LET’S MOVIE 211 – propone CORPO D’AMORE e commenta ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO

LET’S MOVIE 211 – propone CORPO D’AMORE e commenta ZORAN, IL MIO NIPOTE SCEMO

CORPO D’AMORE
di Paolo Carpi
Italia, 1973, 105’
Martedì 26/Tuesday 26
Ore 21:00/9:00 pm
Bar Loco’s
Via Valbusa Grande 7, Rovereto
Ingresso gratuito/Free Entry
Servizio car-pooling, [email protected] 😉

 

Machine Moviers!

Giovedì prima dell’August break, prima di capire che il Salento — o’ sole o’ mare o’ ientu Salento — è  terra di turchesi e ocra, un po’ come la Grecia cicladica, un po’ come la Sardegna gallurica; prima di capire che la taranta si deve ballare a piedi nudi, sopra le pietre calde di una piazza, e chissenefrega del bonton podistico e delle verruche; prima di immaginare e poi riscontrare nella realtà che certi spettacoli italiani in forma di borgo esistono solo in Italia e se smettessimo d’intonare “Sono un italiano Nero” a ogni buona occasione, lasciando a Toto Cutugno quel che di Toto Cutugno, evitando di fare sceneggiate napuletane ogni servizio pubblico mancante e ogni iter burocratico infinito, e semplicemente tacessimo davanti a una grotta celeste di Santa Maria di Leuca, o a una Piazza del Popolo color crema di Preccine (LE), se godessimo della bellezza quale portatrice di conoscenza e verità (Keats, ti adoro) e riconoscessimo la fortuna scandalosa con cui il fato ci ha fatto capitare qui, se tutto ciò avvenisse, forse vivremo meglio, e non meglio per i servizi e la burocrazia — su questo rien à faire, mes chers ― ma meglio per noi; prima di scrivervi questi vaneggiamenti alquanto nazionalpopolari che vi faranno pensare “il Board è andato in ferie in Puglia ma ha aderito al filosofar populista-popolano di Ostia-Freggggene-Rimini-Riccione; prima di tutto questo e prim’ancora dei vaneggiamenti, ho avuto la conferma che voi Moviers, quando vi mettete d’impegno, siete meglio della RAF o della Wehrmacht (diciamo RAF va’, che fa meno Adolf) quanto a organizzazione e spirito d’iniziativa. S’è assistito a un lavoro di coordinamento acquisto-biglietti senza eguali nella storia indoeuropea, grazie a, nell’ordine di reggimento: il Fellow Candy-Andy-The (sul fronte di sfondamento), il Fellow Felix (dall’ala nord-orientale), il WG Mat e i Movier Onassis Jr (dall’avamposto centrale) — il Palazzo, sappiatelo, non vende più di quattro biglietti a testa, razza di P2 che non è altro. Dal distaccamento settentrionale, scendono in valle la Movier Cristina Casaclima e il Movier Dateacesarequelchedì, mantenendo valorosamente la promessa di esserci per questo Lez Muvi. Con sé, portano rinforzi: le neo Moviers Paola (cine-battezzata The Pathologic, vista la grave forma di cinefilia di cui è  affetta e che la rende paziente ideale del nostro General Hospital specializzato in cine-vrosi) ed Elisa (cine-battezzata Lady Blue, per un motivo puramente venereo: emergeva dalle acque cobalto di quella sua maglia marina che non poteva non ricordarmi Botticelli :-)). Dall’Area Trentoville Centrale inoltre, la Lady Brown (accostata alla Lady Blue, facevano un pendant da Maison Ferragamo), la Fellow Vanilla e la Fellow Chocolate (con due Cioccolatini, i nipoti :-)), che, accostate, facevano un pendant da Maison Ferrero. 🙂 Fate un po’ i conti voi sul numero complessivo di moving marmaglia che eravamo — ve li faccio io: 12! Eravamo quella sporca dozzina di Moviers! 🙂 :-)Obbiettivo ultimo della missione: sconfiggere Palazzo Thun (la nuova P2, come s’è detto) e il fare massonico con cui vende biglietti ― che a noi NON va affatto giù ― e vedere per la seconda volta “Zoran, il mio nipote scemo”.

Dato che si tratta della seconda volta e che il pippone è già stato scritto, inutile che ne scrivi un altro VERO, Board?!, premete voi, giustamente intimidatori. Vero, concordo io, giustamente intimidita. Non posso che riconfermare l’entusiasmo per un film che è una commedia pur non essendolo affatto ― e su questo tutti noi lezmuviani si concordava.
Pertanto riprendo e di seguito ritocco (ritocco assai, in effetti) quanto scritto dopo la prima visione in ottobre, conscia che la percentuale di Moviers che avrà letto tutto il pippone TUTTO a ottobre è sotto la soglia del 3% (dato ISTAT).

Dietro a “Zoran” c’è la voglia di descrivere la provincia friulana ―che vi assicuro, è molto molto MOLTO vicina a quella trentina― unita alla voglia di osservare e dire “gli ultimi”, come li ha definiti lo stesso regista. Siamo ragionevolmente stufi di sentire storie di winners, nel cinema e alla televisione e in rete, che ci arrivano, per la maggiore, dagli USA, Land of Plenty. Abbiamo vissuto un ventennio che ha esasperato il modello del self-made (he)man, ignorando compleatamente il loser, come se il loser dovesse essere relegato nella zona buia del non-detto. Per questo personaggi come il Grande Lebowski o Fantozzi o le armate brancaleonine sono fari nella notte che ci piace tanto trovare in corso di navigazione…
Paolo, il protagonista di “Zoran” (e anche Zoran, che è suo nipote ―ma tutt’altro che scemo) è un personaggio ingombrante, e il fisico di Battiston, pur aiutando, c’entra davvero in minima parte con l’ingombro a cui mi riferisco. Paolo è ingombrante perché è egoista, sboccato, rozzo, tagliente nell’ironia con cui ferisce le sensibilità altrui ― è l’incarnazione di quella provincia piccola che tutti conosciamo e a tratti subiamo. Ma io non vedo solo quello in lui: Paolo porta con sé il germe di una generazione, la nostra, ovvero l’individualismo, che nel momento in cui incontra la provincia si fa misantropia, ego-centrismo. E sebbene il film sia molto spesso esilarante, Paolo incluso (“senti che bello quando fai silenzio”, dice al povero malcapitato nipote :-)), il regista è stato molto abile a far sbocciare in noi sentimenti ambivalenti nei suoi confronti. Ridiamo delle sue bravate da bullo di periferia, e ridiamo della sua ironia, ma al contempo vediamo i danni che provoca agli altri e a se stesso, sentiamo il male che infligge affondando cattiverie nella buona fede dei suoi interlocutori. Sono convinta che tutti, nel nostro immaginario e nel nostro vissuto, abbiamo un Paolo di riferimento. Averlo visto, averlo tirato fuori da lì, da immaginario e vissuto, e avercelo proposto come personaggio tipo ―si dice universalizzare un personaggio, Board, vatti a imparare i fondamentali― è un grande risultato per un’opera prima.

Ospitato dal Sommo Mastro illo tempore, il regista, Matteo Oleotto, aveva confessato di amare la provincia, di trovarla un contesto vitale in cui tutto viene vissuto molto intensamente. E di aver acquistato, negli anni di studio trascorsi a Roma, la lucidità necessaria per osservarla da distante. Obbiettivo raggiunto, direi. Il film cogliendo i tic della periferia, oscurando per una volta il centro (nessuna città viene citata, nemmeno en passant) e facendo molto ridere, porta anche lo spettatore a dedurre il negativo dal positivo ―la grettezza dall’attaccamento alle tradizioni (leggi anche, manie), l’alcolismo patologico dalle allegre bicchierate all’osteria. Questo sistema d’inferenza, di guardare la luce e trovarci dietro l’ombra, mi fa capire che in Oleotto c’è un regista che potrebbe arrivare a dire tanto in futuro. Lo capisco anche da piccoli dettagli. Come la prima scena: un ubriaco seduto all’osteria ― il bevitore dipinto da Teomondo Scrofalo** kind-of ― che farfuglia da solo un monologo nonsense, ed è comico-no-di-più, ma c’è anche un qualcosa di sacro e dissacrante nel buio che a un certo punto lo avvolge e viene trafitto da un raggio di luce che investe lui, illuminando la bottiglia di vino. Quel fascio luminoso traghetta la scena nella scena successiva, tramutandosi in un faro di macchina su una strada notturna. Ecco, questa finezza mi ricorda quelle di un altro giovane regista, Marco Righi, quello dei “Giorni della Vendemmia”, che aveva nobilitato la sua opera prima con tocchi di classe simili.

Una considerazione sul fatto che nelle realtà piccole tutto è esasperato, vissuto visceralmente. È vero. Tutto è come immobile, in provincia, tutto sempre uguale a se stesso ― certi paesi sembrano fermi al 1954, che potrebbe essere il 1976 o il 1913 ― e quando il nuovo (una persona, una vicenda, un fatto) lo penetra, la reazione della collettività risponde con veemenza, trasporto. “Zoran, il mio nipote scemo” ha reso bene l’ingresso dell’elemento nuovo nella routine osteria-lavoro-casa di Paolo. Zoran, il nipote scemo-che-scemo-non-è cambierà Paolo, ma non nella sua essenza ― Paolo rimarrà fondamentalmente il Paolo che è. Ma nella sua relazione con l’altro, sì, lo cambia. Da individualista non diverrà collaborazionista, ma possibilista, quello sì.

La Fellow Vanilla portava giustamente l’attenzione sul carattere profondamente tragico del personaggio. E ha ragione. Paolo è rimasto incastrato fra le gambe della provincia che l’ha partorito. Non è stato in grado di prendere e andarsene ― per quanto lo sognasse ― è rimasto tutta la vita lì, a pendolare fra il bianco e il rosso di un’osteria, più amareggiato, nel profondo, per non aver osato spiccare il volo che per la provincia in sé “dove non succede mai nulla”.
Alla fine, anzi, oltre la fine, Zoran (che sta al Friuli come Napoleon Dynamite all’Idaho, check “Napoleon Dynamite” out :-)) corre dietro a un coniglio per catturarlo: Paolo si era inventato una balla colossale per intenerire il responsabile dei servizi sociali e ottenere l’affidamento del nipote, un fuoriclasse delle freccette, e poterlo così sfruttare. Paolo che consiglia Zoran vai-di-qua-vai-di-là per acciuffare il rabbit, che lo prende bonariamente in giro, e Zoran che goffo corre di qua e di là, fanno venire in mente una famiglia. Unconventional e strampalata, ma famiglia. E questo ricorda allo spettatore che non servono due individui di sesso opposto e atti alla procreazione per fare una famiglia. Non siamo contenitori di geni ― sorry Mendel― siamo esseri sparsi in cerca di bacelli da condividere, casomai :-)… Zoran e Paolo, in qualche modo, si sono trovati.

E chiudo con “Zoran”, riportandovi un versetto tratto dalla bibbia di Paolo, che consiglio tutti i Moviers di citare in ogni parte della giornata, non solo quando vi dedicate a novene e vespri (?). “Se sei mona e credi in Dio, credi al Dio dei mona”.
Amen.
🙂

E ora Fellows, ringraziamo i Magicians, Matteo&Marco, per l’ennesimo salvataggio di Lez Muvi da questo mare di nulla cinematografico grazie alla rassegna che hanno organizzato sul “Tempo sospeso dell’estate”, di cui arriviamo a vedere la pellicola conclusiva.

CORPO D’AMORE
di Paolo Carpi

Dire che non conosco Paolo Carpi e il film ― nonostante sia del ’73… il film, non iO! ― non mi fa passare per un gran Board, I know. Ma forte del gran film che avevano proposto il mese scorso, “Tabu”, io mi fido del gusto dei nostri due maghi, e lo ammetto, non sono affatto un gran Board! Sono, invece, una fattucchiera free-lance: lancio quindi un incantesimo domenicale e costringo la vostra attenzione sul Movie Maelstrom di questa settimana, cui tengo in modo particolare 🙂

E oggi chiudo sul fatto che mi siete mancati, Fellows, in quest’estate non-estate. L’appuntamento con voi, tanti, pochi, diversi ogni volta, rilassati, stressati, sbuffanti, assonnati, indispettiti, affamati, è un pVivilegio a cui  non potVei più VinunciaVe, caVissimi… 😉
Ma basta sviolinate, vi si vizia qui! 🙂 Movie Maelstrom, riassunto, ringraziamenti e saluti, meccanicamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

A me gli occhi…
Sono certa che avete sentito di Robin Williams. Non so voi, ma io, sono rimasta scombussolata tutto il giorno, il giorno in cui l’ho saputo. E non tanto per il suicidio — la depressione era cosa ben nota — quanto per la perdita in sé. Quelli nati come me alla fine degli anni ’70 sono cresciuti con i suoi film, con Mork e Mindy.  Ho incontrato Walt Whitman per la prima volta non a un corso universitario di letteratura nordamericana, ma dal Professor Keating che ti diceva “guarda le cose da un’altra prospettiva”. Credo di aver visto quattro o cinque volte “Mrs Doubtfire” intorno ai 15 anni — una favola, pensare a un padre che si traveste meglio di Tootsie per poter stare accanto ai figli. Ho spalancato la bocca davanti a “Jumanji”, sognando d’incappare in un gioco del genere, prima o poi. Il suo “Goooood morning, Vietnam!” rivive tutte le volte che penso a un augurio di buongiorno con tante ooooo d’entusiasmo nel good. Il personaggio di “One Hour Photo” mi mette i brividi ogni volta che lo penso e lo psicologo che aiuta Will Hunting nella sua ribelle genialità mi ha confermato che Robin avrebbe dovuto dedicarsi di più a film impegnati e ruoli drammatici.
La perdita, già… Come quella di uno che ti aiuta a crescere, che fa qualcosa per te, pur non conoscendoti.
Il cinema è anche questo. Una scuola a distanza, i sogni al posto dei compiti.
Nanonano.

CORPO D’AMORE: Padre e figlio in vacanza sul Tirreno. Trovano il corpo esanime di una bella ragazza misteriosa che si esprime in una lingua indecifrabile. Nella cura protettiva di questo “corpo d’amore” trovano finalmente un’intesa tanto da procurare la morte a un intruso che con lei sa comunicare…

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