Let’s Movie CXXVI

Let’s Movie CXXVI

MOLTO FORTE INCREDIBILMENTE VICINO
di Stephen Daldry
USA, 2012, 129’
Mercoledì 27/Wednesday 27
21:00/9:00 pm
Astra/Mastrantonio’s

Marescialli Moviers,

Aiutatemi a depositare la denuncia del furto subìto in data martedì 19 giugno 2012 tra le ore 7 pm e 8 pm, da parte della Honorary Member Mic di numero 1 ruota posteriore della di lei bicicletta (qui dinnanzi detta “il monociclo”), mentre era sito (il monociclo) in Via Davanti Alla Biblioteca, Trentoville. Giacché il furto incise positivamente sul Let’s Movie della serata, la denuncia viene quivi resa pubblica e non a scopo né di reperimento oggetto smarrito né di effetto intimidatorio nei confronti degli eventuali malfattori responsabili. La denuncia è a solo scopo ricreativo e, al limite, educativo: nel caso in cui i Moviers vogliano passare dal maresciallo al manigoldo (e il passo è incredibilmente breve), sappiano che, perlustrando la Via Davanti Alla Biblioteca nel centro di Trentoville nei giorni feriali tra le 7 pm e le 8 pm, potranno imbattersi in una concorrenza spietata di manigoldame. A quanto pare anche il settore “microcriminalità”, come qualsiasi settore oggigiorno, è saturo di competitors.

Il CdA di Let’s Movie nelle persone della Honorary Member Mic e del Board, stilò in 4 minuti un piano di emergenza per la movimentazione del monociclo da effettuarsi dopo il Let’s Movie “C’era una volta in Anatolia” ― noi di Let’s Movie abbiamo davvero il move-groove nel sangue.
E pensate un po’, il CdA credeva che il film avrebbe risollevato l’umore della serata, facendo dimenticare il sinistro subìto alla sinistrata Honorary Member Mic, e invece fu esattamente l’opposto: il furto risollevò un film che altrimenti avrebbe letteralmente ucciso il CdA. E teatralmente ripeto, “letteralmente ucciso il CdA”. 🙁
Io e la Mic conveniamo nell’assegnazione del WOE, il Worst Of Ever Award a “C’era una volta in Anatolia”, film peggiore persino di “La bellezza del somaro” (sì, Fellow Iak-the-Mate, credimi, c’è di peggio), peggiore persino di “The Tree of Life” (che almeno lì la fotografia meritava), peggiore persino dell’insulso “Emotivi Anonimi” o della fregatura “Paradiso amaro” o del kiarostamiallalarga “Copia conforme” (bestia quanti flop abbiamo collezionato, Fellows… 🙁 ).

“C’era una volta in Anatolia” è uno di quei film da tutti pazzi per i silenzi, i dialoghi assurdi, le scene che non portano da nessuna parte. Tutti quegli elementi che spesso fanno di un film da “vi-prego-basta” un film papabilissimo per la Palma d’Oro (e infatti vinse il grand prix de la Jurie l’anno scorso). Questi frangenti mi irritano un pochino perché purtroppo confermano la solita vecchia equazione di primissimo grado “film corazzatapotemkininano = primopremioassicurato”.
Più che giallo dell’anima o poliziesco metafisico, io direi calvario della carne e dello spitiro. 150 minuti di “mamma mia” sussurrati fra l’incredulo e il sofferente. La trama ve la rissumo in tre parole (e detto da me, persona estranea ai riassunti, fa ridere). Una squadra di poliziotti (che per l’alto tasso di professionalità dimostrata sono uguali uguali ai Carabinieri delle barzellette) attraversano la steppa anatolica per cercare il cadavere di un uomo guidati dal suo assassino (dai tratti somatici fra Buffon e Daniel Day Lewis, per figurarvelo). Dopo molto girovagare (quell’ottantina di minuti…) per l’amena steppa anatolica ― entrata prepotentemente fra le mete turistiche di tutti e 18 gli spettatori in sala ― questa armata Brancaleone (si apprezzi la nobilitazione di quello che a tutti gli effetti appare come un “branco di citrulli”) finalmente localizza il cadavere, lo carica nel baule della macchina e lo porta in una città anatolica non ben precisata ma che in confronto alla steppa fa molto big city life. Qui si procede al riconoscimento del cadavere (da parte della moglie che ha un figlio dai tratti somatici fra Marc Lenders e Marc Lenders) e all’autopsia.
Ecco, forse del film si salva l’autopsia, ma capirete che salvare un’autopsia non solo suona come la più grande contraddizione in termini mai concettualizzata da umana mente, ma anche come troppo magracabra consolazione (si ho fatto la crasi). L’autopsia è abbastanza smart perché non si vede. Si sente. You know what I mean? Quel picio-pacio d’interiora strizzate e crack-crack di sterni segati e stretch-stretch di toraci divaricati… Ecco… Io e la Honorary Member, dopo anni e anni di ER, non ci lasciamo impressionare più da nulla, ma stomaci e orecchi deboli sono decisamente a rischio: vi dico solo che nel momento di crack-crack-torace tre spettatori si sono alzati e se ne sono andati con quella fretta tipica del “let me get out of here!” (volete fare un film e spaventare il pubblico in maniera un po’ innovativa? Puntate sul sonoro…la nuova frontiera sensoriale dell’horror 😉 ).
Autopsia a parte, cos’altro potrei salvare? Mmm… Il finale? No, è altisonantemente criptico. La metaforizzazione del paesaggio brullo come luogo di dispersione dell’umano? No, è paccottiglia criticoidea. Il banalissimo pretesto dell’omicidio per parlare del fallimento esistenziale del Procuratore Legale, la cui moglie si è suicidata? No troppa pretestuosa banalità. Io davvero non so che altro potrei salvare di un film del genere. 🙁

A fine proiezione il Board, grazie all’intercessione del fedele Robin, ha avuto la fortuna d’intercettare al telefono l’itinerante Mastrantonio ― in trasferta a Bologna per godere dei cinema all’aperto bolognesi ― e di discutere a caldo lo smarrimento post-film. Ebbene, scoprimmo che l’itinerante Mastrantonio definisce il film “un capolavoro”, elogiandone “sguardi e dialoghi”. Io e la Mic ci siamo guardate perplesse e abbiamo capito che forse non avevamo capito. O forse il monociclo ci aveva gettato addosso un silly-mood, o forse certi film rimangono dei sistemi chiusi che si schiudono solo a certe sensibilità e in certi momenti ben precisi. Non so. Però vi racconto questo.

L’altro ieri notte ho guardato (finalmente!), “Un uomo, una donna” di Claude Lelouch (1966). Questo sì, un capolavoro. 🙂 L’uomo a un certo punto si rivolge alla donna e le racconta questo: “Sai, Giacometti disse: ‘In un incendio, tra un gatto e un Rembrandt, io salverei il gatto. E poi lo lascerei libero’”. E poi l’uomo commenta: “Vuol dire che tra la vita e l’arte, sceglieva la vita”.

Ecco, per me il regista Ceylan ha scelto il Rembrandt. You know what I mean? 😉

La serata si è piacevolmente conclusa con la riuscita movimentazione del monociclo dell’Honorary Member a Roncabronx ― la fase di caricamento-scaricamenteo ha creato qualche PICCOLA difficoltà, ma il CdA se l’è sostanzialmente cavata… 😉 E per due dalla manualità limitata come noi, non è roba da poco… 🙂

Parlando di due ruote… Lasciate che esprima tutto l’orgoglio che ho in pectore per il mio Fellow Pilo, che si merita il Rampichino d’Oro “Biker Movier” del mese (ma che dico, dell’anno)! Dovete sapere che giovedì, il Fellow Pilo, il friend Marcello e il Board hanno conquistato i 2800 metri dello Stelvio in bicicletta ― ora capite perché il mio carpiato di 15 giorni fa proprio non ci voleva….
I tre hanno capito che Dante ha preso spunto dallo Stelvio per concepire la discesa agli inferi, solo che, malato di contrappasso qual era, ha ribaltato un po’ le cose, trasformando nei famosi gironi discendenti i 48 tornanti che portano sul cucuzzolo della montagna. L’impresa, definita stell(via)re :-), è stata possibile solo grazie all’incredibile supporto, organizzazione e fotoreporteraggio dell’Anarcozumi (and family!), che seguì il tri(o)ciclo nonostante la partenza all’alba e i disguidi idraulici che le funestarono la cucina, sempre all’alba… Per ripagarla, il Board si sta attivando per trovarle un idraulico disponibile, e soprattutto dalle fattezze fassbenderiane. 😉

E adesso taci Board, e sparaci il film della settimana

MOLTO FORTE INCREDIBILMENTE VICINO
di Stephen Daldry

Stephen Daldry è il regista di “The Hours”, uno dei miei film preferiti in assoluto, (e anche di “Billy Eliliot”) ma dato che non voglio buscarmi di nuovo il virus EA1000 (Entusiasmo-a-1000) passato con Lioret 🙁 , stavolta cerco di vaccinarmi, tenere a bada le aspettative, e il profilo basso… Comunque tranquilli, Moviers! L’EA1000 può colpire solo la sottoscritta: voi siete immuni e potete-no-dovete venire a frotte. 😉
E poi il libro alla base del film è di Jonathan Safran Foer, da cui fu tratto “Ogni cosa è illuminata” ― film che tanto piacque al Fellow Giak, che ora si starà chiedendo “ma come fa a ricordarsi??” (Because I know my chickens… 😉 ).
Motivo in più per testare il film di Daldry…

E anche per oggi, dopo furti, denunce, calvari cinematografici e salite infernali, è tutto ― ah non c’è di che annoiarsi in Let’s Movie… Vi ringrazio sempre, e un giorno o l’altro mi spiegherete se la vostra pazienza è vera o presunta ― sappiate che è parimenti apprezzata in entrambi i casi (the art of lying is yet an art…). Il risssunto è giù che vi aspetta in centrale, dovete solo guadare il Movie-Maelstrom, e i saluti, stasera, sono manigoldieownmanamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard

Questa è stata la settimana del -ciclo, mono e bi, a seconda delle pendenze, delle robberies e dei momenti.
Proporvi “Bicycle Race”, http://www.youtube.com/watch?v=77nD3pJZWi8&feature=player_embedded#! , parrà scontato, ma fa sempre piacere rivedere questi bikers nude-look e Freddie così giovane e sentire li campanelli drin-drin-drin… (Ma sapevate che il video, quando uscì nel 1978 sollevò un vespaio di polemiche pazzesco e fu censurato?? Alla faccia della free-thinking Britain! Io ovviamente vi sono per la versione non censurata… 😉 )

MOLTO FORTE INCREDIBILMENTE VICINO: Tratto dal romanzo omonimo di Jonathan Safran Foer (2005). Oskar Schell ha 9 anni, si veste di bianco, ama le invenzioni e la fotografia. Suo padre è morto nell’attacco terrorista alle Torri Gemelle. Incapace ad elaborare il lutto, il ragazzo gira allora per New York con la sua macchina fotografica e con la chiave, che ha scovato per caso nel magazzino del padre, alla ricerca di una misteriosa porta che, se aperta, dovrebbe svelargli l’ultimo messaggio paterno.

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply