LET’S MOVIE 420 da NYC con un cine-potpourri degli ultimi 2 mesi

LET’S MOVIE 420 da NYC con un cine-potpourri degli ultimi 2 mesi

Ho avuto l’onore di vedere “The Irishman” al Belasco Theater, una sala storica sulla 44esima, a due passi da Times Square, una sala riaperta apposta per proiettare l’ennesimo capolavoro di Scorsese, il Martin che qui a New York è più che amato. E’ venerato come un nume. Tanto da far riaprire addirittura quel teatro molto 20s, metter su le tre ore e trenta di film e farle andare dal pomeriggio alla notte, dalla notte al pomeriggio, a circolo continuo. Il film in sé è ineccepibile, a mio parere, anche se è un po’ già visto. Ripropone tutti gli ingredienti che troviamo in “Good Fellas” e i mob-movies che hanno reso Scorsese, il nume Scorsese. Che ha pensato bene, questa volta, di chiamare all’appello divinità della recitazione come Bobby De Niro, Al Pacino e Joe Pesci, facendoli ringiovanire e re-invecchiare attraverso qualche miracolo — o magari solo banali effetti speciali. Aggiungete a questo il “basato su una storia vera”, i milioni di dollari a disposizione, la mano sapiente di un genio del cinema, e be’, il risultato non può che essere garantito. Personalmente, amo Scorsese quando lascia la Mano Nera, perlustra altrove e se ne esce con capolavori del tipo “Re per una notte”, “Hugo Cabret”, “The Wolf of Wall Street” e “Silence”.

Ho visto anche un film che spero arrivi in Italia e che non piacerà alla maggior parte dei Moviers, ma che spero che qualcuno veda comunque. 🙂 “The Lighthouse” di Dave Eggers. La locandina dice molto di quello che vi attende. Bianco e nero, un faro in lontananza, gabbiani neri vorticanti nel cielo, i due attori, Robert Pattinson e Willem Dafoe (eccelsi), dallo sguardo alluccinato.
Perché vai a vedere un film così? Perché il cinema è anche cercare di scovare storie scomode, lontane, che apparentemente sono anni luce da noi, dal nostro vivere protetto, comodo.
New England del 1890. Thomas Wake ed Ephraim Winslow vengono ingaggiati per occuparsi della manutenzione di un faro. Una nave li scarica lì, su questo posto dimenticato da Domenedddio, sprofondato dalla nebbia e battuto dalla tempesta. Sono due tizi taciturni, tormentati e instabili, Tom e Ephraim.
Tom è un ex marinaio con una gamba zoppa — molto cliché — ed è l’ufficiale senior. Ephraim ha lasciato il suo lavoro di boscaiolo in Canada per questo nuovo incarico in mare. Fa tutta la manovalanza, Ephraim, tutti i lavori più umili. Tom lo tratta letteralmente da sguattero. Il rapporto fra i due comincia a discendere una strana, contradditoria china. Sembrano sempre sul punto di diventare amici e confidenti, ma finiscono per azzuffarsi tutte le volte. Questo è dovuto anche alla mancanza di acqua potabile e di provviste: la nave che doveva rifornirli non si fa viva. Tom ed Ephraim, allora, cominciano a bere alcol. E questo, determina l’ingresso in una dimensione etilica in cui visioni, presagi, ossessioni si mescolano e finiscono per portare i due alla follia.
In “The Lightohuouse” trovate Samuel T. Coleridge con la sua “Ballata del Vecchio Marinaio”, Melville con la sua dimensione di colpa e punizione, l’orrore luminoso di Edgar Allan Poe, il mito di Prometeo, sirene maledette ed echi gaelici. Non direi mai no a tutto questo… 😉

E poi “Marriage Story”, l’ultima fatica di Noah Baumbach, che finalmente l’ha piantata con le commedie piacione tipo “The Meyerowitz Stories” e si è concentrato sul corpo agonizzante di un amore e su come sia complesso e doloroso scrivere “divorzio” sul certificato di morte.
Adam Driver — entrato nella rosa dei miei attori preferiti — e Scarlet Johansson — che vincerebbe un meritatissimo Oscar — portano sullo schermo i coniugi Kramer e Kramer, trent’anni dopo Dustin Hoffman e Maryll Streep. Dialoghi spettacoloari, recitrazione teatrale. Grandissimo pathos.

Ho visto naturalmente “Parasite” il film che ha fatto parlare di sé tantissimo, non solo perché si è aggiudicato la Palma d’Oro a Cannes, ma anche perché è stato un successo di pubblico inaspettato — difficile che la Palma d’Oro porti in sala orde di spettatori. Il film di Bong Joon-ho ha lo straordinario pregio di raccontare una storia disgustosa, tingendola di humor nero. Una famiglia di parassiti sociali s’insinua nel menage agiato di una famiglia benestante e per un po’, se ne approfitta alla grande — mangiare a sbafo alle spalle dei ricchi, cosa può esserci di più gudurioso? Ma il divertimento finisce quando dall’interrato della villa riemergono parassiti dal passato…
Il film ha senz’altro tutti i numeri per piacere al pubblico: comicità sopra le righe, ironia dissacrante, horror dal chiaro sapore coreano e forte retrogusto gore, critica di un certo tipo di società. “Parasite”, a mio parere, regge bene fino più o meno a metà, poi s’incarta, s’inceppa, s’in-qualcosa, non so bene cosa, ma perde energia, quota, e mi perde come spettatrice. Ma certo è un must-see del 2019.

Un piccolo capolavoro di comicità che rientra nella categoria “facciamoci beffe di Hitler” è “Jojo Rabbit”, di Taika Waititi. Se nel 2014 avete visto “Er Ist Wieder Da” e vi era piaciuto, “Jojo Rabbit”, vi piacerà uguale, e forse di più. Il film è una commedia satirica che vede al centro della storia un adorabile ragazzino tedesco che ha un amico immaginario: Adolf Hitler, o meglio, una versione bizzarra e ridicolissima di.
Timido bambino di dieci anni, Jojo, soprannominato “Rabbit” dai compagni bulli, appartiene alla Gioventù hitleriana durante la Seconda guerra mondiale. Immaginate. Germania 1944. Il padre di Jojo combatte in Italia e lui è allevato dalla madre — una Scarlet Johansson sempre più brava. Jojo trascorre le sue giornate frequentando un campo per giovani nazisti. Con un amico immaginario come Hitler, è convinto di essere il numero uno dei nazisti: odia gli ebrei — nonostante non ne abbia mai visto uno — ed è fermamente convinto che sia giusto ucciderli.
La sua visione nazista del mondo cambia completamente quando scopre che sua madre nasconde in soffitta una ragazza ebrea. Da quel momento, Jojo deve fare i conti con il dubbio.
Era tanto che non assistevo a un film così mortalmente divertente, politicamente scorretto, emotivamente coinvolgente come “Jojo Rabbit”. Spero che esca presto in Italia, e che accompagni la tradizione di film che hanno cercato di raccontare il Nazismo, attraverso la satira, primo fra tutti “Unglorius Basterds”.

Infine, ieri sera, sono andata a vedere un altro picolo gioiello, “Little Joe” di Jessica Hausner — l’attrice protagonsita ha vinto la Palma d’Oro a Cannes come miglior attrice.
Alice fa la fitogenetista in un laboratorio di ricerca la Planthouse. Insieme al collega Chris, ha creato una pianta in grado di donare felicità agli esseri umani: il fiore, d’un rosso brillante, sprigiona un profumo che rende felici grazie a un ormone della maternità. Alice è molto fiera di questo suo esperimento, e lo battezza “Little Joe” in onore del figlio, il tredicenne Joe, e ne porta a casa un esemplare. Non vede l’ora che il fiore sia messo in vendita.
Dopo poco però iniziano a verificarsi strani avvenimenti nel laboratorio, e il figlio di Alice comincia a comportarsi in modo strano. Ma non solo lui. Tutti quelli che respirano il polline di quel bellissimo fiore rosso, diventano strani. Alice, l’unica a non averlo (ancora) annusato, comincia a dubitare della propria scoperta. E se Little Joe cambiasse davvero le personalità di chi lo annusa?

Prima di tutto il film è una festa per gli occhi, se avete particolare riguardo per i colori e la composizione scenica. Tutto quest’ordine cromatico e geometrico riflette l’idea di un mondo in cui l’uomo può controllare tutto, fare il bello e il cattivo tempo con la natura, modificare a piacimento geni, creare nuove specie senza preoccuparsi delle conseguenze. Ebbene, le cose non stanno proprio così, e “Little Joe” ce lo dimostra, ma senza esplosioni chimiche, invasioni aliene o proteste ambientaliste. Lo fa con il garbo dell’inquietante, proponendo un concetto nuovo e interessantissimo di fantascienza dell’intelletto più che del(l’ ultra) corpo.
Una superficie di tinte pastello, colori neutri, interni da Architectural Digest e laboratori asettici, per nascondere il marasma etico che l’esser umano in cui l’essere umano sta affogando…
Da non perdere.

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LET’S MOVIE 419 da NYC commenta “JOKER” di Todd Phillips

LET’S MOVIE 419 da NYC commenta “JOKER” di Todd Phillips

Sono stata a vedere “Joker” di Todd Phillips, e proprio non posso tacere. Soprattutto con i tanti articoli pubblicati che massacrano il film, in Italia e qui. La stessa giuria della Academy of Motion Pictures che valuta i papabili per gli Oscar, si è espressa in termini critici nei confronti del film. Così come il Guardian e il New York Times.
Siccome colloco “Joker” fra i dieci film che salverei degli ultimi dieci anni, non potevo proprio starmene zitta nel mio sabbatico.

“Joker” è quello che succede prima che Arthur Fleck diventi Joker. Prima che Bruce Wayne diventi Batman.
Nelle prime scene del film, Arthur, di professione clown ma con il sogno di sfondare come comico, viene bullizzato e malmenato per strada da un gruppo di teppisti. Già in questo attacco — fisico e figurato — è inscritto il senso del film e la direzione che finirà per prendere la vita di Arthur.
Nel corso del film, incontriamo altre storture. Le possiamo chiamare tranquillamente ingiustizie, angherie, soprusi. Ma storture rinvia alla deviazione che il cammino psichico di Arthur subisce, e che metaforicamente si registra nel suo corpo consunto. Nella sua spalla deforme.
Quindi, storture.

Arthur accudisce amorevolmente la madre Penny. Che però non è poi così amorevole nei suoi confronti — “per diventare comici bisogna saper far ridere, Arthur…”.
Gli ha nascosto molto della sua infanzia. Gli ha mentito. Lo ha esposto agli abusi dei tipi con cui finiva a letto.
L’infanzia di Arthur non è latte caldo e cartoni animati.

Arthur frequenta un centro di salute mentale pubblico, che gli fornisce le medicine di cui ha bisogno. A un certo punto, Gotham City decide di tagliare i fondi all’assistenza. Il centro chiude. Niente più supporto, niente più medicine.
Arthur ha anche un mito. Si chiama Murray Franklin, e fa il presentatore. Tipo David Letterman, o adesso, Stephen Colbert. Quegli anchorman comici tanto idolatrati qui in America. Murray si prende gioco pubblicamente di Arthur. Trova il modo di farne uno zimbello televisivo.
Arthur, che stupido non è, capisce il suo gioco, e troverà il modo di vendicarsi.

Lo sceneggiatore è stato molto capace nel costruire l’ambiente fuori dal quale spunta il Joker. Accompagnando passo passo lo spettatore in questa discesa nel baratro dell’abuso, è come se gli dicesse, guarda un po’? E lo spettatore non si meraviglia che da quel corpo scarno, consumato dalle miserie della vita, esca fuori il guitto matto e omicida del Joker.

Ciò che è interessantissimo di questo “Joker”, è come rifletta la dimensione sociale. Quando tre uomini sulla metropolitana rimangono uccisi per mano di un uomo travestito da pagliaccio, in una Gotham City sull’orlo della guerra civile, l’opinione pubblica comincia a inneggiare al Joker come a un loro eroe. Diventa il portavoce del malcontento sociale, il leader di sbandati e reietti. Ed è questo, il punto interessante che collega il film al momento storico che stiamo vivendo.
Il populismo non si manifesta perché il popolo è stupido. Si manifesta perché ne ha subite di tutti i colori e cova un sentimento di rivalsa che è lo stesso sentimento che porta Arthur a covare dentro di sé il Joker.
Non ho mai visto un film che parli, allegoricamente, in maniera così precisa, diretta e al contempo indiretta, della situazione sociale e politica attuale. L’avvento del trumpismo è scritto tutto lì, nero, anzi, rosso, verde e giallo, su bianco.

Per l’interpretazione di Joaquin Phoenix non c’è premio che possa bastare. Si è parlato molto della sua risata. Di quanto tempo abbia impiegato per trovarla, per crearla. Una risata che è un grido di dolore, un conato dalle viscere del malessere. E una disfuzione. Arthur è affetto da degli attacchi di riso che lo prendono all’improvviso e verso i quali non può nulla, se non lasciare che gli scuotano il petto e gli deformino la faccia in un ghigno diabolico. Fa un’infinita tenerezza quando mostra il cartellino con scritto “this is a condition” (questo è un disturbo), alle persone che assistono a quegli scoppi di riso inconsulto.
Si sta male, quando si sente quella risata. All’inizio sembra buffa, il pubblico ride con lui, ma poco a poco ti porta dritta dritta nel baratro di dolore e angherie che Arthur ha vissuto. E tu sei lì, intrappolato in quella che da sempre è considerata la massima espressione di gioia e allegria. Sei lì, in quella perversione, e non ne esci fin quando non smette. E la risata del Joker non smette mai. Perché mai smette il suo dolore.

Anche sulla fisicità Phoenix ha lavorato molto. Arthur è magrissimo, ha una specie di gobba sulla spalla —che lo avvicina molto a Quasimodo hugoiano, il deforme per eccellenza — ha il volto smunto, scavato, le costole in bella vista. La vita l’ha spogliato di tutto, l’ha ridotto pelle e ossa. Il costume che indossa e la maschera di trucco da Joker sono i panni che gli permettono una nuova identità, una riconoscibilità e una protezione. Se Arthur è stato mondato dal mondo, il Joker ha una corazza di colori che lo rendono intoccabile.

Mi sono molto piaciute anche le scene in cui Joker accenna a passi di danza. In strada, o in bagno pubblico. Come una farfalla del male che si libera dal suo guscio di grigiume e sboccia in tutta la sua colorita follia. Come se assurgesse, finalmente, alla libertà —per quanto perversa — e la esprimesse ballando.
Sappiamo che Phoenix ha improvvisato gli inserti danzati; non erano nella sceneggiatura.

Ci sono anche dei momenti indiscutibilmente tarantiniani nel film. La scena del nano nell’appartamento di Arthur, per esempio.
Arthur ha appena fatto qualcosa di estremamente pulpfiction a un suo ex collega clown — qualcosa che coinvolge un coltello, uno stipite, tanta emoglobina… E il nano, anche lui suo ex collega, davanti a tutto quello scempio, vuole tagliare la corda.
Vai, gli dice Arthur, graziandolo, indicandogli la porta. Ma la porta è chiusa con la catenella, e il nano, essendo nano, non arriva fin lassù. Quindi il Joker si scusa con lui, va e gli apre la porta.

La scena è di un’ilarità grottesca di rara perfezione. Il pubblico in sala è esploso in una risata isterica. Farsi beffe di un nano nell’era della correttezza politica esasperata in cui stiamo vivendo… Semplicemente geniale.
Il pubblico, visibilmente a disagio, non ha potuto non ridere. Di qui la punta isterica delle risate, che, per come la vedo io, celava qualcosa di liberatorio.

“Joker” è un film profondamente disturbante, necessariamente utile. Non mi stupisco che sia criticato da mezzo mondo della critica cinematografica. L’arte, come dico sempre, questo deve fare. Scuotere, disturbare. La narcosi dell’omologazione deve scontrarsi con l’acqua gelida dello sguardo diverso, che ci sveglia, e ci fa vedere le cose da un’altra prospettiva.
Le stolide, idiotiche misure di sicurezza adottate qui a New York dalla polizia in occasione della prima, mi hanno fatto venire il voltastomaco. Si è temuto che il film potesse “agitare gli animi” e spingere ad atti di emulazione. Significativamente, questi benpensanti dell’ordine pubblico fanno esattamente quello che viene fatto al Joker nel film. Considerano la gente un branco di dementi. Ma nessuno vorrà mai emulare il Joker. Nessuno vuole essere oggetto di abusi, scherno, bullismo. E’ proprio lì, la potenza del racconto: innesca il tuo sentimento empatico, e ti fa venire voglia di eliminare tutte le cause che portano alla creazione di ogni potenziale Joker. Per questo è un film che dovrebbe essere visto da tutti, soprattutto dai ragazzi. Ti insegna la civiltà, guardando nel pozzo della barbarie.
Cosa può fare di più un film?

Se poi andiamo a guardare il lato musicale e fotografico, non possiamo che levarci, ancora, tanto di cappello. La colonna sonora, studiata dalla compositrice islandese Hildur Guðnadóttir, che l’ha fatta ruotare tutta attorno al tema centrale “That’s Life”, pezzo iconico il cui ribaltamento ironico, quando la canticchia e la balla il Joker, la tinge di una tinta tutta oscura.

Se un difetto devo trovargli, forse, è nel dialogo finale tra il Joker e Murray. Avrebbe potuto essere più incisivo, più profondo, più sibillino anche — è il momento verso cui converge tutto il film. Invece suona scontato, quasi banale.
Ma questo è un dettaglio in un film che altrimenti è di rara deforme bellezza.

Let’s Movie
The Board

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LET’S MOVIE 418 da NYC va in sabbatico e commenta “ONCE UPON A TIME IN HOLLYWOOD di Quentin Tarantino

LET’S MOVIE 418 da NYC va in sabbatico e commenta “ONCE UPON A TIME IN HOLLYWOOD di Quentin Tarantino

Fermi Fellows,

aggrappatevi alla sponda: eludete il fiume di cose che state facendo!
Leggete questo pippone, di grazia. Non per fare un favore a me — well, sì, anche per quello — ma soprattutto per sapere che Let’s Movie, dopo dieci anni di onorato servizio, si prende un periodo di sabbatico. Non muore, non sparisce. Semplicemente permette al Board di affrontare un semestre lavorativo imponente.

Fatemi dire con dovizia.
In questi mesi estivi, tra residenze, Louisiana, Florida, di cui vi racconterò sotto, mi sono organizzata il semestre in arrivo.
Insegnerò sempre all’FIT — acque accademiche così colorate, son difficili da trovare altrove — ma si è aggiunta anche un’altra università… E qui vi pregherei di abbassare il capo in segno di rispetto, perché l’NYU, la New York University, quella con sedi e campus nel Greenwich Village, tutt’intorno a Washington Square Park e alla nostra statua di Garibaldi, l’NYU, lei in persona, con quel suo fare da regina accademica di New York, Città e Stato, con quei colori viola e bianco rubati alla Fiorentina, ha chiesto a me, il vostro Board, quella Fruner del borgo natio rivano, purtroppo non recanatese, ha chiesto a lei, a me, di insegnare ai suoi studenti.
Tutto questo, ovviamente, ha dell’onirico, e dell’escatologico. Quindi se ora siete in uno stato confusionale in cui si sovrappongono immagini e associazioni sconnesse — l’Ottava Strada, Caprera, Batistuta — tranquilli, è normale.

Quando NYU chiama, non si può far altro che rispondere — se chiamasse la Bocconi, o la LUISS, voi non correreste?
Insieme alla Columbia University, fanno le sorelle accademiche più ambite non solo di New York, ma di tutto il paese. Enclavi in cui uno studente paga delle rette che non stanno né in cielo né in terra, e ben di rado nel loro conto in banca — 73.000 dollari annuali alla Columbia, 69.000 all’NYU. Tuttavia i soldi da soli non bastano. Per essere ammessi, dovete dimostrare di avere un curriculum scolastico scritto con l’oro e il sangue dei vostri cum laude. E ricordate, avete diciotto anni. Niente esperienze professionali, niente di niente. Solo il monte dei vostri pegni, e crediti.

Allora sì, quando NYU ti offre due corsi, tu non rinunci nemmeno se dovessi farti Bronx-Brooklyn a piedi tutte le mattine. Rinunci, invece, a cinque altre proposte da altrettante università — quando si dice l’America…
Ho accettato in uno stato di estasi pari a quello seguito alla vittoria dei Mondiali nel 2006. Pari a quello di Werther quando Lotte gli rivolge la parola, proprio a lui, e lui, Werther il giovane, muore e rinasce prima di morire veramente a seguito dei suoi dolori, diventati virali in tutto il mondo ben prima dell’avvento dei social — qualcuno, vi prego, scriva “Dell’inutilità dei social”.
Quando sono tornata lucida, ho fatto i conti con il mio calendario. Tre corsi all’FIT più due all’NYU danno cinque corsi totali. Per quanto abbia sempre dichiarato guerra alla matematica, non posso contestare un risultato che lascia ben poco spazio all’immaginazione, e che impone, invece una riconfigurazione del mio immaginario.

E qui arriviamo a noi. Visto che, in tutto questo, sto lavorando alla mia seconda raccolta di poesie in italiano, e ad altro — di cui vi parlerò a tempo debito — devo dedicare quelle briciole di tempo libero che mi rimangono a quell’immaginario.
“E le notti?”, ribadite voi, conoscendo la mia santa insonnia, che mi ha benedetto negli anni.
Le notti, le ho già ipotecate.

Questo non vuol dire che smetto di andare al cinema. O, nei limiti del possibile, di scrivere di cinema. Non vuol dire nemmeno che sparisco o che vi abbandono. Io ci sono sempre. Come ci sono sempre stata quest’estate e nei periodi di break. Solo che questa volta, questo periodo si protrae un po’ più a lungo del solito.
Siccome siete delle aquile e avete notato, sopra, “seconda raccolta di poesie in italiano” e vi state chiedendo, “e la prima?”. Siccome lo state facendo e vi conosco, ebbene, la prima, FINALMENTE, dopo anni di peregrinare per le selve editoriali italiane — luogo in cui soccomberebbe persino Tarzan — finalmente è giusta davanti a un uscio aperto, a Venezia. Supernova Editore ha deciso di pubblicare “Lucciole in palmo alla notte”. E FINALMENTE le mie lucciole sono uscite, in giugno.
Se volete spalancare a loro il vostro uscio e accoglierle — cosa che vi esorto a fare, le lucciole son creaturine amiche — la maniera migliore è passare per Amazon, una foresta molto più easy di quella editoriale 🙂

Credo di non riuscire a mettere in parole ciò che significa pubblicare un libro con le proprie poesie. È un completo mettersi a nudo. Ma per quanto possa sembrare contradditorio, a proteggerti, c’è prima la parola, poi la carta. Quindi, in qualche modo, ti senti tranquillo.
La sensazione è di aver fatto ciò che doveva essere fatto, e che è scritto dentro di te sin dalla notte luminosa della tua nascita.
Done!

Quindi ora niente disperazione, niente musi lunghi. Innanzitutto perché sapete dove trovarmi. Ora avete anche un indirizzo in più — [email protected], oltre a [email protected], oltre a [email protected] 🙂
Poi perché, ricordate, ci sono. E magari la farò, qualche incursione inaspettata 😉
E cercherò di postare recensioni dei film, quindi tenete monitorato www.letsmovie.it

Sotto trovate il pippone che riassume un po’ Louisiana e Florida, e che trovate fotograficamente nel Fru-Down-South, un album con il mio viaggio down south. Mentre qui trovate il Frunyc V, con gli scatti del rientro newyorkese.
Il commento è tutto per “Once Upon a Time in Hollywood”. Perché se ti devi congedare, lo fai accompagnandoti da un grande. E se non è grande Tarantino, chi?


Mateus, Moviers,

mi apre la porta del 2117 North Claiborne, la residenza per artisti che mi ospita per una settimana.
“Welcome to New Orleans, Sara”, flauta una voce con un inglese morbido da cui spunta la R giusta di Sara, la R italiana, spagnola, la R ruggente, viva, che ogni americano invece smeriglia fino a a farla sparire. E io, già sciolta dai 36 gradi della città nel cuore della Louisiana, proseguo verso l’evaporazione, e completo gli stadi della fisica passando alla sublimazione.
Mateus è uno di quegli strepitosi incroci interraziali e transnazionali che quell’idiozia dei confini chiusi cerca di abolire da anni. Padre brasiliano, madre di origini italiane, laurea presa nello Stato di New York e ora, New Orleans, in attesa di decidere cosa fare del proprio talento da scrittore.
Io lo guardo come si guarderebbe un ninfo. Capelli folti, fluenti, morbidissimi, pulitissimi — onde di cioccolato. Occhi limpidi come la notte. Un sorriso di quelli che potrebbero disarmare l’Iran.
Ma il mio idillio si compie tutto nella mia testa. Mateus ha 27 anni. Potrei essergli, se non proprio madre, sorella maggiore. Quindi durante la mia settimana in residenza, in cui condividiamo gli spazi comuni, io sono stata quello per Mateus, una sorella maggiore. Certo con una gran passione per quei capelli, quelle onde, in cui persino il maschio alfa più etero avrebbe voluto affondare la mano. Mi sono trattenuta solo per l’impostazione sororale che ho settato per il nostro rapporto.

New Orleans, Fellows, è un’esperienza che va fatta nella vita. Non è una città. È in tutto e per tutto un’esperienza.
Per farla, dovete accettare delle regole. La prima riguarda il caldo. Atroce.
Il caldo, a New Orleans è un peso morto che ti piomba adosso per buttarti a terra tutto il tempo. Forse la canicola che sperimentai in Kenya, anni annissimi fa, è simile a quella di New Orleans. Ma poi c’è anche il fattore “storia” che si deve tenere presente, e che s’infiltra, anche nel discorso “calura”.
New Orleans ha vissuto un passato coloniale terribilmente frastagliato e violento. Se la sono contesa gli inglesi, i francesi, gli spagnoli, i creoli, e gli americani, che se la sono infine aggiudicata.
Era un dei punti di arrivo delle navi che partivano dall’Africa e riversavano schiavi nelle piantagioni di tutta la Louisiana, un mare di manodopera nera gratuita. Questo passato è altrettanto terribilmente vivo nel presente. E tutte queste diverse etnie, queste mani di diverse nazionalità che hanno cercato di plasmarla a seconda della reggenza di turno, hanno lasciato il marchio. Basta leggersi intorno: nel Quartiere Francese i nomi delle vie sono francesi e spagnole, con storpiature inglesi.
A questo si aggiungano le migrazioni del primo ‘900, con irlandesi, tedeschi e siciliani — ebbene sì — in testa. Si aggiungano, poi, gli uragani che regolarmente l’hanno spazzata — non solo Katrina — e gli incendi che l’hanno arsa innumerevoli volte.
Tutto questo ha collocato la città in quella scomoda, fertilissima posizione di precarietà, dove le arti tendono a prosperare — ché l’arte si presenta sempre dove c’è il trouble. Il jazz nasce ufficialmente a New Orleans — Louis Satchmo Armstrong vi nacque, ai primi del ‘900. Scrittori del calibro di Mark Twain, Tennessee Williams, e William Faulkner hanno vissuto in città. In pochi sanno che Degas, di madre creola, ci abitò — la casa, la trovate nello splendido viale albarato dell’Avenue Esplanade, che vi par di stare a Parigi.

Il caldo non è micidiale solo oggi, ma lo era — e ben di più — nel 1800. La morfologia ibrida, a metà fra terra e acquitrino, fa di New Olreans una città sottratta per miracolo alle paludi — le swamp — grazie a un sistema di piloni conficcatti nel terreno molto simili a quelli su cui poggia Venezia. Gli Europei che ci venivano morivano come le mosche. La calura, le zanzare, i coccodrilli — letteralmente milioni, nel sud dell’America — le condizioni igieniche al limite dell’umano spingevano la vita sempre a un passo dalla fine.   
Quindi mai come a New Orleans, vita e morte convivono nello stesso momento e nello stesso spazio, senza mai pestarsi i piedi. O pestandoseli in continuazione.
La città brulica di colore, vitalità, musica, letteratura. È la città soprannominata “The Big Easy”, perché c’è un andamento sciallo e un approccio tutto mediterraneo nell’affrontare il quotidiano e le sue incombenze. In una rivisitazione tutta laica, in un posto in bilico fra cristianesimo, voodo, e laicità, il take-it-easy, da verbo, si è fatto città.
La licenziosità la contradistingue sin da quando i francesi mandarono prostitute e cortigiane a divertire i signori che vi si trasferirono. Fiumi di alcol l’attraversano, la cucina ricca, grassa, sostanziosa dell’America del sud la rimpingua, e spezie creole la inebriano. Una big mama dai seni grossi e dalle labbra carnose.

Eppure, un’ombra ti segue sempre. Camminate, nella predisposizione d’animo più spensierata, il jazz nelle orecchie, le case coloratissime, il sole magno, e poi a un tratto, senza sapere bene perché, vi bloccate e vi guardate le spalle, o sentite un brivido. È pieno giorno, mezzogiorno, siete in mezzo alla folla, eravate baldanzosi, e di colpo, sentite sfiorarvi da qualcosa di leggero e pesante insieme. Uno sguardo greve, oscuro. Cercate di localizzarlo, ma non ci riuscite. Eppure lo sentite.
Eros e Thanatos a braccetto — Freud sarebbe impazzito!

Thanatos bazzica molto nell’aria gotica che avvolge la città. Storie di misteri, spriti, delitti irrisolti, e morti sospette sono la sua colonna sonora letteraria. Ovviamente gli abitanti — che son pur sempre americani — da bravi money-maker, hanno intravisto una grande possibilità di business nel ghost-telling, e si è sviluppata tutta una rete di ghost tours, che non fanno che alimentare la fama “spooky” della città.

Una su tutte, quella di Delphine Lalaurie, una ricca madama della New Orleans bene, che viveva in una palazzina molto elegante al 1141 di Royal Street. La Madama, si diceva avesse il vizietto di torturare gli schiavi che tenesse a servizio. Tutte supposizioni. Che però trovarono triste conferma nel 1834, quando un grosso incendio costrinse dei soccorritori a fare irruzione nella casa della Madama, e si trovò davanti a uno splatter di quelli tarantiniani.
Si dice che lo spettro di Delphine non abbia mai abbandonato la casa e la zona. C’è chi la vede. C’è chi vede spettri di schiavi con gli arti amputati da cui scorrono fiumi di sangue.

Io credo fortemente nel potere della suggestione. E credo che esistano cose che non vediamo, ma che, tuttavia, esistono — il vento mi è testimone.
Ora sentite la seconda parte della storia, che mi vede protagonista.
La guida che ci accompagnava nel tour, si è raccomandata molte volte che non scattassimo fotografie alla casa per non indispettire Delphine.
Finito il racconto, la guida e il gruppo si sono avviati verso la tappa creepy successiva. Io sono rimasta davanti alla mansion, per rubare un paio di scatti — cosa saranno mai, due scatti, Delphine, dai…
Ora. Il mio smartphone monta una Leica di ultima generazione — lo smartphone è stato acquistato apposta per la Leica di ultima generazione. Le foto non vengono mosse o sfuocate nemmeno se vi mettete d’impegno, nemmeno se scattate dall’ottovolante mentre ballate il twist.
Ora. Guardate com’è uscita la foto che ho scattato alla Lalaurie Mansion.
Mai scattata in tutta la mia vita una foto così. E ricordo perfettamente di aver messo a fuoco con calma, di essermi presa il tempo.

Tornata alla residenza, ho passato tutta la notte in uno strano dormiveglia, un senso di freddo in tutto il corpo — la temperatura era 36 gradi, quindi non dipendeva dalla meterologia. La guida ci aveva detto che quando qualche presenza decide di materializzarsi a qualcuno, quel qualcuno sente freddo.
Ho passato tutta la notte — una notte lunghissima — con la sensazione molto viva, quasi tangibile, che qualcuno mi osservasse.
Per questo vi dico che credo al potere della suggestione. La suggestione annulla qualsiasi razionalità.
Credo anche che lo spirito di Delphine Laularie non se la passi molto bene, a girovagare per New Orleans e a incasinare le fotografie dei Board — ma va benissimo, Delphine eh, figurati.

La fama fantasmatica della città è rafforzata anche dalla negromanzia di matrice creola, che i caribi portarorono con sé nel ‘700, e che si mescolò al bagaglio soprannaturale che gli africani deportati si portarono appresso dall’Africa. La stessa esperienza della schiavitù in tutta la Louisiana ha macchiato tutto il Sud, e lo si percepisce.

Sono stata a visitare la Whitney Plantation, una piantagione a un’ora e mezza fuori New Orleans. Se parte della vostra vita è trascorsa, come la mia, a leggere i libri di Toni Morrison — che abbiamo perduto tre settimane fa, e che per sempre piangeremo — e a riflettere sull’impatto che la tratta degli schiavi nell’800 può esercitare nell’America del 21esimo secolo, andare in una piantagione è una tappa obbligatoria. L’amara verità è che di quei posti, di quelle elegantissime roccaforti per bianchi circondate da un mare di baracche per neri, che permettevano ai bianchi quelle stesse roccaforti, sono sopravvissute solo quelle al tempo. Solo quelle residenze meschinamente bellissime, rimangono. Dei quartieri degli schiavi, c’è solo qualche goffa ricostruzione. La tipica baracca, il tipico focolare, il tipico granaio. Non c’è nulla di vero. Solo l’ombra dell’abominio compiuto dall’uomo.
Nostro compito fare in modo che quell’ombra permanga sempre. E che sia detta e additata, mostrata.

Ricordo che passeggiando nella piantagione, con 38 gradi, le pozze verdastre da cui la guida ci metteva in guardia perché i coccodrilli amano molto le pozze piccole. E gli alberi da cui pende il muschio spagnolo — quelle barbe grige che non smetteresti mai di fotografare — mentre passeggiavo, attorno a me c’erano una ventina di visitatori, tutti stranieri, nessun americano.
Non poteva trattarsi di un caso.
La storia brucia ancora.

E questa sensazione di qualcosa di vivo che continua a bollire, si sente in Louisiana, e presumo, negli altri stati del sud. Jim Crow vola ancora alto, e il bianco dei cappucci del Ku Klux Clan abbaglia ancora.
Un viaggio in queste terre ti fa sentire quanto scotti il presente, in America. E comprova quanto vado pensando da sempre. Il passato non è stato. È.

Ma certo c’è anche del gran fun a NOLA — così la si abbrevia, dandole un che di femminile, e partenopeo… 🙂 Risalire il Mississippi a bordo dello steamboat Nachez, con la ruota in legno rosso a poppa, il jazz dal vivo in sottofondo, è stato il mio regalo letterario della settimana. Huckleberry Finn era con me, insieme allo schiavo Jim. Tom Sawyer a terra, in attesa.
E maaan, il Mississippi è di una larghezza che fa sembrare l’Hudson, l’Adige.
E poi andare alla ricerca del cine. Nel quartiere del Garden District trovate il Prytania, la mono-sala cinematografica più vecchia di tutta la Louisiana. Aperta nel 1904. Prim’ancora che il sonoro rivoluzionasse la cinematografia. Quando l’ho raggiunta, scarpinando per un’ora — nella Big Easy i bus non sono molto affidabili, e i trolley, gli splendidi tram che vi fanno pensare agli anni ’40, coprono una porzione di città assai limitata — quando ho messo piede al Prytania, mi sono sentita cataputalta un secolo e più indietro.

Dopo New Orleans, lasciata a malincuore — e con lei le onde al cioccolato di Mateus, sigh — ho raggiunto Key West, nell’arcipelago delle Florida Keys. Il cambio di paesaggio e be’, un po’ di tutto, è stato radicale.
Key West è il punto più a sud-ovest degli Stati Uniti — e ci tengono molto a sottolinearlo. “90 miles from Cuba” campeggia ovunque. Sia su un grosso ceppo in cemento in un angolo della spiaggia — se volete farvi la foto con lui, fate una fila lunga così — sia su magliette, tazze, adesivi, bikini: ogni superficie diventa territorio su cui piantare un logo con la distanza da Cuba. Lo stesso dicasi per “Mile Marker Zero”, che si riferisce all’autostrada, e vuol dire, più o meno, “Uscita Numero Zero”. Questi sono due tormentoni dell’isola, così come il fatto che sia stata nominata “Conch Republic” negli anni ’80 — la Repubblica della Conchiglia.
I Keywestiani sono degli indipendentisti. Non si considerano parte dell’America, ma uno stato a sé stante. Tipo la Scozia. O la Padania, se è per quello.
Repubblica della Conchiglia sa da cartone animato — e la Padania, con le po-zioni da Mago Merlino, no?? — ma non è che dobbiamo farglielo sapere.

Key West è un Eden in cui mele e serpenti sono rimpiazzati da cocchi e galli. Questi ultimi scorrazzano incuranti sui marciapiedi, per la strada, nei cortili. Ovunque. Ce li hanno portati gli spagnoli. E poi anche i cubani. E ora sono specie protetta.
Io sono cresciuta con l’incubo di un gallo assassino nel pollaio dei miei nonni; un vero incubo notturno, quindi non so dire fino a che punto l’onirico abbia manipolato il diurno. Quindi mi faceva un po’ strano, ritrovarmi con quelle creature a piede libero tutt’intorno. Ma ammetto che gli esemplari di Key West hanno una maestosa superbia che mi ricorda certi personaggi storici. Potrebbero essere dei Borgia.
Hemingway ha abitato a Key West dal 1931 al 1939, a cinquecento metri da dove stavo io, a The Studios of Key West, 529 Eaton Street. E ha scritto Farewell to Arms, al secondo piano del Trev-Mor Hotel, un alberghetto proprio dietro la mia residenza.
Speravo molto che io e Ernest riuscissimo a firmare una tregua. Non sono mai andata molto d’accordo con la sua letteratura. Il libro che ho apprezzato di più, oltre a Il vecchio e il mare, è quello meno hemingwayano di tutti: Festa mobile. Il modo in cui racconta la sua vita e la Lost Generation non ha nulla a che fare con il cronachismo, il rigore giornalistico di Addio alle armi. I fatti per lui erano tutto. Per me, tutto quello che ci sta intorno.
Una volta rientrata a New York, mi sono obbligata ad ascoltare Fiesta (The Sun Also Rises), considerato il suo capolavoro.
È stata una tortura.
Quindi no, nessuna tregua fra me e lui.

Tra l’altro, sentite qui. Il Key West Art & Historical Society Custom House Museum — museo dell’isola con il nome più scomodo mai coniato — espone l’uniforme che Hemingway indossava quando fu ferito in Italia, a Fossalta di Piave, nel 1918. L’uniforme conserva ancora le macchie di sangue della ferita alla gamba.
Mi chiedo chi, a diciannove anni, metterebbe da parte la propria uniforme con il proprio sangue, se non uno con una grande visione — oltreché narrazione — di se stesso, e un ego smisurato.
E certo la sua casa, che è una tappa d’obbligo a Key West, mette in risalto questo aspetto. Però è stato molto utile per me, visitarla. Sia per i 56 gatti poli-dattili, sia per il suo studio.
A Hemingway regalarono una coppia di gatti a sei dita. Sono gatti bellisismi, molto rari, che si dice portino fortuna. Cominciarono a riprodursi nella sua proprietà, e quando morì, ne aveva più di venti. Oggi ce ne sono 56. Tutti a sei dita. Vivono come dei pascià nella proprietà, hanno nomi di personaggi famosi, e sono trattati con i guanti dall’amministrazione della casa.
Se volete sposarvi e fare il banchetto di nozze nel giardino della casa di Hemingway, potete farlo. Once again, si chiama money-making. Io mi farei qualche scrupolo a sposarmi nella casa di uno con tre divorzi e quattro matrimoni alle spalle.
Ma chi sono io, per giudicare le bomboniere altrui.

Però Ernest aveva questo studio. Una depandance staccata dalla casa, in cui scriveva dalle 6 del mattino fino a mezzogiorno. E in tutti i suoi otto anni a Key West, cascasse il mondo, Ernest si svegliava alle 6, scriveva sei ore, poi usciva, andava a devastarsi di whiskey — quello beveva, puro, non altri cocktail inventati dal marketing — andava a sfondarsi di pesca, bisboccia, e botte, anche, perché era una testa calda, il ragazzo dell’Illinois. Ma ogni mattina, a prescindere dai litri di whiskey, e dal casino fatto, lui si alzava e scriveva. Questa dedizione, questa incredibile disciplina e costanza, gli hanno permesso di accumulare libro su libro su libro. L’hanno portato al Nobel.
Quindi do a Ernest quel che è di Ernest. E il suo maschio-alfismo, la sua volubilità davanti alla conoscente della moglie di turno, che poi diventava sistematicamente la sua nuova moglie in pectore, sono tratti del suo personaggio che fanno di lui, appunto, un personaggio. Il cui suicidio, mi ricorda che non esiste cura per gli animi inquieti — e bipolari.

Non vi racconterò dei tramonti di Key West, le cui carni arancio sono esposte a troppi obbiettivi fotografici, a troppe scontate descrizioni. Tuttavia, lasciate che vi dica che solo su Flinders Island, in Tasmania, ho visto il cielo gettarsi nel fuoco dopo un bagno nell’oro di una decina di minuti.
Ogni crepuscolo, alle 7:45 pm, andavo a vedere cosa combinava. Era il mio appuntamento con il cinema.

A The Studios ho condiviso la residenza con due artisti di grandissimo talento. Laurel Oswald Clark, pittrice del Jersey, e Ben Walhund, compositore di marimba di Chicago. La marimba è la sorella maggiore in legno — di rosa — dello xilofono. Il suono è quello delle sillabe del mare, se il mare parlasse in musica. Abbiamo legato immediatamente. Tre diversissimi, e tre uguali. Three loners together, ci definivamo. Seriously silly, anche. 🙂
Abbiamo collaborato a una performance in cui, Ben ha improvvisato tre arie ispirate a tre mie poesie, mentre Laurel dipingeva in tempo reale. Questa è una foto dell’evento, nel patio della nostra residenza.
Non mi era mai capitato, nelle mie altre residenze, di provare un’affinità così forte, sia nelle discussioni sul processo creativo, sia nelle idiozie più irresistibilmente idiote.

Oltre a questo privilegio, Key West sono state le corse al mattino prestissimo lungo la spiaggia, in un’umidità che fa dell’aria una stanza da cui uscire è impossibile, e in cui tu non puoi fare che adattarti, e fartela andare bene. Le nuotate nella mia spiaggetta alla fine di Simonton Street, sempre presto al mattino. L’unica spiaggia con l’acqua celeste e senza le sargasso, le alghe brune che stanno infestando i Caraibi e, ahimé anche le Keys.
L’acqua più calda che io abbia mai sentito; nessuna differenza fra dentro e fuori. Un continuum mai sperimentato prima.
E poi Duval Street, il Viale Ceccarini di Key West, con troppi turisti, troppe infradito, troppe mani con troppi cocktail super alcolici, e t-shirt slabbrate, e pantaloncini troppo corti su cellulite troppo spessa, e ventenni con il nulla e un cranio intorno come solo a vent’anni.
Sono tornata a New York con la seconda raccolta di poesie in inglese. E la sensazione di aver appena iniziato a sfregare la superficie di quello che voglio scrivere.

New York mi ha accolto con uno dei weekend più caldi della storia. 37 gradi. I newyorkesi troppo spompati e atterriti per ribattere, io piacevolmente liquefatta insieme a loro.
Il mese è trascorso fra letture, scrittura, eventi all’aperto, cinema, tantissimo cinema — tutto il cinema perso in cinque settimane, per quanto a Key West abbia visto “Pavarotti”, il documentario di Ron Howard su Big Luciano che uscirà alla Festa del Cinema di Roma a ottobre, e “Midsommar”, un horror che, a suo modo, è un’opera d’arte (vedetelo!).
Ma certo, il primo impegno cinematografico al mio rientro a New York — grazie a un incastro temporale da maestri — è stato “Once Upon a Time in Hollywood” di Quentin Tarantino.

1969, Los Angeles. Rick Dalton è un attore di una mediocre serie tv, genere western. Lui ce la mette tutta, ma il viale del tramonto gli sta alle calcagna, anche se lui non ha davvero mai sfondato. A stargli vicino nei suoi alti e bassi emotivi — l’altalena fra delirio di onnipotenza e mancanza di autostima — Cliff Booth, fedele amico, controfigura sul set, tuttofare a casa. E soprattutto spalla su cui piangere e cercare conforto.
Dall’Italia giunge una proposta che potrebbe far svoltare la carriera di Rick: una serie di film western diretti niente meno che da Sergio Corbucci. Al suo ritorno, dopo un periodo travolgente di dolcevita romana, e una moglie italiana al seguito, Rick e Cliff tornano a Los Angeles. Cliff  nella sua squallida roulotte, condivisa con il suo fido bulldog. E Rick nel suo modesto villino, che sorge accanto al villone di un certo Roman Polanski, e alla di lui moglie incinta Sharon Tate, promessa del cinema del periodo.
Storicamente, sappiamo la triste fine che fece Sharon. La Manson family non la risparmiò. Ma Tarantino, a cui la realtà storica non sta bene, usa il cinema per riscrivere la Storia alla sua maniera. L’ha fatto con “Unglorious Basterds”, con “Django Unchained” e ora lo fa qui, in quest’opera che stilla anni 60, Hollywood e amore per il cinema dal primo all’ultimo minuto. L’attenzione al dettaglio, che da sempre distingue il regista, in questo film raggiunge un livello che supera la maniacalità. La ricerca svolta, in termini di interni, costumi, musiche, luoghi, oggetti, poster, qualsiasi minimo oggetto di scena — dai cereali al cibo per il cane — non lascia posto a sviste o scivoloni.

La cosa sorprendente del film è che non c’è la ri-creazione degli anni 60. Ci sono gli anni 60 nell’immagine che gli anni 60 hanno impresso sulla retina cinematografica di Tarantino, nutritosi per anni di film nati e cresciuti lì. La luce, è la luce dell’immagine di Hollywood di quel periodo. Il suono, è il suono dell’immagine di Hollywood di quel periodo. È come se il regista aprisse i cancelli della sua memoria da ragazzino spettatore e girasse il film direttamente lì. Tant’è vero che personaggi suoi eroi come Bruce Lee e Steve McQueen sono presenti in scena.
Tuttavia, la nostalgia di Tarantino non sfocia mai nel patetico. Viene fermata dal dissacrante, in cui è maestro.
E il grande mito Bruce Lee, per esmpio, viene prontamente demitizzato, così come il bello e dannato McQueen. Tarantino è pieno di idoli, ma non li mette su un altare. Li venera giocandoci. E ogni tanto, prendendosi gioco di loro.

DiCaprio e Pitt sono in stato di grazia. Funzionano benissimo insieme, funzionano benissimo singolarmente. Funzionano in silenzio, in crisi isterica, nei botta e risposta di pulpfictioniana memoria. Sono una gioia per gli occhi e le orecchie. DiCaprio se la deve vedere con un personaggio problematico, scisso tra la fame di approvazione su scala generale e individuale, e le manie di grandezza. Se la cava alla grande. Sempre convincente, mai affettato.
Brad Pitt non è da meno. Cliff Booth è un duro, con un passato forse non troppo pulitissimo (!), ma affidabile, leale verso Rick. Un vero amico. E, anche, uno che non si scompone, che mantiene sempre il sangue freddo. Tanto instabile è Rick, quanto saldo Cliff.
Tarantino non avrebbe potuto scegliere coppia migliore.

Un po’ meno bene il ruolo di Sharon Tate. E non per via di Margot Robbie, che ha fatto il suo dovere più che dignitosamente — lei è una di quelle attrici che possono tranquillamente star zitte tutto il tempo: con la lor presenza riempiono lo spazio da nord a sud, da sopra a sotto senza nessun bisogno di parlare. Il personaggio di Sharon è un po’ l’incarnazione della dea del cinema degli anni 60, la musa assurta a santa e martire a seguito della tragica fine subita. Il suo silenzio è il riflesso del silenzio nostro davanti alla ieratica sacralità di bellezza e bravura messe insieme. Eppure qualche battuta in più, l’avremmo goduta.

Gli ingredienti tarantiniani di sempre non mancano. Le citazioni. Un’enciclopedia di citazioni. Una saturazione che può dare le vertigini, un eccesso a cui però siamo abituati — è la cifra di Tarantino, se non piace, Tarantino è da evitarsi.
E poi la violenza. Tanta, tantissima, bruta, selvaggia, al limite di quel delirio che sfocia nell’assurdo comico. Again, se non va giù, Tarantino non fa per voi.
E poi la vendetta, il motore che da sempre muove muove le sceneggiature del regista, a partire da Kill Bill, passando per Unglorious Basterds, Django Unchained e The Hateful Hate. Anche qui, è la vendetta che spinge la Manson Family. Ma Tarantino ci mette lo zampino, e trova il modo per fermarla e ritorcerla contro chi la agisce, un po’ sceriffo, un po’ cacciatore di taglie, un po’ cavaliere mascherato. Un po’ dio.

Se è vero che il film è lungo, in alcuni punti un po’ troppo insistito, e, direi, compiaciuto, dall’altra vi dico che godere di un’opera simile è un dono che, come spettatori, dovete farvi. E non solo per l’oggettiva bellezza de film — un fiore estetico — ma perché è un film che parla del potere attivo del cinema, e più in generale, dell’arte. È come se Tarantino dicesse, io vi faccio vedere la mia versione della Storia, vi faccio vedere che altro è sempre possibile. Se sfiliamo l’allegoria dal suo discorso cinematografico, e la caliamo nel presente, direi che è un gran bel messaggio che ci arriva.
Altro è possibile.

Ed eccoci qui, my Moviers.
Ora io vi saluto nel modo in cui vi saluto da dieci anni — e chissà se poi qualcuno avrà notato che la chiusa riprende sempre l’apertura…
Facciamo come se nulla fosse. Il Frunyc V sta lì, il Fru-Down-South sta là, i ringraziamenti sempre sentitissimi, e i saluti, immobilmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

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