Let’s Movie CXXXVIII

Let’s Movie CXXXVIII

POLLO ALLE PRUGNE
di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
Francia 2011, 94’
Martedì 25/Tuesday 25
21:00/ 9 pm
Supercinema Vittoria/Viktor Viktoria

Majakovskij Moviers,

M’imbatto adagio-ma-non-troppo in un articolino che prospetta uno scenario abbastanza cape-fear-il-promontorio-della-paura per il cinema italiano. “Solo nel 2012 in Italia hanno chiuso 60 esercizi, in gran parte urbani e dedicati ai film d’essai”, rintocca il giornalista, preparado il lettore ad un Apocalypse Now senza Mighty Marlon e Dennis U-hopper (scusate, ma questa è per il Fellow Iak-the-Mate :-)). Siamo tutti stufi di sentire le solfe e-la-crisi, e-la-spending-review, e-l’IMU e-l-Ilva e-il-caro-cancelleria e il settembre-nero, ma una notizia così, che s’inserisce tranquillamente nel filone notizie-solfa, fa rabbrividire un po’.
Non volendo erigere monumenti ai “Fellows caduti leggendo valorosamente una movie-mail”, non entro nello specifico, ma l’articolino mi ha riportato con la mente a mercoledì, e alla fortuna di avere un “esercizio in parte urbano dedicato ai film d’essai” a 11 minuti di pié-veloce da casa Board e all’esperienza collettiva che una sala cinematografica può diventare. Perché, Moviers, non è solo questione di “vedere” un film. È anche questione di ANDARE a vedere un film al CINEMA. Ed è su questo punto infatti che batte il Board con Let’s Movie, che non vuole salvare le sorti della cinematografia internazionale — per ora ci bastano quelle nazionali 😉 — ma far tornare l’entusiasmo per la Sala e fare in modo che a Mastrantonio non tocchi mai-e-poi-mai-e-giammai la fine di quei 60 esercizi. 🙁 Per quanto, sappiate, voi che vivete il mondotondo là fuori e che di Trentoville conoscete solo Stonehenge, Roncabronx, Povorock e Los Gardolos per sentito dire (e per fortuna), che la Mastrantonio&Sons (anzi Daughters) conti, oltre alle 3 sale cinematografiche, una sala ristorante comunicante con il cinema stesso ― e ci dev’essere anche un campo da golf da qualche parte, già lo dicemmo… Il Mastro ha fuso le esperienze cine e cibo diversificando il bisnèss — Steve Jobs brillava nella Silicon Valley, il Mastro nella Valle dell’Adige, uno si prende quello che passa il convento. 🙂 E se dietro il bancone del cinema ci sta la Maddymastrantonio quando il daddy armeggia con le pellicole nel bugigattolo delle meraviglie (che prima o poi dovrò visitare), dietro il bancone del bistrot, chi ci puo’ stare, vi domando io? Ma lei, la primogenita Caterina, d’ora innanzi la Cateringcaterina! E ancora vi domando, ma se la Maddy era una creturina così da fiaba, tutta grano&mare, poteva la primogenita essere da meno?? Of course, not. Capelli e occhi nocciola su un incarnito nature da far invidia ai segreti di Lady Lancome…Ma quante belle figlie (Madamadorè) c’ha ancora, il Mastro?? Vi domanderete voi a questo punto, curious Moviers… Nessun’altra, il Mastro si è declinato in oro e bronzo, e per il momento, basta così… 😉
Però vedete, non è solo andare a vedere un film. È correre in contro all’Honorary Member Mic, che mi aspetta sul marciapiede quando credi che non verrà, e buttarle le braccia al collo con foga quarter-back. Oppure trovare la Movier Marie Thérèse, che ha ciclettato regalmente sotto la pioggia sin dalle praterie a sud dell’urbe per venire a Let’s Movie. E anche questo fa parte dell’andare al cinema. Spingere un dvd in un lettore e premere play va bene. Ma farlo premere ai Mastri in giro per l’Italia va meglio. 😉

E ora preparatevi…

La missione sul pianeta Kimkiduk (one word, one world) non è stata affrontata a cuor leggero. Eravamo corazzatepotemkin. Insomma, non ci aspettavamo di far quattro passi nel favoloso mondo di Amelie, e infatti è stata una discesa agli inferi, ma senza ignavi e Dante. L’inferno esteriore esplorato da Kimkiduk è quello anonimo e proletario di una periferia urbana sudcoreana, che si accompagna all’inferno interiore del protagonista. Il protagonista, Kang-do, è un bad guy talmente bad che in confronto Bane e Ras Al Gul dell’ultimo Batman sono le simpatiche canaglie. Il ragazzo è uno strozzino che passa le giornate a riscuotere degli interessi del 300% ai poveracci che si sono rivolti a lui. Se non possono pagare, Kang-do s’ingegna a procurare agli insolventi tutta una serie di menomazioni per intascare i soldi dell’assicurazione. Bastano pochi fotogrammi a gettarti nel baratro del film: una sedia a rotelle, un gancio, l’urlo di una donna fuori campo. Così comincia, e anche lì, come amo sempre dire a chi ha la pazienza di starmi ad ascoltare, lì c’è già tutto il film — l’inizio che contiene la fine, e solo i bravi, quelli da 8, ci riescono. 🙂
Un film che non può non essere sgradevole (in realtà più per le immagini evocate che per quelle effettive ― un rivolo di sangue agghiaccia più di mille vasche da bagno horror), ma anche perché a parte gli universali che tocca (pietà, vendetta, amore, odio), tocca anche il denaro, e lo sporco morale che esso porta con sé corrompendo le anime e tutto quello che circonda i corpi. E infatti l’ambiente è sudicio: frattaglie sulle piastrelle di un bagno, animali morti, o destinati a morire (in ogni caso animali che nella mitologia rinviano proprio al diabolico) — conigli, galline, anguille. Kang-do non conosce misericordia: è una maschera impassibile che nasconde un cuore di pietra.
Un giorno però tutto cambia. Irrompe nella sua vita una donna misteriosa che dice di essere sua madre. Si profonde in scuse per averlo abbandonato da piccolo e gli si mette alle calacagna per recuperare il rapporto perduto. Qui Kim si spinge all’estremo, non risparmia i tabù archetipici che costellano il bagaglio socio-culturale di tutte le civiltà. Va oltre, architettando un piano ― e questo sì, è diabolico. Non vorrei svelare troppo a chi andrà a vederlo: l’idea del film sta proprio nel rovesciamento di prospettive che sconvolge la vita di Kang-do. La madre, che noi crediamo a metà fra Maria (la pia) e Maddalena (la peccatrice pentita), incarnazione della pietà e del perdono, si trasfigura nel suo esatto opposto… Diventa una Madonna dark… La lucidità micidiale che la contraddistingue ci dimostra quanto il dolore possa scavare fosse dentro cui convivono e trionfano follia, sangue freddo e sete di vendetta.  E il contrappasso ― per far contento Dante che via dai riflettori non sa proprio starci ― piega definitivamente Kang-do, ma anche, tristemente, lei. Nel film tutti personaggi perdono ― chi un arto, chi i soldi e la casa, chi la vita. E questo forse ha portato tanta critica a intravedere in “Pietà” una critica al dio denaro e al capitalismo, che ha spinto l’uomo verso una deriva morale dai risvolti abominevoli. Io sono rimasta più colpita dal fatto che tutto subisca una perversione: la madre, da Maria a Maddalena a Angelo Vendicatore, il figlio, da delinquente senza rimorsi a Piccolo Lord amorevole colto in una regressione allo stadio infantile, quasi a voler recuperare il tempo perduto e a godere di quel rapporto simbiotico di cui era stato privato da bambino.
Il film si riversa, come gli occhi dei posseduti, e porta lo spettatore in un antro cieco dove l’amore materno ― o quello che crediamo tale ― agisce da giudice supremo e cerca nella vendetta (portata al massimo grado) l’unica ragione di vita. Ma come dicevamo, tutti perdono tutto, e tutti escono sconfitti. La vendetta è sterile e non porta a nulla ― non certo in vita un figlio morto…. I soldi guadagnati con il sangue portano altro sangue; il male è batterio che prolifera nella piaga. L’aspetto sconvolgente di quest’opera kimkidukkiana è che è profondamente intrisa di “cristianesimo” o meglio, di valori cristiani ― miseridordia, compassione, clemenza ― che però qui degenerano. E mai locandina fu più significativa: una Pietà dalla conformazione triangolare nella più classica della conformazioni michelangiolesche sostituisce i ben noti originali perfetti con due esseri fallati, usciti dritti dritti dalla discarica del 21esimo secolo: una madre assassina che regge il cadavere di un figlio assassino.

Certo, direte voi, ma come mai questi personaggi sono così negativi? Questi personaggi hanno subito il danno. E scrivendo queste parole, mi torna in mente, chiarissima e fortissima, la storia d’amore distruttivo tra Anna e Stephen in “Il danno”, libro e film (quello che preferite, ma meglio libro ;-)).  Allora vado cercarlo tra i miei libri, per voi… A un certo punto, raccontando della propria vita, Anna gli dice: “Ho subìto un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere”. E lui le chiede il perché di questa cosa. E lei: “Perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro”. In Joseophine Hart troviamo Kimkiduk, e viceversa! Kang-do ha subito la mancanza dell’amore materno da piccolo. La madre ha subito la perdita di un figlio. Il dolore può partorire esecrazioni. E il troppo amore di una donna per il proprio figlio, anche quello può portare a esecrazioni ― persino la perdita dell’umana coscienza. Questo vuole mostrarci il film: la pietà è la negazione della vendetta, ma senza di essa non esisterebbe. Come il bene con il male, Batman con Jocker, legati l’uno all’altro (verooo, WG Mat? ;-)).

Quando vedete questo film, capite il perché abbia vinto la Mostra del Cinema di Venezia. Non c’è paragone con “Bella addormentata”. “Pietà” è terremoto. C’è il trovarsi davanti a qualcosa che ti sconquassa dalle punte dei piedi alle doppiepunte dei capelli. Esci e sei sottosopra. E questo, lo ripeto per l’ennesima volta, dovrebbe rientrare nell’agenda dell’arte. Scuotere. Dalla radice alle punte (evvai con la tricologia). Lì sta la VERA innovazione. Majakovskji Vladimir, il magister che tanto docet, scriveva della poesia: “Vogliamo che la parola esploda nel discorso come una mina e urli come il dolore di una ferita e sghignazzi come un urrà di vittoria”. Kimkiduc l’ha fatto con le immagini.

All’uscita noi Moviers non abbiamo sollevato i sei pollici d’ordinanza. Ci siamo guardate e abbiamo sospirato “Checcavolodifilm”. “Checcavolodifilm” significa che non hai parole. È come aver visto un fenomeno soprannaturale che in qualche modo ti ha aperto un terzo occhio. E guardate, capisco benissimo quando tanti di voi, stanchi dal lavoro, caro-cancelleria ecc, mi dicono “Voglio andare al cinema per non pensare”. Ma chemmi rispondete se vi dico “e se andassimo al cinema per pensare (ad) altro?”… Think different ― mannaggia ‘sta Apple spunta dappertutto… 🙁

Oh cavolo, mi sono persa sul pianeta Kiduk (ma ve l’avevo detto di prepararvi! :-)). Ora rimedio e volo a offrirvi un filmettino che mi porto nel paniere da un po’.

POLLO ALLE PRUGNE
di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud

Il “Pollo alle prugne” di Marjane Satrapi cade a fagiolo (ma si può dire, nutriozionisticamente parlando, che un pollo cade a fagiolo? Bah). Dopo film massicci come gli ultimi tre proposti, c’è bisogno di un po’ di favola e onirico. Dobbiamo smaltire le bombe festivaliere, e le prugne ci sembravano quanto mai adatte (ok, questa era pessima 🙁 ).

Per chi non lo sapesse ― io non lo sapevo ― Marjane Satrapi è autrice della graphic novel “Persepolis” in cui narrava la propria vita di giovane ragazza a Téhéran e da cui ha tratto l’acclamato film d’animazione di qualche anno fa. Si dice in giro che “Pollo alle prugne” ― il suo primo lungometraggio non animato ― non sia agli stessi livelli, ma che sia comunque degno di essere visto (tra l’altro era in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia dell’anno scorso). Gliela diamo una possibilità? Falquì se gliela diamo… 🙂
E il Board promette solennemente di smetterla con tutta ‘sta ignoranza e di vedersi “Persepolis” (come “Ferro 3” per Kimkiduk ― visto (finalmente!) e decisamente approvato ;-)).

Okay, ora basta Board, BA-STA-BOARD! Scappo via, la notte è davvero ancora lunga… Per fortuna… 😉

Prima di scappare via anche voi, attimi-fuggenti Fellows, schivando il riassunto che vi ritroverete in mezzo ai piedi, date uno sguardo nel Movie-Maelstrom. Ho pensato che servisse qualcosa per tirare su l’animo a tutti…Domani è pur sempre Monday, e l’IMU s’ha da pagare e le sale cinematografiche chiudono… 🙁

436 grazie, my  Fairy-tale Fellows… E accogliete questi saluti, che stasera sono sovversivamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Dato che il contrappasso l’ha fatta da padrone nel film di Kiduk, e dato che c’è bisogno, per noi piccola umanità in balia dell’errore e della tribolazione, di un po’ di beata misericordia, ho pensato di gettare in questo spazio-minestrone, una notizia che ci ricorda che la vita indossa due maschere, una che piange (e su questo, stasera, abbiamo dato abbondantemente) e una che ride. Adesso è il turno della faccia che ride. 🙂

Giunta dalle nostre fonti misteriose, la notizia riguarda la consegna dei Premi IgNobel, i riconoscimenti per le ricerche più improbabili e bislacche ― ma fondate e finanziate! ― del 2012. Da più di 20 anni questo premio celebra le scoperte scientifiche più assurde e fantasiose in 10 settori dell’umano sapere ― come il Nobel, il fratello serioso. Vi sembrerà incredibile, ma la celebrazione dell’IgNobel si tiene nell’Auditorium dell’Harvard University e non ha nulla da invidiare al fratello serioso di base a Stoccolma. Mi preme segnalarvi l’IgNobel 2012 per la Letteratura, andato al US Government General Accountability Office per aver pubblicato un “Rapporto sui rapporti che raccomandano la preparazione di un rapporto sul rapporto sui rapporti sui rapporti”. Lo so, lo so, come non averci pensato prima? Leggete voi stessi…E consultate le 10 categorie….
http://www.lescienze.it/news/2012/09/21/news/premi_ignobel_2012_scienza_improbabile-1270341/

E facciamo ridere quella faccia! 🙂 🙂

POLLO ALLE PRUGNE: Téhéran, 1958. Nasser-Ali, un famoso suonatore di violino, incontra la sua amata Irâne per strada, ma lei non lo riconosce. Durante questo incontro fortuito scopriamo che, a causa di un litigio, sua moglie ha distrutto il suo prezioso strumento musicale. Poiché nessun violino riesce più a procurargli il piacere di suonare, Nasser-Ali decide di morire. Otto giorni dopo si toglie la vita.

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