LET’S MOVIE 208 – propone “LA SEDIA DELLA FELICITA'” e commenta “TABU”

LET’S MOVIE 208 – propone “LA SEDIA DELLA FELICITA'” e commenta “TABU”

LA SEDIA DELLA FELICITA’
di Carlo Mazzacurati
Italia 2014, 90′
Giovedì 24/Thursday 24
Ore 21:30/9:30 pm
Apertura botteghino: ore 20.30

Cortile Interno di Palazzo Thun
Via Belenzani Qualcosa
Ingresso/Entry Euro 5

 

Fuoriporta Fellow,

Bello muoversi.
Caricarsi il WG Mat sulla Board-mobile ― Lez Muvie supports car-pooling 🙂 ― e dirigersi fuori Trentoville. Se Trentoville ci fa languire nel caldo stitico di quest’estate atlantica, allora noi rimediamo come possiamo.
Una trasferta a Rovereto non è esattamente come prendere e andare a scovare qualche cinemino disperso e d’essai di quelli che “chissà quanti ce ne stanno in Italia”. Ma devo imparare che anche il giardino di casa nasconde angoletti in cui va riportata la luce… Per esempio, prendiamo il Loco’s. Il Loco’s è un pub, non un cine. Eppure è anche un cine. La cantina, come avevo avuto modo di raccontarvi la scorsa estate, è stata trasformata in una piccola sala cinematografica con il maxi schermo, e persino una di quelle file di sedie di legno che fanno tanto anni ’70 e che a guardarle sembrano scomodissime, ma che poi, per qualche mistero della fisica cinematografica, non lo sono affatto.
Quindi, al piano di sopra vi gustate un mojito, e al piano di sotto un film ―con la possibilità di combinare le due esperienze portandovi il mojito di sotto ― meglio di così. 🙂 Converrete con me, l’esperienza è ben diversa dal condividere la sala con orde di spettatori ruminanti sopra bidoni di chips al bacon ―mammamia il livello di junk food e cattive abitudine che importiamo dagli States! Il cine è atmosfera. Un voltabotte che batte nel cuore di un locale storico ha un carica seduttiva molto forte ―se dico erotica mi prendete per matta, ma cercate di prenderlo in senso figurato. E io, proprio non resisto, alla carica seduttiva di un posto che si trasforma in altro. Un pub da cui esce un cinema. Un capannone dismesso da cui salta fuori un centro culturale, una libreria che nasconde un cabaret… Berlino è campionessa in versitalità urbana. Ma anche Toronto… E quando mi si chiede, perché ti piacciono tanto le città, Fru? Io credo che la risposta sia anche dentro lì…
E bello quando arrivi lì, e trovi al bancone del bar il Movier Onassis Jr e il Fellow Felix, due cow-boy che non aspettano di combattere nessun mezzogiorno di fuoco ma di vedersi un film d’essai, in bianco&nero, in portoghese sottotitolato in inglese nella prima vera serara estiva ―poi ditemi se i tempi non sono cambiati, e cavolo, in meglio! Molto meglio avere le tasche cariche di sogni che di Colt, con tutto il rispetto per Lucky Luke, eh, s’intende.
Io, ovviamente, rimago boardianamente esterrefatta. Credevo che l’esperimento cine-antropologico del Lez Muvi Outdoor sarebbe stato una Caporetto. Invece quel Galielo lì aveva proprio ragione a insistere sulla verifica empirica dei fatti.
Mentre noi si discute al piano di sopra, di sotto fervono i preparativi. Marco&Matteo The Magicians, responsabili responsabilissimi della rassegna “Su ogni carne consentita – 7 film dispersi” trafficano col proiettore e sistemano gli ultimi dettagli. L’italiano del video capriccia, quindi i sottotitoli in inglese sono un exploit inatteso, che accettiamo di buon grado, anche se questo non farà proprio la gioia del Fellow Felix, perfettamente consapevole che the pen is on the table, ma ancora nuovo alle sfumature lessicali di un film impegnativo.

Con il WG si discorreva sull’impossibilità di raccontare un film come “Tabu”: “Tabu” è uno di quei film che bisogna VEDERE. Spiegarli è un’operazione fallimentare in partenza ―’n’altra Caporetto! You see, “Tabu” è cinema puro, e il cinema puro non lo puoi dire. Non c’entra nulla con il gossip della trama, con le scelte di dar spazio a questa scena o a quell’inquadratura. Il cinema puro è quando un istante d’immagini ad alto contenuto simbolico ti slegano dalla contignenza e ti indicano una qualche strada metafisica sui t’incammini senza sapere dove finirai o cosa incontrerai. È raro, il cinema puro. Coglierlo, ancora di più. Spiegarlo, non ne parliamo…
Tre sono i blocchi del film, chiaramente distinti: “Prologo”, “Paradiso perduto” e “Paradiso”. “Prologo” è un documentario, che noi vediamo al cinema, insieme a Pilar ―il documentario di un esploratore, che s’inoltra nella selva africana e ammicca all’esperienza colonialista. Pilar è una donna portoghese ordinaria, non c’è nulla di lei che ci attrae in modo particolare, se non questa amica, Aurora, una vecchia malata che lei assiste, insieme alla badante di colore, Santa.
“Paradiso perduto”, a mio avviso la parte meno riuscita e passibile di “sguardo di spettatore perso nel vuoto”, è concentrata sul rapporto complesso e ambiguo tra queste tre donne così diverse ―una neo schiava (Santa), una padrona (Aurora) e una sorta di overseer (=colui che nelle piantagioni fungeva da mediatore fra schiavi e padroni) ovvero Pilar.
Negli ultimi istanti prima di morire, Aurora chiede a Pilar di vedere per l’ultima volta un certo Gianluca Ventura. “Paradiso”, che reputo il blocco più riuscito e che difficilmente scorderò ―o che mi auguro di non scordare― racconta la passione fra Aurora e il suo amante, Gianluca, nel Mozambico degli anni ’60: Aurora, una giovane sposa incinta del marito, e Gianluca un musicista italiano fascinoso e un po’ scapestrato. Perché spero di non scordarmi questa seconda parte? Perché qui Gianluca racconta la sua storia d’amore drammatico ―ma proprio letterariamente drammatico, “l’amour impossible” dei Romantici, “l’amour fou” di Resnais― con Aurora. Pensatevi un po’, lei felicemente neosposata e neoincinta che si vede piovere addosso una passione 2 metri per 2 sopra la testa. Peraltro il fatto che lei porti in grembo il figlio del marito, rende il tutto estremamente tragico ―qui mi viene in mente Racine!― ed epico… come se Giove ne avesse combinata un’altra delle sue confondendo gli amanti, i momenti… Gianluca racconta, dicevamo, e noi non assistiamo al solito flash-back con l’episodio introdotto da una voce fuoricampo che poi viene meno per lasciare spazio alla voce dei personaggi. È un vero e proprio film muto, il racconto dell’amore fra Aurora e Gianluca, intervallato di tanto in tanto, dalla voce fuori campo di Gianluca anziano e da quella di Aurora che recita le loro lettere d’amore. Ma le voci sono abbastanza ininfluenti: la jouissance dello spettatore sta tutta nel vedere il film muto che il regista Gomes imbastisce con i personaggi della storia al tempo del racconto, che NON parlano: al massimo muovono le labbra, esattamente come in un film muto. L’intento del regista non è quello di mostrarci un dramma degli anni ’20; e il suo non è neppure un esercizio di stile. Attraverso lo spostamento in avanti delle lancette narrative ―siamo negli anni 60― ci mostra che quello che stiamo vedendo è un racconto. Siamo fondamentalmente davanti al cinema che racconta una storia attraverso il film che fa di quella storia (molto contorta questa, Board…). E noi lo sappiamo, e lo vogliamo. Vogliamo il mito, il dramma, vogliamo l’amour fou, l’amour impossible.
Gomes è un dritto, sa tutto. Sa anche che la malinconia che pervade tutto il film, questa sensazione di dolce languore che si percepisce tra i party in giardino nella Mozambico colonialista e i singhiozzi struggenti di Aurora, cortocircuita con le canzonette pop che Gianluca suona insieme alla sua band (ho fatto i compiti: ecco la bellissima versione portoghese di “Be my baby”, http://vimeo.com/69804147), oppure con l’idea di minaccia archetipica che il coccodrillo ―animale fortemente simbolico all’interno del film, una vera e propria icona― evoca con la sua presenza. È come se il rettile fosse uno scrigno nero che custodisce le conseguenze catastrofiche del desiderio. Appena cucciolo ―per inciso, è il futuro marito a regarlo cucciolo alla fidanzata Aurora, così come è il futuro marito che le “regala” l’amante, presentandoglielo…― il coccodrillo cresce durante il corso del film, e veicola la minaccia, il senso di fine che accompagna l’amore, tutto l’amore ―sia quello dei due amanti che quello di moglie e marito― già all’inizio di entrambe le storie. E anche qui, Gomes rifiuta il verbo e preferisce agire su un piano animale (appunto!) puramente visivo. Mai come ora vorrei sedermi sul luogo comune di “un’immagine vale più di mille parole”, perché qui c’è proprio questo. L’immagine tesse una rete di associazioni che pesca e porta a galla un’immaginario collettivo sopito nei sotterranei della nostra coscienza. Basta lo sguardo glaciale di un piccolo di caimano in una piscina. Basta la mano di un amante sul pancione che appartiene a un altro per spingerci in una dimensione sinistra che tuttavia prescinde dall’etica o dal facile moralismo del “cosa fate svergognati!”. Stiamo guardando un’apocalisse emotiva dal buco della serratura.
Giochiamo un po’ a Memory… 😉 Ricordate “Medeas”, il bellissimo esordio di Andrea Pallaoro? Ricordate che il padre di famiglia si sfregava sempre un occhio, come se avesse un bruscolino di cui non riusciva a liberarsi? Ecco in quel caso era una sorta di tarlo esistenziale, l’oggetivazione di un tormento che assillava il personaggio/l’uomo senza lasciargli tregua. Il coccodrillo di Gomes assolve più o meno allo stesso scopo: rende fisico (e ferino) un presagio…

Bisognerebbe anche approfondire il discorso sulla questione colonialista, il modo assolutamente orginale di rappresentare la condizione di neo-schiavitù dei neri africani verso i coloni portoghesi in Mozambico attraverso, per esempio, il personaggio oscuro di Santa, una donna asservita a una bianca malata, che esercita il suo inglese stentato leggendo, vedi te, “Robinson Crusoe”, uno dei testi della letteratura colonialista per eccellenza (Conrad, Kipling e Defoe sono i ciambellani di corte della letteratura inglese fra 7 e 800…e io, l’impudente, brucerò all’inferno della Letteratura Inglese per aver dato loro dei ciambellani…).
“Tabu” richiede pazienza. Se, cinematograficamente parlando, siete della scuola “chips al bacon”, non fa per voi. Se siete per un cocktail sorseggiato in un voltabotte d’inizio secolo, allora è il film per voi.
Questa settimana continuiamo a muoverci e recuperiamo

LA SEDIA DELLA FELICITA’
di Carlo Mazzacurati

Ora, qui siamo alla mercé di un paio di eventi che potrebbero mandare all’aria il nostro Lez Muvi. Possiamo rimanere fregati dal meteo (e su quello, possiamo fare gran poco), oppure dal sold-out. Su questo però possiamo giocare d’anticipo: i biglietti sono in vendita fino ad esaurimento posti a partire dalle 20:30. Quindi vediamo di presentarci per tempo ―questo reminder, come avrete capito, è più per me che per voi! 🙂
Se poi non troviamo posto e il Lez Muvi dovesse finire gambe all’aria, potremmo sempre andare a farci una pizza al Pedavena…


(Non ci siete cascati eh?!!) 🙂 🙂
Vade retro Pedavena in saecula saeculorum! 🙂 🙂

L’addio di Mazzacurati al cinema, perso quando uscì lo scorso inverno, non può essere riperso quest’estate… Vi aspetto, poche storie… 🙂

Adesso vi lascio un Movie Maelstrom letterario, un  riassunto ignorabile, dei ringraziamenti accorati, e dei saluti, itinerantemente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Avendo parlato d’Africa con “Tabu”, lasciate che mandi un pensiero ― ma giusto un pensiero fugace in questo nostro spazio dedicato al cine ― a Nadine Gordimer, suprema autrice sudafricana, Premio Nobel per la Letteratura nel 1991, che si è spenta qualche giorno fa, a 90 anni, a Johannesburg.
Ha lottato anni contro l’Apartheid, la discriminazione razziale e negli ultimi tempi, l’ignoranza verso l’AIDS. E ha scritto molto, Nadine, cervello e penna raffinatissime… Se volete portarvi un buon romanzo in vacanza, “L’aggancio” (Feltrinelli) 🙂

LA SEDIA DELLA FELICITA’: Un tesoro nascosto in una sedia, un’estetista e un tatuatore che, dandogli la caccia, si innamorano. Un misterioso prete che incombe su di loro come una minaccia. Dapprima rivali, poi alleati, i tre diventano protagonisti di una rocambolesca avventura che tra equivoci e colpi di scena li vedrà lanciati all’inseguimento dai colli alla pianura, dalla laguna veneta alle cime nevose delle Dolomiti, dove in una sperduta valle vivono un orso e due fratelli….

GD Star Rating
loading...
GD Star Rating
loading...

Leave a Reply