LET’S MOVIE 229 – propone HUNGRY HEARTS e commenta STILL ALICE

LET’S MOVIE 229 – propone HUNGRY HEARTS e commenta STILL ALICE

HUNGRY HEARTS
di Saverio Costanzo
Italia-USA 2015, ‘109
Lunedì 26/Monday 26
Ore 21:30/9:30 pm
Astra/Dal Mastro

 

Fosforo Fellows,

Dovrò ricorrere a qualche integratore vitaminico, o a qualche sortilegio di cui le mie segrete sono zeppe ve l’assicuro, per ricordare tutti i Fellows che hanno aderito alla promozione di lunedì, ed evitare di fare la fine della protagonista del film…
Sì. Attacco subito con il politicamente scorretto senza temere le volanti del politicamente corretto che potrebbero sopraggiungere da un momento all’altro con le sirene spiegate, e io essere trascinata via a forza, nonostante opponga resistenza, e far la fine di quella che di lei non si seppe più che fine fece…
Quando sentirete i tonfi della mazza che fra poco si abbatteranno addosso al film (!), capirete che non posso proprio fare altrimenti. Che uno, se ha un briciolo d’integrità intellettuale, a un certo punto deve avere il coraggio di schiarirsi la voce e dire quello che c’ha da dire, e rischiare di suscitare lo sconcerto altrui. Ohllà.
Talvolta la mia mente associativa ―talvolta assai perversa― associa la correttezza politica a quei teli di nylon bianco che la Scientifica stende sui cadaveri post-killing. Noi vediamo il candore, siamo protetti dal fetore, ma sotto impazza il rocky horror picture show. Ecco. La correttezza politica, secondo me, preserva l’indicibile, che rimane lì, sotto il suo bel doppio strato di omertà e silenzio, non detto, e nel frattempo fermenta fermenta fermenta…
Io provo un po’ a spostarlo, quel nylon, e a far prender aria alle opinioni.
Dopo aver fatto Zarathustra quel tanto che basta, vediamo di ringraziare della loro lezmuviana presenza: il Movier Onassis Jr (il Fellow svizzero nell’organizzazione come nei caveaux di sua proprietà), il Fellow Felix (sempre più Hoffman), il Movier Easyriser (presente anche a “La teoria del tutto”, e lettore INTEGRALE e non coupé dei pipponi lezmuviani, sempre sia lodato!), il Fellow D-Bridge che ringrazio per aver portato la Guest Lidia (o l’Idia?!?), la Fellow Vanilla e la Lady Brown (un accostamento cromatico che non passa mai di moda), per la prima volta sugli schermi lezmunviani Mila, naturalmente ribattezzata Movier Azuki (non le chiediamo di Shiro però, che quelli saran fatti loro eh) accompagnata dalla mamma (che pure l’Azuki ce l’aveva una mamma eh), il Magno Carlo (carolingio come pochi), il WG Mat (finalmente di ritorno alla barda spaziale), il Fellow The Candy Andy The (filtrato in sala per via endovenosa, sicuramente, giacché nessuno se ne accorse). Data l’alta affluenza ―”gratis” è la parolina magica che riempie le sale e cura persino la ritenzione idrica― la presenza lezmuviana si è dispersa per la sala.
“Still Alice”. Ovvero. Professoressa al top della carriera, esimia docente di linguistica alla Columbia University, marito professore conteso tra accademia e  ricerca, tre figli talmente belli e variegati da star bene in una scatola di cioccolatini, una casa orientativamente nell’Upper East Side, molto jogging, molto pout-purri, tutto molto ben oltre il bianco del Mulino. Un giorno Alice, davanti a una platea di studenti s’inceppa sulla parola “patrimonio”. La perde. Perde il patrimonio ―voi dovete capirmi, rimanere seria sarà un’impresa titanica…Poi le capita di uscire per il jogging quotidiano e lì invece perde l’orientamento. Alice fa 2+2, va dal dottore
Dottore, mi dica
Alice, succede molto raramente: hai una forma prematura di Alzheimer.
Può essere ereditario, quindi potrebbero averlo anche i tuoi figli
Alice abbiamo i risultati degli esami: è ereditario

Se proprio proprio devo aggiungere altro per completare il quadro: soggiorni bordo spiaggia (non in monolocale a Cesenatico, ma villa in zona Hamptons), figlia ribelle con velleità d’attrice che ritorna da Los Angeles per star accanto alla madre, e il marito amorevole che deve pur avere un lato di umana imperferzione, decide di accettare un lavoro just behind the corner (in Minnesota).
Ultimi barlumi di lucidità in forma di speech pubblico ―il cinema ama molto certi momenti ex cathedra, prima e dopo Jobs ― Alice che discetta sulla sua condizione, sulla “lotta per rimanere connessa a tutto ciò che era una volta”.
Deterioramento progressivo.
Fine.
Fiumi di lacrime delle due ragazze che sedevano nella fila davanti alla mia.
Board bah-sito.

Chiariamo subito un punto. Non è che non provi pietas per un soggetto come Alice. Come si fa a non sentirsi solidali con un essere umano a cui un morbo famelico che immagino come un grosso lombrico bianco e lucido, mangia il sapere, i ricordi, tutto quello che sei come individuo pensante che ha molto pensato nella sua carriera? Nemmeno il più sadico dei Board rimarrebbe insensibile, come on.
Però dobbiamo anche guardare il film per quello che è. E qui prendo a prestito la definizione che ne ha dato il WG Mat.
“Sembra un film di Barbara d’Urso”.
E’ proprio così. C’è tutta quella concatenazione di elementi che ti permettono di capire già dopo pochi minuti il punto in cui il film vuole portarti, e, tragedia delle tragedie, intuisci anche il MODO in cui ti ci porterà. Quando tratti una storia in cui la trama è già praticamente letta prim’ancora di essere scritta, non ti rimane che giocartela sul modo di raccontarla. Se come modello di riferimento hai i film tratti dagli harmony di Danielle Steele o Rosamund Pilker, certo mi farai un film che non si discosterà molto da quel genere… E poco importa che tu abbia una regina della recitazione come Julianne Moore ―mai smetterò di ringraziare la Carolina de Nord per avercela sfornata: riesce in- e credibile in ogni ruolo che interpreta (persino quello del film più insulso del 2010, “I ragazzi stanno bene”).
Se non hai uno sguardo originale sul materiale che tratti, finisci a trattare il materiale del materiale ―sembra non-sense, ma rileggetela un po’ e vedrete che un senso ce l’ha. Finisce anche per imboccare la strada rassicurante del bennoto. Il bennoto, parente dello scontato, utilizza degli espedienti riconoscibilissimi anche a occhi chiusi. Un trionfo d’archi e un tripudio di pianoforte nella colonna sonora per enfatizzare momenti che non avrebbero bisogno di essere enfatizzati in quanto già portatori di enfasi in sé. Poi la scelta di certi setting. La spiaggia in autunno. La spiaggia in autunno nello Stato di New York. La spiaggia in autunno nello Stato di New York, e da laggiù potrebbe pure spuntarti Kevin Costner con le parole che non ha detto ―e invece no, spunta Alec Baldwin, o meglio quei 60 kg di scafandro adiposo che custodiscono la farfalla che era 60 kg fa…
“Still Alice” è come vedere un manuale emotivo sull’Alzehimer ambientato nell’Upper East Side. Mi si raccontano i sintomi, mi si mostra il processo di declino del corpo, e il calvario che affronta la protagonista. Tutto molto pulito ed encefalogramma piatto. Tutto molto politically correct.
Ma quanti ne abbiamo subiti, di drammi famigliari americani così?? Da perderne il conto. Non c’è la bencheminima scintilla artistica in “Still Alice”. Non c’è lo sforzo di prendere tutto quel dolore e saperci tirare fuori un minimo afflato poetico. C’è solo il rincorrere la pancia, l’empatia a tutti i costi, lacrime a pioggia. Barbara d’Urso, insomma.
Ripensandoci in questi giorni, mi sono anche resa conto che io mi trovo proprio in disaccordo sulla stessa teoria di fondo del film, ovvero sul fatto che Alice sia Still, cioè “ci sia ancora”, nonostante il lombricone che le sta mangiando la memoria. Il film propone l’affermazione dell’io e della propria persona sulla malattia. E invece no! Questo è un far retorica della malattia. Il malato di Alzheimer PURTROPPO NON è il sano che era prima dell’Alzheimer. Alice malata NON è più l’Alice sana, forget about it ― oops. Lo stesso titolo poggia su una travisazione: “Still Alice”? No. “Another Alice”, “A New Alice”, ma NON “Still Alice”. È una brutta realtà da guardare in faccia, ok. Ma questo non significa che se la Alice sana di un tempo non c’è più, la Alice malata di adesso perda dignità come individuo. Affatto. Ma sostenere che l’individuo malato di Alzheimer possa mantenere la connessione con quello che era un tempo, quando la meschineria di questo morbo sta proprio nello spezzare i lacci che legano l’io malato a quello sano, mi sembra la più grande forma di ipocrisia, operazione di manipolazione medica e mediatica e fesseria caccialacrime che io possa immaginare. Se vogliamo coltivare il romance della malattia, o darne un’idea distorta,  fain, facciamo pure, ma non raccontiamoci fregnacce.
Ci sono tanti film che trattano questo argomento e lo fanno in maniera molto ma molto ma molto più riuscita: persino “Alabama Monroe”, paragonato a “Still Alice”, fila dritto dritto in riabilitazione, per buona pace dell’Andy The Candy con cui abbiamo firmato un armistizio. 🙂
Per esempio ricordate “La mia vita senza me”? “Iris – un amore vero” (featuring l’accoppiata Judy Dench & Kate Winslet), “La guerra è dichiarata”? “Le invasioni barbariche”? “Amour”? “Mare dentro”? E l’irraggiungibile “Dancer in the Dark”?
E se poi una seranera voglio farmi un bel pianto libera-le-vie-aeree allora vado sulla roba pesante, tipo “Fiori d’acciaio”, “Philadelphia”. E “Georgie”.
Ultimo punto. Non mi si venga a dire che il film è innovativo perché “presenta la malattia dal punto di vista del malato”.
“Lo scafandro e la farfalla”, Julian Schnabel, 2007. E non aggiungo altro.

Questa settimana non ricasco nelle cine-svendite, e vado sul costoso

HUNGRY HEARTS
di Saverio Costanzo

Due Coppe Volpi per i protagonisti del film, Rohrwacher&Adams, all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Questo più “La solitudine dei numeri primi”, film di Costanzo di tre anni fa, che ci convinse assai, mi portano a proporre il film.
Non aspettatevi però quattro passi nel parco.

Quest’oggi il Movie Maelstrom si pregia di un articolo riportatoci dal WG Mat, che verte attorno alla questione della traduzione infelice e infausta dei titoli di molti film stranieri in italiano. Fa ridere e riflettere, la coppia di ri- che potrebbe sollevare il mondo e le sue sorti…
Se raschiate il fondo del Maelstrom, poi, troverete anche un’altra cine-svendita…giusto per non far torti alla Lidl…
E ora, amabili Fellows, è giunta l’ora di prender congedo da voi… Dove andrò, non so. Ma eviterò di chiederlo ad Alice.
Ok, la pianto. 🙂
Riassunto inutile sotto e ringraziamenti itticamente cinematografici sopra. 🙂

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Eccovi l’articolo, http://www.lercio.it/maxi-multa-allitalia-per-le-traduzioni-alla-cazzo-dei-titoli-dei-film/
Ridete et riflettete, fratelli Fellows…

La cine-svendita riguarda “Non sposate le mie figlie”, commedia brillante di Philippe de Chauveron, che se fate presto presto a registrarvi qui http://multivision.viaposta.it/LAdige134.html potete aggiudicarvi per la modica cifra di un Euro, martedì, ore 20:30 al Viktor Viktoria.
Questa è una segnalazione così, pour segnaler. Il Lez Muvi della settimana, ricordatelo, è “Hungry Hearts”: non mi si cannibalizzi il secondo con il primo eh… che poi il menù esce tutto scombinato. 🙂

HUNGRY HEARTS: Jude è americano, Mina è italiana. S’incontrano per caso a New York. S’innamorano, si sposano e presto avranno un bambino. Si trovano così in poco tempo dentro una nuova vita. Sin dai primi mesi di gravidanza Mina si convince che il suo sarà un bambino speciale. E’ un infallibile istinto di madre a suggerirglielo. Suo figlio deve essere protetto dall’inquinamento del mondo esterno e per rispettarne la natura bisogna preservarne la purezza. Jude, per amore di Mina, la asseconda, fino a trovarsi un giorno di fronte ad una terribile verità: suo figlio non cresce ed è in pericolo di vita, deve fare presto per salvarlo. All’interno della coppia inizia una battaglia sotterranea, che condurrà ad una ricerca disperata di una soluzione nella quale le ragioni di tutti si confondono….

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