LET’S MOVIE CXCX – MONUMENTS MEN

LET’S MOVIE CXCX – MONUMENTS MEN

MONUMENTS MEN
di George Clooney
USA 2014, 118′
Mercoledì 19/Wednesday 19
22:00/10:00 pm
Multisala Modena/Lo Smelly

Force Majeure Fellows Moviers,

E il cielo pioveva stelle bianche sopra le cime scolpite dalla mano notturna di Dio. Sotto il velluto bianco la terra parlava una lingua senza tempo. Di nuovo la preistoria, di nuovo il futuro, in quelle sillabe che fioccavano, uguali e diverse, eterne e nuove, nell’oscurità.
Nel salone dello chalet affacciato sulla valle l’idromassaggio cantava profumi d’oriente. Per terra la promessa tutta da bere di Don Perignon appena stappato…

Ecco, qui sopra avete assistito alla situazione in cui il “Oh-ah-oh-che-bella-la-neve” è consentito e comprensibile.
Ma capirete, uno chalet e un idromassaggio non rientrano tra le frequentazioni infrasettimanali tipo del Movier medio. Quella è una proiezione romantica (= da romanzo!) di un paesaggio là-su-i-monti-con-Annette! Ma la realtà in città, se in città c’è la neve, è un bad romance ― grazie dell’assist, Lady G. 😉
Va be’ Board, non ti piace la neve, benissimo, che problemi ci sono? Si può vivere anche senza sciare/ciaspolare/slittare.
Sì certo, poi però quando la neve ti cade fra capo e collo, anzi ti s’infila tra cappotto e coppino, un lunedì sera, quando quel lunedì sera c’è Lez Muvi, quando la neve impedisce ai Fellows di arrivare dal Mastro, nello specifico la Movier More, confinata al limitar della Valsugana con la Lapponia a pochi km, quando la neve mi cannibalizza Lez Muvi, e cannibalizza pure gli ingressi al Mastro che si ritrova con le sale vuote perché i trentini sciano/ciaspolano/slittano ma col piciopacio pantofolano, quando la neve proibisce l’interscambio socio-culturale (questo lo si mette sempre nei pamphlet, e questo, quant’è vero iddio, è il primo pamphlet CONTRO la neve mai scritto nella storia), quando la neve mette i pali fra le ruote ricoprendo di piciopacio tutta la città, ostacolando gli spostamenti, allora quando fa così, lo chalet e lo champagne e la mano di Dio (Maradona mi denuncerà, claro che sì) svaniscono come neve al sole (appunto). E io non sono più quella signorina che ogni tanto (ogni tanto) sembra molto a modino, con quelle scarpettine lì, quella faccetta un po’ così, no, io mi trasformo in Medusa, sì quella coi riccioli rettili, e arrivo dal Mastro così, con una testa di riccoli rettili,il volto in fiamme e la voglia di zittire con uno sguardo fulminante tutte le voci flautate che mi salmodiano l'”oh-ah-oh-che-bella la neve” come fosse una sinfonia (metti la 41) di Mozart.
Del mio mood meduseo ne hanno subito le conseguenze il WG Mat, che se n’è arrivato pacifico come il Beato Angelico (ma era un pittore o un pilota? Bah), come se avesse fatto quattro passi nel parco a primavera, e non affrontato la tormenta e il piciopacio e la rottura di tormenta e piciopacio. Questo ha fatto spiccare ancora di più la Medusa che era in me, e il contrasto, tipo diavolo e  acqua santa, per chi ci ha visto da fuori, dev’essere stato biblico, e be’, buffo.
Perdonate il periodare candido e contorto (anche Montale mi denuncerà, belandi) che s’è rivelato più convoluto che mai, ma capirete…

Però poi abbiamo preso posto. E Charlie, that crazy little thing called Chaplin, ha raddrizzato la brutta piega della meteo-serata. Charlie è qualcosa che si spiega anche solo nei sorrisi estatici degli spettatori che lo guardano. Ha una grazia, in ogni movimento, pur buffo e strampalato, in ogni slapstick più comica o pausa più malinconica, che fa di lui una creatura dell’aria cui la terra è stata concessa solo in forma di set cinematografico. E con lui, non mi va di pensare alla carta d’identità di Charles Spencer Chaplin, alle sue storie d’amore travagliate, al visto d’ingresso che l’America gli negò per via delle sue idee filo-populiste (quanta miopia, in quel paese). Voglio solo soffermarmi sulla grazia del personaggio che interpreta, ovvero Charlot, o the Tramp, il vagabondo, scegliete la traduzione che preferite. Questo tipo di personaggio continua a incantare dopo 100 anni dalla sua nascita perché in fondo, raffigura il destino dell’uomo. Charlot vaga per la società, incontra gli altri, stringe amicizie, amori, si diverte, si deprime, trema, ride. Ma è un vagabondo. Erra, solo. L’uomo è questo, un errante ―nel doppio senso di “sbagliante” e “vagante”, caso fortunoso e fortunato di ambiguità linguistica. Non è mai fermo, si muove, conosce, ma è solo. E ora non guardatemi con quegli occhi mogi lì 🙁 la condizione esistenziale dell’uomo è questa, ci piaccia o meno. Chaplin ha avuto la lungimiranza, il coraggio e l’arguzia di rappresentarla senza tralasciare nessun aspetto. Quindi, se prendiamo “The Gold Rush”, troviamo Charlot che consoce Giacomone e diventa suo amico, conosce Giorgia, che diventerà sua moglie; ma sono le scene in cui Charlot è da solo, che ci rimangono più impresse.
Prendete l’inizio. Charlot cammina sui picchi innevati del Klondyke, e già vi si scioglie il cuore perché vedervi un ometto, con cravattino, bombetta e bastone da passeggio su per i sentieri impervi ad alta quota, ignaro degli orsi (veri!) che lo inseguono e dei burroni che lo sfiorano, è come accendere il bracere che avete in petto. Un sorriso ―sì, estatico― vi si disegna in faccia, sì, e sì, una sconfinata tenerezza vi scorre dentro. You can’t help it. Così come con la danza dei panini infilzati nelle forchette ―regalatemi/vi 48 secondi, http://www.youtube.com/watch?v=XefGvxVKrZk.
E proprio questo cercava di fare Chaplin ―commuovere― attraverso la poesia, ma anche la comicità. Sono certa che tutti avete presente la scena della cascina in bilico sul precipizio, un capolavoro umoristico e scenografico ―siamo pur sempre nel ’25, la preistoria della meccanica degli effetti speciali. Ed era bello sentire le risate, le risate del 2014, del pubblico intorno, perché se ci penso sono le stesse risate del pubblico del 1926. Mi piace pensare questa cosa. Che il cinema instauri, attraverso una reazione collettiva, una specie di legame trans-temporale in grado di unire epoche e generazioni diverse, eternizzando, in qualche modo l’uomo, sconfiggendo, in qualche modo, il tempo.
Poi naturlamente c’è il sottotesto dell’uomo che sfida il suo destino, e la natura, spingendosi in terre ostili ―no non il Trentino, l’Alaska 🙂 ― per realizzare il suo sogno. E questo lo riconosciamo a un miglio di distanza, è il mito americano della frontiera, della corsa all’oro. Solo che Chaplin lo chaplinizza, so to say, enfatizzando la loneliness del vagabondo, che troviamo lonely sia in mezzo alla natura, sia nella delusione d’amore. Anche il modo in cui è visto il personaggio femminile, Giorgia, risponde più a un canone di autenticità che di tipizzazione. Capita che la donna sia indecisa fra due uomini, quello povero&poetico e quello molosso&gradasso, capita che rimanga vittima di uno stato confusionale che la porta ad oscillare fra i due estremi ―Verdi ha sollevato piume e vento per descriverne la mobilità, ‘annaggia a lui…. Ma poi alla fine Giorgia sceglie. E guarda caso, dà il benservito al molosso&gradasso, e opta per il povero&romantico, e PRIMA di sapere che è diventato miliardario ― Donne 1 – Verdi 0 (il WG Mat si metta pure l’animo in pace :-)).
Credo che il mio giudizio “pepato” nei confronti della neve sia abbastanza irrecuperabile, Moviers ―che ci volete fare, ho un nugolo di cromosomi ittici che sfarfallano sulla mia mappa genetica ;-). Però devo ammettere che vedere la neve del film di Chaplin, colorata dai suoi capitomboli, dal modo comico in cui la spala da una parte creando qualche disastro dall’altra, mi ha ritrasformato i rettili in riccioli, smorzando quella vampa da fRuria che mi aveva infiammato all’arrivo ―il Mastro ne sta ancora ridendo, credo… 🙂
Non saluto Chaplin, ho deciso di portarlo sempre con me, in qualche modo ―in una giacca o delle bretelle che somigliano alle sue in tutto e per tutto, o condividendo quel sorriso, quegli occhi dolci e tristi, quel modo funny e sconclusionato, lieve e tenero, di affrontare il mondo. Insomma, se il mondo sembra una collana di sbagli o atti mancati, se questo mondo non è mai come lo volevi tu (pure la denuncia da Raf adesso!)  ricordiamoci che Charlie c’è. Che ci sarà sempre… Sempre.

And now let’s get monumental

MONUMENTS MEN
di George Clooney
USA 2014, 118′

Anche qui, come per tanti film, mi affido alle voci di corridoio ― vi piacerà sapere che la programmazione lezmuviana dipende dal retino con cui catturo sensazioni aleggianti nell’aere e che trasformo, col potere concessomi da Lez Muvi, in proposte (annamobbene….). Grande produzione hollywoodiana, grande cast hollywoodiano…. Io, la grandeur hollywoodiana, onestamente, la guardo dall’alto in basso pari al peso del liquido…(com’era??)….dicevamo… Lo propongo più che altro perché c’è il Looney Clooney alla regia. E sapete, mi piace un sacco alla regia, un sacco più di quando marpiona tra Martini e Nespresso. Dalle “Idi di marzo” a “Good night and good luck”. Vediamo che c’ha combinato qui.
Ho provato a cambiare il giorno di programmazione, sperando in un ricircolo di Moviers impossibilitati a partecipare il lunedì/martedì. Speriamo che questa modifica idrica non sia un buco nell’acqua (‘ste battute le pagherò prima o poi) e speriamo che funzioni!

Anche oggi ho scritto circa 8 parole meno del solito. Progressi da formichina in un mondo d’elefanti… ma poi si sa che anche le formiche nel loro piccolo s’imparano… 😉
Vi ringrazio, perché siete come Charlie anche voi: ci siete, e questo, credetemi, fa la differenza. Pescate nel Movie Maelstrom ora: vi do un’ideuzza per un’altra cine-serata. Il riassunto invece lasciatelo schizzare via! E i saluti come sono? Be’, quelli, stasera, sono incidentalmente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Colonna sonora (facoltativa ma highly recommended) per la lettura del Movie Maelstrom: http://www.youtube.com/watch?v=4Q41tnlJ9m8 🙂
Se ancora non siete andati, andate a vedere “Smetto quando voglio“, di Sindey Sibilia. I am beggin’ you… 😉
È un film spietatissimo, tristissimo, divertentissimo, coerentissimo, quattro superlativi che non mi è mai capitato di mettere in fila per definire un’opera, figurarsi poi se prima. Sono i disperati dell’Italia di oggi, i fantastici protagonisti di questa storia; non più semplici laureati senza lavoro di “Tutta la vita davanti”, bensì ricercatori con dottorato e specializzazione alla mano, genii della chimica, dell’economia, dell’antropologia, che finiscono a fare benzinai e lavapiatti, bistrattati da datori di lavoro pakistani/cingalesi/cinesi ―sottotilo “quando lo sfruttato diventa lo sfruttatore e sfrutta l’ex-sfruttatore”… Appropriandosi di certe dinamiche della commedia amara italiana classica tipo “I soliti ignoti”, il film brilla d’inventiva narrativa e scenica e di un’apprezzatissima sospensione dell’autocommiserazione.
Non ricordo l’ultima volta in cui (dino)risi al cinema così di gusto ―i due PhD che litigano in latino alla pompa di benzina e la rapina a mano armata con le baionette dell’800 sono quelle scene che ti metti da parte e tiri fuori ogni volta che hai voglia di ridere. E ogni volta, puntualmente, ti fanno ridere.
Again, I am beggin’ you… Go and watch it! 😉

MONUMENTS MEN: Basato sulla storia vera del più grande saccheggio di opere d’arte della storia, Monuments Men racconta le avventure di un improbabile plotone, reclutato dall’esercito americano durante la Seconda Guerra Mondiale e spedito in Germania per salvare capolavori artistici dalle mani dei Nazisti e restituirle ai legittimi proprietari. Potrebbe rivelarsi una missione impossibile: con le opere d’arte intrappolate dietro le linee nemiche e l’esercito tedesco incaricato di distruggere qualsiasi cosa in seguito alla caduta del Reich, come potranno sette direttori di musei, curatori e storici dell’arte – molto più a loro agio con un Michelangelo che con un fucile in mano – portare a termine la missione? Nei panni dei Monuments Men, come vennero chiamati, in una lotta contro il tempo per impedire la distruzione di 1000 anni di cultura, questi uomini rischieranno le loro vite per proteggere e difendere le più grandi conquiste del genere umano.

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