Let’s Movie XCII

Let’s Movie XCII

TOMBOY
di Céline Sciamma
Francia 2011, 84’
Lunedì 7/Monday 7
22:00/10:00 pm
Astra/Mastrantonio’s

Maine&Massachussets Moviers!

Ah l’Ammmerica l’Ammmerica… È confortante sapere che a 2500 miglia di distanza respira quel pachiderma stelle-e-strisce che  offre una pletora d’immutabili certezze. La certezza del Dunkin Donuts, per esempio, o di Trader’s Joe (mamma mia, Trader’s Joe l’avevo rimosso), dei pick-up arrugginiti davanti a casottine squallide, o i bicchieroni di caffè col coperchio da cui nessun italiano sarà mai in grado di bere senza sbrodolarsi-barra-ustionarsi. È confortante anche la possibilità di un Seven Eleven o di un CVS (noto drugstore tappezzato da quintali di dolciumi cromaticamente tossici). L’America è sempre sooooo American da superare i cliché di se stessa.  L’extra-largeness, la middle-of-nowhereness, la religione halloweeneiana, l’assoluta mancanza di flessibilità in ogni situazione concernente burocrazia immigratoria/attraversamento strisce pedonali (i miei Fellows Guys di Los Angeles ne sanno qualcosa)… Ma è anche un paese che ti invita a una conferenza senza tanti problemi e ti organizza tutto dalla A alla Z, ti trova i fondi e riconosce il tuo lavoro, e di questo come non dargli atto? E come non sorridere davanti all’ottismo burro&marmellata di quegli orsacchiottoni-americanoni lì, a quella loro fiducia incondizionata nel you-are-gonna-make-it? A noi disincantati del vecchio mondo speranza e fiducia risultano stati d’animo che ora irritano e ora affascinano. E io ho capito di collocarmi esattamente lì nei confronti degli Stati Uniti, in quello spazio meticcio tra occhi sgranati e fronte corrucciata che i latini chiamavano odi-et-amo.
Esempio pratico: conferenza andata alla grande, tabella di marcia dai contorni svizzeri, community di accademici votati all’understatement e allo sperticato apprezzamento del lavoro altrui, dove l’altrui può essere rappresentato da un’italiana adrenalinica col look assai weird… 🙂 Questa è la zona degli occhi sgranati in ammirazione.

La zona di fronte corrucciata è la dogana all’aeroporto, che ti ordina di compilare un modulo che hai già compilato online, ma che è  di colore diverso da quello che l’energumeno dietro il bancone richiede per la stagione 2011-2012 — e il suo sguardo o-compili-o-compili non lascia tante alternative :-(. Oppure la carta d’identità per fare il biglietto per il pullman — giammai riempire un pullman d’innominati, l’anonimato è il covo dove potrebbero nascondersi i Bin Laden Juniors del era post-Bin Laden Senior.
Oppure dialoghi come questo di seguito — dalla portata inquietante che sono certa tutti noterete…

A un grande magazzino, io alla cassa, una tazza appena acquistata in mano, chiedo alla cassiera se me la può imballare visto il lungo viaggio che deve affrontare (la tazza, non la cassiera).

Io: “Thanks. It has to fly all the way to Italy”
Lei: “Oh nice! So you speak French?”
Io, fronte VISIBILMENTE corrucciata: “Well, I do speak French…Italian is my mother tongue though”.
Lei: “Ah, aren’t they the same thing?”**
Io zitta. Dante agonizzante all’orizzonte…

Quindi sì, occhi sgranati e fronte corrucciata… Anche se, a prescindere da tutto, vi consiglio caldamente una visita a Boston, un biscotto di città con quelle tinte just-baked che ti fanno pensare alla crostata di nonna Papera, o al Kent. E con quel Boston Common che è la versione extra-small di Central Park. E con quel MIT lì, che vale la traversata oceanica per il modo armonico-disarmonico di forme e materiali con cui ti si offre quando sbuchi dalla metro di Kandell…Ti ritrovi il gotha dell’architettura contemporanea, da Alto a Pei, da Gehry a Maki, Correa, Holl… Sono certa che i nostri Fellow Architetti Pilo e Giuly Jules ci costruirebbero un corso monografico, attorno al campus del MIT… 🙂

In realtà avrei da raccontarvi un mucchio imbarazzante di micro-aneddotica… In viaggio ti capitano tutta una serie di piccoli eventi che ti prendono in contropiede… Tipo. Sapete cosa leggeva la mia vicina di posto sul volo Zurigo-Boston? “Mile Markers. The 26.2 Most Important Reasons Why Women Run” (poi qualcuno me lo spiaga il .2…). Un Board-Road Runner, capirete, rimane colpito…
O tipo. Io sto andando a una conferenza sulla traduzione poetica, giusto? Per il viaggio mi son portata Transtromer — noooo, non il Transformer, e nemmeno il Traminer, per quanto mi sia letteralmente ubriacata con la sua poesia (che riconsiglio a tutti, nel volume “Poesia dal Silenzio”, Crocetti Editore). Insomma, appena decollati apro il libro nuovo nuovo e cosa dice l’epigrafie? “Dal punto di vista teorico la traduzione poetica può considerarsi un’assurdità. Ma in pratica dobbiamo credere nella traduzione della poesia”… Ora, io magari sono fissata e ho le allucinazioni, ma queste mi sembrano coincidenze molto molto SCARY…

Ah e prima di chiudere la parentesi Turisti-per-caso, una cosa che manca agli Stati Uniti, oh-porelli United States…. Agli Stati Uniti mancano i Moviers. E mai si rassegneranno a questa loro deficienza. Spiace per loro, davvero, but they will never have you… 🙂

E ora fatemi tornare al pre-USA per ringraziare l’Anarcozumi e il Fellow di marina Cristoforocolombo, che sono venuti dal buon Mastrantonio a vedere “Melancholia”.

Ora. Quando sei davanti a un’opera d’arte non ci sono tanti perché e per come. La vedi, è lì, si spiega da sola. Non hai nemmeno bisogno di chiedertelo “è un’opera d’arte o no?”, lo sai e basta. “Melancholia” lo è. Unquestionably. C’è qualcosa di profondamente letterario e tragedico e operistico nella struttura del film: comincia con un prologo che è un epilogo in metafora, seguito da due parti distinte ― la storia delle sorelle Justine e Claire. I magnifici venti minuti iniziali sono accompagnati (non a caso) dalla musica del preludio al primo atto dell’opera “Tristano e Isotta” di Wagner (Il Board si documenta) e preannunciano tutto il film attraverso delle immagini a cui si alluderà nel corso del film stesso. Le immagini sono delle icone patologiche che descrivono le varie fasi della melancolia di Justine (nota boardiana: la melancolia è diversa dalla depressione, anche se la linea tra le due è molto molto sottile: la melanconia è più uno stato di inadeguatezza, di inettitudine, che si manifesta attraverso la tendenza a subire passivamente gli eventi e a distaccarsi dagli stati emotivi che li riguardano). Per esempio le gambe imbrigliate da filacci di lana grigia che non le permettono di camminare — pensate ai filacci di lana grigia, a quanto azzeccati siano come allegorie melanconiche… Oppure Justine sdraiata nuda in un bagno di luce lunare, un quadro pieno di rimandi alla tradizione che lega la melancolia classica alla luna. Oppure il primissimo fotogramma, con Justine in piedi sotto una pioggia di uccelli morti  che cadono come foglie — atmosfera che ho associato istantaneamente al video di “Black Hole Sun” dei Soundgarden (presente?? Sono pazza??).
Questa overture iconografica preannuncia il decorso malinconico che sfocerà nell’acme della malattia di Justine e nella concretizzazione dell’angoscia di Claire: lo scontro del pianeta Melancholia con la terra — mi permettete di utilizzare l’espressione “modus operandi eliotiano” qui? (Sì, lui T.S. Eliot, quello del correlativo oggettivo…).
Justine e Claire e tutta l’umanità soccombono a Melancholia, il pianeta blu/blues che dovrebbe solo passare accanto alla terra, ma che finisce per annientarla… Anche questo concetto, se lo spogliamo dal guscio metaforico che lo riveste ha un nucleo di senso “100% pura inquitedine”: la melancolia sembra passare, ma NON passa: la melancolia scardina tutti i punti di riferimento e ingenera un pessimismo che fa perdere il senso a tutto. E quando nulla ha più un senso le conseguenze delle azioni perdono qualsiasi valore ― ecco perché Justine non si fa nessun problema a mandare a quel paese il proprio capo, né a far pipì in mezzo a un campo da golf, né a saltare addosso al primo che capita…
Come faceva notare il king Mastrantonio, la prima parte, quella su Justine, è più forte — quella su Claire è meno incisiva — sarà forse che l’ouverture iniziale lascia tutti davvero senza parole. La prima parte documenta il crollo lento e inesorabile e metereopatico di Justine nel giorno del suo matrimonio: da sposa raggiante, a un po’ meno raggiante, a gran poco raggiante, a parzialmente nuvolosa a nuvolosa, fino ad arrivare a molto coperta con rovesci a carattere temporalesco… Non mi era mai capitato di assistere a una lettura artistica della malinconia così simbolica e allo stesso tempo oggettiva ― sì, c’è Eliot qui… L’immobilità che tiene legati al letto, l’incapacità di racimolare la forza di farsi (fare) un bagno, il pianto irrefrenabile, la cecità di fronte alla bellezza semplice della natura che si guarda con occhi vuoti, le papille gustative che non riconoscono più il gusto: Justine assaggia il suo piatto preferito e dopo un boccone scoppia in singhiozzi. “Sa di cenere”, commenta fra le lacrime. E in effetti il mondo del soggetto malinconico è un mondo bruciato dove tornare a far ricrescere la vita è un’operazione lenta e dolorosa.
Il film è un blow-out cerebrale e figurativo che non ricordo di aver sperimentato da tanto tempo. La scena finale ti fa boccheggiare, ti spiezza in due come Ivan Drago: proprio come Justine e Claire, ti senti senza via di fuga, oppresso, piccolo, schiacciato, che è esattamente l’effetto della Melancholia (pianeta e stato) quando prende il sopravvento sul mondo dell’umano… Non ci trovo dell’apocalisse qui ― you-know-Malick prenda appunti, please! Ci trovo tanta malattia, straordinariamente intesa in chiave cosmica. E Lars-sa-lunga Von Trier si dimostra un fine conoscitore di psicologia ma anche di pittura — Brueghel, e naturalmente Millais (Justin-Ofelia è diventato la locandina del film) ma anche tante atmosfere sospese e  dechirichiane (la meridiana in mezzo al parco, il cavallo sono tutti oggetti (meta)fisici presenti nel film).
“La terra è cattiva”, dice a un certo punto Justine. E questa frase di struggente e quasi infantile semplicità racchiude tutto il pessimismo cosmico larsvontrieriano, il suo devastante nichilismo. La terra è cattiva, l’uomo non conta nulla. La speranza non può essere. Il mondo muore.
Capirete che “Melancholia” non è esattamente il film se pensavate a un’alternativa natalizia a “Tutti insieme appassionatamente”… Però, e l’Anarcozumi mi è testimone (“Ho bisogno di 24 ore” è stato l’assennatissimo commento dell’Anarchica all’uscita sala), il film non può NON essere visto. Ti fa pensare in grande partendo dal piccolo ― così funziona con le operer d’arte. Del resto la cinemapanettonaggine non dev’essere l’unico paramentro di giudizio, my scholar Moviers. Utilizziamo anche altri valori. Tipo, +/- coccolo, +/- scary, +/- done. In questo modo abbiamo uno spettro valutativo molto più serio… 🙂

So che vorresti sentirmi discettare ancora per ore e ore (!), ma purtroppo non si può avere tutto dalla vita (!!),  e dobbiamo passare al film di questa settimana….

TOMBOY
di Céline Sciamma

Premiato con il Teddy Award all’ultimo Festival cinematografico di Berlino e presentato alla Festa (flop) del Cinema di Roma conclusasi venerdì (Anarcozumi in prima linea, of course), il film ha fatto molto parlare di sé per il modo tenero e allo stesso tempo deranging con cui tratta il tema dell’identità di genere ― “Tomboy” è la storia di una bambina che si sente appunto tomboy, maschiaccio… Mi piacerebbe che mi accompagnaste, e mi piacerebbe vedervi all’uscita sala “spaccati” come dopo “This Must Be the Place”…

Ah, ma prima di lasciarvi tornare al vostro notturno domenicale, abbiamo un conto in sospeso noialtri, my naughty Moviers. Ve lo ricordate il compitino che vi avevo lasciato prima di partire? Il film da vedere e da segnalarmi?? Be’ tra tuuuutti voi ― e siete tanti ― solo una-e-dico-una mi ha risposto. Solo lei…. La Honorary Member Mic, Woman&Saver, una donna un CdA. Nemmeno una risposta dai Fellows più ligi… Niente di niente… 🙁 🙁
Ah quanti bocconi amari deve ingoiarsi ‘sto povero Board… (Shakespeareggio un po’, dai…). Comunque la Mic ha segnalato ben tre film tre e, offrendosi come volontaria, vi ha parato il sedere a tutti, marina-Moviers che non siete altro ― minimo minimo adesso le fate copiare latino per tutto l’anno.
Di seguito i Mic’s Hits + le Board’s Notes:

AMORES PERROS – delusione totale (Mannnnnnòòòòò Mic, è bellissimo)
ONCE WE WERE STRANGERS – lo salvo per alcune battute e per l’indiano che è diventato il mio nuovo idolo! la battuta che mi è piaciuta di più è stata: “Le donne belle sono per gli uomini che non hanno immaginazione”… (Mic, sei tutte noi!)
ME WITHOUT YOU – sì questo mi è piaciuto e te lo consiglio…non un capolavoro ma carino!! Approvato!! (Preso ieri in biblio, Mic, thanks ;-)).

L’esperimento, se fosse stato sperimentato (!), avrebbe mostrato il “Movie-whirpooling”, fenomeno che si verifica quando enne Fellows riversano le proprie idee dentro uno spazio chiuso dove il moto perpetuo innescato da una spinta boardiana ingenera un cine-circolo virtuoso di titoli…

La Honorary Member si aggiudica quindi il Movie-Whirpool Prize 2011, riconoscimento che avevo concepito per premiare il miglior commento arrivato. Il premio vi lascerà senza parole: un’uscita al cinema offerta dal Board dove il vincitore sceglie cosa vedere, prende il Board per la collottola e ce lo trascina. (Vedete un po’ l’occasione che vi siete persi, Moviers!!!). Quindi go Mic, you pick! 🙂

Va be’, cosa mi ha insegnato questo esperimento? Che i Moviers rifiutano categoricamente il metodo empirico. Il galileiano Board ha imparato la lezione…

Ora, miei November-rain Moviers che molto mi siete mancati negli States, vi ringrazio per esserci right-here right-now, vi aspetto domani da Mastrantonio (e, a proposito di Mastrantonio, ha un programma di Matinée domenicali di puro panico! Andateci!), vi affiggo il riassuntino formato Wanted-Dead-Or-Alive sul palo della luce laggiù nella valle, e vi lancio dei saluti, che stasera sono amleticamericanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

P.S. **Lo traduco altrimenti mi si accusa di essere troppo filo-anglofona:

Io: “Grazie, deve arrivare fino in Italia”
Lei: “Oh bello, allora parli il francese?”
Io: “Be’ sì, il francese lo parlo, ma l’italiano è la mia lingua madre”.
Lei: “Ah, e non sono la stessa cosa?”

TOMBOY: Protagonista del film è Laure, 10 anni, appena arrivata in un nuovo quartiere di Parigi con i genitori e la sorella più piccola, Jeanne. Un po’ per gioco, un po’ per realizzare un sogno segreto, Laure decide di presentarsi ai nuovi amici come fosse un maschio, Mickaël: il modo in cui si veste e si pettina, l’impeto con cui si azzuffa e gioca a calcio, non sembrano lasciar dubbi sulla sua identità e Mickaël è accettato nella comitiva. L’inizio della scuola però è dietro l’angolo e il gioco dei travestimenti si complica, tanto più che i genitori sono all’oscuro di tutto…

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply