tutto cambia. Nel ristorante di Rosario arrivano due ragazzi italiani. Il primo si chiama Edoardo ed è il figlio di Mario Fiore, capo di una delle più potenti famiglie di camorra. L’altro si chiama Diego, e Rosario lo riconosce subito perché Diego è suo figlio. Non si vedono da quindici anni, da quando Rosario si chiamava Antonio De Martino ed era uno dei più feroci e potenti camorristi del casertano. Allora si era fatto credere morto e si era ricostruito una seconda vita in Germania.

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