LET’S MOVIE CXCV – LA MIA CLASSE

LET’S MOVIE CXCV – LA MIA CLASSE

LA MIA CLASSE
di Daniele Gaglianone
Italia, 2014, ’92
Lunedì 24/Monday 24
20:30/ 8:30 pm
Astra/dal Mastro
REGISTA IN SALA!
Quindi RSVP at 0461-829002

Filo Fellows,

E’ il “filein”, che mi sospinge in questi giorni.

Voi: “Filein??”
Io: ““Amare” in greco-che-si-scrive-come-si-legge. Tipo “Lov iu oll” in inglese”.
Voi: “Ah ecco, perché noi siamo abituati a quello antico, col PH, philèin…. Vedi Board, tu avrai anche imparato il greco sugli album delle figurine di Pollon, noi abbiamo preso il PhD a Pergamo…”
Io: “Fico…Ehm volevo dire, Phico…”

🙂

E’ l’amore che mi sospinge in questi giorni.
L’inverno giace agonizzante in un angolo, laggiù, lo vedete? E noi vittoriosi. Uscite per strada e guardate le persone ―okay, magari non in questo rainy day, anche se credo il meteo c’entri fino a un certo punto. Oltre l’imbarazzo di non saper scegliere tra lana e cotone, sbagliando sempre, oltre il pallore maturato in 6 mesi di reclusione tra cappotti e caloriferi, oltre la tenerezza delle carni che ritrovano il sole, ecco spuntare quei sorrisi, quella voglia di leggerezza…Love is in the air cantava Paul Young. E ho sempre alzato gli occhi al cielo davanti a tanta aerea melenseria. E invece guarda-te, in questo marzo 2014 quasi quasi la canticchio pure io. Senza pensare a nessun Prince Charming, o ai Baci Perugina, o a 3 metri sopra il cielo.

Ed è con questa predisposizione d’animo che affronto “Lei”, lunedì dal Viktor Viktoria. Il Fellow Onassis Jr. mi suggerisce, con un colpo di micidiale arguzia linguistica, che potrebbe trattarsi di “Viktor VikMoira”, vista la somiglianza della proprietaria con la regina del Circo Orfei. E io non posso che devolvere l’8 per mille al Massimo Rispetto per questa sua uscita. E non è solo, il Fellow. Dopo di lui, arriva il WG Mat che, vista la mia mise un filo/philo, circense, la inserisce, giustamente, nella categoria “Pagliacci” :-)… E dulcis in fundo ―dulcissimo, col suo omen nomen nomen omen― il Fellow The Candy Andy The, che ultimamente, indirizzando sistematicamente il fisico alla gym, è a Lez Muvi solo con lo spirito. Ma di questo certo lo perdono… del resto, leggiamo dallo Statuto Lezmuviano: “No activity related to sport/training/work-out shall ever be alleged as, accused of, or recognized as having infringed the penal law executed by the Board” 🙂 Lo perdono talmente tanto che gli dico, in merito al Cadavre Exquis, che il cadavere squisito berrà il vino nuovo… 😉
E sappiamo con certezza scientifica che il Fellow Felix, sulla via di Napoli in forma solida, era tra noi in quella gassosa… 😉
Insomma, da quattro movier moschettieri moderni che siamo ―moderni perché la colonna sonora che ci accompagna in galleria è questa  https://www.youtube.com/watch?v=vrSyrOaoAug prendiamo posizione lassù, in galleria. Ora, l’audio sarà anche da 5 meno meno al Viktor, ma i posti lassù, che è come vedere il film da un terrazzo, hanno sempre il loro fascino. E devo dire che anche l’intervallo a metà film, ha il suo perché ―ogni volta lo critico, iena-che-sono, ma lunedì ha permesso ai quattro moschettieri di scambiarsi le prime impressioni sul film, nonché della sana sillyness.
“Lei” porta in scena una vagonata di argomenti. Sviscerarli tutti sarebbe davvero complesso e lungo. Decido di rivelare a voialtri qui, silenti Moviers, quello che io ho visto nel film, ma che differisce completamente da quello che hanno visto gli altri moschettieri, nello specifico il WG Mat, che è molto più savvy di noi in area sci-fi e potrebbe scrivervi un trattato sulla letteratura cinematografica o fumettistica o semplicemente letteraria da cui Spike Jonze può aver tratto ispirazione ― Battlestar Galactica, Ghost in the Shell, Blade Runner, ecc…E infatti s’è impegnato e ha scritto un pippone che quelli del Board al confronto sono degli haiku 🙂 ― vedasi il Movie Maelstrom.
Los Angeles (Downtown, per la precisione, e i miei Guys capiranno :-)). Futuro imprecisato. Theodore Towmbly è un animo sensibile che fa un un lavoro la cui portata allegorica varrebbe un Oscar a parte a Spike Jonze: scrive lettere d’amore agli sconosciuti su commissione. Theodore è in quella fase maliconica della vita in cui sta per finalizzare il divorzio con la donna amata da una vita, cercando, in qualche modo, il modo di andare avanti. Un giorno acquista un OS, un sistema operativo vocale per pc che lo aiuti a organizzare il suo lavoro, et voilà, la sua vita cambia. Lei, Samantha, il sistema operativo, che possiede una voce ma non un corpo, è capace di evolvere spontaneamente attraverso l’esperienza, e si rivela umanissima nelle reazioni, nei comportamenti con Theodore. Lo capisce, lo previene, lo stupisce. Lo colpisce. In poco tempo, bam, i due si innamorano perdutamente, lui carne e ossa, lei voce e bit.
Ma “Lei” NON è un film sul rapporto tra l’umano e il tecnologico. Non è “Minority Report”, non è “Simone”, “Super Vicki” (Super Vicki”??),  non è niente di tutto ciò.
Per quanto lo sia (indiscutibilmente), la tecnologia non è vista come motivo d’alienazione in sé, o come un nemico dell’umanita. Non c’è uomo vs macchina ―questo conflitto, con “Her” è finalmente superato. Qui siamo passati a un altro livello di riflessione. Il cuore del film sta nell’evoluzione del “philein”, nella doppia accezione del potere evolutivo dell’amore come sentimento che fa evolvere gli esseri (umani e virtuali), e del percorso che l’amore inteso come rapporto di coppia compie ―nascita, crescita, declino, fine.
Samantha e Theodore vivono l’evoluzione di una storia tipica, pur trovandosi in una situazione assolutamente atipica. E la parte più travolgente del film è quella che mostra l’arricchimento reciproco dei due (che poi è il senso vero dell’amore…il darsi…): mentre lui mostra il mondo a Samantha e lei lo vive con gli occhi entusiasti e avidi dell’innocente che beve dall’esperienza, i due crescono. E si divertono, fanno gli scemi, ridono, piangono, viaggiano, fanno sesso ―nota a parte: prendete un po’ la scena più hot hot del film (una delle più hot hot e original mai viste) in cui lo schermo è completamente nero e sentiamo solo le loro voci e i loro gemiti, che raccontano l’eros a cui si stanno dando, dimostrando che lui, l’eros, è una questione d’immaginazione lontana anni luce dal fisico e dal visibile.
Poi però, dopo questa fase d’idillio, cominciano i guai. La mancanza del medium corporeo di Samantha è un problema, alla lunga, che cercano di risolvere attraverso un corpo “in prestito” ― tipo utero in affitto― un’iniziativa che tuttavia risulta fallimentare: il corpo non è un banale mezzo, è piuttosto un mo(n)do comunicativo macluhaniano…il medium è il messaggio, giusto? Se togliamo il medium, il messaggio veicolato magari sussiste per un po’, ma poi scricchiola ―come il rapporto di Samantha e Thodore― e cede.
E arriviamo alla crisi: la scoperta della non-unicità della loro relazione: Samantha interloquisce con 641 utenti mentre parla con Theodore. La fine dell’esclusività e il tentativo di ricostruire le cose, e la conclusione che no, certe cose non si riparano.
E come anticipato prima, il film non disegna solo la parabola del sentimento in una relazione reale-virtuale ―nascita, crescita, mort― ragiona anche su quello che l’amore genera a livello più panico, generale…Spesso ci inganniamo di appartenere all’altro e che l’altro ci appartenga ma come dice splendidamente Samantha, “L’amore non è una scatola che riempi, l’amore quando lo fai entrare, si espande, aumenta a dismisura” e allora possiamo amare uno e 641 (!) persone contemporaneamente. Ed è difficile, terribilmente difficile, capirlo…capire perché si finisca per amare qualcun’altro, o più persone… E al desiderio di esclusività di Theodor, Samantha risponde con questo paradosso che forse tutti abbiamo sentito nei confronti dell’amato/a, “Io sono tua e anche non tua”.
Samantha, in fondo in fondo, è un’idea. Una proiezione del bisogno di amore del protagonista ―bisogno colto, compreso e commercializzato dai produttori degli OS. Qui potremmo entrare sul filosofico e chiederci quanto della nostra volontà c’è nell’amore? Quanto contribuiamo noi a creare quel sentimento, idealizzandolo, vivendolo nella nostra testa? E poi come facciamo quando quell’idea si fa carne, e non sempre risponde come ci aspetteremmo (vedi il corpo surrogato della biondina)? E come facciamo quando l’idea subisce un cambiamento, diventa altro (vedi l’evoluzione di Samantha?)
Il film NON è un inno all’amore. E’ una meditazione intelligente e poetica sul percorso che ognuno di noi deve compiere con se stesso, il dialogo che deve parlare con se stesso, per poi parlare con gli altri. Conosci te stesso (per rimanere ellenici), per amare gli altri ― quest suggerisce il film. Il problema con l’oggi è la distrazione. Siamo sottoposti a un bombardamento continuo anche attraverso la tecnologia, che in questo nostro tempo è aggressiva: è come se fosse una creatura che sta vivendo la sua fase tellurica di crescita ―un po’ come i cuccioli. Ma la tecnologia che ci propone Jonze è più adulta, matura. E la scatola urbana che la contiene, Los Angeles, non è caotica, iper-frenetica, allucinata. Tutto scorre a un ritmo tranquillo, a volte persino rallentato. I colori metropolitani non sono fluorescenti, sgargianti ―non è Tokyo, Piccadilly Circus. Le nuance calde, il colore più vivo è l’arancione delle camice di Theodor, che chiama a sé dei marroni tenui e dei grigi dolci, verdi e gialli pacati, quasi vintage…La nebbiolina che avvolge Downtown L.A. non odora di monossido di carbonio: è come se fosse un filtro per schermare un sole troppo forte. Lo stesso dicasi per l’assoluta assenza di automobili (il che è buffo, nella car-city per ecccellenza!): tutti viaggiano con dei mezzi pubblici puliti e silenziosi, i treni sono confortevoli, non avveniristici. A questo futuro, capirete, guardiamo con un cuore tranquillo.
Io ho molto molto amato la coerenza che sta dietro a tutte queste scelte, e questo nuovo occhio su un futuro tecnologico non minaccioso, ma accogliente. Come dire, la guerra con gli ultracorpi è finita, ora vediamo di immaginare e pensare un periodo di pace.
Ma c’è del male e del bene nel quadro che Jonze profetizza. Se da un lato dobbiamo mettere in preventivo una tendenza all’isolamento, e alla spersonalizzazione ―pensiamo, ancora una volta al lavoro di Theodore: scrivere i sentimenti al posto degli altri (anche se questo poi, non lo fanno da sempre i poeti??)― dall’altro le opportunità di stare con noi stessi, leggere autenticamente il proprio io, e porlo così, autentico, agli altri…
Uh ma quanto potrei andare avanti a scriverne…!! Ma faccio la brava dai… 🙂

E ora, l’avevamo già preannunciato tre settimane fa, complice le allucinazioni di cui il Board soffre…

LA MIA CLASSE
di Daniele Gaglianone

Come dicevo, film piccolo ma grande presentato all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia all’interno delle Giornate degli Autori (ri-anvedi).
Regista in sala. No need to say anything else 🙂

Ah dato che il Maelstrom è occupato, infilo qui il link a uno spassosissimo articolo che Michele Serra ha scritto su “La grande bellezza” per l’Espresso… http://espresso.repubblica.it/opinioni/satira-preventiva/2014/03/12/news/mediaset-promette-mai-piu-capolavori-1.156866
Aggiungiamolo al faldone “Caso Sorrentino – Oscar 2014”, please 🙂

E ora il Maelstrom, il riassunto che copioincollo-senza-leggere, vi informo che la mia gratitudine nei vostri confronti parte dalle punte dei miei capelli e arriva ai ditini dei miei piedi (ho recuparato il destro, grazie per l’interessamento :-)), vi vedo domani sera dal Mastro (vero??) e vi lascio dei saluti, amorevolmente cinematografici

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccovi il commento del WG Mat al film, http://www.letsmovie.it/2014/03/lets-movie-cxciv-lei/#comment-65043
E poi sono IO quella con dei problemini di sintesi eh?!!? 🙂 🙂

LA MIA CLASSE: Ambientata nel quartiere multietnico del Pigneto a Roma, è la storia collettiva di una classe di emigranti e stranieri che imparano l’italiano. È una storia che si compone delle vicende individuali degli studenti e dell’insegnante: un racconto vero che nasce tra mura scolastiche non convenzionali. Un racconto vero? Certamente per le voci e i ricordi dei ragazzi che siedono sui banchi; diversamente vero per l’attore Mastandrea che si cala nel ruolo del loro insegnante; altrimenti vero per il regista e la troupe che entrano ed escono di scena in un incrocio di esperienze reali e di ricerca della verità nella finzione che si rivela essere l’autentico nucleo narrativo di questa storia. Più vera del vero.

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