LET’S MOVIE 233 – propone UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA e commenta WHIPLASH

LET’S MOVIE 233 – propone UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA e commenta WHIPLASH

UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA
di Roy Andersson
Svezia, 2015, ‘100
Martedì 24 / Tuesday 24
21:15 / 9:15 pm
Astra / Dal Mastro

Michele Ferrero Fellows Moviers,

Qualche giorno fa se n’è andato lui, il papà della Nutella.
“Il Board sta alla Nutella come la cellulite sta a Belen”, questo sento computare nelle vostre testoline calcolatrici. Tranquilli, non voglio erigere alcun tempio per la commemorazione del Nut(ella) Daddy, i titoli sui giornali bastano e avanzano, grazie. E’ la dimensione infantile a cui la Nutella rinvia, che mi serve qui. Tutti, persino il Board che, computate voi, sta alla Nutella come la cellulite a Belen, abbiamo portato grossi s/baffi di cioccolato sulla faccia e le magliette. Tutti abbiamo dato innumerevoli baci al nostro indice, il dito più goloso fra i diti dalton suoi fratelli. Nutella è infanzia, pomeriggi davanti alla tele. Cartoni animati.
Sfido chiunque dei miei Moviers presenti lunedì a non aver intravisto l’allenatore di Mimì Ayuoara o quello di Mila Azuki (da non confondersi con la nostra Movier Milazuki eh) nel personaggio del temibile Terrence Fletcher, che, per conformazione fisica, eloquio molto più che turpe, citazioni parepare (“Tu, palla-di-lardo”) e metodi non esattamente montessoriani, è il gemello bianco del nerissimo Sergente Hartmann di Full Metal Jacket. Entrambi uomini di potere davanti a una banda di “rammolliti” da educare, Fletcher alla musica, Hartmann alla guerra. Tra gli alunni di Fletcher, spicca il rammollito 19enne Andrew Niemann che poi alla fine tanto rammolito non è, un po’ come Mayo Mayonese Gere in “Ufficiale Gentiluomo”, dove peraltro avevamo il terzo gemello degli istruttori col pugno di ferro, Emil Foley (Wikipedia teamo).

Ma prima di presentarvi Andrew e la sua ossessione, vi dipingo la scena del mio ingresso all’Astra lunedì. Spalanco la porta come quei mezzi sportelli da saloon di Tulsa (?) e mi si para davanti, da nord a sud, una carrellata di Moviers. Dicendo “carrellata” voi immaginate una quantità superiore a 12-14 unità, invece no, lo dicevo in senso cinematografico, computerini che siete, quindi i Moviers sono tipo i tre dell’Avemaria (siamo pur sempre a Tulsa): sulla punta a sud il WG Mat, al centro il Movier Magno Carlo e lassù al nord, in zona bistrot, il Fellow D-Bridge, che abbandonò il suo scetticismo e questo fu grandemente apprezzato. Sopraggiunge anche il Magician ―tra l’altro presente anche a “Birdman” la settimana scorsa― e all’ultimo si aggiunge pure il Fellow Candy/Andy/The, detentore della fascia “Amici Miei Atto IV” per lo scherzo telefonico in cui io e il Mastro siamo caduti come due poveri grulli di Boggibbbbonsi.

Andrew sogna di diventare il nuovo mito della batteria. Non vuole essere “come”, vuole essere “IL”. Ha una fiducia fin fastidiosa nelle sue capacità: lui ci crede, ma fino fino in fondo, fino fino alla fine. Il direttore d’orchestra Fletcher lo sottopone a ogni tipo di umiliazione ma al contempo vede il talento che c’è in lui: Fletcher è della scuola “spremiamolo fino all’osso”. Riconoscimento per una buona performance? Pacca sulla spalla e stretta di mano in un brodo d’orgoglio? Forgetabooutit! Il Fletcher-pensiero si basa sull’assunto che “Non esistono due parole più pericolose di “buon lavoro“, per chi ha fatto un buon lavoro”.
Il film si sviluppa come un duello, bacchette per guantoni e palcoscenico a mo’ di ring. E come in ogni duello che si rispetti, scorrono lacrime, sudore e sangue. E non in senso figurato, in senso proprio fisiologico. Perché oltre alla sfida di conquistare il riconoscimento del proprio maestro ―e mettergliela in quel posto, anche, volendo― e diventare “Er mejo”, Andrew deve dimostrare a se stesso quanto vale e fino a che punto. Se Fletcher è il giudice più intransigente che potesse capitare ad Andrew Nieman fuori, Andrew Nieman è il giudice più intransigente che potesse capitare ad Andrew Nieman dentro. In questa storia si sviscerano molti aspetti di quel ginepraio esistenziale che è il talento, e il talento rapportato con il sociale. Tra questi aspetti spicca anche il prezzo che Andrew paga per rimanere fedele al suo sogno. Andrew è solo, non ha amici, scarica l’amore prima ancora che un’amicizia diventi tale perché l’idea che una distrazione possa portarlo via dal suo scopo gli risulta insopportabile.
Fletcher e Andrew in fondo sono due binari che scorrono paralleli, due figure speculari nella loro ossessione. Mi piace che il regista ―trentenne al film d’esordio, accogliamolo con un grande applauso, Moviers!― Damien Chezelle abbia percorso, con la macchina da presa, la linea pressoché invisibile che delimita necessità d’espressione del proprio daimon, ovvero il proprio talento, e fissazione. Mi piace che non ci siano giudizi morali. Soprattutto mi piace il fatto che il film non ti permetta mai di sederti su un’unica posizione. Saltelli tutto il tempo dall’uno all’altro, Andrew Flecher Fletcher Andrew, in un balletto che tradisce una solida caratterizzazione di entrambi i personaggi e un’aderenza al vissuto, dove, lo sappiamo, nulla è tutto bianco o nero. Navighiamo nel grigio―he ha ben più di 50 misere sfumature.
Quindi ora ci sentiremo di scagliarci contro i modi inqualificabili del maestro, ora contro la presunzione da ragazzino testadura dell’allievo, ora capiamo il maestro nel suo tentivo di strizzare il più possibile l’allievo per il suo bene, ora parteggiamo per l’allievo, sottoposto una pressione eccessiva. Questo movimento tra i due personaggi ci accompagna fino alla fine, il culmine della sfida a cui tutto il film sembra tendere, come se sapessimo che lo scontro fra i due, è soltanto rimandato ma arriverà. E la scena finale, in cui Andrew si gioca l’ultima carta tornando su un palco dove Fletcher l’ha appena umiliato pubblicamente, è per metà duello per metà gioco di squadra. 8-10 minuti in cui Andrew tira fuori il talento e Fletcher lo assiste, lo agevola in questa sua operazione di riscatto e show, a riprova che lo scopo era quello di tirare fuori il meglio da lui ―proprio come Jo Jones aveva fatto con Charlie Parker, tirandogli addosso un piatto dopo una performance scadente.
E una serie di domande si mettono in coda nella mente dello spettatore circa il rapporto tra mentore e discepolo, pieno di zone d’ombra e paradossi. Qual è il limite? Fin dove si deve spingere un maestro e quanto deve essere disposto a sopportare un allievo? Il dilemma rimane, fortunatamente, aperto. E tu esci dalla sala con la sensazione di non saperlo e con la gara tra i due ancora aperta ―oltre alla voglia di iscriverti immediatamente a un corso di batteria.
Se ci penso, il rapporto tra mentore e discepolo è complesso perché mentore e discepolo sono due talenti. E l’incontro di due talenti si sa, scatena scintille per lo stesso principio per cui due galli in un pollaio s’azzuffano. Nel maestro c’è la voglia di fare primeggiare l’alunno, e il maestro vero non dovrebbe essere affetto dalla sindrome di Salieri, cioè eroso dall’invidia. Ma in qualche modo l’orgoglio personale, in personalità così forti (come quella di Fletcher) certo gioca un ruolo nella dinamica fra i due. Avessimo accesso a una radiografia emozionale della sfida che conclude il film, sono certa che vedremo chiaramente dei momenti ―più che altro all’inizio― in cui l’orgoglio di Fletcher è alle stelle, per poi calare, e lasciare il passo al “mandato del maestro” ovvero il compito di far risaltare quanto più possibile le qualità del proprio allievo. E lì allora è l’intesa che cresce, la complicità. Per dirla in musica, i due raggiungono la sintonia.
Un’altra grande questione è quella cantata anche da Lorenzo, “quanto sei disposto a perdere?”…Quant’è il tuo talento? Quanto credi al tuo talento? Quanta sete di gloria c’è, e quanto autentica capacità?
Dopo aver denunciato segretamente Fletcher per gli abusi subiti, Andrew appende le bacchette al chiodo. Avrebbe chiuso, se il caso non l’avesse riportato sulla strada del suo ex maestro. A questo proposito sorgerebbe un’altra domanda (n’antra?!): si può zittire il proprio daimon? Io credo di no. Credo che se gli sbarri la porta, lui, rientra dalla finestra. Ma quello che credo io poco conta. Contano piuttosto i fatti: un montaggio che ti tiene letteralmente aggrappatto allo schermo tutto iltempo, un ritmo che è tutt’uno con il jazz cui il film rende omaggio, tanto che, in alcuni momenti, il modo veloce di concatenare le scene molto patch-work mima le macchie sincopatiche di certo jazz (fucilate il Board); la tensione che non cala un minuto, e mica è facile mantenere la corda sempre tesa per due ore; e tutto, come dicevo, che converge fino al finale, momento massimo di sudore e sangue, una sintesi di “Momenti di gloria”, “Rocky” e “Scoprendo Forrester” ―e quest’ultimo aveva portato sullo schermo un altro singolare rapporto tra mentore e discepolo.

Ovviamente dobbiamo collocare il film nel contesto americano, anzi, newyorchese. La competizione in ambito artistico ―be’, in ogni ambito― è spinta ai massimi livelli. Sei pronto a sudare e sanguinare e sfracellarti contro un camion in corsa pur di arrivare in tempo a un concerto, e suonare con un trauma cranico, la faccia sanguinolenta, le mani tremanti? Sei pronto a tutto, farti prendere a sediate, insulti, ceffoni?
E per quanto il film estremizzi improperi e metodologie tutt’altro che ortodosse, le cose, sad-to-say, stanno abbastanza così di là dall’oceano. E certo il film non percorre la strada della poesia della musica. Il far musica è descritto in maniera molto muscolare ―corpi che sudano, dicevamo, dolgono― e questo a scapito della dimensione più emozionale e cerebrale del suonare. Insomma, io immagino che suonare uno strumento, batteria, sax o flicorno che sia, comporti anche altro. Ma questo lo lascio dire ai musicisti. Io, che al massimo intono la Barilla con il flauto di seconda elementare, mi godo questo tour de force a colpi di jazz spinto, e me ne esco dalla sala con un diavolo inside che non vorrei uscisse più dal mio corpo. 🙂
(Tutto ‘sto popò di pippone e bastava dicessi semplicemente “andate assolutamente a vederlo”…doh!).

E questa settimana, Fellows, on devient des cinéphiles…. Prepariamoci al Vincitore della Mostra del Cinema di Venezia 2014, perché questo è il film che ci tocca

UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA
di Roy Andersson

Andiamo a vederlo:
1. Perché controllare che il Leone d’Oro sia finito in Svezia per qualcosa e non per altro fa parte del nostro mestiere di cinefili lezmuviani che vigilano sulla legalità del movie-business italiano, europeo, occidentale, australe e piteco (!)
2. Perché un film con un titolo così lungo finisce in Lez Muvi anche solo per una mera questione di centimetri, sì.
3. Perché secondo me schiatteremo dalle risate anche se non ci sarà nulla sui cui schiattare

Il Fellow Brucke (esperimento) non inventi scuse di alcuna sorta. Gli altri, nemmeno.
Please 🙂
E come sapete fra qualche ora “And the Oscar goes to” risuonerà dal Dolby Theater di Los Angeles… Io e la Honorary Member Mic, separate dalla geografia, saremo unite nello spirito. And that matters more than anything else. 😉
Spero solo che Ida vinca e stravinca, e anche Birdman e Whiplash; per American Sniper qualche statuetta, ma non incetta (dai Clint non fare l’esoso), miglior attore allo schizzetto che interpreta Stephen Hawking, e anche qualcosina a Selma ―film da vedere per non farci dimenticare mai, soprattutto, per non far dimenticare agli americani…
Prego l’Academy di dedicare un’unica statuetta a Boyhood: quella per il film più sopravvalutato dell’anno.

E ora, Fellows, vi accompagno nel Movie Maelstrom: quest’oggi ospita davvero dell’incredibile… 🙂
Non vi seguirò nel Riassunto, che è un postaccio peggio del Pedavena. E ce ne vuole. 🙂
Quindi grazie, e saluti, oggi, (g)lucidamente cinematografici.

Let’s Movie
The Board

MOVIE-MAELSTROM – “This can be nothing else than the great whirlpool of the Movie-Maelstrom…” (E.A. Poe rivisitato dal B(o)ard)

Non posso credere di stare per dirvi quello che sto per dirvi, ma ve lo sto per dire, quindi, ciccia.
Succede che martedì 24, alle 5:30 pm la Dante Alighieri propone “Lucciole in palmo alla notte. Per una visione cinematografica della parola“, un incontro di poesia. “Lucciole in palmo alla notte” è il verso di una mia poesia, quindi avete capito chi terrà l’incontro… Mammamia, la Sarafruner 🙂
Questo è il modo meno marketing al mondo di promuovere un evento, me ne rendo conto, ma quando ci sono di mezzo io con la mia poesia, mi sento sempre un oggetto soggetto a soggezione ―che come vedete sdrammattizzo buttando tutto in idiozia lessicale.
Quindi martedì, prima di Lez Muvi, se vi va di ascoltare qualche verso, mi trovate alla Dante Alighieri, in Via Dordi 8.
Dopo il primo istante d’ansia nel vedervi lì, un fiume d’oro colato mi scorrerà in petto.
Garantito 🙂

UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA: Una serie di storie quotidiane e fuori dal comune che ritraggono la nostra esistenza nella sua grandiosità e nella sua meschinità, nella bellezza e nella tragedia, nell’esagerazione e nella tristezza: in una prospettiva aerea, come raccontate da un uccello che riflette sulla condizione umana. Il piccione è sorpreso dagli uomini, e cerca di dare un senso e capire le loro attività, le follie, l’orgoglio e l’agitazione.

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